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Interferenza della L1 nell’apprendimento del

sistema verbale italiano da parte di studenti


arabofoni
Simone Bettega, Luisa Russo1
Università di Torino

ABSTRACT: In questo articolo viene analizzata l’influenza che il sistema verbale della
lingua madre (in questo caso: l’arabo) ha sull’espressione delle categorie di tempo e
aspetto nella L2. Dall’analisi di testi scritti in lingua italiana da studenti Egiziani e
Tunisini, risulta che la natura relativa del sistema verbale arabo (di contro a quella
assoluta del sistema verbale italiano) giochi un ruolo non indifferente nel determinare la
scelta delle forme verbali in L2 da parte degli apprendenti. In particolare, si dimostra
come siano le forme verbali che tipicamente esprimono aspetto imperfetto/imperfettivo
a causare maggiori difficoltà ai discenti di madrelingua araba. In aggiunta a ciò, risulta
evidente come altri fattori che possono influenzare la scelta delle forme verbali in lingua
italiana siano la struttura interna del periodo (coordinazione, subordinazione) e la
possibilità di impiegare, in arabo, predicati di natura averbale.

1. Introduzione
Obiettivo del presente articolo è l’analisi delle interferenze che, a
livello di interlingua, possono emergere come conseguenza di
marcate differenze strutturali tra il sistema verbale della L2 e della L1
dell’apprendente. In particolare, ci concentreremo sulle produzioni
scritte in lingua italiana di due gruppi di studenti di madrelingua
araba (di origine, rispettivamente, egiziana e tunisina). Il focus della
nostra analisi sarà, nello specifico, l’espressione delle categorie di
tempo e aspetto nei testi prodotti in L2 da parte degli apprendenti.
Dal momento che l’arabo e l’italiano – in virtù delle proprie peculiarità
morfosintattiche – codificano le suddette categorie in maniera
alquanto differente, il secondo paragrafo sarà dedicato ad una rapida
disamina del sistema verbale dell’arabo, a vantaggio del lettore che
non avesse familiarità con le strutture di questa lingua. Nel terzo
paragrafo illustreremo sinteticamente le metodologie utilizzate nel
corso della raccolta dei dati, oltre a fornire le informazioni di base
relative agli informatori coinvolti nella ricerca e al suo contesto. Il
quarto paragrafo, infine, sarà dedicato all’analisi dei dati vera e
propria, mentre nella sezione conclusiva dell’articolo proporremo
alcune considerazioni generali circa gli esiti dell’indagine.
2. Il sistema verbale delle “lingue arabe”
Come è noto, il mondo arabofono è caratterizzato oggi (così come
da molti secoli a questa parte) da una situazione di marcata diglossia.
1 Il secondo paragrafo del presente articolo è stato redatto interamente da Simone
Bettega, il terzo da Luisa Russo. Le sezioni rimanenti sono frutto del nostro lavoro
congiunto.
Da un lato, la varietà standard della lingua è un registro utilizzato solo
nei contesti più formali, appreso dai parlanti a scuola per mezzo di
insegnamento esplicito, e uniforme attraverso tutto il mondo arabo.
L’arabo standard è una varietà normata e ufficialmente codificata.
Dall’altro lato, esistono innumerevoli varietà di arabo parlato (i
cosiddetti “dialetti arabi”), che rappresentano l’effettiva lingua madre
di ogni arabofono oggi vivente. I dialetti sono varietà non normate,
utilizzate in contesti comunicativi informali e semi-informali, e
soggette a forte variazione sull’asse diatopico. Nonostante questa
marcata dicotomia, molti lavori di linguistica generale si riferiscono
semplicemente all’ “arabo” come ad una realtà internamente
omogenea (in questi casi, il riferimento implicito è, nella maggior
parte dei casi, alla varietà standard della lingua); nel caso, poi, della
glottodidattica, l’apprendente arabofono viene spesso considerato
avere come propria lingua madre appunto l’arabo standard, fatto che
può in molti casi offuscare o portare a tralasciare fenomeni di
interferenza causati invece da strutture proprie del dialetto2. Nel corso
di questo paragrafo, proporremo una rapida panoramica del sistema
verbale arabo, inteso qui come la somma delle varietà standard e
dialettali. Sebbene, da un punto di vista squisitamente morfologico,
l’arabo standard e le varietà parlate dispongano dei medesimi
strumenti per esprimere le categorie di tempo e aspetto (sulle quali il
presente articolo si concentra), vedremo che questi strumenti
possono essere impiegati in maniera differente nei diversi contesti.
Come molte lingue, l’arabo possiede forme verbali finite e non finite.
Mentre queste ultime sono, morfologicamente, di fatto affini agli
elementi nominali della lingua, le prime utilizzano una sistema di
prefissi e di suffissi per marcare le categorie di genere, numero e
persona. In particolare, se si esclude il modo imperativo, in arabo
esistono solo due coniugazioni verbali finite: una, spesso associata ai
significati del passato e del perfetto o perfettivo, caratterizzata da
flessione per suffissi, e un’altra, spesso associata ai significati
dell’imperfetto o dell’imperfettivo3 (benché non sistematicamente a
quelli del presente e del futuro, o perlomeno non solo), caratterizzata
da una flessione basata prevalentemente sull’uso di prefissi 4. La
natura delle due coniugazioni proprie dell’arabo, ossia il loro
codificare prevalentemente la categoria di tempo o quella di aspetto,
è al centro di una disputa ormai secolare che ha coinvolto generazioni
di studiosi e di arabisti5. Senza voler entrare nel merito della
questione, ci limiteremo qui a riportare le affermazioni di Comrie
relative al sistema verbale arabo, che nel suo influente lavoro sulla
categoria di aspetto (Comrie 1976, 78-9) scriveva: “we may say that
the Perfective indicates both perfective meaning and past time
reference, while the Imperfective indicates everything else (i.e. either
imperfective meaning or relative non-past tense). The Arabic
2 Eccezione degna di nota è, in questo senso, il lavoro di Mori (2007).
opposition Imperfective/Perfective incorporates both aspect and
(relative) tense”6. È significativo, qui, il riferimento di Comrie alla
categoria di riferimento temporale relativo. Se molte lingue, come per
esempio l’Italiano, hanno sistemi verbali con riferimento temporale
assoluto, in altre, come l’arabo, il verbo codifica il tempo in maniera
differente. Nelle parole di Comrie (1985, 56) i sistemi con riferimento
temporale relativo sono quelli in cui “the reference point for location
of a situation is some point in time given by the context, not
necessarily the present moment”. Dixon (2012, 15), in particolare,

3 Terremo distinte, nel corso di questo articolo, l’etichetta di perfetto da quella di


perfettivo e l’etichetta di imperfetto da quella di imperfettivo. La terminologia
relativa alle categorie aspettuali del verbo è spesso usata con significati diversi in
opere diverse, risultando in una certa opacità o ambiguità dei termini. Seguiremo
qui le definizioni proposte da Dixon (2012): la coppia perfetto/imperfetto ha a che
vedere con la completezza o incompletezza di un evento, mentre quella
perfettivo/imperfettivo con la composizione interna dello stesso (oppure con
l’assenza di qualsiasi percezione composita dell’azione espressa dal verbo). Nello
specifico, “‘perfect’ is taken to mean ‘an action which is completed before the
present time’, to which is often added ‘and which has present relevance’. The
complementary label ‘imperfect’ refers to something which began before the
present and is still continuing”. Al contrario, “when perfective aspect is specified,
the event is regarded as a whole, without respect for its temporal constituency
(even though it may be extended in time). Imperfective focuses on the temporal
make-up of the event” (Dixon 2012, 31 e 35). Per una analisi approfondita di
queste categorie aspettuali in relazione al sistema verbale italiano (e per
eventuali terminologie alternative utilizzate in testi di linguistica italiana) si veda
Squartini (2015), in particolare pp. 55-6.
4 Dal momento che, come vedremo, non c’è unanimità in seno alla comunità
accademica circa la natura preminentemente aspettuale o preminentemente
temporale del sistema verbale arabo, nel corso di questo articolo eviteremo l’uso
delle etichette spesso associate alle due coniugazioni finite (ovverosia
perfetto/imperfetto, perfettivo/imperfettivo, compiuto/incompiuto, passato/non-
passato), e ci limiteremo alle definizioni di tipo strutturale coniugazione a suffissi
e coniugazione a prefissi (sulla falsariga dell’inglese suffix stem e prefix stem,
adottate in molte opere di riferimento come ad esempio Holes, 2004, e nella
Encyclopedia of Arabic Language and Linguistics, in particolare Horesh, 2009).
Eviteremo anche l’uso dei termini utilizzati dalla grammatica araba tradizionale,
ossia rispettivamente ‫ماضي‬, māḍī (letteralmente ‘passato, trascorso’) e ‫مضارع‬,
mudāriʕ (letteralmente ‘somigliante [al nome]’), in quanto prive di coerenza
reciproca (si veda Carter 2008, 96: “the asymmetry of the terms is remarkable:
the first refers to the completed state of the action […] the second to the
morphosyntactic properties of the paradigm”).
5 Ripercorrere le tappe di tale querelle è al di là degli scopi del presente articolo
(si veda Horesh, 2009, per una breve panoramica della questione). Basti solo
ricordare, in questa sede, che, sebbene dalla fine del XIX secolo “the dominant
belief […] is that Arabic verbs do not denote time reference and are therefore not
tenses, but rather express aspect” (Eisele 2006, 196), ancora nella seconda metà
del XX secolo Aartun potrava argomentazioni convincenti a sostegno della tesi
che, perlomeno a livello prototipico, le due coniugazioni verbali dell’arabo
codifichino la categoria di tempo (Aartun, 1963). Più recentemente, Dahlgren
(2009) ha sostenuto che la funzione principale del sistema verbale arabo sia
sottolinea la relazione esistente tra riferimento relativo e
subordinazione: “tense which specifies the location in time of an
event with respect to the moment of speaking […] is often referred to
as ‘absolute tense’. There is also ‘relative tense’ which most often
occurs in a subordinate clause and specifies the temporal location of
the event described by that subordinate clause with respect to the
time established by the main clause”. Il fatto che il sistema verbale
dell’arabo abbia, in relazione alla categoria di tempo, un sistema di
riferimento relativo, è ciò che permette i due meccanismi
fondamentali che governano la scelta dell’una o dell’altra
coniugazione da parte dei parlanti. Questi due meccanismi sono, nei
termini impiegati da Brustad (2000, 204) in riferimento all’arabo
parlato, embedding e tense neutralization. Il processo di embedding è
quello per cui, come si è detto, il riferimento temporale di una
subordinata è ancorato non al tempo assoluto del mondo
extralinguistico, ma a quello della frase principale (rispetto al quale
può esprimere contemporaneità, anteriorità o futurità)7. La tense
neutralization è un processo simile, ma che non coinvolge
necessariamente la subordinazione: in arabo, come in altre lingue 8,
accade spesso (soprattutto in contesto narrativo) che il riferimento
temporale passato sia specificato una sola volta, unicamente al
principio della narrazione, per mezzo della morfologia verbale o di un
avverbio o locuzione avverbiale opportuni. Da quel momento in
avanti, la “passatezza” del contesto è data per scontata, implicita nel
progredire della narrazione e a prescindere da quali forme verbali
(coniugazione a prefissi o suffissi) compaiano nel testo. L’ovvia
conseguenza di questo è che, in contesti simili, la morfologia verbale
è svincolata dalla necessità di fornire coordinate temporali al
lettore/ascoltatore, e svolge unicamente la funzione di marca
aspettuale degli eventi descritti. È da notare che quanto detto sino a
qui a proposito degli effetti di embedding e tense neutralization si
applica in particolare alla coniugazione a prefissi. In arabo, è la

quella di marcare il riferimento temporale relativo.


6 Si noti che in questo passaggio Comrie utilizza l’etichetta Perfective per riferirsi
alla coniugazione a suffissi, e Imperfective per riferirsi a quella a prefissi.
7 “Time reference in a main clause, or the head verb of a main clause, is normally
relative to the moment of speech, and the time reference of any subordinate
verb or clause is relative to that of the main clause, where perfective signals
relative past and imperfective relative non-past” (Brustad 2000, 146).
8 Si veda ad esempio il seguente passaggio da Sapir (1994, 109), citato in Dixon
(2012, 12), a proposito del Nootka: “the first sentence of the story locates the
time by denoting the tense. After that, tense is not referred to again. The story
goes on in a general or present tense, and people know what’s what “. A questo
proposito, Dixon commenta: “Fijan is similar to Nootka in this regard. I recorded a
number of stories with tense just stated in the first main clause. The story is
understood to continue in that tense until the contrary is indicated”.
coniugazione a prefissi la forma verbale deputata par excellence alla
subordinazione (e quindi più soggetta ad alterazione dei propri valori
tempo-aspettuali prototipici). La coniugazione a suffissi compare
raramente in ambiente subordinato (sebbene sia possibile in
determinati contesti e costruzioni), e appare quindi più saldamente
collegata all’espressione degli aspetti perfetto/perfettivo e,
soprattutto, all’idea di passato.
Come accennato in precedenza, in arabo il predicato di una frase non
è necessariamente espresso da un verbo finito. Esistono almeno due
alternative a questa opzione, che passeremo qui rapidamente in
rassegna. La prima di queste alternative è la frase copulare averbale.
In arabo, quelle che vengono normalmente definite frasi esistenziali o
equazionali non prevedono la presenza di una forma flessa del verbo
essere. Come in molte altre lingue, nella frase esistenziale al tempo
presente la copula è semplicemente omessa, e il soggetto
direttamente giustapposto all’elemento che segue (si tratti di un
aggettivo, di un sintagma preposizionale, o di altro ancora) 9. La
seconda alternativa all’utilizzo di una forma flessa del verbo è
l’impiego del participio attivo. È necessario precisare, a questo punto,
che l’uso del participio attivo con forza verbale è un fenomeno
estremamente comune nei dialetti (che fanno ampio impiego di
questa struttura) mentre è assai più limitato nell’arabo standard.
Nello specifico, è proprio il participio attivo a costituire la principale
differenza tra il sistema verbale dell’arabo standard e dei dialetti 10,
nella misura in cui la presenza di una terza alternativa per esprimere
un predicato esplicito ridefinisce, giocoforza, i ruoli e gli usi delle
prime due (ossia la coniugazione a prefissi e quella a suffissi) 11. Come
vedremo, nei testi in italiano dei nostri apprendenti molte strutture
osservate potrebbero essere interpretabili come frutto
9 Brustad (2000, 204-5) utilizza questo argomento per dimostrare che il
riferimento temporale standard della frase principale in arabo sia
indissolubilmente ancorato al momento dell’enunciazione. “It can be argued that
this ‘default’ reference of the moment of speech is grammaticalized in Arabic,
because time reference is not marked in copulative to be […] sentences unless it
is past or future”. Questo, a suo dire, sarebbe il cardine attorno al quale l’intero
Sistema verbale dell’arabo ruota: come abbiamo visto, infatti, “the perfective
and imperfective […] locate an action relative to the moment of speech, as past
and non-past, respectively. However, this point of reference may be overridden or
shifted by grammatical processes or discourse contexts”.
10 Se si esclude il vocalismo finale che, in arabo standard, definisce alcune
distinzioni di natura soprattutto modale tra le varie forme della coniugazione a
prefissi, e di cui non ci occuperemo in questa sede.
11 “Whereas in M[odern] S[tandard] A[rabic] the potential of the participles for
noun coinage has been heavily exploited, in the dialects they have become an
important element in verb syntax. The verbal value of the active participle was
always a part, albeit a relatively minor one, of its range of uses in CLA[ssical
Arabic], but this has become perhaps its main function in the dialects” (Holes
2004, 153).
dell’interferenza di questa forma12. In generale, esiste un’ampia
letteratura circa l’uso del participio attivo con forza verbale in arabo
parlato, a cui si rimanda il lettore per ulteriori approfondimenti 13. In
questa sede, ci limitiamo a sottolineare come, in virtù della propria
natura nominale, il participio attivo arabo non è associato, di per sé,
ad alcun valore aspettuale o temporale specifico. Come sottolineano
Eades & Persson (2013, 345), benchè il participio sembri spesso
esprimere, nell’uso concreto della lingua, significati tempo-aspettuali
definiti, “it is not the participial form itself that expresses all these
aspectual and/or temporal values, but rather it is the context of the
utterance combined with the lexical aspectual properties of the verb
— or aktionsart — that result in an inferred aspectual/temporal
reading in any given instance of AP use”. In altre parole, è il contesto -
nella sua interazione con l’aspetto lessicale intrinseco nella radice del
verbo - a caricare il participio attivo di implicazioni aspettuali e
temporali. Questo, incidentalmente, ne fa una forma di uso quanto
mai versatile, in grado di assumere, in varie circostanze, significati
temporali e aspettuali anche molto diversi tra loro.
Riassumendo la nostra panoramica del sistema verbale arabo,
abbiamo visto come esso comprenda unicamente due forme finite, la
declinazione a suffissi e quella a prefissi, che hanno caratterizzazione
principalmente aspettuale (nonostante la declinazione a suffissi sia
anche, nella maggior parte dei casi, collegata all’espressione del
passato). A queste si aggiunge, in arabo parlato, il participio attivo,
una forma nominale capace di esprimere significati temporali e
aspettuali molteplici, anche contrastanti tra loro, a seconda del
contesto in cui si trova. Non c’è bisogno di sottolineare come un
sistema di questo tipo differisca in maniera sostanziale da quello
dell’italiano, al punto che fenomeni di interferenza con la L1, da parte
di studenti di italiano di madrelingua araba, sembrerebbero non solo
possibili, ma addirittura probabili (perlomeno nelle fasi iniziali
dell’apprendimento). In particolare, la nostra analisi si concentra qui
sull’utilizzo, da parte degli studenti, delle tre forme verbali del
presente, del passato prossimo e dell’imperfetto indicativi.
L’asimmetria esistente tra il sistema sostanzialmente bipartito
dell’arabo e quello a molti più termini dell’italiano è evidente sin da
12 Questo è dimostrato anche dal fatto che, nei testi di controllo prodotti in arabo
dagli stessi apprendenti (si veda il paragrafo 3), compaiono diverse istanze di
participio attivo usato con valore predicativo. Quest’uso del participio attivo,
come si è detto, e molto più comune nel colloquiale che nella lingua standard,
mentre il dominio scritto è (almeno in teoria) appannaggio esclusivo di
quest’ultima. Tuttavia, com’è del resto logico aspettarsi, l’arabo standard stesso
non è quasi mai completamente scevro da fenomeni di interferenza dettati dal
dialetto di cui il parlante/scrivente è madrelingua.
13 Si vedano Caubet (1991) per l’area nordafricana, Eisele (1999) per il dialetto del
Cairo, Eades & Persson (2013) per la costa del Golfo Arabo, e Brustad (2000) per
una comparazione dell’uso del participio in diverse varietà di arabo colloquiale.
ora. In particolare, la presenza, in italiano, di molteplici strutture che
codificano gli aspetti imperfetto e imperfettivo (il presente, la perifrasi
progressiva con il gerundio e l’imperfetto indicativo, per citare solo
quelli che compaiono nei testi dei nostri apprendenti) dà luogo ad un
sistema di molto discosto da quello arabo, dove queste categorie
aspettuali sono appannaggio esclusivo di un’unica forma, la
coniugazione a prefissi14. Come vedremo nei paragrafi seguenti,
questa discrepanza è alla base di molti fenomeni di interferenza
osservabili nei testi.
3. I testi e gli apprendenti
I risultati che presentiamo in questo articolo sono basati sull’analisi
di 79 testi scritti prodotti da studenti di lingua italiana di origine
egiziana e tunisina, di livello compreso tra l’A2 e il B2. I testi degli
apprendenti egiziani (tutti studenti universitari) sono in totale 29, e
sono stati raccolti al Cairo da Luisa Russo tra i mesi di marzo e
maggio 2014. I testi degli apprendenti tunisini invece (per lo più adulti
e studenti di istituti privati) sono in totale 50. Sono stati raccolti a
Tunisi da Luisa Russo, tra i mesi di gennaio ed aprile 2012. Tutti i testi
sono stati elicitati a partire dallo stimolo iconico rappresentato dalla
vignetta “Scontro”, che fa parte dei materiali visivi utilizzati per la
sollecitazione e la raccolta dei dati all’interno del progetto VALICO 15.
Nella vignetta sono rappresentati, in quattro riquadri sequenziali, due
uomini che camminano per la strada: il primo, di corporatura robusta,
porta al guinzaglio un grosso bulldog, mentre il secondo, più esile e
basso, passeggia con un piccolo cane e portando a mano una
bicicletta. Entrambi gli uomini sono carichi di sacchi e pacchetti, e si
intuisce che stanno probabilmente rientrando a casa dopo aver fatto
la spesa. Svoltato un angolo, i due inavvertitamente si scontrano,
facendo cadere a terra tutto ciò che stavano trasportando. A quel
punto gli uomini, assieme ai rispettivi cani, cominciano
immediatamente a litigare, sotto lo sguardo di una donna e di un
gatto affacciati alla finestra. È importante notare che assieme alla
vignetta era associata una consegna esplicita per gli studenti, che
imponeva di impostare al passato la narrazione della scena. L’incipit
suggerito dalla consegna era: “l’altro giorno, due uomini
camminavano…”.
Oltre alla sollecitazione dei testi in lingua italiana, lo studio ha
comportato anche la raccolta di alcuni testi di controllo in lingua
madre, che gli studenti hanno prodotto successivamente a quelli in
L2. Il raffronto dei testi in italiano con quelli in arabo ha permesso

14 Benché a volte anche il participio possa esprimere questi valori aspettuali: come
si è detto, però, essi non sono connaturati al participio stesso, che può
ugualmente esprimere aspetto perfetto o perfettivo in altri contesti.
15 La vignetta può essere visualizzata al seguente URL:
http://www.valico.org/vignette.html.
un’analisi più approfondita dei dati e un’interpretazione più accurata
di quella che è la percezione, da parte degli apprendenti, degli eventi
rappresentati nella vignetta (si noti che non tutti gli studenti hanno
prodotto un testo in lingua madre a fianco di quello in lingua italiana:
in totale ne sono stati raccolti 15 tra gli apprendenti tunisini e 13 tra
quelli di origine egiziana).
In merito ai testi in arabo prodotti dagli studenti, e prima di passare
all’analisi dei dati, si rende necessaria un’ultima nota di carattere
metodologico. In alcuni casi nel corso del presente articolo, ove
ritenuto necessario, abbiamo affiancato alla produzione in italiano
dello studente la versione fornita dallo stesso in L1, in modo da
favorire una comparazione tra le strutture della lingua madre e quelle
dell’interlingua. A vantaggio del lettore, oltre che nella grafia
originale, il testo è stato fornito anche in trascrizione scientifica. Va
qui ricordato, tuttavia, che il sistema di scrittura dell’arabo non
registra il vocalismo breve: la trascrizione da noi proposta, di
conseguenza, deve essere considerata come una possibile
interpretazione del testo originale. Questa considerazione è valida
soprattutto per quanto riguarda il vocalismo finale, uno dei tratti che
più marcatamente separano le varietà colloquiali dell’arabo da quella
standard; quest’ultima, infatti, dispone di un sistema di desinenze
vocaliche di natura per lo più casuale-modale che non trova alcun
riscontro in arabo parlato. Il vocalismo finale (‫إعراب‬, ʔiʕrāb) è pertanto
percepito dal parlante arabofono come l’elemento standardizzante
per eccellenza, al punto che questo viene rarissimamente ripristinato
nella lingua parlata, anche nei contesti comunicativi più formali. In
conclusione, non ci è possibile sapere se i nostri studenti, dietro alla
richiesta di leggere ad alta voce i testi da loro prodotti in L1,
avrebbero o meno fatto ricorso allo ʔiʕrāb nella pronuncia. La nostra
scelta, in questa sede, è stata di vocalizzare tutti i testi in maniera
conforme alle prescrizioni della lingua araba standard (lo scritto
essendo, in fin dei conti, l’ambito di utilizzo forse più importante di
questa varietà). Va tuttavia ricordato, come già accennato in
precedenza, che testi in arabo standard che non risentano di alcuna
influenza da parte del dialetto sono l’eccezione, piuttosto che la
norma (e nei testi in L1 prodotti dagli apprendenti non mancano
infatti i dialettismi, come ad esempio il diffuso uso del participio attivo
in funzione predicativa), e che, di conseguenza, le trascrizioni da noi
proposte rappresentano soltanto una delle possibili letture del testo.
4. Analisi dei dati

4.1. Tendenze generali nelle produzioni degli apprendenti


Dall’analisi dei testi risulta evidente una tendenza generale comune
a entrambi i gruppi di studenti, ovverosia quella di stabilire la
referenza temporale passata all’inizio dell’elaborato, proseguendo poi
la narrazione al presente indicativo, occasionalmente inframmezzato
da altre occorrenze di imperfetto 16. L’uso del presente/imperfetto si
mantiene fino al momento dello scontro (si veda la descrizione della
vignetta-stimolo al paragrafo 3), durante e successivamente al quale
il tempo selezionato è invece per lo più il passato prossimo 17. L’uso
del presente nel contesto di una narrazione al passato farebbe
pensare, dunque, a un’interferenza del processo di tense
neutralization (comune in arabo, come si è visto nel paragrafo 2)
nell’interlingua degli apprendenti. Il seguente brano è esemplificativo
di questa sequenza “standard”:
1) Un giorno dei giorni c'erano due uomini che camminano nella
strada uno di loro due cavalca una bicicletta e sembra come un
venditore e in suo possesso un cane piccolo e c'era un altro
uomo e sembra un uomo ricco e in suo possesso un cane
spesso e all'improvviso si sono scontrati18
Si potrebbe, naturalmente, obiettare che gli studenti in realtà non
abbiano colto il senso della consegna (che imponeva una narrazione
al passato), e si siano semplicemente limitati a ricopiare
meccanicamente la prima riga del testo all’imperfetto (già fornita
insieme allo stimolo visivo) per poi proseguire la narrazione al
presente, forma verbale con la quale avrebbero maggiore
dimestichezza. In una ristretta minoranza di casi, questa potrebbe
essere effettivamente una spiegazione plausibile 19. Tuttavia, almeno
tre ordini di ragioni suggeriscono che questa opzione alternativa vada

16 In una minoranza di testi l’uso dell’imperfetto è più consistente, ma anche


all’interno di questi elaborati il presente indicativo continua occasionalmente a
comparire in luogo dell’imperfetto, con pochissime eccezioni. Il presente
indicativo è a volte accompagnato dal gerundio all’interno una perifrasi
progressiva. Si registrano rarissimi casi in cui al posto di presente o imperfetto si
trovano gerundi o infiniti isolati.
17 Verbi al presente/imperfetto possono naturalmente comparire anche dopo la
descrizione dello scontro, e in questi casi la selezione delle forme verbali è
normalmente dettata da considerazioni di tipo aspettuale (in maniera non
dissimile da quanto farebbe un madrelingua, con il permanere però di un certo
grado di incertezza nella selezione del presente contrapposto all’imperfetto). Si
consideri per esempio il seguente estratto: “si sono scontrati e tutti gli oggetti
sono caduti in ogni posto. Erano molto arrabiati perciò sono litigati per lungo
tempo”.
18 In questo brano le influenze della L1 sono molteplici ed evidenti: si notino
l’espressione “un giorno dei giorni” in apertura, calco letterale dell’arabo ‫في يوم‬
‫[ من اليام‬fī yawmin min al-ʔayyāmi], e il rapporto genitivale espresso per mezzo di
una frase copulare averbale, “in suo possesso un cane”, sulla falsariga dell’arabo
‫[عنده كلب‬ʕinda-hu kalbun], “presso [di] lui [è] un cane”.
19 In particolare, non possiamo considerare probanti quei testi (in termini numerici
comunque nettamente minoritari) in cui gli apprendenti hanno utilizzato
unicamente il presente o il passato prossimo per tutte le forme verbali della
narrazione, indipendentemente da considerazioni di natura temporale o
aspettuale.
scartata. Questi sono: a) il fatto che dal momento dello scontro in
avanti la narrazione prosegua al passato prossimo. Se gli studenti
avessero del tutto ignorato (o mancato di comprendere) la consegna,
allora ci si aspetterebbe che la narrazione avvenisse per intero al
presente. Inoltre, il riferimento temporale della consegna non è
indicato solo dalla morfologia verbale ma anche dalla locuzione
“l’altro giorno”, fatto che studenti di livello compreso tra l’A2 e il B2
difficilmente possono aver ignorato; b) nei testi di controllo prodotti in
arabo dagli stessi studenti ed elicitati a partire dal medesimo stimolo
visivo la narrazione avviene regolarmente al passato 20; c) molti
studenti non hanno, in effetti, ricopiato la consegna, e hanno stabilito
il riferimento temporale all’inizio del testo o tramite un verbo
all’imperfetto diverso da quello proposto nell’esercizio (come nel caso
dell’esempio (1) riportato sopra) o unicamente per mezzo di un
elemento lessicale21 (come nel caso dell’esempio (2) riportato nel
paragrafo 4.2).
In generale, l’uso del passato prossimo in riferimento ad eventi
puntuali e/o compiuti sembrerebbe quasi sistematico, mentre stati e
processi durativi e incompiuti sarebbero associati in maniera
irregolare talvolta all’imperfetto e talvolta al presente indicativo (od
occasionalmente ad altre forme ancora, si veda la nota 15). In altre
parole, come anticipato nel paragrafo 2, gli studenti sembrerebbero
incontrare maggiori difficoltà laddove in L2 si osservi una distinzione
sconosciuta alla L1 (i testi di controllo in arabo dimostrano, infatti, che
nei contesti corrispondenti al presente/imperfetto italiani la forma
verbale selezionata è sempre la coniugazione a prefissi).
Naturalmente, quella che abbiamo definito essere una tendenza
generale non può essere considerata una regola assoluta: in una
minoranza di testi osserviamo infatti un uso delle forme verbali che si
discosta in maniera più o meno marcata da quanto visto sopra.
Innanzi tutto, esistono due categorie di testi che non permettono né
di confermare né di smentire le ipotesi di ricerca sinora descritte.
Queste categorie sono: a) 3 testi in cui la narrazione si interrompe
prima del momento dello scontro (ossia, testi in l’autore non ha
descritto per intero la sequenza delle vignette): in questi casi è

20 Più precisamente, la narrazione in arabo segue l’andamento tipico delle


sequenze narrative in questa lingua, ovverosia, come già accennato, ancoraggio
del riferimento temporale al passato per mezzo di una forma verbale nella
coniugazione a suffissi (molto spesso la marca esistenziale/temporale kāna) o
una locuzione temporale, seguite da una serie di verbi nella coniugazione a
prefissi.
21 In alcuni testi, inoltre, il riferimento temporale passato è dato per scontato,
associato implicitamente alla natura narrativa del testo: in questi casi non vi è
nessun elemento esplicito (morfologico o lessicale) che marchi il contesto passato.
Dall’inizio e fino al momento dello scontro la narrazione è al presente indicativo, che
viene poi sostituito dal passato prossimo.
impossibile valutare se l’opposizione tempo-aspettuale da noi prevista
sia confermata oppure no. b) 2 testi in cui compare un unico
imperfetto, quello dato dalla consegna, a cui fa seguito
immediatamente la descrizione dello scontro, interamente al passato
prossimo. Anche in questo caso, è impossibile valutare se nelle
intenzioni dell’autore all’alternanza di forme verbali fossero sottese
considerazioni di tipo aspettuale, oppure se si sia trattato (come
accennato in precedenza) della mera ricopiatura di una forma verbale
(l’imperfetto) non ancora padroneggiata.
Vi è poi un esiguo numero di elaborati in cui la sequenza descritta
(settaggio del riferimento temporale → uso di presente o imperfetto
indicativi → scontro → uso del passato prossimo indicativo) non è
rispettata, o è alterata in maniera più o meno consistente. Come
cercheremo di dimostrare nel paragrafo 4.3, queste apparenti
“eccezioni” possono, in varia misura, essere ricondotte a quella che è
l’ipotesi interpretativa che proponiamo in questo articolo.
Vi sono, infine, 6 elaborati nei quali una singola forma verbale
(presente, passato prossimo o imperfetto) viene sovraestesa
indistintamente all’intero testo. In questo caso, è evidente che la
mancata acquisizione o la scarsa dimestichezza dell’apprendente con
le forme della morfologia verbale oggetto della presente indagine
intervengono a perturbare i dati. Si sarebbe potuto, naturalmente,
accomunare questa categoria di testi alle categorie (a) e (b) descritte
sopra, accorpando questi elaborati a quelli che non permettono
un’analisi del tipo da noi proposto in questo articolo. Si tratta tuttavia,
a nostro avviso, di un fenomeno diverso, che merita menzione
separata. Infatti, sebbene il nostro studio si concentri sull’uso che
della morfologia verbale viene fatto più che sul processo di
acquisizione della stessa, non intendiamo negare l’importanza di
entrambi questi fattori (insieme ad altri ancora) ai fini della
comprensione dei meccanismi che regolano l’evoluzione
dell’interlingua dello studente. Come ogni fenomeno linguistico
complesso, la comparsa di una data forma verbale all’interno di un
testo in L2 è il risultato di una serie di concause tra loro interrelate, la
cui analisi non potrà mai essere del tutto lineare o indipendente. Non
intendiamo sostenere, in questa sede, che l’interferenza del sistema
tempo-aspettuale della L1 sia l’unico fattore in gioco nel determinare
le scelte linguistiche degli apprendenti in fatto di forme verbali: molte
altre ne esistono probabilmente, e tutte meritevoli di studio più
approfondito. Ci interessa però sottolineare come l’influenza del
sistema verbale della lingua madre giochi senza dubbio un ruolo di
primo piano nel processo di selezione delle forme verbali. Questa è la
tesi che cercheremo di dimostrare nei prossimi paragrafi, attraverso
l’analisi e la discussione di un numero di esempi rilevanti tratti dalle
produzioni scritte degli apprendenti.
4.2. Esempi dai testi
Nella maggior parte dei testi in esame, si osserva l’uso di due
forme verbali fondamentali: il presente (a volte all’interno di una
perifrasi progressiva) e il passato prossimo 22. Gli studenti, come si è
detto, o riportano il verbo della consegna all’imperfetto per poi
passare al presente indicativo, oppure ignorano del tutto la consegna
e impostano al passato il riferimento temporale dell’intero testo per
mezzo di vari artifici retorici. Abbiamo già sottolineato come questa
tendenza generale non possa essere interpretata semplicemente
come conseguenza della mancanza di familiarità con l’imperfetto
italiano da parte degli apprendenti. A riprova di ciò, si può rilevare
come in molti dei testi in esame l’imperfetto non sia del tutto assente,
ma riemerga sporadicamente in alcuni contesti. Esemplificativo in
questo senso è il brano che proponiamo per esteso qui di seguito (si
noti il verbo all’imperfetto nella conclusione, da noi evidenziato in
corsivo):
2) Un giorno dei giorni, due uomini passeggiano sul marciapiede e
indossano vestiti strani: il primo cammina con una bicicletta
comune e al suo fianco un cane e porta con sé molte cose.
Quanto al secondo lui è un uomo dalla corporatura gigantesca
cammina e al suo fianco un cane gigantesco come lui e indossa
vestiti strani e nello stesso momento porta con lui un sacchetto
piccolo con una palla l'altra mano un altro sacchetto e uno zaino
sulle sue spalle con tutta questa vista c'è una donna che
controlla dal balcone della sua casa ciò che accade e
all'improvviso, i due uomini si sono scontrati e tutte le loro cose
si sono sparpagliate ed è scoppiato un litigio tra di loro. E a
causa di questo scontro è scoppiato il caos sul marciapiede e i
due uomini hanno continuato a litigare ed è stato chiaro che
l'uomo forte di corporatura ha sconfitto l'altro uomo. E con tutto
questo caos c'è chi ha approfittato dell'occasione ed è la donna
che guardava dal balcone della finestra e ha preso alcune cose
e nell'altro angolo c'è un gatto che ha preso anche alcune cose23
Si consideri anche il seguente stralcio, dove il verbo della frase
principale è correttamente posto all’imperfetto, ma quello della

22 In alcuni casi, al presente indicativo si alterna l’infinito. Senza dubbio, questi


testi sono produzioni di studenti con un livello di interlingua meno avanzato della
maggioranza. Tuttavia, è interessante notare come anche in questi testi il
momento dello scontro sia sempre espresso mediante una forma perfettiva (il
passato prossimo). Anche in questo caso, cioè, la difficoltà dello studente
sembrerebbe non tanto quella di cogliere la distinzione, in L2, tra forme
perfettive e non-perfettive, ma piuttosto quella di padroneggiare l’uso delle varie
forme potenzialmente in grado di codificare gli aspetti imperfetto/imperfettivo.
23 Anche in questo testo le influenze della L1 sono evidenti: oltre a quelle già
evidenziate nella nota 17, si noti la sovrabbondanza di elementi coordinanti, in
alternativa – o affiancati – all’uso della punteggiatura.
subordinata relativa si trova invece al presente24:
3) […] Portava con la sua mano destra un sacchetto di acquisti dal
mercato e con con la sua altra mano il suo cane che passa al
suo fianco
È interessante notare come questa struttura rispecchi integralmente
quella utilizzata dallo stesso apprendente nella versione in arabo
dell’esercizio25:
4) kāna yaḥmilu bi-yadi-hi l-yumnā kīsun mina
portava nella mano sua la destra una busta di
l-muštariyyāti mina l-sūqi wa-bi-yadi-hi l-
ʔuḫrā
gli acquisti da il mercato e nella mano sua la sinistra
kalbi-hi ʔallaḏī yasīru bi-ǧānibi-hi
il cane suo che cammina al fianco suo

Qui la forma verbale selezionata per la principale è la coniugazione a


prefissi preceduta dalla marca esistenziale-temporale kāna, che
sposta l’azione nel passato mantenendo l’aspetto imperfettivo
implicito nella morfologia del verbo (‫[ كممان يحممممل‬kāna yaḥmilu],
‘portava’; una traduzione letterale più vicina all’originale potrebbe
forse essere ‘era porta’). Il secondo verbo (‫[ يسير‬yasīru], ‘cammina’),
d’altra parte, si trova anche esso nella forma della coniugazione a
prefissi, ma non preceduto da alcuna marca temporale esplicita,
giacché il primo kāna è sufficiente a collocare l’intera costruzione al
passato. Di conseguenza, la struttura della frase araba, come
esemplificata nella tabella sottostante:
A1 A2 B
marca temporale + verbo imperfettivo + verbo imperfettivo
passata principale subordinato
kāna yaḥmilu yasīru

Tabella 1: Struttura della frase araba

è quasi specularmente riprodotta in italiano dalla sequenza:


A B

24 Esempi di verbi al presente all’interno di subordinate relative sono presenti in


diversi testi. Si considerino il seguente stralcio: “nello stesso tempo c'era un altro
uomo, che porta sue sveglie”, e l’esempio (7) più sotto, con relativa nota. Sul
rapporto tra subordinazione e uso delle forme verbali si veda anche il paragrafo
4.3.
25 Per praticità abbiamo scelto in questa sede una glossa semplificata del testo
priva di segmentazione morfologica (solo gli elementi clitici sono segnalati
separatamente nella trascrizione dall’arabo). Ci interessa qui portare l’attenzione
del lettore sull’ordine dei costituenti e sui rapporti sintattici tra essi esistenti.
L’originale arabo della frase è: ‫كان يحمل بيده اليمنى كيس من المشتريات من السوق‬
‫وبيده الرخرة كلبه ألذي يسير بجانبه‬. L’enfasi sulle forme verbali (in grassetto nel testo)
è nostra.
verbo principale + verbo subordinato
all’imperfetto indicativo al presente indicativo
portava passa

Tabella 2: Struttura della frase italiana

se si considera che, di fatto, non vi è alcuna differenza tra i valori


tempo-aspettuali espressi dalla casella A nella seconda tabella
(italiano) e dalla combinazione delle caselle A1 e A2 nella prima
(arabo). Di conseguenza, per lo meno dal punto di vista
dell’apprendente, l’equivalenza instaurata tra l’elemento B della
prima tabella e l’elemento B della seconda è del tutto lecita e
funzionale. Quanto sopra dimostra anche, incidentalmente, che
l’autore del testo ha ben compreso quelli che sono in italiano i valori
associati all’imperfetto indicativo. L’ “errore” nella selezione della
forma verbale della subordinata, in altre parole, costituirebbe in realtà
la prova di un’acquisizione non superficiale degli usi e significati
dell’imperfetto (dal momento che lo studente sembra padroneggiarlo
con disinvoltura sufficiente a “ricostruire” in L2 una struttura propria
della sua lingua madre, sfruttando i valori tempo-aspettuali impliciti
nella morfologia verbale). È infine da notare come, in questo caso, la
selezione del presente indicativo sembrerebbe doversi ascrivere alla
natura subordinata del contesto26 e non alla natura narrativa del testo
(ovverosia un caso di embedding nella terminologia adoperata da
Brustad, 2000; si veda di nuovo il paragrafo 2).
Come il precedente, anche il brano che proponiamo di seguito
dimostra una padronanza non superficiale, da parte dell’autore, delle
forme verbali proprie dell’italiano, dei valori intrinsechi a esse
associate e delle loro possibilità combinatorie. In questo testo
l’imperfetto non compare mai: il riferimento temporale passato è
dato, in apertura, dalla locuzione “una volta”, seguita una serie di
verbi al presente indicativo (alcuni utilizzati all’interno di una perifrasi
progressiva) e poi al passato prossimo una volta raggiunto il momento
dello scontro. Ciò che è interessante notare è l’associazione
sistematica di determinati valori aspettuali con specifiche forme
verbali dell’italiano: più precisamente, tutti i verbi stativi (esserci,
avere) sono al presente, mentre quelli dinamici (camminare,
26 Si veda anche il seguente esempio, estrapolato da un altro testo: “portava un
pallone e altri prodotti e porta degli occhiali”. In questo caso il contesto del verbo
al presente non è uno di subordinazione ma di semplice coordinazione. Qui la
discrepanza tra le due forme potrebbe essere causata o da un’incertezza nella
selezione del presente, contrapposto all’imperfetto, oppure dal fatto che l’autore
non percepisce come necessaria la ripetizione del riferimento temporale nel
secondo verbo dal momento che il primo è sufficiente a collocare nel passato
l’intera costruzione. Nel secondo caso, avremmo un altro esempio di imposizione
del primato aspettuale della L2 sulle strutture proprie dell’italiano. Nel primo,
invece, si dimostrerebbe ancora una volta la difficoltà di cogliere la distinzione
tra due forme non-perfettive assente in L1.
osservare, volare, litigare) sono espressi da una perifrasi progressiva.
I verbi telici (fare uno scontro, succedere un litigio, prendere,
approfittare di), infine, sono tutti espressi al passato prossimo:
5) Una volta, c'è un uomo che ha una bicycletta e che sta
camminando alla strada insieme al suo cane. Sulla sua
bicycletta ci sono tante cose: delle bottiglie, palloni ecc. A
fronte di lui, c'è una donna che sta osservando dalla sua
finestra […]. Improvvisamente, gli due uomini hanno fatto uno
scontro. Tutto le cose stanno volando: i panni, le bottiglie, le
mele che sono a terra, i due cani, uno su l'altro. Infine, è
<corr>caduto</corr> successo un litigo fra questi uomini.
Mentre gli due uomini stanno litigando, la donna che sta
osservando la scena, ha preso il pallone e il gatto dall' altra
parte ha preso i calzoni, tutti i due hanno approfitato di questo
<corr>litigio</corr> litigo.
Sembrerebbe qui evidente il tentativo di trasporre il primato della
considerazione aspettuale (propria dell’arabo) in italiano,
“imponendo” in qualche modo categorie concettuali tipiche della L1
sulle forme della L2. In particolare, la contemporaneità al momento
dell’enunciazione non sembra più essere una delle caratteristiche
collegate all’indicativo presente, del quale si mettono invece in rilievo
i valori aspettuali imperfetto/imperfettivo.
Anche il brano seguente presenta alternanza tra diverse forme
verbali, in questo caso presente e imperfetto indicativi. Detta
alternanza potrebbe apparire, ad un primo esame, del tutto
asistematica: tuttavia, l’analisi dei possibili equivalenti arabi parrebbe
in realtà suggerire una regolarità sottesa, frutto di un fenomeno di
interferenza per cui date strutture della L1 vengono associate, in L2, a
una o all’altra forma verbale:
6) L'altro giorno due Uomini camminavano sul marciapiede, primo
Uomo che viene della sinistra si chiama Matteo ed il secondo si
chiama Massimo. Matteo mi sembravo gentile ed educato,
portava occhiali di sole, capello, camicia: modo
<lng_inglese>sport</lng_inglese> caminava con il suo piccollo
cane e guidava la sua bicicletta. Al contrario di Matteo, Massimo
è gigante, alto, portava giaca, sciarpa. Inoltre caminava con un
grande cane.
In questo brano parrebbe che l’indicativo presente emerga in tutte le
circostanze in cui in arabo si avrebbe una forma averbale 27 (si tratti di
una frase copulare averbale o di un participio attivo: in arabo tunisino
si avrebbe probabilmente un participio, žāy, lett. ‘venente’, dove nel
testo italiano osserviamo l’uso del presente viene; al contrario, in
arabo tanto dialettale che standard, si avrebbero sicuramente delle

27 Da noi evidenziate in corsivo nel testo.


frasi copulari averbali per esprimere i concetti di “chiamarsi” ed
“essere gigante”). È importante sottolineare come entrambe le
costruzioni siano, in arabo, prive di una caratterizzazione temporale
propria: è solo il contesto, in altri termini, che può determinare la
collocazione nel tempo di una data forma participiale o averbale 28 (in
particolare, per quel che riguarda il participio, si rivedano le
considerazioni di Eades & Persson, 2013, citati nel paragrafo 2).
Questo testo, dunque, sembrerebbe di nuovo testimoniare la volontà
di riprodurre (almeno parzialmente) il sistema verbale della L1 nella
lingua d’arrivo, reinterpretando la morfologia verbale di quest’ultima
secondo criteri propri della lingua madre. È interessante notare come
l’uso del presente per rendere in italiano strutture che in arabo non
prevedono la presenza di un elemento verbale esplicito sembri essere
una tendenza comune a più studenti, anche di diversa origine. Si
consideri il brano seguente, opera di un discente egiziano
(contrapposto al precedente, il cui autore era invece un informatore
tunisino):
7) C'era una volta un'uomo camminava con la sua bicicletta e
caricava bottiglie, un busta di plastica con il suo cane. Un'altro
uomo è molto pesuto che caricava un cane è molto grande e
bala canestro improvisamente tutt'è due hanno incontrato e le
loro cose sono caduto alla terra. e hanno litigato alla fine.
Anche in questo caso si vede riproposta l’ormai nota sequenza
imperfetto iniziale e passato prossimo dal momento dello scontro:
nelle due relative, tuttavia, il verbo essere è reso al presente29.
Come abbiamo detto, sebbene la tendenza più comune sia quella di
alternare imperfetto e indicativo presente, in un ristretto numero di
testi si osserva anche il mantenimento sistematico dell’imperfetto fino
al momento dello scontro, in maniera più simile all’uso spontaneo che
un madrelingua farebbe della morfologia verbale. Nel testo che
segue, in particolare, il verbo camminare all’imperfetto compare per
tre volte in successione. Il fatto che si tratti sempre dello stesso verbo
potrebbe portare a sospettare che, in questo caso, l’influenza della
consegna abbia pesato nelle scelte lessicali e morfologiche
dell’apprendente. Si noti, tuttavia, come anche in questo caso la
distinzione aspettuale tra imperfetto e passato prossimo sia
mantenuta, e come insieme agli imperfetti compaia anche un
gerundio, correttamente utilizzato per fornire un’informazione

28 Tra gli elementi che possono spostare detta referenza temporale è incluso,
ovviamente, il già discusso verbo kāna.
29 Qui sembra pesare l’influsso di un’altra peculiarità sintattica dell’arabo,
ovverosia che quando il referente della frase relativa è indefinito, il pronome
relativo non è espresso. Le frasi in questione andrebbero quindi probabilmente
reinterpretate come “un altro uomo [che] è (era) molto pesante” e “un cane
[che] è (era) molto grande”.
contestuale:
8) L'altro giorno, due uomini camminavano sul marciapiede uno di
questi due camminava con una bicicletta con alcune spese e un
piccolo cane. Mentre l'altro camminava, indossando vestiti
pesanti, con spese e un grande cane. Nel punto di incontro della
marciapiede, si sono vestiti. In quel momento tutte le spese
degli due uomini sono cadute sulla terra e questo ha reso gli
uomini sentire fastidio e hanno cominciato a litigare

4.3. Testi “eccezionali”


Per concludere la nostra panoramica sugli elaborati degli studenti,
presenteremo adesso, come anticipato, alcuni esempi di testi in cui
l’uso delle forme verbali sembrerebbe discostarsi da quello osservato
sino a questo momento. Anche in questo caso, tuttavia, un’analisi
approfondita del testo sembrerebbe confermare le ipotesi fino a qui
formulate. Nel primo brano, l’autore sceglie di aprire la narrazione
direttamente con la scena dello scontro. Questa è, coerentemente,
descritta mediante l’uso del passato prossimo, nonostante sia il verbo
stativo precedente che quello successivo siano al presente indicativo
(di nuovo, in corrispondenza di quelle che in arabo sarebbero
costruzioni averbali). Segue un’occorrenza del verbo venire,
anch’esso al passato prossimo (e l’uso di una forma perfettiva è, in
questo caso, reso coerente dalla presenza del complemento indiretto:
in altre parole, il passato prossimo marcherebbe qui una condizione
ormai conclusa, ossia il fatto che l’uomo non si trovi più al
supermercato). I verbi stativi che seguono, e che contribuiscono alla
descrizione della scena e dei personaggi, sono prevedibilmente
espressi al presente. L’elemento inusuale di questo testo è, invece, la
ripetizione della descrizione dello scontro, questa volta interamente al
presente indicativo:
9) ci sono due persone che si sono incontrati in due strade diverse
il primo uomo è basso, magro, lui è venuto dal supermercato lui
sembra come un office boy o un ragazzo di delivery, l'altro
uomo è un ragazzo molto alto e robusto e sembra come un
individuo bullo, loro si urtano e tutte le loro cosa cadono sulla
terra
Diverse spiegazioni sono ovviamente possibili per questo fenomeno,
dal priming (per cui una serie di forme consecutive di uno stesso tipo
causano la sovraestensione di quel tipo anche a forme successive,
dove uno diverso sarebbe invece previsto) al fatto che l’autore passi,
nel corso di questo testo, da uno stile narrativo (all’inizio) a uno
descrittivo (in conclusione), per cui invece di raccontare gli eventi si
limita a descrivere le vignette che ha di fronte. Ci pare però che
nessuna di queste spiegazioni tenga in considerazione l’elemento
distintivo di questo testo, ossia che la descrizione dello scontro è qui
ripetuta. Ci sembra significativo che solo nella seconda occorrenza
della descrizione lo scontro sia reso con un verbo imperfettivo, mentre
la prima è, coerentemente, espressa da un passato prossimo.
Potrebbe darsi il caso, dunque, che si riproponga qui il già discusso
fenomeno della tense neutralization, ossia che, una volta stabilito
l’ancoraggio temporale di un dato evento, questo non necessiti più di
essere ribadito. Nel caso specifico, le modalità sono tuttavia differenti
da quelle viste sino ad ora: se in precedenza abbiamo visto come un
singolo elemento (morfologico o lessicale) sia sufficiente a collocare
tutta la narrazione nel passato, qui ad essere in esame non è l’intera
narrazione ma la ripetizione in altra forma di un evento già descritto,
e il cui riferimento temporale è già stato specificato. Un’altra possibile
spiegazione (non necessariamente alternativa alla precedente, ma
anzi forse complementare) risiede in considerazioni legate alla
struttura dell’informazione, in particolare alle categorie di dato e
nuovo e a quelle di backgrounding e foregrounding. Queste ultime
sono state identificate da Hopper (1979, 123, citato in Brustad 2000,
187-8) come universali del discorso narrativo, e definite
rispettivamente “supportive material which does not itself narrate the
main events” e “parts of the narrative which relate events belonging
to the skeletal structure of the discourse”. Brustad (2000) ha
dimostrato come in arabo sia sistematicamente la coniugazione a
prefissi quella usata per descrivere (fornire, cioè, il materiale di
background), mentre la coniugazione a suffissi viene usata per
portare avanti la narrazione. Potrebbe quindi non essere un caso che
nel testo italiano una forma che codifica l’aspetto imperfetto (proprio
come la coniguazione a prefissi araba) sia percepita dallo studente
come adatta ad essere utilizzata nella descrizione ripetuta di un
evento già menzionato - dal momento che detta descrizione non
aggiunge, in effetti, alcuna nuova informazione, non contribuendo al
progredire della narrazione.
Interessante è poi il seguente stralcio, dove presente, imperfetto e
passato prossimo sembrano alternarsi in maniera irregolare 30:
10) lui stava pensando e no ha osservato che c'è un altro
uomo stava camminando sul marcipiede, ma l'altro uomo non
ha saputo questo percio' era molto arrabiato di questo
comportamento e voleva che l'altro uomo raccoglie tutti i suoi
cosi e ritornano alle loro posto.
Colpiscono, in questo caso, l’uso del passato prossimo (ha saputo) là
dove ci si aspetterebbe un ulteriore imperfetto, e i due presenti
conclusivi (raccoglie e ritornano). Nell’ultimo caso, l’italiano
prevedrebbe il congiuntivo imperfetto, forma che l’autore del testo
probabilmente non padroneggia ancora. Tuttavia, è interessante

30 Si noti qui, incidentalmente, l’ennesimo caso di una relativa con referente


indefinito non introdotta dal pronome opportuno.
notare come lo studente avverta comunque il bisogno di una marca
morfologica che segnali la natura subordinata dei due predicati (in
aggiunta al che subordinante, il cui equivalente in arabo parlato, inn-,
è un elemento ridondante e spesso omesso). Abbiamo già avuto
modo di sottolineare come, in arabo parlato, la coniugazione a prefissi
sia la forma verbale selezionata per i contesti subordinati, a
prescindere dalla natura del verbo principale31. In questo caso,
dunque, il passaggio da una forma verbale all’altra potrebbe
dipendere da a) esigenze proprie della L2 (dato che l’italiano richiede
in effetti un cambiamento di forma in questo contesto, spiegazione
resa però problematica dal fatto che detta forma, così come la regola
che la governa, non fa probabilmente ancora parte delle conoscenze
metalinguistiche dello studente) oppure b) influenza della L1, dove
una forma verbale che esprime principalmente aspetto
perfetto/perfettivo (ma che è anche, nella stragrande maggioranza
dei casi, associata al tempo passato) non può, salvo rarissime
eccezioni, comparire in ambiente subordinato. In altre parole, una
forma verbale che in italiano esprime riferimento temporale passato
(al di là di ogni considerazione di natura aspettuale), potrebbe essere
percepita dall’apprendente come inadatta ad essere utilizzata nel
contesto di una subordinata. Se così non fosse, infatti, ci si potrebbe
ragionevolmente aspettare l’uso di altri due imperfetti per i verbi
raccogliere e ritornare che compaiono nel brano (uso che, per altro,
non si discosterebbe poi molto da quello che si riscontra
comunemente anche nei registri non sorvegliati dell’italiano
parlato)32.
31 Si veda Wilmsen (2015) per le rarissime occorrenze di un verbo nella
coniugazione a suffissi subordinato a un altro del medesimo tipo. Per quello che
riguarda l’uso della coniugazione a prefissi (in arabo) o del presente (in italiano)
all’interno delle subordinate relative, si vedano le note 23 e 28 nel paragrafo 4.2.
32 Per completezza, precisiamo qui che nell’ipotetico equivalente arabo del
passaggio in esame anche il verbo della principale (volere) sarebbe utilizzato
nella coniugazione a prefissi. Questo perché l’intero brano sarebbe con ogni
probabilità collocato nel passato da un kāna iniziale. Come si è visto, l’ausiliare
kāna seguito da un verbo nella coniugazione a prefissi dà una lettura di
imperfettivo nel passato (in maniera analoga all’imperfetto indicativo italiano). A
differenza di quanto avviene per i tempi composti in italiano, tuttavia, l’ausiliare
kāna non necessita di essere espresso esplicitamente in corrispondenza di
ciascun verbo: è sufficiente che il primo verbo sia marcato perché la referenza
temporale di tutti i verbi successivi sia automaticamente ancorata al passato. Di
conseguenza, tornando al nostro esempio, se è vero che il verbo principale
volere nella frase araba si troverebbe nella coniugazione a prefissi, esso avrebbe
comunque referenza temporale passata, potendosi a tutti gli effetti considerare
subordinato a sua volta da un kāna implicito. In altre parole, ci si ritroverebbe con
una struttura formata da un kāna iniziale, seguito da un verbo nella coniugazione
a prefissi ad esso implicitamente subordinato (e quindi con referenza temporale
passata), seguito da un verbo nella coniugazione a prefissi subordinato a
quest’ultimo. Questa struttura è sostanzialmente affine a quella vista più sopra
nel caso dell’esempio (3), da cui si discosta solo per il fatto che in quel caso la
Tornando invece all’uso del passato prossimo in (9), sembrerebbe in
questo caso essere l’influenza di una distinzione propria della L1, ma
assente in italiano, a motivare lo slittamento di forma. In arabo
egiziano, nel contesto corrispondente a “non ha saputo”, si avrebbe
quasi certamente un participio attivo (miš ʕārif, lett. ‘non sapente’).
Come già visto, il participio arabo è una forma nominale priva di alcun
riferimento tempo-aspettuale proprio (che viene desunto, invece, dal
contesto). Il fatto che l’arabo parlato richieda, in questo contesto, una
forma nominale (usata peraltro con particolare frequenza per
esprimere quelli che in italiano sarebbero verbi stativi), potrebbe
spiegare il repentino passaggio di forma nel testo dello studente, e
l’insolita associazione del passato prossimo ad un verbo stativo e
atelico (categoria che, abbiamo visto, è nella maggior parte dei nostri
testi associata al presente indicativo). Una spiegazione alternativa
potrebbe risiedere nel fatto che l’aspetto imperfettivo con riferimento
temporale passato è in arabo spesso associato ad una forma
composta (la già vista sequenza kāna + coniugazione a prefissi). Il
fatto che in italiano presente e imperfetto non siano tempi composti,
a differenza del passato prossimo, potrebbe indurre confusione
nell’apprendente. A supporto di questa ipotesi va riportato come,
all’interno dei testi, si incontrano occasionalmente forme composte
“aberranti” quali “ha prende”, “è stato anche lui cammina” e “sono
camminavano”: proprio come accade nella corrispondente
costruzione araba, anche qui entrambi i verbi sono coniugati (nel
secondo esempio, in particolare, sembra ricostruita con precisione la
struttura dell’ “imperfetto analitico” arabo, con ausiliare perfettivo
seguito da verbo imperfettivo; il terzo esempio potrebbe
rappresentare uno stadio più avanzato di interlingua, dove
l’apprendente correttamente associa l’imperfetto al passato
imperfettivo, ma sente comunque la necessità di riproporre la forma
composita che si avrebbe in analogo contesto nella sua L1). Queste
forme, apparentemente frutto di interferenza linguistica,
sostanzierebbero l’ipotesi che il passato prossimo, in virtù della
propria natura morfosintattica composita, possa essere
occasionalmente associato a valori tempo-aspettuali che non gli sono
propri, come è forse il caso dell’esempio (10) analizzato sopra.
5. Conclusioni
Per riassumere quanto visto nei paragrafi precedenti, sembrerebbe

subordinata era una relativa. Da ultimo, è necessario sottolineare che l’uso della
definizione ‘ausiliare’ per il verbo kāna, da noi qui adottata per praticità, è
quantomeno problematica. Il fatto che in arabo sia effettivamente possibile
identificare una categoria di verbi ausiliari è un tema che ha generato accese
discussioni tra gli studiosi, e in merito al quale esiste una vasta letteratura. Ci
limitiamo, in questa sede, a rimandare (oltre al già citato Brustad, 2000)
all’eccellente lavoro di Eisele (1992) relativo al dialetto Cairota, che può essere
considerato una buona sintesi del problema per una varietà specifica di arabo.
che gli apprendenti arabofoni, nel confrontarsi con l’apprendimento di
presente, imperfetto e passato prossimo indicativi, abbiano
soprattutto difficoltà ad associare gli opportuni valori semantici alle
forme verbali che codificano gli aspetti imperfetto e imperfettivo. Ciò
sembrerebbe essere diretta conseguenza del fatto che, in arabo,
esiste una sola forma morfologica a cui detti aspetti sono
intrinsecamente collegati (in altre parole, l’arabo non conosce una
distinzione paragonabile a quella riscontrabile in italiano tra presente
e imperfetto indicativi). In particolare, in arabo non vi è nessuna
forma verbale non composta che esprima, come proprio valore
prototipico, simultaneamente riferimento temporale passato e aspetto
imperfettivo (caratteristiche proprie dell’imperfetto italiano). A questa
tendenza generale si aggiungono, poi, una serie di considerazioni
corollarie, che contribuiscono a complicare l’analisi dei fattori che
regolano la scelta delle forme verbali in L2 da parte degli apprendenti.
Queste sono:
a) il fatto che in arabo sia altamente infrequente l’uso, in contesto
subordinato, di una forma verbale che esprime aspetto
perfetto/perfettivo (la coniugazione a suffissi)
b) il fatto che in arabo la forma che esprime detti aspetti sia
collegata, nella quasi totalità dei contesti, anche all’espressione
del passato: se, di conseguenza, lo studente arabofono tende
ad associare queste due categorie concettuali, una forma come
l’imperfetto indicativo (che codifica, simultaneamente,
anteriorità e incompiutezza) si dimostrerà con ogni probabilità
problematica nelle fasi dell’apprendimento
c) in conseguenza dei punti (a) e (b), se vale l’equazione per cui la
coniugazione a suffissi è associata all’idea di passato, e la
coniugazione a suffissi non compare di norma in ambiente
subordinato, ci potrebbe essere una reticenza, da parte
dell’apprendente, ad utilizzare in italiano forme verbali che
codificano il passato in contesto subordinato
d) il fatto che in arabo le forme composite del tipo “kāna +
coniugazione a prefissi” siano associate al passato imperfettivo.
Dal momento che la prima forma composita con cui lo studente
di italiano entra in contatto è verosimilmente il passato
prossimo (associato, tipicamente, all’aspetto perfettivo), questo
potrebbe portare a usi insoliti di tale forma; inoltre, dal
momento che nei tempi composti arabi entrambi i costituenti
sono coniugati per numero, genere e persona, questo potrebbe
causare l’emergere di forme composite “devianti” in L2
e) il fatto che in arabo, in contesto narrativo, la forma che codifica
passato e compiutezza sia di norma quella deputata a fornire
informazioni di foreground (ossia a portare avanti la
narrazione). Questo può a sua volta generare fenomeni di
interferenza
In aggiunta a questi fattori, il frequente uso di predicati averbali in
arabo (participi attivi e frasi copulari) sembra rispecchiarsi
frequentemente in usi insoliti della sintassi verbale in italiano (in
particolare, nell’uso dell’indicativo presente dove altre forme
sarebbero attese).
Ci pare che l’insieme di questi fattori, considerati nella loro totalità e
nelle loro possibili interazioni, riesca a rendere conto della maggior
parte dei fenomeni osservati nei nostri testi relativamente all’uso del
sistema verbale italiano da parte degli studenti arabofoni. Non
intendiamo sostenere, come già specificato, che quelli descritti in
questo studio siano gli unici fattori in grado di determinare l’uso di
tale sistema: tuttavia, ci pare che ricoprano un ruolo importante
nell’influenzarlo. Naturalmente il nostro non è che uno studio
preliminare, che andrebbe approfondito valutando, da un lato,
ulteriori fattori in grado di influire sull’apprendimento del sistema
verbale della L2 (e la loro interazione con quelli da noi descritti), e,
dall’altro, l’uso dei verbi nel parlato e nello scritto di apprendenti con
un livello di interlingua più avanzato, che abbiano già appreso l’intero
paradigma verbale dell’italiano: sarebbe interessante, a questo
proposito, indagare se e come i fenomeni di cui sopra influiscono
sull’uso di altre forme (come ad esempio il congiuntivo, il
condizionale, e le restanti forme dell’indicativo), o se oppure nelle fasi
più avanzate dell’apprendimento queste interferenze si facciano
meno marcate.

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