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“La nostra riflessione non parte da principi filosofici o teologici, per importanti che siano, ma dalla

fede vissuta e praticata dalla gente nel contesto storico-culturale in cui viviamo. E cerca il
significato salvifico e liberatore della nostra identità e della missione che abbiamo nel mondo”.
Insiste molto su questo p. Virgil Elizondo, prete texano fondatore nel 1971 del Mexican American
Cultural Center di San Antonio e indiscusso pioniere della Teologia ispanolatina statunitense.
La comunità ispanica, già presente degli Stati Uniti soprattutto come prodotto della cessione della
Florida da parte della Spagna a Washington nel 1819 e dell'annessione di Texas, California, Nevada,
Utah, Colorado, Arizona, Wyoming e Nuovo Messico seguita alla guerra del 1846-48, ha, infatti,
registrato negli ultimi decenni una crescita massiccia a causa dell'immigrazione dall'America latina,
al punto da rappresentare oggi circa un sesto della popolazione (e in proiezione un quarto nel 2050)
e da costituire la principale minoranza nel paese, a sua volta composta soprattutto da messicani (60
per cento), portoricani (10 per cento) e cubani (3 per cento). Nella loro cultura convergono quindi
tanto il profondo senso della natura proprio delle tradizioni native, quanto lo spiccato simbolismo
della cristianità tardomedioevale spagnola e lo spirito capitalista della modernità tecnologica
nordamericana. La definizione di questo gruppo umano è oggetto di dibattito, poiché chi privilegia
“hispanic”enfatizza l'origine spagnola, include il genere e richiama l'idioma comune, mentre chi
preferisce “latino/a” sottolinea l'origine più diversificata (spagnoli, amerindi e africani), sebbene il
termine non sia inclusivo. Altre distinguono mestizos (mescolanza di spagnoli e amerindi), mulatti
(unione di spagnoli e africani in America), creoli (discendenti di spagnoli durante l'epoca coloniale,
oggi termine preferito tra i figli di portoricani), chicanos (statunitensi di origine messicana). Ad
accomunarli, comunque, in parte preponderante è una condizione sociale modesta, se non ai limiti
della povertà (anche se c'è chi comincia a far parte del ceto medio), l'emigrazione (per ragioni
economiche o politiche), vissuta in prima persona o, sempre più, attraverso i genitori (visto che la
maggioranza sono ormai seconde o terze generazioni nate negli Stati Uniti), il mantenimento di
legami con le famiglie e i paesi d'origine, l'appartenenza a una minoranza non di rado vittima di
discriminazione e razzismo, ma anche con un crescente peso politico ed elettorale.
Questo fenomeno emergente ha, naturalmente, coinvolto e interpellato anche le Chiese cristiane,
prima di tutto quella cattolica, cui aderiscono i due terzi dei latinos e nella quale questi ultimi
rappresentano il 60 per cento dei fedeli con meno di 35 anni. Si è quindi sviluppata un'intensa
attività pastorale rivolta a queste comunità, da cui sono sorti ministeri specifici, e se la
consacrazione del primo vescovo ispanico (mons. Patrick Flores, arcivescovo di San Antonio) risale
al 1970, oggi a condividere questa origine sono più di trenta dei 270 ordinari che compongono la
Conferenza nazionale dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (Usccb). Già nel Piano pastorale del
1987 l'episcopato statunitense ha definito “profetica” la presenza dei latinos, in quanto portatori di
valori, come la religiosità o il senso della famiglia e della comunità, in grado di contrastare le
tendenze materialiste e individualiste della cultura dominante, nonché “una fonte di rinnovamento
nella Chiesa cattolica in Nordamerica”, tanto per la loro spiritualità, che ruota attorno
all'Incarnazione, quanto per la loro capacità simbolica e la “spontanea” sensibilità sacramentale. Il
loro crescente protagonismo ha spinto, inoltre, la gerarchia cattolica statunitense ad assumere
sempre più esplicitamente la difesa dei diritti degli immigrati, contrastando con forza le normative
xenofobe adottate o proposte in alcuni Stati e chiedendo legislazioni che favorissero la
regolarizzazione del loro status e facilitassero l'acquisizione della cittadinanza. Esemplare, in tal
senso, la lettera pastorale rivolta nello scorso dicembre da 33 vescovi di origine ispanica agli
immigrati clandestini. In questo documento senza precedenti, i presuli riconoscono “nei vostri volti
sofferenti il vero volto di Gesù Cristo. Molti di voi fanno i lavori più difficili, con salari miserabili e
senza assicurazione sanitaria o prestazioni sociali. Nonostante il vostro contributo al benessere del
nostro paese, invece di esprimervi gratitudine, siete trattati da criminali perché avete violato la legge
sull'immigrazione”, della quale “per mezzo della Usccb abbiamo sollecitato al Congresso un
cambiamento”. E, pur ammettendo che in questo sforzo “molti fratelli cattolici e molte sorelle
cattoliche non ci hanno appoggiato”, si impegnano a “essere più coraggiosi nella denuncia delle
ingiustizie che subite”.
In questo contesto si è consolidata negli ultimi due decenni una Teologia ispanolatina, elaborata da
circa un centinaio di teologi e teologhe, in gran parte laici, riuniti nell'associazione Achtus
(Academy of Catholic Hispanic Theologians of the United States) fondata nel 1989, che dispone dal
1993 anche di una rivista, il “Journal of Hispanic/Latino Theology”.
Come spiega, Jeanette Rodriguez, teologa di origine ecuadoregna e docente di Teologia e studi
religiosi all'Università di Seattle, “vivendo da 'minoranza' emarginata nella cultura dominante, con
l'esperienza del bilinguismo e del biculturalismo, e navigando tra due culture senza mai appartenere
a nessuna di loro, i teologi latinos cercano di costruire ponti tra diverse culture, diversi linguaggi e
diverse prospettive”. In questa direzione chiave è la categoria di “mestizaje", approfondita da p.
Elizondo, come il modo di Dio per trasformare un mondo diviso sul piano razziale e culturale in una
“nuova creazione”. Gesù, infatti, è un Messia “meticcio”, con una duplice identità culturale in
quanto “ebreo marginale proveniente dalla Galilea”, regione di frontiera tra la Giudea e i territori
influenzati dall'ellenismo, i cui abitanti erano disprezzati dalle autorità religiose di Gerusalemme
perché resi “impuri” dal contatto coi culti pagani tipico di una zona multietnica. La condizione di
“profeta in terra straniera” fa assomigliare Gesù agli ispanici negli Stati Uniti, facendo del
“meticciato”, con tutto il suo carico di emarginazione e povertà, un appello a favorire un'unità del
genere umano rispettosa delle diversità di tradizioni, lingue, costumi. Il meticcio, sradicato dalla
propria terra e impossibilitato a identificarsi pienamente con la cultura del paese in cui giunge, “è
chiamato da Dio a fungere da ponte tra oppressore e oppresso nonché a convertire gli oppressori e il
loro sistema di valori”, afferma Juan Lulio Blanchard, direttore dell'Ufficio degli affari ispanici
dell'arcidiocesi di New York.
Sono evidenti qui gli echi della Teologia della liberazione, con la quale i teologi e le teologhe
“hispanic” realizzano un dialogo critico. “Noi condividiamo l'enfasi sull'esperienza della comunità
dei credenti, la prassi fondata sulla liberazione e un'ermeneutica biblica che dal punto di vista degli
oppressi mette in discussione le strutture e i privilegi del potere dominante. Ma la nostra
comprensione dell'opzione per i poveri si allarga per includere chi subisce un'emarginazione
culturale, collegando la liberazione politica ed economica all'identità sociale ed etnica”, spiega
Jeanette Rodriguez. L'obiezione più forte ai colleghi latinoamericani è però quella di aver trascurato
o non compreso il “cattolicesimo popolare”, cioè quell'insieme di pratiche, credenze, tradizioni, ecc.
sorte nel “popolo” inteso come una maggioranza emarginata sul piano culturale e sociale. La
Teologia ispanolatina trae alimento dal “quotidiano” (la religiosità, i problemi, i desideri, il vissuto,
ecc.) della comunità, mettendo l'accento sulle dimensioni affettive ed estetiche, cercando di
integrare nella riflessione la letteratura, l'arte e la poesia, dando rilievo al ruolo della famiglia (cuore
dell'esistenza per i latinos) e alle devozioni, prima di tutto quella della Vergine di Guadalupe, così
controbilanciando un'interpretazione della realtà che mette al centro il conflitto di classe, in vista di
una trasformazione di tutti gli aspetti della vita e non solo di quelli sociopolitici. Secondo p. Allan
Figueroa Deck, gesuita messicoamericano, tra i fondatori di Achtus e direttore esecutivo del
Segretariato per la diversità culturale nella Chiesa dell'Usccb, “trattare il cattolicesimo popolare
ispanico con maggiore rispetto produrrà una spiritualità e una religiosità appropriate alle culture che
si muovono al di là del tradizionalismo o della nonmodernità e della modernità, verso un mondo
postmoderno caratterizzato dal rispetto per riti, simboli e costumi, dal dialogo religioso e dal
pluralismo”.
I teologi e le teologhe hispanic fondano la propria riflessione in ambito sociale sui concetti di
“dignità” e di “essere umano”, creato a immagine di Dio: “I nostri valori”, riprende Rodriguez,
“derivano dal considerarci creature di Dio. Modi di rapportarci con gli altri che violano l'alleanza
tra Dio e la sua Creazione costituiscono un'offesa a Dio e a noi come parte del creato. Un principio
guida del ragionamento morale latino è la domanda: che dovrebbero fare gli esseri umani per
sostenere la propria fondamentale dignità? Soggiacente a questa visione dell'umanità c'è la
convinzione che si deve prendere posizione, perché nella giustizia di Dio, come le Scritture rivelano
e la Teologia della liberazione ci ricorda, c'è sempre stata un'opzione preferenziale per il povero e
l'oppresso. I latinos/as però aggiungono al valore occidentale del primato della coscienza l'idea che
il discernimento etico è più collettivo che individuale. La nostra spiritualità è sociocentrica, il valore
del gruppo precede quello individuale”
La Teologia ispanolatina, alla luce dell'esperienza storica delle comunità ispaniche e della, loro
espressione religiosa, riscopre il Dio di Gesù Cristo come colui che, lungi dall'essere una divinità
impassibile, condivide l'oppressione e soffre l'ingiustizia; ritrova nella Trinità non solo il legame
dialettico tra il “potere” del Padre che trasforma la “debolezza” del Figlio mediante la risurrezione,
ma anche il fondamento e l'esempio della comunità, con conseguenze socioeconomiche, come
sottolinea il più noto tra i teologi latinos protestanti, Justo Gonzalez, pastore metodista
cubanoamericano e direttore della Hispanic Theological Initiative dell'Università di Emory, ad
Atlanta: “La Trinità è qualcosa che dobbiamo imitare. Se Dio è amore, la vita senza amore è vita
senza Dio; e se ciò significa condividere amore, come vediamo nella Trinità, allora una vita cui
manca la condivisione è una vita senza Dio; e se questa condivisione è simile all'uguaglianza di
potere delle tre persone in Dio, allora una vita senza tale condivisione del potere è una vita senza
Dio”.
Di particolare importanza è, infine, l'elaborazione delle teologhe, non solo perché le donne sono
oltre il 75 per cento di chi frequenta le chiese, ma perché sono loro a far andare avanti le famiglie e
trasmettere la fede. A partire dalla riflessione su questa esperienza e questa lotta per la
sopravvivenza sorge una teologia in prospettiva femminista, che chiamano “mujerista”. Sue più
note rappresentanti sono Ada Maria Isasi-Diaz, cubana e docente di Teologia ed etica alla Drew
University di Madison, nel Wisconsin, e Maria Pilar Aquino, messicana e docente di Teologia e
studi religiosi all'Università di San Diego, che vedono nelle latinas uno dei gruppi maggiormente
oppressi negli Stati Uniti e al contempo una forza di evangelizzazione e trasformazione sociale,
sottolineandone la capacità di esprimere una maggiore integrazione tra razionalità ed emotività
nonché di trasmettere una ragione non astorica né individualista. Tra le giovani più promettenti c'è
Nancy Pineda-Madrid, docente alla School of Theoloy and Ministry del Boston College, distintasi di
recente con la pubblicazione di “Suffering and Salvation in Ciudad Juarez”, un libro sulla teologia
della salvezza a partire dal “femminicidio” in corso nella capitale dello Stato messicano di
Chihuahua, alla frontiera con gli Stati Uniti, dove oltre 600 donne sono state violentate e uccise
negli ultimi quindici anni, e dalla lotta contro questa barbarie.