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Il libro

C G C C
anonimo professore universitario sia diventato il premier «buono per
tu e le stagioni», osannato dalle cancellerie europee?
In questi mesi al potere è passato con disinvoltura da destra a sinistra, da
populista ad avvocato dei poteri forti, da ingenuo a spietato. Giuseppe Conte
è indubbiamente il presidente del Consiglio più ambiguo e misterioso della
storia della Repubblica. Le giravolte, l’astuzia e il linguaggio ingarbugliato ne
fanno un simbolo di questi tempi strani, in cui la politica può dire tu o e il
contrario di tu o.
Ma dietro le poche e, gli abiti sartoriali e la sua riconosciuta cortesia, abita
un trasformista scaltrissimo e machiavellico, forse il più fulgido erede di
democristiani e dorotei.
Maurizio Belpietro, una delle migliori firme del giornalismo italiano, svela
con Antonio Rossi o tu i i segreti e i voltafaccia dell’irresistibile carriera del
professor Conte. La vicinanza agli ambienti vaticani, fondamentali per la sua
ascesa politica. Gli incroci accademici e lavorativi con il suo mentore, il
potentissimo Guido Alpa. Le trame internazionali, ordite per la rielezione e
far fuori Ma eo Salvini. E poi i rapporti con i servizi segreti e gli 007
americani, mentre esplode il Russiagate. «Giuseppi», il presidente per caso,
adesso è pronto a tu o.
Gli autori

MAURIZIO BELPIETRO dirige La Verità, che ha fondato nel 2016, e Panorama. È


stato vicedire ore de L’Indipendente e del Quotidiano Nazionale e dire ore de Il
Tempo, Il Giornale e Libero. Punto di riferimento nel diba ito politico dei talk
show, ha condo o in tv Dalla vostra parte e L’antipatico. Per Sperling & Kupfer
ha scri o I segreti di Renzi e Islamofollia.
ANTONIO ROSSITTO è inviato speciale di Panorama e collabora con La
Verità. Si occupa di politica e inchieste. Ha scri o Sangue blu. Deli i e misteri
dell’alta società (Mondadori) e, con Francesco Borgonovo, Bibbiano. I fabbricanti
di mostri (Panorama-LaVerità).
Maurizio Belpietro
con Antonio Rossi o

IL TRASFORMISTA
I voltafaccia e i segreti di un premier per caso
GIUSEPPE CONTE IL TRASFORMISTA
«Oggi ci presentiamo a voi per chiedere la fiducia a favore non solo di una
squadra di governo, ma di un proge o per il cambiamento dell’Italia.»

GIUSEPPE CONTE , 5 giugno 2018, dal discorso d’insediamento del governo

«Finora ogni difficoltà è stata affrontata e superata con grande coraggio e


nell’insegna del desiderio di cambiamento. Questo desiderio accomuna Lega e
M5S ed è quello che perme erà al governo di durare cinque anni.»

GIUSEPPE CONTE , 31 dicembre 2018, da un’intervista al quotidiano statunitense


«America oggi»

«Questo proge o politico segna l’inizio di una nuova, che consideriamo


risolutiva, stagione riformatrice.»

GIUSEPPE CONTE , 9 se embre 2019, dal discorso d’insediamento del nuovo


governo
1
Il giorno in cui il professore divenne premier

«Mi dicono che lei sta scrivendo un libro contro di me.» La telefonata
è partita dal cellulare di Rocco Casalino, il portavoce di Palazzo
Chigi. Mentre rispondo, non immagino certo che mi sarei ritrovato a
parlare con Giuseppe Conte. «Il premier vuole ringraziarti per aver
pubblicato su “La Verità” una sua intervista» annuncia Rocco, prima
di passarmi il presidente del Consiglio. Una cortesia, penso, in linea
con lo stile del professore di Diri o prestato alla politica, anzi ai 5
Stelle. Ma capisco subito che le parole del capo del governo hanno
un altro obie ivo: sapere se è vero quello che si dice in giro. Da
giorni, Le Iene e «La Stampa» fanno rimbalzare una voce nel nostro
piccolo mondo antico di cronisti: sta per uscire un libro bomba su
Giuseppe Conte.
Ora, io non so se quelle che leggerete siano le notizie bomba che
cercavano di scoprire i colleghi giornalisti, nella speranza di
bruciarci sul tempo. So però che il pomeriggio dell’8 novembre 2019,
il presidente del Consiglio mi chiama per reiterare con voce flautata
ciò che in qualche modo ci ha già de o nell’intervista concessa a
Maurizio Caverzan per il nostro giornale. Occhio a quel che scrivete.
Oltre che capo del governo sono un avvocato, le citazioni in giudizio
sono il mio pane quotidiano. La telefonata del professore con la
poche e, il premier dal baciamano perfe o, l’uomo che ha un vestito
di sartoria per tu e le stagioni, non è una minaccia. È solo una
precisazione. Quasi un anticipo di re ifica. Per dirla in termini legali:
la chiamata è una specie di diffida, un invito a non pubblicare, o per
lo meno a pubblicare con cura. Gli argomenti che riguardano il
premier, il presunto confli o di interesse e la sua inarrestabile
ascesa, sono pericolosi. Da maneggiare con cura. Chi sbaglia, rischia
grosso.
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Al preavviso di citazione, rispondo ovviamente con lo stesso
garbo usato da Conte: «Presidente, non stiamo scrivendo un libro
contro di lei, ma su di lei. Fino a due anni fa lei era un illustre
sconosciuto, un ignoto docente universitario, anche se già ben
inserito nel mondo della giustizia e del potere. Oggi è uno degli
uomini più potenti del paese, a capo di un governo di grandi intese,
sopra u o estere. Ed è pure responsabile dire o dei servizi segreti.
Per chi fa il nostro mestiere, raccontarla è un dovere».
La risposta non deve averlo entusiasmato. Convinto di non essere
stato chiaro, a questo punto il professore di Volturara Appula,
docente dal linguaggio volutamente paragiuridico e parapolitico,
diventa più esplicito: «Si sono scri e tante cose imprecise e non
vorrei che altre se ne scrivessero. Capisco che ragioni politiche
inducano alla critica, ma gli insulti no». Non so perché Conte usi
questo sostantivo: insulti. Forse reputa offensivo che qualcuno
scandagli la sua vita privata e la sua carriera universitaria. O forse
ritiene che le critiche alla sua persona siano di per sé un oltraggio.
Sta di fa o che, al garbo del capo del governo, contrappongo
medesima grazia: «Presidente, se avrà la pazienza di riceverci,
verificheremo con lei le informazioni, perché non è nostra abitudine
insultare nessuno, figurarsi lei». E così mi congedo, prome endo di
richiedere un incontro per chiarire i passaggi di una carriera
strepitosa, che da un paesino della Puglia ha portato un riservato
professore a trasformarsi nel più scaltro dei politici. Tanto scaltro da
aver messo tu i nel sacco, nemici e amici.
Il duello con l’avvocato del popolo, cominciato al telefono, era
dunque rinviato alle prossime se imane. Antonio Rossi o e io
avremmo messo sul tavolo le nostre carte, chiedendo a Conte
chiarimenti su certi passaggi della sua storia, presente e passata. Su
quella carriera costruita con tanta maestria e altre anta fortuna.
Ma prima di arrivare all’incontro con Conte e alle domande che
gli abbiamo rivolto, devo raccontare quando ho conosciuto il futuro
presidente del Consiglio. Ovvero, quando ho avuto la ventura di
trovarmi davanti il “professor Nessuno”, come lo appelleranno i
giornali, in procinto di diventare qualcuno. La colpa è di quel
vecchio brontolone di Giampaolo Pansa, il maestro di tu i noi
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cronisti di cose politiche. Dovete sapere che a maggio del 2018, dopo
la vi oria dei 5 Stelle e della Lega, l’autore del Bestiario d’Italia
diventa una pentola a pressione che rischia di esplodere.
Il trionfo dei partiti più antisistema non lo fa dormire di no e. È
preoccupato per le sventure che figuri come Di Maio e Salvini
potrebbero causare all’Italia. Dei due, detesta in particolare il
capitano leghista, che non manca mai di a accare ogni sabato su «La
Verità», il giornale di cui sono dire ore, prendendo a pretesto ogni
cosa. Una volta è la ciccia debordante del futuro ministro
dell’Interno. Un’altra è la barba mal curata inada a a un leader, o la
camicia fradicia di sudore indossata in uno studio televisivo senza
aria condizionata. Salvini è la bestia nera del Bestiario. La faccenda
rischia di annoiare, più che i le ori, lo stesso Pansa. Una se imana sì
e l’altra pure, minaccia di interrompere la rubrica. Così per
addolcirlo, come facevo ogni volta che lo sentivo sulle spine, decido
di andarlo a trovare.
Pansa vive in un paese sperduto della Toscana. Da Milano, serve
un viaggio in treno fino a Firenze e poi un prosieguo in auto per un
altro paio d’ore, su strade deserte e contorte che a raversano la
campagna della Val d’Orcia. Il pranzo è veloce e il discorso laconico,
tipico dello stile di Giampaolo. Chiuso l’argomento e rabbonito il
domatore del Bestiario, rifaccio il viaggio all’incontrario: due ore di
macchina più due ore di treno, con sosta nella sala d’a esa del
Frecciarossa, a Santa Maria Novella. E proprio qui, mi capita di
conoscere Giuseppe Conte, poche ore prima che diventasse
presidente del Consiglio.
A dire il vero, cercavo la toile e per problemi idraulici. Mentre mi
avvio in tu a fre a verso il bagno, mi scappa però l’occhio su un
signore: in piedi, appoggiato al bancone della lounge, sfoglia una
copia del «Corriere della Sera». Ha gli AirPods alle orecchie, le
cuffie e senza fili che si usano con l’iPhone, ma quando lo saluto
dicendogli «Buongiorno professore» si gira di sca o. Non l’avevo
mai visto, se non in tv: il giorno in cui s’era affacciato nella sala del
Quirinale, appena ricevuto da Sergio Ma arella l’incarico
esplorativo per formare un nuovo governo. E poi quando, da quella
stessa sala, aveva comunicato di rime ere il mandato dopo il veto
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del presidente della Repubblica (e dell’Europa) su Paolo Savona
ministro dell’Economia.
Dal vivo sembra un po’ più basso dell’uomo apparso in
televisione, ma la poche e è la stessa e la flemma pure. Quel giorno
sta rientrando a Roma, dopo una lezione all’università. Sembra già
destinato a ritornare nell’anonimato da cui è uscito all’improvviso
grazie a Luigi Di Maio, che lo ha scelto per diventare premier di un
esecutivo con la Lega. Lui stesso pare rassegnato a una carriera
politica stroncata sul nascere. Anzi, prima ancora di nascere. Infa i,
dopo avermi riconosciuto, comincia a lamentarsi di come la stampa
lo ha maltra ato in quei pochi giorni da esploratore di governo.
Passato ai raggi X manco avesse qualcosa da nascondere. Il
tra amento, evidentemente, lo ha lasciato tramortito. Non si dà pace
d’essere stato rivoltato come un calzino. In particolare, l’ha colpito la
faccenda del suo curriculum «gonfiato»: così lo definisce tu a la
stampa di sinistra che non vuole un governo 5 Stelle-Lega. E poi le
tasse non pagate, che gli sba ono in faccia quasi fosse un mezzo
imbroglione.
Cerca comprensione, quasi conforto. Vuole sentirsi dire che non
ha fa o nulla di male. È vero, si difende, tra le esperienze
accademiche ha citato anche i soggiorni brevi in giro per il mondo,
ma si tra a di viaggi più che studi. Peccatucci veniali, suvvia.
Sopra u o, gli dispiace però di passare come una specie di evasore
fiscale: un furbo che dimentica, spesso e volentieri, di pagare le tasse.
«Ma io sono sempre impegnato fuori casa» chiarisce. «Le le ere
dell’Agenzia delle entrate si sono accumulate.» Cerca di spiegami
perché il fisco, lamentando i mancati pagamenti, ha messo le ganasce
fiscali a un suo immobile. «Quando me ne sono accorto ho saldato
tu o, me endomi in regola con l’erario.» Il senso è chiaro: è stato un
errore dovuto alla lontananza da casa, ma poi ha rimediato. Lui è
vi ima di un sopruso. Non di Equitalia, ma dei cronisti. Sui suoi
trascorsi la «vil razza dannata» non ha mostrato alcun riguardo,
scavando con ferocia.
«È la stampa bellezza, e tu non ci puoi fare niente» gli faccio
capire, pur senza usare la frase di Humphrey Bogart. Il futuro
presidente del Consiglio, appreso che il tra amento non ha nulla di
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personale, non sembra sollevato. Ha l’aria del cane bastonato, di chi
si rende conto di aver avuto la fortuna a portata di mano e se l’è vista
fuggire. Guardandolo, certo non immagino cosa stia per succedere di
lì a poche ore. Quell’uomo abba uto appare rassegnato a dividere il
suo tempo tra gli studenti universitari e lo studio professionale
specializzato in pareri legali. Invece, di lì a breve, diventerà
presidente del Consiglio.
Il treno che Giuseppe Conte sta per prendere non è il Frecciarossa,
il convoglio che lo porta avanti e indietro fra Roma e Firenze. È il
treno della vita: un convoglio che lo sta per condurre al vertice del
paese. A sedersi al tavolo con grandi della terra, come Donald
Trump, Angela Merkel ed Emmanuel Macron. L’anonimo
professore, che in quella sala d’a esa nessuno pare riconoscere, è
destinato al grande viaggio.
Mentre il futuro avvocato del popolo si lamenta per il tra amento
ricevuto dalla stampa, Carlo Co arelli ge a infa i la spugna. È il
tardo pomeriggio del 31 maggio 2018: anche l’altro professore a cui
Ma arella ha affidato l’incarico esplorativo, dopo la prima rinuncia
di Conte, comunica al presidente della Repubblica d’aver fallito. Non
è riuscito a trovare una maggioranza disposta a votarlo. Il governo
tecnico non c’è. L’ex dire ore del Fondo monetario internazionale
passa la mano. Dunque si riaffaccia la strana alleanza gialloverde,
unico incastro possibile per far nascere un esecutivo.
Non so quando Conte abbia ricevuto la chiamata del Colle: se
subito dopo il nostro colloquio nella sale a della stazione di Firenze
o mentre è in viaggio per tornare a casa. In serata però corre già al
Quirinale. Davanti alle telecamere, fa il trionfale annuncio: acce a
l’incarico di formare un nuovo governo. Da abbacchiato che era fino
a poche ore prima, sullo schermo televisivo appare giulivo.
L’avventura di Giuseppi è iniziata. Sarà il premier più
trasformista della storia. Una specie di Fregoli della politica. Be’,
credo allora che sia arrivato il momento di iniziare il libro su Conte.
Cominciando da quando, passati alcuni mesi, mi invita a Palazzo
Chigi. Mario Giordano deve intervistarlo per il nostro quotidiano. E
il premier vuole che anch’io partecipi all’incontro.
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Un’anguilla a Palazzo Chigi

«Ma voi de “La Verità”, come fate a stare in piedi?» Giuseppe Conte
ha appena confermato a me e Mario Giordano la sua fama di uomo
ben educato. Ci ha dato appuntamento alle 11 di martedì 18
se embre 2018, nel suo ufficio a Palazzo Chigi. Ed eccolo qui,
puntuale come se non avesse altro da fare che concederci
un’intervista. A differenza degli altri presidenti del Consiglio che ho
avuto modo di intervistare, non ci fa fare anticamera e non finge di
avere un dossier da studiare o un capo di stato da incontrare.
Renzi, prima di vedermi, aveva sempre una riunione con Ban Ki-
moon e sul tavolo le pratiche di una grana che da solo, alle sei del
ma ino, era stato costre o a studiare. Giuseppe Conte no. Forse non
si è già abituato a gestire il potere. E a mostrarlo a comuni mortali e
comuni giornalisti. In fondo è a Palazzo Chigi da poco più di tre
mesi, con l’intermezzo della pausa estiva. Non è ancora il consumato
e scaltro presidente del Consiglio che si prepara a diventare.
Nel suo ufficio ci accoglie con cortesia, fresco e inamidato come lo
si vede in tv. Sembra perfe amente a suo agio nel ruolo di padrone
di casa, seppure sia la casa pubblica del governo. Io e Mario ci
accomodiamo sul divano. Lui si siede di fronte, sulla poltrona.
Nell’altra prende posizione Casalino, plenipotenziario
dell’informazione a 5 Stelle. È stato lui a farmi sapere tramite
Giordano, dire ore del TG4 e editorialista per «La Verità», che il
presidente avrebbe gradito anche la mia presenza. E dunque ora
siamo al cospe o del professore fa o premier.
L’inizio è un po’ surreale. Sembra che sia lui a intervistare noi e
non il contrario. Vuole sapere come va il giornale. Ma sopra u o
vuole capire come mandiamo avanti la baracca. Prima di lui, se ne
era stupito anche il so osegretario all’editoria, Vito Crimi. È l’uomo
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che i 5 Stelle, i quali considerano i contributi a fondo perduto per la
stampa una mangiatoia di stato, hanno incaricato di tagliare i viveri
alle testate. L’onorevole è certo che una sforbiciata ai fondi me erà i
giornali sul lastrico: un risultato che i grillini, nel loro furore anti-
casta, avrebbero gradito.
Che il sentimento nei confronti dei cronisti non fosse
d’irrefrenabile amore ne aveva già dato prova proprio Casalino.
«Come farete adesso che il vostro giornale chiuderà?» chiese un
giorno a Salvatore Merlo, un collega del «Foglio». Per i 5 Stelle, al
pari del Parlamento, la stampa doveva essere aperta con
l’apriscatole, proprio perché contigua al Potere con la p maiuscola.
Del resto, uno dei primi «Vaffa» Beppe Grillo l’aveva rivolto dal
palco di Bologna proprio a noi giornalisti.
Dunque, Conte e Casalino muoiono dalla voglia di capire come,
nel 2018, un quotidiano possa sopravvivere senza fondi dello stato. E
senza che un editore paghi il conto, pretendendo in cambio di essere
rimborsato dalla politica. Alla domanda rispondiamo in coro:
«Semplice, vendiamo copie e abbiamo un po’ di pubblicità: quanto
basta per chiudere il bilancio in pareggio».
L’intervista a cui ci so opone Conte dura una decina di minuti. Il
presidente, spalleggiato dal suo portavoce, vuole sapere tu o: in
quanti siamo, chi c’è tra gli azionisti, quanti le ori abbiamo, dove
vendiamo di più. Credo che si prepari a prendere le misure, per
rendere efficace il taglio dei contributi al se ore. In un certo modo,
potremmo diventare un testimonial per giustificare l’assunto grillino:
gli editori sovvenzionati non sono capaci di fare il loro mestiere.
Oppure, sono dei profi atori.
Finito l’accertamento diffusione stampa e concluse le domande
del premier, comincia la vera intervista: quella al capo dell’esecutivo
della più inedita e pazza maggioranza di governo che l’Italia abbia
mai visto. Io sono l’ospite che si è unito all’ultimo momento alla
compagnia. Mario, il vero intervistatore, si è però preparato una lista
infinita di domande. A cominciare dalla manovra economica, che si
preannuncia in salita. I grillini vogliono introdurre il Reddito di
ci adinanza. I leghisti fremono per Quota 100 e la Flat tax. Nessuno
sa però dove prenderanno i soldi. E nessuno ha chiaro da dove
cominceranno.
Bastano le prime parole di Conte per capire come andrà
l’intervista. Il presidente del Consiglio, senza perdere il sorriso, ci
informa che il governo partirà subito all’arrembaggio: Reddito di
ci adinanza, Quota 100 e pure Flat tax. Nessuna di queste riforme
avrà la precedenza. Tu e saranno avviate contemporaneamente:
«Mai pensato di fare prima una riforma o un’altra». E i soldi? Nessun
problema: «Ci sarà un meccanismo di gradualità». Significa che,
all’inizio, sceglierete a chi dare il Reddito di ci adinanza,
concentrandovi solo sulle pensioni? «Al momento, non mi sento di
dare anticipazioni. Mi limito a osservare che l’impa o di questa
riforma sarà subito significativo.»
Davanti a noi si è appena materializzato il vuoto pneumatico.
Conte riba e con garbo alle domande, ma senza dare mai una
risposta. Le sue sono piccole lezioni di diplomazia e democristianità.
Parla senza dire nulla. Non cade in nessuna delle trappole che Mario
gli piazza davanti: so oscrive l’ipotesi delle pensioni di ci adinanza
dal 1° gennaio 2019, il resto durante l’anno? «È una possibilità.
Diciamo che stiamo valutando le riforme sul piano dell’a uazione
temporale.»
Insomma, l’antifona è chiara: il premier non ci avrebbe de o una
sola parola sulla manovra. Né cosa avrebbe fa o per prima cosa, né
quando le tre riforme sarebbero entrate in vigore, né a favore di chi.
Più che un presidente del Consiglio, sembra un’anguilla, abile a
scivolare dalle mani dell’intervistatore e sgusciare via senza lasciare
nella rete nemmeno un’alga.
Mario però non si perde d’animo: le pensioni di ci adinanza non
sono un invito a evadere i contributi? «Ho le o sui giornali questa
obiezione. Ne terremo conto.» E la Flat tax? «Ci sarà.» Comincerete
prima dalle persone fisiche o dalle aziende? «Vedremo. È un gioco a
incastri». La pace fiscale? «Stiamo valutando le soglie.» Mane e agli
evasori? «È una sintesi giornalistica.» Volete essere severi con gli
evasori, ma preparate la pace fiscale. «La pace fiscale non è un
condono.» Non la disturba fare pace con uno che ha evaso un
milione? «Nel quadro di una riforma organica del Fisco, possono
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essere considerate varie soglie, che non abbiamo ancora deciso.»
Volete tassare le banche? «Non ne abbiamo discusso.» Si parla di
tensioni nel governo: ha visto vacillare il ministro Tria? «No, non
l’ho mai visto vacillare.» Ha minacciato le dimissioni? «Se il ministro
dell’Economia l’avesse fa o, l’avrei saputo.» Il decreto per il ponte di
Genova non indica il nome del commissario. Perché? «Non ne
abbiamo parlato.» Nel Mediterraneo non ci sono più le navi delle
ONG : lo reputa un successo? «Ho grande rispe o per le ONG e per le
meritorie a ività che fanno in giro per il mondo.» Certe frasi di
Salvini non le danno fastidio? Ha mai pensato che stesse
esagerando? «Dico la verità: no.» Vi accusano di essere razzisti e
xenofobi, citano Mussolini e Hitler… «Questo governo non è razzista
e Salvini non è xenofobo.» Siete giudicati impreparati, si me ono in
evidenza errori e gaffe. «Il clima massmediatico non è certo gravido
di preziosi consigli.»
Così, tra un’“a uazione temporale” e un “clima non gravido”,
cominciamo a disperare. La sapone a di Palazzo Chigi ci sta
scivolando dalle mani. A ogni domanda, il premier sguscia via senza
dire nulla di preciso. Senza mai prendere un impegno: non dico con
noi, ma almeno con i le ori. Le frasi sono da manuale del nulla.
Capolavori di silenzio stampa durante una conferenza stampa.
L’unico momento di imbarazzo si crea quando a bruciapelo, dopo
aver ascoltato le non risposte di Conte, gli chiedo della legi ima
difesa, cavallo di ba aglia della Lega. «È un tema delicato, cui
bisognerà trovare soluzione tra i vari proge i in Parlamento.» Ma
farete un disegno di legge o un decreto? A questo punto, per la
prima volta, l’aplomb del presidente del Consiglio vacilla. La
poche e nel taschino ha un fremito. Conte, per riuscire a trovare una
risposta, si aggrappa a Casalino. Il portavoce è già al lavoro: sta
chiedendo ad Alfonso Bonafede, il ministro della Giustizia. In effe i,
a una velocità incredibile, Rocco digita il quesito sul suo cellulare. Il
responso arriva dopo pochi istanti: niente decreto, iter lungo in
Parlamento.
La bomba, innescata da una domanda ina esa, è stata sminata. Il
percorso può proseguire senza altri rischi. E, sopra u o,
incamminandosi verso il nulla. Le danno fastidio due vicepremier
così a ivi e presenti anche sul piano mediatico? «Non mi sento per
nulla oscurato. Al contrario: l’ho voluto, l’ho posto io come
condizione.» E in quel momento, ci appare davanti agli occhi la
vivida immagine di Conte, che prende da parte i due e li implora:
«Vi prego, potete continuare a farmi ombra?».
Quando usciamo da Palazzo Chigi, dopo quasi un paio d’ore, io e
Mario siamo ancora tramortiti. A raversiamo piazza Colonna, per
dirigerci verso la galleria Alberto Sordi. Ci sediamo ai tavolini di un
bar. Ordiniamo un trancio di pizza romana e un bicchiere d’acqua.
Mentre aspe iamo, ci guardiamo negli occhi increduli, prima di
concludere scorati: «Ma questo è il presidente del Consiglio? In due
ore di intervista, non ci ha de o praticamente nulla. A ogni
domanda, ha dato una risposta evasiva, opponendo ai quesiti gli
arzigogoli da giurista che fanno la fortuna degli studi legali e la
sfortuna dei giornali». Siamo sconfortati. Certi di aver fallito la
nostra missione. E siamo anche un po’ preoccupati. Il “signor Non
so” che abbiamo appena incontrato è il capo del governo di una delle
grandi potenze industriali del mondo. Un capo di governo a sua
insaputa.
Ovviamente, ci sbagliavamo. Il “signor Vedremo” stava solo
prendendo il tempo e le misure del suo nuovo incarico. Il meglio lo
avrebbe dato dopo aver scaricato quelli che tu i consideravano i
suoi padroni. «Il bura ino» come subito l’avevano chiamato i
giornali di sinistra, era già al lavoro. Voleva liberarsi dei fili che
pretendevano di muoverlo. Ce ne saremmo accorti presto anche noi.
3
Il bambino prodigio alla corte del Vaticano

Se il futuro dei grandi uomini si vede dal loro passato, allora il


radioso futuro di Conte sembrava già scri o. «Era bello, maturo,
intelligente e piaceva molto alle ragazze.» Si sa: gli alunni, come i
figli, so’ piezz’ ‘e còre. E a Filomena De Ni is, che insegnava
matematica al liceo classico di San Marco in Lamis, il giovane
Giuseppe è proprio rimasto nel cuore. «Aveva un’intelligenza
fervida. Me lo ricordo bene: un ragazzo brioso.» Ma anche prudente
e accorto: un democristiano in calzoncini. «Per un certo periodo, mi
chiedeva sempre se poteva affacciarsi alla finestra» ricorda ancora
l’ex professoressa dell’istituto nel Foggiano. «Io gli domandai il
motivo: mi spiegò che stava venendo a scuola con una moto, e
quindi voleva controllare che non gliela rubassero.» Veniamo però al
dunque: sgobbava tanto? «Era molto intelligente. Magari non
studiava molto, ma sapeva sempre districarsi nei problemi.
Rispondeva ai quesiti di matematica prendendo i discorsi un po’ alla
larga.» Capito il tipo? Anche da giovine o era un asso del
cincischiare.
Entusiastiche pure le reminiscenze di Vi oria Macchiarola, ex
insegnante di francese alle scuole medie: «Altro che novellino!
Giuseppe è uno tosto, a scuola prendeva tu i dieci!». Lo conosce da
sempre, quel geniaccio del nostro premier. «L’ho tenuto in braccio
da piccolo. Se penso a dov’è arrivato, ancora mi emoziono… Amava
lo studio. Era un bambino prodigio: intelligente, serio, riservato,
sempre garbato, mai esuberante, controllato.» Non è mica finita qui:
«È stato uno studente modello, aiutava i compagni in difficoltà».
Mancano le stimmate, ma il percorso verso la beatificazione è
avviato: «Se si è assunto un impegno, sa di avere possibilità e
sopra u o capacità per farlo» prosegue Macchiarola. «Ma non è
p p p p g
amico del protagonismo.» E qui il tempo potrebbe aver sbiadito i
ricordi della donna, perché l’egolatria del presidente del Consiglio è
piu osto manifesta. «Ho fiducia cieca in lui» prosegue però la
professoressa, incurante dell’iperbole. «E glielo dirò appena
possibile. Poi gli chiederò di portare un po’ di luce all’Italia e
Volturara Appula.»
Ovvero il paesino di 467 anime, in provincia di Foggia, dove il
premier nasce l’8 agosto del 1964. Il padre Nicola, ora in pensione, è
all’epoca segretario comunale. La madre Lillina, diminutivo di Maria
Pasqualina, insegna invece alle scuole elementari. C’è anche la
sorella Maria Pia, di un anno più grande. Giuseppe «è nato in casa
grazie a un’ostetrica marchigiana» riferisce la signora Vi orina,
loquace amica di famiglia. «I Conte sono persone stupende,
riservate, molto religiose e di sani principi.» E poi quel Giuseppe…
«Il fiore all’occhiello di una famiglia veramente perbene.»
L’ardore degli abitanti del borgo pugliese è condiviso con San
Giovanni Rotondo, dove i Conte si trasferiscono prima che i figli
comincino le scuole. Nel paese noto per custodire le spoglie di Padre
Pio, di cui è devotissimo, il giovane Giuseppe cresce e prospera negli
studi. E non solo. Antonio Placentino, suo sedicente miglior amico,
ne rievoca le abilità sportive: «Giuseppe, di tanto in tanto, veniva a
giocare a calce o o calcio a undici con noi. Era un regista, uno alla
Fabio Capello. Se la cavava abbastanza bene». Prova ne darà, molti
anni più tardi, in Umbria, alla vigilia della batosta alle elezioni
regionali dell’autunno 2019. Durante un’improvvisata gara con il re
del cachemire, Brunello Cucinelli, il capo del governo comincia a
palleggiare con destrezza. Quindici tocchi, felpati e consecutivi. Con
Arturo Parisi, tra i fondatori dell’Ulivo, che sul «Foglio» coglie al
volo la metafora del temporeggiatore: «Se ci fosse una gara tra
premier, Conte sarebbe il più grande palleggiatore di tu i i tempi».
A calcio prome e. Ma pure in classe è formidabile: «Studiava
moltissimo. Ed era molto riservato: di una riservatezza assoluta»
ricorda Placentino. E poi sapeste come s’abbigliava! «È sempre stato
elegantissimo, anche a scuola era impeccabile.» Ma si svagava, ogni
tanto? «Una pizza in compagnia, nulla di particolare» ragguaglia
l’amico. Era religioso? «Molto. Andava spesso al santuario di Padre
g p
Pio.» E la politica? «Da ragazzo, non lasciava trasparire nessuna
simpatia.» Sebbene abbia poi rivelato propensioni di sinistra. Prima
di venire folgorato da tu o l’arco parlamentare. Nell’ordine: 5 Stelle,
Lega, PD ed ex DC .
Tra un calcio al pallone, una pizza con gli amici e i pomeriggi
chino sui libri, il giovane Conte arriva all’esame di maturità. Lo
supera brillantemente. E a dicio ’anni saluta gli amati genitori e
parte con la valigia di cartone alla volta della capitale. A Roma,
Conte s’iscrive alla facoltà di Giurisprudenza della Sapienza. La
passione del Diri o gli scorre già nelle vene. Ma la famiglia non è
facoltosa. Così Giuseppe fa domanda per entrare a Villa Nazareth,
blasonato collegio universitario ca olico. Negli anni, come docenti o
visitatori, ha accolto i padri della patria più democristiani della
storia: Aldo Moro, Giulio Andreo i, Francesco Cossiga, Oscar Luigi
Scalfaro, Romano Prodi e Sergio Ma arella.
I legami di Villa Nazareth con il Vaticano sono stre issimi. Viene
fondata nel secondo dopoguerra da monsignor Domenico Tardini.
Accoglie studenti meritevoli e bisognosi, in particolare del Sud. Poi
la guida passa ad Antonio Samorè, protagonista della diplomazia
della Santa Sede. E poi al cardinale Achille Silvestrini, capofila
dell’ala sinistra nel papato di Giovanni Paolo II. E, fino alla sua
recente morte, fedelissimo amico del premier.
Tu o comincia nel lontano 1983. Conte, in un’intervista a Luca
Telese su «Panorama», rivela i retroscena di una frequentazione che
si dimostrerà cruciale nella sua ascesa politica: «Tu o iniziò perché
mia madre leggeva “Famiglia Cristiana” con cura quasi maniacale,
dalla prima all’ultima riga» ricorda il capo del governo. «Lesse di un
collegio ca olico, dove si poteva accedere con un concorso che si
sarebbe dovuto celebrare di lì a breve. Non eravamo poveri, perché
avevamo due stipendi. Ma mia sorella studiava già a Milano, e non
navigavamo nell’oro. Mamma pensò che potesse servire, e così mi
disse: “Partecipa!”.»
L’imberbe matricola universitaria parte dunque per Roma.
Sostiene la prova d’ammissione. È in quell’occasione che incrocia
Silvestrini: «Un maestro, un uomo fortemente carismatico e un
portatore di kerigma, che è il termine greco con cui si indica la
capacità quasi profetica di guidare e annunciare la via.» All’epoca, la
dire rice dell’istituto è la professoressa Angelina Groppelli, una
suora laica paolina. «Fu proprio lei a esaminarmi» informa Conte. Ed
è ancora lei ad annunciargli la lieta novella: aveva superato l’esame.
«Mi spiegò però che in quella sessione qualcuno aveva più bisogno
economico. E che la missione prioritaria della stru ura era assistere i
più poveri.»
Passa qualche anno. Groppelli si rifà viva. «Lei non si era
dimenticata di me. Con una puntualità e una sicurezza incredibile,
esa amente dopo qua ro anni, mi telefonò e disse: “Conte, tu o
bene? Si è laureato?”. Effe ivamente m’ero appena laureato, e avevo
iniziato a fare l’assistente all’università. Mi propose di collaborare.»
Lui acce a. «Per un bel sentimento» filosofeggia «che Max
Horkheimer definisce “la nostalgia del totalmente altro”. Sentivo di
aver sfiorato quel mondo, volevo tornarci.» Conte diventa tutor degli
studenti e cura le relazioni con alcune università straniere, in
particolare americane. Viene così nominato membro del Board of
Trustees del Cardinal Tardini Charitable, che finanzia Villa
Nazareth. Ed entra nel comitato scientifico del collegio, incarico che
manterrà fino alla nomina a Palazzo Chigi.
È proprio grazie alle sue entrature ecclesiastiche che, a giugno
2016, incontra per la prima volta Bergoglio, in visita pastorale nel
collegio ca olico. Nelle immagini, pubblicate dal magazine «Il mio
papa», si vede un raggiante professor Conte che stringe la mano a
Francesco. Assieme al futuro premier, ci sono il figlio Niccolò, che
all’epoca ha 8 anni, immortalato mentre riceve la carezza papale, e
l’allora moglie Valentina Fico, l’avvocato dello stato da cui divorzierà
poco più tardi.
Insomma, bisogna rituffarsi nelle ere democristiane per riscovare
un altro presidente del Consiglio con relazioni tanto salde e
ramificate oltre Tevere. Conte è un pupillo di Silvestrini. Ma è amico
anche del cardinale Pietro Parolin, segretario di stato vaticano, pure
lui ex dire ore di Villa Nazareth. Un ruolo adesso occupato da
monsignor Claudio Celli, già a capo dell’APSA , l’organismo che
gestisce il patrimonio economico della Santa sede. Anche lui,
chiaramente, è in splendidi rapporti con Conte. Relazioni,
discrezione e potere terreno. Villa Nazareth, nell’imponderabile e
giusto momento, diventa il celeste alleato.
Il 23 maggio 2018 Ma arella dà a Conte l’incarico, poi sfumato, di
formare il governo. Il giorno dopo, il collegio diffonde un
comunicato che tracima vicinanza e ammirazione. «Il giovane
Giuseppe Conte partecipò nel 1983 al concorso di ammissione per
entrare a far parte del nostro collegio universitario» ricorda una nota
ufficiale. «La sua amicizia con il cardinale Silvestrini, e con tu i noi,
risale a quei giorni ed è cresciuta nel tempo. Conte non ha fa o mai
mancare a Villa Nazareth l’apporto della sua amicizia e della sua
rilevante capacità accademica: prima come tutor degli studenti e poi
professionale. Oggi il professor Conte è membro del comitato
scientifico del collegio universitario e continua a esserci vicino con
competente dedizione e affe o.»
È il messaggio urbi et orbi a chi continua a prendere tempo: lui è
uno di noi. A differenza di quel demonio di Salvini, che brandisce in
pubblico il rosario e rimanda indietro i barconi pieni di immigrati. È
papa Francesco, a giugno 2019, a chiarire da che parte sta la Chiesa. I
giornali scrivono che avrebbe negato l’udienza al leader della Lega.
Il pontefice nega. E rilancia: «Nessuno del governo, ecce o il premier
Conte, ha chiesto udienza. Perché si deve chiedere alla segreteria di
stato: Conte l’ha chiesta ed è andata come da protocollo. È stata una
bella udienza. Conte è un uomo intelligente, un professore, sa di che
cosa parla. Dal vicepremier e da altri ministri non ho ricevuto
richieste».
Silenzi e rimandi, dalle parti della Santa Sede, valgono più di
mille parole. Due mesi dopo Gualtiero Basse i, presidente della CEI
(Conferenza Episcopale Italiana), ammonisce i ca olici: non devono
«me ersi in fila dietro ai pifferai magici di turno». Una frase
sibillina: a chi mai si riferirà il prelato? Al leader leghista,
ovviamente. Poi arriva la crisi politica: la più auspicata nella storia
dal Vaticano. E indovinate per chi prega il Regno dei cieli? Per il pio
Giuseppe o il perfido Ma eo? Così, nelle se imane cruciali,
ripartono le grandi manovre. Il partito del Vaticano non ha remore:
Conte deve rimanere a Palazzo Chigi.
Il premier viene incaricato, per la seconda volta, da Ma arella. È il
29 agosto 2019. Quel giorno, quasi un segno del destino, muore il
prelato che gli è stato sempre accanto: il cardinale Silvestrini,
scomparso a 95 anni. Un gigante della diplomazia vaticana. Il
ministro degli Esteri della Santa Sede, che aveva gestito pure le
complesse relazioni con i paesi sovietici. Due giorni dopo, si tiene il
suo funerale nella Basilica di San Pietro. Partecipano venti cardinali,
tra i quali Parolin. C’è papa Francesco, ovviamente. E c’è anche
Conte. Al termine della funzione, la sala stampa vaticana verga una
nota: «Questo pomeriggio, a margine delle esequie del cardinale
Achille Silvestrini, il Santo Padre Francesco ha incontrato
brevemente per un saluto il presidente del Consiglio incaricato,
Giuseppe Conte, e con lui ha ricordato con affe o la figura del
cardinale».
Una banale velina? Forse. O magari il bisbiglìo a chi continua a
tentennare. Sei giorni più tardi, il premier succede a se stesso. Lui sa
come gira il mondo. E sopra u o conosce il Vaticano. Riecco porti
riaperti, misericordia e carità. Fiat lux: e luce sia. Il devoto Giuseppe
è ancora l’uomo giusto.
4
Tante parcelle e una capanna

Quando gli danno dello «sconosciuto avvocato», Conte trasecola.


«Ma se ho centinaia di clienti…» si sfoga con i collaboratori più
fidati. Ed è pure diventato ordinario a soli 38 anni. Ha ragione da
vendere, il premier. Nelle università italiane, storicamente asfissiate
da baronie e familismo, si arriva in media a scalare il gradino più
alto della carriera accademica quasi all’età della pensione. I docenti
di prima fascia con meno di quarant’anni, certifica l’ultimo rapporto
del ministero dell’Istruzione, sono appena 20 su 12.975: meno dello
0,2 per cento. State allegri, italiani: in quel laghe o dalle acque
cristalline ha nuotato anche l’anguilla di Palazzo Chigi, docente di
Diri o privato all’Università di Firenze. Onore al merito: il figlio del
segretario comunale di San Giovanni Rotondo ha tagliato il
traguardo quasi imberbe, più rapido di un centometrista.
A o obre 1988, il ventiqua renne Conte si laurea in
Giurisprudenza alla Sapienza di Roma. Titolo della tesi:
Inadempimento prima del termine. Votazione: 110 e lode. Qualche anno
più tardi è già cultore della materia di Diri o civile. Ma la vera
ascesa comincia quando, dopo aver vinto l’apposito concorso, ad
aprile 1998 viene nominato ricercatore di Diri o privato a Firenze.
Da quel momento brucerà tu e le tappe: in poco più di qua ro anni
scalerà ogni ve a accademica. A giugno 2000 vince il concorso per
professore associato. Il posto viene bandito dalla Seconda Università
di Napoli. Nella commissione ci sono Raffaele Rascio, della Federico
II, il più prestigioso ateneo campano, e Giovanni Furgiuele, che sarà
vicino di stanza di Conte all’Università di Firenze.
Rascio e Furgiuele, meno di due anni più tardi, si ritrovano di
nuovo insieme in una commissione. Di nuovo nella Seconda
Università di Napoli. Sempre per un concorso, ma da ordinario. E,
p p p
ancora una volta, il prescelto è il giurista di Volturara Appula. Tra i
cinque docenti che lo giudicano c’è anche Guido Alpa. Insegna
Diri o civile alla Sapienza di Roma ed è un celebratissimo avvocato
italiano.
La sua presenza in quella commissione cela un’accusa di
favoritismo che il presidente del Consiglio rifiuterà con sdegno.
Perché Alpa e Conte non sono legati solo da reciproca stima e sicura
fiducia: i due nel 2002, poco prima di quel concorso, decidono di
aprire insieme uno studio professionale. Anzi, una semplice
condivisione di spazi, derubricherà il premier. Di certo, però, a quel
tempo, esaminatore ed esaminato già collaborano proficuamente.
Come dimostra l’incarico affidato a entrambi il 29 gennaio 2002 dal
Garante per la privacy, all’epoca Stefano Rodotà. E Alpa, ricostruisce
«La Verità», l’1 marzo 2002 è indicato commissario a Napoli: appena
un mese dopo aver acce ato quel mandato. Per farla breve: non c’è
un confli o d’interessi? Talmente plateale, assaltano i più
barricaderi, da invalidare quel concorso?
Per scoprirlo, bisogna consultare i documenti ufficiali e incrociare
le date. La prima cosa da fare è leggere tu i gli a i del concorso
vinto da Conte. Ci armiamo di pazienza e chiediamo lumi al
ministero dell’Istruzione. Il 3 o obre 2019, alle 16.40, inviamo
all’apposito ufficio una generica richiesta, senza specificare quale sia
«la procedura di valutazione comparativa» che ci serve.
Siamo fortunati. Passa appena un minuto. Alle 16.41 risponde la
dirigente preposta: «Gentilissimo, le chiedo di fornire cortesemente
un recapito telefonico utile». E poi dicono che i superburocrati
schivano i giornalisti. Per velocizzare i tempi, chiamiamo il numero
in calce al messaggio di posta ele ronica. La responsabile del
dipartimento, una ferrata avvocatessa, mostra rara cortesia: «Mi
mandi i de agli del bando che state cercando. Faremo tu o il
possibile. Certo, si tra a di un vecchio concorso, magari le carte si
trovano sepolte nei nostri archivi, ma abbiate fiducia». Aggiunge
però un consiglio: «Forse, per sveltire i tempi, sarebbe meglio
chiedere dire amente all’ateneo interessato: loro, a differenza nostra,
dovrebbero avere quei documenti a portata di mano».
Acce iamo il suggerimento. Chiamiamo subito l’ex Seconda
Università di Napoli, oggi riba ezzata Luigi Vanvitelli, che ha la
sede centrale a Caserta. La responsabile del se ore che si occupa dei
contra i dei docenti ci tra a con sufficienza. Magari ha già intuito
l’arcano. Comunque, c’invita a parlare con il re ore. E che cosa
c’entra il Magnifico locale? «È lui che parla con i giornalisti» informa
la dirigente. Mah. L’antifona sembra chiara. L’allerta “calende
greche” comincia a lampeggiare sulla nostra inchiesta. Ritelefoniamo
allora alla solerte dirigente del ministero che tanto c’aveva
impressionato. Una, due, tre volte. Niente da fare. Le riscriviamo,
invano. Dopo un paio di se imane, chiama una collaboratrice del
suo ufficio: «Ci dispiace, ma gli a i che ci avete richiesto non sono in
archivio. Vi consigliamo di riconta are la Vanvitelli».
Come nel gioco dell’oca, siamo tornati alla casella iniziale. Niente
di nuovo: è la vita dei cronisti. Tante porte in faccia, fino a quando
non si riesce a me ere un piede nell’uscio. In questo caso, urge però
una consulenza. Telefoniamo a un’amica. Guida gli uffici
amministrativi di una delle più importanti università italiane: i suoi
consigli potrebbero esserci d’aiuto. Ci spiega che i colleghi campani
sarebbero obbligati a darci quegli a i. Meglio però, in ossequio alla
legge che garantisce l’«accesso civico» ai ci adini, inviare un
formalissimo e ufficiale messaggio di posta certificata.
Seguiamo l’indicazione. Il 5 novembre 2019 scriviamo alla
Vanvitelli. Visto che si tra a dei documenti di un’amministrazione
pubblica, chiediamo gentilmente di poterli visionare. In caso di
mancata risposta entro trenta giorni, segnaleremo il caso all’autorità
competente. La velata minaccia non sembra sortire alcun effe o.
Meglio di un orologio svizzero, alla scadenza dei termini di legge, il
4 dicembre 2019 la Vanvitelli replica con una telegrafica PEC . Ci
informa di aver chiesto preventiva autorizzazione «ai sogge i
controinteressati»: solo tra commissari e partecipanti al concorso
sarebbero undici persone. Tu i, a questo punto, dovranno dare il
loro assenso all’eventuale invio dell’incartamento. Campa cavallo. E,
comunque, la Vanvitelli ci tiene a so olineare che il perentorio
termine per la loro risposta, quei famosi trenta giorni, viene
temporaneamente sospeso.
Noi tapini! Come abbiamo pensato, anche soltanto per un
momento, di poter trionfare su commi, codicilli e dilazioni? Per di
più, la richiesta riguarda il presidente del Consiglio. Ovvero, seppur
indire amente, il grande capo dell’immarcescibile burocrazia italica.
Poveri illusi. Non resta che tentare l’ultima carta: quella della
disperazione. Chiedere dire amente a Palazzo Chigi, raccontando le
nostre tribolazioni.
Sorpresa. Qualche giorno più tardi, gli agognati documenti di
quel concorso sono sulla nostra scrivania. Il primo foglio del
fascicolo è una le era d’accompagnamento inviata dalla Vanvitelli:
«Si trasme ono le copie degli a i richiesti, relativi alla procedura in
ogge o». Il destinatario della missiva è la persona che ha richiesto
quel plico. Sarà stato il premier, pensiamo subito. Le accuse di scarsa
trasparenza, d’altronde, lo inseguono dal giorno della sua prima
nomina. Invece, no: curiosamente, gli a i di quel concorso sono stati
richiesti da Alpa. È a lui, quindi, che vengono spediti. Il professore,
poi, deve aver girato quel malloppo cartaceo alla presidenza del
Consiglio. È l’ennesima prova delle cointeressenze?
Lo studio legale in comune viene aperto all’inizio del 2002.
Proprio mentre Alpa si appresta a giudicare il suo pupillo. In
un’intervista al «Secolo XIX», il luminare chiarirà: «La commissione
era stata estra a a sorte: era composta da me e altri qua ro membri.
Data la mia giovane età, non ne ero il presidente. Conte ebbe
l’unanimità dei giudizi positivi. Anche se non lo avessi votato,
avrebbe avuto qua ro voti, e i restanti candidati ne ebbero zero:
avrebbe vinto ugualmente. Tu e le illazioni sul concorso sono
infondate».
Ora, sorvoliamo pure sulla “giovane età” del docente, che
all’epoca viaggiava intorno alle 55 primavere e aveva già una laurea
honoris causa conferita dalla Complutense di Madrid. Alpa però, in
quell’intervista, assicura di essere finito in quel collegio per puro
accidente. Una modalità che, in effe i, allontanerebbe ogni malevola
insinuazione. Peccato che dai documenti risulti il contrario. Alpa
viene ele o, non sorteggiato. Ed è perfino il più votato tra i
gg p p
commissari: 54 preferenze. Non solo: il sito ecaserta scrive che il
ca edratico è stato commissario nell’ateneo campano «una e una
sola volta, cioè quando al concorso partecipò Giuseppe Conte». Se
fosse vero, sarebbe un ulteriore indizio dell’intrigo?
Ben 54 designazioni, quindi. E alle sue spalle, con 39 preferenze,
c’è ancora Furgiuele. Morale: Conte diventa ordinario anche grazie
agli entusiastici giudizi dell’allora vicino di studio professionale e
del venturo vicino di stanza in facoltà. I loro voti contano come
quelli degli altri, certo, ma dai giudizi traspare una stima
incondizionata nei confronti del giovane (lui sì…) Conte.
Dopo aver esaminato la produzione scientifica del discepolo, Alpa
argomenta: «Le monografie e i contributi presentati, concernenti
temi di notevole difficoltà, esprimono una solida preparazione
tecnica associata a una vasta e brillante prospe iva storico-sociale e
le eraria, un uso sapiente delle categorie dogmatiche e del metodo
comparatistico ai fini dello studio del Diri o civile, e l’a enzione per
una pluralità di interessi». Fino alla solenne indicazione conclusiva:
«Il candidato merita un giudizio di piena maturità scientifica, sì da
poter essere collocato in una posizione eminente ai fini del presente
concorso». Non meno strabiliante il verde o a cui giunge Furgiuele:
«Sicuro e pieno giudizio positivo in ordine al particolarmente
elevato livello di maturità scientifica».
Alle 9.30 del 13 luglio 2002, assieme agli altri tre membri, i due
giuristi si ritrovano nel dipartimento di Diri o comune patrimoniale
dell’Università Federico II. È il momento del verde o. Dopo una
breve discussione, si procede alle valutazioni. Qua ro candidati non
o engono nemmeno una preferenza. Conte invece fa l’en plein:
cinque voti su cinque. Con la stessa percentuale bulgara, viene
dichiarato idoneo anche Carlo Vendi i, figlio di Antonio, già
ordinario di Diri o commerciale proprio alla Federico II di Napoli.
Due plebisciti. Ciascun commissario, annota il verbale finale,
prima del voto «dichiara di non avere relazioni di parentela o affinità
fino al quarto grado con i candidati e che non sussistono cause di
astensione di cui all’articolo 51 del Codice di procedura civile». E che
cosa prevede la succitata norma? Il giudice deve astenersi dal
giudizio se ha un interesse personale. Insomma, quando rischia di
g p q
essere imparziale. È il caso di Alpa? L’Autorità nazionale
anticorruzione, con la delibera 209 del 2017, chiarirà: nei concorsi
universitari c’è incompatibilità quando tra un commissario e un
candidato esiste «una comunione di interessi economici» di
particolare intensità e sistematicità. Ossia, quando c’è «un vero e
proprio sodalizio professionale».
Tu o risolto, quindi? Forse. Due anni dopo, l’ANAC viene
interpellata sul caso specifico da Silvio Ulisse, un avvocato pesarese.
L’organismo, guidato dal magistrato Raffaele Cantone, si pronuncia
il 10 aprile 2019, a ingendo al solito burocratese: «Riguardando la
segnalazione dei fa i molto risalente nel tempo e, in quanto tali,
nemmeno modificabili più in autonomia, il consiglio dell’Autorità,
ritenendo preclusa qualunque possibile valutazione nel merito, ne ha
disposto l’archiviazione». Una conclusione un po’ pilatesca. Visto
che su quel concorso non si possono più me ere le mani, meglio
lavarsi le mani.
Torniamo allora al primo parere dell’ANAC . L’Anticorruzione
scrive: c’è incompatibilità se c’è un «sodalizio professionale». E Conte
e Alpa, all’epoca del concorso, a loro dire condividono solo spazi
comuni. Sarebbero gli antesignani dello spopolante coworking.
Spulciando tra gli archivi giuridici, si scopre però che, il 29 gennaio
2002, esaminatore ed esaminato ricevono un prestigioso incarico in
comune: la difesa dell’Autorità per la protezione dei dati personali,
al tempo guidata da Stefano Rodotà.
Il presidente del Consiglio è allora un arrembante associato,
mentre il suo esaminatore è già un accademico con i controfiocchi.
Rodotà decide di assegnare a entrambi il ricorso: una controversia
che vede contrapposta l’autorità da lui presieduta alla Rai. Viene
dunque spedito il mandato. Gli avvocati sono due, ma l’indirizzo è
soltanto uno: via Sardegna 38, Roma. È la prima sede condivisa da
mentore e allievo, prima del trasferimento in piazza Cairoli. Ma
perché inviare un’unica le era se, come spergiurano gli interessati, si
tra a di incarichi distinti e non c’è nessuna associazione
professionale tra loro? Il premier replicherà con sufficienza e ardore:
così va il mondo degli studi legali. Basta chiedere a qualsiasi collega
o praticante.
Ben meno usuale sembra il documento scovato dalla trasmissione
televisiva Le Iene e pubblicato da «La Verità». È un proge o di
parcella datato 21 gennaio 2009. E riguarda proprio quella causa. La
richiesta di fa ura, firmata sia da Alpa che da Conte, viene inviata al
Garante della privacy. L’«importo complessivo richiesto», solo per il
giudizio di primo grado, è di 26.830,15 euro. Il saldo, scrivono i due
avvocati, potrà avvenire su un conto corrente aperto in una filiale
genovese di Banca Intesa. È quello di Alpa. L’iban è il suo. E Conte?
Non ha visto un euro. Del resto, persino in famiglia si
lamenterebbero della sua scarsa a enzione per il denaro: «Sono poco
venale» spiegherà di fronte alle telecamere di Mediaset.
Insomma, per quel comune patrocinio il futuro presidente del
Consiglio non fa ura un centesimo. Eppure, come emerge dalle carte
processuali, si sarebbe perfino sobbarcato l’onere di presenziare a
quasi tu e le udienze. Non importa. Lui, in quella causa, era solo
una longa manus. Sarebbe stato il collega, in realtà, a impostare la
difesa e a redigere gli a i determinanti per il ricorso.
Niente paura, però. Il premier si rifarà, seppur parzialmente, in
seguito. Nei gradi successivi dello stesso ricorso saranno entrambi a
fa urare. Lo confermano gli archivi del Garante, aggiornati al 12
dicembre 2019, che siamo riusciti a consultare: il 25 luglio 2018,
mentre Conte è a Palazzo Chigi da quasi due mesi, riceve un
compenso di 6.270 euro. I servigi di Alpa vengono invece retribuiti
un po’ meglio, con 7.978 euro, il 27 novembre 2019: curiosamente, è
proprio il giorno in cui incontreremo il premier a Palazzo Chigi.
Nella stessa data, il noto ca edratico incasserà altri 9.707 euro, per
una comune difesa assunta a o obre del 2010. In questo caso, però,
sarà il presidente del Consiglio a o enere qualcosina in più: 9.979
euro. La cifra era stata saldata, pure stavolta, nell’estate 2018, mentre
era già a Palazzo Chigi.
A questo punto, urge il pallo oliere: Conte e Alpa, negli ultimi
anni, solo dall’Autorità per la protezione dei dati personali hanno
avuto complessivamente o o incarichi. Sempre insieme. Cheek to
cheek, guancia a guancia, cantava Frank Sinatra. Il primo
g g p
affidamento, come abbiamo visto, è del 29 gennaio 2002. Il secondo
risale al 2009. Un paio sono del 2010. Qua ro vengono conferiti tra il
2011 e il 2016. E basta incrociare date e nomi, per scoprire che quel
primo proge o di parcella potrebbe non essere l’unico a doppia
firma. Il 16 dicembre 2014 il Garante liquida ai due professionisti i
compensi per altri tre di questi o o mandati. Il primo pagamento è
per una causa assegnata a entrambi il 14 gennaio 2009. Il secondo
riguarda il protocollo 22471/76231 del 24 o obre 2011. Il terzo è per
una tutela conferita il 19 luglio 2012. Conte chiede complessivamente
9.335 euro. Praticamente la stessa cifra o enuta da Alpa, che incassa
9.367 euro. Anche stavolta, quindi, le somme liquidate sono
pressoché uguali.
Nulla da eccepire. Incuriosisce però la data. Le sei fa ure, tre a
testa, sono saldate il 16 dicembre 2014. Quindi, azzardiamo,
probabilmente sono state presentate insieme, come avvenuto già nel
2009. Eppure, il premier so olinea che gli incarichi sono distinti. Ma
allora perché vengono liquidati lo stesso giorno? Si tra a di altre
parcelle congiunte? L’elenco completo delle «tutele in giudizio»
affidate dall’autorità, non lo specifica. In compenso rivela che Conte
e Alpa sono due assi pigliatu o: su 13 cause conferite ad avvocati
esterni negli ultimi anni, se ne aggiudicano, come abbiamo già visto,
ben o o.
Ovviamente non ci sono solo le difese in nome e per conto del
Garante. Servirebbe un elenco completo dei processi in cui i due
hanno lavorato insieme. Ma nessuno dei due ci tiene a fornirlo. Così
bisogna a ingere alla banca dati delle sentenze, che però contiene
decisioni emblematiche e di scuola, cioè utili ai colleghi avvocati.
Una goccia nell’oceano. Eppure in quella goccia giuridica i nomi di
Alpa e Conte si ritrovano insieme spesso. Nel 2006 rappresentano
Craft, la società che ha breve ato i tutor, contro Autostrade, accusata
di aver contraffa o il loro breve o industriale. Nel 2013 difendono
l’ospedale San Giovanni di Roma in una causa per la gestione del
servizio di mensa. E nel 2014 i due si alternano nella difesa della
Granarolo, il famoso gruppo alimentare.
Sono indizi di un “sodalizio”? Nemmeno per sogno: eravamo solo
coinquilini, ripete Conte fino alla noia. Lo stesso fa Alpa, del resto.
q p p
Nell’ultima intervista concessa, si sfoga: «Vogliono colpire me per
colpire il premier». Il rapporto tra i due «è un’associazione casuale di
immagini e parole». Peggio: una fake news. Il ca edratico però
confessa: «Rivelo una cosa: mi chiama la domenica, per chiedermi
come sto, come mi vanno le cose. Non gli do nessun consiglio, non
ne ha bisogno». E la politica? «Non ne parliamo mai. Anche perché
la pensiamo diversamente, io sono sempre stato socialista e morirò
socialista.» Comunque, «tu e le illazioni sul concorso sono
infondate».
Altro non rimane che confidare nella buona fede di entrambi.
Nessuna associazione professionale. Ma c’è un particolare che
complica il quadro. E non è affa o di scarso rilievo. Perché è lo
stesso Conte ad aver seminato dubbi su dubbi. Nell’autunno 2013
invia alla Camera dei deputati il suo smisurato curriculum per
concorrere all’elezione nel Consiglio di presidenza della giustizia
amministrativa. Il futuro capo del governo, lasciando poco spazio
all’immaginazione, scrive di sé: «Dal 2002 ha aperto con il prof. avv.
Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al Diri o civile,
societario e amministrativo».
Così, il 18 se embre 2013, assieme ai membri laici delle
magistrature speciali, il professore viene scelto per la rinomata
carica. Si dime erà a marzo 2018, soltanto dopo aver acce ato la
candidatura come ministro della Pubblica amministrazione in un
ipotetico governo grillino. Ancora ignaro che il fato avrà in serbo per
lui qualcosa di ben più sbalorditivo: la guida di due governi. E
persino d’opposta foggia: il primo di centrodestra e il secondo di
centrosinistra. All’epoca questa sembra però un’ipotesi
fantascientifica, sebbene l’avvocato goda già di trasversali e
insospe abili appoggi. Quel 18 se embre 2013, oltre ai 5 Stelle, lo
sostengono pure i futuri alleati democratici. Del resto, la simpatia è
reciproca. Ma eo Renzi lo confermerà anni dopo a Gian Antonio
Stella sul «Corriere della Sera»: «Conserviamo ancora i suoi
messaggini di lode per il nostro governo».
Tu i vogliono il professore per l’ambito ruolo. E lui, grazie al suo
insigne curriculum, o iene l’incarico con un plebiscito. Nell’aula di
Montecitorio, in quella tiepida ma ina di fine estate, siedono 417
q p
onorevoli: 383 votano a suo favore. Un trionfo. Solo che, in mezzo
allo stuolo di referenze protocollate alla Camera, c’è n’è una che
rischia di mandare la sua carriera a carte quaranto o: lo studio
aperto insieme ad Alpa. È vero? O magari è una millanteria, come
quei neolaureati che imbelle ano i trascorsi per impressionare i
recrutatori. In questo caso non si tra erebbe però di un’innocente
bugia. C’era in lizza una poltrona pubblica. Giuridica, per di più: la
nomina nell’organo di autogoverno della giustizia amministrativa.
Conte ha gonfiato le sue referenze? È una delle domande che ci
riprome iamo di fargli a Palazzo Chigi.
5
Curriculum & affari

«A prescindere da quanto si è vissuto, il curriculum dovrebbe essere


breve.» Di fronte ai versi di Wislawa Szymborska, premio Nobel per
la Le eratura, al premier italiano non resterebbe che impallidire. «È
la sua forma che conta, non ciò che sente. Cosa si sente? Il fragore
delle macchine che tritano la carta.» Giuseppe Conte non ha però
seguito le liriche indicazioni della poetessa polacca. Lui, con i suoi
sterminati CV , ha disboscato intere foreste. La prova lampante arriva
appunto a se embre 2013, con l’invio delle sue referenze alla
Camera dei deputati. In lizza, come abbiamo già visto, c’è l’ambito
posto di membro del Consiglio di presidenza della giustizia
amministrativa.
Dodici pagine, più fi e della bruma pavese. Dalla maturità
classica, o enuta «con votazione di sessanta/sessantesimi»,
all’ultima fatica editoriale del tempo. È la curatela, insieme al solito
Alpa, di un volume sulla disciplina del contra o di compravendita,
per cui compila diciasse e succose facciate. Davanti a cotanto sapere,
cos’altro possono fare i tramortiti deputati? Ovvio: ratificare la
nomina di Conte, peroratissima dal Movimento. Il parlamento è però
ignaro delle iperboli nascoste tra quello stuolo di esperienze. Come
lo studio con Alpa: aperto davanti ai deputati e richiuso di fronte ai
giornalisti. Ma non è l’unica ampollosità, in mezzo a quella gragnola
di titoli e poltrone. Il curriculum annovera 24 incarichi accademici e
ben 37 mansioni scientifiche, come la «so ocommissione» per
riformare l’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in
crisi. O la partecipazione a 67 convegni. Tra cui quello, nel 2006,
dallo scoppie ante intento: «Il condominio: i contra i per una
migliore manutenzione». Per non parlare della caterva di
pubblicazioni. Nell’elenco brillano persino le se e pagine e vergate
per un tomo dall’incidentale sapore autobiografico: Il difficile
equilibrio tra l’essere e l’avere.
Un cursus honorum talmente onorevole da far sorgere, agli albori
della sua nomina a premier, qualche sommesso dubbio: non è che il
professore avrà un tantino esagerato? La prima, clamorosa, smentita
giunge nientemeno che dal «New York Times». Conte, nel suo CV ,
scrive di aver «soggiornato per periodi non inferiori a un mese
presso la New York University, per perfezionare e aggiornare i suoi
studi». Allora «la vecchia signora in grigio», come viene chiamato il
quotidiano statunitense, interpella Michelle Tsai, portavoce
dell’ateneo. E la donna rivela laconica: «Una persona con questo
nome non risulta in nessuno dei nostri registri».
Il giornale americano teorizza però una via d’uscita. Conte
potrebbe aver seguito corsi brevi: quelli, in effe i, durano appena
due giorni. O forse ha solo svolto ricerche autonome. E così, a
suffragare quest’ultima tesi, un’anonima manina me e in giro alcune
e-mail scri e dall’allora candidato a Palazzo Chigi. I destinatari sono
il bibliotecario e il professor Mark Geistfeld, conta ato da Conte per
parlare del proge o di un libro. Il docente gli risponde che lo aspe a
nella sua stanza, la «room 411 A». Il mistero dunque è risolto. Quei
maldicenti dei giornalisti si sciacquino la bocca prima di seminare
inutili dubbi. Certo, resterebbe un de aglio da chiarire. La e-mail è
del 2014. Il curriculum viene invece presentato alla Camera diversi
mesi prima, a se embre 2013. Peggio: circoscrive l’esperienza
accademica nella Grande Mela dal 2008 al 2012. Insomma, come
dicono i veneti, xe pèso el tacòn del buso: la toppa è peggio del buco.
Altre voci lasciano perplessi. Conte, ad esempio, sostiene di aver
«soggiornato all’Université Sorbonne di Parigi per a ività di ricerca
scientifica nell’estate dell’anno 2000». Indicazione, a dire il vero, un
pochino vaga. La Sorbona non ha una sola sede. Corsi, ed eventuali
studi, andrebbero meglio definiti. E comunque, anche nelle banche
dati dell’università parigina, il suo nome non risulterebbe. E a
vacillare sarebbero pure altri periodi trascorsi all’estero. Come quelli
svolti, a se embre 2001, in Inghilterra: nel Girton College, a qualche
chilometro dalla blasonatissima Cambridge. Sfortuna però vuole
che, so olinea l’agenzia «Reuters», proprio nel frangente indicato
resta chiuso per ferie.
E la permanenza alla Duquesne University di Pi sburgh? «Non è
presente nell’archivio come studente, non ha quindi mai frequentato
alcun corso ufficiale» spiegano gli americani. La dire rice dell’ufficio
comunicazioni dell’ateneo, Bridget Fare, conferma però la presenza
di Conte: come coordinatore di un programma di scambi con Villa
Nazareth.
Serpeggiano dubbi anche a La Valle a. Conte scrive di avere
insegnato all’Università di Malta «nell’estate 1997 nell’ambito del
corso internazionale di studi intitolato European Contract and
Banking Law». Ma pure lì, rivelano ancora i quotidiani, non c’è
traccia. Noi, invece, stavolta ci perme iamo di spezzare una lancia a
favore del premier. Alpa, dal 2000 al 2007, è stato un docente
dell’ateneo maltese. Che, nel 1999, apriva intanto a Roma una
succursale italiana: la Link, fondata dall’ex ministro dell’Interno,
Vincenzo Sco i, e futuro epicentro del Russiagate. Ovvero l’intrigo
che, vent’anni dopo, coinvolgerà suo malgrado pure l’a uale
presidente del Consiglio.
Insomma, quel curriculum formato extralarge diventa una
slavina. Di Maio però derubrica: «Non sanno più cosa inventarsi». Il
professore sbucato dal nulla, del resto, è ormai il cavallo vincente dei
grillini. Eppure, a ben rileggere quelle mirabolanti imprese
accademiche e lavorative, i dubbi sostanziali si sommano a quelli
formali: Conte non è forse l’emblema dell’a iguità con i poteri forti,
che il Movimento voleva scardinare?
Grandi studi legali, incarichi pubblici, lobby imprenditoriali,
finanza e Vaticano. Il giurista è la perfe a impersonificazione
dell’establishment sempre detestato dai 5 Stelle. Non a caso, nella
dichiarazione dei redditi presentata nel 2017, si piazza al secondo
posto tra gli esponenti dell’ex governo gialloverde, alle spalle della
collega Giulia Bongiorno. L’imponibile di Conte è di 370.314 euro,
lontanissimo da sobrietà e decrescita felice decantati dai suoi
patrocinanti politici. E fra i beni posseduti, c’è persino una Jaguar
XJ6 del 1996. Gli consigliamo di tenerla in garage, ben sorvegliata:
g g g g
Beppe Grillo, in uno dei suoi raptus ambientalisti, potrebbe
distruggerla a martellate.
Non c’è una riga in quel curriculum che sembri personificare
l’ideologia del Movimento. Dopo essersi laureato con una tesi di cui
è stato correlatore «il banchiere delle privatizzazioni», Natalino Irti,
il suo percorso incrocia quello degli studi legali con parcelle a sei
zeri: Renato Scognamiglio; Gianni, Origoni, Grippo & Partners;
l’immancabile Alpa. Per non parlare degli incarichi pubblici.
Consulente legale della Camera di commercio di Roma. Poi esperto
della Banca d’Italia. Per passare dalla nomina, in epoca
berlusconiana, a consigliere di amministrazione dell’Agenzia
spaziale italiana, storico carrozzone di stato.
E la Confindustria, con cui i grillini si sono sempre guardati in
cagnesco? Be’, Conte pure lì è di casa. Difa i sedeva nella
commissione cultura dell’associazione degli imprenditori e ha
insegnato alla Luiss, controllata dall’associazione industriali. È anche
l’unico italiano nel Board of Trustees della John Cabot University,
ateneo americano con sede a Roma. Poi, come abbiamo già visto,
risulta membro di un altro Board of Trustees: quello del Cardinal
Tardini Charitable Trust, che finanzia Villa Nazareth. Senza
dimenticare la nomina nell’organismo di controllo del comitato per
la candidatura di Roma delle Olimpiadi del 2020, rinominate da
Grillo «le Olimpiadi dei costru ori».
Fiorentissima, ovviamente, pure l’a ività professionale. I trascorsi
di Conte pullulano di sensazionali clienti pubblici: tipo le Ferrovie. O
l’Alitalia: la sua «assistenza legale per giudizi di opposizione allo
stato passivo» gli ha fru ato quasi 43.000 euro. Ha difeso, dall’accusa
di danno erariale, anche un ex dirigente della Croce rossa italiana.
Tra gli assistiti spicca poi Giuseppe Saggese, il creatore di Tributi
Italia, la società che per un ventennio circa ha rastrellato le imposte
di molti comuni. Fino a quando l’imprenditore non viene accusato di
fare lucrose creste sulle gabelle. Niente di male, ci mancherebbe.
Ogni legale appende la toga dove meglio crede. E l’avvocato del
popolo ha un illustre passato da avvocato dei potenti. Solo che, una
volta issato alla guida del governo, lo scarto tra proclamazioni e
intendimenti diventa formidabile.
A questo punto, dobbiamo però tornare all’indimenticabile no e
in cui tu o ebbe inizio. La trionfale carriera politica di Giuseppe
Conte comincia la sera del 28 febbraio 2018. A Dimartedì, il talk show
di Giovanni Floris su La7, si presenta come d’abitudine Di Maio.
Stavolta però è accompagnato da qua ro aspiranti baldi ministri.
Uno è Pasquale Tridico, a uale presidente dell’INPS . L’altro è
Lorenzo Fioramonti, oggi ministro dell’Istruzione. Poi c’è Alessandra
Pesce, ora so osegretaria alle Politiche agricole. Infine spunta il
professor Giuseppe Conte, candidato a guidare la Funzione
pubblica. Affe ato, tranquillizzante e do orale. È uno stimato
docente di Diri o privato all’università di Firenze, dove Alfonso
Bonafede è stato suo assistente. Ed è proprio il futuro ministro della
Giustizia a segnalarlo a Di Maio.
L’avvocato, a dire il vero, quella volta in tv non fa grandi
proclami. Racconta di essersi avvicinato ai 5 Stelle qua ro anni
prima. E ora, come un civil servant, vuole me ere al servizio del
paese la sua competenza giuridica. Tu avia, mentre si dice pronto a
servire l’Italia, è in procinto di servire altri clienti. Come un signore
di nome Raffaele Mincione. Ovvero, un finanziere impegnato in una
ba aglia piu osto complicata per il controllo di Banca Carige: il
principale istituto di credito della Liguria. È lui il cliente che finirà
per me erlo più in imbarazzo.
Gennaio 2019: il governo stanzia un fondo da 1,3 miliardi di euro
per l’istituto genovese. Il PD , dai banchi dell’opposizione, urla al
confli o d’interessi. Chiede a Conte di astenersi nel consiglio dei
ministri che approva il cosidde o salva-Carige. E perché mai? So o
accusa finisce, ancora una volta, l’amicizia con Alpa, già consigliere
d’amministrazione della banca genovese dal 2009 al 2013 e poi
consulente legale di Mincione. Ma dal passato emergono rapporti
anche tra il finanziere italo-inglese e lo stesso Conte. Poco prima di
diventare premier, l’allora avvocato firma un parere pro veritate per
conto della società Fiber 4.0, di cui Mincione è presidente. I
compagni dem, futuri alleati, si scatenano. A denunciare
l’inopportunità di un capo del governo al servizio di un banchiere
sono proprio gli a uali alleati di Conte: i parlamentari del PD . Dal
turborenziano Luigi Mara in, a uale capogruppo di Italia viva, ad
Alessia Morani, adesso so osegretario allo Sviluppo. Da Simona
Malpezzi, che parla di «strane coincidenze», a Michele Anzaldi, che
scomoda addiri ura la solita ANAC . L’Autorità anticorruzione si
affre i ad aprire un’indagine, grazie.
Il nome di Mincione rispunta fuori nell’autunno 2019. Il finanziere
viene coinvolto nell’ultimo scandalo scoppiato in Vaticano: uno
“spericolato” acquisto immobiliare a Londra. Di mezzo ci sono i
soldi dell’Obolo di san Pietro: invece di venire investiti dal Vaticano
in opere pie, sarebbero utilizzati per spregiudicate operazioni
finanziarie. La maxi inchiesta del promotore di giustizia della Santa
Sede si concentra, in particolare, sui 200 milioni di euro serviti per
rilevare un immobile di lusso a Londra.
Il fondo d’investimento tacciato di scorribande fa capo a
Mincione, anche se è foraggiato dalla segreteria di stato vaticana. Si
chiama Athena Global Opportunities. Ed è, guarda caso, pure il
principale azionista della Fiber 4.0, che nella primavera 2018
comincia a comprare quote di Retelit, una società privata che
possiede o omila chilometri di fibra o ica in Italia. Mincione ne
vorrebbe il controllo, ma viene sconfi o da una cordata straniera. La
Fiber 4.0 decide quindi di andar per carte bollate. Così, per
rovesciare il tavolo, chiede una consulenza a Conte.
Lui non si esime. Il 14 maggio 2018 consegna il suo parere pro
veritate: il voto degli azionisti, spiega, «poteva essere annullato se
Retelit fosse stata collocata so o le regole della golden power, che
perme ono al governo di bloccare il controllo straniero di
compagnie considerate strategiche a livello nazionale». Ed è quello
che accade poche se imane dopo. L’esecutivo, guidato dal primo
ministro Conte, esercita proprio la golden power, sollecitata
dall’avvocato Conte. Il premier si difende: «Non conosco Mincione e
non ho preso parte alla riunione che deliberò l’esercizio dei poteri su
Retelit». E poi, aggiunge: «Chi poteva immaginare che sarei
diventato presidente del Consiglio?».
Già, chi? Torniamo allora al 14 maggio 2018. La sera prima di
firmare quella consulenza, il giurista incontra Salvini e Di Maio in un
albergo di Milano. Una riunione che prelude alla sua ascesa a
Palazzo Chigi. Insomma, quel consulto viene inviato due giorni
dopo l’informale investitura da parte di Lega e 5 Stelle. È vero, è
stato tu o rocambolesco. Certo, fra il finanziere e il premier non
risultano incontri. Il fondo di Mincione non è neppure riuscito a
scalare Retelit. E il parere dell’avvocato Conte, tra l’altro, non ha
ribaltato il voto. Resta però il groviglio: si può passare, senza
nemmeno una sgualcitura, dalla difesa dei potenti a quella del
popolo? No. A meno di essere il più rutilante trasformista mai
apparso sulla scena politica italiana.
6
Innocenti evasioni

Serve i, sciacalli, infami, boia, pennivendoli, saccentoni, pu ane e


fru-fru con la dissenteria mentale. Chissà se, nonostante i modi
affe ati e gli impeccabili completi, in fondo in fondo il premier non
concordi con Beppe Grillo, ormai suo mentore politico. I giornalisti?
«Li mangerei per il gusto di vomitarli» confessa il fondatore dei 5
Stelle. Ecco, fin lì l’elegante Conte certo non arriverebbe. Però nel
tempo ha imparato a odiare cordialmente la categoria. I sospe i di
confli o d’interesse aleggiano sull’universo accademico e
professionale del premier. Ma dall’armadio del professore escono
altri scheletri, sebbene ormai ripiegati con cura. Come quelli fiscali.
A partire dalla temutissima Equitalia. A marzo del 2011, l’Agenzia
delle entrate è costre a a chiedere una sostanziosa ipoteca legale
sulla prestigiosa casa romana del giurista: «Per la complessiva
somma di 24.600 euro, a garanzia del proprio credito di 49.200 euro».
Non proprio bruscolini. IVA , multe, previdenza: le pendenze sono
varie ed eventuali. Cosa diavolo è successo? Semplice: quello che
accade a uno stuolo di connazionali. Non ha saldato alcune spesucce
con l’erario. Mancati versamenti IRPEF , IRAP , IVA . E i sostanziosi oboli
dovuti alla Cassa nazionale di previdenza forense: quella a cui sono
iscri i gli avvocati. Più qualche multa stradale e sanzioni accessorie.
Ma come? Un uomo tanto sollecito e galante? Insomma, un bel
giallo. Deflagrato, in rapida sequenza, poco dopo le polemiche sul
suo ipertrofico curriculum: proprio alla vigilia del suo, inaspe ato,
primo incarico. Così il suo commercialista, Gerardo Cimmino, è
costre o a fornire lumi: «L’agenzia ha mandato le comunicazioni via
posta, ma nello stabile romano del professore il portiere non c’è. La
cartolina è stata probabilmente smarrita» racconta. «Se il
contribuente non si presenta, e non porta i giustificativi della
dichiarazione, iscrive al ruolo l’IRPEF sulla dichiarazione non
presentata. Quando il professore se ne è accorto, ha saldato ogni
pendenza. Bastano qua ro o cinque ritenute mancanti sulle fa ure
per arrivare a quella cifra. Può succedere a chiunque. Non si sono
aperte procedure penali. È stata solo una questione fiscale.»
È vero: può succedere a tu i di finire nell’infernale girone
dell’erario. Aggiungeteci poi i mitologici disservizi postali. Due
grandi classici delle geremiadi all’italiana. Conte è l’ennesima
vi ima del diabolico sistema delle notifiche? Può darsi. Del resto, è
quello che racconta, scorato, durante il nostro primo incontro alla
stazione di Firenze, nel giorno in cui riceve l’incarico da Ma arella.
Ma anche lui è costre o a provare il brivido del pignoramento, che
ha guastato i sonni di tanti ci adini.
La sua abitazione romana viene così, seppur per un frangente,
ipotecata. La casa è grande centotrenta metri quadri. Si affaccia su
via Giulia, un’elegante strada della capitale. Conte la compra a 34
anni, nel 1999, per 450 milioni di vecchie lire. Un o imo affare. Oggi
l’immobile vale molto di più. Ed Equitalia è solo un bru o ricordo: a
novembre 2011, dopo aver pagato l’intera cartella, viene cancellata
quell’odiosa ipoteca. Insomma, la solita malede a combinazione di
sfortuna e burocrazia.
Vabbè, dimenticanze. Che però diventano incoerenze quando,
nell’autunno 2019, sul far della Finanziaria, il bis-presidente
annuncia a più riprese una lo a senza quartiere agli evasori,
consapevoli o meno. Del resto, è il tempo del risca o dal giogo
leghista. Bisogna vellicare il “giacobinismo grillino”. Ridare in pasto
allo smarrito ele orato dei 5 Stelle il sempre amato tintinnio di
mane e. Conte, dunque, avverte: carcere agli evasori. Già, e cosa
c’entrano le sue smemoratezze? Poco, forse. Ma la contingenza
dovrebbe portare a un supplemento di riflessione: quanto può
diventare labile il confine tra errore e dolo?
Ai giallorossi, poco importa: in galera, in galera. Proprio dove
forse sarebbe finito, con le nuove norme, anche Cesare Paladino,
titolare del Grand Hotel Plaza di Roma. E, occasionalmente, padre di
Olivia, fidanzata del presidente del Consiglio. L’imprenditore non
avrebbe versato al Comune, dal 2014 al 2018, la tassa di soggiorno
pagata da ogni turista. Accusato di peculato, Paladino ha pa eggiato
un anno e due mesi. Sia chiaro: la figlia non è mai stata indagata.
Con i guai del padre non c’entra nulla. Figuriamoci il compagno
premier: il loro rapporto affe ivo non è mai stato nemmeno
ufficializzato. Però queste due vicende raccontano l’ennesimo scarto
tra fa i e parole, intendimenti e risultanze. Le mille facce
dell’evasione, alla fine, hanno anche il volto di Conte e Paladino. Con
tu i i distinguo del caso, ovviamente.
Incoerenze? Forse. Per un’ampia vulgata di detra ori del premier
sarebbero quisquilie, in confronto a un’altra storia che riemerge dal
suo passato. S’intreccia con il controversissimo metodo Stamina,
ideato da Davide Vannoni, salito alla ribalta qualche anno fa.
Prome e di guarire una moltitudine di mala ie per cui la scienza
non ha ancora trovato rimedio: dal morbo di Parkinson alla SLA ,
passando per rarissime patologie infantili. La cura consiste in
misteriose terapie a base di cellule staminali mesenchimali: prelevate
dal midollo dei pazienti, lavorate e poi rinfuse.
Il metodo è avversato da tu a la comunità scientifica. La più
agguerrita è Elena Ca aneo. Che di converso, proprio per le sue
ricerche sulle staminali, viene ele a senatrice a vita ad agosto 2013.
Nessuna scientificità e nessuna efficacia, spiega in quel periodo.
Proprio mentre Beppe Grillo e i 5 Stelle diventano i più fervidi
sostenitori politici del metodo di Vannoni. Sul blog del comico viene
data ampia pubblicità alle proteste pro Stamina. In Parlamento il
pentastellato Andrea Cecconi, capogruppo della Commissione affari
sociali arriva a dichiarare: «Il Movimento ritiene che il metodo sia
efficace».
È in quel periodo che Conte avrebbe avuto i primi conta i con il
Movimento, culminati a se embre 2013 con l’indicazione del
professore per il Consiglio di presidenza della giustizia
amministrativa. Qualche mese prima, Conte comincia ad assistere la
famiglia di Sofia, la bambina di tre anni diventata il simbolo della
ba aglia per far inserire il controverso protocollo nella sanità
pubblica. Soffre di leucodistrofia metacromatica, una mala ia
degenerativa terminale che porta a progressiva paralisi e cecità. Ed è
in cura con il metodo Stamina negli ospedali civili di Brescia. Un
collegio di giudici, a Firenze, blocca però la seconda infusione. Non è
l’unico parere negativo sul metodo di Vannoni. A maggio 2012 i NAS ,
inviati proprio a Brescia dall’Agenzia italiana del farmaco, trovano
un laboratorio «assolutamente inadeguato sia dal punto di vista
stru urale, sia per le ca ive condizioni di manutenzione e pulizia».
Mentre la procura di Torino apre alcune inchieste sulla Stamina
Foundation.
La madre di Sofia vuole però che la figlia prosegua la cura. «È
migliorata so o diversi aspe i e sopra u o ha avuto salva la vita.»
Conte presenta quindi un ricorso per continuare le cure
compassionevoli. Viene accolto, con qualche riserva. «La
soddisfazione per il risultato raggiunto» spiega Conte il 13 marzo
2013 «è offuscata dalla comunicazione del dire ore generale
dell’azienda ospedaliera bresciana, che puntualizza che l’impegno è
soltanto per questa seconda infusione, escludendo di poter
procedere a successivi interventi.» Il futuro avvocato del popolo
aggiunge: «Eravamo fiduciosi, con i genitori di Sofia, che si fosse
definitivamente affermato un principio di civiltà giuridica: il diri o
della piccola Sofia e di tu i coloro che versano in grave pericolo di
vita».
Non sembrano le parole di un difensore d’ufficio, ma di un legale
che ha sposato una nobile causa: la vita di Sofia. E il meno nobile
metodo di Vannoni. «La situazione che ci viene a ualmente
prospe ata ripropone una inacce abile interruzione del tra amento
terapeutico» prosegue Conte. Fino all’arringa finale: «Chiedo a tu e
le autorità, ai responsabili sanitari e ai nostri interlocutori di
assumersi la responsabilità, in scienza e coscienza, di assicurare a
Sofia il celere completamento del tra amento terapeutico già
iniziato».
Frasi che suonano come un chiaro appoggio al metodo Vannoni.
Anche se i genitori della bambina smentiranno ogni illazione.
Caterina Ceccuti, la madre di Sofia, al «Corriere della Sera» spiega:
«Il professor Conte dimostrò una grande sensibilità alla causa,
perché non volle nulla in cambio. Lo fece pro bono: penso che si
sentisse toccato, avendo pure lui un figlio della stessa età. Acce ò
anche per il fa o che la cura era somministrata da un ospedale
pubblico, e che c’erano le basi per la continuità terapeutica: la
bambina aveva già iniziato la terapia».
Il rapporto tra Conte e Stamina non si esaurisce però con le cause
legali. Mentre prosegue la ba aglia giudiziaria della famiglia di
Sofia, il 26 giugno 2013 viene presentata la fondazione Voa Voa, che
annuncia il primo beneficiario dei propri finanziamenti:
l’associazione di Vannoni. I promotori sono i genitori di Sofia.
Assieme a loro, in prima fila, c’è Gina Lollobrigida, che me e all’asta
alcuni suoi gioielli. Il ricavato sarà destinato alla ricerca di nuove
terapie per mala ie rare e incurabili. E tra i componenti del comitato,
scrive l’edizione fiorentina di «Repubblica», c’è pure «l’avvocato
Giuseppe Conte».
Dopo la condanna della comunità scientifica e del ministero della
Salute, arrivano le indagini della magistratura. A marzo 2015
Vannoni, accusato di associazione a delinquere e truffa, pa eggia
una pena di un anno e dieci mesi. Non potrà più somministrare la
sua cura. Il guru viene però arrestato due anni dopo, mentre sta per
lasciare l’Italia. Lo accusano di aver continuato a curare i pazienti in
Georgia per aggirare i divieti: i tra amenti arrivavano a costare
anche 27.000 euro. A gennaio 2019 il processo viene trasferito da
Torino a Roma. Ma Vannoni muore a dicembre 2019.
Sofia, la bambina simbolo di questa grande illusione, è scomparsa
invece due anni prima. Suo padre, qualche giorno dopo, parla con il
«Corriere della Sera»: «La nostra non è stata e non sarà mai una
ba aglia per il metodo Stamina. Davide Vannoni è un millantatore e
nulla ha inventato. Noi insieme a Sofia, continueremo a ba erci per
aiutare le decine di migliaia di bambini affe i da patologie
neurologiche rare e le loro famiglie a non essere più invisibili». La
straziante storia della figlia riemerge qualche mese più tardi, a
maggio 2018. Quando il suo ex avvocato è in procinto di diventare
primo ministro. Con un nugolo di dem pronti a caricare a testa
bassa. «Niente stregoni.» «Prenda le distanze.» «Che posizione ha
g p
sui vaccini?» Ma Conte guarda e passa. Tu o è perdonato. La sua
fortuita corsa per Palazzo Chigi è in diri ura d’arrivo.
7
La caducazione della concessione

«Entrando per la prima volta in quest’aula e nel parlarvi oggi,


avverto pesante la responsabilità per ciò che questo luogo
rappresenta.» Che quel giorno, a Palazzo Madama, le cose sarebbero
andate per le lunghissime, s’era intuito dai preamboli. È il 6 giugno
2018 quando Conte consegna ai posteri la sua accorata richiesta di
fiducia al Senato. Una concione già negli annali: un’ora e undici
minuti ne i. Il discorso più lungo della storia repubblicana. Più
lungo di quello che servì a Giovanni XXIII per aprire il Concilio
Vaticano II.
Ecco un assaggio: «Personalmente, ritengo più proficuo
distinguere gli orientamenti politici in base all’intensità del
riconoscimento dei diri i e delle libertà fondamentali della persona.»
Traduzione? Chissà. È il giorno dell’autoproclamazione ad avvocato
del popolo. Celebrata, di converso, con una caterva di ridondanti
prolissità. Perché, quanto ad arzigogoli, il nostro premier non lo
ba e nessuno. Eppure, con un lampo d’autocritica, sembra perfino
intuire i rischi di prolissità: «Presentarsi oggi nel segno del
cambiamento non è quindi un’espressione retorica o
propagandistica, ma una scelta fondata sulla necessità di aprirsi al
vento nuovo che soffia da tempo nel paese».
È un barlume in un profluvio di parole: 5.934 per l’esa ezza. In
ve a al podio c’è “cambiamento”, ripetuto ben qua ordici volte.
Srotolando il suo discorso, c’è però tu o lo scibile: «Me eremo fine
al business dell’immigrazione», «comba eremo la corruzione»,
«rescinderemo il legame tra politica e sanità», «aumenteremo fondi,
mezzi e dotazioni per garantire la sicurezza in ogni ci à»,
«contrasteremo con ogni mezzo le mafie», «potenzieremo la
legi ima difesa». Quando? Come? Perché? Si vedrà. Un elenco
g
infinito, concluso dal partecipato commiato: «Il vostro voto di oggi
sarà parte della storia del paese». Quanto a enfasi, quasi riecheggia
«la storia mi assolverà» di Fidel Castro, che non a caso detiene il
record mondiale per il discorso più lungo mai pronunciato: se e ore
e dieci minuti. L’Avana, 1986: congresso del Partito comunista.
Altri tempi, altre latitudini, altri regimi. Venendo ai nostri giorni,
e limitandoci alla sfera continentale, la verbosità di Giuseppi non ha
eguali. Ma che volete farci? Al pari di tanti acclamati legali, il
presidente del Consiglio ama sentir echeggiare le sue perifrasi.
Diventate un marchio di fabbrica, al pari della poche e bianca nel
taschino della giacca: a qua ro punte, nelle occasioni formali, o a tre,
quando si sente più malandrino. E come il ciuffo pendulo sull’ampia
fronte, che gli dona quell’effe o sbarazzino da centravanti di
borgata. O gli impeccabili completi scelti dal sarto Paolo Di Fabio:
punto perfe o di blu, bo oni in corno o madreperla e, ça va sans dire,
asole aperte fa e a mano. «Un giorno Trump mi ha chiesto di un mio
abito e gli ho suggerito il mio sarto napoletano» si pavoneggia il
premier. «Da allora abbiamo costruito un rapporto.» E quel
ridondante giuridichese venato di democristianità? Al momento,
pare che non glielo invidi nessuno.
Certo, il premier prome eva bene fin dagli esordi. Ma il meglio
l’ha certamente dato in corso d’opera. Inarrivabile resta la
«caducazione della concessione» sfoderata in più occasioni contro
Autostrade, so o processo per il crollo del ponte Morandi a Genova.
La prima volta, ne parla pochi giorni dopo la tragedia. L’ultima, a
o obre 2019: «È in corso il procedimento per la caducazione della
concessione, all’esito del quale non faremo sconti ai privati e
perseguiremo l’interesse pubblico» reitera Conte. Con la famiglia
Bene on, che controlla la società, stavolta si fa finalmente sul serio?
Macché. «La procedura» aggiunge il premier «è complessissima e
bisogna acquisire tu e le perizie, le valutazioni e le
controdeduzioni.» Insomma, pure stavolta, si vedrà.
Perché le ampollosità verbali nascondono quasi sempre
traccheggiamenti e scaltrezze. Come l’Azzeccagarbugli di Manzoni:
«All’avvocato bisogna contare le cose chiare» spiega Renzo nei
Promessi sposi. «A lui poi tocca di imbrogliarle.» E l’aneddotica del
p p g
premier è ormai sterminata. Interrogato a fine 2018 dal «Corriere
della Sera» sulla tra ativa a Bruxelles per il debito italiano, Conte
rimescola sogge o, verbo e predicato: «Non credo che, affidata a un
tono più dialogico, questa soluzione avrebbe ricevuto solo per
questo il pieno sostegno della Commissione europea». Ma se il tono
è «dialogico», la soddisfazione resta massima per «aver coagulato» i
partner. E quando, sulla Libia, rischia d’essere scavalcato da Salvini,
dice che il dossier lo coordinerà personalmente: «In modo da evitare
iniziative che potrebbero sogge ivizzare il confli o».
Ma non si tra a soltanto del mutuato linguaggio legalese o
accademico. Conte è ben oltre. Ha disso errato quel dire e non dire
dei più consumati esponenti della Democrazia Cristiana. È nel
desueto che si nasconde l’inghippo. Nella «caducazione della
concessione, perché non possiamo aspe are i tempi della giustizia».
Proprio mentre quei tempi, consapevolmente, diventano eterni. E
quando il reddito di ci adinanza esclude alcune categorie e non
convince la Lega, Conte rassicura: «Alcune applicazioni
giurisprudenziali lasciano una qualche incertezza che bisogna
diradare». Ma nelle segrete stanze, ovviamente, spalleggia i 5 Stelle.
Manca giusto la «supercazzola prematurata con scappellamento a
destra». Solo che al posto del conte Masce i di Amici miei c’è il Conte
di Palazzo Chigi. Immaginate dunque i premier dell’Unione,
chiamati a decidere sulla procedura d’infrazione per debito
eccessivo dell’Italia. Alla buon’ora, ricevono la le era del governo. E
scoprono, increduli, che della manovra non si parla. Regole,
manovre, decimali. Uffa, che barba. E poi, che importa? L’Italia, si
legge, è a un punto di svolta: «Una fase costituente di governo delle
nostre società e delle nostre economie». Mica bruscolini, eh: meditate
euroburocrati, meditate. Perché noi, i vostri bistra ati cugini, stiamo
facendo «una riflessione approfondita su come assicurare un
effe ivo equilibrio tra stabilità e crescita, tra riduzione e
condivisione dei rischi. Sono poli diale ici, ma devono essere
valutati insieme, devono essere tra loro adeguatamente bilanciati».
Ha tentato di incantare tu i, il nostro premier parolaio. A partire
dai contraenti del contra o di governo. Con loro, il meglio l’ha dato
il 3 giugno 2019, in una conferenza stampa a Palazzo Chigi: proprio
g g p g p p
a un anno esa o dalla nascita dei gialloverdi. Il momento è doloroso
e cruciale. Lì fuori divampano baruffe tra Di Maio e Salvini. Ma per
fortuna c’è il presidente del Consiglio. È lui a ergersi al di sopra delle
parti. Suggerisce a Lega e 5 Stelle di «uscire dagli schemi limitati
delle campagne ele orali e dei proclami lanciati a mezzo stampa».
Risalito in ca edra, ai somarelli spiega: «Disegnare il futuro del
paese è cosa un po’ diversa dal soddisfare le piazze infotelematiche,
dal collezionare like nella moderna agorà digitale».
Eppure è proprio Conte, nel tentativo di dirimere le controversie,
a rivelare il suo mo o: «Sobri nelle parole, operosi nelle azioni».
Insomma, come se Cristiano Malgioglio esortasse a vestirsi
austeramente. Giuseppe “il sobrio” chiede comunque di sme erla,
una volta per tu e. Basta «indugiare nelle polemiche a mezzo
stampa, nelle provocazioni coltivate per mezzo di veline ai
quotidiani, nelle freddure sparate a mezzo social». Su, finitela con
l’«eccesso di verbosità, dei perenni e costanti confli i comunicativi
che pregiudicano la concentrazione sul lavoro». E poi arriva il
lampo.
«Cos’è il genio?» ragionava, ancora in Amici miei, il Perozzi. «È
fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione.» E così,
durante l’accorato ultimatum, Conte la bu a lì: «Logomachia». È a
quel punto che gli incolti alleati si ridestano dal torpore.
Logomachia? Non resta che riacciuffare i cellulari e cercare l’astruso
termine. Dicesi logomachia: «Disputa, questione sull’uso e il valore
delle parole, o che verte sulle parole più che sui fa i».
Talmente soddisfa o dell’effe o sorpresa, Conte rispolvera la
parola qualche mese dopo, il 10 se embre 2019, quando al Senato si
vota sul suo reincarico. Un discorso che, a so olineare la solennità
del momento, costella di altre pepite semantiche. La prima:
genetliaco. Ovvero, compleanno di persone illustri. Il termine viene
usato per fare gli auguri alla senatrice a vita Liliana Segre, che quel
giorno compie 89 anni. A seguire, il presidente del Consiglio
reincaricato annuncia di farsi «latore» dell’Osservatorio contro
l’istigazione all’odio razziale. Poi è il turno della solita logomachia,
mentre fa la sua trionfale entrata nel lessico contiano la «monade»:
conce o preso a prestito dal filosofo tedesco Leibniz, per ribadire la
p p p
necessità di aprirsi e collaborare. Primi rumoreggiamenti d’aula. Ma
il premier non arretra. L’Africa? È «un territorio ferace di
prospe ive». Ossia, fertile. E quando un mormorio risale dai banchi,
il professore sembra voler accarezzare le testoline di quei ciucchi:
«Non abbiate paura delle parole».
Prendete esempio da lui, piu osto. Divenuto in un anno e mezzo
il re incontrastato delle tenebre verbali. Tornano in mente le
acrobazie linguistiche di Arnaldo Forlani, illustre antenato diccì di
Conte. «A preside’ s’accorge che nun sta dicendo niente?» lo
interruppe una volta il più impertinente dei cronisti. Ma, con un
lampo d’ironia, il “coniglio mannaro” l’incenerì: «Ah, sapessi
carissimo: potrei andare avanti così per delle ore».
8
Il papocchio di Biarri

La grande metamorfosi avviene a orno alla metà di luglio 2019. Il


“signor Nessuno” comincia a spingere i 5 Stelle ad appoggiare
Ursula von der Leyen al vertice della Commissione europea. E
sopra u o, si me e di traverso alle richieste della Lega, facendo
balenare un’intesa tra grillini e sinistra. A quel punto, l’a acco
frontale a Salvini fa compiere il miracolo. L’aura dell’erede di Alcide
De Gasperi irradia il premier. Da «pupazzo» diventa «bura inaio».
Su «Repubblica», Eugenio Scalfari profetizza: «Ora Conte,
democristianamente, può succedere a se stesso e cambiare
maggioranza come la poche e nel taschino». Del resto, è già
evidente che il professore non finirà come Cincinnato, il console che,
diventato di atore obtorto collo, prima conduce i Romani al trionfo
sugli Equi e poi torna a coltivare il suo campicello. No, è chiaro che il
giurista non ha alcuna intenzione di rime ere piede nelle aule
universitarie. Ha scoperto dai sondaggi il suo buon gradimento.
Comincia a convincersi di essere davvero l’uomo della provvidenza.
È lui quindi il padre dei giallorossi? Figuriamoci: non riesce
nemmeno a scegliere i ministri più importanti. Quelli, in effe i, li
indica Ma arella. Ma anche il mite capo dello stato, a dire il vero,
non può essere considerato il vero babbo del pargolo. Già, ma allora
di chi è figlio il governo? Il papà non è Luigi Di Maio e nemmeno
Nicola Zingare i. O Beppe Grillo, quello che più s’è speso per la
riconferma del premier. L’esecutivo allora è figlio di NN, nomen
nescio, insomma nessuno? No, quest’ircocervo tecnico-politico un
papà e una mamma ce li ha. Anzi, in linea con i tempi moderni, ha
sesso indefinito e più genitori. Le tracce di dna sparse qua e là ci
consentono dunque di ricostruire con precisione l’albero genealogico
del mostricia olo partorito da 5 Stelle e Partito democratico.
p
I primi indizi vengono seminati tra il 24 e il 26 agosto, al G7
francese di Biarri . Il premier uscente arriva all’incontro come
un’anatra azzoppata, mentre in patria PD e 5 Stelle si dilaniano sulla
nascitura alleanza. Ma in quel vertice Conte o iene trasversali ed
enfatici appoggi dai leader mondiali. Gli sperticati osanna hanno
uno scopo: allontanare da Palazzo Chigi lo spietato sovranista e
antieuropeista Salvini. Occasione ghio issima. Da cogliere al volo.
Quando mai si ripresenterà una contingenza tanto favorevole? È
stato stavolta lo stesso Capitano, con discutibile tempismo e
strategia, a farsi da parte. Giù con i salamelecchi planetari, quindi.
Talmente sperticati da surclassare i tentennamenti di dem e grillini.
Via libera: Conte è il garante dei fragili equilibri dell’Unione. Roma
ratifichi, grazie.
Sarebbe però ingeneroso non dare meriti all’allora ammaccato
primo ministro. A Biarri gioca superbamente le sue carte,
sciorinando quel cinismo mascherato da bonarietà, oggi diventato il
suo tra o identificativo. Non solo perché, con scelta estetica mai
vista nella storia dei consessi mondiali, arriva in Francia con il figlio
Niccolò, di dieci anni. Ma perché si allinea al vento franco-tedesco
contro i dazi di Donald Trump. È sulle sponde della deliziosa
ci adina francese che nasce il nuovo Conte. Nella patria dei surfisti
europei, il professore dimostra di saper domare gli insidiosi
cavalloni della politica, saltando agilmente da un’onda all’altra.
Dalla marea gialloverde a quella giallorossa. Aloha.
Quale sarebbe stata l’antifona a Biarri si capisce chiaramente fin
dalla conferenza stampa d’esordio. Il primo a parlare è il presidente
del Consiglio europeo, Donald Tusk: «Giuseppe Conte è stato uno
dei migliori esempi di lealtà in Europa» si sbilancia l’aitante ex primo
ministro polacco. «È sempre difficile difendere gli interessi nazionali
e trovare soluzioni europee. Ma su di lui posso dire soltanto cose
positive. E poi ha un gran senso dell’umorismo.» Urrà! Alla fine del
summit, il 27 agosto 2019, arriva perfino l’endorsement di Trump.
Tra i suoi tweet ma utini ne dedica uno, partecipatissimo, al primo
ministro italiano. Proprio mentre a Roma, la tela della nuova
alleanza viene tessuta di giorno e disfa a di no e. «Comincia a
me ersi bene per il rispe atissimo primo ministro della Repubblica
italiana, Giuseppi Conte» cingue a il presidente americano. «Ha
rappresentato l’Italia in modo poderoso al G7. Ama molto il suo
paese e lavora bene con gli USA . Un uomo molto talentuoso, che
spero resti primo ministro!».
Rispe atissimo, poderoso, talentuoso. Insomma, Giuseppi.
L’involontaria storpiatura diventa quasi il marchio dell’ondivago
Conte. Giuseppi: a rimarcare che fin lassù l’hanno nuovamente
riassiso americani, tedeschi, francesi ed euroburocrati. Un refuso che
lascia ancora aperta una selva di interrogativi: perché il
machiavellico Trump s’è spinto a cotanto sostegno? E per di più a
disdoro di Ma eo Salvini, sovranista come lui e sempre prodigo di
elogi nei riguardi del tycoon statunitense? Le ipotesi sono svariate.
Simpatia umana, vassallaggio tricolore, riconferma dell’atlantismo.
Ma nei mesi seguenti, a queste possibilità se ne aggiunge un’altra: il
Russiagate. Ossia, aver messo a disposizione degli 007 statunitensi
l’intelligence italiana.
Ai giorni in cui Trump dà la sua decisiva benedizione a Giuseppi
risalgono altri decisivi indizi biologici. Come la telefonata di Angela
Merkel al PD : probabilmente sul telefono di Paolo Gentiloni. La
cancelliera, rivela «Repubblica», avrebbe de o all’ex premier che il
governo «va fa o a ogni costo, perché serve a fermare i sovranisti».
Del resto, i rapporti tra Merkel e Conte sono consolidati. Emergono a
febbraio 2018, in un clamoroso fuorionda. Le telecamere scorgono i
due, mentre parlo ano durante una pausa del vertice di Davos. Frasi
frammentate, tono colloquiale. Conte spiega la linea dura di Salvini,
allora ministro dell’Interno, contro l’immigrazione: «Lui chiude
tu o. Non c’è spazio. Per me è differente. Ti ricordi di Malta?
Quando ho de o: “Donne e bambini li prenderò con l’aereo”». Come
voleva Juncker, aggiunge. Merkel chiede però lumi sul domani,
malcelando perplessità. E il premier italiano, solerte: «Ma li
prendiamo, certo. Certo! Ma Angela, non preoccuparti. Sono molto
determinato. La mia forza è che se io dico: “Ora la sme iamo!”, loro
non litigano». Dal siparie o derivano due corollari. Il primo: già
all’epoca, nonostante l’acclarata marginalità, il primo ministro
italiano si sentiva Napoleone. Il secondo: l’a eggiamento, piu osto
condiscendente, verso i tedeschi.
Così sei mesi più tardi, mentre il governo barcolla, la cancelliera
chiama Gentiloni. E il futuro commissario europeo per la
concorrenza, il 31 agosto 2019 si lancia in un accorato tweet: «Non
pretendo uno sprint,» esordisce felpato come al solito «ma
un’accelerazione gioverebbe. Alle possibilità di risolvere la crisi e
sopra u o alla dignità della politica».
C’è però Di Maio, che continua ad alzare il prezzo. E c’è Renzi, che
inciucia per non rinunciare alle poltrone. Poco importa. Quisquilie.
Conta ancor meno che Zingare i, segretario del PD , possa perdere la
faccia. Solo pochi giorni prima, dichiarava tetragono: «Discontinuità
vuol dire che non vogliamo e non possiamo entrare in un governo
che abbia Conte premier». Con i grillini, neppure un caffè. È
costre o invece a trangugiare tu o. Come Fantozzi che, a cena dalla
contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare, è obbligato a ingollare
un tordo intero, mimando a gran gesti di gradire la pietanza.
Eh sì: il papocchio viene concepito proprio a Biarri . Le
cancellerie europee, al vertice francese, realizzano il loro piano. E il
debito pubblico? E l’IVA che rischia di aumentare? Non c’è da
angustiarsi. A tu o c’è rimedio. Basta allentare i cordoni della borsa:
opzione sempre preclusa a Salvini il cerbero. Un’altra traccia
genetica si trova dunque nell’intervista del commissario europeo al
Bilancio, Günther Oe inger. Pure il falco UE , in quei giorni, rilascia
una serie di confortanti dichiarazioni. Il politico tedesco giudica
molto positivamente il reincarico a Conte. Aggiunge che Bruxelles «è
pronta a fare qualsiasi cosa per facilitare il lavoro del governo
italiano, quando entrerà in carica, e per ricompensarlo». La
traduzione del linguaggio euro-burocratico è chiara: se bu ate fuori
l’orco leghista, non ve ne pentirete. Potete persino indebitarvi un po’
di più.
Ma come? Non era indispensabile ridurre il deficit? I conti
pubblici italiani non me evano a repentaglio l’Europa? Balle.
Bastoni messi fra le ruote del governo gialloverde, per farlo
deragliare. Così, dal suo le o di dolore, vista l’operazione subita
all’epoca, si fa vivo perfino il baldo Jean-Claude Juncker, presidente
dell’UE . Ancora degente, si spertica in lodi su Conte arrivando a
benedire la sua metamorfosi. Il mondo alla rovescia, insomma. Nella
foga laudatoria, lo paragona addiri ura ad Alexis Tsipras. Un
precedente ardito. Per farsi eleggere, il premier greco prima promise
ai greci fuoco e fiamme contro Bruxelles. E dopo, ahiloro, fu costre o
a me er a ferro e fuoco Atene.
Insomma, tu o lascia supporre che a decidere la nascita del Conte
bis siano stati gli euroburocrati e le cancellerie forestiere. Del resto,
accadde lo stesso ai tempi del governo Monti. Con una manovra
esterna al Parlamento, si decise di far fuori Silvio Berlusconi e
sostituirlo con il re ore della Bocconi. All’epoca, gli sponsor del
ribaltone furono Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, con la sponda di
Giorgio Napolitano. La scorsa estate uno dei principali artefici
sarebbe stato invece Macron, con la solita cancelliera. L’«operazione
Ursula», cioè l’elezione della nuova presidente della commissione
UE , è solo il banco di prova. Poi il resto sarebbe stato perfezionato a
Biarri , convincendo anche Trump. Fino all’endorsement del
presidente USA a favore di Conte. Una regia perfe a per un governo
in prove a. Nessun padre né madre naturali. Ma tanti interessati
padrini. Un governo transgender che, guarda caso, è benede o pure
dal papa. Perché i populisti, cioè i politici che danno la parola al
popolo, fanno più paura dei governanti LGBT : di genere incerto, ma
di poteri sicuramente forti.
Morale: prima, per i giornalisti, era un «presidente per caso» e
«una marione a nelle mani dei 5 Stelle». Dopo essersi messo di
traverso a Salvini, il presidente del Consiglio diventa però uno
statista di prim’ordine. Un furbo di tre co e, capace di ba ere il
ministro dell’Interno non con una maggioranza, ma addiri ura con
due. Così il premier «fantoccio» («Le Monde»), «il re travicello»
(«Huffington Post»), «il bura ino di Salvini e Di Maio» (Guy
Verhofstadt), all’improvviso diventa un turbopresidente del
Consiglio, autorevolissimo e forte. Anzi, il traghe atore dei grillini.
Conte, infa i, scrive Paolo Mieli sul «Corriere della Sera», «è stato
capace di trascinare con sé il frastornato movimento ponendosi in
sintonia con l’establishment italiano, quello europeo, l’intero mondo
economico e il Quirinale».
Doveva essere il governo del cambiamento, come era stato
definito nei titoli d’inizio del film. Invece, grazie a Conte, s’è
trasformato nel governo della conservazione. Piena sintonia con
quelli che contano. Vuol dire solo una cosa: non si cambia niente, ma
si conserva tu o. E come c’è riuscito quel campione di Conte?
Semplice: ha offerto una seconda vita politica ai grillini, alle prese
con la tagliola del doppio mandato. A partire dal leader, Di Maio.
Chi di regolamento ferisce, di regolamento perisce. Invece, oplà: da
gialloverdi a giallorossi. Elezioni vade retro. Qui è in gioco la vita
degli italiani. Ecco dunque l’unità nazionale: il volemose bene in
cambio del mantenimento della poltrona.
Beato chi gli crede. Perché il ribaltone, anzi il governo
dell’ammucchiata, ha avuto il consenso di tu i, ma proprio tu i:
establishment, economia, Quirinale, Chiesa, magistratura e anche
opinione pubblica internazionale. Ma non degli ele ori. I quali
contano meno del due di picche. La maggior parte degli italiani, la
scorsa estate, dopo l’avventata crisi di governo aperta da Salvini,
avrebbe preferito andare alle urne. Ma cosa volete che ne sappia il
popolo bue? C’è una finanziaria da approvare, lo spread che
incombe e i precari equilibri europei. Fidatevi: meglio rinviare a data
da destinarsi. Ci pensiamo noi al vostro bene. Per fortuna c’è un
padre della patria disposto a immolarsi nuovamente per la
democrazia: Giuseppe Conte da Volturara Appula.
Torniamo allora al maggio 2018. A quando lo sconosciuto giurista
esce, per la prima volta, fuori dal cilindro pentastellato. Sarà lui,
lasciano trapelare gli alleati, il futuro premier. Ecco, ripensandoci,
forse in quel momento avremmo dovuto dar re a a uno che lo
conosce davvero bene: «Giuseppe ha fa o un errore a entrare in
politica, ma è troppo ambizioso». Parola di Nicola Conte,
o uagenario padre del premier dei due mondi.
9
A star is born

A star is born, ma non è Lady Gaga. Sì, è nata una stella. A rileggere
le cronache del discorso di Conte a Palazzo Madama, sembra che
finalmente una luce abbia rischiarato il firmamento parlamentare.
Conte randella Salvini nel suo giorno d’addio? Applausi a scena
aperta, come per tu i quelli che sputano in faccia al ministro
dell’Interno. Fino a ieri, bastava picchiare in testa Silvio Berlusconi.
Gianfranco Fini, prima di dichiarare guerra al Cavaliere, era solo un
fascistone. All’improvviso, la sua ba aglia al capo di Forza Italia gli
valse una medaglia al valore: «Partigiano della libertà».
Da fantoccio di Salvini e Di Maio a valoroso condo iero pronto a
sfidare i barbari. Anche il premier si trasforma in un indomito eroe.
Le cronache del 29 agosto 2019, il giorno successivo alla richiesta
della fiducia al Senato, restano una pietra miliare del giornalismo
repubblicano. Il professore impacciato diventa prode osannato, tu o
nello spazio di un ma ino.
Nei mesi precedenti, quando era considerato ancora un parvenù
grilloleghista, avevamo le o su di lui qualsiasi cosa. Conte “signor
Nessuno”, Conte taroccatore di curriculum, Conte imbucato ai
vertici internazionali, Conte foglia di fico, Conte poche e dei 5 Stelle,
Conte cameriere di Palazzo Chigi. Salvo fare ironie, di lui nessuno
s’era mai curato. Se non per paragonare la sua inamidata presenza a
quella dei manichini della Upim. L’hanno deriso in ogni modo,
consegnando agli italiani l’immagine di un prestanome. Poi arriva la
più ina esa delle crisi. E così, pure la Lady Gaga di Luigi Di Maio,
all’improvviso può salire sul palcoscenico e cantare le sue strofe. La
platea giornalistica è in deliquio: bene, bravo, bis. Mentre la hit
diventa tarantella: «Chi ha avuto, ha avuto. Chi ha dato, ha dato.
Scurdámmoce ‘o ppassato».
pp
Ma gli archivi, purtroppo, restano. Il presidente del Consiglio,
prima di duellare con il leader della Lega, godeva presso i giornalisti
di minor considerazione di un usciere in servizio a Palazzo Chigi:
«L’ectoplasma, il politico per procura, il professore con un quasi
curriculum» lo definisce «Repubblica». Tre mesi dopo il suo
insediamento a Palazzo Chigi, aggiunge: «Quando Conte acce ò di
fare il premier per procura capimmo che sarebbe stato il pupazzo di
Di Maio e Salvini, il vice dei suoi vice». E giù con un’interminabile
sequela di irrisioni: «Una lucida armatura vuota», «leader
supplente», «il “quo vado” di Zalone», «una personalità drammatica
della nuova Italia nazionalpopulista», «premier ectoplasma»,
«cade o dell’accademia», «professore dimezzato», «il bura ino che
quasi quasi diventa Pinocchio». Perfino Eugenio Scalfari, il fondatore
del quotidiano romano, affonda gli artigli: «Conte è un gentile e ben
rappresentato bura ino, i cui fili sono mossi dai due bura inai che
se lo sono inventato». L’allora dire ore, Mario Calabresi, lo liquida
invece come «l’azzeccagarbugli nazionale». Tu a la pa uglia delle
prime firme del quotidiano non si esime: «Elemento ornamentale»,
«premier altrui», «vicepresidente dei vicepresidenti»,
«presidenticchio», «capo del governo per procura».
Anche il se imanale fiancheggiatore di «Repubblica»,
«L’Espresso», non si tira indietro. Un crescendo rossiniano: «Conte
Zelig», «il presidente esecutore», «il premier fantasma», «l’uomo
invisibile», «Pinocchio tra il ga o Di Maio e la volpe Salvini», «il
primo presidente del Consiglio di cui non si conosce un’idea». Fino a
suggellare: «Conte non esiste, parla pochissimo, non decide nulla».
Su un altro fronte, quello del «Corriere della Sera», Beppe Severgnini
verga cose simili: «Il professor Conte non ha alcuna esperienza di
amministrazione. Niente, nada, nothing, nichts, rien… È come se la
Marina militare affidasse la portaerei Cavour a un caporale degli
alpini, magari bravissimo». E il dire ore, Luciano Fontana,
so oscrive, lanciando un appello al premier medesimo: «Se ci sei
ba i un colpo».
Hanno infierito tu i. Trasformando l’avvocato del popolo in una
figura tragica della commedia italiana. Era un pezzo d’arredamento.
La perfe a sintesi della vecchia ba uta di Winston Churchill
p
pronunciata contro il suo storico rivale, il laburista Clement A lee:
«Arriva davanti a Downing Street una Morris vuota e ne scende
A lee!».
Era questa la considerazione di cui godeva il nostro premier. Poi
però la musica è cambiata: il motive o è diventato una marcia
trionfale. Deposto il vichingo nordista ed emersi i democratici, Conte
si trasforma in una specie di moderno paladino della nazione. Un
uomo esperto e rassicurante a cui affidare, senza esitazioni, le sorti
del paese. L’ectoplasma è succeduto a se stesso: il quasi premier d’un
tra o è diventato premier.
E cosa dicono i tanti e feroci nemici della carta stampata? Il giorno
delle sue dimissioni in Senato, «Repubblica» scrive di un Salvini
selvaggio domato da «un torero feroce e gentile». E, in vista del
reincarico, rilancia: «Oggi quel presidente che era vice dei suoi vice è
diventato il padrone, a riprova che il so ovalutato è il vero
protagonista di questo nostro tempo instabile». Francesco Merlo,
editorialista principe di largo Foche i, ragguaglia: «Ha vinto
coltivando il formalismo come un tic nervoso, un’ossessione, con le
giacche di sartoria, la colonia al limone, la lacca nera sui capelli, i
gemelli ai polsi, la geometria della poche e a qua ro punte,
insomma la cura di sé come ossessione psicosomatica. Conte ha
imposto l’aria tranquilla, serena, conversativa, amabile e indulgente
anche mentre al Senato picchiava Salvini, spiegando con una
mitezza da barbiere in contropelo al suo ex alleato tu o quello che i
suoi nemici gli avevano invece urlato».
Così il bura ino s’è animato all’improvviso di vita propria,
uccidendo Salvini e oscurando Di Maio. Quando Conte riceve
l’incarico di formare un nuovo governo, ancora su «Repubblica»,
Massimo Giannini arriva a descrivere «la miracolosa metamorfosi»
immaginandolo sospeso a mezz’aria tra Moro e Rumor. «È diventato
suo malgrado un grande statista prêt-à-porter.» Sulla «Stampa»
segnalano perfino il mutamento di postura e la trasformazione del
linguaggio. «Nel giro di poco più di un anno» scrive il quotidiano
sabaudo «il (vis)Conte dimezzato, vorace le ore di Calvino, è
diventato un Conte raddoppiato il cui destino – se tu i i tasselli si
me eranno magicamente a posto – potrebbe rivelarsi sorprendente,
g p p p
facendogli immaginare una salita al Colle. Non tanto per ricevere
mandati, quanto per distribuirli.» Non è ancora amore, ma quasi.
Perché è «impossibile odiare Giuseppe Conte, più facile
so ovalutarlo». L’uomo è «abile, furbo, educato, mai divisivo». E già
che ci siamo, è pure «innamorato del figlio». «Passare da Salvini a
Zingare i» scrive ancora la «Stampa» «dalla fiducia sul decreto
sicurezza bis al no allo stesso decreto in un amen senza pagare
pegno è una possibilità concessa – direbbe Grillo – a pochi Elevati.»
Anche il «Corriere della Sera» è in brodo di giuggiole. Il premier,
nelle pagelle stilate a fine crisi, guadagna un rotondo se e. Ecco le
motivazioni: «Lascia al palo Di Maio e Salvini che hanno creduto di
poterlo manipolare. Per riuscire non è de o che sia indispensabile
non avere macchie di sugo sulla crava a e non masticare con la
bocca aperta, però aiuta». Il quotidiano milanese accosta Conte
nientemeno che al mister Wolf di Pulp Fiction, quello del «risolvo
problemi». Un trionfo. Giudizio che segue un’insuperabile ritra o:
«Solida credibilità politica e umana», «stile fa o di vari ingredienti:
pazienza e spirito di sacrificio, competenza e autonomia», «standing
conquistato sul campo anche sui tanti complicati tavoli
internazionali», «doti di qualità, pazienza, temperanza».
Da ectoplasma a plasmatore di nuove maggioranze. Da bura ino
a bura inaio. Da vice dei suoi vice a presidentissimo. Da avvocato
del popolo ad avvocato delle élite. Da portavoce di Saddam Hussein
a portabandiera dell’orgoglio nazionale. Da isolato in Europa ad
applaudito in Europa, per di più benede o da Trump. Da grande
mediocre a grande mediatore. Una metamorfosi che rimarrà agli a i,
nelle raccolte della carta stampata. Un quasi giornalismo, una quasi
informazione, ma anche una quasi bugia, una furbizia all’italiana.
Una “quasità”. E un pressappoco: la vera rappresentazione
dell’arcitaliano che, dall’alto del suo castello di carta, tu o sa e tu o
prevede.
Evviva. A star is born. È bastato a accare Salvini e contribuire a un
ribaltone. I severissimi giudizi sul premier marione a
improvvisamente si capovolgono. Aver fa o una giravolta, passando
da un governo spostato verso destra a uno che pende a sinistra,
senza nemmeno cambiare pe inatura o tintura, gli ha consentito di
p g
ascendere nell’Olimpo dei padri della patria. Tu o è perdonato.
Anche le capriole e le contraddizioni. Finalmente, è nata una stella.
Adesso splende in cielo, nel firmamento degli statisti all’italiana.
10
L’avvocato delle spie

Non sappiamo se Giuseppe Conte sia un appassionato dei film di


James Bond. O se abbia voluto mantenere per sé la delega ai servizi
segreti convinto che, piu osto che lasciarlo ad altri, sia sempre
meglio avere il controllo degli 007. Sta di fa o che il presidente del
Consiglio s’è tenuta ben stre a la responsabilità dell’intelligence: sia
nel suo primo governo gialloverde, sia quando il rosso ha
soppiantato il colore dei padani. Hanno fa o il contrario, passando
la strategica mansione a ministri o so osegretari, quasi tu i i suoi
predecessori: Ma eo Renzi, Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema.
Conte, invece, no. Forse ha pesato la conoscenza con Gennaro
Vecchione, il generale della Finanza voluto alla guida dell’AISI ,
l’agenzia italiana di controspionaggio. Con un suo uomo, cioè di
piena fiducia, il premier magari ha creduto di avere il totale
controllo di informazioni e operazioni riservate, riducendo al
minimo il rischio che da sempre hanno le faccende so o copertura.
Con il senno di poi, s’è rivelato un errore. Più che me ersi al
riparo dai pericoli di qualche affare deviato, il capo del governo si è
esposto. C’ha messo la faccia. È possibile che, quando prese la
decisione di tenere per sé la delega sui servizi, il primo ministro non
si sia neppure reso conto in quale guaio si stesse cacciando. Ma
questo non può essere certo un alibi. Non siamo in America, dove
CIA , FBI e agenzie di sicurezza rispondono dire amente al
presidente. Nel nostro ordinamento non esiste licenza di uccidere e
neppure di rapire.
Lo ha dimostrato il caso dell’imam egiziano Abu Omar. Nel 2013
un’intera squadra di 007 italiani venne indagata dalla Procura di
Milano, e dunque “bruciata”, per aver dato appoggio logistico al
sequestro di un estremista islamico. L’operazione, coordinata dal
capocentro della CIA di stanza a Roma con la collaborazione di altri
agenti, venne scoperta e perseguita da un mastino in toga come
Armando Spataro. Il magistrato non esitò a me ere so o
interce azione i telefoni degli 007, che vennero persino pedinati. Se i
piani alti non ci avessero messo una pezza, il governo con il segreto
di stato e il presidente della Repubblica con la grazia, Spataro
avrebbe messo dentro tu i: 007 italiani, agenti della CIA e capi dei
servizi.
Se abbiamo fa o questa premessa è perché crediamo che la
decisione di Conte sia stata una grossa ingenuità. Tenere per sé il
controllo dei servizi segreti, senza frapporre uno schermo fra gli
operativi e la presidenza del Consiglio, lo espone a grandi rischi.
Una scelta che le vecchie lenze della politica non avrebbero mai fa o.
Hanno imparato con il tempo a evitare le trappole. Fiutano a
distanza l’odore dei guai. Quando, appena ele o, s’impunta per
essere il comandante in capo dell’intelligence, il premier non
immagina le conseguenze. E non pensa nemmeno che questa
decisione l’avrebbe portato a rispondere a domande imbarazzanti.
All’epoca, Joseph Mifsud è uno sconosciuto. Ancor meno noti
sono i risvolti italiani del Russiagate, una spy story che avrebbe
interessato i servizi segreti americani, famosi per non andarci troppo
per il so ile. E sopra u o pronti a ogni cosa pur di o enere quello
che l’autorità politica reclama. Anche a costo di uno spiacevole
corollario: me ere nel mirino un alleato come l’Italia. A Conte, che
presto sarebbe stato affe uosamente ribatezzato Giuseppi per poi
essere ricevuto alla Casa Bianca, non vengono in mente nemmeno gli
illustri precedenti: gli Stati Uniti erano già arrivati a spiare gli alleati,
carpendo le conversazioni di Angela Merkel e altri leader europei.
No, Giuseppi allora è troppo inebriato dal nuovo ruolo. Non rifle e
su queste quisquilie. Eppure queste quisquilie, ovvero i
preponderanti interessi americani, presto sarebbero tornati
d’a ualità. Per bussare con insistenza alla porta di Palazzo Chigi.
Tu o inizia da un misterioso e ignoto professore maltese, classe
1960. Joseph Mifsud vive a Swieqi, una ci adina a nord est dell’isola
mediterranea. Si specializza in scienze dell’educazione in patria,
prende una seconda laurea a Padova e o iene un do orato a Belfast.
Verso la fine degli anni Novanta comincia a lavorare per l’Università
di Malta, fino a dirigere l’ufficio internazionale dell’ateneo. È qui che
comincia la sua ascesa. Ed è in quel momento che l’oscuro professor
Mifsud inizia a tessere la sua tela di relazioni, fino al punto di
autodefinirsi «figura chiave per l’ingresso di Malta nell’Unione
europea».
Dal 2006 al 2008 è capo di gabine o del ministro degli Affari esteri
della Valle a. Poi, viene ele o presidente dell’Università Euro-
Mediterranea con sede in Slovenia. Nel 2009 diventa presidente del
consorzio universitario di Agrigento: incarico per cui, anni dopo, la
Corte dei conti lo condannerà in contumacia a risarcire 40.000 euro
di danno erariale. Nel 2010 entra in conta o con Meseuro, fondato
dall’europarlamentare PD Gianni Pi ella e dall’ex ministro del
governo Berlusconi Mario Mauro. Durante un convegno organizzato
proprio dal centro studi, davanti a politici come Renato Schifani e
Massimo D’Alema, è lo stesso Pi ella a tesserne le lodi: «Il
coinvolgimento del professor Mifsud e dell’Università di Agrigento
rappresenta un contributo di altissimo valore». È la riprova di come,
ormai, il docente maltese sia perfe amente inserito nei giri giusti,
quelli che contano in Italia e all’estero.
Ma poi succede qualcosa, forse sempre a causa della gestione dei
fondi. Il governo della Valle a allontana Mifsud dall’Università di
Malta. E il professore lascia anche l’ateneo sloveno. Così, l’uomo che
presto a irerà l’a enzione degli Stati Uniti trasferisce i suoi interessi
nel Regno Unito. Qui comincia il suo pellegrinaggio accademico:
Into Uea Llp, London Academy of Diplomacy (LAD ), infine
l’Università scozzese di Stirling. Insomma, un vortice di ca edre e
incarichi. E ancora una volta, proprio in Scozia, spunta Pi ella
assieme all’ex ministro degli Esteri maltese, Michael Frendo, e al
membro dell’intelligence britannica, Claire Smith. Alla LAD risultano
ricercatori Stephan Roh, oggi legale di Mifsud, e il saudita Nawaf
Obaid, ritenuto molto vicino a John Brennan, ex capo della CIA .
La sensazione è che Mifsud si sia avvicinato a quella zona grigia
che potremmo definire il covo delle spie. Infa i, nell’autunno del
2015, succede qualche cosa che ci interessa da vicino. Il docente
maltese entra nel London Centre of International Law Practice, una
stru ura dire a dall’avvocato sudanese Nagi Idris. Il legale
diventerà visiting professor alla Link: l’università di Roma, dove
guarda caso finirà anche Mifsud. Un ateneo fondato da Enzo Sco i,
assai frequentato da politici e servizi di sicurezza.
A Londra, alla corte di Idris, ai primi di gennaio 2016 arriva
intanto George Papadopoulos: un esperto di temi energetici che,
poco dopo, viene selezionato per entrare nel team della campagna
presidenziale di Donald Trump. A tal proposito Idris e la sua
condire rice, Arvinder Sambei, consigliano a Papadopoulos di
andare a Roma. Alla Link, alcune persone avrebbero potuto aiutarlo
con Trump. E qui rientra in gioco Mifsud. È lui, secondo Idris, che
può aiutare il miliardario americano a sconfiggere la sua
contendente: Hillary Clinton.
Vi state chiedendo che cosa c’entra Giuseppe Conte con questo
bislacco giro accademico? Un po’ di pazienza. Stiamo arrivando al
punto. Ovvero, l’improvviso endorsement di Trump a favore di
Giuseppi. Proprio nel bel mezzo della crisi di governo più pazza del
mondo: mentre Salvini, dopo aver ritirato l’appoggio leghista
all’esecutivo, chiede nuove elezioni. Prima di arrivare al nostro
premier, dobbiamo però tornare a Papadopoulos. Il futuro
consulente di Trump giunge a Roma il 12 marzo 2016. Vede subito
Mifsud. Il professore maltese gli dice di avere o imi rapporti con la
Russia. Addiri ura gli prome e un incontro con la nipote di
Vladimir Putin.
Il rendez-vous avviene il 24 marzo nella capitale britannica. Solo
che la bellissima ragazza non si chiama Olga Putinova. Il suo nome è
Olga Polonskaya, e ovviamente non c’entra nulla con il capo del
Cremlino. Poche se imane dopo, il professore maltese torna alla
carica. Prome e altri conta i importanti all’amico americano. E
sopra u o giura di avere «migliaia di e-mail comprome enti di
Hillary Clinton», raccolte dai russi. L’arma segreta per far fuori la
candidata democratica.
Papadopoulos ne parla con un diplomatico occidentale in un bar
di Londra: l’australiano Alexander Downer. È lui poi a raccontare
all’FBI della soffiata a Papadopoulos. Ma l’esca lanciata da Mifsud
forse fa abboccare qualcuno dell’entourage di Trump. La tesi,
sostenuta dai democratici, innesca quindi un’indagine di
controintelligence, aperta a luglio 2016: il “Russiagate”. Mosca ha
aiutato il tycoon durante la sua campagna ele orale?
E chi ha dato a Mifsud le mail della Clinton? A condurre
l’inchiesta è il procuratore speciale Robert Müller. Qualche mese
dopo, Trump viene ele o presidente degli Stati Uniti. E, dopo due
anni di indagini, Müller ge a la spugna. Prima, lascia però ai posteri
un rapporto in cui ricostruisce l’intrigo. E Trump, incassato il
proscioglimento, vuole vederci chiaro. Adesso è lui a capo dei servizi
segreti. Cosa c’è dietro quest’intreccio di professori e spie? Chi ha
tentato di incastrarlo? Il docente maltese era al servizio dei russi?
È il momento in cui finalmente entra in scena il nostro Giuseppi,
agente so o copertura di 5 Stelle e PD . A maggio 2019 si è da poco
conclusa la campagna ele orale per le Europee. Il successo di Ma eo
Salvini ha travolto Luigi Di Maio e rischia di spazzare via il governo.
La Lega ha raddoppiato i voti. Il Movimento li ha dimezzati. Come
nei vasi comunicanti, la prima è salita risucchiando i voti del
secondo. Tu i chiedono a Salvini di staccare la spina e andare alle
elezioni.
Il ministro dell’Interno non sembra ardere dalla voglia di far
cadere il governo, ma si capisce che il clima è diverso. L’azionista di
maggioranza dell’esecutivo è cambiato. Ora comanda il leghista. A
Palazzo Chigi sca a l’allarme rosso: se le cose non vanno come vuole
il Capitano su Flat tax, sicurezza e autonomia, il mandato di Conte
rischia di essere agli sgoccioli. Il premier in pubblico si mostra
tranquillo, ma i toni della furibonda campagna ele orale tra Lega e 5
Stelle hanno lasciato il segno. Anzi, hanno proprio scavato un solco.
I giornali cominciano a scrivere che presto l’avvocato del popolo
tornerà a fare l’avvocato a tempo pieno. Verrà rispedito a Firenze.
Con un biglie o di sola andata. La fine della legislatura avrebbe
inevitabilmente, come conseguenza, anche la fine della carriera
politica della poche e dal volto umano. Mentre però tu i
immaginano che l’esecutivo abbia i giorni contati, il presidente del
Consiglio riceve una di quelle richieste che non si possono rifiutare.
Arriva da gente che conta. Gli americani vogliono sapere tu o ciò
che c’è da sapere sul tentativo di incastrare Trump. Ossia, la
faccenda delle e-mail di Hillary Clinton e i conta i con i russi.
L’inquilino della Casa Bianca sta preparando le munizioni per la
rielezione. E sospe a che Mifsud non abbia agito da solo, ma con le
coperture di gente autorevole e potente, sia in America che in
Europa.
Trump, insomma, vuole scoprire chi sono stati i bura inai del
Russiagate. Ha un sospe o, neppure troppo nascosto. Dietro
l’intrigo, potrebbe esserci l’ex presidente statunitense Barack Obama
e magari qualche suo amiche o nel vecchio continente. In pratica,
The Donald pensa alla manina dei servizi segreti americani, ma
anche a quella di qualche agenzia di spioni europea, con l’avallo del
relativo governo. E molto di quel che si è scoperto ruota intorno a
Roma: dal professore che ha ele o la capitale a suo teatro operativo,
all’università della Ci à Eterna che ha eccellenti rapporti con politici
e 007. Insomma, è scontato che il capo della Casa Bianca bussi alla
porta di Palazzo Chigi.
L’a orney general di Trump, William Barr, a erra in Italia il 15
agosto 2019. È in compagnia del procuratore John Durham. Il
viaggio non passa dai normali canali, ma da quelli politici. Gli USA
chiedono di avere le informazioni di cui sono in possesso i servizi
italiani, anche perché nel fra empo Mifsud è scomparso. Nessuno sa
che fine abbia fa o il professore. Rapito? Fuggito? O gli è capitato
qualcosa di peggio?
Sono in pochissimi quelli a conoscenza della spy story che
interessa agli americani. Certo non il ministro dell’Interno e neppure
il capo politico del Movimento 5 Stelle. Chi invece sa tu o, o per lo
meno conosce il curioso interesse di Trump, è Conte. Il premier,
come de o, ha mantenuto la delega sui servizi. Così autorizza
Gennaro Vecchione, l’uomo che lui stesso ha voluto ai vertici delle
agenzie di sicurezza, a incontrare gli emissari di Trump. La nostra
intelligence deve raccontare ogni particolare agli americani. Già, ma
gli 007 italiani sono a conoscenza di eventuali responsabilità
politiche in questo pasticcio organizzato per inguaiare Trump? E
cosa sanno di Mifsud e del Russiagate?
Niente, dirà Conte il 23 o obre 2019 al COPASIR , il Comitato
parlamentare per la sicurezza. Ormai è nata la nuova alleanza fra 5
Stelle e PD , che ha evitato le elezioni e salvato la sua poltrona.
L’audizione viene secretata. Ma il premier, in conferenza stampa,
anticipa un sunto della sua linea difensiva: «La nostra intelligence è
completamente estranea» spiega ai giornalisti. «Ci sono stati due
incontri: uno il 15 agosto e l’altro il 27 se embre» rivela. «Io non ero
presente ma sono stato informato.» Il primo, aggiunge, si è svolto
nella sede del DIS , il dipartimento della presidenza del Consiglio che
coordina la sicurezza nazionale: «È servito a definire
preliminarmente il perimetro della collaborazione». Al secondo,
spiega ancora, hanno partecipato i dire ori di AISE e ed AISI : «È
servito a chiarire che, alla luce delle verifiche fa e, la nostra
intelligence è estranea a questa vicenda. Questa estraneità ci è stata
riconosciuta. Insomma, «la vicenda non ha leso interessi nazionali».
Nessuno però ha voglia di chiedere al premier perché, se davvero
non sono riusciti a o enere nessuna informazione utile, Barr e
Durham hanno intrapreso due viaggi a Roma. Forse i nostri agenti
non erano stati chiari la prima volta? O c’è dell’altro che resta da
scoprire? Sta di fa o che proprio in quei giorni, mentre gli uomini di
Trump fanno su e giù dall’America, The Donald trova tempo di
me ere il becco nella crisi italiana. Il 28 agosto 2019 si augura, via
Twi er, che Giuseppi rimanga presidente del Consiglio. È stato un
viatico per avere informazioni dai nostri agenti? O, magari, pieno
appoggio nella caccia ai presunti autori dell’intrigo?
Mistero. Fa o sta che per Renzi e Zingare i, i nuovi alleati dei
grillini, Conte doveva fare le valigie. Invece si rime e comodo a
Palazzo Chigi. Il biglie o di ritorno per Firenze finisce in coriandoli.
Pericolo scongiurato. Il premier, che appena poche se imane prima
giurava di essere un uomo per una sola stagione, all’improvviso
scopre di essere impermeabile alle stagioni. Adesso può avviarsi
verso l’autunno della Repubblica, pronto a mangiare il pane one e
forse anche i 5 Stelle.
Certo, gli americani continuano a dare la caccia a Mifsud, l’uomo
del mistero. Il professore potrebbe chiarire chi e perché ha provato a
inquinare la campagna ele orale americana. Così, si scopre che
Mifsud non è morto. Non è neppure scappato. Si è soltanto nascosto:
prima in un paesino delle Marche, poi non si sa. E quando il suo
avvocato comincia a parlare, vengono fuori tanti de agli che
riguardano la Link, la misteriosa università fondata da Sco i, un ex
ministro dell’Interno soprannominato “Tarzan” per il suo continuo
aggrapparsi a tu e le liane correntizie della variegata DC .
Il semisconosciuto ateneo gode di improvvisa ribalta a maggio
2018, con la nascita del governo gialloverde. Elisabe a Trenta,
nominata ministro della Difesa, insegna proprio alla Link. Ha
frequentato invece il master in Intelligence, primo del genere in
Italia, il suo so osegretario, il grillino Angelo Tofalo, che poi
diventerà membro del COPASIR . Viene bazzicata insomma da grillini,
ministri, so osegretari e agenti con mille identità. Cominciano a
definirla «l’università dei 5 Stelle e delle spie». Sco i, furibondo,
annuncia querele: «Tu e falsità».
Eppure dalla Link, che trado o in italiano significa
“collegamento”, in un modo o nell’altro sono passati molti dei nomi
coinvolti nel Russiagate. Basta, per esempio, dare un’occhiata agli
stimati conferenzieri invitati a partecipare al convegno sulla
globalizzazione organizzato a Roma l’8 e il 9 maggio 2017 insieme
all’università di Tor Vergata. So o lo sguardo compiaciuto di Sco i,
sfilano professoroni e prossimi ministri, come Giovanni Tria. Ma
anche i futuri protagonisti di una delle spy story più misteriose degli
ultimi tempi. Tra gli invitati c’è Mifsud, ovviamente. Così come Idris,
l’avvocato di origine sudanese che a Londra lo me erà in conta o
con Papadopoulos. E c’è l’ex ministro maltese Frendo. Ma a scorrere
la lista dei partecipanti si scorge anche il nome di un noto giurista
della Sapienza che, un anno dopo, balzerà agli onori delle cronache.
È il chiarissimo professor Alpa.
Il maestro del premier non ha però solo rapporti occasionali con
l’ateneo di Sco i. Siede nel consiglio editoriale di Eurilink University
Press, la casa editrice dell’ateneo di Sco i. Tra le pubblicazioni c’è un
corposo volume dall’impegnativo intendimento: «Gestire un piccolo
business al passo con i tempi». La prefazione è affidata a due
presunti esperti del ramo. Uno è Gianni Pi ella, l’europarlamentare
del PD . L’altro è Joseph Mifsud, il professore maltese sparito nel
nulla.
11
I mille volti di Giuseppi

Forse, il primo ad aver capito tu o è stato Donald Trump. Mentre


era in corso una crisi di governo che sembrava inestricabile, il
presidente americano twi a un elogio del presidente del Consiglio.
Lo chiama Giuseppi. Tu i ironizzano, e noi fra questi, me endo in
luce la poca dimestichezza dell’inquilino della Casa Bianca con il
premier italiano. Ci sbagliavamo, in particolare i giornalisti.
Nessuno, tranne l’uomo dal ciuffo arancione, il più odiato fra i 45
presidenti degli Stati Uniti, aveva capito che di Conte non ce n’è uno
solo. Ne esistono per lo meno due, o magari qua ro. Come le
stagioni che, nella politica, si alternano più in fre a di autunno,
inverno, primavera ed estate.
Sì, Giuseppi. Al plurale. Improvvisamente, il 20 agosto 2019,
diventa chiaro anche a Ma eo Salvini. Il leader della Lega aveva
so ovalutato il giurista scelto per mediare fra 5 Stelle e Lega. Forse
lo considerava davvero una specie di arbitro, sistemato a Palazzo
Chigi per dirimere le beghe fra i grillini e i suoi. Sta di fa o che,
dopo la pausa di ferragosto, Conte si presenta in Parlamento. Ed è
proprio in quel momento che, durante la replica alla mozione di
sfiducia presentata dalla Lega, il ministro dell’Interno se ne rende
conto: l’uomo che aveva sempre reputato un mediatore, anzi una
specie di travet messo lì da Di Maio e dai pentastellati, è in realtà un
capo politico coi fiocchi.
Certo, il premier non è uomo immediatamente classificabile. I suoi
tra i e le sue gesta restano sfuggenti. Si nascondono dietro un
giuridichese e un formalismo da professore. Ma la metamorfosi
dell’avvocato del popolo è in corso da tempo. E non certo dal giorno
in cui il leader leghista dichiara chiusa l’esperienza del governo
gialloverde. «Conte il bura ino», come lo chiamavano i giornali di
g g
sinistra e perfino alcuni politici europei, da tempo ha deciso di
correre da solo. Ha già rescisso i legami con la casa madre e con
quell’alleato scomodo che stava svuotando il serbatoio ele orale dei
5 Stelle.
Nessuno sa dire dei suoi rapporti con Beppe Grillo. Né quante
volte si siano davvero incontrati e parlati, prima della crisi aperta dal
capitano leghista. Una cosa però è certa: mentre tu i nel 2018
seguono le mosse di Salvini e Di Maio, la grande stampa non si cura
di Giuseppe Conte. Di Maio tenta di consolidare la leadership dentro
il Movimento, schivando i colpi della corrente movimentista di
Alessandro Di Ba ista e dell’ala sinistra capeggiata da Roberto Fico.
Ma paradossalmente i suoi nemici interni non sono Dibba e neppure
il presidente della Camera. Né c’è da temere qualche sgambe o da
No Tav, No Tap e No Ilva. Il ministro dello Sviluppo in quei mesi
non si rende conto che, mentre si arraba a per non finire so o le
ruote del Carroccio, qualcuno si adopera più di lui e meglio di lui.
Pronto a giocarsi tu e le carte di cui dispone, pur di non ballare una
sola estate. Eh già, perché fin da quando varca la soglia di Palazzo
Chigi, Giuseppe Conte capisce una cosa: per sopravvivere e durare a
lungo, ha in mano un’unica carta, la mediazione. Dovrà trovare
un’intesa davanti a qualsiasi problema.
Non pensa però di fare da mero conciliatore fra Salvini e Di Maio.
No, diventare arbitro tra i due non è la sua massima aspirazione. Per
il suo futuro, il neo ele o presidente del Consiglio sogna altro: usare
al meglio l’arte di far quadrare il cerchio. Per dirla con Aldo Moro,
che ha segnato la storia repubblicana ed è stato per anni punto di
riferimento della Democrazia cristiana, Conte è un uomo da
«convergenze parallele». È un diccì pronto a unire gli opposti: a
me ere insieme ciò che appare diviso. Ma anche un politico pronto a
dire una cosa e dopo a fare l’esa o contrario. Ad annunciare una
«caducazione della concessione», per poi tra are col concessionario
da far caducare: e non per togliergli la gestione dei caselli, ma per
discutere su come affibbiargli Alitalia.
Giuseppi, l’uomo dai mille volti, è colui che brucia ArcelorMi al
in piazza. Prome e che sarà inflessibile come le barre che escono dal
laminatoio dell’Ilva. Ma dopo qualche se imana, passata a rischiar
p q p
di mandare in fumo la più grande acciaieria d’Europa, si adopera
per far risorgere dalle ceneri il gruppo franco-indiano. Basta
rinnegare tu o. Concedendo non solo l’immunità penale chiesta
all’inizio da ArcelorMi al, ma anche la cassa integrazione per
migliaia di persone. E visto che ci siamo, per convincere gli stranieri
a fare marcia indietro, aggiunge perfino il regalo prenatalizio: un
aiutino di stato. Eh, sì. Conte è un uomo dal pugno di ferro in un
guanto di velluto. Allo stesso tempo, è anche un pugno di velluto in
un guanto di ferro. Pardon, di la a.
Per rendersi conto di questa straordinaria capacità di ada arsi a
ogni situazione, rimangiandosi quanto de o poco prima, basta
rileggere le dichiarazioni disseminate in meno di due anni al
governo. A cominciare da quelle rilasciate all’inizio, quando il tema
dei temi, cioè lo scoglio contro cui la nave gialloverde rischiava di
andare a sba ere, erano le grandi opere, meglio sintetizzate come
Tav: il treno ad alta velocità tra Lione e Torino.
I 5 Stelle ne avevano fa o una bandiera, raccogliendo il consenso
degli ambientalisti in Val di Susa e nel resto d’Italia. Il destino del
tunnel fra Piemonte e Francia era dunque lanciato su un binario
morto. L’analisi tra costi e benefici non poteva che essere contraria
all’opera. La commissione incaricata di redigere il papello era
presieduta da un professore arcinemico della Tav e presidiata da
studiosi poco entusiasti di vedere scavato un nuovo buco nella
montagna.
Il treno ad alta velocità per Lione, con i 5 Stelle al governo,
sembrava destinato a non partire mai. Il convoglio, a eso per
trent’anni o giù di lì, non avrebbe effe uato una sola corsa. E invece
no. All’inizio Giuseppi, in versione invernale, dichiara di non vedere
l’utilità di una simile opera: fosse stato per lui, non avrebbe
inaugurato neppure un cantiere in Val di Susa. Nemmeno quello per
fare i carotaggi. Ma poi arriva l’altro Giuseppi, quello subentrato in
estate. Appare già meno definitivo e più possibilista, a prescindere
da vantaggi e svantaggi.
Sì, Conte considera l’opera inutile. Ma, già che c’è, per non non
perdere il treno e la poltrona con una crisi di governo, manda avanti
a passo lento i bandi per assegnare i lavori. È vero che l’opera costa
p p g p
troppo ed è superflua, come dicono i tecnici nominati all’uopo, ma
alla fine non si sa mai: meglio non essere tranchant. Sopra u o, è
preferibile non tranciare sul nascere una bella carriera politica. E così
la Tav, da proibita, d’un tra o diventa possibile. Anche perché, nel
fra empo, i costi da sopportare per dire no sono lievitati e dire sì
appare più conveniente. Alla fine, la Tav porta addiri ura dei
giovamenti: quasi metà dell’opera è finanziata dall’Europa e anche i
francesi sono chiamati a me ere mano al borsellino.
Bastano pochi mesi per l’inversione di ro a: da contrario («Fosse
per me i lavori non sarebbero mai cominciati»), il premier diventa
possibilista. Infine, si schiera a favore. Da No Tav a Sì Tav, nello
spazio di pochi mesi: un voltafaccia da avvocato del popolo, da
legale pronto a ribaltare linea difensiva in base ai nuovi elementi
emersi nel diba imento. Un uomo di diri o, ma anche di rovescio.
Abile a dribblare il codice così come con il pallone, esperto financo
nel palleggio calcistico.
Del resto, un anticipo di ciò che sarebbe accaduto con la Tav si era
già avuto con il Tap, il gasdo o che doveva a raversare l’Adriatico e
approdare sulle coste pugliesi. Alla comunità salentina non era mai
piaciuto. Durante la campagna ele orale del 2018, i 5 Stelle
raccolgono i consensi di tu i quelli che volevano impedire l’opera.
Anzi, in quello scampolo d’inverno, il Tap è uno degli argomenti più
diba uti nei comizi e negli incontri. Barbara Lezzi, una delle
pasionarie grilline, si schiera con foga contro il proge o. Risultato:
passate le elezioni, fa o il governo e superata l’estate, già a o obre
risulta chiaro che l’opera non sarebbe mai stata fermata.
L’argomento usato da Conte per giustificare la capriola è lo stesso
poi impiegato con la Tav: lo stop «comporterebbe costi insostenibili,
pari a decine di miliardi».
Fino a pochi mesi prima era possibile opporsi al gasdo o che
doveva collegare il Mar Caspio all’Italia. Sarebbe bastato vincere le
elezioni per riuscirci. Dopo il voto, diventa impossibile: «Abbiamo
fa o quello che si poteva, non lasciando nulla di intentato» dice al
popolo l’avvocato del popolo. «Ora è arrivato il momento di operare
le scelte necessarie e di me erci la faccia.» Cioè la sua, quella del
risolutore delle missioni impossibili. «Se avessimo riscontrato profili
p p
di illegi imità non avremmo esitato ad assumere i conseguenti
provvedimenti, compresa la decisione di interrompere i lavori.» Solo
che, purtroppo, adesso «non è più possibile intervenire sulla
realizzazione». Come userà fare anche successivamente, Conte lascia
intravedere qualche contentino per la giravolta. Ovvero, da buon
avvocato, un risarcimento danni per il disagio patito. «Non perché
penso che bisogna compensare quella comunità. Chi ritiene di aver
subito una ferita, quella ferita la manterrà sempre e non si
accontenterà di una misura compensativa.» Però, diciamo, un po’ di
soldi aiutano a lenire il dolore.
La carta dei risarcimenti Conte la giocherà anche nel caso
dell’Ilva, in un pasticcio tu o merito dei giallorossi. All’inizio di
se embre 2019 la crisi dell’acciaieria non è ancora esplosa, ma
qualcosa è già nell’aria. Per far digerire l’accordo con il gruppo
franco-indiano, il presidente del Consiglio annuncia l’alta velocità
per il Sud: «Sull’Ilva non si poteva fare di più» giura per rabbonire i
comitati, decisi a far chiudere lo stabilimento di Taranto costi quel
che costi, anche la disoccupazione. «Mi piange il cuore se penso alle
polveri che me ono a repentaglio la salute. Di Maio è riuscito a
o enere un miglioramento delle condizioni. Non era possibile
annullare la gara.» Così, dopo aver minacciato sfracelli e azioni
giudiziarie, Conte passa ai risarcimenti e alle offerte, prome endo
compensazioni, cedendo su tu a la linea, dicendo sì allo scudo
penale, all’aiuto di stato e pure ai licenziamenti.
Insomma il ritornello è sempre lo stesso, cantato prima con la Tap
e poi con la Tav. All’inizio è una dichiarazione di guerra, poi
d’impotenza. Così si arriva al rilancio, a suon di vantaggi e opere
risarcitorie, per far digerire la sconfi a. Nel caso dell’Ilva è il pieno
assorbimento degli occupati, addiri ura anticipando gli interventi
ambientali. E in sovrappiù, c’è pure la Tav per il Mezzogiorno.
«Quando vado a trovare i miei genitori a Foggia, entro in un’altra
dimensione: dobbiamo lavorare per l’alta velocità nel Sud.» Questo
giura mentre il Conte due è appena nato. I Cinque Stelle decidono
però di cancellare l’immunità penale per ArcelorMi al. E il gruppo
franco-indiano saluta tu i.
A questo punto, così come aveva già fa o ad agosto, il presidente
del Consiglio cambia registro. Ancora una volta, Conte da concavo si
fa convesso. Anzi, a punta. Da avvocato della difesa si trasforma in
rappresentante della pubblica accusa. Prima sembrava quasi scusarsi
per aver dovuto mandar giù gli stranieri, lasciando accesi gli
altiforni. Poi all’improvviso, quando a voler spegnere la fabbrica
sono gli stranieri perché si sentono traditi, il premier sfodera gli
artigli, minacciando una durissima ba aglia legale: «C’è un contra o
da rispe are e saremo inflessibili, non si può pensare di cambiare
una strategia imprenditoriale adducendo a giustificazione lo scudo
penale».
Solo pochi mesi addietro, lo liquidava come una regole a sulla
quale, a differenza di Luigi Di Maio, non era disposto a impiccarsi.
Addiri ura, s’era fa o garante con ArcelorMi al per preservare lo
scudo da un’azione della magistratura. Eppure, a novembre 2019,
quello scudo diventa una scusa. Anzi, un trucco per non onorare gli
impegni. E dunque una scorre ezza, che giustifica un’azione della
magistratura contro il gruppo franco-indiano.
Sempre così. Flu uante come un vascello durante la tempesta. La
linea ondivaga del premier s’è vista anche sugli F35, altro cavallo di
ba aglia dei 5 Stelle. Per il Movimento, tagliare l’ordine di acquisto
degli aerei prodo i dall’americana Lockheed, in collaborazione con
gli inglesi della Bae Systems e l’aiuto dell’italiana Leonardo, era un
imperativo. Anzi, era un modo per finanziare il Reddito di
ci adinanza. Ogni volta che nei talk show qualcuno si opponeva
all’onerosissimo sussidio pubblico per tu i, Luigi Di Maio replicava
con sicumera: per reperire i fondi sarebbe stato sufficiente annullare
il contra o che ci impegnava a comprare i 90 cacciabombardieri.
Così il governo avrebbe avuto fra le mani un tesore o di 14 miliardi,
da spendere per le politiche sociali.
Niente paura. Anche in questo caso Conte è già all’opera. Pronto a
smussare angoli, levigare accordi e lucidare avverbi. Per poi estrarre
dal cappello magico il coniglio e superare gli ostacoli. Un salto in
alto degno di un canguro gigante, più che di un leporide. Pure
stavolta, il presidente del Consiglio si appella al passato, cioè agli
impegni che ci vincolano e impediscono al suo governo di
divincolarsi.
Lo schema è lo stesso ado ato con il Tap, la Tav, l’Ilva e così via:
ad impossibilia nemo tenetur. Volevamo cambiare, ma non si può.
«Come sapete è un programma che è stato deliberato nel 2002»
spiega in una conferenza stampa alla Casa Bianca, con al fianco il
suo nuovo amico, Donald Trump. «Quindi è un arco di tempo
notevole, quando si ragiona per quanto riguarda le esigenze di
sicurezza e difesa.» Cioè, si fa o non si fa? «Noi siamo anche qui a
valutare responsabilmente questo dossier. Assumeremo tu e le
scelte in modo oculato, ponderato alla luce delle a uali necessità.»
Traduzione dal legalese: la commissione costi-benefici è già
all’opera. Stavolta c’è da sfornare un parere che giustifichi
l’ennesimo voltafaccia, ossia la prosecuzione dell’accordo «con il
nostro partner, l’amministrazione Trump». I 5 Stelle insorgono per la
capriola del premier? Tranquilli, Conte tiene la porta aperta pure alla
rinegoziazione. Come per la «caducazione della concessione» c’è
sempre una parolina o un cavillo che lascia intravedere uno
spiraglio: per affermare una cosa, ma pure il suo contrario.
Se fossimo in presenza di Walter Veltroni, diremmo: il contra o
vale, «ma anche no». Con Di Maio o Renzi aggiungeremmo la
formula sfoderata durante la manovra economica: si tra a di una
decisione «salvo intese». Al cospe o dell’avvocato del popolo, ci
tocca riformulare: l’accordo è confermato, ma al popolo si fa credere
che è rinegoziato. Astuzie linguistiche e giuridiche. Furbizie da
navigato professore, capace di galleggiare nel mare della pubblica
amministrazione senza mai finire nelle secche o contro gli scogli.
E a proposito di mare, un altro capolavoro di funambolismo
arriva sulle navi delle ONG . Con il governo gialloverde, il presidente
del Consiglio condivideva le decisioni di Salvini. Si diceva pronto
all’incriminazione, firmando decreti sicurezza e provvedimenti per
evitare gli sbarchi. In epoca giallorossa, il Conte bis sposa invece la
linea dell’Europa, per riaprire i porti e i centri di accoglienza.
«Perché provocare era inutile» delucida dopo il summit di Malta.
«Non dobbiamo rinunciare al diri o di regolare gli ingressi nel
nostro paese e a comba ere l’immigrazione clandestina.» Ma
dobbiamo anche «recepire i rilievi del presidente della Repubblica».
Un colpo al cerchio e uno alla bo e. Anzi, due colpi da Conte.
L’Houdini che, con qualche contorsione linguistica e giuridica, si
libera dalle catene delle promesse.
Uno degli ultimi esempi dell’abilità funambolica del presidente
del Consiglio lo si è avuto anche sul Mes, il Meccanismo europeo di
stabilità. Di fronte alle critiche della Lega, il premier all’inizio mostra
i muscoli. Risponde con puntiglio alle contestazioni di Salvini. Ma
poi si palesa il rischio di una crisi di governo. Pure Di Maio sembra
poco propenso a dire sì alla riforma del fondo salva stati. Così Conte
me e da parte la baldanza per accontentarsi della sostanza, ovvero
un rinvio della firma, prendendo tempo e anche un po’ di fiato.
Qualche se imana in più, in cambio di qualche giravolta. Pari e
pa a.
Ma in fondo, perché stupirsi? Leo Longanesi diceva che la
coerenza è la virtù degli imbecilli. E Giuseppe Conte di certo non è
un imbecille. Anzi, i Giuseppi sono molto svegli. A dire il vero, forse
troppo.
12
Conte, il camaleonte

Le corna stanno bene su tu o, recita il titolo di un libro campione di


vendite. E anche Giuseppe Conte sta bene su tu o. Le cronache ce lo
raccontano a suo agio con Massimo D’Alema, ma pure con Giorgia
Meloni. Persino con Silvio Berlusconi s’è scappellato, assicurandogli
che le sue opere sono nei libri di storia. Perfino a Maurizio Landini,
gran capo della CGIL , ha garantito di essere completamente
d’accordo. Come faccia un premier ad andare a bracce o con gli
opposti non si sa. L’unica cosa che si capisce è che il presidente del
Consiglio dice di sì a chiunque incroci. Dimostrando così di essere
disponibile, oltre che alle maggioranze variabili, anche alle idee
intercambiabili. Da indossare a seconda delle circostanze.
Sì, Giuseppi sta bene su tu o. Calza a pennello su qualsiasi
maggioranza: centro, destra, sinistra. E perfino con gli
extraparlamentari: e non intendiamo gli scalmanati sessanto ini che
cinquant’anni fa prendevano d’assalto il Palazzo, ma i poteri forti che
il Palazzo lo tengono in pugno, decidendo le cose che contano. Sì,
Giuseppi va proprio bene con tu i. Sa abbinare i colori degli abiti,
scegliere un guardaroba impeccabile da statista, fare l’inchino come
un vero gentiluomo e genufle ersi davanti alle eminenze vaticane.
A Bruxelles prome e che rispe erà i conti e procederà sulla strada
del rigore economico. A Landini assicura che condivide le
preoccupazioni dell’arcigna Fiom: cambierà la Fornero e aumenterà
salari e pensioni. Allo stesso tempo, mentre omaggia Sua Eccellenza,
s’impegna a vigilare sui temi etici che stanno a cuore alla Chiesa.
Salvo poi riprome ere a quelli di Liberi e uguali che su eutanasia,
diri i gay e gender sarà più flessibile rispe o al passato oscurantista.
Conte è favorevole alla Via della seta che piace ai cinesi. Ma è anche
amico di Donald Trump, che la Via della seta la vuole chiudere.
Concavo e convesso, a seconda di quel che serve. Bisogna ricevere
Vladimir Putin? Allora l’Italia diventa alleata della Russia,
disponibile a rivedere le sanzioni contro Mosca. A Roma arriva
Emmanuel Macron con la sua Brigi e? Il tempo di un baciamano alla
première dame e Giuseppe è pronto per la Legion d’onore, massimo
riconoscimento concesso dalla Francia agli amici di Parigi.
Giù il cappello, dunque. Non ci resta che lodare l’astuzia con cui,
in meno di due anni, ha imparato a dribblare le insidie della politica.
Gabbando tu i. Era considerato unanimemente un passacarte.
All’improvviso, s’è dimostrato un furbo di tre co e. Uno che ha
messo nel sacco il capo politico dei 5 Stelle e pure quello della Lega,
riservando a entrambi la sorpresa di una sua rinascita: da avvocato
del popolo ad avvocato di se stesso.
Sì, Conte sta proprio bene su tu o. A rendersene conto non sono
stati solo il ministro degli Esteri pentastellato e l’ex ministro
dell’Interno. Se n’è accorto anche Renzi: pensava che il professorino
di Firenze fosse «indegno di rappresentare il paese». Oggi si rende
conto che il suo vero nemico non è Salvini, nonostante ne parli in
continuazione. No, l’uomo da abba ere per l’ex Ro amatore è il
presidente del Consiglio: l’unico che gli può scippare la leadership
centrista. Conquistando voti a sinistra, ma anche fra i 5 Stelle. È lui
che Renzi teme più d’ogni altro.
Manco fosse una delle sue puntute poche e, il redivivo premier
ha indossato il nuovo abito giallorosso, rime endo nell’armadio
quello gialloverde. E domani potrebbe sostituire perfino Italia viva, il
partito renziano, con una pa uglia di “responsabili”, pronti a tu o
pur di conservare lo scranno. In tal caso, le corna le porterà per una
volta Renzi. Non ci resta dunque che rovesciare la massima di Giulio
Andreo i: «Il potere logora chi non ce l’ha». Perché, nel caso di
Giuseppi, il potere aiuta pure chi ce l’ha.
Il potere ha aiutato Conte a diventare il nuovo Conte. Ovvero un
uomo politico scaltro e anche un po’ spregiudicato, capace di
succedere a se stesso. È passato, senza soluzione di continuità, da un
governo di destra a uno di sinistra, da uno che impone sanzioni alle
g p
ONG a uno che aiuta le ONG . Conte ha imparato che si fa politica
mentendo: agli ele ori innanzitu o, e agli alleati in secondo luogo.
Con un certo cinismo, da premier del cambiamento è diventato il
premier della conservazione. La UE , che all’inizio era nemica, ora è
amica. E da uomo che doveva rompere gli schemi, s’è trasformato
nel guardiano di quegli stessi schemi. In altre parole: è diventato un
Monti con il fazzole o nel taschino, ma più furbo e abile a tessere la
tela. S’è persino fa o incoronare imperatore dei 5 Stelle dalla
pia aforma Rousseau, grazie alla benevolenza di Beppe Grillo. Una
maggioranza bulgara del 79% l’ha ormai designato suo unico e
degno erede.
Un highlander della Prima Repubblica come Paolo Cirino
Pomicino lo definisce un “doroteo”. Così, trent’anni dopo, riappare
l’immagine di Mariano Rumor, Emilio Colombo, Flaminio Piccoli. E
di tu i i chierici della sagrestia democristiana, che gestivano il potere
per il potere. Una corrente che, più d’ogni altra, ha incarnato la
Balena Bianca. Quell’enorme cetaceo che per mezzo secolo è stato
capace di inghio ire qualsiasi cosa: il boom e l’autunno caldo, gli
scandali e le riforme, il Sessanto o e il terrorismo. Fino a Mani
pulite.
Non sappiamo ancora se Conte sia il nuovo Rumor o il novello
Colombo. Oppure, ancora, se sia la sapone a con cui la classe
politica si vuole lavare la coscienza. Ma il presidente del Consiglio è
certamente un doroteo. La sua politica è quella democristiana, che
tanto andò per la maggiore nella Prima Repubblica.
La prova plastica c’è stata lo scorso o obre, quando accorre ad
Avellino, la piccola Atene dello scudo crociato. L’occasione, del resto,
è imperdibile: i cento anni dalla nascita di Fiorentino Sullo,
pluridecorato padre irpino della diccì. Regista dell’evento:
Gianfranco Rotondi, vicepresidente dei deputati di Forza Italia e
inconsolabile nostalgico dell’era in cui il cetaceo scudocrociato
riempiva lo specchio di mare della politica.
Bisognava vederlo dal vivo, il nostro camaleontico premier:
sornione, felpato e accorto. Eccolo, abbigliato e suadente come al
solito, che scalda dal palco i cuori, sfoderando il meglio della sua ars
retorica: «Il mio nuovo umanesimo» scandisce con impareggiabile
autostima «trae nutrimento dal ca olicesimo democratico».
L’a empata platea è in deliquio: «Serve una rinnovata presenza dei
ca olici, un potente risveglio dal torpore. Rimane a uale l’invito di
Sturzo a essere “liberi e forti” e a impegnarsi in politica». Fino
all’impareggiabile: «Più che di una rinnovata Democrazia cristiana,
parlerei di una rinnovata democrazia dei cristiani». Oplà. Invertendo
l’ordine dei fa ori, il risultato non cambia. Un capolavoro lessicale.
Ma il premier si spinge oltre: «Lo stato deve avere l’uomo al centro».
Già: e non ci sono più nemmeno le mezze stagioni, sapete?
Democristianese. Purissimo. Gli astanti, dopo infru uosi decenni
alla ricerca di un degno gonfaloniere, non hanno più dubbi:
Giuseppi è uno di loro. Gerardo Bianco, veterano della Prima
Repubblica, non crede ai suoi occhi: «Presidente, lei ha de o che si
ispira a Moro e vuole raccoglierne l’eredità: benissimo, avrà la
solidarietà degli uomini che stavano accanto a Sullo». Lo scudo
crociato vigila su tu i: tra vescovi e preti, nella sala in prima fila ci
sono l’ex presidente del Senato Nicola Mancino e Clemente Mastella,
in trasferta dal suo feudo beneventano.
«Questa è la sua casa, presidente» dice commosso Giuseppe
Gargani, già plurideputato e pluriministro. L’inossidabile
novantunenne Ciriaco De Mita, appena riele o sindaco della vicina
Nusco, gongola: «Ha capito che la DC è l’unico pensiero che
sopravvive». Il sigillo è dell’organizzatore della reunion, Rotondi:
«Dopo venticinque anni di silenzio del ca olicesimo politico,
abbiamo riconosciuto una certa musica in lei. Avevamo bisogno di
un maestro e le auguriamo di essere l’uomo della solidarietà
nazionale!».
«È uno di noi» dice il sempreverde De Mita. «Uno di noi,
Giuseppe uno di noi» intonavano appena due giorni prima, il 12
o obre 2019, gli ele ori pentastellati durante la festa per i dieci anni
del Movimento, di fronte al gongolante Grillo. Deposto Di Maio e i
“Vaffanculo days”, adesso spera d’aver messo al sicuro la
successione. Dovunque vada, Conte si mimetizza: indossa i panni e
diventa un altro. Furbo, rapido e ineffabile. S’è insinuato nella
voragine di potere spalancata tra la Seconda e la Terza Repubblica.
Adesso sguazza felice in quelle acque limacciose. È la perfe a
esemplificazione di un altro mo o andreo iano, cui l’accomuna il
culto per il potere: «So di essere di media statura, ma non vedo
giganti a orno a me».
Di media statura, ma guizzante come un’anguilla dei Sargassi.
Non pensate però che il premier alterni solo le simpatie
scudocrociate a quelle grilline. Finito nell’angolo per l’uso
dell’intelligence italiana, messa al servizio degli 007 statunitensi,
Conte si lascia andare a un arditissimo paragone: «Non sono servo
di nessuno. Io sono sempre lineare. Sono più duro di Craxi a
Sigonella».
Ecco, appunto. Nel pantheon di Giuseppi mancava giusto Be ino.
L’episodio a cui si riferisce risale al 1985. È il diniego dell’ex primo
ministro socialista all’allora presidente USA , Ronald Reagan, di
consegnare il diro atore della nave Achille Lauro dove fu assassinato
un ebreo americano. Segue la più grave crisi diplomatica nel secondo
dopoguerra tra i due alleati. E nella base di Sigonella si trovano l’uno
contro l’altro armati i carabinieri italiani e i marines statunitensi.
Fino a sfiorare lo scontro. Eppure, a confronto con il terribile Conte,
l’ex segretario del PSI sarebbe stato quasi una mammole a.
«Ma mi faccia il piacere…» infilza, rispolverando la celeberrima
ba uta di Totò, Stefania Craxi, senatrice di Forza Italia e figlia di
Be ino. «Quelle azioni» ricorda «rispondevano a una ben precisa
strategia di politica internazionale. Cosa c’entra Sigonella con un
affare di spionaggio e di asservimento come questo?» Domanda che
lo scorso o obre si sono posti avversari (e non) di Giuseppi.
Intervistato dal «Foglio», Salvini insolentisce l’arcinemico: «Penso
che Craxi si rivolterebbe nella tomba. Lui a Sigonella la schiena non
la piegò. Conte ha fa o il contrario. Tra Craxi e Conte esiste un
abisso, sono il giorno e la no e. La verità è che ormai il presidente
del Consiglio ha perso la testa, è capace di dire qualunque cosa».
Democristiano, craxiano, grillino. E, perché no, anche piddino. Ma
purtroppo per lui quell’area è già strapiena: Zingare i, Franceschini,
Calenda. Meglio il centro, allora. Alla ricerca dei delusi moderati:
forzisti, renziani e post-diccì. Il sempre vagheggiato centro di gravità
permanente. La verità però nel suo caso è impalpabile. Lui è oltre,
semplicemente non incasellabile. E poi si eleva ben al di sopra della
politica tricolore: piena di mezzucci e mezze cartucce.
John Fi gerald Kennedy, ecco lui sì che è modello a cui ispirarsi.
«Scrivetemi come se ogni messaggio costasse dieci euro: vi aiuterà a
concentrare il pensiero», si leggeva sullo status WhatsApp di Conte a
giugno 2018, mentre il Quirinale lo issava per la prima volta a
Palazzo Chigi. Frase accompagnata da una foto, con citazione dell’ex
presidente americano: «Every accomplishment starts with the decision to
try». Ovvero, “qualsiasi impresa comincia con la decisione di
provare”.
E lui non solo c’ha provato. Ma è disposto a qualsiasi cosa pur di
rimanere in sella. Ecco il prosaicissimo motivo della sua continua
altalena ideologica. Il premier, dal giugno 2018 a oggi, è riuscito a
passare da una liana all’altra con l’agilità di un cercopiteco.
Convenienza, perfe amente combinata con la resilienza. «Andreo i
è una volpe ma tu e le volpi, prima o poi, finiscono in pellicceria»
diceva Craxi del solito Divo Giulio. E Conte non ha nessuna voglia
di finire in pellicceria. O meglio, nelle affollate aule universitarie
frequentate fino a ieri. Vuoi me ere con i pomposi summit, le
alchimie politiche e le vecchie e sbaciucchianti?
No. Giuseppi, al di là delle ovvietà periodicamente rifilate ai
media, di tornare a quella vitaccia non ha alcuna intenzione. Il treno
veloce da Roma a Firenze, i ricevimenti con gli studenti mocciose i,
le pallosissime lezioni in aula… Mai più. «Siamo un paese senza
memoria» diceva Pier Paolo Pasolini. E meno male, si frega le mani il
professore salentino. Prima a capo di un governo di centrodestra, poi
di centrosinistra, infine di sinistrissima. Ma cosa vuoi che importi
agli smemorati ele ori?
Conte è l’Ercolino sempre in piedi: il misirizzi che la Galbani
regalava ai fedeli clienti negli anni Sessanta, con le sembianze
dell’a ore Paolo Panelli. È come Leopoldo Fregoli, l’inventore del
trasformismo in teatro, che in uno spe acolo riusciva a interpretare
oltre cento personaggi. Diceva che con i suoi 800 costumi e le sue
1.200 parrucche avrebbe ricoperto la Tour Eiffel. Fregoli non si
p p g
cambiava solo d’abito velocemente, ma era in grado di cambiare
postura, accento e voce in un a imo. «Nelle sue interpretazioni»
scriveva il «New York Times» nel 1984 «può apparire come l’ideale
di bellezza femminile, e pochi secondi dopo si presenta sul palco
come un barcollante ubriacone.»
Conte è tu i. È Andreo i, Craxi, Moro e Rumor. Ed è Grillo, Di
Maio e perfino Renzi. Già a gennaio 1883, sul periodico bolognese
«Don Chiscio e», Giosuè Carducci scriveva: «Bru a parola a cosa
più bru a. Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare
destri e non però rimanendo sinistri».
Non s’era mai visto un premier che, senza soluzione di continuità,
passasse da un governo di destra a uno di sinistra. Riuscendo a non
spe inarsi i capelli e nemmeno a gualcire l’abito di sartoria. La
lacuna è stata colmata: doppio salto carpiato e, voilà, abbiamo un
capo del governo double face. Può indossare il completo gialloverde,
ma se è necessario anche un vestito giallorosso. È sufficiente
rivoltare le idee, come per i tessuti bicolore: verde da un lato e rosso
dall’altro. Un presidente del Consiglio con la poche e
intercambiabile. Nel primo tempo della partita indossa una maglia.
Nel secondo tempo quella della squadra avversaria. Nel mentre,
finge di fare l’arbitro e si scalda a bordo campo come riserva della
patria. Pardon, della Repubblica.
Del resto, con una voce dal sen fuggita, Conte l’ha già ratificato a
gennaio del 2019. Ai giornalisti che lo pungolavano sull’autonomia
chiesta da alcune regioni, l’impe ito premier replica: «Io sono, quale
presidente della Repubblica, garante della coesione nazionale». Un
lapsus. Ma quando i cronisti gli fanno notare la svista, lui sornione
prosegue il ragionamento, senza fare un plissé. Imperturbabile, come
sempre. Un lapsus sì, ma freudiano. Del resto, l’elezione del nuovo
capo dello stato è fissata per il 2022. Nessuno riesce a immaginare
quali smo amenti ci saranno stati nella politica italiana da qui ad
allora. Ma Conte non sarà tornato all’anonima vita accademica in cui
è rimasto confinato per un trentennio. Giuseppi: trasformista,
palleggiatore, poderoso, diabolico, democristiano, spietato. Adesso è
pronto a tu o.
13
Lo smemorato di Volturara Appula

«Scusate, ma il signorino qui aveva de o alle tre…» È il primo


pomeriggio del 27 novembre 2019. Giuseppe Conte entra sornione
nella sale a di Palazzo Chigi indicando Rocco Casalino, il suo
portavoce. «Ho 15 minuti di ritardo e mi scuso» dice mentre prepara
calorose stre e di mano. Il premier è stato di parola. Come
promesso, ci ha concesso l’intervista. Certo, forse sperava in un
colloquio più informale. Quando intuisce che perfino le sue prime
parole sono finite in un memo vocale, sembra sbigo ito: «Ma che fa,
registrate pure i saluti? Questa è deformazione professionale. E che
diamine!». Si alza di sca o e afferra lo smartphone, appoggiato sul
tavolino: «Ecco, siamo qui con il presidente del Consiglio che s’è
appena scusato per il ritardo…» scandisce nel microfono con
intonazione da telecronista.
Il siparie o distende gli animi. Casalino sorride. Accanto a lui, c’è
il segretario particolare di Conte. Si chiama Andrea Benvenuti ed è
un do orando di Diri o privato a Firenze. Nonostante il
delicatissimo ruolo che riveste, ha appena 27 anni. È cordiale, alto e
segaligno. È stato lui a intra enerci amabilmente durante
l’anticamera. Incuriositi dalla sua giovane età, per ingannare l’a esa
gli abbiamo chiesto dei suoi trascorsi: «Lavoravo nel famoso studio
Alpa in piazza Cairoli» ci ha rivelato dopo qualche esitazione.
Insomma, l’assistente più fidato del premier era un altre anto fidato
collaboratore del suo onnipresente mentore.
Tu e le strade di Conte portano ad Alpa? Sarà questo,
ovviamente, uno degli argomenti principali dell’intervista. Ma
prima, da vero gentiluomo, il primo ministro non dimentica i
convenevoli. Come molti narcisi, parla spesso di sé in terza persona:
«Il dire ore Belpietro è stato il primo giornalista a incontrare il
p p g
presidente del Consiglio» riferisce a portavoce e segretario
particolare. Così comincia a ripercorrere il fortuito incontro nella
stazione ferroviaria di Firenze, il giorno della sua nomina a capo del
governo. «Adesso i giornali non li leggo più» informa. Gli facciamo
notare che dicevano lo stesso anche Silvio Berlusconi e Margaret
Thatcher, «per evitare dispiaceri». Conte userebbe lo stesso
stratagemma. «Ma vi pare possibile che si siano occupati per giorni
del cesso del presidente del Consiglio?» prorompe. Be’, però
ventiseimila di ristru urazione non sono quisquilie: ha preteso
perfino una doccia con o o bocche e… «Mi rifiuto, dai. Fa male al
giornalismo.»
Com’è noto, non ama la categoria. «State facendo un dossier
contro di me, raccogliendo le peggiori cose. Ma io vi darò un
contributo per parlare male» prome e. Invano. Perché nel corso
della chiacchierata, durata un paio d’ore, il premier sfodererà
piu osto massicce dosi di sicumera, fiducia e autostima. Ogni gesto
e parola di Conte tracimano vanità. Quello in cui dife a, a suo dire,
sono invece le facoltà mnemoniche. «Non ricordo bene le date»
preme e. Il so otesto è evidente: non mi chiedete di essere puntuale
e circoscrivere gli eventi. La memoria è corta. Una premessa che
potrebbe sembrare un’arguzia, utile a evitare de agli e circostanze.
Cominciamo, dunque. E partiamo da Alpa, il famoso avvocato
con cui la sua carriera s’incrocia di continuo. Il tema del primo
quesito è quasi d’obbligo: il famigerato concorso all’Università
Vanvitelli di Caserta. Conte, però, con un inaspe ato preambolo,
marca debita distanza: «Si dice impropriamente che Alpa sia il mio
maestro. Il mio maestro, in realtà, è stato Giovanni Ba ista Ferri,
della scuola giuridica romana. Mi sono laureato con lui e sono
diventato il suo assistente. Solo quando ho vinto il posto di
ricercatore a Firenze ho incontrato Alpa. Quindi non sono stato un
suo allievo. Poi è nata questa opportunità: lui aveva uno studio a
Genova, con Tomaso Galle o, ma cercava un appoggio a Roma.
Decise allora di aprire uno studio professionale anche qui. E lo fece
con me, visto che mi conosceva».
Le date, a cui il presidente del Consiglio è tanto allergico, sono
però fondamentali. Proprio in quel periodo, Alpa viene ele o nella
p p q p p
commissione d’esame che nominerà Conte ordinario. Non è un
enorme confli o d’interessi? Il premier comincia a spazientirsi: «Tra
noi non c’è mai stata un’associazione, né formale e neppure di fa o.
Non ci dividevamo i proventi. Eravamo solo coinquilini». Lei però,
nel curriculum inviato anni dopo alla Camera dei deputati, scrive:
«Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio
legale dedicandosi al Diri o civile, societario e fallimentare». Il
primo ministro si rabbuia: «È chiaro che, messa così, sembra che
abbiamo aperto uno studio professionale insieme». Già. E l’ha messo
nero su bianco, persino in un a o ufficiale. «In realtà, avrei dovuto
scrivere che eravamo coinquilini.» Quindi ha infiocche ato? Alza le
spalle: «Sì, il curriculum è un po’ infiocche ato». Lo dice come se
fosse la cosa più naturale del mondo. Immemore che proprio quel
curriculum gli ha garantito un’ambitissima poltrona: membro del
Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa.
Assomiglia un po’ al famoso smemorato di Collegno, che del
passato non ricordava nulla. Ma noi non demordiamo. Lo studio in
comune ha visto la luce prima o dopo il concorso? «Guardate, come
vi ho de o, le date non le ricordo.» Noi, invece, sì: Alpa viene ele o
nella commissione a marzo 2002. A quel tempo, lavoravate già
gomito a gomito? Segue qualche altro tentennamento, poi pesca la
reminiscenza: «La sostanza è che, in costanza di concorso,
effe ivamente c’era un rapporto di coinquilinaggio».
Ricorrendo al solito giuridichese, alla «costanza di concorso» e al
«coinquilinaggio», il premier dunque conferma: il luminare e
l’associato decidono di aprire e condividere uno studio. E poco dopo
il luminare, Alpa, è nominato nella commissione che farà
dell’associato, Conte, un giovane e baldo docente ordinario, appena
trento enne e già sul gradino più alto della carriera universitaria.
Il premier derubrica. Ma a noi la circostanza, assieme al
curriculum «infiocche ato», sembra dirimente. Insistiamo, ancora
una volta. Se lei ha un rapporto così stre o con un collega, che poi la
giudicherà, a noi viene in mente solo una cosa: il confli o d’interessi.
«Ma non è una collaborazione professionale!» sbo a Conte. Gli
ricordiamo che, prima del concorso, insieme avevano già difeso
insieme il Garante della privacy. «Io avevo i miei clienti: pochi. Alpa
p y p p
invece ne aveva tantissimi. Sì, qualche volta siamo stati insieme in
un collegio difensivo. Ma l’ANAC ha chiarito che questo non crea
confli i d’interesse. Pure l’Ilva, per fare un esempio, ha un collegio
di dieci difensori, ma non c’è fra loro un’associazione.» Il paragone,
ovviamente, non regge: nessuno ha giudicato l’altro in un concorso.
L’obiezione non viene raccolta. L’anguilla prova abilmente a
scivolare via. «C’è la forma e c’è la sostanza» facciamo notare.
Guardiamo Casalino. Sbuffa come una vaporiera. Tiriamo fuori
l’ultima intervista concessa da Alpa al «Secolo XIX». In quel
concorso – ha assicurato al quotidiano genovese – è stato sorteggiato.
È un de aglio utilissimo a rimarcar distanza. Ma le carte che
abbiamo consultato smentiscono i ricordi di Alpa. In realtà, venne
ele o con un plebiscito: 54 voti.
«Ha de o un’inesa ezza» conferma Conte, prima di partire al
contra acco. «Faccio a voi una domanda: quanti voti servivano per
diventare ordinario?» Tre su cinque. «E io quanti ne ho presi?»
Cinque. «Dunque, voi avete un concorso che nel 2002 ha designato
ordinario questo fessacchio o, oggi presidente del Consiglio.
All’unanimità. E Alpa non era nemmeno a capo della
commissione…» Anche se era certamente il membro più noto e
influente. «Vi rivelo una cosa» continua spazientito. «Quando mi
sono laureato alla Sapienza, tu i gli assistenti avevano cognomi
illustri: c’era pure la figlia di Giuliano Amato… Io ero l’unico che
non aveva un parente noto, nell’università o nella politica. Tanto che,
poco prima di quel concorso, ce ne fu un altro in cui il so oscri o
ritirò la domanda» Perché? «Non erano maturi i tempi…» risponde,
anzi non risponde, recuperando lo smalto scudocrociato.
Il contra acco del presidente del Consiglio sembra confermarci
l’arcinoto: per insegnare all’università, ieri come oggi, bisogna avere
un santo in paradiso. «Tu i, quella volta, ritenevano che io avessi
scri o più degli altri.» Quindi non ha partecipato perché non aveva
gli appoggi giusti? «Allora, a enzione» prende tempo. «La vicenda è
complessa. I commissari mi chiamarono: “Conte, perché ha ritirato la
domanda?”.» Già, perché? «Per un discorso interno di scuola. Non
volevo… Ma a cosa state alludendo?»
Vogliamo chiarire. I giornalisti fanno domande. E noi non siamo
venuti a prendere il caffè. Conte rimarca: «Perché sussista il confli o
d’interessi ci dev’essere cointeressenza economica. Sono stato uno
dei primi giuristi che ha scri o di privacy. Stefano Rodotà, che
all’epoca era il Garante, lo apprezzò molto. Per questo, il giovane
Conte venne chiamato ad affiancare Alpa». È l’unica causa che avete
fa o assieme? La risposta la conosciamo già: no. Solo l’Autorità per
la privacy ha dato ai due altri se e incarichi. «Non ve lo so dire»
riba e però questa volta. «Dicono che sono un avvocato sconosciuto,
ma di cause ne ho fa e migliaia. Come faccio a ricordarle?
Impossibile.»
Il clima è tu ’altro che disteso. Il premier è abituato a
circumnavigare, con successo, a orno a ogni domanda. «Ma anche
senza il voto di Alpa, avrebbe vinto comunque il concorso» osserva
Casalino. Però la presenza di Alpa è curiosa, ricordiamo
eufemisticamente. «Ma non era neppure il mio maestro!» esplode
Conte. Ritiriamo fuori il ritaglio mostrato prima: l’intervista ad Alpa.
È intitolata: Il mio allievo Conte è neutrale, ma prima o poi dovrà
schierarsi. «Quindi state facendo un discorso di opportunità! È un
concorso del 2002. Non è stato impugnato da nessuno. Tra me e Alpa
non ci sono conti correnti in comune. Perché state rimestando? Cosa
volete sostenere? Qual è la notizia? Che nel 2002, di fronte ai veri
scandali universitari, in un concorso un coinquilino giudica l’altro?
Questo sarebbe scandaloso? Ma che notizia è? Dov’è lo scandalo?»
Casalino suggerisce una risposta: «L’insinuazione è che, senza
Alpa, lei non avrebbe fa o carriera…». Prima di poter dire la nostra,
Conte ria acca: «Il mondo universitario è tale che, se io fossi stato un
cazzaro o un raccomandato, l’avrebbero saputo tu i. Il mondo
accademico è così. Non basta essere ordinari. Ci sono professori di
fascia A, quelli bravi, e professori di fascia B, i raccomandati e i
super raccomandati. Alpa, certo, poi è diventato un punto di
riferimento per me. C’è anche un’amicizia personale…». Nella solita
intervista, dice che vi sentite ogni domenica. «Ci sentiamo ogni
tanto. Ma quello che voglio dire è: non è il mio maestro, ma mi ha
arricchito tanto.» Lo guardiamo perplessi. «Non c’è mai stato un
conto corrente comune» aggiunge Conte, cogliendo il nostro
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sce icismo. «Le regole del mondo universitario sono ciclicamente
so o a acco. I concorsi pubblici si devono svolgere, sostengono
molti, senza contaminazioni, conoscenze e confli i. Ma questo non
può funzionare. Chi frequenta il mondo universitario lo sa: tu i
conoscono tu i. Ci si incontra ai convegni, alle conferenze e in
tribunale.»
Insomma, siamo dei petulanti rompicoglioni. Questo deve
pensare di noi il capo del governo. Gli ricordiamo che s’era
lamentato dei giornalisti ancor prima di conoscerli. Mentre era
ancora un aspirante premier, avevano tirato fuori la storia di
Equitalia, costre a a pignorargli la casa per le pendenze con il fisco.
«Qualcuno ha persino scri o che sarei passibile di condanna…»
aggiunge lui. E poi, rivolto a Casalino: «Sègnale queste cose, che
dopo…». Conte vi manda il conto? «Se farò qualcosa, sarà da
semplice ci adino, quando non sarò più presidente del Consiglio»
aggiunge riferendosi a probabili e prossime querele. «Non mi potete
togliere questa prerogativa.»
Interveniamo: le critiche vanno acce ate. «Qui c’è il mio
portavoce» replica pronto, indicando Casalino: «Portavoce, mi hai
mai sentito dire: “Questa critica non l’acce o?”». Domanda retorica.
Rocco spalleggia e rilancia, aggiungendo l’ultimo aneddoto: «No,
anzi. Ieri ho mandato una re ifica al «Giornale», che aveva scri o
una falsità su di me. Aggiungevo che volevo procedere per vie
legali. Ma quando ho mostrato la nota al presidente, lui m’ha de o
subito: “Ma cosa scrivi? Ma quali vie legali? Cancella subito”. Io,
invece, per le vie legali andrei sempre. Mi diverte…». Il capo del
governo chiarisce: «Non si può far causa so o l’ombrello di Palazzo
Chigi».
Dunque, l’avvocato Conte aspe erà che i tempi maturino: come il
cinese lungo la riva del fiume. «Mi riserverò di valutare. La critica ci
sta: anche quella più aspra, sferzante e sarcastica. Addiri ura,
quando mi imitano… dite voi… non vi guardo.» Si copre gli occhi
con una mano, gira il volto verso di noi e domanda a portavoce e
segretario particolare: «Mi sono mai urtato?». Gli interpellati,
ovviamente, scuotono la testa. Quella è satira, obie iamo,
dimenticando quanto si prenda sul serio il premier. «Gli insulti sono
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diversi. M’hanno dato del cameriere, del bura ino, del prestanome.
Eppure, vi dirò: l’epiteto, persino offensivo, lascia il tempo che trova.
Se però scrivono inesa ezze, io faccio un video per chiarire e il
giorno dopo replicano con altre due o tre falsità, be’ questa non è
critica.»
Chiusa l’ennesima parentesi sulla stampa, torniamo al
pignoramento di Equitalia. «Capita nelle migliori famiglie.
Quell’indirizzo era privo di portiere. Ci vivevamo io e la mia ex
moglie. Io uscivo la ma ina e tornavo la sera. E la mia allora
consorte non era più precisa di me. Ogni tanto arrivavano le cartelle,
ma non c’è mai stata evasione.» Le altre accuse, in quel periodo, sono
arrivate per aver difeso il metodo Stamina. Se n’è pentito? «Io non ho
mai incontrato Vannoni. Mentre insegnavo a Firenze, è venuta da me
una coppia di giovani fiorentini. Speravano che la figlia potesse
continuare le cure. Da professionista non mi sono posto il problema
dell’efficacia del metodo, ma solo di dare una possibilità a una
famiglia disperata. Vi dirò di più: quando ci fu poi il clamore
mediatico, io non l’ho sfru ato per avere visibilità. Non ho mai
speculato.»
L’altro intrigo, riemerso negli ultimi mesi, è il parere pro veritate
firmato dall’avvocato Conte su Retelit, un’azienda partecipata dal
fondo Fiber 4.0, a sua volta riconducibile al finanziere Raffaele
Mincione. Poco dopo, sulla questione, si sarebbe pronunciato il
governo gialloverde. Non era il caso di rifiutare l’incarico? «Mi è
stato affidato prima della nomina. Adesso, ho riguardato le date e ho
visto le coincidenze. Probabilmente ho firmato l’a o venerdì,
domenica m’hanno proposto di fare il premier e il parere è partito
lunedì. Ma io lavoravo come una bestia. Avevo in piedi centinaia di
situazioni professionali.» L’hanno pagata quindicimila euro: se lo
ricorda? «Figuratevi… Io non mi ricordo nemmeno cosa ho
mangiato a pranzo.»
Si ricorderà, almeno, chi le chiese la disponibilità per guidare il
governo gialloverde. «Mi telefonò Di Maio: “Giuseppe, ti chiederei la
cortesia di venire a Milano”. Io ero in spiaggia. Gli domando perché.
“Ti vorrei fare conoscere Salvini?” Ti ricordi, Rocco?» Casalino
aggiunge un retroscena: «C’era stata una riunione. Il Movimento
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aveva scelto Conte. La Lega, invece, puntava sull’economista Giulio
Sapelli. Quella fu una furbata. Eravamo consapevoli che lui era di un
altro livello. “Me iamoli subito indire amente a confronto”
pensammo. “Così si evidenziano la genialità di uno e la follia
dell’altro”. Era un modo per me ere in imbarazzo la Lega».
La riunione per selezionare il candidato alla presidenza del
Consiglio viene fissata nel pomeriggio del 13 maggio 2018. «Allora,
sentite questa» racconta Conte. «Io a erro a Milano in tarda
ma inata. Mi viene a prendere in aeroporto l’autista e mi porta in
quest’albergo in centro a Milano, accanto al Duomo, dove ho
prenotato una stanza. Nel pomeriggio, arrivano Di Maio e Salvini.»
Il leader dei 5 Stelle è accompagnato da Vincenzo Spadafora, poi
nominato so osegretario alla presidenza del Consiglio e ora ministro
per le Politiche giovanili e lo Sport. Con il capo del Carroccio c’è
invece Giancarlo Giorge i, l’eminenza grigia del partito.
Lo scopo di questa riunione informale è, appunto, far conoscere il
candidato del Movimento ai due leghisti. Conte prosegue: «Dopo
aver fa o quest’incontro, mi dicono: “Adesso dobbiamo vedere
Sapelli. Come facciamo senza che ci vedano tu i?”. Io replico: “Non
c’è problema. Vi presto la mia stanza. Devo solo verificare una
cosa…”. Chiamo in portineria. Chiedo se fanno vedere la partita
della Roma con la Juventus anche nella hall. La risposta è
affermativa. Io scendo e loro possono usare la stanza».
Adesso ci racconta del Russiagate? Alla domanda segue qualche
a imo di silenzio. «Dite di Salvini a Mosca?» controba e il premier,
malcelando ingenuità. No, quella è Moscopoli. Ha invece mai
conosciuto Joseph Mifsud, il professore maltese sospe ato di
spionaggio? «Ma state scherzando?» E ha incontrato il ministro della
Giustizia americana, William Barr? «Né Barr né nessun altro. Ho
dato la delega a Vecchione. Ma non gli ho mica de o: “Rispondi a
tu o quello che ti chiedono”. Del resto, la richiesta americana è stata
cauta e prudente: “Vorremmo informazioni sull’operato della nostra
intelligence e ci piacerebbe definire il perimetro di questa
collaborazione”. È stato uno scambio di cortesie istituzionali. La
prima riunione, appunto, è servita a definire il perimetro
d’ingaggio.»
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Perché ha tenuto la delega ai servizi segreti? «C’è una ragione
precisa. Il presidente del Consiglio ha comunque la responsabilità di
tu o il comparto. Un’eventuale delega non mi me eva al riparo dalle
responsabilità. A quel punto lì, il giurista che è in me ha fa o una
riflessione: “Se ne devo comunque rispondere, dovrei nominare un
alter ego, oppure un fratello. Ma non li ho. Allora ho preferito
tenermi la rogna. Immaginate se ci fosse stato un altro al posto mio,
senza contezza dei rischi e della complessità politica e giuridica…
Chissà che casino sarebbe successo su Barr!»
Quindi l’agente speciale Conte, immodestamente, ha colto subito
il pericolo? «Ho la capacità d’inquadrare i rischi delle cose. Io sono
terribile come avvocato! I miei collaboratori avevano calcolato il 90%
di vi orie.» Scopriamo uno spietato principe del foro. «No, sono di
una corre ezza unica. Ma ho alle spalle una vita di studio intenso e
grande determinazione. Meglio non avermi contro…»
A suo dire, l’avrebbe dimostrato pure oltreconfine. «Hanno
imparato a rispe armi. Ero appena arrivato. Ero l’ultimo. Pensate al
primo Consiglio europeo: non sapevo neanche come muovermi.
Invece, siamo rimasti lì tu a la no e, a litigare con Merkel e Macron.
Non in modo velleitario, ma con argomentazioni giuridiche. Alla
fine, sono dovuti stare zi i.» A quel punto, sarebbe scoppiato
l’amore. E quanto è contato, proprio al momento della rinascita del
governo, l’appoggio delle cancellerie europee? «Mah, per me è
difficile valutarlo.» S’introme e Casalino: «Per il Movimento, e ci
me o la testa nel fuoco, zero. Per il PD , forse è stato più importante il
suo mondo: Prodi, la Chiesa…».
Il G7 di Biarri è stato però un trionfo, replichiamo. Ed è qui che
egolatria e vanità prendono il largo. A vele spiegate. «Per un premier
dimissionario come me, andare al vertice non era una gran cosa,
anche psicologicamente. Ma tu Rocco, che eri lì con me, mi hai visto
sfiduciato o depresso?» Rocco scuote la testa. Conte riprende il filo,
gongolante: «I colleghi non mi evitavano. Anzi, mi apprezzavano e
mi stimavano. Però, diciamocela tu a: è un fa o personale».
Già, diciamocela tu a: l’Europa ha tifato giallorosso? «Mah, solo
l’ultimo giorno, a un certo punto, era un po’ cominciata a circolare la
cosa. E qualcuno ha de o: “Ci piacerebbe che tu rimanessi primo
ministro”.» Chi? «Dal premier indiano, Narendra Modi, al
presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk…». Per non parlare
di Donald Trump… «Quando stavamo andando via, mi chiamò:
“Giuseppe, devi rimanere in politica”. Ma fidatevi, è più un fa o
personale. Lui non aveva nemmeno motivi per andare contro
Salvini.» A parte Moscopoli.
Conte abbassa la voce, fino a trasformarla in un sussurro: «Trump
di Moscopoli se ne strasba e. Lo staff magari è a ento a certe cose,
ma lui… Dovreste conoscerlo Trump…» bu a lì, come se parlasse di
uno stravagante vicino di casa. «La prima volta che ci siamo visti, mi
ha preso da parte: “Giuseppe, sei simpatico. Cosa posso fare per te?
Vieni a trovarmi negli Stati Uniti. Facciamo una grande visita di
stato”.» Fino all’ormai celebre cingue io: l’augurio che Giuseppi
resti premier. «Prima di partire, mi ha de o: “Ti faccio un tweet, ti
faccio un tweet…”» Casalino aggiunge un aneddoto: «Al primo G7,
appena ele o, c’era uno spe acolo a no e fonda. Chiunque voleva
sedersi accanto a Trump. Lui invece chiese al presidente di stare
accanto lui. Hanno chiacchierato tu a la sera».
Non rimane che fare ammenda. Non c’eravamo accorti di avere a
Palazzo Chigi un protagonista dei consessi internazionali, ammirato
e inseguito dai leader della terra. Come sul fronte interno,
d’altronde. I 5 Stelle sono ormai ai suoi piedi. Parla spesso con Beppe
Grillo? «Rarissimamente. Recentemente abbiamo discusso un paio di
volte dell’Ilva. Lui è molto interessato alle transazioni energetiche e
alle nuove tecnologie. Ha sempre idee innovative. È davvero
stimolante scambiarsi idee sulla società del futuro. Mi piace. Senza
offendere nessuno: è quello nel Movimento che ha la visione più
strategica.» Ma almeno nei giorni della crisi agostana vi sarete sentiti
spesso… «Credo mai.» Nemmeno un incontro? Eppure è ormai un
suo fan sfegatato. «L’ultima volta l’ho visto a Napoli, alla festa del
Movimento. E poi il giorno della presentazione dei ministri, durante
la campagna ele orale. Era sera. Giusto qualche minuto…»
Ben più assidui sono invece i rapporti con Luigi Di Maio, ma
qualcosa s’è ro o. «No, assolutamente.» Si sono invertiti i ruoli:
prima era lui che guidava, ora è Conte. Prima era lei in ombra,
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adesso è il contrario. «Sono ruoli completamente diversi. Io sono
molto a ento a non interferire nelle vicende interne del Movimento.
Che poi possa fare d’ispirazione è un altro conto.»
Il passaggio dunque è compiuto: da bura ino a bura inaio. «No,
bura inaio no. Non mi riconosco. Che bura inaio? In modo opaco,
intendete? Mai. Non sarei più credibile come presidente del
Consiglio. È ovvio che, in un momento di transizione per il
Movimento, colga grande simpatia e fiducia da parte di buona parte
dei parlamentari dei 5 Stelle. E lo si vede anche… A Napoli la gente
con me è stata calorosissima. Questo mi fa piacere. E credo pure sia
nell’interesse di tu i che guardino a me con simpatia e fiducia. Però,
a enzione: sarebbe assolutamente deleteria una mia azione
intrusiva. Non funzionerebbe. Dopo qualche se imana, i nodi
verrebbero al pe ine. Significherebbe deviare il ruolo del presidente
del Consiglio. Entrare a piè pari nelle vicende di una forza politica. E
poi, perché? Perché Di Maio ha qualche difficoltà come leader?
Peggio. Paradossalmente, potrei interloquire con il Movimento se
non ci fossero questi retroscena. Ora, a maggior ragione, mi devo
astenere.» Casalino è più esplicito: «Diciamocela in maniera nuda e
cruda. Un gruppo parlamentare, che vuole colpire Luigi, cerca un
altro al suo posto. Insomma, capisco che qualcun altro voglia me ere
lui. Questo però non significa né che sia disponibile, né che si stia
muovendo in tal senso».
Nessuno dei due lo amme erà mai. Conte, una volta smessa la
casacca giallorossa, potrebbe indossare quella ocra del Movimento.
Per adesso è costre o a fare il padre nobile. Ma la sua appartenenza
politica sembra ormai chiara. A meno che il fato non gli riservi
l’ennesima, sbalorditiva, sorpresa: il Quirinale. «Vedremo…»
commenta Casalino alzando gli occhi al cielo. «Ma mi volete già
imbalsamare?» ci domanda Conte.
All’inizio dell’intervista, volevano sapere il titolo di questo libro.
Prima del commiato, con l’ultima domanda, diamo un indizio al
premier: si reputa un trasformista? «Allora, vi invito a prendere i
discorsi e ragionamenti che facevo ai tempi del Conte uno. Poi,
confrontateli con quelli del Conte due. Vedrete che non sono
cambiato.» Scoppiamo a ridere. «Eh, lo so. Voi non mi credete.
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Ditemi però una frase contraddi oria. Prendiamo il sovranismo. Per
me, il sovranismo vuol dire che il popolo è sovrano…» Ma lei era
orgogliosamente populista!
L’obiezione viene seppellita dai convenevoli. Conte ci
accompagna fino all’ascensore. I saluti finali confermano la sua
riconosciuta cordialità. Vigorose stre e di mano. Il camaleonte
sogghigna. Volta le spalle e sparisce tra gli stucchi di Palazzo Chigi.
Questo ebook contiene materiale prote o da copyright e non può essere copiato,
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Il trasformista
di Maurizio Belpietro con Antonio Rossi o
© 2020 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Pubblicato per Piemme da Mondadori Libri S.p.A.
Ebook ISBN 9788858523728

COPERTINA || MARZIA BERNASCONI | ART DIRECTOR: CECILIA FLEGENHEIMER


Sommario

Copertina
L’immagine
Il libro
Gli autori
Frontespizio
GIUSEPPE CONTE IL TRASFORMISTA
1. Il giorno in cui il professore divenne premier
2. Un’anguilla a Palazzo Chigi
3. Il bambino prodigio alla corte del Vaticano
4. Tante parcelle e una capanna
5. Curriculum & affari
6. Innocenti evasioni
7. La caducazione della concessione
8. Il papocchio di Biarri
9. A star is born
10. L’avvocato delle spie
11. I mille volti di Giuseppi
12. Conte, il camaleonte
13. Lo smemorato di Volturara Appula
Copyright