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S.

LUCIA DEL GONFALONE

J pellegrini che nel Medio Evo si rccavano dal Campidoglio alla basilica di S. Pietro, percorrevano gran
parte dell'antica ,·ia Peregnnorum, !'ultimo tratto della quale prende oggi il nome di via dei Banch1
Vecchi. Qui, infatti, erano numerosi i banchi di credito su pegno e i banchi di cambio, da quelli piu
organizzati, seri e oncsri, a quelli gcstiti da loschi personaggi e da strozzini. Per quesea strada passa\'a
anche il festoso correo papa le, quando dal l .acerano s1 r e c a n 10 Vaticano; dopo il 1400 cambió iunerario e
si sposcó in via dei Banchi uovi e v1a del Governo Vecch10.
11 seguito di via dei Banchi Vecchi prende il nome di via J\lonserrato; subito sulla destra si trova la
chiesa di . Lucia della Chia vica, dcnom1naz10ne che le den va dalla ,·icinanza della cloaca. I roma ni
furono sempre molco devoti a S. Lucia di iracusa e, soprattutto nel '500, venivano organizzatc vere e
proprie feste religiose in onore della santa, «... invocara come protettrice nelle infermita degli occhi coi
quali suole essere di pinta nelle man1, perché come tale fu invocara da! popolo, a cagione del facile b1sticcio
sulla parola luce e sul nome Lucia» (1\ rmellini). Anche il famoso scultore Ben ven u to Cellini, scampato per
miracolo durante il suo lavoro a un grave incidente che gli avrebbe facto perdere la ,·1sta offri, per
devozione alla santa, un occhio d'argento da lui stesso cesellato.
La fondazione della chiesa risale, forse, alla fine del 1100, ma non si hanno notizie certissime in merito.
el 1486 il papa Innocenzo VIII la affidó alla Confraternita del Gonfalone, una delle piu autorevoli di
Roma, della quale s'é gia parlato illusrrando l'omonimo oratorio.
el 1764, per volere del cardinale Flavio Chigi, allora patrono della confraternita, la chiesa fu
completamente riedificata; autore fu l'archicetto di origini ticinesi Marco David, specializzato ne!
progettare arredi da sacresua e bussole di lcgno.
el 1866 fu restaurara dall'architetto Francesco Azzurri; a quello stesso periodo risale tutta la
decorazione interna.
La semplice facciaca é su due ordini di lesene, coronara da un dopp10 tímpano triangolare e curvilíneo.
L'alto porrale é fiancheggiato da colonne che sosrengono un tímpano curvilíneo fregiato da una grande
testa di angioletto. ell'ordine superiore ampia finescra con balcone.
L'interno e a navaca unica con tre cappelle su ogni lato e abside; come s'é detto fu completamente
rinnovato nell'8oo dall' Azzurri e fu orna ro dagli affreschi di Cesare Mariani e Antonio 'epi. Belli i mobili
in sacrestia, probabilmente opera d1 Marco David.
S. FILIPPO NERI

L'isolato dove sorge la chiesa di S. Filippo Neri, situara in vía Giulia all'alcezza di Ponte Mazzini, fu in
parte demolito negli anni trenta per realizzare una strada che doveva congiungere questa zona con la
Chiesa uova. La strada non venne mai realizzata e lo «sventramento» rimase a mera; il risulraro e
peggiore che se fosse scato portato a termine !'insano progecto.
Le demolizioni hanno alceraco completamente il tessuto urbano e hanno cencellaco per sempre scrade,
vicoli, chiese e palazzi; la scessa chiesa di S. Filippo eri e oggi abbandonaca e faciscente.
Era scaca fondata nel 1623 da Rucilio Brandi un guancaio fiorentino, governacore della Compagnia
delle Sancissime Figlie di Gesu Cristo. Egli era sofference di podagra (reumatismo che colpisce le
arcicolazioni dei piedi) e intitoló la chiesa a S. Trofimo, procettore dei malati di podagra. In seguiro fu
dedicara a S. Filippo eri.
La chiesa era annessa a un conservatorio di fanciulle povere in cui crovava poseo anche un piccolo
ospizio per sacerdoti vecchi e malari. Nel 1728, durante il pontificato di Benederto XIH, Filippo
Raguzzini restauró la chiesa e rinnovó completamente la facciata. Pio IX fece nuovamente restaurare la
chiesa nel 1 8 53.
Mariano Armellini, alla fine dell'8oo, cosi descriveva l'incerno della chiesa: «Vi si venera un'immagine
in rilievo del SS. Crocifisso, proveniente dalla basílica vaticana e che e di arte medievale. Vi si conserva
un reliquiario d'argento preziosissimo, che il rectore della medesima non volle, secondo l'ordine di Pío
VI imposto a tutte le chiese, consegnare». Inolcre vi erano: un dipinco di Filippo Zuccheni rappresentan-
ce «S. Trofimo che guarisce i podagrosi» e, sull'altar maggiore, la copia di un quadro di Guido Reni
rappresentante «S. Pilippo Neri portaco dagli angeli in Paradiso», eseguito nell' ' 8 0 0 da Cesare Dies.
Oggi, come s'e detto, la chiesa e abbandonata e l'unica cosa che resta da ammirare e la facciaca rococó
del Raguzzini. Quesea e su due ordini, corona ca da timpano criangolare con lo stemma della Confracerni-
ca. Sopra il porcale, con tímpano curvílineo, bellissimo medaglione ovale con bassorilievo raffigurance
«S. Filippo accolto in cielo dalla Vergine e dal Bambino in una gloria di Cherubini»; ai lati finestre con
fregi.

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S. GIOVANNI IN AYNO

Se si percorre vía di Monserrato partendo da Piazza Farnese, prima di giungere a vía dei Banchi Vecchi,
si apre a sinistra la piccolissima e graziosissima P1azza de' Ricc1, chiusa dalla parte di via Giulia
dall'omonimo palazzo che reca ancora sulla facciaca parte dei d1pinti di Polidoro da Caravaggio e
l\laturino da Fircnze.
1\ll'angolo con ,·ia :\fonserrato csisceva, un tempo, la chiesa di S. Giovann1 in 1\ yno; vera mente esiste
cutt'ora, ma orma1 e irriconoscibilc e non e piu ch1esa.
La facc1aca, mozzata dal tímpano, doveva essere molto elegante; un'idea dell'ancico aspecto la si puó
avere osservando il bel portale architra,·aco con sovrastante lunetta decorara. Le due finestre laccrali e due
finestrine cencinate piu in alto sono ogg1 murare. Dai prim1 ann1 del '900 la chiesa e sconsacraca e
actualmente e sede di una bcllissima borrega di mobili e oggerti di anc19uariato.
Le origini della chiesa scmo mol to antiche, ma sconosciute; nel 1 186 era filiale di . Lorenzo in Oamaso
e nel 1380 era parrocch1a. L'imp1anco era basilicale e un porcicc> precedeva la facc1ata. 'el secolo X\'1,
probabilmence nel 1590, fu completamente nnnovaca, grazie all'inceressc e ai quattrini di tale Giusto
Bonanni da S. Gimignano.
Anche l'origine del nome e al c.¡ uanco misteriosa; la sp1egazione p1u plausibile e forse quella che da
l' Armellini. Secondo 1'1llustre archeologo-scrittore «ayno» sarebbe una parola storpiata derivance da
agno (agnello); infatti nel fronconc, ora scomparso, vi sarebbe scaco un dipinto raffigurance S. Giovanni
con l' ,\gnello di Dio. Da qui l'appellativo prima S. G1ovanni «in agno», poi «in agino» e quindi «in ayno».
L'ipotesi non e da scartarc, canto piu che in effem la facciaca della chiesa, come riferisce il Bruzio, era un
tempo ornara d1 affreschi.
All'incerno ,·1 e rano d1p1nti del Passeri, dell' 1\ morosi e dt Gto\·anni Con ca, are is ti di fine '600 e del '700.
Per quanco nguarda l'interno, ecco la descrizione di S. Giovanni in Ayno che si trova nello «Stato
temporale del le chicsc di Roma»:<<. .. Ha ere sepolture comuni, una per li putti, due altre per gli adulti ( ... ).
1 on ha cemeterio. Ha solamente una nave, e soffittata, ha il coro, ha il campanile con due campane piccole
(... ). Ha un solo aleare con cabernacolo ltgneo clorato( ... ). 'ell'alcar e l'immagine della Beata Vergine
Maria dipinta in muro, dal lato dell'l vangelio in una nicchia di pinta e in tela l'immagine del Santo titolarc
S. GiO\ anni Evangelista, dal lato dcll'episcola l'immag1ne d1 S. LudO\ ico re di Francia parimenc1 dip1nco
in tela in un'altra nicch1a. 11 pa,·1mcnco e mattonato».

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SPIRITO SANTO DEI NAPOLETANI

A meta del lungo rettilineo di via Giulia, addossata all'edificio alquanto bruttino del Liceo Virgilio,
sorge la chiesa dedicara allo Spirito Santo dei Napoletani. Al suo pasto esisteva gia, all'inizio del secolo
XI V, un'altra chiesetta intitolata a Sant' Aurea, la martire di Ostia, appartenente alle monache domenica-
ne che abita vano nell'annesso convento. Nel 1574 fu acquistata dalla Confraternita dei Napoletani,
formatasi due anni prima per iniziativa del cardinale d' A valos. I confratelli decisero di demolire la vecchia
chiesa e di costruirne una nuova piu adatta alle loro esigenze. Fu chiamato Domenico Fontana, il quale
esegui il progetto di ricostruzione basandosi sui disegni di Ottavio Mascherino. el 1650 l'architetto
napoletano Cosimo Fanzago realizzó la facciata; nei primi anni del secolo XVIII la chiesa fu rimaneggiata
e restaurata da Cario Fontana. Ma l'aspetto attuale e dovuto a un totale rifacimento eseguito nel secolo
scorso, per volere del monsignor Luigi Lancellotti, ad opera dell'architetto Antonio Cipolla. Sua e anche
la facciata di gusto rinascimentale a due ordini con portale scolpito, rosone e affresco di Pietro Gagliardi
rappresentante la «Colomba adorata da Angeli e da Serafini». Le spese del radicale restauro ottocentesco
furono sostenute da Francesco II, ultimo re delle due Sicilie, che fu poi sepolto nel presbiterio della chiesa
insieme alla moglie Maria Sofia di Baviera e alla figlioletta Maria Cristina Pia. Le salme, con una breve e
semplice cerimonia alla presenza di re senza trono e nobili leggendari, sano state da qui rimosse nei primi
mesi del 1984.
All'nterno della chiesa si trova anche il sepolcro del famoso critico e storico dell'architettura Francesco
Milizia, morto nel 1798, ma non esiste piu alcuna lapide che lo ricordi. ell'unica piccola navata le opere
d'arte degne di nota sono: il bellissimo «Martirio di S. Gennaro» eseguito nel 1 705 da Luca Giordano,
nella terza cappella a sinistra, e un frammento di affresco raffigurante la Madonna con Bambino, opera
attribuita ad Antoniazzo Romano, nella seconda cappella a sinistra.
La cantaría e l'abside sono ottocentesche e furono anch'esse eseguite dall'architetto Cipolla.

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S. ELIGIO DEGLI OREFICI

L'attribuzione della piccola chiesa di S. Eligio degli Orefici, situata nell'bmonima stradina fra via
Giulia e il Lungotevere, e tutt'ora fome di discordia fra i critici piu illustri. Alcuni, basandosi su
documenti attendibili, affermano che la chiesa e opera di Raffaello; altri, basandosi su documenti
altrettanto attendibili, attribuiscono il progetto a Baldassarre Peruzzi. Probabilmente tutti hanno ragione
ed entrambe queste ipotesi trovano una valida conferma. Infatti quasi con certezza Raffaello redasse il
progetto di S. Eligio, forse con l' aiuto del Bramante, e con tutta probabilita segui anche le prime fasi della
costruzione, ma molto saltuariamente, impegnato com'era in numerose altre commissioni.
Nel 1 520 Raffaello mori e seguitó ad occuparsi dei la vori il Peruzzi, al guale si <leve la cupo la, la lanterna
e la prima facciata. Nel 1599 la chiesa minacciava rovina; la facciata era puntellata e nel 1601 crolló. Fu
incaricato di eseguire la ricostruzione l'architetto Flaminio Ponzio, esponente del primo periodo
barocco; dopo la sua morte (1613) venne completata da Giovanni Maria Bonazzini.
A guesto punto apriamo una parentesi e facciamo un passo indietro. Al posto di S. Eligio, esisteva
un'altra chiesa intitolata a S. Eusterio; di questa non si sa assolutamente nulla, ma sicuramente nei primi
anni d e l ' 5oo era ridotta a un cumulo di macerie. Nel 1509 la Confraternita degli Orefici e degli Argentieri
acquistó il rudere e il terreno confinante e ottenne dal papa Giulio II il permesso di costruire una chiesa
dedicata al loro Santo patrono: S. Eligio. Questi era vissuto tra il 641 e il 680 ed era stato vescovo di
Noyon; di mestiere faceva l'orafo e diventó quindi Santo protettore di tutti gli artigiani lavoratori dei
metalli: orefici, argentieri, sellari, ferrari, spadari e archibugeri. Costoro formarono una Confraternita e
cominciarono a riunirsi nella chiesa di S. Salvatore delle Coppelle. Nei primi anni del' 400 la Compagnia si
divise: i ferrari si trasferirono in una vecchia chiesa vicino al «Velabro» che rinnovarono e intitolarono a
S. Eligio degli Orefici. La chiesa appartiene tutt'ora al Nobile Collegio degli Orefici e Argentieri di Roma
che ne ha curato l'ultimissimo restauro avvenuto nel 1962.
La facciata e su due ordini, l'inferiore fiancheggiato da coppie di lesene con portale centrale coronato
da timpano; nell'ordine superiore si apre un finestrone rettangolare. La chiesa e coronata da frontone
triangolare e sormontata dalla cupola emisferica con semplice lanterna.
L'interno, piccolo e raccolto, dall'architettura semplice e armoniosa, senza marmi o pesanti decorazio-
ni, e a croce greca con lesene grigie su fondo bianco. E bello, e forse anche giusto, pensare che Raffaello
stesso avrebbe dovuto affrescarla o comunque ornarla con suoi dipinti, ma la morte lo colse ancor prima
che S. Eligio fosse termina ta. Nell'abside vi sono gli affreschi di Matteo da Lecce attribuiti da qualcuno a
Taddeo Zuccari, il quale, molto probabilmente, esegui soltanto alcune figure. All'altare di destra:
«Adorazione dei Magi» di Giovanni Romanelli, al quale si devono pure le «Sibille» nei peducci della
cupo la ( 16 39); all'altar di sinistra «Adorazione dei pastori» di Giovanni de' Vecchi ( 1 574).

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S. MARIA DELL'ORAZIONE E MORTE

Da qualche decennio a quesea parte il rapporto dell'uomo con la morte é notevolmente cambiato. Il
«culto della morte>l, esistito fino all'inizio di questo secolo, é oggi quasi completamente scomparso. I
motivi sono molteplici, ma tutti conducono ad un'unica realta: é cambiato il modo di morire e di
conseguenza é cambiato il concetto di «morte». Una volta, a parte guerre e pestilenze che mietevano
migliaia di vittime, forse si moriva in maniera piu semplice e naturale: si moriva di mali sconosciuti, di
parto, di dispiacere, assaliti dai briganti; qualche volta si moriva e basta, senza che nessuno sapesse il
perché, forse per un crudele destino, forse perché il Signore aveva chiamato da! Cielo. La morte insomma
era piu misteriosa, ma probabilmente proprio per questo accettata piu di buon grado, come un evento
naturale, come, peri credenti, é la fine della vita terrena. Oggi, é strano <lirio, non si muore piu come una
volta; non c'é piu nulla di misterioso; crudeli malattie di cui si sa tutto tranne che il modo di curarle, ti
uccidono in una camera di ospedale. Oggi si muore di carcinoma o di leucemia, di infarto o di ictus
cerebrale; oggi si muore tra le lamiere contorte di un'automobile otra i rottami carbonizzati di un jumbo.
Oggi morire fa piu paura di un tempo e quanto é legato al «culto della morte» non viene ormai piu
considerato, se non in superstiti tradizioni popolari, e viene comunque dai piu ritenuto macabra
superstizione. Tutto questo viene in mente leggendo la storia delle chiese di S. Maria dell'Orazione e
Morte, situara in vía Giulia, all'altezza dell'arco che collegava Palazzo Farnese con il Romitorio del
cardinale Odoardo e con un grande bellissimo giardino, oggi perduro, sulle sponde del Tevere. Questa
chiesa prende il nome dall'omonima confraternita, istituita ne! 15 38, il cuí compito era quello di
seppellire i poveretti senza famiglia che morivano privi di conforti religiosi e di pregare per la loro
anima. Usanza di quesea confraternita, iniziata a meta del '700, era quella delle «Sacre Rappresentazioni
per l'Ottavario dei Defunti». Erano quesee delle scene fisse composte da figure dipime, da statue di cera,
e qualche volta anche da cadaveri mummificati, illuminati da speciali giochi di luce, che rappresentavano
scene allegoriche. Venivano poi riprodotte in stampe e incisioni da distribuire ai fedeli in cambio di
poche lire di elemosina. Cosa impensabile oggi, ma molto semita fino a cent'anni fa, tanto che
l' Armellini, alla fine del secolo scorso, si lamenta va che «questo bell'uso ... che istruiva il popolo ... é
sparito dopo l'anno 1870».
La chiesa, costruita nel 1575, fu demolita e rifatta nel 1733 da Ferdinando Fuga. Il cimitero dove
avvenivano le «sacre rappresentazioni>l fu distrutto perla costruzione dei muraglioni sul Tevere. Anche
nella facciata, costruita su due ordini di colonne e lesene corinzie e composite, coronara da doppio
timpano, si ritrovano alcuni elementi (un po' macabri) legati al «culto della morte»: nella parte centrale i
capitelli sono costituiti da teschi e ai latí sono murare due lapidi graffite rappresentanti scene allegoriche.
In quella di destra la Morte, compostamente seduta su una panca di pietra, aspetta, con la clessidra in
mano, la fine di un moribondo. In quella di sinistra la Morte indica la famosa scritta: «Hodie mihi, eras
tibi» («Oggi a me, domani a te»).
L'interno, a pianta ellittica con due cappelle per lato e cupola, é assai armonioso e ricchissimo di
raffinate decorazioni. Notevoli gli affreschi di Giovanni Lanfranco, fra le cappelle su entrambi i lati,
provenienti da! distrutto Romitorio Farnesiano.

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S. MARIA IN MONSERRATO

t\nche il piu irnducibile dei laici, entrando una domenica maccina nella chiesa di S. laria in
lonserraco durante la funzione, nmarrebbe col pito e affasc10ato e sosterebbe tn silenz10, fino al termine
della seguente sacra rappresentaztone: nove preti tutti vesttti allo stesso modo, con una tonaca rosso
vermiglio, officiano la mcssa recitando in l10gua spagnola, in un susseguirst di gcsci ceacralt, mosse
mtsteriose, scudiate e ripetute ch1ssa quante volee, canti coralt accompagnatt da una magnifica musica
d'organo.
11 cuno farebbe pensare a una messa solenne, dinanzi a cenc10aia d1 fedelt; al contrario solo dodici
persone, una domenica di giugno alle undici, assistevano alla funzione. E bello osservare la scena dal
fondo della navaca, nella penombra della chtesa 1mpregnata dall'odore dell'1ncenso, spercarore di un
qualcosa che assom1glia p1u a un dramma teatrale che a una messa. Non si proverebbe srupore se calasse
un sipario e se si applaudissero i nove uomin1 vestiti d, rosso alla fine della loro «rappresentazione».
La ch1esa d1 . !aria 10 fonserrato, nell'omonima ,·ia, appaniene da semprc alla naztonc spagnola e
sorge nello stesso luogo in cui esisteva l'antica chiesa di S. iccoló dei Catalan1. Quesea era stata fondata
dalla catalana Jacoba Fernandes nel 13 54 insieme a un ospedale per I viaggiacon poven suo, connaz1ona-
lt; nel 1495 ti papa t\lessandro VI fondó una Confraternita degli Spagnoli che com10c1ó a nunirs1 nella
chiesa di S. :"-:iccolú. 'el 1518 s1 decise di costruire una chiesa piu grande e fu affidaco l'1ncanco ad
Antonio da Sangallo il Gim·ane. Ben presto i lavon furono sospes1 per mancanza dt fondi e la chiesa
nmase incompiuta. Nel 1177 fu edificato un nuo, o ospizto e di seguno la costruz1one della chiesa;
arch1tetto fu Bernardino Valperga. ,\lla fine del '500 fu costru1to solo l'ord1ne supcnore. \.el 1601 s1
costrui la sacrestia, utilizzando l'artigua chiesetta sconsacrata di S. Andrea di azarcth. La ch1esa fu
completa ta nel 16n con la costruz1one dell'abside. \lla fine del '700 ,·enne ch1usa e abbandonata; dopo
Ctrca una vencina d'anni si decise dt chiudere l'altra ch1esa deglt Spagnolt, S. Gtacomo a Piazza t-..avcma, e
di restituire al culto S. Maria in Monserrato. Quesea fu cosi restaurara da G1useppe Camporese e v1
furono trasferire quasi tutte le opere d'arte present1 10 S. G1acomo. L'ultimo restauro fu esegu1to tra ti
1926 e il 1929 dal1'1ngegner Salvatore Rebecchini; fu decorato l'incerno e fu costruiro l'ordine superiore
della facciata. L'ordine infcriore, quello di Francesco da Volterra, e diviso in c1nque campare da lesene
corinzie. ul portale un gruppo scultoreo con la Verg1ne e ti Bambino che sega una rocc1a; i\lonserraco,
10fatti, e un vocabolo italianizzato che in lingua catalana significa monee segato. ldencico appellari,·o
aveva un santuario i,perduto tra I monci della Catalogna i quali sono «cosi alti e acutí che sembrano
appunco con la sega divisi» (Armcllini).
L'interno, rimaneggiato nel '900, e a navara umca con abs1de, aire lesene compos1tc, ,·olta a bone e
cappelle larerali. 'ella rerza cappella a sinistra statua di S. C iacomo di Jacopo Sansonno, proveniente
dalla chiesa di S. Giacomo. 'ella prima cappella a destra il dipinto sull'altare raffigurante S. Diego d1
·· \lcala e di Annibale Carracci; qui sono sepolr1 l'ulttmo re d1 Spagna (prima d1 Juan Carlos .Alfhñso
XIII, morco nel 1941, e i resti dei due papi spagnoli Callisto l l l e t\lessandro \ ' l.

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S. CATERINA DA SIENA

Qua le piacevole sorpresa, entrando nella chiesa di S. Ca terina da Siena in via Giulia, vedere alle pareti
le bandiere delle contrade senesi; proprio quelle che il 2 luglio e il 16 agosto corrono il Palio. 11 Bruco, la
Giraffa, l'Istrice, !'Oca, la Chiocciola, il Liocorno, la Tartaruga e vía via le alrre; sono li, turre e
diciassette, le bandiere legate alle aste infilate negli appositi sostegni. Puó sembrare un controsenso, un
qualcosa di profano in una chiesa, ma non e cosl.
Siena, fin da! Medioevo, e divisa in contrade che due vol te l'anno si contendono il Palio sfidandosi in
una spettacolare corsa a ca vallo in Piazza del Campo. Questa tradizione, giunta fino a giorni nostri, non
e, come potrebbe sembrare, un episodio folklorisrico o una trovata turística, ma un avvenimento di
grande importanza storica e culturale. Per Siena e i senesi il Palio e tutto. Ne sono una chiara
testimonianza anche i vessilli delle contrade appesi nella loro chiesa qui a Roma. Non e poi una cosa
dell'altro mondo attaccare bandiere in chiesa, molto piu normale che portarci un cavallo per fario
benedire prima della corsa, come avviene a Siena nei giorni del Palio. Ma non divaghiamo e torniamo
senz'altro alla chiesa di S. Caterina.
Fin da! secolo X I V una numerosa colonia di senesi abita va una vasta area compresa era via Monserrato
e il Tevere, tanto che la zona era denominara «Castrum Senese». La Confraternita dei Senesi si formó nei
primi anni del '5 oo e ne] 1 526 costruirono la loro chiesa affidandone la progettazione a Baldassarre
Peruzzi; all'edificio sacro erano annessi anche gli alloggi peri religiosi. Tra le opere d'arte piu di valore vi
era una «Resurrezione» dell'urbinate Girolamo Genga, seguace di Raffaello, oggi conserva ta in sacrestia.
Su! finire del secolo XVIII la chiesa minacciava rovina e la confraternita decise di ricostruirla ex novo.
Fu incaricato il senese Paolo Posi, il quale ne! 1766 inizió i lavori; due anni dopo la chiesa era ultimara,
mentre la decorazione dell'interno si protrasse fino al 1775, anno in cui venne consacrata.
La facciata e su due ordini, tripartiti da colonne, con ali laterali concave. Nell'ordine inferiore il
portale e sormontato da tímpano curvilíneo con lo stemma di Siena al centro; ai latí specchiature con
finestrino ovale. Nell'ordine superiore, coronato da tímpano, finestrone rettangolare centrale con
tímpano curvilíneo ornato da un fregio conchigliato; ai lati medaglioni con bassorilievi raffiguranti la
lupa e i gemelli, simboli della citta di Siena.
L'interno e a navata unica con presbiterio, due cappelle per lato e volta a botte elegantemente
decorara; ne! catino dell'abside e raffigurato «Il ritorno di Gregorio X I da Avignone», affresco eseguito
da Lorenzo Pecheux nel 1 77 3.
Sull'altare maggiore «Sposalizio místico di S. Ca terina», di pinto di Gaetano La pis ( 1768-69). Accanto
al primo airare a sinistra e sepolto Paolo Posi, architetto della chiesa, morto nel 1 778; il monumento
funerario e opera del suo allievo Giuseppe Palazzi.

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S. GIROI.AMO DELLA CARITA

U n lato della Piazza S. Caterina della Rota e delimitato dal fianco della chiesa dedicara a S. Girolamo
della Carita. La leggenda vuole che sia sorta sulle rovine della casa della matrona romana Paola, la quale
nell'anno 382 ospito piu volte nella sua dimora il famoso S. Girolamo. Se queseo corrisponde a verita la
chiesa fu costruica in epoca medioevale e sicuramente era a pianta basilicale divisa in ere na vate. Nei primi
anni del secolo X V la chiesa era affidata ai Minori Conventuali; Papa Martino V ordinó a costoro di
fondare un ospedale peri poveri annesso alla chiesa. Clemente V I I nel 1 52 4 la affidó ali' Arciconfraternita
della Carita. Nel , 55r S. Filippo Neri, da poco ordinato sacerdote, venne ad abitare in una casa attigua a
S. Girolamo e qui restó per circa trent'anni, sino al r 583, fondandovi il suo Oratorio Secolare.
Nel 1654 la chiesa fu ricostruita ex novo dall'architetto Domenico Castelli, il quale si avvalse della
collaborazione di suo genero Gaspare Solari. Nel , 660 !'opera era termina ta e, in quello stesso anno,
Cario Rainaldi realizzo la facciata barocca.
Quesea (oggi restauratissima e pulitissima) e su due ordini di lesene corinzie ed e ricchissima di
frontoni: curvilíneo sul portale e sulla trabeazione; triangolare su! finestrone del secando ordine; doppio
(frontone curvilineo inscritto in uno triangolare) come coronamento.
L'interno e a navata unica con due cappelle e un ingresso su ogni lato; sopra i portali laterali da notare
due belle cantorie con balaustra convessa sorretta da due colonne marmoree. Bellissimo il soffitto ligneo
a cassettoni.
La splendida cappella Spada (la prima a destra) e una delle ultime opere del grande Borromini ( 1660 );
le pareti sono interamente rivestite di marmi intarsiati, si da farla apparire come se fosse tappezzaca di
magnifiche stoffe. Anche la balaustra e molto originale: due putti inginocchiati reggono un drappo
marmoreo, opera dello scultore Antonio Giorgetti. Ai lati statue di alcuni componenti della famiglia
Spada; sull'altare della cappella una «Madonna col Bambino» della scuola del Pinturicchio (secolo X V ) .
Sull'altare maggiore, disegnato da! Rainaldi, «Comunione di S. Girolamo», una copia del famoso
dipinto del Domenichino conservato in Vaticano, eseguito da Vincenzo Camuccini era la fine del '700 e i
primi dell'8oo.
A sinistra del presbiterio si apre la cappella Antamoro, finemente decorara, progettata dal grande
architetto Filippo J uvarra nel 1708; quesea e l'unica opera eseguita a Roma dall'artista siciliano, famoso
per imponenti realizzazioni come la Basílica di Superga e Palazzo Stupinigi a Torino.

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S. CATERINA DELIA ROTA

Un tempo la chiesa di S. Caterina della Rota era denominara S. Maria de Catenariis (oppure in
Catenari), un appellativo che si spiega ne! modo seguente: nella piazza su cuí si affaccia la chiesa (l'attuale
Piazza S. Ca terina <leila Rota a poca distanza da Piazza Farnese), esisteva un ospedale in cui si rifugia vano
uomini infermi e abbandonati che erano stati fatti prigionieri, e poi liberati, dai terribili pirati barbareschi
che infestavano il Mediterraneo. Gli ex schiavi, per ringraziare il Padre Eterno della liberazione, si
recavano nella attigua chiesetta e appendevano le loro catene vicino all'immagine della Madonna. In
seguito, senza un motivo plausibile, la chiesa assunse il nome di S. Caterina della Rota. La Santa in
questione, Caterina di Alessandria, subi il martirio nel IV secolo, durante !'Impero di Massenzio.
Secondo la leggenda, fu per leí inventato un terribile strumento di tortura, formato da 9uattro ruote
munite di aculei che dovevano dilaniarne le carni. Ma, prima ancora di essere messa in funzione, un
fulmine distrusse la macchina micidialc. Caterina fu aliara decapirata. l'.:. facile intuire, 9uindi, il
significato dell'appellativo «della Rora» riferito a S. Caterina, ma non sappiamo perché una chiesa
intitolara aquesta Santa sia stata edificata in questo luogo.
E molto antica, probabilmente la piu antica del rione Regala, ma non si conosce la data della prima
costruzione. Sappiamo che ne! 1186 era filiale della parrocchia di S. Lorenzo in Oamaso. Alla fine del
secolo XVI fu ricostruita ex novo, forse su progetto di Ottavio Mascherino; furono poi eseguiti restauri
nel 1730 e nel 18 57. Nel 1931, in seguito al Concordato, la chiesa di S. Anna dei Palafrenieri in Vaticano,
divenne la parrocchia della Cimi del Vaticano. Alla Confraternita dei Palafrenieri, una delle piu antiche e
importanti di Roma, istituita nel 1378, ven ne casi affidata S. Caterina della Rota.
La facciata della chiesa risale al periodo barocco con rimaneggiamenti successivi: e a un solo ordine
incorniciato da due coppie di alte lesene, coronate da un tímpano triangolare con piccole volute di
raccordo. Sopra il portale, sormontato da tímpano curvilíneo spezzato, si apre un finestrone rettangola-
re.
L'interno e a una sola navara con tre nicchie per lato; il magnifico soffitto ligneo a cassettoni con lo
stemma di Sisto V apparteneva alla chiesa di S. Francesco d' Assisi a Ponte Sisto, distrutta durante la
costruzione dei muraglioni sul Tevere; fu salvato dalla demolizione e rimontato in 9uesta chiesa. 11
dipinto che si trova nella prima nicchia adestra e del secolo XVII, rappresenra la «Fuga e il riposo in
Egitto» ed e opera di Girolamo Muziano. ella nicchia seguente, il bel Crocifisso ligneo di arte
fiamminga risale al '500.
All'altare maggiore «Santa Caterina in gloria», dipinto settecentesco eseguito da un poco conosciuto
Zueca. 'ella terza nicchia a sinistra, sopra l'altare, un interessante affresco di fine' 500, forse della scuola
del Vasari, raffigurata la «Madonna con le SS. Ca terina e Apollonia». Sul primo pi lastro a sinistra si trova
la tamba del famoso incisore Giuseppe Vasi, il 9uale, nella sua lunga vita, rappresentó tutti i monumenti
della Roma del '700 con una chiarezza senza pari. Egli raccolse il suo !avaro grandioso nell'opera
«Magnificienze di Roma antica e moderna», ben dieci vol u mi nei 9uali sono rappresentati chiese, palazzi,
mura, porte, piazze, ville, giardini perfectamente ordinati in maniera sistematica. La sua opera e per noi
importantissima ed e fonte continua di documentazione per ritrovare ed esaminare quegli angoli della
vecchia Roma che oggi non esistono piu.
S. BRIGIDA

Su di un lato della splendida Piazza Farnese, dominata dalla mole del solenne omonimo Palazzo,
proprio all'angolo con via Monserrato, si trova la piccola chiesa dedicara a S. Erigida. La Santa, di
origine svedese, fondo in questo stesso luogo, nel secolo XIV, un ospizio peri poveri suoi connazionali.
Dopo la sua morte, avvenuta nel 13 7 3, venne costruita, annessa all'ospizio, una chiesa a lei dedicara e
pare che sia stata inaugurara ne! 1391 da Bonifacio I X proprio nell'anno in cuila Santa fu canonizzata.
Ne! 151 3 fu restaurara, poi venne abbandonata per alcuni anni. Un restauro probabilmente venne
eseguito nella prima meta del XVII secolo e nello stesso periodo l'architetto Francesco Peparelli realizzó
la facciata. Clemente X I Albaní ( 1700-1 721 ), guand'era ancora cardinale, fece ricostruire la chiesa ex
novo e l'affidó ai Padri dell'Ordine del SS. Salvatore, i guali la tennero fino al 1870. Poi fino al 1930 fu
affidara alle Carmelirane e ora vi risiedono le Suore Svedesi di S. Erigida.
La facciata e quella voluta da! cardinale Albaní il guale affidó l'incarico al bravo capomasrro Pietro
Patriarca, che aveva lavorato anche alla Basílica Vaticana. Due grosse colonne con capitello corinzio
fiancheggiano un solo ordine coronato da tímpano triangolare, ornato con le sratue di S. Erigida e S.
Caterina di Svezia. Su! portale, sormontato da tímpano curvilíneo, un'iscrizione conferma che la chiesa
fu restaurara ne! 1 5 1 3; piu in alto una grande finestra circolare. 11 campanile fu aggiunto ne! 1 894.
L'interno consiste in una piccolissima navata con due nicchie laterali e piccolo presbiterio. La volta e
affrescata con la «Gloria di S. Erigida» opera settecentesca di Biagio Puccini, al quale si <leve pure la
decorazione delle pareti e del presbiterio. Su! lato destro e da notare il bellissimo monumento funerario
dedica to al come senatore Nicola Bielke, parente dei reali svedesi, scolpito ne! 1768 da Tommaso Righi
su progetto di Pietro Camporese.

218
S. MARIA DEL PIANTO

Fu Paolo 1V ne] r 555 a isolare la folta colonia di ebrei che gia da diverso tempo erano a Roma e a
rinchiuderli ne! famoso «ghetto». «Rinchiuderli» e la parola giusca, poiché realmente, nelle ore notturne,
le ere porte che immettevano in quesea sorta di piccolissimo villaggio all'incerno della citta venivano
chiuse e guai a chi usciva. Quesea specie di «soggiorno obbligaco» duró ben crecen to anni, finché nel 1848
le mura che cingevano il ghetto vennero demolice e il problema razziale, perlo meno ceoricamence, fini Ji.
Tutta la zona, importantissima dal punto di vista storico-urbanistico, oggi e purtroppo in uno stato di
degrado notevole; negli anni '30 il tessuto urbano e stato ampiamence alterato dai soliti svencramenci e
dalle solite demolizioni, e alla fine dell'8oo dalla costruzione dei muraglioni sulle sponde del Tevere.
All'incrocio tra la ex via del Progresso e vía dei Calderari sorge l'ancica chiesa di S. Maria del Pianco, il
cui nome e legaco a un episodio miracoloso. 11 1o gennaio r 546, infatci, presso la chiesa di S. Salvacore in
Cacabariis (cosi prima era denominata dal nome dei calderari che fabbricavano i paioli o «cacabi»)
successe un fatto di sangue: una violenta rissa fini a coltellate e vi furono dei morti. arra la leggenda che
un'immagine della Vergine, dipinta sul muro del vicino Portico d'Ottava, si sia messa improvvisamente
a piangere. L'immagine ven ne allora trasferita all'incerno della chiesa di S. Savatore, la quale nello stesso
anno in cui avvenne la rissa, era scata concessa alla Confraternita di S. Maria del Pianto. Ne! 1612 i
confracelli demolirono la vecchia chiesa e decisero di coscruirne una nuova. Affidarono l'incarico di
eseguire i lavori a Nicola Sebregondi che si avvalse dell'aiuto del Crescenzi. La facciata non fu mai
realizzata. Alla fine del secolo scorso un fulmine colpi la chiesa provocando gravi danni e fu chiusa al
culto. Nei primi anni del '900 fu restaurara ad opera degli Oblati di Maria Vergine, ai quali cutt'ora e
affidata la chiesa.
L'interno non contiene opere d'arte di importanza notevole: da notare sull'altar maggiore l'affresco
del '400 raffigurance la «Madonna del Pianco». Sull'altare a sinistra bel crocifisso ligneo del '600;
sull'altare di descra un dipinto di Lazzaro Baldi al quale e attribuito anche il dipinco «double face»
all'inizio della navata.

220
S. MARIA DELLA QUERCIA

Sull'antico asse stradale denominato «strada della Regola», che univa Piazza Farnese al Ponico
d'Ottavia e al mercato del pesce, si apre Piazza Capo di Ferro, a pochi metri dallo splendido Palazzo
Spada. aturale prolungamento di Piazza Capo di Ferro e la solitaria, minuscola e caratteristica Piazza
della Quercia. Qui si affaccia la piccola chiesa dedicara a S. Maria della Quercia.
L'attuale edificio settecentesco e sorto sulle rovine di una chiesa molto piu amica intitolata a S. Nicola
de Curte, risalente alla fine del XIII secolo. Papa Giulio II della Rovere affidó la chiesa ai cittadini di
Viterbo che risiedevano a Roma per svolgere l'attivita di commercianti di besciame; secondo l' A rmellini
fu lo stesso Giulio l l che volle intitolare la chiesa alla Madonna della Quercia, perché anche «in Roma vi
fosse un santuario simile al notissimo di Viterbo che comincio da un'immagine della Vergine dipima in
tegola e posta nel tronco di una quercia da un cota! Battista Calvaro».
el 1523 la chiesa fu affidata alla Confraternita dei Macellai che ancora oggi ha qui la sua sede.
Secando altri storici, fu Clemente VII che, dopo aver approvato ne! 1532 la Confraternita dei Macellai,
concesse di intitolare la chiesa a S. Maria della Quercia.
el 1728, durante il pontificato di Benedetto XIII, si decise di riedificarla completamente e si affido la
progettazione all'architetto Filippo Raguzzini; dopo due anni il papa mori e il Raguzzini, suo protetto,
venne rimosso dall'incarico. La chiesa pero era quasi ultima ta e l'architetto che lo sostitui non si discostó
per nulla da! progetto originale.
Infatti lo stile «raguzziniano» si vede soprattutto nella típica facciata convessa molto movimemata.
L'interno, a croce greca con tre cappelle e cupola, e stato molto rimaneggiato in un restauro
ottocentesco, opera di Andrea Busiri Vici, e da altri intervemi nel 1 9 6 0 (un ulteriore restauro e in corso
mentre scrivo queste note). Sull'altar maggiore la «Madonna della Quercia»; sopra il portale d'ingresso
una bella cantoria lignea intagliata del secolo XVIII; in sacrestia alcuni dipimi del ' 5 0 0 .

222
SS. TRINITÁ DEI PELLEGRINI

Durante gli «Anni Santi», torme di pellegrini si riversavano a Roma provenienti da ogni parte del
mondo, per visitare le grandi basiliche, per ottenere le indulgenze plenarie, per assistere a messe solenni,
per ricevere la benedizione del Papa.
La cimi era attrezzatissima ad accogliere i visitatori; fondamentale era il ruolo delle Confraternite e
delle Compagnie Religiose, alcune delle quali si formarono proprio con l'esclusivo intento di ospitare i
pellegrini. E' il caso della Confratcrnira della SS. Trinita dei Pellegrini, nata intorno alla meta del XIV
secolo per iniziativa di S. Filippo eri. Durante il Giubileo del 15 50 cominició ad organizzarsi per offrire
ospitalita ai viaggiatori che si recavano a Roma per il Giubileo. ln quel tempo i confratelli ancora non
possedevano né una chiesa (si riunivano in S. Salvatore in Campo) né un ospizio e perció erano costretti
ad affittare case privare o mettere a disposizione le ptoprie. Gia allora la Confraternita era molto bene
organizzata e aveva regole precise: venivano ospitati esclusi\•amente quci viaggiatori che provenivano
da paesi distan ti non meno di cento chilometri da Roma. Quando poi alla conclusione dell' J\nno Santo, i
pellegrini dirninuivano la loro affluenza, la Confraternita si dedicava all'assistenza dei convalescenti
poveri appena dimessi dagli ospedali. Anche in queseo caso vigevano regole ben precise, come
l'esibizione da parte di coloro che dovevano essere accettati nell'ospizio, di un certificato medico
attestante la non infettivira della malattia. La Confraternita continuó alacremente la sua attivita durante i
secoli in occasione di tutti i Giubilei e di ventó una delle piu famose di Roma; acquistó alcune case intorno
alla chiesa di S. Benedetto alla Regola, affidatale da Paolo IV nel 1558, e costrui un grande ospizio, oggi
quasi completamente distrutto. Tutto filó liscio finché le vicende storico-politiche legare al Risorgimen-
to e all'unita d'Italia e la mancara celebrazione dei Giubilei del 1850 e 1875 ne determinarono una rapida
dccadenza.
La \·ecchia chiesa di S. Benedetto, vicmissima al Tevere e poco lontana dalla fine di via Giulia, esisteva
gia nel secolo XI e apparteneva ali' Abbazia di Farfa. el 15 87 i confratelli la demolirono e affidarono i
ht\·ori per la costruzione di una nuova chiesa da inticolare alla SS. Trinita dei Pellegrini, a Manino
Longhi il Vecchio. Ma ne! 1 591 il Longhi mori e il suo progetto venne abbandonato; nel 16 0 3 fu
in caricato di redigere un nuovo progetto l'architetto Giovanni Paolo Maggi. t-;el 1616 la chiesa ven ne
consacrata.
L'alta facciata, leggermente concava su due ordini di colonne e lesene, coronara da tímpano movimen-
tato, fu realizzata nel 1723 da Francesco de Sanctis. Direttore dei lavori fu Giuseppe Sardi, autore della
splendida facciata della chiesa della «Maddalena» vicino al Pantheon.
!,'interno, a croce latina e a navata unica assai vasta con tre cappelle su ogni lato, fu notevolmente
rimaneggiato durante il restauro ottocentesco directo da Antonio Sarti. Sull'altar maggiore un dipinto
raffigurante la «SS. Trinita» fu eseguito ne! 1624 da Guido Reni. Opera dell'insigne artista e anche
l'affresco che orna la lanterna della cupola e che rappresenta il «Padre Eterno e gli 1\ngeli». Bellissimi i
duc candelabri bronzei del '6 00 , che si trovano ai lati dell'altar maggiore. 'ella cappella di S. Cario
Borromco, la prima a sinistra, «La Vergine presenta il Bambino ai Santi Cario Borromeo, Domenico
Guzman, Filippo eri e Felicc da Cantal ice», opera del Borgognone ( 1677). Nella seconda cappella a
sinistra dipinti del Cavalier d' J\rpino.

224
S. SALVATORE IN ONDA

L'attuale via dei Pettinari ricalca un tracciato romano che univa la zona di Campo de' Fiori con l'antico
Ponte Aurelio, ricostruito da Sisto IV nel 1474 e ribattezzato Ponte Sisto. Quasi all'angolo con via Giulia
si trova la chiesa di S. Salvatore in Onda. Questa denominazione, inutile dirlo, deriva dal fatto che ad
ogni straripamento del Tevere (e una volta erano assai frequenti), la chiesa veniva regolarmente
inondata. Le sue origini sano assai remate: non conosciamo il periodo della sua fondazione ma, da una
bolla di papa Onorio II datata 1, 27, sappiamo che in quell'anno era gia esistente. Sisa anche che «nel
secolo XIII la tennero i monaci di S. Paolo I Eremita» e che «nel 1 260 fu restaurata da Cesario Cesarini»
(Armellini). La chiesa era stata edificata in forma basilicale, ma ne! 1684 fu notevolmente altera ta da
lavori di restauro, in seguito ai quali furono murare le antiche finestrelle della navata mediana e le
colonne furono inglobate in grossi pilastri. In quello stesso periodo le na vate laterali furono murare per
ricavare delle botteghe.
Durante il pontificato di Benedetto XIII (1724-1730) la chiesa fu nuovamente restaurara e venne
rialzata rispetto al piano stradale per salvarla dalle inondazioni. Ma il restauro definitivo, quello che la
riportó quasi del tutto all'antica forma, si deve a S. Vincenzo Pallotti, fondatore della Societa del!' Apos-
tolato Cattolico, al quale Gregario X VI nel , 844 aveva affidato la chiesa. Dopo il 1 860 si eseguirono
ulteriori lavori di restauro, poiché si erano manifestate gravi lesioni soprattutto nella copertura a volta;
direttore dei lavori fu l'architetto Luca Carimini.
La facciata di S. Salvatore in Onda e molto semplice e risale al restauro ottocentesco: e fiancheggiata
da lesene e coronara da tímpano; sopra il portale finestrone semicircolare.
L'interno conserva l'impianto basilicale a tre navate, separare da sei splendide colonne per lato con
capitelli corinzi e compositi di spoglio, provenienti cioe da antichi edifici di epoca romana.
Opere d'arte di particolare interesse non ve ne sono: pittura, altari e lapidi tombali sono tutte del!' '800
o del '900. Nella cripta, cui si accede dalla casa adestra della chiesa, vi sono due colonne scalanate con
capitello ionico, sicuramente di epoca anteriore alla fondazione della chiesa, appartenenti forse a una
antica casa romana dei tempi dell'Impero.

226
SS. GIOVANNI EVANGELISTA E PETRONIO

Nella parte dei rione Regola compresa fra via Giulia e via Monserrato, si insediarono, da! '300 in poi,
diversi gruppi di «forestieri» (nel senso di non romani), perlo piu riuniti in confraternite e fondarono le
loro chiese e i loro ospizi. Infatti vi sono diverse presenze di gruppi regionali: i fiorentini, i napoletani, i
senesi, i bolognesi. Questi ultimi, nei primi anni del secolo XVI, si riunivano nella chiesa di S. Giovanni
a Porta Latina. Nel 1575 comperarono la chiesa di S. Giovanni Calibita sull'isola Tiberina; era loro
interesse realizzare vicino alla chiesa un ospizio peri poveri e gli ammalati. Ma nel 1581 cambiarono idea
e si insediarono nella vecchia chiesetta di S. Tommaso degli Spagnoli, nell'odierna via del Mascherone.
Questa era anche conosciuta come S. Tommaso della Catena, perché era sede di una confraternita i cui
affiliati erano soliti flagellarsi duramente usando carene di ferro. Non si conosce l'anno di fondazione, ma
si sa che nel , , 86 sicuramente esisteva ed era filiale di S. Lorenzo in Damaso.
I bolognesi decisero di rinnovare la vecchia chiesa e affidarono a Ottavio Mascherino il progetto e la
direzione dei lavori. Questi tentó dapprima un semplice restauro, ma poi decise di ricostruirla ex novo. I
lavori furono lunghi e difficili; inziarono ne! 15 82 e durarono alcune decine d'anni. La cupola fu costruita
nella seconda meta del '600. La chiesa fu poi restaurara da! 1696 al 1700, durante il pontificato di
Innocenzo XII. Di que! periodo e anche la facciata. Questa e a un solo ordine di lesene corinzie, coronare
da tímpano triangolare, fiancheggiata da due «ali» laterali con porta, due finestre e un finestrino ovale per
lato. 11 portale, con tímpano curvilíneo, e sormontato da un finestrone rettangolare.
L'interno, piccolo e raccolto, e a croce greca, con numerose lesene composite addossate agli angoli.
Sulle pareti laterali, sopra gli altari in marmi policromi, baldacchini dipinti. 11 baldacchino dell'altar
maggiore, invece, e composto da due colonne marmoree che sostengono un bel frontone con un
altorilievo inserito in un tondo centrale fiancheggiato da due statue di angeli.
La pala sull'altare, raffigurante la «Madonna col Bambino e i SS. Giovanni e Petronio», e la copia di
quella eseguita da! Domenichino; l'originale e nella Gallería d' Arte Antica a Palazzo Barberini. Sulla
parete d'ingresso elegante palco in legno dipinto fregiaro da teste d'angioletti.
Alla chiesa era annesso un orarorio, pure realizzato da] Mascherino, oggi scomparso.

228
S. PAOLO ALLA REGOLA

Secondo la tradizione, la prima volea che S. Paolo venne a Roma, e queseo accadeva negli anni 61-63
d.C., prese in affitco un modesto locale in una zona denominara «Arenula», vicinissima all'isola Tiberina.
Qui le acque del Tevere, che allora non erano chiuse dai muraglioni e neppure da argini veri e propri,
formavano una specie di acquitrino e lasciavano depositi di arena, da cui appunto il nome di Arenula. S.
Paolo era esperto nella lavorazione delle rende ed esercicó queseo mesciere nella scessa concrada dove
risiedeva e dove risiedevano molti altri artigiani ebrei (come lui del resto) i quali si occupavano della
conciatura e della lavorazione delle pelli. Secondo una leggenda, che é quasi confermaca dalla storia, la
chiesa di S. Paolo alla Regola sorse proprio nello stesso luogo in cui il Sanco aveva abicaco. L'appellacivo
«Regola» é forse una scorpiacura della parola «Arenula», oppure, piu probabilmence, deriva dalle
«regole» di vita cristiana che S. Paolo, in questi luoghi, imparciva ai credenti suoi seguaci.
L'anno della fondazione é sconosciuco: forse risale al IV secolo, forse all'VIII, forse incorno all'anno
1 ooo. Di sicuro la chiesa esisceva ne! 1 1 86 perché, insieme a mol ce altre chiese, compare nella bolla di
Urbano 111 come filiale di S. Lorenzo in Damaso. el secolo X VI era ridotta in condizioni piecose in
seguico a anni di incuria e di abbandono; proprio in quel tempo ( 1 5 5 2 ) era sede della Confraternita dei
Vaccinari (conciacori di pelli). Alla fine del '5 oo era ormai in rovina e ven ne venduta agli Agostiniani
Scalzi per 330 scudi. Costoro la tennero poco piu di venc'anni, poi evidentemente, non avendo soldi
sufficienci per rimetterla in seseo, la rivendettero per 4 5 0 0 scudi ai Padri del Terzo Ordine Regalare di S.
Francesco della 'azione Siciliana; questi formarono un importante collegio e una biblioteca.
el t 684 si decise di ricostruire la vecchia chiesa, mal ridotta e ormai troppo piccola perle esigenze dei
religiosi. 11 progetto perla nuova coscruzionc fu eseguito da un frate bolognese professore di architetcura
che si chiamava Giovan Battista Bergonzoni. Allora la chiesa non si affacciava sull'omonima graziosa
piazzetta come oggi, poiché !'arca della piazza era occupaca da vecchi edifici. Solo nel 1705 quesci furono
demoliti e il luogo acquistó l'attuale fisionomía. La bellissima facciata cardo-barocca fu realizzaca ne!
1 7 2 1 da Giuseppe Sardi su progetto dell'architetto Giacomo Cioli.
Quesea é su due ordini di lesene, ricca di stucchi, ad andamento concavo-convesso. 1ell'ordine
inferiore vi sono ere porcali; in quello superiore un finestrone rettangolare cencrale sormontato da un
medaglione con S. Paolo e due nicchie a lati. Ne! tímpano mistilíneo di coronamenco é inscrito lo stemma
dell'ordine.
L'interno é a croce greca con cupola, abside e presbiterio. Gli angoli, su cui sono addossace lesene
composite con capitello ornato da testa di angioletto, si aprono ere grandi affreschi raffiguranti la
Conversione, la Predicazione e il Martirio di S. Paolo, eseguiti da Luigi Garzi fra la fine del ' 6 0 0 e i primi
del ' 7 0 0 . Nella terza cappella a siniscra fu posca nel secolo XVII l'ancica immagine del ' 4 0 0 della Madonna
delle Grazie, affresco proveniente dalla vecchia chiesa. 'el braccio destro della croce, sull'altare, un
dipinto raffigurante «Le stimmate di S. Francesco» del secolo XVI, e da alcuni attribuito a Giovan
Baccisca Lenardi, ma in realca é opera del Parmigianino (Parisi). 1el braccio sinistro la cappella di S.
Anna, ricca di marmi; sull'altare «Sacra Famiglia e S. Anna», grande tela di Giacinto Calandrucci da
Palermo (sec. XVII).
S. MARIA IN MONTICELLI

In fondo alla via S. Paolo alla Regola, addossate all'orribile Ministero di Grazia e Giustizia, esistono
ancora, sia pure mutilare e rimaneggiate, un gruppo di case medioevali, raccolte intorno a una torre,
dette «Case di S. Paolo». Parte di esse si affacciano su uno slargo desolato, chiuso dalla recinzione
ministeriale e sorvegliato da guardie armate fino ai denti che perlustrano assiduamente la zona.
In questo triste angolo di Roma, che prende il nome di via S. Maria in Monticelli, si trova l'omonima
chiesa, oggi chiusa e abbandonata. Le sue origini sono antichissime: la prima costruzione risale
probabilmente al I V secolo, ed era una pianta basilicale a trena vate, preceduta da un portico. elf'abside
esisteva un grande mosaico con il «Salvatore in trono contorna to da figure di Santi», di cui oggi rimane
un piccolo frammento. La denominazione «in Monticelli» deriva dal fano che la chiesa sorge in un punto
leggermente sopraelevato rispetto alla zona circostante, probabilmente su rovine di epoca romana. Per
questo motivo era risparmiata dalle frequenti inondazioni del Tevere; ce lo riferisce anche I' Armellini
citando il libro delle visite di Alessandro V I I (165 5-1667), in cui si legge: « ... sta sopra un monticello
elevato in modo che nelle maggiori inondazioni di Roma la chiesa e illesa dalle acque». Fu restaurara da
Pasquale II ( 1099-11 18) e da Innocenzo II ne! 1143; nei primi anni del '600 Clemente V I I I ordinó a pittori
della scuola di Giulio Romano di realizzare la decorazione interna. Carracci, Raffaellino del Borgo e il
Procaccini la ornarono di splendidi affreschi; oggi non esistono piu, cancellati da un restauro settecentes-
co voluto da Bencdetto X I I I .
1 el 17, 5, durante il pontificato di Clemente X I , Maneo Sassi, in collaborazione con Giuseppe Sardi,
esegui la facciata, terminara un anno piu tardi. Quesea e su due ordini di colonne e lesene con la campa ta
centrale convessa; sopra ]'atrio, nell'ordine superiore, c'é una grande finestra con balcone. 11tímpano di
coronamento e curvilineo e irregolare. Su! lato destro si innalza un bel campanile romanico a cinque
ordini di bifore e trifore malamente restaurato.
L'interno, progettato da Matteo Sassi, e a pian ta basilicale con tre cappelle su ogni lato; i grossi pilastri
che dividono le tre navate hanno inglobato le antiche colonne nascondendole alla vista. La chiesa e
chiusa da dodici anni. Furono eseguiti lavori di restauro qualche tempo fa, ma furono presto interrotti e
non vi sono mol te speranze che vengano ripresi. Peccato, perché ne! frattempo ]'edificio va lentamente in
rovina e le opere d'ane presenti all'interno cominciano a deteriorarsi. Nella seconda cappella adestra, da
notare la «Flagellazione» affresco di Antonio Carracci (fine '500 - primi '600). ella calotta absidale si
trova «La testa del Redentore», unico resto del mosaico che un tempo la adornava (secolo X I I ) . Nella
seconda cappella a sinistra bellissimo crocifisso ligneo del X I V secolo, attribuito a Pietro Cavallini.
S. SALVATORE IN CAMPO

:\el dedalo di ,·icoli, scradine e piazzecce era il .Monee d1 Pieca e la chicsa di S. Paolo alla Regala, si apre
la sol1car1a e graziosa Piazza di S. Sal vacare in Campo sulla qua le si affacciano bellissimi edifici ancich1 con
r1cch1 porcali decorati. C n lato della p1azza é deltm1taco dalla mass1ccia mole di un prospecto laceralc del
.\[once d1 P1ctá; d1 fronte il Colleg10 de1 l\11ss1onar1 dello pirita Sanco con un bell1ss1mo porcale del 'ioo.
Chiu<le la piazza verso via <legli Specchi la chiesa di S. Salvatore in Campo, la cui facciata ad intonaco,
riqua<lraca da lesene e da semplici marcapiani, non presenta parcicolari arciscici degni d1 noca. r\nche
l'incerno, se s1 ecceccua una «Trasfigurazione» del sccolo X V I I di pittore anonimo sull'alcare magg1ore e
un ril1evo marmoreo rapprcscncance la «Crocifissione» nel pnmo aleare a descra, non connene opere assa1
pregevolt.
Esaminiamo quindi brevemente la stona di quesea ch1esa. Poco distante <lall'attuale ne sorgeva una
pni anc1ca, sempre intitolata a S. Salvatore in Campo e apparceneva all' Abbazia d1 Farfa. Un tempo quesea
parce del nonc Regola non <loveva cssere un posticino allegro se (come riferisce I' Armellini) si legge nel
libro <lellc vistte di S. Salvacore che ncl 1566 <<.•• quella parrocchia sano di 200 case, con gente assai vtle e
bassa e d1shonesta, po1ché v1 sono assai merecricie et aneo mescolaci g1udei».
'el 1639 l'ancica chiesa fu demolita per lasciare spazio all'edificio del ;\[once di P1eta allora in
costruz1one e fu ricostruica ncl luogo in cuí ancora ogg1 si trova dall'architctto Francesco Peparelli.
La ch1esa ,·ecchia era staca affidata dapprima alle monache benedettine, ed in segu1to ai Monac1 di S.
Salvacore Maggiore.
O g g i e sede dell'«,\rciconfracernica del SS. Sacramento e Congregazione di Mana SS. della Neve»,
iscicuzione che risa le al 1 584.
--
S. TOMMASO DEI CENCI

In guella piccola parte dell'antico «ghetto» degli ebrei compreso fra via Arenula e !'ex via del
Progresso, viene ricordata ancora oggi, nei muri delle scrade, dei vicoli e delle piazzette, la disgraziaca
famiglia Cenci, di antiche nobili origini. Si insedió in quesea zona di Roma nella seconda meca del ' 3 0 0 e
alcuni era i suoi membri piu illuscri rivestirono importanci cariche politiche e religiose. Alla fine del
secolo XVI descarono scalpore le fosche e sanguinose vicende avvenuce all'interno della famiglia. Si dice
che Francesco Cenci volesse uccidere i suoi figli Beacrice e Giacomo, ma nel 1598 fu assassinaco da loro
scessi. I due fracelli, pur proclamandosi innocenti, furono giusciziaci l'anno seguente in Piazza di Ponte
davanci a una folla di attenti spettatori.
L'imponence Palazzo Cenci, diviso in diversi corpi di fabbrica realizzaci in epoche successive, sorge su
un'altura formara dai ruderi di una parte dell'antichissimo Circo Flaminio, costruico ne! 22 1 a.C. Un'ala
del palazzo si affaccía sulla graziosa Piazza Monte deí Cenci nella guale si trova anche la chíesa di S.
Tommaso dei Cenci. Da sempre fu la cappella gencilizia della celebre famiglia e pare che sia staca
consacraca nell'anno 1 2 4 0 . Originariamente la chiesa era denominara S. Tommaso in Capite Molarum,
poiché in guella parte del Tevere, da li poco distante, proprio sulla punta dell'isola Tiberina, esiscevano,
fino al secolo scorso, alcuni mulini galleggianti.
el 1 554 Giulio III affidó la chiesa a Rocco di Giacomo Cenci con l'obbligo di custodirla e restaurarla.
Questi l'anno seguence mori: dei lavori si occupó suo figlio Criscoforo e in seguico suo nipoce Francesco,
il guale terminó il restauro ne! I 575. Un'iscrizione sulla facciaca ricorda !'interven to di Francesco Cenci.
ella semplice facciaca a un solo ordine e coronamento orizzoncale vi sono due porcali (guello di
sinistra muraco) coronati da un cimpano criangolare; al cenero si trova un'antica ara funeraria romana
risalente al I secolo d.C. In aleo una cornice ín stucco con fregi racchiude un ampio riguadro in cui vi era
un affresco oggi non piu visibile; ai latí finescroni circolari.
La chiesa é oggi cuscodica dalle Suore Missionarie Crociace Spagnole, ma non é piu officiaca; é guasi
sempre chiusa e difficilmence visibile.
L'incerno consiste in un'unica piccola na vaca con volea a crociera, sulla guale campeggia lo scemma dei
Cenci, minuscolo presbiterio, due profonde cappelle su di un lato e una nicchia con aleare su! lato
opposco. Un elegante cornicione sagomaco e decoraco corre, alla base della volea, per cutto il perímetro
della na vaca, interrompendosi sopra !'altar maggiore dove si forma un accenno di frontone spezzaco.
ella prima cappella a sinistra gli affreschi raffiguranci le «Storie della Vergine», sono opera del
Sermoneca (1565); nella seconda cappella a siniscra «Scorie di S. Francesco», affreschi di anonimo del
' 6 0 0 . L'alcare maggiore é coscicuico da due splendidi «crapezofori» in forma di leoni alaci (I secolo d.C.)
che sostengono la mensa; sotto di essa una vasca seicencesca con lo stemma dei Cenci. Una cradizione
popolare afferma che essa fu la fome baccesimale in cui fu battezzata la sventurata Beatrice. Sopra !'aleare
un dipinto del Vermiglio raffigura l'«lncredulica di S. Tommaso» (1612). La nicchia a descra é
denominara cappella del Crocifisso; un crocifisso settecencesco, infatti, é inserito in un'edicola marmorea
con frontoncino curvilineo.