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Daisaku Ikeda

La rivoluzione umana - Vol.1


esperia

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Titolo originale
THE HUMAN REVOLUTION, Vol. I © Seikyo Press, 1967
© esperia edizioni
Creacommercio s.r.l.,
Sede legale: viale Tunisia 48, Milano
Uffici e magazzino: via Milano 6/18,
Peschiera Borromeo Tutti i diritti riservati
Traduzione: Sergio Notari
Progetto grafico: Laura Massa, Christoph Matti
Prima edizione: aprile 1993
Ristampa: gennaio 2002

ISBN 88 - 86031 - 06 - 8

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Indice
III Prefazione
1 Alba
25 Ricostruzione
53 Armistizio
83 Occupazione
107 Alzarsi da soli
141 Un viaggio di mille miglia
181 Preludio
203 Ingranaggi
229 Note

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Prefazione

Diversi anni fa cominciai a pensare che, prima o poi, avrei dovuto


scrivere una biografia del presidente Toda. Poco tempo prima che
fondassimo il Seikyo Shinbun, nel 1951, il signor Toda mi disse: «Ho
scritto un romanzo. Dovremmo averne uno per il giornale che stiamo
per fondare.» Era sorridente e felice, e aveva il manoscritto in tasca.
In questo modo vide la luce l'autobiografia La rivoluzione umana,
scritta da Toda con lo pseudonimo di Myo Goku. In quel momento
pensai che in futuro avrei dovuto scrivere una seconda serie della
Rivoluzione umana.
In una notte d'estate del 1957, circa otto mesi prima di morire, il
signor Toda si trovava a Karuizawa, un luogo di villeggiatura estiva,
per riposare; a quel tempo era già molto debole. Dopo avermi dato
delle istruzioni su diversi argomenti, fece un cenno al suo romanzo,
che era stato appena pubblicato, e mi chiese: «Daisaku, che te ne
pare del mio libro?»
Sembrava preoccupato di come venisse recepito il suo lavoro. Gli
risposi in tutta franchezza, ma non senza un certo imbarazzo: «L'ho
letto. La prima metà è scritta con uno stile romanzesco. Sono rimasto
molto impressionato dalla seconda parte, perché è scritta come un
diario delle sue preziose esperienze.»
«Certo,» disse con un sorriso «non ho potuto scrivere ogni cosa
riguardo a me stesso.» Nel suo sorriso intuii che la mia missione, ciò
che lui si aspettava da me, era di tramandare con esattezza la sua
esperienza.
Attesi che giungesse il momento adatto. Come aveva detto il
signor Toda, è proprio vero che una persona non può scrivere tutto di
se stessa. Persino J.W. Goethe intitolò

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la sua autobiografia Dichtung und Wahrheit, che significa Poesia e
verità. Se dovessimo tradurre il titolo originale nella lingua di tutti i
giorni, dovremmo renderlo come Finzione, narrativa e verità.
Occorre dire che Goethe fu un uomo sincero e capì che gli esseri
umani non dicono sempre la verità riguardo a ciò che hanno davanti
agli occhi; talvolta i fatti vengono distorti o falsati. Questo è un
elemento su cui Goethe e ogni altro grande autore ha messo alla
prova la propria ingenuità. Solo grazie a un grande sforzo, infatti,
sono riusciti a far emergere la verità da una narrazione che appare
come un frutto della fantasia. Io stesso mi sono sforzato di rendere
eterna la verità del mio riverito maestro.
Nel romanzo appaiono diverse centinaia di personaggi e mi
auguro che capirete che i nomi sono tutti di fantasia, eccezion fatta
per Tsunesaburo Makiguchi e Toda. Succede anche che una persona
possa avere due nomi o che due persone si fondano in un solo
personaggio. Oppure può capitare che tre individui distinti vengano
combinati in un personaggio o che un nome rappresenti diverse
persone.
Comunque, la rivoluzione umana di un singolo individuo
contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà
infine a un cambiamento nel destino di tutta l'umanità... Questo è
l'argomento della mia storia.
Grazie per il vostro continuo sostegno.

Daisaku Ikeda, 12 ottobre 1965

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Alba
Niente è più barbaro della guerra. Niente è più crudele. Eppure la
guerra non cessava. Niente suscita una pietà maggiore di un'intera
nazione travolta dalla stupidità delle persone.
Per otto anni la gente aveva sopportato le proprie sofferenze in
silenzio e molti avevano perduto parenti e figli a causa dell'olocausto.
Nel luglio del 1945 il popolo giapponese era in preda alla paura e
attendeva l'imminente invasione del paese a opera dell'esercito
americano.
Erano le sette di sera del 3 luglio. Fuori dai pesanti cancelli in
ferro del carcere di Toyotama, un piccolo gruppo di persone
aspettava senza parlare, stagliandosi nel mezzo di un'area deserta.
Erano già passate due ore e sull'atmosfera regnava un pesante
silenzio.
La prigione era cinta da un alto muro di cemento che durante il
giorno assorbiva il caldo e, con il calare della sera, sembrava
trattenerlo ostinatamente. Un altro giorno soffocante, sul finire della
stagione delle piogge, se n'era andato; ora una brezza leggera
soffiava dolcemente dalla foresta di Musashino.
Un uomo magro, di mezza età, uscì svelto da una piccola porta di
ferro sul lato destro del cancello. Portava con sé un grosso fagotto,
avvolto con una sciarpa, e nella fretta inciampò. Le persone che lo
attendevano gridarono insieme e corsero verso di lui.
«Oh!» Si fermò bruscamente e alzò lo sguardo. Un riflesso brillò
dai suoi occhiali nell'oscurità. «Ikue! Sei venuta anche tu? E la
nostra casa?»
«Non è bruciata, e stanno tutti bene.»
«Bene, bene. Non dovete più stare in pensiero. Vi ho

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causato un sacco di problemi, vero? L'uomo parlò in fretta alla
moglie, con voce tenera.
«Ben tornato, zio!»
«Kazuo, anche tu qui?»
«Ben tornato!»
«Sorella mia, anche tu? Sei stata gentile a venire.» La moglie, la
sorella e il nipote erano lì ad aspettarlo.
Vestito con un leggero yukata di cotone, sembrava che la sua
figura slanciata galleggiasse. Il vento sollevò l'indumento e per un
attimo si intravidero le gambe, magre come due stecchini. Ikue, che
era sul punto di sorridere, ne fu scossa e afferrò il fagotto, ma il
nipote Kazuo là fermò e se lo caricò in spalla.
«Ehi! È più pesante di quel che pensassi!»
Un largo sorriso attraversò il viso di tutti. Erano in preda a una
sorta di eccitazione; i loro cuori traboccavano di cose da dire, ma le
parole venivano meno. Cominciarono a camminare lungo il muro del
carcere.
Le due donne indossavano dei calzoni mompe e i cappucci
antiaerei erano buttati all'indietro sulla schiena. Il ragazzo, con
l'elmetto d'acciaio che dondolava dietro le spalle, portava dei
gambali. Erano vestiti tutti in modo da far fronte a un attacco aereo,
che poteva giungere in qualsiasi momento. L'uomo anziano, che
camminava alla testa del gruppo a petto nudo, aveva un aspetto
alquanto strano: sembrava appena uscito dai bagni pubblici.
I bombardamenti incessanti avevano fatto sprofondare la città nel
buio, che era scuro come la disperazione nei cuori delle persone. Il
velo notturno calò senza essere percepito.
Alla fine del lungo muro voltarono a destra, immettendosi nel
viale Nakadori ad Araicho. Era praticamente deserto. Poco più in là il
profilo delle case si stagliava lungo la strada sulla destra; sulla
sinistra invece, come in un cratere, si vedeva una serie infinita di
campi bruciati e di rovine.

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L'uomo con indosso lo yukata si fermò di colpo e cercò di vedere
nell'oscurità, per avere una conferma delle proprie sensazioni.
«È terribile!»
Tirò un lungo sospiro e riprese a camminare. Per lunghe notti
aveva guardato la piccola finestra nella sua cella solitaria, che
lasciava penetrare i lampi causati dagli incendi. In quei momenti
prestava attenzione al pauroso sibilo delle sirene antiaeree e si
domandava quale fosse il corso della guerra. Adesso poteva vedere
per la prima volta le rovine e la distruzione.
Nel mese di novembre dell'anno precedente le forze armate
americane avevano iniziato il bombardamento indiscriminato delle
città giapponesi, partendo dalle basi nelle isole Marianne. Nel
maggio del 1945 i raid avevano sventrato gran parte delle città
principali, fra cui Tokyo e Osaka, e dal mese di giugno anche le
piccole città venivano bombardate quasi ogni giorno. Il bilancio, in
quel momento, era di tre milioni di case rase al suolo. C'erano più di
seicentomila morti e feriti e dieci milioni di persone senza tetto.
Egli, ovviamente, non aveva avuto modo di conoscere questi
dettagli, ma istintivamente aveva sentito che la situazione era grave.
Mentre camminava, chiese alla moglie notizie di tutti i parenti e degli
amici. Venne così a sapere che i quartieri periferici erano
praticamente devastati e che solo una metà dei loro conoscenti nella
zona alta di Yamanote era sopravvissuta. Eppure la guerra non
cessava.
«Per quanto ancora continuerà questa follia!» Aveva parlato senza
rivolgersi a nessuno in particolare. La sua voce si perse nell'oscurità,
ma il suo cuore ardeva di rabbia.
Tutti gli uomini aspirano alla pace e alla felicità. Non ci
dovrebbero mai essere guerre. Chi ne può gioire, chi ne trae
vantaggio? Né i vincitori né i vinti.

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Nell'epoca moderna il Giappone è entrato in guerra una volta ogni
dieci anni, mettendo a repentaglio il futuro del paese, e in ogni
conflitto la popolazione ha sopportato tremendi sacrifici e sofferenze.
Come potremo spezzare questo malvagio destino?
I pensieri che attraversavano la sua mente erano lontani anni luce
da quelli del giapponese comune, vittima della guerra. Anche durante
la prigionia non aveva mai provato alcun senso di colpa, del resto
non ne aveva ragione. Non aveva mai sentito alcun rimorso, né il
bisogno di una autocritica. Ma quale insensata follia regnava nel
governo militare - anche i suoi compatrioti erano violenti e irrazio-
nali! Era assolutamente certo che questa follia collettiva derivasse
dalla religione Shinto, la religione tradizionale imposta dalle autorità
per dare un fondamento filosofico al proprio potere.
Aveva compiuto da poco i quarantacinque anni. Prima di essere
incarcerato pesava circa sessanta chili, ma ora era sceso a poco più di
quaranta.
Per qualcuno poteva apparire come una delle tante persone
innocenti che erano state arrestate durante la guerra. Ma l'uomo di
mezza età con la testa rasata e l'umile vestaglia estiva era Toda.
Il suo maestro, il presidente Makiguchi, aveva lasciato la prigione
soltanto da morto. Ora lui usciva vivo da quel cancello. Le leggi
della vita e della morte sono la funzione misteriosa dell'ichinen, e la
determinazione con cui aveva coltivato lo scopo di kosen rufu
insieme a Makiguchi non si era alterata. Grazie al legame tra maestro
e discepolo e alla legge ultima che trascende la vita e la morte, aveva
ereditato la linfa vitale della rivoluzione religiosa.
Soprattutto ardeva di un desiderio di vendetta, ma non pensava ad
alcuna ritorsione verso le autorità militari. Si stava confrontando con
un nemico invisibile e, nel suo cuore, aveva fatto voto di vendicare il
suo anziano maestro,

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che era morto nella stessa prigione dove lui aveva languito per
oltre due anni. Giurò vendetta anche per le sofferenze patite dalla sua
famiglia e dagli altri milioni di persone che erano state ridotte in tali
condizioni. Lo spirito del Buddismo è vincere o essere sconfitti, e lui
aveva il compito di dimostrare che la giustizia avrebbe avuto il
sopravvento.
È raro che si possa giungere a incolpare soltanto una forma di
governo o un sistema sociale per le sofferenze di un popolo. Nichiren
Daishonin insegnò che una causa ancora più profonda risiede nella
fede in religioni e filosofie erronee; Toda, attraverso la sua
esperienza, era giunto a una piena consapevolezza di questa verità
somma.
Per lui non era comunque una cosa nuova. L'arduo scontro
affrontato durante la guerra dalla Soka Kyoiku Gakkai, di cui
Makiguchi era stato presidente e lui direttore generale, era derivato
da questa convinzione. Anche adesso, lasciando la prigione, la sua
fede in quel principio non era scalfita. Tuttavia, per quanto gli
dolesse ammetterlo, i tempi erano contro di lui e la sua battaglia per
ora era stata segnata dalla sconfitta.
Si fermò all'improvviso ed ebbe un sussulto causato da una fitta
acuta al petto. L'odore acre delle macerie riarse aleggiava lungo la
strada. Riprese a camminare lentamente lungo il viale Waseda.
Le case erano tutte annerite; nell'oscurità si potevano discernere
soltanto le lastre di cemento della pavimentazione. Dopo poco
voltarono a destra e giunsero alla stazione di Nakano, in fondo alla
strada. Potevano vedere in distanza le luci velate della pensilina; non
dovevano fare altro che prendere il treno.
Sul lato sinistro c'era un muro di pietra coperto di arbusti. Toda si
fermò e si piegò lentamente verso terra, respirando a fatica.
«Perché non ci riposiamo un attimo?»

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«Oh!» Il nipote Kazuo lasciò cadere subito il grosso fagotto che
portava in spalla. Zio, è proprio pesante.»
«È pieno di libri, ecco perché. Finalmente ho potuto studiare un
po'». Mentre parlava si grattò con vigore su un fianco. Non avete un
fazzoletto?»
«La moglie gliene porse uno e stava per sederglisi vicino quando
lui disse con ironia: «Non ti avvicinare troppo, se non vuoi un mio
souvenir.»
«Souvenir?»
«I pidocchi, i miei nuovi parenti stretti. Sono piccoli cari amici.»
Ikue arretrò in preda al terrore e gli altri scoppiarono a ridere.
Respirando profondamente, Toda si asciugò la fronte e il collo. Si
rilassò e godette la sua libertà: com'era dolce, dopo due anni trascorsi
in cella!
Un soffio di vento freddo gli carezzò la guancia. Intorno a loro le
persone si affrettavano senza degnarli di uno sguardo.
Il cielo notturno si distese ampiamente. Non si riusciva a vedere
nemmeno una stella. Toda però era conscio di una luce che ardeva
nel profondo della sua vita. Nessuno era in grado di vederla, né lui
aveva modo di mostrarla ad altri. Una fiammella che si era accesa
nella sua cella oscura e che non si sarebbe estinta finché lui fosse
vissuto. Una fiamma che non avrebbe mai vacillato, anche di fronte
ai forti venti di un mondo instabile. Riaffermando a se stesso la
propria certezza, provò un senso di soddisfazione.
All'improvviso fu destato da uno stormo di zanzare che lo
attaccarono alle gambe e al viso. «È terribile!» esclamò e alzandosi
cercò di scacciarle. «Andiamo.»
Il quartetto riprese il cammino in direzione della stazione di
Nakano.
Le luci della stazione e quelle del treno erano fioche.
Come per un tacito accordo, tutti gli uomini indossavano berretti
militari e gambali; qualcuno portava sulle spalle

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anche l'elmetto o il cappuccio per la difesa antiaerea. Le poche
donne indossavano tutte i mompe e avevano con sé i cappucci.
In mezzo a questo gruppo di persone rabbuiate, all'improvviso
apparve un uomo che indossava una vestaglia di cotone.
Immediatamente tutti gli sguardi furono su di lui. Lo yukata, il più
modesto tra gli abiti estivi, appariva grottesco, del tutto fuori luogo,
ma in realtà era il clima di guerra che rendeva assurde le cose
ordinarie. Inconsapevoli della trasformazione che aveva subito il loro
modo di pensare, i passeggeri fissavano quell'individuo emaciato
quasi accusandolo di essere un traditore.
Dal canto suo Toda non si curava del clima ostile; sul treno, in
strada, ovunque andasse si sentiva un leader che non aveva perso il
suo amore per la gente comune.
La gente è forte, come la malerba che cresce ovunque.
Ma come sarebbero potuti fiorire alberi e fiori in luoghi ove
nemmeno le erbacce riuscivano a svilupparsi? Le persone spesso
sono molto più acute dei filosofi e degli uomini di stato, il loro
pensiero è più vicino alla verità.
Toda si grattò il collo sottile e prese a chiacchierare con il
passeggero seduto vicino a lui, un uomo sulla cinquantina
dall'aspetto energico, che stringeva al petto un vaso sbrecciato e un
lavandino come se fossero i suoi tesori. Raccontò animatamente a
Toda i dettagli di un grosso bombardamento che aveva colpito la
città nel mese di maggio.
«I fuochi dell'inferno non potrebbero essere peggiori. All'alba
tutta la zona era ridotta in cenere; erano rimasti in piedi solo alcuni
rifugi qua e là. Il nostro era abbastanza robusto ed è per questo che
noi quattro siamo ancora vivi.»
Ascoltando il racconto Toda si rammentò del terremoto che aveva
colpito il Kanto nel 1923, appena tre anni dopo che era sceso
dall'Hokkaido. I quartieri periferici di Tokyo erano stati divorati dalle
fiamme per due giorni.

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Una coperta o un po' di cibo valevano quanto il riscatto di un so-
vrano. All'epoca aveva ventiquattro anni, ma ancora adesso sentiva il
sapore del primo cibo che era riuscito a mangiare dopo quattro
giorni, una tazza di zuppa che gli era sembrata un vero manicaretto.
Chiese al suo vicino: «È stato qualcosa di simile al terremoto del
'23?»
«No, no, non c'è confronto. Era almeno tre volte più grande e
cinque volte più terribile! Ma lei dov'era?»
«Io? Bè...» Toda esitò. Non se la sentiva di dire che era stato
rinchiuso nel carcere di Toyotama.
«Per alcuni giorni sono stato sfollato vicino a Ome.» «Davvero?
La mia casa fu distrutta anche durante il terremoto, per cui questa è
la seconda volta. Credo sia troppo per un uomo dover subire due
volte queste disgrazie. Del resto il terremoto è una calamità e non ci
si può infuriare con nessuno. Questa volta invece sono stati gli
Yankee: ogni volta che ci penso, mi sento ammattire... Questa stu-
pidità va oltre la sopportazione umana! Ma cosa credono i militari?
Ormai è come se un bambino cercasse di battersi con un uomo fatto.
Proprio come...»
D'improvviso tacque e si guardò intorno terrorizzato.
Toda cercò di proseguire la conversazione ma il passeggero non
rispondeva altro che con dei monosillabi. Forse si era ricordato del
kempei tai, la temuta polizia politica che si diceva avesse orecchie
ovunque.
Alla stazione di Shinjuku, Toda e i suoi accompagnatori si
trasferirono alla linea Yamate. Cercava di parlare con tutte le persone
che aveva vicino. Sulle prime la gente era restia a parlare con
quell'uomo vestito così stranamente, ma poi tutti, vinti dal suo modo
affabile, raccontavano le loro tragedie.
Il treno entrò alla stazione di Harajuku e tutti i passeggeri,
alzandosi in piedi, si inchinarono rispettosamente verso il lato destro.
Toda si sporse dal finestrino ma vide

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soltanto molti grandi alberi. Solo più tardi, quando giunsero alla
stazione di Shibuya, si rammentò del fatto che erano passati vicino al
santuario Meiji.
Disse a se stesso: «L'ignoranza in materia religiosa ha distrutto il
nostro paese.»
Nichiren Daishonin aveva insegnato che "gli dei non daranno
ascolto alle false preghiere". Il Giappone aveva rifiutato il vero
insegnamento del Buddismo e gli shoten zenjin avevano cessato di
proteggerlo. Il presidente Makiguchi aveva difeso l'insegnamento ed
era morto per esso, incarcerato dal regime militare.
Il viso di Toda fu attraversato da un fremito di dolore. Smise di
parlare e volse lo sguardo ai campi bruciati e alla notte tenebrosa. Là
fuori al buio le persone si trascinavano, schiacciate dal terrore e dalla
disperazione. Il suo pensiero andò alla gente che era intrappolata
dalle sofferenze e che tuttavia si sforzava di resistere.
Al giorno d'oggi ogni persona in Giappone ha sentito parlare di
Toda come di un grande leader popolare, ma in quei momenti
nessuno sapeva chi fosse. I pochi che lo conoscevano erano entrati in
contatto con lui grazie alle attività di shakubuku della Soka Kyoiku
Gakkai. Diversamente potevano essere funzionari governativi, che
avevano avuto a che fare con lui per l'accusa di violazione alla legge
di pubblica sicurezza, la "legge contro la bestemmia".
La legge di pubblica sicurezza venne abolita per ordine di Mac
Arthur subito dopo la fine della guerra e molti cittadini innocenti,
incarcerati per crimini di opinione, vennero liberati. Da quel
momento non si verificò alcuna situazione che, a causa
dell'abolizione della legge, mettesse in pericolo la sicurezza
nazionale. Questo semplice fatto dimostra che la decisione di abolirla
fu giusta.
Concepita in origine per sopprimere il comunismo, col passare del
tempo aveva prodotto una moltitudine di vittime

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innocenti. La vita di persone senza colpa era stata rovinata
completamente. Il numero di individui incriminati fino al 1945 a
causa di questa legge va al di là dell'immaginazione. Verso la fine
della guerra era diventato uno strumento di soppressione, usato solo
per difendere gli interessi dell'autorità militare e adattato a ogni
esigenza.
Occorre ripensare un momento allo spirito che anima una legge.
Ogni provvedimento che miri a tutelare un piccolo nucleo di
privilegiati è privo di fondamenti razionali e genera miseria e
sofferenza per gran parte delle persone.
Nonostante le garanzie costituzionali in merito alla libertà di credo
religioso, Tsunesaburo Makiguchi morì in prigione a causa di questa
legge. Quale contraddizione! Alcuni dicono che vi siano molti più
criminali in libertà che non in carcere. Dev'essere stato proprio così
se un uomo che aveva a cuore il proprio paese, che si sforzava di
contribuire al benessere della gente, fu imprigionato mentre altri
individui, che abbindolavano l'opinione pubblica e mettevano in
pericolo il paese, avevano piena libertà di manovra. Verità e falsità,
bene e male, erano valori completamente ribaltati.
Chi è qualificato per giudicare un'altra persona? È una cosa
impossibile se non si conosce la legge immutabile. La giustizia, a
meno che non adotti questo riferimento basilare, non potrà mai
prevalere.
Il direttore generale Toda era stato rilasciato dopo due anni di
isolamento in cella. Era a un passo dalla morte per fame e la sua
attività economica era al collasso.
Tra i giovani il nome di Toda, autore di un volume scolastico
intitolato Guida deduttiva alla matematica, era ben noto. Si trattava
di un testo che aveva venduto oltre un milione di copie e qualche
milione di studenti aveva superato gli esami di ammissione alle
scuole superiori grazie all'aiuto di quel libro. Probabilmente
avrebbero ricordato il nome dell'autore per tutta la vita.

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Adesso, comunque, nessuno era in grado di riconoscere
quell'uomo alto, un passeggero qualsiasi di un malridotto treno della
linea Yamate.
Toda ascoltava con attenzione. La conversazione verteva sugli
attacchi con bombe incendiarie.
«L'acciaio degli Yankee è di prima qualità. L'ho verificato
ricavandoci una vanga. È impressionante!» Un uomo parlava a
grandi gesti, con tono autoritario.
«È vero» disse un altro, «io ne ho ricavato un bel coltello da
cucina. Da un proiettile si possono ottenere anche dieci coltelli.»
«Dieci? Ma va là! Magari cinque o sei.» Questa volta parlò un
signore che era rimasto sempre zitto.
L'uomo dei dieci coltelli si infervorò: «Ti dico che ne puoi fare
dieci senza problemi!»
L'altro non ne voleva sapere.
Toda sorrise, quasi desiderava complimentarsi con quegli uomini
per la loro capacità di ricavare oggetti dalle bombe nemiche.
Si alzò in piedi e fece per avvicinarsi, ma proprio in quel
momento il treno si fermò alla stazione di Meguro. Uscendo dalla
carrozza, si voltò indietro e disse: «Ben fatto, amici! Cercate di
forgiare tutte le vanghe e i coltelli che potete!»
Per un attimo i passeggeri si guardarono sconcertati, pensando che
qualcuno di loro conoscesse la persona che aveva parlato. Quando
capirono che per tutti era un estraneo, scoppiarono in una risata
fragorosa.
Il treno si mosse e allontanò gli operai da Toda. Essi continuarono
a guardare l'uomo in yukata, fermo sulla pensilina, e si sbracciarono
in un saluto amichevole: -Sayoo-nara! Buona sera!»
Sembrava quasi che l'inattesa approvazione da parte di uno
sconosciuto avesse rafforzato la loro fiducia in se stessi.

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Toda salì gli scalini della stazione, che non aveva più calpestato
da due anni. Ogni scalino gli pareva ricco di ricordi, ma la salita
rappresentava un grosso sforzo per il suo fisico indebolito. Quando
finalmente giunse in cima alla rampa, varcò il cancelletto dell'uscita e
si fermò a prendere fiato.
La moglie Ikue, con la sorella e il nipote, si strinse a lui con
l'intenzione di proteggerlo. Ikue poi si sporse sulla strada buia per
cercare un taxi, ma in quei giorni era cosa molto rara trovarne uno.
C'era però un tram vuoto poco distante. Pensò che fosse la soluzione
più sicura per giungere a casa a Shirogane e tornò dagli altri per
avvisarli.
Toda annuì alla proposta e cominciò a camminare in testa al
gruppo. Superò il capolinea sull'altro lato della strada e i parenti gli
corsero dietro.
«Caro, prendiamo il tram» disse Ikue.
«Si, si, volevo solo dare un'occhiata lì avanti,»
Volgendo lo sguardo verso la moglie, indicò la direzione con un
movimento della testa. Il gruppo attraversò la strada insieme a lui e
imboccò un vicolo sulla destra, leggermente in discesa. Poco più in là
c'erano le rovine della Jisshu Gakkan, una scuola privata che Toda
aveva fondato tempo addietro.
Una distesa di campi anneriti dal fuoco era tutto ciò che restava. I
loro passi sul selciato sembravano gli ultimi rumori sulla terra.
Costruzione, distruzione. Distruzione, costruzione. È questo il ciclo
perpetuo di tutte le cose? È proprio impossibile che gli uomini
riescano a costruire una società sicura e durevole? Che le nazioni
collaborino e vivano in pace?
Ogni edificio era stato raso al suolo. Sebbene il bombardamento
fosse avvenuto da oltre due mesi, si poteva ancora sentire un forte
odore nell'aria.
Toda sedette su di una pietra.
«Avete una sigaretta?» chiese all'improvviso.

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«Si, ce l'ho io,»
Ikue frugò nella borsa e gli porse alcune sigarette che venivano
passate con le razioni. Le aveva riposte con cura, pensando di far
cosa gradita al marito quando fosse stato rilasciato, ma non le era
venuto in mente fino a quel momento.
Inspirò profondamente e il fumo bianco si alzò a spirale nel buio.
Quelle rovine un tempo erano state il suo castello. Nel 1922,
quando Makiguchi era stato trasferito dalla direzione della scuola
elementare di Mikasa a quella di Shirogane, Toda si era dimesso dal
suo incarico di insegnante. L'anno seguente aveva aperto la sua
scuola privata, la Jisshu Gakkan. Aveva ventiquattro anni ed era il
signore del suo castello. In quella scuola poteva istruire i bambini
con il sistema dell'educazione creativa sviluppato dal suo maestro e
non era costretto a subire interferenze.
Anche gli alunni più lenti potevano svilupparsi appieno, era
questa la sua convinzione. Il suo metodo educativo era pratico ed
efficace. Il risultato era che i suoi alunni riuscivano sempre a
superare gli esami di ammissione per ogni tipo di scuola, anche
quelle più illustri.
Tra i ragazzi della zona di Shirogane si era sparsa la voce che,
piuttosto che frequentare le scuole pubbliche, fosse meglio andare
alle lezioni serali di Toda. Le altre scuole perdevano credito e gli
insegnanti, onesti ma non ben preparati, andavano su tutte le furie al
solo sentire il nome della Jisshu Gakkan. I loro ex alunni si riunivano
allegramente alla nuova scuola serale ogni sera.
Un filosofo ebbe a dire che il fine dell'educazione non è produrre
macchine, ma sviluppare gli individui.
L'educazione è senza alcun dubbio uno dei fattori cruciali nello
sviluppo della personalità umana. Si tratta di un'arte i cui riferimenti
basilari sono determinati dalle concezioni pedagogiche del docente.

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Se un giovane viene istruito da un grande educatore, che punta
soltanto a sviluppare la personalità dell'allievo, è davvero fortunato.
Sotto questo aspetto il metodo di Toda era superbo. Egli faceva
appello alla curiosità insaziabile dei giovani e insegnava loro a
identificare i concetti matematici grazie a degli esempi concreti.
Faceva di tutto affinché gli alunni si sforzassero sempre di sviluppare
il ragionamento e, senza che i giovani se ne rendessero conto,
insegnava loro concetti e formulazioni alquanto complesse. I suoi
metodi, oltre a essere interessanti, erano sempre logici, e davano ai
ragazzi un'occasione per studiare con soddisfazione.
Non c'è nulla di più acuto della mente di un giovane alunno; in
genere reagisce prontamente, come il mercurio di un termometro.
Toda entrava in classe con un sorriso e salutava tutti. I ragazzi
chiassosi correvano rapidi ai loro posti e rispondevano al saluto in
coro. I loro occhi brillavano, eccitati all'idea di una nuova avventura.
«Qualcuno vorrebbe un cane?»
Nell'aula piombò il silenzio.
«Ne darò uno a tutti quelli che lo vorranno»
«Maestro, lo dia a me!»
«No, a me!»
«Non potrei averlo io?»
«Lo voglio io!»
L'intera classe era in tumulto. Guardandosi intorno con aria
soddisfatta, Toda disse: «Allora, a chi lo diamo?» Poi, voltandosi
verso la lavagna, scrisse in grande l'ideogramma 'cane' e chiese ai
bambini: «Che cos'è questo?»
«Cane!»
«È davvero un cane?»
«Sì», risposero in coro. «Ne siete sicuri?»
«Ma certo?»

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«Allora, se lo volete, potete tenerlo voi,»
La classe per un attimo rimase sconcertata, ma poi un bambino
esclamò: «Ma via... è solo un ideogramma sulla lavagna»
Scoppiarono tutti a ridere.
Toda indicò il segno sulla lavagna e ribadì: «È un cane, vero?
Forza, potete prenderlo.»
In effetti era proprio un cane, ma non uno che i bambini potessero
portarsi a casa. Erano disorientati, incapaci di cogliere il punto
debole del loro ragionamento. Toda finalmente spiegò che si trattava
di un simbolo astratto che rappresentava il cane.
Con vari esempi di questo tipo riusciva a instillare nei suoi allievi
l'idea che la matematica è un tipo di studio basato sui simboli; ben
presto i bambini mettevano a frutto le loro nuove conoscenze.
Un seme di buona qualità produce una pianta forte, piena di
gemme. Così i bambini sarebbero cresciuti fino a diventare persone
di grande responsabilità nella vita sociale.
Toda aveva riunito le sue lezioni in una dispensa che consegnava
ai bambini come libro di testo. In seguito, spinto da diversi
conoscenti, aveva revisionato il testo e lo aveva pubblicato con il
titolo Guida deduttiva alla matematica, con lo pseudonimo di Jogai
Toda. Il volume ebbe molto successo e convinse Toda ad avviare
un'attività editoriale.
Nel momento di massima fioritura, Toda riuscì poi a fondare
anche altre società editrici. Creò una compagnia finanziaria che ebbe
sede nel quartiere di Kabuto-cho, il cuore della finanza giapponese.
Il 4luglio del 1943, però, Tsunesaburo Makiguchi fu arrestato
improvvisamente a Shimoda e due giorni dopo, all'alba, Toda fu
condotto alla stazione di polizia di Takanawa. Erano stati arrestati i
ventuno responsabili centrali della Soka Kyoiku Gakkai. L'attività
economica di Toda

15
comportava la direzione di diciassette società, cui si aggiungeva
una miniera di carbone a Kyushu e una raffineria che era sul punto di
acquistare.
Una filosofia valida e profonda dà un impulso dinamico alle
questioni personali e sociali e consente alla gente di creare sempre
nuovo valore. Se un sistema di pensiero non è in grado di far ciò, non
potrà beneficiare il genere umano più di quanto il disegno di una
fetta di pane riesca a soddisfare una persona affamata.
La Jisshu Gakkan aveva sede in un edificio di tre piani e aveva
rappresentato il centro dell'attività di Toda. Ora, seduto tra le rovine,
si sentiva come un uomo che contempla i resti di un castello appena
crollato. Si trattenne solo il tempo necessario per fumare una
sigaretta, ma la sua memoria corse indietro negli anni. Le erbacce si
erano fatte largo tra le macerie e i ciuffi d'erba offrivano riparo alle
zanzare. Non poté trattenersi a lungo. Contemplò lo spazio oscuro
dove si stendeva la città, priva di energia elettrica; qua e là si
vedevano i bagliori residui degli incendi.
Il gruppetto tornò alla fermata del tram e prese posto nella vettura
vuota. Non si vedevano né il manovratore né il bigliettaio, ma essi
arrivarono subito dopo aver udito il suono della campanella nel
gabbiotto; alla fine il tram si mosse. Lungo la strada un gruppo di
case era fortunosamente scampato agli incendi. La vettura arrivò a
Shirogane-daimachi in un baleno. Sulla sinistra, in un punto dove il
marciapiede era divelto, si trovava la grande villa di Fusanosuke
Kubara, un esponente del governo. Gli alberi del suo parco
languivano anneriti e muti, stagliandosi nel cielo notturno.
Toda varcò la soglia di casa. Era libero, dopo ben due anni e
tredici giorni. La casa era ancora la stessa; il fatto di trovarla uguale
gli diede un profondo sollievo.
Sedette in soggiorno e disse alla moglie: «voglio cambiarmi subito
i vestiti. Fanne un fagotto e mettili a bollire.

16
Non ne posso più dei pidocchi.»
Ikue aiutò il marito a spogliarsi e gli porse uno yukata pulito.
Ebbe un sussulto nel vedere quanto fosse magro. Anche con indosso
la vestaglia, aveva già intuito che doveva aver perso parecchio peso,
ma mai si sarebbe immaginata che fosse in quelle condizioni. Era
pelle e ossa, le gambe sembravano degli stecchini. Solo lo stomaco
sporgeva all'infuori, a causa della pessima alimentazione.
Rimase davvero scossa e si coprì gli occhi con le mani. «Caro,
perché non vai di sopra e ti riposi?»
In quel momento il padre di Ikue entrò in soggiorno.
«Papà, quanti problemi vi ho dato. Grazie, ha avuto cura di tutte le
cose. Adesso comunque sono a casa e sto bene.» Toda salutò
rispettosamente il suocero.
«Va tutto bene... sono tutti salvi. Anzi, sono io che ho approfittato
della vostra ospitalità.» Asciugandosi le lacrime agli occhi, Seiji
Matsui strinse calorosamente le mani di Toda.
La famiglia di Matsui era stata sfrattata dalle autorità e la loro
casa era stata abbattuta per fare spazio a un tagliafuoco. Lui aveva
mandato i familiari alla costa di Shonan, dove sarebbero stati al
sicuro, ed era rimasto per lavorare; si era trasferito dalla figlia che nel
frattempo viveva da sola. Anche la sorella di Toda, Tatsu Yamamura,
si era rifugiata presso di loro con il figlio Kazuo, che all'epoca fre-
quentava le scuole medie: la loro casa era andata a fuoco durante le
incursioni di maggio. La casa solitaria di Shirogane, ora che Toda era
stato rilasciato, sembrava rinata.
«Ikue, il bagno è pronto» disse Matsui alla figlia. La legna da
ardere scarseggiava e probabilmente lui era uscito a cercarne un po'
mentre gli altri erano andati a prendere il genero.
«Papà, faccia lei il bagno per primo» disse Toda.
Matsui scosse la testa con decisione. «Oggi farò il bagno più
tardi.»

17
«No, io voglio andare di sopra per riposare, non mi aspetti,»
Toda salì le scale. Ikue, che lo seguì per aiutarlo poco dopo, lo
trovò inginocchiato, a testa china e assolutamente immobile davanti
all'altare di casa.
Dopo qualche istante Toda alzò lo sguardo e osservò il Gohonzon
da vicino. Le memorie tristi dei due anni passati gli sembravano
lontane, come se si fossero dissolte in un solo momento.
Proprio nello stesso istante egli percepì nettamente la propria
identità autentica. Cominciò a recitare la preghiera serale e Ikue si
unì a lui stringendo tra le mani il juzu; non riusciva però a distogliere
lo sguardo dal collo magro del marito. Ma non era solo il collo
assottigliato; osservandogli la schiena per la prima volta dopo tanto
tempo, aveva l'impressione che l'intero corpo si fosse contratto.
Pregò con grande fervore davanti al Gohonzon affinché il marito
guarisse.
Toda incominciò a recitare il daimoku. Ikue non poté fare a meno
di piangere. Le lacrime le scorrevano abbondantemente lungo le
guance. Per due anni aveva pregato mattina e sera che il marito stesse
bene e fosse rilasciato al più presto. Adesso era lì, davanti al
Gohonzon. Dopo un periodo di difficoltà apparentemente
interminabili, il suo sogno era diventato realtà. Smise di piangere e
unì la sua voce a quella del marito nella recitazione.
Al piano inferiore Kazuo era affamato e faceva confusione. La
sorella di Toda era in cucina, a preparare la cena. Il cibo scarseggiava
e aveva fatto un grosso sforzo per trovarne, anche solo per una sera.
Aveva del sakè, germogli di soia freschi, seppie sotto sale e perfino
un trancio di merluzzo.
Toda fece il bagno in fretta e la cena ebbe inizio, nella mezza luce.
Ikue versò al padre e al marito il sakè. Dopo lungo tempo, in casa
regnava un'atmosfera radiosa.

18
alzò la tazza. Era un sakè da grandi occasioni, il primo che
beveva dopo due anni. Ne bevve un sorso e ripose subito la tazza.
«È amaro!»
Ikue e il padre si scambiarono un'occhiata stupita. Non c'era nulla
che lui apprezzasse più del sakè: Ikue guardò il marito incredula.
«Non può essere andato a male, non è vero?»
Matsui ne assaggiò qualche sorso e scosse la testa con diniego:
«Non sembra male.»
«No, papà, è solo che lui è molto debole, ecco tutto.» Toda
allontanò la tazza. «Bene, è chiaro che non è colpa del sakè.»
Era in condizioni tali da non poter gustare la sua bevanda
preferita.
Ma non si trattava solo della pessima alimentazione; si era rifatto
vivo il suo vecchio nemico, la tubercolosi, e aveva anche problemi di
asma, di cuore e di fegato; inoltre aveva le emorroidi e forti dolori
reumatici. La diarrea, poi, classico sintomo di cattiva alimentazione,
lo tormentava spesso. Era sempre stato miope e la sua vista
peggiorava rapidamente; era ormai quasi cieco da un occhio.
Ma lui non sembrava preoccuparsene. «Questi sono deliziosi»
disse riferendosi ai germogli di soia, e svuotò svelto il piatto.
Era solo l'ombra di un uomo, gravemente malato. Ma in quel
corpo malato ardeva uno spirito indomabile.
Talvolta delle persone che i medici si dichiarano impotenti a
curare riescono a guarire in virtù di un grande sforzo di volontà. La
vita presenta molti misteri inspiegabili, che la scienza non riesce a
interpretare. Sono fenomeni che dimostrano la correttezza di una
visione della vita incentrata sull'inseparabilità di materia e spirito.
Toda raccontò dettagliatamente tutto quello che gli era successo
dopo l'arresto. Le sue descrizioni della vita in carcere

19
rappresentavano un mondo assolutamente staccato dalla vita della
gente comune. La cosa più strana, tuttavia, era che, anche
raccontando di fatti molto spiacevoli, la descrizione era sempre
animata da un certo umorismo.
In qualche caso i parenti scoppiavano a ridere e la casa, che era
rimasta a lungo priva del suono delle risate, echeggiava la vivace
atmosfera.
Nessuna famiglia sfugge al dolore. Ci sono giorni in cui fischia il
vento e giorni in cui cade la pioggia. Alcuni giorni sono tristi e altri
piacevoli. È tutt'altro che facile riuscire a vivere tutta la vita
felicemente.
L'armonia familiare vale molto di più di qualsiasi ricchezza. Gli
uomini di governo che non sono in grado di offrire al popolo le
occasioni per vivere felicemente non sono degni delle responsabilità
che si sono assunti.
Solo quattro giorni prima Toda era stato trasferito dalla prigione
di Sugamo, a Tokyo, al carcere di Toyotama. Nessuno gli aveva dato
spiegazioni. Oggi era stato rilasciato sulla parola. Non riusciva a
darsi ragione del motivo per cui fosse stato liberato in un momento di
simile caos; diceva che forse i tre giorni successivi erano valsi a
scontare i tre anni di condanna che gli rimanevano, secondo il
principio buddista della diminuzione della retribuzione karmica.
«Adesso è tutto a posto. Siamo tutti vivi e siamo insieme. Ikue è
salva, Kyoichi è al sicuro a Ichinoseki e io non ho niente di cui
lamentarmi. Finalmente.»
Toda guardava in viso ognuno dei presenti e annuiva con ampi
movimenti del capo, come se volesse convincere definitivamente se
stesso.
Aveva un solo figlio, Kyoichi, che frequentava la quarta
elementare. Quando erano iniziati i pesanti bombardamenti, i
bambini in età scolare erano stati sfollati nelle campagne. Una sorella
di Toda, che aveva sposato un agricoltore a Ichinoseki, si era offerta
volentieri di tenere il bambino con sé fintanto che il padre fosse
rimasto in carcere.

20
Quando ebbe saputo di questi fatti, Toda scrisse al figlio di dieci anni
dalla prigione.
«Mi hanno detto che ti hanno trasferito a Ichinoseki. Il signore
Kusunoki Masatsura1 subentrò al padre all'età di undici anni. Tu ne
hai già dieci. Per dimostrarti un buon giapponese, devi essere pronto
a viaggiare da solo con dignità. Vivi con forza, nella giustizia... Il
fondamento di ogni disciplina è essere forti, agire con fiducia in sé,
come un uomo. Decidi prima di tutto: "Io sarò forte." Allora sarai in
grado di decidere ciò che occorre.»
«Ancora per un po' non potremo vederci, ma voglio che ciascuno
di noi due faccia una promessa. Al mattino, quando meglio credi,
rivolgiti al Gohonzon e recita cento daimoku. lo farò lo stesso.»
«In questo modo potremo comunicarci i nostri pensieri più
personali senza bisogno di fili. Potremo parlarci e creeremo
un'alleanza tra padre e figlio. Ma possiamo includere nel nostro patto
anche la mamma, il nonno e la nonna, se vuoi. È una decisione che
spetta a te; fammi sapere che cosa hai deciso.»
Con simili parole il padre incoraggiava il bambino dal carcere.
Ogni mattina e ogni sera avrebbe recitato duemila daimoku e poi altri
cento per ogni familiare. Sentiva che la sconfitta del Giappone era
inevitabile e affidò ogni cosa al Dai Gohonzon.
Ovviamente nella sua cella non poteva tenere l'oggetto di culto, né
far uso di candele o di incenso. Radunò alcuni tappi delle bottiglie di
latte e li legò insieme per farne un juzu. La sua battaglia era al di là di
ogni descrizione.
«Dai Gohonzon, accogli la mia vita, quella di mia moglie e di mio
figlio. Ikue, Kyoichi, voi potreste morire per mano di soldati
stranieri. Essi potrebbero usarvi violenza e umiliarvi. Il Daishonin,
tuttavia, vi accoglierà al Picco dell'aquila come la moglie e il figlio di
Toda, un seguace della Legge mistica.»

1
samurai che visse all'epoca delle guerre civili del Giappone(1324-1348). Era il
figlio di Kusunoki Masashige, un noto e leale seguace dell'imperatore.
21
Lui stesso era sull'orlo dell'abisso, ma pregava con una
determinazione inamovibile. L'esperienza misteriosa
dell'illuminazione che aveva vissuto in cella gli dava la piena
certezza che le sue preghiere sarebbero state esaudite.
Adesso finalmente era libero. Da quando era stato rilasciato,
alcune ore prima, aveva parlato senza interruzione, come se
desiderasse esser certo che la sua fosse vera libertà. Non aveva
ancora finito di raccontare la sua storia, ma si era fatto tardi. Ikue era
preoccupata che il marito si stancasse troppo. Kazuo, in una stanza
vicina, si era addormentato. Anche Seiji Matsui e la sorella di Toda
ormai dormivano.
La notte era tranquilla e silenziosa.
All'improvviso, però, il suono lacerante delle sirene di allarme
ruppe la quiete. Era da poco passata la mezzanotte e alcuni tirarono
le tende da oscuramento. La radio informò che centoventi
cacciabombardieri B51 si stavano avvicinando dalla penisola di Boso
insieme a tre B29.
Presto il suono delle sirene si alzò nel cielo notturno. La famiglia
cercò riparo nel rifugio antiaereo, mentre Toda salì da solo al piano
superiore.
Ikue era in preda a una paura strana, qualcosa che non aveva mai
provato in precedenza. Nascosta nel rifugio non poteva fare a meno
di tremare.
Ormai aveva vissuto l'esperienza del bombardamento dozzine di
volte, ma non aveva mai avuto paura. La guerra per lei non contava,
così come la scarsità di cibo e le continue difficoltà che le si
paravano davanti. Accerchiata dai problemi, viveva con una sola
speranza: che suo marito tornasse a casa sano e salvo al più presto.
Per due anni questo pensiero l'aveva tormentata senza sosta, notte e
giorno.
Questa volta la situazione era diversa. Il rilascio di Toda aveva
riempito il suo mondo. Solo pochi istanti prima che squillassero le
sirene lui le aveva detto: «Non preoccuparti

22
più. Adesso sono a casa e tutto andrà per il meglio. Devi cercare
di stare tranquilla.»
Ikue aveva sentito per un attimo che la sua lunga battaglia era
giunta al termine, che lei aveva vinto. In quel momento il suo mondo
interiore si era trasformato, si sentiva ritornata a una condizione di
tranquilla normalità. Ma improvvisamente il grido delle sirene era
risuonato, precipitandola nel terrore.
Le tende per l'oscuramento coprivano le finestre delle stanze al
piano superiore. Toda si inchinò davanti al Gohonzon, la casa
avvolta nel silenzio minaccioso che precedeva l'attacco aereo.
Mise tra le labbra una foglia di sempreverde e staccò il Joju
Gohonzon dal gancio a cui era appeso. Si tolse gli occhiali e osservò
attentamente i singoli ideogrammi, tenendo il rotolo così vicino che
quasi lo sfiorava con la faccia.
«Era proprio così. Nulla di sbagliato. Esattamente come lo vidi
allora...»
Mormorando con un filo di voce, provò una profonda
soddisfazione nel verificare che la cerimonia nell'aria che aveva
visualizzato interiormente durante la prigionia era rappresentata nel
Gohonzon. Si sentì appagato e le lacrime iniziarono a scendergli
lungo le guance. Le sue mani ebbero un fremito; con tutta la sua
energia gridò:
«Gohonzon! Daishonin! Io, Toda, realizzerò kosen rufu!» Sentì
che questa sua determinazione ardeva nell'anima come un oggetto
incandescente. Bruciava suo malgrado, una fiamma che niente
poteva estinguere, il sole eternamente sorgente di kosen rufu.
Dopo qualche istante ripose il Gohonzon nell'altare e si guardò
intorno. Sapeva bene che nessun'altra persona poteva condividere
con lui queste sensazioni e fu preso da un senso di profonda
solitudine. Parlò silenziosamente a se stesso.
«Aspetta, Non essere impaziente. Devi procedere con

23
calma ma a ogni costo, qualunque cosa questo comporti,»
Nella notte fonda, sentì il suono di una campana che annunciava
l'alba nel suo cuore. Nessun altro poteva udirla. Sarebbero passati
anni prima che le vibrazioni di quel suono cominciassero a farsi
sentire dalle altre persone. Eppure l'alba del Giappone venne in quel
momento. La storia futura rivelerà questa verità.
Era ancora buio. L'intero paese appariva nero e tutto intorno a lui
era ugualmente nero. Solo nel suo cuore stava sorgendo la luce del
giorno.
«Più la notte è oscura, più vicina è l'alba» pensò.
Una voce acuta dalla radio comunicò che, dopo aver bombardato
alcune città di Chiba e Ibaraki, la squadriglia di B51 si stava
allontanando verso sud sul mare di Kashima.
Si udì la sirena del cessato allarme.

24
Ricostruzione

Il 3 luglio del 1945, il giorno in cui Toda fu rilasciato, il governo


annunciò un taglio del dieci per cento alle razioni di cibo per la
popolazione. Le fortune del paese si erano esaurite e l'assoluta
mancanza di risorse non poteva più essere nascosta. La razione di
riso standard per un uomo adulto fu ridotta a duecentottanta grammi
al giorno. Inoltre, ogni volta che veniva assegnata una razione di
patate, di patate dolci, di germogli di soia, di torta di fagioli o di
sorgo, l'equivalente veniva sottratto dalla razione di riso.
La popolazione, se fosse stato disponibile del cibo supplementare,
avrebbe anche potuto sostenere la situazione. Il pesce, tuttavia, era
assegnato ogni quattro giorni e raramente era qualcosa di diverso da
una sola sardina.
Il livello medio di calorie scese a milleduecento al giorno a
persona, circa la metà di quello che si era registrato nel periodo
prebellico. In queste condizioni la gente poteva solo cercare di
sopravvivere. La cattiva alimentazione, d'altro canto, non era diffusa
solo nelle prigioni. Le stesse cose succedevano dentro e fuori.
Qualsiasi attività o movimento faceva subito emergere i sintomi della
denutrizione.
Verso la fine della guerra il nemico che più da vicino tormentava
il Giappone era la fame. L'embargo aveva prodotto delle
conseguenze terribili.
La gente sperimentava il graduale esaurimento della forza fisica.
Giorno per giorno gli occhi si infossavano e gli abiti penzolavano sul
corpo, il respiro si faceva affannoso. Non erano solo alcune persone a
soffrire, questa era la condizione del popolo nel suo insieme.
C'è qualcosa di più squallido di persone cui non è rimasto nulla?
Se i loro leader fossero stati saggi, la gente

25
avrebbe forse vissuto una vita più felice. Queste amare sofferenze
non devono essere assolutamente dimenticate.
Il governo, tuttavia, nel mezzo di questa situazione, ancora
reclamava a gran voce "lo scontro decisivo nella madrepatria"
invitando i cittadini a morire con onore piuttosto che arrendersi. Ma
non c'era più nessuno che desse ascolto a queste parole. Il desiderio
di lottare scemava un giorno dopo l'altro.
Nessuno però proponeva piani per volgere il corso della guerra né
per giungere rapidamente all'armistizio. Nel, mese di maggio, con la
resa della Germania, la sconfitta divenne certa.
Tra maggio e agosto la nazione pendette immobile sull'orlo di un
abisso. In quel periodo le città medie e piccole furono bombardate
quotidianamente dall'aviazione americana. L'esercito e la marina
erano ormai incapaci dì reagire. Oltre novanta città furono
bombardate e un terzo dei maggiori centri urbani fu raso al suolo. La
nazione si rivoltava nelle rovine fumanti.
Il governo militare, per predisporre "lo scontro decisivo nella
madrepatria", stava trasformando il paese in un gigantesco
baraccamento. Fra febbraio e maggio l'esercito aveva ostinatamente
costituito quarantacinque nuove divisioni, dislocando tre milioni di
uomini a difesa del paese. Si trattava però di truppe pressoché prive
di armi, senza fucili né baionette.
La marina ormai non disponeva più di navi. Non poteva far altro
che appoggiare le forze di terra con le difese costiere. Già nel 1944
l'ottantacinque per cento degli uomini tra i venti e i quarant'anni era
stato mobilitato; nel '45 la cifra aveva raggiunto il novanta per cento.
A parte i malati e i disabili ogni giovane era stato arruolato. Era
come un'armata di schiavi, il cui unico compito era di scavare buche
e trincee.
Quanti milioni di giovani morirono in quella guerra,

26
giovani che avrebbero potuto vivere per dare forma al futuro?
Quanti milioni di famiglie furono distrutti? L'unica cosa certa è che,
nel profondo del cuore, il popolo disprezzava la stupidità dei leader
che stavano costringendo la nazione a questo sacrificio.
Persino Okinawa, considerata inespugnabile, era crollata davanti
alla superiorità delle forze americane. Attaccata da terra, dal mare e
dall'aria, si trattò solo di una questione di tempo e cadde nel mese di
giugno.
L'intero squadrone suicida fu lanciato al contrattacco e l'isola
divenne un carbone ardente. Morirono più di centomila soldati
giapponesi e circa centocinquantamila abitanti furono annientati
nell'olocausto.
Molti dei caduti erano civili, donne, anziani e fanciulli. Lo scontro
per Okinawa è un elenco di tragedie senza fine, come nel caso delle
studentesse mobilitate nelle "Squadre dei gigli". Ma tutti questi
terribili racconti non erano altro che il preludio dell'ancor più
tremendo "scontro decisivo nella madrepatria" che tutti ormai si
aspettavano.
Il letargo si era impadronito della gente, sia nel corpo sia nello
spirito. Le strade erano invase da un numero crescente di senzatetto,
vittime dei bombardamenti. Questa gente portava in spalla le poche
cose che era riuscita a salvare e vagava senza meta con la famiglia: i
loro visi erano il ritratto della disperazione. Qualche volta, però, si
fermavano e parlavano brevemente con cinica ironia.
«La mia casa è stata distrutta la notte scorsa.»
«Ah, davvero? La mia invece dieci giorni fa. È bruciato tutto
quello che avevo, ah, ah, ah...»
Pulendosi i visi anneriti con luride salviette, parlavano come se la
cosa riguardasse qualcun altro. Se anche il colloquio poteva essere di
qualche sollievo, era comunque qualcosa di ben diverso dalla perdita
del desiderio di combattere. Le fondamenta delle loro esistenze erano
crollate senza rimedio.

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Quale accumulo di dolore li aveva ridotti a quella misera
condizione? Lo "scontro decisivo" non era altro che due parole in
fila. Per il popolo giapponese si stava avvicinando il momento della
resa dei conti.
Mentre la nazione precipitava verso il suo tremendo destino,
Toda dormì nella sua stanza per la prima volta dopo oltre due anni.
Si svegliò d'improvviso al primo chiarore: la finestra era spalancata e
lui giaceva sul letto, inspirando la fresca aria di un mattino d'estate.
Tutto era silenzio e il tempo sembrava si fosse fermato.
La mattina per lui era un momento fondamentale. Non appena si
svegliava, si immergeva indisturbato nelle sue riflessioni,
organizzando in ogni dettaglio i piani del giorno.
Adesso il pensiero dominante era uno solo: ricostruire la Soka
Gakkai. Per far sì che la cosa fosse possibile, era necessario che lui
prima di tutto rimettesse in piedi le sue attività economiche. Non
avrebbe risparmiato il minimo sforzo.
Aveva già saputo durante la detenzione che le sue società erano
fallite, ma non era riuscito a conoscere i dettagli della situazione.
Controllo sulla produzione industriale, reclutamento forzato degli
impiegati, danni di guerra, evacuazioni di massa, in breve la paralisi
dell'economia... ora si trattava di farsi un quadro preciso della
situazione. Toda, per intraprendere la ricostruzione delle sue attività,
aveva bisogno di esaminare le circostanze.
Un uomo che si dedica alla costruzione ha davanti a sé un futuro
radioso. Il fatto che riesca o meno a conquistare i suoi scopi ultimi
dimostra la sua vittoria nella vita. In fondo, è solo l'individuo che
anima gli affari. La sua rivoluzione umana rappresenta la chiave di
volta per il successo. L'andamento dell'attività economica è
determinato dal fatto che lui sia in grado di controllare le situazioni,
piuttosto che esserne schiacciato.
Toda aveva deciso. Sarebbe andato immediatamente a Shibuya,

28
dal suo avvocato, al quale aveva affidato la gestione delle società.
Questo sarebbe stato il primo passo.
Dopo il gongyo del mattino e la prima colazione, chiese alla
moglie di preparargli il vestito.
Ikue era contraria, non voleva che uscisse. Doveva rendersi conto
che la sua debolezza gli impediva di camminare, non avevano forse
impiegato due ore per tornare a casa la sera prima? Ora, con questo
caldo, dove voleva andare? E perché proprio oggi, non poteva far
venire l'avvocato a casa?
Per cercare di trattenerlo si dimostrò tenace, elencò una
interminabile serie di ragioni. Toda però era ancora più caparbio.
«No, devo andare; smettila di preoccuparti, sto bene! Lui ha tutti i
miei incartamenti e se anche gli chiedessi di venire qua, la cosa
sarebbe inutile. Devo andare là io e analizzare la situazione,
altrimenti non potrò far nulla. Per favore, portami il vestito di lino!»
Fiutando aria di tempesta tra i due, il suocero, Matsui, accennò un
sorriso.
«Sarebbe meglio che tu andassi con lui, Ikue. Potete camminare
piano piano e riposarvi se occorre, vero?»
«Ah, ah, papà, Ikue è diventata alquanto indipendente, non è
vero?» disse Toda.
«Dovevo per forza, sono diventata una donna schierata sul fronte
interno, in questi due anni.»
Toda rise ancora più forte. «Già, sul fronte interno; solo che io,
invece di andare in guerra, sono andato in galera.»
Indossando l'abito, Toda rimase sorpreso. Gli penzolava addosso,
come se lo avesse preso a prestito da qualcuno ben più robusto di lui.
Il cappello di paglia gli calava sugli occhi: forse era a causa dei
capelli corti, ma sembrava quasi che anche la testa fosse dimagrita.
Preoccupata per il caldo, Ikue prese anche un altro cappello

29
più protettivo. Sulla fascia interna era cresciuta della muffa, che
lei pulì con un gesto deciso.
Finiti con qualche sforzo i preparativi, Toda si recò in anticamera,
per mettersi le scarpe. «Oh, no!»
Anche le scarpe erano larghe, ma erano l'unico paio rimasto. Ikue
si inginocchiò e strinse con forza i lacci. «Bene, ci siamo» disse Toda
con nonchalance. «In fondo, non devo mica correre.»
Usciva per la prima volta dopo parecchio tempo. Si sentiva
esaltato, come uno scolaro in gita.
Vedendolo camminare, tuttavia, sembrava più che altro un malato
che faceva una passeggiatina: avanzava lentamente, un piede dopo
l'altro, con l'aiuto di un bastone. Ikue, che lo seguiva da presso
indossando dei calzoni sformati, sembrava la sua infermiera.
Camminavano in mezzo alle rovine, quasi fossero all'inferno.
Così Toda iniziò la sua battaglia per la ricostruzione, il giorno
seguente il suo rilascio. Non attese nemmeno un giorno.
Toda era veramente malato, ma non se ne curava, sostenuto
com'era dall'energia che sentiva scaturire dalla sua vita. Un uomo
animato da un grande obiettivo è sempre in grado di indirizzare al
meglio tutta la sua forza vitale. Nessuno comunque poteva ancora
sapere della sua battaglia.
L'avvocato di Shibuya, che si era assunto l'onere della gestione,
cominciò a spiegare, uno per uno, i rendiconti delle diciassette
società. Era ben altro che una semplice interruzione delle attività
causate dalla guerra. Le aziende erano state praticamente ridotte a dei
fantasmi.
Con uno sguardo molto serio l'avvocato disse: «Mi dispiace
molto, ma chi potrebbe porre rimedio al dissesto del paese? Credimi,
vorrei aiutarti davvero, ma credo che non ci sia nulla da fare.»
«Ho capito. Tirando le somme, qual è la situazione?»

30
Toda desiderava arrivare rapidamente alla conclusione.
Perché lasciarsi trascinare nel racconto dei disastri della nazione?
Non aveva bisogno di argomenti evasivi, voleva soltanto conoscere
le cifre.
L'avvocato porse il malloppo di carte a un impiegato e gli disse di
calcolare i totali. L'uomo, operando rapidamente con un abaco,
scrisse il risultato su un foglietto e lo porse al suo principale. Questi
lo fissò per un attimo in silenzio, poi lo passò a Toda, che si sfilò gli
occhiali e avvicinò il foglio al viso. .
Il bilancio indicava due milioni e alcune centinaia di migliaia di
yen.
«È in rosso o in nero?»
«In rosso» rispose l'avvocato.
Toda mormorò qualcosa tra sé, pensando al debito di oltre due
milioni e mezzo. Ikue, al suo fianco, era sbiancata in volto.
Questo dunque era il risultato di due anni di paralisi economica,
causati da una prigionia ingiusta. Nessuna delle società poteva essere
salvata.
Tornò a casa sotto il sole cocente, ardendo lui stesso di rabbia.
Sapeva che, per affrontare la ricostruzione, doveva riuscire a mettere
in piedi qualcosa di nuovo. Non aveva denaro e non sarebbe riuscito
a ottenere nessun finanziamento. Nessuno lavorava più per lui e non
vedeva neanche quale attività potesse risollevarlo. Fu costretto ad
ammettere che, con un simile debito, in pratica aveva subito un colpo
mortale.
Facendo un raffronto con i valori di oggi, il debito contratto da
Toda sarebbe pari a circa trecento milioni di yen. [N.d.r.: la cifra è
riferita al 1960; il valore odierno sarebbe ancora più elevato.]
Toda parlò alla moglie con calore: «Non ti devi preoccupare;
fintanto che io sono qui con te non ti devi preoccupare.» Ikue lo
seguiva da vicino con la testa china.

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La situazione era veramente senza speranza, non aveva alcun
progetto concreto. Nel suo cuore, però, sentiva una profonda fiducia
che nessuno avrebbe capito.
Gli occhi di Ikue erano bagnati di lacrime. Il suo unico pensiero
era la salute del marito; lo guardò e disse: «Stai bene, caro? Forse
dovresti riposare un po'.»
«La mia salute non può andare peggio di così. Va tutto bene, stai
tranquilla.» Parlò con voce sicura, puntando il bastone al suolo con
forza.
La strada era affollata, c'erano molte persone che vagavano senza
meta in condizioni pietose. Come i Toda, ognuno aveva le proprie
sofferenze, chi maggiori, chi minori.
Si aveva come l'impressione che la città si fosse contratta. Dalla
pensilina della stazione di Shibuya, guardando verso Yoyogi, il viale
Dozengaka e la zona di Daikanyama sembravano vicinissimi.
Mentre giungevano a casa, cominciarono a suonare le sirene. La
radio riferì di una incursione dal mare di Kashima, una formazione di
cento B51 e due B29. Erano circa le undici e il bombardamento di
alcuni campi di aviazione a Ibaraki, Tochigi e Chiba proseguì fino a
mezzogiorno.
Il 5 luglio Toda rimase a casa tutto il giorno. Era assolutamente
spossato e rimase disteso a letto, asciugandosi di frequente il sudore
su tutto il corpo; la sua mente era completamente assorta in profonde
riflessioni.
Alcuni impiegati e altre persone, che in passato avevano lavorato
con lui, venivano a fargli visita, da soli o in coppia. Nessuno, però,
era persona di cui ci si potesse fidare: tutti si aspettavano che Toda
facesse qualcosa per loro. Sembrava proprio che brancolassero nel
buio.
Stringendo a sé un cuscino, Toda rimase a riflettere in solitudine
fino a mezzanotte, finché non fu veramente esausto. Questo era il suo
modo di meditare.
All'improvviso ebbe un'idea: perché non tentare con l'istruzione
per corrispondenza?

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Ciò che conta, negli affari, è la capacità di decidere, unita alla
saggezza e alla fiducia degli altri.
Il primo di marzo il governo aveva emanato un proclama di
emergenza per la pubblica istruzione, ordinando che le scuole
sospendessero le lezioni per un anno.
A Tokyo ormai non c'era più un solo scolaro. Erano stati sfollati
tutti nelle campagne, presso i parenti o presso altre persone che li
potessero ospitare. Gli studenti di scuola superiore non avevano la
possibilità di studiare, dato che erano stati precettati per lavorare
nelle fabbriche. Toda però sapeva che i giovani, come dei piccoli
germogli, conservavano la loro insaziabile sete di conoscenza. Era
convinto del fatto che, qualunque disastro la guerra potesse
provocare, inclusa la sconfitta del paese, i giovani innocenti
avrebbero continuato a cercare il sapere, quasi desiderassero aprire i
loro cuori al calore del sole.
Provava un grande affetto per queste giovani vite affamate di
conoscenza. Le avrebbe aiutate, ma in quei giorni non c'era altra via
che l'istruzione per corrispondenza.
In un istante l'idea cominciò a prendere forma.
Non avrebbe avuto bisogno di un vero e proprio staff; avrebbe
potuto scrivere i libri di testo lui stesso. I veri problemi da superare
erano il capitale iniziale e la decisione su quale fosse il momento
opportuno per avviare i corsi.
Il piano cominciò a essere definito nei dettagli. Come avrebbe
fatto a procurarsi il denaro? D'un tratto gli venne in mente una cosa
che gli aveva accennato con un sorriso l'avvocato di Shibuya.
«Queste sono le polizze contro l'incendio, è tutto ciò che ti resta. È
probabile che tu riesca a ottenere almeno un risarcimento parziale,
come accadde al tempo del grande terremoto del Kanto. Non subito,
certo, ma presto o tardi vedrai che il governo ti tenderà la mano.
Queste carte sono la tua ultima spiaggia, ah, ah!»
Sul momento non aveva prestato attenzione alla cosa,

33
ma ora la situazione era cambiata. Gran parte degli edifici in cui
avevano sede le sue società erano andati distrutti a causa degli
incendi. Nel complesso erano assicurati per alcune centinaia di
migliaia di yen. Le compagnie di assicurazione non erano obbligate a
rifondere i danni causati dalla guerra, ma il governo avrebbe pur fatto
qualcosa per i tre milioni di case bombardate in tutto il paese.
Dopo il terremoto del Kanto, le compagnie giapponesi avevano
sostenuto di non essere tenute a rispondere per gli incendi, ma le
società estere avevano pagato tutti i danni: l'opinione pubblica era
andata in tumulto. Di conseguenza il governo aveva decretato che le
compagnie di assicurazione rifondessero almeno in parte i danni.
Toda sentiva che prima o poi quelle polizze gli avrebbero
assicurato un qualche capitale. Decise quindi di discutere la
questione con un suo vecchio amico, Kiyoshi Ozawa, per cercare di
mettere in moto il suo progetto.
Una persona che coltiva la propria ingegnosità non si troverà mai
in stallo. Giunto a questa convinzione, Toda cadde in un sonno
profondo.
C'è mai stato qualcuno che abbia realizzato un proprio obiettivo
senza entusiasmo? No di certo. Toda era impaziente di ricostruire la
Soka Gakkai e, per far ciò, affrontò prima di tutto il problema della
sua attività economica.
Il giorno 6, nel pomeriggio, dopo aver avuto le polizze
dall'avvocato, uscì, per far visita al suo amico Ozawa, accompagnato
da Ikue. La giornata era afosa e coperta.
I due presero il treno per Suidobashi e successivamente il tram che
li portò a Yachiyo-cho. Era un bel po' di tempo che non tornavano da
quelle parti; i quartieri a loro così familiari non erano stati colpiti da
incendi e bombardamenti. Lasciata l'arteria principale, si
avvicinarono a Shinsaka. Toda non aveva mai fatto caso a quanto
fosse ripida la collina che adesso aveva davanti. Pensò per un attimo
di aver sbagliato strada.

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La fatica che fece per salire lo riportò col pensiero alla sua
condizione attuale. Camminava cinque metri e faceva una sosta, poi
riprendeva, più lentamente. La collina sembrava terribilmente ripida.
Finalmente giunse oltre la metà: il cielo si era liberato delle nubi e il
calore del sole estivo lo colpiva impietosamente. Era completamente
fradicio di sudore e Ikue lo seguiva, incapace di aiutarlo.
"È troppo per lui. È malato... che stupida che sono, non dovevo
lasciarlo uscire!"
Si rimproverava severamente e cercava di frapporsi fra il marito e
i raggi del sole, per fargli un po' d'ombra. Toda era pallido e Ikue
recitava daimoku silenziosamente.
Per un attimo sembrò incapace di proseguire. Poi riprese colore, si
asciugò il sudore che gli colava sul viso e si mosse con un gesto
deciso, poggiandosi energicamente sul bastone.
«Siamo quasi arrivati. Che caldo!»
Il pendio continuava. Ikue lo seguiva, come se volesse sostenerlo.
In cima alla collina voltarono a sinistra. La villa di Ozawa infatti era
da quella parte, una splendida casa cinta da una siepe ornamentale.
In precedenza avevano telefonato all'amico, che ora li aspettava.
Quando Toda suonò la campana al cancello, la moglie di Ozawa si
affrettò ad aprire, introducendoli in un ampio soggiorno dall'alto
soffitto, che guardava sul giardino. Lo stagno era asciutto, ma le
pietre del giardino erano state bagnate. La terrazza era pavimentata
con delle enormi lastre, grandi ciascuna come due tatami. Nulla era
cambiato.
I due amici parlarono nello stesso momento.
«Ehi!»
«Benone!»
«Sei così magro!»
«Ci ho pensato, sai. Credo che nessuno esca di prigione
ingrassato.»

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Ozawa fissò per un attimo l'aspetto fragile dell'amico.
«Stai bene?»
«Si, si. Devo star bene per forza, per salire quassù, ah, ah, ah...»
Sicuri entrambi del fatto che stavano bene, cominciarono a ridere.
L'amicizia è forte. Alcuni dicono che un vero amico sia meglio di
cento parenti. Ci sono tuttavia amicizie legate alla vita sociale e
amicizie basate sul Buddismo. Quelle del primo tipo possono
sembrare solide, ma in realtà non sono legami profondi. Davanti a
momenti duri o a situazioni in cui viene messo in gioco l'interesse
individuale, le persone tendono a distaccarsi. Talvolta questo tipo di
amicizia si trasforma in gelosia insanabile.
Al contrario, dei compagni che condividono la stessa fede e
vivono per un comune obiettivo si proteggono e si incoraggiano a
vicenda, anche a costo della vita.
L'amicizia di Toda con Ozawa, comunque non aveva nulla a che
vedere con la fede.
Ozawa era molto felice che Toda fosse stato rilasciato; non era la
gioia di un compagno di fede, ma semplicemente la soddisfazione di
un vecchio amico.
I due cominciarono a parlare come dei ragazzi. Toda, a causa della
prigionia, non aveva alcun sentore del clima politico. L'amico,
invece, aveva una certa familiarità con la politica di quegli anni.
Avendo collaborato con una frangia del governo militare, si era
persino impegnato in una trattativa di pace, senza ottenere l'esito
sperato. In ogni caso conosceva le opinioni dei leader politici.
Toda gli prestò ascolto, annuendo via via che il racconto
proseguiva. A un tratto chiese schietto: «Quando finirà?»
«Non saprei. Bisogna considerare anche gli americani e noi, dal
canto nostro, dobbiamo riuscire a unificare l'opinione pubblica.»
Mentre parlava Ozawa si torceva lentamente un baffo.

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«Una morte lenta? È questa la mia malattia,»
Ozawa rise: «Impaziente come al solito, eh?»
«È vero, ma ho un progetto per la mente.»
«Sarebbe meglio che tu aspettassi un po'. Sei mesi, diciamo, o un
anno»
«Così tanto?»
«Non prendertela con me, non è colpa mia.»
Risero entrambi.
«In ogni caso, riguardo al mio progetto...»
Toda raccontò a Ozawa del fallimento delle varie società e gli
descrisse il piano relativo alla scuola per corrispondenza. Si fece
passare dalla moglie le polizze e, offrendole come garanzia, chiese
un prestito di diecimila yen.
«Perché no?» Ozawa annuì e andò nello studio per prendere il
libretto degli assegni. Con la penna in mano guardò i dati del
bilancio.
«Ah, è un vero guaio.» Scosse la testa. «Guarda, mi dispiace
molto, potrebbe bastarti la metà?»
Sarebbe stato un disastro, pensò Toda in un baleno.
Cinquemila yen non sarebbero bastati. Rifletté per un po' e non
rispose. Guardò Ozawa in viso, che lo fissava corrucciato.
«Va bene, troverò il resto in qualche modo»
«Mi dispiace davvero.»
Ozawa compilò l'assegno e vi appose il sigillo. «Grazie.» Toda lo
prese e lo porse alla moglie.
La loro amicizia durava da venticinque anni. Si erano conosciuti
nel 1920, in un corso serale della Scuola Superiore Kaisei. Toda era
arrivato a Tokyo dall'Hokkaido nel marzo precedente e Ozawa in
aprile da Yamagata. Il secondo era più giovane di un anno e tre mesi.
Si erano iscritti entrambi al terzo corso serale per prepararsi all'esame
di licenza superiore. Il loro comune desiderio era di proseguire gli
studi. Al tempo, se anche avessero finito

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i quattro anni di superiori grazie ai corsi serali, non sarebbero stati in
grado di iscriversi ai livelli successivi senza superare gli esami.
Parlare di genio è un altro modo per definire lo sforzo. Come può
un uomo diventare veramente capace senza sforzarsi?
In base ai requisiti per l'ammissione ai livelli superiori, i giovani
dovevano superare degli esami su tutte le materie che venivano
insegnate nelle scuole medie secondo i programmi in vigore nel
periodo prebellico. Ora, sia Toda che Ozawa erano autodidatti ed era
necessario che colmassero le lacune della loro preparazione. Per la
prima volta Toda iniziò a studiare l'inglese in modo regolare.
Per una strana ragione, fra tutti i compagni di classe, Toda e
Ozawa divennero amici. Il primo era alto, il secondo più basso; la
vista dei due amici che camminavano insieme suscitava una certa
ilarità. La personalità di Toda, franca e amichevole, attirava tutti i
compagni di studio; nessuno era capace quanto lui di coinvolgere gli
altri nelle discussioni sulla vita e sulle questioni di ogni giorno.
Ozawa, rigido e un po' conservatore, si assumeva il ruolo di
protettore del gruppo. Toda e l'amico erano i più anziani della classe
e gli altri compagni erano quasi dei bambini al loro confronto. In
realtà i due si trovarono subito alleati, come due amici che si
sarebbero sempre capiti.
Toda aveva superato in Hokkaido gli esami di abilitazione
all'insegnamento e aveva già avuto un'esperienza nella scuola
elementare di Mayachi a Yubari. La sua ambizione lo attirò a Tokyo
e gli diede il coraggio di affrontare con spavalderia i corsi serali.
Coltivava il sogno di diventare un grande uomo d'affari. Ozawa
invece aveva intenzione di diventare avvocato, professione che per
lui rappresentava il primo passo per intraprendere la carriera politica.
Spinti dalle loro grandi ambizioni, i due fecero rapidi progressi.

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Toda non aveva rivali in matematica e in lingua giapponese. Se gli
capitava di affrontare qualche ostacolo in inglese, cercava di
avvicinare qualche studente delle scuole più illustri o qualche
universitario e chiedeva loro aiuto, anche in autobus. Se si scontrava
con un problema matematico insolubile, si recava alla Kenshu
Gakkan, una celebre scuola preparatoria, e si infilava in una classe di
matematica sul finire della lezione. Usciti gli studenti, saliva senza
timore alla cattedra e poneva il suo problema al professore. Questi,
pensando di aver a che fare con uno degli allievi più brillanti, cercava
di risolvere la questione. Questo caso si verificò più volte, ma Toda
non fu mai scoperto. Fece davvero dei grandi progressi. La sua era
un'arte di vivere unica nel suo genere.
Ozawa era sbalordito dal comportamento dell'amico; spesso gli
faceva visita e ogni volta rimaneva impressionato dalla nobiltà del
suo carattere.
Nell'estate del 1920, lo stesso anno in cui era giunto
dall'Hokkaido, Toda incontrò colui che sarebbe diventato il suo
maestro per la vita, Tsunesaburo Makiguchi. Quest'ultimo all'epoca
era direttore della scuola elementare di Nishimachi e, grazie al suo
interessamento, Toda fu assunto come insegnante.
Il fatto di incontrare un maestro di vita è la più grande gioia per
una persona. Vivere senza un maestro, per contro, è la peggiore delle
sfortune. Non conta quanto un uomo sia famoso o abbia successo, se
non ha un maestro è destinato alla solitudine. Toda scelse il proprio
maestro e lo seguì, mentre Ozawa non fece la stessa cosa. Da quel
momento le loro vite presero due strade del tutto diverse. È possibile
che quella scelta rappresenti la differenza tra una persona ordinaria e
un grande uomo?
Toda proseguì gli studi serali. Il giovane maestro elementare
viveva in una modesta pensione di Kanda con altri sette o otto
compagni, che si preparavano da sé i pasti.

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Ozawa, alla vista di questo disordinato Ryozanpaku2, era davvero
sconcertato.
Tutti i compagni di stanza di Toda venivano dall'Hokkaido e
studiavano affrontando grosse difficoltà. Qualcuno distribuiva i
giornali o portava il risciò. Altri invece erano senza lavoro. Erano
tutti poveri, persino più poveri di Toda. Ozawa non riusciva a darsi
ragione del perché Toda si sobbarcasse l'onere di vivere con questi
compagni. Una sera non poté fare a meno di chiederglielo.
«Per il momento devo restare. Se me ne andassi, finirebbero tutti
in strada; il mio salario attuale è di cinquantacinque yen al mese. Ne
spendo cinque per me e il resto serve ad aiutare loro. Ci vorrà un po'
di pazienza, presto dovrebbero essere in grado di stare in piedi da
soli. Ma per adesso hanno bisogno di me.»
Confuso, Ozawa non riuscì a dire una parola. Toda parlava come
se la cosa non gli pesasse affatto e lui, tornando a casa, provò a
mettersi nei panni dell'amico: "lo non potrei farlo. Se fosse per me,
non potrei fare quello che sta facendo Toda."
Nessuno è in grado di prevedere il futuro di un uomo.
Nessuno può descrivere il destino favorevole o avverso che lo
attende.
Spronati dalle loro ambizioni, i due amici seguirono ciascuno la
propria strada.
Nel 1922 superarono entrambi gli esami dell'ultimo anno: Ozawa
si iscrisse alla facoltà di legge dell'Università del Giappone e superò
l'ammissione l'anno seguente. Passato qualche anno fece ritorno alla
sua città natale e, dopo essersi sposato con una ragazza di buona
famiglia, intraprese la carriera legale.
Toda rimase al fianco del suo maestro. Quando Makiguchi fu
trasferito d'ufficio dalla scuola di Nishimachi a quella sperimentale di
Mikawa, in un quartiere malfamato, Toda lo seguì. Successivamente
Makiguchi fu trasferito ancora,questa volta alla scuola di Shirogane;

2
il rifugio di montagna di un gruppo di cavalieri banditi, che viene citato nel
classico cinese L'argine del fiume, Suiko den nella versione giapponese.
40
Toda allora si dimise e fondò la sua scuola privata, la Jisshu Gakkan.
Era il 1923.
Ormai le strade dei due amici si erano completamente divise, ma
il loro legame rimase intatto.
Con gli anni Ozawa tornò a Tokyo e stabilì una saldo punto
d'appoggio per la sua carriera. Una serie di disgrazie invece
attendeva la vita di Toda. Egli aveva appena istituito la scuola privata
quando, nel giro di breve tempo, gli morirono prima la figlia in fasce
e poi la moglie. Lui aveva contratto la tubercolosi e spesso perdeva
sangue tossendo. Era disperato. Né lui né Makiguchi ancora avevano
sentito parlare del Buddismo di Nichiren Daishonin e Toda,
riflettendo sulla sua situazione, non trovava nessuna via d'uscita.
Tuttavia, non importa quanto cadesse in basso, Toda riusciva
sempre a risalire e, prima che qualcuno se ne accorgesse, già volava
di nuovo alto nel cielo. Osservando questi alti e bassi, Ozawa e altri
amici comuni lo paragonarono a un'allodola. In un certo senso era
uno stile di vita pieno di emozioni.
«Sei come un'allodola. Ogni volta che pensiamo che tu sia
nascosto in qualche cespuglio, mostri la testa all'improvviso e, prima
che possiamo reagire, stai già volando dove nessuno ti può seguire.
Poi ti osserviamo pieni di meraviglia, ma tu sei già di nuovo nascosto
da qualche parte.»
Ozawa glielo disse varie volte.
«La vita dell'allodola, eh? È un vero supplizio, credimi! Ah, ah,
ah... »
Ora, appena uscito di prigione, Toda era fisicamente a terra,
sembrava quasi a un passo dalla tomba. Per di più la sua situazione
economica era un disastro. Vedendo questo amico della sfortuna
davanti a sé, Ozawa stentava a credere che sarebbe riuscito a volare
ancora.
Le circostanze erano del tutto diverse; data la situazione

41
ne era già tanto riuscire a seguire le sorti della nazione giorno per
giorno. Difficoltà sempre nuove si paravano davanti agli occhi.
Fino a ora la casa di Ozawa era scampata ai bombardamenti e,
nonostante la guerra, lui aveva avuto una certa fortuna. Ma chi
avrebbe potuto prefigurare il domani? In qualsiasi momento sarebbe
potuto finire tra le schiere dei senzatetto. D'altro canto non poteva
fare a meno di considerare che Toda era stato condannato per
tradimento in base alla legge sull'ordine pubblico. Riguardo alla
situazione generale, pensava che fosse meglio stare alla larga da
questo tipo di amici. La sua prospettiva riguardo al suo amico
'allodola' non poteva che essere pessimistica.
Tutte le persone sono dotate di un cuore puro in gioventù e le
amicizie sono sincere. Ma col passare degli anni, ognuno diventa
egoista e calcolatore. Ozawa stesso, imparando a muoversi nel
mondo, aveva sviluppato questi aspetti del carattere. In ultima analisi
non era altro che un amico ordinario e qualcuno potrebbe ritenere
giusto il suo atteggiamento. L'amicizia però per Toda rappresentava
tutt'altro e trascendeva ogni questione relativa al potere e alla
ricchezza. Era al di là di quanto Ozawa potesse capire.
L'amicizia di persone che lottano e muoiono per la stessa causa è
cosa veramente rara. Se tutti potessero essere amici come Rossi e
Bruno, i protagonisti del romanzo La città eterna, di Thomas Henry
Hall Caine! Essi, sul punto di morte, rifiutano assolutamente di
tradire i loro compagni.
Toda esclamò: «In ogni caso io credo nel Sutra del Loto.»
Ozawa prese la cosa con leggerezza. "Così è tanto stupido da
insistere nella sua fede pazza" pensò. Sarebbero occorsi ancora dieci
anni perché si rendesse conto del significato della determinazione di
Toda.
Spesso viene citato un proverbio: "Giudica le persone

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dai loro amici". Un vero compagno è colui al quale è possibile
aprire il proprio cuore. Toda desiderava tanto svelare tutto se stesso
al vecchio amico, ma conoscendolo profondamente, doveva
ammettere che costui non aveva niente a che vedere con l'attività di
kosen rufu cui si sarebbe presto dedicato. Se anche gliene avesse
parlato, Ozawa non sarebbe stato in grado di capire. La forza della
loro amicizia più che ventennale lo trattenne. Davanti alla sua
missione, Toda si sentiva completamente isolato.
Cambiò argomento e cominciò a raccontare le esperienze del
carcere, con un tono a metà fra l'umoristico e il commovente.
«…uno degli effetti del carcere è che adesso leggo con facilità il
Sutra del Loto. Riesco a capire la grammatica cinese, ma ti sembrerà
una cosa strana»
«Eh, devi aver studiato parecchio» rispose Ozawa con tono un po'
forzato. Toda negò la cosa con un gesto della mano.
«Non si tratta di studiare. Non è possibile capire il Sutra del Loto
solo attraverso lo studio. Come posso spiegarmi? Forse la ragione è
che ho dovuto affrontare una persecuzione... Beh, in ogni caso, da
quando ho afferrato il senso ultimo del sutra, riesco a leggerlo senza
difficoltà. È incredibile...»
Nell'ultimo capitolo del Sutra del Loto, intitolato Kambotsu bon,
si legge questo passo: "Se vi è una persona che abbraccia questo
sutra... se anche dovesse dimenticare una parola o una frase, io glielo
insegnerò, lo reciterò insieme a lui e lo metterò in grado di capirne il
significato e di trarne beneficio."
Sulle prime Toda aveva trovato questo brano incomprensibile, ma
adesso ne intendeva il significato.
Ozawa, dal canto suo, non poteva certo immaginare la sua
magnifica esperienza.
«Adesso ho capito; so che cosa devo fare e prima di

43
morire lo farò. Per favore, tienimi d'occhio.»
A quel punto Ozawa sentì un lampo attraversargli la mente. "Toda
è veramente cambiato" pensò. Ne aveva la netta sensazione, ma non
riusciva a capire che cosa fosse successo.
Nel dopoguerra Ozawa si candidò al Parlamento e fu eletto nel
distretto di Yamagata: il sogno della gioventù era diventato realtà.
Non fu però rieletto alla tornata successiva, anzi, fu accusato di
violazione delle leggi elettorali. Nella sua vita si aprì una profonda
incrinatura, cui non era in grado di far fronte da solo. Da quel
momento la sfortuna cominciò a perseguitarlo.
Toda invece, a quell'epoca, aveva già superato le sue difficoltà
economiche e aveva ripreso a volare alto nel cielo, cantando come
l'allodola. Ozawa, che attraversava una profonda crisi, chiese più
volte il suo aiuto. Toda ribadiva ogni volta che non disponeva di
grosse somme di denaro, ma poi si sforzava di soddisfare i bisogni
dell'amico. Non lesinò neppure una volta il suo aiuto.
L'indebitamento di Ozawa raggiunse le decine di milioni di yen e
Toda fu persino costretto a umiliarsi davanti ai propri dipendenti per
venire incontro al suo vecchio compagno di studi.
Ozawa era profondamente commosso. Sentiva che Toda, che
aveva una concezione dell'amicizia veramente unica, lo avrebbe
protetto anche se lui avesse commesso un omicidio. In ogni caso,
grazie alla forza di quel legame, riuscì a superare le sue difficoltà e
continuò a esprimere la sua profonda gratitudine per Toda fino alla
morte di quest'ultimo.
Luglio si trascinava come una prolungata agonia. I
bombardamenti si susseguivano giorno e notte.
Gli americani conquistarono Okinawa e le Marianne: i campi di
aviazione spuntavano dalla sera alla mattina. Furono dislocati nel
Pacifico oltre duemila B29 e altri aerei da combattimento. L'esercito
alleato aveva ormai il completo

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controllo dei cieli e avrebbe potuto lanciare un attacco all'arcipelago
del Giappone in qualsiasi momento.
Il governo continuava a invitare il popolo a combattere a costo
della vita, ma il Giappone, ormai privo delle sue forze armate, in
realtà non era in grado di muovere un passo.
La flotta americana costeggiava provocatoriamente le isole
maggiori. Il 10 luglio ottocento B51, lanciati dalle portaerei, si
scagliarono ripetutamente sull'intera regione del Kanto. Il 14
bombardarono i dintorni di Kamaishi, nella zona di Sanriku. Lo
stesso giorno trecento caccia e venti B29 attaccarono le città di
Hakodate, Muroran, Obihiro e Kushiro in Hokkaido. Il 18 luglio la
flotta statunitense colpì le coste di Ibaragi e cinquecento aerei
bombardarono il Kanto. Il 24 si verificò un attacco aeronavale che
ebbe come teatro l'area occidentale del Giappone; il 25 cinque
squadroni aerei lanciarono un attacco a Capo Shionomi.
La popolazione, vedendo la debole resistenza opposta dalle forze
armate imperiali, cominciava a nutrire la certezza della sconfitta.
Nel pieno di questa situazione, Toda affrettava i preparativi per la
sua nuova attività. Era tormentato dai postumi della denutrizione e le
giornate estive portavano un caldo insopportabile. La diarrea cronica
non avrebbe più smesso di torturarlo. Aveva lo stomaco dilatato,
braccia e gambe erano come degli stecchini. Non di meno, vestito
con l'abito che usava per lavorare, si muoveva avanti e indietro per le
strade della città in rovina, sfruttando al meglio il suo bastone da
passeggio.
A fronte di diverse difficoltà, cominciò a occuparsi delle forniture
di carta, della tipografia e dei locali per l'ufficio. Come unico
problema rimaneva la scelta del momento più opportuno per avviare
l'iniziativa. Era una decisione che dipendeva dalla dichiarazione del
cessate il fuoco.
Nulla conta più della scelta del tempo. Un attacco lanciato

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da un milione di uomini può risultare inutile se il momento non è
quello giusto. Sia nell'ambito degli affari che per quanto riguarda la
vita di ciascuno, gli errori nella scelta del momento più adatto
possono portare alla sconfitta. La cosa più importante per Toda era
riuscire a sapere quando la guerra sarebbe finita.
Toda un giorno decise di sentire una sua vecchia conoscenza, un
anziano uomo politico che si chiamava Kazuo Kojima.
La sua carriera politica, come consigliere di Tsuyoshi Inugai3,
aveva abbracciato il regno di tre imperatori. Ormai non era più attivo,
ma ogni volta che si verificava un rimpasto di governo, egli veniva
sempre additato dalla stampa come colui che tirava i fili della
situazione.
Nel maggio 1946 Ichiro Hatoyama, presidente del partito liberale,
fu estromesso mentre stava cercando di formare un governo. La
scelta del successore finì per cadere su Shigeru Yoshida, ma sulle
prime erano stati candidati Tsuneo Matsudaira e Kazuo Kojima. Da
questo possiamo comprendere l'influenza che quest'ultimo, da dietro
le quinte, continuava a esercitare.
Toda quel giorno fu accolto nel salotto dell'uomo politico. Kojima
era impegnato in una partita di go e stava studiando la tattica da
applicare nella disposizione delle pietre. Ormai era indifferente a
tutto tranne che alla politica e al go.
Toda attendeva in silenzio. Ogni tanto, come colto
dall'ispirazione, Kojima muoveva una pietra sul piano di gioco e,
completamente assorto, confrontava la mossa con un libro di
strategia. Le persone si erano sempre sentite a disagio davanti a
quest'uomo così poco socievole. Toda stesso, infastidito dal
comportamento inelegante, non riusciva a capire per quanto tempo
ancora avrebbe dovuto attendere. Ebbe però una smorfia maliziosa:
aveva avuto un'idea.
«Signor Kojima!» disse a voce alta, «ho sentito dire che lei non è
un grande giocatore di go»

3
il ventinovesimo premier del Giappone, assassinato da una frangia militarista
reazionaria a causa delle sue posizioni progressiste.
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«Che cosa?...» Furono le sue prime parole, e nello stesso
momento si volse verso Toda. Questi, sfruttando il vantaggio
acquisito, chiese: «Di che considerazione gode la sua esperienza di
gioco tra i politici?»
«Non lo sa?»
«No, mi dica.»
«Sono tra i migliori!» Kojima gli rivolse uno sguardo penetrante e
tornò a fissare il tavolo con un sorriso.
«Invece dicono che lei non è poi tanto forte.»
«Non necessariamente.»
Kojima scoppiò in una risata e spazzò con un gesto il tavolo da
gioco. Doveva aver saputo che Toda era stato arrestato e condannato,
ma non lo diede a vedere. Inspirò il fumo della sigaretta e osservò
attentamente il corpo emaciato di Toda, senza fare domande. Non è
che volesse essere freddo nei suoi confronti; piuttosto, era come se
fosse costretto ad ammettere che la sua influenza, in presenza di un
regime militare fanatico, era ridotta all'osso.
Si verifica spesso il fatto che, nelle situazioni difficili, le persone
capaci e dotate di nobile carattere vengano disprezzate. Talvolta
viene loro imposto il marchio di traditori, in altre occasioni viene
criticata la loro mancanza di coraggio. Un uomo veramente grande è
colui che, senza riguardo per i mutamenti dei tempi, continua a
forgiare la propria convinzione senza cedere.
Ora i tempi erano cambiati, e così gli atteggiamenti del popolo.
Sebbene su posizioni diverse, i due uomini stavano aspettando che
sorgesse una nuova era.
In certi momenti il viso di Kojima assomigliava a una tetra
maschera del noh. Una maschera di ottima fattura cambia aspetto a
seconda della situazione. La sua era stata segnata da tre regni
trascorsi nell'agone della politica. Kojima, tuttavia, non aveva mai
eluso le onde e le tempeste che minacciavano di travolgerlo. Le
aveva sempre affrontate di petto.

47
Toda era riuscito a far ridere di se stesso il vecchio uomo politico.
«Signor Kojima.» Toda andò al cuore del suo problema con
un'espressione seria in volto... Quando finirà questa guerra?»
«Ormai l'esito è deciso, vero?» Kojima parlò sottovoce, quasi
mormorando.
«Allora è la resa!»
Kojima non disse altro. Accese un'altra sigaretta e fissò
intensamente gli anelli di fumo.
«Signore, quando finirà?»
Il vecchio socchiuse gli occhi e parlò in tono gentile. «C'è qualche
ragione per tanta premura?»
«Beh, in effetti sto per avviare un nuovo progetto e lei mi può
capire, la scelta del momento migliore...» Toda ripeté a se stesso la
domanda.
«Un progetto... una questione di affari?»
«Esatto.»
«Allora può cominciare subito» disse Kojima.
Toda ripercorse in breve i punti salienti del suo progetto.
«Capisco. La scelta del momento adatto è essenziale.» Kojima
volse lo sguardo altrove. Sulla stanza piombò un silenzio opprimente.
«Sei mesi?» ipotizzò Toda.
Kojima scosse la testa con diniego, senza guardarlo.
«Tre mesi?»
L'altro scosse di nuovo la testa.
«Un mese?»
Lo sguardo penetrante di Kojima cadde nuovamente su Toda.
Afferrò una manciata di pietre del go e le dispose sul tavolo. Era un
gesto di commiato.
« La ringrazio moltissimo.»
Toda lasciò la casa di Kojima un po' eccitato.
Ora aveva la certezza che il cessate il fuoco era imminente,

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e poteva iniziare a muovere passi concreti per avviare il nuovo
lavoro. Si assicurò una fornitura di carta e prese accordi con uno
stampatore. Si interessò anche per pubblicizzare l'iniziativa sui
giornali. Il progetto avanzava, senza fretta eccessiva ma con passo
sicuro.
Purtroppo restava ancora da risolvere il problema del denaro
contante. In quei giorni nessuno era disposto a investire in un'attività
che ancora doveva essere avviata. Le merci e i titoli negoziabili
valevano poco più della carta straccia. L'intero paese era regredito a
una sorta di economia primitiva, basata su ciò che era indispensabile.
Il baratto era diventato il mezzo di scambio più sicuro e i tempi
attribuivano valore soltanto ai beni primari .
Toda decise di usare una preziosa spada antica, che custodiva
insieme alle altre cose di valore. La spada poteva venirgli utile solo
ora, prima della fine della guerra. Dato che era un amante delle spade
antiche, la decisione fu dolorosa. Tuttavia si interessò per venderla a
un antiquario e riuscì a spuntare un buon prezzo, proprio come si
aspettava.
Completati i preparativi, Toda si rinchiuse in casa, per elaborare
ulteriormente i suoi piani.
Col passare dei giorni, il suo corpo cominciava a riprendere
vigore, anche se i progressi erano lenti a causa dei molti disturbi di
cui aveva sofferto. Aveva preso l'abitudine di fare una passeggiata al
mattino e alla sera, tanto per tenersi in forma. Una sera, tornando a
casa, aprì la porta e gridò: «Ehi! Abbiamo ospiti.»
Ikue accorse e si trovò dinanzi a quattro o cinque bambini vestiti
di stracci che facevano capolino dietro le spalle del marito.
«Non abbiamo qualcosa da mangiare? Qualche dolce, magari?»
Toda fece entrare i bambini in casa, «Venite, questa è casa mia.»

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In cima alla collina, nei pressi dell'abitazione dei Toda, c'era un
grande tempio, lo Zuisenji, in cui avevano trovato rifugio alcuni
senzatetto. Per essere più precisi, forse erano stati semplicemente
portati là. Gli ospiti di Toda erano alcuni dei figli di quella gente.
Era diventato loro amico in un batter d'occhio, passeggiando per
strada. Erano bambini di età diverse, una compagnia perfetta per le
sue passeggiate solitarie; grazie a loro riusciva a diminuire un po' la
sua tensione.
Ikue fece un sobbalzo alla vista di quella marmaglia. Aggrottò il
viso, pensando che si trattasse di uno dei capricci del marito. Non
poté fare a meno di pensare al loro bambino, Kyoichi, che era stato
sfollato da solo a Ichinoseki.
Se, indipendentemente dall'epoca o dal paese, gli adulti
desiderassero prima di tutto la crescita e la felicità dei bambini, non
ci sarebbero mai guerre. Potremmo definirla la più semplice e
insieme la più grande filosofia. La società, così come il mondo
intero, non rappresenta una proprietà esclusiva degli adulti. Essi
devono capire con umiltà che ben presto apparterrà ai bambini e ai
giovani.
Ikue corse a prendere tutti i dolci che aveva in casa e Toda li
divise equamente tra i fanciulli impazienti. Osservava i sorrisi
comparire su quei volti che forse avevano dimenticato da tempo cosa
significasse essere felici. E anch'egli probabilmente pensò al figlio
lontano.
«Bene, giocheremo ancora domani.»
A queste parole i bambini ringraziarono di cuore e si
sparpagliarono.
Da quel giorno gli 'ospiti' cominciarono a colpire con violenza
maggiore delle bombe. Si affezionarono a Toda e la sua gentilezza
sembrava aprire i loro cuori. Il numero cresceva di continuo e lui non
riusciva più a fare un solo passo senza essere completamente
circondato. La sua figura slanciata, attorniata da un nugolo di
bambini vocianti,

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divenne un'immagine familiare a tutto il vicinato, un'immagine
curiosa che durò per un certo periodo.
In quegli stessi giorni il suo pensiero costante era la ricostruzione
della Gakkai. Non aveva scordato neppure per un attimo la morte del
presidente Makiguchi. Sui suoi pensieri pesava inoltre lo stato del
Tempio principale. In preda all'eccitazione, trascorreva le notti a
concepire i suoi piani.
La missione che doveva compiere, la sfida per una nuova era di
kosen rufu, era un impulso incalzante, che non riusciva a frenare.
Tuttavia non aveva ancora avuto notizie dei membri della vecchia
associazione. Non aveva saputo nulla di quelli che erano stati
mandati al fronte né di coloro che erano stati sfollati nelle campagne.
Qualcuno aveva sentito la notizia del suo rilascio ma, temendo di
attirare l'attenzione della polizia, evitava di cercarlo. Purtroppo, la
loro fede si era spenta.
Da queste esperienze, Toda riusciva a comprendere quanto fosse
severo l'insegnamento del Daishonin.
Il suo unico pensiero era per la fine della guerra; non lasciava
trapelare nulla, ma era completamente assorto nella sua
ricostruzione.

51
Armistizio
Il 7 maggio del 1945, mentre i bombardamenti sul Giappone
stavano per raggiungere la fase più acuta, la Germania dichiarò la
resa incondizionata. La guerra, dopo aver travolto ogni cosa, stava
per finire. L'attenzione del mondo intero cominciò a spostarsi sul
fronte asiatico.
Il Giappone ormai stava combattendo da solo contro tutti e gli
Stati Uniti avevano il ruolo guida nello schieramento nemico. Lo
staff di comando dell'esercito americano, come ultima campagna di
guerra, stava preparando i piani per l'invasione dell'arcipelago. La
strategia prevedeva un'operazione su larga scala: uno sbarco a
Kyushu nel novembre del '45 e l'invasione della pianura del Kanto
nella primavera successiva.
Giudicando sulla base dell'ostinata resistenza che i giapponesi
avevano opposto a Iwo Jima e a Okinawa, si era previsto di
impiegare cinque milioni di soldati. Le truppe sarebbero state
trasferite dal fronte occidentale, ormai tranquillo, al Sud est asiatico.
È stato anche detto che gli americani fossero pronti a sacrificare
mezzo milione di soldati per questa ultima campagna.
Il 12 aprile, poco prima della resa della Germania, il presidente
Roosevelt morì improvvisamente. Le speranze di cooperazione tra gli
alleati cominciarono a svanire e si incrinarono in particolare i
rapporti tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. Il nuovo presidente
americano, Harry Truman, aveva iniziato ad avvertire i segni di una
imminente guerra fredda.
I tre leader delle forze alleate, Roosevelt, Churchill e Stalin si
erano incontrati a Yalta nel febbraio dello stesso anno. Dietro le
insistenze del presidente americano, avevano

52
concordato che la Russia dichiarasse guerra al Giappone a due o tre
mesi di distanza dalla resa tedesca. Truman e il suo staff, tuttavia,
propendevano per una soluzione autonoma del conflitto. Si
opponevano con tutte le loro forze all'entrata in guerra dei sovietici,
allo scopo di frenare, anche solo di poco, l'ampliamento della sfera
d'influenza dell'Unione Sovietica nella fase postbellica. Idealmente,
se solo fosse stato umanamente possibile, avrebbero desiderato
concludere la guerra prima che la Russia intervenisse. Gli Stati Uniti
premevano per affrettare la fine del conflitto.
Anche i capi di stato più arroganti, che mirano al dominio del
mondo intero, non sono altro che persone ordinarie. A chi credono
che appartenga il pianeta?
L'ultima speranza del Giappone per impostare una trattativa di
pace era legata alla mediazione dei russi presso le forze alleate. Ma
l'Unione Sovietica manteneva un atteggiamento passivo, dato che in
realtà attendeva il momento propizio per entrare in guerra. Il governo
giapponese non aveva neanche preso in considerazione questa
eventualità. Il 5 aprile, quando si riseppe la notizia della cessazione
del patto di non belligeranza russo-giapponese, il gabinetto del
premier Koiso rassegnò le dimissioni. Il governo successivo, guidato
dal primo ministro Suzuki, dovette affrontare una situazione
disperata e cominciò a sostenere con decisione la necessità della resa.
Il Supremo Consiglio di Guerra si riunì l'11 maggio e protrasse la
seduta per tre giorni. Fu deciso di designare Fumimaro Konoe per
una missione diplomatica in Russia.
I sovietici, dal canto loro, non presero nessuna iniziativa. I giorni
passavano, crescevano ansietà e frustrazione.
Nel momento in cui il destino di un paese ha compiuto il suo
corso, anche gli uomini di stato più illustri e i leader più affermati
perdono la propria fortuna. Le loro certezze vengono meno, la loro
saggezza penetrante svanisce e non sono più in grado di prendere
l'iniziativa. Si potrebbe anzi

53
dire che, dato che i leader hanno esaurito la loro fortuna, il destino
del paese è segnato. È un'equazione che vale in ogni tempo e in ogni
luogo.
Per semplice stupidità, il governo giapponese stava cercando di
avviare i negoziati di pace senza fare il minimo tentativo di analisi
riguardo alla strategia degli alleati. C'era poco da stupirsi se in questo
conflitto, a differenza della guerra russo-giapponese del 1905, i
tentativi di trattare la pace non avevano esito alcuno. Tutte le
decisioni venivano prese ai massimi vertici, in nessun caso si faceva
riferimento alla popolazione. Le iniziative popolari per la fine del
conflitto erano costrette a muoversi nell'ombra. L'oppressione messa
in atto dal governo militare non può essere descritta a parole.
Non si vuol dire con questo che le trattative diplomatiche non
debbano assolvere il loro compito. Ma ben più significativi sono i
legami che si creano tra i popoli. Si tratta di relazioni diplomatiche di
valore inestimabile. Emergono in modo naturale e uniscono gli
uomini in una catena senza fine che dura in eterno. Gli uomini di
stato devono sempre tenere a mente questo fatto. Nessun governo,
nessun leader è mai durato a lungo ignorando gli interessi del popolo.
Gli annunci che venivano dal quartier generale imperiale
illudevano completamente l'opinione pubblica. "La nostra nazione
non perirà in eterno!" si gridava, con la speranza che ancora una
volta il kamikaze si levasse a difendere il paese. Davanti alla morte
imminente, riuscivano solo a reclamare istericamente "lo scontro
decisivo nella madrepatria" e "una morte onorevole per cento milioni
di patrioti".
Eppure, nutrendo ancora un barlume di speranza nella mediazione
russa, agivano in segreto per trattare la pace. La politica condotta
durante la guerra, che essenzialmente ingannava la popolazione,
avrebbe finito per precipitarli nelle loro stesse trappole.

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Il 26 luglio, nel pieno di questa situazione confusa, Stati Uniti,
Inghilterra e Cina emanarono la dichiarazione di Potsdam. La Russia
non si era aggregata, dato che ancora non aveva dichiarato guerra al
Giappone.
Gli alleati avevano sempre sostenuto con fermezza la resa
incondizionata come unico termine accettabile per la cessazione delle
ostilità. Ora anche la dichiarazione di Potsdam imponeva la resa
dell'esercito giapponese.
I sette articoli in appendice alla dichiarazione esprimevano
l'intento degli alleati di spodestare il governo militare e di stabilire la
democrazia in Giappone. Il testo era piuttosto chiaro: sradicamento
del militarismo; occupazione del paese; restituzione dei territori
occupati dal Giappone; processo ai criminali di guerra; affermazione
della libertà di pensiero e di religione; rispetto per i diritti umani fon-
damentali; disarmo totale; distruzione delle industrie pesanti che
avrebbero consentito il riarmo in futuro, e così via. Se il Giappone
avesse rifiutato quelle condizioni, l'unica alternativa sarebbe stata la
distruzione rapida e totale.
La durezza dei termini precipitò il governo giapponese in uno
stato di profonda confusione. Accettare o respingere la
dichiarazione? I leader esitavano. La fazione che ancora nutriva
speranze di aprire i negoziati tramite la Russia riuscì a far prevalere
la propria posizione: si decise di ritardare l'annuncio delle decisioni
prese.
I maggiori quotidiani nazionali, tuttavia, pubblicarono alcuni
stralci della dichiarazione di Potsdam nelle rubriche di notizie
dall'estero, senza dare i dettagli delle varie clausole. L'opinione
pubblica, naturalmente, insorse, chiedendo che il premier Suzuki
rilasciasse una dichiarazione.
Sotto gli occhi della stampa, il primo ministro disse: «...il governo
non attribuisce particolare rilevanza alla dichiarazione di Potsdam.
Sarà semplicemente ignorata. Il nostro obiettivo attuale è di batterci
fino alla fine.»
Il 30 luglio i giornali e la radio riportarono la notizia

55
della dichiarazione ufficiale, che si diffuse rapidamente in tutto il
mondo.
Le forze alleate interpretarono queste parole come un rifiuto delle
condizioni di resa da parte del Giappone. Non c'era altro modo di
intenderle. Fra i membri del governo, in ogni caso, molti aspettavano
l'occasione opportuna per cessare le ostilità e vedevano allontanarsi
la prospettiva. Il regime militare ormai impazzito non sarebbe stato
in grado di esaminare i termini della resa con il dovuto equilibrio.
L'unico obiettivo dei militari era di proteggere l'onore e il
prestigio. Il concetto di leadership era andato in frantumi, ma prima
ancora le vite della gente comune erano state distrutte.
In qualsiasi epoca un uomo di governo deve essere in grado di
affrontare le situazioni con freddezza e razionalità, per poter favorire
la pace e la felicità del suo popolo. Davanti alla necessità di decidere,
deve dominare le proprie emozioni e affrontare la situazione, anche a
costo della vita. Se il punto di riferimento è l'interesse delle persone
comuni, ogni decisione può essere presa con rapidità.
Nulla di sorprendente nel fatto che le incursioni dell'aviazione
americana divennero più frequenti.
Lo stesso 30 luglio trecentoquaranta B29 bombardarono tutto
l'arcipelago, con l'eccezione dell'Hokkaido. Il 31 settecento aerei
attaccarono le vaste pianure tra il Kanto e Yamanashi per ben tre
volte.
Per quanto spesso le sirene suonassero, Toda non scese mai nel
rifugio. I suoi familiari lo pregavano di unirsi a loro, ma la sua
fermezza era assoluta. Non è che avesse i nervi d'acciaio. Era certo
del fatto che, dato che sentiva di avere una missione da compiere,
non sarebbe caduto sotto le bombe. Riguardo ai parenti che
cercavano scampo nel rifugio non diceva nulla.
A prima vista sembrava indifferente agli sviluppi del conflitto.
Quando qualcuno gli faceva visita, discuteva dei combattimenti,

56
della situazione mondiale e della vita quotidiana con il suo
caratteristico humour. Ma nel suo cuore sentiva che il momento stava
per giungere.
Il 3 agosto seicento B29 colpirono le aree industriali di Tsurumi e
Kawasaki. I raid raggiunsero Mito, Hachioji e Tachikawa. Persino la
lontana città di Toyama fu colpita quel giorno e fu rasa al suolo dalle
fiamme.
Il 6 agosto quattrocento B29 bombardarono Maebashi nel Kanto e
Nishinomiya nel Kansai, dimostrando di poter colpire qualsiasi
obiettivo in piena libertà.
Lo stesso giorno, al mattino, si verificò un fatto tremendo a
Hiroshima: il genere umano per la prima volta subiva gli effetti di
una bomba atomica. Due B29 sorvolarono la città: in un breve lasso
di tempo si vide un paracadute spuntare in cielo e Hiroshima rasa al
suolo.
Duecentomila cittadini inermi furono feriti o uccisi con un solo
ordigno. I membri del quartier generale imperiale erano sconvolti;
era stato come un fulmine a ciel sereno. Nessuno di loro era in grado
di comprendere la natura di questa nuova arma devastante. Poterono
solo diramare uno scarno comunicato: "Il nemico ha usato un nuovo
tipo di arma su Hiroshima."
Lo stato maggiore dell'aviazione diede istruzioni di vestirsi di
bianco e di cercare rifugio sottoterra.
Il comando supremo militare non aveva la benché minima
conoscenza scientifica. Furono inviati diversi scienziati nucleari da
Tokyo e le indagini rivelarono che si era trattato di una bomba
atomica innescata dalla fissione nucleare.
Si disse comunque che né il governo né il supremo consiglio di
guerra prestarono particolare attenzione ai resoconti.
Si ritiene che il Giappone sia stato il primo paese a subire un
attacco con armi da fuoco, ai tempi dell'invasione mongola nel XIII
secolo. Ora era il primo paese che subiva un attacco nucleare.

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Davanti al suo infelice destino, i giapponesi devono capire che la
loro nazione ha una missione unica, quella di lottare per la pace nel
mondo.
Dopo questo evento, i commentatori iniziarono a discutere della
dichiarazione di Potsdam. Il pubblico cominciava a capirne la reale
portata.
È probabile che il fine principale del presidente Truman, che prese
la decisione di usare la bomba atomica, fosse quello di porre termine
rapidamente alla guerra. Ma parlando francamente non è possibile
sostenere che il suo unico obiettivo fosse di realizzare la pace.
Sapeva per certo che la sconfitta del Giappone era solo questione di
tempo; egli voleva estromettere la Russia dal tavolo delle trattative
dell'immediato dopoguerra. In altre parole, sperava di ottenere la
vittoria senza l'intervento dei sovietici e di conseguenza doveva
riuscire a concludere in fretta le ostilità.
Gli Stati Uniti avevano svolto un test positivo sul funzionamento
del nuovo ordigno già il 16 luglio, il giorno prima che i tre grandi si
incontrassero a Potsdam. Truman sentiva che la bomba atomica gli
avrebbe permesso di intimidire la Russia e contemporaneamente di
limitare le perdite americane nel tentativo di affrettare la fine del
conflitto. Molto più che la fine della guerra, il bombardamento di
Hiroshima, con il fragore di un tuono, segnò l'inizio della Guerra
Fredda fra americani e sovietici. Il Giappone fu la principale vittima
di questa situazione.
Ma neppure la bomba di Hiroshima bastò a risvegliare il governo
militare, scientificamente impreparato, alla crisi del paese.
Il giorno del bombardamento Truman parlò alla radio: «Abbiamo
investito due miliardi di dollari nella più grande scommessa
scientifica della storia, e abbiamo vinto... Ora siamo pronti per
annientare più velocemente e in maniera totale ogni impianto
produttivo al di sopra del suolo in qualsiasi città del Giappone... Se
non accetteranno le nostre condizioni,

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non possono aspettarsi altro che una pioggia di rovina dal cielo, tale
che mai prima d'ora se ne sia visto I'uguale.»
Era un'affermazione durissima. La dichiarazione faceva capire
chiaramente che l'America possedeva la bomba atomica e i leader
giapponesi dovevano tenerne conto.
Hiroshima era uno scenario d'inferno, una visione di orrore che
non appartiene a questo mondo. Le strade erano piene di persone che
maledicevano la guerra. Possibile che gli uomini di governo fossero
talmente sordi da considerarla soltanto come una minaccia?
La guerra non dovrà mai più esistere.
Gli Stati Uniti avevano impiegato l'ordigno nucleare. Le risorse
scientifiche più recenti su cui si basava il Giappone erano le lance di
bambù e lo spirito indomabile dello Yamato damashii4. I capi del
governo avevano sottovalutato l'importanza vitale della scienza.
Alcuni sostengono che il Giappone fosse destinato alla sconfitta, ma
in realtà ragione e umanità furono completamente ignorate a causa di
un'ideologia inferiore. L'America, dal canto suo, aveva seguito un
percorso razionale, guidata dal pragmatismo filosofico di Dewey.
Davanti a tutto questo, è possibile capire il motivo per cui il grande
principio di shiki shin funi5, che illustra la realtà ultima della vita
umana, rappresenti la filosofia guida ideale.
La seconda bomba atomica cadde su Nagasaki il 9 agosto.
Ancora, centomila persone furono uccise o ferite in un solo attimo;
ma i leader del paese non si sarebbero lasciati persuadere soltanto a
causa delle bombe atomiche.
Lo stesso giorno, di primo mattino, la Russia dichiarò guerra al
Giappone e mosse le sue armate in Manciuria. Le truppe sovietiche
forzarono le deboli difese dell'armata del Kanto e le travolsero senza
difficoltà.
I militari giapponesi, nella loro ignoranza di argomenti scientifici,
non avvertivano il pericolo insito nella bomba atomica.

4
letteralmente "lo spirito del Giappone", ovvero la sfida lanciata alla morte.
5
un principio buddista che descrive la natura della vita in termini di
inseparabilità di corpo e mente, materia ed energia.
59
La cosa più strana è che fu l'entrata in guerra dei sovietici ad
atterrirli.
Il supremo consiglio di guerra si riunì in seduta d'emergenza alle
dieci e trenta del mattino. La dichiarazione di guerra dei russi li
aveva scioccati profondamente, in particolare i membri delle forze
armate. Allora era finita. La loro ultima speranza di trattare la pace
era annullata. Fino a quel momento avevano scandito a gran voce lo
slogan dello "scontro finale nella madre patria" ma lo "scontro
finale" in realtà non prevedeva una mossa offensiva della Russia. I
sovietici avevano vanificato il piano. Il Giappone era legato mani e
piedi e la resa incondizionata restava l'unica scelta possibile.
Nel corso della riunione per la prima volta vennero esaminati tutti
gli articoli della dichiarazione di Potsdam. Tra i membri del governo
e i militari si era verificata una profonda spaccatura. Da un lato il
ministro degli esteri sosteneva la necessità di accogliere la
dichiarazione così com'era, purché fosse garantito lo status
dell'imperatore. Dall'altro il ministro della guerra, il generale
comandante in capo e gli altri ufficiali supremi insistevano affinché
fossero avanzate altre richieste, quali un disarmo indipendente, la pu-
nizione dei criminali di guerra a cura dello stesso Giappone, alcune
limitazioni riguardo all'occupazione alleata. Il consiglio dovette
riunirsi altre due volte e finalmente venne indetta una riunione alla
presenza dell'imperatore per le 23.50 della sera stessa. Fu deciso di
accettare la dichiarazione, con l'unica condizione di preservare lo
status del sovrano.
Il 9 agosto fu il giorno più nero nella storia del Giappone. La
Russia attaccò alle prime luci dell'alba, la seconda bomba fu lanciata
su Nagasaki e nel pieno della notte fu presa la decisione di arrendersi
per la prima volta a una potenza straniera. Era un giorno segnato dal
destino.
Qualcuno, in preda al dolore, ebbe a dire in una occasione:

60
«Non c'è niente di più miserevole della sconfitta, sia per un uomo,
sia per una nazione. Non si dovrebbe mai dichiarare una guerra se
questa è destinata a essere perduta.»
Il 10 agosto, alle sei e quarantacinque del mattino, il Giappone
diffuse via radio, per tramite di un paese neutrale, la notizia
dell'accettazione della dichiarazione di Potsdam. Commentando la
notizia, si affermava: "...intendendo che la resa non influirà
sull'autorità suprema di governo dell'imperatore." Ma la popolazione
non fu informata di questo annuncio.
Il giorno successivo, l'11, i giornali riportarono un'intervista con il
responsabile dell'ufficio informazione, che sosteneva: "...il governo
naturalmente sta cercando prima di tutto di conservare la struttura
dello stato. Noi ci auguriamo che i nostri cento milioni di cittadini
sfideranno ogni difficoltà che si pari dinanzi a questo scopo." Sulla
stessa pagina veniva anche riportata una fiera dichiarazione del mini-
stro della guerra, rivolta "a tutti gli ufficiali e ai soldati".
"... giunti a questo punto, non resta molto da dire. Possiamo solo
batterci fino alla fine di questa guerra dura per proteggere la nostra
sacra nazione. Non dubitiamo del fatto che trionferemo sulla morte,
anche se ciò dovesse costarci mangiare dell'erba, rosicchiare la terra
o dormire nei prati."
Il popolo, davanti a queste dichiarazioni pubblicate l'una vicino
all'altra, era completamente disorientato.
Tuttavia, per intuito non si poteva fare a meno di avvertire
l'imminenza di una crisi. Si era già entrati nel momento di massimo
sconvolgimento attraversato dal paese nel corso della storia: era una
vera emergenza nazionale. Ancora oggi alcune delle persone che
combatterono in quei tempi stanno morendo. Qualcuno muore, altri
scompaiono... svaniscono come un sogno. Ma adesso incombe sul
Giappone e sul mondo intero una crisi ancora più grave.
Dobbiamo arrestare questa serie di incubi. I leader che

61
guidano il mondo devono dedicarsi anima e corpo alla realizzazione
del sogno profetico della pace mondiale, che è condiviso da tutto il
genere umano.
La risposta degli alleati alla proposta giapponese fu trasmessa alla
radio dopo mezzogiorno del 12 agosto. A nome del segretario di
stato americano Byrnes fu annunciato: "Dal momento della resa il
potere di governare il paese, che attualmente è detenuto
dall'imperatore e dal governo giapponese, passerà nelle mani del
comandante supremo delle forze alleate. Il sistema di governo del
futuro Giappone sarà determinato dalla volontà del popolo del
Giappone."
La proposta giapponese era stata rifiutata. Non si faceva alcuna
menzione dello status del sovrano.
La risposta venne aspramente dibattuta a una riunione di gabinetto
il 12 stesso. La discussione portò alla convocazione del Consiglio
Supremo di Guerra per il giorno seguente, ma non si giunse ad
alcuna conclusione.
Il dibattito continuò ad argomentare sulla conservazione della
struttura dello stato. Il gruppo che sosteneva la resa incondizionata
affermava che i termini della dichiarazione di Potsdam avrebbero
consentito di conservare l'ordinamento, la fazione avversaria si
opponeva con tutte le forze a questa tesi. In aggiunta, c'erano delle
divergenze anche riguardo all'interpretazione del concetto 'struttura
dello stato'. Alcuni lo intendevano come il sistema imperiale fondato
sulla sovranità dell'imperatore; per altri, in una visione più radicale, il
termine implicava che il potere esecutivo fosse nelle mani
dell'imperatore. Un'altra fazione, facendo riferimento alla 'sacralità
dell'imperatore' affermata nella Costituzione Meiji, si appellava alla
natura divina del sovrano.
Dopo un'accesa discussione, prese corpo una definizione comune.
Fu stabilito che, da quel momento in avanti, conservare la struttura
dello stato avrebbe significato la

62
conservazione del rango per l'imperatore e per la sua famiglia, senza
alcuna sua influenza in ambito politico. In breve, le varie posizioni
dovettero riconoscere che la guerra era entrata nella fase conclusiva.
L'ultima conferenza imperiale si tenne il 14 agosto. Tutti i
partecipanti acconsentirono alla dichiarazione da parte del sovrano
della resa senza condizioni.
In questo momento è inutile dire alcunché. Il Giappone in realtà
avrebbe dovuto prendere l'iniziativa di porre termine al conflitto
come un obbligo strategico, già al tempo della caduta di Singapore.
Purtroppo mancò di eccellenti leader, in grado di agire a costo della
vita, come a suo tempo aveva fatto Jutaro Komura, il celebre
ministro degli esteri dell'epoca Meiji. Sfortunatamente possiamo
affermare senza timore di smentite che in quel momento in Giappone
nessun leader fu all'altezza della situazione.
Ma non basta. L'ostilità tra l'esercito e la marina ebbe
conseguenze disastrose. Un ufficiale dell'esercito giunse a dire: «I
nostri nemici sono gli americani e la marina imperiale giapponese.»
Sotto questo aspetto gli stessi militari posero la causa determinante
per la sconfitta sin dal principio, grazie alla loro disunità.
Il giorno stesso, alle undici della sera, il Giappone diffuse la
dichiarazione di resa senza condizioni, nei termini espressi dal
documento di Potsdam.
Durante la giornata, quasi in attesa di una risposta, una flotta di
dieci portaerei aveva solcato i mari del Kanto. Seicento aerei vennero
lanciati in un attacco.
Il 15 agosto, di buon mattino, Toda ricevette una visita. Era il
signor Kurikawa, una persona che Toda aveva conosciuto per motivi
di lavoro. Viveva nei pressi e gestiva un negozio alla stazione
ferroviaria. La bottega era stata chiusa per lungo tempo, a causa dei
controlli che venivano effettuati in tempo di guerra. Toda aveva
deciso di prendere in affitto lo spazio per farne il suo ufficio.

63
Kurikawa irruppe in casa: «È finita, per fortuna è finita!»
Entrò gridando in salotto.
Ikue stava preparando la colazione. «Buon giorno, signor
Kurikawa. Siamo mattinieri, vero?»
«Avete sentito la radio?»
«No.»
«Allora non sapete ancora nulla?» L'uomo sedette in veranda.
«L'imperatore farà un importante annuncio a mezzogiorno. L'ha detto
stamani la radio.»
«Riguardo a cosa?»
«Hanno gettato la spugna!»
Udendo le voci, Toda scese dal piano superiore.
«Kurikawa, non sei troppo mattiniero?»
«Non riuscivo a dormire. La guerra è finita, l'imperatore lo
annuncerà a mezzogiorno.»
A bassa voce soggiunse: «E ho sentito che sarà resa
incondizionata, alla fine. Se l'è lasciato sfuggire un mio vicino, un
giornalista.»
«Wha...» Per un attimo Toda si irrigidì. Poi, rilassandosi, disse
con un sorriso: «Mi sembra che la cosa ti renda felice.»
«Ma naturale! Sono felice perché siamo liberi!»
«Ma chi?"»
«Noi, il popolo!"»
La reazione della gente alla sconfitta ebbe vari aspetti.
Alcuni ne gioirono, altri piansero di dolore. Nessuno comunque
poteva sopportare indefinitamente le incursioni aeree e la scarsità di
cibo. Il desiderio di vivere sereni, con gioia, è il primo istinto umano.
«Per dirla tutta, tra il tuo arresto e i B29 per me era troppo!»
Kurikawa si strinse nelle spalle e tutti scoppiarono a ridere.
Dopo un breve intervallo, con uno sguardo che rivelava tutta la
sua apprensione, Kurikawa chiese all'amico: «Che cosa succederà
dopo la resa?»

64
«Abbiamo perso. Senza dubbio il peggio deve ancora venire»
«Veramente? Peggio della guerra?»
«La punizione. La punizione per l'intero popolo giapponese. La
gente, in definitiva, ha bisogno della Legge suprema. È giunto il
momento in cui il Buddismo di Nichiren Daishonin comincerà a
diffondere la sua luce nel mondo.»
«Che ne sarà di noi?»
«Il Buddismo parla di vittoria o di sconfitta; quello che conta è la
fede.» Toda parlava reprimendo la veemenza che sentiva in sé.
Kurikawa tornò a casa, con un'espressione seria in volto. Dopo
aver fatto gongyo e la colazione, Toda si cambiò d'abito. «Vado un
po' in ufficio. Se viene qualcuno, digli di venire là. Bene, allora la
battaglia comincia.» Dopo aver pronunciato queste parole rivolto alla
moglie, uscì nel caldo sole estivo.
La maggioranza della popolazione era all'oscuro riguardo agli
sviluppi che avevano portato all'armistizio. Era stato solo annunciato
che l'imperatore avrebbe rilasciato una importante dichiarazione
esattamente a mezzogiorno del 15 agosto. Tutti si aspettavano una
chiamata collettiva alle armi, per lo scontro decisivo. Il suo modo
classico di esprimersi era piuttosto vago e difficile da seguire. Fu
però possibile mettere insieme alcune parole, come "...sopportare ciò
che sembra insopportabile" e, ascoltando la voce solenne del
sovrano, divenne chiaro che il paese era stato sconfitto.
Lo scoppio della guerra era stato uno choc e adesso il sipario del
cessate il fuoco calava senza il minimo preavviso. Entrambi gli
eventi erano stati decisi nel nome dell'imperatore.
Quel giorno i cieli del Giappone erano chiari e luminosi. Per un
momento, in quel mezzogiorno estivo, il silenzio
dell'inizio dei tempi cadde sul paese. La notizia giunse come un
tuono improvviso.
Sulle prime la gente era attonita, poi molti piansero calde lacrime.
Erano lacrime di un popolo che aveva subito lunghe privazioni e
aveva sacrificato ogni cosa alla fede nella vittoria sicura. Ora,
improvvisamente, doveva accettare la realtà della sconfitta.

65
Silenziosamente si allontanarono dalle radio. Le persone furono
prese da diversi sentimenti, apatia, collera implacabile, grande
sollievo. Non era gioia pura né dolore assoluto; si sentivano mancare
la terra sotto i piedi.
Toda tornò a casa verso sera.
Non era più necessario tirare le tende da oscuramento quando
calava il buio. Per la prima volta dopo anni le finestre delle case
erano spalancate e le luci elettriche vennero accese nelle stanze. La
gente sedeva per la cena in preda a uno stato d'animo confuso. I loro
cuori soffrivano, le cose intorno a loro splendevano di luce.
Non avrebbero più udito le acute sirene d'allarme, né
l'inconfondibile rombo dei B29 in volo ad alta quota. A stento
potevano crederlo. Il terrore e l'ansia che li avevano attanagliati negli
ultimi anni erano svaniti.
Dopo aver mangiato meccanicamente la cena, Toda sedette al suo
scrittoio nello studio. Scrisse con la matita alcune frasi su un blocco,
le cancellò e scrisse altre parole. Stava abbozzando un annuncio per
il suo corso per corrispondenza, che intendeva far pubblicare al più
presto sui giornali. Piegò il foglio a metà e si distese nel letto.
Pensava alle parole del Rissho Ankoku Ron6. All'improvviso si
ricordò di un passo della Risposta a Yasaburo; si alzò e aprì il
Gosho. "Quindi i preti giapponesi di oggi sono ancora più malvagi di
Devadatta e Kokalika7. Dato che il popolo li rispetta e fa loro delle
offerte, davanti ai nostri occhi il paese si è trasformato nell'inferno e
la gente stessa soffre di epidemie e carestie mai viste prima d'ora.

6
il trattato Assicurare la pace al paese attraverso la propagazione del vero
Buddismo, uno dei più importanti scritti di Nichiren Daishonin. In esso egli
afferma l'erroneità delle principali dottrine religiose del suo tempo, che non
tenevano in considerazione il sommo valore della vita umana, dichiarando che esse
costituiscono la causa prima dell'infelicità. Con questo trattato rimostrò
pubblicamente nei confronti del governo di Kamakura, mettendo in risalto il fatto
che se il paese non avesse rinunciato alla fede negli insegnamenti eretici per
abbracciare il vero Buddismo, avrebbe attirato su di sé disastri e calamità, tra cui
l'invasione straniera.
7
due tra i più strenui oppositori di Shakyamuni.
66
Ma la cosa peggiore è che essi subiranno un'invasione straniera. È
questo il volere di Bonten, Taishaku, Nitten, Gatten e di tutti gli altri
dei celesti8. In tutto il Giappone solo io, Nichiren, sono consapevole
di questo, e in un primo tempo ero incerto riguardo al fatto che
dovessi o meno rivelare la cosa."
Questa profezia aveva settecento anni. Ora ne era stata dimostrata
l'esattezza, in perfetto accordo con le parole del Gosho.
La nazione era in rovina. Costruire significa accumulare i dolorosi
sforzi della gente, ma la distruzione riduce in cenere ogni cosa in un
solo istante. I tremila anni di storia del Giappone erano franati su se
stessi.
L'esattezza della profezia del Daishonin era quasi inquietante. Per
evitare che una simile tragedia si verifichi di nuovo, occorre che ogni
persona presti attenzione a queste parole terribili e rimuova ogni
propria meschinità e arroganza.
Adesso era il momento. "Una grande sfortuna è sempre seguita da
una grande fortuna."
Toda aveva piena fiducia nel fatto che fossero maturate le
condizioni che avrebbero consentito al Buddismo del Daishonin di
sorgere e diffondersi nel mondo.
Dal punto di vista della filosofia della vita esposta da Nichiren
Daishonin, la causa fondamentale della sconfitta giapponese è
illustrata a chiare lettere da questo passo del Gosho. Questa
conclusione è inevitabile. L'essenza di questa filosofia di vita ha
quindi la forza di condurre le persone infelici alle soglie di una
condizione di felicità inimmaginabile.
Erano trascorsi settecento anni dalla morte del Daishonin. Ma chi
aveva realmente compreso questo insegnamento? Forse qualcuno lo
aveva presente da un punto di vista teorico. C'era qualcuno che fosse
stato illuminato da questa verità?

8
le divinità del Buddismo; funzioni della vita universale che proteggono la vita
di coloro che praticano la fede buddista.
67
Immerso nei pensieri, Toda ardeva per l'emozione. Il tempo era
giunto, le condizioni per realizzare kosen rufu erano ormai a portata
di mano.
JoseiToda guardò la notte oscura. Le finestre delle case erano
aperte e brillavano delle luci. Rimase immobile e inspirò
profondamente.
Alla fine del conflitto le forze armate giapponesi contavano sette
milioni di uomini, tra quelli mobilitati all'estero e quelli in patria.
Senza considerare l'incidente in Cina, nella guerra del Pacifico dal
1941 erano cadute un milione e ottocentocinquantaquattromila
persone, tra militari dell’esercito e della marina e personale civile
ausiliario. Quasi settecentomila uomini erano stati feriti in
combattimento. Inclusi gli uomini già smobilitati, l'arruolamento
aveva riguardato dieci milioni di soldati, un quarto di tutta la
popolazione maschile del Giappone. Una persona ogni due famiglie
era stata inviata al fronte. Questo in pratica significa l'equivalente di
tutti i soldati che mai abbiano combattuto una guerra dagli inizi della
storia giapponese.
Complessivamente furono distrutti tre milioni di preziose vite,
includendo i civili che morirono a causa dei bombardamenti e le
vittime di Okinawa e della Manciuria. Una famiglia su cinque
perdette un parente. Ben altro era costata la guerra russo giapponese,
con le sue centomila vittime.
Questo è il totale delle vittime giapponesi della seconda guerra
mondiale. Le altre persone erano riuscite a malapena a sopravvivere
e, d'ora in avanti, avrebbero dovuto subire le conseguenze delle
distruzioni prodotte dal conflitto.
Circa tre milioni e centomila case furono distrutte dai
bombardamenti. Fra incendi ed evacuazioni forzate, i senzatetto
ammontarono a quindici milioni. Il crollo della produzione causato
dallo stato di guerra costò tre milioni di posti di lavoro. Tre milioni e
mezzo di studenti furono

68
precettati per il lavoro in fabbrica e tre milioni di ragazze dovettero
lasciare la propria casa, per lavorare nelle officine o nelle fattorie.
Non è esagerato dire che l'intero paese fu mobilitato. Ma non c'erano
alternative.
Ogni persona nel paese era interessata agli sviluppi della guerra,
ma in realtà la popolazione rimase sempre all’oscuro. Nessuno aveva
idea del quadro reale. All'improvviso venne dichiarata pubblicamente
la sconfitta e questo fatto rappresentò uno choc profondo. Davanti
alla prospettiva dell'occupazione straniera, l'ansia per il corso degli
eventi futuri minacciava di travolgere la vita di ognuno.
Il blackout non era stato sospeso ufficialmente, però la notte del
15 agosto tutte le case erano rischiarate dalla luce. Ma nessun
sentimento di gioia sgorgava dai cuori della gente. La guerra era
finita, ma era costata troppi sacrifici. Da quel giorno ebbe inizio una
battaglia nella mente di ogni cittadino. Ormai non c'era alcun rispetto
per l'autorità. Se da un lato c'era chi cedeva al fatalismo, dall'altro
molti decisero di morire per le proprie convinzioni.
Già la sera del 15 si radunò una gran folla sul piazzale antistante il
palazzo imperiale e i più si prostravano in ginocchio sulla ghiaia. La
notte stessa il ministro della guerra Anami si suicidò, seguito il 22
dal comandante in capo delle forze armate Sugiyama con la moglie e
il 24 dal generale Seiichi Tanaka. Il vice ammiraglio Takijiro Onishi,
vice comandante dello stato maggiore della marina, si uccise il 16
agosto.
Si suicidarono anche diversi membri del personale tecnico e
medico. Almeno cinquecentoventisette persone degli staff militari si
uccisero nei primi giorni dopo la resa. Sentivano pesare su di sé la
responsabilità della sconfitta.
Tra i suicidi vi furono anche alcuni esponenti dell'estrema destra.
Si potrebbe dire che le vuote ideologie che avevano seguito li
condussero a distruggere se stessi.
Poco prima dell'alba del 15, udita la notizia della resa,

69
dieci membri dell'Esercito della Giustizia attaccarono la residenza
del ministro dell'interno Koichi Kido. Fallito l'attentato, si
impadronirono della collina di Atago a Shiba e la difesero in armi dal
18 al 22 agosto. Chiamando a raccolta i loro affiliati da tutto il paese,
cercarono di sfruttare l'occasione per colpire gli uomini più in vista
del governo e per realizzare il loro obiettivo della Restaurazione
Imperiale. Il 22 furono circondati da uno squadrone di polizia che
aprì il fuoco: dieci persone, radunate in cerchio, si uccisero con una
bomba a mano.
Alle undici del 23 agosto tredici membri della Società Meiro si
riunirono nella pineta vicino al ponte Iwaida, nei pressi del palazzo
imperiale, e si uccisero. Quattordici persone della Scuola Daito si
suicidarono invece nel campo di allenamento a Yoyogi alle tre del
mattino del 25, rivolte verso il santuario Meiji.
I comportamenti e le convinzioni di queste persone dell'estrema
destra derivavano dalla loro credenza nello Shinto, nella 'via degli
dei'. Il regime militare aveva sfruttato lo Shintoismo, ma la cosa più
triste fu che molte persone pagarono per questo con la vita. Prima di
morire addossarono la responsabilità della guerra ai leader che
avevano distrutto il Giappone. Con questo gesto sfidavano la cricca
che gestiva il potere, quegli ipocriti che avevano sostenuto che la
responsabilità per la sconfitta ricadesse sull'intera nazione e che
avevano chiesto il pentimento di tutto il popolo. Questi idealisti
erano furiosi per il fatto che la colpa venisse ugualmente attribuita ai
comandanti supremi e ai cittadini comuni, privi di alcun potere.
Avevano addirittura deciso di assassinare tutti i maggiori leader. Ora
però erano stati costretti a rendersi conto del fatto che la nazione era
in rovina e la loro ideologia era franata completamente. Scelsero la
forma di protesta più brutale e morirono in preda a una collera
disperata.
Niente è più terribile delle ideologie, perché gli uomini

70
muoiono per esse. Anche dei principi superficiali possono portare un
uomo alla morte. È questa la natura umana. La cosa più spaventosa,
ovviamente, è il completo disinteresse per il fatto che le proprie idee
possano essere corrette o distorte. Da un certo punto di vista, i
principi possono stregare. Tuttavia un'ideologia senza potere non ha
valore alcuno e un uomo privo di filosofia di vita è come un arbusto
senza radici: sarà travolto da un vento impetuoso.
Lo Shintoismo era stato utilizzato per assicurare un fondamento
filosofico alla guerra. Davanti a questo tragico risultato, la religione
Shinto mostrava tutta la sua impotenza.
Nell'udire queste notizie, Toda ripensava di continuo
all'importanza del credo.
"Se un uomo crede in qualcosa di sbagliato, non importa che cosa,
sprofonderà nella miseria. Lo stesso vale per un insieme di persone,
per la società, per un intero paese.
"Confondere ciò che è vero con ciò che è falso è la cosa più
tremenda che possa succedere. Tutte le buone intenzioni e i più
grandi sforzi, allora, non potranno essere d'aiuto. Se si ha fede in
qualcosa di falso, privo di basi scientifiche, non si potrà evitare la
sventura. È una cosa inevitabile.
"Un uomo può riporre la propria fiducia in una particolare
dottrina, nella scienza, nella religione, nella nazione, nel lavoro, nei
familiari, negli amici, nella medicina o nella tecnologia. Gli esseri
umani non sono in grado di agire se non credono in qualcosa.
"Inconsciamente anche l'uomo che manifesta a gran voce il
proprio ateismo fa riferimento a un credo. Tutte le questioni umane
non sono altro che una somma di azioni che dipendono da una fede.
"Il credo non è qualcosa di distinto dalla vita, né è confinato a una
stretta cerchia di persone. Ciò che conta è il grado di consapevolezza
che anima l'individuo. Moltissime persone non si chiedono neppure
se ciò in cui credono ha o meno

71
un fondamento di verità. Ciò che è giusto, ciò che è errato, il bene e
il male: ignorando questo problema procedono senza esitazione sul
loro percorso. Questa è la causa prima dell'infelicità.
"Ma c'è qualcosa al mondo in cui le persone possano credere che è
completamente libero da ogni errore? Una filosofia che non
ingannerà mai chi la segue né sarà causa di rimpianto, a prescindere
dal sincero attaccamento a essa... esiste una filosofia di questo tipo?
Si, io so che esiste. Nichiren Daishonin la espose, con la massima
chiarezza e concretezza, settecento anni fa. Presto, attraverso la
miseria, le persone saranno in grado di vederla e di abbracciarla. Ma
in questo momento la sconfitta ci ha sprofondato nella sofferenza e io
solo sono consapevole di questa occasione. Forse qualcun altro ne è a
parte? No, nessuno."
Toda sentiva di non avere interlocutori con cui scambiare le
proprie riflessioni. Ovunque si volgesse, vedeva solo la devastazione
del paese e il segno della sconfitta che ancora più terribile pesava sui
cuori delle persone. Qualunque cosa vedesse o sentisse, il suo senso
di solitudine cresceva.
Respirava a fatica nella calura estiva, ma il sudore della sua
concentrazione era freddo. Rispetto alla sua consapevolezza,
l'immagine del mondo del dopoguerra che gli si parava davanti gli
sembrava dominata dalla follia.
Doveva frenare l'impulso di avviare in modo tempestivo la
propagazione del vero Buddismo. Sapeva che era necessario
attendere il tempo giusto. Attendere il tempo o crearlo? Rifletté con
calma.
Prima di ogni altra cosa doveva individuare un vero compagno;
poi gli altri, uno a uno. Quella stessa azione avrebbe creato il tempo.
Potrebbe essere molto più difficile' trovare un vero compagno adesso
che non un milione più avanti. Non doveva essere impaziente; si
rendeva conto che questa era la prima difficoltà da superare.
"Dapprima solo Nichiren recitò Nam myoho renge kyo,

72
ma poi due, tre, cento lo seguirono, recitando e insegnando agli altri.
Questo accadrà anche in futuro. Non vuol dire ciò 'emergere dalla
terra'? Infine al tempo di kosen rufu l'intera nazione giapponese
reciterà Nam myoho renge kyo, questo è certo come una freccia che,
puntata verso terra, colpirà sicuramente il suo bersaglio."
Toda sapeva bene quale fosse il significato di questo brano della
Vera entità della vita. Anche il Daishonin aveva cominciato la sua
propagazione affrontando la difficoltà di crescere un vero discepolo.
Riusciva a immaginare le emozioni di Nichiren quando, il 28 aprile
del 1253, all'età di trentadue anni, fondò il vero Buddismo.
"Questo accadrà anche in futuro." Forse queste parole erano state
scritte settecento anni prima proprio per lui? La nazione era crollata e
le condizioni per avviare il movimento di kosen rufu erano mature.
Secondo le parole "non vuol dire ciò 'emergere dalla terra’ ", i
compagni per il movimento di kosen rufu sarebbero apparsi ben
presto. Ma è comunque difficile percepire la saggezza del Budda. Per
quanto forte Toda potesse gridare «Uno, due, tre, ...cento» era come
se gridasse nel deserto: la sua voce se ne sarebbe andata col vento.
Ma sentiva di dover fare qualcosa per tutta la gente che soffriva
davanti ai suoi occhi nell'inferno della sconfitta. Questo pensiero lo
attanagliava. Era necessario aiutare le persone una a una, senza
preoccuparsi di quanto tempo sarebbe occorso né della fatica. Era
certo del fatto che questa azione in sé rappresentava la
concretizzazione della profezia di Nichiren Daishonin.
Dopo la fine delle ostilità, Toda divenne sempre più indaffarato,
ogni giorno andava all'ufficio di Kamiosaki.
In pochi giorni si organizzò per assumere alcuni impiegati. Ma
l'uomo che più a lungo aveva collaborato con lui, in cui aveva riposto
tutta la sua fiducia, non si fece mai vedere. Sumida, era questo il suo
nome, era un valido sostegno

73
ma sembrava che adesso, sentendo delle malattie e delle difficoltà
che Toda doveva affrontare per avviare la nuova attività, avesse
deciso di mollare. Pur rimanendo imperturbabile, Toda era indignato
per questo atteggiamento. Sumida era la persona in cui aveva riposto
la massima fiducia, colui che si assumeva le piene responsabilità in
caso di assenza di Toda. Si sentiva triste, tradito dal suo più diretto
discepolo nell'ambito lavorativo. L'uomo è una creatura terribile.
Capiva da questo episodio che una relazione priva di una base di fede
non è in grado di resistere alle tempeste della vita.
Gli impiegati, l'anziano Okumura e alcune ragazze, sedevano
davanti a delle scrivanie malconce. L'ufficio era piuttosto piccolo e
modesto ai loro occhi, che avevano visto ben altre sedi per le società
di Toda, prima che questi fosse incarcerato.
Lui era l'unico a sentirsi spiritualmente in forma, anche se ancora
non aveva recuperato pienamente la salute. Le nevralgie lo
tormentavano e la sua andatura era un po' zoppicante. C'erano
parecchie cose da sistemare ma, nonostante il caos che dominava la
società, l'impresa adesso era avviata. L'ufficio cominciò a lavorare il
20 agosto, cinque giorni dopo l'armistizio e quarantanove dopo
l'uscita di prigione.
Il 24 agosto fu annullato l'oscuramento che ormai durava da alcuni
anni.
Il giorno precedente l'Asahi Shimbun aveva pubblicato un
annuncio pubblicitario. In quei tempi i quotidiani avevano solo due
pagine e lo spazio della Nihon Shogakkan appariva in un angolo
della prima. Non c'erano altri annunci pubblicitari.
Il testo a grandi lettere recitava: "Imparate a studiare e a risolvere
problemi di matematica e fisica per corrispondenza. Corsi per il
triennio delle scuole superiori." Seguiva una breve descrizione in
caratteri più piccoli.

74
"Le spiegazioni relative ai principali argomenti di matematica e
fisica verranno inviate per posta due volte al mese. Le esercitazioni
verranno corrette una volta al mese. Le dispense, una volta raccolte,
costituiranno un libro di testo insostituibile. Durata dei corsi: sei
mesi. Prezzo di ogni corso: 25 yen, pagabili in anticipo. Le iscrizioni
sono limitate a causa della scarsa disponibilità di carta. Non sono
disponibili depliant illustrativi."
I termini un po' bruschi del comunicato riflettevano la situazione
del dopoguerra, con tutte le sue difficoltà. Non c'era neanche la carta
per poter stampare dei volantini. È difficile immaginare oggi quanto
fosse difficile procurarsi la carta in quei giorni. Gli studenti, dal
canto loro, non avrebbero potuto avere subito un libro tra le mani:
"Le dispense, una volta raccolte, costituiranno un libro di testo
insostituibile." Queste parole riflettevano l'esperienze accumulata da
Toda dai tempi della Guida deduttiva alla matematica. Sembrava che
cogliesse per istinto il desiderio di sapere dei giovani.
Passarono alcuni giorni e cominciarono ad arrivare alcune
adesioni. Ogni giorno arrivavano in ufficio da trenta a cinquanta
iscrizioni e gli impiegati ordinavano le schede e curavano le
spedizioni: regnava un'atmosfera piacevole. Nel pomeriggio, però, il
lavoro finiva.
Accendendosi una sigaretta, Toda si rivolse al personale: «So che
cosa ci vuole. Festeggeremo con una cena a base di sukiyaki
l'obiettivo di diecimila yen.»
Rimasero tutti allibiti. Era una bella idea, ma data la situazione
nessuno riusciva a credere che sarebbe mai venuto quel giorno.
Toda voleva che fossero tutti felici: se un datore di lavoro riesce a
conservare lo spirito umano dei primi giorni della sua azienda col
passare degli anni, si dimostrerà un vero uomo d'affari e un essere
umano vittorioso.
«Il sukiyaki sarebbe adatto, non è vero?»

75
Il buon Okumura diede subito un cenno di approvazione.
Sembrava che tentasse di ricordare il gusto del sukiyaki. In effetti se
ne erano dimenticati. Gran parte dei giapponesi aveva ormai solo un
vago ricordo di quelle delicatezze e addirittura il sapore del cibo
sembrava più allettante dei diecimila yen. Okumura si schiarì la gola
e disse: «Signore, abbiamo aperto l'ufficio e avviato l'attività; perché
non celebrare già ora il nostro successo?»
Toda e gli altri scoppiarono a ridere, ma Okumura insisteva
...Signore, lei sa bene cosa significhi caricare una pompa. Sono
sicuro che se noi celebriamo la cosa subito, riusciremo a raccogliere i
diecimila yen prima del previsto.»
«L'idea di Okumura è buona, vero?» Il viso di Toda si allargò in
un ampio sorriso. Non era mai avventato, ma la sua fiducia nel futuro
era assoluta ...Bisogna solo aspettare un po', non sia impaziente.»
L'anziano impiegato era deluso. Una cedola di iscrizione
equivaleva a venticinque yen, dieci a duecentocinquanta, cento
schede volevano dire duemilacinquecento yen. La visione del
sukiyaki svaniva.
Nel frattempo la data di arrivo delle forze di occupazione era stata
fissata e rinviata diverse volte. La popolazione fremeva, non essendo
in grado di immaginare che cosa il fatto avrebbe significato. Le voci
correvano e i quasi tre milioni di abitanti di Tokyo erano atterriti.
Tutto il paese era invaso da milioni di reduci. Le piattaforme delle
stazioni a Shinagawa, Ueno e Shinjuku brulicavano di soldati; tutti
recavano con sé poche cose, infagottate alla meglio o raccolte nelle
coperte militari. Decine di vagoni e di motrici, il disordine e la
confusione regnavano sovrani.
Modesto, senza alcuna pretesa, l'ufficio della Nihon Shogakkan
era in preda all'animazione, quasi si trovasse su un altro pianeta.
Ogni qual volta Toda entrava in ufficio

76
i volti degli impiegati si accendevano rivelando il loro inesprimibile
senso di sicurezza. Fuori dall'ufficio la tempesta infuriava, ma dentro
quelle quattro mura tutto veniva dimenticato. Si sentivano quasi più
sicuri lì che non a casa loro.
Quello che conta veramente è l'ichinen del leader. Le persone
percepiscono ogni cosa. Non bisogna mai dimenticare quanto la
determinazione di una persona responsabile possa influenzare il suo
lavoro e la società.
Stranamente, trascorsi solo cinque giorni da quando Toda aveva
nominato il sukiyaki, giunse la data fatidica. Il postino quella mattina
arrivò portando con sé un grosso pacco legato con lo spago e lo buttò
sul bancone. Compilare tutte le ricevute avrebbe richiesto un giorno
intero di lavoro. Le schede erano quasi sette o otto volte più che gli
altri giorni. Nessuno poteva credere ai propri occhi, le richieste
arrivavano dall'Hokkaido, da Tohoku, da Kansai e persino da
Kyushu.
«Ehi! Siamo già a quattrocentocinquanta!» esclamò una delle
ragazze. «E ce n'è ancora»
Rimasero tutti a bocca aperta.
«Incredibile!» Okumura espresse la sua meraviglia poi,
rivolgendosi a Toda, annunciò: «Signore, oggi abbiamo raggiunto il
nostro obiettivo dei diecimila yen.»
«Ah, ah, ah!» Toda rise. «Sarà bene che si dia da fare per trovare
un bel pezzo di manzo. Potrebbe essere molto più difficile di ogni
altra cosa.»
Probabilmente non c'era più nemmeno un macellaio in attività.
«Ci penso io. Lo troverò a costo di morire.» Okumura si batté il
petto. Aveva quasi sessant'anni ma era davvero felice.
«Prenderò anche del sakè, due o tre bottiglie di buon sakè.»
Prima di incontrare il suo maestro di fede, Makiguchi,

77
Toda si era dato il nome di Jogai, che significa "fuori dal castello". Si
sentiva privo di un maestro e viveva cercando di individuare la
persona che avrebbe seguito per tutta la vita. Ora il suo maestro era
morto. Lui aveva solo quel piccolo ufficio e dall'esterno sembrava
tranquillo, ma dentro sentiva ardere il desiderio di ridar vita alla Soka
Gakkai, per rispettare la volontà del maestro. Rendendosi conto che
lui stesso era il generale di kosen rufu decise di cambiare il suo nome
in 9.
«Allora stasera venite tutti a casa mia. Chiamate anche Kurikawa.
Su, adesso cerchiamo di finire al più presto, così potremo fare un
brindisi.»
In preda all'entusiasmo Okumura corse fuori per fare la spesa.
Toda gli rammentò: «Prenda anche dei dolci e della frutta. E non
dimentichi del sidro per le signorine.» Voleva aver cura di ogni
particolare.
La sera tornò a casa accompagnato da tutti i collaboratori.
Kurikawa era fuori per lavoro e gli avevano lasciato un messaggio.
Okumura aiutava Ikue nei preparativi. Era un'occasione speciale e
avevano deciso di stare al piano di sopra. Al momento
chiacchieravano tutti insieme e l'odore della carne al fuoco stimolava
gli appetiti di lunga data. Si sentiva la padella sfrigolare.
Toda bevve un sorso di vino. «Dammi un bicchiere» chiese alla
moglie. Vi versò il sakè e lo osservò da vicino: il colore era un giallo
caldo. Ruotò il bicchiere e lo mise alla luce.
«È proprio buono, dove l'ha trovato?»
«Deve esserlo. Ma la fonte è segreta!» Okumura sorrise trionfante,
e infilò i bastoncini nella padella.
Toda lo guardò con gentilezza. «Ogni uomo ha le proprie
capacità. Lei stasera dovrebbe ricevere il premio di merito al
servizio.»
«Grazie signore, si, è andato tutto a meraviglia.»

9
letteralmente la parola significa "dentro il castello".
78
Gli altri annuirono e mormorarono in approvazione. In quel
momento si aprì la porta d'ingresso e si udì una voce. Era Kurikawa,
il padrone dell'ufficio. Giungendo al piano di sopra mostrò tutta la
sua ammirazione.
«È fantastico, signor Toda!»
«Forza, bevi con noi.»
Kurikawa raccolse l'invito e sedette di fronte a Toda. «Ti ho dato
un sacco di fastidi, ma finalmente abbiamo preso il largo.» Toda gli
riempì la tazza.
«Sono assolutamente incredulo. È davvero meraviglioso!»
Kurikawa parlava guardandosi intorno, pieno di ammirazione.
«Questo è il bottino della battaglia all'ultimo sangue del tenente
Okumura. Stavamo appunto dicendo che ognuno ha le sue doti.»
Kurikawa scosse il capo. «La vostra è una bella festa, ma io mi
riferivo al fatto che avete raccolto diecimila yen in un giorno solo!
Me l'ha detto mia moglie e ancora non riesco a crederci. È
incredibile, soprattutto pensando alla situazione del paese.»
«Invidiabile, eh?»
«Puoi dirlo forte. Certo, usate solo della carta, ma diecimila yen...
È chiaro che chiunque ne sarebbe invidioso!»
«Quale che sia l'invidia, non tutti possono riuscirci.» Con un largo
sorriso Toda si versò dell'altro vino.
«Forse no, ma io comunque ammiro la tua ispirazione.»
La capacità di ogni persona ha dei limiti e quello è il punto in cui
si riconosce la mancanza o la presenza della fortuna. Un uomo
saggio non avrà necessariamente successo, un uomo che a tutti
sembra uno stupido può riuscire a superare i suoi stessi sogni. La vita
è veramente sottile e complessa.
Il sorriso di Toda svanì.
«Bene, che ne pensate della nostra vittoria di oggi? È il beneficio
per aver lottato e sofferto due anni in prigione

79
in difesa del Sutra del Loto. Il talento non è tutto. Questo è un
beneficio, il Gohonzon lo sa; il Gohonzon è davvero grande»
Le sue palpebre si abbassarono e la sua bocca, chiusa in
un'espressione risoluta, aveva un aspetto nobile.

80
Occupazione
30 agosto, ore quattordici.
Douglas MacArthur volò a bordo dell'aereo speciale Bataan e
atterrò al campo di Atsugi per avviare l'occupazione del Giappone.
Centocinquanta soldati erano arrivati due giorni prima per
completare i preparativi. Le forze americane avevano scelto Atsugi
perché era l'unico campo di aviazione che non aveva subito
incursioni.
La decisione creò un po' di imbarazzo alle autorità militari
giapponesi. Lo squadrone trecentodue di Atsugi era un'unità scelta da
combattimento. Il suo aeroporto non era stato bombardato e il
potenziale d'attacco era al meglio. Seguendo lo slogan "una morte
onorevole per cento milioni di giapponesi" gli aviatori avevano
costituito una squadrone suicida guidato dal colonnello Kosono e si
erano preparati allo scontro finale.
Erano infuriati per la dichiarazione di resa del 15 agosto. La prima
reazione era stata un telegramma riservato al quartier generale nel
quale si affermava: "...da questo momento in avanti rifiuteremo di
obbedire agli ordini di qualsiasi superiore." Il 15 e il 16 avevano poi
diffuso dei volantini dagli aerei e dalle auto dichiarando: "Le forze
imperiali non si arrenderanno mai. Rispettare i termini della dichia-
razione di Potsdam equivale ad alto tradimento. Firmato: il comando
aereo della marina." Avevano anche cercato l'appoggio di altre
divisioni. In pratica, lo squadrone di Atsugi era diventato una
formazione ribelle.
Il comando dell'aviazione era in difficoltà.
L'esercito aveva vantato la propria invincibilità e le forze unite
erano state spalleggiate dai leader al potere.

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Ora l'unità era crollata e metteva a nudo una situazione
vergognosa. Il concetto di un esercito che avrebbe dato vita
all'impero giapponese era svanito da tempo e non avevano più senso
nemmeno i principi feudali dell'autorità assoluta e dei privilegi
dell'imperatore. La loro organizzazione, che non aveva avuto nessuna
cura dell'umanità, ora soffriva una sconfitta bruciante e totale.
Intanto, la sera del 19, diciassette inviati militari del governo
giapponese si erano recati a Manila e avevano appreso che, sulla base
delle decisioni delle forze americane, il primo distaccamento delle
truppe d'occupazione sarebbe avvenuto il 23 ad Atsugi. Non c'era un
minuto da perdere. Il comando della marina decise che per porre
rimedio alla situazione sarebbe stato necessario l'uso della forza. Fu
stabilito che un corpo di marines avrebbe sedato la ribellione di
Atsugi.
Il 21, su ordine dell'ammiragliato, si cominciò a levare il
combustibile agli aerei. Udendo questi sviluppi, ventitré piloti
cercarono rifugio in altre basi, a Sayama e a Kodama, ma furono
arrestati dalle guarnigioni.
Il giorno seguente, nel pieno di una tempesta, gli equipaggi più
pericolosi vennero smobilitati. Partiti i militari, i civili della zona si
diedero al saccheggio e nessuno fu in grado di fermarli.
Per il Giappone era solo l'inizio della "strada della fame", come
può essere certamente definita la situazione del dopoguerra. Il campo
di Atsugi fu disattivato il 23 e iniziarono i preparativi per accogliere
le forze di occupazione.
Questo fu l'inizio della prima esperienza di sconfitta patita dal
Giappone. Non occorre dirlo, fu la peggiore tragedia mai vista. Era
come se coloro che avevano a cuore il futuro del paese levassero in
alto un grido: "Una simile disgrazia, tutte queste sofferenze non
devono accadere mai più."
Si verificarono anche altre piccole sommosse, ma tutti

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furono persuasi a cedere le armi. In realtà avevano già perso la
volontà di lottare. Alla fine anche nella base di Atsugi era tornata la
calma.
Il Bataan, indifferente a questi sviluppi, atterrò ad Atsugi recando
il generale MacArthur. La sua figura slanciata, era alto più di un
metro e ottanta, apparve dal portello: si fermò per un istante per
guardarsi attorno. Vestito con un'uniforme ordinaria e con un
cappello a tesa larga, non trascurò di posare per la stampa. Non
aveva armi indosso, portava occhiali scuri e in una mano teneva una
pipa di pannocchia. Discese la rampa e posò il primo piede delle
forze di occupazione americane sul suolo giapponese.
Il tenente generale Robert Eichelberger, comandante dell'ottavo
corpo d'armata, era giunto ad Atsugi la mattina e accolse MacArthur
con un sorriso.
«Ciao Bob.» Il saluto di MacArthur fu cordiale, pronunciato con
voce profonda e sonora.
L'elegante generale doveva sentirsi orgoglioso. Era stato nominato
al comando supremo sul finire del conflitto e ora aveva nelle sue
mani il potere di governare il Giappone.
Molte persone, anche davanti alla vittoria in guerra del loro paese,
possono risultare sconfitte nella propria vita. Un uomo non dovrebbe
mai essere sconfitto esistenzialmente, anche se il suo paese dovesse
essere vinto in guerra. Ciò che conta veramente è la vittoria come
essere umano.
Il nuovo capo del Giappone non portava armi, ma il suo aspetto e
il suo comportamento davano un'impressione risoluta, attentamente
studiata. La guerra era finita, lui non era giunto per portare la guerra:
doveva dare la netta sensazione di un generale che recava con sé la
pace.
Fece una dichiarazione per i giornalisti: «Il viaggio da Melbourne
a Tokyo è lungo e noioso. Ma ora siamo giunti in fondo alla strada...
In questa zona sono stati rimpatriati molti soldati giapponesi e pare
che la nazione stia affrontando

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con grande sincerità questo difficile momento. Mi auguro che la resa
sia completa e senza alcuno spargimento di sangue.»
Dalle sue parole non emergeva l'altezzosità e l'arroganza del
conquistatore. Aveva vinto una battaglia e ora doveva vincere la
successiva. Sapeva per esperienza che la vittoria reca in sé il seme
della sconfitta. Da questo momento il suo arduo compito consisteva
nel pianificare la politica di occupazione in tutti i suoi aspetti. Il
generale, tuttavia, era un po' imbarazzato.
La guerra era finita prima del previsto. Gli arditi piani di
MacArthur avevano prefigurato due sbarchi alleati in Giappone, cui
avrebbe fatto seguito un governo militare di occupazione. Per
compiere tutte le fasi di questa operazione si riteneva che sarebbe
occorso un anno.
Gli Stati Uniti, in vista di questi sviluppi, avevano iniziato a
formare un nutrito gruppo di ufficiali a Monterey, in California, cui
sarebbe spettato il compito di governare militarmente il Giappone.
Era stata creata una scuola di amministrazione per militari e un
centro di training relativo a tutti i problemi della vita civile. Quasi
quattromila militari si stavano dedicando allo studio degli aspetti
geopolitici ed economici del Giappone. La strategia americana
seguiva un programma studiato nei minimi dettagli.
MacArthur non era nemmeno stato informato del fatto che
l'America avesse la bomba atomica se non poco prima che fosse
lanciata su Hiroshima. Ora, davanti a una resa maturata molto più in
fretta del previsto, egli non aveva nemmeno una bozza organica del
programma per la gestione del paese sconfitto.
Durante le sette ore di volo da Manila a Tokyo aveva riflettuto
molto, passeggiando avanti e indietro nella carlinga e fumando la sua
pipa di pannocchia. Il brigadiere generale Whitney aveva preso nota
delle osservazioni.
«Primo, disarmare l'esercito... poi occorre insediare un

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governo rappresentativo... dare il voto alle donne. Dobbiamo
affrancare i contadini e incoraggiare la formazione di movimenti
sindacali... sostenere l'economia di mercato... interrompere la
repressione... garantire la libertà di stampa... sviluppare
un'educazione democratica... un'amministrazione decentrata più
efficiente...»
In effetti queste linee d'azione furono perseguite nei sei anni
successivi. La politica d'occupazione concepita a bordo dell'aereo
non aveva niente a che vedere con la politica coloniale statunitense
del passato. Il punto di riferimento essenziale era assicurare al
Giappone un processo di modernizzazione, garantito dall'aiuto
dell'America.
Naturalmente questa fu la fortuna del Giappone. Anche se oggi
non sembra, MacArthur fu in certa misura un idealista. Cosa sarebbe
accaduto se l'occupazione fosse stata gestita dall'Unione Sovietica o
dalla Cina? Altrimenti proviamo a immaginare che il Giappone, vinta
la guerra, occupasse gli Stati Uniti. Quale situazione ne sarebbe de-
rivata?
Da un punto di vista filosofico, sembra ci sia stato un punto di
contrasto fondamentale tra i generali giapponesi e quelli occidentali.
I primi mascheravano dietro il patriottismo il loro fanatismo
rigidamente conservatore. Gli occidentali, avendo sperimentato due
conflitti mondiali nel corso dello stesso secolo, sapevano bene che la
guerra moderna porta miserie e rovina sia per i vinti che per i
vincitori.
«Non vogliamo più guerre!» Questo era il grido che si sentiva
ormai in tutte le parti del mondo.
MacArthur non faceva certo eccezione. Osservando l'esito della
guerra, sapeva perfettamente che anche i vincitori avevano subito
ferite profonde. L'Inghilterra era prostrata, le fertili pianure russe
erano completamente distrutte: la ricostruzione non sarebbe stata
certo una cosa facile. La grandi risorse degli Stati Uniti erano ridotte
allo stremo e un futuro difficile incombeva su tutti i paesi.

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La sorte delle nazioni sconfitte era anche peggiore.
Italia, Germania e Giappone erano al collasso, sembravano dei
mendicanti che potevano solo sperare nell'elemosina degli altri stati.
Era necessario ammettere che, davanti a tutto questo, la guerra si
rivelava il peggiore affare possibile.
Poi venne la bomba atomica.
In tutte le guerre precedenti la popolazione civile aveva sopportato
solo in minima parte le dirette conseguenze del conflitto. Ma il
potenziale distruttivo delle guerre future annienterà tutti, amici e
nemici. La civiltà umana perirà e i pochi sopravvissuti vagheranno
per le foreste e le montagne insieme agli animali selvaggi.
La furia distruttiva delle guerre del XX secolo era tale per cui
MacArthur, il militare di carriera, si spinse fuori dai limiti di un
governo di occupazione e si convertì al pacifismo. All'estremo
dovette rendersi conto che l'abbandono della guerra era l'unica via
per assicurare la futura prosperità del genere umano. Tra le rovine
della guerra, il comandante in capo delle forze alleate dovette nutrire
un desiderio: fare del Giappone, che ora giaceva ai suoi piedi, un
modello di nazione amante della pace.
Le sue strategie erano intrise di idealismo, e questo si notò
soprattutto nei primi due anni. Tuttavia, elaborando i suoi piani, non
riuscì a cogliere in tutta la loro portata le tendenze mutevoli della
nuova era. Gli effetti positivi e negativi si sono rivelati con il passare
degli anni e l'influenza di quelle scelte si manifesta ancora oggi.
Quando fu siglato il trattato di resa a bordo della Missouri,
MacArthur dichiarò: «Davanti a noi c'è un'era nuova. La stessa
lezione della vittoria reca con sé una profonda preoccupazione per la
nostra sicurezza futura e per la sopravvivenza dell'umanità. Il
potenziale distruttivo degli armamenti, a causa del progresso
scientifico, ha raggiunto un livello che costringe a ribaltare
completamente le vecchie concezioni della guerra.

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«L'uomo dall'alba dei tempi ha cercato la pace. Nelle varie epoche
si sono tentate molte strade per risolvere le contese tra le nazioni. Sin
dal principio i metodi più efficaci hanno sempre previsto il
coinvolgimento dei singoli cittadini; al contrario tutte le soluzioni
basate sui meccanismi internazionali non hanno avuto successo. Le
alleanze militari, gli equilibri di potere, le leghe tra le nazioni, ogni
soluzione si è dimostrata inadeguata, lasciando che l'esito venisse
infine stabilito dalle armi. Se non si riuscirà a individuare un rimedio
veramente efficace, l'Armageddon sarà presto davanti a noi. Il
problema ha implicazioni teologiche, coinvolge la crisi spirituale del
nostro tempo e la nostra capacità di mantenere il carattere dell'uomo
al passo con un progresso delle scienze, delle arti e degli altri campi
del sapere che non ha eguali nei duemila anni della nostra storia. Se
vogliamo salvare il corpo, il problema riguarda prima di tutto lo
spirito.»
I giapponesi, per la prima volta nella loro storia, stavano vivendo
l'esperienza della sconfitta. Ovviamente vivevano in preda al terrore
e alla confusione più totale. Ma le parole e gli atti di MacArthur, già
dai primi giorni, cancellarono rapidamente l'immagine che voleva gli
americani essere dei diavoli. La sconfitta era una cosa tragica, ma ora
che la guerra era finita il paese stava vivendo una sensazione di
sollievo e nei cuori della gente tornava ad affacciarsi la gioia di
vivere.
Senza accorgersene, le persone avevano smesso di pensare solo a
se stesse. Davanti a una realtà completamente nuova, si sentivano
incuriosite. In quei giorni, tra la paralisi dell'industria e il completo
ribaltamento delle strutture sociali, la maggioranza dei cittadini era
costretta a impiegare tutte le energie nella battaglia per la
sopravvivenza, combattendo una lotta continua contro la fame.
Josei Toda rifletteva sul nuovo corso del Giappone. Dentro di sé
sentiva l'eco delle parole di uno scritto di Nichiren Daishonin,

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intitolato Rimostranza al Bodhisattva Hachiman: «Un sutra afferma
che il Budda riunì Bonten, Taishaku, gli dei del sole e della luna, i
quattro re celesti e le divinità in forma di drago di questa terra e degli
altri mondi [e si rivolse loro dicendo]: "Se il demone del sesto cielo e
gli altri demoni dovessero entrare nel corpo del sovrano e delle
persone e arrecassero disturbo ai miei discepoli, sia nel Primo, sia nel
Medio o nell'Ultimo Giorno della Legge, sia che essi osservino i
precetti, che non li osservino o che li violino del tutto, se voi,
vedendo o udendo queste cose, lasciaste passare anche un solo istante
senza punirli, allora io invierò Bonten e Taishaku come messaggeri
ai quattro re celesti affinché essi decidano la punizione. Se le divinità
dei clan non li puniscono, allora saranno Bonten e Taishaku con i
quattro re celesti a punirli. Lo stesso vale per loro. Bonten e Taishaku
di altri mondi puniranno Bonten e Taishaku, gli dei del sole e della
luna e i quattro re celesti di questo mondo [se essi non puniscono
coloro che arrecano disturbo ai discepoli del Budda]"...»
Se lo stato difende una dottrina eretica e sopprime il vero
Buddismo, se un paese vive sotto la guida di fedi erronee, il Budda
manda Bonten e Taishaku a punire quella nazione. Toda era ben
consapevole di questo principio.
Chi era dunque quell'uomo chiamato MacArthur? Dal punto di
vista di questo insegnamento buddista doveva essere la persona che
compiva l'opera di Bonten.
«Allora il generale MacArthur è il nostro Bonten» pensò Toda. Se
era davvero così, MacArthur non avrebbe recato offesa ai giapponesi,
meno che mai ai seguaci del vero Buddismo. Gli effetti della sua
azione sarebbero stati positivi. Toda aveva fiducia in tutto questo,
perché osservava, la situazione nello specchio del Buddismo, che
riunisce in sé tutte le leggi dell'universo.
Sentiva di aver già capito MacArthur più di ogni altro giapponese.

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Tra le iniziative delle forze di occupazione nei sei anni seguenti,
ce ne furono di corrette e di errate. Ma nel complesso MacArthur
ottenne risultati ineguagliati nella storia; è un fatto innegabile, specie
al confronto con l'occupazione delle due Coree. Quasi tutte le
politiche postbelliche negli altri paesi fallirono e il successo di quella
attuata in Giappone è a maggior ragione significativo.
Quel giorno il generale viaggiò da Atsugi a Yokohama. Rimase
del tutto sconcertato alla vista di due file continue di soldati
giapponesi che si snodavano lungo il suo itinerario di ventiquattro
chilometri volgendogli la schiena. Era una posa che erano soliti
assumere al cospetto dell'imperatore e avevano tributato lo stesso
onore al comandante in capo delle forze alleate. Era stato necessario
dislocare trenta mila uomini in armi. Certamente lo staff americano
dovette trovare la cosa strana e inquietante.
MacArthur, l'uomo che per Toda rappresentava Bonten, fece il
viaggio a bordo di una vecchia Lincoln, che era stata procurata dal
governo giapponese. Si guardava intorno con calma, con un sorriso
spavaldo.
Il novantacinque per cento di Yokohama era stato distrutto.
Tremila studenti della Prefettura di Kanagawa erano stati precettati
per ripulire tutta l'area nei pressi del Grand Hotel sulla spiaggia di
Yamashita e gli uffici doganali di Yokohama, che avrebbero ospitato
il quartier generale alleato. Quali saranno stati i pensieri di questi
giovani innocenti che lavoravano con la schiena piegata? Oggi sono
cresciuti e hanno assunto dei ruoli importanti nella società. Nulla più
dei tempi e della vita delle persone cambia in modo incredibile.
Il primo giorno di occupazione finì quindi nella quiete. Dalla baia
di Sagami, sull'orizzonte, si era visto un grandissimo numero di navi
da guerra, e presto la flotta alleata gettò le ancore nella baia di
Tokyo.
Toda riceveva le notizie di questi fatti dalla radio e dai giornali.

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Sentiva che stava per accadere un drastico mutamento della
struttura sociale. I soldati americani avevano invaso le strade di
Tokyo sin dal secondo giorno. Davanti alla necessità di comunicare,
Toda cercò di anticipare i tempi nuovi, dominati dalla lingua inglese.
Provò a sentire cosa ne pensavano le sue impiegate: «Allora gli
americani sono arrivati, finalmente. Che ne pensate?»
Sulle prime sembrarono infastidite, come se fosse stato toccato un
argomento tabù. Lo guardarono senza dir nulla.
«Che farete se vi chiederanno indicazioni?» Toda parlava in modo
spontaneo, accendendosi una sigaretta. Le ragazze si resero conto di
aver capito male la domanda e si rilassarono.
La più giovane tese un braccio e disse: «Io farei così!»
Scoppiarono tutti a ridere.
«Il linguaggio internazionale, eh?» L'anziano Okumura prese la
parola. «Naturale, no? Io farei lo stesso.»
«Già, e Tokyo diventerebbe una città di muti. Gli americani
penserebbero che nessuno possieda il dono della parola in
Giappone!» Per metterli alla prova, Toda proseguì: «Se avessimo un
insegnante di inglese, vi piacerebbe seguire le sue Lezioni?»
«Oh, si!»
«Perché no?»
Tutte le ragazze risposero all'unisono.
«Io ci andrei subito» disse uno dei giovani impiegati.
A queste parole, Okumura cambiò espressione in volto e disse:
«Signore, perché non pubblichiamo immediatamente un libro di
conversazione in Inglese?»
«Già, non possiamo sbagliare, ne venderemmo centinaia.»
In preda all'entusiasmo parlavano tutti insieme.
«Non è una cattiva idea, ma ogni libraio da quattro soldi

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di Tokyo ci starà pensando in questo momento.» Toda finì di parlare
e accese un'altra sigaretta.
In effetti, nel giro di pochi giorni, le folle di giapponesi corsero ad
acquistare una guida alla conversazione stampata su un singolo
foglio, fronte e retro. Alle stazioni di Tokyo, Shinjuku e Ueno se ne
vendevano a migliaia. Pochi giorni dopo l'armistizio aveva aperto i
battenti una scuola di lingua inglese e ben presto la città fu invasa da
miriadi di guide per la conversazione.
«D'ora in avanti sarà difficile affrontare il mondo senza riuscire a
comunicare con gli americani. Un'interpretazione errata potrebbe
causarvi un sacco di problemi superflui o addirittura una tragedia.
Per necessità stiamo entrando in un'epoca assolutamente inglese.»
«Signore, è proprio questo il punto. Dobbiamo pubblicare un libro
di conversazione adesso, senza esitare. Una buona strategia negli
affari consiste nel prendere l'iniziativa, non è vero? Dica che è
d'accordo!»
I giovani impiegati insistevano, non riuscendo a capire per quale
motivo esitasse su una decisione apparentemente ovvia.
«Okumura, che ne pensa?»
Lo sguardo di Toda si volse verso di lui.
«Io ne sono convinto. O meglio, prima di tutto bisogna disporre di
denaro liquido. Se paghiamo in contanti, possiamo comprare la carta,
anche se costa cara. Mi sembra un'occasione da non perdere.»
Okumura parlò con deferenza, come colui che aveva la
responsabilità dell' amministrazione.
«Allora siete tutti della stessa idea e solo io sono contrario?» Toda
sorrise e proseguì: «È troppo tardi. Qualsiasi persona che si ritenga
editore starà già facendo i suoi piani e qualcuno sarà già in stampa.
La competizione si farà sempre più ardua. Nessuno comprerebbe tre
libri uguali, solo uno stupido stamperebbe ancora libri di
conversazione.»

91
«Ma è un'ottima ide.» Gli impiegati erano riluttanti.
«Dobbiamo guardare sempre avanti.» Da dietro gli occhiali si vide
una luce negli occhi di Toda. «Da adesso in poi moltissime persone
vorranno studiare l'inglese in modo serio. L'ideale sarebbe un corso
di lingua, che sia completo e di facile approccio, cosicché chiunque
possa farne uso. Sarà necessario produrre un testo che colleghi la
lettura, la scrittura e la conversazione. Scommetto che già qualche
altro editore ci sta pensando. Prima di tutto ci occorre un valido staff.
Sarà bene che ci muoviamo subito, vero? Facciamone il miglior libro
nel suo genere. Lezioni d'inglese per milioni di persone, per
corrispondenza!»
Gli altri stentavano a seguirlo. Il piano di Toda appariva troppo
ardito.
In primo luogo tutti i possibili autori erano rifugiati nelle
campagne. Scovare alcuni professori d'inglese non sarebbe stato
compito facile. Richiamare l'attenzione del lettore con un titolo come
"Lezioni d'inglese per milioni di persone" sembrava un po' vago,
difficile da capire. Un testo di conversazione era più a portata di
mano. Ma guardandolo più da vicino, il piano assumeva una sua
concretezza.
Restava un ostacolo apparentemente invalicabile ai loro occhi: la
difficoltà di tenere delle lezioni per corrispondenza.
Toda li osservò tutti quanti: nella stanza era piombato il silenzio.
«Ma siete diventati così pigri da quando è finita la guerra? Con
questo atteggiamento molle non riuscirete a sopravvivere.»
Li fissò con risolutezza e proseguì: «Voi create i vostri problemi e
solo voi riuscirete a trasformarli. I codardi tendono a scappare, ma a
cosa serve una persona che non ha coraggio? Non ne voglio nella
mia società. Io mi assumerò ogni responsabilità. Forse vi ho mai
incolpato del fatto che qualche affare sia andato male? Eh,
Okumura?»

92
L'atmosfera nell'ufficio si era fatta pesante. Avevano tutti lo
sguardo rivolto verso il basso. Dopo un attimo Okumura disse: «No,
mai... Capisco, signore.»
«No, lei non capisce un bel niente.»
La bocca gli si era irrigidita per il disappunto. Nel gelo della
stanza aprì la rubrica del telefono e, avvicinandola al volto, prese
nota di alcuni numeri. Li trascrisse su un blocchetto e li passò a uno
degli impiegati, dicendogli di fare le telefonate.
Erano i numeri dei dipartimenti di lettere di un paio di università
private, che gli avrebbero permesso di avere notizie su alcuni vecchi
amici che erano diventati docenti d'inglese. Qualcuno era stato
sfollato in campagna, altri si erano rifugiati lontano da Tokyo e taluni
non avevano ancora fatto ritorno dal fronte.
Ma questa semplice azione diede un po' di animo al personale.
Grazie all'iniziativa di Toda vennero fissati degli appuntamenti con i
possibili autori già per il giorno seguente.
Sorridendo Toda esclamò: «Riusciremo nel nostro scopo se
lavoreremo con un obiettivo comune. Anche se i nostri piani non
saranno rispettati perfettamente, si aprirà comunque una nuova strada
davanti a noi. Questa è la forza, la fortuna di coloro che praticano il
Buddismo del Daishonin. Non abbiate paura, faremo ciò che
abbiamo deciso. Va bene?»
I colloqui con i docenti iniziarono il giorno dopo. Sebbene la
guerra fosse ormai finita, nessuno aveva idea di quando sarebbero
state riaperte le scuole. Dopo tanto tempo, gli insegnanti sentivano
vivo dentro di sé il desiderio di lavorare. Le persone contattate da
Toda accettarono subito la proposta, i loro volti mostravano
chiaramente il piacere che provavano nel sentirsi offrire un lavoro.
Erano ben felici di poter collaborare.

93
Da parte degli impiegati ora c'era qualche vergogna per
l'esitazione iniziale, ma questo non impedì loro di tuffarsi nella
nuova attività con tutte le energie. Giunse il giorno in cui fu toccato
l'obiettivo di ventimila yen raccolti con le sottoscrizioni per i corsi di
matematica e fisica. Incalzati dal risultato, si sforzarono di
completare i preparativi per il nuovo progetto editoriale in pochi
giorni. L'Asahi Shimbun pubblicò l'annuncio il 25 settembre. Erano
passati quaranta giorni dall'armistizio.
L'intera nazione era al collasso, le strade invase dai reduci. La
fame costituiva ancora la minaccia più acuta e gran parte della
popolazione doveva lottare contro questo comune nemico.
Nello stesso periodo Josei Toda stava ricostruendo la sua attività
dalle fondamenta, ma il suo sguardo si spingeva verso il futuro
lontano.
Il piano di smilitarizzazione concepito da MacArthur era stato
applicato senza difficoltà. Tralasciando di considerare le truppe che
ancora erano dislocate all'estero, quattro milioni di soldati furono
smobilitati in soli due mesi. Contrariamente a ogni aspettativa,
l'occupazione si stava attuando senza incidenti.
Un autore ha pubblicato di recente i suoi diari di quei giorni. In un
brano si legge: "Smettiamola di umiliare il Giappone! Non ce ne
burliamo come di un paese inferiore. Il Giappone è stato sconfitto,
ma noi dovremmo essere orgogliosi di essere giapponesi. Se anche
fossimo colonizzati, questo significa forse che dobbiamo comportarci
come schiavi?"
Un altro passo afferma: "Durante la guerra ci è stato detto di
odiare gli americani. In quei giorni ero disgustato dalla superficialità
dell'opinione comune. Oggi ci viene detto di ridicolizzare il
Giappone e di nuovo mi sento disgustato dall'opinione prevalente."
Anche al giorno d'oggi dobbiamo affrontare tempeste e assalti

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di propaganda irresponsabile. Non di meno, costruiremo un'era
nuova, basata sulla giustizia e sulla nostra convinzione, senza tenere
in nessun conto le critiche. Verrà il giorno in cui tutti saranno dalla
nostra parte.
Il governo Higashikuni entrò in carica il 17 agosto, sotto il
ridicolo slogan del "pentimento popolare". Dietro questa insegna
fasulla si celava il tentativo di dissimulare la demoralizzazione della
gente.
Ma l'opinione pubblica era su tutte le furie. "Che vorrebbe dire
pentimento popolare? I capi che ci hanno trascinato in guerra
dovrebbero pentirsi. Dovrebbero offrire le proprie scuse a tutto il
paese!" Lo slogan aveva un sentore di populismo religioso e in realtà
era stato suggerito da Toyohiko Kagawa, un leader socialista
cristiano che fungeva da consigliere del governo.
Il nuovo primo ministro, principe Higashikuni, era un membro
della famiglia imperiale e la sua nomina avrebbe dovuto consentire
di tenere a freno l'esercito e di facilitare la smobilitazione. Ma nei
confronti delle misure che dovevano aiutare la gente a ricostruire la
propria vita, il suo gabinetto risultò negligente. Anzi peggio,
incompetente. L'unico pensiero era proteggere il sistema imperiale e
restaurare il vecchio regime. Le decine di milioni di persone che si
trascinavano, appena al di sopra della soglia della fame, non erano
altro che un problema secondario.
Il 2 settembre fu siglata formalmente la resa a bordo della
corazzata Missouri, nella baia di Tokyo. Il 4 il Parlamento, riunito in
seduta straordinaria, votò unanimemente una dichiarazione di
obbedienza incondizionata all'ordine imperiale. Cominciarono a
costituirsi dei nuovi partiti politici.
Il governo di occupazione guidato da MacArthur seguì la strada
dell'esercizio indiretto del potere. Le autorità amministrative,
legislative e giudiziarie furono sottoposte all'ufficio del Comando
Supremo delle forze alleate. La politica di occupazione andò
gradualmente trasformandosi

95
da smilitarizzazione a democratizzazione, mediante l'uso di
direttive impartite al governo giapponese.
Fu una fortuna che il Giappone fosse riuscito a evitare il governo
diretto dei vincitori. Si era trattato di una soluzione decisa all'ultimo
momento. In realtà gli americani volevano decretare la legge
marziale il 3 settembre, come era stato fatto in Germania. Oltre
all'istituzione di un governo militare, tutte le cause sarebbero state
giudicate da una corte militare. Era anche stato previsto di istituire
una nuova valuta che avrebbe sostituito la moneta giapponese.
Venendo a conoscenza di questi piani, il governo del paese
precipitò nella confusione. Il disperato tentativo del responsabile
dell'ufficio di collegamento per l'armistizio, Okazaki, e del ministro
degli esteri Shigemitsu, la notte del 2 settembre, riuscì a ottenere la
concessione dell'amministrazione indiretta. È probabile che gli Stati
Uniti avessero preso in considerazione anche questa ipotesi, almeno
in via temporanea.
In definitiva, il governo di occupazione mantenne l'autorità
suprema, demandandone l'esercizio al governo giapponese. In questo
modo si riuscì a porre rimedio alla confusione generale e si sottopose
la popolazione all'autorità di un proprio governo. Il gabinetto
Higashikuni riuscì a sostituire la parola 'sconfitta' con l'espressione
'fine della guerra' ed 'esercito di occupazione' con 'truppe di stanza in
Giappone', riuscendo così a far pesare di meno la situazione sulla
gente.
Ma la crisi di governo non era lontana. Il quartier generale
annunciò i propri piani il 10 settembre, a nome del generale
MacArthur. n giorno seguente furono arrestati trentotto tra i maggiori
criminali di guerra, tra cui Hideki Tojo10. Altri arresti seguirono
periodicamente nei mesi successivi.
Il governo di occupazione rimase invece stranamente silenzioso
riguardo al fatto che l'imperatore dovesse essere

10
il quarantunesimo capo del governo, che rimase in carica durante la guerra.
Fu giustiziato come criminale di guerra nel 1946.
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accusato di crimini di guerra e il governo giapponese era in grande
apprensione a causa di ciò. La situazione era peggiorata dalle
proteste che si diffondevano anche all’estero e pertanto si decise di
organizzare un incontro tra il comandante delle forze alleate e
l'imperatore.
MacArthur ricevette in visita il sovrano il 27 settembre, nel
palazzo della compagnia di assicurazioni Daiichi, che era stato
requisito per ospitare il quartier generale. Allontanati tutti i presenti
tranne un interprete, il generale accolse l'imperatore vicino al
caminetto nella sala di rappresentanza. MacArthur offrì al suo ospite
una sigaretta, che fu accettata con piacere. Nell'accenderla, il
generale non poté fare a meno di osservare il tremito che agitava le
mani dell'imperatore e capì immediatamente quanto profondo fosse il
senso di umiliazione che il sovrano pativa in quel momento.
L'interprete tradusse poi una sua dichiarazione e MacArthur non
riuscì a trattenere la sorpresa.
«Io personalmente mi assumo la piena responsabilità per tutte le
decisioni e le azioni intraprese dal Giappone nel corso della guerra,
sia da un punto di vista politico, sia militare. Sono venuto qui oggi
per sottopormi al giudizio delle forze alleate che lei rappresenta.»
Il generale americano sapeva bene che il nome del sovrano era in
cima alla lista dei criminali di guerra stesa dall'Inghilterra e
dall'Unione Sovietica. Eppure l'imperatore non era venuto per aver
salva la vita. Era necessario un grande coraggio per assumersi la
responsabilità di essersi lasciato influenzare dalle autorità militari del
suo paese. La sorpresa cedette presto il passo a una profonda
compassione.
Nel momento del commiato, MacArthur disse: «Se desiderasse
discutere con me di un qualsiasi argomento specifico, per favore, non
esiti a interpellarmi.»
Sarebbe stato necessario disporre di un milione di uomini per
giustiziare l'imperatore come criminale di guerra,

97
il comandante delle forze alleate conosceva almeno questa verità
riguardo al fiero spirito tradizionalista dei giapponesi. Washington
stava cominciando a propendere per l'atteggiamento assunto dai
britannici e MacArthur si raccomandò con il suo governo affinché
nessuno facesse alcuna dichiarazione avventata.
Sulle prime i membri del governo giapponese furono sollevati
nell'apprendere notizie relative al colloquio, ma il giorno seguente
caddero in preda al terrore, quando sui giornali vennero pubblicate le
foto dell'incontro. A fianco dell'alta figura del generale americano,
l'imperatore appariva pateticamente piccolo: niente avrebbe potuto
esprimere con maggiore chiarezza la realtà della sconfitta.
L'ossessione del governo era di mantenere la sovranità imperiale e
si temeva la possibile reazione dell'opinione pubblica. Venne proibita
immediatamente la pubblicazione dei giornali che riportavano la foto
dell'incontro, ma il quartier generale alleato intervenne e ordinò la
revoca del provvedimento. Ne risultò uno smacco piuttosto vistoso.
Il governo Higashikuni era riuscito a ottenere l'esercizio indiretto
del potere e cercò di attuare delle altre misure atte a sostenere il
vecchio sistema. Trasformare la guardia imperiale in polizia della
corte imperiale, trasferire a compiti di polizia gli ufficiali
dell'esercito, inquadrare nelle forze dell'ordine i militari ancora in
servizio. Ognuno di questi tentativi fu ostacolato con energia dal
governo di occupazione e dopo la pubblicazione della foto del
sovrano si fecero ancora più incisivi gli ordini relativi alla
democratizzazione del paese.
Il 26 settembre si seppe che il filosofo liberale Kiyoshi Miki era
morto in prigione. Era stato rinchiuso nel carcere di Toyotama in
base alla Legge di ordine pubblico, con l'accusa di aver dato asilo a
un amico comunista, ed era morto a causa delle malattie contratte
durante la prigionia. A questa notizia il pubblico si rammentò del
fatto che

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i prigionieri politici erano ancora in carcere. Il regime militare era
stato abbattuto, ma la Legge di ordine pubblico era ancora in vigore.
I corrispondenti stranieri ottennero subito un'intervista con il
ministro degli interni, Yamazaki, che non esitò ad ammettere la
situazione: «Si, la polizia politica è ancora attiva... i comunisti che
diffondono principi contrari all'autorità imperiale saranno perseguiti
senza pietà. Chiunque dovesse reclamare l'abolizione del sistema
imperiale sarà ritenuto comunista e arrestato in base alla Legge di
ordine pubblico.» I reporter rimasero a bocca aperta.
Domande e risposte che oggi ci paiono assurde, in quei giorni
erano normali. L'organo delle forze armate americane, Stars and
Stripes, pubblicò diversi resoconti, così come le altre riviste estere.
Il governo giapponese aveva collaborato fintanto che si era trattato
di disarmare l'esercito, ma il sogno di tutti i suoi esponenti era quello
di ridare autorevolezza al vecchio sistema. Nel momento in cui
l'opinione pubblica mondiale metteva l'accento sulla questione della
responsabilità dell’imperatore come criminale di guerra, essi
cercavano follemente di preservare il sistema di potere basato
sull'autorità del sovrano. Non avrebbero potuto fare i loro calcoli
peggio di così. Non avevano alcuna visione prospettica, non
riuscivano a cogliere le tendenze del momento e la gente, davanti a
tale stupidità, non poteva far altro che abbandonarsi a una collera
impotente.
Il 4 ottobre il quartier generale alleato ordinò la revoca di tutti i
provvedimenti di limitazione delle libertà, relativi ai diritti umani e
alla religione, non tanto per dare soddisfazione al popolo giapponese,
quanto per placare l'opinione pubblica mondiale, indignata dai
racconti pubblicati su diverse riviste. L'ingiunzione obbligò il
governo ad abrogare la Legge di ordine pubblico, a legalizzare il
partito comunista e a liberare tutti i prigionieri politici.

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Fu anche richiesta la destituzione di tutti gli alti ufficiali delle
forze dell'ordine in Giappone e del ministro dell'interno, insieme
all'abolizione della polizia politica.
Il giorno seguente il gabinetto Higashikuni; il governo del
pentimento popolare, si dimise al completo, motivando in modo
irresponsabile il proprio gesto con il fatto che, se fossero stati
applicati tutti i decreti, non si sarebbe più potuta garantire la
sicurezza nazionale. Era rimasto in carica meno di cinquanta giorni.
Questo ribaltamento politico aprì la via per una reale
trasformazione del paese. Il 9 ottobre fu formato il governo
Shidehara, che abrogò la Legge di ordine pubblico il giorno dopo.
Circa cinquecento prigionieri politici furono immediatamente
rilasciati in tutto il Giappone. Josei Toda, che era ancora in libertà
sulla parola, fu scagionato da tutte le accuse.
Egli provò una grande gioia, ma per un altro motivo: quel singolo
articolo tra le direttive del quartier generale che affermava la libertà
di religione.
La libertà religiosa implica il fatto che un uomo sia libero di
giudicare da sé quale sia la religione che ha valore per lui e quale
invece non ne abbia, quale esalti la dignità umana e quale al contrario
la reprima. Kosen rufu non sarà conseguito fintanto che non sia
pienamente affermata la libertà di religione.
Ora era giunto il momento. Una simile situazione non si era mai
verificata dai tempi del Daishonin, ben settecento anni prima. Fino ai
giorni nostri le religioni orientali e occidentali sono sempre state
manipolate dal potere. I governi, quando non le hanno accolte sotto
le proprie ali, le hanno perseguitate.
Camminando in direzione del suo ufficio Toda fissava il cielo
autunnale e mormorava: «Bonten, amico mio, sembra che tu stia
agendo proprio bene!»
Inspirò profondamente. Ormai aveva recuperato quasi

100
completamente la salute e allargò le braccia: si sentiva libero, la
battaglia per kosen rufu poteva incominciare. Nel profondo del cuore
decise che si sarebbe dedicato con tutte le energie a questo scopo,
quanti che fossero i giorni che gli restavano da vivere.
La libertà di religione non era stata conseguita in virtù di una
richiesta popolare. Era venuta per ordine di un generale straniero.
Toda pensò nuovamente che doveva proprio essere opera di Bonten e
Taishaku.
D'ora in poi le autorità non avrebbero potuto più fargli nulla.
Mentre camminava nel sole d'autunno si sentiva le ali ai piedi.
«Sono libero. Finalmente è giunto il momento. Ora posso fare ciò
che devo, salvare ogni persona infelice in Giappone. Devo farlo.»
Molte persone innocenti erano state rilasciate quel giorno, ma
nessuno poteva gioire quanto Toda. In un certo senso, l'intensità della
gioia provata da ciascuno poteva dare la misura della sua futura
gloria. Toda gioiva in modo indescrivibile e sicuramente sarebbe
venuto il giorno in cui la sua grandezza avrebbe brillato più di ogni
altra.
Camminando si torse un baffo. Erano passati circa due mesi dal
giorno del rilascio e i suoi baffi erano di nuovo lunghi come due anni
prima. Toccandoli senti che tutte le sofferenze e le difficoltà degli
ultimi due anni ormai appartenevano al passato.
«Bene, d'ora in poi...»
Parlò a se stesso e inspirò di nuovo.
I suoi pensieri corsero alla gente prostrata, in preda all'ansia per
un futuro incerto. Si rese di nuovo conto di quanto fosse solo
nell'affrontare la sua missione e per un momento si senti frustrato.
Nei giorni più oscuri della sua storia il Giappone era guidato da
leader incompetenti. Gli uomini al potere, non le persone comuni,
erano al collasso. Se non fosse stato

101
per la presenza delle forze di occupazione, nel paese sarebbero
accaduti moltissimi disordini.
La gente non aveva neanche un bersaglio verso il quale indirizzare
la propria rabbia. Si sarebbero potuti scagliare contro un governo
indegno, ma questo non gli avrebbe portato un solo sacco di riso. Se
invece si fossero scagliati contro le forze alleate, questo avrebbe
semplicemente significato riaprire le ostilità appena interrotte. Si era
costretti a vivere, giorno dopo giorno, in preda a un impotente senso
di frustrazione.
Josei Toda avvertiva le sensazioni oscure degli ottanta milioni di
cittadini giapponesi. La disperazione, che un tempo era un
sentimento estremo, adesso era la norma. Essendo una persona di
grande sensibilità e integrità, sentiva nascere in sé una collera
profonda. Guardando in viso i passanti, desiderava quasi gridare.
«Guardate questa gente... Non è colpa loro. Tutto è successo a
causa di quelle dannate filosofie eretiche... non riuscirebbero a
capirlo nemmeno se facessi i più grandi sforzi...»
Per poco non urtò un ragazzo.
Una signora lo colpì inavvertitamente con un grosso pacco. Era
completamente assorto nei suoi pensieri e si lasciava portare dalle
gambe.
«È questo che spaventa osservando una nazione che offende il
vero Buddismo. Nichiren Daishonin lo scrisse nero su bianco
settecento anni fa. Nessuno gli credette, ma ora è giunto il momento
di seguire i suoi insegnamenti.»
Proseguì nel monologo, quasi rivolto a un altro passante. «È vero,
io so che è vero! Farò di tutto, soffrirò qualsiasi difficoltà, pur di
dimostrarlo. Per ora non posso fare molto, ma il nostro amico Bonten
dovrebbe almeno prendere qualche misura di emergenza. Dopo tutto
è qui per questo...»
Nel suo cuore Toda era convinto che MacArthur rappresentasse
Bonten,

102
ma agli occhi della gente risultava una persona incredibilmente
scontrosa.
Non riceveva visite, addirittura si ritiene che non avesse nemmeno
un telefono in ufficio. Non permetteva a nessuno di aprire la sua
posta e il solo modo per raggiungerlo era a mezzo di lettera.
Arrivò nel 1945 e partì dopo sei anni, rimosso dall'incarico per
divergenze con la politica di Washington sulla guerra di Corea. Nei
sei anni trascorsi, non lasciò mai il Giappone. Sembrava destinato a
svolgere la propria missione in Asia. Nel '37 era tornato negli Stati
Uniti dalle Filippine per il matrimonio e in precedenza era mancato
dal suo paese per quindici anni. Teneva le persone a distanza e
svolgeva i propri compiti in solitudine.
Nel periodo in cui mantenne il comando, non solo non lasciò mai
il Giappone, ma addirittura si allontanò raramente da Tokyo. In città
poi cambiava di rado il suo itinerario tra la residenza, presso
l'ambasciata, e l'ufficio nel palazzo della Daiichi.
Probabilmente non amava il contatto con le persone. Rifiutava gli
svaghi e le occasioni mondane. Si disse che non più di sedici
giapponesi abbiano avuto occasione di parlare con lui, nei sei anni di
permanenza. Non visitò neanche il palazzo imperiale e la sua
immagine fu divulgata anche attraverso libri quali Il mistero di
MacArthur.
Josei Toda non aveva la minima possibilità di incontrare il
generale, e certamente MacArthur non udì mai il nome di Toda. Ma
per quest'ultimo l'immagine di Douglas MacArthur rappresentava
qualcosa di familiare, come se ricordasse una fisionomia del passato.
Era forse un'immagine senza tempo che nasceva dalla sua percezione
del Buddismo? Solo Toda poteva saperlo.
Il Giappone era occupato e niente poteva essere più tragico.
Tuttavia nulla è privo di significato secondo il Buddismo.

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Un principio afferma: "Una grande sfortuna è sempre seguita da
una grande fortuna." In questa luce, non era lontano il giorno in cui il
Giappone sarebbe diventato la terra del Budda. Abbracciando il
Buddismo del Daishonin, l'intero paese avrebbe potuto "trasformare
il veleno in medicina".

104
Alzarsi da soli
Sulle prime gli alleati furono sconcertati dalla docile accoglienza
riservata alle forze d'occupazione. Ricordavano la ferrea
determinazione, la disponibilità dei soldati a morire piuttosto che ad
arrendersi nelle isole del Pacifico, la disperata resistenza opposta
nelle Filippine e a Okinawa, gli attacchi suicidi dei kamikaze. Che
stava succedendo? C'era da restare davvero senza parole.
L'esercito d'occupazione era pronto ad affrontare ogni resistenza,
anche dura, ma fino a quel momento nessuno aveva fatto nulla.
Non si riusciva a capacitarsene.
I giapponesi erano in condizioni miserevoli, apparentemente
indifferenti a ogni cosa intorno a loro. Non fu necessario attuare
alcuna delle precauzioni che erano state predisposte.
Pian piano gli americani prendevano fiducia, fino a diventare
spavaldi. In soli due mesi, fra l'ottobre e il dicembre del 1945, misero
in atto i principali elementi del piano di occupazione.
L'11 ottobre il quartier generale richiese al neo primo ministro
Shidehara di accordare alle donne il diritto di voto, di sostenere la
costituzione di movimenti sindacali, di liberalizzare l'educazione, di
democratizzare le strutture dell'economia. Il 2 novembre fu ordinata
la messa in liquidazione degli Zaibatsu, i grandi monopoli, e il 20
novembre venne congelato il patrimonio della famiglia imperiale. Il
22 fu imposta la sospensione dei compensi di guerra e fu ordinato di
imporre delle tasse sulle proprietà e sui profitti di guerra. Il 9
dicembre fu la volta della riforma agraria, seguita il 15 dalla
separazione formale fra stato e religione Shinto.

105
Il giorno seguente furono emanate nuove direttive concernenti
l'amministrazione del bilancio statale. Gli ordini di riforma si
susseguivano senza pausa.
Nello stesso periodo si intensificò la caccia ai criminali di guerra.
Il maresciallo generale principe Nashimoto fu arrestato in dicembre,
seguito dall'ex primo ministro Koichi Kido e dal tre volte premier
Fumimaro Konoe. Nei due anni seguenti furono perseguiti circa
duecentomila individui attivi nei vari settori della società, tutti rei di
crimini di guerra.
Una serie di riforme di così ampio respiro in un periodo tanto
breve rappresenta un caso unico nella storia. In effetti si trattava di
una rivoluzione. Sfortunatamente non fu attuata in accordo con la
volontà popolare, ma per ordine di un comandante militare straniero.
La difficile situazione creata dalla sconfitta bellica facilitò il
cambiamento. La popolazione non era in grado di avvertire ciò che
stava accadendo e la capacità di opporsi con fermezza era oltre il
limite delle sue forze. Una dopo l'altra, le direttive venivano emanate
e successivamente applicate dal governo giapponese.
Le ideologie distorte rappresentano un grave problema per la
gente e per le nazioni nel loro insieme. Nessuna persona dotata di
ragione dovrebbe mai scordare questo fatto. Il demone della dottrina
perversa aveva soggiogato a lungo il Giappone e il senso di vuoto
spirituale vissuto dalla popolazione metteva chiaramente in luce le
conseguenze di questa situazione.
In quel periodo, segnato da profonde trasformazioni, Josei Toda
perseguiva con calma risoluta i suoi obiettivi. Il lavoro, sotto la sua
abile guida, si stava sviluppando proficuamente. Verso la fine di
settembre Toda colse al volo la notizia di un edificio in vendita nella
zona ovest di Kanda, che non era stata colpita dai bombardamenti.
Dopo una rapida indagine, decise di procedere all'acquisto.

106
Ad appena un mese dall'inizio dell'attività la ditta era già in grado
di espandersi.
Verso la metà di ottobre l'intero staff si trasferì dall'ufficio
modesto di Meguro al nuovo palazzo di tre piani. Toda si era sentito
crollare il mondo addosso quando aveva saputo che la Jisshu
Gakkan, il centro delle sue attività nel periodo prebellico, era andato
distrutto per un incendio. Ora, guardando il nuovo ufficio, il senso di
frustrazione sembrava ormai lontano.
Kanda, il centro vitale dell'editoria giapponese, era considerata
una sorta di mecca per gli operatori del settore. Senza rendersene
conto sulle prime, Toda aveva acquistato una sede nella zona più
adatta.
In piedi, le spalle volte alla finestra, apostrofò i suoi impiegati:
«Può darsi che voi pensiate che ci siamo trasferiti da Meguro a
questa zona più centrale solo per caso, ma non è così. Desidero che
lo ricordiate.»
I dipendenti, felici di avere una nuova sede, ammiravano gli spazi
molto più ampi con soddisfazione.
«Signore, ha trovato una sede molto bella» disse Okumura.
«È segno che la nuova Nihon Shogakkan lavorerà con risultati
ancora migliori di prima della guerra» rispose Toda allungandosi
verso il portacenere.
L'edificio si trovava in mezzo a un gruppo di case sul lato sinistro
della strada, poco distante dall'affollato viale dell'Università Senshu.
Era ben servito dai mezzi pubblici ma lontano dai rumori del traffico
e pensando all'impietoso sferragliare dei treni che passavano dietro il
loro vecchio ufficio, sembrava a tutti che la nuova sede fosse fin
troppo tranquilla.
«Che beneficio!» esclamò Okumura. Aprì la sua borsa per
mangiare: avvolte in carta di giornale aveva con sé delle patate dolci
bollite.
«Ancora patate?» disse Toda. «Non riesco davvero a considerarlo
un beneficio.»

107
La stanza fu invasa dalle risate.
«Okumura ha detto bene. Questa sede è un beneficio. Vi ricordate
come abbiamo iniziato? Non si tratta solo del risultato dei nostri
sforzi. Questo ufficio è un dono del Gohonzon. Non potete neppure
immaginare il ruolo che avrà da qui in avanti e quindi spero che voi
tutti ne avrete la massima cura.»
«Si, signore.» La risposta fu pronta, ma in realtà nessuno di loro
capiva bene il senso delle parole di Toda.
La tremenda battaglia per la sopravvivenza costringeva le persone
a disputarsi ogni piccola razione di cibo. Pochi erano così fortunati
da lavorare in un posto sicuro e da riuscire a far fronte a tutti i
problemi quotidiani. Gli impiegati di Toda provavano una profonda
gratitudine per il fatto di poter lavorare in un ambiente gradevole,
senza doversi preoccupare di come avrebbero sbarcato il lunario.
Seduto nel suo nuovo ufficio, Toda stendeva i suoi piani per il
futuro, cercando di mirare lontano. I suoi progetti correvano in
avanti. Non si trattava solo di sviluppare le attività economiche, ma
di ricostruire la Soka Gakkai. Ma la nuova organizzazione, che
sarebbe sorta dalle ceneri della Soka Kyoiku Gakkai, sarebbe stata
molto diversa da quella di prima della guerra. Nella sua mente si
sviluppavano piani ampi e rivoluzionari.
Prima di tutto il nome doveva cambiare. Società educativa per la
creazione di valore, così si chiamava la vecchia associazione, era una
denominazione troppo limitante. Le attività non avrebbero più
dovuto essere confinate all'ambito educativo; al contrario, dovevano
rivolgersi a tutti gli aspetti della vita sociale, ispirando fiducia e
certezze nelle persone, sulla base dei principi eterni e immutabili del
vero Buddismo. Il nuovo edificio, che sorgeva nel cuore di Tokyo,
avrebbe svolto un ruolo essenziale in questa iniziativa.

108
Toda si gustò la vista degli uffici al secondo piano: tre stanze,
pavimentate con i tatami. La più grande ne aveva otto, la seconda
quattro e mezzo, la più piccola tre. Durante il giorno sarebbe stata la
sede per la nuova società, e la sera, ben presto, avrebbe accolto i
Bodhisattva della terra che ricercavano la Legge buddista. Proprio
quella stanza, con le sue pareti annerite, i materassini consunti e le
imposte scrostate, sarebbe stata testimone della nascita di kosen rufu.
Non visto, il suo viso era bagnato di lacrime .
Anche la scuola Shoka Sonjoku, istituita dal filosofo confuciano
Shoin Yoshida, aveva iniziato le sue attività in locali di quelle
dimensioni, cui in seguito fu aggiunta un'altra stanza di tre tatami. I
giovani allievi in seguito riuscirono a compiere grandi imprese.
Genzui Kusaka, Shinsaku Takasuji, Hirobumi Hito e altri
promossero la restaurazione Meiji del 1868, aprendo una nuova era
per il Giappone e incidendo così i loro nomi negli annali della storia.
Toda sentiva in sé una grande fiducia.
A uno a uno, ragazzi e ragazze ispirati da un ardente desiderio di
realizzare kosen rufu sarebbero usciti da quella palazzina per avviare
la riforma religiosa. Con gli occhi della mente riusciva a vedere la
scena.
In definitiva il Confucianesimo si era dimostrato inadeguato a
sostenere il ruolo di fondamento filosofico e la società basata sui suoi
principi era decaduta. Ma ora era il momento di una nuova epoca,
un'era dominata dai giovani che avrebbero spiegato il vessillo della
suprema filosofia. Gli adulti in cui Toda aveva riposto la sua fiducia
erano venuti meno. Disgustato dal loro egoismo, dal modesto senso
di responsabilità e dalla mancanza di integrità, aveva deciso di
affidare tutte le sue speranze ai giovani.
I suoi dipendenti non erano certo in grado di capire quali fossero i
suoi obiettivi a lungo raggio, ma Toda era comunque il loro datore di
lavoro e avrebbero dato il massimo per sostenerlo e facilitare lo
sviluppo dell'azienda.

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Toda a un certo punto richiamò la loro attenzione. «Allora, la vera
battaglia comincia adesso. Finora si è trattato di un gioco da ragazzi,
ma adesso dovete essere pronti a gettarvi nella mischia. Desidero che
lavoriate sodo e sfidiate voi stessi, va bene?»
«Si, signore!»
La risposta piena di energia fece vibrare il soffitto. Alcuni
annuirono semplicemente, altri ebbero una reazione più emotiva. Le
parole di Toda echeggiavano in loro. Aveva espresso la sua
determinazione riguardo al lavoro, ma tutti ne colsero gli aspetti più
profondi.
In poco tempo l'atmosfera frenetica dell'ufficio di Meguro era
svanita, cedendo il passo a uno spirito sorridente ma molto
determinato.
Giorno dopo giorno facevano capolino all'ufficio diversi visitatori.
Parecchie persone venivano per motivi di lavoro, ma qua e là
comparivano i vecchi membri della Soka Kyoiku Gakkai. Erano
persone che non avevano cercato scampo in campagna, che erano
vissute per tutta la durata del conflitto a Tokyo, in mezzo a continue
difficoltà e pericoli. Non si possono descrivere le espressioni di ansia
e scoramento dei loro visi.
Gli abitanti di Tokyo nel dopoguerra erano ridotti a 2.400.000.
Pochi tra essi erano membri della Gakkai.
Coloro che erano rimasti a Tokyo avevano seguito da vicino il
presidente Makiguchi. Conoscevano Toda di vista, ma nessuno di
loro gli aveva mai rivolto la parola. In qualche modo, venuti a sapere
della morte di Makiguchi, in preda alla disperazione, brancolavano in
cerca della Gakkai, non sapendo neanche se esistesse ancora.
Avevano riposto tutta la loro fiducia in Makiguchi, ma lui ora se
n'era andato. Nei loro cuori ardeva la speranza di trovare un nuovo
leader, che potesse prendere il posto dell'anziano presidente.
Avendo saputo che il direttore generale Toda era sano e salvo,

110
avevano desiderato con tutto il cuore di incontrarlo. Non sapevano
più nulla di lui, tranne che faccia avesse, ma a forza di cercarlo
riuscivano a capitare sulla soglia dell'ufficio di Kanda.
«C'è il signor Toda?»
Si facevano avanti esitando, gli uomini vestendo uniformi sdrucite
e con elmetti ammaccati, le donne, vedove di guerra, indossando i
mompe e tenendo i bambini per mano.
«Il suo nome?» rispondeva la segretaria.
«Tagami, Non credo che il signor Toda lo ricordi, ma forse si
rammenterà del mio viso...»
La ragazza dietro la scrivania era sconcertata.
«Facevo parte della vecchia Gakkai. Potrebbe dirglielo, per
favore? Io mi ricordo il viso del signor Toda, ma...»
«Per quale motivo desidera incontrarlo?»
«Niente di speciale sa, volevo solo rivederlo.»
«Attenda, prego.»
Noncurante dei pesanti impegni di lavoro, Toda li accoglieva
sempre al piano di sopra. Ascoltava. Dietro quel "niente di speciale,
sa" nascondevano tutta la loro disperazione. Erano persone stremate
da un dolore inesprimibile, che cercavano a tutti i costi una via
d'uscita.
«Capisco...» mormorava Toda, mentre ascoltava il racconto di
terribili esperienze. Coloro che avevano perduto il Gohonzon a causa
dei bombardamenti erano piombati in una situazione terribile e non
riuscivano a venirne più fuori. Toda rifletteva su quanto fosse
rigorosa la legge di causa ed effetto.
Punizione, pura e semplice punizione.
Prima della guerra lo avrebbe detto a chiare parole, dando loro
una guida severa per risvegliarli; ma ora, davanti a quelle facce
spaventate e miserabili, non se la sentiva. Capivano lucidamente da
sé la loro situazione, che stavano patendo la punizione causata dalle
loro azioni.

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Voleva parlare, l'aveva sulla punta della lingua, ma si tratteneva e
incoraggiava ognuno caldamente. Spiegava che il Gohonzon assicura
benefici illimitati e poneva l'accento sul beneficio della pratica, che si
rivela in modo incospicuo.
La voce di Toda esprimeva sempre la sua convinzione.
Era davvero in grado di sollevare questa gente dallo stato di
sofferenza in cui versava e di indirizzarla verso la felicità. Essi
ascoltavano, i loro volti riprendevano colore. Si sentivano come se
finalmente nella loro vita si fosse riaffacciata la speranza.
«È vero, il Gohonzon ha il potere di trasformare il veleno in
medicina. Fintanto che lei mantiene la sua fede, non deve
preoccuparsi di alcunché.»
« Non ci sono difetti negli insegnamenti del Daishonin. Proprio
mentre affrontava le peggiori difficoltà della sua vita, scrisse:
"Sebbene io e i miei discepoli possiamo incontrare delle difficoltà, se
non nutriamo dubbi nei nostri cuori otterremo naturalmente la
Buddità".»
«Non dubiti del Gohonzon, a qualunque costo. Se continua a
praticare, riuscirà a raggiungere l'illuminazione e godrà di una
felicità senza limiti. Il Daishonin insegna questo. So che per lei
adesso è difficile, ma non deve dubitare. Si aggrappi alla sua fede.
Questo è l'elemento che deciderà la vittoria o la sconfitta nella sua
vita. Vincere o perdere: tutto dipende dalla pratica. Che ne pensa,
crede di farcela?»
Alcuni piangevano, altri annuivano con serietà e poi sorridevano.
Qualcuno rispondeva: «Si, lo farò!» e negli occhi gli si leggeva la
gioia che provava.
«Venga pure a trovarmi, ogni volta che ha bisogno, non si faccia
remore.» Toda li rincorreva con queste parole mentre scendevano le
scale.
«Va bene, grazie tante.» Rispondevano voltandosi e continuavano
a scendere.
Queste visite talvolta capitavano nei momenti più strani

112
e un piccolo gruppo divenne particolarmente assiduo. Erano gli
uomini d'affari che si erano uniti all'associazione prima della guerra e
ne erano diventati responsabili. Erano amici di Toda di lunga data,
che intrattenevano con lui relazioni d'amicizia e di lavoro.
La vecchia organizzazione era composta in gran parte da
educatori; gli esponenti del mondo del lavoro avevano costituito una
Lega per le riforme economiche, con Toda come leader. Venti di loro
erano stati arrestati per l'attività di shakubuku e, una volta incarcerati,
avevano lasciato la fede.
Qualcuno era giunto addirittura a restituire il Gohonzon, mentre i
più erano stati rilasciati, a condizione che troncassero qualsiasi
legame con la Gakkai e che andassero a combattere. Altri erano
riusciti a evitare l'arresto, ma avevano comunque temuto che la
prigione li attendesse e quindi avevano deciso di smettere, in preda
alla paura. Abbandonarono tutti la fede nell'insegnamento di
Nichiren Daishonin e vissero per tutto il periodo della guerra in
isolamento. I responsabili maggiori della Gakkai avevano
abbandonato la propria fede.
Questo dimostrava che il livello di responsabilità aveva ben poco
a che vedere con la fede.
Venuti a sapere del rilascio di Toda, continuavano a temere le
conseguenze di una semplice visita; allorché le autorità che li
avevano perseguitati vennero sostituite dal governo di occupazione
uscirono dai nascondigli e ricominciarono a tirare le fila di una vita
distrutta.
Il Giappone del dopoguerra, dal punto di vista economico, era in
pieno caos. Sopravvivendo disperatamente, le persone vagavano qua
e là, inseguendo tutte le occasioni per arricchirsi in fretta.
I vecchi leader erano increduli davanti alla rapidità con cui Toda
aveva rimesso in piedi la sua situazione. In ottobre seppero la notizia
del trasloco e loro ancora non erano

113
riusciti a ristabilire le proprie attività. In fondo erano uomini d'affari
ed erano costretti a tornare sui loro passi. Da soli o in coppia,
cominciarono a cercare Toda nell'ufficio di Kanda.
Sono poche le persone che riescono a perseguire un obiettivo per
tutta la vita. Alcuni seguono un movimento solo per approfittare dei
vantaggi o per un senso di obbligo. Altri cercano semplicemente un
modo per sentirsi protetti. Un vero discepolo è colui che dedica la
sua vita a ciò in cui crede, a un grande obiettivo.
Tuttavia Toda non respinse queste persone che lo avevano tradito.
Chiuso nella sua cella, aveva saputo dal responsabile delle indagini
che lo riguardavano che i suoi compagni stavano abbandonando
l'organizzazione uno a uno. Col cuore pieno di tristezza, aveva
represso la collera e l'amarezza. Ora, vedendo di nuovo i vecchi
amici, dimenticò la rabbia del passato. La compassione riesce
veramente a sommergere ogni altro sentimento.
Sui loro volti era scolpito il ritratto della miseria. Non restava
traccia dello spirito risoluto con cui avevano dichiarato, proprio
prima degli arresti, che era giunto il momento di rimostrare
pubblicamente contro il governo. I loro sorrisi patetici non potevano
nascondere la paura e la vergogna.
Toda li accolse comunque come se non fosse accaduto nulla. Ben
conoscendo il suo temperamento iroso, gli impiegati li guardavano
con disprezzo e scuotevano la testa. Una volta uno dei più giovani,
non riuscendo più a trattenersi, si rivolse a Toda: «Signore, lei è
troppo gentile. Ma non ha idea delle cose che questa gente sporca ha
detto di lei in sua assenza! Hanno creato un sacco di problemi alla
nostra società e ora hanno l'ardire di rifarsi vivi. Non sono dei
traditori?»
Davanti a questo sfogo sincero, Toda reagì in modo comprensivo:
«Non devi essere così duro con loro.

114
Aspetta di essere fermato o gettato in cella e sballottato per un
mese o due, poi dimmi che ne pensi. Faresti come loro, è certo.
Credo siano rari quelli che non si comportano così.»
Il giovane però non ne voleva sapere.
«Non puoi capirlo se non lo vivi in prima persona... ma non ti
preoccupare. Con il Gohonzon ognuno può comunque diventare
felice. Con noi o contro di noi, non importa. Alla fine tutti possono
trasformare il loro destino. È questa la grande compassione del
Daishonin.»
Poi proseguì: «Essere criticati dagli altri è cosa di poco conto,
mentre il giudizio del Gohonzon è severo e giusto. Gli esseri umani
certe volte confondono le situazioni e l'unica cosa che li può aiutare è
un giudizio severo. Se non abbandonano il Gohonzon, tutto andrà a
buon fine. Anche loro... quello di cui hanno bisogno adesso è di
seguire il Gohonzon..
Toda parlava in modo paziente, come se volesse convincere se
stesso.
L'autunno avanzava.
Ormai la salute di Toda era molto migliorata e gli consentiva di
apprezzare il gusto del sakè. Alcuni suoi conoscenti avevano dei
contatti nel mercato nero e ogni volta che capitava loro di mettere le
mani su una bottiglia di whisky, la dividevano con Toda.
Verso la fine di ottobre fu concesso il permesso di riaprire
ristoranti e locali pubblici. I vecchi amici ripresero a frequentare i
loro sushi bar preferiti.
Sembrava che Toda non avesse preoccupazioni e il gruppo
chiacchierava del più e del meno, i bicchieri in mano. Pian piano la
conversazione arrivò al tema di kosen rufu e ai futuri sviluppi.
«Kosen rufu, kosen rufu, kosen rufu. Mi sembrate un branco di
pappagalli. Potete continuare quanto vi pare a ripetere la stessa
parola, ma la cosa non ha senso. Kosen rufu continuerà ad
allontanarsi da voi. Quello che vorrei

115
sapere è: chi si sta dando da fare per realizzarlo?»
All'improvviso Toda si era fatto severo.
Il sorriso svanì dai loro visi: Toda li fissò uno a uno con sguardo
penetrante e proseguì: «La questione centrale sono le persone. Chi,
dico io, chi lo sta realizzando? Le cose sono decise dalla gente, da un
singolo individuo.»
Nessuno aprì bocca.
Dopo qualche esitazione, Naosaku Kitagawa, che gestiva una
piccola tipografia, ruppe il silenzio: «Mi sembra che la prima cosa da
fare sia rimettere in piedi l'organizzazione.»
«Chi» chiese Toda, «chi lo farà?»
«Ma... noi, naturalmente. Voglio dire, c'è forse qualcun altro che
lo può fare?» Kizo Iwamori, che costruiva strumenti ottici, parlò
timidamente. Durante la guerra era sfuggito all'arresto.
«Bene, bene. Allora lasciamo tutto in mano a Iwamori, d'accordo?
Ma io vi avviso. La strada di kosen rufu è ardua. Non riuscirete a
vederne la fine, anche se doveste usare i migliori strumenti di
Iwamori.»
Per un attimo tornarono a sorridere.
«Toda, tu sei il direttore generale, quindi dovresti essere la
persona più adatta.»
Yoichiro Honda, parlò in modo insicuro: lavorava nel commercio
all'ingrosso di generi alimentari ma la sua ditta era fallita. Era
originario dello stesso paese di Toda e i due si conoscevano dalle
scuole elementari.
Toda non rispose e invece bevve un sorso.
Colui che era considerato il più abile uomo d'affari, Yoichi
Fujisaki, aggiunse: «Ora che il signor Makiguchi non è più tra noi,
credo che Toda sia l'unica persona all'altezza del compito. lo sono
assolutamente inadatto, ma se lui ci guiderà, sono pronto a seguirlo
ovunque.»
Il volto di Toda fu percorso da un'espressione di amarezza. Non
disse nulla.

116
Quei quattro erano responsabili centrali della Gakkai!
Ma i disastri del passato non gli avevano insegnato niente? La loro
idea di kosen rufu era solo un argomento di conversazione davanti a
una bottiglia di liquore?
«Io non seguirò di nuovo la stessa via.» disse Toda, «non ne sarei
capace.»
«Ma ora i tempi sono cambiati completamente, di cento ottanta
gradi!» irruppe Kitagawa. «Perché dovremmo fare ancora gli stessi
errori?»
«Si, i tempi sono cambiati, sono il primo a dirlo. Ma quello che
conta, Kitagawa, sono le persone, non i tempi. Persone con una fede
forte, che vivono per propagare il Buddismo.»
La sua voce era rauca, quasi repressa.
«Ma adesso i nostri nemici sono stati sconfitti, non è vero? La
situazione è completamente diversa. Non credo che da ora in poi sarà
difficile.»
Kitagawa insisteva sul fatto che tutto dipendesse dal momento; le
sue erano parole al vento, pronunciate in modo irresponsabile.
Toda lo guardò diritto negli occhi. «Il governo militare è caduto,
d'accordo, ma che ne dici delle migliaia di religioni improvvisate che
non sono scomparse? In realtà la situazione non è cambiata per
niente. D'ora in poi assisterai alla nascita di un groviglio di dottrine
che cercheranno di sfruttare la confusione del dopoguerra. È una cosa
chiara come il giorno.»
Già si prefigurava la situazione, con decine di culti che
approfittavano del declino spirituale della popolazione.
Il Giappone aveva sì la libertà di religione, ma la gente non era in
grado di capire quale religione dovesse essere seguita. Non c'erano
punti di riferimento per esprimere giudizi, anzi l'ignoranza in
argomento era abissale. Secondo Toda, la libertà appena ottenuta
avrebbe inaugurato un periodo di guerra religiosa; sentiva che era
giunto

117
il momento di lanciare una vigorosa campagna di shakubuku.
«Il problema centrale, lo ripeto, è questo: chi farà cosa? Se noi
seguiamo le vecchie abitudini, magari dall'esterno si potrà avere
l'impressione di una situazione nuova, ma in realtà commetteremo i
vecchi errori.»
«Allora vuol dire che bisogna ricominciare tutto da capo?»
soggiunse Fujisaki, come se concordasse con l'idea di Toda.
«Non esattamente. Le parole valgono quello che valgono,
Fujisaki. Noi dobbiamo ricominciare con un'impostazione
completamente nuova e una nuova determinazione. Altrimenti non
realizzeremo mai kosen rufu. Riesco a spiegarmi?»
Era come se parlasse a se stesso. Rimase in silenzio per un po',
giocherellando con la tazza.
Nessuno disse una parola.
«Va bene, per stasera può bastare.» Toda si alzò e andò verso la
cassa. La serata era finita e per adesso la discussione sarebbe rimasta
in sospeso.
«Era un pezzo che non assaggiavo dei sushi degni del loro nome.
Credo che il mio stomaco sia meravigliato.» Kitagawa e Honda si
scambiarono qualche commento.
«Capisco cosa vuoi dire. Io ormai mi ero dimenticato quale fosse
il gusto dei sushi» Voltandosi verso Iwamori, Honda soggiunse: «Fra
l'altro, ho sentito che aprono un nuovo ristorante di ternpura a
Shinjuku, dalle tue parti. Quando l'avrò provato ti ci porterò.»
I quattro sembravano a loro agio; si erano fermati in cerchio sul
marciapiede e aspettavano Toda. Il cibo era un argomento molto
sentito in quei giorni difficili e in quel momento il loro interesse ne
era attratto più che da ogni altra cosa.
Toda uscì dal locale con un pacchetto di sushi in una mano. Si
fermò un attimo e fissò le stelle nel cielo.
«È autunno.»

118
Una fresca brezza gli scosse i capelli. Il cielo sopra le rovine di
Tokyo era incredibilmente limpido e le stelle brillavano come
avviene in alta montagna.
Dopo un tratto comune, il gruppo si divise. Toda e Kitagawa
arrivarono insieme fino a Meguro.
Era ormai mezzanotte quando Toda uscì dalla stazione del treno
metropolitano. Camminò da solo lungo i binari fino alla sua casa di
Shirogane. Ogni tanto alzava lo sguardo al cielo, ma sentiva una
grande pesantezza nel cuore.
«Fra me e loro c'è un abisso!»
Non li biasimava più di tanto per il fatto che avessero
abbandonato la fede davanti all'oppressione; ciò che lo rattristava era
che non si rendevano conto delle proprie azioni. Parlare con loro non
aveva senso.
«Ora i tempi sono mutati, ma loro sono sempre gli stessi. Mi
girano intorno, ma solo per bere insieme e passare un po' il tempo.
Non ci provano neanche a capire quali siano i miei pensieri...»
Nel cuore provava una fitta, rendendosi conto di non aver nessun
compagno.
Camminava scoraggiato, ma all'improvviso gli apparve nella
mente l'immagine del suo maestro.
Makiguchi non aveva abbandonato nemmeno per un momento le
sue convinzioni. L'immagine si faceva via via più distinta e lui
voleva quasi gridare.
«Sensei…» Riusciva a rivedere quel sorriso affettuoso e
d'improvviso ebbe la sensazione che il suo maestro lo stesse
vegliando.
I suoi occhi si bagnarono di lacrime e lui cominciò a declamare
una poesia che aveva scritto in prigione:

119
Il mio maestro mi ha lasciato,
ha offerto la sua vita, come Yakuo.11
Posso io restare
e compiere il volere del Budda?
Il fiore della vita,
tutto ciò che mi resta,
coglierò dal suo stelo
e offrirò per ripagare la mia patria e gli amici.

La tempesta urla
e il cielo a est è offuscato.
Gli uomini si affliggono, tormentati dai demoni.
Come posso salvare i miei fratelli?

Nelle mani stringo il gioiello che esaudisce i desideri.


Il mio cuore grida:
"Con questo vi salverò tutti!"
Il mio maestro sorride tranquillo.

Discese il viottolo che portava in casa e si fermò di nuovo a


guardare il cielo: le stelle brillavano più che mai. Per un istante ebbe
la sensazione di se stesso, solo in un angolo dell'universo infinito.
Come giunse alla porta, gli sembrò che un enorme peso gli
scendesse dalle spalle e si sentì rinfrancato. Sorridendo porse alla
moglie che gli era venuta incontro il pacchetto con i sushi.
I giorni correvano.
Il 18 novembre segnava il primo anniversario della morte di
Makiguchi. Per la sera era in programma una cerimonia
commemorativa al tempio Kankiryo, a Nakano.
Toda lasciò l'ufficio prima del solito e, dopo aver percorso il
tragitto in treno, si affrettò lungo il tratto da fare a piedi. Le foglie
cadevano e il soffio dell'autunno inoltrato raffreddava l'aria.

11
bodhisattva dell'antichità che dedicò la vita al Buddismo

120
Camminando si ricordò di un'altra sera, nel calore estivo, quando
aveva rifatto lo stesso cammino con l'aiuto del bastone, affaticato e
madido di sudore. Doveva essere il 5 luglio, pensò, due giorni dopo il
suo rilascio. Durante la giornata era rimasto a casa, per evitare la
calura, ma non riusciva a smettere di pensare al Tempio principale.
Sul far della sera era uscito, accompagnato da Ikue, per fare una
visita al reverendo Horigome, al Kankiryo.
Era arrivato verso le sei. Ormai calava l'oscurità, ma l'aria era
ancora umida e appiccicosa. L'area del tempio era avvolta dal
silenzio più totale. Non si muoveva neppure un'ombra. Il canto dei
grilli soltanto gli rammentava che era ancora nel mondo dei vivi.
Appoggiandosi alla moglie, aveva varcato la soglia e si era
inchinato davanti al Gohonzon per recitare alcuni daimoku.
Al suono della sua voce, si udì un rumore di passi leggeri che si
avvicinavano alla sala dall'appartamento dei preti.
«Ah, signor Toda, immaginavo che fosse Lei.»
Egli sentì la voce profonda del reverendo Horigome, che si
avvicinava vestito con uno yukata leggero.
Il suono di quella voce familiare commosse Toda. Ancora
stringendo il juzu fra le mani, rivolse lo sguardo verso di lui.
«Signore, io...»
Gli mancavano le parole: si inchinò fino a toccare il tatami con la
fronte e rimase in quella posizione.
Horigome gli si inginocchiò vicino e gli tese con vigore la mano.
Erano proprio davanti al Gohonzon e Toda, senza pensarci, prese la
mano del prete fra le sue: Horigome porse anche l'altra. Si
abbracciarono come due vecchi compagni d'armi.
Sentivano il bisogno di dirsi moltissime cose, ma erano troppo
frastornati per parlare. Le loro mani, salde in una fraterna stretta,
dicevano molto di più di qualsiasi parola.
Il reverendo Horigome fu il caposaldo del Tempio principale
durante la guerra: combatté in prima linea per la Nichiren Shoshu,
mettendo a repentaglio la propria vita

121
pur di porre fine alla repressione messa in atto dalle autorità. Toda,
come figura chiave tra i seguaci laici, dal canto suo aveva subito
analoghi attacchi.
Gli storici in futuro ricorderanno i nomi di questi due uomini che
in quei giorni affrontarono senza compromissioni la violenta
persecuzione religiosa. Il primo fu il reverendo Horigome, che
protesse in ogni modo la purezza dell'insegnamento di Nichiren
Daishonin, il secondo fu Josei Toda, della Soka Gakkai.
Grazie alla loro strenua resistenza, la filosofia suprema e priva di
eguali, destinata a portare la felicità a tutti gli uomini, riuscì a
superare la peggiore crisi mai verificatasi nei settecento anni della
sua storia.
«Signor Toda, la stavo aspettando.»
Tirando a sé le mani di Toda, Horigome cercò di guardarlo negli
occhi al di sopra della montatura degli occhiali. «Grazie, sono felice
di sapere che lei è salvo.»
Toda si inchinò nuovamente e lo osservò attraverso le lenti spesse.
La testa rasata sembrava più grossa di prima. Com'era dimagrito!
Horigome stava pensando lo stesso di Toda, ma nessuno aprì
bocca. L'unica loro preoccupazione adesso era di incoraggiarsi a
vicenda.
Ikue si era completamente dimenticata di salutare il prete. Li
guardava, inconsapevole della propria presenza, e si asciugava le
lacrime con un fazzoletto.
«Signor Toda, quando...?»
«L'altra sera, mi hanno rilasciato sulla parola»
«Dev'essere stata una cosa terribile!»
«Signore, è difficile da spiegare, ma... che esperienza incredibile!»
Per la prima volta da quando era stato rilasciato, Toda proruppe di
nuovo nella sua vecchia risata.
«Un'esperienza incredibile... capisco.» mormorò Horigome.
Sorrise e si alzò in piedi.
«Venite, dentro fa un po'

122
meno caldo. Almeno per oggi dovrebbe cercare di rilassarsi. Mi
segua, signor Toda, da questa parte.»
Li accompagnò verso gli alloggi dei preti e li fece accomodare nel
suo studio, che era completamente invaso da pile di libri rilegati in
stile giapponese.
Dopo un attimo i due cominciarono a parlare, come se già
sapessero di non potersi dire tutto. Sembrava che cercassero di
colmare d'un tratto un vuoto che durava da due anni.
Toda narrò le sue esperienze del carcere, il dolore e la rabbia che
lo avevano colto quando aveva saputo della morte di Makiguchi.
Horigome ne condivise tutta la collera.
Poi il prete passò a raccontare della rovina del Taisekiji. I terreni
del tempio erano stati requisiti per ospitare dei baraccamenti militari
e ora le truppe stavano saccheggiando in lungo e in largo,
distruggendo i giardini e violando gli antichi edifici. La grande Sala
di ricevimento era stata distrutta da un incendio il 17 giugno. Mentre
Toda ascoltava, lacrime di indignazione e di dolore gli scendevano
lungo le guance.
Soffocato dal caldo e dalle emozioni, inconsciamente Toda si levò
prima la giacca e poi anche la camicia. Magro com'era, la canottiera
gli pendeva addosso. La sua voce però risuonava profonda, ed era
difficile credere che venisse da un corpo così debole.
Il Tempio principale era stato distrutto in gran parte, la Soka
Kyoiku Gakkai era al collasso. Sembrava quasi che le due esili figure
del prete e del direttore generale riflettessero quella situazione
tremenda.
La guerra proseguiva. L'Ultimo Giorno della Legge, l'era del caos
predetta nei sutra, era giunta. Quel pensiero li angustiava.
«La prigione è stata un buon allenamento,» disse Toda, «ora sono
cresciuto, grazie al Gohonzon. Signore, non posso perdere questa
occasione. Posso contare sul suo aiuto?»

123
Anche lui parlava in tono pacato, ma la voce rivelava una supplica
intensa. Toda si alzò e disse: «Signore, fintanto che vivrò, proteggerò
il Tempio principale. Da questo punto di vista non ha niente da
temere. Tuttavia, sono appena uscito di prigione e le prospettive del
mio lavoro sono piuttosto confuse. Per favore, abbia un po' di
pazienza.»
Finalmente l'unità tra preti e laici era stata ricomposta, dopo oltre
due anni. Da quel giorno, o meglio proprio da quel momento, i due
furono sempre uniti da un legame che sarebbe stato impossibile
spezzare. La storia della Nichiren Shoshu nel dopoguerra ne è la
dimostrazione.
Toda si inginocchiò per recitare daimoku. Dentro di sé pregò: «Io,
Toda, realizzerò kosen rufu» Il primo passo sarebbe stato quello di
rimettere in sesto i suoi affari e quindi di iniziare la ricostruzione.
Quando l'incontro finì, fuori era ormai buio.
Quella sera era tornato a casa bruciando di passione e di
determinazione. Erano passati solo cento giorni e gli affari già
andavano piuttosto bene. Oggi, nel primo anniversario della morte di
Makiguchi, si sarebbe fatto carico della missione incompiuta del suo
maestro e avrebbe mosso il primo passo. Sebbene fosse pienamente
cosciente di ciò, si sentiva addosso tutto il peso di quella
responsabilità.
Josei Toda varcò il cancello del Kankiryo. Recitò daimoku nella
sala principale e si affrettò verso la residenza dei preti, per salutare il
reverendo Horigome e scambiare due chiacchiere con i parenti di
Makiguchi. Giunse poi la conferma che tutto era pronto e che la
cerimonia poteva incominciare. Il gruppo si mosse verso la sala e
Toda d'improvviso si sentì sprofondare.
L'organizzazione, prima della guerra, contava circa tremila soci.
Ora, a parte la famiglia Makiguchi e i parenti prossimi, per la
commemorazione della morte del presidente si erano riunite soltanto
una ventina di persone. Ovviamente alcuni non erano ancora tornati
dal fronte o

124
dai villaggi dove erano stati sfollati, ma in ogni caso, anche così era
presente meno dell'uno per cento dei membri.
Ricordando l'affetto sincero per i membri che Makiguchi aveva
sempre dimostrato, non riusciva a credere ai suoi occhi. Con la forza
di una raffica di vento, in un istante ebbe chiaro quanto sarebbe stato
difficile il compito della ricostruzione.
Certo, in quei giorni la popolazione doveva sopportare difficoltà
che oggi sembrano incredibili, ma restava comunque il fatto che
quasi tutti i tremila membri avevano abbandonato la fede. Niente più
di quel pugno di persone avrebbe potuto rappresentare meglio la
situazione.
Erano tutti radunati in piccoli gruppi nella sala. Alcuni avevano
incontrato inaspettatamente persone di cui non avevano più notizie
da prima della guerra. Erano tutti intenti a scambiarsi affettuosi
saluti, esclamando tutto il loro stupore per le misere condizioni in cui
versavano e confrontando le esperienze proprie con quelle altrui.
Esattamente un anno prima, il 18 novembre 1944, il presidente
Makiguchi era morto nell'infermeria del carcere di Sugamo. Era stato
incarcerato un anno e quattro mesi prima, dopo essere stato arrestato
a Shimoda. Aveva settantaquattro anni.
Makiguchi si oppose all'ingiusta censura messa in atto dal
governo fino all'ultimo momento della sua vita, al fine di proteggere
il vero Buddismo. Sopportò atrocità di ogni genere: interrogatori
brutali, torture e umiliazioni che ignoravano del tutto la dignità
umana. Ma non retrocesse neppure per un istante dalle proprie
convinzioni.
Tuttavia la debolezza causata dalla vecchiaia e dalla cattiva
nutrizione cominciò ad avere il sopravvento. Era ormai gravemente
ammalato e le autorità del carcere insistevano affinché si facesse
ricoverare all'infermeria. Ma lui rifiutava decisamente.
Decise di accettare il ricovero il 17. Si vestì in modo elegante e
formale,

125
indossando un haori12. Si rasò i baffi e si tagliò i capelli.
Il secondino venne a prenderlo alle tre del pomeriggio: troppo
orgoglioso per farsi sorreggere, camminò lentamente fino
all'infermeria sulle proprie gambe.
Un dottore lo visitò sdraiato sul lettino. Venne un infermiere che
gli porse una medicina, ma lui la rifiutò con un lieve gesto della
mano. Poco dopo l'inserviente gli rivolse uno sguardo nella luce fioca
della stanza oscurata dalle tende. Sembrava che fosse caduto in un
sonno profondo.
Morì in pace, all'alba del giorno dopo.
Il dottore e gli infermieri erano increduli. Le guance avevano un
colorito roseo e il viso, composto in un sorriso disteso, esprimeva
una grande dignità. Era il ritratto dell'illuminazione descritta in
termini tanto chiari nei sutra. Il medico gli tastò il polso più volte, ma
il battito era cessato e le mani ormai erano fredde.
Un giovane condusse il corpo a casa dei Makiguchi,
accompagnato da alcuni parenti. Dopo un anno e quattro mesi di
assenza finalmente era tornato a casa.
Un anno era passato da quel giorno.
Toda sedeva in un angolo della sala e sopportava con calma il
dolore del ricordo. Il reverendo Hosoi e il reverendo Chigusa erano
inginocchiati ai due lati di Horigome. Per un momento il tempio fu
avvolto nel più assoluto silenzio, poi ebbe inizio la lenta e solenne
recitazione del Sutra.
In seguito il reverendo Horigome divenne il sessantacinquesimo
patriarca della Nichiren Shoshu. Durante la guerra si batté notte e
giorno nel disperato tentativo di arrestare la crisi minacciosa che si
stava abbattendo sul Tempio principale. Le autorità avevano
incominciato a imporre restrizioni sui gruppi religiosi, per dare un
contributo alla politica di "unificazione del pensiero". Avevano
stabilito che venisse attuata una fusione tra le varie scuole che

12
una giacca corta nella foggia del kimono.
126
derivavano dall'insegnamento del Daishonin. La fusione avrebbe
avuto come fulcro il tempio della Nichiren Shu sul monte Minobu.
Questo progetto era stato voluto in particolare dai militaristi.
Sfortunatamente tra i preti del Taisekiji c'erario alcuni traditori,
che sostenevano la posizione degli avversari e affermavano la
validità dell'assurda dottrina detta Shimpon Busshaku13. Essi
collaborarono con gli ufficiali del governo per facilitare
l'incorporazione della Nichiren Shoshu nella setta eretica di Minobu.
Inevitabilmente il Taisekiji fu costretto ad affrontare il potere
statale. La stessa sopravvivenza del vero Buddismo era messa in
discussione. Era la crisi peggiore che si fosse mai vista da settecento
anni.
D'altro canto la resa dei conti si era fatta più vicina anche per il
Giappone.
Tsunesaburo Makiguchi, presidente della Soka Kyoiku Gakkai,
disse con fermezza: «È giunto il momento di rimostrare contro il
governo. Perché dovremmo aver paura dei militari? Le parole del
Daishonin non si sono mai rivelate false: questo è ciò che mi
spaventa. Per salvare il nostro paese dobbiamo opporci alle autorità.
Non abbiamo scelta.»
La sua opinione era che non si potesse tornare indietro. Ma la
situazione interna del paese era quasi più spaventosa della guerra
stessa.
Più di seicento anni prima le flotte degli invasori mongoli erano
state distrutte dal kamikaze14, e il governo militare si aggrappava
all'isterica convinzione che anche in questo caso la dea del sole
avrebbe fatto levare il "vento divino" per annientare i nemici.

13
letteralmente significa che lo Shinto è assoluto e il Budda è transitorio. Si
tratta di una dottrina spuria, formulata da un prete rinnegato della Nichiren Shoshu
per ottenere il favore del governo militare.
14
il vento divino. Un riferimento a un episodio che avvenne durante l'invasione
mongola, nel XIII secolo. Il vento sorse in risposta alle preghiere del Daishonin e
salvò il paese dall'invasione straniera
127
In realtà il kamikaze si era alzato in virtù delle preghiere del vero
Budda, Nichiren Daishonin, ma essi rifiutavano di accettare la cosa.
Stregati dalle dottrine dello Shinto, avevano costretto l'intera nazione
ad adorare la dea del sole e a sperare inutilmente che il miracolo si
ripetesse.
Anche ora, nel pieno della guerra, i discepoli di Makiguchi
continuavano nella loro campagna di shakubuku e bruciavano
metodicamente le tavolette shintoiste, i kamifuda15 prima di
accogliere i nuovi seguaci.
Questi talismani erano consacrati ad Amaterasu Omikami, la
divinità della nazione, e la legge prescriveva che fossero esposti in
ogni casa giapponese. Le persone erano costrette a ingoiare lo
Shintoismo a forza. Chi rifiutava il culto di Amaterasu era marchiato
come pacifista dissenziente o persino come traditore.
Ma cosa rappresentava in realtà questa dea del sole? Nessuno lo
sapeva con precisione, anche gli stessi leader nazionali non
riuscivano a coglierne la natura.
Il Buddismo definisce questa forza con il nome di Tensho Daìjìn.
Secondo l'insegnamento di Nichiren Daishonin, essa non è altro che
una delle divinità ausiliarie che proteggono il Gohonzon. Solo le
preghiere rivolte al Gohonzon possono attivare le sue funzioni. Di
per sé Tensho Daijin non ha alcun potere. Nessuna dottrina o
filosofia deriva da essa.
La popolazione del Giappone adesso sdegnava il Dai Gohonzon,
la suprema verità rivelata dal Sutra del Loto, e rivolgeva le sue
preghiere a Tensho Daijin, una divinità secondaria. Questa fede
scorretta stava avvelenando il paese. In realtà i kamifuda ospitavano
dei demoni e si erano trasformati in talismani malefici.

15
Bruciare i kamifuda: in Giappone il Gohonzon non viene esposto in un luogo
che ospita altri oggetti di culto eretici.
128
Le preghiere non valevano a niente e i leader erano sull'orlo della
follia. Il culto della dea del sole era una pazzia, come se si porgesse
tutto il nostro rispetto a un bambino nello stesso momento in cui ne
disprezziamo profondamente i genitori.
Ma nessuno degli uomini al potere era in grado di capire tutto
questo. Piuttosto, essi perseguitavano senza tregua i discepoli del
Buddismo e addirittura li torturavano. Il Tempio principale era ben
consapevole delle tremende
ripercussioni che si sarebbero levate a causa dell'attività di
propagazione condotta dai seguaci di Makiguchi. Proprio in quei
giorni il Ministero della Pubblica Istruzione aveva iniziato le
procedure per attuare la fusione forzata delle sette Nichiren.
Nel giugno del 1943 i responsabili centrali della Gakkai furono
convocati al Taisekiji. Un prete, in particolare, proponeva di
accettare il kamifuda come soluzione temporanea. Makiguchi si
inchinò profondamente, ma sentì risuonare nella mente le parole
severe e inflessibili di Nikko Shonin. "Non adottate decisioni
arbitrarie, contrarie al vero Buddismo, anche se dovessero venire dal
patriarca stesso16."
Rialzò il capo e i suoi occhi brillarono: «Non accetteremo mai una
cosa simile!» gridò.
Lasciò il Tempio principale con profonda tristezza: era la sua
ultima visita. Sulla strada del ritorno, si rivolse a Toda: «Quello che
mi ferisce non è la decadenza della nostra religione, ma il fatto di
assistere alla distruzione dell'intera nazione... Ho paura del dolore
che ne proverebbe Nichiren Daishonin. È giunta l'ora di una
decisione, Toda. Che ne pensa lei?»

16
Makiguchi cita qui le parole tratte dai Ventisei articoli di ammonimento
scritti da Nikko Shonin, il secondo patriarca, per assicurare la pura trasmissione del
Buddismo.
129
Toda non riusciva a rispondere. Makiguchi aveva già più di
settant'anni e lui temeva per la salute del maestro. Desiderava
arrecare un po' di conforto a quello spirito nobile e deciso. Era un
discepolo davvero affezionato.
«Lei che ne pensa, Toda?» Makiguchi ripeté la domanda, un po'
più calmo.
Josei Toda alzò il suo sguardo al cielo caldo del pomeriggio e
osservò la sagoma svettante del monte Fuji. Tornando in sé rispose:
«Combatterò a costo della mia vita, signore. Qualsiasi cosa debba
succedere, sarò con lei fino alla fine.»
Makiguchi mosse la testa in un cenno di assenso e sorrise. Si
asciugò il sudore che gli colava dietro la testa.
Il calore del sole era intenso e camminando i due sollevavano
delle piccole nuvole di polvere sul viottolo.
Furono arrestati entrambi nel giro di un mese.
La recitazione proseguiva, sotto la guida del reverendo Horigome.
Alla sua sinistra sedeva Seido Hosoi, che in seguito sarebbe
diventato il sessantaseiesimo patriarca con il nome di Nittatsu.
Durante la guerra fu l'ombra di Horigome e combatté al suo fianco
per difendere il vero Buddismo. Quando questi divenne patriarca,
Hosoi fu nominato sovrintendente generale e in quel ruolo sviluppò
le condizioni che avrebbero permesso la grande rinascita della
Nichiren Shoshu cui abbiamo assistito nel dopoguerra. Il legame tra
queste due persone era veramente misterioso.
Dalla declamazione del sutra si passò alla recitazione del
daimoku. Nel lungo intervallo che precedette l'offerta dell'incenso, la
mente di Toda fu pervasa dai ricordi dei due anni trascorsi da
quell'ultimo pellegrinaggio.

130
I suoi occhiali continuavano a scivolare a causa delle lacrime.
Chiuse gli occhi e, unendo la sua voce alla recitazione, cercò di
trattenere l'emozione meglio che poté. L'ultimo daimoku si spense
nel silenzio generale. Horigome si voltò e, rivolto ai presenti, disse:
«Sono profondamente commosso nel vedervi qui oggi, a
commemorare il defunto presidente Makiguchi. Le vostre azioni
sono lo specchio del legame tra maestro e discepolo; io, da parte mia,
ho appena finito di pregare per lui con tutto il mio cuore.»
«Quando ripenso al signor Makiguchi, mi sento sopraffatto dal
dolore. Trovo difficile riuscire a esprimere con le parole tutto quello
che sento, ma vorrei dire solo questo: egli ha vissuto una nobile e
unica esistenza come seguace del Sutra del Loto, ed è morto per
sostenere la propagazione del vero Buddismo.»
Il silenzio tornò a regnare nella sala.
L'anziana signora Makiguchi era inginocchiata nel settore
riservato ai familiari, insieme alla vedova del suo unico
figlio, che era morto in guerra, e alla nipotina di sette anni. Queste tre
donne sole erano ciò che restava della famiglia Makiguchi. "Adesso
sono la mia famiglia" pensò Toda. Sentiva di dover trovare il modo
di provvedere anche a loro.
La vedova di Makiguchi morì il 18 settembre del 1956, all'età di
ottant'anni. Toda organizzò per lei una cerimonia solenne al tempio
Jozaiji, a Ikebukuro. Questa donna coraggiosa ed energica aveva
sostenuto gli sforzi del marito pioniere per molti anni. Toda sentiva
per lei una profonda ammirazione e pianse la sua morte avvertendo
di aver perso una delle sue più grandi amiche.

131
Dopo che il reverendo ebbe finito di parlare, un uomo chiese la
parola.
«Non sono certo degno di essere chiamato discepolo di
Makiguchi, ma con il vostro permesso gradirei dire due parole in sua
memoria.» Si trattava di Yozo Terakawa, che era stato uno dei
responsabili della vecchia associazione e si era illuso di essere il
migliore discepolo di Makiguchi. Questo fatto naturalmente gli
procurava un sentimento di rivalità nei confronti di Toda. Anch'egli
era stato arrestato durante il conflitto, ma si era arreso prima ancora
di essere incarcerato. Dal punto di vista professionale era stato uno
dei più assidui discepoli del maestro ed era considerato il leader del
gruppo degli educatori.
Era un oratore dotato. Con parole commoventi lodò la memoria
del grande educatore e... denunciò con amarezza i militaristi che
avevano distrutto il tesoro del Giappone. Il governo, tuttavia, era già
caduto, e una mente accorta non poteva fare a meno di interpretare le
sue parole ridondanti come l'abbaiare di un cane protetto dal recinto
della zona occupata.
Tale codardia non è rara tra le persone che muovono delle
critiche. Terakawa era un modesto stratega, un politico dell'ultima
ora, che parlava dinanzi a persone di ben altra levatura.
Stava disperatamente cercando di nascondere i suoi errori, ma lo
specchio adamantino della suprema Legge rifletteva con chiarezza le
sue reali intenzioni.

132
Egli lasciò l'organizzazione dopo pochissimo tempo e visse una
serie di sfortune che si protrasse per dieci anni. Si scusò umilmente
con Toda un anno prima che questi morisse e in seguito morì in
solitudine.
Dopo l'eloquenza altisonante di Terakawa, fu la volta di Tatsuji
Miyajima. Era un altro volto familiare al gruppo degli educatori e
godeva di una certa considerazione come studioso. Anche lui aveva
abbandonato la fede dopo l'arresto. Pur pretendendo di rispettare
Toda, dentro di sé lo disprezzava come Terakawa, vantandosi di
essere il discepolo più diretto di Makiguchi. Questi seguaci del mae-
stro in realtà sentivano la presenza di Toda come una spina nel
fianco.
Miyajima si schiarì la voce. Cominciò lamentando la tragica
morte del maestro e proseguì deprecando le ingiustizie della
costituzione Meiji e del sistema imperiale. Ora, comunque, dopo
sacrifici immensi, era giunta per il Giappone l'ora di una autentica
democratizzazione. Questa fu l'astratta conclusione del suo
intervento.
Anch'egli in seguito abbandonò l'organizzazione; fece di tutto per
ottenere una carica di rappresentante laico presso un tempio, ma
riuscì soltanto a guadagnarsi il disprezzo e la sfiducia delle altre
persone. Morì povero e in solitudine.
I discorsi degli insegnanti si trascinavano e il piccolo gruppo degli
uomini d'affari si sentiva a disagio, fuori posto. Le parole di
Terakawa e Miyajima avevano avuto un qualche impatto, ma
nessuno aveva accennato nemmeno una volta al fatto di ricostruire
l'organizzazione, per proseguire l'opera del maestro. Tutto quello che
erano riusciti a esprimere era la loro rabbia per i fatti del passato.
Toda riteneva che quelle parole fossero prive di significato,

133
ma ascoltava con pazienza. Quando il secondo intervento fu
terminato, si alzò e prese a parlare a voce bassa.
«Ho pregato per ore nella mia cella fredda e solitaria. "Gohonzon,
sono ancora giovane. Il mio maestro ha ormai settantaquattro anni.
Lascia che sia io a farmi carico di tutte le colpe, purché lui possa
uscire di prigione anche solo un giorno prima." Non dimenticherò
mai 1'8 gennaio scorso. Senza alcun preavviso, il mio inquisitore mi
disse: "Makiguchi è morto." Mi portarono di nuovo in cella. Io piansi
e continuai a piangere. Non avrei mai pensato che potesse esistere un
dolore tanto grande.
«Il mio maestro ha lasciato il carcere da morto e io, suo indegno
discepolo, ne sono uscito vivo. Quello che devo fare è ovvio.»
Toda si fermò per un momento. Rivolse lo sguardo all'assemblea
come se cercasse le prossime parole. Alcuni sedevano a capo chino,
in lacrime; altri lo fissavano con sguardi apertamente ostili, come se
dicessero: "Ma chi credi di essere?" Altri ancora fissavano il vuoto.
"Che bella accoglienza" pensò. Per un attimo si chiese se non fosse
meglio abbreviare il discorso, ma le parole sgorgavano come un
torrente in piena.
Alzò il tono della voce e proseguì: «Già dalla primavera del 1943
il nostro maestro aveva cominciato a dirci che era necessario mutare
radicalmente l'indirizzo dell'organizzazione ed entrare in una nuova
fase di propagazione. Non ci rendevamo nemmeno conto di cosa
volesse dire. La nostra stupidità deve avergli causato un grande
dolore. Ci rimproverava spesso il fatto di essere discepoli deboli,
senza fibra, ma noi abbiamo continuato a bamboleggiarci fino a oggi,
senza sapere quale fosse la direzione da seguire. Penso che non
siamo neanche riusciti a intravvedere il fine dei suoi discorsi. Tutto
ciò mi ha fatto soffrire moltissimo, sin dal giorno in cui sono stato
rilasciato.»
«Ma oggi, finalmente, sono pronto per rispondere al desiderio

134
del mio maestro, Makiguchi e di voi tutti... D'ora in avanti non ci
saranno più rimpianti.»
Toda alzò gli occhi: il suo sguardo era deciso e gli occhiali
brillarono per un riflesso. L'attenzione di tutti i presenti era
concentrata su di lui.
«Le nostre vite sono eterne, senza inizio né fine. Siamo nati in
questo mondo con la missione di far conoscere i sette caratteri di
Nam myoho renge kyo a tutto il genere umano. lo stesso mi sono
risvegliato a questa verità. Sotto questa luce, noi stessi siamo i
Bodhisattva della Terra.»
«Il Daishonin, nella lettera I quattro stadi della fede e i cinque
stadi della pratica (Shishin Gohon sho) afferma: "Chiedo a tutte le
persone di questo paese di non sminuire i miei discepoli. Andando a
cercare nel loro passato, troviamo che essi furono grandi bodhisattva,
che servirono il Budda per ottanta milioni di kalpa. Non sono forse
loro che hanno servito un numero di Budda uguale ai granelli di
sabbia dei fiumi Gange e Ajitavati? Riguardo alloro futuro, i loro
benefici saranno maggiori di quelli goduti da una persona che fa
offerte per ottant'anni [a tutti gli esseri viventi] ed essi saranno dotati
del beneficio della cinquantesima persona [che ode il Sutra del Loto].
Sono come dei principi vestiti in abiti miseri, o come un grande
drago appena nato. Non li disprezzate! Non li disprezzate!"
«Chi credete che seguirà il cammino di questi grandi bodhisattva?
Noi, proprio noi. Ben consapevole di ciò, adesso dichiaro che anche
se non una sola persona dovesse aiutarmi, io, Toda, realizzerò kosen
rufu.
«Maestro, che riposi in terra, perdonami. Come tuo vero
discepolo, dedicherò la mia vita alla nostra causa e poi tornerò a te.
Da oggi, per favore, riposa in pace, sapendo che io realizzerò il tuo
desiderio.»
Le parole di Toda colpirono gli astanti con la forza di un lampo e
tutti rimasero attoniti. Un attimo dopo, ognuno cominciò a reagire.
Chi commentava a bassa voce con

135
il vicino, chi abbassava gli occhi a terra. Sembrava che pensassero
"Toda sta esagerando di nuovo". Alcuni lo guardarono con ostilità.
Ben presto le reazioni svanirono, ma per un momento si erano potute
percepire con chiarezza.
Fuori era già calata la sera e i lampioni in strada erano accesi.
Il gruppo di Terakawa e Miyajima rivolse un freddo saluto alla
famiglia Makiguchi e si allontanò rapidamente. Tutti i partecipanti se
ne andarono uno a uno, come se cercassero scampo.
Toda attese fino alla fine, per salutare i parenti con calma. Dentro
il tempio rimase solo lui con pochi altri.
Il reverendo Horigome salutò e si diresse al suo appartamento:
«Signor Toda, abbia cura di sé.»
Toda rimase da solo nel salone. Nessuno aveva compreso le sue
intenzioni e ancora una volta fu assalito da un profondo senso di
solitudine. Uscì per recarsi alla stazione.
Il sole era tramontato e la notte avanzava, profonda.
Toda provava un senso di disgusto. Di tanto in tanto qualcuno dei
suoi amici tentava di dire qualcosa, ma lui non rispondeva. Si
raccolse in se stesso, anche per difendersi dall'aria pungente.
Finalmente, quando ebbero quasi raggiunto la stazione, cominciò
a parlare: «Bene, un altro giorno se n'è andato. Spero sinceramente
che questa volta continuerete, in modo da non aver rimpianti in
futuro. Il fatto che siate in grado di incidere i vostri nomi negli annali
di kosen rufu dipende da come praticherete la fede nei prossimi due o
tre anni. La fede rappresenta il corpo e il lavoro è come l'ombra,
secondo ciò che insegna il Daishonin. Mettete la fede al centro di
ogni cosa e non sbaglierete. Sforziamoci di far rinascere la Gakkai e
di avere successo nel lavoro. Va bene?»

136
Per una qualche ragione, aveva deciso di incoraggiare il gruppo
degli uomini d'affari. Aveva seppellito nel cuore la sua ardente
passione. Camminando, cominciò a declamare una delle sue poesie:

Ho ricevuto adesso l'ordine dal Budda:


Realizza il grande scopo, la diffusione della Legge mistica.
Tenendo alta la bandiera, mi alzo da solo,
gli amici sono pochi, molti i nemici.

Su chi posso contare, che combatta al mio fianco?


Su nessuno, solo sul mio cuore saldo.
Il vento impazza sul vasto campo di battaglia,
la mia vita soltanto posso offrire.

Non la risparmierò,
ma dove sono i giovani portabandiera?
Non riuscite a vedere la sommità del Fuji?
Presto, accorrete in gran numero.

Tratteneva a stento le lacrime e fremeva di convinzione.


All'improvviso gli sovvenne una cosa che aveva sentito dire tempo
prima: "Il leone non cerca mai compagni."
Si rese conto che la solitudine che provava spesso negli ultimi
tempi derivava da un qualche desiderio di avere un compagno. Era
davvero così debole? Il leone non ne cerca, si disse. Se lo fa, non sarà
più il re degli animali.
Il leone non conosce la solitudine. Non cerca compagni, sono gli
altri a seguirlo. Kosen rufu è un compito da leoni e se lui era davvero
un leone, non gli sarebbero mancati i seguaci. I compagni lo
avrebbero seguito di loro iniziativa.
Il punto era dunque: sono veramente un leone? Un vero
Bodhisattva della Terra?
"Devo diventare un leone, un leone! Non sarò un animale
qualsiasi."

137
Sentiva di aver compreso qualcosa e si rivolse di nuovo al
gruppetto che era con lui: «Il prossimo anno, a novembre, terremo
una solenne commemorazione del nostro maestro. Statemi vicini per
un anno ancora, e riusciremo anche a organizzare una riunione
generale della Gakkai.»
Gli amici sentirono che c'era qualcosa di diverso in Toda quella
sera e lo guardarono incuriositi. Egli rispose alle loro occhiate con un
sorriso amichevole.
Solo Toda, fra tutte le persone che erano intervenute alla
cerimonia, si alzò, pronto ad assumere la guida e a diffondere la
Legge suprema. Quella sera egli aveva pronunciato il primo appello
per kosen rufu. Era una data storica.
In quel momento nessuno riusciva a comprendere la sua
determinazione straordinaria, ma negli anni seguenti essa avrebbe
prodotto dei grandi risultati nella crescita della Soka Gakkai, visibile
agli occhi del mondo. I suoi discpoli, in quel momento, stavano solo
desiderando di fare ritorno a casa, soddisfatti di aver ripagato con la
cerimonia i loro obblighi di devozione.
L'aria del cielo autunnale era limpida e penetrante, proprio come
le riflessioni di Toda. Le stelle brillavano, quasi applaudendo le
future vittorie. Di tanto in tanto delle gelide folate scuotevano i rami
degli alberi e le finestre, preannunciando l'inverno.
In una occasione Schiller scrisse: «Colui che è forte e si alza da
solo è davvero un uomo coraggioso»

138
Un viaggio di mille miglia
Sin dall'antichità il Giappone aveva sempre goduto della
reputazione di terra fertile di risaie, ma, con l'autunno del 1945, si
trovò costretto ad affrontare una grave situazione di crisi dei raccolti.
Il governo aveva stimato il fabbisogno nazionale in
duecentocinquanta milioni di staia, tenendo conto delle avverse
condizioni causate dalla guerra cessata solo da poco tempo; in realtà
il raccolto produsse a malapena duecento milioni di staia e si verificò
la più grave carestia dalla fine dell'era Meiji.
La scarsità di cibo era più grave ora che non durante il conflitto.
Un proverbio afferma che "non c'è pace per la mente se lo stomaco è
vuoto" e la popolazione viveva nella condizione degli animali,
impegnata in una dura battaglia contro la fame. A peggiorare le cose,
il paese era invaso dai disoccupati. Quattro milioni di persone furono
dimesse dalle fabbriche di munizioni dopo la resa e, includendo
anche le truppe rimpatriate dal fronte, il numero totale dei
disoccupati raggiunse i tredici milioni e duecentomila.
Questi dati furono resi pubblici ai primi di dicembre dal Ministero
degli Interni guidato dal signor Ashida. Probabilmente il quadro reale
della situazione era anche peggiore.
La gente moriva di fame per le strade di Tokyo e nelle altre
maggiori città. Le importazioni di generi alimentari erano cessate con
l'armistizio e i contadini, che in precedenza offrivano riso e altre
derrate al governo "per la causa della vittoria", avevano smesso di
dare il loro sostegno, ora che il paese era in rovina.
Cresceva di giorno in giorno il numero di bocche da sfamare e la
nazione si stava avviando su una strada

139
che conduceva alla morte. Semplicemente, non c'era modo di pro-
curarsi il cibo necessario.
Non c'è niente che assomigli alla rabbia provocata dalla fame. Le
dispute familiari causate dalla distribuzione del cibo finivano nel
sangue. L'intera nazione era in preda allo scompiglio generale, nel
tentativo di procurarsi qualcosa da mangiare.
Sin dai tempi antichi si è ritenuto che i bisogni primari della vita
siano rappresentati dai vestiti, dal cibo e da un riparo, ma questo non
è l'ordine corretto dei tre elementi. Prima di tutto viene il cibo, solo
in seguito ci si preoccupa delle vesti e di un alloggio: l'istinto
fondamentale degli esseri umani porta ad agire così. I governi
dovrebbero far di tutto per assicurare alla popolazione la possibilità
di soddisfare queste necessità, è la loro responsabilità prima, che
trascende i tempi e la politica.
Josei Toda era profondamente addolorato per le sofferenze patite
dal popolo. La terra delle fertili risaie, pensava, è diventata il regno
della fame.
Ora il "volere divino" dello Shintoismo mostrava il suo vero volto.
Se gli dei buddisti fossero stati presenti, avrebbero certamente
assicurato alla popolazione un buon raccolto per far fronte alla grave
crisi. Osservando la miseria, tuttavia, si era costretti a concludere che
le divinità buddiste avevano abbandonato il Giappone.
Col tempo il maggiore teologo dello Shinto, Shumei Okawa,
divenne pazzo. È possibile che il Giappone fosse destinato alla
sconfitta, ma è certo che la dea del sole, se poi esisteva, avrebbe
dovuto almeno proteggere il suo devoto.
Dal canto suo il quartier generale alleato ordinò la separazione tra
stato e religione. I grandi santuari di Ise e Yasukuni furono privati
dei contributi statali e divennero delle istituzioni private.
Le forze di occupazione misero a fuoco all'istante ciò che la gente
non riusciva a capire. Con il supporto dello stato,

140
la cosiddetta "via degli dèi" era venuta a costituire la base della
struttura politica giapponese sin dalla rivoluzione Meiji. Ci si era resi
conto del fatto che lo Shinto avrebbe rappresentato il maggiore
ostacolo verso la democratizzazione.
Non è difficile esprimere giudizi superficiali in materia politica e
diplomatica o sulla pubblica opinione, ma la cosa non reca beneficio.
Ciò che conta veramente è riuscire a sondare le situazioni sotto la
superficie e cogliere l'essenza delle cose. Gli alleati riuscirono a farlo
davvero.
La notizia della separazione tra stato e religione Shinto fu
annunciata il 15 dicembre. Per i preti e i loro seguaci fu un colpo
durissimo, ma il pubblico più vasto rimase alquanto indifferente.
Toda, dal canto suo, era raggiante. La sua gioia riuscì ad andare
oltre il dolore della sconfitta, sentiva che il suo desiderio più intimo
si stava avverando.
«Bonten, amico mio.» pensò, «stai proprio facendo un buon
lavoro.»
Il quartier generale decretò che fossero recisi tutti i legami dello
stato con lo Shinto per agevolare il processo di democratizzazione,
che era il primo obiettivo delle forze di occupazione. Nel prendere
questa decisione, comunque, nessuno pensò che lo Shintoismo stesso
era il principale responsabile della sconfitta, il peggior criminale di
guerra.
Josei Toda rifletteva sul cammino percorso dal Giappone nella sua
corsa a capofitto verso la disfatta. Giunse alla considerazione che lo
Shinto aveva rappresentato la linea guida della politica giapponese
sin dal primo anno della restaurazione imperiale Meiji.
L'amministrazione Meiji si era basata sullo Shintoismo nel
tentativo di riaffermare la sovranità dell'imperatore. Quale soluzione
migliore che deificarlo? Le due fonti essenziali dello Shintoismo, il
Kojiki e il Nihon Shoki17, erano note da secoli.

17
due cronache della storia del Giappone, in buona parte leggendarie, scritte
alla corte imperiale agli inizi dell'VIII secolo.
141
"La terra delle fertili risaie sarà governata dai miei discendenti.
Miei eredi, recatevi là, governate, e la gloria del vostro trono
imperiale durerà in eterno, fintanto che il cielo e la terra esisteranno".
Questo il "volere del cielo". Quale migliore arma per la politica?
L'imperatore era un discendente della dea del sole.
L'articolo tre della Costituzione Meiji affermava: "L'imperatore è
sacro e inviolabile." La sua figura era quindi dotata dell'autorità
suprema per governare lo stato, al fine di stabilire l'ordine e la pace.
Per realizzare tutto questo, occorreva che prima di tutto il sovrano
accettasse lo Shintoismo come religione tradizionale giapponese; i
suoi sudditi, allora, lo avrebbero venerato come il diretto discendente
della divinità.
Religione e politica furono così incorporate nella persona
dell'imperatore. Senza lo Shinto, l'amministrazione Meiji non
avrebbe mai potuto consolidare la propria autorità. Dal canto suo lo
Shintoismo, che da principio professava il rispetto per il sovrano,
cominciò gradualmente ad assumere le caratteristiche di un culto
imperiale.
Tuttavia, per riuscire a guadagnare il rispetto e la considerazione
delle altre potenze, occorreva emulare le costituzioni degli stati
moderni. Per questo motivo nella Costituzione Meiji venne sancito il
diritto alla libertà di culto.
"I sudditi giapponesi, nei limiti imposti dal rispetto della pace e
dell'ordine pubblico, senza contrasto con i propri doveri di cittadini,
sono liberi di professare il loro credo religioso."
Conseguenza di ciò fu la cancellazione del bando contro il
Cristianesimo, ereditato dal regime Tokugawa, e di altre disposizioni
in materia religiosa che avevano origini feudali. Almeno per un po' di
tempo la lunga storia di persecuzioni contro la Nichiren Shoshu
conobbe una tregua.
Ma il governo aveva bisogno di consolidare l'esercizio del potere
e così vennero adottate alcune particolari decisioni

142
riguardanti lo Shintoismo. Per esempio, mentre gli affari religiosi
ordinari erano alle dipendenze dell'Ufficio per le Religioni del
Ministero della Pubblica Istruzione, lo Shinto fu sottoposto alla
giurisdizione esclusiva dell'Ufficio dei santuari shintoisti del
Ministero dell'Interno. I costi relativi ai santuari erano inclusi nel
bilancio dello stato e ogni luogo sacro aveva un proprio rango:
c'erano santuari governativi principali, santuari nazionali, luoghi di
culto di prefettura e di distretto. Lo Shinto divenne una corporazione
pubblica e tutti i preti furono incorporati nell'organico dei funzionari
statali. Le cerimonie imperiali seguivano il rito shintoista e tutte le
autorità di governo erano tenute a prendervi parte.
Sebbene questa situazione non venisse imposta alla popolazione
nel suo complesso, pian piano lo Shintoismo si andava trasformando
in una sorta di religione obbligatoria. Il governo stava imponendo un
credo religioso al popolo, che per parte sua non si poneva il problema
se si trattasse di una dottrina profonda o superficiale, se quella
religione fosse in grado di arrecare o meno beneficio. Insieme l'apatia
della popolazione e la religione sprofondarono il paese nella rovina.
Se una religione non è supportata da un solida dottrina non ha
valore. Un autentico movimento religioso deve scaturire dalla
consapevolezza e dalla convinzione delle persone che lo animano. In
caso contrario non può essere definito tale. Non di meno lo Shinto
gradualmente si trasformò in religione di stato.
Il fatto che il governo privilegiasse un culto religioso in
particolare era una flagrante violazione del dettato costituzionale, ma
lo Shintoismo venne istituito come religione ufficiale sin dalla
restaurazione del 1868. La Costituzione non venne applicata se non
nel 1899 e, nel tempo intercorso tra i due momenti, lo Shinto ebbe la
possibilità di assumere il carattere di diritto acquisito del governo.

143
In ogni caso era difficile non notare la palese contraddizione tra il
culto statale dello Shinto e il principio della libertà religiosa. Ogni
qual volta il problema veniva sollevato in Parlamento, si udiva la
stessa assurda risposta: «Lo Shintoismo non è una religione.»
La questione continuò a essere dibattuta con sempre maggiore
fervore per tutta la durata dei due regni successivi: «Se lo Shinto non
è una religione, che diavolo è?»
«La natura dello Shinto si distingue dalle religioni ordinarie...
come diremo, beh... noi consideriamo lo Shinto qualcosa di diverso
da una religione.»
Simili risposte bizzarre si ripetevano col passare delle generazioni
nella sala della Dieta.
Per facilitare il governo del paese, l'intera struttura fu basata sul
"volere divino" dello Shinto, mentre l'imperatore godeva di una
condizione di assoluta inviolabilità. Con l'entrata in scena dei
militaristi, l'argomento divenne tabù. Gli studiosi che avanzavano il
minimo dubbio in materia venivano perseguitati come traditori.
L'intera nazione era al corrente di tutto questo, ma regnava
l'indifferenza. Lo Shinto ormai era stato imposto da anni come
religione di stato.
Anche i buddisti, temendo le persecuzioni, cercarono un
compromesso con le autorità shintoiste. Si erano ripresi dalle
burrasche dei violenti movimenti anti-buddisti dell'era Meiji, ma non
avevano il coraggio di denunciare lo Shinto.
La Kokuchukai, una setta Nichiren guidata da Chigaku Tanaka, fu
la prima a passare dalla parte dello Shintoismo. I suoi seguaci si
sforzarono di giustificare la deificazione del sovrano facendo
riferimento al Sutra del Loto. «Il Sutra del Loto è unico e assoluto.
Così noi intendiamo che l'imperatore sia unico e assoluto.» Si
umiliarono pateticamente con questi sillogismi davanti alle autorità
shintoiste. Altre sette buddiste seguirono a ruota e si posero agli
ordini della dea del sole.

144
Il governo non si lasciò sfuggire l'opportunità e nel 1939 emanò la
Legge sulle organizzazioni religiose, un oltraggioso tentativo di
sottomettere tutti i culti allo Shintoismo, il pilastro del grande impero
giapponese. Il mondo religioso si prostrò davanti agli ideali
patriottici sostenuti dal culto shintoista e dal governo. Nessuno soffrì
di particolari conflitti di coscienza e l'opinione pubblica non avanzò
riserve.
Nello Shinkokuo Gosho leggiamo: «Gli errori nel governo sono
come delle piccole onde o dei venti deboli. Non possono distruggere
un paese forte né un grande uomo. Ma gli errori riguardo al
Buddismo sono come forti venti, come alte onde che agitano una
piccola imbarcazione, e distruggeranno sicuramente il paese.»
Le terribili eresie radicate nell'ignoranza religiosa portarono il
paese alla distruzione. Ma non una sola persona riuscì a rendersene
conto.
Le autorità governative, che si erano avvinghiate allo Shintoismo,
strutturarono se stesse sulla base delle forme teocratiche dell'antichità
e, "ispirate divinamente", cominciarono a esercitare un potere
assoluto sui cittadini.
Il crollo della nazione era inevitabile. La cosa più triste è che,
nella loro ignoranza, le persone si tirarono addosso tutte le proprie
rovine.
Toda rifletteva. «La nazione è a pezzi. Se la Legge suprema non si
diffonde in queste condizioni, davvero miserevoli, non è una vera
religione. Ma se le parole del Budda sono autentiche, allora kosen
rufu potrà essere realizzato, e la nostra patria, la nostra gente sarà
salva.»
Ogni fibra del suo corpo tremava al pensiero della meravigliosa
esperienza vissuta durante la prigionia. Sentiva che la sua missione lo
spingeva a insegnare questa dottrina agli altri, in ogni modo
possibile.
Col tempo, molte persone seguiranno gli insegnamenti di Nichiren
Daishonin, il vero Budda dell'Ultimo Giorno della Legge, e
abbracceranno i sette caratteri della Legge

145
suprema, come aveva fatto lui. La loro pratica avrebbe rappresentato
l'eterna sorgente di tutte le attività future.
Prima di ogni altra cosa, l'umanità doveva essere condotta ad
accettare la dignità della vita come valore supremo, sulla base del
Buddismo. La splendida forza vitale di ogni individuo deve essere
fatta scaturire grazie al potere della Legge. Allora il risveglio delle
persone, la rinascita e la rivoluzione umana seguiranno e daranno
vita a grandi realizzazioni in ogni campo di azione dell'uomo. Questa
è la vera democrazia che gli uomini hanno sempre desiderato, il
primo passo verso la creazione di condizioni di vita felici nell'era
futura.
Il Buddismo si fonda sulla compassione, sul desiderio di
rimuovere la sofferenza e dare la felicità. Il fatto di poter assicurare
la felicità di ogni uomo di per sé garantisce la rinascita della società.
Una società ideale basata sul Buddismo mette in pratica il principio
della compassione. Non vi è niente di più prezioso della vita umana,
ma la sua maestà trova piena espressione solo nella filosofia di vita
di shiki shin funi, che mira a realizzare un nuovo tipo di società
fondata sul rispetto dell'umanità, in cui ogni persona possa godere
della felicità assoluta.
Il coraggio, la saggezza e la passione di Toda erano come un inno
alla gioventù che si sarebbe dedicata a questa missione.
Oggi sentiamo di persone che denunciano questi principi,
affermando che noi tentiamo di realizzare una nuova forma di
teocrazia o altre assurdità. Si tratta di critiche arbitrarie e maliziose,
causate dal fatto di non riuscire ad accettare i nostri ideali. È difficile
non ridere di questo tipo di autolegittimazioni, ma si tratta di persone
che non riescono a vedere più di quanto una rana veda dal fondo di
uno stagno.
Ciò che la teocrazia ha rappresentato risulta con chiarezza
dall'esempio della Chiesa di Roma nel medioevo.

146
La Chiesa dominò la scena politica per tramite dell'autorità
papale. Nell'epoca feudale, i cosiddetti secoli bui, tutti i capi di stato
si inchinavano davanti al Papa.
Non esistette mai un fondamento filosofico che giustificasse la
fusione del potere temporale con quello spirituale nel medioevo. Fu
la conseguenza di continui contrasti fra autorità ecclesiastiche e
secolari, una sordida guerra condotta nel nome della religione.
La Chiesa cattolica, in quei tempi, possedeva l'arma della
scomunica, che significava espulsione da ogni ambito sociale. Per
sfuggire a questa terribile arma, l'imperatore Federico II Barbarossa
fu costretto a chiedere il perdono al Papa Alessandro III e il re
d'Inghilterra Enrico II dovette prostrarsi davanti alla bara di Thomas
Beckett, l'arcivescovo di Canterbury che aveva fatto assassinare.
Il Vaticano costituì un proprio stato, gestendo possedimenti
enormi e assicurandosi grandi ricchezze tramite le decime, le rendite
e le tasse. Si dice che nel XIII secolo le entrate del Vaticano
superassero quelle di tutti i re europei messe insieme. La teocrazia
cristiana medievale diede origine a continue contraddizioni di questo
genere, nessuna delle quali dotata del minimo barlume di amore per
la gente.
Al contrario gli insegnamenti buddisti non hanno mai fatto cenno
al coinvolgimento dei preti in questioni di carattere politico. La
persona che sceglieva la via sacerdotale aveva l'obbligo di seguire la
pratica buddista, diffonderne l'insegnamento nella società e salvare le
persone dall'infelicità; altro compito basilare era poi quello di
perpetuare l'insegnamento nella sua purezza originale.
Nel Rissho Ankoku Ron Nichiren Daishonin cita un brano del
Sutra del Nirvana: «A quel tempo viveva un monaco chiamato
Kakutoku che osservava i precetti. Molti monaci a quell'epoca
violavano i precetti e, quando udirono quel monaco predicare, mossi
da cattivi sentimenti, si armarono di spade e bastoni e attaccarono
questo maestro della Legge. Il re di allora si chiamava Utoku.

147
Quando ebbe notizia di ciò che stava accadendo, per difendere la
Legge si precipitò presso il monaco che predicava e combatté con
tutte le sue forze contro i monaci malvagi che non osservavano i
precetti. Come risultato, il monaco che predicava la Legge rimase
illeso, ma il re ricevette tante ferite di spade e coltelli, aste e lance,
che non vi era sul suo corpo un punto della grandezza di un seme di
mostarda che fosse rimasto sano.»
La battaglia sostenuta dal re Utoku simboleggia il ruolo ideale
della politica, le azioni dei governi fondate sulla suprema Legge del
Buddismo. Questo racconto non implica che il re dovesse diventare
prete, o che il monaco Kakutoku dovesse assumersi compiti di
governo. Il vero Buddismo ha sempre sostenuto la necessità di
separare lo stato dalla religione; non si tratta di una sorta di postilla
aggiunta per seguire il corso dei tempi. Una religione autentica
illustra la filosofia della vita, indica il cammino verso la rivoluzione
umana e assicura agli individui la felicità eterna. Una persona che
riesce a conseguire questo stato vitale potrà affrontare l'agone della
politica con saggezza e coraggio superiori a chiunque altro.
Quindi il Buddismo definisce chiaramente il rapporto che
intercorre tra religione e autorità secolare. Definire una simile forma
di governo, che si basa su 'questo rapporto chiaro, come un ritorno
alla teocrazia è un'affermazione priva di fondamento. Si tratta invece
di adottare la suprema Legge del Buddismo come principio guida per
le azioni intraprese in ambito politico.
Un terreno fertile assicura un ottimo raccolto, mentre un campo
sterile non produrrà che pochi steli. Sia in materia politica, sia
economica, sia nell'arte, ciò che conta è la filosofia ispiratrice. Ci
sono sistemi di pensiero di alto profilo e ce ne sono di superficiali.

148
Materialismo e spiritualismo hanno ciascuno i propri difetti, e si
sono rivelati inadatti a rappresentare il fondamento del secolo
venturo. Un governo privo di solide basi ideologiche equivale
all'erba priva di radici.
Coloro che criticano il Buddismo senza conoscerne la sua dottrina
sublime, la sua teoria e la sua storia sono simili a dei folli che
confondono il piombo con l'oro o che scambiano le montagne per
vallate.
Nel profondo del cuore Toda sentiva che il peggior nemico
dell'uomo moderno era rappresentato dall'ignoranza in materia
religiosa. I muri di questa ignoranza si levano alti e impenetrabili.
Davanti a essi le pareti della sua cella, dove era stato rinchiuso fino a
cinque mesi prima, svanivano nel nulla.
Provate a bussare nelle teste dei grandi intellettuali odierni, per ciò
che concerne la religione, e sentirete risuonare il vuoto. Se si viene
ad argomentare sulla validità di una dottrina specifica, sul fatto che
sia inferiore o superiore rispetto ad altre, i teologi in particolare si
aggrappano alla loro ignoranza con un'ostinazione che incute timore.
Proprio quell'ignoranza aveva distrutto il Giappone, l'intero paese era
franato senza che una persona vedesse la luce.
Toda sentiva in sé una profonda determinazione.
"Con il sostegno degli insegnamenti di Nichiren Daishonin,
l'essenza del Buddismo nell'Ultimo Giorno della Legge, abbatterò
questi muri. È l'unica strada che si apre davanti a me."
Fra lui e il conseguimento di kosen rufu c'era una distanza di mille
miglia. Non avrebbe mai dovuto dimenticare che il progresso sarebbe
stato graduale, passo dopo passo. Ma se non avesse compiuto il
primo, non avrebbe mai visto la destinazione. Ora il governo aveva
cessato di proteggere lo Shintoismo e lui, incoraggiato, decise di
muovere il primo passo.

149
Per riuscire ad abbattere quei muri, Toda avrebbe dovuto superare
ogni genere di difficoltà. Con fiducia in se stesso, decise di tenere
delle lezioni sul Sutra del Loto.
Lezioni, già, ma a chi? Gli venivano in mente parecchie persone,
ma nessuna gli sembrava adatta a prestargli attenzione. Le persone
erano indaffarate a procurarsi le cose al mercato nero e a rimediare il
cibo. Tutti prestavano attenzione quando si parlava di denaro e anche
gli argomenti vestiario e casa erano molto seguiti. Ma dove mai
avrebbe potuto trovare qualcuno ansioso di approfondire la
comprensione del Sutra del Loto?
Doveva forse parlare al muro? Nessuno aveva il minimo interesse
per il Buddismo, ma lui sentiva il desiderio di comunicarlo: era in un
vicolo cieco.
D'improvviso pensò ai quattro uomini d'affari con cui si
incontrava spesso. Checché se ne potesse dire, almeno venivano a
cercarlo e del resto avevano quattro belle paia di orecchie. Una sera
provò a introdurre l'argomento.
«Passare le serate a bere mi sembra un po' una perdita di tempo.
Perché non studiamo invece il Sutra del Loto?»
«Il Sutra che?» Yoichiro Honda aveva gli occhi appannati dal
saké e lo guardò incuriosito.
«Il Sutra del Loto, tutti e ventotto i capitoli. È passato del tempo
dall'ultima volta che lo avete letto, non è vero? Potete continuare a
ripetere kosen rufu, kosen rufu, ma non servirà a nulla se nemmeno
conoscete il significato del Sutra. Come spiegarlo... il Sutra del Loto
è un testo stupendo.»
Incapace di trattenersi, cominciò a raccontare come il volume gli
fosse stato recapitato in cella. Lui non voleva saperne di leggerlo e lo
rimandava indietro, ma il volume ritornava. Quando la strana cosa si
fu ripetuta alcune volte, decise di leggere il sutra sinceramente, e
provò una gioia che prima non aveva mai conosciuto.
Descriveva la cosa con immagini vive, e i suoi occhi rifulgevano
dietro le spesse lenti. Senza neppure accorgersene,

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i quattro lo ascoltavano con le orecchie spalancate, quasi in trance.
«Bene, allora dobbiamo proprio sapere qualcosa di questo sutra di
Toda, eh! Kitagawa, che ne dici?» Kizo Iwamori insisteva, rivolto a
Kitagawa che gli sedeva accanto.
«Per me sta bene. Una' volta avevo deciso di leggere il sutra, ma
la grammatica cinese... Se Toda ce lo spiega, allora ci sto. È proprio
il momento adatto.»
Kitagawa era euforico; continuò a descrivere le difficoltà di
interpretazione finché non fu interrotto da Honda. «Vorresti dire che
Toda è riuscito a capire un testo così difficile in prigione? Ma è
magnifico!»
Toda volse lo sguardo ed emise un suono inarticolato.
Per un po' non disse nulla. Poi prese a parlare a bassa voce, senza
guardare nessuno in viso.
«So che ne soffrirò, se dovessi commettere degli errori.»
«Ma che dici? Non ci pensare neanche! Nessuno vuol mettere in
dubbio la tua conoscenza e del resto per noi è giunto il momento di
aprire una nuova pagina. Toda, io sono pronto a diventare tuo
allievo, se mi vorrai.»
Yoichi Fujisaki era mellifluo come non mai nel suo tentativo di
assecondare Toda, che a sua volta era un po' turbato dalla reazione
dei suoi vecchi amici. Lo stavano prendendo in giro? Davvero non
avevano il minimo spirito di ricerca? Si sentiva depresso.
Resisti, si disse, resisti! Non pensare a loro come a quattro vecchi
amici, pensa invece alle loro quattro paia di orecchie. Erano tutto ciò
che aveva a disposizione e sentiva di doverle proteggere. Sapeva
bene che ogni grande sforzo deve essere sostenuto con perseveranza.
Quella era una cosa incisa profondamente nella sua vita.
Si era fatto tardi, nell'ufficio ormai faceva freddo. Toda vuotò la
bottiglia, versando nelle cinque tazzine le ultime gocce di liquore da
quattro soldi.
«Per stasera può bastare. Brindiamo alle nostre prossime

151
lezioni sul Sutra del Loto!»
Levarono le tazze nella luce fioca. Fujisaki chiese: «Ora siamo
tutti d'accordo, ma quando iniziamo?»
«Domani.» mormorò Kitagawa, che era un po' sbronzo.
«Allora per me c'è un problema, non ho il testo» rispose Honda.
«Ah, nemmeno io, dovrò cercarne uno.» fece eco Iwamori.
Passando all'azione, l'unanimità degli ex direttori iniziò a
vacillare. Per tranquillizzarli, Toda disse sorridendo: «Il Sutra del
Loto non scapperà. Siamo quasi a fine anno e le nostre teste non sono
abbastanza lucide per incominciare adesso. Inizieremo le lezioni al
Tempio principale, potremmo fare insieme il pellegrinaggio di
Capodanno. Per allora dovreste essere riusciti a trovare una copia del
sutra.»
«Ma certo!»
«Si, va bene, buona idea.»
Lasciarono l'edificio pronunciando la loro soddisfazione ad alta
voce. Il gelido vento di dicembre soffiava nelle strade oscure. Si
tirarono su il bavero dei cappotti e sprofondarono le mani in tasca,
affrettandosi verso la stazione.
Era una fortuna che avessero i cappotti. Gran parte delle persone
intorno a loro, nei pressi della stazione, non l'aveva. Erano vittime
della guerra, che avevano perso tutti i loro indumenti a causa delle
incursioni, o forse li avevano barattati per un po' di cibo. Le persone
guardavano in modo affranto la fine dell'anno che si avvicinava, il
primo Capodanno dopo la resa, il peggiore che avessero mai vissuto.
Le strade erano affollate da dieci milioni di disoccupati. Qualcuno
si era dato al mercato nero e viveva alla giornata. Gran parte delle
famiglie che vivevano nelle città non aveva la possibilità di preparare
i dolci tradizionali di Capodanno, i mochi. Le razioni erano ridotte e
potevano a malapena bastare per bollire un po' di riso e piselli

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per il kowameshi. I bambini erano molto tristi, davanti alla pro-
spettiva di un Capodanno senza dolci.
L'inflazione, il classico sintomo di un'economia postbellica,
cresceva inarrestabile. Dal canto suo la fame continuava ad allungare
le proprie ombre sul paese, che viveva in condizioni davvero misere.
Per contro la cosiddetta "rivoluzione del dopoguerra", avviata dal
quartier generale alleato, proseguiva a passo forzato.
Nessuno era in grado di fermare le decisioni o di porre un freno
alle riforme incalzanti. Il corso travolgente degli eventi lasciava la
gente ammutolita. Nascoste dietro un guscio di egoismo, le persone
assistevano impotenti e cercavano di badare a se stesse.
Un vero leader è in grado di capire le situazioni intorno a sé e di
intuire le tendenze che si profilano per il futuro. Ma poche persone,
in quei giorni, avevano il coraggio e il senso di responsabilità per
fare qualcosa di simile.
Il 9 dicembre gli alleati decretarono una drastica riforma agraria,
liberando i contadini giapponesi dai vincoli feudali. Lo scopo
precipuo di questa iniziativa era di ridare fiato all'agricoltura secondo
dei principi democratici, andando persino al di là dei risultati ottenuti
negli Stati Uniti. Il 14 fu abolita la religione di stato.
Il 17 fu promulgata una revisione delle leggi elettorali per la
Camera dei Rappresentanti, fu concesso il diritto di voto alle donne e
fu adottato il sistema elettorale maggioritario. Il giorno seguente fu
sciolta la Dieta Imperiale. Si sarebbe dovuto votare entro trenta
giorni, ma il quartier generale, mirando a una completa
trasformazione della struttura politica, ordinò che le elezioni fossero
indette per aprile. Si era anche sul punto di emanare la nuova
Costituzione.
Il popolo non era in grado di seguire le vicende politiche e le
misure stabilite dalle forze di occupazione venivano adottate in un
fuoco di fila inarrestabile, in un lasso di tempo molto breve.

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Il 21 dicembre fu annunciato che il primo livello del piano di
democratizzazione era stato raggiunto.
Nella dichiarazione si leggeva: «Con l'abolizione della religione di
stato, l'ultimo sostegno infetto del sistema imperiale è stato sradicato
e distrutto...»
Gli uomini del governo furono i più soddisfatti da simili frasi: per
lo meno la sicurezza dell'imperatore e della sua famiglia sembravano
finalmente affermate.
Dal 15 agosto i giapponesi avevano assistito a una successione di
eventi e di circostanze che erano completamente al di là della loro
esperienza. Sballottati a destra e a sinistra, accolsero il Capodanno
del 1946 nel pieno caos, in preda alla disperazione.
Josei Toda, per parte sua, non fu scosso. Raggiunto dalle ondate
del cambiamento, aveva conservato una salda fede nella saggezza del
Budda. Manovrava la sua barca con sicurezza e il suo lavoro
marciava bene. La democrazia ora sembrava la strada per la salvezza
nazionale e le persone in ogni occasione ripetevano a pappagallo le
parole democrazia e democratizzazione. Ma Toda riteneva che il
tutto fosse vissuto in modo troppo superficiale. Il suo ardente
desiderio di realizzare kosen rufu, gli insegnamenti di Nichiren
Daishonin, era ben radicato nella sua vita e sapeva che la
democrazia, nel più autentico senso della parola, si sarebbe dovuta
fondare sul Buddismo.
Strutture, sistemi, sono come degli edifici, pensava. Possono forse
stare in piedi senza delle buone fondamenta?
Toda riusciva a guardare le cose profondamente.

1 gennaio 1946.
Erano più o meno le tre del pomeriggio quando Toda scese dal
treno della linea Tokaido alla stazione Fuji; era accompagnato da
Fujisaki, Kitagawa e Iwamori. Avrebbero dovuto attendere ancora
due ore e mezzo, per prendere la coincidenza locale.

154
Il treno era pieno zeppo di gente e avevano viaggiato per sei ore in
piedi. Ne avevano abbastanza e lasciarono la stazione un po' irritati.
La giornata era limpida, turbata però da un vento freddo. Le case
nei pressi erano allineate in squallide file. Sebbene fosse Capodanno,
nessuna era ornata con rami di pino e solo il Fuji, ammantato di
bianco, si ergeva orgogliosamente dietro la città.
«Ah, il Fuji è davvero splendido.» mormorò Toda. «Non
invecchia mai.»
Gli altri seguirono il suo sguardo e fissarono il monte per qualche
attimo. Non avevano più visto quell'immagine da anni.
A Toda venne in mente che durante la guerra gli aerei americani
usavano il Fuji come punto di riferimento per portare i loro assalti.
Adesso i tempi erano cambiati: la pace mondiale e il vessillo della
cultura basati sul supremo Buddismo si sarebbero diffusi nel mondo
a partire dal Fuji.
Il Tempio principale si ergeva ai piedi della montagna, circondato
da alti boschi di cedri. L'immagine del Dai Gohonzon, custodito nel
Palazzo del Tesoro (Gohozo), tornava alla mente di tutti loro.
Il monte Fuji, simbolo del Giappone, sacro al suo popolo, è forse
la montagna più celebre al mondo. Nei testi antichi è chiamato Taho
Fuji Dai Nichirenge Zan, un nome che assomiglia un po' a quello del
Daishonin. Sulla cima ci sono otto picchi, che simboleggiano gli otto
petali del loto e gli otto volumi del Sutra omonimo.
«Se volessimo paragonare la personalità di Nichiren a qualcosa di
inanimato.» pensò Toda, «il Fuji sarebbe l'immagine più adatta.»
Prima di arrivare al Tempio bisognava ancora percorrere venti
chilometri. Ormai avevano scordato il fastidio del viaggio in treno ed
erano ansiosi di riprendere il cammino. Uno del gruppo suggerì
addirittura di andare avanti a piedi.

155
Davanti alla stazione c'era la sede di una piccola compagnia di
taxi, che avevano spesso utilizzato in passato. Nel garage pieno di
polvere erano posteggiate due macchine malconce.
Kitagawa entrò nell'ufficio e chiese a voce alta: «Ci può portare al
Taisekiji?»
L'anziano proprietario uscì dal retrobottega e lanciò un'occhiata
incuriosita allo strano cliente. Esaminò Kitagawa dall'alto in basso e
rispose bruscamente: «Al Taisekiji? Credo proprio di no, signore.»
«Ha qualche problema con l'auto?» Kitagawa insistette,
guardando le vetture impolverate.
«No, no, ma fino al Taisekiji...! Il motore è in pessime condizioni,
e poi è Capodanno, lasciatemi riposare in pace.»
Si fece avanti Fujisaki. «Abbiamo una persona malata con noi.
Non ci potrebbe aiutare?»
«Saremmo in grado di mostrarle la nostra gratitudine.» aggiunse
Kitagawa.
Il taxista abbassò lo sguardo e non rispose. Di tanto in tanto
guardava i due.
«Le saremmo molto riconoscenti.» ripeté Kitagawa estraendo il
portafoglio. Il taxista allora chiese una cifra altissima, ma
considerando l'alternativa di aspettare un altro treno sovraccarico e di
fare poi a piedi il tratto da Fujinomiya, decisero di accettare.
«Se il motore si rompe a metà strada, dovrete proseguire a piedi.»
disse di nuovo il taxista, che era combattuto.
Poi ebbe inizio una curiosa procedura di avviamento. L'auto era
dotata di un motore a carbone. Il proprietario, che la guidava di
persona, gettò alcuni pezzi di carbone nella caldaia cilindrica e
cominciò a far ruotare la ventola, che cigolava in segno di protesta.
Dopo un certo tempo, cominciarono ad alzarsi dal fumaiolo delle
volute bianche.

156
Questi strani veicoli avevano immediatamente attirato l'attenzione
degli americani, che li fotografavano con grande soddisfazione, come
se avessero scoperto qualche animale sconosciuto.
Per far fronte alla grave crisi petrolifera causata dal blocco navale,
alcuni inventori erano riusciti a mettere a punto un veicolo che
sfruttava l'energia prodotta dal carbone: è proprio vero che la
necessità è madre di ogni invenzione.
Tutti i veicoli civili avevano dovuto adottare questo tipo di
motore; camion, autobus e auto private erano stati trasformati in
veicoli a carbone.
Si può ben immaginare che l'autista si sentisse a disagio. I venti
chilometri che separavano i passeggeri dal Taisekiji erano in lieve
salita e lui non era assolutamente sicuro che la macchina ce l'avrebbe
fatta.
«Va bene, potete salire» disse in modo rude, dopo aver scaldato il
motore per quaranta minuti. Era ormai completamente annerito dal
fumo, proprio come un carbonaio.
La macchina iniziò a muoversi, con molta esitazione, e ansimò
lungo le strade di Fujinomiya. Lasciata la città, la strada divenne
piuttosto accidentata e i quattro passeggeri sobbalzavano di continuo,
urtando contro il tetto. Era proprio una situazione limite e ne risero
insieme allegramente.
«Questa è una vera e propria austerità buddista» disse Kitagawa,
stringendo al petto due bottiglie di saké.
I campi intorno erano desolati. Il monte Fuji era avvolto dalla luce
del crepuscolo e le pendici nevose riflettevano i raggi del sole al
tramonto. Qua e là erano accatastati dei tronchi in pile ordinate.
Proseguendo la scalata, l'auto procedeva sempre più a fatica, e i
quattro passeggeri rimasero col fiato sospeso, nel timore che si
fermasse. Sbuffando e ansimando, alla fine giunsero a destinazione, e
cominciarono a scorgere le alte foreste di cedri.

157
«Ce l'abbiamo fatta» esclamò Toda.
Scesero al Sanmon, il cancello principale.
La costruzione era circondata da diversi alberi secolari. Il cancello
rosso era stato donato da Tennei-in, la moglie dello shogun Ienobu
Tokugawa, il sesto della dinastia. Si può ben capire che sia
considerato un monumento nazionale, e la sua imponente struttura è
davvero degna della funzione che assolve. La lacca rossa aveva
cominciato a scrostarsi, dovevano essere passati molti anni
dall'ultima manutenzione; in qualche punto si poteva vedere anche la
venatura del legno dei pilastri. I visitatori furono subito sommersi da
ondate di ricordi.
Recitarono daimoku davanti al cancello e, con i cuori in preda
all'agitazione, varcarono la soglia e camminarono sul viale
pavimentato in pietra. Tutta la zona era immersa in un profondo
silenzio, dominato dall'atmosfera invernale. Lungo il viale sembrava
pesare una grande desolazione, che tutti potevano sentire, ma
nessuno disse una parola.
Deposero i bagagli nell'atrio del Rikyo bo e salutarono il prete che
vi abitava, scusandosi della loro lunga assenza. Il prete, dal canto
suo, servì loro del tè caldo e introdusse la conversazione, sotto lo
sguardo nostalgico dei quattro.
Il viale lastricato, chiamato Tatchu, si distende in linea retta fra il
Sanmon e il Mieido e su ognuno dei due lati vi sono sei bo, gli
appartamenti dei preti. L'ultimo edificio sul lato sinistro è il Rikyo
bo, che dai tempi di Makiguchi, su espressa richiesta, era stato messo
a disposizione dei seguaci della Gakkai.
Il prete accennò all'incendio della grande Sala di ricevimento e
Toda fece un sobbalzo. I quattro uscirono e attraversarono un
ponticello di legno. Al di là di un piccolo torrente, che scorreva
dietro la casa, vi era infatti l'area su cui sorgeva l'edificio distrutto.
Ormai non restavano altro che poche rovine annerite dalle fiamme.
Alla vista del disastro, rimasero immobili, ammutoliti.

158
Questo era un luogo sacro, pensò Toda, che presto sarebbe
diventato il centro del mondo. Ma ora, con il Giappone sconfitto, il
Picco dell'aquila era in rovina. No, meglio dire che il Giappone era
crollato proprio perché il Tempio principale e il Dai Gohonzon erano
stati trattati in modo indegno. Dentro di sé Toda sentì che la
ricostruzione del Giappone era strettamente connessa alla ricostru-
zione del Tempio principale.
Secondo una ricerca condotta dall'Ufficio per le Religioni del
Ministero della Pubblica Istruzione, questi erano i dati relativi alla
Nichiren Shoshu e alle altre sette Nichiren nel 1939:

Templi: Nichiren Shoshu 75 altre sette 4962


Preti: Nichiren Shoshu 52 altre sette 4451
Credenti: Nichiren Shoshu 46.332 altre sette 2.074.530
Seguaci: Nichiren Shoshu 40.209 altre sette 1.318.521
(fonte: annuario Mainichi, 1942)

Con il termine credenti laici venivano individuati coloro che


credevano nelle dottrine della setta (1), che si affidavano per tutte le
cerimonie ai templi della setta (2) e contribuivano a sostenere i
templi della setta (3). Seguaci invece erano coloro che rispondevano
al primo e al terzo requisito.
Nel 1900 il governo aveva proibito la costruzione di nuovi templi
e questa politica era stata seguita per quarant'anni, fino alla fine della
guerra. Tuttavia, a causa di pressioni esercitate dagli Stati Uniti e
dagli altri paesi stranieri, era stata concessa l'autorizzazione alla
costruzione di chiese cristiane. Ovviamente le sette buddiste in tutto
il paese si adeguarono a questa misura e costruirono le loro 'chiese',
ma risulta che non fossero autorizzate a ospitare in quelle aree le
tombe e altri monumenti funebri per i seguaci.

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La Nichiren Shoshu eresse trenta 'chiese' fra la fine dell’era Meiji
e l'inizio della guerra, che non erano incluse nella stima citata in
precedenza. I templi erano quindi circa cento, che comunque
restavano un numero piuttosto esiguo, sotto ogni punto di vista.
Non di meno, quello sparuto numero di devoti aveva conservato
nella sua purezza gli insegnamenti del Daishonin per settecento anni.
È difficile immaginare quali e quante tempeste abbiano dovuto
affrontare in quei secoli.
Gli ufficiali che durante la guerra cercarono di forzare la fusione
con la setta Minobu dovettero comunque rinunciare, lamentando il
fatto che quella setta minuscola era ostinata, dura come l'acciaio.
Dovremo sempre essere grati a quei preti che hanno assicurato la
pura trasmissione della Legge fino ai nostri giorni. Generazione dopo
generazione, senza smettere nemmeno per un giorno, i patriarchi
hanno tenuto il gongyo detto di ushitora, che si svolge dalle 2.00 alle
4.00 del mattino, in nome della pace nel mondo e di kosen rufu.
Dove possiamo trovare al mondo un altro esempio di pura e sincera
dedizione?
Toda camminava, sopraffatto da pensieri amari. Si inchinò
profondamente davanti al Gohozo, poi, accompagnato dagli amici, si
recò al Mieido, che era avvolto nell’oscurità.
I quattro conclusero la preghiera nel Mieido e scesero gli scalini.
Toda si soffermò a osservare il tetto, chiedendosi se avesse delle
infiltrazioni d'acqua. La torre campanaria sembrava un po' inclinata,
ma era troppo miope per esserne certo. Vagando nel parco, era
colpito dal senso di desolazione che lo circondava, che gli sembrava
addirittura più freddo della sera d'inverno. Il reverendo Horigome gli
aveva raccontato delle tristi condizioni del Tempio, ma non avrebbe
mai immaginato una situazione tanto grave. Era davvero scioccato.
"Il Buddismo ha rischiato di estinguersi" pensò.

160
Non disse nulla, ma aveva il cuore pieno di rabbia e di dolore.
La guerra era finita, se n'era andata come un sogno tremendo, ma
per Toda l'incubo non era ancora cessato.
Era Capodanno, il suo primo pellegrinaggio del 1946.
Ma com'era desolato il paesaggio. Oltre a loro, il Rikyo bo non
accoglieva nessun altro. Solo tre anni prima avevano fatto il
pellegrinaggio di Capodanno con il presidente Makiguchi e altre
cento persone. Si erano incontrati per salutare il nuovo anno pieni di
speranza.
Per rendersi conto della situazione, Toda sfogliò il registro dei
visitatori dell'alloggio. Nell'anno dell'armistizio si erano viste solo
centosei persone. Fra il 15 agosto e la fine dell'anno ne erano venute
davvero poche. Anche tenendo conto delle difficoltà di spostamento
dell'epoca, chiunque abbia visto le migliaia di visitatori del giorno
d'oggi stenterebbe a credere che la situazione fosse tanto critica.
«L'era dei conflitti... La pura Legge è andata persa.» Le terribili
parole del sutra gli tornavano alla mente, non erano certo
un'esagerazione. Conflitto: che altro poteva essere la guerra del
Pacifico? I giapponesi, o meglio l'umanità intera, devono proseguire
senza esitazione la loro battaglia fino al conseguimento di kosen rufu.
Il Gosho afferma che il tempo di kosen rufu verrà, con la stessa
certezza con cui una freccia puntata verso terra non fallisce il
bersaglio. Ma in quel momento la Legge suprema era sul punto di
cadere nell'oblio.
Le difficoltà che si paravano dinanzi al Tempio principale erano
quasi peggiori adesso che non durante il conflitto.
Per quasi settecento anni la setta si era sempre fatta un punto
d'onore di non accettare donazioni se non dai seguaci. Non era quindi
una setta ricca e durante la guerra aveva subito delle confische di
terreni, che avevano arrecato danni considerevoli.
Le due riforme, che diedero un nuovo assetto alla proprietà
fondiaria,

161
lasciarono al Taisekiji circa duecentocinquanta ettari di terra. Il
governo acquistò a prezzi ridicoli foreste secolari e risaie. Altre
porzioni di terra furono rivendicate da un esponente di idee
comuniste del comitato agrario del villaggio, che in seguito sparì
senza lasciare tracce di sé.
A peggiorare la situazione, lo stesso incendio che aveva distrutto
la Sala di ricevimento aveva anche mandato in fumo trecento sacchi
di riso stivati nei granai e il Tempio si era così trovato a fronteggiare
dei seri problemi di approvvigionamento.
Toda cercò di completare il quadro, vi rifletté sopra e decise di
avviarsi da solo lungo il "viaggio di mille miglia"; non era un
semplice modo di dire, pensò, ma la dura realtà.
In questo sta la grandezza di Toda. Nel momento più sfavorevole
egli ebbe il coraggio e la determinazione di avviarsi su una nuova
strada.
Il gruppetto fece ritorno al Rikyo bo, dove il prete li attendeva per
il gongyo della sera. Erano due anni che non facevano gongyo al
Tempio. Dopo cenarono in modo semplice, riuniti intorno al
braciere.
Iwamori non vedeva l'ora di aprire una bottiglia di saké, ma Toda
lo fissò con un sorriso freddo.
«Aspetta un momento, Iwamori. Berremo dopo. Prima il Sutra,
ricordi?»
«Dopo? Per me va bene, ma...»
Iwamori ripose la bottiglia in un angolo.
«Devi guardare la cosa dal mio punto di vista» disse Toda, «non è
una cosa facile tenere una lezione».
Kitagawa scoppiò a ridere.
«Certo, ti capiamo. Studieremo dopo cena.» Scherzarono un po' e
terminarono la cena allegramente. Fujisaki portò due piccoli banchi,
che aveva chiesto al prete, e li depose lì accanto.

162
«Vedete? È la scuola di un tempio.»
I tre circondarono Toda e misero le copie del Gosho e del Sutra
del Loto sui tavolini. La luce era scarsa. Togliendosi gli occhiali,
Toda cominciò a sfogliare un volume.
«Va bene, cominciamo dal capitolo introduttivo, il Jo. Io non ci
vedo bene, per cui dovreste leggere voi a turno.» Ripose il libro e
Fujisaki iniziò a declamare.
«Myoho renge kyo. Johon daiichi. Yoshin sanzo hosshi kumaraju
busshoyaku. Nyoze ga mon. Ichiji butsuju. Oshajo. Gishakussen chu.
Yo daibikushu. Man nisen nin ku. Kaize arakan.»
Fujisaki lesse stentatamente il primo capoverso, poi alzò gli occhi
disperato e disse: «Non capisco un'acca! È davvero
incomprensibile.»
Scoppiarono tutti a ridere.
«Non te la sei cavata male, ma forse capiresti qualcosa se leggessi
la versione moderna a fondo pagina» suggerì Toda con un sorriso.
Kitagawa lesse la seconda parte. «Così ho udito. Un tempo il
Budda si trovava a Rajagriha, sul monte Gridhrakuta, insieme a una
assemblea di dodicimila grandi monaci. Erano tutti arhat...»
«Così ha un senso» disse Iwamori con soddisfazione.
Anche Fujisaki annuì in approvazione e Kitagawa terminò la
lettura.
Nella sala regnava il silenzio e il freddo invernale premeva da
vicino sui quattro seduti nella luce fioca: i loro volti, però, erano
eccitati.
Toda si schiarì la voce e iniziò a parlare: «Secondo il Dairon,
Shakyamuni si fece monaco a diciannove anni e conseguì
l'illuminazione a trenta. In seguito insegnò per cinquant'anni. I suoi
sutra sono divisi secondo i cinque periodi, in accordo con l'epoca in
cui vennero impartiti, e secondo gli otto insegnamenti, in base al
contenuto.
«Analizzando il Buddismo di Shakyamuni nel suo insieme,

163
comparando i diversi sutra, troviamo che Myoho renge kyo, il Sutra
del Loto, è l'insegnamento supremo, il fondamento del Buddismo.
Senza comprendere il significato del Sutra del Loto non è possibile
cogliere l'essenza di ciò che il Budda insegnò. Inoltre, per riuscire a
capire la differenza tra le due correnti buddiste, il Buddismo di
Shakyamuni e quello di Nichiren Daishonin, occorre basare i propri
studi sul Sutra del Loto.»
Tutti fecero dei cenni di assenso, come se avessero capito
davvero.
Sono poche in realtà le persone che possono discernere il vero dal
falso, gli aspetti superficiali e quelli profondi di una particolare setta
buddista o di una religione qualsiasi. Anzi, non esistono proprio.
Molti criticano la religione in modo arbitrario, ma se viene chiesto
loro qualcosa dei criteri per valutare i diversi insegnamenti, qualcosa
'dei principi buddisti delle quattro fasi di ascesa e decadenza (shiju
kohai) o del triplice insegnamento segreto (sanju hiden), dimostrano
tutta la loro ignoranza18. Non conoscono nemmeno la differenza fra il
Budda Shakyamuni e il Budda leggendario, Amida. Fintanto che
l'ignoranza diffusa in materia di religione non verrà rimossa, non
saremo in grado di correggere la situazione confusa dei nostri giorni
né di estirpare le radici della sfortuna. Un grande leader è colui che è
in grado di rivelare agli occhi della gente la verità e la falsità dei
diversi insegnamenti, questo è il tipo di leader di cui il nostro secolo
ha bisogno.
Sebbene i sutra affermino chiaramente la propria superiorità, il
sommo insegnamento non fu mai propagato ampiamente. La
responsabilità di questa situazione ricade sulle spalle di capi religiosi
incompetenti e di preti corrotti, oggi come in passato. Può darsi che
essi non abbiano mai sentito parlare della superiorità del Sutra del

18
Shiju kohai e Sanju Hiden: si tratta di due insegnamenti della Nichiren
Shoshu, che descrivono i successivi livelli di comparazione tra gli insegnamenti
buddisti, e che dimostrano la superiorità di Nam myoho renge kyo delle Tre Grandi
Leggi Segrete.

164
Loto, o forse ne hanno anche sentito dire, ma in ogni caso erano
troppo legati alle dottrine della loro religione. Comunque, mai
diedero alcun segno di un qualche spirito di ricerca, non salvarono
nessuno dall'infelicità e anzi il loro unico interesse fu di approfittare
della buona fede dei credenti. Nessuno più di questo tipo di preti ha
mai condotto una vita tanto inutile.
Toda proseguiva nella sua spiegazione. «Nel Buddismo oggi
regna il caos, perché le persone, accecate dagli insegnamenti di
Shakyamuni, li confondono con quelli del Daishonin. I ventotto
capitoli di Myoho renge kyo sono il Buddismo di Shakyamuni, Nam
myoho renge kyo è l'insegnamento di Nichiren. Questo è il fattore
determinante, la cosa da capire prima di ogni altra.»
I tre amici ascoltavano con gli occhi incollati ai libri e alzarono gli
sguardi simultaneamente.
«Dunque...» Toda bevve un sorso d'acqua dal bicchiere posato sul
tavolino. «Ah, l'acqua di montagna è proprio buona, non è vero?
Bene... Qual è l'entità di Myoho renge kyo? Nella Raccolta degli
insegnamenti orali il Daishonin afferma: "Myo indica la natura
dell'illuminazione, mentre ho indica l'oscurità, detta anche illusione.
L'unicità di illuminazione e illusione è detta myoho, la Legge
mistica. Renge indica causa ed effetto, e anche la simultaneità dei
due. Kyo invece rappresenta le parole e il linguaggio, i suoni delle
voci di tutti gli esseri viventi. Nel commentario di Chang-an si legge:
'La voce svolge l'opera del Budda.' Per questo motivo è detta kyo.
Questo ideogramma descrive anche ciò che è eterno, che abbraccia le
tre esistenze. L'intero universo è myoho, è renge, è kyo. Renge indica
poi la natura di Budda dei nove onorabili sul fiore di loto a otto
petali. Dovreste riflettere attentamente su tutto questo."»
Toda continuava a leggere, con il viso attaccato alle pagine del
libro.
«Forse queste frasi vi sembrano incomprensibili, ma in buona
sostanza il Daishonin sta dicendo questo: Myoho renge kyo
incorpora tutte le leggi universali, l'essenza di

165
tutte le leggi dell'universo è Myoho renge kyo. I fenomeni
dell'universo, che mutano in un flusso senza fine, sono tutti Myoho
renge kyo. Con parole dei nostri giorni, potremmo definirla la vita
universale.»
A questo punto Kitagawa lo interruppe. «Ma allora... come ci
inseriamo noi umani in tutto questo? Le nostre vite sono regolate da
queste leggi universali?»
«No, non è così. Il Daishonin lo spiega chiaramente nel Gosho
intitolato L'entità della Legge mistica (Totaigi sho), stavo per
arrivarci.»
Toda si avvicinò di nuovo il libro e riprese a leggere: «Domanda:
qual è l'entità di Myoho renge kyo? Risposta: tutti gli esseri viventi e
i loro ambienti, in uno qualsiasi dei Dieci Mondi, sono in se stessi
l'entità di Myoho renge kyo. Domanda: allora, è possibile dire che
tutti gli esseri viventi, inclusi noi stessi, siano l'entità della Legge
mistica nella sua interezza? Risposta: naturalmente. Il Sutra del Loto
afferma:...»
La spiegazione proseguiva. «Anche in questo caso il passo
presenta delle difficoltà. In breve, i Dieci Mondi sono la
classificazione della vita: dieci distinte condizioni, da Inferno a
Buddità. Tutte le vite nell'universo possiedono i Dieci Mondi. Il
soggetto è l'entità della vita, mentre l'oggetto rappresenta l'ambiente
in cui la vita opera.»
Si sforzava in ogni modo di far capire al suo uditorio la teoria
della vita illustrata dal Gosho, rendendola comprensibile con l'uso di
parole moderne. Era assolutamente certo del fatto che il sorgere di
questo puro insegnamento avrebbe assicurato la completa ed eterna
soddisfazione dei quasi quattro miliardi di abitanti del pianeta.
Toda si addentrava nella teoria della vita, comprovando le proprie
affermazioni con frequenti citazioni da diverse fonti buddiste. Faceva
questo perché fosse chiaro che non stava semplicemente esponendo
le proprie idee personali; era questa una cosa che aveva sempre
evitato.

166
«Il passo che abbiamo appena letto è seguito da una citazione di
Nangaku Daishi: "Perché il nome di Myoho renge kyo? Perché myo
significa che la vita è qualcosa di straordinario e ho significa che la
vita è la Legge universale." T'ien-t'ai invece afferma: "L'uomo stesso
è Myoho." In pratica noi esseri umani siamo l'entità di Myoho renge
kyo. Noi incarniamo i prodigi e i misteri della vita: l'armonia delle
ossa e dei tessuti, le cellule, le funzioni nervose, dite voi. La nostra
vita opera in accordo con le leggi universali. Il corpo utilizza le
vitamine, regola gli zuccheri, produce gli ormoni, è una vera e
propria industria farmaceutica!
«In ultima analisi, Myoho è la nostra forza vitale essenziale.
Potete forse pensare che sia una teoria tirata per i capelli, ma non è
così. Il Daishonin lo ribadisce nell' Ongi Kuden. È questo che lo
rende grande.»
Toda riprese il Gosho. «È scritto qui...» Fece scorrere le pagine e
si alzò per vederci meglio.
«Qua, leggerò io, dov'è il passo?» Fujisaki si avvicinò e prese il
libro dalle mani di Toda. Cominciò a leggere stando in piedi vicino
alla luce.
«Nyorai si riferisce a Shakyamuni e più in generale indica tutti i
Budda delle dieci direzioni e delle tre esistenze. In particolare il
termine descrive il Budda originale, dotato delle tre proprietà
illuminate. Ora, rispetto a Nichiren e ai suoi seguaci, Nyorai si
riferisce a tutti gli esseri viventi e in particolare ai discepoli e ai
seguaci di Nichiren. Quindi il Budda eternamente dotato delle tre
proprietà illuminate è il devoto del Sutra del Loto nell'Ultimo Giorno
della Legge.»
«Fermiamoci qui.» La voce di Toda era intensa, appassionata.
Aveva solo tre persone che lo ascoltavano, ma era accaldato come se
stesse tenendo una lezione davanti a una folla immensa.
«Nella Raccolta degli insegnamenti orali Nichiren afferma che
tutti gli esseri umani sono dei Budda o, in altre parole, l'entità di
Myoho renge kyo. È la stessa cosa che

167
abbiamo letto nell' Entità della Legge mistica. Noi siamo Budda,
l'entità di Myoho renge kyo; È proprio così, questo è ciò che lui ci
insegna. Possiamo pensare ciò che vogliamo, ma sarà solo una nostra
riflessione personale, condannata a essere errata. Il Daishonin
dichiara che tutti gli esseri umani possiedono lo stato di Budda, senza
riguardo per quello che noi possiamo pensare. La vera stupidità degli
uomini è tutta nel fatto che non sono capaci di credere. Per questo
siamo condannati a vagare nel ciclo dei sei mondi inferiori19 e non
riusciamo a conseguire la felicità assoluta. È la solita vecchia storia.
«Il Daishonin prosegue poi spiegando che il nome onorevole del
devoto del Sutra del Loto nell'Ultimo Giorno della Legge è Nam
myoho renge kyo. Riguardo alla Persona, l'entità di Myoho renge
kyo siamo noi, i comuni mortali dell'Ultimo Giorno. Più
specificamente Nichiren Daishonin è l'entità. In termini di Legge la
vita universale in se stessa è l'entità di Myoho renge kyo. Perciò
possiamo dire che le nostre vite materializzano la Legge suprema e
che sono unite alla vita dell'universo. Il Budda è la nostra stessa vita»
«Bene, per stasera ci fermiamo qui. Oggi è Capodanno. Iwamori,
quella bottiglia di saké?»
Iwamori recuperò la bottiglia che aveva riposto in precedenza e la
aprì.
«Questo non è un vino qualsiasi, è il migliore. L'ho preso apposta
per oggi.»
La sala grande era avvolta nel silenzio, ma dalla stanza vicina si
udiva il suono delle risate. Scaldarono il saké e brindarono.
«Ma riguardo alla lezione... davvero noi esseri umani siamo dei
Budda? Non riesco a crederci.» disse Iwamori, che stava già subendo
gli effetti del liquore.
«Devo dire che Iwamori sarebbe un Budda un po' strano» scherzò
Kitagawa.

19
Il ciclo dei sei mondi: la ripetizione inarrestabile delle condizioni vitali che
vanno dal mondo di Inferno (il primo) a quello di Estasi (il sesto).
168
«Senti chi parla» aggiunse Fujisaki. «Non riesco a immaginarti
nei panni di un Budda. Forse di uno un po' decadente.»
L'atmosfera era allegra e anche Toda rideva. «Che gruppo di
Budda male in arnese!»
Iwamori interruppe la battuta di Toda: «Io non riesco proprio a
pensare di poter essere un Budda.»
Quelle parole sincere provocarono un altro scoppio di risa.
«Iwamori, non ti devi preoccupare. Noi siamo bompu, esseri
umani ordinari e stupidi, proprio perché non possiamo credere in
tutta sincerità a ciò che il Daishonin ci insegna. Ma se noi coltiviamo
la fede con tutte le nostre forze, diventeremo dei Budda, ognuno di
noi. Su questo non c'è dubbio. Se abbracci il Gohonzon e ti dedichi
alla fede, alla pratica e allo studio, non sarai più un essere umano
qualsiasi. Questo è il potere del Buddismo. di Nichiren. Vedila in
questo modo: senza un minimo di nozioni scientifiche, non saresti
certo in grado di comprendere il pensiero di Einstein. Lo stesso vale
per il Buddismo.»
La conversazione tornò a toccare il Sutra del Loto. Nel braciere il
fuoco ardeva. Loro tremavano dal freddo, ma non vi facevano caso e
andavano avanti a parlare. Era notte inoltrata e i quattro, assorti nelle
loro discussioni, si dimenticarono del tempo.
Il mattino seguente, il 2 gennaio, furono ricevuti in udienza dal
patriarca Nichiman, il sessantatreesimo. In seguito presero parte alla
cerimonia di Gokaihi presso il Gohozo, per la prima volta dopo due
anni e mezzo. Entrando alla presenza del Dai Gohonzon i loro cuori
furono invasi da mille emozioni.
Toda per tutta la durata del gongyo non si mosse. Sembrava che
avesse dimenticato tutto ciò che lo circondava. Due anni e mezzo...
quante volte, in quella cella oscura, aveva visto il Dai Gohonzon
nella sua immaginazione?

169
Nella cella solitaria quell'immagine lo aveva irradiato piena di
calore.
Recitava con vigore. «Sono tornato» gridava dentro di sé.
Espresse tutta la sua gratitudine per essere riuscito a superare tutti i
momenti difficili e rinnovò la sua dedizione a kosen rufu, chiedendo
al Gohonzon di poter realizzare il suo desiderio.
In quel momento, come se fosse lontano chissà quante miglia,
sentì svanire il passato e il futuro. Non esisteva altro che il Dai
Gohonzon e lui stesso, Josei Toda; avvertiva inoltre la sensazione
dell'eternità della vita che scorreva tra loro. D'improvviso capì.
L'eternità esiste nel singolo istante: la continuazione del singolo
momento, questo era l'eternità. L'origine di quel momento è Nam
myoho renge kyo.
Tornò in sé quando vennero chiuse le porte dell'altare.
Sentiva una gioia indescrivibile che gli pervadeva tutto il corpo.
Era un bel giorno.
Proseguirono la lezione nel pomeriggio. Verso sera arrivarono
anche Yoichiro Honda, che aveva dovuto sbrigare degli affari, e due
donne, Katsu Kiyohara e Tame Izumida. Non erano riusciti a trovare
nessun mezzo e quindi avevano percorso tutto il tragitto a piedi. Le
due donne in coro espressero tutta la loro fatica, asciugandosi il
sudore sui volti.
Erano due insegnanti di scuola elementare, allieve di Makiguchi.
Il marito di Izumida, un soldato di carriera, non era ancora tornato
dal fronte e nessuno sapeva se fosse vivo o morto.
Il Rikyo bo aveva preso vita; a cena erano in sette e la
conversazione era molto vivace.
«Aspettate di sapere qualcosa del Sutra del Loto. Anche il cibo
dopo sembra più buono» disse scherzosamente Kitagawa.«Credo che
non abbiate mai assaggiato qualcosa di simile.»

170
«Davvero?» chiese Iwamori incuriosito. «Pensavo che il saké di
ieri sera fosse particolarmente buono, forse, a causa del Sutra del
Loto.»
«Dunque il sutra migliora anche il saké, non è uno scherzo?»
Persino Fujisaki aveva un'aria serissima, come se stesse riflettendo su
qualcosa di completamente nuovo.
Il 3 gennaio piovve. I nuovi arrivati si unirono agli altri per la
lezione, che si tenne in due parti, mattina e pomeriggio. Ascoltavano
sempre più affascinati.
«Dopotutto l'accesso non è così difficile da varcare» disse
Kitagawa, scherzando sulle parole del secondo capitolo, l'Hoben, che
descrive la difficoltà di ottenere l'illuminazione.
Terminarono il secondo capitolo e nel pomeriggio del 4 passarono
al successivo, lo Hiyubon. La giornata era calda e soleggiata e
poterono aprire le pareti scorrevoli. Gli allievi di Toda lo seguivano
attentamente, ricambiati da un'espressione piena di considerazione.
«Se riusciranno a capire anche solo alcune cose, per me andrà
bene.» pensava. «Se poi non sono in grado, andrà bene lo stesso. Sia
come sia, devo finire queste lezioni. Qualcuno è destinato a cadere
lungo il cammino, ma altri verranno. La cosa fondamentale è
proseguire il ciclo di lezioni.»
Era felice, sentiva una grande soddisfazione per essere riuscito a
intraprendere il lungo cammino.
"Il leone procede da solo nel suo viaggio di mille miglia. Non
cerca compagni. Anch'io andrò, verso kosen rufu. Affronterò la
tempesta, sfiderò ostacoli e demoni, cavalcherò la furia delle onde e
avanzerò, a ogni costo. Andrò e lotterò." Questo era il suo voto.
Anche il giorno seguente, il 5, fu bello e caldo. Il Fuji, ammantato
da una coltre di neve, era una visione che toglieva il respiro, simile
allo "spirito del loto bianco come la neve" di una celebre canzone.
Sarebbero partiti nel pomeriggio. Fecero l'ultima passeggiata,

171
ma nessuno voleva andarsene. Vagando qua e là, finirono per riunirsi
nel punto in cui era sorta la Sala di ricevimento. Toda sedette su una
pietra lì vicino e cominciò a pensare. Era del tutto immobile.
L'area era circondata da un gruppo di alti cedri e le macerie erano
già state rimosse. In tutto lo spiazzo si ergevano solo le quattro pietre
angolari, che con la loro mole davano un'idea delle dimensioni
dell'edificio. Qua e là dal selciato spuntavano dei ciuffi d'erba.
La grande Sala di ricevimento era andata a fuoco a mezzanotte del
17 giugno 1945, due mesi prima dell'armistizio. Lo storico palazzo
era stato ristrutturato nel 1869 dal cinquantaduesimo patriarca Nitten
e in seguito aveva subito delle migliorie in occasione del
seicentocinquantesimo anniversario della morte del Daishonin. Era
una struttura imponente. Venticinque metri di lunghezza per
ventidue, con un tetto in stile Irimoya. Gli interni ospitavano il
santuario, di circa cinquanta metri quadrati; una sala pavimentata in
legno di circa quaranta metri e un salone di centosessantotto tatami.
L'edificio ospitava la maggior parte delle cerimonie del Tempio
principale, incluso il gongyo di ushitora, che si teneva ogni notte per
la pace nel mondo.
Poi era venuta la guerra. Il governo militarista era alla ricerca di
spazi per alloggiare le reclute e aveva scoperto i grandi edifici del
Taisekiji. Nel luglio del 1943 la biblioteca che aveva sede negli
alloggi dei preti fu requisita per ospitare il quartier generale
dell'Ufficio Centrale del Giappone per la Formazione e il Lavoro, un
servizio che preparava il personale precettato per il lavoro in
fabbrica. I responsabili di questo ufficio, avvelenati dallo Shinto,
innalzarono un altare alla dea del sole nella biblioteca. L'ufficio
amministrativo del Taisekiji presentò una protesta formale alle
autorità ma queste ultime, non essendo al corrente delle dispute
religiose, tronfie per il potere che detenevano, ignorarono
completamente la vicenda.

172
Il Tempio spiegò con la massima chiarezza i principi della
Nichiren Shoshu e richiese più volte che fosse rimosso l'altare
shintoista. La risposta venne con delle minacce: il governo aveva
requisito degli edifici ed era libero di farne l'uso che riteneva più
opportuno. I preti del Taisekiji avrebbero fatto meglio a non
interferire.
L'Ufficio del Lavoro addestrava il personale al Tempio per circa
un mese e successivamente trasferiva gli operai nelle fabbriche di
munizioni. Ogni trenta giorni così avveniva l'avvicendamento del
personale. Oltre ai lavoratori precettati, gli alloggi dei preti sui due
lati del viale principale venivano usati per ospitare gli studenti
evacuati da Tokyo. Il viale lastricato, non più percorso dalle persone
che si recavano al Tempio per il loro culto, era ora percorso da folle
di operai e studenti. Per tutta la durata della guerra il Taisekiji fu
utilizzato in questo modo.
Nel 1944 l'Ufficio del Lavoro fu trasferito e il suo posto fu preso
dai miliziani volontari dell'esercito coreano. Il Tempio divenne così
alloggio per più di duecento soldati.
Queste truppe erano comandate da ufficiali giapponesi, molto più
arroganti dei soldati. Essi presero alloggio nella Sala di ricevimento
all'interno della residenza dei preti e, nascondendosi dietro la loro
autorità, si comportarono come antichi feudatari. Ridicolizzavano i
contadini della zona e disprezzavano i preti. Le loro azioni, ben
lontane dal proteggere il loro paese, spinsero la gente verso gli abissi
dell'inferno.
Gli atti di vandalismo si susseguivano di continuo e il Tempio
veniva depredato giorno per giorno.
L'incendio scoppiò proprio nella Sala di ricevimento occupata
dagli ufficiali. Fu forse un incidente, causato dall'incuria degli
occupanti, o scoppiò invece a causa delle ripetute offese arrecate a
tutti gli abitanti della zona? Nessuno lo saprà mai. Quale che sia la
causa, in ogni modo,

173
la ragione fondamentale di questo disastro risiede nel fatto che il
Tempio principale era stato profanato.
Nel momento in cui venne scoperto l'incendio, il fuoco già
lambiva il soffitto. I soldati non fecero il minimo sforzo per fermarlo,
anzi ognuno cercava di raccattare in fretta le sue cose e di metterle al
sicuro.
I preti si divisero in due gruppi. Il primo entrò nell'edificio avvolto
dalle fiamme e il secondo invece si assembrò nei pressi del Gohozo
per proteggere il Dai Gohonzon. Quelli che avevano sfidato il fuoco
rischiarono la vita per porre in salvo il Gohonzon che si trovava nella
sala.
All'epoca quasi tutti i preti erano stati arruolati. Al Tempio erano
rimasti solo i giovani non ancora ordinati e i preti più anziani, non
abili per il servizio militare. Tutti insieme non superavano le trenta
persone e la furia del fuoco, che sembrava lambire la volta del cielo,
era assolutamente al di sopra della loro capacità di farvi fronte.
Dal villaggio di Ueno giunsero alcuni volontari civili con il carro
antincendio e si udì il rumore delle ruote che percorrevano il
lastricato. Anche in questo caso, però, si trattava di persone anziane,
fra loro non c'era un solo giovane. Gli scolari, dal canto loro,
iniziarono a formare una catena per dare una mano. Ma a quel punto
le fiamme avevano già compiuto il loro corso e l'incendio non era più
controllabile.
Non uno dei volontari coreani mosse un dito. La ragione di questo
fu che i loro ufficiali li radunarono in un luogo sicuro e li trattennero
là, temendo che potessero approfittare della confusione per fuggire.
Un grande Gohonzon in legno, iscritto da Nikko Shonin, il
fondatore del Tempio principale, era esposto all'interno della Sala di
ricevimento. Fortunatamente i preti riuscirono a rimuoverlo e a
metterlo in salvo, nella foresta di cedri poco distante. Dopo aver
completato l'operazione, ripresero fiato per un attimo.

174
Ma il fuoco divampava con violenza e ben presto fecero ritorno
alla sala, per mettere in salvo le due statue di Nichiren e di Nikko.
Uno dei preti, che guardava le fiamme un po' discosto,
all'improvviso si chiese che cosa fosse successo al patriarca.
«Il patriarca? L'ho appena visto, là, vicino al portico.»
Rispose un'altro che gli era accanto. «L'hai visto... ma è terribile.»
Il prete rabbrividì.
Recitavano daimoku a bassa voce, circondati dal bagliore e dal
crepitio delle fiamme che si levavano al cielo. Un altro prete tornò,
recando con sé le statue. Uno a uno i tesori conservati nella sala di
ricevimento furono messi in salvo nel bosco.
Il Gohonzon era salvo! Tutti furono pervasi da una sensazione di
sollievo, ma il fuoco non diminuiva la sua furia.
Poi cominciò a diffondersi una luce fioca e grigia, le fiamme
impallidirono. Danzando, sembrava che imitassero l'una le forme
dell'altra. Uno dei preti, guardando in viso gli altri presenti gridò:
«Ma dov'è il patriarca?»
Si contarono e cominciarono a parlare simultaneamente,
spaventati.
«Dove può essere?»
«Qua non c'è.»
«Qualcuno lo saprà bene, no?»
Il prete che era rimasto di guardia disse a bassa voce: «Sono
sicuro di averlo visto vicino al portico.»
Si sparpagliarono per cercarlo e, mentre alcuni si diressero verso il
viale principale, altri tornarono verso il luogo dell'incendio. Un
gruppetto corse affannosamente intorno alle rovine, ma del patriarca
non c'era traccia. Chiesero notizie a diverse persone, ma nessuno era
in grado di rispondere.

175
«Forse è in uno degli alloggi lungo il Tatchu.»
«Forse è al Mieido.»
Le fiamme cominciarono a calare, ma aumentava l'ansia. Sui visi
pallidi si poteva leggere un grande timore. Continuavano a vagare in
qua e in là, mentre cominciavano a intravvedersi le prime luci del
nuovo giorno. Cercarono lungo il viale principale, in ciascuno degli
alloggi, nel Mieido, e persino in ogni angolo del bosco di cedri, ma
invano.
Poi, quasi per tacito accordo, tornarono alle rovine fumanti della
Sala di ricevimento. Gli occhi sgranati, ognuno poteva leggere sul
viso degli altri la stessa, tremenda paura.
Il fuoco ormai si era estinto. Nell'aria si sentiva l'odore acre e
disgustoso del legno bruciato e dalle macerie si levava un fumo
bianco. La scala che conduceva al piano superiore era annerita, ma la
struttura pareva ancora solida. Alzarono gli occhi verso la stanza
interna che aveva ospitato il patriarca in tante occasioni.
I ragazzi tornarono ai loro alloggi, mentre i volontari coreani e gli
inservienti del villaggio di Ueno si radunarono in gruppetti e presero
a discutere rumorosamente.
Quindi uno dei preti si staccò dal gruppo e si avvicinò alla scala.
«Che fai?»
«Stai attento!»
Le grida si levarono in coro dal suolo annerito, tutti gli occhi
puntati su di lui. Cominciò a salire la rampa, provando prima la
resistenza degli scalini con un bastone, per essere sicuro che
reggessero il suo peso.
Giunto in cima, entrò; dopo un breve intervallo si udì un grido
spaventato, che gelò tutti i presenti. Altri due preti allora corsero su
per la scala.
Seduto a testa alta, proprio nel centro della stanza, videro il corpo
senza vita del sessantaduesimo patriarca Nikkyo. Era vestito in abiti
da cerimonia e il suo sguardo

176
era rivolto verso il Gohozo, il luogo in cui era custodito l'oggetto di
culto donato a tutta l'umanità.
Probabilmente sarebbe riuscito a mettersi in salvo senza difficoltà.
Intorno al Tempio, durante l'incendio, si erano radunate alcune
centinaia di persone, ma nessuno aveva riportato alcuna ferita.
Perché scelse quindi di morire tra le fiamme? Le vane supposizioni
non servirebbero a nulla, ma uno dei preti anziani che gli era rimasto
più vicino si rammentò di qualcosa che gli era rimasto nel cuore.
Pensò alle parole che il patriarca gli aveva detto il giorno prima.
Stavano discutendo del rapido corso assunto dagli eventi bellici.
Come se stesse parlando tra sé, il patriarca gli aveva detto: «Il nostro
paese potrebbe cadere da un momento all'altro. Anch'io non potrei
dire quanto durerà ancora la mia vita.»
Qualche giorno prima, inoltre, aveva detto a un altro prete
qualcosa che rivelava le sue intenzioni.
«Se dovesse succedermi qualcosa, ci sono due patriarchi a riposo
che possono prendere il mio posto.» Intendeva riferirsi a Nichiko
Hori e a Nissho Mizutani. «Quindi non dovete preoccuparvi di
niente.»
Nei giorni precedenti il patriarca si era recato da solo al Ministero
della Pubblica Istruzione. Le autorità erano sul punto di decretare la
fusione con la setta Minobu.
Guardando in volto i funzionari, da solo, disse con fermezza: «Noi
rifiutiamo la decisione. Il nostro tempio ha ereditato il vero
insegnamento di Nichiren Daishonin e noi non ci uniremo mai a una
setta eretica, sia la Minobu, sia qualunque altra.»
Seduto in un angolo, vicino a una crepa che si era aperta nel
terreno, Toda ripensò ai giorni di Nikkyo e gli sovvenne l'immagine
del suo maestro, Makiguchi.
"Il Giappone è ridotto in cenere," pensò, "la grande Sala di
ricevimento è in rovina. Il patriarca è morto tra le fiamme, il mio
maestro è deceduto in prigione. Il re Utoku

177
e il monaco Kakutoku ci hanno lasciato. Non abbiamo mai subito
una persecuzione così violenta e, alla luce degli insegnamenti di
Nichiren, la rovina del paese è strettamente connessa a questa
persecuzione. La legge di causa ed effetto è inesorabile..."
Alzò lo sguardo alle cime degli alberi e al cielo infinito.
Senza che se ne rendesse conto, cominciò a declamare una frase
del Gosho Rimostranza al Bodhisattva Hachiman.
«Il Sutra del Nirvana afferma: "Le sofferenze di tutti gli esseri
viventi sono senza eccezione alcuna le sofferenze del Tathagata20."
Nichiren afferma: "Le sofferenze universali di tutti gli esseri viventi
sono senza eccezione alcuna le sofferenze di Nichiren."»
Ora, sembrava che Nikkyo avesse assunto su di sé le sofferenze
dell'intera nazione, che aveva offeso il vero Buddismo del Daishonin.
Era un atto nobile.
Il Daishonin dichiarò: «Una grande sfortuna è sempre seguita da
una grande fortuna.»
Era giunto il momento in cui la filosofia di Nichiren sarebbe sorta,
crescendo in modo incredibile, pensò Toda. La strada davanti a lui
sembrava lunga mille miglia, ma era una distanza percepita dagli
occhi ignari del comune mortale. Se fossero cresciute le persone che
desideravano ardentemente propagare il Buddismo, kosen rufu
sarebbe stato conseguito senza dubbio.
Toda guardò ancora per un attimo le rovine, in silenzio. Poi si alzò
e parlò a bassa voce, ma con grande convinzione. «Adesso
comincia.»
Gli altri si alzarono, ma nessuno era in grado di capire a che cosa
si riferisse.
Lasciarono il Taisekiji nel primo pomeriggio.
Attesero il primo treno a Fujinomiya per due ore, e altre quattro le
trascorsero alla stazione di Fuji, Tokyo era in preda alla morsa del
freddo. Era ormai mezzanotte quando arrivarono a casa.

20
Tathagata: termine sanscrito che significa "colui che è giunto dal regno della
verità". Nella citazione indica il Budda.
178
Preludio
Il primo gennaio del 1946, mentre Toda teneva le sue prime
lezioni sul Sutra del Loto negli alloggi del Taisekiji, fu emanato un
rescritto imperiale, che conteneva la seguente affermazione: «...il
legame fra noi e il popolo è fondato sulla reciproca fiducia,
sull'affetto e sul rispetto; non sui miti o sulla tradizione. Né si basa
sulla falsa idea che l'imperatore sia un dio vivente, o che i giapponesi
siano una razza superiore alle altre, destinata a regnare sul mondo
intero...»
Il rescritto, formulato a quanto risulta dal primo ministro
Shidehara, fu accolto con il nome di "dichiarazione della natura
umana dell'imperatore". Oggi ha il valore di un documento storico, il
primo passo compiuto per concretare la politica di separazione tra
stato e religione impostata da MacArthur.
Il sovrano in prima persona aveva negato la propria natura divina,
ma il rescritto non accennava minimamente in modo negativo allo
Shintoismo. Sebbene fosse detta la "dichiarazione della natura umana
dell'imperatore", continuava a fare uso del plurale maiestatis,
secondo l'usanza imperiale.
Toda fece ritorno a casa a tarda sera del 5 gennaio. Prese dalla pila
dei quotidiani quello del primo e guardò i titoli in prima pagina. Poi
lo gettò da una parte.
«Noi!» disse disgustato.
I suoi occhi si volsero quindi a Kyoichi, che sonnecchiava
pacificamente vicino a lui. Sorrise e allungò una mano per
accarezzare il viso abbronzato del figlio.
«Sembri in ottima forma» disse tra sé.
Non lo vedeva da due anni e mezzo, e per un attimo fu tentato di
svegliarlo. Durante la sua prigionia tutti i bambini

179
in età scolare erano stati evacuati da Tokyo e poco tempo prima
Kyoichi era stato mandato presso dei parenti a Ichinoseki, una
regione agricola nel Tohoku, nel nord est del Giappone. Lassù, tra le
montagne, frequentava la scuola ignaro delle difficoltà che
gravavano sulla vita nei grossi centri. Anche dopo la fine della
guerra, dato che a Tokyo non sembrava che le scuole sarebbero state
riaperte tanto presto, Toda decise di lasciare il figlio a Ichinoseki, in
attesa di momenti migliori.
Tuttavia, giunto il periodo delle vacanze di fine anno, il clima del
nord si era fatto freddo e nevoso e le giornate. sembravano
interminabili. Kyoichi allora aveva cominciato a chiedere di poter
tornare dai genitori. La sorella di Toda, riuscita a procurarsi i biglietti
del treno in qualche modo, lo accompagnò a Tokyo, approfittando di
alcuni giorni di vacanza; erano passati molti anni dall'ultima volta
che aveva visto la grande metropoli.
«Hai vissuto dei tempi duri, figlio mio» pensò Toda.
Si accostò al figlio che dormiva e gli accarezzò il viso.
La chioma da ragazzino che portava due anni prima era
scomparsa. Ora i capelli erano corti corti. Non restava traccia del
fanciullo che Toda ricordava. Kyoichi era diventato un furbo e
robusto giovanotto.
Il padre si alzò e andò davanti all'altare di famiglia.
Recitò gongyo e daimoku, esprimendo tutta la sua gratitudine per
la buona salute del figlio. Davanti al butsudan c'erano alcuni dolci di
riso che Kyoichi aveva portato con sé da Ichinoseki. Finalmente in
quella famiglia che aveva tanto sofferto per proteggere il Buddismo
era tornata a sorridere la primavera.
La mattina dopo, appena sveglio, Kyoichi cominciò a seguire il
padre in ogni sua mossa, persino in bagno. Annuiva vistosamente,
qualsiasi cosa gli si dicesse.
La famiglia si riunì per la colazione in veranda e presto la
conversazione giunse al racconto dei due anni

180
trascorsi dal bambino nel Tohoku. Parlando con l'accento tipico della
regione settentrionale, Kyoichi cominciò a descrivere le valanghe,
che colpivano frequentemente la regione.
«Papà, la guerra non mi ha nemmeno sfiorato, ma le valanghe
erano terribili!»
Toda ascoltava, dapprima con sguardo un po' arcigno, ma alla fine
non fu più in grado di trattenere la risata. Kyoichi parlava con il
rustico accento del Tohoku. La tipica elasticità dei ragazzi aveva
facilitato la trasformazione e il bambino non se ne era reso conto.
Anche Ikue scoppiò a ridere e Kyoichi cominciò a fissare i due
genitori incuriosito.
«Cosa c'è da ridere?» chiese.
«Hai un'ottima pronuncia nel dialetto del Tohoku»disse Toda tra
le risa.
«Ma no, non è vero.» La protesta del bambino fu sonora. Toda
portò Kyoichi con sé all'ufficio di Kanda. Voleva che vedesse con i
suoi occhi le devastazioni causate dalla guerra, sperando che quelle
immagini tristi sarebbero valse a convincerlo per sempre della
necessità di estirpare le radici della guerra.
Il ragazzo era curioso, molto eccitato. Sul treno passava di
continuo da un finestrino all'altro, osservando attentamente le rovine.
Non poteva fare a meno di seguire con gli occhi le migliaia di
persone che si muovevano tra le macerie in fretta, come formiche. Il
contrasto tra queste immagini e la pacifica solitudine delle montagne
del Tohoku era stridente. Sembrava confuso.
«Papà, hanno lanciato un sacco di bombe, vero? Tutte le case sono
a pezzi.»
«Uhm, sì, è così.»
«Ma la nostra non è bruciata, vero?»
«No.»
«Chissà perché non è bruciata anche la nostra.»

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«Perché? Avresti preferito se fosse stato così?»
«Noo! Non volevo dire questo, è che...» Scosse la testa con
energia.
«Papà, tu sei stato ferito?»
«Io non ero a casa, in quei giorni.»
«Ah, già. Eri in prigione.»
Toda fece una piccola smorfia. Kyoichi continuò a far domande in
questo tono, esaminando la vicenda minuziosamente.
«Io stavo a Ichinoseki. Papà non era a casa. Mi dispiace per la
mamma, che era rimasta sola. A Ichinoseki ho recitato daimoku.»
«Allora hai letto la mia lettera.»
«Certo, il nostro patto tra padre e figlio. La zia l'aveva messa nel
cassetto del butsudan.»
Per tutta la mattina Kyoichi giocò in ufficio, poi fece ritorno a
casa. La vista di tutte quelle rovine lo impressionò molto. La sera
andò a letto subito dopo cena.
Toda rincasò tardi e di nuovo osservò il figlio addormentato, come
se non lo avesse più visto da chissà quando.
Fu quella una delle rare occasioni in cui i due coniugi tennero una
vivace discussione. Toda insisteva sul fatto che Kyoichi restasse con
loro a Tokyo, mentre la moglie pensava fosse meglio rimandarlo a
Ichinoseki, almeno finché non fosse migliorata la situazione
alimentare. Sarebbe stato meglio attendere aprile, all'inizio del nuovo
anno scolastico. Verso mezzanotte giunsero alla conclusione che
fosse preferibile lasciar decidere al ragazzo.
Quando Kyoichi si alzò, la mattina successiva, gli fu posta la
questione. Ci pensò per un attimo, poi disse: «Preferisco Ichinoseki.»
«Ragazzo indipendente, eh?» Toda sorrise con un po' di amarezza
e osservò la moglie, seduta all'altro capo del tavolo.
Ikue guardò il figlio e disse ridendo: «Credo sia meglio così.
Tokyo non è un posto adatto ai bambini.»

182
Alla fine delle vacanze quindi Kyoichi fece ritorno a Ichinoseki
con la zia.
Frattanto Toda continuava a tenere le lezioni sul Sutra del Loto
con tutte le sue energie. Due volte la settimana il secondo piano della
Nihon Shogakkan ospitava i suoi allievi. In quei giorni la corrente
elettrica andava e veniva e capitavano spesso dei blackout. Le
lezioni, quindi, per sicurezza si tenevano a lume di candela. Su
ognuno dei cinque tavolini bruciava una candela e tutte insieme
proiettavano delle ombre sinistre sulle pareti e sul soffitto.
Toda era davvero molto miope e non riusciva a leggere con quella
luce. Ascoltava qualcun altro e suggeriva di volta in volta le sue
profonde interpretazioni. Citava tranquillamente dal Gosho e
dall'Ongi Kuden. Sembrava che ogni parola scritta da Nichiren fosse
incisa nella sua memoria. Dando l'impressione di incarnare lui stesso
le parole dei trattati, lasciava esterrefatte le persone che lo seguivano.
Una sera Iwamori non poté fare a meno di chiedergli una
spiegazione.
«Toda, ma quand'è che hai imparato tutto quello che ci stai
spiegando? Sarebbe già incredibile il solo fatto di ricordare tutto a
memoria, ma sembra proprio che tu abbia una perfetta comprensione
di ogni cosa. È incredibile!»
Gli altri tre amici volevano porgli la stessa domanda.
«È difficile spiegarlo.» disse Toda a disagio. «Tutti i sutra
buddisti si occupano della vita umana. Durante la prigionia ho
recitato molto e ho studiato, e ora mi sembra di ricordare tutto. Temo
che prima della galera fossi troppo occupato a far soldi.»
«Ricordare tutto?»
I quattro alzarono la testa simultaneamente e fissarono gli sguardi
su di lui.
Toda conosceva il Sutra del Loto a menadito. Era sicuro che
questo insegnamento, l'essenza del Buddismo,

183
avrebbe assicurato la forza motrice per rimettere in piedi il paese e
promuovere una grande rinascita culturale.
Il Buddismo di Shakyamuni fu esposto in India e diede origine a
una grande civiltà, che fiorì dal regno di Ashoka fino al tempo di
Kanishka il grande. Anche la Cina conobbe una grande fioritura
durante le dinastie Sung e T'ang, allorché T'ien-t'ai insegnò il Maka
Shikan, il Sutra del Loto del Medio Giorno della Legge.
Al tempo in cui il Buddismo giunse in Giappone, infine, il gran
maestro Dengyo diffuse il Sutra del Loto transitorio, dando un
grande contributo al sorgere della civiltà Heian. La storia ci narra che
la cultura Asuka, sviluppatasi durante il regno del principe Shotoku,
era basata anch'essa sul Sutra del Loto.
Ma quelle furono epoche di assolutismo. Il Buddismo era noto e
apprezzato dalla nobiltà e non veniva compiuto il minimo sforzo per
portarlo alla gente comune. Era quindi una situazione ben diversa da
quella di un grande movimento religioso, che sorge spontaneamente
dalla gente ed è strettamente legato alle circostanze della vita di ogni
giorno. La contraddizione era notevole, ma la natura dei tempi non
offriva alternative.
Ora invece, nell'Ultimo Giorno della Legge, il Sutra del Loto
transitorio era diventato arcaico. La grande cultura dell'era nuova
sarebbe stata fondata su Nam myoho renge kyo, il Sutra del Loto di
Nichiren Daishonin. Questa filosofia avrebbe assicurato alle persone
comuni lo strumento più efficace per fermare lo scontro tra
comunismo e capitalismo.
Giunta la primavera della pace, il mondo non sarebbe più
precipitato nell'abisso dell'oscurità. Le due maggiori correnti
ideologiche, spiritualismo e materialismo, sarebbero state rielaborate
e indirizzate nuovamente sulla base della filosofia del Daishonin, il
Buddismo di shiki shin funi.
Le lezioni proseguivano, con questi toni decisi. Yoichiro Honda
era rimasto molto impressionato dalla

184
convinzione e dalle profonde spiegazioni di Toda. I due erano stati
compagni di scuola alle elementari. Lui riteneva di conoscere Toda
meglio di ogni altro, ma la persona che aveva davanti non era il Toda
che lui conosceva. Era sconcertato.
«È incredibile... spieghi il Sutra in un modo assolutamente unico.
Professor Josei, l'insegnante dei corsi serali. Toda, è una cosa
sovrumana. Vedere è credere, quindi devo accettare ciò che dici.»
«Non c'è niente di sovrannaturale. Io sono il più ordinario tra gli
ordinari. Tutto quello che so l'ho imparato grazie alla fede. Questo è
tutto. Voi potete fare la stessa cosa.» Toda prese una sigaretta e
l'accese con la candela.
«Il Daishonin ha insegnato che coloro che recitano Nam myoho
renge kyo sono Bodhisattva della Terra. "Se non fossero Bodhisattva
della Terra, non potrebbero recitare il daimoku." Può darsi che per
voi sia difficile credere a tutto questo, ma se conservate la vostra fede
nel Gohonzon e recitate, siete sulla strada dei Bodhisattva della
Terra. E per salvare le altre persone dall'infelicità, per propagare la
Legge, dovete essere in buona salute.»
«Ciò che conta veramente è la vostra determinazione di seguire
l'insegnamento di Nichiren. Nella sue parole non ci sono cose false o
vaghe. Siamo noi che dubitiamo, che cerchiamo i difetti... Noi ci
causiamo un sacco di problemi, noi, comuni mortali dell'Ultimo
Giorno!»
Gran parte del fascino delle lezioni era dovuto alla personalità
trascinante di Toda. I quattro allievi erano allibiti per la
trasformazione che era avvenuta in lui dopo la guerra e lo
invidiavano un po'. Ormai si conoscevano da anni, ma riguardo al
futuro, Toda se li era lasciati alle spalle.
Nessuno è in grado di conoscere il proprio futuro. Il domani è
avvolto nell'oscurità, insieme a tutti i problemi che attendono il
genere umano. Quello che conta è la forza vitale.

185
Il fascino di Toda sembrava crescere di giorno in giorno. Il
cambiamento avvenuto in quell'uomo aveva dell'incredibile ma
nessuno poteva negarlo: era lì, davanti ai loro occhi. Toda diceva
semplicemente che era il risultato della pratica buddista, del fatto di
seguire la filosofia di shiki shin funi. Lui insegnava il concetto di
rivoluzione umana, di trasformare il proprio destino grazie a una
pratica sincera e coraggiosa del vero Buddismo.
La trasformazione dell'individuo, il riconoscimento della propria
dignità, dell'individualità, la piena fioritura di tutto il potenziale
umano, è il cammino più diretto per il rinnovamento della società,
dell'educazione, dei governi, della cultura e della vita nel suo
complesso. Toda insisteva su questo punto più e più volte.
Passò un mese e mezzo. I quattro partecipanti divennero puntuali
e certe volte i loro occhi, che mettevano in risalto una certa
stanchezza della vita, tornavano a splendere radiosi. Dopo le lezioni
mangiavano e bevevano insieme, dando così spazio al loro svago
preferito.
Le lezioni stavano diventando il momento più felice della loro
vita; usciti dall'ufficio di Toda, venivano gettati alla mercé dei venti
furiosi della società postbellica. Come piccoli imprenditori, in quei
giorni di caos erano sempre sul punto di perdere tutto ciò che
possedevano. Non avevano un solo momento di riposo.
Il Giappone del dopoguerra era assediato da una tremenda crisi
economica e da un'inflazione inarrestabile.
Senza alcun preavviso il governo annunciò la Legge finanziaria
straordinaria e il Decreto di indagine sulla proprietà il 17 febbraio
1946. Si trattava di misure studiate per fermare l'inflazione, prima
che questa sconvolgesse del tutto l'assetto economico del paese.
Furono congelati tutti i conti bancari e la valuta circolante fu resa
nulla, a meno che non recasse un apposito timbro che ne attestava il
nuovo valore.

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Ogni persona poteva scambiare solo una parte della vecchia
moneta con la nuova e nessun importo eccedente poteva essere
prelevato dai conti bancari. I salariati, quali che fossero i loro
stipendi, ebbero fissato il nuovo a cinquecento yen al mese. Le cifre
eccedenti l'importo stabilito vennero depositate in conti congelati.
Dalla sera alla mattina le famiglie di tutto il paese furono
assoggettate a questa regola, cinquecento yen al mese, a parte i
politici senza scrupoli e gli uomini d'affari che misero al sicuro i loro
averi in tempo.
Il nuovo sistema imitava alla perfezione l'economia di un paese
comunista. Anche l'andamento forzato del periodo di guerra aveva le
stesse caratteristiche e alcuni giunsero ad affermare che il Giappone
era andato oltre il comunismo. Ma restava comunque una domanda:
le misure attuate a forza dal governo avrebbero fermato l'inflazione?
Nel giro di un mese fu chiaro che non sarebbe andata così. I ritardi
nelle consegne dei generi razionati costringevano le persone a
rivolgersi al mercato nero per procurarsi il cibo. Senza questa risorsa,
sarebbe stato difficile vivere.
Nulla genera miseria più di un governo incompetente.
Nessuno poteva vivere con cinquecento yen al mese. Giorno per
giorno i visi della gente esprimevano l'immagine della disperazione.
Le misure di emergenza diedero fiato al valore nominale del
denaro, ma presso l'opinione pubblica venivano soltanto percepite
come un sacrificio forzato. Semplicemente, non c'era modo di
procurarsi il cibo e gli altri generi primari.
La crisi, del resto, non era apparsa all'improvviso. Le sue radici
erano profonde e risalivano al periodo precedente la guerra.
Al momento della resa il governo aveva ordinato che l'esercito
mettesse a disposizione tutte le scorte accumulate, stimate in oltre
cento miliardi di yen. Una volta acquisite,

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furono nascoste. Senza che nessuno lo venisse a sapere, il governo
riuscì ad accantonare enormi quantità di scorte di provenienza
militare. Inoltre, ignorando nel modo più assoluto le difficoltà delle
piccole e medie imprese, furono pagati solo i debiti contratti con le
grandi industrie che fabbricavano le munizioni. Grosse somme di
denaro, ottenute tramite la vendita delle scorte, passarono così di
mano in mano in nome delle compensazioni di guerra.
Tutto questo avveniva mentre la nazione viveva in condizioni
disperate. Le grandi industrie, dal canto loro, riuscirono ad
assicurarsi dei profitti illeciti, grazie alle compensazioni.
Licenziarono moltissimi operai e giunsero persino a distruggere i
prodotti per difendere il proprio capitale.
I sabotaggi industriali di questo genere portarono a una drastica
riduzione della disponibilità di beni, facendone crescere
vertiginosamente i prezzi. Con lo stesso ritmo con cui un'onda segue
la precedente, il circolo vizioso veniva accelerato dal malessere
sempre più diffuso.
A rendere peggiore la situazione si aggiungeva il fatto che la spesa
pubblica non aveva limiti. Nel dicembre del '41, subito prima
dell'entrata in guerra del Giappone, l'ammontare totale del denaro
messo in circolazione dalla Banca del Giappone fu pari a quattro
miliardi e settecento milioni di yen. Al momento della resa,
nell'agosto 1945, sommando le spese per le compensazioni, le
forniture alle forze di occupazione e i costi della smobilitazione delle
truppe, si otteneva un totale di ventotto miliardi e seicento milioni,
che crebbero fino ai sessanta miliardi di yen del febbraio 1946.
L'inflazione, il pericolo più insidioso nell'economia postbellica, stava
avanzando a velocità spaventosa.
I grandi gruppi industriali evitarono di riprendere la produzione.
Era molto più conveniente lasciare fermi gli stabilimenti e sfruttare al
meglio le merci accantonate,

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attendendo dei consistenti rialzi dei prezzi al consumo. I
commercianti, che avevano entrate quotidiane, riuscivano a far fronte
alla situazione, mentre le categorie a salario fisso furono colpite
duramente dalle conseguenze di questo clima. Da un lato vedevano
gli stipendi e i conti bancari congelati, dall'altro assistevano
impotenti alla crescita dei prezzi.
In rapida successione si vennero a costituire molti sindacati, che
ancora nel 1944 non esistevano neppure. Nel dicembre del '45 erano
state fondate settecentosette associazioni, con quasi quattrocentomila
membri. Nel giugno del 1946 le cifre crebbero rispettivamente a
dodicimila per le associazioni e a oltre tre milioni e mezzo per gli
iscritti. Indubbiamente fu il fenomeno di più rapida crescita mai
verificatosi nella storia dei movimenti del lavoro.
Con il consolidamento dei movimenti sindacali, ebbe inizio una
vasta ondata di scioperi. Le organizzazioni sostenevano con
decisione la necessità di attuare misure di controllo sulla produzione,
per riuscire a ostacolare i sabotaggi messi in atto dalle imprese.
Ormai le fondamenta della nazione erano franate e la confusione
cresceva di giorno in giorno.
Ovviamente la crisi socio-economica ebbe gravi conseguenze
sulle condizioni di vita dei cittadini, fu una specie di terremoto.
Prima di preoccuparsi della crisi economica o dei problemi nazionali,
la gente fu costretta ad affrontare una crisi alimentare sempre più
acuta.
L'attività di Toda era già ben avviata, ma anche lui doveva far
fronte all'insidia dell'inflazione. Le iscrizioni ai corsi per
corrispondenza producevano entrate anticipate, relative alle rette e ai
fascicoli dei corsi trimestrali e semestrali. Spesso però non
permettevano di sostenere la crescita dei prezzi della carta e della
stampa. Una volta che le quote erano state versate, non era più
possibile richiedere delle somme integrative per coprire gli aumenti
continui.

189
Toda non disponeva certo di grossi stock come le grandi industrie;
tuttavia riuscì a garantirsi delle sufficienti forniture di carta e a
concordare anticipatamente i prezzi per la stampa.
Decise di pubblicare le opere suddividendole in più volumi, sicuro
della maggiore convenienza di progetti a breve termine. Inaugurò
una collana di romanzi popolari, riprendendo un progetto che già
aveva coltivato nel periodo bellico. Una delle sue società infatti
aveva gestito quelle pubblicazioni e non fu difficile selezionare i
titoli preferiti dal pubblico, dei quali fra l'altro deteneva ancora i
diritti.
Nello stesso periodo ebbe un'altra brillante idea, una raccolta dal
titolo Grandi lezioni sulla democrazia. Dalla fine della guerra la
parola democrazia era sulla bocca di tutti, le persone la
pronunciavano con la stessa facilità di un saluto. Nessuno però aveva
una conoscenza precisa degli aspetti culturali e filosofici del termine.
Toda era disgustato da questi atteggiamenti superficiali e nello stesso
tempo sentiva che lo sviluppo di quella tematica, oltre a
rappresentare un buon affare, avrebbe recato beneficio al pubblico.
Affidò quindi la gestione del progetto a Koshin Murobuse,
Tsugimaro Imanaka, Tetsuji Kada e Makoto Hori, i quali
progettarono una collana in cinque volumi.
La strategia per combattere l'inflazione messa in atto da Toda
consisteva nell'espandere le attività della Nihon Shogakkan nel
settore dell'editoria. Decise quindi di rafforzare lo staff editoriale e
nominò Yuzo Mishima capo redattore. Affidò alla sua guida un
gruppo di giovani fra cui spiccava Chuei Yamadaira.
Mishima era uno dei ventuno responsabili della Gakkai che erano
stati arrestati durante la guerra. Yamadaira, invece, era uno studente
universitario che era stato arruolato nell'aviazione e non aveva potuto
terminare gli studi. Dimesso dall'esercito in settembre, era subito
andato a cercare notizie della Jishu Gakkan e presto aveva scoperto

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che l'edificio era stato raso al suolo dai bombardamenti. Sentendo
che però Toda era stato rilasciato e godeva di buona salute, corse
subito a cercarlo. Aveva quindi ripreso gli studi universitari e nello
stesso tempo collaborava con la nuova casa editrice, che lavorava a
pieno ritmo.
La gente in quegli anni era letteralmente affamata di libri e, non
appena veniva pubblicato un nuovo titolo, gli scaffali venivano
svuotati dagli acquirenti, con la stessa velocità con cui la sabbia
asciutta assorbe l'acqua. Dalla sera alla mattina spuntavano nuove
case editrici, ma tutte dovevano affrontare le stesse difficoltà di
approvvigionamento di carta. I costi crescevano di giorno in giorno.
In questa situazione Toda mise in atto tutte le sue qualità di
imprenditore: ampiezza di vedute, capacità innovativa e prudenza
nello stesso tempo.
I suoi sforzi per l'approvvigionamento di carta recavano beneficio
anche ad altre società, con cui talvolta divideva le sue scorte. In
questo modo riuscì ad assicurare la sopravvivenza di alcune aziende,
che avevano per lui una profonda gratitudine. La sua ditta divenne un
punto di riferimento per la distribuzione di prodotti editoriali e si
venne così a creare una specie di piccola galassia in un angolo
dell'universo dell'editoria. Negli anni seguenti, questo gruppo di
aziende diede vita a una società finanziaria, sempre incentrata sulla
figura di Toda.
Accadde comunque in una occasione che Toda si trovasse in
difficoltà con le forniture di carta. Le sue scorte erano a zero e i
progetti fermi. Nel cuore della notte balzò su dal letto: «Tutto il mio
lavoro è per kosen rufu! Perché non mi mandate la carta?» gridò,
ammonendo le divinità buddiste. Il giorno seguente, in modo
inatteso, riuscì a ottenere una fornitura da una cartiera con cui non
aveva più avuto contatti da tempo.
Ogni volta che gli si parava dinanzi un ostacolo, lo affrontava a
testa alta, facendo sfoggio di tutta la determinazione

191
e di ogni altra risorsa, e lottava con energia. Superato il momento
critico, si distendeva e magari giocava a scacchi, freddo come se non
fosse successo niente di particolare.
Spesso restava alzato fino a tardi la notte, in compagnia di amici o
per impegni di lavoro. Ma quale che fosse l'ora in cui andava a
dormire, il giorno seguente si presentava al lavoro prima di tutti i
dipendenti e li incoraggiava. Non si assentava mai, nemmeno per un
giorno.
Quando si faceva sera e la battaglia quotidiana cessava, l'ufficio
diventava un'aula per le lezioni sul Sutra del Loto. Questo avveniva
tre volte la settimana, lunedì, mercoledì e venerdì. Ai primi quattro
allievi si aggiungevano qualche volta anche Katsu Kiyohara e Tame
Izumida.
Agli inizi di marzo erano giunti all'esame dell'introduzione e
dell'epilogo del Sutra e la sera del 28 il ciclo di lezioni finì, dopo aver
trattato in dettaglio i dieci volumi del testo originale. Le lezioni,
iniziate a Capodanno, erano finite esattamente dopo tre mesi.
«Bene, abbiamo finito. Vorrei ringraziarvi per avermi seguito con
assiduità, nonostante il freddo. Stasera terremo la cerimonia di fine
corso, va bene?»
La sua gratitudine mise in imbarazzo i quattro allievi. Sentivano di
dover essere loro a ringraziare Toda, ma non trovavano le parole. In
ogni caso non riuscivano a nascondere la loro soddisfazione per aver
letto tutto il Sutra. Parlando a nome di tutti, Kizo Iwamori disse:
«Toda, ti siamo veramente grati. Dovremmo essere noi a ringraziarti,
ma non sappiamo come farlo.» I quattro si inchinarono.
«È stata una bellissima serie di lezioni.»
«Noi non siamo certo delle cime, ma vogliamo comunque fare la
nostra parte per kosen rufu.»
Toda prese l'astuccio per scrivere e cominciò a preparare il
calamaio.
«Non dire sciocchezze, siete degli ottimi allievi.»

192
Prese il pennello e scrisse su un foglio di carta da lettere.
«Attestato di compimento del primo corso, iniziato il primo
gennaio 1946 e concluso il 28 marzo dello stesso anno.»
Poi chiese ai quattro di apporre la loro firma.
«Grazie. Ora penso che dovremmo cantare una canzone per
commemorare la fine del corso, ma non siamo bravi cantanti. In ogni
caso bisogna festeggiare. Che ne dite?»
Toda rifuggiva le formalità. Rispettava le persone per ciò che
custodivano sotto la superficie: le loro qualità autentiche, il loro
modo di vivere, la loro fede.
Si alzò rapido e aprì uno sportello del mobile, estraendone una
bottiglia squadrata.
«Kitagawa, vuoi aprirla tu?»
Era una bottiglia di whisky Suntory, di ottima qualità, difficile da
trovare in quei giorni.
Kitagawa mandò un grido di stupore, come se avesse trovato una
bomba.
«Non posso crederci!»
Levò il tappo e versò il liquore nei bicchieri; l'aroma si sparse in
tutta la stanza.
La bottiglia fu presto vuota.
«Bevete, l'ho messa da parte per questa occasione» disse Toda.
Il whisky era particolarmente apprezzato da tutti loro e si resero
subito conto della gentilezza di Toda. Da buoni bevitori quali erano,
non riuscivano a trattenere l'emozione.
«Toda, tu mi confondi.» disse uno dei quattro, scuotendo la testa.
«Prima ci istruisci per tre mesi e poi ci tratti a whisky. Come
potremo mai ringraziarti?» Nessuno di loro poteva capire quanto lui
fosse grato ai suoi allievi.
Normalmente sarebbe dovere degli alunni ringraziare i docenti.
Ma questa lezione sul Sutra del Loto era qualcosa di completamente
diverso.
Toda sentiva risuonare dentro di sé una frase del Sutra:

193
«Dopo il mio ingresso nel nirvana, se ci sarà qualcuno, uomo o
donna che sia, che insegna segretamente a un'altra persona anche una
singola frase del Sutra del Loto, si sappia che egli è l'inviato del
Budda, mandato per realizzare l'opera del Budda. Questo è ancor più
vero per coloro che insegnano questo Sutra diffusamente tra la
gente.»
La frase "Dopo il mio ingresso nel nirvana" significa Nam myoho
renge kyo nell'Ultimo Giorno della Legge. Toda era davvero grato
per la fortuna di cui godeva e, come messaggero del Dai Gohonzon,
sentiva una profonda gratitudine per i suoi allievi.
Gli insegnamenti fasulli spesso non hanno altra funzione se non
quella di portare profitti ai loro fondatori, che fanno soltanto sfoggio
della propria arroganza. I loro sfortunati seguaci diventano schiavi.
Al contrario, l'insegnamento corretto eleva i discepoli alla stessa
condizione vitale del Budda. L'insegnante ringrazia gli alunni perché,
in virtù della loro presenza, può compiere la propria rivoluzione
umana. Questa è la vera formula per la democrazia.
Toda bevve un sorso di whisky e sorrise. «Che vi succede?
Stasera siete particolarmente tranquilli. State bene?»
«Vorremmo dimostrarti la nostra gratitudine!» Fujisaki alzò il
bicchiere e fu subito imitato dagli altri.
«Che bell'idea!» disse Kitagawa con tale fervore da suscitare
l'ilarità in tutti i presenti.
Pochi giorni dopo Katsu Kiyohara venne a sapere da Honda che il
ciclo di lezioni era finito. Una mattina andò a far visita a Toda in
ufficio.
«Signore, prenderebbe in considerazione la possibilità di
ricominciare le lezioni per dei nuovi allievi?»
Aveva ventisette anni e uno sguardo sincero. La sua vita ardeva di
un autentico spirito di ricerca.
«Per me può andare, se c'è chi mi sta a sentire.»
«Oh, davvero? Grazie tante!»

194
Mosse la testa in segno di ringraziamento e il suo sguardo era
sincero.
«Ma chi è che sarebbe interessato?» chiese Toda. La ragazza
rimase senza parole.
«Signore... li riunirò, vedrà. Quando vuole iniziare?» Beh,
diciamo a metà di aprile, con l'inizio del nuovo semestre scolastico!
Va bene?»
Kiyohara era felice del fatto che Toda avesse accettato di
riprendere le lezioni, ma non aveva la minima idea di chi le avrebbe
seguite. Tokyo era una città desolata, in rovina. Ogni giorno si
lottava per vivere e nessuno aveva tempo di seguire le lezioni sul
Sutra del Loto.
A ogni modo, cominciò a recitare daimoku sinceramente. Cercò di
mettersi in contatto con altri membri della vecchia Gakkai e disse
loro che il signor Toda, il discepolo più fidato del presidente
Makiguchi, aveva riavviato la ricostruzione dell'associazione.
Era veramente felice: alla fine, dopo tre anni poteva riprendere le
attività della Gakkai. Impiegò tutte le sue energie per radunare un po'
di amici.
Il 12 aprile, il giorno stabilito, si riunirono una decina di persone.
Toda non conosceva quasi nessuno, ma cominciò la sua spiegazione
senza perdersi in tanti preamboli.
«Prima di tutto, questa lezione è incentrata sul Sutra del Loto, ma
il punto essenziale è Nam myoho renge kyo. Beh, già qui dovremmo
spiegare una cosa. Namu non significa che non ci sia il sud 21.»
La battuta provocò qualche risatina.
«Namu è una parola sanscrita, che in giapponese viene tradotta
con kimyo, che significa dedicare la propria vita. Dal punto di vista
della fede, significa unire la nostra vita con il principio supremo
dell'universo, la Legge mistica myoho. Significa anche fondere la
nostra vita con il Budda chiamato Nam myoho renge kyo.

21
Namu: dato che la parola deriva dal sanscrito, viene resa con due ideogrammi
che ne rappresentano la pronuncia, senza prendere in considerazione il significato
proprio di essi. Letteralmente questi significano sud e nulla.
195
«In altre parole, Nam myoho renge kyo è il nome del Budda.
Significa il Budda originale del tempo senza inizio, che è apparso
come Nichiren Daishonin nell'Ultimo Giorno della Legge. Ogni
parola, namu, myoho, renge, kyo, ha un profondo significato
filosofico.»
Le persone ascoltavano, un po' a disagio. Toda si accese una
sigaretta.
«Questo metodo, che afferma prima di tutto il principio
fondamentale e poi descrive le sue caratteristiche è tipico della
filosofia orientale. Si chiama metodo induttivo. La filosofia
occidentale, al contrario, applica un metodo deduttivo. Crea, con
passi logici successivi, la struttura su cui si basa la conclusione del
ragionamento. Al giorno d'oggi il metodo deduttivo è molto diffuso
anche nelle scuole giapponesi e questo modo di organizzare il
pensiero rende più difficile la comprensione di opere quali il Sutra
del Loto.»
Toda spiegò successivamente gli aspetti della pratica del vero
Buddismo e fece alcuni parallelismi con la scienza, chiarendo le
differenze tra scienza e religione sulla base del loro diverso oggetto
di ricerca. Una religione efficace, asserì, non è una disciplina morale
o intellettuale; è piuttosto uno studio della vita in sé. Prendendo
spunto dalla vita di ogni giorno, cercò di mettere in rilievo che la
religione è essenzialmente una ricerca sui mezzi che, associati alla
pratica della fede, consentono alle persone di conseguire la felicità.
Alcuni scienziati, proseguì Toda, erano riusciti a far germogliare
dei semi di loto, vecchi di oltre duemila anni. Ora l'insegnamento di
shiki shin funi, con i suoi settecento anni di storia, era sul punto di
fiorire e ben presto tutti avrebbero conosciuto il Buddismo vivo.
Fino a quel momento la gente aveva avuto del Buddismo un'idea
di religione morta: i suoi insegnamenti venivano percepiti come
incomprensibili, completamente staccati dalla vita quotidiana. Le
persone che partecipavano a quella riunione, invece, potevano ben
vedere quanto fosse

196
diversa la situazione rispetto alle loro esperienze precedenti, sia dal
punto di vista dell'insegnamento esposto da Toda, sia rispetto
all'atmosfera stessa della riunione. Cominciarono ad ascoltare più
attentamente la spiegazione.
«Forse sono uscito un po' dal seminato, torniamo a parlare di Nam
myoho renge kyo. Cercherò di spiegarlo nei termini più semplici.
Namu, come ho detto prima, è un termine sanscrito. Myoho renge
kyo invece è cinese. Questo fatto ha un grande significato, perché
indica che in futuro questa filosofia si diffonderà in India, in Cina e
oltre. La pronuncia sanscrita di Myoho renge kyo è Saddharma
Pundarika Sutra .»
La cosa suscitò l'ilarità dei presenti, ma Toda ignorò la situazione
e proseguì.
«Vediamo il punto fondamentale. La parola giapponese per Namu
è kimyo, che significa "devozione" o, letteralmente, "restituire la
propria vita". Namu quindi significa aver fede e dedicare noi stessi,
corpo e mente. L'oggetto della nostra devozione è detto honzon e
possiede i due aspetti, quello della Persona e quello della Legge.
Quindi devozione alla Persona si riferisce al Budda originale,
Nichiren Daishonin, e devozione alla Legge significa dedicarsi a
Nam myoho renge kyo.»
«Da un altro punto di vista ki indica gli aspetti fisici della vita, i
nostri corpi, myo rappresenta invece gli aspetti spirituali, il cuore e la
mente. Il Daishonin insegnò che la realtà fondamentale si esprime in
termini di unicità di corpo e mente.»
«I nostri corpi e le menti non sono assolutamente separati. La
condizione ideale di vita è rappresentata dall’unità dei due. Pensate
quanto sarebbe curioso se il corpo si recasse al lavoro e la mente
restasse a casa. Se il nostro corpo si trova in un luogo preciso, anche
la mente sarà lì. Questa è la realtà della vita umana. Quindi namu
rappresenta anche la condizione di inseparabilità tra corpo e mente.»

197
La lezione proseguì per altri novanta minuti. Kiyohara era ben
felice del fatto che nessuno si fosse addormentato, dato che lei aveva
fatto di tutto per riunire quelle persone, scovate tra le rovine di
Tokyo; dentro di sé era molto fiera.
Due sere dopo, tuttavia, le uniche persone che tornarono alla
lezione furono lei e Tame Izumida. Kiyohara si sentì sprofondare. Le
due donne, provando un senso di vergogna, sedettero a testa bassa,
cercando di farsi piccole piccole. Tennero sempre lo sguardo fisso
sui libri, incapaci di rivolgerlo verso Toda. Questi non fece alcuna
osservazione sul calo di partecipazione, ma comunque le due donne
desideravano solo che la riunione finisse al più presto.
Al termine, Toda disse: «Venerdì sera ho un impegno di lavoro,
quindi non riuscirò a tenere la lezione. Ci vediamo la prossima
settimana.»
Quando furono uscite, Kiyohara prese per mano la sua amica ed
esclamò: «È terribile! Che cosa facciamo?»
«Dobbiamo trovare qualcuno... entro la prossima settimana.»
La loro sicurezza svaniva e cedeva il passo ai cattivi pre-
sentimenti. Mandarono molte lettere di invito a tutte le persone che
conoscevano, ma gran parte di esse erano state sfollate o avevano
perso la casa nei bombardamenti. La maggior parte delle lettere fu
restituita al mittente.
Un giorno la signorina Kiyohara camminava nei pressi di
Gofukubashi. Fermandosi a un incrocio, incontrò per caso Takeo
Konishi.
«Signorina Kiyohara! Ma guarda che coincidenza.»
Il viso abbronzato di Konishi si distese in un sorriso.
«Signor Konishi!»
Lo guardò con gli occhi pieni di meraviglia.
Rimasero un po' in mezzo al marciapiede, poi Kiyohara si ricordò
delle riunioni di studio e pensò: "Naturalmente inviterò Konishi."

198
Senza esitare domandò: «Lei sta ancora praticando?»
«Certo, come sempre. Ho un sacco di ostacoli... ehi, non si
preoccupi. La mia casa non è andata distrutta. Harayama e Seki sono
tornati e sono venuti a stare da me. Niente soldi, niente saké... così
abbiamo ripreso a studiare il Gosho, ogni volta che abbiamo un po' di
tempo. Come può vedere, ci sto dando dentro.»
Lo spirito del presidente Makiguchi era ancora vivo in lui.
Kiyohara ne fu ben felice.
Konishi proseguì: «Abbiamo appena concluso una riunione di
discussione. I giovani d'oggi sono dei palloni gonfiati. Nient'altro che
spiritosaggini, cose dette tanto per dire. Sono davvero esterrefatto:
dove andremo a finirei?»
Era il solito ragazzo simpatico e deciso, uno degli allievi più
promettenti di Makiguchi.
«Ha visto il signor Toda?»
«Ah, il direttore generale. Ho sentito che l'hanno rilasciato, ma
che non stava bene.»
«Non è proprio così, anzi. Il signor Toda sta benissimo. Ha aperto
un ufficio a Kanda e sta tenendo delle lezioni sul Sutra del Loto.»
«Davvero? Non ne sapevo nulla. Devo andarlo a trovare.» Le
persone che condividono la fede possono diventare amiche in un
attimo, dando l'impressione di conoscersi da vent'anni.
Konishi insegnava in una scuola elementare di Kamata.
Durante il periodo dei bombardamenti gli alunni delle elementari
erano stati sfollati in campagna e Konishi aveva trascorso tutto il
tempo in un tempio rurale nel Tohoku. Verso la metà di novembre,
dopo il cessate il fuoco, era tornato a Tokyo, per riprendere il lavoro.
Anche i suoi amici più cari, Hisao Seki e Koichi Harayama, avevano
accompagnato i loro alunni in zone sicure del nord est.
Le case dei due, Harayama e Seki, erano state distrutte dagli
incendi e quindi ora erano ospiti di Konishi.

199
Durante il periodo dell'oppressione i tre giovani avevano avuto
qualche fastidio da parte delle autorità, ma dato che erano insegnanti
di ruolo e non avevano responsabilità centrali nella Gakkai, non
furono arrestati. Durante i bombardamenti avevano letto spesso
insieme L'apertura degli occhi.
La lezione seguente vide quindi la partecipazione di diverse
persone. Vennero i tre amici di Kamata, poi venne Mishima, che era
capo redattore della società di Toda. Partecipò anche il contabile,
Okumura. L'atmosfera fu del tutto diversa dalla precedente riunione.
Tutti i partecipanti erano più giovani di Toda e mostravano un
sincero spirito di ricerca. Fra loro vi erano diversi discepoli di
Makiguchi, che Toda non aveva mai conosciuto. Kiyohara sedeva in
prima fila, felice. Queste persone erano venute grazie ai suoi sforzi
ed ella si rendeva anche conto di aver davanti il nuovo maestro, che
avrebbe guidato la Gakkai nella battaglia di kosen rufu. Si sentiva
orgogliosa del suo comportamento, degno di una vera seguace.
Toda tenne la lezione avvertendo una sensazione nuova. Il
preludio di kosen rufu era avviato e sentiva nascere la nuova
organizzazione.
I suoi ascoltatori erano catturati dall'intensità delle spiegazioni,
ma non erano certo in grado di discernere il futuro di kosen rufu.
Capirono però che non avrebbero realizzato nulla se non avessero
seguito il maestro.
In quei mesi sorsero migliaia di nuovi gruppi religiosi, ognuno
con il proprio stendardo e si presentarono al pubblico anche centinaia
di associazioni che sostenevano la causa della democrazia.
I tremila membri della vecchia associazione erano svaniti, ma
grazie agli sforzi delle persone presenti quella sera, la nave della
Gakkai presto avrebbe levato di nuovo l'ancora, pronta ad affrontare
tempeste e onde furiose.

200
Ingranaggi
Le lezioni di Toda si tenevano regolarmente ogni lunedì,
mercoledì e venerdì. Nelle altre sere venivano organizzate delle
riunioni di discussione cui Toda prendeva parte assiduamente.
Queste riunioni, che dai tempi di Makiguchi costituivano una
tradizione, si tenevano a casa di Kiyohara, a Suginami, a casa di
Konishi, a Kamata, e da Morikawa, che abitava a Tsurumi. La
domenica erano previste due riunioni e Toda badava bene di
intervenire a ogni appuntamento.
In quei giorni molte organizzazioni di vario genere si
presentavano al pubblico con annunci pubblicitari e altre iniziative. Il
mondo religioso non faceva eccezione. Le religioni tradizionali, che
avevano subito una profonda crisi con la guerra, non erano in grado
di riprendere l'attività su larga scala, ma le nuove sette spuntavano in
continuazione, sebbene fossero malviste dalla società del dopoguerra.
C'era chi suonava i tamburi e recitava le litanie per strada, altri
osservavano il culto dei morti. Nuove forme di Shintoismo, culti
danzati, gruppi devoti al culto del sovrano: dalla sera alla mattina
spuntavano come funghi.
Toda non prestava attenzione a tutto questo. La sua pre-
occupazione era di trasmettere l'essenza del Buddismo e, a quello
scopo, sfruttava lo studio della filosofia buddista come base da cui
formare un gruppo di persone capaci.
Le sue lezioni si facevano sempre più affascinanti col passare dei
giorni e i suoi allievi erano un po' frastornati. Come discepoli di
Makiguchi, erano stati educati alla teoria del valore e introdotti al
Buddismo per tramite di questa. Ora Toda non faceva il minimo
cenno alla teoria del valore. D'un tratto, l'oggetto delle lezioni era
diventato la vera

201
filosofia della vita, il principio di shiki shin funi. Toda metteva in
risalto le tre esistenze di passato, presente e futuro, facendo uso di
ogni possibile esempio per guidare le persone alla comprensione
dell'eternità della vita.
I giovani non si trovavano a proprio agio in tutto questo e in una
occasione uno del gruppo dichiarò che pur accettando
tranquillamente la teoria del valore, non era in grado di credere
all'eternità della vita: la sua franchezza suscitò l'ilarità generale.
«Dunque, non riesci a crederci, eh?» esclamò Toda. «Immagino
che non ci sia via d'uscita. Hai capito chiaramente la teoria del
valore, ma non riesci ad accettare il fatto che la tua vita abbia vissuto
altre esistenze in passato. L'essenza della vita abbraccia passato,
presente e futuro; questo fatto rappresenta il fondamento e insieme il
vertice del Buddismo. Non puoi far altro che crederci. Se credi, sarai
in grado di capire tutto quanto.»
Toda tacque per un istante, poi riprese.
«La teoria del valore non è altro che un metodo che funge da
introduzione al Buddismo. È una sorta di scala che conduce alla
comprensione della Legge suprema. Se non siete in grado di arrivare
a comprendere la Legge, la teoria del valore di per sé non ha
significato.»
Procedeva nella spiegazione, come se parlasse con dei bambini.
Dal punto di vista della comprensione del Buddismo, tra lui e i suoi
ascoltatori c'era un abisso anche maggiore di quello che divideva la
società giapponese del dopoguerra dalla situazione prebellica.
La cosa principale che Toda sentiva era la necessità di
promuovere uno studio approfondito del Sutra del Loto; era
incredulo davanti al fatto che anche i membri più anziani
dell'organizzazione erano attratti dalla teoria del valore al punto di
considerare gli insegnamenti del Daishonin come secondari.
Soggiunse: «Se continuerete a praticare sinceramente

202
secondo l'insegnamento di Nichiren Daishonin, avendo a cuore sia i
vostri obiettivi che il benessere delle altre persone, riuscirete a
comprendere ciò che intendo dire. È una cosa certa, ogni persona può
farlo e vedrete che verrà anche il vostro giorno. Non è altro che la
Legge fondamentale della vita.»
Oggi è difficile pensare a una simile situazione, ma Toda dovette
affrontare proprio questa realtà.
Vediamo di delineare brevemente la teoria del valore formulata da
Tsunesaburo Makiguchi. La sua riflessione filosofica ribaltò in modo
completo il sistema di valori tradizionale, impostato dai seguaci del
filosofo tedesco Immanuel Kant. Questi aveva definito il valore
attraverso i tre termini di verità, bene e bellezza. Makiguchi, dal can-
to suo, rilevò che la verità, lungi dall'essere un valore, è piuttosto uno
scopo della conoscenza.
Makiguchi suggerì di individuare i tre termini così: bellezza, bene
e profitto. Egli definì ciò che possiede in sé il valore supremo con il
termine "bene sommo". Il valore, spiegò, si trova esclusivamente
nella natura della relazione tra la vita e gli oggetti con cui essa viene
in contatto. Spiegò anche che lo scopo della vita umana è ricercare e
creare il valore. Poiché il valore deriva dalle relazioni fra l'uomo e il
suo ambiente, una persona deve dare massimo spazio alle proprie
capacità individuali per vivere una vita di supremo valore. La vita
che conosce il bene sommo è degna degli sforzi che richiede, ma
necessita di una religione corretta e assoluta, una che chiarisca
perfettamente la natura della vita umana.
In questa luce la logica di Makiguchi non poteva condurre che al
vero Buddismo di Nichiren Daishonin. In sostanza la teoria del
valore mette in evidenza le questioni fondamentali della religione.
L'uomo che segue una religione sbagliata cadrà in una condizione
che produce il contrario del valore.

203
Le sue azioni andranno tutte in quella direzione. In pratica
l'infelicità è la condizione vitale di chi produce l'opposto del valore.
Makiguchi giunse alla filosofia del Daishonin in base allo studio
che condusse sul valore. Le sue attività religiose erano incentrate
sulle riunioni di discussione, durante le quali venivano offerte, nella
sua terminologia, delle "prove sperimentali di bene sommo della
vita". Le esperienze dei singoli che partecipavano agli incontri erano
"prove sperimentali" relative sia al suo pensiero che all'insegnamento
della Nichiren Shoshu.
Un mese prima di morire, il 13 ottobre 1944, egli scrisse
all'anziana moglie dalla prigione. Sarebbe stata la sua ultima lettera e
in un passo leggiamo: «...Sto studiando attentamente la filosofia di
Kant. Ho formulato la teoria del valore, quello che i filosofi hanno
sognato per secoli ma che mai hanno tentato di elaborare. In
definitiva conduce alla fede nel Sutra del Loto e io stesso sono
rimasto sorpreso nell'osservare che si manifestava positivamente
nella vita di migliaia di persone. Perciò è del tutto naturale che
sorgano degli ostacoli che noi dobbiamo sfidare, proprio come detto
nel Sutra...»
La teoria di Makiguchi riverisce il Dai Gohonzon. Nella sua
ricerca del valore sommo egli comprese che il culto del Dai
Gohonzon rappresentava la felicità suprema e assoluta. In altre
parole, come teorico, egli percepì che l'entità del sommo valore non
era altro che il Gohonzon.
Questo sistema dei valori, bellezza, bene e profitto, può condurre
le persone a intuire quale sia il sommo valore, nei limiti della loro
capacità di comprensione; il Dai Gohonzon, però, possiede l'infinito,
immenso potere del Budda e della Legge, che va ben oltre i limiti
dell'immaginazione umana. Nam myoho renge kyo è un'esistenza
assoluta, indipendente dalla teoria del valore. Una volta che viene
definito come valore in realtà viene ridotto a una categoria astratta
all'interno di un sistema di pensiero.

204
Toda amava la logica della teoria formulata da Makiguchi e
ammirava profondamente l'intuizione creativa del suo maestro. Ma,
in ogni caso, era necessario rendersi conto dei limiti di quel pensiero.
Riflettendo sul termine "bene sommo della vita" cui la teoria del
valore aspira, vi percepiva l'influsso dell'etica che aveva sempre
animato Makiguchi. Inoltre, se una persona si dedicava al Dai
Gohonzon per conseguire il "bene sommo della vita", lo stesso
oggetto di culto veniva assoggettato alla teoria del valore; Toda
sentiva che questa visione in una certa misura degradava l'oggetto
stesso della sua ricerca.
Dopo il suo rilascio, per un po' di tempo si era avvalso della teoria
del valore. Ora però le sue lezioni si aprivano con un chiarimento su
Nam myoho renge kyo; era questa una decisione maturata con la sua
esperienza, che conobbe lunghi mesi di sforzi e di sofferenze.
Egli riteneva che la teoria del valore rappresentasse un vertice
della filosofia moderna, ma ne percepiva l'inferiorità al cospetto del
vero Buddismo.
I suoi attuali allievi erano persone che durante la guerra avevano
fatto propria la teoria del valore. Per loro era difficile comprendere le
intenzioni di Toda. Il termine filosofia della vita li confondeva e
Toda, dal canto suo, non riusciva a trovare il modo corretto per
avvicinarli. Tutto questo può sembrare incredibile oggi, ma in realtà
sono occorsi molti anni faticosi per spezzare questo muro.
Il secondo ciclo di lezioni, tuttavia, era completamente diverso dal
primo e non era più seguito da amichevoli bevute. Dopo gli incontri
tutti i partecipanti discutevano animatamente sulla ricostruzione della
Gakkai.
Cominciava a intravedersi qualcosa di nuovo.
Il problema più discusso era come sviluppare il numero dei
membri. Di tanto in tanto si scambiavano qualche notizia sui vecchi
amici, altri suggerivano di far crescere le zone periferiche. Gli
ingranaggi cominciavano a muoversi.

205
Dopo tre anni di pausa forzata, ora finalmente si rimettevano in
moto, con Toda che rappresentava la forza propulsiva.
Il primo maggio si tenne la prima riunione di responsabili. I
partecipanti non erano più di una dozzina, ma ancora oggi quella
riunione viene ricordata per il suo storico significato.
Tutti i presenti erano felici a tal punto da non porsi il minimo
problema riguardo al numero dei partecipanti. I loro visi erano
raggianti. Finalmente sentivano di poter seguire una persona, che era
in grado di istruirli nella fede e nella pratica, come era stato fino allo
scoppio della guerra. I quattro capitoli nelle zone di Tsurumi e della
periferia di Tokyo pianificarono le riunioni di discussione cui Toda
avrebbe preso parte.
«Grazie di cuore per i vostri sforzi. Ora la nostra campagna è
avviata, ma da qui in poi sarà dura: voglio che vi ricordiate di questo
fatto. Se non saremo saldi nella nostra fede, avremo fatto degli sforzi
inutili, saremo travolti dalla marea degli eventi.»
«Questo è il periodo più tremendo nella storia del nostro paese.
Come saprete, oggi davanti al palazzo imperiale si sta svolgendo una
manifestazione con mezzo milione di lavoratori, che reclamano
l'abbattimento del sistema imperiale e l'istituzione di un governo
democratico. Sono già trascorsi venti giorni dalla crisi del governo
Shidehara, ma ancora non è emersa una soluzione.»
Toda parlava a volte in modo gentile, altre con uno stile
appassionato che evocava l'immagine di un guerriero a cavallo che
incita le sue truppe prima dello scontro.
«Ora stiamo vivendo l'amarezza della sconfitta. Abbiamo un
governo precario e le nostre vite sono dominate dall'incertezza;
l'economia per altro è paralizzata. Quello in cui viviamo è un mondo
davvero ostile. In tutto il paese non è possibile trovare la pace, ma
per fortuna noi abbiamo il Gohonzon.

206
Il Sutra descrive la casa delle persone di forte fede con la frase
"Ga shi do annon", "la terra dove io vivo è in pace". Di cosa
dobbiamo aver paura quindi? Un leader della Gakkai non deve venire
meno ai suoi scopi, non importa quali siano le condizioni della
società in cui vive. Senza spina dorsale non saremo mai capaci di
realizzare kosen rufu»
Il suo volto assunse lentamente un'espressione più decisa e le sue
parole entravano nel cuore degli ascoltatori.
«Io, Josei Toda, dedicherò la mia vita al Gohonzon, per la causa di
kosen rufu. Mi aspetto che coloro che vogliono condividere la mia
determinazione mi seguano fino alla fine. Se qualcuno di voi non se
la sente di prendersi questo impegno, desidero che si tiri indietro
adesso.»
La stanza fu pervasa da un silenzio carico di tensione.
Le persone deglutivano, incapaci di dire una parola. Nessuno
riusciva a sfuggire allo sguardo di Toda e l'atmosfera si faceva
insostenibile.
«Allora?»
La sua voce ruppe il silenzio improvvisamente. Gli altri sentirono
calare la tensione e parlarono tutti insieme.
«Siamo con lei, signore!»
«Non deve preoccuparsi.»
«Lo faremo!»
Toda ribadì: «Siete sicuri?»
«Certo!»
«Può contare su di noi!»
«Grazie. Facciamo del nostro meglio, rimanendo saldi qualunque
cosa accada.»
Toda si levò la giacca e cominciò a cantare Doshi no uta con un
braccio levato in alto. Nei suoi occhi spuntarono delle lacrime, senza
che ne sapesse dire la ragione.
Tutti i responsabili si unirono al canto. Cantarono la canzone due,
tre volte e gradualmente cominciarono a sentire l'impatto della
determinazione di Toda.

207
La giovane Kiyohara piangeva. Tutti i volti erano pervasi da un
miscuglio di sensazioni, gioia, senso di missione, consapevolezza del
lungo cammino.
Quando la canzone fu finita, Toda si levò gli occhiali e si asciugò
le lacrime di nascosto.
La riunione finì e uscirono tutti, ma sembrava che nessuno volesse
andare a casa. Circondarono il loro leader parlando animatamente.
Dopo un breve lasso di tempo il piccolo gruppo si mise in
movimento, diretto alla stazione di Suidobashi. Non era certo un
corteo paragonabile al mezzo milione di persone che aveva
manifestato lo stesso giorno, ma non aveva lo stesso aspetto sinistro.
Era la dimostrazione di una minoranza, ma di una minoranza
esultante, che emergeva dalla notte scura con visi radiosi.
«Siete così sorridenti.» osservò Toda alla biglietteria. «Qual è il
motivo? Stasera abbiamo fatto la nostra dimostrazione. Tornando a
casa dite alle vostre mogli: "Questa sera sono andato a una
dimostrazione!"»
Risero di cuore tutti insieme.
Dopo essersi. scambiati i saluti, ognuno prese la propria strada; da
quella sera ogni persona cominciò a funzionare come un ingranaggio
che faceva parte di un complesso macchinario dedicato a un grande
scopo.
La seconda riunione di responsabili si tenne il 22 maggio. A
confronto con le grandi manifestazioni dei lavoratori era veramente
una cosa modesta, era come il movimento degli atomi in una
molecola. Il mondo non sapeva certo nulla di kosen rufu. Era questo
un segreto, un'ambizione che custodivano nei loro cuori.
In quell'occasione Toda nominò tre nuovi direttori: Koichi
Harayama, Hisao Seki e Takeo Konishi. I tre giovani di Kamata si
univano così ai quattro imprenditori a formare uno staff di sette
responsabili centrali.
Erano passati solo venti giorni dalla riunione precedente:

208
la Soka Gakkai aveva compiuto un deciso passo in avanti.
Nel frattempo la situazione politica ed economica era
ulteriormente peggiorata.
Il 12 maggio gli abitanti del quartiere di Setagaya avevano attuato
una dimostrazione per reclamare il riso. Avevano invaso il parco
antistante il palazzo imperiale e chiedevano a gran voce di sapere
cosa mangiasse il sovrano.
Per riuscire a formare il nuovo governo furono necessari degli
estenuanti negoziati.
Nel mese di aprile si erano tenute le elezioni e i liberali, guidati da
Ichiro Hatoyama, erano risultati il partito di maggioranza relativa. Il
partito progressista di Shidehara era al secondo posto, mentre
socialisti e comunisti ottennero nel complesso circa dieci milioni di
voti.
Le trattative per il nuovo governo proseguivano in gran segreto. Il
3 maggio i liberali e i socialisti raggiunsero un accordo di coalizione,
ma Shidehara aveva già ottenuto l'autorizzazione di MacArthur per
costituire un governo insieme ai soli liberali. Hatoyama, dal canto
suo, aveva predisposto una lista di ministri, ma ricevette l'ordine di
rivederla completamente. La scena politica, ancora una volta, era
precipitata nella confusione più totale, causando un vuoto di potere
senza precedenti.
L'ex ministro Tsuneo Matsudaira e l'anziano uomo politico Kazuo
Kojima furono proposti come possibili successori di Hatoyama. Ma
il 3 maggio l'incarico di formare il nuovo governo fu assegnato all'ex
ministro degli esteri Shigeru Yoshida.
Per riuscire nel compito che gli era stato affidato doveva
affrontare notevoli difficoltà, in quanto le pressioni della popolazione
affamata diventavano di giorno in giorno più forti.
Il partito comunista non si lasciò sfuggire l'opportunità. Il 19
maggio venne organizzata una manifestazione di

209
duecentocinquantamila lavoratori, detta la ‘marcia del riso’. Il leader
Kyuichi Tokuda, che era stato eletto alla Dieta, guidò i manifestanti
davanti al palazzo imperiale, richiedendo un'udienza con il sovrano.
Non restava la minima traccia dell'orgoglio caratteristico dei
giapponesi. Il loro unico bisogno era quello di riempire lo stomaco; il
problema che attanagliava la popolazione era la sopravvivenza. Non
ci si preoccupava minimamente di quale fosse il partito al potere,
l'unico desiderio era quello di soddisfare i bisogni primari. Dopo le
grandi sofferenze del periodo bellico, il popolo era ancora costretto a
sopportare una situazione davvero critica.
La delegazione di Tokyo del sindacato dei lavoratori delle ferrovie
diede istruzioni affinché i manifestanti potessero viaggiare gratis sui
treni, e ogni altra associazione sindacale diede il suo contributo per il
successo della dimostrazione.
Comparvero dei cartelloni aggressivi, che affermavano: "Io
mangio a sazietà, la gente può crepare di fame!" In seguito l'autore di
queste affissioni fu arrestato e divenne un eroe del fronte sindacale.
L'intera nazione era in preda alla follia.
Ma la rivolta e la distruzione sono cosa facile. Molto più difficile
è costruire. In quei giorni le corde della felicità non risuonavano più
negli animi dei giapponesi.
Un gruppo di dimostranti, guidati da Kyuichi Tokuda, organizzò
un sit-in davanti alla residenza del primo ministro incaricato, che
ancora non era riuscito a costituire il nuovo gabinetto. Gli alleati
avevano rifiutato l'elenco di esperti che erano stati suggeriti per i vari
incarichi e Yoshida, pressato dall'opinione pubblica, fu costretto a
rinunciare all'incarico.
La sera stessa, alle 19.00, il segretario del premier incaricato
annunciò ai manifestanti che Yoshida avrebbe rinunciato a formare il
nuovo governo. Per un momento

210
sembrò che le redini della situazione fossero in mano al fronte
popolare democratico.
Ma il giorno seguente il generale MacArthur rilasciò una
dichiarazione rivolta in particolare ai riottosi dimostranti: «...se
questa ridotta minoranza del popolo giapponese non sarà in grado di
mostrare sufficienti doti di autocontrollo, sarò costretto a prendere
tutte le misure necessarie per rimettere ordine in questa situazione
confusa...»
La minaccia era chiara e precisa.
L'annuncio di MacArthur inferse un colpo mortale ai politici della
sinistra, che si erano subito avvantaggiati della debolezza del
governo. I leader del fronte democratico furono costretti a rendersi
conto che il paese era soggetto al potere dell'esercito di occupazione.
Ben presto svanì l'ultimo bagliore di speranza nella rivoluzione che
avevano sognato per anni.
Il quartier generale diede quindi il suo sostegno a Yoshida, che dal
canto suo stava per abbandonare l'incarico. Era chiaro che i
giapponesi non esercitavano il controllo sul potere politico. Il
quartier generale, sostenuto dalle forze armate americane, decideva
liberamente del governo del paese, per far sì che rispondesse alle
proprie esigenze. Il gabinetto Yoshida fu costituito due giorni dopo
l'annuncio minaccioso di MacArthur.
Non molti anni fa abbiamo potuto leggere queste note sulla
situazione di quegli anni: «...Durante il periodo dell’occupazione,
non riuscivamo a trattenere la nostra rabbia assistendo al proliferare
delle bandiere rosse, alle farse del tribunale di Tokyo, all'autorità
esercitata da MacArthur, il quale si mascherava dietro una parvenza
di democrazia. In qualche occasione avremmo voluto incitare il
ministro Yoshida a ribellarsi agli ordini imposti dal comando
alleato.»
«Eravamo ben consapevoli che qualche cosa si agitava dietro le
quinte, qualche cosa che andava al di là del potere dei singoli e che
influenzava gli strati più profondi della nostra società.

211
Eravamo pronti a chinare il capo davanti a questa forza
sconosciuta che muoveva la storia, ma non potevamo levarci i dubbi
che sorgevano di continuo riguardo alle belle parole di cui gli eventi
erano ammantati. Si parlava di cambiamento, di visioni progressiste,
di giudizi precisi, di riforme e di progresso, persino di pace e dei
principi delle Nazioni Unite. Ma nessuno di questi era un fiore nato
dalla terra giapponese. Erano addobbi floreali artificiali, fiori di
plastica fabbricati all'estero...»
La critica è sempre cosa facile, chiunque è in grado di portarla. Al
di là di ogni cosa, comunque, le persone e le organizzazioni che
metteranno fine alla tragedia del nostro popolo e daranno vita a una
autentica democrazia giapponese saranno lodate come creatori di una
storia immortale.
Quella stessa sera si era tenuta la seconda riunione di responsabili.
Il giornale della vecchia associazione, Soka, aveva ripreso le
pubblicazioni e le prime copie furono consegnate alla riunione. Era
una rivista modesta, con un formato pari a metà di un foglio di carta
da lettere.
Il primo numero della rivista era uscito nel luglio del 1941 ed era
stato letto dai tremila associati. Venne pubblicato con cadenza
mensile fino al nono numero, che uscì nel maggio del 1942. I lettori a
quel punto erano saliti a oltre cinquemila, ma le restrizioni sulle
forniture di carta e sulla stampa costrinsero a sospendere le
pubblicazioni. L'anno seguente conobbe gli attacchi persecutori
contro il vertice della Gakkai.
Ora era stata avviata di nuovo la battaglia della carta stampata per
kosen rufu, dopo un intervallo di tre anni. La carta era povera e
veramente scadente la qualità della stampa. Ma non è possibile
descrivere la gioia provata da tutte le persone nel constatare che la
loro testata aveva ripreso le pubblicazioni. Gli ingranaggi stavano
davvero cominciando a girare, con ritmo vigoroso.
I membri più giovani tennero una riunione il 22 giugno,

212
alla presenza di Toda. Anche se solo da un punto di vista formale, si
diede comunque vita alla prima struttura della Divisione Giovani. Il 3
luglio si tenne invece un incontro dei responsabili centrali, in
commemorazione del rilascio di Toda. Altri eventi seguirono in
rapida successione, il 20 luglio una riunione della Divisione Donne,
un dibattito dei giovani il 24 e una riunione di discussione sempre dei
giovani il 27. Giorno per giorno i singoli capitoli acceleravano le fasi
della loro campagna.
Non era possibile vedere gli ingranaggi in movimento. Toda
sapeva bene che la Soka Gakkai era sfuggita a malapena al completo
annientamento e ogni ingranaggio doveva funzionare in perfetta
sintonia con gli altri; non c'era tempo di pensare agli ingranaggi che
non seguivano il moto comune.
Questo piccolo meccanismo, che si era appena messo in moto, era
ben poca cosa rispetto ai grandi macchinari che lui aveva concepito
per il futuro. Si trattava di un movimento invisibile, impossibile da
paragonare ai meccanismi che erano già attivi nella sua mente.
Toda si preoccupava con cura di ogni rotella e si sforzava in ogni
modo di migliorare l'efficienza del complesso. Per natura evitava le
sparate improvvise anzi, si dedicava ad attività costanti e produttive,
preparando con minuzia le fasi successive.
Qualsiasi parte del meccanismo che non funzionasse a dovere era
causa di preoccupazione, perché avrebbe potuto influire su tutto il
complesso. Era terribile pensare a questa eventualità e Toda era
sempre all'erta.
Le riunioni di discussione della Soka Gakkai venivano condotte
secondo una linea severa, ortodossa, senza distorcere minimamente
gli insegnamenti del Daishonin. Toda non permetteva il minimo
compromesso con idee fasulle e talvolta gli ospiti trovavano difficile
accettare la nuova fede.

213
Toda si batteva con pazienza. Se qualche invitato si mostrava
indeciso dopo la prima riunione, gli chiedeva di tornare a un secondo
e a un terzo incontro, in modo che potesse ascoltare le diverse
esperienze dei presenti. Dal canto suo spiegava e rispiegava le cose,
per essere sicuro che l'altro avesse capito.
«Per affrontare le tempeste là fuori lei ha bisogno di ottimi
strumenti, non crede? Per accumulare fortuna ha bisogno di una
religione che funzioni a dovere. È questo che le persone stanno
cercando, non c'è niente di peggio di una religione fasulla. Ciò che
lei cerca è la filosofia insegnata da Shakyamuni e da Nichiren
Daishonin. Nel cielo vi è un unico sole e così una sola religione è
adatta alla nostra epoca. La fede ci deve permettere di ottenere delle
prove concrete nella vita quotidiana, così che noi possiamo
trasformare il nostro destino e diventare felici. Se non risponde a
questi requisiti, è priva di significato.»
«Nessun uomo, nessuna famiglia e nessuna nazione può sfuggire
alla Legge immutabile della vita, conosciuta come Myoho, l'entità
dell'universo. Le esperienze che ha sentito lo dimostrano ma noi non
ce ne rendiamo conto all'inizio. Se ci viene detto qualcosa del genere,
sulle prime diciamo: "È impossibile!" Non è forse a questo che sta
pensando?»
Egli poi sorrideva e fissava l'ospite, che non poteva fare a meno di
annuire a ciò che sentiva dire da Toda.
«Non ci sono aspetti fasulli in questa filosofia. Lei può diventare
felice, non importa quale sia la sua condizione attuale. Le dico questo
in piena tranquillità, se sbaglio lei è libero di lasciar perdere quando
vuole.»
Toda parlava con sicurezza e l'ospite osservava il suo volto
incuriosito.
Prima della guerra i membri della Gakkai iniziavano le riunioni di
discussione con una spiegazione sulla teoria del valore e
concludevano mettendo in risalto il fatto che

214
coloro che negavano validità al Buddismo avrebbero sofferto
inevitabilmente. Questo era il metodo usuale per fare shakubuku.
Toda, dal canto suo, faceva raramente menzione della teoria del
valore, e parlava invece soltanto dei benefici che si potevano ottenere
dalla pratica. Anche così tuttavia non era facile guadagnare la fiducia
degli ospiti e l'organizzazione cresceva con lo stesso ritmo del
periodo precedente la guerra.
Ma i suoi sforzi recavano comunque beneficio a tutti gli
ingranaggi dell'associazione, a quelli piccoli come ai maggiori.
Talvolta registrava i meccanismi, in altre occasioni oliava le ruote
dentate. Senza essere notato da nessuno, stava davvero formando
molte persone capaci.
Nessun aspetto della società in quel periodo era più confuso del
mondo religioso. La religione di stato shintoista era stata abolita e i
santuari si reggevano a fatica sulle proprie gambe. Un argomento
molto discusso era se davvero Dio e Budda fossero mai esistiti. Sotto
un certo aspetto la società postbellica crebbe con una visione
disincantata della religione. Il rifiuto di insegnamenti fasulli avrebbe
portato sicuramente dei benefici, ma invece bisognava constatare
tristemente il fatto che la gente correva dietro ai culti improvvisati di
nuova costituzione. In sostanza nessuno possedeva il minimo criterio
di giudizio o l'energia morale per discernere il vero dal falso.
Ormai era trascorso un anno dalla fine della guerra e pian piano la
popolazione cominciava a riprendersi dallo smacco e dalle sofferenze
della sconfitta; gradualmente si cercava la migliore soluzione per
ricostruire delle vite distrutte. Ma le religioni ingannevoli erano
proprio alla ricerca di persone di questo tipo.
La Reiyu kai aveva vantato un milione di seguaci nel '43 e durante
la guerra non aveva subito il minimo ostacolo da parte del potere.
Anzi, i membri che erano stati sfollati da Tokyo si erano dati da fare
per ampliare le attività nelle varie aree del paese.

215
Il fondatore della setta, Kakutaro Kubo, morì nel 1944 e suo
successore divenne la signora Kimi Kotani, che continuò a
promuovere le attività della setta usando persino metodi forzati, che
lei chiamava "mostrare la via". Nel 1949 giunse ad affermare che i
seguaci erano più di due milioni.
La Rissho Kosei kai, fondata da Nikkyo Niwano e Myoko
Nakaguma, si era staccata dalla Reiyu kai nel 1938. Contava solo
mille e trecento famiglie al momento dell'armistizio, ma crebbe alla
velocità del fulmine dopo la guerra, mostrando tutte le caratteristiche
peculiari di una nuova mania religiosa.
La Reiyu kai e la Rissho Kosei kai si appoggiavano al culto degli
antenati, molto diffuso in Giappone, e cercavano di sfruttarlo a
proprio vantaggio. Queste due sette usurparono la recitazione di Nam
myoho renge kyo e la adattarono ai propri fini, affermando
pretestuosamente che le preghiere per i defunti avrebbero risolto ogni
problema.
La Via dell'uomo, un'organizzazione che era sorta prima della
guerra, rispuntò nel settembre del 1946, nella Prefettura di Saga, con
il nome di Ordine della Perfetta Libertà, mutuato dalla lingua inglese:
il suo fondamento filosofico era rappresentato dall'idea che la vita
fosse un'arte.
I suoi membri danzavano e seguivano delle tendenze
americaneggianti, affascinati dai costumi degli occupanti stranieri. Il
numero dei loro aderenti crebbe da circa diecimila nel 1947 fino a
oltre duecentotrentamila verso la fine del 1949.
La Omoto kyo, una setta che nel 1935 era stata accusata del
crimine di lesa maestà, ricomparve di lì a poco, raggiungendo il
numero di ventisettemila membri nel 1949.
La Tenri kyo, invece, rimase travolta dalla crisi dello Shintoismo
e al momento dell'armistizio era sul punto di scomparire; nel 1949
tuttavia ricominciò a diffondere la sua influenza.

216
Un altro gruppo religioso molto affermato, che faceva largo uso di
mezzi pubblicitari, era la Chiesa del Messia del mondo, guidata da
Mokichi Okada. Ai seguaci venivano fatte le promesse più
incredibili, come per esempio il fatto di poter curare le malattie
tramite il massaggio che trasmetteva i raggi spirituali, oppure il fatto
che la povertà e le difficoltà sarebbero svanite, o che i campi
avrebbero dato messi mai viste prima. Questo gruppo, diffondendo il
proprio dogma, contribuì sicuramente ad accrescere la confusione
che già regnava sovrana nella società.
C'era poi una setta chiamata Jiu kyo, le cui attività causarono
l'incidente di Kanazawa nel gennaio 1947. La fondatrice, Jikoson,
aveva sostenuto di essere la reincarnazione della dea del sole e si era
circondata di fanatici. La polizia, ritenendo questo gruppo una
frangia ultranazionalistica dello Shintoismo da poco abolito,
cominciò ad arrestare alcuni leader per diverse violazioni delle leggi
vigenti e proibì a tutti i seguaci di portare con sé spade e altre armi.
Altri vennero arrestati con l'accusa di frode. Questa serie di fatti
indusse un loro seguace, il campione di lotta giapponese
Fubatayama, a provocare uno scontro con le forze dell'ordine.
"La religione è l'oppio dei popoli" disse Marx, riferendosi al
Cristianesimo. Non ebbe mai modo di conoscere l'essenza del
Buddismo e per lui le tre esistenze rimasero un concetto sconosciuto.
Non ebbe occasione di comprenderne il significato.
La critica rivolta da Nichiren Daishonin alle religioni eretiche fu
molto più severa di quella formulata da Marx. I falsi credi, egli
affermò, condurranno le persone all'inferno e distruggeranno i semi
dell'illuminazione. Con una logica penetrante egli dimostrò che gli
insegnamenti deviati provocano la rovina dei singoli, delle famiglie e
delle intere nazioni.
Marx sostenne che la religione fosse l'oppio dei popoli

217
in quanto indeboliva lo spirito e di conseguenza ostacolava la
rivoluzione economica e politica. Il Daishonin refutò gli
insegnamenti eretici ma nello stesso tempo rivelò il vero
insegnamento, dimostrando che sarebbe stato alla base della
prosperità in ogni aspetto della vita individuale e sociale.
Fra le nuove religioni bisogna annotare anche un esotico culto
danzato. Si chiamava Kotai Jingu kyo e fu all'origine di un caso
molto dibattuto dalla stampa. Il suo fondatore, Sayo Kitamura, si era
rivolto a una assemblea a Sukiyabashi, nei pressi di Tokyo, con un
discorso misterioso, seguito da una bizzarra danza dell'estasi. I
giornali e le agenzie di stampa trasformarono il tutto in un caso
sensazionale e così, abbastanza ironicamente, lo spettacolo delle
danze e dei canti lungo la strada venne ripetuto in tutto il paese; nel
1949 la setta proclamò di avere trecentomila seguaci.
Nessuno di questi che potremmo definire culti infantili aveva un
saldo fondamento di pensiero e non potevano neppure definirsi
religioni. Eppure spuntavano come funghi, ma la causa essenziale di
tutto questo era la sofferenza della gente. Le persone più sensibili
disprezzavano questi culti improvvisati e non bisogna certo stupirsi
dell'enorme confusione che risultava nell'ambito dottrinale: fra l'altro
ogni culto condannava tutti gli altri in modo categorico.
Un antico proverbio afferma che sebbene la nazione vada in
rovina, fiumi e montagne continuano a esistere. Era vero, in effetti,
ma in quel momento non cresceva altro che la malerba. La situazione
del Giappone era davvero triste.
Con la sconfitta in guerra le vecchie leggi vigenti in materia
religiosa vennero abolite e il 28 dicembre del 1945 fu emanato un
nuovo decreto sulle corporazioni religiose, per ordine del quartier
generale. Si richiedeva di assolvere ad alcune formalità e di iscriversi
in un registro pubblico.

218
Questo era sufficiente per avviare dei nuovi culti, non era richiesto
alcun riconoscimento formale. Il Giappone non aveva mai conosciuto
una condizione simile.
Nel 1951, quando il governo approvò la Legge sulle corporazioni
religiose, divenne necessario il fatto di ottenere un riconoscimento,
ma fino a quel momento, per circa cinque anni, ognuno aveva potuto
dar vita al suo culto prediletto, senza il minimo controllo. Fra l'altro
le sette erano esenti dall'imposizione fiscale.
Si giunse a questo estremo: una persona di Shizuoka, un certo
Kifune o qualcosa di simile, fondò una nuova setta per frodare il
fisco. La chiamò Kodojikyo Jingi Onyoryo Tensha Jingushicho e
registrò diversi negozi e luoghi pubblici della sua città come luoghi
di culto, per evadere bellamente le tasse. Un parrucchiere diventava
"Salone cooperativo di bellezza", dove i credenti potevano svolgere
la pratica religiosa di rendere più bella la vita quotidiana. Una
merceria diventava così una "Cooperativa dei fedeli per
l'abbigliamento" e un bar veniva trasformato in un "Ostello per la
coesistenza e la mutua prosperità".
La Kodojikyo iniziò le sue attività nel 1947 e ben presto cadde nel
mirino delle autorità per frode fiscale, non per violazioni del decreto
sulle corporazioni religiose. Dopo breve tempo declinò, fino a
scomparire nel momento in cui la nuova legge impose il
riconoscimento ufficiale.
La politica e la religione dovrebbero sempre continuare a
dibattere: ciascuna nella propria arena dovrebbe sforzarsi di
distinguere il vero dal falso. Ma il primo passo per un progresso
democratico autentico verrà quando la popolazione nel complesso
avrà maturato la saggezza che occorre per giudicare le questioni
religiose e politiche e per compiere le proprie scelte.
I politici conservatori continuavano a perseguire i propri scopi
meschini, erano assolutamente indegni di rappresentare il loro
popolo. Anche peggiori erano i leader

219
religiosi: questi sfruttavano a proprio vantaggio la degenerazione dei
tempi e ingannavano la gente sottraendole il denaro.
Da un punto di vista commerciale la religione è l'affare più
disonesto che si possa immaginare. Se le chiese esistessero solo per
sottrarre denaro ai loro fedeli, non sarebbero assolutamente differenti
dai ladri comuni. Ma il fatto di diffondere credenze illusorie in nome
di una religione è l'azione di un demone che annulla per sempre la
linfa vitale dell'umanità.
I leader di questo tipo di culti non possono essere perdonati per le
loro azioni.
La libertà di religione è un diritto inalienabile e deve essere
sempre preservato. Ma questa libertà include anche la libertà di scelta
e la libertà di dibattere per dimostrare dove si trovi la verità e dove la
falsità; libertà di religione vuol dire libertà di propagare la propria
fede. Da tutto questo emerge chiaramente la necessità di una riforma
religiosa. Era questa la determinazione che animava Josei Toda.
Egli non doveva limitarsi a sfidare i nuovi culti emergenti, ma
doveva anche affrontare quelli tradizionali. Gran parte di questi
ultimi, tuttavia, erano stati espropriati delle loro proprietà in seguito
alla riforma agraria e conservavano soltanto le funzioni relative alle
cerimonie funebri.
Le chiese cristiane avevano accolto MacArthur con favore, dato
che lui stesso era cristiano. Le loro attività divennero molto vistose,
ottennero grossi contributi dall'estero e godettero di speciali privilegi
nel periodo dell'occupazione americana. Giunsero a distribuire oltre
due milioni e quattrocentomila copie della Bibbia.
Le opere missionarie si diffusero in tutta la nazione. Molte
persone andavano in chiesa per soddisfare il proprio bisogno di
contatti umani e folle di giovani erano attratte dall'atmosfera
internazionale; taluni sfruttavano l'occasione per migliorare il proprio
inglese. Il cristianesimo visse

220
una sorta di boom, ma non piantò salde radici e l'eccitazione svanì
ben presto, come lo stesso MacArthur.
Toda comunque non era particolarmente scosso da questo clima
confuso; piuttosto, avanzava con il suo passo costante e con tutte le
sue energie.
Venne il 3 luglio, ma non aveva il tempo di indulgere ai ricordi.
Per lui non esisteva altro che il futuro e i progetti per kosen rufu. Si
dedicava con tutte le forze alla formazione di persone capaci.
La riforma di Lutero, nel XVI secolo, pur travolgente, aveva
riguardato solo il Cristianesimo. Ora, nell'intraprendere la sua
riforma religiosa, Toda doveva affrontare tutte le religioni
improvvisate del Giappone. Avrebbe dovuto lottare come il re leone
e avrebbe dovuto proclamare l'insegnamento del Daishonin, facendo
sì che la gente lo comprendesse e ne sperimentasse la prova concreta
nella propria vita. Era necessario forgiare lo spirito della Gakkai e
farne il pilastro centrale dell'organizzazione.
Durante il corso estivo ebbe qualche momento di quiete. Visitò il
Taisekiji e poté godere della splendida vista del monte Fuji. Recitò
gongyo davanti al Dai Gohonzon e diede preziosi consigli ai
partecipanti. Prima della guerra, al tempo di Makiguchi, i corsi
annuali erano frequentati da un numero di persone che variava da
trenta a centocinquanta. Dopo la persecuzione del 1943 quel flusso
era cessato.
Il primo corso estivo del dopoguerra si tenne dal 7 al 10 agosto del
1946. Vi erano ventinove persone, sette delle quali erano nuovi
membri. Gli sforzi energici nello shakubuku stavano già dando dei
risultati.
A questo punto desidero riportare brevemente i fatti salienti
relativi alla storia del Tempio principale, il Taisekiji.
Nichiren Daishonin morì il 13 ottobre 1282 a Ikegami, nella
località Bushu, che oggi appartiene alla regione urbana di Tokyo.
Egli affidò la successione a Nikko Shonin il quale,

221
in accordo con il volere del maestro, assunse la carica di patriarca del
tempio Kuonji sul monte Minobu, da dove il Daishonin aveva diretto
le attività negli ultimi anni della sua vita.
Il feudatario di Minobu, Hakiri Sanenaga, chiamato anche
Nichien, era stato convertito da Nikko alcuni anni prima… Ma dopo
la morte del Daishonin la sua fede cominciò a indebolirsi ed egli
giunse a commettere delle gravi offese.
Si trattò di azioni che dipesero essenzialmente dalla scarsa
conoscenza del Buddismo che aveva il signore Hakiri, ma il suo
comportamento fu comunque istigato anche da Minbu Ajari Niko,
che tre anni dopo la morte del Daishonin era tornato a Minobu da
Mobara, nella regione di Kazusa.
Al momento del suo ritorno Nikko Shonin aveva affidato a Niko
la responsabilità dell'istruzione dei novizi, ma quest'ultimo, arguto e
altezzoso, non era in grado di accettare l'atteggiamento austero di
Nikko e quindi cominciò a mettergli contro il feudatario locale.
Un passo dei Principi guida della Scuola Fuji (Fuji Isseki Monto
Zonchi no Koto) afferma: «La tomba del Daishonin si trova ai piedi
del monte Minobu, nel villaggio di Hakiri, a Kai. Il signore del
luogo, Hakiri Nanbu Rokuro Nyudo, da principio professò la fede e
seguì il maestro Nichiren, grazie agli sforzi di Nikko, egli rimase
fedele per tutti i nove anni che il Daishonin trascorse a Minobu. Ora,
dopo la morte del maestro, Nikko non si reca più in visita a Minobu e
ha rotto ogni legame con il signore di Hakiri per le seguenti ragioni:
1) egli ha eretto un altare e ha venerato una statua del Budda
Shakyamuni; 2) nell'anno della morte di Nichiren ha visitato i
santuari di Nisho e Mishima, sebbene il Daishonin l'avesse vietato
per tutti i nove anni della sua permanenza a Minobu; 3) con il prete-
sto di accrescere le virtù della propria famiglia, il signore di Hakiri
ha fatto costruire la pagoda di Fukushi nel suo

222
villaggio (come offerta a una setta eretica); 4) con il pretesto di
approfondire la fede buddista della sua famiglia, ha fondato un
tempio Nembutsu a Kai. Benché Nikko lo abbia ammonito
ripetutamente riguardo a questi atti blasfemi, Niko li ha approvati;
per questa ragione Nikko ha spezzato i legami di maestro e discepolo
che da lungo tempo lo univano al signore di Hakiri e alla sua
famiglia e ha cessato di far visita alla tomba del Daishonin.»
Come afferma questo brano, Hakiri si rifiutò di riconoscere i
propri errori, nonostante i ripetuti moniti di Nikko. Si può ben
immaginare che, se non vi si fosse posto rimedio, la situazione
sarebbe presto peggiorata e Minobu sarebbe divenuto un luogo
eretico. In obbedienza al volere di Nichiren, Nikko lasciò
definitivamente Minobu nella primavera del 1289, all'età di
quarantatre anni. Dapprima si recò a Kawai, nei pressi del monte
Fuji. Le ultime istruzioni del maestro dicevano che, se il feudatario di
Minobu si fosse rivoltato contro il Buddismo, il suo spirito non
avrebbe più dovuto dimorare tra quelle montagne.
Uno dei due documenti di trasmissione afferma: «Quando un
sovrano accetterà questa Legge, l'alto Santuario di Honmonji (il
tempio del vero Buddismo) dovrà essere eretto ai piedi del monte
Fuji.» Questa affermazione rendeva chiaro il fatto che le vaste
pianure intorno al Fuji sarebbero divenute il centro del movimento di
kosen rufu.
Nichiko Hori, cinquantanovesimo patriarca della Nichiren
Shoshu, scrisse nella sua Storia di Nikko Shonin del monte Fuji: «È
certo che le foreste selvagge di Minobu, dove urlano le scimmie, non
potessero essere l'unica terra sacra e pura. Sicuramente il Fuji, che
nobile si eleva al di sopra di tutte le cose, aveva con il Buddismo un
legame più profondo. Non stavano forse attendendo alle sue pendici i
figli della pura Legge, preti e seguaci laici?»
«Laddove le persone sono pure, la Legge sarà conservata nella sua
integrità e lo stesso luogo ove la Legge viene

223
conservata puramente sarà puro. Nikko non poteva ignorare il
richiamo del Fuji. La decisione di andare invece si dimostrò
fortunata: lì egli costruì ben presto un inespugnabile castello della
Legge, atto a proteggere il centro della pratica per kosen rufu.
Realizzando il più sincero desiderio del maestro, egli fu in grado di
ripagare il debito che aveva contratto nei confronti del Budda. Non
era forse il passo decisivo che doveva compiere come leader della
propagazione del vero Buddismo?»
Possiamo capire quindi che Nikko lasciò Minobu pensando ai
futuri sviluppi del movimento di kosen rufu.
Il Taisekiji fu fondato dal secondo patriarca, che ereditò il vero
Buddismo dal fondatore, Nichiren Daishonin. Provvidenziale fu
l'aiuto offerto dal signore di Ueno, Nanjo Shichiro Jiro Tokimitsu.
Taiseki significa 'grandi pietre' e ji 'tempio'; il nome fu preso da
quello della piana circostante, Oishigahara, la 'piana delle grandi
pietre'.
L'opera di Nichiko spiega le fasi successive del viaggio che
condusse Nikko da Kawai a Shimojo e successivamente a
Oishigahara e narra della costruzione dei primi edifici.
«Kawai era una località inaccessibile; una valle stretta tra le
montagne, adatta solo come residenza temporanea. Nanjo Tokimitsu,
che era legato strettamente a Nikko, non volle saperne di quella
scelta e insistette molto affinché Nikko si recasse a Ueno. Commosso
da tanta sincerità, Nikko Shonin si trasferì al tempio della famiglia
Nanjo a Shimojo, dove era già vissuto circa dieci anni prima. Oggi
questo tempio è chiamato Shimo no bo e si trova nei pressi del
Taisekiji.»
«La zona era molto più aperta di Kawai, ma non reggeva il
confronto con Oishigahara, distante poco più di un miglio. Là il
monte Fuji si levava in tutta la sua maestosa bellezza, ricoperto di
vergini foreste. Verso sud si trovava la baia di Suruga. La piana era
solcata da un'ampia strada e da un fiume e rispondeva appieno ai
requisiti di un

224
luogo sacro22.» Il patriarca e i suoi discepoli si recavano spesso da
quelle parti e Nikko illustrava la Legge del Buddismo seduto su una
grande pietra. (In seguito questo masso, chiamato seppo ishi, la pietra
della predicazione, fu spostato in un luogo più vicino).
«L'edificio principale fu completato il decimo mese del 1290,
grazie agli sforzi di Nichimoku, Nikke e di altri preti, cui si
aggiunsero Tokimitsu, Nobutsuna e altri laici.
«Nichimoku, il discepolo più anziano, colui che seguì sempre da
presso Nikko, costruì l'alloggio del patriarca, il Renzo bo, a est del
tempio principale. Nichizen eresse lo Shou bo a sud, mentre Nisshu,
Nissen e Nikke costruirono rispettivamente il Rikyo bo, il Joren bo
(che più tardi fu rinominato Hyakkan bo) e il Jakunichi bo, a
protezione dell’edificio principale. In questo modo, lontano da
Minobu, il luogo centrale della pratica della Legge suprema prese
vita rapidamente. Qui sarebbero stati protetti il Dai Gohonzon e tutti
gli altri tesori del vero Buddismo. Qui la Legge ricevuta dal
Daishonin sarebbe stata conservata nella sua purezza originaria.»
«Come fondatore del Taisekiji Nikko non lesinò le proprie energie
per compiere la propria missione. Egli si prese anche cura di inviare
preti giovani e meno giovani in diverse località ove vivevano i
discepoli, come ad esempio a Koshun23. Ebbe inizio una lunga serie
di rimostranze con le autorità, ma purtroppo queste non furono mai
ascoltate...»
Ecco quindi come sorsero le fondamenta di kosen rufu nella piana
di Oishigahara. Era un grande momento. In quel luogo la fiamma
eterna del Buddismo è stata custodita per settecento anni, trasmessa

22
I quattro requisiti di un luogo sacro: antichi testi divinatori cinesi specificano
quattro requisiti per un luogo ideale. Oishigahara, il luogo scelto da Nikko Shonin
per costruire il Taisekiji, rispondeva a tutti e quattro i punti: un fiume che scorre da
est a sud; un lago e il mare a sud, una larga strada a ovest e una montagna alle
spalle. In genere si riteneva che un sito digradante da nord a sud fosse
particolarmente adatto per insediarsi.
23
Koshun: la zona che oggi corrisponde alle Prefetture di Yamanashi e
Shizuoka.
225
di generazione in generazione come acqua pura che viene versata da
un bicchiere a un altro.
La terra del Budda per l'eternità!
Il Picco dell'aquila! Ai piedi del monte Fuji era custodito il Dai
Gohonzon affidato a tutto il genere umano: il Taisekiji era davvero
un luogo sacro. In futuro persone di tutto il mondo si riuniranno in
questo luogo, la sorgente della pace vera e universale. Toda sentiva
nel suo cuore il presagio di questa realtà.
Indossò abiti estivi tradizionali per tutto il corso e parlò
intensamente con ogni persona, come se fossero tutti membri della
stessa famiglia. Dava dei consigli sulla vita quotidiana, sulle
situazioni familiari e su altri problemi, parlando gentilmente con
alcuni e in modo più severo con altri.
Il programma del primo corso estivo del dopoguerra includeva lo
studio del Gosho, delle sedute di domanda e risposta e anche
un'escursione alle cascate di Shiraito. Ma l'attività principale fu la
recitazione del daimoku. Recitavano due, tre ore mattina e sera; Toda
guidava, mentre gli altri cercavano in qualche modo di alleviare il
dolore alle gambe. L'unica preghiera di Toda era rivolta a kosen rufu,
con l'intensità di un individuo dedito a una sfida tra vita e morte.
Al termine dei quattro giorni, quando i partecipanti si riunirono
per la partenza nei pressi del Sanmon, il cancello principale, i loro
visi erano radiosi. Sprizzavano vitalità da tutti i pori, come se fossero
appena usciti da una bagno termale. Sui loro visi si poteva percepire
l'unità di itai doshin.
Il piccolo gruppo si proiettò nelle proprie attività e accolse
l'autunno. Nel pieno di un'inflazione paurosa e di un totale caos
ideologico, i loro sforzi erano simili a una fiammella che arde in
mezzo a una piana sconfinata. Ma quella piccola scintilla possedeva
l'energia necessaria per estendere le fiamme a tutta la prateria.
Il primo luglio dello stesso anno gli Stati Uniti avevano compiuto
un test nucleare nelle Isole Marshall.
Il 10 agosto Marshall e Stuart annunciarono congiuntamente che
era impossibile ipotizzare la cessazione delle ostilità tra nazionalisti e
comunisti cinesi.

226