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Regina di fiori e di perle

Nel romanzo in analisi in questo capitolo, Regina di fiori e di perle, Gabriella Ghermandi riscrive la storia
coloniale italiana in Etiopia attraverso le memorie degli ex colonizzati e delle ex colonizzate 210. A discapito
delle retorica ufficiale eritrea, etiope ed italiana che gioca a costruire una netta divisione e un netto
antagonismo tra i due popoli, Ghermandi lavora per dare voce a memorie e narrazioni “scomode” che
inficiano le retoriche nazionaliste. Nel suo romanzo, ad esempio, Ghermandi rappresenta un momento di
unione significativo tra eritrei ed etiopi: ovvero la comune lotta di liberazione, nelle stesse frange della
resistenza, contro l'occupante italiano. La memoria culturale è organizzata e prodotta attraverso la
storiografia ufficiale, attraverso i canoni della rappresentazione letteraria e delle arti visive, attraverso i
monumenti e i musei; queste istituzioni organizzano il ricordo del passato mediante atti di selezione in cui
dimenticanza e oblio si producono vicendevolmente. La memoria culturale è dunque il prodotto di
esperienze personali e collettive articolate attraverso canali di formazione e informazione che la modellano
e la trasmettono. La letteratura è una componente della memoria culturale.

Regina di fiori e di perle è caratterizzato dalla ricostruzione degli ultimi settant'anni di storia dell’Etiopia
attraverso il recupero delle memorie etiopi del colonialismo italiano. Il romanzo è incentrato
principalmente sulla storia di Mahlet: una giovane etiope a cui sin da bambina viene profetizzato dagli
anziani della sua famiglia il futuro di cantora del suo popolo in Italia. Regina di fiori e di perle, ambientato in
Etiopia e in minima parte anche in Italia è principalmente la storia di questa predestinazione. Nella scena
iniziale del romanzo il vecchio saggio di casa Abba Yacob fa infatti promettere a Mahlet che un giorno,
divenuta adulta, metterà per iscritto tutte le storie del suo popolo e della passata colonizzazione italiana
che le verranno donate. Sin da bambina Mahlet è infatti affascinata dal mondo degli adulti e dalle loro
storie: racconti e vicende della guerra di liberazione e della resistenza etiope sia contro il dominio italiano
che contro la dittatura militare di Mengistu. Crescendo Mahlet dimentica però queste storie e la promessa
fatta al vecchio Yacob. Diventata adulta decide di recarsi in Italia per studiare Economia presso l'Università
di Bologna. Durante il soggiorno di Mahlet nell'ex madrepatria Abba Yacob, il vecchio saggio, muore e lei
decide di tornare in Etiopia per rendergli omaggio. Al momento del suo ritorno Mahlet ricomincia ad
ascoltare storie sul passato coloniale grazie a vari personaggi che incontra nelle sue giornate di preghiera
per il vecchio Yacob e, recuperato il ricordo della sua promessa, è pronta per diventare la cantora del suo
popolo. Il romanzo si conclude, seguendo un movimento circolare, con Mahlet in procinto di scrivere
mentre ricorda un avvenimento narrato nella scena iniziale del romanzo: l'incitamento da parte dei saggi a
diventi cantora. Regina di fiori e di perle è dunque un lungo tragitto volto al recupero della memoria
attraverso le narrazioni orali. Nel romanzo compaiono vari personaggi che fungono da collettori di memorie
e di storie. Tutti questi personaggi vengono incontrati in momenti storici diversi e narrano di momenti
storici diversi rompendo così la nozione di linearità temporale. I primi personaggi che nel romanzo hanno il
ruolo di tenere viva la memoria del colonialismo italiano sono i tre anziani di casa:

 la figura del saggio Abba Yacob, narratore e consigliere della famiglia di Mahlet. Nella famiglia di
Mahlet, infatti, Abba Yacob è il custode delle vicende della resistenza etiope durante il passato
coloniale italiano in Etiopia ed è un saggio consigliere: la sua famiglia si rivolge a lui per tutte le
scelte importanti che riguardano, ad esempio, il futuro di Mahlet. Simbolo per il processo di
memoria è il baule in cui sono contenuti vecchi vestiti e un foglio di sottomissione: questo
documento attesta la “scelta” di Yacob di divenire suddito coloniale e lasciare definitivamente i
monti e la resistenza per tornare a vivere in città nel momento in cui le leggi razziali hanno un
effetto diretto e devastante sulla sua famiglia. Importanza del quaderno su cui Yacob ha appuntato
nomi di luoghi, date, vicende per stendere la sue memorie e facilitare il lavoro di scrittura di
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Mahlet. Con l'arrivo dell'adolescenza Mahlet smette di interessarsi al mondo degli adulti e nello
stesso momento inizia il processo di oblio che le fa dimenticare la promessa fatta al vecchio Yacob.
Per ovviare a ciò è proprio quest'ultimo a spingere Mahlet verso antidoti all'oblio: le consiglia di
andare a lavorare nel negozio di parrucchiere del cugino Legesse che è il luogo in cui i contadini
legati alle varie anime della resistenza contro il regime di Mengistu si incontrano per scambiarsi
informazioni, analisi politiche, per aggiornarsi sullo stato della lotta di liberazione contro la
dittatura, inventare e narrare storie legate a questi eventi. Caduta la dittatura di Mengistu nel 1991,
il flusso di migrazione verso l'Occidente cresce e anche Mahlet, negli anni 2000, parte con una
borsa di studio per recarsi a studiare in Italia: un anno a Perugia per imparare l'italiano e in seguito
a Bologna per studiare nella facoltà di Economia e Commercio. Gli anni della sua permanenza in
Italia coincidono con la morte di tutti e tre gli anziani saggi di casa, di cui la più dolorosa è quella del
vecchio Yacob. Il viaggio in Occidente segna, dunque, per Mahlet il momento del distacco
necessario per poter leggere le storie udite sin da bambina non più solo come storie famigliari ma
come storie del suo popolo intero e, in un certo senso, dell’Africa tutta. Dopo la morte dei tre
anziani di casa Mahlet decide di tornare in Etiopia per un breve periodo. Al suo arrivo la sua
famiglia le comunica che Abba Yacob ha chiesto, prima di morire, che al suo ritorno Mahlet
pregasse per lui. Per sei giorni Mahlet si reca nel monastero di Giorgis, luogo in cui, grazie ad un
susseguirsi di incontri con persone che le raccontano vicende fondamentali del passato coloniale,
riesce a ricordare finalmente la sua promessa. Tra queste persone incontrate vi sono: un eremita,
un vescovo, un cantore azmari, un ex conduttore di trasmissioni televisive per bambini, una signora
accompagnata da una tartaruga. La scelta di una chiesa come luogo privilegiato per il recupero
delle memorie ha un forte valore simbolico. La figura principale in questi momenti del romanzo è
proprio un religioso: il vecchio eremita Abba Chereka, a cui Abba Yacob ha chiesto, prima di morire,
di occuparsi delle preghiere di Mahlet dopo la sua morte. Abba Chereka ha la funzione di stimolare
il ricordo della promessa fatta da Mahlet al vecchio Yacob. Per sei giorni Mahlet si reca al
monastero donando ogni giorno 10 birr ad Abba Chereka affinché preghi per lei; questi soldi alla
fine le vengono restituiti per comprare dei quaderni sui quali mettere per iscritto le contro-
memorie raccontatele del suo popolo.

 Il primo personaggio che negli incontri di Giorgis ha il compito di rendere viva la memoria etiope
del passato coloniale è un vecchio vescovo che si sofferma molto sulla mescolanza razziale tra
colonizzati e colonizzatori che creava elementi eterogenei. Il vescovo distingue infatti i capi, i
capetti e i sottocapetti fascisti che «si sentivano superiori» da «quelli di loro che sono rimasti» e con
cui si è vissuto in pace creando famiglie miste e infrangendo il tabù della mescolanza razziale.

 Il secondo personaggio che funge da cantastorie a Giorgis è Abba Igirsà Salò: un vecchio narratore
che il sabato mattina raccontava storie per bambini alla tv etiope. Egli parla della sua famiglia
distrutta e uccisa brutalmente dai colonizzatori e il loro uso di nubi avvelenate (gas iprite) di cui
l’italia però smentiva l uso. Abbà Igirsà Salò afferma che gli eventi dolorosi che videro lo sterminio
della sua famiglia e di un numero sempre crescente di etiopi ebbero un effetto deleterio sulla sua
mente e sul suo corpo. Dopo tale trauma afferma che si ammalò gravemente « immerso in un
sonno prossimo alla morte » mentre la sua memoria e le immagini di quei duri momenti iniziarono
a sbiadire fino a diventare « buio totale ». Dopo una lunga degenza in ospedale Igirsà Salò si rimette
e viene assunto come aiuto infermiere.

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La dinamica razziale è molto eloquente in queste pagine del romanzo caratterizzate da un ricca
evocazione del colore nero e bianco. Nel raccontare l'invasione dell'Etiopia a Mahlet, Igirsà Salò
utilizza l'espressione «l'arrivo [di] un mare di bianchi vestiti di nero ». Il colore nero in queste
pagine è usato in maniera ambivalente in riferimento sia alla pelle dei colonizzati sia al colore delle
camicie dell'esercito fascista. Nella percezione sia di Igirsa Salò che del fascista il colore nero è
indice di negatività, per questo il colonizzato non attribuisce alla propria pelle tale colore ma lo
identifica come marca distintiva dei colonizzatori. L'ospedale in questione ad esempio è il luogo in
cui sono ricoverati per la maggior parte prostitute locali e soldati italiani affetti dalla sifilide: la
malattia a trasmissione sessuale che segna il contagio e dunque la sconfitta delle politiche razziali in
materia di relazioni sessuali tra colonizzatori e colonizzate

 Una donna di nome Woizero Bekelech è l'ultimo personaggio che racconta a Mahlet una storia sia
sul passato coloniale italiano che sugli effetti di esso nella dimensione postcoloniale. Racconta la
sua vita a servizio di colonizzatori bianchi, prima in Etiopia e poi li segue in un paesino vicino
Bologna, dove è l’unica nera. Qui viene guardata molto male ed è vittima di razzismo e
sfruttamento lavorativo (dato che riceve meno delle bianche che fanno il suo lavoro). Nel momento
in cui avanza alla sua datrice di lavoro la richiesta di un aumento questa le risponde offesa. Dunque,
quell'Italia immaginaria con cui aveva una reazione privilegiata in Etiopia si dimostra un luogo a lei
ostile. Grazie ai signori Barbieri, Bekelech può lasciare la famiglia Mandrioli e il piccolo paese di
provincia per recarsi a lavorare presso una nuova famiglia in città a Bologna. I Barbieri si presentano
come una famiglia comunista che a differenza dei Mandrioli, democristiani, offrono a Bekelch la
possibilità di vita in città e un salario più adeguato.
Qui conosce il Signor Antonio, vicino di casa ex sottufficiale dell'esercito coloniale italiano in Etiopia
negli anni Trenta. Questo incontro, nonostante la riproduzione di dinamiche coloniali, è vissuto da
Bekelech come possibilità per poter riguadagnare dignità e per poter recuperare parte della propria
storia e della propria identità di donna etiope. L'incontro con il signor Antonio le permette di
recuperare parte di sé, prima di tutto perché i due parlano in amarico e perché l'Etiopia è al cuore
delle loro conversazioni e grazie al fatto che egli sa scrivere (questi poi gli insegnera a scrivere da
bravo colonizzatore), lei puo scrivere alla sua famiglia. Il signor Antonio si rifiuta di accompagnarla
in i in viaggio in Etiopia; dinanzi al secco “No” del signor Antonio Bekelech chiede: « E perché? [...]
Perché non siamo più una vostra colonia? », ed Antonio risponde: No Bekelech, io mi vergogno. Mi
vergogno di ciò che il mio paese ha fatto al vostro

Nel romanzo ci c’è per Mahlet il definitivo recupero della memoria, verso il compimento della sua promessa
e verso la scrittura. È il momento in cui, dopo l'ennesima storia ascoltata a Giorgis, la protagonista inizia a
ripercorrere la sua vita in Italia e a rendersi conto dell'oblio e della rimozione avvenuti nel paese riguardo al
passato coloniale e della persistenza dello stereotipo del colonialismo italiano bonario ed emancipatore.
Pensava alle loro storie (degli italiani). Quanto erano in contraddizione le loro parole con quelle che tante
volte mi ero sentita ripetere in Italia: « Vi abbiamo costruito le strade, le scuole, le case... ». Anche suo
padre, come altri personaggi incontrati a Giorgis, insiste perché Mahlet metta per iscritto le storie che le
sono state donate. Quando Mahlet rivela di essere etiope ma temporaneamente residente in Italia, dinanzi
all’evocazione di quella che fu la nazione colonizzatrice, ogni personaggio incontrato avverte la necessità di
raccontare. Mahlet viene vista in questa dinamica come ponte con l’ex-madrepatria

Per lei narrare le memorie del passato attraverso la scrittura è un atto di guarigione, e anche lei guarisce,
non solo dal dolore per la perdita di Yacob ma dall’amnesia.

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Nell’ultimo giorno di preghiera a Giorgis, Mahlet con la testa piena di storie ascoltate è spaventata dalla
sensazione di non aver ancora portato a termine il proprio cammino. Affinché la promessa fatta a Yacob
affiori definitivamente nella sua memoria un vecchio azmari, cantore e poeta custode della tradizione e
della memoria culturale etiope, compare a Giorgis e inizia a declamare strofe. In queste strofe dell’azmari
Aron sono riportate scene di vita di Yacob da guerrigliero e le parole con cui Yacob fa promettere a Mahlet
di diventare la cantora del proprio popolo. Cessato il canto dell’azmari Abba Chereka dona a Mahlet il
quaderno su cui Yacob trascrisse per Mahlet date, eventi, nomi di luoghi di battaglie menzionate all’inizio
del romanzo subito dopo la scena della promessa.

La storia di Yacob, lo vede arruolarsi nella resistenza etiope dopo ll’uccisione del padre. Quando scopre che
sua sorella Amarech è incinta di Daniel, un colonizzatore bianco, si sente distrutto ciò è da comprendere nel
contesto sociale cosi articolato: esistevano le leggi razziali; le unioni con i colonizzati neri erano vietate e se
un colonizzatore fosse stato scoperto, sarebbe stato recluso per 5 anni in Italia. Ciò accade anche a Daniel
che chiede aiuto a Yacob e vuole arruolarsi nelle fila etiopi. Yacob, anche se diffidente li aiuta a scappare ma
poi questi verranno uccisi dopo aver dato alla luce Rosa che viene affidata a Yacob. Yacob decide di
chiudere definitivamente i conti con il proprio passato di guerrigliero e, per sancire questa cesura, consegna
il suo fucile alle autorità italiane e richiede il foglio di sottomissione.

Le donne etiopi parteciparono in massa alla guerra contro l’invasione italiana e come in Regina di fiori e di
perle erano a volte a capo di interi eserciti. Gabriella Ghermandi a tal proposito inserisce nel suo romanzo
un piccolo passaggio sull’imperatrice Taytu, moglie di Menelik e comandante di un esercito ai tempi della
battaglia di Adua del 1896, e dedica ampio spazio alle vicende di Kebedech Seyoum, guerrigliera
comandante di una banda di resistenti etiopi composta in gran parte da donne. Il ruolo attivo delle donne
nei conflitti armati è spesso ignorato e di conseguenze spesso esse sono viste, assieme ai bambini, come le
vittime più vulnerabili.

L’autrice fa un riferimento in questo testo a un altro libro (Tempo di uccidere di Ennio Flaiano): in quel libro
si parla di un uomo colonizzatore che si unisce e poi uccide una colonizzata. In questo libro invece l’autrice
racconta un racconto che le viene riferito (tradizione indiretta) di una donna guerriera che uccide un
colonizzatore. La donna etiope in Regina di fiori e di perle non è un semplice corpo nudo e silenzioso alla
mercé dell’occupante di cui non si conosce né la storia né i pensieri ma è una guerriera recatasi al fiume per
rifornire d’acqua la sua armata. Ha un ruolo attivo.