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INTERVISTA A MONS.

RAUL VERA LOPEZ, VESCOVO DI SALTILLO


“Un vescovo controverso”. Si definisce così mons. Raul Vera Lopez, domenicano ordinario di
Saltillo, nel nord del Messico. Non c'è civetteria in queste parole, ma una sorta di consapevole
realismo. Mons. Vera Lopez era assurto a fama internazionale nel 1995, quando era stato nominato
coadiutore della diocesi di San Cristobal de las Casas. Nella sua prima intervista aveva dichiarato
l'intenzione di “correggere ciò che va corretto”, per cui a molti era sembrato che fosse stato scelto
allo scopo di “normalizzare” una Chiesa locale protagonista di un'esperienza profonda di
inculturazione e impegno sociale nell'ottica della Teologia della liberazione e della Teologia india
sotto la guida di mons. Samuel Ruiz. Ma, inaspettatamente, ben presto “don Raul” si era
“convertito” alla causa indigena e al progetto di “Chiesa autoctona” promossa da “tatic Samuel”,
divenendo perfino oggetto di attentati da parte dei paramilitari. Forse anche per questo, al momento
di nominare il sostituto di mons. Ruiz, Roma aveva inviato mons. Vera Lopez, con una procedura
del tutto inusuale per un coadiutore (solitamente con diritto di successione), alla guida di una
diocesi dall'altro capo del paese. Da allora, comunque, mons. Vera Lopez è divenuto un punto di
riferimento nazionale, assumendo la difesa di tutti gli esclusi, dagli indigeni del Chiapas alle
famiglie dei minatori morti nell'esplosione del giacimento di Pasta de Conchos, dai migranti diretti
negli Stati Uniti agli omosessuali emarginati anche dalle comunità cristiane. Ciò gli è valso, da una
parte, la richiesta di rimozione inviata alla Santa Sede dal giudice del processo contro i militari
accusati di aver violentato alcune donne nel Coahuila, e, dall'altro, il Premio Rafto per i diritti
umani, conferitogli in novembre in Norvegia. E proprio dalle ragioni di questa onorificenza inizia la
conversazione con Jesus: “Il Premio Rafto è stato assegnato a un messicano perché è noto a livello
internazionale che il Messico è uno dei paesi più violenti del mondo in questo momento. La
situazione dei diritti umani è molto preoccupante perché esiste una struttura sociopolitica e
socioeconomica che ne favorisce la sistematica violazione”.
Quali sono le cause dell'ondata di violenza che scuote il paese?
Prima di tutto c'è la lotta tra i cartelli messicani del narcotraffico per il controllo di territori in cui
espandere i propri rispettivi mercati e aumentare i profitti. Un'altra parte della violenza deriva dai
legami che i cartelli devono tendere coi cittadini della società civile e coi rappresentanti del potere
esecutivo, legislativo e giudiziario. Hanno bisogno dei primi per spacciare la droga nelle strade,
davanti alle scuole, nei luoghi di divertimento dei giovani; coi secondi creano vincoli di complicità,
perché la protezione delle autorità permette loro di distribuire liberamente la droga nelle città,
trasportarla attraverso il paese, esportarla, ecc. Così si spiegano le stragi di famiglie intere che
hanno collaborato allo spaccio e sono venute meno ai propri impegni o hanno voluto uscire dal giro,
come pure le esecuzioni di funzionari pubblici che non hanno rispettato gli accordi o non si sono
lasciati corrompere. Ci sono, infine, le azioni terroristiche che i narcos compiono, magari in risposta
all'arresto o alla morte di un boss, per dimostrare il proprio potere davanti a uno Stato indebolito e
un esercito impreparato a svolgere compiti di pubblica sicurezza.
Come giudica l'azione del governo del presidente Felipe Calderon per contrastare questa
violenza?
La tanto pubblicizzata “guerra” contro la criminalità organizzata è inutile, perché non sta privando
queste mafie degli appoggi di cui dispongono, non solo per sopravvivere, ma per accrescere il
proprio potere e conservare la totale impunità. Infatti non fa nulla per perseguire coloro che ne
riciclano il denaro né per rimuovere e portare in tribunale i funzionari pubblici che offrono sostegno
politico ai boss o garantiscono loro processi addomesticati. Voler controllare la criminalità
organizzata solo con la forza delle armi, lasciandole tutti questi appoggi, significa praticamente
rendersene complici. Questa è la causa principale dell'enorme crescita della violenza in Messico: la
deliberata impunità in cui lo Stato lascia agire il crimine organizzato.
E che fa la Chiesa cattolica?
Come episcopato non ci stiamo rivelando all'altezza della situazione né di quello che il nostro
popolo attende dai suoi pastori in queste terribili circostanze. Sulla violenza nel paese abbiamo
prodotto un documento di oltre 100 pagine, intitolato “Che in Cristo, nostra pace, il Messico abbia
una vita dignitosa”, ma non stiamo creando la strategia pastorale necessaria affinché il popolo si
appropri di quanto lì diciamo e promuova così un'organizzazione della società civile in grado di
esigere dallo Stato che faccia il proprio dovere, cioè affronti con la verità e una seria ricerca della
giustizia la sistematica violazione dei più elementari diritti dei messicani, commessi dalle
organizzazioni criminali, con la complicità di funzionari pubblici, esponenti dell'impresa privata e
della società civile.
Che seguito hanno avuto le sue denunce sul caso dei minatori morti nel 2006 nell'esplosione
della miniera di Pasta de Conchos?
La lotta per la verità e la giustizia per i parenti dei 63 minatori va avanti. Sebbene lo Stato federale
continui a proteggere l'Industrial Minera Mexico, cui è stata data la concessione per estrarre
carbone da questa miniera, le vedove e i familiari dei minatori non si sono arresi. In questo
momento stiamo lavorando affinché l'indagine sul disastro, sospesa inspiegabilmente dalla Procura
generale della Repubblica, si riapra. Le famiglie hanno rilanciato con più forza le loro richieste allo
Stato messicano dopo che i 33 minatori rimasti intrappolati a 750 metri di profondità nella miniera
San José in Cile sono stati estratti vivi dai pozzi, nonostante fosse passati due mesi dall'incidente,
grazie a un considerevole investimento economico. I parenti delle vittime di Pasta de Conchos
fanno un paragone tra questo fatto e l'atteggiamento assunto dalla Industrial Minera Mexico con la
complicità del governo, poiché la compagnia mineraria sospese i tentativi di trarre in salvo i
possibili sopravvissuti 5 giorni dopo l'incidente e i minatori si trovavano a 150 metri di profondità;
non si prese neppure il disturbo di portare sul posto qualche macchinario per tentare di recuperali,
nonostante le famiglie lo chiedessero. Per giustificare poi la fine delle ricerche, l'impresa sostenne
che la miniera era andata totalmente distrutta e i corpi disintegrati, per cui non aveva senso
continuare a mettere a repentaglio persone vive – i soccorritori – per recuperare morti. Adesso si sa
che la compagnia mentì, perché, dopo un anno e mezzo, una perizia realizzata con telecamere a
raggi infrarossi, introdotte attraverso trivelle, nell'area in cui i minatori lavoravano ha dimostrato
che in quel settore la miniera era rimasta in piedi e la struttura di sostegno non era crollata.
Fino a oggi l'impresa, con la complicità delle autorità, ha impedito che si arrivi al luogo dove si
trovano i resti dei minatori per consegnarli ai familiari. Se, infatti, i cadaveri fossero riuniti nello
stesso luogo, raggruppati per proteggersi, vicini al condotto verticale per avere ossigeno, la
semplice posizione potrebbe rivelare che i minatori rimasero ad attendere il recupero che mai arrivò
perché i padroni e il governo non vollero investire tempo e denaro per salvarli.
Lei si è anche battuto affinché fossero processati i militari che stuprarono 14 donne nella zona
di tolleranza di Castaños, in Coahuila. Com'è ora la situazione?
Lo sforzo per ottenere che fosse applicata la legge nel caso degli stupri compiuti da membri
dell'esercito a Castaños l'11 luglio 2006 aveva raggiunto risultati mentre era in carica il precedente
governo, guidato dal presidente Vicente Fox. Sebbene non contro tutti coloro che avevano
partecipato alle violenze fosse stato aperto un procedimento giudiziario, almeno 9 dei 12 soldati
accusati di stupro erano comparsi davanti al giudice, anche se uno era stato immediatamente
rilasciato perché i comandanti militari avevano dichiarato che non si trovava sul luogo dei fatti quel
giorno. Ma quando è entrato in carica l'attuale presidente, che si è servito dell'esercito per la sua
guerra contro il crimine organizzato, tutto è tornato al punto di partenza. E attualmente, eccetto tre,
tutti gli altri sono liberi e quelli detenuti sono in attesa dell'appello. Inoltre il giudice Hiradier
Huerta, che conduce il caso, mi ha accusato davanti alla Santa Sede di abusare della mia carica per
interferire nel processo. Finora la sua denuncia non ha avuto seguito.
Nella sua diocesi si realizza un lavoro pastorale con le persone omosessuali. In che consiste?
In effetti abbiamo un gruppo cattolico di lesbiche e gay, chiamato Comunidad San Elredo, che
svolge lavoro pastorale tra gli e le omosessuali di Saltillo. Questo lavoro pastorale consiste in un
ritiro annuale, una Messa mensile, riunioni settimanali di discussione attorno a un tema, attività
culturali aperte alla società per superare la cultura omofobica, attenzione spirituale e anche
protezione dei diritti umani di quanti sono vittime di aggressione ed esclusione sociale perché
omosessuali.
Che pensa delle proposte di riconoscimento legale delle unioni tra persone dello stesso sesso?
Io credo che la Chiesa non vi si possa opporre, perché la società ha l'obbligo di proteggere la dignità
e i diritti fondamentali di ambedue le persone. La Chiesa deve continuare a confessare la propria
fede, da cui conosce l'ordine naturale del matrimonio, che deve ricordare sempre. Ma non possiamo
negare un riconoscimento giuridico che tuteli le relazioni di queste coppie, solo perché non siamo
d'accordo che questa sia una figura matrimoniale. Neppure posso negare loro la cura pastorale.
Gesù non l'ha mai fatto. Dio non lo fa, ci ama profondamente e vuole sempre la nostra massima
realizzazione come esseri umani. Io, nel confessare chi è l'uomo davanti a tutti e tutte, senza
eccezioni, contribuisco a una convivenza sana e giusta, perché aiuto Dio a illuminare la coscienza e
rafforzare la volontà delle persone affinché aderiscano al bene perfetto che è Dio stesso, trovino la
loro vera felicità e aiutino affinché tutti la incontriamo.
A partire dalla sua esperienza di vescovo in Messico, quali sono le maggiori sfide per la Chiesa
universale oggi e quali i più urgenti cambiamenti che essa dovrebbe attuare?
La più grande sfida che la Chiesa ha oggi davanti è un mondo pieno di poveri, di guerre, di
mancanza di comprensione da parte di quanti detengono il potere economico e politico, causa
principale delle disuguaglianze sociali che crescono ovunque. La grande sfida per lei è l'uomo
offeso in molti modi, anche da noi sacerdoti in un ambito a tutti noto.
La Chiesa deve rendere credibile il suo messaggio agli occhi del mondo mediante la testimonianza
della vita di tutti quelli che si dicono discepoli di Gesù. Oggi la gente non si accontenta di parole, ha
bisogno di segni che la Chiesa prova compassione verso la grande moltitudine di poveri che oggi
popola il mondo. Faccio un esempio: in Europa, dove la Chiesa è abbastanza malvista dalla società,
al Festival del cinema di Cannes è stato proiettato il film “Des Hommes et des Dieux”, che narra gli
ultimi mesi della vita della comunità dei trappisti resa martire in Algeria negli anni '90. La pellicola,
che ha vinto il Gran Premio della giuria, presenta le motivazioni in base alle quali i monaci
rimasero, sapendo che potevano morire, cioè la volontà di imitare Gesù, non abbandonando i poveri
che circondavano la comunità. Secondo me questo film ci mostra i nuovi paradigmi con cui ci
renderemo credibili al mondo. L'Europa pagana si commuove davanti a questi monaci, che
offrirono la propria vita per non abbandonare quella gente, in maggioranza musulmana.