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Quadrante Laterza

200
Adriana Castagnoli

La guerra fredda
economica
Italia e Stati Uniti
1947-1989

Editori Laterza
© 2015, Gius. Laterza & Figli

www.laterza.it

Prima edizione gennaio 2015

Edizione
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Anno
2015 2016 2017 2018 2019 2020

Proprietà letteraria riservata


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ISBN 978-88-581-1465-0
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La guerra fredda economica
Italia e Stati Uniti
1947-1989
Chiamiamo economico un agire, in quanto orientato ad ottenere
prestazioni d’utilità desiderate o possibilità di disporre di esse.
Ogni tipo di agire può essere orientato economicamente [...]
anche la conduzione della guerra. [...] Ma in senso proprio
«economia» è solo l’esercizio pacifico del potere di disporre
di certe prestazioni, che è in modo primario orientato in senso
economico*

* M. Weber, Storia economica. Linee di una storia universale dell’economia e


della società, Donzelli, Roma 1993, p. 3. Con queste parole Weber introduceva le
nozioni preliminari del suo ultimo corso di storia economica, tenuto nell’inverno
1919-1920. È questo concetto di agire economico che ci consente di parlare di
«guerra fredda economica».
Capitolo I
All’insegna della dottrina Truman

Ritorno a Occidente

È riduttivo presumere che negli affari internazionali gli Stati mas-


simizzino i propri interessi orientati da mere scelte razionali e og-
gettive1. Parimenti, l’attribuire razionalità al comportamento eco-
nomico spiega solo un quarto delle azioni economiche rilevanti. Il
resto, come suggeriva Keynes, è guidato dagli «animal spirits», ossia
dall’attitudine degli individui a essere orientati da un tenace sistema
personale di valori, da moti non meramente razionali di confidenza
nel futuro e di fiducia nei confronti degli altri attori economici2.
Il 12 marzo 1947 il presidente Truman pronunciò innanzi alle
Camere del Congresso riunite in sessione congiunta il discorso che
legava la preservazione degli Stati Uniti, dei loro valori e della libertà

1
  G. Ó Tuathail, Critical Geopolitics. The Politics of Writing Global Space, Rout-
ledge, London 1996.
2
  Secondo Keynes, gli elementi di conoscenza sui quali basare le previsioni
degli effetti di alcune decisioni economiche sono pochi e labili. «Se le persone sono
così incerte, come vengono prese le decisioni?» egli si chiede. Queste «possono
soltanto essere prese per effetto degli animal spirits». Esse sono il risultato di «uno
spontaneo impulso all’azione» e non, come vorrebbe la razionale teoria economica,
«il risultato di una media ponderata di benefici quantitativi moltiplicati per proba-
bilità quantitative»: J.M. Keynes, The General Theory of Employment, Interest and
Money, Macmillan, New York 1973 (ed. or. 1936), pp. 149-150, 161-162. Cfr. G.A.
Akerlof, R.J. Shiller, Animal Spirits. How Human Psychology Drives the Economy,
and Why it Matters for Global Capitalism, Princeton University Press, Princeton
(N.J.) 2009, pp. 1-7.

­­­­­3
a quanto stava avvenendo sullo scenario internazionale e, in parti-
colare, alle tensioni in Grecia e Turchia, riaffermando il valore del
nesso fra libertà, progresso e sviluppo. I confini del mondo bipolare
erano così tracciati: all’opposto vi erano soltanto i disvalori di to-
talitarismo, conflitto e miseria. La dottrina Truman disegnava una
«mappa morale globale» collegando speranza e futuro ai postulati
ideali e agli obiettivi dell’internazionalismo americano.
Un anno prima, il 9 febbraio 1946, Stalin aveva tenuto il suo di-
scorso più importante dalla fine della guerra affermando che l’Urss
doveva tornare a una robusta politica di sviluppo economico pun-
tando, nei successivi piani quinquennali, sull’industria pesante. Se-
condo il noto «lungo telegramma» inviato a Washington da George
F. Kennan, che si trovava a Mosca come chargé d’affaires, il Cremlino
aveva pericolose mire espansionistiche. Gli obiettivi sovietici anda-
vano ben oltre i confini fissati nella Conferenza di Yalta dai leader
delle tre grandi potenze – Stati Uniti, Gran Bretagna e Urss – e,
pertanto, dovevano essere contenuti.
Tuttavia, dai documenti degli archivi russi aperti dopo il crollo
dell’Unione Sovietica, nel 1991, emerge che senz’altro Stalin aveva
ambizioni di controllo territoriale già appartenute alla Russia zarista
(per esempio, verso l’Iran e gli stretti turchi dei Dardanelli e del Bo-
sforo), e la volontà di consolidare il potere sovietico sui territori oc-
cupati nell’Est Europa. Egli rivelava, inoltre, l’intenzione di manipo-
lare i grandi partiti comunisti di Italia e Francia per ridurre l’influen-
za americana in Europa. Ma Stalin difficilmente avrebbe provocato
una guerra con gli Stati Uniti invadendo l’Europa occidentale3. Per-
tanto la dottrina Truman fu una risposta, più che alle reali intenzioni
del Cremlino, ai mutamenti di prospettiva imposti dall’antagonismo
con l’Urss, in base a un impegno atlantico-occidentale proiettato in
una visione bipolare del mondo mediante una politica estera attiva,
interventista e costosa come quella del contenimento4.
All’inizio del 1947 l’Italia si trovava in una situazione economica
senza vie d’uscita. In queste condizioni, terminati gli aiuti americani
dell’Unrra (United Nations Relief and Rehabilitation Administration)
e con una produzione industriale stagnante, non restò che fare appello

3
  N. Sheehan, A Fiery Peace in a Cold War. Bernard Schriever and the Ultimate
Weapon, Brandon House, New York 2009, p. 81.
4
  M. Del Pero, Libertà e impero. Gli Stati Uniti e il mondo 1776-2006, Laterza,
Roma-Bari 2008, p. 298.

­­­­­4
agli Stati Uniti. Fu questo l’obiettivo del viaggio che De Gasperi intra-
prese il 3 gennaio 1947 alla volta dell’America. Durante la visita De
Gasperi ebbe colloqui, fra gli altri, con Dean Acheson, sottosegretario
di Stato agli affari politici, e con William L. Clayton, sottosegretario di
Stato per quelli economici, discutendo dei crediti da accordare all’Ita-
lia e di varie questioni di ordine commerciale, come la riattivazione de-
gli scambi economici fra i due paesi. Truman, secondo la testimonian-
za dello stesso De Gasperi, si mostrò fiducioso e interessato all’Italia.
Di fatto, il prestito Export-Import Bank di 100 milioni di dollari, che
era stato la principale ragione del suo viaggio in Usa, fu concesso. Va
ricordato che gli americani, a partire da Roosevelt, avevano osservato
con diffidenza la nascita della Dc, partito che si definiva popolare,
cattolico e che era appoggiato dal Vaticano5. Ma da quel momento i
rapporti migliorarono e l’Italia sarebbe divenuta presto importante e
strategica per la politica americana nel Mediterraneo.
La scommessa di De Gasperi fu di inserire stabilmente il paese
nello schieramento politico-militare e di alleanze occidentale6. Per-
ciò era necessario essere coerenti con le scelte e l’immagine di lea-
dership che aveva mostrato nel suo viaggio a Washington, e su cui le
democrazie vincitrici potevano contare. La svolta fu preannunciata
nel marzo 1947, quando l’Italia venne ammessa, primo fra i paesi
sconfitti, al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale.
Due mesi dopo, il 31 maggio 1947, si poneva fine all’esperienza di
governo con i partiti di sinistra. Il 6 giugno Luigi Einaudi, chiamato
al dicastero del Bilancio, veniva nominato vicepresidente del Con-
siglio nel quarto governo De Gasperi. Così la necessità italiana si
incontrò con l’idea americana che il miglior utilizzo delle risorse sta-
tunitensi potesse avvenire con il ridimensionamento dell’influenza
social-comunista nel governo7.
Fra luglio e ottobre Einaudi varava una complessa manovra mo-
netaria per bloccare l’inflazione. La politica deflattiva e la stretta
creditizia consentirono la stabilizzazione dei cambi esteri, che pre-

5
  M. Del Pero, L’alleato scomodo, Carocci, Roma 2001, pp. 25-27. Sul ruolo
della lobby italo-americana e dell’ambasciata americana di Roma nel promuovere
De Gasperi si veda K. Mistry, The United States, Italy and the Origins of Cold
War. Waging Political Warfare, 1945-1950, Cambridge University Press, Cambridge
2014, pp. 14-15.
6
  P. Craveri, De Gasperi, Il Mulino, Bologna 2006, pp. 266-278.
7
  M. Campus, L’Italia, gli Stati Uniti e il piano Marshall, Laterza, Roma-Bari
2008, p. 67.

­­­­­5
disponeva l’inserimento dell’Italia nell’economia europea. Le espor-
tazioni ripresero rapidamente, compensando le ridotte capacità di
assorbimento del mercato interno, mentre la tendenza all’equilibrio
della bilancia dei pagamenti si consolidava, aiutata anche dalle ri-
messe degli emigrati. La manovra di Einaudi riscosse un generale
apprezzamento; ma restavano irrisolti alcuni nodi fondamentali di
riequilibrio della società e dell’economia italiane, come l’elevata di-
soccupazione, la compressione di salari e stipendi, l’arretratezza di
molte aree del paese, tutti fattori di instabilità sociale e politica che
preoccupavano l’alleato americano8.
Il presidente americano Truman, che aveva rinunciato a ottenere
un trattamento privilegiato per l’Italia durante le trattative di pace
a causa dell’opposizione di Stalin, esitò a considerare il caso italia-
no come meritevole di particolari attenzioni sino all’inizio del 1949,
quando vennero risolti i nodi politici più importanti per l’istituzione
dell’Alleanza atlantica. Questa fase costituì uno spartiacque fonda-
mentale per l’Italia che, grazie all’impegno del ministro degli Este-
ri Carlo Sforza per il ritorno nello schieramento politico-militare
dell’Occidente, favorito anche dall’apertura di un varco diplomatico
con la Francia, cominciò a riemergere dall’inesistenza politica e riu­
scì ad essere integrata negli schemi europei e in quello atlantico9.
Dopo la vittoria elettorale della Dc nell’aprile 1948 e la forma-
zione del quinto governo De Gasperi, si riallacciarono i rapporti di
scambio con l’Unione Sovietica. Il ministro del Commercio estero,
Ugo La Malfa, avrebbe guidato la missione commerciale a Mosca.
Il 28 luglio Sforza informò Washington delle imminenti trattative.
La delegazione italiana discusse le condizioni per un nuovo accordo
con Mosca dal 16 agosto all’11 dicembre 1948, giorno in cui venne
firmato il trattato di commercio e di navigazione che, se avesse avuto

8
  A. Castagnoli, L’ultimo mezzo secolo, in I Cavalieri del Lavoro. Cento anni
di imprenditoria, Federazione dei Cavalieri del Lavoro, Roma 2001, pp. 301-302.
9
  Foreign Relations of the United States 1949, vol. IV, Western Europe, United
States Government Printing Office, Washington 1975, p. 125 (http://digital.libra-
ry.wisc.edu/1711.dl/FRUS.FRUS1949v04); G. Mammarella, P. Cacace, La politica
estera dell’Italia. Dallo Stato unitario ai giorni nostri, Laterza, Roma-Bari 2006, pp.
150-158; G. Formigoni, La democrazia cristiana e l’alleanza occidentale, Il Mulino,
Bologna 1996, pp. 252-268; E. Di Nolfo, La politica estera italiana tra interdipen-
denza e integrazione, in L’Italia repubblicana nella crisi degli anni Settanta, vol. 1, Tra
guerra fredda e distensione, a cura di A. Giovagnoli e S. Pons, Rubbettino, Soveria
Mannelli 2003, pp. 23-24.

­­­­­6
piena e regolare attuazione, avrebbe collocato l’Urss al terzo posto
nelle relazioni commerciali con il nostro paese dopo Stati Uniti e Ar-
gentina10. Tuttavia l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico complicò i
rapporti fra Roma e Mosca, provocando la reazione dell’Urss contro
l’ammissione dell’Italia all’Onu11. Anche se le tensioni con l’Unione
Sovietica si accentuarono nel corso del 1952, ciò non impedì il rinno-
vo dell’accordo commerciale italo-sovietico per un quinquennio12.
Fin dal 1946 l’Italia, ridotte le esportazioni di beni alimentari,
si era orientata verso l’export di quote crescenti di manufatti con
un mutamento nella distribuzione geografica a favore dell’Europa
occidentale e degli Stati Uniti, saliti dal 15,7% del 1938 al 22,9%
del 1946. Nella situazione di incertezza dell’immediato dopoguerra
era stata la Banca d’Italia, guidata da Luigi Einaudi, ad orientare la
politica economica del paese. La ripresa delle esportazioni venne
favorita dalla svalutazione della moneta. Nel gennaio 1946, in regime
di controllo dei cambi da parte del governo italiano, la lira perse il
225% del proprio valore sul dollaro. La parziale liberalizzazione
del cambio, che consentiva agli esportatori di disporre del 50% del-
le divise estere ottenute in pagamento, produsse una svalutazione
aggiuntiva a favore dell’export, contribuendo all’espansione degli
scambi con i paesi occidentali a valuta forte13.
Questa tendenza si irrobustì negli anni successivi, tanto che nel
biennio 1949-1950 la quota di scambi con l’area del dollaro fu circa
il doppio di quella con l’area della sterlina. Si andava contraendo
invece il peso dell’Europa centrale e orientale, tanto come mercato
di sbocco quanto come fonte di approvvigionamenti. Prima della
guerra il 36% dell’export italiano era diretto verso la Germania e
l’Europa dell’Est, ma si era ridotto all’11% nel 1948. Gli Stati Uniti
avevano accresciuto enormemente la loro importanza come forni-
tori14. Il valore percentuale delle importazioni dagli Usa aumenta-

10
  Manuale di politica estera italiana 1947-1993, a cura di L.V. Ferraris, Laterza,
Roma-Bari 1996, p. 41.
11
  L’Italia fu ammessa all’Onu il 14 dicembre 1955, insieme ad altri 15 paesi, con
voto unanime del Consiglio di sicurezza e dell’Assemblea generale.
12
  Manuale di politica estera italiana, cit., pp. 40-43. Ma le forniture italiane
apparivano modeste.
13
  S. Battilossi, L’Italia nel sistema economico internazionale, Angeli, Milano
1996, pp. 91-124; Stabilità e sviluppo negli anni Cinquanta, vol. I, L’Italia nel conte-
sto internazionale, a cura di F. Cotula, Laterza, Roma-Bari 2000.
14
  A.O. Hirschman, Potenza nazionale e commercio estero. Gli anni Trenta,

­­­­­7
va da 14,8% nel 1936 a 37,6% nel 1948; quello delle importazioni
dall’Urss si contraeva da 2,6% nel 1936 a 0,3% nel 1948. Nello
stesso periodo il valore percentuale delle esportazioni verso gli Stati
Uniti passava da 9,9% nel 1936 a 8,9% nel 1948; quello verso l’Urss
da 0,2 a 0,3%15. L’istituzione del ministero del Commercio con l’e-
stero, avvenuta con decreto luogotenenziale 16 gennaio 1946, aveva
risposto anche alle sollecitazioni del Dipartimento di Stato per favo-
rire un’organizzazione più efficiente degli scambi.
Il nuovo presidente di Confindustria, l’armatore genovese An-
gelo Costa, si era recato negli Stati Uniti subito dopo il viaggio di
De Gasperi e durante la sua visita, protrattasi dall’11 gennaio al 13
febbraio, aveva incontrato vari dirigenti industriali. Costa, Vallet-
ta e alcuni esponenti del mondo imprenditoriale bancario erano in
contatto da tempo con Henry Tasca, l’influente consigliere per gli
affari economici dell’ambasciata americana. Essi ben sapevano che
da oltreoceano ci si attendeva un’opera tangibile di risanamento sul
versante finanziario, nonché misure concrete contro la recrudescen-
za dell’inflazione. Ma, come Costa aveva ribadito in più occasioni,
la sopravvalutazione della lira penalizzava la produzione nazionale.
E soltanto le esportazioni potevano fungere da traino anche per il
mercato interno, come i rappresentanti dell’industria tessile e della
meccanica leggera sostenevano da tempo16.
Tuttavia gli scambi commerciali fra le due sponde dell’Atlan-
tico erano ostacolati da barriere protezionistiche e da standard di
consumo diversi. Il 29 novembre 1949 due importanti associazioni
commerciali americane, la National Retail Dry Goods Association e
la Association of Buying Offices, presentarono a Paul G. Hoffman,
direttore dell’Economic Cooperation Administration (Eca), un rap-
porto con la lista di 400 prodotti europei che gli esportatori potevano
collocare sul mercato statunitense attraverso i Department Stores.
La relazione, predisposta su richiesta dello stesso Hoffman, doveva
costituire una «chiara ed esplicita dimostrazione, per le nazioni eu-
ropee, che l’organizzazione economica americana era disposta a col-

l’Italia e la ricostruzione, a cura di P.F. Asso e M. De Cecco, Il Mulino, Bologna


1987, pp. 296-299, 348.
15
  G. Federico, S. Natoli, G. Tattara, M. Vasta, Il commercio estero italiano
1862-1950, Laterza, Roma-Bari 2012, pp. 124-131.
16
  V. Castronovo, Cento anni di imprese. Storia di Confindustria 1910-2010,
Laterza, Roma-Bari 2010, pp. 293-299.

­­­­­8
laborare di buon grado ai loro sforzi di riassestamento economico»17.
L’elenco, suddiviso per paesi produttori, conteneva specificazioni e
indicazioni precise su quantità, periodo di mercato più adatto, mo-
delli, colori preferiti e qualità, prezzi al dettaglio. La lista riguardava
le merci che potevano essere importate e vendute in quantità consi-
derevoli. I buyers americani non escludevano per questo la possibilità
di importare, oltre a generi alimentari, vini e giocattoli, anche le molte
categorie di articoli di lusso che non erano elencati, ma restavano
oggetto di continua domanda negli Usa. Oltre che dall’Italia, le for-
niture sarebbero arrivate da Belgio, Francia, Germania occidentale,
Gran Bretagna, Svizzera, Norvegia, Portogallo e Svezia.
Il problema della intensificazione degli scambi fra le due sponde
dell’Atlantico non poteva certo essere risolto con la semplice elenca-
zione delle merci vendibili sul mercato americano. I buyers chiedeva-
no perciò al governo federale la revisione delle complicatissime pro-
cedure doganali, l’eliminazione dei controlli sugli scambi, l’aumento
della quantità e qualità della produzione europea. La mancanza di
informazioni costituiva infatti uno degli ostacoli più rilevanti, al cui
superamento i buyers si proponevano di contribuire grazie alla co-
noscenza diretta del mercato statunitense18.

Funzioni e mito del piano Marshall

Il 2 febbraio 1948 l’ambasciatore americano a Roma James Dunn e il


ministro degli Esteri Sforza firmarono un trattato decennale di ami-
cizia e di commercio fra Stati Uniti e Italia. Un mese e mezzo dopo,
il 20 marzo, il segretario di Stato George Marshall riferì dell’invio
all’Italia di vari milioni di dollari dall’inizio dell’anno19. Anche se lo
European Recovery Program (Erp) non era stato ancora approvato
definitivamente dal Congresso, a Washington si era deciso di antici-

17
  Archivio storico Confindustria (d’ora in poi ASC), 39.5/1, Disciplina esporta-
zioni dagli U.S.A. Merci importabili in U.S.A. 1948-1953; ivi, Circolare 3 gennaio 1950.
18
  Ibid.
19
  Con il Foreign Aid Act, del 17 dicembre 1947, il Congresso statunitense aveva
approvato l’assistenza a Francia, Italia e Austria per l’acquisto di merci essenziali
nel primo trimestre 1948. Furono stanziati 522 milioni di dollari: 181 per l’Italia,
284 per la Francia e 57 per l’Austria. Altri 55 milioni sarebbero stati stanziati a fine
marzo 1948 per mettere questi paesi in grado di superare il periodo di attesa fino
alla messa in esecuzione dell’Erp.

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parne l’annuncio in vista delle decisive elezioni politiche dell’aprile
1948. Di fatto, nel primo anno di operazioni, dal luglio 1948 al luglio
1949, l’Erp rappresentò per l’Italia il 5,3% del Pil, il 2,4% per la
Gran Bretagna, il 6,5% per la Francia e il 2,9% per la Germania oc-
cidentale. Gli aiuti furono essenziali per la rinascita europea, sia per
le materie prime e i prodotti che arrivavano dall’America, sia perché
impedirono un deficit di dollari per acquistarli20.
Dopo la guerra le condizioni economico-sociali erano difficili, in
Italia come in molte aree del Vecchio Continente. In alcuni paesi si
stava procedendo alla nazionalizzazione di interi settori industriali e
l’Europa del Nord sembrava guardare con sospetto all’impresa pri-
vata21. In questo contesto l’Erp, avviato nell’aprile del 1948 e termi-
nato nel giugno 1952, doveva stimolare crescita e commercio inter-
nazionale, ed essere un baluardo contro il comunismo. Ideali e stili
di vita americani furono diffusi con una campagna pubblicitaria che
favorì il mito del piano Marshall. Tuttavia gli aiuti erano distribuiti in
tranches. Essi dovevano essere guadagnati in qualche modo con un
buon comportamento politico ed economico. Gli americani fecero
capire chiaramente che la partecipazione dei comunisti al governo,
come nel caso di Francia e Italia, avrebbe impedito i finanziamen-
ti. Pertanto il modello americano era divenuto il solo disponibile
ed accettabile per rispondere alla crisi del secondo dopoguerra e
modernizzare l’Europa22. Ma l’Erp, insieme a un fiume di dollari,
portava in dote agli europei anche un’enorme carica innovativa nei
rapporti continentali e transatlantici.
Il piano Marshall rappresentò il primo stadio nella costruzione
della comunità di idee, di legami economici e di sicurezza fra l’Euro-
pa e gli Stati Uniti, contribuendo a creare l’Occidente post-bellico.
Con l’Erp gli obiettivi della guerra fredda non furono più soltanto
gli schieramenti militari e il controllo territoriale, ma anche la supre-
mazia del modello economico. L’egemonia comportava la scelta del
capitalismo come condizione di libertà e l’integrazione delle esigen-
ze nazionali in una struttura di organismi sovranazionali, unica vera

20
  W.I. Hitchcock, The Marshall Plan and the Creation of the West, in The Cam-
bridge History of the Cold War, a cura di M.P. Leffler e O.A. Westad, vol. I, Origins,
Cambridge University Press, Cambridge 2010, pp. 154-174.
21
  H.G. Schröter, Americanization of the European Economy, Springer, Dor-
drecht 2005, p. 49.
22
  Ibid.

­­­­­10
stanza di compensazione degli squilibri interni e regionali23. Il piano
Marshall fu molto più che un programma di aiuti economici ed ebbe
un effetto catalizzatore sul processo di integrazione europea24.
In Italia, i prestiti Erp diedero l’opportunità a 358 imprese di rin-
novare impianti e macchinari industriali. Fra queste vi erano grandi
aziende private, come Fiat ed Edison, e le imprese pubbliche dell’Iri.
Gli aiuti non solo assicurarono carburante e materie prime, ma re-
sero possibile la costituzione di un fondo in lire che, entro il giugno
1951, raggiunse i 664 miliardi. Tale flusso di denaro, secondo l’ac-
cordo sottoscritto con il governo americano, doveva essere speso per
promuovere la stabilità finanziaria in Italia, stimolare la produzione
e il commercio estero, cercare nuove risorse energetiche, ridurre il
debito nazionale25. Tuttavia la volontà statunitense di fare del piano
Marshall l’occasione per riformare e modernizzare rapidamente e
profondamente il paese si scontrò con la politica di prudente con-
servazione della classe dirigente italiana26.
Con la crisi coreana, nell’estate del 1950, gli Stati Uniti appor-
tarono profonde modifiche agli orientamenti di politica economica,
sino ad allora prevalentemente liberisti. In pochi mesi si tornò ad
un’economia di guerra, ripristinando i controlli su scambi, credito,
consumi, prezzi. Washington predispose un bilancio che quadrupli-
cava le spese per la difesa. Si dovevano sostenere i costi della stra-
tegia del «contenimento» in America e in Europa, garantire i mezzi
per affrontare eventuali guerre locali e assicurare la superiorità degli
Stati Uniti sul piano strategico. Perciò era necessario rafforzare e svi-
luppare l’apparato scientifico e produttivo impegnato nell’industria
della difesa e convogliare massicci investimenti pubblici per irrobu-
stire l’economia nazionale27. Il rafforzamento politico ed economi-
co degli alleati, strategico per il contenimento, implicava il riarmo
atlantico e crescenti stanziamenti per la difesa anche da parte dei
governi europei.

23
  Cfr. M. Campus, L’Italia, gli Stati Uniti e il piano Marshall, cit., pp. 74-79.
24
  Si veda, fra gli altri, P.P. D’Attorre, Anche noi possiamo essere prosperi: aiuti
Erp e politiche della produttività negli anni Cinquanta, in «Quaderni storici», a. XX,
n. 58, 1985, pp. 55-93.
25
  F. Fauri, The Marshall Plan in Italy, in Novel Outlooks on the Marshall Plan,
a cura di F. Fauri e P. Tedeschi, Peter Lang, Bruxelles 2011, p. 45.
26
  C. Spagnolo, La stabilizzazione incompiuta. Il piano Marshall in Italia, Ca-
rocci, Roma 2000, p. 138.
27
  F. Romero, Storia della guerra fredda, Einaudi, Torino 2009, pp. 84-85.

­­­­­11
In Italia, le richieste americane vennero in parte accolte dal go-
verno De Gasperi, che nel 1951 dispose uno stanziamento aggiuntivo
rispetto a quello già approvato l’anno precedente per la difesa. Fu
rilanciato anche il tema della produttività, che avrebbe dovuto ride-
finire le relazioni industriali e determinare un aumento degli standard
di vita dei lavoratori, sul modello contrattualistico d’oltreoceano. Nel
1951 l’Eca, che aveva gestito l’erogazione dei fondi Erp, venne tra-
sformata nella Mutual Security Agency (Msa), che ripropose l’obietti-
vo della modernizzazione produttivistica dell’Europa occidentale. In
Italia i programmi americani sulla produttività vennero sostenuti con
convinzione da Adriano Olivetti, presidente dell’azienda elettromec-
canica di famiglia, e da Vittorio Valletta, presidente della Fiat, che
instaurarono una fitta collaborazione con gli Usa nel programma di
formazione dei manager, dando vita all’esperienza dell’Istituto di alti
studi per l’organizzazione aziendale. Ma al centro del nuovo modello
di mass production vi era l’industria di Stato con l’impianto Finsider
di Cornigliano, costruito con i finanziamenti Eca. Furono numero-
se anche le piccole e medie aziende (come Candy, protagonista nel
«miracolo economico» per gli elettrodomestici) che, in linea con le
tendenze produttivistiche importate dall’America, rinnovarono i
macchinari e aggiornarono i metodi produttivi28.

Effetti della congiuntura coreana

L’irrompere della guerra in Estremo Oriente nel giugno 1950 innescò


una sequenza di eventi che avrebbero modificato lo scenario mondia-
le e il ruolo internazionale dell’Italia. Il sistema di difesa italiano non
poteva più essere relegato in una condizione d’inefficacia. Le preoc-
cupazioni di De Gasperi per la situazione politica interna, qualora si
fosse seguita una linea d’intervento più aggressiva, contrastavano con
l’orientamento dell’amministrazione Truman che mirava a rafforzare
l’apparato militare dell’intera alleanza occidentale29. Tuttavia, senza
una revisione delle clausole militari del trattato di pace difficilmente

28
  Alla fine del 1951 la produzione industriale era al 140% del periodo prebelli-
co e quella agricola a circa il 110%. Il reddito pro capite reale era cresciuto in media
del 7% all’anno fra il 1947 e il 1951. Cfr. A. Castagnoli, L’ultimo mezzo secolo, cit.,
pp. 311-316; L. Segreto, Gli investimenti americani in Italia 1945-1963, in «Studi
storici», n. 1, 1996, pp. 273-316.
29
  L. Nuti, La sfida nucleare, Il Mulino, Bologna 2007, pp. 45-53.

­­­­­12
i programmi di potenziamento delle forze armate italiane avrebbero
potuto essere realizzati, considerata l’entità degli stanziamenti neces-
sari per il successivo triennio (valutabili, secondo il Comitato tecnico
per gli aiuti militari, in circa 250 miliardi di lire)30.
Con la mobilitazione economica gli Stati Uniti sottoposero la di-
sciplina delle esportazioni a controlli e restrizioni. Al fine di raggiun-
gere un effettivo controllo dell’export nell’interesse nazionale, l’Of-
fice of International Trade (Oit) del Dipartimento del Commercio
emanò una direttiva restrittiva sulle licenze d’esportazione perché le
spedizioni non eccedessero i fabbisogni commerciali o civili ritenuti
«normali» dagli Usa31. La direttiva si applicava a tutte le merci esclu-
se dal contingentamento e fu emanata in seguito alla corsa all’acca-
parramento di beni verificatasi in molti paesi esteri32.
La raccolta delle informazioni circa le licenze d’esportazione fu
affidata alla delegazione tecnica italiana a Washington, che doveva
mettersi in contatto, in via riservata, con i funzionari dell’Oit e dell’E-
ca per conoscere le informal quotas assegnate all’Italia. Fra i materiali
scarsi per i quali occorreva la licenza d’esportazione figuravano: pelli
(eccetto pellicce), prodotti in acciaio e carbonio, ferroleghe, rame e
prodotti in rame, ottone e bronzo, piombo, nichel, stagno, minerali
non ferrosi (eccetto i preziosi), macchinari e apparecchi elettrici.
L’ideologia che aggregò consenso intorno alla guerra fredda si
fondava sul credo della grandezza nazionale. Questa convinzione
aveva determinato un irrigidimento nell’applicazione del Buy Ameri-
can Act (Baa)33 che metteva a rischio gli investimenti di molte impre-
se italiane. Il governo aveva fatto pressioni sugli imprenditori perché
intensificassero gli sforzi per incrementare le esportazioni verso gli

30
  National Archives and Records Administration, College Park, Maryland, Usa
(d’ora in poi NARA), Assistant Secretary of Defense (d’ora in poi ASOD), Interna-
tional Security Affairs, Office of Military Assistance (d’ora in poi OMA), Central
Decimal File (d’ora in poi CDF), 1949-1953, Italy, b 330/18/64, Background mate-
rial on U.S. aid to Italy for discussions with ambassador Tarchiani, 22 July 1952.
31
  ASC, 39.5/1, Ministero dell’Industria e del commercio, Mobilitazione eco-
nomica americana, 26 maggio 1951.
32
  Ibid.
33
  In base al Buy American Act del 1933, a tutt’oggi in vigore, tutti i beni acqui-
stati dalle diverse agenzie del governo federale devono essere prodotti negli Usa,
e se si tratta di manufatti anche il materiale deve essere americano. Viene anche
stabilita una «preferenza di prezzo» che favorisce i prodotti domestici. Al Baa ci
sono eccezioni e vengono fissate esenzioni e revisioni della normativa in base alle
categorie di beni e alle esigenze delle diverse agenzie del governo federale.

­­­­­13
Usa contribuendo a rafforzare le riserve valutarie del paese34. Tutta-
via la rigida applicazione del Baa metteva a repentaglio tanto i piani
del governo per consolidare la posizione dei pagamenti in dollari del
paese, quanto quelli degli investitori privati. L’ambasciatore Alberto
Tarchiani35 intervenne personalmente perché le offerte delle aziende
nazionali fossero prese nella dovuta considerazione, innanzitutto dal
Dipartimento della Difesa. I circoli economici italiani si sentivano
bloccati nella tenaglia della politica commerciale di Washington. Da
una parte, si invitavano gli alleati a prendere misure per ridurre le
barriere doganali e favorire una maggiore integrazione economica
fra le nazioni democratiche; dall’altra, invece, la rigida applicazione
dello statuto del Baa ostacolava i commerci e rendeva più arduo il
contributo alla difesa comune, realizzabile in base alla forza econo-
mica di ciascun paese che, a sua volta, richiedeva la riduzione delle
barriere tariffarie36.
Le preoccupazioni di Tarchiani per le barriere tariffarie e le limi-
tazioni alle importazioni negli Stati Uniti erano tanto più fondate in
quanto la liberalizzazione del commercio intraeuropeo non era reci-
proca fra le diverse nazioni. Inoltre l’Italia aveva subìto limitazioni
negli scambi con i paesi della «cortina di ferro», una volta suoi im-
portanti mercati di sbocco e fornitori di materie prime, allineandosi
ai dettami per la sicurezza del blocco occidentale. Altri malumori
verso l’alleato riguardavano la difesa di interessi nazionali, come per
la questione di Trieste, rimasta in sospeso fino agli accordi di Londra
del 1954 con la Jugoslavia di Tito, o la scarsa attenzione per l’Italia
nei colloqui sul Medio Oriente37.

34
  NARA, Record Group 59, General Records of the Department of State
(d’ora in poi RG 59, DOS), CDF, 1950-54, b 1852, Memorandum, September 15,
1950. Ambasciata d’Italia, Washington D.C., November 5, 1951.
35
  Alberto Tarchiani ricoprì la carica di ambasciatore d’Italia a Washington dal
febbraio 1945 al gennaio 1955.
36
  Perché fosse concessa l’autorizzazione all’import negli Usa, i prezzi delle
merci dovevano essere inferiori del 25% rispetto ad analoghi prodotti statunitensi,
tuttavia le imprese italiane erano gravate anche da un dazio in entrata del 45%.
Come dire che i prodotti italiani finivano per dover sopportare un dazio ad valo-
rem del 70%. NARA, RG 59, DOS, CDF, 1950-54, b 1852, Ambasciata d’Italia,
December 18, 1951; ivi, May 25, 1954; ivi, July 19, 1954; ivi, Italtex, June 19, 1953.
37
  NARA, RG 59, DOS, Miscellaneous Lot Files (d’ora in poi MLF), Subject
files relating to Italian affairs 1944-56, b 13, Secret security information, Briefing
book, Dulles-Stassen visit, 31 January, 1953; NARA, RG 59, DOS, CDF, 1950-54,
b 1852, Ambasciata d’Italia, Washington D.C., June 30, 1953.

­­­­­14
Durante la visita a Washington, e la successiva partecipazione
ai lavori del Consiglio atlantico di Ottawa, nel settembre 1951, De
Gasperi aveva insistito perché si arrivasse all’abrogazione delle clau-
sole del trattato di pace che imponevano pesanti restrizioni alle for-
ze armate italiane. Infine, il 26 settembre il governo americano, di
concerto con Londra e Parigi, revocava tali condizioni. Poiché si
prevedeva che la domanda interna avrebbe continuato a ristagnare,
l’abrogazione delle restrizioni avrebbe immediatamente sbloccato
un certo numero di ordinativi e commesse militari, soprattutto per
il settore aeronautico, con il duplice effetto di accrescere il fatturato
interno e procurare un importante trasferimento di innovazioni tec-
nologiche dall’industria americana a quella italiana38.
Nella congiuntura coreana vennero messi a punto piani di in-
gerenza nella politica interna italiana da parte dello Psychological
Strategy Board, costituito nel 1951 come organismo separato per
la guerra psicologica39. Si ipotizzava di utilizzare le commesse Osp
(Offshore Procurement) come mezzo di pressione sugli imprendi-
tori e il governo italiano per ridurre la presenza comunista nelle fab-
briche e rafforzare i sindacati liberi. Ne sortirono effetti irrilevanti,
sia per l’incongruenza di molte misure, che avrebbero richiesto la
collaborazione del governo italiano, sia per l’azione di De Gasperi,
che cercò di non far travolgere la fragile democrazia da iniziative
che erano in contrasto con i principi costituzionali. Le commesse
offshore vennero infine regolate, nel marzo 1952, con la firma di
un memorandum d’intesa Italia-Usa che ne fissava le modalità di
organizzazione e gestione40.
Il 31 gennaio 1953, appena insediatasi l’amministrazione Eisen-
hower, il nuovo segretario di Stato John Foster Dulles, accompa-
gnato dal direttore della Msa, Harold E. Stassen, iniziò da Roma un
viaggio esplorativo nelle capitali europee. Nel briefing book prepa-
rato dal Dipartimento di Stato per la visita si apprezzava il ruolo at-
tivo svolto dall’Italia nella creazione e nel potenziamento della Nato
con operazioni tanto in campo militare che economico. Il governo
italiano, per promuovere la mobilità del lavoro, aveva anche sugge-
rito «lo scambio di informazioni e il coordinamento di azioni dirette

38
  V. Castronovo, Fiat 1899-1999, Rizzoli, Milano 1999, pp. 870-871.
39
  M. Del Pero, L’alleato scomodo, cit., pp. 149-156.
40
  Ibid.

­­­­­15
contro il movimento comunista locale nei rispettivi paesi Nato»41.
Altrettanto importante era ritenuto il supporto politico di Roma nel­
l’Oece (Organizzazione per la cooperazione economica europea),
nel Consiglio d’Europa, nella Ceca (Comunità europea del carbone
e dell’acciaio), nonché determinante la scelta a favore del riarmo
della Germania occidentale e della sua integrazione nel sistema di
difesa occidentale con il sostegno alla costituzione della Comunità
europea di difesa42. Quanto alla produzione militare, si osservava
che l’industria bellica italiana era in grado di produrre la maggior
parte delle moderne munizioni, equipaggiamenti elettronici, navi
da guerra (incluso un incrociatore). Forse non aveva la capacità di
produrre carri armati in modo economico, ma la sua industria aero-
nautica era di prim’ordine e in grado di realizzare caccia a reazione
di progettazione straniera. Tanto che nel 1952 ben un quarto delle
commesse offshore era stato assegnato all’Italia e si stimava che il
programma di forniture militari avrebbe creato dagli 8 ai 9.000 posti
di lavoro nel settore meccanico43.
D’altra parte, circa metà delle spese per irrobustire e modernizzare
il sistema di difesa italiano era stata fornita da Washington. Gli aiuti
americani, sotto forma di beni e servizi di supporto, erano il 48% di
quanto stanziato dal governo di Roma per il programma di difesa nel
triennio 1951-1953. E ciò senza contare gli altri programmi di assisten-
za economica che, a loro volta, avevano effetti indiretti sugli sforzi fatti
dal paese nel settore della difesa44. Il programma di assistenza aveva
migliorato la dotazione militare dell’Italia, ma i concetti moderni di
manutenzione, distribuzione, amministrazione – secondo gli analisti
americani – erano ancora ignorati dai vertici militari, che tendevano
invece a enfatizzare la tradizionale «manodopera» militare a scapito
di una struttura di difesa moderna e meccanizzata45.

41
  NARA, RG 59, DOS, MLF, Subject files relating to Italian affairs 1944-56, b
13, Secret security information, Briefing book, Dulles-Stassen visit, 31 January, 1953.
42
  Ibid.
43
  Ibid.
44
  Anche in questo caso si evidenziava il divario strutturale del paese: il 55%
delle commesse militari era affluito al Nord, il 32% al Centro e il 13% al Sud.
NARA, RG 59, DOS, MLF, Subject files relating to Italian affairs 1944-56, b 13,
Briefing book, Dulles-Stassen visit, 31 January, 1953.
45
  Ibid. Il programma messo a punto dalla Msa costituiva un intervento di
supporto alla difesa europea poiché mirava a rafforzare la crescita economica del
paese per renderne efficace il contributo nell’ambito della Nato. Il Sud e le isole,

­­­­­16
Nell’agosto 1952 una missione speciale della Msa concluse
un’approfondita indagine sulle imprese italiane con più di 50 di-
pendenti nel settore delle telecomunicazioni, dell’elettronica ed
elettromeccanica, stilando una lista di quelle considerate adatte a
fornire materiali per la difesa agli Usa e agli altri paesi Nato; nonché
sull’Anie (Associazione nazionale industrie elettroniche), alla quale
erano iscritte 100 delle aziende visitate. Oltre i 3/4 delle imprese
analizzate erano localizzate nel Nord: 66,2% in Lombardia, 11,7%
in Piemonte e 7,8% in Liguria. Dal rapporto americano si rilevava il
grado di efficienza di queste aziende e la capacità di stare sul merca-
to in maniera autosufficiente: un numero considerevole di loro e in
particolare le più grandi producevano i componenti dei propri mac-
chinari autonomamente, generando capacità produttiva in eccesso
per il mercato nazionale. Secondo il rapporto vi erano due categorie
principali di imprese in Italia: quelle che già avevano sottoscritto
contratti di licenza e know-how di fabbricazione con importanti
aziende americane, e quelle che contavano interamente sulle proprie
risorse per la ricerca e lo sviluppo dei processi produttivi e che ora
manifestavano il più grande interesse per i programmi di assistenza
tecnica statunitense. Gli estensori del rapporto erano rimasti colpiti
dall’alto grado di professionalità dei lavoratori, dalla loro cura per la
qualità del prodotto e del lavoro. Ma indicavano anche nella grande
varietà di prodotti ancora richiesti dal mercato italiano un ostacolo
all’introduzione di più moderne tecniche di montaggio e dei meto-
di della mass production. Si trattava di un handicap culturale, oltre
che organizzativo, per la produttività pienamente riconosciuto dal
management italiano e dall’Anie, che aveva predisposto interventi
proprio per affrontare il problema della standardizzazione46.
La cancellazione delle clausole restrittive del trattato di pace era
stata solo il primo passo per favorire la ripresa dell’industria mecca-
nica e militare italiana, che richiese anche l’intervento politico di Wa-

a giudizio degli analisti americani, erano la sezione del paese dove vi erano le mag-
giori minacce per la stabilità sociale e politica. Presentavano condizioni e problemi
notevolmente simili a quelli di altre aree del Mediterraneo per le quali erano stati
proposti programmi generali di sviluppo all’interno dell’Europa occidentale, ossia
Portogallo, Anatolia, Nord della Grecia. NARA, ASD/ISA/OMA, b 330/18/64,
Mutual security agency, Italy, October 30, 1952.
46
  NARA, ASOD/ISA/OMA, b 330/18/65, Italian telecommunications, elec-
tronics and electromechanical industry survey of Msa special mission to Italy, Au-
gust, 1952, vol. I.

­­­­­17
shington. Lo stesso W. Averell Harriman fece pressioni sulla Msa per-
ché affidasse contratti Osp all’Italia per 150 milioni di dollari, escluso
il programma per l’acquisto di aerei, prima delle elezioni politiche
del 195347. Il carattere politico dell’assegnazione di queste commesse
venne messo in luce anche dal generale George H. Olmsted, direttore
dell’Ufficio di assistenza militare dell’esercito. Infatti nei contratti re-
lativi all’anno fiscale 1952 i prezzi delle munizioni italiane eccedevano
del 37% quelli americani. Al Pentagono non si riteneva che i mate-
riali italiani, eccezion fatta per le munizioni di armi di piccolo calibro,
potessero competere con quelli di altri paesi della Nato48. Anche se
alcune aziende, come Finmeccanica, erano state oggetto di particolare
apprezzamento, e gli stabilimenti meccanici di Pozzuoli, Odero-Terni
e Orlando-Melara erano stati giudicati i meglio equipaggiati per la
produzione della media artiglieria49.
La strategia messa a punto dall’amministrazione Truman per
ridurre la presenza comunista nella società italiana partendo dalle
fabbriche, sia con i programmi di produttività sia con un opportuno
orientamento delle Osp, venne perfezionata dall’amministrazione
Eisenhower e, in particolare, dal nuovo segretario di Stato John Fo-
ster Dulles e dall’ambasciatrice Clare Boothe Luce. Il country team
da lei guidato si attenne con zelo a queste direttive, compiendo in-
dagini serrate sulla consistenza delle forze sindacali comuniste nelle
aziende italiane. In particolare, fu data massima pubblicità alla deci-
sione di cancellare diversi contratti Osp a Milano per la produzione
di munizioni e nei cantieri navali di Palermo, decisione attribuita alla
scoperta di false dichiarazioni o cambiamenti circa la relativa forza
e consistenza delle organizzazioni sindacali. Questa strategia con-
tribuì a ridisegnare gli equilibri politici nelle fabbriche interessate
agli Osp favorendo l’importante ascesa della Cisl e il corrispondente
arretramento della Cgil50.
Se da parte americana si era cercato di collegare i programmi
di aiuti a precisi impegni di Roma per il riarmo, da parte italiana si

47
  NARA, RG 330/17/11, Letter to W.A. Harriman, Washington D.C., January
19, 1953.
48
  NARA, RG 330/17/11, Secret. Memorandum for the assistant to the secre-
tary, January 7, 1953.
49
  NARA, RG 330/17/11, Secret. Italian capacity for production of medium
artillery, January 12, 1953.
50
  NARA, RG 59, DOS, CDF, b 4809, Classified appendix to the economic and
financial review for the fourth quarter of 1954, February 3, 1955.

­­­­­18
tendeva invece a mettere in relazione gli impegni nella difesa con
l’espansione del commercio estero.
Il giorno della caduta di Dien Bien Phu, il 7 maggio 1954, l’amba-
sciatore Tarchiani annotava nel suo diario: «Eisenhower ha inviato
un telegramma al presidente Coty, ricordandogli che la Francia è
uscita vittoriosa sempre dalle guerre dopo una serie di sconfitte ed
affermando che è con le resistenze eroiche come quella di Dien Bien
Phu che si contrasta l’aggressione comunista. Purtroppo non è così:
col sistema Dien Bien Phu e simili, si perde senza scampo la batta-
glia contro Mosca e i suoi associati: non si vince proprio nulla. Ma
la retorica, anche anglosassone, in mancanza di meglio vuole la sua
parte»51. In quei frangenti l’ambasciata italiana a Washington inviava
al Dipartimento di Stato un memorandum riservato sulle relazioni
commerciali tra Italia e Stati Uniti. Lo «scambio ineguale» fra i due
paesi rischiava di compromettere proprio le capacità di riarmo e di
appoggio alla difesa europea dell’Italia52.
La frustrazione che derivava da questa situazione avvantaggiava
coloro che facevano pressione per riattivare i commerci con il blocco
sovietico poiché gli scambi nel mondo libero non si sviluppavano
abbastanza in fretta da offrire opportunità di lavoro alle imprese
e ai milioni di italiani ancora disoccupati. D’altronde, l’offensiva
commerciale sovietica allora in corso sembrava voler orientare le
economie occidentali verso i mercati dell’Est, capitalizzando il loro
bisogno di esportare.
Il fatto è che il reddito medio pro capite degli italiani era un
quinto di quello americano, un terzo di quello inglese e circa la metà
di quello francese e olandese. Uno studio condotto sotto gli auspi-
ci della Foreign Operations Administration Mission a Roma ave-
va concluso che, per ottenere un tasso di crescita annuale minimo
compatibile con la stabilità, occorreva un aumento del 38% della
produzione e del 32% del prodotto nazionale lordo che comportava
un’espansione del 40% nell’import e altrettanto nell’export53.
Nel 1954 la Tariff Commission avviò un’indagine sui prodotti che
venivano colpiti da un dazio ad valorem pari o superiore al 50%. Si

51
  A. Tarchiani, Tormenti di un ambasciatore. L’anno conclusivo di Washington
1954, introduzione e cura di D. Felisini, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, p. 137.
52
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1950-54, b 1852, Trade relations between Italy
and the United States, May 1954.
53
  Ibid.

­­­­­19
trattava di una questione che toccava in particolare l’Italia. L’export
italiano, infatti, era concentrato nel comparto dei manufatti che più
erano protetti sul mercato americano, con dazi all’importazione che
sfioravano anche il 200%. L’Italia era nel poco ambìto gruppo di
testa dei paesi che pagavano i dazi più elevati con il 20% del valore
dei beni soggetti a dazio, a fronte del 18,5% del Regno Unito e del
17% circa della Germania54.
I balzelli doganali colpivano specialmente i prodotti dell’arti-
gianato e gli alimentari, settori nei quali – come osservava l’Ufficio
commerciale dell’ambasciata – «il design, il gusto, la maestria e la
specializzazione sono riconosciuti ovunque». Molti manufatti, come
i vetri di Murano, non avevano equivalenti né concorrenti diretti sul
mercato degli Usa; altri erano forniti per soddisfare la richiesta della
comunità italo-americana. Il punto è che il Congresso era sensibile
agli umori delle piccole e medie imprese americane, timorose della
concorrenza estera. Benché l’Ufficio commerciale dell’ambasciata
rilevasse che, al contrario, erano le aziende statunitensi a imitare
certi prodotti italiani e che, fra i paesi sconfitti, anche il Giappone
aveva ottenuto soddisfazione ad alcune sue richieste55.
I primi giorni di maggio del 1954 la Fiat riusciva ad avere l’appro-
vazione del contratto di montaggio degli F86K. Valletta aveva ottenu-
to questo risultato dopo la visita compiuta negli Stati Uniti fra marzo e
aprile. L’ambasciatrice Luce aveva continuato ad essere sospettosa nei
suoi confronti, ritenendo che egli avesse un certo potere a Washing-
ton. In effetti Valletta si era fatto fare una favorevole presentazione alla
Casa Bianca tramite Knox, presidente della Westinghouse. Ma Luce
aveva deciso di proseguire la sua crociata contro la Cgil ostacolan-
do l’accordo per il previsto secondo contratto aeronautico, e a poco
serviva che Valletta le ricordasse di essere intervenuto ripetutamente
presso il governo di Roma perché concedesse le basi alle forze armate
americane. Valletta doveva vedersela pertanto con le esasperanti resi-
stenze della Luce, al cui confronto – secondo Ortona – il contatto con
il capo della Cia Allen W. Dulles gli sembrava agevole56.

54
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1950-54, b 1852, Office of the commercial coun-
selor, Italian embassy, Washington D.C., The many effects on Italian exports of U.S.
duties 50% and higher, July 1954.
55
  Ibid.
56
  E. Ortona, Anni d’America. La diplomazia 1953-1961, Il Mulino, Bologna
1986, pp. 74-76.

­­­­­20
Tabella 1. Scambi fra Stati Uniti e Italia (milioni di dollari)

1949 1950 1951 1952 1953 1952-1953

Export verso l’Italia 454,1 337,2 452,5 413,6 282,7 –130,9


Import dall’Italia 70,9 108,5 140,1 157,6 158,4 +0,8
Deficit commerciale italiano 383,2 228,7 312,4 256,0 124,3 –131,7
Fonte: NARA, RG 59, DOS, CDF, 1950-54, b 1852, Memorandum. Trade relations between Italy and
the United States, May 1954.

Tabella 2. Export americano verso l’Italia

1949 1951 1952-1953

Cotone 110,0 126,0 42,6


Grano, farina 104,4 38,1 32,0
Minerali non metallici 50,5 67,1 24,5
Prodotti chimici 25,1 26,4 21,1
Macchinari e veicoli 62,0 93,6 69,4
Altro 102,1 101,3 93,1
Totale 454,1 452,5 282,7
Fonte: NARA, RG 59, DOS, CDF, 1950-54, b 1852, Memorandum. Trade relations between Italy and
the United States, May 1954.

L’idea che gli Stati Uniti affidassero la produzione di componen-


ti e l’assemblaggio degli F86K all’Italia aveva incontrato l’ostilità di
una parte del Congresso. Gli sforzi dell’amministrazione americana
negli aiuti esteri erano infatti resi difficili dalla ventata di maccarti-
smo e di protezionismo che soffiava a Capitol Hill. Anticomunismo,
fede nella grandezza nazionale e senso di responsabilità globale era-
no altrettanti capisaldi attorno ai quali si irrobustiva l’ideologia della
guerra fredda57. I timori dei congressmen riguardavano in sostanza il
trasferimento di tecnologia militare americana a un paese, quale era

57
  J. Fousek, To Lead the Free World. American Nationalism & the Cultural
Roots of the Cold War, The University of North Carolina Press, Chapel Hill 2000,
p. 189; E. Ortona, Anni d’America. La diplomazia 1953-1961, cit., pp. 22-24.

­­­­­21
l’Italia, con il più forte partito comunista dell’Occidente. Fra l’agosto
e il novembre 1953 Harold E. Stassen, direttore della nuova Foreign
Operations Administration (Foa), e diversi esponenti della Difesa si
affrettarono a spiegare che il progetto sarebbe stato fornito agli ita-
liani privo degli aggiornamenti tecnici; che il velivolo sarebbe stato
realizzato in uno stabilimento efficiente come quello della Fiat, scelto
dopo accurate considerazioni sulle potenziali alternative in Europa
tanto da parte della Nato che del governo americano; che ciò avrebbe
aiutato a ridurre la disoccupazione, a rafforzare l’economia italiana e
a rendere meno necessario l’aiuto americano; e che la Fiat avrebbe co-
munque assemblato soltanto parti prodotte interamente negli Usa58.
Fra gli altri, si occupò della questione degli F86K anche l’allora
senatore Lyndon B. Johnson. Il Mutual Security Program – come si
evidenzia in una lettera a lui indirizzata – era stato messo a punto
per contrastare l’espansione e l’aggressione comunista con un fronte
robusto e unito di tutti i paesi aderenti alla Nato. L’autosufficienza,
e il rispetto di sé che ne derivava, erano gli obiettivi della Msa. Era
questa la ragione dell’enfasi posta ora su «più commercio e meno
aiuti». Senza contare poi che, dal punto di vista militare, la completa
conoscenza ed esperienza nell’utilizzo delle armi comuni da parte
degli alleati era essenziale59. Inoltre il Msp comportava un vantag-
gio diretto per i taxpayers americani, poiché la produzione offshore
consentiva agli europei di approvvigionarsi senza dover fare sempre
assegnamento sugli Stati Uniti60.
La limitazione del programma per la realizzazione degli F86K alla
struttura degli aerei era stata motivata, sul piano della produttività,
dai dati economici del Dipartimento dell’Aeronautica di Washing-
ton. I timori degli esponenti del Congresso non fecero che suffragare
la decisione di circoscrivere il programma. Nella risposta a una let-
tera di Valletta del 12 ottobre, nella quale si chiedevano precisazioni

58
  La Fiat avrebbe fabbricato soltanto l’armatura dell’aereo, limitandosi a quel-
le parti che non richiedevano macchinari da realizzare con speciali finanziamenti
americani. Più precisamente, gli Usa non ritenevano che la Fiat dovesse occuparsi
dei motori e dei componenti elettronici dell’aereo. NARA, RG 330/17/36, To Val-
letta, October 23, 1953.
59
  NARA, RG 330/17/36, Letter to Senator Ferguson, October 1, 1953; Letter
to Senator Green, October 2, 1953; Letter to Senator Hendrickson, September 14,
1953; Letter to Judge Oliver, August 31, 1953; Letter to Senator Ives, September
14, 1953.
60
  NARA, RG 330/17/36, Letter to senator Johnson, September 10, 1953.

­­­­­22
circa il programma per l’assemblaggio degli aerei, Kyes comunicava
che la Fiat avrebbe fabbricato soltanto l’armatura dell’aereo e quel-
le parti che non richiedevano macchinari realizzabili soltanto con
speciali finanziamenti statunitensi. Più precisamente, gli americani
non ritenevano che la Fiat dovesse imbarcarsi nella manifattura dei
motori e dei componenti elettronici richiesti per l’aereo61.
Durante un incontro riservato con il segretario della Difesa Wil-
son, avvenuto a Castel Gandolfo nell’aprile 1953, alla vigilia delle
elezioni politiche nazionali, il primo ministro De Gasperi manife-
stò uno speciale interesse per il programma di commesse offsho-
re, apprezzando in particolare gli sforzi statunitensi nei negoziati
con gli italiani per l’acquisto degli F86K e dei moderni obici. Nel
corso di quell’incontro si accennò anche ai progressi compiuti da
alcune aziende italiane, come la Microlambda Company a Napoli,
nella produzione elettronica per commesse offshore. De Gasperi
sottolineò ripetutamente il grande aiuto che lo sviluppo di questi
approvvigionamenti avrebbe fornito a sostegno della sua posizione
nella prossima tornata elettorale. I comunisti, infatti, lo accusavano
di spingere l’Italia in guerra con la politica di riarmo, ma egli ribat-
teva che, in attesa di concreti passi da parte sovietica verso la pace,
l’unica strada sicura era continuare a costruire la necessaria forza
militare come stabilito con la Nato62.
Nel gennaio 1955 il presidente della North American Aviation,
James H. Kindleberger, visitò gli stabilimenti Fiat, con la quale esi-
stevano da tempo stretti legami di collaborazione. A suo giudizio, il
personale tecnico Fiat inviato per corsi di specializzazione negli Usa
era solidamente preparato e intratteneva buone relazioni di amicizia
con i dirigenti americani. Tuttavia manifestò anche profonda preoc-
cupazione per il peso del Pci nella società italiana63.
Gli Stati Uniti avevano organizzato le missioni per la produttività
con l’obiettivo di trasferire procedure, abitudini e valori americani
nell’organizzazione delle aziende europee. Uomini d’affari america-
ni ed esponenti dei sindacati furono inviati nel Vecchio Continente

  NARA, RG 330/17/36, Letter to Valletta, October 23, 1953.


61

  NARA, RG 330/17/11, Memorandum of conversation with prime minister De


62

Gasperi, April 30, 1953.


63
  Archivio storico diplomatico-Ministero degli Affari esteri (d’ora in poi ASD-
MAE), Direzione generale Affari politici (d’ora in poi DGAP), Usa, Visite stabili-
menti 1955, b 376, North American Aviation, 31 gennaio 1955.

­­­­­23
per mostrare ai loro omologhi europei i vantaggi dell’organizzazione
e dei metodi americani. Anche in Europa vi era un grande interes-
se per l’America e per i suoi straordinari risultati produttivi. Dal
Vecchio Continente si partiva da soli oppure organizzati in gruppi
di dirigenti, sindacalisti, amministratori. Furono migliaia coloro che
attraversarono l’Atlantico: primi fra tutti i tedeschi, seguiti dai fran-
cesi e dagli italiani.
Che impressione avevano dell’America? Innanzitutto che l’indu-
stria fosse molto più avanzata rispetto a quella europea e avesse stili
organizzativi e atteggiamenti peculiari verso i materiali, l’energia, i
trasporti. Tuttavia i tour dei manager europei negli Stati Uniti sor-
tirono meno effetti diretti di quanto atteso dagli americani, perché
i tempi non erano maturi. Il processo di trasferimento tecnologico,
di materiali, di conoscenze non seguì un percorso rapido e lineare.
D’altra parte, sostanziali cambiamenti cultural-strutturali come l’a-
mericanizzazione richiedono tempo e sono selettivi e adattativi in-
sieme. Così, i paesi in cui i cambiamenti avvennero più rapidamente
furono quelli sottoposti all’intervento diretto dell’amministrazione
americana, la Germania e l’Austria64.

La delegazione tecnica italiana a Washington


e la politica commerciale americana

La Deltec aveva iniziato la sua attività a Washington il 1° maggio 1945


con il compito di agevolare il coordinamento e la realizzazione dei
programmi di assistenza all’Italia, messi a punto dagli americani per la
ripresa delle attività economiche nei paesi europei colpiti dalla guerra.
La sua istituzione era avvenuta dopo mesi di incontri fra le autorità
americane e quelle italiane per trovare una soluzione ai problemi che
riguardavano l’importazione e l’assegnazione di materie prime e di
merci, e le sue competenze si estesero sino al piano Marshall65.
I primi passi verso una politica di ricostruzione erano stati mossi in
Italia nell’agosto 1944, quando gli americani avevano messo a dispo-
sizione del governo 100 milioni di dollari per acquistare sul mercato
statunitense beni e derrate alimentari destinati alla popolazione del

  H.G. Schröter, Americanization, cit., pp. 51-60.


64

  I. Napoli, La Deltec e la ricostruzione italiana, in «Studi storici», n. 1, 2005,


65

pp. 187-216.

­­­­­24
Sud, occupato dalle truppe alleate. Alcuni mesi dopo, nel novembre,
partiva alla volta di Washington la missione guidata da Quinto Quin-
tieri, ex ministro del Tesoro, e da Raffaele Mattioli, all’epoca ammi-
nistratore delegato della Banca Commerciale Italiana, per ottenere il
sostegno finanziario degli americani alla stabilizzazione monetaria. La
missione, sollecitata dalle dichiarazioni dello stesso presidente Roo-
sevelt per avere un quadro più preciso dei rapporti economici fra i
due paesi, anche in vista delle elezioni presidenziali, non raggiunse
l’obiettivo dei promotori italiani66. Ma fu in quella occasione che si
posero le basi per la nascita della Deltec da parte americana.
La Deltec ebbe un ruolo rilevante nelle complesse trattative che
portarono, dopo il viaggio di De Gasperi negli Usa, alla concessione
del prestito di 100 milioni di dollari all’Italia da parte della Export-
Import Bank (Ex-Im Bank). L’arrivo di De Gasperi seguiva a mesi di
lavoro della Deltec e dei funzionari della Ex-Im Bank, in primo luo-
go del suo responsabile Cesare Sacerdoti, tecnico del Comitato ita-
liano per la ricostruzione (Cir) e amministratore dei Cantieri Riuniti
dell’Adriatico per diversi anni, e coincise con un mutamento della
politica estera americana nei confronti dei paesi ritenuti a rischio di
vittoria elettorale delle sinistre. Nella messa a punto delle richieste
italiane, Sacerdoti aveva potuto contare sulle indicazioni e la media-
zione di Mario Einaudi, primogenito del governatore della Banca
d’Italia, che era espatriato negli Stati Uniti nel 1933, in dissenso con
il regime, e che aveva suggerito di porre particolare attenzione alle
finalità di sviluppo sulle quali dovevano essere modulate le richieste
di sostegno finanziario67. Il complesso negoziato, conclusosi soltanto
il 10 ottobre 1951, fu condotto da Donato Menichella – designato
dal Cir per la trattativa – e da Egidio Ortona, che furono i sagaci
tessitori di un proficuo e duraturo rapporto con la Banca mondiale68.
Con il piano Marshall la Deltec avviò l’ultima fase del suo con-
tributo alla ricostruzione del paese. In Italia non erano mancate le
critiche alla gestione dell’ente69. Nel 1949 Cesare Sacerdoti lasciò la

66
  E. Ortona, Anni d’America. La ricostruzione 1944-1951, Il Mulino, Bologna
1984, pp. 419-420; J.L. Harper, L’America e la ricostruzione dell’Italia (1945-1948),
Il Mulino, Bologna 1987, pp. 56-63.
67
  Cfr. M. Campus, L’Italia, gli Stati Uniti e il piano Marshall, cit., pp. 67-70.
Dal 1951 al 1965 la Ex-Im Bank erogò sette prestiti al paese.
68
  Archivio storico della Banca d’Italia (d’ora in poi ASBI), Banca d’Italia,
Segreteria particolare, pratt. 1441, fasc. 1, sfasc. 6.
69
  Cfr. I. Napoli, La Deltec e la ricostruzione italiana, cit.

­­­­­25
guida della delegazione a Ettore Lolli, che fu chiamato poco dopo
ad aprire un ufficio di rappresentanza della Banca Nazionale del
Lavoro a New York. Nel marzo 1950 la responsabilità della Deltec
fu affidata a Egidio Ortona, che la diresse per più di cinque anni co-
me il «ramo laico» della diplomazia economica italiana negli Usa70.
Per tutta la durata del piano Erp la Deltec continuò a fare acquisti
sul mercato americano, non più per conto dello Stato bensì come
collaboratore e consulente degli enti statali interessati al mercato
d’oltreoceano.
Sebbene il ruolo della Deltec a Washington fosse particolarmente
delicato, i suoi compiti vennero definiti per legge soltanto nel no-
vembre 1954, e ciò dopo che essa aveva operato senza un preciso
statuto e con relativa autonomia dal 194571. Ne vennero regolate, in
particolare, le attribuzioni in merito agli accordi di assistenza e di
cooperazione economica e militare con il governo americano, non-
ché le procedure degli acquisti tramite la creazione di una sezione
separata. A favore della soppressione della Deltec si era espresso,
invece, il Partito comunista72. Tuttavia, la delegazione continuò ad
operare poiché a Roma si riteneva indispensabile avere la collabora-
zione di un organismo tecnico che, attraverso l’ambasciata e i suoi
uffici «commerciali», era riuscito a creare un’importante rete di rela-
zioni informali a Washington e negli ambienti economici americani.
La Deltec si occupò per diversi anni della difesa delle importa-
zioni italiane negli Usa: predisponendo rapporti sulle condizioni del
mercato oltreoceano destinati alle autorità italiane; mantenendo i
contatti con i diversi organismi commerciali italiani; rappresentando
il paese nell’International Materials Conference; prendendo parte ai
lavori del Comitato internazionale per il cotone. Continuò, inoltre,
a svolgere il lavoro di consulenza tecnica per ditte e privati, italiani
e americani, su problemi di competenza.
Una volta superata la fase degli aiuti alla ricostruzione, all’inizio
degli anni Cinquanta, la politica commerciale italiana riconsiderò il
mercato nordamericano. Si trattava di una strategia già vagliata da
altri Stati europei che, con l’obiettivo del «trade not aid», intende-

70
  E. Ortona, Anni d’America. La ricostruzione 1944-1951, cit., pp. 333-334.
71
  Con la legge 22 novembre 1954, n. 1127.
72
  Con il parlamentare Guido Molinelli. Si veda I. Napoli, La Deltec e la rico-
struzione italiana, cit.

­­­­­26
vano stabilire un diverso ordine nei rapporti fra Europa occidentale
e Stati Uniti, e alla quale aderì anche l’Italia73.
La messa in pratica di questa strategia richiedeva l’adozione da
parte degli Usa di una politica doganale che non impedisse l’afflusso
sul mercato statunitense di quei prodotti italiani che erano in grado
di competere per prezzo e qualità con quelli domestici. Sebbene il
mercato d’oltreoceano non sottoponesse i prodotti industriali italia-
ni a limitazioni quantitative, tuttavia – come notavano i tecnici della
Deltec – dietro le apparenti «porte spalancate» si ergeva la «muraglia
dei dazi doganali», e vi erano i vincoli del Buy American Act, nonché i
lacci e laccioli amministrativi che, di fatto, vanificavano le aperture74.

La Commissione Randall

Le difficoltà negli scambi con gli Stati Uniti derivanti dagli alti da-
zi e dalle complicazioni procedurali in sede doganale costituivano
un serio ostacolo all’export dei paesi europei. Nell’ottobre del 1953
il Conseil des Fédérations Industrielles d’Europe (Cife) chiese alle
federazioni aderenti di redigere un rapporto che, elaborato in un
documento di sintesi, avrebbe dovuto essere trasmesso alla Commis-
sione Randall (Commission on Foreign Economic Policy). La Con-
findustria accolse con favore l’iniziativa, riconoscendo l’importanza
di una posizione comune a livello europeo a favore di una semplifi-
cazione delle procedure doganali, e stilò rapidamente un rapporto
sulle difficoltà del mercato americano per le nostre imprese. Tutta-
via l’iniziativa del Cife si arenò presto per un complesso di motivi
e, innanzitutto, perché la Commissione Randall aveva terminato in
anticipo i propri lavori75.
La Commissione era stata istituita con il Trade Agreement Exten-
sion Act del 1953, ossia la legge di proroga degli accordi commerciali
di reciprocità approvata per la prima volta nel 1934 ed emendata
in diverse occasioni. Era guidata da Clarence B. Randall, consulen-

73
  ASC, 39.7/1, Politica commerciale Usa: inchiesta Deltec (1950). Rapporti con
gli Usa: il mercato americano. Il documento è datato «fine agosto 1954».
74
  Esenzioni ai vincoli del Buy American Act erano contemplate da parte del go-
verno federale soltanto nel caso che i prodotti nazionali fossero stati molto più co-
stosi, qualitativamente o quantitativamente insufficienti, o nel pubblico interesse.
75
  ASC, 39.7/1, Circolare sul memoriale della Confederazione alla Commissio-
ne Randall, 4 giugno 1954; ivi, Memoriale Italia-Stati Uniti, Roma, dicembre 1953.

­­­­­27
te speciale del presidente Eisenhower per le questioni di politica
economica estera, nonché presidente della Inland Steel Company, e
aveva svolto un vasto lavoro d’indagine sulla politica commerciale e
doganale statunitense.
Le conclusioni dei commissari vennero raccolte in un poderoso
rapporto che tracciava le linee della politica estera economica della
guerra fredda e impegnava le nazioni del mondo libero a rafforzare
la propria struttura produttiva. Il rapporto indicava come strategici
gli investimenti diretti all’estero, tanto per favorire l’incremento del
reddito nazionale quanto per un migliore sfruttamento delle risorse
dei paesi destinatari. Il passaggio più cruciale riguardava la politica
tariffaria e doganale. L’assunto della Commissione che il mondo si
fosse allontanato dalle condizioni economico-politiche che rendeva-
no possibile una completa divisione e specializzazione internazionale
del lavoro e, pertanto, una vera politica di libero scambio, implicava
un cambio di passo e un’assunzione di responsabilità da parte dei
governi nazionali. Le nazioni del mondo libero avrebbero dovuto
impegnarsi innanzitutto a eliminare le barriere tariffarie e dogana-
li, nonché a concludere accordi internazionali volti ad agevolare la
soluzione dei problemi comuni in materia di commercio estero76.
Il regime di dazi e norme doganali in vigore negli Usa veniva consi-
derato dai paesi alleati un deterrente alle importazioni; ciò era motivo
di continue irritazioni che andavano a detrimento dei rapporti inter-
nazionali di Washington77. Perciò il rapporto proponeva di modificare
la legislazione del Buy American Act dando al presidente americano
la facoltà di non applicare le disposizioni di legge nei confronti delle
nazioni che offrivano condizioni di reciprocità. Gli esperti della Com-
missione suggerivano anche di accrescere la facoltà attribuita al presi-
dente di autorizzare riduzioni tariffarie. Restavano invece le clausole e
le misure di salvaguardia, come la Commissione tariffaria, i cui pareri
erano obbligatori ma non vincolanti per il presidente. I commissari
mettevano poi in guardia da un’azione unilaterale americana di ridu-
zione delle tariffe. Al fine di promuovere un ampio flusso di scambi
e consentire più equilibrate relazioni commerciali, era indispensabile
un mutamento di condotta anche da parte delle altre nazioni78.

76
  ASC, 39.7/1, Il rapporto Randall.
77
  NARA, RG 59, DOS, CDF 1950-54, b 1852, Italian embassy, Memorandum.
Trade relations between Italy and the United States, May 1954.
78
  ASC, 39.7/1, Il rapporto Randall.

­­­­­28
Il rapporto era frutto del compromesso fra idee e interessi diver-
genti in merito ai punti nodali della politica economica estera ame-
ricana. Secondo gli esponenti di Confindustria, non si poteva dire
che costituisse una svolta. Tuttavia, l’associazione degli industriali
italiani non condivideva neppure i giudizi negativi di coloro che li-
quidavano il rapporto come inutile, alla maniera di molta stampa
internazionale, e specialmente di quella inglese. Di queste opinioni si
era avuta un’eco clamorosa nelle dichiarazioni di Winston Churchill
alla Conferenza economica del Movimento europeo che si era svolta
a Londra dal 29 gennaio al 1° febbraio 1954. In quell’occasione lo
statista inglese aveva liquidato sprezzantemente il documento Ran-
dall: «Il rapporto che doveva rivoluzionare il commercio mondiale
è apparso ora come un innocuo topolino»79. La Confindustria, pur
rilevando che il rapporto aveva adottato formule di compromesso
tali da lasciare quasi intatti i complicati meccanismi protezionistici
del sistema americano, aveva riconosciuto che il documento rap-
presentava il «primo punto d’arrivo d’un autorevole movimento di
riscossa contro la roccaforte del protezionismo americano» e che
poteva essere un importante passo avanti sulla via del liberismo80.
Nel rapporto di Confindustria, inviato alla Commissione Ran-
dall alla fine del dicembre 1953, si chiedeva esplicitamente tanto
la semplificazione delle norme legali e regolamentari vigenti presso
l’amministrazione doganale americana d’interesse comune ai paesi
europei, già ampiamente illustrate al governo federale dall’Ufficio
commerciale dell’ambasciata d’Italia a Washington, quanto la ri-
duzione dei dazi d’importazione per i prodotti italiani. Il nodo era
costituito dal sistema delle concessioni tariffarie bilaterali. Infatti l’I-
talia, dopo gli ampi e complessi negoziati condotti in sede del Gatt
(General Agree­ment on Tariffs and Trade) e con la Svizzera, diffi-
cilmente sarebbe stata in grado di fare ulteriori concessioni. D’altra
parte, lo squilibrio della bilancia dei pagamenti fra i due paesi non
sarebbe variato se si fossero operate reciproche riduzioni tariffarie.
Perciò Confindustria sosteneva che «un maggior flusso di esporta-
zioni di merci italiane può ritenersi uno dei mezzi più appropriati
per assicurare all’Italia una migliore bilancia commerciale e finan-
ziaria con gli Stati Uniti e condizione necessaria a tale scopo è senza

79
  Ivi, p. 9.
80
  Ivi, p. 10.

­­­­­29
dubbio l’abbassamento di taluni dazi da parte degli Stati Uniti senza
il corrispettivo di analoghe concessioni da parte del nostro paese»81.
Le industrie manifatturiere italiane incontravano particolari dif-
ficoltà ad avviare nuove correnti di esportazioni verso gli Usa anche
per i vincoli imposti dal Buy American Act82, la legge sulla preferenza
per i prodotti americani negli appalti pubblici e nelle forniture ac-
quistate con fondi federali. Perciò si chiedeva che il sistema di pro-
cedure legali e regolamentari in materia doganale fosse sottoposto a
revisione e reso più liberale rispetto al «drastico protezionismo» che
lo aveva contrassegnato fino ad allora83.
Peraltro, anche il Customs Simplification Act, la legge sulla sem-
plificazione delle formalità doganali, dell’agosto 1953, che era molto
attesa dagli esportatori italiani, si era risolta in una delusione per
i produttori perché il testo definitivo varato dal Senato aveva in-
trodotto soltanto alcune parziali agevolazioni alle importazioni sul
mercato statunitense. Il criterio della compensazione dei costi in-
terni rispetto alle merci estere impediva infatti l’abbassamento dei
dazi sulle merci che gli altri paesi erano in grado di produrre a costi
inferiori. Così, in un modo o nell’altro, il mercato americano restava
difficilmente accessibile.
Gli accordi Gatt di Ginevra, Annecy, Torquay avevano fatto com-
piere importanti passi avanti verso una politica di scambi più liberi-
sta84. Tuttavia, l’ampiezza delle riduzioni daziarie stabilite con questi
accordi multilaterali fu contenuta, mentre continuavano a sussiste-
re clausole derogatorie che limitavano le importazioni dall’Europa.
Inoltre, la facoltà di ridurre le tariffe accordata dal sistema americano
al potere esecutivo era limitata dalla procedura del cosiddetto «peril
point», introdotta nel 1951 (e analoga a quella in vigore nel 1947 e
nel 1948), che, secondo il meccanismo di riequilibrio e di controllo

81
  ASC, 39.7/1, Memoriale Italia-Stati Uniti, dicembre 1953.
82
  Nel caso dell’industria delle costruzioni, queste disposizioni avevano arre-
cato gravi danni alle industrie italiane del marmo, dei mosaici e in generale dei
materiali per l’edilizia, compresi i lavori di rifinitura e le decorazioni, che furono
sistematicamente esclusi dagli edifici pubblici americani. D’altra parte, forme di
protezionismo larvato erano anche nelle norme della Food and Drug Administra-
tion approvate a difesa della salute dei consumatori.
83
  ASC, 39.7/1, Memoriale Italia-Stati Uniti, dicembre 1953.
84
  Nel corso della sessione Gatt di Torquay, nel 1951, l’Italia aveva ottenuto di
aumentare leggermente il livello protettivo a favore dei settori industriali (meccani-
co, metallurgico, chimico) maggiormente esposti alla concorrenza estera.

­­­­­30
incrociato tipico del sistema statunitense, imponeva al presidente di
sottoporre alla Commissione tariffaria la lista dei prodotti da pren-
dere in considerazione per eventuali riduzioni di tariffe85. Per quanto
riguardava l’Italia, più di 100 dazi superavano il 60% del valore delle
merci, con impennate sino al 222,6%86. Nel caso dei filati di raion,
per esempio, la domanda del mercato americano era enorme, ma la
tariffa doganale in vigore – assai più elevata di quella italiana ad valo-
rem – precludeva l’export negli Stati Uniti. Per parte sua l’Italia, dal
luglio 1951, aveva abolito le restrizioni quantitative all’import, ma i
dazi ad valorem rimasero elevati su diversi manufatti, come automo-
bili e trattori, ritenuti strategici per l’industria nazionale87.
L’Italia aveva liberalizzato le importazioni dall’area del dollaro
di materie prime e semilavorati. Come aveva messo in luce Confin-
dustria, sia nel rapporto trasmesso alla Commissione Randall sia in
quello inviato al Cife nell’agosto 1954, il sistema delle concessioni
bilaterali era giunto al limite delle sue possibilità poiché l’Italia, al
pari di altri paesi europei, si trovava di fronte a un persistente disa-
vanzo commerciale con gli Stati Uniti88. Questo squilibrio, secondo

85
  ASC, 39.7/1, Memoriale Italia-Stati Uniti, dicembre 1953. Fra gli altri, si
chiedeva la riduzione dei dazi d’importazione su piastrelle e terraglie, porcellane
e smalti (in questo settore erano in vigore tariffe discriminatorie a favore dell’in-
dustria britannica), marmo, biciclette, macchinari per l’industria alimentare e per
la lavorazione del pellame, prodotti caseari, paste e confetture, conserve, calze e
calzini, filati di lino e di canapa, cordame, tessuti di lino e canapa, biancheria per
la casa, tessuti di seta, filati di raion o altra materia tessile sintetica (la domanda
di raion era enorme sul mercato americano), tessuti operati e jacquard, capi d’ab-
bigliamento in maglia, carta, perle, giocattoli come bambole e loro corredi o con
meccanismi a molla, fiammiferi, cappelli, gioielleria, passamaneria, pizzi, calzature
e guanti in pelle, alcuni strumenti musicali.
86
  ASC, 39.7/1, Rapporti con gli Usa: il mercato americano. Il documento è
datato «fine agosto 1954».
87
  A. Pedone, La politica del commercio estero, in Lo sviluppo economico in
Italia, vol. II, a cura di G. Fuà, Angeli, Milano 1969, pp. 256-257.
88
  L’Italia introdusse misure di liberalizzazione formale sulle importazioni dall’a-
rea del dollaro nell’agosto 1954, ma la loro portata rimase piuttosto limitata fino alla
metà del 1957. I nuovi prodotti, aggiunti in fasi successive alla lista originaria dei
beni liberalizzati, consistevano principalmente in basic goods (cibo e beni strumen-
tali) che, come nel caso di Francia e Regno Unito, non erano in concorrenza con
prodotti domestici. La Svizzera fu il solo paese europeo a trattare le importazioni
dai paesi a valuta forte più liberamente delle importazioni dai paesi con valuta non
convertibile. Ciò innanzitutto per la convertibilità del franco svizzero. D’altra parte
la discriminazione verso l’import dall’area del dollaro da parte dei cosiddetti paesi
intermedi «assecondava» gli sforzi dell’Oece di prevenire i possibili effetti negativi

­­­­­31
Confindustria, aveva rilevanti conseguenze politiche e gli Stati Uniti
non potevano ignorarlo poiché l’Europa, già parte integrante ed es-
senziale dell’economia internazionale, era la «pietra angolare» del
sistema politico ed economico del mondo occidentale89.
Il 17 dicembre 1954 il presidente Eisenhower emanò l’ordinan-
za che introduceva criteri meno restrittivi nell’applicazione del Buy
American Act. In seguito a ciò, il Dipartimento della Difesa aggior-
nò l’elenco dei prodotti non più soggetti alle restrizioni. Fra questi
figuravano alcuni importanti minerali, materie prime come petrolio
e oli combustibili, ma anche l’olio di oliva90. Eppure al ministero
degli Affari esteri si continuava a pensare che le buone intenzioni del
rapporto Randall avessero prodotto solo delusioni91.
Nel giugno 1955 fu approvata, con la proroga degli accordi di
reciprocità, una riduzione sino al 15% delle tariffe doganali per il
triennio successivo. L’impegno per una intensificazione del flusso
di scambi internazionali era sostenuto sia dai repubblicani sia dai
democratici, e questa convergenza d’idee convinse molti in Euro-
pa che, con l’amministrazione Eisenhower, le barriere agli scambi
fossero destinate a ridursi. In una lettera confidenziale, datata 28
giugno 1955, uno dei fiduciari esteri di Alberto Pirelli osservava che
a Washington si era propensi a credere che fino a quando il presiden-
te e il suo staff si fossero preoccupati di tali questioni, si sarebbero
compiuti importanti passi avanti verso una maggiore apertura degli
scambi. Ma la politica di apertura non poteva che essere reciproca92.
Tuttavia a Roma non si facevano molte illusioni. Franco Mattei,
direttore generale di Confindustria per le questioni di politica eco-
nomica, riteneva che si fosse ottenuto meno di quanto ci si attende-
va. Anche gli accordi del Gatt continuavano a essere fonte di incer-

che la liberalizzazione delle importazioni dall’area del dollaro avrebbe potuto avere
sulla cooperazione europea, e in particolare sulla liberalizzazione del commercio
intraeuropeo. Per questi paesi la lenta liberalizzazione appariva come un mezzo per
evitare l’imposizione di restrizioni sulle loro esportazioni da parte dei paesi europei
in deficit. Cfr. O. Hieronymi, Economic discrimination against the United States in
Western Europe (1945-1958), Droz, Genève-Paris 1973, pp. 152, 122-128.
89
  ASC, 39.7/1, Rapporti con gli Usa. Il mercato americano, fine agosto 1954.
90
  ASC, 39.7/1, Stati Uniti, Buy American Act, direttive emanate dal Diparti-
mento della Difesa, 14 maggio 1955.
91
  ASD-MAE, DGAP, 1955, b 369, Visita a Washington del presidente del
Consiglio on. Scelba e del ministro degli Esteri on. Martino, 27-30 marzo 1955.
92
  ASC, 39.7/1, Lettera di Curtis J. Hoxter ad Alberto Pirelli, 28 giugno 1955.

­­­­­32
tezza per gli esportatori europei, perché il Congresso non li aveva
ancora approvati. L’opposizione di ampi settori economici e politici
era fortissima. Tanto che correva voce che il presidente Eisenhower
si preparasse a rinviare all’anno successivo la questione all’esame del
Congresso, prendendo tempo per meglio preparare il terreno alla
sua approvazione93.
Segnali di una nuova ventata protezionistica si ebbero con l’in-
clusione, in base al Berry Amendment, del filato di seta – utilizzato
anche nella manifattura delle cartucciere – fra i prodotti che rien-
travano nella lista protetta dal Buy American Act94. Non mancarono
le proteste, da parte sia del ministero degli Esteri, sia del presidente
di Confindustria. Il provvedimento, infatti, pregiudicava l’attività
produttiva di importanti settori manifatturieri nazionali, e contrad-
diceva lo spirito dei programmi sollecitati dal governo americano
per una sempre più vasta liberalizzazione del commercio. Gli Stati
Uniti erano il più importante mercato di sbocco per i nostri filati di
seta industriale e il provvedimento appariva tanto più discriminato-
rio quanto superiore era la qualità della produzione italiana95.
A Washington permanevano scetticismo e critiche verso l’Ita-
lia: per l’inefficienza della elefantiaca organizzazione burocratica,
l’«antiquato» sistema bancario, l’eccessivo «dirigismo statale», il si-
stema monopolistico – ma su questo punto vi fu un po’ di autocritica
da parte statunitense riconoscendo che gli aiuti forniti all’Italia era-
no serviti più a «consolidare la situazione e i sistemi economici pree-
sistenti» che a innovare – e la squilibrata distribuzione della ricchez-
za96. D’altronde, una reviviscenza di aiuti economici «alla vecchia
maniera», per l’Italia come per l’Europa, era inimmaginabile dopo
la fase di ricostruzione97. L’interesse americano si andava orientando
verso il Sud America e, innanzitutto, l’Asia. L’Italia avrebbe potuto

93
  ASC, 39.7/1, Lettera di Franco Mattei ad Alberto Pirelli, 21 luglio 1955.
94
  Il Berry Amendment, che introdusse restrizioni su un particolare gruppo di
prodotti nazionali, divenne legge il 5 aprile 1951, come parte del Fifth Supplemental
National Defense Appropriations Act, P.L. 77-29. Successivamente furono introdot-
te diverse modificazioni e integrazioni.
95
  NARA, RG 59, DOS, CDF, III, International Trade 1955-59, 1770, Italian
reaction to the Berry Amendment, August 2, 1955.
96
  ASD-MAE, DGAP, 1955, b 369, Visita a Washington del presidente del
Consiglio on. Scelba, 27-30/03/1955.
97
  ASD-MAE, DGAP, 1956, b 441, Situazione economica italiana. Colloqui
con Tasca, 24/01/1956.

­­­­­33
ancora contare sugli investimenti nei programmi di sviluppo nazio-
nale, ma a condizione che fossero adottati provvedimenti legislativi
che «anche psicologicamente» incoraggiassero l’afflusso dei capitali
privati d’oltreoceano98.

La struttura del commercio estero statunitense

Rispetto al passato, gli Stati Uniti erano divenuti esportatori di pro-


dotti industriali finiti (35% del totale nel 1947-1949) e di servizi.
Si trattava di una trasformazione strutturale che si era delineata già
dopo il primo conflitto mondiale con la tariffa protezionista del 1922
e con quella più drastica del 1930. La severissima politica doganale,
limitando la ripresa degli scambi con l’estero, aveva ostacolato il rie-
quilibrio dell’economia internazionale, inasprendo la già grave crisi
nel 1929-1934. Fu soltanto con l’emanazione del Reciprocal Trade
Agreement Act del 1934 e l’avvio di una politica di reciprocità che
si manifestò un nuovo orientamento liberista99. Questa legge intro-
duceva un elemento «rivoluzionario» rispetto alla tradizione, confe-
rendo per la prima volta al potere esecutivo, ossia al presidente degli
Stati Uniti, la facoltà di ridurre i dazi doganali (entro il limite mas-
simo del 50%) senza una specifica approvazione del Congresso100.
La guerra interruppe lo sviluppo della politica di reciprocità
commerciale con l’Europa. Alla fine del 1945 gli Stati Uniti solle-
citarono gli altri paesi ad avviare trattative per una riduzione delle
tariffe doganali. Il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Uni-
te, su iniziativa statunitense, il 18 febbraio 1946 decise di convocare
un’International Conference on Trade and Employment. La tappa
successiva, due anni dopo, fu l’elaborazione della Carta dell’Avana

98
  ASD-MAE, DGAP, 1955, b 369, Visita a Washington del presidente del
Consiglio on. Scelba, 27-30/03/1955.
99
  Il primo accordo di reciprocità commerciale fu firmato con Cuba nell’agosto
1934.
100
  Il potere di imporre dazi doganali e qualsiasi forma di tributi era costitu-
zionalmente e tradizionalmente caratteristico del Parlamento, e più specificamente
della Camera dei rappresentanti. La legge incontrò subito una forte opposizione, e
poi anche ogni volta che veniva rinnovata, tanto che nel 1948 subì notevoli limita-
zioni. Il lavoro di raccolta ed elaborazione dei dati necessari perché il presidente e il
potere legislativo potessero esercitare le loro prerogative in materia di dazi e tariffe
doganali veniva svolto dalla US Tariff Commission, le cui funzioni furono notevol-
mente ampliate nel 1934 e poi con gli accordi multilaterali di Ginevra e Annecy.

­­­­­34
per la creazione di un’International Trade Organization (Ito), con
l’impegno a ridurre le tariffe doganali e ad eliminare forme discri-
minatorie negli scambi internazionali101. Varie circostanze, come
l’acuirsi della tensione internazionale con l’Urss e l’opposizione di
influenti gruppi economici americani, ne ostacolarono l’approvazio-
ne da parte del Congresso finché, nel dicembre 1950, il presidente
Truman dovette ritirare la proposta.
Invece, era andato a buon fine il Gatt, firmato nell’ottobre 1947 a
Ginevra da 23 paesi. Il Gatt, una volta naufragata la proposta dell’I-
to, era l’unica organizzazione di confronto multilaterale sulla regola-
zione del commercio e delle tariffe. L’Italia partecipò agli accordi di
Annecy, nel 1949, e di Torquay, nel 1951. Le concessioni fatte dagli
Stati Uniti ad Annecy coprivano circa un terzo delle merci importate
dagli 11 paesi che avevano partecipato alla conferenza102.
Il principale vantaggio per i contraenti fu di poter avere con-
cessioni simili a quelle già accordate dagli Usa ai 23 sottoscrittori
del Gatt di Ginevra. Per quanto riguardava specificamente l’Italia,
va ricordato che, nel 1948, il commercio di esportazione verso gli
Usa era stato di 90,1 milioni di dollari. Le nuove concessioni ri-
guardavano circa 1/3 dell’export verso quel paese, per 30 milioni di
dollari103. Sebbene gli accordi costituissero un notevole passo avanti
nell’affermazione di un orientamento più liberista, a giudizio di Con-
findustria, il gap economico nonché misure protezionistiche diverse
ne limitavano la portata liberalizzatrice.
Ostacoli insormontabili erano la regolamentazione e le procedu-
re doganali. Sebbene il governo federale avesse lavorato, sin dall’au-
tunno del 1949, alla stesura di una legge di riforma, il progetto non
era ancora arrivato alla discussione in Congresso. Nella primavera
del 1950 si era inasprita l’opposizione dei gruppi protezionistici, al-
larmati dall’aumento della disoccupazione, e ciò fece escludere dal-
le trattative di Torquay diversi prodotti di particolare interesse per
gli esportatori italiani. Nel caso dell’olio d’oliva, per esempio, per
proteggere i produttori californiani, che fornivano un quantitativo
pari al 6-7% del consumo nazionale americano, si colpì l’importa-
zione con un dazio elevato. Pertanto Confindustria auspicava che si

101
  ASC, 39.7/1, La politica doganale americana, s.d. [ma 1950].
102
  Ibid. I paesi partecipanti, oltre all’Italia, furono: Usa, Danimarca, Grecia,
Finlandia, Svezia, Uruguay, Haiti, Liberia, Nicaragua, Repubblica Dominicana.
103
  Ibid.

­­­­­35
giungesse rapidamente a una riforma doganale e ad abolire il Buy
American Act104.
Invece, gli Stati Uniti continuarono a oscillare fra protezionismo
e liberismo. Per quanto l’amministrazione statunitense si adoprasse
per una generale liberalizzazione del commercio a livello internazio-
nale, era poi costretta a far fronte alle pressioni protezionistiche in-
terne. D’altronde, anche da parte italiana la politica del commercio
estero era a due facce. Il governo aveva liberalizzato quasi al 100%
gli scambi con l’area Oece, invece con gli Stati Uniti le misure di libe-
ralizzazione riguardavano solo il 40% delle merci. Così Washington
aveva buon gioco nel dire che questa situazione rendeva difficile
al governo federale opporsi alle pressioni interne per aumentare le
tariffe. Del resto, in Italia con le imprese a capitale pubblico si erano
attuate forme di «protezionismo interno» che tuttavia non erano
sufficienti ad alimentare la crescita del sistema economico105. Per
supplire alla carenza di materie prime e risorse energetiche, si era
puntato su un modello di sviluppo che finanziasse le importazioni
di beni primari con un flusso crescente di esportazioni. Ciò com-
portava reggere la concorrenza con i paesi più avanzati e disporre
di una gamma di prodotti di qualità, anche se di livello tecnologico
intermedio. Per questo il governo stava aprendo a una politica più
liberista, in particolare per i rapporti con l’area del dollaro, le cui
importazioni richiedevano licenze, brevetti e know-how106. Un passo
determinante fu compiuto nel 1956 con l’approvazione della nuova
legge sugli investimenti esteri, varata nel quadro degli obiettivi del
piano Vanoni.

104
  Ibid.
105
  V. Castronovo, Cento anni di imprese, cit., pp. 382-384.
106
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Meeting with members of
Confindustria in Department, November 27, 1956.
Capitolo II
Washington e le peculiarità
del «modello» italiano

Le regole del gioco e il mercato americano

Nel 1951 l’Istituto nazionale per il commercio estero (Ice) pubblicò


uno studio sul mercato nordamericano per far conoscere ai produt-
tori italiani gli aspetti che ne differenziavano l’organizzazione produt-
tiva e le abitudini di consumo rispetto all’Europa. Il consistente calo
delle esportazioni verso gli Stati Uniti, crollate da 23 miliardi di lire
del 1948 a 12,5 nel 1949, preoccupava i responsabili del commercio
estero. Perciò venne deciso un programma organico di promozione
dei prodotti italiani negli Usa e fu creato un apposito ufficio presso il
ministero del Commercio con l’estero per trattare le questioni relati-
ve ai paesi dell’area del dollaro. Fu rafforzata anche la struttura degli
addetti commerciali che, oltre agli uffici di Washington e New York,
aprirono sedi a Chicago e San Francisco, mentre l’Ice poteva disporre
di uffici a Boston, New Orleans e Los Angeles1.
Tuttavia il ritorno a condizioni di maggiore concorrenza sul mer-
cato americano, dopo l’eccezionale congiuntura coreana, pose fine
alle vendite facili e accrebbe il potere decisionale dei buyers. A fare le
spese di questa situazione furono innanzitutto i paesi manifatturieri
europei rispetto a quelli fornitori di materie prime. Le esportazioni
italiane subivano una nuova flessione nel corso del 1954. Il ritorno

1
  Ice - Istituto nazionale per il commercio estero, Stati Uniti, vol. I, Collana
Mercati esteri n. 5, Roma 1951, pp. 159-170.

­­­­­37
in forze della concorrenza tedesca (+1,8%) e giapponese (+6,2%),
sostenute da un’agguerrita organizzazione commerciale, aveva ri-
portato l’Italia in una condizione di svantaggio. E ciò, anche perché
i paesi esportatori, per procurarsi la divisa americana che negli anni
precedenti avevano ricevuto a titolo di aiuti economici, concentra-
vano ora i loro sforzi sul mercato statunitense2.
Le cause di questo arretramento non erano meramente congiun-
turali, bensì culturali: molti esportatori non erano riusciti ad ade-
guarsi alle specifiche esigenze del mercato nordamericano. Come
osserva Douglass C. North, i vincoli informali sono più pervasivi del-
le leggi, perché riguardano convenzioni e codici di comportamento
che fanno parte «dell’eredità collettiva che chiamiamo cultura»3.
L’aspra concorrenza interna e internazionale rendeva più esigenti
gli acquirenti sia per quanto riguardava la qualità sia rispetto alle
condizioni di vendita dei prodotti. Carenze organizzative, ritardi e
inadempienze da parte dei manifatturieri italiani erano altrettanti
ostacoli all’export negli Stati Uniti4. Sia l’Ice sia Confindustria ave-
vano perciò sottolineato in diverse occasioni che il problema era
innanzitutto organizzativo. Da qui la raccomandazione di Confin-
dustria non solo di eliminare mancanze e inefficienze, ma anche di
compiere «una completa revisione degli strumenti di introduzione
e distribuzione di cui ci si è serviti sinora e che si rivelano sempre
più insufficienti, sia qualitativamente che quantitativamente, a sod-
disfare le esigenze di un mercato così vasto e differenziato come
quello statunitense»5. L’uso di nuovi codici comportava un cambio
di mentalità e abitudini. Per adeguarsi agli elevati standard di qualità
e di servizio ai quali era abituato il consumatore americano occorre-
va, secondo Confindustria, che i produttori italiani compissero un

2
  ASC, 39.7/1, Stati Uniti. Allegato B. Circolare alle associazioni territoriali e
alle associazioni di categoria, 6 luglio 1955, p. 6.
3
  D.C. North, Institutions, Institutional Change and Economic Performance,
Cambridge University Press, Cambridge 1990, pp. 36, 111.
4
  Un esame dettagliato delle caratteristiche del mercato, corredato di sugge-
rimenti, era stato compilato a cura dell’Ice nella monografia Stati Uniti, pubblica-
to in due volumi nel 1951; e anche il «Bollettino quindicinale» dell’Ice riportava
comunicazioni utili agli esportatori sulla necessità di migliorare l’organizzazione
commerciale come «indispensabile premessa per una più solida affermazione del
prodotto italiano su questo mercato».
5
  ASC, 39.7/1, Stati Uniti. Allegato B. Circolare alle Associazioni territoriali
e alle associazioni di categoria, 6 luglio 1955, p. 7.

­­­­­38
paziente e organico lavoro di preparazione, con studi di mercato e
adeguate strategie di marketing, essendo «del tutto inutile ogni ten-
tativo di improvvisazione e di saltuaria apparizione sul mercato»6.
Le situazioni variavano per settori e specializzazioni produttive.
Le esportazioni nel settore delle macchine e metalli si erano ridot-
te, dopo i rifornimenti straordinari per l’attività militare in Corea;
invece le correnti commerciali tradizionali avevano mantenuto e
migliorato le loro posizioni. In particolare, era cresciuto il presti-
gio del comparto tessile (tessuti in cotone, seta e manufatti in lana),
dell’arredamento e dell’artigianato. Inoltre l’export era aumentato
del 6% nel comparto dei prodotti alimentari (olio di oliva, formaggi,
pomodori) e del 7% in quello dei vini.
Macchine da cucire e macchine per ufficio (calcolatrici e macchi-
ne per scrivere), nonostante una leggera flessione, continuavano a
mantenere una posizione di eccezionale importanza, tanto più degna
di nota se si considera che si trattava di esportazioni relativamente
nuove per il mercato statunitense e in diretta concorrenza con la
produzione americana di grande serie.
Era stata questa la grande sfida di Adriano Olivetti quando, nel
1950, aveva deciso di intraprendere la penetrazione del gigantesco
mercato americano creando la Olivetti Corporation of America, con
sede a New York, alla quale venne affidata la distribuzione delle cal-
colatrici prodotte a Ivrea – all’avanguardia tecnologica anche per un
mercato ricco e sofisticato come quello statunitense – e, successiva-
mente, delle macchine per scrivere. In uno scenario caratterizzato da
una crescente interdipendenza nord-atlantica, nel 1952 Olivetti si era
convinto che l’unica scelta possibile per la sua azienda fosse di «fare
la concorrenza ai grossi complessi industriali americani». Qualunque
altra politica, a suo giudizio, avrebbe portato ineluttabilmente verso
«la decadenza e l’asservimento» alle multinazionali statunitensi7. Inve-
ce, negli Usa l’Olivetti ebbe un enorme successo, esordì nel compar-
to elettronico con un proprio laboratorio di ricerche a New Canaan
(Connecticut) e, infine, nel 1959 acquisì l’americana Underwood8.

6
  Ibid.
7
  A. Castagnoli, Essere impresa nel mondo. L’espansione internazionale della
Olivetti, Il Mulino, Bologna 2012, pp. 142-152.
8
  Sull’acquisizione Underwood, cfr. F. Barbiellini Amidei, A. Goldstein, Corpo-
rate Europe in the US: Olivetti’s Acquisition of Underwood Fifty Years on, in «Busi-
ness History», 54, 2, 2012, pp. 262-284; A. Castagnoli, Essere impresa nel mondo.

­­­­­39
Tabella 3. Importazioni negli Stati Uniti, 1949-1954

Anno 1949 1950 1951 1952 1953 1954

Importazioni complessive 6.622 8.852 10.967 10.714 10.777 10.245


(milioni di dollari)
Importazioni dall’Italia 70,9 108,5 140,0 156,7 156,8 143,8
(milioni di dollari)
% Italia 1,07 1,22 1,27 1,46 1,46 1,41
Fonte: ASC, 39.7/1, Stati Uniti. Circolare alle associazioni territoriali e alle associazioni di categoria.
Allegato B, 6 luglio 1955, p. 6.

Tabella 4. Percentuali di diminuzione delle importazioni statunitensi dai paesi eu-


ropei, 1953-1954

Svezia –30 Francia –15,3


Jugoslavia –21,8 Olanda –15,2
Portogallo –20,2 Svizzera –12
Belgio –18,3 Italia –8,4
Norvegia –17,7 Gran Bretagna –7,4
Austria –16,5

Fonte: ASC, 39.7/1, Stati Uniti. Circolare alle associazioni territoriali e alle associazioni di categoria.
Allegato B, 6 luglio 1955, p. 2.

Altrettanto eccezionali furono i risultati raggiunti dall’export


nel comparto chimico (+20% nel 1954), nel quale i prodotti italiani
compensavano la riduzione dell’import americano dal Giappone e
dai paesi europei. In quella congiuntura si promosse sagacemente
anche l’affermazione della moda italiana, che sarebbe divenuta un
settore di punta del made in Italy sul mercato d’oltreoceano9.

L’espansione internazionale della Olivetti cit., pp. 195-208; Id., Across Borders be-
yond Boundaries: How the Olivetti Company Became a Multinational, in «Business
History», 56, 8, 2014, pp. 1281-1311.
9
  Nel febbraio 1955 Giovanni Battista Giorgini, coordinatore delle manifesta-
zioni della moda italiana, arrivò all’aeroporto di New York con quattro modelle e
con alcune decine di abiti il cui import era stato temporaneamente autorizzato dal

­­­­­40
In una circolare inviata alle associazioni territoriali nel luglio
1955, i vertici di Confindustria affermavano che «la ripresa delle
esportazioni tradizionali italiane e l’avvio e lo sviluppo di nuove cor-
renti di esportazione possono essere facilitati e favoriti dal crescente
favore dei consumatori americani verso i prodotti italiani e dalla
larga popolarità e prestigio di cui godono attualmente i prodotti ed
il lavoro italiano negli Stati Uniti. Il vivo interesse dimostrato dal-
la stampa americana per le recenti affermazioni italiane nel campo
della moda, dei films, dell’artigianato artistico e dell’arredamento
della casa ha contribuito a creare un’atmosfera particolarmente fa-
vorevole ai prodotti made in Italy e a suscitare largo interesse ed
apprezzamento negli ambienti industriali e commerciali americani
sulle capacità produttive italiane»10.
Il mercato statunitense presentava caratteristiche di particolare
mutevolezza e per agevolare l’attività degli esportatori italiani l’Uf-
ficio commerciale presso l’ambasciata d’Italia a Washington pre-
dispose una lunga nota di suggerimenti. Questi consigli, che oggi
definiremmo di marketing «relazionale» più che «transnazionale»,
presupponevano un cambio di marcia culturale, con una america-
nizzazione dell’approccio al cliente. A cominciare dall’uso esclusivo
della lingua inglese nella corrispondenza, che doveva essere «com-
pletamente spoglia di riserve, considerazioni di carattere generale
ed esercizi verbali non attinenti al soggetto» perché «l’importatore
americano prende in considerazione solo quelle offerte che già all’i-
nizio risparmiano tempo e fatica». Anche la carta da lettere aveva im-
portanza: «si consiglia carta chiara con intestazione semplice, senza
tanti disegni che illustrino l’attività della ditta. Inoltre, il testo deve
essere ben spaziato al centro del foglio; non si deve scrivere sulla se-
conda facciata e il nome della persona che scrive deve essere scritto a
macchina, con la precisa indicazione della sua qualifica». Altrettanto
chiara, semplice ed esauriente doveva essere l’informazione sui pro-
dotti, le loro quotazioni in dollari («chiare, definitive e non devono

Dipartimento di Stato. Il gruppo avrebbe infatti partecipato a numerose manife-


stazioni «coast to coast», sponsorizzate dalla Nbc (National Broadcasting Corpo-
ration), per presentare la moda italiana negli Usa. NARA, RG 59, DOS, CDF, b
1770, Ambasciata d’Italia, Washington D.C., February 7, 1955. Cfr. E. Merlo, F.
Polese, Turning Fashion into Business: The Emergence of Milan as an International
Fashion Hub, in «Business History», 80, 2006, pp. 415-447.
10
  ASC, 39.7/1, Stati Uniti. Circolare alle associazioni territoriali e alle associa-
zioni di categoria, 6 luglio 1955.

­­­­­41
Tabella 5. Percentuale di partecipazione al rifornimento del mercato Usa per paesi,
1949-1954

1949 1950 1951 1952 1953 1954

Gran Bretagna 3,43 3,78 4,24 4,53 5,03 4,92


Germania occidentale 0,68 1,17 2,09 1,97 2,54 2,73
Giappone 1,16 2,00 1,85 2,10 2,41 2,71
Belgio 1,42 1,57 1,96 1,77 2,18 1,88
Olanda 0,89 0,95 1,10 1,46 1,78 1,60
Francia 0,93 1,48 2,40 1,55 1,72 1,54
Svizzera 1,40 1,23 1,22 1,32 1,48 1,43
Italia 1,07 1,22 1,27 1,46 1,46 1,41
Turchia 0,84 0,69 0,69 0,58 0,69 0,75
Svezia 0,82 0,80 0,95 0,84 1,00 0,74
Spagna 0,36 0,56 0,54 0,58 0,59 0,62
Norvegia 0,46 0,46 0,45 0,48 0,62 0,54
Danimarca 0,10 0,14 0,17 0,24 0,37 0,49
Austria 0,17 0,18 0,23 0,25 0,32 0,28
Portogallo 0,20 0,23 0,25 0,30 0,31 0,26
Jugoslavia 0,21 0,20 0,21 0,35 0,29 0,24
Grecia 0,23 0,19 0,19 0,18 0,17 0,23
Altri paesi 85,63 83,15 80,19 80,04 77,04 77,63
100% 100% 100% 100% 100% 100%
Fonte: ASC, 39.7/1, Stati Uniti. Circolare alle associazioni territoriali e alle associazioni di categoria.
Allegato B, 6 luglio 1955, p. 13.

essere maggiorate dopo i primi ordini di prova»), i modi e i termini


della consegna, gli eventuali sconti.
Gli importatori americani non tolleravano la scarsa corrispon-
denza fra i campioni selezionati e le merci successivamente ricevute.
I produttori italiani erano poco propensi ad investire in questo tipo
di promozione. Ma il mercato Usa – osservava l’Ufficio commerciale
– «esige un elevato standard qualitativo e un alto livello di unifor-
mità nella qualità dei prodotti. Lo scarto di tolleranza è più basso

­­­­­42
che in qualsiasi altro paese». Inoltre le ditte americane attribuivano
grande importanza alla celerità con cui ricevevano offerte e campio-
ni, mentre era contraria all’uso americano la richiesta di pagamento
anticipato dei campioni.
Irregolarità e ritardi costituivano ulteriori ostacoli alla creazione di
un rapporto di fiducia fra i buyers e gli esportatori italiani. Negli Usa le
stagioni di acquisto e di vendita erano rigidamente fissate e ogni scarto
temporale nella consegna degli ordinativi si risolveva in una perdita o
in un immobilizzo di capitali. «L’impressione che l’esportatore italia-
no sia pronto ad assicurare, in fase di negoziati, impegni di consegne
con la riserva mentale che, una volta ottenuto il necessario credito,
questi possano esser ritardati in conformità alle effettive possibilità di
fornitura, ha dato luogo a un diffuso sospetto e alimenta un perico-
loso pregiudizio nei confronti dell’intero settore produttivo italiano».
Perciò si consigliava di costituire scorte direttamente nei magazzini
statunitensi per eliminare elementi di ritardo e incertezza. Particolare
attenzione doveva essere prestata al rispetto della legge americana sul
marchio d’origine, perché la dimenticanza di questa dicitura avrebbe
causato all’importatore seri inconvenienti e notevole spesa11.

Il piano di sviluppo Vanoni e gli aiuti americani all’Italia

In un discorso tenuto davanti ai rappresentanti della American


Chamber of Commerce a Milano, nel febbraio 1955, il ministro del
Bilancio Ezio Vanoni, contrariamente alle aspettative, non parlò del
piano decennale di sviluppo che portava il suo nome, ma affrontò
la questione del futuro delle relazioni economiche fra Italia e Stati
Uniti. Washington non avrebbe più garantito a lungo aiuti diretti,
ed erano necessarie misure per riequilibrare la bilancia commerciale.
Egli osservò che la partecipazione ai programmi di utilizzazione del
surplus agricolo statunitense e il continuo sviluppo di quelli offshore
contribuivano a tenere elevata la politica di spesa del governo. Parlò
poi del programma di finanziamento della International Bank for
Reconstruction and Development (Ibrd) per la Cassa del Mezzo-
giorno e dei prestiti Ex-Im Bank, i cui fondi egli avrebbe preferito
allocare direttamente alle imprese italiane. Soprattutto, si soffermò

11
  ASC, 39.7/1, Stati Uniti. Circolare alle associazioni territoriali e alle associa-
zioni di categoria, Allegato A, 6 luglio 1955, p. 12.

­­­­­43
sugli investimenti privati, lanciando un messaggio rassicurante per
gli interlocutori d’oltreoceano: per attrarre nuovi investimenti in
Italia si doveva porre mano alla legislazione in vigore, consentendo
agli investitori di esportare i profitti e rimpatriare i capitali senza
limitazioni. Inoltre, erano necessari programmi di cooperazione
tecnologica e joint studies che avrebbero consentito alle imprese di
guadagnare nuovi mercati. In conclusione, Vanoni auspicava quanto
atteso dagli industriali, ossia che Washington riformasse la politica
doganale e semplificasse le procedure d’importazione12.
Dopo la crisi politica del 1953 e l’uscita di scena di De Gasperi,
l’instabilità politica italiana era divenuta motivo ricorrente di perples-
sità e preoccupazione per Washington. L’ambasciatrice Clare Boothe
Luce osservava con insofferenza l’approccio, a suo giudizio troppo
«degasperiano» e poco incisivo, del nuovo presidente del Consiglio
Mario Scelba nella lotta contro il comunismo. Nel febbraio 1954 Scel-
ba era riuscito a dar vita a un esecutivo di coalizione fra democratici
cristiani, liberali e socialdemocratici. Egli era consapevole che la sta-
bilità del suo governo, come già era avvenuto per De Gasperi, dipen-
deva anche dal rapporto che avrebbe stabilito con Washington e dagli
aiuti economici statunitensi. In tal senso si era rivolto a John Foster
Dulles nel corso di un breve colloquio a Milano, il 3 maggio 1954,
ma senza ottenere risultati concreti, poiché l’amministrazione Eisen-
hower mirava a superare la fase degli aiuti a favore di una strategia di
maggiore indipendenza economica e militare dei paesi europei13. Dal
rapporto sull’economia italiana stilato dal country team dell’ambascia-
ta nell’ottobre 1954, e rivisto da Stanley B. Wolff, secondo segretario
e viceconsole nonché esperto del Dipartimento di Stato per gli affa-
ri europei, si rilevava che, nonostante il reddito reale fosse cresciuto
del 40% dal 1948 al 1953, il Pil pro capite era soltanto 1/6 di quello
americano. Eccessivi investimenti nell’industria pesante, alti costi e
prezzi, bassa domanda interna ed estera, eccesso di tassazione indiret-
ta, burocrazia elefantiaca, a giudizio del team estensore del rapporto,
costituivano altrettanti macigni che gravavano sul sistema economico
italiano14. Secondo la Banca d’Italia, il paese aveva un enorme deficit

12
  NARA, RG 59, DOS, CDF, Department of State, 1955-59, b 4809, Minister
Vanoni on Italian-American economic relations, February 16, 1955.
13
  Cfr. M. Del Pero, L’alleato scomodo, cit., pp. 222-223.
14
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Italy economic summary, Amer-
ican embassy, Rome - U.S. Operations Mission to Italy, October 1954.

­­­­­44
nella bilancia delle partite correnti, che si era ridotto soltanto grazie
agli aiuti americani, compresi gli Osp (da 579 milioni di dollari a 339
nel 1952 e da 429 a 196 nel 1953)15.
Il 27-30 marzo 1955 Scelba si recava in visita a Washington16.
Nei colloqui riservati con il presidente Eisenhower e gli esponenti
dell’amministrazione repubblicana, fu affrontata la questione degli
aiuti che gli americani non intendevano più rinnovare, con l’eccezio-
ne delle commesse Osp, della distribuzione del surplus agricolo sta-
tunitense e dei programmi di assistenza tecnica già attivati. Questa
linea politica era un compromesso fra la visione prevalente nel Con-
gresso, contrario a nuove spese in aiuti esteri, e la strategia dell’am-
ministrazione Eisenhower, che intendeva avere alleati in grado di
investire autonomamente nella difesa. In effetti l’assistenza all’Italia
sarebbe continuata sotto forma di prestiti a lungo termine, nonché
per facilitare l’attrazione dei capitali privati statunitensi, ma non più
sotto forma di aiuti allo sviluppo17. E ciò perché gli obiettivi geopo-
litici e le risorse di Washington andavano concentrandosi sui paesi
in via di sviluppo come importante scenario della guerra fredda18.
Scelba e Vanoni avevano visioni discordanti circa il piano decen-
nale per lo sviluppo economico del paese, proposto dal ministro del
Bilancio, che attribuiva alle imprese pubbliche il compito di realizza-
re l’industrializzazione e la crescita del Mezzogiorno19. Durante una
visita di Henry Tasca, il principale consulente economico di Clare
Boothe Luce, a Roma, nel gennaio 1955, Scelba aveva criticato il pia-
no Vanoni come inattuabile. Con il piano ancora al vaglio dell’Oece,
il presidente del Consiglio aveva proposto invece un programma,
da realizzarsi con il sostegno di Washington, che ponesse al centro

15
  Ibid.
16
  Secondo Ortona, da quella visita Scelba portava a casa circa 200 milioni
di dollari complessivi. La trattativa aveva riguardato surplus agricoli, commesse
aeronautiche alla Fiat, commesse offshore, prestito della Banca Internazionale, pre-
stito Import Export Bank, aiuti per refezioni scolastiche. Si veda E. Ortona, Anni
d’America. La diplomazia 1953-1961, cit., pp. 126-127.
17
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Classified appendix to the
economic and financial review for the first quarter of 1955, May 3, 1955.
18
  O.A. Westad, The Global Cold War, Cambridge University Press, Cam-
bridge 2007.
19
  Lo «Schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito in Italia nel decen-
nio 1955-64», elaborato da un gruppo di esperti sotto la direzione di Vanoni, era
sostanzialmente un «manifesto» di politica economica, con stime previsionali di
lungo periodo ma privo di indicazioni precise su obiettivi e strumenti operativi.

­­­­­45
l’impresa privata. Per parte sua Tasca, riferendo alla Luce di quel
colloquio, aveva osservato che «gli Stati Uniti attribuiscono impor-
tanza ai principi del self-help e di incoraggiare con ogni mezzo gli
investimenti esteri in Italia»20. Tasca screditò il piano come prodotto
del «familismo italiano» e «cavallo di Troia» dei comunisti. E ciò
perché il suo principale estensore, Pasquale Saraceno, era cognato di
Vanoni; e i tecnocrati della Svimez, a cui era stato affidato lo studio
per il piano, erano affiliati al Psi di Nenni, alleato ai comunisti (come
Rodolfo Morandi, da poco scomparso, e il direttore generale Ales-
sandro Molinari). Per questo, secondo Tasca, i comunisti non si erano
pronunciati contro il piano né a favore21. La dose veniva rincarata die-
ci giorni dopo dalla stessa ambasciatrice Luce in un dispaccio segreto
al Dipartimento di Stato nel quale, con lo stile drammatizzante che
le era proprio, affermava che «il piano stesso era stato disegnato in
origine da Nenni con in mente proprio questa tattica», ossia di dare
il proprio appoggio al governo che lo avesse adottato.
L’elezione di Gronchi alla presidenza della Repubblica, le dimis-
sioni di Scelba e la «distensione» fra le forze di centro e di sinistra
seguita al summit di Ginevra (18-23 luglio) tra i capi di Stato e di
governo di Usa, Urss, Francia e Gran Bretagna, secondo la Luce
erano altrettante evidenze che si stavano aprendo le porte a un’intesa
per un governo sostenuto dai social-comunisti. L’analisi allarmistica
dell’ambasciatrice era in contrasto con le cautele del Dipartimento
di Stato (dove si era meno propensi a leggere il piano Vanoni tout
court come piano Nenni), ma coincideva con quella di coloro che
nella distensione vedevano un pericolo e vi scorgevano il varco che
avrebbe permesso all’Urss di raggiungere i suoi obiettivi egemonici
in Europa22. Era questa anche l’interpretazione di un esperto cono-
scitore dell’Urss come l’ex ambasciatore a Mosca W. Averell Har-
riman, che nelle manovre e nell’ambiguità di Nenni coglieva non

20
  Tasca fu direttore della U.S. Operations Mission (Usom) to Italy fino al mag-
gio 1956, primo segretario e direttore della Sezione affari economici (fino al genna-
io 1957) e poi consigliere economico e console generale dell’ambasciata americana
a Roma. NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Top secret. For ambassador
Luce and Merchant, January 5, 1955. NARA, RG 59, CDF, DOS 1955-59, Memo-
randum of conversation Segni-Luce, August 9, 1955.
21
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, To Department of State, Wash-
ington, from American embassy, Rome, H.J. Tasca, September 6, 1955.
22
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Secret. U.S. Government posi-
tion on the Vanoni ten year plan. Rome, September 16, 1955.

­­­­­46
un tentativo di autonomia bensì un mascheramento a vantaggio dei
comunisti23.
Il piano Vanoni rifletteva una filosofia interventista e ipotesi di
deficit spending di ispirazione keynesiana che certo non piacevano
all’amministrazione repubblicana. Tuttavia, a comprometterne gli
aspetti di validità agli occhi di Tasca era stato lo stesso capo del
governo Scelba, con la richiesta agli americani di considerare l’Italia
un «problema a sé stante» e di stanziare aiuti per il paese con un
programma speciale24.
La revisione del programma di aiuti comportava, comunque, la
continuazione degli investimenti a supporto delle spese per la difesa
che, dopo la guerra in Corea, avevano progressivamente assunto un
ruolo prioritario nei programmi americani per l’Europa. A beneficia-
re di questi investimenti fu innanzitutto il Sud d’Italia. Nel febbraio
1955 15,5 milioni di dollari di aiuti per la difesa furono destinati a
lavori pubblici e strutture per lo sviluppo del Mezzogiorno. Questi
fondi si sommavano a quelli della Ibrd che, negli ultimi due anni, per
gli interventi della Cassa per il Mezzogiorno aveva stanziato prestiti
per 20 milioni di dollari e si apprestava a finanziarne altri 70 per
opere di irrigazione, impianti elettrici e industriali25.
Il 23 maggio 1955 venne firmato un accordo fra Italia e Stati
Uniti per la vendita delle eccedenze agricole; in esso si stabiliva di
utilizzare i ricavi sia per lo sviluppo economico dell’Italia, sia per
finanziare e fornire assistenza a «terzi paesi amici»26. La richiesta
che, oltre alle grandi imprese, anche le medie aziende potessero be-
neficiare dei prestiti e degli investimenti americani fu illustrata dal
ministro Vanoni in diverse occasioni agli esponenti dell’amministra-
zione americana, i quali sembravano trarre da queste dichiarazioni
qualche motivo di rassicurazione sull’ispirazione liberale dei princi-
pali elementi del piano27.

23
  L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, Laterza, Roma-Bari 1999, pp.
41-42.
24
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Top secret. For ambassador
Luce and Merchant, January 5, 1955.
25
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Classified appendix to the
economic and financial review for the first quarter of 1955, May 3, 1955.
26
  ASD-MAE, DGAP, 1956, b 441, Accordo sulla vendita delle eccedenze
agricole, 23 maggio 1955.
27
  ASD-MAE, DGAP, 1955, b 370, Lettera di Cattani a Brosio, Roma, 18 giu-
gno 1955.

­­­­­47
Ma gli intralci reali al piano vennero dall’interno del governo, an-
che se il giudizio di merito da parte americana era negativo. Come
risulta da un rapporto del novembre 1955 preparato congiuntamente
dalla sezione economica dell’ambasciata di Roma e dall’Usom, il piano
«nella sua forma presente» era ritenuto dagli americani «innocuo ed
economicamente inconsistente»28. Peraltro l’Oece ne aveva approvato
le linee generali e ne seguiva l’evoluzione, anche in vista di una propria
eventuale partecipazione al suo sviluppo. Tanto Confindustria che i
sindacati liberi avevano confermato il loro sostegno, pur con i dovuti
distinguo a tutela dei rispettivi interessi. Quanto ai comunisti, dopo
averlo rigettato come una manovra della destra, avevano trovato che
avesse molti aspetti buoni. I più convinti della sua adozione erano i
socialisti. Nondimeno i contrasti, tutti interni alla politica italiana, sor-
sero sui modi di attuazione. Così il piano non fu mai attivato. Intanto,
secondo gli osservatori americani, la rapida crescita dell’economia nel
1955 aveva realizzato molti degli obiettivi previsti dagli autori del pia-
no. E ciò era avvenuto senza gli aiuti e l’assistenza diretta americana.
Ma l’Italia avrebbe dovuto ugualmente mettere in atto alcune misure
previste da Vanoni, o una versione ridotta del piano, nel 1956. Altri-
menti avrebbe disperso il capitale di notevole interesse suscitato tanto
nell’ambito Oece quanto, in specie, nella Germania occidentale29.
Il 7 febbraio 1956, nel quadro degli obiettivi del piano Vanoni,
veniva varata la legge n. 43 sugli investimenti esteri in Italia, che as-
segnava al capitale straniero un ruolo determinante per lo sviluppo
del paese. Si trattava di disposizioni attese perché liberalizzavano il
trasferimento all’estero di utili, dividendi e capitali assecondando
il flusso crescente di investimenti esteri diretti in Italia, che si era
intensificato a partire dal 1954-195530.

Tutte le strade portano al Partito comunista

Forme e modi della presenza americana in Italia seguivano l’evolu-


zione di tre questioni principali: lo sviluppo della lotta al comuni-

28
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Economic and financial review
for the third quarter of 1955, November 9, 1955.
29
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Economic and financial review
for the fourth quarter of 1955, February 15, 1956.
30
  Cfr. L. Segreto, Gli investimenti americani in Italia 1945-1963, cit. Vanoni
morì il 16 febbraio.

­­­­­48
smo, i programmi di aiuto economico e militare, la controversia sul
petrolio. In realtà, nella visione dell’ambasciata americana a Roma,
si trattava di affrontare lo stesso problema, quello della presenza
comunista, percorrendo strade diverse31.
I finanziamenti provenienti al Pci dal commercio con il blocco
sovietico venivano stimati prudenzialmente dalla Sezione affari eco-
nomici dell’ambasciata americana a Roma in circa 7 milioni di dollari
annui. Controlli più stretti sul commercio con l’Est avrebbero perciò
ridotto anche i flussi finanziari al Partito comunista. Per questo, nel
gennaio 1955 il governo italiano aveva deciso di diminuire il nume-
ro dei beni che, sino ad allora, era stato consentito importare dal
blocco comunista senza licenza. Vennero sottoposti così a restrizioni
e controlli anche beni di prima necessità, come uova e lana, le cui
importazioni avvenivano tramite imprese di orientamento politico
comunista. Gli scambi con la Germania dell’Est e la Cina erano stati
affidati al controllo dell’agenzia governativa Arar-Spei (Azienda di
rilievo alienazione residuati e Società per esportazione e importazio-
ne) nel 1954. L’ente, che si occupava fra l’altro di gestire gli acquisti
di macchinari per le piccole e medie imprese (Pmi), sovrintendeva
alle «operazioni di compensazione globale con Cina e Germania
orientale»32. Con queste iniziative, secondo un rapporto preparato
dal country team dell’ambasciata, il governo Scelba dimostrava alme-
no di avere una reale intenzione di ridurre le attività e i finanziamenti
al Partito comunista nel commercio Est-Ovest33.
Dal 1944 al 1954 gli Stati Uniti avevano stanziato quasi 5 miliar-
di di dollari a favore dell’Italia per la ricostruzione dell’economia e
per la difesa. Tuttavia l’afflusso di investimenti esteri diretti ameri-
cani restava modesto. Tra il 1952 e il 1953 i funzionari della Msa di
Roma avevano stilato diversi rapporti sui motivi che impedivano lo
sviluppo degli investimenti esteri. Un mercato ristretto, specchio del
basso potere d’acquisto pro capite, dominato da monopoli e oligopoli

31
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Classified appendix to the
economic and financial review for the first quarter of 1955, May 3, 1955.
32
  Senato della Repubblica, II Legislatura, V Commissione Finanze e Tesoro,
20 novembre 1957. NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Classified appen-
dix to the economic and financial review for the first quarter of 1955, May 3, 1955.
33
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Classified appendix to the
economic and financial review for the fourth quarter of 1954, February 8, 1955;
NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Classified appendix to the economic
and financial review for the first quarter of 1955, May 3, 1955.

­­­­­49
pubblici e privati – questi ultimi in mano a poche grandi famiglie –,
con i settori più all’avanguardia in campo tecnologico (fibre artificia-
li, chimica, gomma, energia elettrica, larghi comparti dell’industria
meccanica) che erano anche quelli con il più elevato livello di con-
centrazione. Tutti questi elementi strutturali, ai quali si aggiungevano
di volta in volta le vicende congiunturali, erano altrettanti freni allo
sviluppo e barriere agli investimenti statunitensi ed esteri nel paese34.
Per quel che riguardava la questione petrolifera, da parte america-
na si cercava di capire come e con quali garanzie la legge sulla ricerca
e lo sfruttamento delle risorse petrolifere, in preparazione presso la
X Commissione della Camera, avrebbe consentito alle compagnie
straniere di operare sul territorio italiano. Le grandi multinazionali
americane (Esso, Mobil, Gulf, Chevron, Amoco), insieme con quelle
europee (BP, Shell, Petrofina), avevano una presenza schiacciante
nel comparto della raffinazione e distribuzione petrolifera. La nuo-
va legge doveva sostituire quella sull’attività mineraria ed estrattiva
del 1927, giudicata inadeguata ad assicurare i diritti di concessione
per lo sfruttamento produttivo delle risorse minerarie. Nel febbraio
1950 il governo regionale siciliano aveva varato una legge favorevole
agli investimenti privati e una compagnia americana, la Gulf, aveva
per prima scoperto il petrolio a Ragusa. Dopo la creazione dell’Eni,
nel 1953, la vicenda si era complicata perché alcuni gruppi politici,
giudicati dagli americani «dipendenti dai finanziamenti dell’Eni» e
della sinistra social-comunista, avevano avviato una campagna contro
la partecipazione delle compagnie petrolifere straniere allo sviluppo
di questo settore in Italia. La contrapposizione si inasprì, motivando
anche l’intervento di Luigi Sturzo, che accusò l’Eni e le forze politi-
che allineate alla sua politica di essere alleati dei comunisti. Sturzo,
dopo il ritorno dall’esilio americano, nel 1945, e la nomina a senatore
a vita da parte del presidente della Repubblica Luigi Einaudi, nel
1952, era in prima fila nella campagna per la cooperazione italo-
americana nello sviluppo della ricerca petrolifera in Italia e contrario
alla creazione di un monopolio petrolifero nazionale35. All’interno
della stessa maggioranza di governo sorsero forti contrasti fra la Dc,
determinata ad ampliare il potere regolatorio dello Stato, e i partiti
minori (Pli e Psdi), schierati a favore di un indirizzo relativamente

  L. Segreto, Gli investimenti americani in Italia 1945-1963, cit., pp. 273-316.


34

  A. Tarchiani, Tormenti di un ambasciatore, cit., p. 326.


35

­­­­­50
liberista36. La questione della legge sugli idrocarburi restò sul tavolo
per diverso tempo. Essa fu al primo posto nel colloquio riservato fra
il nuovo presidente del Consiglio Antonio Segni e l’ambasciatrice
Luce, il 9 agosto 1955. Per accelerarne la soluzione Segni nominò
una commissione di esperti da inviare negli Stati Uniti e in Canada
per studiare le normative locali, e sbloccare la situazione in vista
di nuovi investimenti esteri privati37. La legge sugli idrocarburi ap-
provata due anni dopo, nel 1957, confermava invece il monopolio
dell’Eni su ricerca ed estrazione degli idrocarburi nella pianura pa-
dana; e rafforzava enormemente la posizione dell’industria pubblica,
conferendole il virtuale monopolio del metano in Italia.
L’ambasciata americana era comunque soddisfatta per gli ulti-
mi successi nella lotta al comunismo ottenuti alla Fiat. Nel marzo
1955 le elezioni per le commissioni interne avevano dato risultati
che, in un rapporto congiunto dell’ambasciata e dell’Usom, erano
giudicati sorprendenti oltre ogni più ottimistica previsione: la Cgil
stava ormai perdendo forza e prestigio. Si attribuiva il risultato a
un cambiamento di atteggiamento da parte del management, che
aveva infine esercitato le dovute «pressioni» sulla base operaia38. La
sconfitta dei comunisti alla Fiat, secondo gli estensori del rapporto,
accresceva le probabilità di successo per la visita del premier Scelba
a Washington, liberando dai vincoli i contratti per l’assemblaggio
e la produzione degli aerei F86K, destinati alla Fiat, e rilanciava il
prestigio dei sindacati liberi.
Altrettanto soddisfacente appariva la situazione nelle campagne.
I comunisti, secondo il rapporto, non avevano mai avuto molte chan-
ce nelle elezioni di marzo per il rinnovo del consiglio della Coltivato-
ri diretti, che associava circa 2 milioni di piccoli proprietari agricoli.
Si trattava di contadini generalmente di tendenza conservatrice, e in
larga maggioranza legati al deputato democristiano Bonomi39. Que-

36
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Classified appendix to the
economic and financial review for the first quarter of 1955, May 3, 1955.
37
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Secret. Memorandum of con-
versation Segni-Luce, August 9, 1955.
38
  Sulle misure prese da Valletta per «purgare gli ambienti Fiat dagli elementi
indesiderabili» e sulla propaganda anticomunista si veda V. Castronovo, Fiat, cit.,
pp. 910-912.
39
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Classified appendix to the eco-
nomic and financial review for the first quarter of 1955, May 3, 1955. Il rapporto
era stato preparato congiuntamente dalla Sezione economica dell’ambasciata di

­­­­­51
sti controllava infatti la Federazione dei consorzi agrari, che aveva
«virtualmente il monopolio sulla vendita di semi e fertilizzanti agli
agricoltori e sull’acquisto di olio e vino da loro» ed era pertanto in
grado di esercitare una potente moral suasion. Poiché gli americani,
nella loro rappresentazione della realtà italiana, davano per scontato
che gli agricoltori di inclinazioni politiche conservatrici badassero
innanzitutto al loro tornaconto, non avevano mai dubitato che i col-
tivatori diretti potessero votare per una lista comunista40.
Il 3 maggio W. Park Armstrong, special assistant per l’Intelli-
gence, inviò al Dipartimento di Stato un memorandum segreto
sulle prospettive dello sviluppo economico italiano. Le previsioni
dell’analista americano contenevano elementi di novità rispetto ai
precedenti rapporti: traspariva ora un nuovo atteggiamento di fidu-
cia che segnava una discontinuità rispetto al tradizionale pensiero
pessimistico sulla povertà del paese. Ma tutto ruotava intorno agli
aiuti americani, che dovevano favorire una leadership competente e
sicura di sé, in grado di ridurre la forza politica del Pci e assicurare
lo sviluppo chiamando a raccolta le forze economiche. L’opinione
pubblica conservatrice temeva i programmi di austerità e l’eccessivo
intervento dello Stato: se le forze democratiche avessero fallito nel
ridurre la disoccupazione, i comunisti sarebbe stati inevitabilmente
favoriti alle successive elezioni politiche del 195841.
Il nesso fra concessione di Osp e lotta al comunismo, visto da Wa-
shington, era tutt’altro che scontato42. Nonostante i successi menzio-
nati nel rapporto di Armstrong, e benché le elezioni dei consigli aves-
sero portato ad una clamorosa affermazione dei sindacati liberi43, gli
Osp per l’anno fiscale 1955, a motivo dell’opposizione del Congresso,
erano diminuiti marcatamente rispetto ai tre anni precedenti. In Italia,
nell’estate 1955, vi erano centinaia di aziende impegnate nell’industria
bellica ed elettronica che, senza le commesse americane, rischiavano

Roma e dall’Usom, sotto la direzione di Francis Deak, vicedirettore per gli Affari
economici.
40
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Classified appendix to the
economic and financial review for the first quarter of 1955, May 3, 1955.
41
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Secret. Memorandum, The
prospect for Italian economic development, May 3, 1955.
42
  Sul nesso Osp-lotta al comunismo cfr. M. Del Pero, L’alleato scomodo, cit.
43
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Memorandum from Freeman
to the ambassador, Rome, June 3, 1955. Secondo i dati dell’ambasciata americana
a Roma, su 280 aziende la Cgil aveva circa il 50%, la Cisl il 38% e la Uil l’8,5%.

­­­­­52
licenziamenti di massa44. Il che, visto da Roma, era tanto più incom-
prensibile, considerato che tali commesse sarebbero state finanziate in
partnership dal governo italiano ed erano parte di programmi d’intesa
con altri governi nell’ambito della Nato.
Le prospettive di ridimensionamento della presenza comunista
nelle fabbriche, secondo un rapporto della Sezione per gli Affari
economici dell’ambasciata stilato nell’estate, apparivano comunque
incoraggianti. Infatti, le grandi imprese come Fiat e Montecatini
erano ormai giunte alla conclusione che i sindacati liberi potessero
essere accettati come «limited working partner». L’atteggiamento
paternalistico era ancora radicato, ma queste importanti industrie
avevano realizzato che i tempi stavano cambiando. Anche i mana-
ger delle imprese pubbliche, come Finmeccanica, sembravano aver
infine compreso che il controllo della Cgil pregiudicava il funziona-
mento dei loro stabilimenti. Pertanto gli americani seguivano con
attenzione l’operato della Cisl, che stava creando e legittimando la
propria organizzazione nonché formando attivisti competenti45.
Il progressivo sbriciolamento del sindacato comunista era atte-
stato dai rapporti che l’ambasciata inviava settimanalmente a Wa-
shington nel 1957. Nelle elezioni alla Fiat la Cisl aveva raccolto per la
prima volta l’assoluta maggioranza di voti, mentre la Uil si collocava
come seconda forza fra i lavoratori. Insieme i due sindacati aveva-
no ottenuto circa l’80% dei voti nelle fabbriche del gruppo46. Ma
questi risultati, secondo gli estensori del rapporto, non dovevano
far sottovalutare la Cgil, che aveva raccolto migliaia di voti e il cui
apparato organizzativo era ancora forte a Mirafiori e alle Ferriere47.

L’Italia, un modello di valenza mondiale o locale?

Una delle anomalie italiane che suscitava più preoccupazione a Wa-


shington era l’industria di Stato. L’amministrazione americana non

44
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Memorandum from Freeman
to minister Durbrow, July 28, 1955.
45
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Classified appendix to the
economic and financial review for the second quarter of 1955, July 29, 1955.
46
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Weekly economic review no.
15, April 11, 1957.
47
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Weekly economic review no.
26, July 5, 1957.

­­­­­53
aveva cambiato atteggiamento nella professione delle idee liberiste
circa l’intervento dello Stato in economia. Le ideologie formano i
costrutti mentali che gli individui usano per interpretare il mondo
attorno a loro e compiere le scelte48; e convenzioni e codici di com-
portamento collettivo giocano un ruolo rilevante nel determinare
proprio quanto le idee e le ideologie contano49.
L’11 maggio 1955 il presidente della Repubblica Giovanni Gron-
chi, nel messaggio alle Camere riunite per la cerimonia di insedia-
mento, ringraziò «con sincera gratitudine» gli americani per la «so-
lidarietà concreta» offerta all’Italia per «superare il travaglio della
nostra economia». Il presidente parlò poi del ruolo che l’industria di
Stato aveva assunto nell’economia italiana, affermando che, a motivo
della presenza delle aziende Iri in tanti settori dell’attività finanziaria
e industriale, il capitale pubblico sarebbe stato orientato a sperimen-
tare «una collaborazione razionale dei fattori di produzione»50.
L’elevato grado d’intervento e la pervasività dello Stato nel
campo economico erano elementi che dissuadevano gli investitori
d’oltreoceano dal fare operazioni nel nostro paese. L’Iri era infatti
incorporato con il settore privato e i suoi rappresentanti presenti in
Confindustria. Gli statalisti ne sostenevano il ritiro come primo pas-
so per la riforma dell’Istituto, appoggiati dalla Cisl di Pastore, con la
speranza che le aziende pubbliche potessero divenire un campo per
sperimentare nuove, avanzate politiche del lavoro. La Sezione eco-
nomica dell’ambasciata si aspettava che la questione della riforma
dell’Iri sarebbe finita presto al centro di una nuova tempesta politi-
ca51. Ma parimenti che, da parte di Confindustria e delle imprese pri-
vate, si combattesse contro questo piano e l’accresciuto statalismo52.

48
  D.C. North, Institutions, Institutional Change and Economic Performance,
cit., p. 111.
49
  Charles S. Maier, riflettendo sui «conti e racconti» dell’Italia nell’ultimo
mezzo secolo, osserva che forse bisogna «interpretare l’economia italiana non tanto
come una semplice vicenda nazionale, ma come un modello di trasformazione con
valenza mondiale» (Conti e racconti dal dopoguerra ad oggi, in Storia economica
d’Italia, vol. I, Interpretazioni, a cura di P. Ciocca e G. Toniolo, Laterza, Roma-Bari
1999, p. 264).
50
  Camera dei deputati, Senato della Repubblica, II Legislatura, Seduta co-
mune di mercoledì 11 maggio 1955, Giuramento e messaggio del presidente della
Repubblica.
51
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Economic and financial review
for the third quarter of 1955, November 9, 1955.
52
  Ibid.

­­­­­54
Poche misure economiche fra quelle messe in agenda dalle auto-
rità legislative apparivano agli americani più rilevanti della proposta
di legge che doveva regolare «the government in business». L’inter-
vento dello Stato attraverso enti e istituti pubblici era uno dei tratti
di quel peculiare «compromesso straordinario» fra ideologie e inte-
ressi diversi che si era affermato in Italia dalla ricostruzione53. Secon-
do la Sezione economica dell’ambasciata, sino ad allora l’Iri aveva
potuto comportarsi come un’impresa privata, ma questa capacità era
messa seriamente in pericolo dalla proposta di legge per l’istituzione
del ministero delle Partecipazioni statali. Infatti, l’intento dei politici
che proponevano la separazione dell’industria pubblica da quella
privata era di fare dell’Iri un ente responsabile per un’interpreta-
zione sociale della sua funzione economica e promuovere nuove re-
lazioni industriali, in accordo con la proposta elaborata dalla Cisl.
Si voleva così dare all’impresa pubblica una funzione di indirizzo
generale dell’economia, alla quale si opponeva il repubblicano La
Malfa, ma che traeva impulso da larghi settori della Dc intenzionati
a costruire un neo-capitalismo pubblico e a dare forma permanente
all’intervento dello Stato54.
L’istituzione del ministero delle Partecipazioni statali, nel di-
cembre 1956, seguì di pochi giorni le dimissioni dell’ambasciatrice
Luce. Si poteva pensare che l’allontanamento fosse legato a queste
scelte politiche, che erano in contrasto con i suoi orientamenti nei
confronti dell’intervento pubblico. Invece, in una lettera personale
al presidente Eisenhower, la Luce affermava che in nessuna parte
del mondo gli Stati Uniti avevano un alleato più leale e volenteroso
dell’Italia: un’osservazione, questa, che metteva in risalto il lavoro da
lei compiuto per l’alleanza occidentale55.
Un altro canale attraverso il quale si sarebbe definito il rapporto
fra Stato e comunità degli affari era la normativa per il controllo dei
monopoli. Dai comunisti ai liberali, passando per l’intero spettro
politico, i partiti italiani appoggiavano, almeno a parole, la soluzio-

53
  F. Barca (a cura di), Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra a oggi,
Donzelli, Roma 1997.
54
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Economic and financial review
for the fourth quarter of 1955, February 15, 1956. Cfr. F. Barca, S. Trento, La para-
bola delle partecipazioni statali: una missione tradita, in F. Barca (a cura di), Storia
del capitalismo italiano, cit., pp. 209-220.
55
  Cfr. «Il Quotidiano», 19 dicembre 1956.

­­­­­55
ne di una legislazione antimonopolistica. Tuttavia, l’Usom e lo staff
economico dell’ambasciata osservavano che, all’esterno dei partiti,
vi era una diffusa confusione su che cosa fosse un monopolio e sui
modi per controllarne l’attività. Perciò essi erano pessimisti sull’ipo-
tesi di una rapida soluzione politica56.
Al centro del dibattito politico c’erano il sistema telefonico locale
(essendo quello a lunga distanza gestito direttamente dallo Stato),
controllato da un gruppo di compagnie private la cui concessione
venticinquennale stava per scadere, e l’industria elettrica. Per en-
trambi la sinistra chiedeva il passaggio allo Stato, ed era sostenuta in
ciò anche da settori del centro contrari ai monopoli privati.
Agli occhi degli americani, tuttavia, appariva chiaro che il prin-
cipale obiettivo della sinistra era un altro, ossia impedire la parteci-
pazione degli interessi privati allo sviluppo dell’industria petrolifera
e del comparto nucleare. Nel primo caso l’obiettivo era stato già
quasi raggiunto (se fosse passato l’emendamento di legge allora in
discussione al Parlamento), nonostante alcune figure di primo piano
della Democrazia cristiana avessero espresso un orientamento più
liberista in merito, mentre la sinistra aveva avviato una campagna
per il monopolio statale dell’energia nucleare.
«L’industria italiana e la comunità degli affari non possono, na-
turalmente, mantenersi indipendenti dalla regolazione del gover-
no o dal controllo. È un caso sfortunato, comunque, per l’impresa
privata italiana che tutte queste questioni riguardanti il rapporto
fra Stato e business community debbano venire a conclusione in
un momento in cui il governo sembra avere un orientamento che
è più di centro-sinistra che in altre direzioni»57. Nel luglio 1957 il
Senato convertì in legge il decreto che poneva sotto il controllo
dello Stato le ultime due società telefoniche private. L’intenzione
del secondo governo Fanfani, entrato in carica il 1° luglio 1958, di
nazionalizzare la produzione e la distribuzione di energia elettrica,
secondo un rapporto economico americano, appariva chiara dopo il
discorso di insediamento pronunciato dal presidente del Consiglio,
soltanto i tempi erano incerti. D’altra parte, Fanfani era ritenuto un
ambizioso uomo d’azione, molto serio rispetto al suo programma

56
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Weekly economic review no.
28, July 11, 1958.
57
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Economic and financial review
for the fourth quarter of 1955, February 15, 1956.

­­­­­56
sociale. E l’intenzione di «integrare» attraverso le imprese pubbli-
che le insufficienze di quelle private doveva costituire un preciso
avviso per queste industrie58.
Il dibattito per la ratifica dei trattati di Roma istitutivi del Merca-
to comune e dell’Euratom, che si era svolto alla Camera dei deputati
nel luglio 1957, era stato seguito con molta attenzione dall’ambascia-
ta americana. La disputa interna al Partito socialista, con la decisione
finale di votare per l’Euratom e di astenersi sul Mercato comune, che
lasciava i comunisti, contrari a entrambi, per la prima volta del tutto
isolati su una questione così rilevante, veniva annotata con soddisfa-
zione in un rapporto sull’Italia. Tanto più che il comitato esecutivo
della Cgil aveva preso una risoluzione che, in sostanza, faceva propri
gli argomenti del Psi. D’altra parte, Riccardo Lombardi, al quale
si attribuiva la stesura del documento socialista, aveva evidenziato
che il Mercato comune era un progresso economico positivo e del
tutto distinto dalla Ced (Comunità europea di difesa), alla quale il
Psi si era opposto, anche se vi erano perplessità circa un modello
di sviluppo incentrato sull’impresa privata59. Il 30 luglio la Camera
approvava i trattati del Mec e dell’Euratom con il voto contrario del
Pci e l’astensione del Psi.
Il governo di Roma aveva considerato l’integrazione economica
europea come l’obiettivo più ambizioso. Sebbene fosse preoccupato
per la relativa debolezza economica dell’Italia rispetto agli altri paesi,
che ne condizionava anche il peso politico, il rilancio dell’Europa era
strategico per la posizione internazionale del paese e il suo svilup-
po60. Il governo si concentrò perciò su precisi interessi economici,
come i vantaggi derivanti dall’energia nucleare per un paese povero
di risorse combustibili, ma scientificamente all’avanguardia in que-
sto campo; o gli effetti positivi che l’apertura dei mercati avrebbe
avuto su produzione, lavoro e investimenti. Il coinvolgimento nei
negoziati che portarono alla nascita delle due istituzioni consentì
all’Italia di offrire nuove prove di lealtà alle strategie dell’ammini-

58
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Weekly economic review no.
28, July 11, 1958.
59
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Weekly economic review no.
26, July 5, 1957.
60
  A. Varsori, Italy’s Policy Towards European Integration (1947-58), in Italy in
the Cold War. Politics, Culture & Society 1948-58, a cura di C. Duggan e C. Wagstaff,
Berg, Oxford 1995, pp. 47-66.

­­­­­57
strazione americana. E ciò, con la posizione presa durante la crisi di
Suez, aiutò a rafforzare i legami fra Roma e Washington61.
All’inizio di gennaio del 1958, dopo l’incontro dei Sei a Parigi,
gli analisti dell’ambasciata osservavano che il dibattito politico si
era concentrato sulle prospettive dell’Italia nel Mec. All’ottimismo
dell’entourage governativo si contrapponeva il pessimismo catastro-
fico dell’estrema sinistra. In generale, l’impressione era che l’Italia
fosse uscita bene dalla distribuzione delle cariche, in particolare con
Campilli alla presidenza dell’Investment Bank e Malvestiti alla vice-
presidenza dell’Euratom62.
Intanto l’Eni aveva annunciato di aver raggiunto un accordo con
l’UK Atomic Energy Authority per la costruzione in Italia di un reat-
tore Calder Hall. La Ukaea avrebbe fornito l’assistenza tecnica, men-
tre Agip nucleare aveva in corso trattative con altre quattro imprese
del Regno Unito. Un secondo accordo era stato raggiunto fra la Si-
mea (Società italiana meridionale per l’energia atomica, posseduta al
75% da Eni e al 25% da Iri) e la Vitro Corporation of America, che
avrebbe messo a disposizione i servizi di ingegneria per la costruzio-
ne del reattore. Entrambi i progetti erano destinati allo sviluppo del
Mezzogiorno con le centrali di Garigliano e Latina. Sebbene Mattei
fosse, a giudizio degli americani, in linea di principio contrario a di-
pendere dagli Stati Uniti per il combustibile arricchito per i reattori,
anche a motivo dell’attrattiva economica dell’offerta inglese, il pro-
getto Simea prevedeva un reattore americano (Simea aveva negozia-
to con Westinghouse, Babcock e Wilcox) e l’azienda aveva richiesto
il combustibile in base al Bilateral Power Agreement63.
L’accordo con gli inglesi fu firmato dal governo italiano il 28
dicembre 1957 a Roma. Nel quadro di una più ampia collabora-
zione fra i due paesi nel campo della ricerca nucleare si prevedeva
un contatto diretto fra le industrie per la produzione e la fornitura
di reattori, nonché l’assistenza tecnica britannica. Il team econo-
mico dell’ambasciata rilevava che la stampa italiana aveva apprez-

61
  Cfr. E. Di Nolfo, Italia e Stati Uniti: un’alleanza diseguale, in «Storia delle
relazioni internazionali», a. VI, n. 1, 1990, pp. 3-27, citato da A. Varsori, Italy’s
Policy, cit., p. 66.
62
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Weekly economic review no.
2, January 10, 1958.
63
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Weekly economic review no.
31, August 1, 1957.

­­­­­58
zato l’intesa perché essa rendeva il paese meno dipendente dagli
Stati Uniti per il combustibile necessario ai suoi reattori. In effetti,
i reattori Calder Hall si basavano sull’utilizzo dell’uranio naturale
invece di quello arricchito richiesto dai reattori statunitensi e che
poteva essere fornito solo dagli Stati Uniti64. Nel settembre 1959 l’Iri
sottoscrisse un prestito con la Banca mondiale a favore della Cassa
per il Mezzogiorno attraverso il cui fondo si intendeva far passare il
finanziamento per la realizzazione del reattore nucleare della Senn
(Società elettronucleare nazionale), che fu costruito dall’americana
General Electric65.

64
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Weekly economic review no.
1, January 3, 1958.
65
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4811, Memorandum of conversation,
September 18, 1959.
Capitolo III
L’antagonismo Est-Ovest

La guerra fredda economica

I rapporti fra Italia e Stati Uniti erano stati condizionati dalle vicen-
de della guerra fredda. L’idea di attivare un embargo strategico in
tempo di pace, ossia di ricorrere a uno strumento di pressione che
era stato utilizzato soprattutto in tempo di guerra, si era sviluppa-
ta all’inizio della guerra fredda1. L’antagonismo ideologico fra Est
e Ovest e la minaccia di armi che potevano provocare lo stermi-

1
  I concetti di guerra economica, guerra fredda economica ed embargo strate-
gico sono sottilmente distinti, e vi può essere opacità nel loro uso come in quello
del concetto di sanzioni. La guerra economica, come un aspetto della guerra tout
court, implica la conquista dell’avversario. Questo traccia una distinzione precisa
fra la guerra economica, che è uno strumento usato insieme ad attacchi militari, e
l’embargo strategico e le politiche come quelle condotte dagli Usa contro i paesi
comunisti dopo la seconda guerra mondiale. Sono tali mezzi economici e finanziari
di restrizione, pressione ed esclusione che si chiamano guerra fredda economica.
Sia la guerra economica in tempo di guerra, sia la guerra fredda economica in
tempo di pace mirano a indebolire, a causare il collasso o la sconfitta dello Stato
preso di mira, con l’obiettivo finale di cambiarne il regime politico. La differenza
è nell’intensità con cui questi obiettivi vengono perseguiti e negli strumenti usati
per raggiungerli. In tempo di guerra si cerca la sconfitta di un nemico; in tempo
di pace la guerra fredda economica può avere – ma non necessariamente deve
avere – l’ambizione di sconfiggere un regime senza ricorrere a una esplicita azione
militare. Quanto al concetto di bene strategico, la ricerca empirica da me condotta
dimostra che «niente può essere escluso a priori» dall’essere un bene di valore
strategico. Cfr. A. Dobson, Some Thoughts about Concepts and Explanation, in Est-
West Trade and the Cold War, a cura di J. Eloranta e J. Ojala, Jyväskylä University

­­­­­60
nio di massa avevano creato le condizioni per la guerra economica.
Gli Stati Uniti pensavano infatti che sarebbe stato prudente porre
l’embargo sulle esportazioni di prodotti contenenti tecnologie che
potevano rafforzare la capacità militare sovietica, su alcune materie
prime e su altre risorse scarse. Pertanto nel 1949 era stato approvato
l’Export Control Act – rimasto in vigore sino al 1969 – che consentiva
al Dipartimento del Commercio americano di concedere o rifiutare
le licenze di esportazione2.
Gli americani usavano il loro potere di concessione degli aiuti
economici e militari per convincere gli alleati a seguirli su questa
strada: tanto più in seguito al blocco sovietico di Berlino. Dopo l’av-
vio del piano Marshall e l’istituzione della Nato quale sistema di
difesa comune, nel novembre 1949 aveva cominciato a operare il
CoCom (Coordinating Committee for Multilateral Export Controls)
per il controllo del commercio di beni strategici, che a sua volta com-
pilò una lista di prodotti sottoposti a controllo quantitativo e un’altra
di beni da tenere sotto sorveglianza. Aderirono al CoCom gli alleati
della Nato, con l’eccezione dell’Islanda, e il Giappone. Nel 1952 il
CoCom era stato affiancato dal ChinCom (China Commettee) per
l’export verso la Repubblica popolare cinese.

La Cina comunista

L’interscambio con la Cina, nel 1950, per l’Italia valeva il doppio di


quanto contasse per la Francia, 1/3 più della Svizzera e del Canada,
più della Germania dell’Est; ma il suo volume era 1/7 di quello della
Gran Bretagna e 1/23 di quello degli Usa. L’Italia esportava molto più
(9,04 milioni di dollari) di quanto importava (1,36 milioni di dollari).
Con l’irrompere della guerra di Corea e le sanzioni economiche volu-
te da Washington lo scenario mutò e, dal 1953, le ragioni di scambio
si rovesciarono gradualmente e stabilmente a favore della Cina3.

Printing House, Jyväskylä 2005, pp. 40-44, al quale si rimanda anche per la vasta
bibliografia sull’argomento.
2
  L’Export Control Act era stato approvato per la prima volta nel 1940, e aveva
subìto successive modifiche. J. McGlade, CoCom and the Containment of Western
Trade and Relations, in Est-West Trade and the Cold War, cit., pp. 47-62.
3
  Shu Guang Zhang, Economic Cold War: America’s Embargo Against China
and the Sino-Soviet Alliance, 1949-1963, Stanford University Press, Redwood City
(Cal.) 2001, Appendix, pp. 279-286.

­­­­­61
L’influenza americana sulla Cina era cresciuta nell’ultimo seco-
lo. Nel periodo post-bellico gli Usa ne erano divenuti il principale
partner economico, fornendo dal 48% al 57% dell’import cinese e
acquisendo dal 20% al 38% dell’export nel 1946-1948. L’impegno
statunitense per una Cina forte, unita e amica era stato condotto
dal generale George C. Marshall, che con la carica di ambasciatore
continuò la sua missione di pace sino alla fine del 1946. La guerra
civile fra nazionalisti e comunisti aveva determinato Washington a
porre un embargo sull’invio di armi alla Cina, nel luglio 1946, che
tuttavia venne tolto dopo un anno perché i nazionalisti non restas-
sero a corto d’armi.
In questo quadro, anche l’Italia venne chiamata a fare la sua parte.
In particolare, si trattava di collaborare con l’industria americana per
forniture commerciali e costruzione di navi destinate alla Cina nazio-
nalista. Nel 1946 il Sino-American Council of Commerce & Industry,
Inc. aveva elaborato un ampio intervento di industrializzazione del
paese. Sulla base degli studi della Foreign Economic Administration,
e con l’aiuto degli esperti del governo cinese a Washington e dei tec-
nici delle principali industrie di Chungking, era stato predisposto un
vasto programma di intervento economico. Gli investimenti erano
concentrati per area geografica e settori di attività: export di manufat-
ti tradizionali cinesi, assetto delle zone costiere, sviluppo simultaneo
dei centri industriali nella Cina settentrionale, centrale e meridionale,
conversione dell’industria bellica in Manciuria, regolazione del corso
dei fiumi, produzione di energia idroelettrica, sviluppo dell’irrigazio-
ne secondo il modello della Tennessee Valley Authority4.
Le aziende italiane, che avevano già contribuito a realizzare im-
portanti progetti per la produzione industriale negli anni Trenta, in
particolare nel comparto degli aerei da combattimento, furono coin-
volte nel piano di industrializzazione attraverso la Società Ercole
Marelli e, in collaborazione con l’industria americana, per forniture
tramite la ditta Hunt & Co. di New York, corrispondente e filiale
della compagnia William Hunt & Co. di Hong Kong. Ma il program-
ma fu interrotto, e i rapporti italo-cinesi sarebbero ripresi soltanto
con la fine della guerra di Corea.
Il progetto di industrializzazione della Cina era stato bloccato
dal successo della strategia di Mao Zedong contro il Guomindang

4
  ASBI, Banca d’Italia, Segreteria particolare, pratt. 449, fasc. 3, Iri.

­­­­­62
che, nel 1949, aveva posto il paese nelle mani del Partito comunista.
Washington non la prese bene: era una enorme perdita di potere e
di prestigio. Ciò determinò prima il non riconoscimento della Cina
comunista e la sua esclusione dalle Nazioni Unite, poi la messa in
atto di una serie di sanzioni economiche che iniziò con un parziale
controllo degli scambi, secondo la formula proposta da Acheson,
e finì con un embargo economico totale. L’amministrazione ameri-
cana si trovò in difficoltà a far applicare le restrizioni commerciali
dagli alleati, in particolare dagli inglesi. Finché le pressioni sull’Onu
ottennero che l’Assemblea generale adottasse la risoluzione 500(V)
che decretava l’embargo di materiali strategici e utili per la guerra.
In Italia, come si è visto, gli accordi di compensazione con la Cina
comunista, e con la Germania orientale, erano gestiti dall’agenzia
parastatale Arar-Spei. Gli scambi riguardavano soprattutto l’export
di prodotti tessili e chimici in cambio di olio di semi, uova, prodotti
di seta e paglia cinesi. Il flusso fra i due paesi era di poco superiore
a quello con l’Albania, ma le relazioni con la «cortina di bambù»
erano osservate con preoccupazione dall’Usom, perché l’embargo
sui prodotti strategici destinati alla Cina e il mancato sfruttamento
delle possibilità di scambio offrivano altrettanti argomenti di critica
utilizzati dall’opposizione social-comunista nell’agone politico. In
specie il leader socialista Nenni, rivolgendosi a un’opinione pubblica
che chiedeva di sfruttare ogni possibilità economica e commerciale,
non perdeva occasione di attaccare il governo Segni come prono alla
volontà americana e contrario all’interesse nazionale5.
Era stato il precedente capo del governo, Mario Scelba, a volere
un irrigidimento sui controlli nel commercio Est-Ovest, e ciò per
meglio accreditare il proprio debole esecutivo presso l’alleato. Nel
dicembre 1954 era stato annunciato che le licenze di import-export
sarebbero state negate alle aziende controllate dal Pci, o note per
dargli supporto, nel quadro di più ampi provvedimenti «contro le
forze totalitarie» che erano stati ratificati dal Consiglio dei ministri,
ma erano rimasti inattuati per il loro dubbio carattere costituzionale.
Il commercio con la Cina doveva passare sotto il controllo dell’A-
rar-Spei con l’obiettivo di eliminare o di ridurre drasticamente la
partecipazione del Pci a questi traffici, e controlli simili dovevano

5
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Economic and financial review
for the third quarter of 1955, November 9, 1955.

­­­­­63
essere estesi anche ai paesi del blocco comunista, come la Germania
popolare6.
L’interscambio con la Cina non superava il 3% del commercio ita-
liano. Tuttavia alcuni circoli economici del nostro paese avevano mo-
strato di essere intenzionati ad espandere le relazioni commerciali con
Pechino sia per le enormi potenzialità del mercato cinese, sia perché
la Cina effettuava i pagamenti in una valuta pregiata come la sterlina.
Secondo un rapporto dell’ambasciata americana, il controllo
delle correnti di scambio Italia-Cina era stato conteso per diversi
anni fra l’Arar-Spei e la Comet Società scambi internazionali, guida-
ta da Dino Gentili7. Questa società di agenti italiani, collegata alla
China National Import-Export Corporation e sospettata di versare
una percentuale del profitto al Partito comunista italiano, esercitava
un controllo quasi monopolistico sui flussi commerciali fra Cina e
Italia8. Sebbene l’Arar-Spei avesse impedito alla Comet di ottenere
le licenze di commercio, Gentili era riuscito ad assicurarsi il con-
trollo di questi scambi con contratti su commissione per le imprese
italiane. Il governo, dopo aver tentato di contrastare la preminenza
della Comet, aveva dovuto fare buon viso a cattivo gioco di fronte
ai successi conseguiti da Gentili con ordinativi nei comparti metal-
meccanico, chimico e tessile.
Sui prodotti sottoposti a embargo Roma doveva, comunque, otte-
nere l’autorizzazione del CoCom, in quanto organismo internazionale
al quale era demandato il compito di stilare la lista dei prodotti che i
paesi occidentali concordavano di non esportare verso il blocco co-
munista. Per un importante ordine di cuscinetti a sfera della Riv, pur
tenendo conto delle suscettibilità di Washington, il governo italiano
era intenzionato a chiedere l’autorizzazione d’eccezione, con moti-
vazioni che la Sezione economica dell’ambasciata giudicava assai fa-
cilmente confutabili. Per parte loro, gli Stati Uniti erano consapevoli
che un’eccessiva rigidità nei controlli li avrebbe messi in una posizione
di minoranza con gli alleati. Infatti, anche la Gran Bretagna – che
era considerata dall’ambasciata «l’anello debole» – aveva richiesto
un’autorizzazione speciale per centinaia di Land Rover e trattori. Se

6
  Ibid. Senato della Repubblica, II Legislatura, V Commissione Finanze e
Tesoro, 20 novembre 1957.
7
  La società era stata fondata nel 1950 da Gentili e Virgilio Dagnino.
8
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Economic and financial review
for the second quarter of 1956, August 23, 1956.

­­­­­64
gli inglesi avessero scavalcato la decisione del CoCom, per la qua-
le si richiedeva l’unanimità, allora il costo di osservare i desiderata
americani sarebbe apparso troppo oneroso per l’Italia9. Washington
era impotente nel definire le norme internazionali nel caso di alleati
decisi a perseguire i propri obiettivi nazionali; ma questi erano effetti
collaterali di una guerra fredda che era globale.
In questo quadro i governanti italiani apparivano esitanti rispetto
a una politica di maggiore apertura commerciale con la Cina. L’in-
tenzione di inviare una missione economica a Pechino era stata an-
nunciata sin dai primi mesi del 1956, senza che si riuscisse a darvi
seguito. Sebbene Roma facesse ricadere la responsabilità di questi
insuccessi sulle autorità cinesi, a giudizio dell’ambasciata americana
il ritardo era per lo più dovuto allo scarso entusiasmo delle stesse
autorità italiane che esse non intendevano rendere pubblico10.
La questione del commercio con la Cina comunista fu discus-
sa anche con i rappresentanti di Confindustria in una riunione al
Dipartimento di Stato, il 27 novembre 1956. Gli esponenti dell’as-
sociazione degli industriali mostrarono una diversa attitudine ad
accogliere il punto di vista espresso da Thorsten V. Kalijarvi, deputy
assistant del segretario di Stato per gli affari economici per l’Euro-
pa occidentale, sul valore politico dell’embargo. Il Dipartimento di
Stato sosteneva l’importanza strategica e geopolitica dell’embargo
rispetto al mero valore commerciale dei traffici. Invece gli indu-
striali ne mostravano le falle in un mondo interconnesso, anche se
a controllo bipolare. Gianni Agnelli toccò il tasto dell’anticomuni-
smo, facendo notare che quelle misure restrittive avrebbero potuto
avere anche sfavorevoli conseguenze politiche sul fronte interno se
si fosse diffusa fra gli operai la percezione che fosse l’interdizione
americana a ostacolare le esportazioni in Cina. Invece Quintieri si
dichiarò d’accordo con Kalijarvi, mentre Franco Mattei, più prag-
maticamente, osservò che notevoli quantità di merci europee arri-
vavano comunque alla Cina attraverso l’Urss e il blocco sovietico.
Per parte loro, i rappresentanti del Dipartimento riaffermarono la
linea di condotta che la visione geostrategica globale di Washington
si aspettava dal mondo occidentale rispetto alla Cina comunista. La
Repubblica popolare aveva assunto un ruolo aggressivo in Corea,

9
  Ibid.
10
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4811, Weekly economic review no.
15, April 10, 1959.

­­­­­65
perciò era stata condannata dalle Nazioni Unite e quelle accuse non
erano mai state ritirate11. Gli Usa, a differenza di altri paesi occi-
dentali, avevano mantenuto l’embargo sulle esportazioni al 100%.
L’obiettivo era impedire il trasferimento di tecnologie avanzate e
processi di lavorazione americani utili alla industrializzazione della
Cina comunista12. Perciò a Washington ci si aspettava che anche
l’Italia facesse la sua parte.
A complicare i rapporti italo-americani circa la questione cinese
contribuì la politica di espansione commerciale dell’Eni. I primi di
aprile del 1959 l’Eni aveva firmato un contratto con la China Natio-
nal Import Export Corporation per la vendita di 5.000 tonnellate di
gomma sintetica13. Il punto è che i vantaggi competitivi in questo set-
tore derivavano, in gran parte, dall’acquisizione di tecnologia ame-
ricana strategica per la produzione del butadiene impiegato nella
fabbricazione della gomma sintetica. Infatti il processo chimico era
stato messo a punto dalla statunitense Union Carbide and Carbon
Corporation, e l’Anic (Azienda nazionale idrogenazione combusti-
bili) aveva potuto utilizzarlo solo grazie a un accordo di licenza con
la Phillips Petroleum Company14.
Dal marzo 1958 il commercio con il blocco sovietico e la Cina
comunista era ormai completamente regolato su basi multilaterali,
ad eccezione dell’Albania, con la quale si stava portando a termine
il negoziato15. In un discorso pronunciato alla Camera di commer-
cio di Milano (6 aprile 1959) il ministro del Commercio estero Bo
dichiarava che era necessario mantenere un elevato livello di import
dai paesi sottosviluppati per poterne incrementare l’export, e che ciò
valeva anche per il blocco sovietico. Ma l’economia pianificata ren-
deva difficili gli accordi di pagamento multilaterali, pertanto sovente
era necessario ricorrere a transazioni bilaterali.

11
  Cfr. J.L. Gaddis, Grand Strategy in the Cold War, in The Cambridge History
of the Cold War, a cura di M.P. Leffler e O.A. Westad, vol. II, Crises and Détente,
Cambridge University Press, Cambridge 2010, pp. 7-9.
12
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Meeting with members of
Confindustria in Department, November 27, 1956.
13
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4811, Weekly economic review no.
15, April 10, 1959.
14
  Ibid.
15
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Weekly economic review no.
9, March 7, 1958.

­­­­­66
La «funzione anticiclica» dell’Urss

Il 28 dicembre 1957 il governo italiano siglò un nuovo accordo per


regolare gli scambi con l’Urss. Secondo una nota riservata dell’am-
basciata americana, l’intesa era stata avviata negli incontri fra i rap-
presentanti dei due paesi a Roma, il 19 ottobre, e presentava almeno
due punti di frizione: la riluttanza della Russia ad accettare il nuovo
sistema di pagamenti, che aboliva i cosiddetti «swing credits» da essa
utilizzati in passato; e la richiesta sovietica che gli italiani fornissero
una considerevole quantità di beni strategici sottoposti a embargo.
Infatti, per i più importanti di questi, frese speciali e presse, l’Italia non
aveva ottenuto la deroga dal CoCom per l’opposizione della maggio-
ranza dei paesi aderenti. Si prevedeva che nel quadriennio successivo
il commercio con l’Urss avrebbe raggiunto i 512 milioni di dollari (fra
import di petrolio, grano duro, ghisa, acciaio in verghe, ed export
di acciaio laminato, limoni, macchinari per inscatolamento, macchine
tessili, prodotti chimici, cavi) e, con la deroga, i 640 milioni di dollari16.
Queste previsioni confermavano che l’interscambio italo-sovietico si
stava rafforzando considerevolmente, con un aumento di due volte
e mezzo del volume annuale delle merci trattate nel 1956 (solo per
l’export, 128 milioni di dollari contro i 50 del 1956)17.
L’intenso incremento nei rapporti commerciali fra Italia e Unione
Sovietica era stato determinato dalla chiusura del canale di Suez, che
aveva costretto il nostro paese ad acquistare grandi quantità di pe-
trolio da Mosca (nei soli primi mesi del 1957 il volume degli scambi
aumentò di oltre il 65%), ma anche dalla recessione americana. In
un’intervista rilasciata al quotidiano «Il Tempo» il 22 marzo 1958,
Guido Carli, ministro del Commercio estero, dopo aver rinnovato la
sua professione di fede nei principi di libera iniziativa e autonomia
dei mercati, aveva illustrato l’utilità di accordi con i paesi dell’Est
in funzione anticiclica poiché le fluttuazioni delle economie d’oltre-
cortina, in genere, non coincidevano con quelle del mondo occiden-
tale. Carli aveva delineato, pertanto, la prospettiva di un aumento
dell’interscambio con l’Europa orientale come compensazione agli
inevitabili effetti provocati sulla nostra economia, direttamente e in-
direttamente, dalla recessione americana. Sebbene nel dopoguerra il

16
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Weekly economic review no.
1, January 3, 1958.
17
  Ibid.

­­­­­67
volume del commercio Est-Ovest si fosse ridotto a una piccola quota
dei traffici internazionali dell’Italia, questa tendenza si stava inver-
tendo. Nel 1957 gli scambi con il blocco sovietico erano aumentati
del 98,6% rispetto al 1956. Le dichiarazioni di Carli furono giudi-
cate imprudenti e inopportune dall’ambasciata di Roma per quanto
riguardava gli Usa: con queste affermazioni, secondo l’ambasciata,
Carli aveva fornito una sponda autorevole alla tesi «della sinistra po-
litica e della destra economica» secondo cui la recessione americana
poteva causare danni all’economia italiana18.
Di fatto, alla fine del decennio la quota di importazioni dagli Usa
si era ridotta rispetto all’immediato dopoguerra, benché il valore di
prodotti e materie prime non fosse sceso al di sotto di quelli registrati
nella prima metà degli anni Cinquanta. Si era modificata invece la
composizione: dai prodotti agricoli e meccanici si era passati all’im-
port di minerali, metalli e prodotti chimici. Al contrario, l’export
italiano negli Stati Uniti era aumentato, anche se solo di una piccola
percentuale. Più significativo era il mutamento nella composizione
degli scambi, con un eccezionale incremento dei prodotti industriali
tecnologicamente più sofisticati, come quelli meccanici, e una ri-
duzione dei prodotti agricoli e dell’industria alimentare. Il settore
metalmeccanico forniva circa 1/3 terzo del valore delle esportazioni
italiane negli Usa, con oltre il 4% in macchine per scrivere e calcola-
tori, il 17,4% in mezzi di trasporto, oltre il 3% in macchinario tessile
e il 4,8% in altri prodotti meccanici19.
Quanto alle relazioni commerciali fra Unione Sovietica e Italia,
se nel 1955 gli scambi fra i due paesi ammontavano soltanto a 21
miliardi di dollari, nel 1958 erano più che raddoppiati, giungendo a
46,5 miliardi, e sarebbero aumentati ancora. Nel 1962 si prevedeva
una crescita record dell’80% per il quadriennio successivo. L’Urss
esportava commodities (frumento, cotone, legname, petrolio, mine-
rali diversi), ma anche macchinari, e importava laminati, gomma sin-
tetica e attrezzature industriali. Fra i fornitori italiani aveva un ruolo
di primo piano il Nuovo Pignone di Firenze, che provvedeva Mosca
di macchinari per gli oleodotti20.

18
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Airgram to the Secretary of
State, March 31, 1958.
19
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 927, U.S.-Italian Trade, April 5, 1960.
20
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Relation by Ussr commercial
officer in Italy, September 25, 1962.

­­­­­68
Tabella 6. Valore delle esportazioni italiane negli Usa per gruppi merceologici (va-
lori percentuali)

1950 1959

Agricoltura, caccia e pesca 9,7 2,8


Minerali e metalli 6,9 8,5
Industria alimentare 29,0 10,8
Industrie con lavorazioni artigianali 40,8 40,8
Industria meccanica 7,4 29,9
Chimica 6,2 7,2
Totale 100 100
Fonte: NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 927, U.S.-Italian Trade, April 5, 1960.

Tabella 7. Commercio italiano con gli Usa

Import dagli Usa come % Export negli Usa come % Deficit italiano
del commercio totale del commercio totale negli scambi con gli Usa
(milioni di dollari)

1939 9,5 7,1 11,7


1949 33,6 4,0 474,0
1959 11,1 11,9 29,0
Fonte: NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 927, U.S.-Italian Trade, April 5, 1960.

Aree di crisi nell’economia della guerra fredda

Lo scenario economico mondiale era cambiato di colpo con la crisi


di Suez, nell’ottobre 1956. La questione degli approvvigionamenti
petroliferi divenne subito drammatica per l’Italia. Nell’incontro con
Thorsten V. Kalijarvi in occasione della III International Convention
of Manufacturers, la delegazione di Confindustria – rappresentata ai
massimi livelli dal vicepresidente Quinto Quintieri, da Gianni Agnelli
e da Franco Mattei – aveva affrontato i più gravi problemi posti dalla
congiuntura internazionale, oltre alla questione del commercio sino-
italiano21. In particolare, la grave crisi dei rifornimenti petroliferi era

21
  Della delegazione facevano parte anche Adriano Olivetti, Giorgio Valerio,

­­­­­69
resa più acuta per l’Italia dalla contemporanea riduzione nella dispo-
nibilità di energia idroelettrica e dalla carenza di carbone, aggravata
dagli scioperi dei portuali americani. A parere di Agnelli, mettendo
a rischio l’occupazione insieme con il regolare funzionamento delle
fabbriche, si sarebbe dissipato in fretta quanto era stato guadagnato
in termini di lotta politica contro il comunismo. E anche il program-
ma italiano di assistenza ai paesi meno sviluppati, sul quale vi era un
gentlemen’s agreement fra governo e industriali per crediti dal 60% al
70% del valore delle merci esportate, comportava rilevanti incogni-
te politiche. Vi era infatti una forte competizione negli investimenti
destinati ai paesi sottosviluppati che Confindustria chiedeva venisse
regolata da Washington. Come riconobbe Kalijarvi, sino ad allora
sotto la leadership americana non si era ancora prodotto uno sforzo
coordinato in questo campo di investimenti22.
Il fronte mediterraneo stava assumendo una crescente importanza
nella strategia geopolitica sovietica. Su invito del segretario alla Difesa
degli Stati Uniti Charles E. Wilson, il 28 novembre 1955 il ministro
della Difesa Taviani si recò negli Usa. Da parte italiana, l’obiettivo
precipuo della missione era ottenere da Washington i finanziamen-
ti necessari ad aumentare la consistenza delle forze armate. Taviani
chiese che gli Stati Uniti si impegnassero più ampiamente nella dife-
sa militare del territorio italiano, con un accrescimento degli effettivi
Setaf (Southern European Task Force) a Vicenza, l’istituzione di un
comando aeronavale ad Ancona, l’utilizzo di Pantelleria e della Sar-
degna per basi militari comuni ed eventualmente con l’impianto di
missili23. Taviani incontrò anche Harriman, allora governatore dello
Stato di New York, che sottolineò come soltanto la prosperità col-
lettiva potesse costituire un reale baluardo all’espansionismo russo.
Questo implicava l’applicazione del «quarto punto di Truman», ossia
massicci investimenti esteri in operazioni triangolari o poliangolari per
utilizzare sinergicamente le risorse del mondo libero.
In occasione della visita a Roma di Nixon, allora vicepresidente de-
gli Stati Uniti, nel marzo 1957, il presidente della Repubblica Gronchi

consigliere delegato di Edison, e Vincenzo Cazzaniga, presidente della sussidiaria


italiana di Esso Standard. L’incontro si svolse in forma ristretta.
22
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Meeting with members of
Confindustria in Department, November 27, 1956.
23
  ASD-MAE, DGAP, 1955, busta 369, Visita del ministro della Difesa Taviani
negli Stati Uniti, 28 novembre-7 dicembre 1955.

­­­­­70
propose una più incisiva e privilegiata collaborazione italo-americana
nel Mediterraneo24. Insieme con l’aspirazione a una maggiore libertà
d’azione dell’Italia rispetto agli Stati Uniti, Gronchi era convinto che
fosse possibile stabilire un filo diretto fra Usa e Italia in quanto erano
le meno coloniali fra le potenze occidentali. E ciò gli parve tanto più
fattibile dopo l’infelice esperienza anglo-francese di Suez. D’altronde,
la cosiddetta politica estera «neo-atlantica» – di cui Gronchi, Enrico
Mattei e Amintore Fanfani erano le principali figure di riferimento –
saldava dimensione politica ed economica dei rapporti internazionali,
accrescendo il rilievo politico della penetrazione commerciale e delle
esigenze derivanti dal rifornimento energetico.
Sulle autonome iniziative del presidente Gronchi perché l’Italia
fosse «uno dei primi paesi a dare il contributo fattivo della sua colla-
borazione» con i paesi mediorientali, anche nell’interesse degli Usa,
si accesero polemiche e discussioni, nonché un contrasto istituzio-
nale con il ministro degli Esteri Pella25. La questione mediorientale,
oltre agli aiuti previsti dalla dottrina Eisenhower (enunciata in gen-
naio e approvata a marzo dal Congresso) con carattere di deterrenza,
secondo il governo italiano doveva essere affrontata promuovendo
un robusto interscambio economico con i paesi occidentali. In occa-
sione di un incontro a Washington con Dulles, nel dicembre 1957,
Pella propose un piano per la costituzione di un fondo speciale euro-
americano di risorse finanziarie da destinare a progetti di sviluppo
nei paesi mediorientali26. La risposta americana fu negativa e mo-
tivata da ragioni finanziarie. Un anno dopo lo scenario era mutato
completamente: prima con l’invio dei marines in Libano e successi-
vamente, nell’agosto 1958, con la proposta di Eisenhower all’Onu
per la creazione – non realizzata – di un fondo per lo sviluppo dei
paesi arabi. È in queste circostanze che Roma e Washington sem-
brarono più vicine. Il progetto americano corrispondeva alle idee
espresse in proposito dal presidente del Consiglio Fanfani durante la
sua visita a Washington (28-31 luglio). Il giudizio sulle tendenze pre-
valenti nella politica estera italiana era di sostanziale apprezzamento,
e dal Dipartimento di Stato Dulles faceva sapere che eventuali più
stretti rapporti dell’Italia con i paesi arabi non erano incompatibili

  G. Mammarella, P. Cacace, La politica estera dell’Italia, cit., pp. 206-210.


24

  M. Brosio, Diari di Washington, 1955-1961, a cura di U. Gentiloni Silveri, Il


25

Mulino, Bologna 2008, pp. 258-263.


26
  E. Ortona, Anni d’America. La diplomazia 1953-1961, cit., p. 427.

­­­­­71
con una leale partecipazione alla Nato ed erano guardati con favore
dagli Usa27.
Secondo l’ambasciata americana, il risultato più interessante del-
la visita al Cairo compiuta da Fanfani nel gennaio 1959 era stato
l’annuncio di un nuovo programma di scambi italo-egiziano che
sembrava essere un ritorno agli accordi bilaterali, e che pertanto
era un’implicita ammissione di insuccesso del sistema multilaterale
stabilito nel 1957. Di fatto, l’intesa siglata con il presidente Nasser
conteneva una clausola che impegnava l’Italia a reinvestire in pro-
getti di sviluppo in Egitto le somme corrispondenti alle eccedenze
commerciali a suo favore28.

L’Iran: cooperare e competere

Durante la guerra fredda, l’Urss e i paesi comunisti non erano i prin-


cipali concorrenti economici degli Stati Uniti; lo erano invece i loro
alleati più vicini, Europa occidentale e Giappone29. La competizione
economica incideva assai più sulle relazioni transatlantiche che su
quelle Est-Ovest. Anche la tesi che attribuisce agli Usa l’esercizio di
una sorta di potere ‘imperiale’ mostra molti limiti nella prospettiva
dell’economia mondo del secondo dopoguerra30. In alcune aree geo­
politiche strategiche una media potenza regionale come l’Italia si
trovava a chiedere alla potenza leader di esercitare la sua funzione
regolatrice non tanto per ottenerne protezione, quanto per cautelar-
si. Come dimostra il caso dell’Italconsult in Iran.
Gli interessi italiani in Iran si concentravano nel Sistan e Belucistan.
Il 21 gennaio 1958 Carlo Perrone, consigliere dell’ambasciata italiana
a Washington, aveva consegnato al Dipartimento di Stato un memo-
randum per lo sviluppo economico di quella regione. Una missione
italiana composta dai rappresentanti dei principali gruppi industriali
e delle grandi banche aveva visitato l’Iran nel dicembre, gettando le
basi di accordi di cooperazione e assistenza tecnica per la realizzazione

27
  Ivi, pp. 306-318.
28
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4811, Weekly economic review no.
3, January 16, 1959.
29
  G. Lundestad, The United States and Western Europe since 1945, Oxford
University Press, Oxford 2003, pp. 13-14.
30
  G. Lundestad, The American «Empire» and Other Studies of US Foreign
Policy in a Comparative Perspective, Oxford University Press, Oxford 1990.

­­­­­72
di infrastrutture e impianti idrici, nel quadro del secondo piano set-
tennale del governo iraniano, che potevano avere effetti positivi anche
per la stabilità politica della regione. Prima di definire del tutto il pro-
getto, il governo italiano chiese che il segretario di Stato, John Foster
Dulles, dichiarasse a Teheran che si trattava di un’iniziativa vista con
favore dal governo americano31. Da parte del Dipartimento di Stato
vi era la pregiudiziale che le imprese americane dovessero essere della
partita poiché non era ipotizzabile «promuovere un progetto italiano
in competizione con gli uomini d’affari americani»32.
Alcuni giorni dopo l’ambasciatore James David Zellerbach inviava
un’informativa segreta a Washington precisando che l’interesse italia-
no per lo sviluppo del Sistan e Belucistan, secondo quanto dichiarato
dal segretario di Confindustria, comportava principalmente servizi di
consulenza per la costruzione di grandi opere pubbliche. Zellerbach
precisava che Confindustria aveva espresso con chiarezza l’intenzione
di cooperare con le imprese americane già in loco e che la Montecatini
stava già cooperando con Lilienthal e Clapp, l’azienda americana di
consulenza nello studio dell’utilizzazione del gas naturale in Khuze-
stan. Per questo Confindustria aveva creato un board nel quale erano
rappresentati diversi settori manifatturieri italiani. Il suo braccio ope-
rativo era l’Italconsult, guidata dal manager Aurelio Peccei, che faceva
capo ai più grandi gruppi industriali e finanziari della Penisola (come
Fiat, Imi-Istituto mobiliare italiano, Sade, Italcementi e Montecatini).
Gli italiani non avrebbero finanziato direttamente i lavori, ma fornito
crediti all’export attraverso Mediocredito33. La tessitura della rete di
alleanze vide all’opera anche il Foreign Office, mentre a Washington
Manlio Brosio, segretario generale della Nato, teneva i contatti con
William Manning Rountree, assistant secretary per le questioni me-
diorientali. Infine il segretario di Stato Dulles, durante la sua visita a
Teheran nel gennaio 1958, dichiarava che gli Usa erano favorevoli alla
cooperazione italo-iraniana34. L’ansia con cui da parte italiana erano
state seguite le visite americane in Iran lasciava trasparire tutti i timo-

31
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Memorandum of conversation.
Iran: Italian development scheme, January 21, 1958.
32
  Ibid.
33
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Secret. Telegram from Zeller-
bach to the Secretary of State, January 24, 1958.
34
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Telegram from Tehran. Dulles,
January 25, 1958.

­­­­­73
ri per questa competizione sottesa fra la superpotenza e l’Italia35. La
vicenda della cooperazione italo-iraniana restò nell’agenda del Dipar-
timento di Stato e l’Italconsult fu accreditata come un’importante im-
presa che aveva interessi nello sviluppo di molte regioni del mondo36.
Il 14 luglio un colpo di Stato a Baghdad rovesciava la monarchia di
re Feisal, mostrando la fragilità delle alleanze che la diplomazia inglese
aveva organizzato sul fianco mediorientale dell’Alleanza atlantica. Sui
mercati italiani gli effetti destabilizzanti di questa crisi, che metteva a
repentaglio le forniture energetiche, furono immediati. La flessione
delle quotazioni nei titoli di Borsa registrava il timore degli ambienti
finanziari che, di fronte alla scarsità di combustibile, l’Europa dovesse
fare ricorso nuovamente alle riserve americane come durante la crisi di
Suez. Ma il mercato si stabilizzò non appena si diffuse la notizia dello
sbarco dei marines in Libano per contrastare le mire espansionistiche
di siriani ed egiziani e impedire l’apertura di un varco ai sovietici37.
Si trattava di un nuovo colpo al prestigio delle potenze europee
vincitrici. Il fallimento della spedizione di Suez, due anni prima,
aveva aperto uno scenario favorevole al ruolo dell’Italia nel Medi-
terraneo come la «meno coloniale» delle potenze europee. Il ritorno
al potere di de Gaulle, nel 1958, con il suo ambizioso progetto neo-
coloniale, aveva spinto il presidente del Consiglio Fanfani ad agire
d’anticipo per assicurare all’Italia quel ruolo di mediatore fra Occi-
dente e mondo arabo che ne esaltava il peso di potenza mediatrice
fra Europa e Africa del Nord38.

La questione del petrolio

Nell’immediato dopoguerra i soli investitori davvero aggressivi sui


mercati esteri furono le compagnie petrolifere, che si trovarono a
fronteggiare espropriazioni, instabilità politica, restrizioni nel com-

35
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Iran-Italian economic develop-
ment, May 15, 1958.
36
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Memorandum of conversation,
June 4, 1958.
37
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Weekly economic review no.
29, July 18, 1958.
38
  S. Romano, Guida alla politica estera italiana. Da Badoglio a Berlusconi,
Rizzoli, Milano 2002, pp. 117-124. Si veda anche G. Valdevit, Stati Uniti e Medio
Oriente dal 1945 a oggi, Carocci, Roma 2001.

­­­­­74
mercio e nei pagamenti, leggi per il controllo degli investimenti, in-
tervento dei governi stranieri nei loro affari. Gli americani avevano
investito nella ricerca, produzione e raffinazione del greggio in tutto
il mondo. In Europa la scarsità di dollari spingeva i governi a esigere
che le compagnie straniere raffinassero il petrolio in loco, tanto più
che i programmi industriali finanziati con il piano Marshall richie-
devano l’impiego di una enorme quantità di prodotti petroliferi39.
In questo quadro l’attività del settore petrolifero subì una netta
accelerazione anche in Italia. Nel 1949 la sua riorganizzazione fece
decollare le aziende destinate a divenire protagoniste del comparto e
costituite per lo più in joint venture fra gruppi italiani e multinazionali
straniere. La Penisola si trasformò in pochi anni in un’area di localizza-
zione strategica di impianti di raffinazione del petrolio di provenienza
mediorientale destinati a rifornire i mercati d’Europa, emergendo così
come la «raffineria d’Europa»40. L’Agip con l’americana Esso aveva
impianti a Bari e Livorno; la Fiat concluse un accordo con Caltex (Te-
xaco più Standard Oil of California) per una raffineria nel Novarese;
erano presenti inoltre Anglo-Iranian (poi BP), Shell e gruppi di minori
dimensioni, come Gulf, che aveva impiantato una raffineria a Ragusa41.
Le ambizioni dell’Eni costituirono un elemento di tensione co-
stante fra l’amministrazione americana e il governo italiano. L’ente
petrolifero di Stato, istituito nel 1953, diversamente dall’Iri non era
nato dalle difficoltà dei gruppi privati, ma per concorrere alla pari
con le grandi multinazionali del petrolio. Le iniziative del suo presi-
dente, Enrico Mattei, erano seguite tanto dall’ambasciata americana
a Roma quanto dal Dipartimento di Stato con estrema attenzione.
Nei rapporti sull’economia italiana, inviati a Washington con caden-
za settimanale o quindicinale, la Sezione economica dell’ambasciata
riferiva regolarmente sull’andamento del comparto petrolifero in
Italia e sulle sue prospettive42.

39
  M. Wilkins, The Maturing of Multinational Enterprise: American Business
Abroad from 1914 to 1970, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1974, p. 300.
40
  D. Ellwood, Italy, Europe and the Cold War: The Politics and Economics of
Limited Sovereignty, in Italy in the Cold War: Politics, Culture and Society 1948-1958,
a cura di C. Duggan e C. Wagstaff, Berg, Washington D.C. 1995, p. 35; G. Sapelli, F.
Carnevali, Uno sviluppo tra politica e strategia: Eni 1953-1985, Angeli, Milano 1992.
41
  S. Battilossi, L’Italia nel sistema economico internazionale, cit.; L. Segreto,
Gli investimenti americani in Italia 1945-1963, cit.
42
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4811, Weekly economic review no.
3, January 16, 1959.

­­­­­75
La soluzione della crisi iraniana con la destituzione di Moham-
mad Mossadeq, nel 1953, ebbe effetti diretti sull’attività delle raffi-
nerie italiane; infatti si prevedeva che la produzione nazionale sa-
rebbe diminuita a causa della ripresa della produzione iraniana43.
Invece nel marzo 1957 l’Agip concluse i negoziati per un importante
accordo con la National Iranian Oil Company (Nioc). L’intesa al-
larmò l’ambasciata di Roma, che suggerì al Dipartimento di Stato
di chiederne la revoca, almeno nella formulazione resa nota (che
attribuiva al paese produttore il 75% dei benefici, anziché il 50%
secondo la prassi delle multinazionali), perché la sua realizzazione
avrebbe potuto non solo destabilizzare i rapporti fra le compagnie
petrolifere e i paesi produttori, ma anche mettere a rischio la stabilità
dell’intero quadro di relazioni politiche mediorientali.
La legge italiana che disciplinava la salvaguardia e lo sfruttamento
del suolo nazionale, a lungo attesa dalle società petrolifere straniere
presenti in Italia, fu approvata definitivamente l’11 gennaio 195744.
A giudizio degli americani si trattava di una legge eccessivamente
rigida e scoraggiante per l’iniziativa privata. La Esso Exploration
Company decise di cessare le esplorazioni nel 1959; la Gulf Oil
Company si ritirò; e anche BP e Shell dichiararono di non accettare
i termini della legge45.
Il 6 gennaio 1958 il «New York Times» aveva pubblicato un’inter-
vista di Mattei dopo lo scacco subìto in Libia da parte dell’American
Overseas Petroleum Company (affiliata della Caltex). La compagnia
americana aveva ricevuto una concessione di 45.000 km2 che Tripoli
aveva precedentemente promesso all’Italia. Mattei non aveva dubbi
che il cambiamento repentino dei libici fosse dovuto alle pressioni ame-
ricane. Il presidente dell’Eni dichiarò che la sua società era fermamente
intenzionata a estendere i propri interessi tanto in Medio Oriente che
nel Mediterraneo. Gli dispiaceva che le compagnie americane cercas-
sero di fermare il suo accesso al Sahara e che avessero impedito l’e-
splorazione petrolifera italiana in Libia. E lasciò intendere che sarebbe
intervenuto per condizionare il testo della legge contro il monopolio
dell’Eni nella Valle del Po, in discussione al Parlamento, perché fos-

43
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4809, Economic and financial review
for the fourth quarter of 1955, February 15, 1956.
44
  L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 136.
45
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4811, Weekly economic review no.
15, April 10, 1959.

­­­­­76
sero concesse ai privati le aree meno promettenti. D’altronde, anche
l’American Overseas aveva fatto un gioco duro, tanto che l’ambasciata
di Roma aveva osservato che a determinare l’esito dell’affare libico era
stata un’offerta «unusually generous» della compagnia americana46.
La competizione fra l’Eni e le grandi compagnie americane aveva
le conseguenze più insidiose nell’uso strumentale che ne facevano, di
volta in volta, i vari plenipotenziari arabi. L’accordo italo-iraniano,
secondo l’ambasciata, aveva avuto un impatto imprevedibile nei rap-
porti fra le compagnie e i regimi autoritari dei paesi produttori47.
Nel 1958 la Gulf Italia, che non aveva potuto ancora sfruttare ap-
pieno la capacità del suo giacimento a Ragusa per difficoltà di merca-
to, dovute ai costi di trasporto eccezionalmente bassi che rendevano
conveniente il greggio mediorientale, ottenne infine una licenza di
esportazione. Il carico prese la via di Rotterdam: era il primo traspor-
to di greggio fuori dall’Italia. Il governo italiano aveva negato a lungo
il permesso alla vendita oltre confine perché – secondo gli americani
– temeva le eventuali reazioni politiche suscitate dall’export di una
materia prima che costava ogni anno al paese parecchie centinaia di
milioni di dollari d’importazione48.
Sulle compagnie petrolifere gravava, inoltre, l’incertezza circa
la nazionalizzazione dell’energia elettrica. Infatti, il presidente del
Consiglio Fanfani aveva rinviato il rinnovo delle concessioni alle so-
cietà americane, motivando il ritardo con il desiderio del governo di
attendere la scadenza delle concessioni esistenti prima di stabilire
i vantaggi della nazionalizzazione49. Quanto alla legge che avrebbe
dovuto rompere il monopolio dell’Eni nella Valle del Po, non era
ancora stata presentata in Parlamento, sebbene il governo si fosse
dichiarato a favore di una rapida approvazione.
Dopo la chiusura del canale di Suez, nel 1956, l’Italia aveva ac-
cresciuto enormemente le sue importazioni di petrolio dall’Unio-
ne Sovietica. Il nuovo corso della politica estera italiana, sostenuto
all’interno dalle stesse forze politiche che caldeggiavano l’apertura

46
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Weekly economic review no.
2, January 10, 1958.
47
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Weekly economic review no.
41, October 10, 1957.
48
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Weekly economic review no.
9, March 7, 1958.
49
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Memorandum of conversation
with prime minister Fanfani, October 10, 1958.

­­­­­77
a sinistra e l’incontro con i socialisti di Nenni, veniva a coincidere
con il declino dell’influenza politica e militare anglo-francese in Me-
dio Oriente e con il successo del nazionalismo arabo. Queste con-
vergenze allarmavano l’ambasciata perché, nei mesi successivi alla
crisi, la politica estera italiana aveva mostrato un crescente attivismo
sullo scacchiere mediorientale e mediterraneo. Le dichiarazioni del
presidente della Repubblica Gronchi per una politica neoatlantica
e le iniziative del presidente dell’Eni Mattei venivano seguite con
molta attenzione dall’ambasciata di Roma. Tuttavia, né Eisenhower
né Foster Dulles mostrarono di voler attribuire a Mattei un interesse
eccessivo in attesa che si chiarisse il quadro politico interno con le
elezioni della primavera50.
Nei rapporti sull’economia italiana redatti dalla Sezione per gli
affari economici dell’ambasciata, il presidente dell’Eni restò un pro-
tagonista. Nel dicembre 1958 si registrava che la visita a Pechino per
discutere le possibilità di concreta collaborazione economica con la
Cina popolare sarebbe avvenuta passando per Mosca51. Pochi giorni
prima Mattei aveva annunciato la firma di un accordo per la ven-
dita di gomma sintetica prodotta dall’Anic di Ravenna all’Unione
Sovietica, mentre dall’Urss sarebbero arrivate 800.000 tonnellate
di greggio a un prezzo particolarmente favorevole52. La quantità di
greggio negoziata era circa il 5% delle importazioni correnti di pe-
trolio in Italia. Si trattava di una erogazione che, fino ad allora, era
stata provvista all’Eni dalla British Petroleum. La compagnia inglese
aveva deciso di interrompere la fornitura perché voleva rafforzare le
operazioni sul mercato italiano con il proprio marchio, e ciò aveva
creato un vuoto che i sovietici erano stati pronti a riempire53.
In seguito all’entrata degli investitori americani in Iran nel 1954,
nessun importante paese mediorientale produttore di petrolio era ri-
masto fuori dagli interessi Usa. Lo scontro fra investitori dell’Europa
occidentale e americani continuava. Negli anni Sessanta le compa-
gnie petrolifere di Stato francese e italiana sfidavano le compagnie

50
  L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., pp. 128-152.
51
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Weekly economic review no.
51, December 18, 1958.
52
  Va ricordato che i commenti dei funzionari americani su Mattei e l’Eni sono
ancora in parte secretati.
53
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Weekly economic review no.
50, December 12, 1958.

­­­­­78
americane. In generale, le imprese manifatturiere europee facevano
investimenti diretti all’estero. Ma adesso erano gli europei che si con-
frontavano con gli americani, e non viceversa come nel passato54.

Scenari africani

Durante la guerra fredda i paesi coloniali in via di transizione verso


l’indipendenza divennero un terreno di scontro diretto fra Urss e
Usa. Il Corno d’Africa fu uno dei teatri di questa aspra contrappo-
sizione e il governo italiano si trovò a giocare un ruolo delicato nella
transizione della Somalia verso il suo destino post-coloniale. Nella
controversa vicenda delle ex colonie italiane (Libia, Eritrea, Somalia,
Etiopia), la Somalia era stata affidata, nel 1949, in amministrazione
fiduciaria all’Italia per dieci anni in base a una risoluzione dell’As-
semblea generale dell’Onu. Con l’avvicinarsi dell’indipendenza,
prevista nel 1960, l’azione dell’Italia venne ad acquisire una valenza
geostrategica per contrastare l’influsso dell’Urss e dei suoi alleati in
Africa. Nella fase in cui da parte americana vi erano particolari dif-
ficoltà a far passare in Congresso nuovi impegni finanziari per aiuti
esteri, la politica del «contenimento» nel Corno d’Africa era stata
affidata ai finanziamenti italiani. Poche volte il segretario di Stato
americano Dulles aveva espresso una tale concordanza di idee con
il governo italiano come nel caso della Somalia e del programma di
3 milioni di dollari in aiuti destinati al paese africano. E si pensava
che questo impegno sarebbe stato positivo anche per la presenza
dell’Italia in Medio Oriente. Il governo, che aveva messo al corrente
i francesi dei suoi piani e aveva l’appoggio morale (ma non finanzia-
rio) degli inglesi, aveva previsto ingenti aiuti per le coltivazioni e per
l’assistenza tecnica55. Tuttavia, erano già emerse le diatribe circa il
confine somalo-etiope senza che l’Italia mostrasse di saperle gestire.
Questi scontri aprirono il varco ai tentativi di penetrazione egiziana
e sovietica, e negli anni successivi avrebbero determinato un conflit-
to sanguinoso56.

54
  M. Wilkins, The Maturing of Multinational Enterprise, cit., p. 408.
55
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Telegram. Department of
State, Dulles, 1958, May 29.
56
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1955-59, b 4810, Secret Telegram. Department
of State, Dulles, 1958, April 12.

­­­­­79
Capitolo IV
Problemi energetici e partnership atlantica

Il «valore psicologico e politico» della nazionalizzazione


dell’industria elettrica

Nell’agosto 1962, alla vigilia della nazionalizzazione dell’energia


elettrica, Arthur M. Schlesinger jr. analizzava, in un memorandum
segreto per il vicedirettore della Cia Ray S. Cline, le perplessità e
i motivi addotti dall’ambasciatore Reinhardt contro la formazione
del centro-sinistra1. Invece, fra i consiglieri più vicini a Kennedy,
Robert Komer, McGeorge Bundy e lo stesso Schlesinger avevano
un atteggiamento di apertura circa l’evoluzione della politica italiana
e facevano pressione perché il presidente rivedesse la posizione di
Washington in senso favorevole all’alleanza di centro-sinistra. Sin
dalla primavera 1962, in previsione delle elezioni politiche del 1963,

1
  John Fitzgerald Kennedy Presidential Library, Boston, MA, Usa (d’ora in poi
JFKL), Personal Papers of Arthur M. Schlesinger (d’ora in poi PP Art. Sch.), White
House Files (d’ora in poi WHF), Subject files 1961-64, Italy, b WH-12 overflow,
Memorandum for Ray S. Cline, August 22, 1962; JFKL, National Security Files
(d’ora in poi NSF), Italy, b 120, Memorandum for George Ball, May 16, 1962.
Schlesinger si oppose all’ambasciatore Reinhardt e ai suoi alleati dell’Eur, innan-
zitutto William E. Knight dell’Italian Desk, e andò a Roma per portare il punto
di vista di Kennedy sul centro-sinistra direttamente ai leader italiani (cfr. S.M. Di
Scala, Renewing Italian Socialism. Nenni to Craxi, Oxford University Press, New
York-Oxford 1988, pp. 127-132). Egli si definiva «fellow traveler of Partito d’A-
zione» e fece di tutto per superare il veto posto dall’amministrazione Eisenhower
contro il Psi ignorando gli sforzi e la graduale revisione della posizione in politica
estera del partito.

­­­­­80
si erano preparati per sostenere con un’operazione su vasta scala e
ampi mezzi finanziari il Psi contro il Pci2.
Questa iniziativa coinvolgeva anche un generale molto vicino ai
Kennedy, Maxwell Taylor. In un memorandum top secret inviato
da Schlesinger a George Ball (il documento è in gran parte ancora
secretato) si accennava al fatto che il team del Bureau of European
and Eurasian Affairs (Eur) del Dipartimento di Stato si opponeva
al progetto. Secondo Schlesinger, che insieme con i più stretti con-
siglieri del presidente Kennedy aveva avuto colloqui e incontri con
Fanfani e Moro, sarebbe stato terribile se l’intera operazione fosse
andata a monte per il diniego di coloro che osteggiavano l’intera
politica di apertura a sinistra.
Per quanto riguardava la possibilità di un coinvolgimento del Psi
nel governo, Schlesinger aveva una visione più ampia e strategica
della situazione italiana rispetto a quella manifestata dal Diparti-
mento di Stato e dalla Cia3. In un memorandum per William Tyler,
assistente ad interim per gli Affari europei del segretario di Stato,
egli osservava:

come la Cia suggerisce, mentre noi facciamo i moralisti e rigoristi stando


a guardare e insistendo che il Psi deve fare l’impossibile prima che noi
siamo preparati a tollerare un governo italiano «dipendente dal supporto
del Psi anche se non partecipasse direttamente», Nenni e il suo gruppo
soffrono un enorme logoramento a motivo della mancanza di denaro.
La fazione pro-comunista ottiene denaro da Mosca; Nenni ovviamente
ottiene qualcosa da Mattei e dal presidente della Fiat ma non abbastanza
per condurre una vera lotta4.

Attendere un paio d’anni stando a guardare, secondo Schlesin-


ger, avrebbe significato far distruggere Nenni dai comunisti in pochi
mesi5. Le dichiarazioni del Comitato centrale del Psi, il 12 ottobre,
mostravano un cambiamento e toni più moderati nell’enfasi posta su

2
  Sulle divisioni nell’amministrazione Kennedy e la questione del sostegno
americano al centro-sinistra si veda L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra,
cit., pp. 313-388.
3
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 120 1318-1473, Memorandum for
Walt Rostow, Arthur Schlesinger jr., July 6, 1961.
4
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 120 1318-1473, Memorandum
for William Tyler, Arthur Schlesinger jr., October 30, 1961.
5
  Ibid.

­­­­­81
questioni come la crisi di Berlino e la Nato. E Nenni, sebbene il 15
ottobre avesse ancora ripetuto che l’adesione dell’Italia alla Nato era
stata un errore, privatamente aveva dichiarato al senatore Humphrey
che la neutralità dell’Italia era un ideale più che un obiettivo pratico.
Negli ultimi documenti del partito si erano evitati riferimenti eccessivi
contro la Nato «dominata dai circoli militari americani», e in fondo
lo stesso neutralismo del Psi testimoniava gli sforzi che Nenni stava
facendo per apparire un collaboratore più accettabile negli affari in-
ternazionali, favorendo così un governo di centro-sinistra6.
D’altronde, l’ipotesi di un colpo di Stato dell’estrema destra ve-
niva ritenuta del tutto improbabile dal Dipartimento di Stato senza
una divisione della Dc. Esso sarebbe stato basato sul supporto di
esponenti della Dc, liberali, monarchici e neofascisti. Tuttavia un
regime extralegalitario in Italia, sebbene giudicato meno pericoloso
per gli interessi politici di Washington a breve termine rispetto a un
eventuale regime che includesse i comunisti, nel lungo tempo sareb-
be stato sicuramente contro gli interessi americani in Italia. Perciò,
a meno di non costituire l’alternativa a una situazione di totale caos
che conteneva il pericolo di un’assunzione di potere da parte dei
comunisti, gli Usa dovevano usare tutta la loro influenza politica per
prevenirlo7. Il punto era come.
La principale base del progressivo avvicinamento del Psi al governo
di centro-sinistra, secondo un rapporto dell’ambasciata di Roma, era
costituita dall’accordo sull’importanza della pianificazione economi-
ca. Infatti uno degli obiettivi prioritari del Psi era di stabilire una guida
per lo sviluppo dell’economia. Il partito enfatizzava l’importanza del
progetto di legge per l’istituzione delle Regioni, che avrebbe stabilito
la decentralizzazione amministrativa. Questo processo di devoluzione
era necessario per bilanciare la concentrazione di poteri nel governo
centrale che sarebbe risultata dall’assunzione di responsabilità in me-
rito alla pianificazione economica. In cambio, alcuni esponenti della
Dc avevano chiesto ai socialisti di non fare fronte comune con i comu-

6
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 120 1318-1473, Italian social-
ist party, November 14, 1961. Invece le «vantate iniziative di Fanfani», secondo
l’estensore del documento, dopo tutto non avevano determinato alcun sostanziale
mutamento.
7
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 120 1318-1473, Memorandum
for Walt Rostow, Guidelines of US policy towards Italy, July 1, 1961 (secret). Pa-
per preparato dal Bureau for European Affairs. Il documento è in parte ancora
secretato.

­­­­­82
nisti nei futuri governi regionali8. D’altra parte il ministro del Bilancio
La Malfa aveva evocato l’idea di un piano quinquennale come parte di
una programmazione di respiro decennale, condotta anno per anno.
Gli esperti dell’ambasciata non mancavano di rilevare che la prospet-
tiva di un coinvolgimento del Psi nella programmazione economica
aveva trovato immediata eco nelle speculazioni della stampa circa la
possibilità di nuove nazionalizzazioni9.
In questo scenario, fu proprio Moro, allora segretario della De-
mocrazia cristiana, a sottolineare con gli interlocutori americani che
«il valore» del progetto di legge sulla nazionalizzazione dell’energia
elettrica risiedeva «nelle sue implicazioni politiche e psicologiche».
Questa asserzione poteva avere l’obiettivo di tranquillizzare i suoi
interlocutori sul processo di statalizzazione in corso, tuttavia Moro
argomentò che la nazionalizzazione aveva una utilità marginale come
misura sociale ed economica, in ciò trovandosi di fatto in accordo
con i suoi avversari. Egli ammise che le compagnie elettriche stavano
facendo un buon lavoro e che difficilmente qualcuno, certamente
nella Dc ma anche nel Psi, aveva interesse a far passare questa legge
per il suo contenuto economico, quanto invece perché era il pre-
supposto dell’accordo politico con il Psi per il sostegno al governo.
Pertanto un giudizio sulla nazionalizzazione diveniva un giudizio
contro o a favore del «cauto esperimento» di apertura a sinistra. La
legge, colpendo un potente monopolio italiano, avrebbe in un sol
colpo liberato la Dc dalla sua reputazione di partito a sostegno del
grande business, e avviato una nuova stagione politica convincendo
gli italiani che non avevano bisogno di votare Pci per proteggere
i propri interessi. La statalizzazione dell’industria elettrica sarebbe
servita alla Dc meglio di ogni altra misura per rompere con gli aspet-
ti meno positivi della storia del partito, se solo i deputati avessero
capito e dato il loro appoggio alla legge senza badare alla sua inuti-
lità economica. In margine alla trascrizione del colloquio con Moro,
Schlesinger annotava: «Moro the master politician»10.
La nazionalizzazione dell’industria elettrica fu approvata nel di-
cembre 1962. La legge stabiliva che gli impianti appartenenti a 1.270

8
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Biweekly economic review no.
22, October 20-November 2, 1962.
9
  Ibid.
10
  JFKL, PP Art. Sch., WHF, Subject files 1961-64, Italy, b WH-12 overflow,
August 22, 1962.

­­­­­83
aziende, fra gruppi privati e imprese controllate dall’Iri, sarebbero stati
conferiti a un nuovo ente pubblico, l’Enel11. Ai gruppi privati furono
versati enormi indennizzi (1.650 miliardi di lire), accollati ai futuri bi-
lanci dell’Enel; le scelte produttive compiute dalla dirigenza dell’ente
puntarono sugli impianti termoelettrici, provocando un notevole au-
mento della produzione di energia elettrica dal petrolio e, di conse-
guenza, una crescente dipendenza energetica del paese dall’estero12.

I problemi della bilancia dei pagamenti americana, l’export


verso l’Italia e il vantaggio comparato dell’alta tecnologia

Fra il 1961 e il 1962 l’obiettivo di aumentare le esportazioni ameri-


cane in Europa e in Italia divenne prioritario per Washington come
soluzione agli squilibri della bilancia dei pagamenti statunitense. Il
24 giugno 1962 il segretario di Stato Dean Rusk incontrava a Roma
Antonio Segni, già ministro degli Esteri nel governo Fanfani e da poco
eletto alla presidenza della Repubblica, che era ritenuto un convinto
e leale amico degli Usa. In quell’occasione il neo-ministro degli Esteri
Piccioni, avanzando alcune considerazioni sulla politica estera sovie-
tica e sulla questione di Berlino, affermò che essa era motivata dalla
frustrazione, da parte americana, di ogni tentativo sovietico di stabilire
scambi commerciali con gli Usa. Rusk commentò in modo tagliente
l’opinione di Piccioni, affermando che gli sembrava di sentire le argo-
mentazioni di Mattei; e concluse con durezza che gli italiani erano stati
chiaramente spinti ad aumentare gli scambi con l’Urss dai loro esclu-
sivi e particolari interessi nazionali. Il segretario di Stato, comunque,
usciva dall’incontro soddisfatto: il governo italiano sosteneva il Mer-
cato comune nella sua forma più ampia, politica ed economica. Inoltre
era favorevole all’entrata della Gran Bretagna nel Mec. Gli italiani si
confermavano così utili mediatori per gli obiettivi statunitensi13. Per
quanto il progetto del Mercato comune avesse avuto origine da esigen-

11
  V. Castronovo, Il gioco delle parti, Rizzoli, Milano 2012, pp. 291-293.
12
  La quota di produzione elettrica da fonti importate, complici l’aumento
della domanda interna, la saturazione dei bacini idroelettrici e la mancanza di fonti
alternative, aumentò dal 10% del 1960 al 67% del 1973. Cfr. Storia dell’industria
elettrica in Italia, vol. V, Gli sviluppi dell’Enel. 1963-1990, a cura di G. Zanetti,
Laterza, Roma-Bari 1994.
13
  JFKL, NSF, Italy general, b 120, Telegram from London to Secretary of State,
June 24, 1962, secret.

­­­­­84
ze economiche e sociali14, la guerra fredda aveva influito sul processo
d’integrazione europeo, come dimostrava il favore di Washington ver-
so il suo compimento. L’adesione di Londra, dopo il ritorno al potere
di de Gaulle in Francia, era divenuta cruciale per contrastare le spinte
autonomistiche francesi e impedire di trasformare l’Europa in una
terza forza, indipendente dalle due superpotenze15.
La partecipazione delle aziende americane alle numerose fiere
commerciali era fra le iniziative di promozione del «made in the
Usa» in Italia. In particolare, i produttori di soia e di pollame erano
sollecitati a partecipare alle fiere emiliane, perché Bologna era «il
centro dell’influenza del comunismo in Italia». Invece Milano, pa-
ragonata a Francoforte e Londra come prospero centro di business,
avrebbe dovuto ospitare la sede del U.S. Trade Center.
Al consolato americano di Milano non sfuggiva la problematicità
di vendere prodotti statunitensi sul mercato italiano. Infatti molti beni
di consumo, soprattutto nel settore degli elettrodomestici, erano già
prodotti in Italia da ditte affiliate delle case madri statunitensi; altri
manufatti, come i tessuti, non erano competitivi; inoltre, secondo il
consolato, gli italiani imitavano velocemente ogni prodotto popolare,
come era accaduto per i jeans. In Italia vi era pertanto un mercato li-
mitato ai prodotti americani di eccellenza, come certi giocattoli, alcuni
motori fuori bordo ad alta potenza e pochi altri. Di fatto, i beni che
potevano essere venduti in Italia erano solo quelli con una reputazione
di elevata qualità (per esempio, i trattori Caterpillar), o per i quali il
mercato italiano non era ancora vasto abbastanza da permetterne una
produzione di serie locale (per esempio, gli strumenti di misurazione
elettronica, le macchine specializzate, le macchine Ibm più recenti).
Senza dire che la Camera di commercio americana era impegnata a
promuovere l’export italiano negli Usa, e non viceversa.
In effetti, le importazioni dagli Stati Uniti erano composte per
la maggior parte da materie prime, prodotti agricoli, macchinari e
prodotti semifiniti. Da uno studio condotto dal consolato sull’am-
montare delle importazioni italiane nel 1960 era emerso che i beni di
consumo non superavano il 4%. E, considerato che alcuni di essi era-
no destinati a essere usati per scopi produttivi, l’ammontare dei beni

14
  A. Milward, The European Rescue of the Nation-State, Routledge, London
1992, p. xi.
15
  N.P. Ludlow, European Integration and the Cold War, in The Cambridge
History of the Cold War, vol. II, Crises and Détente, cit., pp. 187-191.

­­­­­85
di effettivo consumo importati non superava il 2%. Questo flusso
così contenuto era attribuito dal consolato a fattori quali l’abilità delle
imprese manifatturiere italiane, la vicinanza al mercato e la differenza
nei costi di produzione. Anche il confronto con i beni di consumo
importati dalla Germania, che erano comunque il doppio di quelli
importati dagli Usa, faceva ipotizzare che, in Italia, ci fosse un mo-
dello peculiare di consumo di prodotti domestici che difficilmente
avrebbe potuto essere sradicato. Pertanto l’unica strategia praticabile
di penetrazione del mercato italiano consisteva nel concentrarsi sui
beni capitali, su alcuni prodotti agricoli e sulle materie prime, lascian-
do ai produttori locali il comparto dei beni di consumo16.
In Italia le companies statunitensi che operavano nei settori a tec-
nologia avanzata beneficiavano di vantaggi psicologici unici rispetto
alle imprese degli altri paesi. Ne era stato un esempio la Conferenza
sulle comunicazioni, svoltasi a Genova nella settimana dedicata alla
celebrazione di Cristoforo Colombo, alla fine di ottobre del 1962.
Le innovazioni e gli esperimenti, che permeavano i diversi momenti
della Conferenza, costituivano un eccezionale veicolo di comunica-
zione pubblicitaria a vantaggio delle aziende statunitensi. Queste
ultime erano favorite anche dall’interesse dei visitatori per un settore
avveniristico come le comunicazioni nello spazio. Non c’era invece
alcun riferimento ai sovietici, e ciò malgrado il lancio dello Sputnik,
nell’agosto 1957, e la roboante retorica che lo aveva accompagna-
to avessero colpito l’immaginazione collettiva. In effetti il divario
tecnologico sovietico con gli Stati Uniti non si era ridotto, e anzi si
stava ampliando, in particolare nell’informatica17. Nell’ottobre 1962
si era tenuta una mostra a Mosca per promuovere gli scambi Italia-
Urss nel campo dell’elettronica e ridurre lo squilibrio della bilan-
cia commerciale per l’import di commodities dall’Unione Sovietica.
Ma i prodotti elettronici erano difficilmente commerciabili perché
o erano sotto embargo o venivano utilizzati per la difesa italiana, e
pertanto erano sottoposti a controlli di sicurezza fra i due blocchi.
Così solo un numero limitato di apparecchiature poteva essere effet-
tivamente venduto all’Urss18.

16
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 927, Export, September 25, 1962.
17
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 927, Genoa’s Columbus week, Oc-
tober 24, 1962.
18
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Biweekly economic review no.
19, September 8-21, 1962.

­­­­­86
Secondo un documento del Bureau of European and Eurasian
Affairs, si dovevano esercitare pressioni sul governo italiano per-
ché seguisse una politica commerciale coerente con le normative del
Gatt, e ciò con riferimento alle restrizioni quantitative all’import e
alla discriminazione contro i prodotti dell’area del dollaro, nonché
all’adozione di politiche liberiste all’interno del Mercato comune.
Inoltre, per alleviare i problemi della bilancia dei pagamenti ameri-
cana, era necessario non solo aumentare le esportazioni americane
verso il mercato italiano, ma anche promuovere il turismo italiano
verso gli Stati Uniti19.
La questione del deficit della bilancia dei pagamenti americani,
a giudizio del sottosegretario di Stato George Ball, richiedeva uno
sforzo mirato a riequilibrare le spese militari statunitensi in Italia con
un incremento delle vendite di equipaggiamenti militari americani
e nuovi accordi sulla cooperazione logistica a supporto delle for-
ze americane nella Penisola. Queste misure erano tanto più urgenti
considerato che le riserve auree degli Stati Uniti erano diminuite,
tornando ai livelli prebellici dell’agosto 1939.
Le spese militari nel cosiddetto mondo libero costituivano uno
dei fattori di deficit più importanti per gli Stati Uniti. Washington
considerava l’Italia un alleato con buone disponibilità finanziarie:
aveva avuto per quattro anni consecutivi un surplus della bilancia
dei pagamenti, aveva aumentato le riserve d’oro e di valuta estera, e
il resto era servito ad accrescere il patrimonio del suo sistema ban-
cario. Perciò, insieme con gli altri alleati europei nella stessa con-
dizione, doveva impegnarsi ad acquistare armi moderne e sistemi
di difesa ricorrendo alle industrie americane, anziché creare «inef-
ficienti industrie» locali. Era questa l’opinione del sottosegretario
di Stato Ball, che era sostanzialmente diffidente nei confronti della
svolta di centro-sinistra. Nel settore aeronautico, per esempio, egli
riteneva che gli Usa avrebbero potuto produrre jet in modo assai più
efficiente ed economico in proprio, anziché creare una produzione
industriale locale con Fiat, che «sarebbe stata non soltanto più costo-
sa ma che avrebbe anche ritardato la realizzazione delle richieste per
la sicurezza dei piloti»20. La guerra fredda, non diversamente dalla

19
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 120 1318-1473, Memorandum
for Walt Rostow, Guidelines of US policy towards Italy, July 1, 1961 (secret). Paper
preparato dal Bureau for European Affairs.
20
  JFKL, NSF, Italy general, b 120, Telegram, May 11, 1962.

­­­­­87
guerra combattuta, tracciava anche la specializzazione produttiva e i
vantaggi competitivi di Washington: l’alta tecnologia, che costituiva
il fondamento della superiorità militare, doveva restare una prero-
gativa americana21. Questa visione geostrategica si sarebbe tanto più
concretizzata quanto più debole, confusa e divisa sarebbe stata la
risposta degli europei.

Le incognite della dipendenza dal petrolio sovietico

Con l’insediamento alla Casa Bianca di John F. Kennedy, eletto l’8


novembre 1960, in Italia si delineava un arco di forze favorevole alla
politica di distensione nelle relazioni economiche e politiche Est-
Ovest.
Fra le grandi imprese italiane che guardavano con interesse all’al-
lentamento dei controlli sugli scambi con il blocco sovietico vi era
l’Eni. Alla fine degli anni Cinquanta, le tubature di grandi dimen-
sioni usate nella costruzione delle pipelines erano state rimosse dalla
lista dei prodotti sottoposti a embargo. L’11 ottobre 1960 l’Italia
aveva siglato un accordo con l’Urss per l’importazione di consistenti
quantità di petrolio (12 milioni di tonnellate di greggio – 3 milioni
all’anno – per quattro anni, dal 1962 al 1965) e per l’avvio di forni-
ture di gas. In cambio l’Unione Sovietica avrebbe importato gomma
sintetica, tubature di grandi dimensioni e macchinario per le con-
dotte petrolifere forniti dal Nuovo Pignone, controllata di Eni, e dal
gruppo Finsider. Grazie a queste condotte Mosca avrebbe esteso la
propria rete distributiva in Europa: a nord sino al Baltico, a ovest
sino a Berlino; con un’altra pipeline a sud-ovest, attraverso l’Un-
gheria e la Cecoslovacchia, avrebbe raggiunto l’Austria. Nel 1961

21
  Nell’autunno 1962 la finanziaria Ernesto Breda, holding controllata dallo
Stato italiano, concluse un accordo per ottenere assistenza tecnica e finanziaria
dalla General Precision Incorporated di New York nel campo degli equipaggia-
menti elettronici e della strumentazione per aerei, veicoli aerospaziali e missili.
Nei mesi precedenti la Breda aveva raggiunto accordi simili con l’Anic e con la
Libbey-Owens-Ford Glass Company di Toledo per la creazione di una fabbrica di
vetro a Vasto, in Abruzzo, posseduta congiuntamente dalle tre aziende e che doveva
essere costruita dalla Società Italiana Vetro. Inoltre impianti di riscaldamento e raf-
freddamento sarebbero stati realizzati a Bari dalla Breda-Hupp, una nuova società
posseduta per i due terzi dalla Breda e per un terzo dalla Hupp Corporation di
Cleveland. NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Biweekly economic review
no. 21, October 6-October 19, 1962.

­­­­­88
l’Italia avviava un’altra trattativa con l’Urss per l’importazione di 4
milioni di tonnellate di greggio all’anno e di 700 mila tonnellate di
olio combustibile22.
Gli esperti americani prevedevano che, entro il 1965, l’Urss avreb-
be fornito il 14% dell’import petrolifero italiano. Questo importante
flusso di greggio avveniva con modalità operative che impensierivano
gli alleati della Nato, innanzitutto Gran Bretagna, Francia, Olanda e
Norvegia, perché mancavano di trasparenza. Infatti, fra tutti gli Stati
che importavano petrolio da Mosca, l’Italia era il solo che non eser-
citava specifici controlli amministrativi sulle importazioni, rendendo
così impossibile il controllo della Nato a motivo dei dati incompleti
e non confrontabili con quelli degli altri paesi23.
In questo periodo si erano infittite anche le visite di Stato fra Roma
e Mosca, come quella di Gronchi in Urss nel 1960 – durante la quale
era stato sottoscritto il primo accordo culturale italo-sovietico –, di
Fanfani a Mosca nel 1961 e di Gromyko in Italia nel 196624.
In occasione dell’incontro fra Mattei e l’ambasciatore William Ave-
rell Harriman a Roma, il 10 marzo 1961, si tornò a parlare dell’Urss.
Il presidente dell’Eni giocò la carta del petrolio sovietico per creare
un possibile terreno di mediazione con le compagnie americane. Se-
condo Mattei i sovietici avevano intenzione di praticare una politica
di dumping immettendo sul mercato petrolio a basso prezzo. Questa
strategia avrebbe messo in difficoltà innanzitutto le compagnie pe-
trolifere anglo-americane che perciò – suggeriva Mattei – avrebbero
dovuto lavorare insieme con lui per decidere come affrontare tale
situazione. I sovietici infatti potevano trarre vantaggio, nel perseguire
il loro obiettivo, dallo stretto controllo esercitato sui consumi interni
rendendo disponibile per l’export le quantità di petrolio che ritene-
vano utili per la loro strategia di penetrazione in Occidente25.
In effetti, durante la guerra fredda, l’espansione delle esportazioni
petrolifere sovietiche fu cruciale per la strategia della cosiddetta of-

22
  JFKL, NSF, Italy subjects, b 121, Fanfani visit June 1961, Position paper.
23
  Ibid.
24
  Sui retroscena e le difficoltà dell’incontro Gronchi-Chruščëv nel febbraio
1960, I diari di Luca Pietromarchi ambasciatore italiano a Mosca (1958-1961), a cura
di B. Bagnato, Olschki, Firenze 2002, p. 446.
25
  JFKL, NSF, Italy, b 120, Harriman, Mattei et al., Rome, 10 March 1961
(secret). In questa occasione Mattei disse che si doveva fare di più per riportare i
socialisti, tanto di Nenni che alcuni «carristi», nell’area democratica e che egli stava
lavorando in tal senso.

­­­­­89
fensiva economica sovietica, diretta in particolare verso i paesi meno
sviluppati. Dal punto di vista americano si trattava di un piano le cui
implicazioni per l’Occidente potevano essere altrettanto pericolose
di un’aggressione militare. Non soltanto perché i sovietici potevano
sfruttare a proprio vantaggio questa dipendenza, ma anche perché
sullo scenario globale essi potevano distruggere i mercati internazio-
nali praticando il dumping nel settore delle materie prime e dei pro-
dotti manufatti, conquistare quote di mercato e prendere il controllo
di alcune fonti di materie prime, e in genere manipolare i mercati per
distruggere le economie occidentali e le linee di fornitura26.
In quell’occasione Mattei dichiarò che, comunque, non inten-
deva unirsi ai sovietici per costruire la pipeline di Vienna. Invece
informò Harriman dei suoi piani in Sud America (una pipeline dalla
Patagonia a Buenos Aires e una catena di motel) e Africa (dagli inve-
stimenti in Tunisia alla costruzione di un network di distribuzione e
di motel in Etiopia, Somalia, Eritrea, Uganda, Kenya, nonché di una
raffineria in Ghana). L’Africa, secondo Mattei, era il nuovo campo
di battaglia fra Est e Ovest, e l’Occidente non avrebbe perso il con-
fronto soltanto se avesse agito con intelligenza.
Mattei parlò anche delle ricerche nella zona dei monti Zagros, in
Iran, e della situazione di quel paese, che giudicava molto pericolosa.
Affermò, riferendosi allo scià come a un amico personale, che gli
aiuti occidentali avrebbero dovuto essere di sostegno economico e
di formazione degli iraniani per prepararli all’industrializzazione del
paese. Infatti Mattei pensava che lo scià abbisognasse soltanto degli
equipaggiamenti militari necessari a preservare l’ordine interno: dar-
gli più di questo comportava gravarlo di un peso. I 2.000 chilometri
di frontiera terrestre con l’Unione Sovietica rendevano impossibile
a Teheran resistere a un eventuale attacco dei sovietici27.

26
  N. Jensen-Eriksen, The First Wave of the Soviet Oil Offensive: The Anglo-
American Alliance and the Flow of «Red Oil» to Finland during the 1950s, in «Busi-
ness History», n. 3, 2007, pp. 348-366.
27
  JFKL, NSF, Italy, b 120, Memorandum of conversation, 10 March, 1961,
Harriman, Mattei, Walters, Brazzà. L’interpretazione di questo passo fornita a suo
tempo da Nico Perrone è riduttiva del pensiero di Mattei, il quale riteneva che si
dovesse aiutare l’industrializzazione dell’Iran, e non soltanto fornire armamenti.
Quanto al passo «Mattei rispose con battute a proposito di altri regali ricevuti pre-
cedentemente da altri», la questione in realtà riguardava la Francia. Alla richiesta
di Harriman sul perché re Hassan II del Marocco avesse accettato in dono aerei
da caccia sovietici, Mattei rispose che «il re aveva accettato altri regali precedente-

­­­­­90
Il problema della dipendenza dell’Italia dal petrolio russo fu af-
frontato anche durante la visita del presidente del Consiglio Fanfani a
Washington, il 12 e 13 giugno 1961. La Nato aveva condotto da poco
uno studio sulla questione petrolifera ed era giunta alla conclusione
che occorresse tenere costantemente sotto osservazione gli scambi
petroliferi Est-Ovest per poterne valutare adeguatamente le implica-
zioni. Al governo italiano si chiedeva di adottare quegli aggiustamenti
e disposizioni amministrative che potessero rendere i dati sulle im-
portazioni di greggio dall’Urss attendibili e comparabili con quelli dei
paesi Nato, e ciò anche per coordinare la politica commerciale degli
alleati verso il blocco sovietico28. Secondo i dati americani, il commer-
cio dell’Italia con il blocco sino-sovietico era aumentato considerevol-
mente, anche se si attestava al 5,95% dell’interscambio totale italiano.
Dal 3 al 5 agosto, circa due mesi dopo il rientro dagli Stati Uniti, il
presidente del Consiglio Fanfani andò a Mosca, in circostanze (non
ancora del tutto chiarite in sede storiografica) che coincidevano con
l’aggravarsi della crisi di Berlino, conclusasi con l’innalzamento del
Muro. In alcuni telegrammi inviati all’ambasciata di Roma in set-
tembre, il segretario di Stato Rusk affermava che i sovietici si erano
dichiarati disponibili ad affrontare il problema tedesco della pace
attraverso negoziati. La mediazione di Fanfani poteva costituire uno
snodo diplomatico29. Ma Rusk osservava che il problema dell’ac-
cesso aereo a Berlino Ovest era solo un aspetto del problema più
generale della Germania. Gli americani non intendevano accettare
alcuna soluzione che potesse legalizzare la divisione della Germania
e negare la possibilità di una unificazione in futuro. Pertanto, il mo-
tivo del viaggio di Fanfani a Mosca, nell’opinione del segretario di
Stato Rusk, era stato innanzitutto di politica interna. In sostanza, il
governo italiano aveva bisogno di guadagnare prestigio, e la parte-
cipazione a incontri internazionali importanti aveva la funzione di
soddisfare l’opinione pubblica nazionale. Chruščëv aveva colto al
volo questo necessità e aveva agito di conseguenza, coinvolgendo

mente, come una bellissima ragazza e un aereo privato dai francesi. Infatti egli era
accusato in molti circoli in Marocco di essere a favore dei francesi e degli ameri-
cani». Si veda N. Perrone, Obiettivo Mattei. Petrolio, Stati Uniti e politica dell’Eni,
Gamberetti, Roma 1995, p. 170.
28
  JFKL, NSF, Italy subjects, b 121, Fanfani visit June 1961, Position paper.
29
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 120 1318-1473, telegram 1961
September 4, firmato Rusk.

­­­­­91
Fanfani nella crisi di Berlino; ma questo, secondo Rusk, era un modo
molto pericoloso di ottenere popolarità30.

Mattei, Kennedy e il «Club» petrolifero

Nell’aprile 1962 Mattei decise di incontrare il presidente Kennedy.


La visita, egli fece sapere attraverso i suoi emissari a Washington,
non aveva a che fare con il petrolio. Ma proprio questa richiesta «di
far visita al presidente senza nessuna ragione speciale», secondo Ball
e Schlesinger, avrebbe creato parecchie difficoltà, in particolare con
i molti membri del Congresso che già consideravano Mattei una sor-
ta di «anti-Christian» e collegamento con la «Soviet conspirancy».
Perciò Ball chiese a Schlesinger, che aveva fatto da tramite con gli
italiani, di trasformare l’incontro in un accordo per il petrolio. Egli
era convinto che potesse esserci qualche vantaggio concreto nel far
entrare Mattei all’interno del «Club», il che non appariva impossi-
bile almeno per quanto riguardava l’atteggiamento delle compagnie
petrolifere americane31.
La strategia per ammettere Mattei nel «Club» petrolifero era sta-
ta delineata un mese prima a Washington in un incontro presso il
Dipartimento di Stato. Fra gli altri erano presenti il sottosegretario
di Stato per gli Affari economici Ball, l’ambasciatore Reinhardt, il
sottosegretario di Stato per gli Affari politici George McGhee e,
per la Casa Bianca, Schlesinger32. In quell’occasione Reinhardt aveva
fornito informazioni su Mattei e sulla politica di apertura a sinistra
che erano state decisive. Reinhardt aveva chiarito che Mattei non era
comunista, anche se acquistava il petrolio sovietico a basso prezzo,
e anzi durante la guerra era stato al comando di formazioni parti-
giane anticomuniste. L’unica cosa che lo interessava era il petrolio.
Si trattava perciò di convincere le compagnie petrolifere occidentali
a raggiungere un accordo con lui. Infatti le autonome iniziative di
Mattei in Medio Oriente, Nord Africa e altrove, secondo McGhee,

30
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 120 1318-1473/b 121 1474-
1503, telegram 1961 September 8, firmato Rusk, inviato all’ambasciata di Roma,
segreto.
31
  JFKL, Personal Papers (d’ora in poi PP) of George W. Ball, b 5 of 9, f. Italy,
4/14/62.
32
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 120 1318-1473, Memorandum
of conversation. Mattei and Eni, Washington, March 17, 1962.

­­­­­92
avevano effetti perturbatori tanto sugli interessi americani quanto
sui rapporti con il blocco comunista33. Tanto che McGhee propose
di coinvolgerlo anche nel consorzio petrolifero iraniano, pur di por-
re vincoli e limiti al commercio di petrolio con l’Urss.
Il punto, secondo Ball, era se difendere o meno la strategia del-
le compagnie petrolifere americane che mantenevano un prezzo del
greggio artificioso. D’altronde, incoraggiare Mattei nei suoi sforzi
di ridurre il prezzo del greggio avrebbe potuto peggiorare la capa-
cità competitiva degli Usa su alcuni mercati mondiali. Per parte sua
Schlesinger, uno degli esponenti più in vista dell’ala liberal del Partito
democratico, riteneva che la sola risposta alla richiesta di Mattei do-
vesse essere che Washington intendeva sistemare i suoi rapporti con
le compagnie petrolifere. La soluzione di questo problema di fondo
era la condizione preliminare per ogni discorso sui problemi politici.
«Trattare la questione del surplus sovietico è complesso – affermò
Ball – e noi dovremmo sederci e rivedere l’intera cosa con lui. Una
delle idee è che noi possiamo offrirgli risorse alternative di greggio
facendolo partecipare in parte alla costruzione in Medio Oriente, e
[...] possiamo risolvere i loro accordi politici». Schlesinger condivise
pienamente il piano, giudicando l’approccio eccellente34. Pragmatica-
mente, Ball e Schlesinger avevano messo sullo stesso tavolo l’accordo
con le compagnie petrolifere e il via libera al centro-sinistra.
L’incontro fra il sottosegretario di Stato George Ball e Mattei, ac-
compagnato da Alvise Savorgnan di Brazzà, presenti l’ambasciatore
Reinhardt e il colonnello Vernon A. Walters, avvenne il 22 maggio
1962, presso l’ambasciata di Roma35. Mattei presentò le iniziative
internazionali dell’Eni: Urss, Libia e Cina erano le questioni più rile-
vanti e, certamente, quelle che più interessavano i suoi interlocutori.
Mattei argomentò contro le accuse di aiutare i sovietici importando

33
  Tanto più che, sotto l’aspetto meramente industriale, i «costi del petrolio
che produceva [Mattei] erano dispendiosamente alti per ogni oggettivo standard».
Geologo e industriale del petrolio, McGhee dopo la guerra aveva iniziato la car-
riera diplomatica, occupandosi in particolare degli aiuti militari ed economici alla
Grecia, alla Turchia, ai paesi del Medio Oriente e dell’Africa. All’inizio degli anni
Cinquanta era stato ambasciatore in Turchia. Per una interpretazione della vicenda
Mattei nella prospettiva degli sviluppi della politica interna italiana e la formazione
del centro-sinistra si veda L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., pp.
518-536.
34
  JFKL, PP of George W. Ball, b 5 of 9, f. Italy, 4/14/62.
35
  Come Reinhardt aveva suggerito il 17 marzo.

­­­­­93
il loro greggio. E alla domanda di Ball se stesse costruendo una pi-
peline da Trieste a Vienna e Bratislava per il trasporto del petrolio
russo, non rispose se non accennando a una richiesta da parte au-
striaca per Vienna36.
Mattei tornò poi sulla questione della dipendenza dell’Italia dal
petrolio sovietico, dimostrando agli americani con un grafico che
l’Italia era assai meno dipendente di altri paesi europei. L’Italia im-
portava dall’Urss soltanto il 15% del suo fabbisogno, contro il 35%
della Svezia, il 65% dell’Austria, il 77% della Finlandia, mentre la
Germania occidentale ne importava il 10%. Anche per quanto ri-
guardava le forniture a Mosca di condutture per il greggio, Mattei
sottolineò che tanto la Germania quanto il Giappone ne procurava-
no quantità assai superiori. Circa i rapporti d’affari con i sovietici,
spiegò che corrispondevano alla sua strategia di «non lasciare spazi
vuoti ai contendenti del blocco sovietico». Si trattava di un insegna-
mento che aveva tratto dall’esperienza fatta un anno prima a Cuba,
quando, su sollecitazione del ministro italiano degli Affari esteri,
aveva rinunciato all’offerta fattagli da Castro di gestire il petrolio
sull’isola e la sua rinuncia aveva spinto immediatamente i cecoslo-
vacchi a subentrargli a Cuba.
Il progetto di liquefazione del gas libico da trasportare in Italia
suscitò il massimo interesse nei suoi interlocutori. Tanto più che c’e-
ra la possibilità di una joint venture con la Standard Oil Company del
New Jersey, per la quale erano in corso contatti con il vicepresidente
esecutivo William R. Stott.
Mattei parlò infine della Cina, una parte del mondo che «sarebbe
divenuta sempre più influente nel mondo degli affari»37. Egli aveva
da tempo rapporti con alcuni esponenti di primo piano dell’establish­
ment cinese interessati a una più stretta collaborazione con l’Eni. I
russi, andandosene dalla Cina, avevano lasciato un vuoto che preoc-
cupava Mattei e di cui egli avrebbe voluto parlare con Kennedy. Ma i
sovietici, accortisi del pericolo derivante da quel vuoto, erano tornati
sulla loro decisione. Secondo Mattei, in Cina c’era un forte risentimen-
to verso l’Urss e gli altri paesi del blocco sovietico. Egli fece notare che
cecoslovacchi e ungheresi avevano guadagnato parecchio caricando

36
  JFKL, PP Art. Sch., WHF, Subject file 1961-64, Italy, b WH-12 overflow,
Memorandum of conversation, Rome, May 22, 1962. Il documento è stato desecre-
tato e pertanto è consultabile integralmente.
37
  Ibid.

­­­­­94
sui cinesi prezzi altissimi per i beni venduti a Pechino, come d’altra
parte aveva fatto l’Unione Sovietica con loro. Accennò poi agli accordi
con l’Eni per la costruzione di sette raffinerie coperte da 100 milioni
di dollari, poiché «questo era tutto ciò» che egli poteva fare, essendo
«piccolo e povero» – espressione questa che egli amava utilizzare, ma
che gli americani consideravano solo un artificio retorico.
Sottoposto a un fuoco di fila di domande su queste iniziative,
Mattei rispose in modo vago che si trattava genericamente di im-
pianti industriali. Ma a una specifica richiesta del sottosegretario
Ball, replicò che i cinesi mantenevano le promesse e pagavano pron-
tamente. Essi, infatti, avevano notevoli riserve di valuta straniera che
derivavano dai guadagni realizzati con la vendita di manufatti a bas-
so prezzo nel Sud-Est dell’Asia e in Africa. Erano circa 150 milioni
di dollari, secondo Mattei, ai quali si dovevano sommare quasi 200
milioni di dollari all’anno derivanti dalle rimesse degli emigrati. A
suo giudizio, si trattava di un mercato molto interessante e si chiede-
va perché Washington non pensasse di fare qualcosa in quell’area. In
effetti, il sottosegretario mostrò di essere estremamente interessato
a tutto ciò che Mattei diceva. Ball riconobbe che le relazioni con
le compagnie petrolifere americane e inglesi non erano state buo-
ne, e tuttavia sottolineava che c’era stato un inizio di cambiamento
nel loro atteggiamento e che le relazioni sarebbero migliorate, come
aveva osservato lo stesso Mattei. Il sottosegretario aveva ascoltato
con la massima attenzione ciò che Mattei aveva detto sulla Cina.
Pertanto intendeva tenere le «comunicazioni aperte» con Mattei:
questa prima conversazione era stata estremamente interessante ed
egli sperava che non sarebbe stata l’ultima38.
Il 27 ottobre 1962 Mattei morì nell’esplosione del suo aereo, vici-
no a Milano. Nel rapporto quindicinale dell’ambasciata sull’economia
italiana la notizia fu riportata con poche significative parole – «Mattei
was killed in an airplane accident» – e precisi accenni alle sue conse-
guenze. Ci si aspettava che Marcello Boldrini, vicepresidente dell’Eni,
passasse alla testa del gruppo in attesa che il governo nominasse un
nuovo presidente (in realtà restò in carica sino al 1967). Si osservava
che, proprio prima della morte, i rapporti di Mattei con le maggiori
compagnie petrolifere americane erano migliorati. In particolare, l’E-
ni aveva raggiunto un accordo con la Standard Oil del New Jersey, che

  Ibid.
38

­­­­­95
avrebbe risolto la vertenza giudiziaria sul caso delle raffinerie Stanic,
da loro possedute congiuntamente39. Ciò avrebbe spianato il cammino
a più normali relazioni commerciali fra l’Eni e una delle principali
compagnie oggetto dei suoi attacchi40. Alla vicepresidenza dell’Eni
fu chiamato Eugenio Cefis, che era stato il più stretto collaboratore
di Mattei e che, secondo gli americani, era il depositario di numerose
operazioni segrete dell’ente note soltanto a Mattei41.

Italia, un paese a sé stante

Di ritorno da un viaggio in Italia, nell’agosto 1962, Charles Douglas


Jackson, che era stato assistente di Eisenhower per la guerra psico-
logica e aveva contribuito alla creazione della Radio Free Europe
per la propaganda nei paesi dell’Est, redasse alcuni rapporti riservati
per il presidente Kennedy. L’Italia veniva descritta per molti aspetti
come un paese a sé stante nell’Europa ricostruita: per la peculiarità
del business, della politica e della religione. Se il governo italiano
prevedeva di quadruplicare gli scambi con la Russia entro il 1963
ed alcune grandi imprese avevano già siglato con i sovietici impor-
tanti accordi di produzione, l’Eni aveva segnato un altro punto di
vantaggio nel Mediterraneo acquisendo il contratto per la realizza-
zione di una raffineria a Biserta, in Tunisia. Sebbene alla gara per la
costruzione dell’impianto avessero preso parte tutti coloro che erano
in grado di realizzarlo (tedeschi, americani, inglesi e altri), l’appalto
era stato vinto dagli italiani, che con Mattei avevano fatto l’offerta
più vantaggiosa.
Jackson aveva avuto modo di parlare di Mattei anche durante un
breve incontro con Nenni, che egli giudicava «uno fra i più disar-
manti vecchi mascalzoni» che avesse mai incontrato:

Gli chiesi che cosa pensasse della Monster State Corporation di Mat-
tei, che era l’equivalente della nazionalizzazione socialista, soltanto sotto
un’altra etichetta. Nenni rispose che, naturalmente, egli non poteva di-

39
  Anche la Esso aveva manifestato, in primavera, l’intenzione di cercare un ac-
cordo con Mattei. JFKL, Italy general, reference copy, b 120 1318-1473, Telegram
from Rome to secretary of State, April 25, 1962.
40
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Biweekly economic review no.
22, October 20-November 2, 1962.
41
  Ibid.

­­­­­96
sapprovare nessuna delle State business actions di Mattei. Comunque,
nella sua esperienza egli aveva visto che simili imprese guidate da uomini
di tal fatta generalmente si atteggiano a poteri indipendenti di governo,
sia che essi siano conservatori o socialisti. Scherzando gli chiesi se la pros-
sima cosa che egli dovesse nazionalizzare non potesse essere Mattei. Egli
rise, ma non rispose42.

Circa la Chiesa di Roma, Jackson osservava che le maggiori novità


in Italia sembravano venire dal Vaticano. Egli suggeriva di osserva-
re con attenzione il Concilio ecumenico che si sarebbe aperto l’11
ottobre, e invitava a riflettere sull’influenza e il seguito che questa
nuova Chiesa poteva avere nei paesi del Terzo Mondo. Ciò che stava
accadendo in Italia, secondo Jackson, avrebbe aperto la strada a una
rinascita economica dalla quale potevano venire suggestioni anche
per gli americani, purché gli elementi di grande pericolo insiti in
ognuno di questi fattori non avessero avuto la meglio.
Più di un anno dopo, il presidente Kennedy aveva incontrato il
ministro del Tesoro Colombo alla Casa Bianca. Le motivazioni della
visita furono passate al vaglio da McGeorge Bundy che, utilizzando
quello che era divenuto una sorta di cliché sugli uomini di governo
della Penisola, commentava la richiesta di Colombo come motiva-
ta non da urgenti problemi, ma dagli effetti che l’incontro avrebbe
avuto all’interno dell’establishment italiano43.
La percezione della diversità di visione, che si pretendeva uni-
versalistica per Washington e ripiegata invece su motivi e beghe di
politica domestica per Roma, era ricorrente tanto nei memorandum
dei più stretti collaboratori di Kennedy, come Bundy, quanto nei
documenti preparati dallo staff dell’amministrazione per gli incon-
tri44. Durante la visita di Colombo, il presidente Kennedy ribadì il
supporto degli Usa all’unità europea, ma sottolineò anche che i di-
stinguo di de Gaulle e della Francia avrebbero generato confusione
in questi rapporti, in particolare per quanto riguardava il futuro del-
la Nato e la cooperazione economica transatlantica. Gli Stati Uniti,
dopo la delusione del fallimento della Ced nel 1954, speravano che
l’Europa sarebbe stata in grado di rafforzare la sua sicurezza. Ben-

42
  JFKL, President’s Office Files (d’ora in poi POF), Italy, b 119 a, Overseas
report (confidential) C.D. Jackson, Italy, August 7, 1962.
43
  JFKL, POF, Italy, b 119 a, Memorandum for the President, October 4, 1963.
44
  JFKL, POF, Italy subjects, b 122, Fanfani visit, 1/16/63-1/17/63.

­­­­­97
ché la posizione di de Gaulle rendesse più difficili le prospettive di
cooperazione, gli Usa intendevano considerare l’Europa come una
potenza unificata all’interno di una più vasta area transatlantica.
Kennedy era dell’opinione che gli ostacoli alla realizzazione di
questo disegno derivassero dalla visione che de Gaulle aveva dell’Eu-
ropa: una potenza indipendente che bilanciava Est e Ovest sotto
la leadership politica della Francia. Ma in questo scenario anche il
patto franco-tedesco poteva diventare una leva per l’Unione Sovie-
tica, da usare a proprio vantaggio. Perciò ogni approccio all’Urss,
nella visione geopolitica di Kennedy, doveva essere unitario anche
nella sfera economica, e doveva risultare in un Occidente più forte.
Egli intendeva fare dell’Italia un alleato sul quale contare durante i
negoziati del Gatt, con l’obiettivo di impedire alla Francia di affer-
mare la propria leadership mettendo l’uno contro l’altro gli interessi
economici dei singoli paesi. Quanto ai comunisti italiani, Kennedy li
giudicava più moderati, ma si augurava una netta vittoria dei partiti
democratici45.
Il 26 luglio 1963 la Cia presentò uno Special Report sulla situa-
zione politica ed economica in Italia. Per quanto riguardava gli
aspetti politici, il rapporto registrava che il Psi continuava il suo
allontanamento dai comunisti, soprattutto in politica estera. Sebbe-
ne contrario per tradizione alle spese militari, il Partito socialista si
era astenuto sull’incremento del budget per la difesa, e nel dibattito
parlamentare aveva argomentato che l’aumento era necessario per
mantenere l’equilibrio fra Est e Ovest. Quanto all’economia, la Cia
rilevava che, nonostante il paese si fosse sviluppato a un ritmo senza
precedenti, continuavano a esserci gravi squilibri nella distribuzione
sociale e territoriale dei benefici del «miracolo». Le stime indica-
vano che circa il 50% del reddito nazionale andava al 10% delle
unità di reddito più elevate, a fronte del 29% americano. Questa
distribuzione squilibrata dei redditi aveva condotto sino ad allora a
un alto livello di investimenti – circa il 23% del Pil –, determinando
una rapida crescita della produzione industriale e dell’occupazione.
Nonostante le enormi somme spese, le regioni meno sviluppate con-
tinuavano ad avere standard di vita comparabili alla Spagna rurale.
Invece le città settentrionali reggevano bene il confronto con quelle

45
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 121, Memorandum of conversa-
tion (The President, Emilio Colombo, Sergio Fenoaltea, altri), October 4, 1963.

­­­­­98
del prospero Nord europeo46. Il boom aveva però deteriorato la bi-
lancia dei pagamenti. L’inflazione era cresciuta di 8 punti in un anno,
a motivo del pieno impiego e della sostenuta domanda di consumo,
nonché del ritardo con cui l’industria riusciva a soddisfare la do-
manda. Se l’obiettivo del governo era di ridurre l’offerta interna per
alleggerire la pressione sulla bilancia dei pagamenti, allora occorre-
va un governo forte in grado di opporsi all’aumento dei salari che,
secondo la Cia, costituiva un attraente espediente politico per ogni
governo italiano, specialmente di centro-sinistra47.

Integrazione europea e partnership atlantica

Gli obiettivi di medio periodo delineati in un documento del Di-


partimento di Stato per l’Italia, nel luglio 1961, non contenevano
elementi di novità rispetto alle relazioni fra i due paesi. In sostanza,
nel quadro del processo di integrazione politica ed economica in Eu-
ropa, si prevedeva la continuazione del supporto italiano alla Nato, il
suo allineamento agli Stati Uniti «come pietra miliare» dell’alleanza,
un più ampio contributo alla difesa occidentale e ai programmi di
accelerazione dello sviluppo nei paesi ancora arretrati48. Sul fronte
interno, questa linea di continuità presupponeva il sostegno a una
politica di centro, coalizioni di governo imperniate sul ruolo chiave
della Dc, di cui il Dipartimento mirava a evitare il frazionismo, non-
ché il sostegno ai partiti laici di tendenze moderate.
Secondo Arthur Schlesinger, che in un memorandum per Walt
Rostow giudicava «innocuo e privo di efficacia» il documento del
Dipartimento di Stato, pur riconoscendo che costituiva un progres-
so rispetto al passato, il vero punto critico per l’Italia continuava ad
essere l’atteggiamento di Washington verso la politica di apertura
a sinistra. Schlesinger, affermando che gli Usa non potevano per-
mettersi una «wait-and-see policy», riteneva che si dovesse raffor-
zare la posizione di Nenni aiutando l’evoluzione del Psi verso una

46
  Per formulare questo giudizio venivano utilizzate le statistiche elaborate
dall’economista Vera Lutz.
47
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 121, Cia special report, 26 July
1963.
48
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 120 1318-1473, Memorandum
for Walt Rostow, Guidelines of US policy towards Italy, July 1, 1961 (secret). Paper
preparato dal Bureau for European Affairs.

­­­­­99
più effettiva indipendenza dai comunisti49. Pertanto era compito
di Washington incoraggiare il governo italiano ad adottare misure
economiche e sociali progressive, coerenti con l’elevato saggio di
crescita economica del paese, per un più rapido sviluppo del Sud e
la modernizzazione dell’agricoltura.
Schlesinger, peraltro, aveva visto anche un memorandum del Di-
partimento di Stato sulla visita di Fanfani a Washington del giugno
1961. Era stato McGeorge Bundy, probabilmente il più influente
consigliere della politica estera del presidente, a farglielo avere e a
fornirgli anche la chiave di lettura psicologica della posizione del
Dipartimento50.
In quell’occasione sia il presidente del Consiglio Fanfani che il
ministro degli Esteri Segni avevano chiesto, per quanto riguardava
l’installazione dei missili Polaris in sostituzione degli Jupiter, che ci
fosse un appropriato grado di controllo da parte italiana sul loro
uso51. E ciò perché l’esecutivo voleva essere rassicurato che nella
strategia Nato non ci fossero cambiamenti che avrebbero potuto
marginalizzare l’Italia.
Queste tematiche sarebbero state affrontate anche durante un’al-
tra visita di Fanfani a Washington il 16 e 17 gennaio 196352. Do-
po l’accordo di Nassau, nel dicembre 1962, fra Stati Uniti e Gran
Bretagna per la fornitura dei missili Polaris ai sottomarini inglesi,
nelle capitali europee ci si chiedeva chi avrebbe avuto il controllo
e l’accesso a queste testate nucleari in una forza che si pretendeva
multilaterale53. In quell’occasione si era trovata l’intesa, approvata
dalla Camera il 25 gennaio, sulla sostituzione delle basi fisse Jupiter
con le basi sommergibili Polaris nel nostro paese.
Nel marzo la proposta americana di armare con i Polaris navi

49
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 120 1318-1473, Memorandum
for Walt Rostow, July 6, 1961. G. Frederick Reinhardt, ambasciatore in Italia, nel-
la sua testimonianza dà un giudizio più sfumato della politica estera americana,
asserendo che il presidente suffragò la sua posizione. Reinhardt riteneva che gli
Usa dovessero essere un osservatore simpatetico dell’Italia. JFKL, Oral History
Interviews, G. Frederick Reinhardt, November 1966, Italy, Rome.
50
  Sui consiglieri di Kennedy cfr. G.M. Taber, John F. Kennedy and a Uniting
Europe. The Politics of Partnership, College of Europe, Bruges 1969, p. 39.
51
  JFKL, NSF, Italy subjects, reference copy, b 121, Fanfani visit June 1961,
Memorandum. Kennedy, Schlesinger, Fanfani, Segni, Fenoaltea, e altri.
52
  JFKL, NSF, Italy subjects, Fanfani briefing book, b 122, January 10, 1963.
53
  Ibid.

­­­­­100
mercantili di superficie – soluzione che avrebbe fatto risparmiare
un terzo della spesa rispetto alle forze sottomarine – venne discussa
in un incontro segreto a Roma con l’ambasciatore Livingston T.
Merchant, incaricato di prendere contatti con gli alleati della Nato.
La proposta americana provocò la ferma reazione di Fanfani, che si
era consultato sia con il ministro degli Esteri Piccioni sia con quello
della Difesa Andreotti. La partecipazione di navi mercantili armate
di Polaris alla costituzione della forza multilaterale Nato, infatti,
avrebbe creato «tali difficoltà e tali pericoli da indebolire fin dal
tempo di pace tutto il sistema economico e militare dei paesi Nato,
colpendoli nel vivo dei loro traffici» ed esponendo al pericolo in
particolare l’Italia, paese «immerso in un mare chiuso, dotato di
molti porti e legato allo sviluppo e all’impiego agevole di una co-
spicua flotta mercantile, operante per conto di cittadini nazionali
e stranieri»54.
Sulla rimozione dei missili Jupiter, l’ambasciatore Reinhardt
avrebbe affermato, qualche anno dopo, che né le forze armate né
il governo italiano avevano gradito il loro ritiro, anche se si trattava
ancora di armi sperimentali. E ciò perché la sostituzione con i più
sofisticati Polaris sui sottomarini metteva a rischio la partecipazione
attiva e il coinvolgimento dei tecnici militari italiani in armi molto
avanzate, e per le quali essi non avevano ancora acquisito speciali
competenze, come invece era avvenuto con gli Jupiter55.
D’altronde, gli Usa erano consapevoli che gli sforzi dell’Italia
per la spesa militare in questo campo erano limitati dall’opposizio-
ne delle forze parlamentari dell’estrema sinistra, nonché dall’esi-
genza di rispondere alla domanda sociale e investire per lo svilup-
po economico. Sebbene fosse ritenuta dagli americani un paese a
basso reddito pro capite, con una grave disoccupazione e pesanti
impegni di bilancio per i progetti di sviluppo, l’Italia usava circa
1/5 del suo bilancio e il 3,8% del suo Pil per la difesa, e si preve-
deva che nel quinquennio 1962-1966 la spesa sarebbe cresciuta
al 4,5% annuale. Con l’assistenza americana il paese era riuscito
a ricostruire le sue forze armate al punto da poter fornire quasi
completamente le unità di terra, mare e aria richieste dalla Nato

54
  JFKL, POF, Italy general, reference copy, b 119 A, Lettera di Fanfani a JFK,
6 marzo 1963, segreta.
55
  JFKL, Oral History Interview with G. Frederick Reinhardt, November
1966, Italy, Rome.

­­­­­101
che avevano raggiunto un sostanziale grado di modernizzazione
e prontezza56. Nel settembre 1962 l’Italia sottoscrisse inoltre un
accordo per l’acquisto di equipaggiamenti militari americani per
100 milioni di dollari al fine di migliorare le dotazioni delle forze
armate italiane, contribuendo così a ridurre il deficit della bilancia
dei pagamenti degli Stati Uniti57.
Nell’ottobre 1963 si andava profilando un’altra guerra commer-
ciale fra Italia, Cee e Usa per i sussidi al riso. L’Italia era uno dei
maggiori esportatori mondiali di riso, e perciò gli agricoltori italia-
ni speravano in una politica europea comune che favorisse le loro
esportazioni verso Germania, Olanda e Belgio. In un memorandum
per Bundy, l’ambasciatore Reinhardt mostrava di essere molto cauto
sulla questione e di voler evitare una guerra del riso che avrebbe fatto
seguito a quella del pollame, tanto più che gli italiani erano stati fra
gli alleati più affidabili durante i negoziati del Gatt e non si voleva
perdere il loro supporto. Inoltre egli temeva l’attuazione di misure
restrittive e di regolazione che avrebbero finito col danneggiare il
commercio americano58.
Le pressioni di Washington per prevenire le scelte comunitarie in
materia agricola e di sussidi avevano provocato un certo risentimen-
to da parte italiana. Alcuni quotidiani, come «La Nazione», titolaro-
no La guerra del riso dopo quella del pollame. L’Italia si considerava
il naturale fornitore del mercato tedesco. Gli Usa invece stavano in-
crementando considerevolmente le loro esportazioni (quelle del riso
erano salite dai 600.000 dollari del 1952 a 15 milioni nel 1962). Da
parte dell’ambasciata si suggeriva di non trasformare la divergenza
in un caso. Il riso, infatti, costituiva solo una piccola quota dell’ex-
port agricolo americano verso il Mec (che era pari a 1,2 miliardi di
dollari); inoltre l’Italia, contando sempre più sull’export manifattu-
riero, aveva mostrato una certa apertura verso la liberalizzazione del
commercio. Pertanto, a giudizio di Reinhardt, l’opposizione ame-
ricana alla regolazione europea del riso poteva apparire del tutto
ingiustificata e trasformarsi in una faccenda ad alto impatto emotivo,

56
  JFKL, NSF, Italy subjects, reference copy, b 121, Fanfani visit June 1961,
Position paper.
57
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Biweekly economic review no.
20, September 22-October 5, 1962.
58
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 121, Memorandum for Mc-
George Bundy, October 8, 1963.

­­­­­102
finendo col compromettere proprio il buon supporto dato dall’Italia
agli obiettivi americani nella liberalizzazione del commercio59.
Kennedy giunse a Roma il 1° luglio 1963, dopo una settimana di
incontri in Germania, Irlanda, Gran Bretagna. Il segretario di Stato
Rusk spiegò al presidente del Consiglio incaricato Leone che la visita
in Europa non doveva essere intesa come un tentativo di organizzare
una campagna contro de Gaulle. L’obiettivo era, piuttosto, di chiari-
re la posizione degli Usa sulle maggiori questioni di interdipendenza
transatlantica, come l’unità della Nato, la difesa dell’Occidente, l’unità
d’Europa. Soprattutto, era necessario porre un limite alle spese per la
difesa americane, tanto più che almeno venti paesi, secondo Rusk, era-
no ormai in grado di produrre armi nucleari. Nel comunicato ufficiale
dell’incontro non si fece cenno alla questione della forza multilaterale,
e ciò anche su richiesta di Leone, poiché il suo governo doveva ancora
presentarsi al Parlamento per ottenerne la fiducia (cosa che avvenne
quella sera stessa)60. Quanto al processo di unificazione europea, il
presidente Kennedy riaffermò la preminenza transatlantica, perché
l’unità europea doveva essere raggiunta all’interno di una più stretta
interdipendenza, anche commerciale, fra Stati Uniti ed Europa61. In
quei giorni Kennedy aveva anche auspicato, in sede privata, che la
collaborazione fra cattolici e socialisti avesse una buona riuscita62.
Il rafforzamento del Pci alle elezioni del 28 aprile aveva provocato
una serie preoccupante di reazioni da parte delle istituzioni italia-
ne, di cui è registrata traccia in alcuni documenti segreti americani.
Nell’agosto 1963 l’ambasciata americana raccolse informazioni da di-
verse fonti italiane su un documento che la stessa ambasciata riteneva
falso (opera di «gente come Randolfo Pacciardi» o dello stesso Stato
maggiore italiano), concernente un preparativo di colpo di Stato da
parte comunista63. Nel documento vi erano indicazioni che lo Stato

59
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 121, Telegram from Rome, Oc-
tober 3, 1963. Da Reinhardt al segretario di Stato.
60
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 121, Memorandum of conversa-
tion Leone-Rusk, July 1, 1963.
61
  JFKL, NSF, Italy, b 120, Office of the White House Press Secretary, July 2,
1963.
62
  L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 609.
63
  Secondo Nuti, nell’estate Harriman aveva richiamato l’ambasciatore Rein-
hardt e l’Italian Desk del Dipartimento perché fornissero interpretazioni meno
stereotipate della situazione politica italiana e operassero una revisione completa
della politica verso l’Italia: L. Nuti, Gli Stati Uniti e l’apertura a sinistra, cit., p. 629.

­­­­­103
maggiore aveva preso «tutte le necessarie precauzioni» per sventar-
lo. Il piano richiedeva i più minuti preparativi in tutte le principali
sedi di comando dei carabinieri. Come confermarono poi gli eventi
successivi, il documento era un falso di copertura per il cosiddetto
«piano Solo». Anche il senatore Terenzio Magliano aveva «riporta-
to» all’ambasciata di un colpo di Stato comunista, sebbene egli non
credesse che i comunisti «fossero così stupidi da pensare a una reale
insurrezione». Ma aveva parlato parimenti di quella che definiva una
«Legione Atlantica», che aveva il suo quartier generale a Torino e che
avrebbe avuto legami con un’analoga legione negli Usa64.
Più spinosa sul piano delle relazioni diplomatiche era stata inve-
ce la questione del presidente della Repubblica Segni che, secondo
Benjamin H. Read, segretario esecutivo del segretario di Stato Dean
Rusk, tendeva a varcare i limiti della sua posizione istituzionale. Il
27 ottobre 1963 Segni aveva avviato una corrispondenza diretta con
Kennedy senza informarne né l’ambasciata italiana a Washington
né il ministro degli Esteri italiano Attilio Piccioni. Secondo il Di-
partimento di Stato, se Kennedy avesse accettato di stabilire una
sorta di rapporto diretto con Segni su questioni di politica estera
di tale importanza all’insaputa delle autorità italiane, si sarebbe poi
trovato in una posizione di grande imbarazzo per spiegare un passo
del genere. Perciò la lettera, si suggeriva, poteva corrispondere a
manipolazioni o a manovre alle quali il presidente americano non
doveva prestarsi65. Segni, infatti, aveva affrontato temi delicati, come
la questione della creazione di una forza di difesa nucleare multilate-
rale e i rapporti Est-Ovest, che potevano avere ripercussioni dirette
sull’Italia per le manovre di Mosca tramite il Pci. Egli riteneva che il
Partito comunista avrebbe potuto trasferire all’interno come «pre-
tesa di compartecipazione al potere il principio della collaborazione
fra Stati di diversa ideologia». E ciò per infiltrarsi nei gangli vitali
dello Stato, del sistema economico e della società in genere e sov-
vertire, corrodendole dall’interno, le istituzioni democratiche. Il fine
dichiarato di Segni era di mettere in guardia il presidente Kennedy
dall’apertura a sinistra: «Verrei meno al mio dovere di capo dello
Stato se non attirassi nel modo più deciso e preciso la sua attenzio-

64
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 121, Italian communist party’s,
August 15, 1963.
65
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 121, Memorandum for Mc-
George Bundy, Reply to letter from the Italian President, November 5, 1963.

­­­­­104
ne su questi pericoli, di fronte ai quali abbiamo una responsabilità
storica». Perciò si doveva evitare che «le forze marxiste si impadro-
niscano di zone di potere». Per dare maggior vigore al suo allarme
sulle trame di Mosca in Italia, nella stessa lettera Segni aveva parlato
anche della politica sovietica di espansione nel Corno d’Africa, la cui
situazione, a suo giudizio, era complicata dal fatto che la Somalia si
era ritenuta ingiustamente trattata dall’Occidente a favore dell’Etio-
pia, e rischiava ora di cadere sotto l’influenza dell’Urss66.
Il 22 novembre Kennedy venne assassinato a Dallas. Dopo la
rapida trasmissione dei poteri, Johnson dava immediata conferma
di volerne continuare la politica. Il 5 dicembre Moro rendeva nota
la formazione del nuovo governo organico di centro-sinistra con la
partecipazione diretta dei socialisti67.

Interessi afro-mediterranei e aiuti ai paesi in via di sviluppo

L’Italia, se confrontata con medio-piccole potenze europee come


Belgio, Olanda e Norvegia, nel lungo periodo risulta essere stata
uno dei paesi meno generosi negli aiuti esteri68. Una volta superata
la fase del piano Marshall, le potenze coloniali erano tornate sulla
scena extraeuropea orientando la politica degli aiuti esteri. Ma in
Italia il tema non era stato discusso granché prima del 1962, quando
venne approvata la legge per la cooperazione tecnica con i paesi del
Terzo Mondo. L’assistenza tecnica si sarebbe trasformata, nel 1971,
in cooperazione allo sviluppo e, nel decennio Ottanta, avrebbe visto
prevalere gli interessi economici nazionali nel delineare la politica di
aiuti esteri69. Negli anni Cinquanta, invece, erano state importanti le
motivazioni di prestigio per la presenza del protettorato italiano in
Somalia70.
D’altronde, l’Italia continuava a essere gravata da squilibri ter-
ritoriali e sociali che ne condizionavano anche la politica estera di

  Ibid.
66

  Fu il primo governo organico di centro-sinistra, composto da Dc, Psi, Psdi,


67

Pri.
68
  A.M. van der Veen, Ideas, Interests and Foreign Aid, Cambridge University
Press, Cambridge 2011, pp. 17-18.
69
  La prima legge integrata sulla cooperazione allo sviluppo fu approvata nel
1979 (legge 38/79).
70
  A.M. van der Veen, Ideas, Interests and Foreign Aid, cit., pp. 66-69, 80.

­­­­­105
aiuti. Nel memorandum preparato dal Dipartimento di Stato per
Walt Rostow, nel luglio 1961, si osservava che sarebbe stato impos-
sibile per qualunque governo italiano ampliare gli aiuti ai paesi meno
sviluppati, finché il Mezzogiorno fosse rimasto economicamente e
socialmente arretrato. Eppure l’Italia avrebbe potuto fare molto più
di quanto aveva già realizzato nel campo dei crediti a lungo termine
e dell’assistenza tecnica se avesse potuto agire attraverso iniziative
di carattere multilaterale71.
L’amministrazione Kennedy era preoccupata di prevenire una
possibile penetrazione comunista nel Corno d’Africa. Il Diparti-
mento di Stato si aspettava un consistente impegno delle due po-
tenze ex coloniali, Gran Bretagna e Italia, e aveva ipotizzato anche
l’intervento della Germania per suddividere i costi dei massicci aiuti
alla Somalia, che Washington quantificava in almeno 10 milioni di
dollari72. Nella strategia geopolitica americana Gran Bretagna e Ita-
lia avrebbero dovuto essere in prima fila nella politica di contrasto
dell’espansione sovietica, che si concretizzava in offerte di tecnolo-
gia, infrastrutture e impianti di comunicazione. Interessi rilevanti a
Mogadiscio, Roma e Mosca gravitavano attorno a questa politica di
aiuti internazionali. Come era avvenuto quando il governo di Moga-
discio aveva dichiarato che, pur preferendo accettare l’offerta occi-
dentale, i somali «avrebbero dovuto avere una buona ragione» per
rifiutare quella sovietica, visto che la proposta avanzata dall’Italia
non era altrettanto importante73. In realtà si trattava di una manovra
per ottenere finanziamenti addizionali da parte anglo-americana,
seguendo una strada suggerita proprio da Roma, che aveva chiesto
un’assistenza internazionale tripartita per riuscire a bloccare l’offer-
ta sovietica di costruzione di una stazione radio a onde corte, ma
con l’obiettivo di concludere con la firma di un contratto italiano74.

71
  JFKL, NSF, Italy general, b 120, Memorandum for Walt Rostow, July 1,
1961, Guidelines of US Policy towards Italy, July 1, 1961 (secret). Paper preparato
dal Bureau for European Affairs. JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 120
1318-1473, Italy. Department of State guidelines for policy and operation, January
1962.
72
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Outgoing telegram Depart-
ment of State, January 25, 1962.
73
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Incoming telegram Department
of State, February 12, 1962.
74
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Outgoing telegram Depart-
ment of State, secret, February 14, 1962.

­­­­­106
All’inizio del 1962 si era delineata un’azione comune anglo-italiana
anche per aiuti militari alla Somalia. L’Etiopia, venuta a conoscenza
dell’iniziativa, accusò gli alleati di mettere a repentaglio la pace nel
Corno d’Africa con un consistente flusso di armi, mentre la Somalia
aveva bisogno piuttosto di aiuti alimentari e medicine. Per parte sua,
l’ambasciata italiana a Mogadiscio informò gli americani di aver offer-
to all’Etiopia, due mesi prima, un programma di aiuti per 20 milioni
di dollari e di non aver ricevuto alcuna risposta. E che, d’altra parte,
gli aiuti militari alla Somalia sarebbero costati meno di un milione di
dollari. L’ambasciata americana aveva chiesto al governo italiano di
rivedere l’intera operazione. Ma le vicende del Corno d’Africa erano
condizionate da contrasti che datavano almeno dalla fine del secondo
conflitto mondiale come effetto di polemiche sorte all’inizio del man-
dato italiano sulla Somalia, quando Roma non era riuscita a trovare un
punto di accordo per tracciare i confini fra Etiopia e Somalia75.
Nell’estate del 1962 lo scambio di missioni fra Italia, Kenya, Co-
sta d’Avorio e Togo, gli incontri fra i ministri economici dei paesi
africani, i rappresentanti dell’Ice e gli esponenti di Confindustria,
nonché le iniziative dell’Eni, venivano registrati in un rapporto
sull’economia italiana come indicativi di un clima favorevole all’e-
spansione delle relazioni commerciali fra Africa e Italia76.
Gli aiuti ai paesi esteri erano divenuti un tema ricorrente nei rap-
porti fra Washington e Roma. L’intervento sovietico nei paesi in via
di sviluppo, specialmente in Medio Oriente e Africa, sotto forma
di assistenza tecnica e militare, fu sovente fonte di frustrazione e
irritazione per Washington negli anni Sessanta e Settanta. Benché
Kennedy avesse rilanciato importanti iniziative nei programmi di
assistenza estera, si era scontrato con lo scetticismo del Congresso
e l’opposizione della destra agli aiuti77. Inoltre gli alleati avrebbero
dovuto fare la loro parte. Nell’ottobre 1962 Fowler Hamilton, av-
vocato e director of foreign aid dell’amministrazione Kennedy, com-
pì una visita ufficiale in Italia. Sebbene il principale obiettivo del

75
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Telegram, January 11, 1962;
NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Telegram, January 12, 1962; A.M. van
der Veen, Ideas, Interests and Foreign Aid, cit.
76
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Biweekly review no. 17, August
11-August 24, 1962.
77
  R.N. Cooper, Economic Aspects of the Cold War, 1962-1975, in The Cam-
bridge History of the Cold War, vol. II, Crises and Détente, cit., pp. 60-64.

­­­­­107
viaggio fossero gli offset purchases, gli aiuti esteri ne erano il motivo
sostanziale: gli Stati Uniti erano preoccupati per i tentativi dell’Urss
di penetrare nel Corno d’Africa, e Roma aveva rapporti speciali con
quelle terre che Washington intendeva mettere a profitto78.
Il governo italiano era peraltro impegnato con massicci finan-
ziamenti nel sostegno a progetti economici in Medio Oriente e in
Nord Africa. La dottrina Eisenhower enunciata nel 1957, dopo la
crisi di Suez, era stata accolta con favore nel nostro paese. Il mini-
stro degli Esteri Gaetano Martino ne aveva sottolineato gli aspetti
positivi e aveva colto l’occasione per ribadire l’interesse di Roma
per il vicino Oriente. Verso l’Egitto l’esposizione degli aiuti italiani
era assai elevata e cresceva il rischio di una mancanza di fattibilità
dei progetti finanziati, nonostante i continui e costosi contributi. Il
governo italiano aveva infatti assicurato estesi crediti esteri a Eni e
Fiat per una fabbrica di assemblaggio, nonché la consulenza per
lavori di ingegneria nel programma di costruzione di infrastrutture
idroelettriche sul Nilo che Nasser aveva avviato con il sostegno tec-
nico e finanziario di Mosca. Le nuove forniture richieste all’Italia
includevano equipaggiamenti per la generazione e la trasmissione
dell’energia elettrica e macchinari tessili. Il gruppo Eni possedeva il
50% della Compagnie orientale des pétroles d’Egypte e progettava
di finanziare la costruzione di un fabbrica petrolchimica. Le basi
dell’accordo e il sistema di garanzie ottenuto nel dicembre 1961 da
Mattei venivano considerati dagli americani un modello che avrebbe
dovuto essere seguito anche dalle compagnie straniere interessate
all’esplorazione petrolifera nel deserto occidentale79.
Intanto, ai primi accordi di cooperazione tecnica ed economica
siglati nel dicembre 1961 fra Italia e Tunisia avevano fatto seguito
importanti progetti industriali e finanziari discussi a Roma nel mag-
gio-giugno 1962. Essi riguardavano l’assistenza tecnica e finanziaria
ai tunisini nella costruzione di 60 officine per la produzione di mac-
chinari agricoli, la realizzazione di una catena di motel, la creazione
di tre laghi artificiali, l’estensione di crediti a breve termine da parte
della Banca d’Italia per 10 milioni di dollari. I costi di costruzione
di oltre 20 stazioni di servizio Agip, realizzate mentre Mattei entra-

78
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, September 20, 1962 e Sep-
tember 17, 1962.
79
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Petroleum Eni/Uar exploration
agreement, December 8, 1961.

­­­­­108
va nel mercato al dettaglio, erano stati coperti completamente da
valuta pregiata importata80. Erano stati fissati anche gli incontri per
discutere i diritti dei pescatori italiani nelle acque tunisine81. Su que-
ste trattative l’ambasciata italiana a Tunisi si era impegnata a tenere
informati gli americani.
Dopo la firma degli accordi italo-libici del 2 ottobre 1956, in ap-
plicazione della risoluzione delle Nazioni Unite, i rapporti economi-
ci con l’ex colonia si erano normalizzati. La cooperazione economica
fra i due paesi venne sviluppata nell’aprile 1962 a Roma dalla dele-
gazione libica e dai rappresentanti del governo italiano. In quelle
circostanze si svolse anche, a Milano, il Congresso economico italo-
africano, al quale erano stati invitati molti Stati di quel continente,
fra i quali Nigeria e Sudan. Il Congresso affrontò in particolare la
questione dell’assistenza tecnica italiana e i partecipanti ebbero mo-
do di visitare diversi centri industriali nella Penisola82.
Gli americani avevano fatto pressione per vie diverse affinché l’I-
talia si impegnasse a dare priorità agli aiuti ai paesi meno sviluppati.
Secondo l’ambasciatore Reinhardt, vi erano differenti sensibilità su
questo problema nell’establishment italiano che, in sostanza, si divi-
deva fra chi intendeva dare priorità alle aree sottosviluppate italiane,
come il ministro del Bilancio Ugo La Malfa, e chi invece riteneva
che l’Italia dovesse fare di più, come Egidio Ortona, allora direttore
generale degli Affari economici del ministero degli Esteri83.
Intanto si apriva un altro importante scenario di confronto fra
Est e Ovest con la drammatica crisi dei missili sovietici installati
a Cuba. Il 22 ottobre 1962 Kennedy inviò un messaggio riservato
al presidente del Consiglio Fanfani per informarlo che il governo
americano aveva prove irrefutabili della presenza di missili nucleari
sovietici sull’isola caraibica, e per metterlo al corrente delle mosse
che gli Usa intendevano compiere. Fanfani accolse con favore il ri-
corso all’Onu e il diretto appello a Chruščëv84.

80
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Airgram, April 20, 1962.
81
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Incoming telegram, Section
two of two, June 22, 1962.
82
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Airgram, April 30, 1962.
83
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Telegram, from Rome to secre-
tary of State, November 23, 1962.
84
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 121, Telegram to prime minister
Fanfani, October 22, 1962; Telegram informal translation of Fanfani’s letter to
President, October 24, 1962.

­­­­­109
Gli Stati Uniti nel maggio avevano sostenuto gli sforzi e l’iniziati-
va della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (Birs)
per includere anche gli italiani nel consorzio destinato a finanziare
i primi due anni del terzo piano quinquennale indiano. La Banca
mondiale aveva accettato il contributo dell’Eni (di 45 milioni di dol-
lari) a condizione che l’Italia facesse parte del consorzio. In tal senso,
aveva sollecitato anche il governatore Guido Carli perché la Banca
d’Italia fornisse altri contributi in aggiunta a quello dell’Eni verso
l’India. Il Dipartimento di Stato riteneva che un impegno italiano di
questa grandezza fosse indispensabile per persuadere anche Gran
Bretagna e Germania ad aumentare adeguatamente i loro contri-
buti. E che, pertanto, fosse l’unica via per condurre il consorzio a
colmare il gap di 220 milioni di dollari necessari per realizzare il
piano indiano in un tempo ragionevole85. In preparazione della visi-
ta di Fanfani negli Stati Uniti, nel gennaio 1963, per l’installazione
dei missili Polaris, la questione degli aiuti militari all’India venne
esaminata dall’ambasciata con alcuni esponenti del Dipartimento
di Stato. A Washington si riteneva infatti che lo scontro fra Cina e
India, nonché l’accordo raggiunto fra Stati Uniti e Gran Bretagna
sui presupposti per apprestare tali aiuti, fossero motivo per ottenere
anche l’appoggio finanziario del governo italiano86.
Intanto il governo italiano garantiva prestiti per 6 milioni di dol-
lari come primo contributo delle istituzioni finanziarie italiane al
programma di 25 milioni di dollari gestito dalla Compagnia gene-
rale di elettricità e destinato all’elettrificazione di 5.000 villaggi nel-
le regioni rurali del Pakistan87. Invece in Estremo Oriente i buoni
rapporti con la Corea del Sud produssero una commessa per 159
moderne navi da pesca, in un’operazione compiuta congiuntamente
da alcuni uomini d’affari italiani e francesi. Il valore della fornitura
italiana era di circa 26 milioni di dollari, includendo motori marini e
altri macchinari; quella francese di circa 32 milioni di dollari, com-
presi gli scafi e le attrezzature per la pesca.

85
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Indian Consortium, May 18,
1962.
86
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Telegram, secret, January 15,
1963.
87
  NARA, RG 59, DOS, CDF, 1960-63, b 2683, Biweekly economic review, n.
2, January 12-January 25, 1963.

­­­­­110
Capitolo V
La «guerra fredda» dei consumi

Sotto l’occhio della Cia

La guerra fredda fu il paradigma che orientò le relazioni interna-


zionali di Kennedy e di Johnson. Ciò, da una parte, era inevitabile
poiché molti erano gli elementi di tensione e competizione tra Est
ed Ovest, ma altrettanto inevitabilmente causò distorsioni nella
percezione di quanto stava avvenendo, per esempio con il processo
di decolonizzazione. Le cose non andarono come ci si aspettava.
La guerra del Vietnam contribuì a frustrare i tentativi di Johnson
di distensione con l’Urss. L’Alleanza per il progresso non produs-
se la crescita economica o la stabilità politica che gli americani si
attendevano in America Latina contro il moltiplicarsi di rivolu-
zioni di tipo castrista. D’altra parte, lo stesso Castro non riuscì ad
esportare la sua rivoluzione. Né la sconfitta in Vietnam causò il
crollo di altri paesi, come Kennedy e Johnson temevano1. Quanto
all’Europa, nonostante la Germania frustrata e divisa, le prese di
posizione di de Gaulle per un’Europa indipendente, le aperture
di Bonn verso l’Est, nei tardi anni Sessanta la Repubblica federale
tedesca continuò a restare alleata degli Usa. In Italia il filo diretto
con Washington si saldava con la politica europea del governo,
che restava critico verso i progetti gollisti e incline all’entrata della

1
  F. Costigliola, US Foreign Policy from Kennedy to Johnson, in The Cambridge
History of the Cold War, vol. II, Crises and Détente, cit., pp. 125-133.

­­­­­111
Gran Bretagna nel Mec, offrendo un saldo supporto alla strategia
degli Stati Uniti.
Ciò non toglie che il nostro paese restasse sotto osservazione, se
non un sorvegliato speciale. Durante la presidenza Johnson la Cia
stilò diversi rapporti segreti sull’Eni e le sue attività nel mondo. In-
fatti, con la scomparsa di Mattei non era venuta meno l’attenzione
di Washington al mercato del petrolio in Italia. Il controllo dello
sfruttamento delle risorse energetiche, gli accordi di commercio,
l’andamento e le prospettive dei consumi interni avevano continuato
a costituire un ambito specifico dell’attività segreta di indagine della
Cia nel nostro paese.
Nello Special Report della Cia del 17 aprile 1964 si esordiva con
un’analisi dei rapporti fra i partiti e l’Eni che, secondo gli analisti
dell’Agenzia, avrebbero potuto complicarsi dal momento che Cefis,
allora vicepresidente operativo, sembrava intenzionato a mettere uno
stop, o almeno a ridurre, l’attività di finanziamento delle loro orga-
nizzazioni. Mattei, infatti, oltre ad aver erogato ingenti finanziamenti
alla Democrazia cristiana, aveva sovvenzionato anche gli altri partiti.
Ma delle iniziative di Cefis si sapeva poco, benché egli sembrasse pre-
ferire i socialisti e i socialdemocratici2. Quanto all’improvviso crollo
dei profitti dell’Eni, esso in realtà avrebbe potuto non essere come
appariva. Nei giorni di Mattei, infatti, la registrazione di perdite e
profitti era notoriamente «non indicativa» e anche ora i conti erano
scarsamente significativi. Gli americani ritenevano che l’Eni ricavasse
un «healthy cushion of profits» ogni anno dal suo monopolio sul
gas naturale della Valle del Po. Ma Cefis aveva fatto sapere, tramite
un’intervista rilasciata a Montanelli, che l’Eni era esposta per debiti
che ammontavano a quasi il 90% del capitale della società3.
La Cia teneva sotto osservazione innanzitutto la politica dell’Eni
in Unione Sovietica. Il nuovo accordo firmato da Boldrini a Mosca
nel 1963 avrebbe garantito la fornitura di 4,2 milioni di tonnellate
di greggio all’anno sino alla fine del 1970. Boldrini motivava questa
scelta in nome della necessità, per l’Italia, di diversificare le fonti di
approvvigionamento. L’importanza del petrolio sovietico, riferiva la
Cia, secondo Boldrini non doveva essere enfatizzata. Infatti, consi-
derato che l’Eni importava ogni anno circa 43 milioni di tonnellate

2
  F. Briatico, Ascesa e declino del capitale pubblico in Italia, Il Mulino, Bologna
2004, pp. 65, 119-127.
3
  Ivi, p. 72.

­­­­­112
di greggio, il petrolio sovietico sarebbe rimasto al disotto del 14%
dell’import totale. Tanto più che si erano fatti molti progressi nello
sviluppare accordi con le compagnie americane. Il più importante
l’Eni lo aveva siglato con la Gulf Oil Corporation in febbraio, per un
valore di 20 milioni di dollari. A questo andava aggiunto il controllo
assunto da un’affiliata nello sfruttamento della concessione Gulf di
Ragusa, il più vasto giacimento petrolifero in Italia. Nel 1963, inol-
tre, la Standard Oil of New Jersey aveva contrattato un rifornimen-
to di 10-12 milioni di tonnellate di greggio dal Medio Oriente per
cinque anni. In cambio la Esso sembrava d’accordo ad acquistare
prodotti dalle aziende del gruppo Eni.
La Cia riportava poi le dichiarazioni di Boldrini sulla strategia
espansiva in Congo, Kenya e Algeria. Proprio il paese nordafricano
costituiva la sfida più impegnativa, perché sino ad allora il mercato al-
gerino era stato dominato dai francesi, ma un accordo in joint venture
al 50% con il governo di Ben Bella avrebbe permesso l’estrazione sino
a due tonnellate di greggio. Soprattutto, questo accordo era conside-
rato il primo passo verso un’intensa espansione dell’Eni in Algeria.
Infine, l’Agenzia riferiva di un accordo con i cinesi per la costru-
zione di una piccola raffineria e la vendita di gomma sintetica. Seb-
bene il progetto fosse di modesta entità (5 milioni di dollari), a giu-
dizio della Cia esso costituiva un importante cuneo inserito dall’Eni
sul mercato cinese, poiché la compagnia italiana era stata una delle
prime società petrolifere occidentali a riprendere i rapporti d’affari
con la Cina continentale4.
Il riconoscimento della Cina comunista e la sua ammissione
all’Onu erano fra le questioni in agenda che Moro avrebbe discus-
so alla Casa Bianca durante la sua visita negli Stati Uniti, il 20-21
aprile 1965. Sulla Cina Moro era in sintonia con gli orientamenti
di Washington, contraria all’ammissione; ma con realismo aveva di-
chiarato in diverse occasioni che «il problema del riconoscimento
della Cina non è se ma quando» sarebbe avvenuto. Peraltro lo staff
della Casa Bianca, pur convenendo che vi erano interessi italiani di
lungo periodo in Cina, aveva espresso disappunto per la firma di un
accordo – seppure non ufficiale – fra l’Ice e il Consiglio della Cina
comunista per la promozione degli scambi fra i due paesi, concluso

4
  Il documento è in parte secretato, come altre notizie sulla nuova amministrazio-
ne e sulle finanze Eni. Lyndon Baines Johnson Presidential Library, Austin TX, Usa
(d’ora in poi LBJL), NSF, Italy, b 196, f 2, Special report, Cia, Secret, April 17, 1964.

­­­­­113
il 30 novembre 1964 a Roma. L’intesa era stata sancita dall’apertura
di uffici nelle due capitali che svolgevano, di fatto, la funzione di
rappresentanze commerciali5.
In un rapporto segreto del 3 aprile 1967, William N. Morrell,
direttore della sezione Ricerche e rapporti della Cia, prevedeva che
la domanda interna di gas naturale in Italia avrebbe superato molto
presto la produzione nazionale e che in un decennio il paese sarebbe
divenuto dipendente dall’importazione di considerevoli quantità di
gas6. Dalla metà del 1965 italiani e sovietici avevano ripreso i nego-
ziati per trovare un accordo sull’import di gas russo nella Penisola7.
Intanto un contratto ventennale per la fornitura di gas dalla Libia,
che sarebbe iniziata nel 1968, era appena stato siglato dalla Snam
con la Esso International.
La Cia osservava che, essendo divenuta l’Italia un grande im-
portatore di gas, l’Eni aveva finito con l’essere coinvolto in un com-
plesso gioco di negoziazioni con effetti sull’intero mercato del gas
in Europa. Infatti, i più «logici» fornitori di gas per il paese erano
Algeria, Libia, Olanda e Urss. La questione del gas sovietico era la
più intricata, perché si trattava di costruire una pipeline dalla Siberia
(essendo i campi dell’Ucraina già impegnati con altre forniture) sino
a Trieste attraverso Cecoslovacchia e Austria. Questa realizzazione
richiedeva tecnologie complesse di cui l’Unione Sovietica non di-
sponeva e che perciò dovevano essere trasferite dall’Occidente. Ma,
innanzitutto, ciò che gli analisti dell’Intelligence pronosticavano era
che la conclusione positiva di un accordo italo-sovietico avrebbe
dato all’Urss una posizione strategica sul mercato dell’Europa occi-
dentale che avrebbe potuto rafforzarsi in futuro.
Era interesse dell’Italia, secondo la Cia, diversificare le fonti di
approvvigionamento e di energia. A questa scelta potevano concor-
rere anche le obiezioni sollevate da più parti verso il business con
l’Unione Sovietica. Infatti, la linea di credito per gli investimenti
esteri che richiedeva il patrocinio del governo era già stata estesa per
finanziare le operazioni di Fiat e di Olivetti. Senza dire che anche

5
  LBJL, NSF, Italy, b 198, f 9, Visit of prime minister Moro, Washington,
April 20-21, 1965.
6
  LBJL, NSF, Italy, b 198, f 2, Cia. Memo, Italy looks abroad for gas, April 3,
1967. Il rapporto era stato inviato a Bromley Smith, segretario esecutivo del Natio-
nal Security Council, lo staff della Casa Bianca.
7
  Ibid.

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Finsider avrebbe avuto necessità di fare imponenti acquisti di mate-
rie prime in valuta pregiata per realizzare la pipeline. La Cia riteneva
che per essere commercializzato convenientemente in Europa oc-
cidentale il gas sovietico richiedesse economie di scala e, pertanto,
un network di distribuzione in diversi paesi. Ciò avrebbe imposto
tempi più lunghi di quelli necessari all’Italia per soddisfare il proprio
fabbisogno. Così, l’Agenzia prevedeva che i fornitori più probabili
per il nostro paese alla fine sarebbero stati Libia, Algeria e Olanda8.

Un paese politicamente instabile,


socialmente ed economicamente squilibrato

Il 23 giugno 1964 una fonte americana – a tutt’oggi secretata – rice-


vette un’informativa su un imminente colpo di Stato in Italia. Il 25
giugno l’esecutivo Moro veniva posto in minoranza e il giorno dopo
il presidente del Consiglio si dimetteva. Si apriva una delle crisi di
governo più oscure della Repubblica. Fra il 25 e il 28 giugno un’in-
formativa segreta veniva trasmessa dalla task force americana di Ve-
rona al comando dell’esercito americano in Europa, a Heidelberg,
che a sua volta comunicava a Washington un’informazione giudicata
«di natura esplosiva». Secondo la fonte americana si trattava di un
piano che prevedeva una dimostrazione nazionale a Roma. Era stato
elaborato da esponenti economici e politici di destra e coinvolgeva
liberali, monarchici e Movimento sociale. L’obiettivo era di portare
a Roma consistenti gruppi di reduci, veterani ed ex prigionieri di
guerra che, risvegliando lo spirito patriottico, creassero l’atmosfera
per porre fine alla svolta politica di centro-sinistra. L’uomo incari-
cato di coordinare il programma della manifestazione era Randolfo
Pacciardi, noto oppositore della linea politica di centro-sinistra. Il
presidente Segni risultava informato del piano. Secondo quanto si
affermava nel rapporto segreto, l’organizzazione era finanziata da
diversi e «ben noti» industriali italiani9.
Informazioni riguardanti piani per un colpo di Stato da parte
di forze di destra erano già stata inviate ai comandi americani il 15
luglio 1958 e il 25 febbraio 1959. Notizie sulla formazione di un co-
mitato, che si diceva composto da parlamentari (democristiani, mo-

8
  Ibid.
9
  LBJL, NSF, Italy, b 196, f 1, Secret, June 28, 1964.

­­­­­115
narchici, liberali) e da carabinieri, oltre che da esponenti delle forze
armate, per impedire l’ascesa al potere dei comunisti erano state
trasmesse a Washington anche il 14 febbraio 1959. Tuttavia l’infor-
matore prevedeva che il movimento di Pacciardi, privo di coesione
politica che non fosse l’avversione allo status quo, sarebbe finito con
un flop simile a quello dell’Uomo Qualunque di Giannini10.
In quegli stessi giorni di giugno Walt Rostow, economista e con-
sulente del presidente americano per gli affari di sicurezza nazionale,
aveva compiuto un viaggio in Europa, visitando Roma e Francoforte
per conto del segretario di Stato. Negli incontri con diversi esponen-
ti del mondo politico, fra i quali Nenni e Moro, egli aveva parlato
della costituzione di una forza militare multilaterale e della politica
americana in Asia e Cina. Per quanto i governi europei non si mo-
strassero particolarmente inclini a seguire de Gaulle nella sua critica
agli Usa, tuttavia Rostow riconosceva che soltanto coinvolgendo gli
alleati la Casa Bianca avrebbe potuto costruire una solida base di
supporto alla politica americana11. Da economista par suo Rostow, in
un telegramma a Tyler, sintetizzava le principali conclusioni della sua
intensa due giorni romana. Il problema italiano, a suo giudizio, era
un classico pericoloso esempio di dilemma fra stabilizzazione e svi-
luppo. La deflazione era iniziata, ma ancora non erano state poste le
basi per l’espansione necessaria a evitare lo scontro politico e sociale.
L’aumento dei salari e l’esaurimento della manodopera di riserva
nel Sud richiedevano un radicale incremento negli investimenti in-
dustriali, se si voleva aumentare la produttività. Il vasto esodo verso
le città del Nord aveva creato un colossale deficit di case, scuole,
ospedali e l’aumento della domanda di beni di consumo durevoli
aveva causato una grande carenza di impianti portuali, strade e altre
infrastrutture. L’Italia, concludeva Rostow, aveva bisogno di enormi
investimenti sia nel settore privato sia in quello pubblico12. Il gover-
no Moro, che egli riteneva formato da un gruppo di brave persone,
era in mezzo agli attacchi di una destra desiderosa di farlo cadere e
dei comunisti che, alle prese con scismi internazionali ed esercitando
pressioni sui salari, sembravano curarsi poco di una probabile vitto-
ria della destra. Perciò era di importanza vitale che l’Europa desse
segni precisi generando un flusso di capitali verso l’Italia. Rostow

10
  LBJL, NSF, Italy, b 196, f 1, Secret, June 28, 1964.
11
  LBJL, NSF, Italy, b 196, f 2, Report, June 30, 1964.
12
  LBJL, NSF, Italy, b 196, f 1, Telegram, June 25, 1964.

­­­­­116
incontrò a Roma l’esponente della Spd Carlo Schmid, che gli riferì
di come anche il pontefice Paolo VI avesse sollecitato un programma
tedesco ed europeo di assistenza all’Italia. Il papa era molto preoc-
cupato per la crisi economica e per la disoccupazione, che temeva
potessero destabilizzare il quadro politico e portare a una pericolosa
reazione della destra13.
Rostow rafforzò questi concetti in un memorandum per il presi-
dente l’8 luglio 1964. L’economista suggeriva di muoversi al più pre-
sto perché il ritorno di spinte nazionalistiche in Germania e in Italia
prospettatogli da Nenni (che lo aveva sorpreso come acuto osserva-
tore delle vicende tedesche) corrispondeva a ciò che egli stesso aveva
potuto percepire nel suo viaggio in Germania: insoddisfazione per un
trattamento di seconda classe in campo nucleare e delusione per la
riunificazione tedesca. Quanto all’Italia, se non si fosse risolta al più
presto la crisi economica, ne avrebbero beneficiato soltanto i gruppi
della destra contrari all’esperimento di centro-sinistra. In una situazio-
ne così difficile, osservava Rostow, «la classe dirigente manageriale e
capitalista italiana non è ancora venuta ad assumere le responsabilità
che sono necessarie in una moderna democrazia industriale; mentre
la classe lavoratrice subisce ancora profondamente l’influenza del do-
minio comunista nei sindacati». La soluzione della crisi richiedeva che
si trovasse un punto di convergenza, con un accordo sui salari accom-
pagnato da un aiuto finanziario a medio termine da parte dell’Europa
occidentale – in particolare della Germania – e, se necessario, degli
Usa14. Ma la Cee non avrebbe mai concesso il prestito, del quale si
continuò a discutere, senza alcun esito, per molti mesi15.
In gennaio la Cia aveva analizzato l’ambizioso programma di rifor-
me e le difficili prospettive politiche del governo Moro. Si riconosceva
che l’Italia, con il centro-sinistra e l’impegno dei socialisti di Nenni a
staccarsi dai comunisti, aveva intrapreso un importante programma di
modernizzazione delle istituzioni sociali. Ma gli ostacoli erano formi-
dabili, innanzitutto all’interno degli stessi partiti. Perché il program-
ma di governo per dare al paese una struttura sociale ed economica
più equilibrata, insieme con le politiche filo-occidentali di relazioni

13
  Ibid.
14
  LBJL, NSF, Italy, b 196, f 4, Memorandum, July 8, 1964.
15
  Al riguardo si veda E. Cavalieri, Il prestito della Cee all’Italia del 1964,
Sissco, Workshop nazionale dottorandi in Storia contemporanea, Napoli, 23-24
febbraio 2006.

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internazionali e di difesa, incontrava molte obiezioni all’interno del-
le principali forze politiche. Moro e Nenni erano giudicati maestri di
compromesso. Tuttavia Moro doveva ancora dimostrare di possedere
la necessaria fermezza come premier, e Nenni non aveva più avuto
esperienza di governo dal 1947. Fra i ministri con incarichi economici,
la Cia manifestava fiducia nelle capacità e nelle competenze di quelli
socialisti e socialdemocratici (Giolitti, Pieraccini, Tremelloni); invece
giudicava molto conservatore Colombo, ritenuto troppo vicino a Segni
e da lui influenzabile contro il governo. Solo dimostrando in fretta di
saper affrontare i problemi economici il governo avrebbe avuto buone
prospettive. Ma il pericolo maggiore proveniva dalla politica di auste-
rity, che avrebbe imposto di rimandare i programmi di più ampio im-
patto riformatore. La destra avrebbe cercato di prolungare l’austerità,
i comunisti avrebbero tentato di aggravare la crisi chiedendo aumenti
salariali. In questa atmosfera, il governo Moro era vulnerabile anche
agli attacchi di chi, come Fanfani, non aveva voluto prendervi parte16.
Le prospettive del Mezzogiorno erano state analizzate dalla Cia
in un rapporto segreto stilato nel febbraio: finché reali miglioramenti
nella situazione di povertà del Sud non fossero stati introdotti dal
governo riformatore in carica – ma i governi italiani vi provavano da
vent’anni, si commentava nel rapporto –, i comunisti avrebbero con-
tinuato a beneficiare dei voti di protesta delle aree depresse del Sud17.
Il 10-12 marzo 1964 si era svolto a Washington l’incontro fra il go-
vernatore della Banca d’Italia Guido Carli e il sottosegretario al Tesoro
Robert V. Roosa. Carli aveva visto anche Douglas Dillon, segretario
del Tesoro, e George W. Ball, sottosegretario di Stato. Nell’incontro
con Roosa il governatore aveva affermato che l’Italia si aspettava un
deficit nella bilancia dei pagamenti di almeno 750 milioni di dollari. Le
autorità italiane erano determinate a ristabilire rapidamente l’equili-
brio nei pagamenti. Sarebbe stata varata una manovra anticongiuntu-
rale e deflattiva per bloccare l’ascesa dei prezzi, ritardando gli investi-
menti non prioritari, ma completando gli impianti già in costruzione,
per aumentare la produttività del lavoro e per sostituire la domanda
estera a quella interna. La Banca centrale avrebbe aggiunto misure
per il rallentamento del credito bancario, mentre quello commerciale
era già stato ristretto. Carli assicurava che le spese dei comuni erano

  LBJL, NSF, Italy, b 196, f 2, Cia, Special report, 3 January 1964.


16

  LBJL, NSF, Italy, b 196, f 2, Cia, Special report, 21 February 1964.


17

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sottoposte a controlli più rigorosi, che gli impianti delle industrie na-
zionalizzate sarebbero stati coordinati più strettamente e che si erano
fatti progressi per dimezzare l’inflazione.
La visita di Carli aveva innanzitutto l’obiettivo di rassicurare l’al-
leato sulla solvibilità del paese. Era necessario offrire garanzie a Wa-
shington che non soltanto si sarebbe ridotto il deficit, ma che c’erano
anche risorse per far fronte a eventuali attacchi speculativi. Gli Stati
Uniti, riconoscendo gli sforzi del paese e la «generosa cooperazione
nell’assistere gli Usa negli anni recenti», si impegnavano ad aiutare
l’Italia18. Washington, fra altre misure finanziarie, metteva prontamen-
te a disposizione un miliardo di dollari. Altri 225 milioni sarebbero
arrivati dal Fondo monetario internazionale, mentre programmi ag-
giuntivi per la Cassa per il Mezzogiorno erano in discussione da parte
della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo.
Alcuni mesi dopo, in un memorandum del 15 settembre 1964, la
Cia esaminava nuovamente il caso dell’Italia, passata dal «miracolo»,
cioè da una fase straordinariamente rapida di trasformazione della
società e dell’economia italiane, alla crescita della disoccupazione e
al deficit nella bilancia dei pagamenti per la somma «strabiliante»
di oltre un miliardo di dollari nel 1963. Le cause di questo cam-
biamento venivano individuate in fattori congiunturali e strutturali:
l’aumento della domanda interna di beni esteri, l’insufficiente pro-
duzione agricola, l’export limitato dai prezzi elevati dei prodotti do-
vuti a un costo del lavoro che eccedeva l’aumento di produttività.
Ma i motivi di questa inversione di tendenza erano attribuiti anche
a comportamenti sociali illegali, come la fuga di capitali creata da
evasori fiscali che – affermava l’Agenzia – dichiaravano bassi redditi
mentre acquisivano enormi quantità di titoli e che ora si sentivano
minacciati dalle rivelazioni su una nuova tassazione dei dividendi. E
ciò faceva perdere fiducia nelle prospettive economiche del paese.
Il «miracolo», secondo il rapporto, non era ancora finito, ma la si-
tuazione politica era tale che se le misure economiche varate dal go-
verno Moro non dimostravano immediata e piena efficacia, lo stesso
governo sarebbe stato troppo fragile per sopravvivere19.
Nell’aprile 1965 Moro si recò a Washington per incontrare il
presidente Johnson alla Casa Bianca. Fra i temi affrontati la Na-

  LBJL, NSF, Italy, b 196, f 2, Memorandum of conversation, March 12, 1964.


18

  LBJL, NSF, Italy, b 196, f 4, Cia memorandum, 15 September 1964.


19

­­­­­119
to, i rapporti con l’Europa, gli aiuti ai paesi in via di sviluppo. Su
quest’ultimo punto Moro riaffermò la volontà dell’Italia per la coo-
perazione nel Subcontinente, con il quale vi erano legami culturali
e di sangue; ma anche in Africa, inclusa la grande area del Congo.
Quanto a Johnson, dopo aver rapidamente affrontato la spinosa
questione vietnamita, il presidente confermava la sua determinazio-
ne a trovare soluzioni per i problemi economico-sociali del mondo.
Egli riaffermò la responsabilità globale degli Usa e i valori dell’uni-
versalismo americano che intendeva diffondere con il programma
di libertà, giustizia ed eguaglianza realizzato negli Stati Uniti e per il
quale anche Moro aveva manifestato grande ammirazione20.
In un rapporto datato 28 maggio 1965 la Cia esaminava la boz-
za del piano economico quinquennale 1965-1969 approntato dal
governo italiano in gennaio, e la cui approvazione definitiva era
stata ritardata dalla grave situazione di squilibrio nella bilancia dei
pagamenti e dall’inflazione. Il piano, secondo l’Agenzia, costituiva
un primo approccio sistematico per realizzare le riforme strutturali
indispensabili per un razionale sviluppo economico del paese nel
lungo periodo. I fattori di debolezza e arretratezza strutturale del si-
stema economico italiano erano molteplici e comprendevano: caren-
ze nei trasporti, agricoltura arretrata, sistema formativo inadeguato,
rete commerciale antiquata, welfare superato, fisco «effettivamente»
ingiusto, insufficiente investimento nella ricerca scientifica e tecno-
logica, mancanza di pianificazione urbanistica. La «notoriamente
ingombrante» burocrazia italiana veniva indicata come uno dei prin-
cipali ostacoli, tanto psicologici quanto pratici, alla soluzione dei
problemi del paese21. Si trattava, in sostanza, delle stesse questioni
e delle riforme strutturali che l’Agenzia aveva già indicato, nel gen-
naio 1964, come ineludibili e indispensabili per la realizzazione del
programma di riforme del centro-sinistra.
Quanto alla programmazione, si osservava che l’Italia non era priva
di esperienza in questo campo, avendo i governi predisposto diversi
piani per le regioni sottosviluppate, i più importanti dei quali associa-
ti con la Cassa per il Mezzogiorno. Tuttavia soltanto lo «sfortunato»
piano Vanoni del 1955 aveva cercato di avviare una programmazione
di sviluppo nazionale. «La molteplicità dei programmi di sviluppo e

20
  LBJL, NSF, Italy, b 196, f 7, Final meeting of the president and prime min-
ister Moro, White House, April 21, 1965.
21
  LBJL, NSF, Italy, b 196, f 6, Cia, Special report, 28 May 1965.

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la mancanza di una chiara linea di demarcazione delle responsabilità
amministrative hanno condotto a un groviglio burocratico fra i mini-
steri e le agenzie incaricate della implementazione dei vari piani in ag-
giunta a una pesante competizione per i finanziamenti in un mercato
dei capitali ristretto e relativamente sottosviluppato come l’Italia»22.
D’altra parte, il processo di coordinamento degli obiettivi del nuovo
piano quinquennale con quelli dell’industria implicava una continua
consultazione fra il governo e i rappresentanti del mondo degli affari.
Sebbene accettassero l’idea di un piano nazionale, e benché sembras-
sero superati i timori per un ruolo dominante del governo in econo-
mia, gli industriali restavano guardinghi e in attesa di vedere il piano
definitivo. Di fatto, l’abilità del governo nel modernizzare e riformare
la pubblica amministrazione, secondo la Cia, sarebbe stata dirimente
per il successo del piano23.
L’Italia riuscì a riprendersi rapidamente dalla recessione del
1964. In tre anni le riserve internazionali salirono a 5,5 miliardi di
dollari, risultando più consistenti di quelle americane. Per questo
l’amministrazione Johnson riteneva che l’Italia potesse estendere il
suo impegno nel programma di aiuti ai paesi in via di sviluppo, in
particolare contribuendo a rifinanziare il fondo dell’International
Development Association.
Ben diversi erano, tuttavia, il giudizio su e il valore dato a certe
iniziative e interventi di politica estera italiana, come avvenne in se-
guito all’ipotesi di un progetto congiunto sovietico-americano per
un trattato di non proliferazione nucleare. Le critiche più serrate e
gli ammonimenti più severi contro questa proposta sembra venissero
dal ministro degli Esteri Fanfani, ma negli ambienti politici i pareri
erano discordi24. L’Italia aveva avuto un ruolo particolarmente attivo
nell’evoluzione del processo di distensione attraverso la limitazio-
ne dell’armamento atomico sin dal 1965, quando lo stesso Fanfani
aveva proposto una moratoria nucleare. Nonostante ciò, a Roma si
temeva che il paese potesse essere discriminato in sede internazio-
nale con la legittimazione della superiorità degli Stati in possesso di
armi nucleari. Per quanto il supporto popolare e politico per queste
iniziative fosse crescente, secondo l’Intelligence del Dipartimento

22
  Ibid.
23
  Ibid. La crisi di governo ne impedì il varo definitivo.
24
  E. Ortona, Anni d’America. La cooperazione 1967-1975, Il Mulino, Bologna
1989, pp. 47-53.

­­­­­121
di Stato, di fronte alla proposta congiunta sovietico-americana il
governo e i suoi portavoce avevano cominciato ad agitarsi25. Alcu-
ne riserve contro il trattato, si ammetteva, potevano riflettere una
genui­na preoccupazione; ma altre potevano anche nascondere un
piano per ottenere concessioni politiche e tecnologiche dagli Stati
Uniti. Nondimeno, si suggeriva che la vera ragione poteva essere più
banalmente antropologica e culturale, in quanto motivata da «ciò
che gli italiani chiamano bella figura»: «Per motivi di bella figura,
l’Italia è riluttante ad accettare un ruolo inferiore alla Francia, ma
anche ad essere equiparata con gli Stati non nucleari»26.
Il background di questa vicenda è da ricercare nella questione
della nave a propulsione nucleare che l’Italia ambiva a costruire. La
nave, mercantile o militare di superficie, era ancora in fase di studio.
Il progetto, aperto alla partecipazione delle industrie interessate,
avrebbe dato all’Italia la possibilità di acquisire un’esperienza im-
portante nel campo della propulsione nucleare navale27. Nel maggio
1965 il segretario di Stato Dean Rusk in una lettera al presidente del-
la Commissione per l’energia atomica americana, Glenn T. Seaborg,
spiegava che vi erano importanti motivi politici e buone relazioni fra
i due paesi per esprimere parere favorevole alla fornitura di uranio
all’Italia, da utilizzare come combustibile per una nave a propulsio-
ne nucleare. Si trattava di una questione affrontata anche durante
l’ultima visita del primo ministro Moro a Washington. Tuttavia, la
vicenda del reattore atomico per la propulsione navale, che si andava
trascinando dal 1958, non si sarebbe mai conclusa, innanzitutto per
i veti incrociati delle agenzie federali interessate28.
Eppure, grazie alla collaborazione con la Nasa, l’Italia era dive-
nuto il terzo paese al mondo, dopo Stati Uniti e Unione Sovietica, a
mettere in orbita un satellite: il 15 dicembre 1964, infatti, un equi-
paggio italiano preparato dagli americani aveva compiuto un primo
lancio sperimentale a Wallops Island, in Virginia. Tre anni dopo,

25
  Secondo il direttore dell’Intelligence and Research del Dipartimento di Sta-
to, Thomas L. Hughes.
26
  LBJL, NSF, Italy, b 198, f 2, Memo for the president, Intelligence note,
Department of State, March 2, 1967.
27
  LBJL, NSF, Italy, b 197, f 3, To Glen T. Seaborg, May 24, 1965.
28
  Al riguardo si veda M. Neri Gualdesi, La rincorsa italiana verso le tecnologie
nucleari, in Nazione, interdipendenza, integrazione. Le relazioni internazionali dell’I-
talia (1917-1989), a cura di F. Romero e A. Varsori, vol. II, Carocci, Roma 2007, pp.
105-126; L. Nuti, La sfida nucleare, cit., p. 219.

­­­­­122
nella primavera 1967, veniva messo in orbita il satellite San Marco,
progettato e costruito dagli italiani. L’accordo per questo program-
ma era stato firmato dall’allora vicepresidente Johnson a Roma nel
1962, durante la sua visita nella Penisola, ma la collaborazione con
gli Stati Uniti in ambito spaziale era iniziata nel 1960 con lo studio
del lancio di un piccolo razzo dalla Sardegna. Il presidente del Co-
mitato italiano per lo spazio, il professor Luigi Broglio, ingegnere
aeronautico e matematico, era riconosciuto oltreoceano come una
personalità di primo piano nel campo degli studi spaziali29.
La questione del gap tecnologico fra Stati Uniti ed Europa era
divenuta uno dei temi preferiti da uomini d’affari, politici e stampa
europei e, negli anni Sessanta, costituiva l’altra faccia del tentativo
francese, sotto l’influenza di de Gaulle ma anche del popolare autore
Jean-Jacques Servan-Schreiber, di restringere gli investimenti ame-
ricani in Europa. Tanto che negli Usa, per far fronte alla varietà di
richieste che sarebbero arrivate dagli europei su aspetti diversi del di-
vario tecnologico, fu creato, alla fine del 1966, un comitato interdipar-
timentale, guidato da Don Hornig, con il compito specifico di studiare
i problemi creati dal technological divide e di trovare delle soluzioni30.

Gli aiuti ai paesi sottosviluppati e l’America Latina

Gli investimenti privati americani nei paesi in via di sviluppo quasi


raddoppiarono dal 1964 al 1966 (+42%) rispetto al triennio prece-
dente. Questi interventi finanziari, più di quelli militari o strategici,
avevano lasciato segni così profondi sui modelli di sviluppo dei paesi
ai quali venivano indirizzati da far apparire la fase della guerra fred-
da come una forma diversa di colonialismo31. La politica americana
verso il Terzo Mondo era più incisiva di quella sovietica, perché uno
degli aspetti più importanti della guerra fredda riguardava proprio
lo sviluppo sociale e politico del Terzo Mondo. Per Kennedy e i suoi
consiglieri la preminenza tecnologica americana era la chiave di volta
per evitare il collasso dei paesi in via di sviluppo. Essi promossero

29
  LBJL, NSF, Italy, b 198, f 9, Science Highlights, April 20-21, 1965.
30
  LBJL, Papers of Francis M. Bator, Chronological (d’ora in poi Chron) file,
b 4, f Chron file 10/1/1966-11/30/1966, U.S.-Europe technological gap, November
18, 1966.
31
  O.A. Westad, The Global Cold War, cit., p. 396.

­­­­­123
molteplici iniziative per diffondere insieme allo sviluppo economi-
co la democrazia, anche se poi le cose andarono diversamente. Per
questo erano stati creati i Peace Corps, che entro il 1965 avevano già
inviato nel Terzo Mondo più di 13.000 volontari americani a soste-
nere i programmi di sviluppo, e l’Alliance for Progress.
L’Alliance for Progress era un’iniziativa per fornire all’America
Latina aiuto tecnico-economico e assistenza per la formazione. L’o-
biettivo era di rivoluzionare l’arretrata struttura socioeconomica del
Subcontinente promuovendo una «middle class revolution», come
disse Arthur Schlesinger, che avrebbe modernizzato l’economia e
favorito le istituzioni democratiche seguendo il modello americano.
Con l’intento di sostenere lo sviluppo delle imprese economiche,
due senatori progressisti americani, Hubert Humphrey – che diven-
ne poi vicepresidente degli Stati Uniti nell’amministrazione Johnson
– e Jacob Javits, avevano chiesto ad Aurelio Peccei, manager di fama
internazionale a capo della Fiat Concorde in Argentina, di guidare
un progetto per rilanciare l’iniziativa privata in Sud America. Grazie
all’impulso di Peccei nel 1962 venne istituita l’Atlantic Community
Development Group for Latin America (Adela), con quote sotto-
scritte da numerose imprese finanziarie e industriali di Europa, Stati
Uniti, Canada, Giappone e, successivamente, America Latina32.
Nel Subcontinente, a motivo dei solidi legami storici con le tra-
dizionali comunità di emigrati, l’Italia intendeva giocare un ruolo
di rilievo. Gli Usa riconoscevano che gli italiani avevano fatto un
ottimo lavoro nell’aiutare Washington in Sud America, e guardava-
no con favore a specifiche collaborazioni in quell’area. L’obiettivo
statunitense era di sconfiggere la politica di espansione di cubani,
cinesi e sovietici, e il governo italiano – innanzitutto la Dc – poteva
dare un contributo importante al riguardo, come avvenne nel caso
del presidente democristiano del Cile Eduardo Frei33.
La politica estera verso l’America Latina era stata rilanciata da
Pella poco dopo la costituzione del Mec, nel giugno 1957. Questi

32
  A. Castagnoli, L’esperienza internazionale di Aurelio Peccei e il suo paradig-
ma manageriale: la responsabilità sociale dell’impresa, in Id. (a cura di), Fra etica,
economia e ambiente. Aurelio Peccei: un protagonista del Novecento, Seb 27, Torino
2009, pp. 40-43; R. Peccei, Aurelio Peccei e i limiti dello sviluppo, in Il contributo
italiano alla storia del pensiero. Ottava appendice. Tecnica, Istituto della Enciclope-
dia Italiana, Roma 2013, p. 654.
33
  LBJL, NSF, Italy, b 196, f 1, Telegram, January 21, 1964; LBJL, NSF, b 198,
f 9, Visit of prime minister Moro. Briefing paper, April 15, 1965, Washington.

­­­­­124
rapporti erano stati discussi con l’alleato, in particolare durante l’in-
contro fra il presidente Gronchi e l’ambasciatore Harriman a Roma,
il 9 marzo 1961. Harriman riteneva che i considerevoli progressi
e la diffusione della dottrina castrista fossero un effetto dell’inap-
propriata politica di relazioni estere condotta dall’amministrazione
Eisenhower in America Latina. Annunciò perciò l’intenzione di un
deciso cambio di rotta da parte del presidente Kennedy verso le
aspettative dei sudamericani. Ciò indusse Gronchi, che era in pro-
cinto di visitare Perù, Argentina e Uruguay, a dichiarare che vi era-
no le condizioni per una stretta collaborazione con Washington nel
Subcontinente34. Ma vi erano anche diversi motivi di frizione.
Per quanto l’export italiano verso Cuba si fosse ridotto a motivo
dei controlli imposti da Washington, l’Italia continuava a esportare
beni che gli americani consideravano cruciali per l’economia dell’isola
(come veicoli, macchinari, strutture per l’industria chimica). Ciò che
più preoccupava Washington erano i motoscafi veloci e le «lance»,
ossia imbarcazioni adatte per traffici illeciti e attività sovversive35.
Il 14 gennaio 1964 la questione del commercio con Cuba venne
affrontata in un incontro riservato presso la Casa Bianca fra il segre-
tario di Stato Dean Rusk, William R. Tyler, l’ambasciatore Reinhardt
e il ministro degli Esteri Giuseppe Saragat, accompagnato a sua volta
da esponenti della diplomazia e del governo. L’eccezionalità di Cuba
rispetto agli altri paesi del blocco sovietico venne puntualizzata dal
segretario di Stato: «Cuba è impegnata in attività sovversive contro i
vicini. Il problema di Cuba è perciò una questione di intrusione mili-
tare e politica, e non solo una questione di commercio. Non soltanto
per gli Stati Uniti ma per tutti i paesi di questo emisfero». Il Diparti-
mento di Stato si attendeva pertanto che il governo italiano conside-
rasse il problema cubano come una questione di cooperazione con
l’Occidente36. Saragat, pur condividendo in sostanza il giudizio di
Rusk, non lasciò passare sotto silenzio il fatto che altri paesi europei
avevano fatto il loro gioco, come la Gran Bretagna, che aveva venduto
a L’Avana una importante fornitura di bus.
Alcuni mesi dopo Ortona, allora direttore generale del ministero

34
  JFKL, NSF, Italy general, reference copy, b 120, Memo of conversation
Gronchi, Harriman, Cippico, Walters, Roma, March 9, 1961.
35
  LBJL, NSF, Italy, b 198, f 5, Visit of president Segni, January 14-15, 1964.
36
  LBJL, NSF, Italy, b 196, f 2, Memorandum of conversation, January 14,
1964.

­­­­­125
degli Esteri per gli affari economici, provò a sondare quali sareb-
bero state le reazioni di Washington qualora la Fiat avesse portato
a termine il contratto di vendita ai cubani di locomotive diesel e
materiale ferroviario. Il ministero degli Esteri non voleva assumersi
la responsabilità di rifiutare la proposta Fiat, tanto più considerando
che l’azienda era già stata colpita dal rallentamento dell’economia
italiana37. E c’era la consapevolezza che altri fornitori, come la Fran-
cia e la Gran Bretagna, avrebbero potuto prenderne il posto.
Di fatto gli italiani ridussero il volume degli scambi con Cuba,
nonché il numero dei collegamenti di volo. Ma l’apertura di nuovi
scenari globali di confronto inquietava Washington. L’Avana, come il
Vietnam, aveva alzato la posta con una nuova sfida della guerra fred-
da. Alla metà degli anni Sessanta Cuba aveva sviluppato un’aggressiva
politica di assistenza militare, medica e formativa ai paesi del Terzo
Mondo, in specie dell’Africa e dell’America Latina38. La questione
era di tale portata che sarebbe stata presto sollevata anche nell’ambito
della Nato, perché i cubani agivano nei due emisferi.

Automobili per la classe media dell’Urss

Con la presidenza Johnson si stabiliva un clima di maggiore colla-


borazione economica tra Est ed Ovest. Misure amministrative e un
più ampio ricorso all’Ex-Im Bank favorirono l’aumento dei traffici:
il valore dell’interscambio aumentò dal 1963 al 1966 del 49,6% (da
252 milioni di dollari a 377)39. E nel 1966 fu firmato anche l’accordo
Usa-Urss per l’aviazione civile.
È in questo quadro che, il 1° luglio 1965, la Fiat e il Comitato
statale della ricerca scientifica dell’Urss si impegnarono a cooperare
per la realizzazione di uno stabilimento destinato alla produzione di
autovetture per il mercato sovietico. L’impianto sarebbe stato dotato
dei macchinari più moderni per consentire costi di gestione contenuti
e massima produttività del lavoro. Per questo occorrevano alcune at-
trezzature di fabbricazione americana, nonché l’assenso di Washing-

37
  LBJL, NSF, Italy, b 196, f 1, Telegram, June 27, 1964.
38
  O.A. Westad, The Global Cold War, cit., pp. 170-180.
39
  LBJL, Papers of Lbj president, 1963-69, NSF, Files of Edward R. Fried, b
2, f 3, Chron September 1 1967-November 30 1967 (2 of 2), Visit of the Italian
president Saragat, September 1967. Briefing memorandum.

­­­­­126
ton. Valletta fu certamente abile nel presentare l’iniziativa al segretario
di Stato Dean Rusk come un «lodevole indirizzo delle autorità sovie-
tiche» per sviluppare i consumi a vantaggio della popolazione40. Ma
il progetto aveva anche elementi di diretto interesse per Washington.
Il 22 giugno 1966 Dean Rusk, in un memorandum per il presi-
dente Johnson, analizzava vantaggi e svantaggi dell’operazione Fiat,
raccomandando che fosse accolta la richiesta italiana di un prestito
Ex-Im Bank di 50 milioni di dollari per l’esportazione dei macchi-
nari americani. Infatti l’Italia si impegnava, con questa operazione, a
contribuire alla riduzione del disavanzo della bilancia dei pagamenti
statunitense41. Secondo Rusk, assecondare l’enfasi che l’Urss stava
mettendo sulla produzione di beni di consumo destinati alla forma-
zione di una classe media non poteva che favorire l’interesse nazio-
nale americano. Inoltre il prestito avrebbe aiutato le relazioni con
l’Italia in una fase in cui Washington aveva bisogno dell’appoggio
di Roma in campo politico e, innanzitutto, nell’ambito della Nato,
dopo il ritiro della Francia dal comando dell’organizzazione.
Il 29 giugno Francis M. Bator, viceconsigliere per la sicurezza
nazionale del presidente Johnson, si pronunciava a sua volta a favore
dell’operazione. Oltretutto, in termini di politica estera questo fi-
nanziamento avrebbe bilanciato la posizione del presidente Johnson
rispetto al background del Vietnam. A conti fatti, se il prestito non
fosse stato concesso, a loro volta gli Usa avrebbero probabilmente
perso la vendita. D’altronde, erano della partita tutte le principa-
li agenzie e dipartimenti americani (Cia, Tesoro, Dipartimento del
Commercio, Ex-Im Bank, Dipartimento della Difesa)42.
Valletta aveva compiuto due viaggi a Mosca, nel 1965 e nel 1966,
per negoziare la costruzione dell’impianto Fiat. Egli aveva avuto
occasione di parlare con Kosygin e suo genero. Di questi viaggi il
consolato americano di Torino avrebbe riferito a Washington un
anno dopo non per l’affare Fiat, ma per un giudizio su de Gaulle
emerso durante i colloqui con i russi. Valletta, forse per compiacere
l’interlocutore americano, aveva rivelato di essere rimasto colpito
dalla mancanza di riguardo e dall’atteggiamento sprezzante dei due
esponenti della nomenclatura per il generale, giudicato dal genero di

40
  V. Castronovo, Fiat, cit., p. 1112.
41
  LBJL, NSF, Italy, b 197, f 2, Memorandum for the president, June 22, 1966.
42
  LBJL, NSF, Italy, b 197, f 2, Memorandum for the president (F.M. Bator),
June 29, 1966; Memorandum for the president (D. Rusk), June 22, 1966.

­­­­­127
Kosygin come il «più egotistico e borioso uomo in Europa e che in
verità non aveva altro da offrire se non magniloquenza e retorica»43.
Nel maggio 1966, in un memorandum sull’accordo Fiat-Urss
concluso a Torino, la Cia metteva in evidenza che, per quanto il
nuovo regime fosse intenzionato a migliorare lo standard di vita della
popolazione, il progetto appariva di complessa e costosa realizza-
zione. L’industria sovietica era arretrata, scarsamente specializzata,
inefficiente, e le infrastrutture e i servizi carenti. L’Agenzia osser-
vava che l’impianto costruito a suo tempo in Urss con l’assistenza
della Ford, e allora ancora in uso, era la reminiscenza di quanto di
peggio si potesse trovare in una fabbrica di auto negli Usa nel 1929.
L’accordo con la Fiat appariva per altri aspetti molto imbarazzante
per Mosca, perché mostrava al mondo intero che l’Unione Sovietica
non era in grado di costruire da sola un’impresa automobilistica.
L’inadeguatezza del suo sistema industriale era tale che una parte dei
macchinari avrebbe dovuto essere fornita dagli Usa, e altre attrezza-
ture avrebbero dovuto essere vendute dai francesi44. I pianificatori
sovietici avevano ben chiaro che l’accordo con la Fiat costituiva una
ragionevole alternativa ad alti costi, incertezze e ritardi. Ma un tale
grandioso programma di assistenza tecnologica da parte dell’Occi-
dente poteva essere intrapreso da Mosca solo con importanti accordi
di agevolazioni sul credito o di scambio commerciale45.
Negli ultimi anni c’era stato un marcato cambio di atteggiamento
da parte americana riguardo all’espansione delle relazioni commer-
ciali con l’Europa dell’Est. L’amministrazione Kennedy aveva com-
piuto un’importante serie di passi per il riavvicinamento dei paesi
del blocco sovietico, come l’estensione della clausola di nazione più
favorita alla Polonia nel 1960 e l’accordo con la Romania per impor-
tazioni dagli Usa, che venne garantito dalla Export-Import Bank nel
1964. Nel novembre di quell’anno una task force di esperti aveva sti-
lato un rapporto sulla politica estera economica americana. La sfida
era riuscire a modulare la politica commerciale con i cambiamenti
politici. Il commercio con Cina, Cuba, Nord Vietnam e Nord Corea
era sottoposto a embargo. Ma si sarebbe dovuto dare un segnale che

43
  LBJL, NSF, Italy, b 197, f 4, Airgram, Comments on Kosygin-de Gaulle
relations, July 12, 1967.
44
  LBJL, NSF, Italy, b 7, f 3, Cia, Fiat-Urss, May 6, 1966.
45
  LBJL, NSF, Italy, b 197, f 3, Cia, Fiat-Urss, May, 1966; LBJL, NSF, Italy, b
197, f 2, Cia, Special report, December 2, 1966.

­­­­­128
gli Usa riorientavano la loro politica a seconda del paese coinvolto46.
Si trattava perciò, negli anni a venire, di intensificare gli scambi con
Mosca e l’Europa orientale, garantendo il credito all’export per assi-
curare la competitività con le offerte degli altri paesi avanzati.
Washington aveva così favorito la vendita di grano all’Urss per
140 milioni di dollari. Gli sviluppi di questa politica di maggiore
apertura erano stati ancora più intensi nel 1966. In maggio l’am-
ministrazione sottoponeva all’approvazione del Congresso una pro-
posta di legge sul commercio Est-Ovest che avrebbe autorizzato il
presidente ad accordare concessioni commerciali, e innanzitutto lo
status di nazione più favorita sul versante delle tariffe, ai paesi del
blocco sovietico. Queste iniziative erano il riflesso, in qualche misu-
ra, dei segni di cambiamento provenienti dall’Urss di Chruščëv, che
mostrava di voler uscire dalla tradizionale autarchia economica. Di
fatto, gli scambi fra Urss e Occidente erano cresciuti del 126% fra
il 1959 e il 1964, mentre il volume totale del commercio sovietico
era aumentato solo del 78%. In particolare, gli scambi Urss-Usa
aumentarono da 66 milioni di dollari nel 1961 a 87 milioni nel 1965,
sebbene rimanessero relativamente contenuti47.
In un discorso sull’Europa, il 7 ottobre 1966, Johnson si riferì al
prestito Fiat come a uno dei passi di avvicinamento Est-Ovest. Ma la
questione in Congresso era assai controversa. Alla luce delle più fo-
sche previsioni sull’East-West Trade Act, secondo Rostow, in Senato
la battaglia si preannunciava aspra e si sarebbe dovuta prendere in
considerazione la proposta di chi suggeriva di vendere i macchina-
ri attraverso finanziamenti esteri48, per quanto sembrasse davvero
difficile riuscire a ritirare la richiesta Fiat e trovare qualche finanzia-
mento sostitutivo «senza alcuna pubblicità», come suggerito dal di-
rettore della stessa Ex-Im Bank, Hobart Taylor jr.49. In Senato erano
stati presentati diversi emendamenti, come il Fino Amendment, che
miravano a impedire prestiti per la vendita di beni ai paesi comunisti
amici del Vietnam, e che erano una risposta diretta contro l’accordo

46
  LBJL, Papers of Lbj, Subject file, b 93, f Lbja Subject file, Public activities,
Visitors-Foreign, M, Memo for Mr. Moyers, November 18, 1964.
47
  P.B. Feller, The Antidumping Act and the Future of East-West Trade, in
«Michigan Law Review», vol. 66, n. 1, novembre 1967, pp. 115-140.
48
  LBJL, NSF, Italy, b 197, f 7, Memorandum for Joe Califano, May 31, 1967.
49
  Taylor era stato nominato direttore della Ex-Im Bank da Johnson nel 1965.
Nel 1961 era stato consigliere speciale del presidente Kennedy per la Commission
on Equal Employment Opportunity.

­­­­­129
Fiat. L’esecutivo obiettò vigorosamente durante il dibattito, ma la
convinzione che la Ex-Im Bank non dovesse finanziare i paesi che
sostenevano economicamente il Vietnam del Nord era diffusa fra i
senatori. Così, anche se il presidente Johnson aveva dato il proprio
assenso al finanziamento per i macchinari, il Senato, a maggioranza
democratica, approvò l’emendamento proposto dal repubblicano
Karl E. Mundt e ne impedì l’attuazione50.
Come già era avvenuto con Mattei, sia il Dipartimento di Sta-
to che l’ambasciata di Roma consideravano Valletta un osservatore
importante delle faccende sovietiche, tale da poter avere un franco
scambio di opinioni con il segretario di Stato americano sull’atteg-
giamento di Mosca, e in particolare del presidente del Consiglio
Alexej Kosygin, sulla guerra nel Sud-Est asiatico. Valletta riteneva
che Kosygin fosse disponibile a mediare, mentre entrambi conveni-
vano che la posizione di Pechino fosse assai pericolosa per l’Occi-
dente. Tanto che Valletta, essendo in corso la Conferenza dei partiti
comunisti a Bucarest, dove si sarebbe svolto anche un incontro fra
sovietici e cinesi, consigliava a Rusk di continuare a mantenere una
posizione di forza in Asia51.
Importanti uomini d’affari italiani avevano avuto un ruolo di
snodo nei rapporti con Washington e Mosca. Dal 1956, quando
aveva assunto la direzione del Gosplan, Kosygin aveva incontrato
in diverse occasioni Franco Marinotti, responsabile della Snia, i cui
rapporti con l’Urss risalivano agli anni Venti e che, anche nel pieno
della guerra fredda, si era apertamente pronunciato a favore di più
strette relazioni economiche con l’Unione Sovietica. Ma la testa di
ponte degli affari italiani in Russia era Piero Savoretti, imprenditore
torinese sposato a una russa, al quale si dovevano iniziative – come
l’esposizione delle imprese italiane a Mosca, nel maggio 1962 – che
avevano consentito di intensificare le relazioni economiche fra i due
paesi52.

50
  Il Mundt Amendment proibiva ogni finanziamento Ex-Im alla fabbrica di
auto Fiat-Soviet. LBJL, NSF, Italy, b 199, f 1, Visit of Italian president Saragat,
Briefing memorandum, September 14, 1967. Al riguardo cfr. V. Fava, La Fiat e la
Autovaz di Togliatti. Alla ricerca del fordismo perduto, in «Storicamente», n. 4, 31
gennaio 2013.
51
  LBJL, NSF, Italy, b 197, f 3, Memorandum of conversation, Secretary of
State and Valletta, July 22, 1965.
52
  Al riguardo si veda V. Castronovo, A.M. Falchero, L’avventura di Franco
Marinotti, Marinotti, Milano 2008.

­­­­­130
Da tempo l’Italia aveva stabilito accordi commerciali con i paesi
del blocco sovietico, oltre che con Jugoslavia e Albania. Tuttavia non
era riuscita a centrare l’obiettivo di avere una bilancia commerciale
in equilibrio. Sebbene nel 1964 il volume degli scambi con l’Est fosse
soltanto il 5% circa del suo commercio estero, l’Italia dipendeva per
considerevoli quantità di greggio e combustibile dall’Europa orien-
tale. Nel 1963 il suo deficit commerciale verso l’Unione Sovietica
era stato di 61,5 milioni di dollari. L’anno successivo, a fronte di im-
portazioni dall’Europa orientale per 370 milioni di dollari, le espor-
tazioni italiane verso la stessa area erano valutate in 275,6 milioni
di dollari. Era stata inoltre uno dei primi paesi europei a garantire
aperture di credito a lungo termine ai paesi del blocco comunista,
come la Cecoslovacchia e l’Urss, per contrastare offerte analoghe
avanzate da Francia e Gran Bretagna53.

Est-Ovest

Nella primavera del 1967 il presidente Johnson propose di avviare


uno studio internazionale sui problemi delle società industrializzate.
Il progetto fu accolto con grande interesse dal governo italiano che,
a sua volta, poneva due questioni: come connettere l’indagine alle
proposte del governo italiano per una cooperazione internazionale
che riducesse il gap tecnologico fra Stati Uniti ed Europa occidenta-
le; come coinvolgere i sovietici nel programma54.
La proposta di Fanfani per dare un nuovo impulso alla collabo-
razione scientifica fra Stati Uniti ed Europa contemplava un piano
decennale di sviluppo nei settori tecnologicamente più avanzati:
computer, industria aeronautica, ricerca spaziale, satelliti, energia
atomica, desalinizzazione e controllo dell’inquinamento. Ma il pro-
getto di Fanfani non aveva avuto una buona accoglienza. Nei partner
della Nato aveva suscitato scetticismo circa i suoi esiti pratici; da par-
te americana, più sbrigativamente, si erano giudicate le idee italiane
«chiaramente grandiose ma anche nebulose»55.

53
  LBJL, NSF, Italy, b 198, f 9, Visit of prime minister Moro, Washington,
April 20-21, 1965.
54
  LBJL, NSF, Italy, b 197, f 4, Telegram, Reinhardt, June 3, 1967.
55
  LBJL, NSF, Agency file, b 40, f 3, Visit of Nato Secretary-General Brosio,
Nov. 16-18, Science and Technology, Background Paper, Nov. 14, 1966.

­­­­­131
Peraltro, la crisi dell’Alleanza atlantica seguita al ritiro della Fran-
cia dal comando Nato e l’accresciuta presenza sovietica nel Medi-
terraneo erano altrettanti elementi di destabilizzazione anche per gli
equilibri in Medio Oriente. In questo scenario l’Italia esercitò un
ruolo di protezione degli interessi americani in Siria e Yemen, come
venne riconosciuto anche a Washington56.
In seguito all’invasione sovietica della Cecoslovacchia, il 21 ago-
sto 1968, iniziò una serie febbrile di consultazioni all’interno dell’Al-
leanza atlantica. L’Italia diede il proprio sostegno alla linea proposta
da Germania Federale e Gran Bretagna per una riunione ai più alti
livelli fra i paesi aderenti, mentre la Francia si oppose.
Il presidente Johnson, preoccupato per la dimensione raggiunta
dalle spese militari all’estero, intendeva varare misure più stringenti
per ridurre il deficit. Il bilancio della Difesa americana in Europa era
in rosso (circa 1,1 miliardo di dollari nel 1968) e il Senato premeva
per un consistente ritiro di truppe57. Si trattava di provvedimenti
che avrebbero limitato le forze americane di supporto in Europa
e, dove possibile, trasferito funzioni e attività agli alleati. L’Italia si
era impegnata ad accrescere di sette volte il budget per la difesa nel
1969 adottando misure per migliorare l’efficacia delle forze italia-
ne58. Peraltro, la spesa militare americana in Italia era inferiore a
quella nei grandi paesi europei: nel 1961 risultava quasi 1/3 di quella
francese (101 su 276 milioni di dollari), 1/5 di quella tedesca (pari
a 543 milioni di dollari), circa 1/2 di quella inglese (229 milioni di
dollari), nonché 1/4 di quella giapponese (382 milioni di dollari). La
riduzione progressiva dell’impegno americano avrebbe riguardato
soprattutto la Francia e in misura più contenuta l’Italia, mentre in
Giappone e Germania esso sarebbe rimasto immutato59.
Washington sosteneva pienamente il processo di integrazione
economica europea, ma ne chiedeva l’armonizzazione con gli accor-

56
  LBJL, Papers of Lbj president, 1963-69, NSF, Files of Edward R. Fried,
b 2, f 3, Chron September 1 1967-November 30 1967 (2 of 2), Visit of the Italian
president Saragat, September 1967.
57
  LBJL, Papers of Clark Clifford, b 17, f Balance of payments problems,
Memo for secretaries of the military departments, June 6, 1968.
58
  LBJL, Papers of Clark Clifford, b 21, f Force improvements for Nato (29
Feb.-2 Oct. 1968), Reforger, Crested Cap (2), Mesaures announced to improve
Nato forces, 14-16 November, 1968.
59
  LBJL, Papers of Alain Enthoven, b 10, f Top secret budget memos 1965-69
(2 of 2).

­­­­­132
di del Gatt. L’amministrazione Kennedy aveva fatto i primi passi per
ridurre le politiche di contenimento economico, sostenendo il round
che si era svolto a Ginevra nel 1960-1961. Inoltre, per accattivarsi gli
alleati europei, aveva tagliato le imposte a carico delle multinazionali
straniere che avevano interessi negli Usa. Le aziende occidentali fa-
cevano pressioni per la riapertura dei commerci Est-Ovest. L’export
verso i paesi del blocco comunista era cresciuto in media del 9,1%
all’anno nel periodo 1960-1965 e l’import dell’8,8%. Nel settore dei
macchinari ed equipaggiamenti gli scambi erano aumentati in alcuni
casi di oltre il 50%60.
Intanto crescevano le preoccupazioni per lo squilibrio della bi-
lancia dei pagamenti americana e nel Congresso prevalevano gli
umori di un rinascente protezionismo. L’opposizione a una proposta
di legge per rivedere il sistema dei prezzi imposto per i prodotti chi-
mici, il dazio di compensazione su alcuni prodotti di acciaio italiani,
la proposta di fissare quote all’importazione dei prodotti tessili e le
imminenti norme della Federal Trade Commission sulla etichetta-
tura dei prodotti di lana importati, costituivano altrettanti ostacoli
agli scambi e preoccupavano le autorità italiane. L’amministrazione
Johnson, con il supporto di un’ampia parte del mondo economi-
co americano, cercava di ottenere una riduzione delle barriere agli
scambi internazionali. Ma venti protezionistici spiravano anche a
Bruxelles61.
I negoziati del Kennedy Round non avevano precedenti per l’e-
stensione della loro sfera d’azione e furono fondamentali per gli in-
teressi degli Stati Uniti. Washington aveva sollecitato gli altri paesi
a concludere il negoziato entro il 30 giugno 1967. I risultati attesi
avrebbero modellato le relazioni economiche fra le maggiori nazioni
commerciali, e innanzitutto fra la Comunità economica europea e gli
Usa, per molti anni a venire. A Washington ci si attendevano effetti
sull’apertura verso l’esterno della Comunità europea, mentre si raf-
forzava il processo di integrazione fra i sei Stati membri. Il successo
dei negoziati avrebbe dovuto alleviare le pressioni causate dall’esi-
stenza di due grandi blocchi commerciali in Europa, Cee ed Efta, e
agevolare l’entrata della Gran Bretagna nel Mec.

60
  J. McGlade, CoCom and the Containment of Western Trade and Relations,
cit., pp. 47-62.
61
  LBJL, NSF, Italy, b 199, f 1, Visit of Italian president Saragat, Briefing memo­
randum, September 14, 1967.

­­­­­133
Tabella 8. Investimenti americani nel Mercato comune (in milioni di dollari)

Paesi Investimenti diretti Totale degli investimenti Rendimento


americani 1966 diretti americani degli investimenti
alla fine del 1966 diretti

Francia 149 1.758 88


Germania 646 3.077 208
Italia 166 1.148 39
Paesi Bassi 172 858 48
Belgio-Lussemburgo 149 745 52
Totale Mercato comune 1.282 7.586 435
Fonte: LBJL, Papers of Lbj president, 1963-69, NSF, Files of Edward R. Fried, b 2, f 3, Chron December
67-February 68, Memorandum for the president, December 6, 1967.

Nelle note scritte per Robert Kennedy da William vanden Heuvel


in occasione della visita che il presidente si accingeva a compiere
nel nostro paese, nel 1967, si osserva che l’Italia aveva contrattato
con durezza in sede di negoziati poiché considerava le offerte ame-
ricane meno favorevoli per il nostro paese rispetto a quelle per le
altre nazioni europee, ma aveva continuato le trattative62. Washing-
ton riconosceva pienamente il contributo italiano sia al successo del
Kennedy Round, sia ai negoziati per la liquidità internazionale del
1967. Con il Kennedy Round si era realizzata la più ampia riduzione
delle tariffe nella storia del commercio internazionale, la cui cresci-
ta concorreva allo sviluppo dell’economia, dell’occupazione e della
ricchezza nel mondo occidentale.

La questione dell’aviazione civile

Il 1° giugno 1966 il governo italiano denunciò l’accordo con gli Stati


Uniti per il trasporto aereo. Si trattava di un passo annunciato e
motivato dall’insoddisfazione per l’intesa siglata nel 1948, ritenuta
sfavorevole all’Italia. L’Air Transportation Agreement non era col-
legato al trattato di pace, ma era il risultato di un accordo bilaterale

62
  JFKL, Personal Papers of William vanden Heuvel, b 4, f Trip 1967 Europe,
Italy.

­­­­­134
integrativo della Convention on International Civil Aviation del di-
cembre 1944, che l’Italia aveva sottoscritto nell’ottobre 1947 e che
seguiva l’impostazione di quello già siglato con la Gran Bretagna
nel 1945. Dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti si erano
dichiarati a favore di una maggiore liberalizzazione del sistema in-
ternazionale dell’aviazione civile. Ma la stragrande maggioranza dei
paesi, compresa l’Italia, aveva preferito definire i diritti commerciali
dei voli con accordi bilaterali, e questo sistema era ancora in vigore
negli anni Sessanta63.
Nel comparto del trasporto aereo, il nostro paese aveva grande
importanza sia come luogo di destinazione e di transito dei viaggia-
tori, sia per il peso economico-politico. Le trattative con gli Usa per
un nuovo agreement sulle rotte e le capacità dei vettori andavano
avanti dal 1960. In quell’anno si era trovato un punto di intesa che
aveva assicurato una rotta oltre New York. Roma aveva cercato di
ottenere uno spazio da New York a Città del Messico, ma la tratta-
tiva si era bloccata. Inoltre voleva più rotte per Los Angeles e colle-
gamenti con l’America Latina, e in cambio gli Usa chiedevano rotte
per l’Africa settentrionale e orientale. Il punto di maggior frizione
riguardava la richiesta italiana per le limitazioni di capacità nel tra-
sporto sulle rotte transcontinentali per Tokyo e oltre Los Angeles,
sulla quale gli americani non intendevano recedere mentre chiede-
vano reciprocità64.
La questione dell’aviazione civile fu discussa in diverse occasioni
durante le visite a Washington degli esponenti del governo e delle
istituzioni italiane, senza che si riuscisse a trovare un punto di ac-
cordo. Il desiderio italiano di avere una rotta attorno al mondo, o
almeno diritti oltre gli Stati Uniti, nasceva anche dal confronto con
le maggiori potenze: Francia, Germania, Gran Bretagna, Australia e
Giappone avevano tutti diritti oltre gli Usa65.
A opporsi erano le cinque principali compagnie aeree americane,
eccezion fatta per la TWA, che non erano d’accordo a concedere
ad Alitalia una rotta transpacifica. L’irrigidimento verso la richiesta
italiana celava la preoccupazione che altre compagnie seguissero la

63
  LBJL, NSF, Italy, b 198, f 1, Civair, 11/21/67. Il documento riporta una let-
tera di Dean Rusk al ministro degli Esteri Fanfani sulla questione posta da Saragat.
64
  LBJL, NSF, Italy, b 196, f 2, Memorandum, March 11, 1964; LBJL, NSF, Italy,
b 197, f 2, Memorandum, Civil aviation negotiations with Italy, December 1966.
65
  LBJL, NSF, Italy, b 198, F 2, Memo for Walt Rostow, Feb. 18, 1967.

­­­­­135
strada aperta dall’Italia, pretendendo nuove rotte intercontinentali.
Spaventava in particolare la capacità competitiva di un concorrente
come Lufthansa. Ma si rimproverava all’Italia anche la mancanza di
reciprocità nei servizi di linea e nei diritti. Infatti, fra Germania e Sta-
ti Uniti c’era reciprocità e alle compagnie americane erano garantiti
diritti oltre il territorio tedesco66. Così, la controversia andò avanti
per molto tempo senza che si riuscisse a trovare un punto di accordo.

66
  LBJL, NSF, Italy, b 198, f 1, Telegram to Am-Embassy, Rome, from Depart-
ment of State, 21 Nov. 1967.
Capitolo VI
Washington, Mosca e l’Europa:
il «caso» Italia

I nuovi scenari della politica economica estera di Nixon

Il presidente Richard M. Nixon, repubblicano e risoluto anticomuni-


sta, dichiarava nel suo discorso di insediamento, il 20 gennaio 1969:
«dopo un periodo di confronto, stiamo entrando in un’era di nego-
ziazioni [con l’Unione Sovietica]». Era un’affermazione inattesa, ma
il 1969 sarebbe stato un anno di svolta nella guerra fredda. L’Urss
avrebbe raggiunto la parità numerica nei missili balistici interconti-
nentali; invece la speranza di una parità economica sarebbe svanita
per la consapevolezza che l’assistenza del mondo capitalista sarebbe
stata necessaria per risolvere i problemi dell’economia sovietica, tan-
to nell’industria che nell’agricoltura. In Cina si sarebbe affievolito
l’antiamericanismo della rivoluzione culturale, mentre le truppe ci-
nesi e sovietiche si scontravano lungo il fiume Ussuri. Gli Stati Uniti
avrebbero iniziato il processo di disimpegno dal Vietnam1.
Il 27 febbraio 1969 Nixon arrivava a Roma, tappa del suo primo
viaggio in Europa per riallacciare il dialogo con gli alleati della Nato.
La visita del presidente americano provocò manifestazioni di prote-
sta. Nell’incontro riservato, al quale era presente anche il generale
Vernon A. Walters, il presidente della Repubblica Saragat illustrò la
situazione politica italiana e confermò il favore dell’Italia all’ingresso
della Gran Bretagna nel Mec. Vennero affrontate anche le questioni

1
  J.L. Gaddis, Russia, the Soviet Union, and the United States, McGraw-Hill,
New York 1990, pp. 268-293.

­­­­­137
internazionali più scottanti, come il Vietnam, la Cina, i rapporti con
l’Unione Sovietica, il Medio Oriente. Saragat si augurava che la po-
litica americana non offrisse pretesti al Partito comunista e a quanti
volevano il paese fuori dall’Alleanza atlantica. Intanto Nixon era
stato informato che il presidente della Fiat, Gianni Agnelli, aveva
confidato allo stesso Saragat che coinvolgere i comunisti nel governo
era un buon modo per «addomesticarli»2.
Fra le misure per arginare il deficit federale, peraltro già annun-
ciate a suo tempo da Johnson, vi era la riduzione dei costi militari in
Europa. Il budget per la difesa, approvato dal presidente il 5 giugno
1969, prevedeva consistenti tagli al personale (circa 27.400 appar-
tenenti alle forze armate americane, 1.800 civili americani e 7.100
unità nel personale nazionale straniero) entro il 1972. Una parte di
queste riduzioni di personale dipendeva da accordi con i governi di
Italia e Germania occidentale perché assumessero funzioni e costi di
missioni di combattimento tattico; un’altra parte da un’intesa con il
governo turco perché prendesse in carico la gestione di facilities sino
ad allora equipaggiate dagli Usa3.
Come aveva previsto Henry Kissinger, allora consigliere per la sicu-
rezza nazionale, la riduzione della spesa militare americana in Europa
suscitò aspre critiche e generò speculazioni. La reazione più allarmata
venne dal presidente del Consiglio Rumor. Infatti le riduzioni sareb-
bero ricadute in gran parte nel collegio elettorale del presidente del
Consiglio, la cui posizione era ritenuta delicata dallo stesso Kissinger4.
I tagli al personale riguardavano 1.600 addetti di nazionalità italiana
e oltre 4.000 americani. Gli Usa dovettero prendere atto che un pro-
blema di budget americano si stava trasformando in un problema di
relazioni transatlantiche che coinvolgevano la tenuta del governo mo-
nocolore democristiano. L’instabilità politica italiana (dal 12 dicembre
1968 al 27 marzo 1970 Rumor formò ben tre governi con maggioranze
diverse) finì con il condizionare l’allea­to: così Washington decise di
rinviare il piano di adattamento delle spese militari in Italia.

2
  NARA, Nixon Presidential Materials Staff (d’ora in poi Nixon), Subject files,
Confidential files 1969-74, b 7, Italy 1969-70; NARA, Nixon, Nsc, Country files,
Europe, b 695, Memo of conversation, Feb. 28, 1969.
3
  NARA, Nixon, Nsc, Institutional (H) files, Nsc Memorandum for the Presi-
dent, b H-129, secret, October 8, 1969.
4
  NARA, Nixon, Nsc, Country files, Europe, b 694, Memo for the President
from H.A. Kissinger, Nov. 12, 1969.

­­­­­138
Un anno e mezzo dopo, il 27 settembre 1970, il presidente Nixon
era nuovamente a Roma, una delle tappe del suo secondo tour nelle
capitali europee. Il 28 venne ricevuto in Vaticano da papa Paolo VI.
Il nuovo presidente del Consiglio, Colombo, manifestò timori per le
conseguenze della crescente marea protezionistica al Congresso e il
peggioramento dei rapporti economici fra le due sponde dell’ocea­
no. Nixon dichiarò che, pur senza adottare misure che avrebbero
potuto fomentare una guerra commerciale, la Casa Bianca intendeva
incentivare una sorta di volontaria autolimitazione tra gli alleati5.
D’altra parte, una politica di cooperazione con l’Italia era tanto
più necessaria perché al nostro paese era riconosciuto un ruolo im-
portante per la pace nel Mediterraneo anche dall’Urss. In tal senso il
ministro degli Esteri sovietico Gromyko, in un colloquio con Moro,
allora agli Affari esteri, aveva proposto più frequenti consultazioni
fra i due paesi. Per parte sua Moro sottolineò che le relazioni dell’I-
talia con il mondo arabo, in quella congiuntura, risentivano degli
effetti del contenzioso sui beni delle imprese e dei cittadini italiani
in Libia riaperto dal governo rivoluzionario di Gheddafi6.
La «nuova politica economica», inaugurata dall’amministrazione
Nixon nell’agosto 1971 con l’abbandono del sistema di Bretton Woods,
la sospensione della convertibilità del dollaro in oro, il rialzo tempora-
neo dei dazi sulle importazioni negli Stati Uniti, rilanciava l’economia
americana. Con le nuove iniziative nel commercio estero crebbe an-
che l’interesse per il mercato Est-Ovest. Nel dicembre 1971 il Peterson
Report aveva delineato un nuovo approccio negli scambi con i paesi
comunisti, in modo da migliorare le prospettive commerciali degli Stati
Uniti e aprire la strada ai paesi dell’Est che volevano unirsi al commercio
e alla comunità monetaria mondiali7. La questione dell’allargamento de-
gli scambi, insieme a quelle della sicurezza e dei problemi politici, dettò
l’agenda dell’incontro fra Nixon e Brežnev nel maggio 1972.
Il nuovo orientamento globale dell’amministrazione americana si
coglieva anche nei rapporti stilati dalla Cia. In quello per l’anno 1972

5
  NARA, Nixon, Nsc, Country files, Europe, b 695, Memo of conversation,
Nov. 9, 1970.
6
  NARA, Nixon, Nsc, Country files, Europe, b 695, Telegram to Am-Embassy
from Sec-State, 17 Nov. 1970.
7
  Peter G. Peterson era consulente del presidente Nixon per gli affari econo-
mici internazionali. Cfr. J.P. Hardt, G.D. Holliday, Y.C. Kim, Western Investment
in Communist Economies, Committee on Foreign Relations United States Senate,
U.S. Government Printing Office, Washington 1974, pp. 6-7.

­­­­­139
l’Europa occupava poche pagine e l’Italia vi figurava come il paese
che aveva contribuito a realizzare una comunità europea democratica
e bilanciata, favorendo l’ingresso della Gran Bretagna come contrap-
peso alla Francia di Pompidou8. Invece la Francia avrebbe dovuto
prendere atto dell’incompatibilità del gollismo con la nuova Europa.
Secondo la Cia, i contrasti più aspri con gli Usa nascevano da moti-
vazioni economiche. La Francia mirava a creare industrie tecnologi-
camente all’avanguardia slegate dagli Stati Uniti: da qui la polemica
contro la presenza delle multinazionali statunitensi, viste come un
tentativo americano di soffocare importanti industrie francesi. Parigi
era il terzo esportatore di armi a livello mondiale, dopo Usa e Urss,
e aveva rilevanti interessi nel settore dell’aviazione, nel quale poteva
contare anche su finanziamenti o licenze americane (come nel caso del
Concorde, degli accordi di licenza fra General Electric e Snecma, del
finanziamento Ex-Im Bank per componenti di aereo). Ma aveva visto
bloccate le sue esportazioni di manufatti ad alta tecnologia verso i paesi
comunisti dalle restrizioni al commercio di equipaggiamenti strategici,
oppure perché utilizzava componenti prodotti da aziende americane.
Inoltre continuava una politica di accordi commerciali preferenziali
con le ex colonie africane, una scelta, questa, che diveniva sempre più
difficile giustificare nel contesto dell’Europa comunitaria9.
In questo scenario internazionale, fra competizione degli alleati e
incognite sovietiche, il Dipartimento della Difesa ribadiva che la pre-
minenza tecnologica statunitense era un obiettivo irrinunciabile, e
necessario per garantire l’equilibrio militare. La tecnologia era il ca-
posaldo della potenza americana, e avrebbe dovuto essere incremen-
tata perseguendo programmi avanzati di ricerca e sviluppo. Peraltro
gli Usa erano impegnati in negoziati con l’Urss per giungere a una
reciproca riduzione delle forze militari (Strategic Arms Limitation
Talks) e, secondo il Dipartimento della Difesa, era irrealistico pen-
sare che l’Europa occidentale fosse in grado di difendere se stessa
contro i paesi del Patto di Varsavia, considerate le diverse priorità di
spesa degli Stati aderenti alla Nato10.

8
  NARA, Nixon, Nsc, Institutional (H) files, National security memo, b H-194,
Cia. Response to Nssm, no. 161, Nov. 1971.
9
  NARA, Nixon, Nsc, Institutional (H) files, National security memo 1969-74,
b H-195n, Memo, review of US-French bilateral issues, Jan. 17, 1973.
10
  NARA, Nixon, Nsc, Institutional (H) files, National security memo 1969-74,
b H-195m, Defense Policy and Planning Guidance, secret, 28 Sep. 1973.

­­­­­140
«L’anno d’Europa»

Il 1973, definito sbrigativamente da Kissinger l’«anno d’Europa»


in una dichiarazione ufficiale alla stampa, fu invece contrassegnato
da tensioni e insofferenze senza precedenti fra Washington e Bru-
xelles. Sebbene avesse in più occasioni riconfermato l’importanza
attribuita all’integrazione comunitaria, Kissinger aveva proposto
l’elaborazione di una nuova Carta atlantica e la costruzione di una
«relazione» del cui progresso il Giappone doveva essere pienamente
partecipe11. Alcuni esponenti dell’establishment americano, come il
presidente del Federal Reserve Board, Arthur Burns, manifestavano
un’aperta insofferenza per l’atteggiamento degli europei in campo
commerciale ed economico12. Anche se queste posizioni non erano
pienamente condivise all’interno dell’amministrazione Nixon, il de-
terioramento dei rapporti euro-americani stava assumendo dimen-
sioni preoccupanti. Il peggioramento della bilancia commerciale
statunitense poneva molti limiti alla partnership atlantica perseguita
da Washington. Per parte loro, gli europei accusavano gli americani
di neoprotezionismo, e avevano sollevato obiezioni sul commercio
dei fagioli di soia e sull’industria dell’acciaio, che creavano sofferen-
ze anche all’Italia. Così ogni giorno nasceva una nuova materia di
contenzioso fra le due sponde dell’Atlantico, e Kissinger esprimeva
il proprio disappunto per un’Europa che era gestita da tecnocrati13.
Le turbolenze sul mercato internazionale delle valute, seguite
alla fine del sistema di Bretton Woods, decisa unilateralmente dal
presidente Nixon, avevano indotto Bruxelles a creare il Serpente
monetario europeo (marzo-aprile 1972). Ma l’Europa della moneta
unica sarebbe naufragata ben presto, poiché ogni paese procedeva
singolarmente, a seconda delle proprie convenienze e di specifici
problemi14. Secondo Kissinger lo scenario europeo, pur caratteriz-
zato com’era da tensioni sul mercato delle valute, veniva gestito da

11
  La citazione di Kissinger è in E. Ortona, Anni d’America. La cooperazione
1967-1975, cit., p. 421.
12
  Ivi, pp. 418-422.
13
  NARA, Nixon, Nsc, Henry A. Kissinger (d’ora in poi HAK), Office files,
Europe, b 65, Memo of conversation. H. Kissinger, E. Ortona, H. Sonnenfeldt,
July 27, 1973, Top secret.
14
  NARA, Nixon, Nsc, HAK Office files, Europe, b 53, f 1. Top secret memo
for T.L. Eliot, March 9, 1973. Il memo allega lo scambio di messaggi fra Nixon e i
primi ministri inglese, tedesco e giapponese.

­­­­­141
Bruxelles come se fosse una faccenda eminentemente continenta-
le. Ma la visione geopolitica globale di Washington imponeva altre
prio­rità all’Europa. Pertanto Kissinger era risoluto a fissare una serie
di consultazioni con tutti i paesi i cui interessi erano direttamente
coinvolti, innanzitutto Stati Uniti e Giappone, trovandosi su questo
punto in piena sintonia con il primo ministro giapponese Tanaka15.
La Comunità europea dei Nove, senza più la guida dei leader euro-
peisti che avevano tenuto a battesimo l’Europa dei Sei, si presentava
divisa e, agli occhi degli americani, condizionata dalla volontà della
Francia di imporle un ruolo indipendente da Washington.
La reazione europea alla crisi mediorientale e all’embargo pe-
trolifero posto dagli arabi era una chiara dimostrazione dei pericoli
insiti nella mancanza di un obiettivo comune e negli interessi diver-
genti fra i paesi Nato. Come ebbe a commentare Kissinger nel suo
primo giorno di visita a Bruxelles, nel dicembre 1973, in Europa si
ricercava e si scommetteva sulla benevolenza dei paesi arabi e ciò
rendeva ancor più difficile per gli Stati Uniti trovare una soluzione
per il Medio Oriente16.
Per Washington l’apertura alla Cina comunista e il programma
di incontri con l’Urss erano parte di un disegno più vasto e di una
nuova architettura internazionale. L’Europa ne costituiva un tassello
fondamentale, ma gli europei agivano con tempi inadeguati al passo
dei cambiamenti mondiali. L’Europa era impegnata a ricercare una
comune identità, ma vi erano vari motivi di attrito, fra i Nove e fra
le due sponde dell’Atlantico, a impedire che europei e americani po-
tessero muoversi di comune accordo17. L’avvio della distensione con
l’Urss e l’apertura alla Cina incidevano sulle relazioni transatlantiche
poiché in Europa si levavano voci diverse, e fra tutte quella della
Francia di Michel Jobert e di Pompidou, su posizioni nazionalistiche
e di autonomia18.

15
  Ibid.
16
  NARA, Nixon, Nsc, HAK Office Files, HAK Trip Files, b 43, Top secret.
Memorandum for the President from Brent Scowcroft, December 10, 1973.
17
  NARA, Nixon, Nsc, HAK Office files, Europe, b 65, MemoConver Ortona,
Kissinger [e altri], July 24, 1973. Ortona riferiva il pensiero di Moro: «gli americani
non cercano l’identità europea [...] come esercizio teorico di eventi. [...] Eventi
come la visita del presidente e i rapporti con gli Stati Uniti potrebbero facilitare
l’Europa a raggiungere se stessa».
18
  NARA, Nixon, Nsc, HAK Office files, Europe, b 65, MemoConver Ortona,
Kissinger [e altri], July 16, 1973.

­­­­­142
Il ritorno del 1948?

Per parte sua Nixon, in un incontro con l’ambasciatore Volpe in


vista delle elezioni amministrative italiane del giugno 1974, aveva
avuto modo di esprimere preoccupazione e rammarico per la debo-
lezza della leadership in Italia, che avrebbe potuto invece costituire
un modello anche per l’America Latina:

È ridicolo per gli italiani avere governi così mediocri, conducono bene
gli affari economici. Se essi potessero solo avere un individuo come De
Gasperi. Quando andremo in Europa, l’Italia sarà inclusa fra le quattro po-
tenze. Essi devono affrontare la questione della leadership. Forse hanno bi-
sogno di un cambiamento nella Costituzione come è avvenuto in Francia19.

Al Dipartimento di Stato la situazione politica italiana appariva


gravata da un inestricabile intreccio fra problemi politici ed econo-
mici20. Al punto che, data la fragilità del quinto governo Rumor e la
sua incapacità ad approntare le misure necessarie a mettere ordine
nell’economia nazionale, l’ambasciatore Volpe chiese la presenza di
Kissinger a Roma per dare sostegno alla Democrazia cristiana nella
fase pre-elettorale, senza ottenere altro da Nixon che frasi generiche
di incoraggiamento per i democratici cristiani21.
D’altra parte, il sillogismo di Kissinger («noi siamo più preoccu-
pati da un Pci responsabile che da uno irresponsabile perché se essi
appaiono responsabili saranno un pericolo più grande per la demo-
crazia nel lungo periodo») lasciava spazio soltanto alla politica di
alleanza con le forze di centro, come avveniva dal 1946. Moro aveva
cercato di spiegare che i comunisti italiani erano più indipendenti da
Mosca. Ma certe incompatibilità e personalismi fra Moro e Kissinger
non contribuivano alla comprensione del «caso italiano»22.

19
  Gerald R. Ford Presidential Library, Ann Arbor MI, Usa (d’ora in poi GRFL),
NS Advisers’s memo of conversation. Nixon, Volpe, Scowcroft, June 16, 1974.
20
  NARA, Nixon, Nsc, HAK Office files, Europe, b 54, Secret. Visit of Presi-
dent Nixon to Brussels, June 1974; ivi, Meeting with Nato heads of government,
June 26, 1974, from H.A. Kissinger, secret.
21
  GRFL, NS Advisers’s memo of conversation, Nixon, Volpe, Scowcroft, June
16, 1974.
22
  E. Ortona, Anni d’America. La cooperazione 1967-1975, cit., pp. 506-511.
Il presidente Leone cercò di spiegare a Ford e Kissinger, durante la visita alla Casa
Bianca del settembre 1974, che non si doveva confondere «l’instabilità dei no-

­­­­­143
La crisi politico-istituzionale fece trovare la classe di governo impre-
parata di fronte alle conseguenze delle iniziative americane, si trattasse
della fine degli accordi di Bretton Woods o della détente. Si è sostenuto
che l’eventuale ingresso del Pci nel governo venisse usato da Washing-
ton come «deterrente» per «inibire la libertà di movimento del nostro
paese in politica estera». E che Moro, dopo un’iniziale politica di equi-
distanza e contatti privilegiati con i paesi produttori di petrolio, si fosse
allineato alla posizione comune dei paesi occidentali tornando sotto la
leadership americana, ristabilita da Kissinger nel 197423.
Il fatto è che agli americani la situazione appariva netta e senza i
sottili distinguo dei leader italiani. La stabilità politica dell’Italia dipen-
deva dall’esclusione dei comunisti dal governo. L’Italia era nella Nato e
i comunisti al governo avrebbero costituito un pericolo per l’integrità e
la forza dell’intera Alleanza. «Se la Nato deve essere forte – affermava
il presidente Ford, subentrato dopo le dimissioni rassegnate da Nixon
il 9 agosto 1974 – non possiamo avere i comunisti che partecipano alla
vita politica di qualsivoglia stato associato. È rassicurante sentire [dal
presidente Leone] che il centro e il centro-sinistra non intendono por-
tare i comunisti. Noi approviamo la loro passata esclusione e pensiamo
che sia vitale continuare ad escluderli dal vostro governo»24.
Il Mediterraneo era divenuto un’area «calda» a motivo, oltre che
della crisi petrolifera, del confronto fra Grecia e Turchia per l’isola
di Cipro, delle ripercussioni della «rivoluzione dei garofani» in Por-
togallo, delle tensioni nel mondo arabo e in Medio Oriente. Inoltre,
dalla guerra dei Sei giorni, l’Urss giocava il ruolo di potenza mondia-
le a sostegno dei paesi arabi in opposizione a Israele, e la sua flotta
era sempre più presente nel Mediterraneo. L’eventuale ingresso del
Pci nel governo era divenuto perciò una questione particolarmente
sensibile, dal momento che il fianco sud-est della Nato era indebo-
lito dal confronto fra Grecia e Turchia. Gli analisti americani non
si attendevano sorprese da un nuovo cambio di governo a Roma:
escluso il ricorso alle urne, si sarebbe trattato di niente più che un

stri governi con la stabilità politica [...] Infatti dal 1946 noi siamo stati stabili con
una costante politica estera». GRFL, NS Advisers’s memo of conversation. Leone,
Moro, Ford, Kissinger, White House, Sep. 25, 1974.
23
  Al riguardo si veda P. Frascani, Le crisi economiche in Italia, Laterza, Roma-
Bari 2012, pp. 195-196; U. Gentiloni Silveri, L’Italia sospesa. La crisi degli anni
Settanta vista da Washington, Einaudi, Torino 2009.
24
  GRFL, NS Advisers’s memo of conversation. Leone, Moro, Ford, Kissinger,
White House, Sep. 25, 1974.

­­­­­144
«rimescolamento delle stesse facce», ma con la politica economica
italiana dettata dall’alto costo del petrolio importato25.
Le maggiori potenze europee non sostenevano gli sforzi americani
per contrastare il deterioramento della situazione nel Mediterraneo.
Dipendenti dalle riserve di petrolio e di gas arabi, i governi dell’Europa
occidentale cercavano piuttosto di collaborare con le loro ex colonie
in modo da preservare i propri interessi nazionali. Così Italia e Francia
facevano attenzione a non alienarsi gli Stati arabi, che fornivano il pe-
trolio da cui dipendevano le loro economie26. L’Italia voleva mantenere
il profilo di una potenza regionale mediterranea, ma la perenne insta-
bilità politica e gli effetti dell’acuta crisi economica (il paese dipendeva
dall’estero sia per le risorse finanziarie che per quelle energetiche) fini-
vano per indebolirne le credenziali politiche con gli alleati27.
Negli incontri fra i leader italiani e statunitensi si confrontavano
priorità, sistemi di valori e percorsi cognitivi diversi. Era davvero dif-
ficile far capire agli americani, come tentò Moro, che i socialisti vole-
vano i comunisti al governo perché così questi ultimi sarebbero stati
costretti a condividere l’impopolarità delle misure economiche che
dovevano essere prese. Il commento di Ford non lasciava spazio a bi-
zantinismi: «Se i comunisti fossero al governo in Italia, sarebbe molto
difficile spiegare come voi potete rimanere un paese membro della
Nato, come è difficile spiegarlo nel caso del Portogallo»28. Più tran-
chant ancora Kissinger: «Non c’è alcuna possibilità che noi possiamo
essere persuasi a essere in un’Alleanza, che si presume essere contro
il comunismo, con governi che includono i comunisti, non importa
che cosa voi diciate». Ogni rimostranza sull’esclusione dell’Italia dagli
incontri sull’economia mondiale fissati fra le quattro potenze occiden-
tali, così come la richiesta – avanzata da Rumor a Ford nell’incontro
bilaterale svoltosi in margine alla Conferenza di Helsinki sulla sicu-
rezza e la cooperazione in Europa – che fossero proprio gli Stati Uniti

25
  Jimmy Carter Presidential Library, Atlanta GA, Usa (d’ora in poi JCL),
Papers Pre-Presidential, 1976 Presidential Campaign Issue Office, Noel Sterrett,
Clippings-Foreign Issue, Western Europe and the Common Market, Through Por-
tugal Problems, b 141 f Us Policy Toward Italy, C.S. Monitor, Oct. 7, 1974.
26
  E. Di Nolfo, The Transformation of the Mediterranean, 1960-1975, in The
Cambridge History of the Cold War, vol. II, Crises and Détente, cit., pp. 244-250.
27
  GRFL, NS Advisers’s memo of conversation. Leone, Moro, Ford, Kissinger,
White House, Sep. 26, 1974. L’incontro si svolse il 25-26 settembre 1974.
28
  GRFL, NS Adviser’s memo of conversation. US-Italy, The President, the
Secretary, Moro, Rumor et al., Helsinki, Aug. 1, 1975.

­­­­­145
a imporre la presenza dell’Italia ai summit e a chiedere un intervento
sovietico per convincere il Pci ad allentare la pressione sul governo,
finiva col ricondurre alla questione comunista che, secondo Kissinger,
non era granché cambiata rispetto all’immediato dopoguerra:

Ci sono alcune similarità fra questa situazione e il periodo 1946-1948.


Se i comunisti ottengono la rispettabilità, la loro vittoria sarà inevitabile.
Noi siamo desiderosi di collaborare per rafforzare le forze democratiche
e in particolare per aiutare il vostro partito, ma la battaglia vera dovete
farla voi. La distensione è un modo di regolare la competizione, non un
modo per disarmare l’Occidente29.

In un incontro riservato con il presidente americano, il ministro


dell’Economia della Germania Federale, Hans Friedrichs, aveva
espresso un giudizio allarmato sulla situazione politica italiana. Se
i progressi compiuti dall’Italia nel campo dell’economia erano un
segnale positivo, appariva invece preoccupante l’esito delle elezioni
amministrative con l’affermazione del Pci, poiché si inseriva nello
scenario più complesso di instabilità dell’intero fronte mediterraneo
europeo30.
I toni dell’amministrazione Ford erano divenuti più distesi quan-
do era apparso chiaro che questo risultato non avrebbe avuto con-
seguenze sulla tenuta del governo Moro. La positiva conclusione
della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa aveva
contribuito a rasserenare l’orizzonte internazionale. Per l’Italia c’e-
rano in ballo sia l’assistenza tecnica statunitense, sia i finanziamenti
dell’Ex-Im Bank all’ambizioso piano nucleare del governo.
Sin dagli anni Sessanta l’Italia figurava fra i paesi che avevano la
capacità tecnica per dotarsi di armi nucleari, se il governo avesse de-
ciso di intraprenderne la produzione. Il programma nucleare civile
aveva conosciuto, pur tra polemiche e contrasti, un periodo ininter-
rotto di sviluppo. Il governo destinava circa 1/3 delle spese per ricerca
e sviluppo alla tecnologia nucleare e contribuiva considerevolmente
al finanziamento dell’Euratom. Il Cnen aveva perseguito l’obiettivo
di soddisfare i bisogni energetici del paese, e l’Italia era il terzo pro-
duttore mondiale, dopo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, di energia

29
  Ibid.
30
  GRFL, NS Adviser’s memo, Friedrichs, Ford, Kissinger, Scowcroft, Wash-
ington, June 23, 1975.

­­­­­146
nucleare per usi civili. Inoltre l’ente aveva allo studio un piano quin-
quennale per dotare il paese di otto reattori nucleari entro il 198031.
Questo piano di investimenti per la produzione di energia dalla tra-
sformazione dell’atomo era in linea con gli orientamenti espressi dal
presidente Ford agli esponenti del governo italiano circa l’esigenza di
rendere la Penisola meno dipendente dall’import di combustibile32.

I costi della dipendenza energetica

La ricerca dell’indipendenza negli approvvigionamenti mediante


la valorizzazione sinergica delle diverse fonti di energia (carbone,
petrolio, nucleare) era divenuta uno dei capisaldi della politica na-
zionale americana dopo l’esplosione della crisi petrolifera nel 1973.
Si trattava di convincere anche gli altri leader mondiali dell’efficacia
del programma energetico nazionale americano che, tuttavia, all’in-
terno registrava non poche frizioni fra Congresso e governo federale.
La Casa Bianca si opponeva a una politica di accordi bilaterali fra
alleati e paesi produttori, perché ciò avrebbe messo a repentaglio la
leadership americana33. D’altronde, con l’intesa fra Egitto e Israele
sul Sinai, raggiunta nel settembre 1975, la minaccia di un altro em-
bargo petrolifero era scongiurata, ma non eliminata.
La politica di distensione preoccupava inoltre i partner europei,
che ne paventavano gli effetti sulle loro economie. L’Europa occi-
dentale temeva sia l’accordo bilaterale per la fornitura di grano ai
sovietici (nel 1973-1974 l’export di grano verso l’Urss era stato su-
periore del 35% rispetto a quello verso l’Europa occidentale), sia
l’eventuale conclusione di un altro accordo bilaterale che avrebbe
consentito agli Usa di accedere al petrolio sovietico a un prezzo più
basso di quello praticato dai paesi del Golfo Persico.
In particolare, Italia e Germania paventavano che l’intesa sul
petrolio potesse danneggiare il loro accesso alle risorse sovietiche.
Tanto più che era in discussione la questione degli accordi multila-
terali di scambio stabiliti dal CoCom e la Gran Bretagna chiedeva
tout court l’abolizione del Comitato. Dal 1963 al 1974 il commercio

31
  L. Nuti, La sfida nucleare, cit., pp. 341-342.
32
  GRFL, NS Adviser’s memo, Ford, Rumor, Gaja, Washington, Sep. 23, 1975.
33
  GRFL, Presidential handwriting, 11/7/1975, International economic sum-
mit, Paris, Nov. 15-17, 1975, Briefing Paper.

­­­­­147
Est-Ovest era enormemente cresciuto: in poco più di un decennio il
valore degli scambi era aumentato da 7 a oltre 40 miliardi di dollari.
Washington prevedeva che, entro il 1980, gli scambi fra Stati Uniti e
paesi comunisti sarebbero arrivati a oltre 11 miliardi di dollari, se il
presidente Ford fosse riuscito a far modificare dal Congresso il Trade
Act del 1974, che era risultato dannoso per l’economia statunitense.
Le prospettive di rapida crescita negli scambi fra economie di mer-
cato e paesi comunisti, nella nuova strategia globale di Washington,
includevano anche la Cina comunista34.
I paesi export-led premevano sugli Usa perché fossero varate misu-
re per rilanciare l’economia mondiale. La recessione che aveva colpito
i paesi avanzati aveva avuto effetti drammatici sugli scambi. Nel 1975,
per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, il volume
del commercio internazionale era crollato di circa il 10% rispetto a
un tasso medio annuo di crescita dell’8% registrato dal 1960. Ma le
analisi condotte dagli esperti americani dimostravano che un punto
percentuale di crescita dell’economia statunitense poteva incremen-
tare di appena lo 0,2% il volume del commercio internazionale. E
che avrebbe interessato la crescita europea per meno dello 0,1% nel
197635. Ciò che marcava la differenza era la ripresa della domanda
interna nei singoli mercati, anziché di quella esterna trainata dagli Usa.
Nel settembre 1974 l’Italia stipulava con la Germania Federale un
prestito di 2 miliardi di dollari e, nel gennaio 1975, un piano di finan-
ziamento per 6 miliardi di dollari con il Fondo monetario internazio-
nale (Fmi). Secondo il governatore della Banca d’Italia Guido Carli
si trattava di aiuti gravosi, che mettevano l’Italia sotto tutela da parte
dei paesi a economia dominante36. Sul finire del 1973 il governo Ru-
mor di centro-sinistra aveva varato un piano di austerità per affrontare
l’emergenza petrolifera. Tuttavia ciò non era servito a riequilibrare la
bilancia dei pagamenti perché, nonostante una svalutazione della lira
di oltre il 18%, era impossibile compensare l’aumento delle importa-
zioni con una crescita delle esportazioni. Il peggioramento dei conti
con l’estero era stato fronteggiato con la stretta sul credito e il deprez-
zamento della moneta, finché nel 1975-1976 il raffreddamento della
domanda aveva finito col deprimere produzione industriale e crescita.
La Democrazia cristiana rimaneva l’interlocutore privilegiato di

34
  Ibid.
35
  Ibid.
36
  «Mondo economico», 8 marzo 1975, p. 16.

­­­­­148
Washington, ma era giudicata un partner lamentoso, svogliato e im-
mobile. Con l’eccezione di Andreotti, l’ambasciatore americano a
Roma John A. Volpe riteneva che non fosse più possibile dare aiuto
ai democristiani se questi non si mettevano al lavoro e ringiovaniva-
no il partito, anche in vista delle prossime tornate elettorali37.
Nove mesi prima il presidente del Consiglio Moro aveva risposto
a una missiva del presidente Ford, manifestando apprezzamento per
il discorso sullo stato dell’unione e tranquillizzando l’alleato su quel-
lo del paese. Il governo aveva preso misure per ridurre il consumo
interno di petrolio e scoraggiare la domanda di beni non essenziali.
L’Italia stava seguendo una stretta politica deflazionistica, ma riusci-
va ad assicurare l’occupazione. Moro riconosceva il valore della coo-
perazione internazionale e di più strette consultazioni sulle questioni
economiche, e aveva confermato l’impegno del governo ad affron-
tarle in spirito di amicizia e cooperazione con gli Usa. Un commento
alla lettera di Moro, siglato da Kissinger38, riferiva della straordinaria
popolarità e stabilità acquisite dall’uomo politico italiano:

Moro è considerato da molti essere un maestro di compromesso e


probabilmente il migliore uomo a gestire i difficili problemi che l’Italia
si trova di fronte oggi. Con le elezioni nazionali fissate per giugno, egli è
andato avanti con un programma di dura e potenzialmente impopolare
austerità disegnato per riportare l’Italia in equilibrio sia politicamente
che economicamente. A questo riguardo, il 3 febbraio egli ha annunciato
piani per ridurre l’importazione di petrolio di circa 600 milioni di dollari
all’anno, per ridurre il consumo di petrolio del 7%, e per migliorare la
burocrazia governativa e guadagnare maggiore efficienza39.

I problemi dell’Italia sono strutturali, non ciclici

In preparazione dell’incontro di Rambouillet, il presidente Ford aveva


scritto ai leader di Germania, Gran Bretagna, Giappone e Italia per

37
  GRFL, NS Adviser’s memo, Ford, Volpe, Scowcroft, Washington, Nov. 6,
1975. Nel gennaio 1976 scoppiò lo scandalo delle rivelazioni del «New York Ti-
mes» e del «Washington Post» su presunti finanziamenti della Cia ad Andreotti e
ad altre personalità democristiane.
38
  Il commento era di A. Denis Clift con l’accordo di Bob Hormats, e venne
siglato da Kissinger.
39
  GRFL, NSA, Presidential correspondence with foreign leaders, b 2, Memo
for the President from Kissinger, Feb. 10, 1975.

­­­­­149
ottenerne l’appoggio nel confronto che stava opponendo Washington
e Parigi. L’incontro era stato promosso dal presidente francese Valéry
Giscard d’Estaing e dal premier tedesco Helmut Schmidt, preoccu-
pati dal dollaro debole e dall’incerta ripresa dell’economia americana.
Tuttavia, presto la ripresa si era rivelata assai più solida e avanzata negli
Usa di quanto fosse negli altri paesi aderenti alla conferenza.
In Europa i persistenti problemi economici stavano generando in-
quietudine fra i capi di governo, i quali temevano che la crisi finisse
con l’avere effetti corrosivi sulle democrazie industriali. La filosofia
della ripresa americana e gli elementi centrali del programma econo-
mico puntavano su una crescita dinamica del settore privato. Invece,
dal punto di vista degli Stati Uniti, i leader europei erano preoccupati
innanzitutto dalle loro beghe interne. Pertanto facevano appello alle
responsabilità di Washington nei confronti dell’Europa perché l’Ame-
rica aiutasse concretamente la ripresa economica ed evitasse un inde-
bolimento della Nato. Secondo Kissinger, più prosaicamente Giscard
d’Estaing e Schmidt guardavano alle prossime scadenze elettorali;
Wilson doveva trarre dal summit la forza per resistere alle pressioni
dei sindacati; per Moro invece la partecipazione era di per sé una vit-
toria, perché inizialmente l’Italia non era stata invitata. La Democrazia
cristiana veniva rafforzata dall’attenzione e accettazione nei consessi
internazionali, ma il suo contributo era assai incerto. «Essi possono,
come risultato, guadagnare supporto per le politiche nazionali per
tenere a freno l’inflazione e resistere al protezionismo. È improbabile
che Moro possa giocare un ruolo di primo piano alla conferenza»40.
L’Italia aveva ottenuto di essere ammessa al vertice di Rambouil-
let, il primo G6, anche a motivo dell’esplicitato intento di Moro di
allinearsi alla leadership americana sulla politica dei tassi di cambio,
che era una delle questioni più rilevanti che opponevano Washing-
ton a Parigi41. Di fatto, la discussione si incentrò su come assicurare
una equilibrata ripresa dalla profonda recessione del 1974-1975. Gli
Stati Uniti erano già su questa strada, ma la crescita altrove non era
ancora visibile.

40
  GRFL, Presidential handwriting, 11/17/1975, b C31, Memo for the Presi-
dent from Kissinger, Scowcroft et al., Nov. 12, 1975; ivi, International economic
summit, Paris, Nov. 15-17, 1975.
41
  GRFL, NSA, Presidential Correspondence with foreign leaders, b 2, Memo
for the President from Scowcroft, Oct. 13, 1975; ivi, lettera di Moro a Ford, Roma,
14 sett. 1975.

­­­­­150
Anche nel summit di Puerto Rico, il 27-28 giugno 1976, si discusse
di come riuscire a convertire la ripresa economica in un’espansione so-
stenibile e con alti livelli di occupazione. Gli Stati Uniti stavano passan-
do da un’ampia eccedenza delle partite correnti a un modesto deficit,
ma potevano ancora considerarsi un paese in surplus, insieme a Ger-
mania e Giappone. Si trattava di creare una stabile struttura internazio-
nale dei pagamenti. Per questo era importante, secondo Washington,
intervenire sui paesi ampiamente deficitari, innanzitutto Italia e Gran
Bretagna, per ristabilire solide condizioni economiche42. La crisi aveva
generato nuovi motivi di frizione fra gli Usa e gli alleati. L’Italia, insieme
con Gran Bretagna, Germania, Giappone e Canada, era finita sotto
indagine da parte del Tesoro americano con l’accusa di aver praticato
politiche di dumping nell’export di auto verso gli Stati Uniti, secondo
la denuncia presentata dai sindacati americani dell’industria automo-
bilistica43. Quanto al «caso Italia», il cancelliere tedesco Schmidt tagliò
corto dichiarando che non ci sarebbero stati ulteriori prestiti al nostro
paese se il Pci fosse entrato nella compagine di governo44.
L’energia era una delle questioni più pressanti, e il presidente
Ford intendeva ottenere dagli altri capi di Stato il riconoscimento
della gravità della situazione, nonché il rinnovato impegno a un’azio-
ne collettiva per ridurre l’importazione di petrolio. Oltre ai rapporti
con i paesi in via di sviluppo erano state affrontate le relazioni Est-
Ovest, i cui aspetti economici divenivano sempre più rilevanti.
Il summit di Puerto Rico aveva mostrato la fondamentale inter-
dipendenza delle nazioni industrializzate e il desiderio dei leader
di affrontare insieme sfide e opportunità. Questo era l’assunto sul
quale, secondo Alan Greenspan e Brent Scowcroft, poteva eserci-
tarsi la leadership statunitense nell’affrontare i principali problemi
e l’evoluzione del sistema economico internazionale. Ma la «foto di
famiglia» del summit scattata dai due consiglieri del presidente ri-
proponeva stereotipi e interessi nazionali: Giscard d’Estaing intento
soprattutto a proiettare la sua influenza sul palcoscenico interna-
zionale; il tedesco Schmidt che avrebbe chiesto ai paesi con alto

42
  GRFL, Presidential handwriting, 6/27/1976, b C43, International economic
summit, Puerto Rico, Briefing paper.
43
  GRFL, Presidential handwriting, 11/7/1975, International economic sum-
mit, Paris, Nov. 15-17, 1975, Briefing paper.
44
  GRFL, Presidential handwriting, 6/27/1976, b C43, International economic
summit, Puerto Rico, Briefing paper.

­­­­­151
tasso di inflazione di esercitare una maggiore disciplina economica;
il giapponese Miki impegnato ancora a «ripulire» l’affare Lockheed;
il premier laburista Callaghan estremamente sensibile ad ogni impli-
cita critica alle performance dell’economia britannica, nonostante
un enorme deficit nel bilancio dello Stato. Infine Moro, il «cinque
volte primo ministro» e ora leader di un governo debole, che avreb-
be protetto gli interessi italiani ma senza prendere alcuna iniziativa
e tenendo una posizione di basso profilo45.
Proprio alla vigilia delle elezioni politiche italiane, tenutesi a
giugno, il presidente Ford aveva ordinato uno studio sull’Italia per
capire come una eventuale partecipazione dei comunisti al governo
avrebbe potuto toccare gli interessi americani e quelli della Nato.
Si trattava di prevedere una revisione della politica americana nei
programmi di assistenza e nelle consultazioni bilaterali, nonché di
compiere passi, in accordo con gli altri membri della Nato, circa la
futura partecipazione e il ruolo dell’Italia nell’Alleanza46.
Washington riconosceva che l’Italia, giunta sull’orlo del collasso,
era stata capace di tirarsi su. Ma la sua produzione industriale era
ancora di dieci punti percentuali al disotto di quella dell’anno pre-
cedente e le fabbriche lavoravano al 70% della capacità. La disoc-
cupazione interessava più di un milione di persone e continuava ad
aumentare. Questo era il prezzo che il paese aveva dovuto pagare per
far rientrare il rovinoso tasso d’inflazione (da 24% a 9,8%) e ripaga-
re il debito estero. Il governo Moro aveva varato un robusto piano
di interventi per favorire la ripresa. Eppure niente si poteva dare per
scontato. Il «passo di ogni risorgimento economico» sarebbe dipeso
da quanto velocemente la «inefficiente burocrazia» avrebbe agito e
dal livello di aumento dei salari che sarebbe emerso dalle negoziazio-
ni in corso, che riguardavano 4-5 milioni di persone47.
Nella primavera del 1976 la ripresa si era considerevolmente irro-
bustita e gli Usa erano ormai entrati in una fase espansiva. Seguivano
Germania, Francia e, a una certa distanza, Canada e Giappone. Fra
le due economie più deboli del gruppo, Gran Bretagna e Italia, la

45
  GRFL, Presidential handwriting, 6/7/1976, b C43, Memo for the President,
from Alan Greenspan, Brent Scowcroft, Puerto Rico summit overview, June 25, 1976.
46
  GRFL, NS Adviser’s study memo and decision memo, b 2, Nssm 242, May
4, 1976.
47
  GRFL, Presidential handwriting, 11/7/1975, International economic sum-
mit, Paris, Nov. 15-17, 1975, Briefing paper.

­­­­­152
prima aveva cominciato a risalire la china. Invece in Italia le misure
di stabilizzazione per combattere l’inflazione e per bloccare il de-
prezzamento della lira avevano smorzato il risveglio della domanda
domestica48. La situazione appariva tanto più preoccupante perché
alla debolezza della moneta si aggiungeva l’aumento delle importa-
zioni per motivi speculativi49.
In uno degli studi compiuti in preparazione del summit, l’esame
delle misure varate dal governo italiano era impietoso. Le misure
espansive, istituite nell’agosto 1975, erano state eccessivamente am-
biziose e si erano dimostrate disastrose nei loro effetti. Le condizioni
monetarie erano state allentate oltremisura, nell’errata convinzione che
questo avrebbe di per sé stimolato gli stagnanti investimenti interni.
L’industria si era trovata di fronte a una riduzione dei profitti e a ri-
chieste di alti salari; percependo che il governo non sarebbe interve-
nuto con manovre correttive, non pochi industriali avevano spostato
i capitali all’estero. Intanto era evidente che il governo aveva perso
il controllo sulla politica di spesa, e la richiesta di finanziamento del
Tesoro per il 1975 era balzata dagli attesi 8,4 trilioni di lire a 14 trilioni,
pari al 12,5% del Pil. Il tasso di inflazione aveva cominciato a salire e,
nonostante un’ottima performance delle esportazioni, la situazione si
era deteriorata a motivo dell’espansione speculativa nelle importazioni.
Questa situazione si componeva con i problemi politici che ave-
vano preceduto e seguito la caduta del governo Moro nel gennaio
1976. Il tasso di cambio si era sostanzialmente deprezzato, nono-
stante un pesante intervento delle autorità monetarie italiane. «I
problemi economici in Italia sono strutturali piuttosto che ciclici.
Essi dipendono dai tassi dei salari, che sono saliti troppo rapida-
mente, principalmente per pressioni socio-politiche, e da un deficit
che è fuori controllo. Questi problemi sono ben noti ai consiglieri di
politica economica dentro e fuori l’Italia. I rimedi sono anche ben ri-
conosciuti: essi comprendono misure classiche di stabilizzazione sul
lato finanziario e dei salari. Comunque, queste misure sono difficili
da attuare a motivo di ostacoli politici»50.

48
  GRFL, Presidential handwriting, 6/7/1976, b C43, Background paper. Eco-
nomic activity and policies in major industrial countries, 6/4/76.
49
  Al riguardo si veda G. Andreotti, Governare con la crisi. Dal 1944 a oggi,
Rizzoli, Milano 1991, pp. 228-251.
50
  GRFL, Presidential handwriting, 6/7/1976, b C43, Economic situation and
policies in Italy, 6/25/76.

­­­­­153
Una «consultazione senza impegni»

Fra il dicembre 1971 e il febbraio 1972 il National Security Council


(Nsc) aveva esaminato in diverse riunioni le complesse questioni
internazionali, commerciali, ambientali, degli armamenti e tecnico-
scientifiche sulle quali Stati Uniti e Unione Sovietica avrebbero
potuto stabilire una collaborazione in preparazione della visita di
Nixon a Mosca nel maggio 197251.
In Medio Oriente, dove erano localizzati i 2/3 delle riserve pe-
trolifere mondiali, il Dipartimento della Difesa si attendeva una
consistente crescita, poiché sia il Giappone sia l’Europa occidentale
erano pesantemente dipendenti dal greggio di quell’area. E si preve-
deva che anche gli Stati Uniti sarebbero ricorsi in misura crescente
a queste riserve. Perciò la politica americana doveva incoraggiare e
rafforzare, fra i molti rivali, i regimi non ostili. Iran e Arabia Saudita
giocavano un ruolo stabilizzatore importante e con la Turchia forma-
vano un «cuscinetto» contro l’espansione sovietica52.
La guerra dello Yom Kippur e la crisi petrolifera, da un lato, e
dall’altro il precipitare degli eventi politici in Grecia e Portogallo,
che portarono alla caduta dei due regimi autoritari nella primavera-
estate del 1974, avrebbero cambiato strategie e priorità della politica
estera americana.
La situazione mediorientale era precipitata a un punto tale che gli
Stati Uniti su impulso di Kissinger, teorico del realismo, avevano deci-
so di riallacciare le relazioni con la Siria. L’Italia aveva agito in Siria sin
dal 1967, quando si erano interrotte le relazioni con gli Usa, da «po-
tenza protettrice» – come riconosciuto sia dall’ambasciatore Volpe, sia
dallo stesso Kissinger – degli interessi di Washington, gestendone per
oltre sei anni i complessi problemi53.
Gli attentati terroristici del giugno 1973 contro due cittadini ara-
bi a Roma, che le autorità di sicurezza italiane avevano attribuito a
«schegge» minori dei fedayin, avevano fatto emergere l’esistenza di

51
  NARA, Nixon, Nsc, HAK Office files, US Domestic Agency files, b 148, f 5,
Memorandum, secret, from H.A. Kissinger to Bob Haldeman, March 15 1972; ivi,
Nssm 143, Nsdm 153, Nssm-Ciepsm 145, Nsdm-Nssm 151.
52
  NARA, Nsc, Institutional (H) files, National security memo 1969-74, b H-
195m, Defence policy and planning guidance, 28 Sep. 1973.
53
  GRFL, Presidential handwriting, 6/27/1976, b C43, International economic
summit, Puerto Rico, Briefing paper. Kissinger parlava di questo ruolo dell’Italia
in un documento per Nixon del giugno 1974.

­­­­­154
un accordo fra le stesse autorità di sicurezza e le maggiori organizza-
zioni di fedayin allo scopo di prevenire atti di terrorismo all’interno
del paese e contro l’Alitalia. La divergenza di vedute fra Washington
e Roma non poteva essere maggiore54. Gli americani sapevano che i
servizi di sicurezza italiani avevano stretti rapporti con quelli israe­
liani e ne tolleravano le misure di controterrorismo; gli israeliani,
dal canto loro, lamentavano da parte di Roma una simile politica nei
confronti degli attentatori arabi55.
Così il 5 dicembre 1973, in preparazione della visita di Kissinger
a Damasco, l’ambasciatore Volpe gli raccomandava di mettere al
corrente il ministro degli Esteri italiano, Moro, delle intenzioni ame-
ricane. Ma Kissinger mise nero su bianco che era compito dell’amba-
sciata informare il ministero degli Esteri e che ogni preparativo della
visita a Damasco sarebbe stato gestito direttamente dagli americani.
Il meeting in Siria sarebbe stato molto ristretto e senza la partecipa-
zione degli italiani56.
Secondo il lapidario giudizio di Kissinger, «I leader italiani vole-
vano venir trattati allo stesso livello dei leader degli altri paesi europei
di analoghe dimensioni, ma non volevano rischiare una crisi interna
appoggiando i piani americani e ancor meno mettere a repentaglio
i rapporti con gli altri membri della Comunità. Cercavano di impe-
gnarsi senza suscitare controversie; decidemmo per una consultazione
senza impegni»57. Pertanto egli considerava alla stregua di «perenne
illusione italiana» i tentativi del paese di contribuire, per motivi di
vicinanza geografica, a risolvere i problemi del Medio Oriente.
L’ambasciatore Volpe aveva insistito ancora il 10 gennaio 1974,

54
  Cfr. L. Riccardi, Aldo Moro e il Medio Oriente (1963-1978), in F. Perfetti, A.
Ungari, D. Caviglia, D. De Luca (a cura di), Aldo Moro nell’Italia contemporanea,
Le Lettere, Firenze 2011, pp. 551-584.
55
  NARA, Nixon, Nsc, Country files-Europe, b 696, Italian attitude toward
Arab terrorists, Telegram from Am-Embassy Rome to Sec-State Washington, June
22, 1973. Ministro degli Esteri dall’agosto 1969 al luglio 1972 fu Aldo Moro; gli
succedette Giuseppe Medici, in carica sino al luglio 1973. Moro tornò poi alla
Farnesina sino al novembre 1974.
56
  NARA, Nixon, Nsc, HAK Office files, HAK Trip files, b 43, Memo for
the President from B. Scowcroft, Dec. 10, 1973. Telegram to Sec-State from Am-
Embassy, Rome, 13 Dec., 1973. Telegram to Sec-State from Am-Embassy, Rome,
10 Dec., 1973. Telegram from Sec-State to Am-Embassy, Rome, 12 Dec. 1973.
Telegram from Am-Embassy, Rome, to Sec-State, 5 Dec. 1973. Telegram from Sec-
State to Am-Embassy, Rome (firmato Kissinger), 8 Dec. 1973.
57
  H. Kissinger, Anni di crisi, SugarCo, Milano 1982, p. 127.

­­­­­155
in occasione del viaggio di Kissinger in Medio Oriente, perché il
segretario di Stato si fermasse per poche ore a Roma. Si trattava,
a suo giudizio, di un gesto di attenzione che avrebbe consentito al
governo italiano, il quarto Rumor, di riaffermare la priorità delle
relazioni con gli Usa58. Volpe raccomandava che i governanti italiani
fossero informati sullo stato delle cose e sui passi di pace in Medio
Oriente in vista del meeting dei ministri degli Esteri a Washington,
perché si poteva contare sul fatto che gli italiani avrebbero fatto uso
immediato di ogni informazione nelle discussioni in sede europea59.
Di fatto, per Kissinger gli incontri con i politici italiani sembrava-
no essere meramente figurativi. Secondo la testimonianza di Robert
M. Beaudry, country director dell’ambasciata per Italia, Austria e
Svizzera, Kissinger manifestava tutto il suo disprezzo per gli italiani,
e divenne un problema che egli non volesse incontrarli, perché rite-
neva che non ci fosse nessuno con cui poteva confrontarsi concreta-
mente o che avesse molto da dire60.
In una nota confidenziale firmata da Beaudry si evidenziava la
sensazione di crescente frustrazione e senso di inferiorità nei con-
fronti degli alleati da parte degli uomini di governo italiani. Beaudry
era consapevole che le conseguenze della difficile recessione pote-
vano mettere a rischio la democrazia. Perciò suggeriva che l’Italia
venisse sostenuta psicologicamente e incoraggiata in occasione dei
meeting dei paesi avanzati61.
Anche il referendum per il divorzio appariva a Kissinger un ele-
mento di destabilizzazione del quadro politico italiano. Ma il segre-
tario di Stato non credeva a un rivolgimento della scena politica.
In un memorandum per il presidente Nixon egli prospettava come
«realisticamente improbabile» una imminente entrata dei comunisti
al governo. Certo il paese aveva gravi problemi economici, tali che
Kissinger, fra gli sbocchi più prevedibili della crisi politica, incluse
anche la formazione di un governo di tecnocrati che li affrontasse.
Quanto alle autorità militari, riteneva che esse fossero preoccupate

58
  NARA, Nixon, Nsc, HAK Office files, HAK Trip files, b 44, Telegram to
Sec-State from Am-Embassy, Rome, 10 Jan. 1974.
59
  Ibid.
60
  The Association for Diplomatic Studies and Training, Foreign Affairs Oral
History Project, R.M. Beaudry, Interview, 1998 ADST. Beaudry fu diplomatico
dell’ambasciata americana a Roma dal 1973 al 1977.
61
  NARA, Nixon, Nsc, Country files-Europe, b 696, Telegram to Sec-State
from Am-Embassy, Rome, 12 Jun. 1974.

­­­­­156
per la crescente influenza dei comunisti, ma che non stessero pre-
parando alcun concreto piano d’azione. «Comunque, ciò potrebbe
cambiare se appare che i comunisti sono sul punto di avere un mag-
gior ruolo di governo nel prossimo futuro»62.
Il presidente Nixon aveva convocato a Washington, nel febbraio
1974, un importante incontro fra i grandi del pianeta sulla questio-
ne dell’energia. L’invito includeva sia i paesi maggiori consumatori
di petrolio (Canada, Germania Federale, Francia, Italia, Giappone,
Olanda, Norvegia, Gran Bretagna) sia i paesi produttori (Abu Dha-
bi, Algeria, Ecuador, Gabon, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait, Libia,
Nigeria, Qatar, Arabia Saudita, Venezuela)63. In quella occasione
Kissinger aveva illustrato i punti del «Project Indipendence», il pia-
no per dare agli Stati Uniti l’indipendenza nel settore dell’energia.
Nella primavera del 1974, molti paesi Nato si trovavano ad affron-
tare problemi simili: fragili maggioranze parlamentari, seri problemi
di bilancia dei pagamenti, crescente inflazione domestica, ansia per-
vasiva circa la disponibilità di petrolio a prezzo ragionevole. Secondo
Kissinger, anche se i timori di un’intesa sovietico-americana insensibile
agli interessi europei avevano complicato i rapporti transatlantici, le
frizioni fra gli alleati si erano attenuate e i leader occidentali si appresta-
vano a sottoscrivere, il 26 giugno a Bruxelles, la dichiarazione atlantica.
L’iniziativa politica americana e il viaggio di Nixon in Medio Oriente
contribuivano a ridurre le ansie degli europei sul rischio di nuove osti-
lità nell’area. Invece gli accordi bilaterali con l’Arabia Saudita e l’Egitto
rafforzavano i timori che gli Stati Uniti ottenessero un vantaggio enor-
me dal miglioramento delle relazioni con il mondo arabo64.
In quelle circostanze, a Washington si attendeva che gli italia-
ni avrebbero lavorato nella direzione indicata dagli americani per
migliorare le consultazioni transatlantiche, poiché avevano accolto
con soddisfazione la dichiarazione della Nato, anche se non avevano
dato un contributo attivo nella fase preparatoria del documento. I
rappresentanti dell’Italia avevano avuto invece un ruolo molto at-
tivo nel Consiglio per la sicurezza e la cooperazione in Europa, e

62
  NARA, Nixon, Nsc, Country files-Europe, b 696, Memo for the president
from H.A. Kissinger, May 6, 1974.
63
  NARA, Nixon, Nsc, HAK Office files, HAK Trip files, b 44, Text of letter
major industrial countries, Jan. 8, 1974.
64
  NARA, Nixon, Nsc, HAK Office files, Country files, Europe, b 54, f 1.
Memo from Kissinger for the President, June 1974.

­­­­­157
ciò per affermare la presenza internazionale di Roma specialmente
nel Mediterraneo. In un primo tempo gli Usa avevano respinto una
dichiarazione italiana sul Mediterraneo, ma poi avevano dato il lo-
ro assenso poiché era stata unanimemente richiesta dai nove65. Nel
briefing paper preparato dal Dipartimento di Stato per il meeting di
Bruxelles dei primi ministri Nato si osservava che gli italiani

considerano se stessi una potenza mediterranea e osservano attentamente


gli eventi del Medio Oriente [...] L’Italia è più dipendente (90%) dal petro-
lio arabo degli altri europei. La sua compagnia di Stato, Eni, è stata attiva
in queste aree e più recentemente in Iraq. L’ascesa di Gheddafi in Libia ha
distrutto tutto eccetto la speciale relazione dell’Italia [...]. L’Italia lavora
duro per mantenere le relazioni con gli arabi, mentre intrattiene cordiali
rapporti con Israele. L’Italia è stata in genere di aiuto ai nostri sforzi di pace
nell’area e incline a essere d’aiuto quando le nostre procedure di pace o
posizioni diventavano controverse nel contesto dell’Europa occidentale66.

Secondo il Dipartimento di Stato l’Italia stava attraversando


la più grave crisi finanziaria dal dopoguerra, con un deficit della
bilancia dei pagamenti elevatissimo e dovuto per metà ai costi del
petrolio. Gli Stati Uniti avevano interessi militari strategici in Italia:
il comando della Sesta flotta a Napoli, un’organizzazione di difesa
missilistica nel Nord-Est, un reggimento di paracadutisti a Vicenza,
una base di aerei da combattimento ad Aviano, una base della ma-
rina militare a Sigonella. Anche il Cincsouth (Commander in Chief,
Allied Forces Southern Europe) della Nato era di stanza a Napoli67.
Per quanto allocasse alla difesa solo il 3,5% del suo Pil, rispetto a
una media europea del 4,2%, e nonostante la difficile situazione
economica, l’Italia aveva mantenuto il suo impegno militare.

65
  NARA, Nixon, Nsc, HAK Office files, Country files Europe general, b 54,
Secret. Visit of President Nixon to Brussels, June 1974.
66
  Ibid.
67
  The Association for Diplomatic Studies and Training, Foreign Affairs Oral His-
tory Project, R.M. Beaudry, Interview, 1998 ADST. A proposito di Kissinger e l’Italia,
Beaudry ricorda: «Alcune delle cose che egli disse erano oltraggiose, io credo. Il suo
disprezzo per gli italiani esibito. Egli era assolutamente nel giusto in questo senso, che
gli italiani non avevano molto da dire, ma la questione di non incontrare gli italiani di-
venne un problema più di quanto meritasse. E in generale tu non vai in giro alienandoti
la gente che di solito appoggia ciò che tu stai cercando di fare». La questione non aveva
tanto a che fare con gli altri rappresentanti europei, quanto «con l’establishment di
Washington. L’americano medio assume un’aria divertita quando si parla dell’Italia».

­­­­­158
La visita del presidente Ford a Roma, il 3 giugno 1975, alla vigilia
delle elezioni amministrative, non aveva favorito la vittoria democri-
stiana. Il Pci era avanzato oltre ogni previsione, e ciò rendeva quanto
mai inquietante lo scenario mediterraneo per Washington, poiché
alla debolezza dell’Italia si associava l’instabilità politica seguita al
golpe incruento dei militari in Portogallo. Ford, in occasione degli
incontri riservati con i rappresentanti del governo italiano e con il
presidente della Repubblica Leone, aveva riaffermato con chiarezza
che, nei governi Nato, gli Usa «non possono tollerare l’influenza
comunista» perché ciò avrebbe indebolito seriamente l’Alleanza68.
Il governo italiano invocava l’aiuto economico dell’alleato per
uscire da una fase di recessione che non era più in grado di controlla-
re con le risorse nazionali. Il presidente Leone chiedeva investimenti
diretti statunitensi, poiché dall’inizio della crisi non vi era stato alcun
nuovo afflusso di capitali americani in Italia, nonché finanziamenti
per la costruzione delle centrali nucleari e che gli Stati Uniti agevo-
lassero la produzione ed esportazione di carbone69.
In politica estera la distanza fra Washington e Roma appariva
incolmabile. Gli Usa miravano a ridurre l’influenza sovietica nel Me-
diterraneo e ad organizzare una controffensiva strategica rispetto
all’Opec sotto la propria leadership70. Per questo era nata, in ambito
Oecd, la Iea, International Energy Agency (novembre 1974), e Kis-
singer lavorava intensamente a un meeting internazionale sull’ener-
gia. L’Italia invece era un paese politicamente ed economicamente
bloccato, con una leadership inadeguata alle nuove sfide internazio-
nali in atto. Tanto che Leone chiese un intervento dell’alleato anche
nei confronti dell’Urss: «Noi siamo a favore della distensione, ma è
possibile che la pressione del Partito comunista italiano sia incorag-
giata dall’Unione Sovietica? Può questa pressione essere ridotta co-
me parte della politica di distensione?». Ford ricollocò tali questioni
nella prospettiva geopolitica di Washington:

Noi ci attendiamo che la distensione continui. Noi non ci aspettiamo


che sia la soluzione ultima per ogni problema. [...] Sono cosciente circa
le pressioni esercitate in tutto il mondo dalle forze comuniste. Non so-

68
  GRFL, NS Adviser’s memo of conversation, President Ford’s meeting with
President Leone, June 3, 1975, 12.00-12.55 p.m.
69
  Ibid.
70
  E. Di Nolfo, The Transformation of the Mediterranean, cit., pp. 250-255.

­­­­­159
no certo che la distensione possa essere usata per questi problemi. La
risposta deve essere fornita dalla sfida diretta da parte della gente e dei
governi di ogni paese. Noi non possiamo tollerare l’influenza comunista
all’interno dei membri della Nato. Emergeranno difficoltà in Portogallo
se i comunisti prenderanno il controllo. Ciò creerebbe un serio indebo-
limento dell’alleanza71.

Il debito dell’Urss

A metà degli anni Settanta lo sviluppo più inatteso nei rapporti fra
economie di mercato e paesi comunisti fu il crescente indebitamento
dell’Urss in valuta pregiata. Il deficit sovietico, nel giugno 1976, era
di circa 7,5 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 1973. Ma
l’indebitamento totale superava i 10 miliardi di dollari, e a Washing-
ton prevedevano che, senza un netto miglioramento delle ragioni
di scambio, sarebbe aumentato di altri 4-6 miliardi di dollari entro
la fine dell’anno. Per rifinanziare questo deficit senza rinegoziare il
debito, i sovietici avrebbero dovuto ottenere dall’Occidente nuovi
crediti non legati a nuovi ordini di importazioni. Come creditori di
lungo periodo, con una linea di credito sostanzialmente non utilizza-
ta, inglesi e francesi avrebbero quasi certamente cercato di discutere
il rifinanziamento. E anche gli italiani avrebbero potuto avere un in-
teresse simile. C’era tuttavia un pericolo: che le istituzioni di credito
occidentali, private e ufficiali, finissero per costituire un’esposizione
creditizia con l’Urss e i paesi dell’Est di tale entità da indebolire il
sistema finanziario occidentale72.
Gli Stati Uniti avevano cercato di concordare misure restrittive co-
muni, ma gli alleati si erano opposti all’idea di disciplinare le relazioni
economiche Est-Ovest con codici generali di condotta e di carattere
multilaterale. Gli europei preferivano trattare su basi bilaterali. Il siste-
ma aveva funzionato bene, dal loro punto di vista, senza complicazioni
politiche. Perciò essi non erano ricettivi al concetto che il commercio
Est-Ovest richiedesse invece una serie differente di premesse finanzia-
rie e commerciali. Ma gli Usa prevedevano che il deterioramento negli
scambi e nelle posizioni di pagamento avrebbe richiesto presto una

71
  GRFL, NS Adviser’s memo of conversation, President Ford’s meeting with
President Leone, June 3, 1975, 12.00-12.55 p.m.
72
  GRFL, Presidential handwriting 6/7/1976, b C43, Background paper. East-
West economic relations.

­­­­­160
risposta collettiva. L’evoluzione delle relazioni economiche Est-Ovest
legittimava una continua sorveglianza e consultazione, e gli alleati alla
fine si sarebbero trovati d’accordo con gli americani73.

Investimenti americani all’estero e investimenti transatlantici

Gli investimenti diretti all’estero (Ide) americani nel 1973 ammon-


tavano a oltre 100 miliardi di dollari, essendo triplicati da quando
il presidente Kennedy aveva fatto dell’espansione del commercio
uno dei suoi obiettivi primari con il Trade Expansion Act del 196274.
Tuttavia, gli anni dal 1960 al 1974 erano stati caratterizzati, più che
dall’espansione del commercio, da quella degli investimenti esteri
delle compagnie americane. Tanto che, nel 1974, gli Ide statunitensi
costituivano il 60% di quelli mondiali, mentre quelli europei e giap-
ponesi contavano per il restante 40%75. Dal 1950 al 1968 l’export
americano era cresciuto da 10,1 miliardi di dollari a 33 miliardi,
ma gli Ide erano sestuplicati, passando da 11,8 miliardi di dolla-
ri a 64 miliardi. Se l’export mostrava un andamento declinante, le
multinazionali erano in grado di compensare ampiamente questa
insufficienza76. I due terzi degli Ide erano diretti a paesi tecnologi-
camente avanzati, e metà del restante terzo al petrolio. In un anno,
dal 1965 al 1966, gli Ide americani nei paesi Cee erano cresciuti del
40%. Questo ordine di grandezza preoccupava molti in Europa,
innanzitutto per la concentrazione di un enorme potere economico
e tecnologico nelle mani di poche compagnie, come osservava Jean-
Jacques Servan-Schreiber. Ma nei confronti delle multinazionali i
paesi ospitanti avevano atteggiamenti diversi77.
Nel 1973, negli Usa, i guadagni derivanti dagli investimenti esteri

73
  Ibid.
74
  Direct Investment Abroad and the Multinationals: Effects on the United States
Economy, Committee on foreign relations United State Senate, prepared by P.B.
Musgrave, U.S. Government Printing Office, Washington 1975, pp. xi-xii.
75
  JCL, White House Central Files (d’ora in poi WHCF), Subject file, Foreign
affairs, Confidential, F 4-3, 1/20/77-1/20/81 Through General, f 4-3, 1/20/77-
1/20/81, b f 34, f 4-3, 1/20/77-11/30/77, Business international corporation, Or-
ville L. Freeman, president.
76
  NARA, Nixon Presidential Materials Project (d’ora in poi Nixon PMP),
WHCF, Foreign affairs. International investments, b 48, Multinational corpora-
tions: profiles and prospects, Sep. 1971.
77
  Ibid. Di fatto le sussidiarie statunitensi controllavano il 15% della produzio-

­­­­­161
erano stati di 12,3 miliardi di dollari, mentre i nuovi investimenti esteri
in uscita erano stati di 4,9 miliardi. Gli Ide erano largamente concen-
trati nell’alta tecnologia e nelle industrie a intensa attività di ricerca e
sviluppo78. Perciò, nonostante i problemi economici interni, gli Stati
Uniti non potevano permettersi di ignorare la debolezza dei partner
commerciali. La persistente recessione in Europa e Canada – due
mercati importanti per i prodotti americani – impediva la crescita del
commercio statunitense e, in generale, la ripresa mondiale. Inoltre, il
downturn globale incideva direttamente sui profitti di un numero cre-
scente di multinazionali americane che ottenevano più della metà dei
loro guadagni dalle operazioni estere (come Pfizer, Gillette, Hoover,
Johnson & Johnson, Scholl, J. Walter Thompson, F.W. Woolworth,
Dow Chemical, Avis, International Harvester e Black & Decker)79.
In Italia i guadagni derivanti da Ide privati stranieri, l’80% dei
quali americani, erano aumentati da 1,9 miliardi di dollari, pari al
12% della merce esportata annualmente nel 1950-1954, a 58 miliar-
di, pari al 22% della merce esportata all’inizio degli anni Settanta.
Ma l’Italia era soltanto terza in Europa per presenza di sussidiarie
americane (517), che erano poco più della metà di quelle stanziate
in Gran Bretagna (923) e meno di quelle presenti in Francia (592)80.
Gli enormi ricavi derivanti dagli Ide avevano ampliato la diffusio-
ne delle pratiche corruttive nel mondo. In preparazione del summit
di Puerto Rico il governo americano, anche tramite agenzie come
l’Internal Revenue Service (Irs) e la Securities and Exchange Com-
mission (Sec), aveva preso numerosi provvedimenti per far fronte
al problema della corruzione e dei pagamenti illeciti o «discutibili»
delle corporations. Disposizioni sul codice etico di condotta delle im-
prese furono inserite nelle guidelines dell’Oecd per le multinazionali
e proposte in tal senso vennero presentate anche all’Onu81.
Nel febbraio 1974 in Italia scoppiò lo scandalo dei petroli, os-
sia dei fondi utilizzati dalle compagnie petrolifere per influenzare la

ne di beni di consumo della Cee, il 50% dei semiconduttori, l’80% della produzio-
ne di computer, il 95% dei complessi dei circuiti integrati.
78
  Direct investment abroad and the multinationals, cit., pp. xi-xii.
79
  GRFL, Presidential handwriting, 11/7/1975, International economic sum-
mit, Paris, Nov. 15-17, 1975, Briefing paper.
80
  NARA, Nixon PMP, WHCF, Foreign affairs. International investments, b
48, Multinational corporations: profiles and prospects, Sep. 1971.
81
  GRFL, Presidential handwriting 6/7/1976, b C43, Background paper. Ex-
isting and proposed international agreements on international investment.

­­­­­162
Tabella 9. Investimenti americani all’estero in rapporto ai paesi ospitanti

Affiliate americane come % del totale del paese ospitante

% Spesa Tutte Occupazione Profitti Tasse sui


di distribuzione in impianti le industrie manifatturiera delle aziende guadagni
degli investimenti e stabilimenti manifatturiere 1966 1966 delle aziende
Usa 1972 1966-1970 1966

Canada 27,4 16,2 45,2 37,4 43,3 42,8


Regno Unito 10,1 5,6 17,4 6,3 13,4 16,8
Germania 6,7 2,6 – 3,9 8,8 7,9
Australia 4,4 6,8 21,3 – 14,5 18,2
Francia 3,6 1,6 3,9 3,6 3,0 6,0
Belgio-Lussemburgo 2,3 6,0 17,8 7,6 7,3
Olanda 2,1 5,0 9,4 11,3 6,6 8,1
(incluso
Belgio-
Lussemburgo)
Messico 2,1 – – 6,2 – –
Italia 2,1 2,6 5,5 – 4,0 5,0
Svizzera 2,0 1,8 – – 15,6 12,2
Giappone 2,4 0,6 1,3 – – 2,5

Fonte: Direct Investment Abroad and the Multinationals, cit., p. 24.

politica energetica del governo in senso contrario alla costruzione di


centrali nucleari, e per ottenere vantaggi attraverso provvedimenti
legislativi di favore82. In quelle circostanze Nicolò Pignatelli e Aldo
Sala, presidenti rispettivamente di Gulf Italia e di Esso Standard Ita-
liana – le maggiori compagnie petrolifere estere presenti sul mercato
italiano (ne costituivano circa il 35%) –, si rivolsero all’ambasciata
americana a Roma per avere l’appoggio della diplomazia nei con-
fronti del governo italiano. A loro giudizio, il regime di controllo dei
prezzi petroliferi vigente in Italia non permetteva «un giusto ritor-
no», esponendo le compagnie a perdite a favore della compagnia di

82
  JCL, Papers Pre-Presidential, 1976 Presidential Campaign Issue Office,
Noel Sterret, Clippings-Foreign Issue, Western Europe and the Common Market,
Through Portugal Problems, b 141, f Italy’s Problems.

­­­­­163
Tabella 10. Investimenti esteri diretti degli Stati Uniti per paese, 1966-1976
(in milioni di dollari)

1966 1967 1968 1969 1970

Tutti i paesi 51.792 56.560 61.907 68.093 75.480


Canada 15.713 16.703 17.952 19.578 21.015
Europa 16.390 18.231 19.851 22.246 25.255
Cee 12.994 14.457 15.691 17.652 20.104
Francia 1.790 1.942 19.652 2.170 2.643
Germania Federale 2.808 3.188 3.456 3.952 4.313
Italia 988 1.112 1.152 1.327 1.464
Olanda 870 970 1.093 1.281 1.550
Danimarca 247 295 227 332 388
Irlanda 71 92 125 164 183
Gran Bretagna 5.421 5.943 6.639 7.175 8.016

Fonte: Direct Investment Abroad and the Multinationals, cit.

Stato, Eni, che agiva in una posizione finanziaria dominante. Inoltre


vi era un clima di crescente ostilità verso le compagnie petrolifere
internazionali. Se le cose non fossero cambiate, Gulf ed Esso minac-
ciavano di abbandonare il mercato italiano, sull’esempio di quanto
fatto da Shell e BP nel 197383. Nell’informativa per il segretario di
Stato, Robert M. Beaudry commentava che questa richiesta rivelava
un significativo cambiamento nell’atteggiamento delle compagnie
petrolifere, perché rifletteva non soltanto il timore per il futuro delle
loro imprese o l’apprensione che gli stockholder americani decides-
sero di vendere, ma anche la percezione che stava cambiando il loro
ruolo, che una volta era potente e indipendente84.
Due anni dopo esplose lo scandalo Lockheed, la grande socie-
tà aeronautica americana che aveva sviluppato i sistemi missilistici
Jupiter e Polaris, accusata di aver corrotto uomini politici di diversi

83
  NARA, Nixon, Nsc, Country files, Europe, b 696, Telegram to Sec-State
from Am-Embassy, Rome, 17 Apr. 1974; ivi, Telegram to Sec-State from Am-Em-
bassy, Rome, 3 Jun. 1974.
84
  NARA, Nixon, Nsc, Country files, Europe, b 696, Telegram to Sec-State
from Am-Embassy, Rome, 17 Apr. 1974.

­­­­­164
1971 1972 1973 1974 1975 1976

82.760 89.878 101.313 110.078 124.050 136.809


21.818 22.985 25.541 28.404 31.038 33.838
28.654 31.696 38.255 44.652 49.305 55.139
23.017 25.653 30.919 35.323 38.773 43.215
3.059 3.492 4.295 4.902 5.743 5.947
4.908 5.941 7.650 7.971 8.726 10.497
1.769 1.894 2.212 2.680 2.679 2.934
1.717 1.918 2.352 3.128 3.097 3.509
384 407 514 688 631 731
213 407 514 688 664 901
9.128 9.638 11.040 12.537 13.927 15.137

paesi per agevolare la vendita dei suoi Hercules C130. Lo scandalo


coinvolse anche i vertici di Finmeccanica e uomini politici di primo
piano, come l’ex presidente del Consiglio Mariano Rumor85.
Nel quadro dell’Alleanza atlantica la cooperazione politico-eco-
nomica e la sicurezza militare erano strettamente legate, in quanto
costituivano i capisaldi di un sistema difensivo che si voleva altret-
tanto efficiente che coeso. Il comparto delle costruzioni aeronauti-
che aveva un ruolo di punta tanto per gli obiettivi della difesa quanto
per l’innovazione tecnologica. Perciò sin dal 1948 Valletta, anche se
l’Italia era stata ammessa nella Nato all’ultimo minuto, e per di più
gravata dalla pesante ipoteca imposta dal trattato di pace sul poten-
ziamento delle forze armate, aveva cercato di giungere a un’intesa
con le maggiori imprese aeronautiche, come la Pratt & Whitney e la
Lockheed. E ciò anche per la possibilità che il settore aeronautico

85
  Camera dei deputati-Senato della Repubblica, VII Legislatura, doc. II,
Commissione inquirente per i procedimenti di accusa, Relazione sull’inchiesta
svolta nei confronti del deputato Mariano Rumor nella sua qualità di presidente
del Consiglio dei ministri, relativamente all’acquisto di 14 aerei C130 Hercules
della società Lockheed.

­­­­­165
offriva di trasferire certe innovazioni al settore automobilistico. L’o-
biettivo era di varare un programma di produzione di velivoli por-
tando in Italia tecnologia e metodi di progettazione americani. Ma
aveva dovuto rinunciare, poiché il governo di Washington non aveva
autorizzato la fabbricazione su licenza di aerei e motori statunitensi.
I rapporti con Pratt & Whitney non erano mai stati interrotti,
tanto che, a metà degli anni Settanta, si erano create le condizioni
per una importante collaborazione internazionale. La compagnia
americana era capofila del progetto per la costruzione di un motore
d’avanguardia per l’aviazione civile, il JT10D, un modello ad alte
prestazioni, meno inquinante e a consumi ridotti rispetto a quelli
prodotti precedentemente, per rispondere ai problemi di costi del
trasporto aereo. Il progetto era sostenuto anche dalla Boeing e avreb-
be potuto accedere ai fondi per l’ambiente stanziati dal Congresso
americano per aiutare le linee aeree a ridurre le emissioni nocive e i
costi di carburante. La joint venture era partecipata al 54% da Pratt
& Whitney e al 34% dall’inglese Rolls Royce, seguite al 10% dalla
tedesca Mtu e al 2% dalla Fiat. Questo progetto era in concorrenza
con quello per lo stesso tipo di motore annunciato nel 1973 dalla
General Electric a sua volta in joint venture con la francese Snecma86.
Il presidente Ford approvò la licenza necessaria per la collabora-
zione di Fiat e Rolls Royce il 21 luglio 1976 sottoponendola a diverse
condizioni, quali indicate dal Dipartimento di Stato e da quello della
Difesa. Il Dipartimento di Stato ne aveva colto i benefici per l’Al­
leanza atlantica. Invece il Dipartimento della Difesa aveva rilevato la
contraddizione fra la necessità di creare un sistema di difesa standar-
dizzato ed efficace dei paesi Nato, che comportava inevitabilmente
un trasferimento di tecnologia americana, e la propensione della Di-
fesa a una strategia basata sulla supremazia tecnologica e l’indipen-
denza delle imprese americane. Riteneva perciò che il trasferimento
di tecnologia e know-how dovesse essere strettamente delimitato,
innanzitutto nei riguardi della Germania e dell’Italia. Il discorso era
diverso per la Rolls Royce, che le analisi della Nasa valutavano come
assimilabile per competitività tecnologica alla Pratt & Whitney.
Di fatto, negli anni Settanta il più rilevante investimento estero di
una società italiana negli Usa non era avvenuto nell’industria mani-

86
  GRFL, Presidential handwriting file, b C44, f 7/21/1976 (1). Approval of an
international jet engine cooperative arrangement, July 21, 1976; ivi, Memo for the
President, July 15, 1976. «Flight International», 12 June 1976.

­­­­­166
fatturiera ma nel settore bancario, a opera della Comit. Sin dal perio-
do fra le due guerre, la Banca Commerciale aveva vantato rapporti
solidi con la comunità economica e finanziaria americana, che erano
stati prontamente riannodati nel 1946. La presenza della banca ol-
treoceano era stata consolidata nel 1969 con l’apertura di una filiale
a New York, alla quale seguirono quelle di Chicago e di Los Angeles.
A metà degli anni Settanta la Comit fu invitata ad acquisire il 15%
della Lehman Brothers tramite l’ex sottosegretario di Stato George
Ball, che era socio della Lehman e consulente della banca milanese
per gli affari. La Comit divenne così primo azionista della prestigio-
sa banca d’investimento americana, e nel 1977 partecipò alla joint
venture per la costituzione della Lehman Brothers International. Per
la banca di piazza della Scala si era trattato di un’operazione assai
vantaggiosa e redditizia che le aveva consentito preziose entrature e
accesso all’establishment statunitense87.

Vendere armi alla Libia

La questione della vendita di unità corazzate motorizzate alla Libia


rivoluzionaria di Gheddafi, nel 1972, era un esempio significativo
della triangolazione nel commercio di armi fra Stati Uniti, Libia e
Italia88. Il nostro paese, infatti, produceva gli equipaggiamenti ri-
chiesti da Tripoli su licenza americana. Per ottenere l’approvazione
di Washington alla vendita, il governo italiano si era impegnato ad
acquistare, a sua volta, dagli Stati Uniti sistemi per il lancio dei mis-
sili Lance e Tow per le forze armate italiane. La vendita di armi a
uno Stato arabo avrebbe sicuramente suscitato le critiche di Israele,
che il Dipartimento di Stato riteneva si dovessero lasciar gestire di-
rettamente agli italiani, tanto più che altri paesi avrebbero potuto
chiedere a loro volta autorizzazioni di vendita.
Il governo attribuiva grande importanza a questo contratto, che
avrebbe migliorato le relazioni diplomatiche con Tripoli, e il presi-

87
  C. Brambilla, Divenire una grande banca europea. La Banca Commerciale
Italiana agli albori della globalizzazione, in C. Brambilla, C.A. Ciampi, A. Manzella,
R. Prodi, La sfida internazionale della Comit, Il Mulino, Bologna 2013, pp. 116-120.
88
  NARA, Nixon, Nsc, Country files, Europe, Telegram from Sec-State to Am-
Embassy, Military sales to Libya, 18 Feb. 1972. Si trattava di 152 veicoli corazzati
per trasporto truppe, 22 pezzi di artiglieria ad alta gittata, fucili, esplosivo anti
carro armato.

­­­­­167
dente del Consiglio Andreotti si era detto pronto a concludere l’affa-
re. Tuttavia i vantaggi, valutati anche in termini di ritorno economico
e di royalties per gli Stati Uniti, erano controbilanciati da elementi di
grande incertezza e di pericolo. Innanzitutto, l’entità della fornitura
preoccupava Israele e i governi arabi amici, anche perché non poteva
esservi alcun controllo su come i libici avrebbero usato gli equipag-
giamenti. Inoltre, poiché gli interessi dell’Eni erano stati citati in
rapporto alla vendita delle armi, a giudizio del segretario di Stato
William P. Rogers la Libia avrebbe potuto interpretare l’approvazio-
ne americana come una reazione a pressioni esercitate dalla stessa
Eni e in futuro tentare di ricattare il governo americano attraverso
le compagnie petrolifere statunitensi.
Tuttavia, considerato che «l’Italia sta diventando sempre più im-
portante per le attività militari americane nel Mediterraneo», Rogers
aveva valutato che questo fosse un fattore cruciale rispetto agli altri:
«Noi abbiamo 10.000 militari in Italia, sette navi nel porto di Napoli,
una stazione di servizio per i nostri sottomarini Polaris nel Mediter-
raneo centrale, e un terminal logistico della Sesta flotta. Inoltre do-
vremo chiedere agli italiani servizi per i cinque sottomarini nucleari,
e ormeggio per altre tre navi a Napoli e per ospitare una forza mobile
nell’Italia del Nord». I vantaggi di questi servizi, sommati ai benefici
economici della vendita all’Italia di Lance e Tow, nonché della forni-
tura italiana alla Libia, avevano fatto superare le perplessità e i dubbi
iniziali89. Fra le imprese italiane interessate alle forniture libiche vi
erano Oto Melara, Snia Viscosa e Simmel Difesa90.
L’affare della vendita di armi alla Libia doveva tenere conto, co-
munque, di diversi elementi e attori in campo: da una parte c’erano i
francesi, contrari a che l’Italia acquistasse i Tow, e nello stesso tempo
pronti a rimpiazzare gli italiani se l’affare con Tripoli fosse sfumato;
dall’altra i libici, che facevano pressioni sulle operazioni petrolifere
dell’Eni. Senza dire di Israele, che non avrebbe certo apprezzato che
gli americani fornissero indirettamente armi agli arabi.
Infatti, lo scenario internazionale era reso fosco dall’insorgenza
del terrorismo arabo. Come emerge dai commenti dell’ambascia-
tore Volpe, la politica antiterroristica del governo italiano consiste-

89
  NARA, Nixon, Nsc, Country files, Europe, b 696, Memo for the president,
Italian arms sale to Libya, May 17, 1972.
90
  NARA, Nixon, Nsc, Country files, Europe, b 696, Telegram from Sec-State
to Am-Embassy, Tow and Lance, Libyan arms deal, 30 Mar. 1972.

­­­­­168
va principalmente in misure per prevenire incidenti sul territorio
nazionale. Tali misure includevano precise «intese informali con
i fedayin e gli israeliani, essere pronti a riscatti se necessario, e
una certa tolleranza per l’andirivieni di terroristi e contro-terroristi
verso e attraverso l’Italia». Ma l’ambasciata americana sospettava
che altri paesi europei, e soprattutto quelli aderenti alla Comuni-
tà europea, avessero adottato lo stesso atteggiamento. La politica
italiana, con Moro agli Esteri, aveva scelto la linea di causare il
minor danno possibile alle relazioni del governo e agli interessi
italiani sia con Israele, sia con il mondo arabo, e «innanzitutto con
quest’ultimo»91.

La distensione e il commercio italo-sovietico

I vertici del Cremlino ritenevano di poter conseguire importanti van-


taggi strategici dalla collaborazione commerciale con l’Italia, giudi-
cata un paese ad «alto potenziale industriale» ed elevato «livello di
sviluppo tecnico nella maggior parte dei settori produttivi», e che
avrebbe permesso di acquisire informazioni tecnico-scientifiche di
grande utilità per sviluppare l’industria sovietica92.
Il processo di détente era stato avviato da Kennedy e Johnson,
prima con la messa al bando dei test nucleari nell’atmosfera, nel
1963, e successivamente con la firma del trattato di non prolifera-
zione nucleare, nel 1968. Dopo il viaggio di Nixon in Cina, nel luglio
1972, in ottobre i due paesi avevano iniziato le trattative per estende-
re all’Urss la clausola della nazione più favorita, mentre a sua volta
l’Unione Sovietica si impegnava a ripagare i prestiti contratti con gli
Stati Uniti nel 1945 sotto il Lend and Lease Act93.

91
  NARA, Nixon, Nsc, Country files, Europe, b 696, Telegram to Sec-State
from Am-Embassy, Rome, 22 Jun. 1972, Italian attitude toward Arab terrorists.
Il primo attacco arabo-palestinese di rilievo, nel luglio 1968, era stato compiuto
a Roma, con il dirottamento di un aereo della compagnia di linea israeliana El Al
con a bordo 32 passeggeri israeliani, che vennero tenuti in ostaggio per settimane.
92
  Una parte del resoconto segreto sovietico stilato da Kosygin, Fedorov e Stro-
kin per il comitato centrale del Pcus è in A. Salacone, Le relazioni italo-sovietiche
nel decennio 1958-68, in «Storicamente. Rivista del Dipartimento di Storia, Cultu-
re, Civiltà dell’Università di Bologna», vol. 9, 2013, p. 8.
93
  R.N. Cooper, Economic Aspects of the Cold War, 1962-1975, cit., p. 55.

­­­­­169
Tabella 11. Import-export dei primi dieci paesi partner commerciali dell’Italia, 1970
(in milioni di euro)

Import % Export %

Repubblica federale tedesca 961 19,9 919 21,6


Francia 638 13,2 550 12,9
Stati Uniti 499 10,3 437 10,3
Paesi Bassi 208 4,3 201 4,7
Belgio-Lussemburgo 184 3,8 163 3,8
Gran Bretagna 182 3,8 162 3,8
Libia 167 3,5 – –
Iraq 115 2,4 –
Svizzera 108 2,2 201 4,7
Argentina 95 2,0 –
Jugoslavia – 129 3,0
Urss – 99 2,3
Spagna – 75 1,8
Totale primi 10 paesi 3.157 65,4 2.936 68,9
Mondo 4.832 100 4.263 100
Fonte: Istat, Interscambio commerciale dell’Italia 1970-1990, www.coeweb.istat.it.

La distensione implicava un incremento degli scambi commer-


ciali Est-Ovest come compensazione allo sforzo di avvicinamento di
Mosca. Johnson aveva tentato di cambiare la politica di discrimina-
zione commerciale nei confronti dell’Urss, nel 1966, ma non aveva
convinto il Congresso94. Il Parlamento americano restava contrario
a fare concessioni commerciali a Stati che non avevano un’economia
di mercato e che impedivano l’emigrazione delle minoranze, come
nel caso degli ebrei in Unione Sovietica. Con l’approvazione dell’e-
mendamento Jackson-Vanik il Congresso aveva escluso l’Urss dalla
clausola della nazione più favorita. Dopo le dimissioni di Nixon, il
nuovo presidente Gerald Ford siglò il Trade Act del 1974, includen-
do l’emendamento Jackson-Vanik e misure che limitavano, ma non

94
  Ibid.

­­­­­170
proibivano, i prestiti della Export-Import Bank all’Urss. In seguito
all’embargo petrolifero voluto dai paesi arabi, dopo la guerra del
Kippur, il prezzo del petrolio aumentò di quattro volte. Ciò alleviò la
carenza di valuta pregiata dell’Unione Sovietica, ma ridusse l’esigen-
za di ricorrere alla clausola della nazione più favorita con gli Usa95.
L’Eni era un interlocutore privilegiato per Mosca, e questo con il
beneplacito della dirigenza democristiana e grazie ai buoni uffici di
alcuni esponenti di primo piano del Pci. In particolare, la mediazio-
ne dei dirigenti comunisti era stata determinante per siglare l’accor-
do sul gas nel 1969, che era seguito a quello per l’esportazione di 12
milioni di tonnellate di greggio sovietico in Italia nel 1960-1965, e di
cui era stato artefice Mattei96.
Il 1° gennaio 1970 l’accordo commerciale italo-sovietico venne
rinnovato per un quadriennio. Secondo statistiche sovietiche, l’Italia
occupava il quarto posto (dopo Gran Bretagna, Giappone e Finlan-
dia) nella graduatoria dei paesi industrializzati e il primo fra quelli
Cee, con i quali l’Urss intratteneva rapporti commerciali. In partico-
lare, nel 1969 era cresciuto l’export dell’industria metalmeccanica,
del tessile e delle confezioni, dei prodotti agricoli. Una parte di que-
sti scambi poteva essere ricollegata alle forniture di macchinari per
Togliattigrad. Tuttavia si erano ampliate anche le forniture di mac-
chinari per l’industria della carta, per la chimica, per la lavorazione
dei minerali. In prima fila, oltre all’Eni, c’erano le grandi società
italiane: Fiat, Pirelli, Snia Viscosa, Montedison, Innocenti, Châtil-
lon, che facevano da apripista sul mercato sovietico alle imprese del
loro indotto. Le importazioni riguardavano invece materie prime e
risorse energetiche, come carbone, minerali di ferro, rottami, legna-
me, cereali, petrolio97.

95
  Ivi, pp. 52-56.
96
  A. Salacone, Le relazioni italo-sovietiche, cit., p. 9.
97
  Senato della Repubblica, Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanzia-
rio 1971, Esame in sede consultiva dello stato di previsione della spesa del ministero
del Commercio con l’estero, p. 763.
Capitolo VII
Cooperazione transatlantica
e sanzioni economiche

I limiti della «détente» e il rapimento Moro

La struttura della détente cominciò a mostrare pericolose crepe con


la presidenza Carter, quando si diffuse la percezione di un indeboli-
mento degli Stati Uniti. Paradossalmente, l’America stava vincendo la
guerra fredda, ma gli americani erano riluttanti a far valere la propria
forza militare dopo gli anni bui e l’esito disastroso dell’avventura viet­
namita. La stagflazione ampliava il senso di vulnerabilità degli Stati
Uniti, causato da battute d’arresto e ostacoli sullo scacchiere geopo-
litico globale: Corno d’Africa, Afghanistan, Nicaragua, El Salvador e
Iran. La vicenda degli ostaggi americani a Teheran aveva contribuito a
diffondere una ineluttabile narrazione dell’impotenza di Washington.
L’inedita complessità delle questioni internazionali, alla fine degli anni
Settanta, indusse anche commentatori informati a sottostimare i rischi
e le difficoltà che invece doveva affrontare Mosca1.
Durante la corsa per la presidenza americana Jimmy Carter aveva
manifestato una certa apertura verso il Pci, ma una volta insediato
alla Casa Bianca, nel gennaio 1977, assunse una posizione non dis-
simile da quella del suo predecessore Ford. Nel febbraio Gianni
Agnelli, tramite il senatore Edward Kennedy, chiese un incontro
privato con il vicepresidente degli Stati Uniti, Walter Mondale, che

1
  N. Mitchell, The Cold War and Jimmy Carter, in The Cambridge History of
the Cold War, vol. III, Endings, a cura di M.P. Leffler e O.A. Westad, Cambridge
University Press, Cambridge 2010, pp. 66-88.

­­­­­172
faceva seguito all’incontro di Washington fra lo stesso Kennedy e
Umberto Agnelli, avvenuto il 1° febbraio2. Due erano le questioni
che Agnelli intendeva affrontare con gli americani: l’accordo da lui
stipulato nel dicembre 1976 con il colonnello Gheddafi per una par-
tecipazione dei libici alla ricapitalizzazione della Fiat, e il ruolo del
Pci nel sostegno al terzo governo Andreotti, creato ai primi di agosto
con l’astensione determinante dei comunisti. Si trattava, in sostanza,
di offrire assicurazioni a Washington, dove contava ottime relazioni
personali, circa l’entrata di due rappresentanti libici nel consiglio
di amministrazione della Fiat, a seguito dell’acquisto del 10% della
società da parte della Libyan Foreign Bank; nonché di chiedere il
varo dei prestiti internazionali, di cui l’Italia aveva assoluto bisogno3.
Agnelli faceva parte del comitato esecutivo della Trilaterale insie-
me a Henry A. Kissinger, con il quale aveva stabilito rapporti ami-
chevoli durante la presidenza Nixon. L’approccio trilaterale sia ai
problemi dell’energia che ai rapporti con i paesi in via di sviluppo
veniva caldeggiato anche dal senatore repubblicano Jacob K. Javits
che, nel novembre-dicembre 1976, aveva compiuto una missione in
Europa visitando il nostro paese. Nel suo rapporto per il comitato
sulle relazioni estere del Senato statunitense, Javits aveva messo in
rilievo che il mancato sorpasso sulla Dc, nelle elezioni politiche del
giugno 1976, non aveva fatto cessare il pericolo comunista. Pertanto
Javits aveva suggerito a Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicu-
rezza nazionale del presidente Carter, il mantenimento dello status
quo sostenendo il governo Andreotti e opponendosi all’ingresso dei
comunisti nel governo. In tal modo il Pci sarebbe stato spinto a cer-
care di «rilanciare» per ottenere l’approvazione statunitense4.
Nel luglio 1977 Andreotti era volato negli Usa per rassicurare
gli alleati sui limiti della collaborazione con i comunisti nonché sul
miglioramento dei conti economici del paese, fondamentale per ot-

2
  JCL, WHCF, Subject file, Countries, Executive, Co 74 9/10/80 Through
Executive, Co 75 8/1/77-3/31/79, b Co-36, f Co 75 1/20/77, 6/30/77: Letter for
Dennis Clift, Office of the Vice President, Feb. 9, 1977; Memo for Brzezinski.
Giovanni Agnelli’s request, Feb. 22, 1977.
3
  Cfr. V. Castronovo, Introduzione, in G. Agnelli, Una certa idea dell’Europa e
dell’America, a cura di V. Castronovo, Einaudi, Torino 2004, pp. xli-xlii.
4
  JCL, WHCF, Subject file, Federal Government Organizations, Executive
Fg 36-7 1/20/77-1/20/81 Through General Fg 36-11 1/20/77-1/20/81, b Fg 155,
Folder Fg 36-10, 1/20/77-12/31/78, Study mission to Europe, November-Decem-
ber 1976.

­­­­­173
tenere nuovi prestiti dal Fmi. L’Italia era nella morsa dello squilibrio
della bilancia dei pagamenti e di un’inflazione elevata – condizione,
questa, che secondo il rapporto del senatore Javits scaturiva da fat-
tori più sociali e politici che economici. In tale situazione il governo
Andreotti di «solidarietà nazionale» (un monocolore democristiano
con l’astensione di tutti i partiti, e dunque di minoranza), se voleva
avere qualche speranza di successo nel varo delle misure deflazioni-
stiche e di rigore che si era impegnato ad adottare, aveva bisogno del
«vincolo esterno» delle sanzioni imposte dal Fmi e dagli Stati Uniti.
In contropartita avrebbe ottenuto un prestito del Fondo monetario
di 530 milioni di dollari5.
Nel memorandum preparato per il presidente Carter in vista
dell’incontro veniva esaminato anche il fenomeno della violenza poli-
tica, attribuita a piccoli gruppi di attivisti provenienti per lo più dalla
media e ricca borghesia, senza radicamento né supporto popolare e
osteggiati dai «maggiori partiti, incluso il Partito comunista»6. Se-
condo il documento, i rapporti fra le Brigate Rosse e i cecoslovacchi
(sebbene non vi fossero prove decisive di un supporto attivo da parte
di Praga) rivelavano la trama di Mosca, che utilizzava alcuni paesi
dell’Est per scopi di intelligence in Italia, nonché per fare pressioni sul
Partito comunista7. Il Pci restava dunque esposto al ricatto di Mosca.
Il 9 dicembre il National Security Council osservava con toni al-
larmati che la Dc non aveva colto la profonda preoccupazione di Wa-
shington circa lo «strisciante compromesso» che stava portando il Pci
al governo. Gli Usa avevano sostenuto il governo italiano nel mettere
a punto con il Fmi un programma di stabilizzazione per il ritorno a
un’economia non inflazionistica. Ma molto restava da fare, come ave-
va osservato l’ambasciatore Gardner in una conferenza all’Università
di Palermo il 30 novembre 1977, e la disoccupazione troppo elevata,
specialmente fra i giovani e al Sud, creava instabilità. Riguardo alla
spesa pubblica e alla scala mobile, l’Nsc era pessimista. La situazione

5
  JCL, WHCF, Subject file, Federal Government Organizations, Executive
Fg 36-7 1/20/77-1/20/81 Through General Fg 36-11 1/20/77-1/20/81, b Fg 155,
Folder Fg 36-10, 1/20/77-12/31/78, Senator J.K. Javits, Study mission to Europe.
A report to the Committee on Foreign Relations United States Senate, Nov. 18-
Dec. 11, 1976.
6
  JCL, National Security Affairs, Brzezinski Material, Vip Visit file, Israel
through Italy, b 7, Folder Italy Prime Minister Andreotti 7/26-27/27 Briefing book,
Political violence in Italy, 22 July, 1977. Il documento è ancora in parte secretato.
7
  Ibid.

­­­­­174
era talmente preoccupante che fu chiesto alle ambasciate americane
di raccogliere informazioni su come nelle capitali d’Europa si valuta-
va la situazione italiana, anche riguardo all’ingresso dei comunisti nel
governo, e di predisporre eventuali contromisure8.
Nel gennaio 1978 l’amministrazione Carter rese noto in modo
formale, tramite una dichiarazione dell’ambasciatore Gardner, il
«no» di Washington alla partecipazione del Partito comunista al go-
verno. Gianni Agnelli fu tra coloro che si congratularono con l’am-
basciatore per la fermezza mostrata da Washington sulla questione
comunista9.
La dichiarazione di Gardner fu fatta dopo che era stata avviata
una specifica serie di analisi sugli effetti che il terrorismo avrebbe
potuto avere sulla stabilità politica in Italia. A Washington, infat-
ti, crescevano le preoccupazioni per i violenti attentati che stavano
mettendo a dura prova la tenuta sociale e politica del paese. Il 18
gennaio 1978 l’ambasciatore Gardner aveva inviato a Brzezinski un
rapporto stilato dalla Cia in Italia. L’analisi in sostanza confermava
le informazioni che la Cia di Washington aveva già anticipato allo
stesso Brzezinski, ossia che il terrorismo italiano era soprattutto un
fenomeno domestico, anche se vi erano contatti non documentati
con altri gruppi terroristici in Germania e altrove10. Nel rapporto
che il generale William E. Odom, esperto di comunismo e consiglie-
re militare di Brzezinski, aveva fatto preparare su sua richiesta non
c’era alcuna prova di istigazione straniera, sebbene venissero con-
fermati i contatti con i cechi. Il terrorismo italiano, secondo quan-
to comunicato da Odom, nasceva dallo scontento verso la politica
moderata del Pci. Il fenomeno scaturiva da cause socioeconomiche,
come l’alta disoccupazione intellettuale, l’inflazione, un sistema sco-
lastico e formativo mediocre e, soprattutto, un diffuso sentimento di
disperazione e frustrazione per la mancanza di ogni convincente se-
gno che il governo stesse affrontando seriamente questi problemi11.

8
  JCL, National Security Affairs, Brzezinski Material, Country file, b 38, Fold-
er Italy 7-12/77, Memo for Brzezinski from Robert Hunter, Dec. 9, 1977; Italy and
the United States, R.N. Gardner, Palermo, 30 Nov. 1977.
9
  R.N. Gardner, Mission: Italy, Mondadori, Milano 2004, p. 203.
10
  JCL, National Security Affairs, Brzezinski Material, Country file, b 38,
Folder Italy 1-4/78, Brzezinski-Gardner, Jan. 18, 1978.
11
  JCL, National Security Affairs, Brzezinski Material, Country file, b 38,
Folder Italy 1-4/78, Sources of Terrorism in Italy, Jan. 12, 1978; ivi, Memo for
Brzezinski from Odom, Jan. 17, 1978; ivi, Memo for Brzezinski from Odom, Jan.

­­­­­175
In queste circostanze il presidente del Consiglio Andreotti ri-
volse all’amministrazione americana una richiesta che implicava
decisioni che il governo statunitense avrebbe dovuto prendere «at-
traverso processi regolari di formulazione politica», e dunque dopo
aver consultato anche il segretario di Stato Cyrus Vance. Andreotti
poneva due questioni: l’approvazione per la vendita alla Libia di
velivoli militari da trasporto G222, prodotti da Aeritalia, e concrete
proposte di investimento in Italia come effetto dell’incontro d’affari
internazionale che si era svolto a Roma12.
Il 16 marzo, immediatamente dopo il rapimento di Moro, i col-
laboratori più stretti di Brzezinski, ottenute le valutazioni della Cia,
avevano cercato di prefigurare gli scenari che avrebbero potuto
aprirsi:

A meno che Moro non sia rilasciato incolume, questo incidente avrà
un effetto profondamente destabilizzante [...] lo shock di questo inci-
dente potrebbe accrescere le pressioni per un governo più forte, che nel
contesto odierno significa un rapporto operativo più stretto fra Dc e Pci.
Se Moro è ucciso (o già lo è stato), allora lo shock potrebbe condurre la
politica italiana anche al punto di un «governo di emergenza» – incluso
il Pci – sebbene la Dc mostri continuamente un talento per evitare passi
chiari [...] il Pci, incidentalmente, condivide la preoccupazione Dc di fare
qualcosa contro il terrorismo, e questa è una questione sulla quale c’è un
largo accordo. Questo aiuta a spiegare la fretta verso il voto di fiducia
per il governo Andreotti giovedì13. Una delle fonti del terrorismo, dopo
tutto, è la disaffezione della sinistra del Pci [...] se la situazione con Moro
si trascina sarà arduo per Andreotti stare al potere. Il risultato potrebbe
essere sia nuove elezioni [...] sia anche un ulteriore coinvolgimento del
Pci al potere [...] Perciò, soltanto il sicuro ritorno di Moro o un’azione
particolarmente efficace di Andreotti potrebbero permettere all’Italia di
evitare una maggiore crisi di governo14.

11, 1978; ivi, Memo for Brzezinski from Odom, Jan. 5, 1978. Cfr. R.N. Gardner,
Mission: Italy, cit., pp. 229-232.
12
  JCL, National Security Affairs, Brzezinski Material, Country file, b 38,
Folder Italy 1-4/78, Memo for Brzezinski from Henze, 30 Jan. 1978; ivi, Memo
for Brzezinski. Request [secretato] for US Assistance, 28 Jan. 1978. Henze era
specialista Nsc ed ex responsabile Cia in Turchia ed Etiopia.
13
  Il governo Andreotti era sostenuto dal Pci, che però era insoddisfatto della
sua struttura e minacciò la sfiducia; i comunisti votarono la fiducia il 16, dopo il
rapimento di Moro.
14
  JCL, National Security Affairs, Brzezinski Material, Country file, b 38, Fold-

­­­­­176
Il giudizio della Cia su Moro era pragmatico: «Moro is the closest
thing Italy has to an indispensable man». Senza di lui sarebbero rie-
merse le tensioni all’interno della Democrazia cristiana: nessun altro
leader era in grado di ottenere la fiducia delle fazioni del partito.
Andreotti, per esempio, era rinomato per la sua abilità manovriera,
ma non aveva mai avuto prestigio dentro il partito e molti colleghi
ne diffidavano. Per l’eccessivo pragmatismo, Fanfani era ritenuto un
opportunista e Zaccagnini, ampiamente rispettato, era considerato
un amministratore mediocre. Quanto ai comunisti, era Moro il loro
principale interlocutore15.
Intanto, l’elezione del «papa polacco» Giovanni Paolo II, nell’ot-
tobre 1978, e, nel dicembre, l’istituzione del Sistema monetario eu-
ropeo, entrato in vigore nel marzo 1979, avevano prodotto un’altra
incrinatura nella politica di distensione Est-Ovest, anche se allora
non se ne potevano prevedere gli effetti dirompenti.

Una strategia di cooperazione transatlantica

Stati Uniti e Italia, all’inizio del 1979, avevano alcuni problemi co-
muni, che l’amministrazione Carter era intenzionata ad affrontare
attraverso il parallelo rafforzamento dei sistemi economici e delle
istituzioni democratiche. In un rapporto «di avanzamento» sulle re-
lazioni fra i due paesi, «The strategy of cooperation», del febbraio
1979, erano stati individuati dieci settori strategici nei quali la coo-
perazione era progredita o doveva essere sviluppata: energia, salute
e ambiente, lavoro e sicurezza sociale, commercio e investimenti,
tassazione e regolazione finanziaria delle corporations, agricoltura,
leggi e ordinamento giudiziario, nonché programmi culturali16.
Nel settore dell’energia, nel maggio 1975 era stato costituito l’Ita-
lian-American Energy Working Group e si erano predisposti progetti

er Italy 1-4/78, Memo for Brzezinski from Robert Hunter and Odom, March 16,
1978.
15
  JCL, National Security Affairs, Brzezinski Material, Country file, b 38,
Folder Italy 1-4/78, Situation report on Italy. Sulla storiografia della guerra fredda
e Moro si veda A. Varsori, Cold War History in Italy, in «Cold War History», 8, 2,
2008, pp. 157-187.
16
  JCL, WHCF, Subject file, Countries, Executive, Co 74 9/10/80 Through
Executive, Co 75 8/1/77-3/31/79, b Co-36, Folder Co 75 8/1/77, 3/31/79, The
strategy of cooperation. A progress report, Feb. 1979.

­­­­­177
congiunti fra Italia e Usa focalizzati su specifiche problematiche e fon-
ti energetiche (solare, carbone, geotermico, conservazione dell’ener-
gia, nucleare). L’intento era quello di ridurre la dipendenza italiana
dal petrolio sviluppando risorse energetiche nazionali, diversificando
le fonti e conservando l’energia ogni volta che fosse possibile.
Gli Stati Uniti avevano riconosciuto di essere i principali respon-
sabili dello spreco energetico mondiale, con un consumo per perso-
na doppio di quello di paesi con simili standard di vita, come Germa-
nia e Svezia. Una spinta a rivedere la politica energetica venne dalla
task force trilaterale sull’energia, lanciata dopo il meeting di Tokyo
del gennaio 1977 (si veda infra, il paragrafo La Trilaterale). L’amba-
sciatore Gardner era dell’opinione che, specialmente nelle economie
del Terzo Mondo, si dovesse puntare sulle energie rinnovabili. In
tal senso l’Agency for International Development aveva avviato un
vasto studio sulle tecnologie per l’energia rinnovabile nei paesi in via
di sviluppo, nel quadro di un impegno dell’amministrazione Carter a
incrementare il programma bilaterale di aiuti verso queste regioni17.
Nell’autunno-inverno 1978 esperti italiani di energia solare ave-
vano visitato gli Stati Uniti e si erano messi a punto programmi di
collaborazione nel fotovoltaico, nei sistemi di conversione delle alte
temperature termali, nelle applicazioni civili e industriali delle basse
temperature (storage system, riscaldamento e raffreddamento, design
delle costruzioni, applicazioni dei processi industriali di riscaldamen-
to). Per l’energia solare si decise di individuare alcuni siti sperimentali
in Sicilia, Sardegna e Calabria. Nel novembre 1978 fu sottoscritto un
accordo fra la Solarex Corporation di Rockville (Maryland), leader
nella produzione di cellule fotovoltaiche, e la Montedison per la fab-
bricazione di pannelli fotovoltaici che avrebbero usato la tecnologia
americana per sviluppare questa energia in Italia. Invece nel campo
della geotermia fu siglata un’intesa fra l’Enel e il governo federale. Un
altro accordo era stato firmato dal Dipartimento dell’Energia america-
no con il Jet Propulsion Laboratory e la Fiat per lo studio preliminare
di un veicolo a motore ibrido benzina-elettrico.
Quanto al nucleare, la cooperazione si sviluppava in modi diffe-
renti. In seguito all’impegno preso da Carter con il presidente del

17
  JCL, National Security Affairs, Brzezinski Material, Country file, b 38, Fol-
der Italy 7-12/77, The foreign economic policy of President Carter, discorso tenuto
da Gardner a Milano, il 14 dicembre 1977, di fronte agli istituti per gli studi di
politica internazionale e all’Unione cristiana imprenditori dirigenti.

­­­­­178
Consiglio Andreotti, durante il loro incontro del luglio 1977 a Wa-
shington, la Export-Import Bank aveva promesso di considerare fa-
vorevolmente la richiesta italiana di finanziamento per il programma
di costruzione di quattro reattori nucleari. La banca americana si
era impegnata anche a mediare per ottenere sovvenzioni da capitali
privati americani. Inoltre la Nuclear Regulatory Commission aveva
avviato attività di cooperazione con il Cnen nel campo della sicu-
rezza dei reattori atomici e si era programmata una serie di iniziati-
ve congiunte di comunicazione su queste attività. Nel marzo 1979
erano previste una mostra e una conferenza a Milano, promosse dal
Dipartimento dell’Energia e da quello del Commercio, che avreb-
bero impegnato più di 35 imprese statunitensi sulle tecnologie per
lo stoccaggio dell’energia solare. A ottobre si attendeva invece una
mostra a Bologna sulle tecniche di conservazione dell’energia nel
settore delle costruzioni.
Nel comparto biomedicale l’accordo bilaterale Italia-Usa ri-
saliva al 1967, ed era gestito congiuntamente da Cnr e National
Science Foundation. Nel 1979 vi erano circa 60 progetti di ricerca
biomedicale in corso, di cui otto nella terapia del cancro e im-
munochimica. Molti di questi progetti riguardavano l’ambiente e
l’inquinamento atmosferico. Fra l’altro, un comitato finanziato da
un’istituzione privata americana aveva formato un gruppo di stu-
dio con ricercatori italiani per analizzare e valutare le conseguen-
ze a lungo termine, sull’ambiente e la popolazione, dell’incidente
chimico di Seveso18.
Una collaborazione tecnica era stata stabilita anche con il Dipar-
timento americano del Lavoro, a metà del 1978, dal presidente del
Consiglio Andreotti e dal ministro del Lavoro Scotti.
L’ambasciata americana a Roma aveva avuto un ruolo rilevante
nel salvaguardare e favorire le relazioni commerciali fra i due paesi.
Si era evitato un aumento delle tariffe sull’import di scarpe italiane
e impedito che, nel caso dell’aviazione civile e dell’acciaio, i rapporti
commerciali si deteriorassero a motivo della crisi che aveva colpito
l’industria americana. In seguito alla chiusura di numerose imprese,
nel 1979 la capacità di questi settori produttivi si era ridotta ai livelli
di metà anni Sessanta. Lo US International Trade Center di Milano
era divenuto un punto di informazione sui prodotti ad alta tecnolo-

  Ibid.
18

­­­­­179
gia per l’industria italiana, mentre l’ambasciata di Roma lavorava a
stretto contatto con l’Ice19.
All’inizio del 1979 gli investimenti esteri diretti degli Stati Uniti
ammontavano a circa 3 miliardi di dollari, ma il nostro paese ri-
maneva scarsamente attrattivo per le società americane rispetto alle
maggiori economie comunitarie come Germania Federale, Francia,
Olanda, Gran Bretagna. Tuttavia, accordi e intese mostravano che
nei settori delle produzioni militari e aeronautiche l’Italia aveva
buone carte da giocare20. Fra l’altro, nel 1978 era stato concluso
l’accordo fra Boeing e Aeritalia, del gruppo Finmeccanica, per la
produzione dei componenti del B767 per il trasporto commerciale
e, nel settore informatico, l’Ibm avrebbe investito in un impianto
produttivo a Santa Palomba, a sud di Roma21.
L’Italia era da tempo in prima fila nella ricerca e nello sviluppo
di tecnologie spaziali. Nel giugno 1962 aveva sottoscritto la conven-
zione per la nascita della European Space Research Organization, da
cui aveva preso avvio lo European Space Research Institute di Fra-
scati. Dai contatti di Luigi Broglio con la Nasa erano nate importanti
collaborazioni che avevano condotto alla creazione dell’Istituto na-
zionale per le ricerche spaziali nell’ambito del Cnr. In questo quadro
prese avvio il «progetto San Marco», che – come abbiamo già visto
– aveva consentito all’Italia di essere il terzo paese al mondo, dopo
gli Usa e l’Urss, a mandare in orbita un satellite, nel dicembre 1964.
Invece la collaborazione fra Stati Uniti e Cee riprese, dopo un
certo ristagno delle attività spaziali europee, fra la fine del decennio
Sessanta e l’inizio di quello successivo, aprendo una nuova fase per
la ricerca satellitare. L’Italia intanto procedeva per conto suo e nel
1974, con un finanziamento del governo, iniziava la realizzazione del
progetto Sirio (Satellite italiano per la ricerca industriale operativa):
il lancio in orbita di Sirio 1 da Cape Canaveral fu effettuato il 25
agosto 1977. La ripresa della cooperazione fra Europa e Stati Uni-
ti aveva determinato, nel 1975, l’istituzione della European Space

19
  Ibid.
20
  JCL, WHCF, Subject file, Countries, Executive, Co 74 9/10/80 Through
Executive, Co 75 8/1/77-3/31/79, b Co-36, Folder Co 75 8/1/77, 3/31/79, Memo
for Brzezinski. Visit of Italian defense minister Lattanzio, Sep. 2, 1977.
21
  JCL, WHCF, Subject file, Countries, Executive, Co 74 9/10/80 Through
Executive, Co 75 8/1/77-3/31/79, b Co-36, Folder Co 75 8/1/77, 3/31/79, The
strategy of cooperation. A progress report, Feb. 1979.

­­­­­180
Agency, che si occupava di satelliti per telecomunicazioni e satel-
liti scientifici. In questi settori Aeritalia per le grandi infrastrutture
spaziali e Selenia per le telecomunicazioni si erano collocate come
società capofila dei progetti italiani. Dal 1974 al 1983 era stato svi-
luppato il progetto Spacelab, con il quale l’Italia diveniva terza in
Europa, dopo Francia e Germania, nella ricerca spaziale22. Nel cam-
po dei servizi satellitari Telespazio, costituita nel 1961 dalla società
di telecomunicazioni Italcable e dalla Rai, aveva rafforzato la propria
presenza nelle attività legate all’osservazione della terra mediante
l’accordo con la Nasa del 9 maggio 1974 e aveva sviluppato questa
specializzazione in ambito europeo23.

La Trilaterale

Il 1977, visto dalla sede newyorkese della Trilaterale, era stato davve-
ro straordinario. L’influenza della Commissione sulla scena mondiale
era aumentata notevolmente come effetto del largo numero di com-
missari entrati a far parte dei governi nel mondo. Negli Stati Uniti
questa ascesa era stata spettacolare, con 18 commissari, fra uomini
e donne, passati nella nuova amministrazione. Fra loro il presidente
Jimmy Carter, il vicepresidente Walter F. Mondale, il segretario di Sta-
to Cyrus R. Vance, il segretario del Tesoro W. Michael Blumenthal, il
segretario della Difesa Harold Brown, l’ambasciatore in Italia Richard
N. Gardner, e altri 13 funzionari in posizioni chiave a Washington24.
Zbig­niew Brzezinski, assistente del presidente per la sicurezza nazio-
nale, era stato a sua volta direttore operativo della Commissione.
Il «trilateralismo» corrispondeva a una visione geopolitica che
aspirava al miglioramento delle relazioni politiche ed economiche
internazionali e al progresso della democrazia attraverso una più
stretta collaborazione fra Stati Uniti, Europa e Giappone, leader

22
  V. Zamagni, Finmeccanica, Il Mulino, Bologna 2009, pp. 221-233.
23
  Archivio Centrale dello Stato, CNR Sezione spazio, b 27, f 72, 73, 74, Co-
mitato scientifico Piano spaziale nazionale, 13 luglio 1983.
24
  In Nord America, 18 membri entrarono nell’amministrazione e due nel go-
verno del Canada. La Commissione accolse perciò 28 nuovi membri, inclusi rap-
presentanti del Congresso, sindacalisti, senatori, uomini d’affari e accademici. Fra
gli altri entrarono George Bush, ex direttore della Cia ed ex capo dell’Ufficio per i
rapporti con gli Usa a Pechino, e Paul A. Volcker, presidente della Federal Reserve
Bank di New York.

­­­­­181
dello sviluppo economico e del progresso democratico, e il resto
del mondo. Una nuova enfasi sulle relazioni trilaterali appariva
nei discorsi ufficiali del presidente Carter come in quelli del vice-
presidente Mondale, pronunciati durante il suo viaggio in Europa
occidentale e Giappone nel gennaio 1977, nonché nel nuovo im-
pulso dato al coordinamento trilaterale nel summit che si svolse a
Downing Street nel maggio 197725. Fra le questioni esaminate nei
meeting della Trilaterale aveva priorità il coordinamento macroe-
conomico fra i paesi aderenti: Stati Uniti, Giappone e Germania
Federale erano le «locomotive» di una ripresa generale. Ma anche la
collaborazione con i paesi comunisti per affrontare e risolvere gran-
di problemi mondiali come l’alimentazione, la non proliferazione
nucleare, il controllo degli oceani, il commercio Est-Ovest era una
prospettiva perseguita in questa visione geopolitica.
Fra le figure italiane di spicco della Commissione trilaterale vi
erano, oltre a Gianni Agnelli, l’ex ambasciatore Guido Colonna di
Pagliano; Guido Carli, presidente di Confindustria ed ex governa-
tore della Banca d’Italia; Manlio Brosio, già segretario generale del-
la Nato; Paolo Vittorelli, direttore dell’«Avanti»; Umberto Colom-
bo, ex direttore del Comitato per la politica scientifica dell’Oecd e
direttore generale della Divisione ricerca e sviluppo di Montedison,
che era entrato a far parte della task force per la produzione di cibo
nei paesi in via di sviluppo. Un ruolo importante ebbe in particolare
Egidio Ortona, che nel 1980 fu anche vicepresidente della Trilate-
rale per l’Europa26. Fra gli esponenti dell’establishment politico eu-
ropeo, presenziavano agli incontri della Commissione Willy Brandt,
ex cancelliere della Repubblica federale tedesca nonché capo della
Spd e dell’Internazionale socialista, e Raymond Barre, che lasciò
la Trilaterale per divenire primo ministro e ministro delle Finanze
della Francia.
La Commissione trilaterale era nata nel 1973, su iniziativa di una
élite di privati cittadini dell’Europa occidentale, del Giappone e del

25
  JCL, WHCF, Subject file, Federal Government Organizations, General,
Fg 6-1-1 Brz. Zbi. 8/1/77-8/31/77 Through General, Fg 6-1-1 Bzr. Zbi. 2/1/78-
2/28/78, b Fg-31, Folder Fg 6-1-1 Bzr. Zbi. 11/16/77-12/31/77, The Trilateral
Commission, Fourth Annual Report, Dec. 1977.
26
  Per le informazioni sulla Trilaterale ringrazio il dottor Ernesto Vellano, che
ha fatto parte dell’organizzazione sin dalla sua costituzione ed è stato segretario del
gruppo italiano per molti anni.

­­­­­182
Nord America, per favorire una più stretta cooperazione fra queste
tre aree come fucina di idee e soluzioni concrete in una prospettiva
planetaria. Il presidente della sezione americana, David Rockefel-
ler, aveva messo a punto l’idea di creare questo sodalizio elitario
discutendone, fra gli altri, con Gianni Agnelli, che fu un autorevole
esponente del comitato esecutivo della Trilaterale.
Nel settembre 1976, uno dei meeting regionali europei si svolse
a Roma con la partecipazione di Brzezinski. Fu un’occasione per
riunire molti politici italiani, insieme al presidente Leone e a Gian-
ni Agnelli. In quell’autunno Colombo scriveva un articolo per la
rivista «Trialogue» dimostrando l’importanza del trasferimento di
tecnologia per le relazioni Nord-Sud. La tecnologia, come parte del
processo di crescita economica, se propriamente usata, secondo Co-
lombo, aveva il potenziale per far muovere il mondo verso strutture
economiche e sociali più equilibrate27.
La task force trilaterale sull’energia fu lanciata dopo il meeting
di Tokyo del gennaio 1977. Le previsioni sul rapporto fra domanda
e offerta di energia erano cupe a motivo degli scarsi risultati ottenuti
dai governi di Europa, America e Giappone nello sviluppare ade-
guate ed efficaci politiche di intervento dopo lo shock petrolifero del
197328. L’espansione della produzione di energia da parte dei paesi
in via di sviluppo e il suo commercio con quelli avanzati erano stati
programmati fra le questioni prioritarie per il triennio 1980-1982.
Nel meeting del marzo 1980, che si svolse a Londra, fu affrontato
il tema della importante redistribuzione di potere economico avvenu-
ta fra i paesi aderenti alla Trilaterale nell’ultimo decennio, alla quale
non era corrisposta una significativa riallocazione delle responsabili-
tà politiche e militari. Di fatto, si continuava ad agire come se nulla
fosse mutato rispetto agli equilibri della «pax americana» degli anni
del dopoguerra. Questo iato anacronistico era ritenuto pericoloso
per le stesse relazioni trilaterali. La continua dipendenza dal petrolio
del Golfo Persico, la volatilità del Medio Oriente, la prospettiva di

27
  JCL, WHCF, Federal Government Organizations, Executive Fg 6-1-1 Brz.
Zbi. 9/1/78-11/15/78 Through Executive Fg 6-1-1 Brz. Zbi. 6/16/79-8/31/79, b
Fg 28, Folder Fg 6-1-1 Brz. Zbi. 9/1/78-11/15/78, Memo for Brzezinski, Trilateral
Commission Task Forces 1980-82, Nov. 3, 1978.
28
  JCL, WHCF, Federal Government Organizations, Executive Fg 6-1-1 Brz.
Zbi. 2/16/78-3/31/78 Through Executive Fg 6-1-1 Brz. Zbi. 6/16/78-8/31/78, b
Fg 27, Folder Fg 6-1-1 Brz. Zbi. 5/1/78-5/15/78.

­­­­­183
risposte di matrice protezionistica alla recessione economica erano
soltanto alcuni dei pericoli insiti in questa incongruenza. In partico-
lare, ciò che stava avvenendo in Afghanistan metteva in luce i rischi
che derivavano dalla sproporzione fra il fiacco contributo europeo e
giapponese alla leadership politica e militare mondiale e l’azzardo di
azioni unilaterali da parte degli Usa29. Ma nel meeting di Londra c’era
anche chi suggeriva di guardare oltre questo orizzonte. Il segretario
generale del Commonwealth, Shridath S. Ramphal, osservava che l’es-
sere entrati in un’era di negoziazioni globali richiedeva rapporti più
ampi di quelli trilaterali. Gli europei sembravano dare per scontato
l’impegno americano, ma la responsabilità di Washington richiedeva
un impegno altrettanto fermo dell’Europa per la sicurezza comune,
l’apertura degli scambi, un sistema monetario comune e il pieno soste-
gno alle responsabilità globali dell’America. E ciò valeva anche per il
Giappone. Perché il pericolo più insidioso per il mondo, secondo l’ex
ministro degli Esteri giapponese Kiichi Miyazawa, era lo squilibrio fra
potere e responsabilità, attraverso l’Atlantico e attraverso il Pacifico30.

Teheran e i vincoli di dipendenza dell’Italia

La vicenda degli ostaggi all’ambasciata americana di Teheran (4


novembre 1979) ebbe ripercussioni anche sui rapporti fra Italia e
Iran31. Essa mise in luce i limiti all’azione internazionale dell’Italia
che derivavano da una politica estera di partecipazione senza piena
rispondenza alle responsabilità tanto nei rapporti con l’alleato ame-
ricano, quanto nell’ambito Nato. Il governo Cossiga aveva lanciato
appelli a Teheran per il rilascio degli ostaggi e aveva appoggiato gli
sforzi americani presso l’Onu. Ma quando si era trattato di adottare
le sanzioni contro l’Iran sollecitate dal presidente Carter e di blocca-
re la fornitura di elicotteri Agusta e di loro parti di ricambio, la Far-
nesina si era tirata indietro. Il segretario generale del ministero degli

29
  JCL, WHCF, Federal Government Organizations, General Fg 6-1-1 Brz.
Zbi. 10/1/79-12/31/79 Through Executive Fg 6-1-1 Bush Rhonda 1/20/77-
1/20/81, b Fg-34, Folder Fg 6-1-1 Brz. Zbi. 5/16/80-7/31/80, The London Meeting
at a Glance, March 23-25, 1980. La discussione sul Medio Oriente era stata intro-
dotta da Arrigo Levi, columnist della «Stampa» di Torino e del «Times» di Londra.
30
  Ibid.
31
  Sui molteplici aspetti della guerra fredda cfr. F. Romero, Cold War Historio-
graphy at the Crossroads, in «Cold War History», 14, 4, 2014, pp. 685-703.

­­­­­184
Affari esteri, Francesco Malfatti (fratello dell’allora ministro degli
Affari esteri Franco Maria Malfatti), in un incontro con l’ambascia-
tore Gardner diede rilievo alla vulnerabilità della posizione italiana
nei confronti dell’Iran, sia per i molti lavoratori italiani impegnati
in programmi di costruzione in quel paese, sia per i cospicui crediti
concessi dal governo ai progetti in corso32.
In quei frangenti apparve in tutta evidenza come la dipendenza
per le risorse energetiche dalle forniture di petrolio di paesi auto-
ritari come Iran, Libia, Iraq, oltre che Arabia Saudita, quando si
creavano situazioni di tensione internazionale, finisse col porre limiti
e ipoteche anche sull’autonomia delle scelte politiche. Infatti l’espo-
sizione verso i paesi produttori di petrolio costituiva un fattore di
vulnerabilità quanto più si facevano sentire i moniti di Washington
per il rispetto dei valori dell’Alleanza atlantica e occidentali.
Tuttavia il vincolo più sostanziale impegnava il sistema economi-
co nazionale a motivo della dipendenza tecnologica – questa senza
concrete alternative – dei settori produttivi più avanzati dalle licen-
ze delle corporations americane. Così, dopo mesi di nervosismo fra
Washington e Roma, l’impasse delle forniture di elicotteri all’Iran fu
sbloccata in seguito a un incontro fra il conte Agusta e l’ambasciatore
Gardner. L’ambasciatore aveva ricordato all’imprenditore italiano che
egli produceva i velivoli su licenza di una società americana e che, nel
caso avesse proceduto alla consegna dell’ordinativo a Teheran, diffi-
cilmente avrebbe potuto usufruire ancora di quell’autorizzazione33.
Il commercio estero dell’Italia era stato oggetto anche di una mis-
siva personale del leader sovietico Brežnev al presidente del Consiglio
Andreotti, nel novembre 1978. In questo caso si trattava della vendita
di armi italiane alla Cina, che Mosca cercava di bloccare. La lettera fu
usata da Andreotti – che ne distribuì copia ai responsabili dei partiti
che sostenevano il suo governo e, innanzitutto, ai comunisti per farli
uscire allo scoperto – per dimostrare che anche da parte di Mosca vi
erano «inaccettabili» interferenze sui processi di decisione italiani34.

32
  R.N. Gardner, Mission: Italy, cit., pp. 332-333.
33
  Ivi, pp. 332-334. JCL, National Security Affairs, Brzezinski Material, Coun-
try file, Italy 5/78 Through Ivory Coast 1/77-1/81, b 39, Folder Italy 1-30/80, Am-
bassador’s meeting with Agusta, March 17, 1980.
34
  JCL, National Security Affairs, Brzezinski Material, Country file, Italy 5/78
Through Ivory Coast 1/77-1/81, b 39, Folder Italy 1-12/79, Brezhnev letter to
prime minister Andreotti, Nov. 18, 1978.

­­­­­185
La quasi totale dipendenza energetica dalle forniture di petrolio
dei paesi arabi rendeva estremamente vulnerabile l’Italia, esposta
com’era alle conseguenze di impreviste carenze nelle forniture. All’i-
nizio del dicembre 1979 i sauditi sospesero un contratto con l’Eni
per 100.000 barili di greggio a motivo dei rumors sul pagamento
di tangenti a funzionari sauditi e dello scoppio dello scandalo Eni-
Petronim; l’11 dicembre il presidente del Consiglio Cossiga chiese
al segretario di Stato Vance di intervenire presso gli stessi sauditi
per persuaderli a non interrompere i rifornimenti. La questione era
stata sollevata anche dal ministro dell’Industria Bisaglia con il se-
gretario all’Energia Charles Duncan a Parigi, il 9 dicembre. Alcuni
mesi prima, in febbraio e marzo, il governo aveva già sollecitato un
intervento degli Stati Uniti presso le majors americane perché in-
crementassero le forniture di greggio all’Italia. Washington aveva
chiesto che la questione fosse posta anche nella sede dell’Internatio-
nal Energy Agency, preposta al coordinamento internazionale e in
situazioni di emergenza dell’offerta di petrolio, ma innanzitutto che
Roma rivedesse la politica di controllo sui prezzi del greggio.
Secondo il Dipartimento di Stato, infatti, la carenza di petrolio sul
mercato italiano era causata da questa politica restrittiva che rende-
va difficile per i produttori indipendenti importare a prezzi più alti
di quelli imposti dallo Stato. Washington avrebbe dovuto comunque
tenere conto delle richieste del governo italiano per una serie di con-
siderazioni politiche. Innanzitutto perché il governo Cossiga era un
alleato affidabile: aveva appoggiato con fermezza la politica americana
su questioni strategiche come lo spiegamento degli armamenti nuclea-
ri in Europa ed era stato solidale nello sviluppare sanzioni economiche
contro l’Iran. Vi erano poi ragioni di opportunità internazionale: l’Ita-
lia avrebbe assunto la presidenza della Comunità europea dal gennaio
al luglio 1980 e ospitato il summit economico di Venezia. Inoltre, la
questione del petrolio saudita riguardava direttamente la sicurezza e la
strategia internazionale degli Usa, poiché l’Italia era un fornitore affi-
dabile di carburante per la Sesta flotta. Infine, una penuria di petrolio
avrebbe potuto indebolire seriamente il governo italiano, mettendone
a rischio la tenuta e aprendo spazi imprevisti ai comunisti. E quest’e-
sito sarebbe stato contrario all’interesse americano35.

35
  JCL, National Security Affairs, Brzezinski Material, Country file, Italy 5/78
Through Ivory Coast 1/77-1/81, b 39, Folder Italy 1-12/79, Italian request for U.S.
assistance on oil supplies.

­­­­­186
Il Golfo Persico e l’Urss

Il 25 dicembre 1979 i reparti dell’Armata Rossa iniziavano l’invasio-


ne dell’Afghanistan, occupandone i punti nevralgici e chiudendo gli
accessi da Pakistan e Iran. A Washington si osservava con estrema
preoccupazione il precipitare degli eventi e il formarsi di un peri-
coloso «arco di crisi» e instabilità fra Europa e Asia. Carter decise
di rispondere con fermezza a quella che appariva come una sfida di
estrema gravità. In gennaio, nel discorso dell’Unione, il presidente
enunciò la sua dottrina del contenimento: «Ogni tentativo di acquisire
il controllo della regione nel Golfo Persico» sarebbe stato considerato
un attacco ai vitali interessi degli Stati Uniti. Questo comportò innan-
zitutto il congelamento del Salt II, l’aumento delle spese per la difesa
e per gli aiuti militari al Pakistan, un embargo sulle vendite di grano e
tecnologia all’Urss, nonché il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca36.
Un anno dopo, il 15 gennaio 1981, Carter emanava la direttiva presi-
denziale Nsc-63 che fissava le linee strategiche lungo cui continuare la
politica di sicurezza del Golfo Persico. A perseguire questa strategia
offensiva non sarebbe stata l’amministrazione Carter, ma il presidente
Reagan, che si insediava alla Casa Bianca pochi giorni dopo. Fra le
questioni economiche restava fondamentale mettere a punto una po-
litica del petrolio che, da una parte, assicurasse i rifornimenti all’Oc-
cidente a un prezzo ragionevole e, dall’altra, riducesse la dipendenza
dal Golfo Persico. Tutto ciò, per compensare la redistribuzione delle
risorse americane verso la sicurezza nel Golfo Persico, richiedeva che
gli alleati a loro volta si impegnassero investendo di più nelle spese per
la difesa e la deterrenza in Europa e nel Nord-Est asiatico, oltre che in
assistenza nella regione37. La stabilità economica era riconosciuta co-
me una componente cruciale per il processo di sicurezza di cui tenere
conto in ogni decisione di assistenza economica o militare.
Le sanzioni commerciali contro l’Urss erano parte di un più am-
pio spettro di azioni in risposta all’invasione dell’Afghanistan. Carter
voleva dimostrare a Mosca che azioni come questa non erano senza
costi aggiunti e che avrebbero incontrato la più ferma opposizione

36
  O.A. Westad, The Global Cold War, cit., pp. 550-552, 321-334.
37
  JCL, Donated Historical Material, Zbigniew Brzezinski Collection, Sub-
ject file, Meetings Muskie-Brown-Brzezinski 10/80-1/81 Through Meetings Prc
55:2/27/78, b 24, Meetings Muskie-Brown-Brzezinski 10/80-1/81, Presidential
directive, draft, Jan. 6, 1981.

­­­­­187
da parte degli Stati Uniti: l’incursione afghana avrebbe avuto gravi
ripercussioni sui rapporti e sugli scambi Usa-Urss. Tuttavia, perché
le sanzioni avessero pieno impatto, occorreva anche la cooperazio-
ne degli alleati. Infatti, il presidente intendeva rivedere i criteri per
l’export di beni ad alta tecnologia e le licenze per i brevetti di più
rilevante valore tecnologico. Fra gli altri, vennero ritirate le licenze
per pezzi di ricambio dei computer Ibm installati nella fabbrica di
autocarri presso il fiume Kama, e furono negate nuove licenze per
un valore di miliardi di dollari38.
Intanto, accordi multilaterali erano stati proposti agli alleati al
fine di ampliare la lista dei prodotti soggetti al controllo del CoCom,
per includervi anche beni riguardanti lo sviluppo delle infrastrutture
economiche sovietiche. In questo elenco erano inclusi essenzialmen-
te macchinari e tecnologia per la modernizzazione ed espansione
di alcune industrie pesanti, e che erano considerati sensibili per la
sicurezza nazionale (automotive, macchine utensili, chimica e pe-
trolchimica, metallurgia, comunicazioni, macchine da costruzione).
Dall’embargo erano stati esclusi i paesi dell’Europa dell’Est, i cui
governi dovevano impegnarsi, a loro volta, a rispettare il divieto di
export verso l’Urss.
I governi europei si rifiutavano però di aderire a nuove sanzioni
commerciali e intendevano mantenere una dimensione intra-euro-
pea della distensione. Così l’antagonismo bipolare doveva misurarsi
con forme diverse di cooperazione e di rapporti intra-europei39. La
nuova diplomazia di Carter aveva ottenuto risultati significativi in
Centro e Sud America. Nel 1978 il presidente era riuscito a mediare
lo storico accordo di pace fra Egitto e Israele con i negoziati segreti
di Camp David. Invece l’esplosione del conflitto fra Etiopia e So-
malia, complicato da mutamenti nelle alleanze sul campo, portò al
trionfo di Mosca nel sostegno al regime di Menghistu. In questo qua-
dro di rinnovata tensione bipolare, alla fine del 1978 fu annunciata la
ripresa delle piene relazioni diplomatiche fra Usa e Cina.
Il livello del debito estero dei paesi comunisti verso quelli occi-
dentali era un fattore rilevante nelle relazioni economiche Est-Ovest.

38
  JCL, Briefing Book: CEA/Economic Planning Agency Bilaterals 5/22/80
Through Briefing Book, Dept. of State, Usa, Delegation to Oecd, Box 116, Folder
2; Briefing Book: CEA/Economic Planning Agency Bilaterals 5/22/80 (2), U.S.
Trade sanctions against the Soviet Union, 4/18/80.
39
  F. Romero, Storia della guerra fredda, cit., p. 280.

­­­­­188
Il debito corrente era il prodotto di tentativi di modernizzazione
economica che passavano attraverso il commercio con l’Occidente.
Gli scambi fra i paesi occidentali industrializzati e quelli del Council
for Mutual Economic Assistance (Cmea), l’Urss e gli altri erano più
che raddoppiati fra 1972 e 1979. Ma in modo asimmetrico: l’Unione
Sovietica e gli altri avevano accumulato un pesante deficit in valu-
ta pregiata. La percezione del rischio di insolvenza era aumentata
in modo esponenziale dopo l’invasione dell’Afghanistan e il conse-
guente deterioramento delle relazioni Est-Ovest40.
Sull’Afghanistan vi furono più motivi di tensione nelle relazioni
Usa-Italia di quanti ve ne fossero stati per l’Iran. Il governo italiano
aveva convenuto con gli americani che l’invasione delle truppe so-
vietiche era una grave minaccia, perché metteva a rischio le forniture
di petrolio all’Europa e la difesa Nato. E aveva compiuto i passi
diplomatici necessari, richiamando il proprio ambasciatore a Kabul
e cancellando il programma di aiuti al regime di Karmal. Quando
si trattò di bloccare i crediti all’Unione Sovietica, tuttavia, l’esecu-
tivo temporeggiò, affermando che avrebbe atteso le decisioni degli
altri membri della Comunità europea. Per parte loro, né Francia né
Germania sembravano intenzionate a effettuare riduzioni nei crediti
all’Urss. E anche il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca da parte
degli italiani appariva – come in effetti fu – assai improbabile41.
Ancora più preoccupante, nella prospettiva di Washington, era
che l’Italia intendesse vendere prodotti nucleari all’Iraq. Umberto
Colombo, allora presidente del Cnen, aveva informato di questi
passi l’ambasciatore Gardner. La questione allarmò tanto di più
Washington perché, oltre alla vendita italiana di un laboratorio di
radiochimica con l’attrezzatura per il riprocessamento del plutonio
e un programma di training degli iracheni, a loro volta i francesi
avevano accettato di vendere a Baghdad il reattore nucleare da 70
megawatt Osirak. Queste due attrezzature messe insieme, secondo
gli scienziati americani, avrebbero potuto essere sviluppate e impie-
gate per la costruzione di ordigni nucleari42.

40
  JCL, WHCF, Subject file, Foreign Affairs, Confidential, Fo 4 1/20/77-
1/20/81 Through General Fo 4-2 1/20/77-1/20/81, b Fo 33, Folder Fo 4-2
1/20/77-1/20/81, Communist country hard currency debt in perspective, Depart-
ment of Commerce, July 1980.
41
  R.N. Gardner, Mission: Italy, cit., pp. 334-335.
42
  Ivi, pp. 335-336.

­­­­­189
La questione delle sanzioni all’Iran, come quella dell’invio di alcu-
ne navi italiane nel Golfo Persico, diede nuova linfa all’antiamericani-
smo da parte comunista. Sul quotidiano del Pci, «l’Unità», apparvero
numerosi e veementi articoli contro gli Usa, colpevoli di voler «piega-
re» l’Iran, un paese che dopo anni di orribile dittatura stava finalmente
trovando la sua strada, e di trattare l’Italia come «schiava». L’amba-
sciatore Gardner ne inviò una copia a Brzezinski, insieme con il testo
dell’interrogazione di alcuni parlamentari comunisti, per aggiornarlo
sull’atteggiamento di ostilità del Pci, ossia di un aspirante partito di
governo, nei riguardi degli Stati Uniti e della Nato43.

I summit di Tokyo e di Venezia

La questione delle risorse petrolifere fu al centro del summit di


Tokyo fra i paesi più industrializzati, nel giugno 1979. In quell’oc-
casione i paesi della Cee confermarono l’impegno e la volontà di
ridurre i consumi interni di greggio. Italia, Francia, Germania e
Gran Bretagna si erano impegnate a ridurre le importazioni, entro
il 1985, al livello del 197844. Ma in quell’anno Italia e Germania
avevano firmato un accordo con la Libia per l’acquisto di greggio,
impegnandosi a investire nell’esplorazione di nuovi pozzi petrolife-
ri e nello sviluppo del paese nordafricano.
L’interazione fra l’azione politica degli Stati Uniti, l’Europa e il
Giappone era stata analizzata in un memorandum sul declino della
leadership americana preparato dalla Cia. «L’influenza americana
sta declinando, sebbene in gradi e modi differenti, in tutte le fasi
della relazione con gli alleati. Il cambiamento comporta infatti una
diminuzione del potere decisionale americano e influenza i suoi al-
leati come conseguenza di una mancanza di fiducia nel senso di re-
sponsabilità e competenza politica, così come del declino percepito
nel relativo potere politico, economico e militare»45.

43
  JCL, WHCF, Subject file, Countries, Executive, Co 75 4/1/79-1/25/80
Through Confidential, Co 78, 8/1/79-1/20/81, b Co-37, Folder Co-75, 1/26/80-
1/20/81, Gardner-Brzezinski, Rome, May 23, 1980.
44
  JCL, Donated Historical Material, Zbigniew Brzezinski Collection, Subject file,
Meetings Muskie-Brown-Brzezinski 10/80-1/81 Through Meetings Prc 55:2/27/78,
b 24, Folder Meetings Prc 8:3/24/77, Status report on the Tokyo summit.
45
  JCL, National Security Affairs, Brzezinski Material, Subject file, Debate
Briefing Materials: Dom. Through Enhanced Radiation Weapons, b 16, Folder

­­­­­190
Secondo gli analisti della Cia, le questioni monetarie costituivano
uno degli elementi più rilevanti nella percezione di indebolimento
della leadership americana. Nell’autunno 1978 gli Stati Uniti ave-
vano adottato programmi anti-inflazione e di supporto al dollaro
sotto la pressione degli alleati. Francia e Germania avevano preso
l’iniziativa di lanciare il Sistema monetario europeo e di stabilizzare i
cambi in Europa nella primavera successiva. Ma la riluttanza tedesca
a giocare nello Sme un ruolo simile a quello avuto dagli Usa nel siste-
ma di Bretton Woods aveva prodotto un nuovo sistema monetario
indebolito46.
Un altro elemento era la questione energetica: nel 1973-1974 con
il boicottaggio petrolifero gli Usa, ancora tendenzialmente autosuf-
ficienti, avevano esercitato la loro funzione di leadership, riuscendo
a istituire la International Energy Agency. Ma con la crescente di-
pendenza dal petrolio estero erano venute meno le condizioni per
imporre la linea della politica energetica di Washington ai paesi
Oecd. Così gli europei, in occasione della seconda crisi petrolifera,
nel 1979, avevano raggiunto un’intesa preliminare e presentato una
proposta congiunta al summit di Tokyo. Tuttavia, essendo divisi
dai loro interessi nazionali, avevano avuto difficoltà a trovare un
accordo sul da farsi per mettere in pratica la proposta, deludendo
le aspettative di chi attendeva una nuova guida rispetto a quella
americana in declino.
Soltanto nel campo militare la leadership americana restava lar-
gamente inalterata, ma ciò aveva comunque un effetto logorante sul-
le relazioni con gli alleati dopo il disastro vietnamita. In particolare,
vi erano difficoltà nei rapporti fra Germania e Giappone, motivate
da risentimento e frustrazione per la disparità fra la forza economica
e la debolezza militare. E la special relationship con la Gran Bretagna
non aveva più il significato del passato per la perdita di ruolo di Lon-
dra. L’Europa occidentale e il Giappone erano convinti che gli Stati
Uniti stessero perdendo progressivamente potere rispetto all’Urss
(per esempio, in Africa e nel Sud-Est asiatico). Ma non per questo,
secondo il rapporto americano, erano disposti a sopportare i costi
economici della difesa dei propri interessi. Al contrario, la Germania

Economic Policy Group Executive Committee. 1/78-3/80, Memo. Changing po-


wer relations among Oecd States, 22 Oct. 1979. Nel memo Oecd è usato come pro-
xis di paesi occidentali industrializzati e Giappone, non a indicare l’organizzazione.
46
  Ibid.

­­­­­191
sembrava quanto mai ansiosa che gli Usa riassumessero pienamente
il ruolo di leader47.
Il summit economico di Venezia, svoltosi il 22-23 giugno 1980,
era stato occasione per una visita ufficiale del presidente Carter in
Italia nei giorni che avevano preceduto il meeting. Il ministro Renato
Ruggiero, nella sua dichiarazione al summit, aveva esordito ricor-
dando che si stava chiudendo un decennio turbolento che lasciava
una difficile eredità. Inflazione, scarsità e costo dell’energia, rappor-
ti Nord-Sud erano altrettante questioni da affrontare in un mondo
profondamente interconnesso48.
La questione dell’energia, nonché dei suoi effetti sull’inflazio-
ne e le economie dei diversi paesi, teneva banco ancora una volta.
Nella dichiarazione americana si ribadiva la volontà di rompere il
vincolo fra crescita economica e consumo di petrolio. In tal senso
si pronunciarono anche i portavoce degli organismi sovranazionali
rappresentati al summit, come Cee, Iea e Oecd49. Infatti, la crescita
della produzione, il livello di disoccupazione, il tasso di inflazio-
ne e l’adeguamento dei conti con l’estero erano altrettanti aspetti
delle economie occidentali fortemente influenzati dall’andamento
dei prezzi del petrolio e dalle politiche energetiche intraprese dai
governi50.
Nel 1977 l’Italia era il paese del G7 che cresceva di meno, anche
a motivo dell’alto costo dell’energia51. Eppure il suo saldo delle par-

47
  Ibid.
48
  JCL, WHCF Subject file, Foreign Affairs, Confidential, Fo 6-9, 1/20/77-
1/20/81, Through Executive, Fo 8, 4/1/77-5/1/77, Box Fo 46 Folder Fo 6-10,
1/20/77-1/20/81, Draft declaration. Renato Ruggiero of the Venice summit.
49
  JCL, Jody Powell Papers, Subject files, Trip: Italy, Yugoslavia, Spain and
Portugal, 6/19-26/80 (I), Through Trip: Italy, Yugoslavia, Spain and Portugal;
6/19-26/80 (6), b 55, Folder Italy, Yugoslavia, Spain and Portugal; 6/19-26/80 (2),
Declaration of the Venice Summit, 22nd and 23rd of June 1980.
50
  JCL, Staff Office-Cea (Council of Economic Advisers), Briefing book: Epc
London 5/31-6/1/79 (1) Through Briefing Book, Epc Material (Oil); 11/15-16/79
(2), b 118, Folder Briefing book, Epc London 5/31-6/1/79 (2), Memo for the sum-
mit preparatory group, May 11, 1979.
51
  Nel 1977 l’Italia era cresciuta solo dell’1,7%, rispetto al 5,7% del 1976 (la
crescita era stata del 4,9% negli Usa, del 5,2% in Giappone, del 2,6% in Germania;
soltanto la Gran Bretagna cresceva dell’1,6%). Nel 1978 aveva recuperato (+4%
rispetto a +3% degli Usa, 5,5% del Giappone, 4% della Germania, 2% della Gran
Bretagna), ma registrava l’inflazione più elevata (17,0%, rispetto al 15,9% di Gran
Bretagna, 6,5% degli Usa, 8,1% del Giappone, 3,9% della Germania), inflazione
che sarebbe scesa – ma restando sempre a due cifre – nel 1979 (14%), mentre la

­­­­­192
tite correnti era in attivo, insieme a quelli di Giappone e Germania,
mentre la Gran Bretagna era vicina al pareggio, e Usa, Francia e
Canada erano in deficit. Malgrado ciò, da tempo gli analisti ameri-
cani rilevavano che, se per il Giappone era necessario promuovere
le importazioni e per la Germania espandere la domanda interna,
per l’Italia invece, come per la Francia e la Gran Bretagna, si doveva
continuare nello sforzo intrapreso di rafforzare la competitività delle
industrie sui mercati esteri52.

Gran Bretagna scendeva a 10,59%. JCL, Staff Office-Cea (Council of Economic


Advisers), Tax Reform: Draft presidential message from Treasury through Tokyo
summit 1979 (3), b 86, Folder Tokyo Summit 1979 (1). Secretate nelle buste suc-
cessive tutte le conversazioni.
52
  Ibid.
Capitolo VIII
L’epoca di Reagan

Il miraggio degli anni Ottanta

Fino al 1980, negli Stati Uniti i circoli governativi, economici e anche


accademici potevano occuparsi dell’economia con scarsa attenzione
per i suoi legami internazionali. Essi potevano sottovalutare gli effetti
della loro economia nel mondo poiché import ed export incidevano
meno del 10% sul Pil, la bilancia dei pagamenti seppure in deficit non
era lontana dal pareggio, e il flusso di capitali in entrata finanziava una
quota davvero piccola dell’investimento netto negli Stati Uniti1.
Questo scenario mutò nel corso del decennio innanzitutto per
l’apprezzamento del dollaro (+75% nel 1980-1985), che provocò
un massiccio deficit commerciale e un altrettanto intenso flusso di
capitali in entrata. Entro il 1986 le imprese esportatrici si trovarono
a confrontarsi con difficoltà impreviste. La crisi del debito, che co-
minciò nell’autunno 1982, mise poi in evidenza i legami fra le banche
americane e i paesi esteri debitori. A quel punto non fu più possibile
ignorare lo scenario internazionale entro il quale operava l’economia
statunitense2.
L’inversione da una politica monetaria altamente permissiva a
una restrittiva, nell’ultimo anno dell’amministrazione Carter, fu il
preludio dell’abbandono, sotto Reagan, dell’ideologia del New Deal

1
  M. Feldstein, Introduction, in Id. (a cura di), The United States in the World
Economy, The University of Chicago Press, Chicago-London 1988, pp. 1-8.
2
  Ibid.

­­­­­194
e del keynesismo. Massicci investimenti nei programmi militari per
armamenti strategici e la riduzione della tassazione sui redditi più
elevati, nonché la compressione dei salari, compensarono la stretta
monetarista sul credito. Ciò permise all’economia di continuare a
girare. La svolta neoliberale produsse un massiccio riorientamento
dell’economia americana a trarre vantaggio dalla continua espan-
sione finanziaria di capitali, a casa e all’estero. La portata di questo
cambiamento può essere misurata dall’andamento del saldo delle
partite correnti americane. Nel 1965-1969 gli Usa avevano un sur-
plus pari al 46% del surplus totale dei G7. Nel 1970-1974 il surplus
si era contratto al 21% di quello totale dei G7, e nel 1975-1979 si era
trasformato in un deficit che si impennò a 146,5 miliardi di dollari
nel 1980-1984 e a 660,6 miliardi nel 1985-19893.
Questo imponente flusso di capitali in entrata negli Stati Uniti
ebbe effetti devastanti sul Terzo e sul Secondo Mondo, che negli
anni Settanta si erano indebitati con eccessiva facilità. Quando gli
Stati Uniti cambiarono la loro politica monetaria e cominciarono a
competere aggressivamente sul mercato finanziario mondiale, l’ab-
bondanza su scala globale di capitali in cerca di investimenti sicuri e
proficui degli anni Settanta si trasformò nella «siccità» degli anni Ot-
tanta. Il successo degli Usa nell’attrarre capitali trasformò l’outflow
di 46,8 miliardi di dollari dai G7, degli anni Settanta, nell’inflow di
347,4 miliardi di dollari verso i G7 del 1980-19894.

I summit dei paesi leader

I summit annuali dei maggiori paesi industrializzati erano cominciati


nel 1975, quando Valéry Giscard d’Estaing aveva convocato i «grandi
della terra» a Rambouillet, nelle vicinanze di Parigi. Il nostro paese, in
un primo tempo escluso, era stato poi ammesso grazie all’intervento
americano. Era intenzione del presidente francese, d’intesa con il can-
celliere tedesco Helmut Schmidt, individuare una strategia comune
che fosse in grado di stabilizzare il sistema internazionale dei cambi e
risolvere i problemi economici con i quali si confrontavano i paesi oc-
cidentali. I summit divennero l’occasione – non scontata – d’incontro

3
  G. Arrighi, The World Economy and the Cold War, 1970-1990, in The Cam-
bridge History of the Cold War, vol. III, Endings, cit., pp. 34-35.
4
  Ivi, pp. 31-40.

­­­­­195
e di confronto fra i capi di governo dei sette paesi che rappresentava-
no i 4/5 dei paesi industrializzati e costituivano più della metà della
produzione mondiale e circa la metà del commercio internazionale.
Nel 1976 il meeting si era svolto a Puerto Rico, nel 1977 a Lon-
dra, nel 1978 a Bonn, nel 1979 a Tokyo, nel 1980 a Venezia, nel
luglio 1981 a Ottawa. L’Italia aveva preso parte agli incontri fin dal
principio, insieme con Stati Uniti, Francia, Germania occidentale,
Giappone, Gran Bretagna; invece il Canada si era unito agli altri
nel 1976; successivamente, anche il presidente della Commissione
europea entrò nel gruppo, poiché i singoli Stati avevano ceduto a
Bruxelles importanti elementi di sovranità nazionale riguardanti al-
cuni aspetti della politica commerciale ed economica.
Il fatto che si convocassero summit successivi metteva in rilievo
l’indebolimento della leadership americana, indiscussa nel dopoguer-
ra, in termini di peso economico relativo rispetto alla crescente im-
portanza della Cee e del Giappone. Ma, innanzitutto, rendeva palese
che soltanto trovando una base d’intesa comune i paesi occidentali
potevano provare a spezzare il legame che si era stabilito fra crescita
economica e consumo di petrolio, nonché a fissare gli obiettivi per
sostituire il petrolio con altre fonti energetiche e svincolarsi così dalla
morsa degli aumenti di prezzo del greggio imposti dall’Opec5.
Eppure, di summit in summit, i principali problemi economici
che richiamavano l’attenzione dei leader occidentali erano in larga
parte gli stessi, anche se l’enfasi variava: bassa crescita, inflazione,
disoccupazione, pressioni protezionistiche, energia, rapporto Nord-
Sud. Come aveva riconosciuto Pierre E. Trudeau, premier del Ca-
nada, nel discorso di apertura del summit di Ottawa, oltre a queste
problematiche vi erano questioni politiche e di sicurezza che rende-
vano il quadro ancora più complesso. I rapporti Est-Ovest si erano
deteriorati prima che l’amministrazione Reagan entrasse in carica, e
questo era riconducibile in particolare all’invasione dell’Afghanistan
da parte dell’Urss. Gli eventi polacchi e l’accresciuta capacità di ag-
gressione militare sovietica concorrevano ad aumentare la tensione.
L’indebolimento della politica di distensione induceva Washington
a considerare attraverso il prisma della guerra fredda anche la que-
stione dei rapporti Nord-Sud6.

5
  Ronald Reagan Presidential Library, Simi Valley CA, Usa (d’ora in poi RRL),
Past economic summits, Ottawa (and Versailles), 1-7, McManus Michael A., files.
6
  Ibid.

­­­­­196
Tabella 12. Pil dei paesi G7 nel 1979 (in miliardi di dollari)

Canada 227
Francia 571,31
Repubblica federale tedesca 763,31
Italia 323,6
Giappone 1.010,65
Gran Bretagna 400,86
Stati Uniti 2.349,92
Fonte: Oecd, Main Economic Indicators, maggio 1981.

I meeting erano un mezzo per affrontare le questioni politiche


prioritarie con le quali dovevano confrontarsi le democrazie in-
dustrializzate. Ma anche una sorta di riferimento fisso dei sistemi
economici post-1973 che avrebbe dovuto ispirare fiducia in un pe-
riodo di intenso cambiamento e incertezza. In tal senso, i summit
economici venivano caricati di aspettative politiche generali più che
economiche, anche se queste restavano prioritarie7. Da parte fran-
cese si tendeva a privilegiare i temi macroeconomici, dando tuttavia
ampio spazio e rilievo alla questione delle nuove tecnologie e delle
loro conseguenze su fattori rilevanti come occupazione, organizza-
zione produttiva, cultura, cooperazione Nord-Sud, standardizzazio-
ne dei dati destinati agli scambi8. Invece gli Stati Uniti ritenevano
che tre temi fossero cruciali per il futuro: le relazioni commerciali
multilaterali e gli investimenti, che dovevano essere preservati dal
protezionismo; i rapporti economici Est-Ovest, in considerazione
della fase di tensione strategica e politica nell’Europa centrale e di
reciproca interazione di vulnerabilità dovuta all’intenso commercio
dell’energia e al debito in valuta pregiata; la sicurezza delle risorse
energetiche. Sebbene le barriere tariffarie fossero ai più bassi livelli
della storia, quelle non tariffarie, al contrario, costituivano un se-
rio ostacolo agli scambi. Sulle questioni politiche gli Usa intende-

7
  RRL, France, Internal US preparations (5), McMinn Douglas W., summit
files, Us letter to Attali on Versailles summit, draft.
8
  RRL, France, Preparatory meeting (2), McMinn Douglas, summit files, let-
ter to Hormats from Attali, Feb. 22, 1982.

­­­­­197
vano consolidare e accrescere il consenso per una risposta comune
dell’Occidente alle iniziative sovietiche in Polonia e in Afghanistan.
L’obiettivo dell’amministrazione Reagan era di definire i requisiti
di accettabili relazioni con l’Unione Sovietica e i paesi del Patto di
Varsavia nell’Europa centrale e nel mondo: «L’Occidente non può
fare affari come sempre con paesi che violino gli standard minimi di
condotta internazionale»9.
Alla Conferenza di Cancún, nell’ottobre 1981, Reagan aveva im-
posto una nuova agenda che chiudeva la strada al «nuovo ordine
economico mondiale» auspicato da Willy Brandt. Piuttosto, la prio­
rità americana era di rimettere ordine in casa propria, e altrettanto
avrebbero dovuto fare i paesi in via di sviluppo. Pertanto, il dialogo
Nord-Sud basato su nuove istituzioni finanziarie per aiutare i paesi
in via di sviluppo non trovava risposte concrete. La politica dei ne-
goziati Nord-Sud si era esaurita nel giugno 1982.
L’Italia era stata esclusa dalla Conferenza di Cancún10, ma le fu affi-
dato il compito di preparare il rapporto sulle relazioni Nord-Sud per il
meeting di Versailles. La Gran Bretagna avrebbe dovuto occuparsi del-
le questioni macroeconomiche, la Commissione europea dell’energia, il
Giappone del commercio, gli Usa degli aspetti finanziari e commerciali
delle relazioni Est-Ovest. Invece la Francia si era riservata il rapporto
su tecnologia, economia e occupazione. Parigi reputava la questione
Nord-Sud e quella dell’energia secondarie nella discussione, e questo
giudizio aveva influito certamente sulla loro assegnazione all’Italia e
alla Commissione europea. L’economia del nostro paese era gravata da
un’inflazione a due cifre (al 17% nel 1981 e al 15% nel 1982), perciò
l’Italia faticava più degli altri paesi ad agganciare la ripresa, finendo con
il collocarsi in una posizione di seconda fila fra i «grandi».
In preparazione del summit di Versailles, nel febbraio 1982, l’am-
basciata di Roma inviò a Washington alcune indicazioni sugli obiet-
tivi che gli Usa avrebbero dovuto perseguire. Il presupposto era rivi-
talizzare le economie del mondo occidentale, come le grandi potenze
si erano impegnate a fare a Ottawa. In occasione del summit, per la
prima volta, era stata affrontata la questione delle implicazioni per

9
  RRL, France, Internal US preparations (5), McMinn Douglas W., summit
files, Us letter to Attali on Versailles summit, draft.
10
  E. Calandri, L’Italia e l’assistenza allo sviluppo dal neoatlantismo alla confe-
renza di Cancun del 1981, in F. Romero, A. Varsori (a cura di), Nazione, interdipen-
denza, integrazione, cit., vol. I, Carocci, Roma 2006, pp. 253-270.

­­­­­198
la sicurezza delle relazioni economiche Est-Ovest11. Oltre che agli
aspetti macroeconomici, si suggeriva di prestare attenzione anche
a quelli pre-economici come opportunità (il summit successivo si
sarebbe tenuto negli Usa) e comunicazione di quell’evento, nel quale
Mitterrand avrebbe cercato di essere la «star» dello «show».
Il presidente Reagan colse l’occasione del viaggio in Europa per
programmare un rapido incontro con il presidente della Repubbli-
ca Sandro Pertini e il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini,
nonché un importante colloquio riservato con papa Giovanni Paolo
II. Il viaggio si sarebbe concluso con la partecipazione al summit
della Nato. All’interno dell’Nsc vi erano posizioni differenti sulla
strategia da seguire a Versailles. Alcuni, tra cui Beryl W. Sprinkel,
proponevano di privilegiare gli aspetti economici, come la difesa
dell’approccio reaganiano all’economia internazionale orientato al
libero mercato, e basato sulla minore interferenza possibile del go-
verno nell’attività privata12. Invece Henry Nau («sherpa» per la Casa
Bianca ai summit di Ottawa e Versailles, nonché membro dell’Nsc)
era orientato a fare del summit una pietra miliare delle relazioni in-
ternazionali e ad esaminare questioni decisive per gli equilibri mon-
diali come i rapporti Est-Ovest e l’energia13.
I temi centrali del summit che il presidente americano avrebbe co-
munque dovuto mettere in risalto riguardavano, per la sicurezza eco-
nomica, la moratoria dei crediti all’Urss, le sanzioni e il trasferimento
di tecnologia; per la politica economica, il programma di ripresa eco-
nomica e gli alti tassi di interesse negli Usa, nonché la protezione del
sistema commerciale e finanziario internazionale, cooperando con i
paesi occidentali a ridurre le barriere non tariffarie14. Se a Ottawa gli
Stati Uniti avevano enfatizzato l’importanza delle politiche economi-
che nazionali come fondamento dell’economia internazionale, euro-
pei e giapponesi – la cui ricchezza era più collegata ai flussi di scambi
internazionali – avevano invece sottolineato il ruolo delle politiche di
regolazione internazionale e la funzione del dollaro come moneta di

11
  RRL, London United Kingdom (1 of 3), Douglas W. McMinn files, Talking
points.
12
  Così in un memo per Robert D. Hormats.
13
  RRL, France, Internal US preparations (5), McMinn, Douglas W., summit files.
14
  I punti erano elencati in un documento segreto preparato da Stephen D.
Bryen – viceassistente segretario per la politica economica internazionale, gli scam-
bi e la sicurezza – per Henry R. Nau, membro dello staff dell’Nsc, il 16 marzo 1982.
RRL, France, Internal US preparations (5), McMinn, Douglas W., summit files.

­­­­­199
riserva, poiché la divisa americana stava deprezzando le loro valute,
facendo aumentare i prezzi delle importazioni e ridurre quelli dell’ex-
port, e quindi abbassare lo standard di vita interno15.
Nei rapporti preparati per il presidente dallo staff di William P.
Clark, influente consigliere di Reagan per la sicurezza, si mettevano
in rilievo i punti di maggiore differenza fra le proposte macroecono-
miche americane e quelle della Francia e di altri paesi Cee. Francia
e Italia, in particolare, cercavano una soluzione che permettesse di
proteggere la debolezza delle valute da politiche inflazionistiche (con
deficit di bilancio e iniezioni di moneta) e di compensare elevata spesa
pubblica e tasse elevate (nel caso della Francia). Gli Stati Uniti invece
puntavano a minima spesa e basse tasse su risparmi e investimenti,
e perseguivano politiche di lungo periodo. Ma, soprattutto, l’enfasi
posta dalla Francia e dai paesi Cee sulle questioni macroeconomiche,
secondo lo staff americano, rischiava di mettere in ombra due rilevanti
questioni come gli scambi e i crediti Est-Ovest e la continua libera-
lizzazione del sistema di scambi multilaterale. Quanto alla questione
della tecnologia, era la meno importante per Washington, ma la più
simbolica e di rilevanza politica internazionale per la Francia, tanto
che Mitterrand aveva deciso di proporla come tema del summit.
Il presidente francese pensava infatti a una sorta di «New Deal tec-
nologico internazionale» basato su strumenti dirigistici di intervento
dello Stato, mentre per americani e canadesi era una sfida importante
favorire il settore privato. Debole riscontro ebbero invece le conside-
razioni del rappresentante italiano ai meeting preparatori del summit,
Sergio Berlinguer, la cui attenzione si era concentrata sui costi della
tecnologia. Il confronto sostanziale infatti era fra l’approccio statalista
di Parigi e quello liberista di Washington. Anche se restava poi da
risolvere il problema del trasferimento di tecnologia fra le imprese e
le loro sussidiarie o collegate estere.
In un memorandum di Nau per William Clark, datato 24 mag-
gio 1982, venivano elencati i temi che Reagan avrebbe affrontato al
summit16. La priorità era data alla questione dei rapporti Est-Ovest
e alle restrizioni al credito per l’Unione Sovietica. Questa era la par-
te meno compresa della politica di Reagan. Gli europei, in parti-

15
  RRL, France, Internal US preparations (4), McMinn, Douglas W., summit
files. Memo from Henry R. Nau for William P. Clark.
16
  RRL, France, Internal US preparations (11), McMinn, Douglas W., summit
files. Memo for the President, prepared by Henry Nau.

­­­­­200
colare, sospettavano che Reagan intendesse preparare una guerra
economica contro l’Unione Sovietica. Anche se Robert D. Hormats
assicurava che gli americani intendevano solo svolgere il loro ruolo
di leadership e rafforzare la cooperazione internazionale lavorando
con gli alleati a questo obiettivo17. Ma le divergenze erano palpabili.
La politica economica estera americana era guidata dall’ideologia
neoliberista e dall’orientamento delle istituzioni governative, oltre-
ché della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, a
creare incentivi al commercio privato. Invece Europa e Giappone
privilegiavano il ruolo dei governi nell’organizzazione e nella con-
duzione delle relazioni economiche internazionali. Gli americani
avevano perseguito la liberalizzazione multilaterale delle relazioni
commerciali sin dal dopoguerra, ma c’era una contraddizione nelle
politiche di sicurezza dell’energia. Nei confronti degli alleati gli Stati
Uniti avevano promosso le forze di mercato, ma verso i paesi dell’Est
avevano avocato al governo federale iniziative di restrizione nel com-
mercio dell’energia e si erano offerti di cooperare allo sviluppo di
risorse alternative a quelle dell’Europa dell’Est.
Il summit di Versailles, dal 4 al 6 giugno 1982, si svolse in una
congiuntura di ripresa che seguiva a un prolungato periodo di cre-
scita lenta e di disoccupazione in aumento. A Washington si riteneva
che il presidente avrebbe avuto buon gioco a rilanciare cooperazione
e consultazione degli alleati sulla politica economica come coordina-
mento degli obiettivi economici. Sebbene il comunicato ufficiale dei
sette capi di Stato esprimesse sintonia di vedute, la posizione ameri-
cana sulla restrizione dei crediti all’Urss era stata accolta dagli altri
governi soltanto come un generico impegno a esercitare «prudenza
commerciale» nei crediti all’export18.
D’altronde, all’inizio del 1983 era in atto una guerra commerciale
fra Usa e Cee sui prodotti agricoli. Malgrado ciò, il discorso di inau-
gurazione del summit di Williamsburg, il 28-31 maggio 1983, era sta-
to intonato all’ottimismo della ripresa internazionale. Lo staff pre-
sidenziale preparò i punti che il presidente Reagan avrebbe dovuto
mettere in rilievo, fra i quali i valori comuni e il progresso economico
compiuto dagli Usa e dai governi occidentali per liberarsi da un de-
cennio di stagflazione e di crescente disoccupazione. Restavano da

17
  RRL, France preparatory meeting (2), McMinn, Douglas W., summit files,
Nsc, Feb. 28, 1982.
18
  RRL, France Press Clippings, McMinn Douglas W., summit files.

­­­­­201
affrontare molti problemi, come la disoccupazione innanzitutto gio-
vanile e le spinte protezionistiche. Il mondo si aspettava dal vertice
di Williamsburg rassicurazioni che la ripresa non sarebbe stata come
le precedenti. Reagan riteneva di avere il consenso per promuovere
e sostenere una ripresa non inflazionistica, evitando aggiustamenti
di breve durata e fissando un corso stabile e duraturo della crescita.
Un compito, questo, che poteva essere condotto a termine soltanto
agendo su un ampio fronte di questioni e grazie alle interrelazioni
dell’economia mondiale19. Perciò, non soltanto si sarebbero dovuti
rimuovere il prima possibile gli accordi americani sull’acciaio, sulle
automobili e sui prodotti agricoli, ma in quel decennio si doveva an-
che proseguire sulla strada della più ampia liberalizzazione, suppor-
tata da un solido sistema finanziario. Quanto ai rapporti Est-Ovest,
Reagan avrebbe dovuto mettere in rilievo che gli Stati Uniti non
credevano alla guerra economica, ma erano convinti che i rapporti
economici con l’Est non dovessero complicare gli obiettivi di difesa,
o condurre a transazioni dispendiose e improduttive20.
Il summit era stato preceduto da una riunione di esperti riguar-
do alla questione dei crediti all’Unione Sovietica, svoltasi un anno
prima a Bruxelles. Vi avevano preso parte Italia, Francia, Gran Bre-
tagna, Giappone, Canada, Germania Federale e il rappresentante
della Cee, nonché gli Stati Uniti. Come già era avvenuto per altri
summit, le obiezioni più rilevanti sui costi di questa operazione era-
no state espresse dal rappresentante francese. Nel meeting si era
giunti alla conclusione che ogni paese tecnicamente aveva la possi-
bilità di adottare due o più delle otto misure di restrizione sui crediti
valutate in quella circostanza. Il fatto è che le restrizioni erano una
decisione eminentemente politica21. Infatti la questione dei rappor-
ti Est-Ovest, insieme con ciò che essa implicava (trasferimento e
«furto» di tecnologia, oneri collegati al debito dell’Europa dell’Est,
sicurezza in materia di energia della Nato, relazioni fra importazio-
ni occidentali e potenza militare sovietica), era divenuta, secondo
autorevoli commentatori e opinionisti, troppo complessa per essere

19
  RRL, Working notebook on 1983 summit of industrialized nations, Deaver
Michael: files. Memo for the President from William P. Clark, May 24, 1983.
20
  RRL, Working notebook on 1983 summit of industrialized nations (1), Deaver
Michael: files. Memo for the President from William P. Clark, May 24, 1983.
21
  RRL, France-Issues (2), McMinn Douglas W.: Summit files, Message Center,
Meeting of technical experts on credits to Soviet Union, 22 May 1982.

­­­­­202
trattata durante i summit e pertanto avrebbe dovuto essere, se non
rimossa, almeno notevolmente ridotta22.
In aprile la United State Information Agency condusse un’inda-
gine per raccogliere i pareri dell’opinione pubblica europea e giap-
ponese sui principali temi che sarebbero stati discussi al summit di
Williamsburg. I risultati del sondaggio misero in luce che l’Italia si
distingueva per una maggiore fiducia nella leadership americana, ben-
ché la politica economica statunitense fosse ritenuta, come altrove, più
dannosa che utile all’interesse nazionale. Peraltro, il pubblico sembra-
va convinto che Washington non ostacolasse la vendita dei manufatti
italiani sul mercato statunitense, come invece era opinione diffusa ne-
gli altri paesi aderenti al summit per le rispettive industrie nazionali.
Quanto alle relazioni economiche Est-Ovest, il pubblico dell’Europa
occidentale, esclusa la Francia, era convinto che più intensi scambi
con l’Urss avrebbero ridotto le tensioni fra i due blocchi. Gli italiani
mostravano un ulteriore elemento di eterogeneità nella contrarietà a
ogni limitazione nella vendita di tecnologia avanzata all’Unione So-
vietica; invece giapponesi e inglesi erano a favore di restrizioni negli
scambi tecnologici, mentre francesi e tedeschi erano divisi23.
Intanto, i protezionisti levavano la voce all’interno degli Stati
Uniti. Ma il 16 febbraio 1984 il presidente Reagan, incontrando i
rappresentanti dell’Emergency Committee for American Trade, che
era contro le proposte di legge orientate al protezionismo, ribadiva
che una tale politica sarebbe stata un terribile errore: «tentare di
proteggere il lavoro nazionale con alte tariffe, quote e sussidi ucci-
derebbe più posti di lavoro di quanti ne salverebbe»24.
Anche al summit di Londra, il 7-9 giugno 1984, la questione delle
relazioni commerciali Est-Ovest rimase in cima alla lista degli obiettivi
americani. In un incontro preparatorio al summit il segretario di Stato
americano George P. Shultz e il ministro degli Esteri britannico Ge-
offrey Howe, il 15 gennaio 1984, avevano concordato le linee entro le
quali discutere la questione più generale di come assicurare i progressi
nelle relazioni Est-Ovest. La strategia delineata da Stati Uniti e Gran

22
  «Christian Science Monitor», 17 maggio 1983. RRL, Press Media, Williams-
burg Summit, McManus Michael A. files.
23
  RRL, Working notebook on 1983 summit of industrialized nations (3),
Deaver Michael: files, public opinion on some Williamsburg Summit issues.
24
  RRL, Folder 252 (2/15/84-2/16/84), Presidential handwritings file. Presi-
dential speeches, Briefing for emergency committee for American trade.

­­­­­203
Bretagna implicava l’adozione di una prospettiva più ampia, con la
messa in agenda, oltre che del controllo delle armi, anche dei diritti
umani, delle problematiche regionali e dei rapporti bilaterali25.
Per quanto i governi avessero condiviso la necessità di prose-
guire nella strategia di liberalizzazione degli scambi internazionali e
favorire l’import dai paesi più poveri, i protezionisti premevano per
scelte di opposto indirizzo. La ripresa debole e la disoccupazione,
in generale, nonché l’elevato tasso di cambio e il deficit commerciale
crescente negli Usa, avevano fornito loro pretesti per opporsi all’im-
port. Gli americani accusavano i paesi in via di industrializzazione
di aver fatto poco per smantellare le barriere tariffarie o per ridurre
i vincoli interni alla concorrenza26.
Gli obiettivi a medio termine e le politiche per conseguirli, allora
definiti, avrebbero contrassegnato il dibattito politico e dato forma a
decisioni di governi e autorità bancarie e monetarie internazionali nei
decenni a seguire. In base ai paradigmi del neoliberismo e del moneta-
rismo venne tracciato dallo staff di Reagan il percorso da seguire: adot-
tare una prudente politica monetaria, tenere sotto stretto controllo la
spesa pubblica per evitare l’inflazione, favorire la mobilità del lavoro
manifatturiero scoraggiando ogni misura di sostegno a industrie in
declino, sviluppare nuove tecnologie, agevolare l’investimento priva-
to e le piccole imprese innovative, estendere le misure di liberalizza-
zione degli scambi e promuovere l’afflusso degli investimenti esteri,
rafforzare il sistema finanziario internazionale e l’accesso ai mercati di
capitale nei paesi industrializzati, aiutare i paesi debitori a compiere le
necessarie riforme economico-finanziarie, evitare l’instabilità nel mer-
cato del petrolio, perseguire politiche a tutela dell’ambiente27.

Tecnologia occidentale e controllo sulle esportazioni


verso l’Urss

Le relazioni economiche e commerciali con l’Urss e l’Europa dell’Est,


secondo Washington, erano parte dei più ampi obiettivi della politica

25
  RRL, London United Kingdom (1 of 3), Douglas W. McMinn files, Cor-
rected copy Shultz-Howe luncheon discussion.
26
  RRL, London United Kingdom (1 of 3), Douglas W. McMinn files, London
economic summit, 7-9 June 1984, Thematic paper.
27
  Ibid.

­­­­­204
di sicurezza atlantica. L’Unione Sovietica era considerata la principale
minaccia alla sicurezza, e lo sarebbe stata anche nel prossimo futuro.
Perciò a Washington ci si interrogava su quale strategia adottare per
controllare al meglio l’export di tecnologia e macchinari americani
destinati a Mosca; e se tale questione dovesse essere considerata in-
sieme con quella dell’export di gas e petrolio sovietici verso l’Europa
occidentale o se dovesse essere trattata tout court come un problema
attinente alla sicurezza nazionale americana.
L’amministrazione Carter nel 1978 aveva imposto la licenza di
esportazione sugli equipaggiamenti e sulle tecnologie dell’industria
petrolifera americana destinati all’Urss. I controlli erano divenuti
stringenti dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Tali misure,
ispirate dal confronto geopolitico di potenza, non erano invece sta-
te adottate dagli alleati europei. Questa asimmetria aveva finito col
recare danno innanzitutto alle grandi imprese americane, come la
Caterpillar, che prima dell’imposizione dei controlli avevano con-
cluso affari e firmato contratti per la fornitura di ingenti partite di
macchinari all’Urss28.
Dopo l’invasione dell’Afghanistan, gli Usa avevano deciso infat-
ti di sottoporre a controlli più restrittivi l’export di tecnologie ed
equipaggiamenti essenziali per la produzione e per uso militare – e
ciò innanzitutto nelle industrie impegnate nella produzione per il
Pentagono – onde evitare che i sovietici potessero migliorare le pro-
prie competenze e capacità belliche in settori avanzati e di alta tec-
nologia come computer, comunicazioni, microelettronica, aerospa-
zio, costruzione di macchine e di navi, metallurgia, chimica, veicoli
pesanti. In tutte queste aree tecnico-scientifiche gli Stati Uniti erano
all’avanguardia grazie anche a una enorme iniezione di fondi inve-
stiti durante la guerra fredda. Ma il vero vantaggio americano era
che il sistema militare era integrato simbioticamente con una società
civile dinamica e attrezzata alla domanda di consumo, al contrario
di quanto avveniva nell’Urss29.
Per quanto riguardava l’embargo sui prodotti agricoli, la questione
era stata discussa subito dopo l’insediamento del presidente Reagan.
Questi era convinto che l’embargo, sino ad allora, avesse danneggiato

28
  RRL, Nsc 000/7(3/3), 09 July 1981, Executive secretariat, Nsc meeting files,
Background papers, June 26, 1981.
29
  D. Reynolds, Science, technology and the Cold War, in The Cambridge His-
tory of the Cold War, vol. III, Endings, cit., pp. 378-399.

­­­­­205
gli agricoltori americani più di quanto avesse colpito i sovietici. Tanto
più che gli alleati si erano precipitati a colmare il vuoto lasciato dagli
Usa. D’altronde, al punto in cui erano arrivate le cose, l’eliminazio-
ne dell’embargo senza contropartite rischiava di inviare ai sovietici
un messaggio sbagliato. Perciò Reagan reputava che fosse giunto il
momento di trovare una nuova strategia. Gli scambi con l’Occidente
non sembravano aver prodotto un cambiamento in senso moderato
nella politica sovietica, piuttosto avevano consentito al Cremlino di
costruire armamenti invece di beni di consumo. «Il loro socialismo è
un fallimento economico – annotava Reagan nei suoi diari il 4 febbraio
1981 –. Non faremmo di più per la loro gente se lasciassimo fallire il
loro sistema invece di intervenire a salvarlo continuamente?»30
Nel giugno 1981 il Dipartimento di Stato aveva predisposto diversi
rapporti per l’Nsc nei quali si affrontavano le principali questioni degli
scambi Est-Ovest: l’estensione dei controlli di sicurezza sull’export
di beni non direttamente collegati all’industria militare; il controllo
sull’export di macchinari e di tecnologia nel settore del petrolio e del
gas; il gasdotto siberiano; la licenza per la Caterpillar di esportare i
propri macchinari per la costruzione di pipelines31. L’obiettivo era di
fornire all’Nsc i dati e le analisi utili per una decisione politica che
avrebbe potuto imporre un controllo ristretto ai soli prodotti per uso
militare, oppure estenderlo a quelli che utilizzavano tecnologie che
potevano essere utili anche per l’industria bellica o a tutte le industrie
che producevano prioritariamente per la difesa (come metallurgia,
chimica, veicoli da trasporto pesanti, cantieri navali, ecc.).
A Washington si stava infatti lavorando a una strategia per il ral-
lentamento della crescita economica sovietica che riducesse le risor-
se per consumi, investimenti e difesa a disposizione del Cremlino.
Questa linea di condotta era stata esaminata non soltanto per gli
effetti di grado diverso che avrebbe potuto produrre, precludendo ai
sovietici l’accesso alle tecnologie più avanzate nei settori individuati
come strategici, ma anche per i costi che gli alleati occidentali avreb-

30
  The Reagan Diaries, a cura di D. Brinkley, Harper Collins, New York 2007, p. 2.
31
  Il 26 giugno 1981 L. Paul Bremer III, segretario esecutivo del Dipartimento
di Stato, inviava quattro discussion papers per la riunione che l’Nsc avrebbe tenuto
su questo tema il 30 giugno. RRL, Nsc 0001, 09 July 1981, Executive secretariat,
Nsc meeting files, Memo for Richard V. Allen, June 26, 1981. La lista dei parteci-
panti al meeting dell’Nsc del 6 luglio 1981 includeva i segretari di Stato, del Tesoro,
della Difesa, del Commercio, dell’Energia, oltre a rappresentanti dello staff presi-
denziale e al direttore della Cia.

­­­­­206
bero dovuto sostenere e che si prevedevano tanto più elevati quanto
più ampie fossero state le restrizioni. E ciò, in settori già provati dalla
crisi – come l’acciaio – e con un’elevata disoccupazione avrebbe fi-
nito col mettere a rischio le industrie di base. Le imprese americane
sostenevano la politica di controllo delle tecnologie strategiche, ma
si opponevano a quei controlli che non avrebbero potuto essere ap-
plicati nella stessa misura ai competitori stranieri32.
Circa la questione del gasdotto siberiano, la posizione degli Stati
Uniti era ancora in via di definizione. Fra l’altro, l’americana Cater-
pillar, che prima dei controlli aveva venduto 900 pipelayers all’Urss,
attendeva la licenza di esportazione per 100 nuove pipelayers. I suoi
dirigenti temevano che, senza una pronta decisione per prevenire la
cancellazione del contratto da parte sovietica, i giapponesi sarebbero
rapidamente subentrati nella vendita. La Komatsu era infatti il solo
produttore di pipeline non americano che aveva fornito più di 500 la-
yers all’Urss nell’ultimo decennio33. D’altronde anche i compressori,
che erano macchinari essenziali per gli oleodotti, provenivano dagli
Stati Uniti e dalla Gran Bretagna. Si stimava che la vendita potenzia-
le di compressori valesse per la Rolls Royce – «un’azienda britannica
malata in un’economia britannica malata» – dai 300 ai 600 milioni
di dollari. E, considerato l’elevato livello di disoccupazione, con una
Germania e una Francia desiderose di andare avanti con l’oleodotto,
quale incentivo – ci si domandava a Washington, e innanzitutto lo
si chiedeva al segretario della Difesa Gaspar Weinberger – avrebbe
avuto il governo britannico a bloccare la costruzione? Forse sarebbe
stato più facile ritardare anziché cancellare la costruzione della pipe-
line, in attesa di individuare le alternative per minimizzare l’impatto
sugli alleati europei rispetto a un’eventuale scelta della Casa Bianca
di bloccare permanentemente la costruzione del gasdotto34.
La Casa Bianca riteneva che l’Unione Sovietica fosse la princi-
pale minaccia per la sicurezza dell’Occidente, anche nel prossimo
futuro, come dimostrava il fatto che un’ampia quota del Pil russo
risultava investito nel comparto militare. Il rilancio della forza mili-

32
  RRL, Nsc 0001, 09 July 1981, Executive secretariat, Nsc meeting files, Me-
mo for Richard V. Allen, June 26, 1981.
33
  RRL, Nsc 000/7(3/3), 09 July 1981, Executive secretariat, Nsc meeting files,
Background papers, June 26, 1981.
34
 RRL, Nsc 000/7(3/3), 09 July 1981, Executive secretariat, Nsc meeting files,
Memorandum for Caspar Weinberger, the Secretary of defense, July 9, 1981.

­­­­­207
tare sovietica veniva fatto coincidere con la nuova aggressività della
politica estera di Mosca: l’invasione dell’Afghanistan, le minacce
alla Polonia, lo spiegamento dei missili SS20 in Europa, nonché il
sostegno alle rivoluzioni e al terrorismo nel mondo. Questa perce-
zione veniva suffragata dal fatto che i sovietici avevano intensificato
gli sforzi per accedere alla sofisticata tecnologia occidentale. Le im-
portazioni sovietiche di macchinari ed equipaggiamenti occidentali
stavano aumentando e, nel giugno 1981, contribuivano al 10% degli
investimenti sovietici in beni capitali. Ma l’estensione dei controlli
di sicurezza a beni non direttamente collegati all’industria militare
americana probabilmente non sarebbe stata accettata dagli alleati35.
Negli ultimi dieci anni l’Urss aveva dovuto far fronte a proble-
mi economici crescenti: mancanza di manodopera specializzata, ri-
duzione dell’energia, declino degli investimenti di capitale e della
produttività del lavoro. Questi ostacoli, a giudizio degli americani,
non avevano intaccato l’elevato grado di successo dell’Urss nello
sviluppare le proprie capacità militari. Vi erano inoltre le prove che
l’esportazione di tecnologia occidentale non direttamente collegata
ai sistemi militari poteva avere un impatto significativo nel poten-
ziare la forza militare sovietica36. E ciò grazie a una combinazione di
produzione nazionale e tecnologia avanzata occidentale che passava
oltrecortina per mancanza di adeguati controlli o attraverso canali
di commercio illegali e clandestini.
Da parte americana si propose perciò agli alleati di rivedere le
liste CoCom in particolare per rafforzare i controlli sulla tecnologia
e su specifici prodotti e macchinari del comparto metallurgico. A
compensazione di queste restrizioni si prese in considerazione l’al-
lentamento dei controlli su alcuni prodotti finali che non avevano
implicazioni militari e dai quali era difficile estrarre tecnologia. A
quell’epoca la lista del CoCom comprendeva munizioni, macchinari
ed equipaggiamenti per la produzione di energia nucleare per usi
sia civili che militari, computer, elettronica, macchine utensili e dati
tecnici a questi collegati. In passato erano state concesse eccezio-
ni a livello nazionale e il CoCom era rimasto immutato per oltre
trent’anni. Ma, dopo l’invasione dell’Afghanistan, gli Usa avevano

35
  RRL, Nsc 000/7(3/3), 09 July 1981, Executive secretariat, Nsc meeting files,
Att. 2, Allie’s attitude toward controls on exports to the Urss.
36
  RRL, Nsc 000/7(3/3), 09 July 1981, Executive secretariat, Nsc meeting files,
Background papers, June 26, 1981.

­­­­­208
vinto la resistenza degli alleati ad accettare una politica senza ecce-
zioni sull’export verso l’Unione Sovietica37.
L’Europa occidentale e il Giappone, secondo gli analisti dell’Nsc,
avevano incoraggiato il commercio con l’Urss, per motivi altrettanto
economici che politici, sin dagli anni Cinquanta. I governi europei
avevano sovente promosso tali scambi presentandoli come un mezzo
per migliorare le relazioni Est-Ovest. Essi vedevano l’Urss come un
mercato naturale per i loro prodotti industriali, specialmente i beni
capitali, e come un’importante fonte di energia e materie prime. Per-
ciò Europa e Giappone avevano accettato i nuovi controlli del Co-
Com soltanto quando l’importanza militare dei prodotti era apparsa
chiaramente dimostrabile. Anche dopo l’invasione dell’Afghanistan
diversi governi aderenti al CoCom avevano manifestato l’intenzione
di voler prendere in considerazione controlli addizionali sui trasfe-
rimenti di tecnologia soltanto a condizione che gli Usa potessero
dimostrarne la rilevanza strategica in un’area di arretratezza tecnolo-
gica come quella sovietica. Le resistenze degli alleati erano motivate
dal fatto che la medesima tecnologia poteva essere nella disponibilità
di paesi terzi, seppure a un costo più elevato38.
L’Urss era un partner commerciale assai meno rilevante per gli
Stati Uniti, sia in valore assoluto sia in termini relativi, di quanto lo
fosse per la Germania Federale, la Francia e l’Italia. E ciò rendeva
politicamente difficile guadagnare l’adesione degli europei a un irrigi-
dimento della politica dei controlli. Sebbene per Tokyo gli scambi con
l’Urss fossero meno importanti che per gli europei, anche il Giappone
era riluttante a rivedere la politica dei controlli. Tokyo aveva un vasto
campo di attività nelle quali espandere l’export sul mercato sovietico,
specialmente per lo sviluppo economico della Siberia. Pertanto avreb-
be esaminato a fondo le azioni intraprese dai suoi competitors prima di
accettare controlli più stretti sulle proprie esportazioni.
La crisi economica attraversata dall’Europa, con la disoccupazio-
ne ai livelli più alti dalla fine della seconda guerra mondiale, rendeva
arduo ogni nuovo intervento di restrizione degli scambi. Gli Stati
Uniti non avevano in mano molte leve economiche per fare pressio-
ne sugli alleati. Le concessioni commerciali americane all’Europa

37
  Ibid.
38
  RRL, Nsc 000/7(3/3), 09 July 1981, Executive secretariat, Nsc meeting files,
Background papers, June 26, 1981, Attachment 2, Allies’ attitude toward controls
on exports to the Ussr.

­­­­­209
erano bilanciate da quelle europee agli Stati Uniti. Né era ipotizza-
bile un ritiro dal Gatt, perché le ritorsioni sarebbero state inevita-
bili39. L’alternativa era pertanto quella di offrire nuove tecnologie in
cambio di un’espansione dei controlli40. Per parte sua, l’industria
americana avrebbe reagito favorevolmente a questo approccio, poi-
ché considerava il mero trasferimento di tecnologia, senza vendita
di equipaggiamenti militari, come una perdita di quote di mercato.
La leadership americana doveva fare comunque i conti con di-
versi interessi e atteggiamenti degli alleati. Il governo italiano, visto
da Washington, appariva condizionato dalla forza del Partito co-
munista, mentre i francesi usavano le relazioni con i sovietici come
un’opportunità per dimostrare la loro indipendenza dagli americani,
ma condividevano con questi molte preoccupazioni strategiche. I
giapponesi temevano di legarsi troppo all’Urss per le materie prime,
e anche i tedeschi, che erano stati devoti all’Ostpolitik, sembrava-
no sulla difensiva. Solo Margaret Thatcher era ricettiva ai problemi
americani della sicurezza.
Così, per la Casa Bianca si trattava, da una parte, di convincere i
governi di Roma, Londra, Bonn e Parigi a bloccare l’export e le licenze
verso l’Urss; dall’altra, di ottenere che i competitors europei non si pre-
cipitassero a sostituire le compagnie americane (come nel caso della
Rolls Royce, che era in grado di produrre turbine e compressori con
tecnologie diverse da quelle della General Electric, e che quindi non
necessitava della licenza statunitense), perché questo avrebbe indotto
Washington ad adottare altre misure di ritorsione41. Ciò che gli alleati
avevano in comune, secondo lo staff della Casa Bianca, era uno spic-
cato senso di competizione commerciale dovuto al timore di lasciare
il mercato sovietico ai concorrenti, come peraltro era già avvenuto
in passato. I sovietici apparivano abili nello sfruttare queste paure. Il
fatto è che le conseguenze economiche dello scontro geopolitico di
potenza fra Usa e Urss sarebbero ricadute innanzitutto su Germania,
Francia, Italia e Giappone. Nel caso dell’Italia, si calcolava che i nuovi

39
  RRL, Nsc 000/7(3/3), 09 July 1981, Executive secretariat, Nsc meeting files,
Background papers, June 26, 1981.
40
  RRL, Nsc 000/7(3/3), 09 July 1981, Executive secretariat, Nsc meeting files,
Background papers, June 26, 1981, Attachment 2, Allies’ attitude toward controls
on exports to the Ussr.
41
  RRL, Nsc 00039, 04 Feb. 1982 (Polaris, Libya, export control oil), Executive
secretariat, meeting files.

­­­­­210
controlli voluti da Washington potessero provocare una caduta nelle
vendite all’Urss di prodotti ad alta tecnologia per 50-250 milioni di
dollari, con una perdita di 3.550-14.200 posti di lavoro. Ancora più
elevata era la perdita di posti di lavoro prevista per la Germania (da
5.282 a 20.850), mentre negli Stati Uniti sarebbe stata limitata da un
minimo di 1.603 a un massimo di 6.414 unità42.
Per quanto riguardava i costi politici dell’estensione delle restri-
zioni alle sussidiarie estere delle multinazionali americane, il Diparti-
mento del Commercio ipotizzava che queste disposizioni avrebbero
indotto alleati nazionalisti come la Francia a impedire i controlli
statunitensi. Gli europei, secondo Paul Bremer, segretario esecutivo
del Dipartimento di Stato, avrebbero finito per considerare queste
misure come ingerenze, oltre che come un tentativo di sottoporre
i loro paesi ai controlli americani trasferendo le decisioni su questi
aspetti dalle loro capitali a Washington43. Perciò il Dipartimento di
Stato riteneva che i costi politici avrebbero sopravanzato di gran
lunga i benefici della sicurezza con un’applicazione extraterritoriale.
Sin dalla seconda guerra mondiale gli europei erano dipendenti dalla
più avanzata tecnologia statunitense, perciò i controlli «retroattivi»
avrebbero finito con il compromettere anche i rapporti futuri.
La questione di fondo, per l’Nsc, era se fosse interesse degli Usa
e delle democrazie industriali occidentali favorire lo sviluppo del
settore dell’energia in Unione Sovietica. Il piano di indebolimento
dell’economia sovietica, infatti, mirava innanzitutto a colpire l’im-
portante e strategico settore petrolifero. Esso venne delineato in ba-
se alle informazioni e ai rapporti riservati sulla consistenza e acces-
sibilità dei giacimenti petroliferi sovietici. A Washington si pensava
che, senza la tecnologia avanzata occidentale, inclusi i software per la
descrizione geofisica delle aree da esplorare e i macchinari più adatti
per le trivellazioni, l’Urss avrebbe compiuto pochi passi avanti, sic-
ché la sua produzione petrolifera non ne avrebbe tratto vantaggio
prima di un decennio.
Il 9 dicembre 1981 Reagan autorizzò infine la vendita delle pi-

42
  RRL, Nsc 000/7(3/3), 09 July 1981, Executive secretariat, Nsc meeting files,
Table 2.
43
  RRL, Nsc 00039, 04 Feb 1982 (Polaris, Libya, export control oil), Executive
secretariat, meeting files. Memo, Jan. 30, 1982. Il memo era per William P. Clark,
il più fidato dei consiglieri di Reagan, che lo spinse a prendere una posizione più
ferma sulle spese militari.

­­­­­211
pelayers da parte della Caterpillar. Il 10 decise di procedere con la
vendita di 100 milioni di dollari di mais alla Polonia44. Il 13 dicembre
la lunga crisi polacca giunse al termine, con l’imposizione della legge
marziale e la messa fuorilegge del sindacato libero Solidarność da
parte del generale Wojciech Jaruzelski. Dopo un incontro fra Reagan
e il segretario di Stato vaticano, cardinal Casaroli, la questione venne
affrontata «mettendo in quarantena» l’Urss e la Polonia. Reagan an-
notava nei suoi diari: «Non possiamo lasciare che questa rivoluzione
contro il comunismo fallisca senza darle una mano. Non avremo mai
più un’occasione come questa in tutta la nostra vita»45.
Il 30 dicembre 1981, in risposta all’imposizione della legge mar-
ziale in Polonia, gli Stati Uniti diedero il via ai controlli sull’export
di macchinari ed equipaggiamenti per il petrolio e il gas all’Urss.
Durante una riunione dell’Nsc in preparazione del summit di Ver-
sailles, il segretario di Stato Alexander M. Haig jr. propose una linea
di compromesso con gli europei e il Giappone, che era interessa-
to a costruire un impianto a Sakhalin per i sovietici. Se gli alleati
avessero appoggiato il controllo del credito e limitato gli acquisti di
energia dai sovietici, gli Stati Uniti avrebbero sospeso l’applicazione
delle sanzioni alle compagnie americane che operavano in Europa
tramite le loro consociate estere. Ma Frank Carlucci, vicesegretario
della Difesa, era contrario a questa linea46. Haig era a favore di una
posizione che tenesse conto anche degli interessi delle imprese eu-
ropee, mentre altri sostenevano che gli europei avrebbero dovuto
impegnarsi di più nella esplorazione delle riserve di gas norvegesi.
Infine Reagan intervenne indicando la linea da seguire, anche se quel
giorno non venne presa alcuna decisione:

Non deciderò su questa questione oggi, ma vi dico che cosa penso in


un modo che forse indicherà che io propendo per una soluzione piuttosto
che per l’altra [...] A quanto dobbiamo rinunciare per avere un meeting
senza discordie a Versailles? Quanto vale Versailles? [...] Walesa è ancora
in prigione e noi stiamo già parlando di allentare le sanzioni. Perderemo
ogni credibilità. Noi parliamo bene ma gli europei vogliono sempre tirarsi
indietro. L’Unione Sovietica è economicamente alle corde – vendono carne

44
  The Reagan Diaries, cit., p. 54.
45
  Ivi, p. 58.
46
  M.P. Friedman, Rethinking Anti-Americanism, Cambridge University Press,
New York 2012, pp. 215-221.

­­­­­212
di topo sul mercato. Questo è il tempo di punirli, gli europei dovrebbero
dire ai russi di essere più tolleranti in Polonia, di allentare la legge marziale,
di liberare Lech Walesa. Noi non possiamo permetterci politicamente di
rilassarci. Gli europei dovrebbero avere un po’ di fegato. Noi dovremmo
dirgli: noi vi aiuteremo con le fonti di energia nel Mare del Nord. Ok tene-
tevi la vostra pipeline ma non una seconda pipeline e sviluppate la Norvegia
[le risorse di idrocarburi in]. Io devo inghiottire amaro sulle sanzioni. Io
ho a cuore i disoccupati americani. Come facciamo a spiegare che niente
è migliorato in Polonia, ma che gli affari sono affari? Noi abbiamo ragioni
dalla nostra parte. Perché non esercitiamo la nostra leadership e diciamo
agli europei chi è il nemico – che non siamo noi? Noi desideriamo aiutare i
russi se si mettono in riga e filano diritto. Noi vogliamo atti concreti e loro
possono cominciare con la Polonia. Noi non aspettiamo neanche la conclu-
sione sui crediti e siamo pronti a desistere [...] Sì, le nostre sanzioni sono
un colabrodo [ma] se vengono imposte sanzioni sul credito, essi dovranno
pagare in contanti. Qui sono vulnerabili. Mosca deve elemosinare...47.

Il compito di condurre le trattative con gli europei per un accordo


che limitasse il flusso del credito garantito dai paesi occidentali all’Urss
era stato affidato al sottosegretario di Stato per la Sicurezza, assistenza,
scienza e tecnologia James Buckley. Ma l’iniziativa americana incon-
trava difficoltà dovute all’intransigenza francese. La questione delle
relazioni economiche Est-Ovest era arrivata a un punto di non ritorno
con l’approssimarsi del summit di Versailles, fissato per il giugno 1982.
Intanto l’amministrazione Reagan si impegnava a riarmare l’A-
merica. Il programma di investimenti militari fu sottoposto al Con-
gresso per rimettere in moto l’economia e accrescere la forza militare
statunitense. Il pubblico americano era pronto, per la prima volta in
due decenni, a sostenere questo aumento. Gli americani volevano
dimostrare agli europei che essi potevano pur sempre contare sulla
loro alleanza e protezione. Ciò comportava, secondo Washington,
dei doveri anche da parte degli alleati e che ogni partner contribuisse
militarmente e politicamente, tanto più un alleato come l’Italia48.

47
  RRL, Nsc 00050, 24 May 1982, (1/7), Executive secretariat, Nsc meeting
files. Cfr. G.C. Hufbauer, J.J. Schott, K.A. Elliott, Economic Sanctions Reconside-
red: History and Current Policy, Institute for International Economics, Washington
1990, sostengono che a far cadere l’Urss non furono le sanzioni ma la debolezza
interna del sistema sovietico.
48
  RRL, Briefing book for the visit, Rome, Italy, 4/9/81-4/10/81. Kraemer,
Sven files.

­­­­­213
Le difficoltà delle imprese e il ritardo dell’Europa

C’era una differenza fondamentale fra le priorità di Washington e


quelle dell’Europa occidentale: gli Usa miravano a ridurre gli scambi
commerciali fra Occidente e Urss, innanzitutto nel comparto ener-
getico, invece l’Europa occidentale puntava a incrementarli. Nel
1979 l’export americano verso l’Unione Sovietica ammontava 3,6
miliardi di dollari, pari al 20% di quello delle 15 nazioni occidentali
(18,1 miliardi di dollari). Gli Stati Uniti esportavano innanzitutto
derrate alimentari, mentre i paesi occidentali fornivano all’Urss es-
senzialmente prodotti manifatturieri. L’Italia era seconda soltanto
alla Germania Federale per rilevanza dell’export verso Mosca.

Tabella 13. Export verso Urss ed Europa dell’Est nel 1979 in percentuale sul Pil

Germania Federale 1,48


Italia 0,81
Francia 0,70
Gran Bretagna 0,52
Usa 0,24
Fonte: RRL, Nsc 000/2-3, 16 October 1981, Executive Secretariat, Nsc meeting files.

Il mercato del blocco sovietico era particolarmente rilevante nel


settore siderurgico. La Germania inviava a Est il 20,4% del suo ex-
port siderurgico, l’Italia il 18%. Pertanto l’arresto della costruzione
del gasdotto siberiano avrebbe danneggiato innanzitutto la Germa-
nia, che era coinvolta tramite la Mannesmann Ag e l’Aeg Telefunken.
Nella prospettiva europea, lo scambio con l’Urss era di mutuo bene-
ficio. E ciò, secondo l’Nsc, perché gli europei tendevano a focalizzar-
si sui vantaggi di breve periodo, invece che su quelli che avrebbero
potuto accumulare con le restrizioni della «economic warfare»49.
Peraltro General Electric, Caterpillar e International Harvester
Company avevano in gioco commesse per milioni di dollari di for-
niture all’Urss di turbine e pipelayers, sulle quali avevano già chiesto

49
  RRL, Nsc 000/2-3, 16 October 1981, Executive secretariat, Nsc meeting
files.

­­­­­214
licenze di esportazione. La Fiat-Allis, a sua volta, era coinvolta nella
fornitura di trattori attraverso la Allis-Chalmers, succursale della com-
pagnia italiana nell’Illinois, per 170 milioni di dollari di componenti
di macchine per il movimento terra e per il settore minerario, da as-
semblare in Urss. Ma il valore complessivo di questa transazione per
la società madre Fiat-Allis assommava a ben due miliardi di dollari50.
Il 24 maggio, in una riunione di gabinetto sulle sanzioni e la limita-
zione dei crediti ai sovietici, si ripropose la questione della mancanza
di sintonia con gli alleati: «È tempo di dire loro – affermò Reagan – che
questa è la nostra ultima chance di portare i sovietici nel mondo reale e
di prendere posizione con noi». Una settimana dopo, il 2 giugno 1982,
Reagan volava a Roma per incontrare Giovanni Paolo II.
Intanto le imprese europee di turbine avrebbero dovuto trova-
re un’alternativa ai componenti prodotti su licenza statunitense. I
fornitori, per onorare i loro contratti, non avevano altra scelta che
acquistare dalla francese Alsthom Atlantique, che aveva prezzi alme-
no del 30% più elevati di quelli di General Electric, il che avrebbe
determinato una contrazione dei guadagni tale da far risultare non
profittevole l’intera operazione.
Il Dipartimento di Stato e quello del Commercio si erano pro-
nunciati contro la cancellazione delle sanzioni, seppure con sfuma-
ture diverse. La situazione polacca, a causa della quale erano state
imposte le sanzioni, non era mutata. Perciò il Dipartimento di Stato
aveva sostenuto la missione di Buckley che, cancellando le sanzioni
per i contratti siglati prima del 30 dicembre 1981, ma imponendo
nuove limitazioni al credito, avrebbe permesso l’esportazione de-
gli equipaggiamenti americani sia per la Siberia sia per il progetto
sovietico-giapponese di Sakhalin.
Il 7 aprile 1982, in una lettera personale a Edwin Meese, con-
sigliere di Reagan, il vicepresidente della General Electric Phil S.
Peter scrisse che l’imposizione senza interruzioni di sanzioni sulla
costruzione del gasdotto sovietico aveva finito con l’avere un impat-
to negativo innanzitutto sulle imprese e sull’occupazione americane,
nonché sulla bilancia dei pagamenti e sull’affidabilità degli Usa come
fornitore internazionale. Infatti, le aziende dei paesi alleati erano
pronte a subentrare a quelle statunitensi. Perciò Peter chiedeva la
salvaguardia dei diritti acquisiti per i contratti in essere prima della

  Ibid.
50

­­­­­215
legge marziale polacca o di consentire, come concordato, la spedi-
zione dei componenti per i rotori delle turbine alle tre compagnie
europee occidentali: Nuovo Pignone in Italia, Aeg in Germania,
John Brown in Scozia. Questi accordi pesavano per oltre la metà
del fatturato mondiale di turbine, e consentivano l’accesso a mercati
altrimenti chiusi per la persistenza di pratiche nazionalistiche.
Secondo il vicepresidente della GE, la tecnologia trasferita con
queste turbine risaliva alla metà degli anni Sessanta, mentre il Nuovo
Pignone aveva già venduto l’ultima generazione tecnologica ai sovie-
tici nel 1972. La General Electric riteneva che fosse passato ormai
tempo sufficiente per chiarire che le sanzioni non avevano fermato
né ritardato la costruzione della pipeline. Tutto ciò avrebbe finito col
produrre un danno permanente agli Usa. Infatti, anche a motivo del-
le sanzioni, l’Urss stava facendo pressioni sul Nuovo Pignone perché
producesse direttamente la turbina per il gas sovietico51.
La situazione era giunta a un punto di tensione altissimo. Il segre-
tario di Stato Shultz lavorava a un’intesa con gli alleati per arrivare
a definire una politica comune sulle relazioni economiche Est-Ovest.
Se Italia e Gran Bretagna avevano accettato il memorandum di intesa
preparato dagli americani, Giappone, Germania Federale e Francia
mostravano invece più perplessità. D’altronde, anche a Washington i
punti di vista divergevano: da una parte c’era il Dipartimento di Stato,
alla ricerca di un compromesso che permettesse sia di sospendere le
sanzioni, sia di portare gli alleati su una posizione più vicina a quella
americana; dall’altra il Pentagono, che premeva perché le relazioni eco-
nomiche fra i due blocchi imboccassero un nuovo corso, e considerava
le sanzioni, nonché il rifiuto di soddisfare gli ordinativi di materiale, co-
me un mezzo indispensabile e adeguato a raggiungere tale obiettivo52.
Nel novembre 1982, in un memorandum per il presidente, Shultz
propose una modifica delle sanzioni che, in sostanza, accoglieva le
richieste delle multinazionali. Si trattava di superare il sistema delle
licenze fissando un generale divieto di scambio, con alcune eccezio-
ni: i rotori General Electric, i pipelayers Caterpillar, le turbine John

51
  RRL, Nsc 00050, 24 May 1982, (1/7), Executive secretariat, Nsc meeting
files, Usrr gas pipeline.
52
  RRL, Nsc 0058, 6 Aug. 1982, Executive secretariat, meeting files. Shultz, no-
minato segretario di Stato alla fine del giugno 1982, nelle sue memorie attribuisce
al segretario della Difesa Weinberger e ad altri un certo atteggiamento unilaterale
verso gli europei.

­­­­­216
Brown, stabiliti da contratti precedenti, e la tecnologia dei bulldozer
Fiat-Allis53.
Sia il Dipartimento del Commercio sia quello di Stato, con moti-
vazioni diverse, ritenevano invece altamente rischiosa l’applicazione
dell’extraterritorialità per il controllo del gas e del petrolio. I costi
per gli Usa avrebbero potuto essere assai salati. Il Dipartimento del
Commercio prevedeva una perdita di miliardi di dollari. Inoltre, a
medio temine, gli alleati europei e i giapponesi avrebbero finito col
cercare fornitori non americani per evitare i controlli.
In Italia la questione riguardava la sussidiaria della Grove Valve
and Regulator, che esportava macchinari per l’industria petrolifera in
Urss. I paesi più coinvolti erano la Gran Bretagna, con quattro sus-
sidiarie di grandi imprese americane, la Francia con tre, l’Olanda e
l’Austria con una. Erano stati i governi di Italia, Gran Bretagna e Ger-
mania Federale a chiedere informalmente che i contratti già siglati ve-
nissero esentati dalle sanzioni, così come i componenti già inviati dagli
Stati Uniti. Nell’agosto 1982 gli ordini di macchinari e attrezzature dai
paesi occidentali per la costruzione della pipeline siberiana ammonta-
vano a circa 4,3 miliardi di dollari, il 90% dei quali riguardava Italia,
Francia, Gran Bretagna e Germania occidentale. In particolare l’Urss
avrebbe importato notevoli quantitativi di tubi di largo diametro dal
Giappone e dalla Germania Federale. Si prevedeva che il valore totale
delle forniture occidentali sarebbe stato di 7-8 miliardi di dollari. Per
realizzare l’imponente oleodotto, i paesi occidentali avevano predi-
sposto misure di credito all’esportazione e ai fornitori con garanzie
statali. Il nostro paese aveva varato un piano di crediti alle imprese
fornitrici di 3,3 miliardi di dollari. Si trattava del prestito più cospicuo
fra quelli approntati dai paesi interessati (il Giappone seguiva con 3
miliardi, la Francia con 1,8, l’Olanda con 1,1)54.
Gli studi di previsione americani avevano anticipato che, rispetto
al 1980, la domanda di petrolio in Europa occidentale sarebbe au-
mentata del 72% entro il 2000. Ciò che avrebbe comportato un in-
cremento delle importazioni del 50% entro il secolo. Per completare
il suo fabbisogno per gli anni Ottanta, l’Italia si aspettava di poter
concludere al più presto negoziati con l’Algeria e Mosca55.
La morte di Brežnev, il 10 novembre 1982, fu seguita tre gior-

53
  RRL, Nsc 00065, 5 Nov. 1982, Executive secretariat, Nsc meeting files.
54
  RRL, Nsc 0058, 6 Aug. 1982, Executive secretariat, Nsc meeting files.
55
  RRL, Nsc 00065, Nov. 1982, Executive secretariat, Nsc meeting files.

­­­­­217
ni dopo dall’annuncio di Reagan della sospensione delle sanzioni
contro le compagnie americane e le altre imprese partecipanti alla
costruzione del gasdotto sovietico per l’Europa occidentale56.
Nell’aprile 1984 il Parlamento europeo e la Cia completarono
due rapporti sulla situazione dell’economia occidentale e sulle sue
prospettive. I dati sull’andamento economico mostravano i sintomi
della stagnazione: dal 1973 al 1981 il Giappone era cresciuto del
26%, gli Stati Uniti del 16%, l’Europa occidentale invece appena
dell’8%. Secondo Washington le cause erano strutturali e difficil-
mente modificabili, perché andavano individuate innanzitutto nella
elevata e crescente spesa pubblica. Negli Stati Uniti, nel 1960 la spe-
sa pubblica era intorno al 28%, nel 1980 al 33%; invece in Europa
era al 32% e al 47%. Il welfare era aumentato in dieci anni di oltre
dieci punti. Nonostante la maggiore competizione internazionale e
dei prezzi petroliferi, dal 1970 al 1980 il costo del lavoro in Italia,
Francia, Gran Bretagna e Germania era cresciuto del 60% in termini
reali, invece negli Stati Uniti era stato contenuto al 12%.

Le spese militari e i vertici internazionali

La fine della distensione aveva riacutizzato il conflitto bipolare fra


Urss e Usa, sullo sfondo di vicende destabilizzanti come la crisi de-
gli ostaggi americani in Iran e l’invasione sovietica dell’Afghanistan.
Intanto la Nato si ricompattava intorno alla decisione di schierare
108 missili Pershing II e 464 Cruise per controbilanciare gli SS20
sovietici. L’Italia aveva fatto una scelta sofferta a favore degli euro-
missili57. Ma l’adesione del nostro paese, che avrebbe ospitato parte
dei nuovi missili, fu determinante anche per l’Europa.
Il deterioramento dello scenario internazionale coinvolse diretta-
mente l’Italia che, nel 1982, per la prima volta fu bersaglio di violente
polemiche. I sovietici accusavano il ministro della Difesa, il socialista
Lelio Lagorio, di «sfrenato militarismo». E anche all’interno della
maggioranza di governo affiorarono critiche sulle spese per gli ar-

56
  The Reagan Diaries, cit., p. 112.
57
  L. Lagorio, I rapporti con gli Stati Uniti. La questione degli euromissili, in La
politica estera italiana negli anni Ottanta, a cura di E. Di Nolfo, Marsilio, Venezia
2002, pp. 83-89. RRL, Nato (countries) Italy, Kraemer Sven files, copia dell’inter-
vista di Lelio Lagorio al «Mondo».

­­­­­218
mamenti, ritenute eccessive. Roma aveva infatti deciso, insieme agli
altri paesi Nato, di aumentare del 3% le proprie spese per la Difesa.
Questa risoluzione era stata presa nel 1978 dal governo Andreotti,
ma era rimasta inapplicata fino al 1981, quando le spese militari
aumentarono del 30%, e ciò tenuto conto dell’inflazione e di quan-
to era da recuperare per gli anni precedenti. L’Italia aveva peraltro
manifestato la propria contrarietà alla proposta, avanzata dai centri
strategici di Francia, Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti, di isti-
tuire un direttorio a quattro all’interno dell’Alleanza atlantica, che
l’avrebbe esclusa dalle consultazioni ristrette e più rilevanti.
Reagan, pur avendo gettato le basi per un massiccio programma
di riarmo, al tempo stesso aveva pragmaticamente lanciato la propo-
sta di una trattativa diretta con l’Urss (Start - Strategic Arms Reduc-
tion Talks) e aveva formulato un piano di compromesso per le armi
nucleari di teatro. In discussione era la rinuncia al dispiegamento dei
missili Cruise e Pershing II da parte americana, e degli SS20 e altri
da parte sovietica.
Il 17 gennaio 1984 aveva inizio la Conferenza di Stoccolma sulle
misure per rafforzare la fiducia e la sicurezza, nonché sul disarmo
in Europa. Era stata convocata in base alle disposizioni della Con-
ferenza di Madrid sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, e
si sarebbe conclusa il 19 settembre 1986. Da parte del presidente
del Consiglio Craxi vi era pieno accordo circa il perseguimento del
dialogo con i sovietici e il bisogno di mandare segnali positivi, così
come annunciato da Reagan nel discorso pronunciato all’apertura
dei lavori di Stoccolma58.
In preparazione del viaggio di Reagan in Europa, il meeting del-
l’Nsc, il 21 maggio 1987, per volontà del presidente si concentrò
sull’agenda politica del summit economico che si sarebbe svolto in
giugno a Venezia. Il leader sovietico Michail Gorbačëv appariva de-
ciso a prendere l’iniziativa tanto sulle questioni interne che sul con-
trollo delle armi. Il summit si svolgeva nel quarantennale del piano
Marshall59. Pertanto Reagan voleva che a Venezia l’Occidente desse
una prova di coesione. Ma gli europei seguivano con preoccupa-
zione le audizioni sul caso Iran-Contra, e pensavano che Gorbačëv
fosse più determinato di Reagan a favorire un controllo delle armi.

58
  RRL, International trade IX (A); EPC minutes (09/05/1985-09/18/1985),
Danzansky Stephen I., files (Nsc). Memorandum.
59
  RRL, Nsc 140, 21 May 1987, Executive secretariat, Nsc meeting files.

­­­­­219
La nuova efficacia della politica sovietica preoccupava l’Nsc. In
preparazione della visita di giugno Frank Carlucci, allora segretario
alla Difesa, predispose un memo per il presidente con i principali
temi di discussione. Il summit avrebbe permesso al presidente di ri-
affermare la sua leadership ed era un’opportunità per far vedere al
mondo che il suo secondo mandato finiva con una posizione di forza
nelle relazioni internazionali, e lasciava un’eredità duratura60. Invece
il segretario di Stato Shultz riteneva che il ruolo di Reagan fosse tanto
più cruciale, quanto più l’Europa sembrava attraversare un periodo
di incertezza interna. Gli europei erano preoccupati per le crescenti
simpatie che le misure protezionistiche stavano riscuotendo nel Con-
gresso e per le questioni agricole nell’Uruguay Round. Molti dubbi e
timori derivavano dalle dichiarazioni americane sul ritiro delle truppe
dall’Europa, e dunque dalla prospettiva di dover incrementare le spe-
se per la difesa. Ciò che, secondo Shultz, era tanto più preoccupante
in quanto la diplomazia sovietica riusciva con crescente efficacia a
dipingere Gorbačëv come un leader che lavorava con determinazione
per il disarmo e il miglioramento delle relazioni Est-Ovest61.
In questo scenario, con la Francia in attesa delle elezioni presi-
denziali e il Giappone con un leader prossimo alla scadenza del suo
mandato, l’Italia appariva a Washington un alleato di scarso rilievo
perché Fanfani (a capo del suo sesto governo) figurava come un
«caretaker». Invece l’incontro di Reagan con il papa aveva assunto
importanza geo-strategica poiché aveva affrontato le più scottanti
questioni internazionali: il nuovo leader sovietico Gorbačëv, le rela-
zioni Est-Ovest, l’interesse vaticano a stabilire relazioni con Israele,
nonché l’importante viaggio appena compiuto da Giovanni Paolo II
in America Latina, che aveva avuto un impatto molto forte sul ponte-
fice in particolare per il suo «showdown» con il generale Pinochet62.
In un memo Frank Carlucci sottolineò che Gorbačëv stava per
rubare la ribalta a Reagan sul controllo delle armi ben prima del
vertice di Venezia. Questa osservazione trovava riscontro in una no-
ta inviatagli da Fritz Ermarth, assistente particolare del presidente.
Ermarth metteva in rilievo che quello di Venezia non era un summit
economico come gli altri, perché c’erano in agenda numerose e rile-
vanti questioni politiche: relazioni Est-Ovest, terrorismo, narcotici,

60
  Ibid.
61
  Ibid.
62
  Ibid.

­­­­­220
questioni regionali, Medio Oriente, nonché la dichiarazione politica
annuale del summit63.
L’8 giugno 1987 Reagan e il primo ministro Fanfani si incontra-
rono presso l’Hotel Cipriani a Venezia. Reagan affrontò la questione
dei sussidi comunitari all’agricoltura che, a suo giudizio, dovevano
essere cancellati perché distorcevano il mercato globale creando so-
vraproduzione agricola. Fanfani si dichiarò d’accordo, ma molti pae-
si, fra i quali il Giappone, erano contrari a ridurre i sussidi per motivi
di consenso politico. Intanto restava il paradosso di una sovraprodu-
zione occidentale che non poteva essere né economicamente conver-
tita, né scambiata con i paesi poveri. Un’alternativa era la trasforma-
zione in etanolo del surplus agricolo: «se riuscissimo a individuare
un mezzo per trasformare in energia questo surplus alimentare, ciò
sarebbe un enorme beneficio per l’umanità» affermava Reagan. Ma
il basso costo del greggio al barile rendeva allora impraticabile que-
sta soluzione. Fanfani aveva osservato che il summit doveva affron-
tare anche i temi dell’ambiente e della bioetica. Quanto alla Cee, si
doveva «aggredire» la questione del surplus. Si accennò anche alla
produzione di droghe come problema di mercato. Al momento di
congedarsi Fanfani riferì che il ministro degli Esteri Andreotti voleva
discutere la questione della libertà di navigazione nel Golfo Persico
perché aveva una diversa posizione rispetto agli americani64.
La profondità del substrato protezionistico dell’America si sa-
rebbe misurata in occasione del tentativo della Comit di acquisire la
Irving Bank Corporation di New York, nel 1988. In questo caso la
Federal Reserve Bank (Fed), pur senza opporsi formalmente all’ac-
quisizione, compì una mossa strategica per esautorare la Commer-
ciale coinvolgendo formalmente l’Iri quale holding bancaria, e ciò
in base alla definizione del Bank Holding Company Act. Di fatto, le
autorità statunitensi non avevano esitato a compiere scelte che erano
in aperto contrasto con il processo di apertura e di liberalizzazione
promosso e sostenuto da Reagan65. Questa manovra finì col mettere
fuori gioco la Comit, scoperta sul lato italiano dalla mancanza di un
esplicito sostegno da parte sia della Banca d’Italia, sia del governo,

63
  Ermarth era chairman dell’Nsc come National intelligence officer per l’Urss
e l’Europa dell’Est.
64
  RRL, 8704350, Executive secretariat, Nsc, System file, Bilateral meeting.
Memorandum of conversation, June 8, 1987.
65
  C. Brambilla, Divenire una grande banca europea, cit., pp. 141-159.

­­­­­221
che anzi mostrò ben poca attenzione all’iniziativa internazionale del-
la grande banca milanese.

Gli interessi petroliferi in Libia

Nell’agosto 1981 gli americani pianificarono un’esercitazione navale


nel Golfo della Sirte. Si trattava di una dimostrazione di forza nei
confronti del regime di Gheddafi, che disconosceva i limiti delle
acque internazionali al largo di Tripoli. I libici reagirono attaccando
gli aerei militari americani, che a loro volta il 19 agosto abbattero-
no due aerei libici. Nel delineare le possibili conseguenze di queste
manovre militari, gli esperti dell’Interagency Intelligence avevano
tenuto conto, oltre che della prevedibile reazione del governo libico,
anche di come avrebbero reagito i paesi dello scacchiere mediterra-
neo e gli alleati66. Si prevedeva che gli Stati arabi avrebbero risposto
negativamente, ma in modo generico e perciò poco incisivo. Invece
gli alleati avrebbero avuto le reazioni più critiche, e ciò tanto più se
non fossero stati consultati con adeguato anticipo. Quanto ai sovie-
tici, si metteva in conto che essi avrebbero ampliato il raggio della
loro collaborazione con i libici. Secondo gli estensori del rapporto,
per mitigare gli esiti più dannosi per gli interessi americani sarebbe
stato consigliabile rinviare le esercitazioni alla fine di settembre. Ciò
avrebbe permesso, da un lato, di ridurre il numero dei cittadini sta-
tunitensi esposti alle rappresaglie in Libia e, dall’altro, di attenuare la
percezione che vi fosse un legame fra la recente aggressiva attività di
Israele e le manovre navali67. Ma prevalsero valutazioni di carattere
geostrategico.
Le previsioni di reazioni non militari da parte della Libia riguarda-

66
  Il rapporto fu preparato su richiesta del direttore della Cia, sotto gli auspici
del National intelligence officer per il vicino Oriente e l’Asia del Sud. Avevano
contribuito alla sua stesura il Bureau of Intelligence and Research del Diparti-
mento di Stato, la Defense Intelligence Agency, la National Security Agency e le
organizzazioni di intelligence dell’esercito, dell’aviazione, della marina e del corpo
dei marines. Dopo le manifestazioni antiamericane del 1979, nel 1980 una serie di
omicidi di oppositori del regime di Gheddafi in esilio (alcuni compiuti anche in
Italia, a Roma e Milano), nonché l’intervento nel Ciad da parte dell’esercito libico
e un tentativo sovversivo in Gambia, indicavano che il colonnello libico aveva dato
avvio a un’aggressiva strategia di politica estera.
67
  Circa la previsione di eventuali incidenti o reazioni militari da parte della
Libia, il documento è ancora in parte secretato.

­­­­­222
vano direttamente l’Italia. Infatti, un eventuale embargo petrolifero di
Tripoli contro gli Usa e i paesi occidentali che servivano la Sesta flotta
avrebbe coinvolto innanzitutto Italia e Grecia. Il punto è che la Libia
era molto più dipendente dagli Stati Uniti di quanto lo fossero gli Usa
da Tripoli. Sebbene nel 1980 gli americani fossero stati il principale
acquirente del petrolio libico (40% di quello esportato in quell’anno),
la dipendenza dalle forniture libiche era assai meno significativa, co-
stituendo il petrolio di Tripoli soltanto il 10% dell’import e il 5% del
consumo petrolifero degli Usa. Invece l’Italia, secondo l’Intelligence,
importava il 12% del suo petrolio dai libici. Tuttavia a Washington
si prevedeva che le favorevoli condizioni del mercato internazionale
avrebbero consentito al nostro paese – come peraltro alla Grecia e agli
stessi americani – di trovare rapidamente un’alternativa.
Malgrado Tripoli avesse chiuso la missione diplomatica a Washing-
ton, la Libia aveva continuato a trattare le compagnie petrolifere ame-
ricane più come potenziali alleati che come strumenti della politica
estera statunitense. D’altronde, la vera partita si giocava sul campo
della tecnologia e del know-how. Se Gheddafi avesse imprigionato o
cacciato i tecnici delle compagnie petrolifere americane, in pochi mesi
– secondo la valutazione delle Agenzie americane – la produzione del
petrolio libico sarebbe crollata. Pertanto, lo scenario più probabile
era che i libici se la prendessero non con le compagnie petrolifere, ma
con cittadini americani inermi68. Per parte sua Donald Regan, allora
segretario al Tesoro, in un memo per William P. Clark jr. esprimeva
forti perplessità sulla proposta di embargo alla Libia non soltanto per
i costi politici delle frizioni con gli alleati europei, ma anche per quelli
economici che sarebbero stati sopportati dagli Stati Uniti.
Nel marzo 1982, in risposta ai continui atti di aggressione e il-
legalità di Tripoli, il presidente Reagan firmò l’Nsdd 27 (National
Security Decision Directives). La direttiva poneva l’embargo sull’e-
sportazione di petrolio libico negli Usa, e sottoponeva a un regime
di autorizzazioni e divieti per motivi di sicurezza le esportazioni
verso la Libia, in particolare la tecnologia petrolifera non ottenibile
da altre fonti. Dopo l’intervento delle truppe libiche nel Ciad e altri
atti di ostilità verso gli interessi americani da parte di Tripoli, i costi
delle restrizioni economiche erano evidenti: le imprese americane
sarebbero state pesantemente colpite e la bilancia dei pagamenti

68
  RRL, US Executive secretariat, Nsc meeting, 10 August 1981.

­­­­­223
ne avrebbe sofferto. In alcuni casi gli alleati erano certi di cogliere
l’occasione di vendite che gli Usa sacrificavano. Ma, per la strategia
di leadership americana, era altrettanto scontato che più cresce-
va la potenza libica, più gli Usa dovevano sopportarne i costi, dal
momento che stavano aumentando considerevolmente i programmi
di assistenza ed emergenza verso i paesi, come Sudan e Ciad, che
rientravano fra gli obiettivi della politica espansionistica di Tripoli.
Anche se altri Stati avessero aiutato Gheddafi a completare proget-
ti e infrastrutture, secondo l’Nsc, le restrizioni all’export america-
no avrebbero comunque prodotto alcuni danni. Tuttavia, poiché
Gheddafi reputava «la tecnologia americana sopra tutto il resto»,
egli avrebbe cercato di ottenerla anche per vie illegali. Perciò, in un
memorandum per il presidente, datato 1° dicembre 1983, Robert
C. McFarlane proponeva di riconsiderare la politica di restrizioni
sull’export con la Libia e di trovare una soluzione diversa a tutte
queste problematiche69.
Il 7 gennaio 1986 Reagan emanò l’ordine esecutivo (effettivo dal
1° febbraio) per imporre l’embargo su tutte le transazioni commer-
ciali, finanziarie e di trasporto con la Libia, nonché il congelamento
di tutti i beni e le proprietà del governo libico negli Usa o in pos-
sesso o controllo di cittadini americani. Dopo l’attacco terroristico
all’aeroporto di Roma e dopo che il premier Craxi aveva dichiarato
che era necessario identificare gli Stati che assicuravano protezione
e armi al terrorismo, lo staff della Casa Bianca ritenne che fosse
giunto il momento di intraprendere un’azione più rigorosa e diretta
contro Gheddafi, anche a costo di sacrifici e di perdite sul piano
commerciale70.
Nel febbraio 1986, in un memorandum del viceammiraglio John
M. Poindexter per il National Security Council, si rilevava che, in
risposta alle sollecitazioni di Washington, i governi europei erano
poco propensi a dichiararsi pubblicamente d’accordo con l’embar-
go, e tuttavia sembravano cooperare informalmente a scoraggiare
l’acquisto di petrolio libico da parte delle loro compagnie, sia di
Stato che private71. L’obiettivo di Washington era relegare la Libia

69
  RRL, Nsc 00097, 2 Dec. 1983, Executive secretariat, Nsc meetings files.
70
  RRL, Nations V. (D) 3, a, Middle-East-Libya, Economic sanctions (7), Dan-
zansky Stephen: files (Nsc), Background briefing, January 7, 1986.
71
  RRL, Libya (03/01/1986-03/15/1986), Cannistraro Vincent, files, serie I,
Country file, Memo, March 11, 1986.

­­­­­224
in una posizione marginale sui mercati petroliferi internazionali, pri-
vandola in tal modo di valuta pregiata.
Le imprese americane che avevano affari e interessi in Libia erano
circa cento ed erano le più note multinazionali operanti nel com-
parto aereo, meccanico, elettrico, chimico e del petrolio. Fra queste
vi era anche l’Agip Usa Incorporated, sussidiaria di Eni con sede a
New York. Il 5 maggio, durante il summit economico di Tokyo, gli
Usa, congiuntamente con Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna,
Giappone e Canada, rilasciarono una dichiarazione sul terrorismo
internazionale delineando le misure da prendere. La Libia fu il solo
paese nominato esplicitamente. Il presidente annunciò anche che
le imprese americane avrebbero terminato tutte le operazioni in Li-
bia entro il 30 giugno 1986 e che erano autorizzate a cedere i loro
assets esclusivamente a entità libiche (per evitare che altre imprese
ne prendessero il posto). In luglio il Tesoro chiese alle compagnie
americane un rapporto dettagliato su queste transazioni. E ciò al fine
di individuare se e quali grandi imprese stessero aggirando i divie-
ti imposti da Washington attraverso le loro affiliate, ma anche per
avere un quadro d’insieme del coinvolgimento delle multinazionali
americane nell’economia libica72.
Gli Stati Uniti avevano bandito l’importazione di greggio nel
1982, di prodotti raffinati nel 1985 e nel 1986 avevano ristretto se-
veramente le attività delle imprese americane operanti in Libia e che
si occupavano di petrolio libico73. Avevano inoltre cercato la collabo-
razione dei più importanti importatori di petrolio fra gli alleati euro-
pei, dai quali si aspettavano una riduzione del loro coinvolgimento
nell’economia libica, e miravano a ottenere il coinvolgimento più
pieno dei governi alleati74.
L’Italia era il principale partner commerciale della Libia e, per-
tanto, una riduzione nell’import petrolifero sarebbe risultata la più
severa misura di natura economica presa da un paese europeo. In-
fatti nel 1985 il 16% delle importazioni italiane di petrolio era di

72
  RRL, Nations V. (D) 3, a, Middle East-Libya, Economic sanctions (7), Dan-
zansky Stephen I: files (Nsc), Economic sanctions against Libya.
73
  Ibid.
74
  RRL, International Trade IX (A), EPC minutes (09/05/1985-09/18/1985),
Danzansky Stephen I: files (Nsc), Economic sanctions against Libya, Dep. of Trea-
sury, Robert M. Kimmit, August 28, 1986. Si tratta di un sommario di due pagine
per Dick Walters e il suo team da parte del consigliere generale Kimmit.

­­­­­225
provenienza libica, coprendo 1/3 dell’intero export petrolifero di
quel paese. Di questo, una parte era vincolata da un accordo di com-
pensazione, ma una porzione significativa era acquistata sul libero
mercato e perciò poteva essere ridotta. È utile ricordare che in Ger-
mania occidentale, per esempio, arrivava da Tripoli il 9% dell’im-
port petrolifero, corrispondente a 1/4 dell’export petrolifero libico,
mentre in Francia la quota era del 4%75.
Il Dipartimento del Tesoro aveva preparato una lista di temi eco-
nomici che il tenente generale Vernon («Dick») A. Walters, ex vi-
cedirettore della Cia, cattolico e ambasciatore itinerante di Reagan,
avrebbe dovuto affrontare nei colloqui con i paesi europei. Nel caso
dell’Italia, gli americani seguivano con attenzione la controversia sul
congelamento degli assets di Tripoli. Essi sollecitavano il governo ita-
liano a fare il possibile per tenere questi e altri assets bloccati, sottra-
endoli all’uso di Gheddafi e negandogli quelle risorse che, secondo
Washington, egli avrebbe potuto usare per finanziare il terrorismo76.
Più della metà dei 4,3 milioni di tonnellate di petrolio importato
dalla Libia nel 1985 era gestita dall’Eni, che a quell’epoca riforniva
circa il 44% del fabbisogno energetico del paese. Un’altra ingente
quantità di petrolio andava alla Montedison per i suoi impianti pe-
trolchimici. Il governo Craxi, nel decidere misure restrittive contro
la Libia, si trovò pertanto a far fronte a problemi finanziari e in-
dustriali estremamente complessi. Fra questi, l’elevata esposizione
debitoria di Tripoli verso le grandi imprese italiane che, pertanto,
avrebbero potuto trovarsi a dover cambiare notevolmente le aspet-
tative di miglioramento dei loro conti economici77. Tanto più che
Tripoli stava entrando in una severa fase di crisi economica e doveva
ripagare debiti internazionali per oltre 6 miliardi di dollari a Urss,
Italia, Turchia, Sud Corea e Germania Federale, mentre il prezzo del
petrolio stava diminuendo78.
Washington decise di sfidare la Libia nel Golfo della Sirte sotto
il 32° parallelo. Il piano americano prevedeva di informare i gover-

75
  RRL, Libya (03/01/1986-03/15/1986), Cannistraro Vincent, files, serie I,
Country file, Memo, March 11, 1986.
76
  RRL, Nations V. (D) 3, a, Middle-East-Libya, Economic sanctions (7), Dan-
zansky Stephen: files (Nsc), «Italy».
77
  RRL, Libya June 30th, Deadline backgrounds, Morton Elaine, «Italy weighs
cut in use of Libyan Oil», June 12, 1986.
78
  RRL, Libya June 30th, Deadline backgrounds, Morton Elaine, «Libya threat-
ened by economic crisis», June 15, 1986.

­­­­­226
ni europei, nonché i paesi alleati e vicini del Medio Oriente (Israele,
Arabia Saudita, Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto), delle intenzioni di
condurre un’operazione sotto la regione di volo di Tripoli il 23 marzo
1986. L’Italia, insieme con Israele, Belgio, Gran Bretagna e Francia,
avrebbe ricevuto l’allerta d’inizio dell’operazione circa sei ore prima
della sfida79. Durante le manovre navali due missili libici vennero lan-
ciati contro aerei statunitensi, e gli americani bombardarono posta-
zioni missilistiche e stazioni radar sulla costa. Craxi prese le distanze
dall’azione statunitense. Ma il 5 aprile, in seguito allo scoppio di una
bomba su un aereo della Twa in volo da Roma ad Atene e all’attenta-
to alla discoteca di Berlino frequentata da militari americani, in una
escalation di ritorsioni Reagan decise di bombardare Tripoli e Ben-
gasi. Il bombardamento di Tripoli fu seguito dal lancio di due missili
libici contro Lampedusa che, tuttavia, non provocarono danni. Co-
me avrebbero rivelato anni dopo Giulio Andreotti e il ministro degli
Esteri libico Abdurrahman Shalgam, il governo italiano reagì molto
cautamente al lancio di questi missili perché era stato Craxi stesso ad
avvertire il colonnello libico dell’attacco americano80.
Le conseguenze economiche della prova di forza fra Washing-
ton e Tripoli si rilevarono alla fine del 1986. Secondo i dati raccolti
dal General Accounting Office, le sanzioni commerciali decise da
Reagan contro la Libia nel 1986 per il suo sostegno al terrorismo
internazionale apparivano scarsamente efficaci81. La Libia non solo
aveva mantenuto la sua quota di produzione petrolifera, ma aveva
anche mostrato grande abilità nel riuscire a vendere le quote prima
commerciate dalle compagnie americane. Infatti Germania, Grecia,
Francia, Italia e Spagna avevano continuato ad acquistare petrolio
e prodotti raffinati dai libici. Tuttavia, strategie ed esiti differivano
parecchio fra questi Stati: se Germania, Francia e Grecia avevano
ridotto l’importazione di greggio libico rispetto all’anno precedente,
Italia e Spagna invece ne avevano incrementato considerevolmente
l’acquisto (rispettivamente, +3,5% e +54,3%). La Spagna, che era

79
  RRL, Libya (03-15-1986/03-31-1986), Cannistraro Vincent, files, serie I,
country file, Timeline. Si prevedevano tre livelli di azione: diplomatica verso gli
alleati, politica verso il congresso, pubblica verso i media. In caso di risposta ostile
libica anche i sovietici sarebbero stati coinvolti. Cannistraro a quell’epoca era di-
rettore dell’Intelligence.
80
  «la Repubblica», 30 ottobre 2008.
81
  Le sanzioni furono decise in seguito all’attentato alla discoteca di Berlino,
frequentata da statunitensi.

­­­­­227
guidata allora dal socialista Felipe González, era entrata nella Comu-
nità europea il 1° gennaio. E ciò era avvenuto anche grazie all’azione
di rilancio impressa alla Comunità europea da Bettino Craxi nel se-
mestre di presidenza italiana, nonché alla trama diplomatica tessuta
dal ministro degli Esteri Giulio Andreotti82.
Il punto è che l’impatto delle sanzioni Usa era stato ridotto dal
processo di trasferimento tecnologico avvenuto in quegli anni. Seb-
bene nei decenni Sessanta-Settanta gli Stati Uniti fossero stati leader
tecnologici e il fornitore dominante nel comparto petrolifero, suc-
cessivamente i dispositivi tecnologici meno avanzati erano divenuti
più accessibili e disponibili in tutto il mondo. Non solo l’Europa
occidentale aveva tratto impulso, nello sviluppo di queste conoscen-
ze, dalla scoperta dei giacimenti petroliferi nel Mare del Nord, ma
anche Romania, Ungheria, Giappone e Unione Sovietica avevano
acquisito le capacità per gestire una grande impresa petrolifera. E
poiché le condizioni dei campi petroliferi libici erano tali da non
richiedere l’uso di tecnologie sofisticate, questo trasferimento di co-
noscenze rendeva più facile la gestione delle cose a Tripoli83.
La Libia, peraltro, non era mai stata uno dei principali partner
commerciali degli Usa. Fra l’82 e l’86 gli scambi non avevano supe-
rato lo 0,02% del totale del commercio estero americano. Tuttavia
le sanzioni, il cui raggio d’azione era stato ampliato dalla clausola
dell’extraterritorialità, avevano avuto l’effetto di contrarre dell’85%
l’export americano verso Tripoli (dallo 0,14% del 1982, quando gli
Usa misero l’embargo sul petrolio greggio, sino allo 0,02 del 1986),
colpendo in particolare macchinari, mezzi di trasporto, grani. So-
prattutto, i dati del Tesoro rivelavano che anche il commercio au-
torizzato fra le sussidiarie estere delle imprese americane e la Libia
aveva subìto un autentico collasso da quando c’erano le sanzioni,
tanto che si calcolava una riduzione del 73,6% di questi scambi fra
il giugno 1986 e il luglio 1987 rispetto all’anno precedente84.
Nel 1986 la domanda di petrolio delle sei più importanti econo-
mie mondiali (Stati Uniti, Giappone, Germania occidentale, Fran-
cia, Italia, Gran Bretagna), che corrispondeva al 60% della domanda
mondiale, aumentò vertiginosamente. In questo scenario Reagan im-

82
  G. Mammarella, P. Cacace, La politica estera dell’Italia, cit., pp. 246-247.
83
  RRL, Libya background (1986-1988), (2 of 4), Burns Williams: files, Libya
trade sanctions (draft).
84
  Ibid.

­­­­­228
presse un ulteriore giro di vite sulle compagnie petrolifere americane
presenti in Libia mediante un ultimatum a cessare tutte le operazio-
ni: in questo modo egli intendeva persuadere i paesi europei a contri-
buire a isolare il regime di Tripoli. Una volta cancellate le esenzioni
concesse in febbraio, i gruppi petroliferi americani più importanti
(come Oasis Oil, formato da Amerada Hess, Conoco e Marathon)
avevano trasformato i propri assets in proprietà di Tripoli85.
La conferma che le sanzioni avevano messo fortemente a rischio
innanzitutto le attività delle compagnie americane venne da un me-
morandum – in gran parte ancora secretato – di Robert Oakley86
per Michael Armacost, del Dipartimento di Stato, Richard Armita-
ge, esperto per le questioni dell’Asia dell’Est e Pacifico del Dipar-
timento della Difesa, e Thomas Twetten, della Cia. Nel documento
Oakley, pur riconoscendo il successo delle sanzioni economiche
messe in atto nella prima metà del 1986, e l’accordo degli alleati a
esercitare pressioni sulla Libia senza sostituire le compagnie ameri-
cane, affermava che gli alleati successivamente avevano quasi com-
pletamente abbandonato le misure prese a suo tempo contro Tripoli
e che erano pronti essi stessi ad assumere il controllo degli assets
delle compagnie petrolifere statunitensi in Libia se gliene fosse stata
data la possibilità. Pertanto Oakley suggeriva una strategia di misure
antiterrorismo che, da un canto, togliesse a Gheddafi questa inattesa
fortuna e, dall’altro, proteggesse gli interessi delle società petrolifere
americane contro «i predatori europei e canadesi»87.

Le occasioni mancate delle imprese italiane

La vicenda del banchiere Sindona aveva mostrato come illegalità e


malaffare si potessero celare con relativa facilità dietro operazioni

85
  RRL, Libya June 30th, Deadline backgrounds, Morton Elaine, «Petroleum
Intelligence weekly», vol. XXV, no. 22, June 2, 1986, pp. 2-3.
86
  Nel settembre 1984 Oakley fu nominato direttore dell’ufficio antiterrorismo
del Dipartimento di Stato. Nel gennaio 1987 era di nuovo nello staff del National
Security Council come assistente del presidente per il Medio Oriente e l’Asia del
Sud. Fu nominato ambasciatore in Pakistan nell’agosto 1988, dopo l’attentato che
costò la vita al presidente pakistano Muhammad Zia-ul-Haq e all’ambasciatore
americano Arnold Lewis Raphel.
87
  RRL, Libya background (1986-1988), (4 of 4), Burns Williams: files, memo-
randum, August 10, 1988.

­­­­­229
finanziarie di rilievo fra Stati Uniti e Italia88. Invece, altre vicende
e operazioni industrial-finanziarie condotte dalle imprese italiane,
pubbliche e private, negli Stati Uniti in quel decennio ebbero esiti
più controversi89.
Proprio sul mercato americano Carlo De Benedetti aveva cercato
di trasformare la Olivetti in un global player dell’Ict (Information and
Communication Technology). Nel 1978 era stato creato a Cupertino
l’Advanced Technology Center (Atc) per trasferire ai prodotti di Ivrea
le soluzioni più innovative sviluppate dalla ricerca americana. Dal
1980 Olivetti aveva moltiplicato gli investimenti in start-up dell’Ict.
Nel 1983 De Benedetti entrò nel consiglio di amministrazione della
AT&T, che aveva acquisito il 25% della Olivetti, mentre altri investi-
menti venivano effettuati nel comparto bancario dell’Atm (Automa-
ted Teller Machines). Nel complesso, però, questa duplice strategia
non si rivelò abbastanza audace nello sviluppare i nuovi prodotti che
avrebbero potuto collocare l’Olivetti fra i leader dell’Ict90. E questa
debolezza avrebbe determinato anche la migrazione «finanziaria»
dell’Olivetti nel comparto telefonico negli anni Novanta.
Nei primi mesi del 1984 aveva cominciato a delinearsi anche la
prospettiva di un accordo fra la Fiat e la Ford. Non era la prima volta
che si stabilivano contatti informali fra Torino e Detroit, ma sino ad
allora il traguardo era apparso in un modo o nell’altro troppo ambi-
zioso. La fusione fra le due imprese avrebbe dato vita a un colosso in
grado di controllare un quarto del mercato europeo, più di quanto
coprivano Peugeot e Volkswagen messe insieme. Ma le reciproche
riserve sul controllo azionario resero impraticabile la joint venture91.
Il caso della Banca Nazionale del Lavoro fu più drammatico.
Quando, nel marzo 1950, riattivò l’ufficio di rappresentanza di New
York, il direttore della Bnl Imbriani Longo s’era proposto di inse-
rire l’istituto di via Veneto nel mercato americano, sull’onda degli
scambi sempre più intensi fra l’Italia e gli Usa inclusi nell’ambito

88
  RRL, Legal, Us vs. Michele Sindona, Kimmitt Robert M.: files, memo, 2
April, 1981.
89
  Nel dicembre 1982 vi fu un fitto scambio di lettere fra Paul Bremer e Mi-
chael Wheeler, nonché fra Reagan e il primo ministro Fanfani, sull’acquisto di
aerei McDonnell Douglas da parte di Alitalia (questa corrispondenza è a tutt’oggi
secretata). RRL, Italy (11/08/1982-12/02/1982), Executive secretariat, Nsc, b 15,
Prime minister Fanfani, First term, 21.
90
  F. Barbiellini Amidei, A. Goldstein, Corporate Europe in the US, cit.
91
  V. Castronovo, Fiat, cit., pp. 1556-1561.

­­­­­230
dell’Erp, nonché di assecondare le nostre esportazioni nell’area del
dollaro, per poi estendere le operazioni d’affari in America Latina,
soprattutto in Brasile. E nel 1958, dopo l’istituzione della Cee, la
Bnl aveva rafforzato la dipendenza di New York in modo da va-
gliare anche la possibilità di acquisire brevetti e licenze industriali.
Successivamente, dal gennaio 1963, l’ufficio di rappresentanza di
New York venne trasformato in una vera e propria filiale. Del resto,
a quel tempo la Bnl era al vertice del sistema bancario italiano e
nelle relazioni internazionali intendeva agire in competizione con
la Comit. A tal fine aveva creato a New York anche la Tiec (The
Italian Economic Corporation), il cui scopo precipuo era di assiste-
re le imprese esportatrici italiane o che operavano negli Usa e nelle
Americhe (come in Canada, Venezuela, Argentina e Brasile, dove la
Bnl contava altre succursali).
Da allora l’istituto di via Veneto aveva assunto man mano par-
tecipazioni nella International Basic Economy Corporation (il cui
pacchetto di maggioranza era detenuto dal gruppo Rockefeller), che
attendeva alla realizzazione di iniziative industriali, commerciali e
immobiliari in vari paesi del mondo92. Dopo la nomina a presidente
di Nerio Nesi, nel dicembre 1978, la Bnl aveva potenziato la filiale
di New York e quella creata nel frattempo a Los Angeles, in coin-
cidenza con l’apertura di un ufficio di rappresentanza a Pechino.
Tre anni dopo, la strategia espansiva perseguita dalla banca negli
Usa aveva dato luogo all’insediamento di altre due filiali a Miami, in
Florida, e ad Atlanta, in Georgia. Ormai la Bnl tallonava da vicino la
Comit nelle relazioni internazionali d’affari. Perciò nel 1983 venne
istituito un apposito International Advisory Board (di cui furono
chiamati a far parte, fra gli altri, David Rockefeller ed Henry Kissin-
ger). L’agenzia di rating Moody’s, riconoscendone il profilo di banca
internazionale, aveva attribuito alla Bnl il massimo dei voti sia per il
credito a breve che per quello a lungo termine; e una quotazione pur
sempre soddisfacente le era stata assegnata da Standard & Poor’s.
La banca ebbe così modo di emettere, dal novembre 1983, su tutto
il territorio degli Stati Uniti, propri titoli negoziabili sotto forma
di «pagherò» al portatore (i cosiddetti commercial papers), nonché
di avviare un’analoga operazione sul mercato canadese mediante la

92
  V. Castronovo, Storia di una Banca. La Banca Nazionale del Lavoro nell’eco-
nomia italiana 1913-2013, Laterza, Roma-Bari 2013, pp. 320-322.

­­­­­231
propria consociata di Montréal. In virtù di questi nuovi strumenti di
raccolta, nonché di altri titoli, come i rate notes, la Bnl acquisì una
salda posizione sui mercati esteri, tale da permetterle di partecipare
a un numero sempre più consistente di operazioni e di prestiti in-
ternazionali a medio termine in valuta, prevalentemente orientati in
favore dell’export italiano93.
La filiale di New York venne così trasformata in una direzione
d’area per tutte le dipendenze della Bnl nelle Americhe. Intanto era
sorta una nuova filiale a Chicago, e la Tiec stava divenendo un centro
di servizi parabancari Bnl per gli Stati Uniti. Senonché, a incrinare le
fortune dell’istituto negli Usa fu la disavventura di Atlanta, causata da
un colossale giro d’affari basato su operazioni creditizie condotte, fuori
dalla contabilità ufficiale, dal direttore responsabile della filiale di At-
lanta, Christopher Drogoul, con il governo dell’Iraq di Saddam Hus-
sein94. Da qui un grave scandalo politico – reso noto dalle televisioni di
mezzo mondo – dopo che la Fed scoprì, nell’agosto 1989, le operazioni
clandestine che avevano dato luogo a un grosso prestito al governo ira-
cheno, contro cui nel frattempo l’Onu aveva decretato l’embargo per
via della guerra in corso fra Baghdad e l’Iran di Khomeini95.

I punti di dissenso

Nel febbraio 1981 il presidente Reagan aveva dato l’approvazione


finale alla proposta dei segretari di Stato e della Difesa di fornire
equipaggiamenti da combattimento per gli F15 che l’amministra-
zione Carter aveva venduto ai sauditi nel 1978. Nei rapporti con
i paesi del Medio Oriente Carter aveva tenuto un atteggiamento
ambiguo, pubblicamente contrario alla vendita di questi equipag-
giamenti militari ma in privato favorevole, ritenendo trascurabili
per Israele le conseguenze di tali traffici. L’amministrazione Reagan
intendeva distaccarsi da questo approccio minimalista, ma avrebbe
comunque mantenuto un doppio standard, pubblico e riservato, sia
di fronte al Congresso che nei contatti con Israele e l’Arabia Saudita.
Tale atteggiamento avrebbe dovuto essere funzionale a rafforzare la

93
  Ivi, pp. 358-359 e 370.
94
  Il direttore, di origini franco-algerine, aveva lavorato alla Barclays di Londra
e di New York.
95
  V. Castronovo, Storia di una Banca, cit., pp. 398-403.

­­­­­232
complessiva sicurezza americana nella regione e, in una più lunga
prospettiva, a sviluppare una solida posizione militare e una strategia
coerente, così da rassicurare gli alleati sul complessivo impegno di
Washington in quell’area96.
Il programma di assistenza militare americana all’Egitto era ini-
ziato nel 1979 con un piano di aiuti quinquennale. L’amministrazio-
ne Reagan aveva incrementato il fondo destinato a questo program-
ma, garantendo inoltre un consistente cash-flow per il 1981-1982.
Diversi elementi inducevano Reagan a rispondere alle richieste di
aiuti militari da parte del Cairo, come il rapido deterioramento delle
attrezzature fornite a suo tempo dai sovietici e l’accresciuta minac-
cia alla sicurezza regionale. La lista di armamenti presentata a Wa-
shington dagli egiziani comprendeva caccia F16 (l’Egitto si poneva
l’obiettivo di creare una forza aerea di centocinquanta F16), carri
armati, missili e basi di lancio97.
D’altronde, la Libia di Gheddafi era considerata una delle mag-
giori minacce in Medio Oriente e in Africa. E ciò, perché le mire
espansionistiche e destabilizzanti di Tripoli mettevano in pericolo
direttamente l’ordine internazionale disegnato da Washington, per
le sfide agli alleati come Israele e agli arabi moderati, per gli omici-
di di dissidenti all’estero, per il programma di sviluppo di ordigni
nucleari98. Intanto, l’attacco terroristico contro i militari americani
a Beirut, nell’ottobre 1983, seguito subito dopo da un attacco con-
tro le truppe francesi, convinse Usa e Francia, nel febbraio 1984, a
ritirare le proprie truppe dal Libano. Per parte sua, il presidente del
Consiglio Craxi aveva manifestato la propria contrarietà ad azioni
americane di ritorsione in Libano, perché esse avrebbero finito con
l’innestare una serie di reazioni imprevedibili e pericolose99.
Il deterioramento dello scenario internazionale e l’inasprirsi della
tensione erano culminati, il 1° settembre 1983, nell’abbattimento
di un aereo di linea coreano, penetrato per errore nello spazio ae-
reo sovietico. In visita ufficiale negli Stati Uniti, il 20 ottobre Craxi
aveva incontrato Ronald Reagan a Washington, e in quell’occasione
aveva confermato la volontà dell’Italia di ospitare i missili Cruise e

96
  RRL, Nsc 27 Feb. 1981 (F-15), 2/4, Executive secretariat, Nsc meetings.
97
  RRL, Nsc, 0018 (1), Executive secretariat, Nsc meetings.
98
  RRL, Nsc 00011, 1 Jun. 1981 (1/2), Executive secretariat, Nsc meetings,
Dep. of State, Paul Bremer, III. Memo for Richard V. Allen, May 13, 1981.
99
  RRL, Italy, Prime minister Craxi, cables, Nov. 1983.

­­­­­233
Pershing II in caso di mancato accordo fra Usa e Urss, a Ginevra,
sulla limitazione degli armamenti. Il rischio di una guerra era assai vi-
cino. Alcuni mesi dopo la tragedia dell’aereo coreano Reagan aveva
inviato un telegramma a Craxi nel quale aveva riconfermato l’inter-
ruzione di ogni collaborazione fra le aviolinee americane e l’Aero-
flot sovietica, ma aveva riaffermato con convinzione la necessità di
continuare gli sforzi di negoziazione, con le trattative Start e gli altri
forum, per giungere ad accordi equilibrati e verificabili con l’Urss
che riducessero la minaccia di guerra e contribuissero alla sicurezza
internazionale. Si apriva così la strada per una competizione pacifi-
ca, se non per una collaborazione costruttiva.
La questione mediorientale e i rapporti Est-Ovest furono centrali
nelle relazioni fra Roma e Washington. Alla vigilia dell’incontro del
presidente americano con il ministro degli Esteri sovietico Gromyko
sulla riduzione e il controllo degli armamenti, il 27 settembre 1984,
Craxi scrisse una lettera a Reagan. Il presidente del Consiglio, ri-
ferendosi all’intervento di Reagan alle Nazioni Unite sulla pace e
i rapporti Est-Ovest, dichiarò che era «opportuno e appropriato»
preoccuparsi di assicurare il collegamento fra «i vari tavoli di nego-
ziato» e, per parte sua, offriva il «concorso di una genuina e costrut-
tiva cooperazione» nelle crisi regionali per «ridurre gli elementi di
contrapposizione Est-Ovest»100.
Successivamente, nell’ottobre 1985, scoppiò il caso Sigonella,
quando alcuni jet americani costrinsero ad atterrare nella base si-
ciliana l’aereo che trasportava i terroristi palestinesi dell’«Achille
Lauro», ma le autorità italiane ne impedirono la cattura.
I dissensi fra Craxi e la Casa Bianca si manifestarono proprio
sul terreno mediorientale. Craxi e il ministro degli Esteri Andreotti,
infatti, erano favorevoli ad accogliere alcune ragioni dell’Olp verso
Israele, nonché a farsi interpreti delle preoccupazioni del Cairo e
di Riyad per lo stallo nel processo negoziale, che metteva a rischio
l’intera regione favorendo la diffusione del radicalismo politico e re-
ligioso. Su questi temi Craxi, reduce da un viaggio in Medio Oriente
con Andreotti, inviò una lunga lettera a Reagan esprimendo l’ama-
rezza e l’attesa di Mubarak e Fahd per una rapida ripresa dell’i-
niziativa occidentale, e segnatamente di Washington, nel processo

100
  Il governo Craxi restò in carica dall’agosto 1983 all’agosto 1986, seguito
dal secondo governo Craxi fino all’aprile 1987. RRL, Italy, Prime minister Craxi,
Executive secretariat, Nsc, Head of State, Lettera di Craxi a Reagan, 27 sett. 1984.

­­­­­234
negoziale. Il fatto è che lo staff della Casa Bianca (in particolare
Robert McFarlane, consigliere di Reagan per la sicurezza nazionale)
riteneva che Craxi, sebbene sinceramente interessato al processo di
pace, tendesse ad accettare le dichiarazioni di parte araba in modo
troppo acritico. In particolare, a riconoscere il «nuovo proclamato
ruolo dell’Olp come forza di moderazione». Perciò la risposta di
Reagan chiarì che, secondo Washington, la prima responsabilità per
assicurare la pace in Medio Oriente non poteva che ricadere sulle
parti in conflitto. Reagan sottolineò inoltre l’urgenza di una ripresa
di negoziati diretti fra Israele e la Giordania, e dichiarò che gli Usa
guardavano con favore all’azione di re Hussein, il quale stava ten-
tando di acquisire il sostegno palestinese per i negoziati di pace101.
Questa differente percezione della questione mediorientale e
mediterranea condizionava anche alcune decisioni di carattere eco-
nomico, e ne era a sua volta vincolata. Così, anche riguardo alla
questione dello sfruttamento delle risorse minerarie dei fondi mari-
ni, sulla quale si era raggiunto un accordo provvisorio a Ginevra, il
3 agosto 1984, fra Usa, Francia, Gran Bretagna, Germania, Belgio,
Olanda e Italia, Craxi inviò al presidente americano una missiva per
motivare la relativa autonomia della posizione italiana. Il capo del
governo anticipava l’intenzione, prima di firmare la Convenzione, di
tenere conto della specifica situazione mediterranea, poiché alcuni
paesi – come la Libia – non riconoscevano i principi di libertà di
navigazione sanciti da quell’accordo, sebbene essi fossero basilari
nel diritto internazionale102.
Con la nomina di Gorbačëv a segretario generale del Pcus iniziava
una nuova fase nei rapporti Est-Ovest. La stagnazione e obsolescenza
dell’economia sovietica, nonché il peggioramento delle condizioni di
vita in tutto il blocco socialista, dimostravano, secondo l’analisi di
Gorbačëv, che l’Urss era circondata «non da eserciti invisibili ma da

101
  RRL, Italy, Prime minister Craxi, Executive secretariat, Nsc, Head of State,
Reagan to Craxi, Jan. 8, 1985; ivi, Memo for the President from Robert McFarlane,
Jan. 8, 1985; ivi, Memo for R.C. McFarlane from Tyrus W. Cobb, Jan. 7, 1985.
102
  RRL, Italy, Prime minister Craxi, Executive secretariat, Nsc, Head of State,
Lettera di Craxi a Reagan, s.d. [ma certamente dell’autunno 1984]. Questi elementi
ritardarono la ratifica dell’accordo da parte dell’Italia, che firmò la Convenzione
il 10 dicembre 1984, formulando una dichiarazione secondo la quale in materia di
«deep sea mining» la Convenzione conteneva notevoli difetti e manchevolezze. Su
Craxi cfr. anche J.E. Miller, La politica estera di una media potenza: il caso italiano
da De Gasperi a Craxi, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 1992.

­­­­­235
economie superiori»103. E questa situazione di debolezza interna era
chiara anche ai vertici militari: dopo il 1985 l’Urss non poteva più
permettersi di sostenere i costi di un confronto con la Nato e gli Stati
Uniti. Sebbene l’economia sovietica avesse conseguito buoni risultati
nel 1986, l’Nsc prevedeva che gli obiettivi previsti per il 1987 dal
dodicesimo piano quinquennale fossero troppo ambiziosi e che dif-
ficilmente i sovietici avrebbero potuto migliorare quantità e insieme
qualità della produzione. Intanto, i sovietici avevano aumentato le
spese militari, che erano cresciute da 19,1 a 20,2 miliardi di rubli104.
La Conferenza di Stoccolma sul disarmo in Europa, a cui parte-
ciparono i paesi firmatari degli accordi di Helsinki, si concluse con
l’impegno sulle misure per la pace e la sicurezza che preluse all’ac-
cordo raggiunto l’8 dicembre 1987 a Washington tra il segretario
generale del Pcus e il presidente degli Stati Uniti. Questo documen-
to, che pose fine alla vicenda degli euromissili, era di enorme impor-
tanza storica, perché era il prodotto del nuovo approccio politico
che si era sviluppato a livello internazionale con l’ascesa al potere di
Gorbačëv e la sua proposta di riduzione graduale e bilanciata delle
armi nucleari, avanzata all’inizio del 1986, e che aveva trovato un
terreno d’incontro nei pronunciamenti antinucleari di Reagan e nel
realismo del segretario di Stato Shultz105. La nomina al ministero de-
gli Esteri, nel 1985, del riformatore Eduard Shevardnadze in sostitu-
zione di Andrej Gromyko – storico esponente del regime di Mosca,
che aveva ricoperto l’incarico ininterrottamente per 28 anni – era un
altro segno che ci si stava avviando verso una nuova era dei rapporti
fra Est e Ovest. È ciò che avvenne successivamente, dall’annuncio
del ritiro delle truppe sovietiche in Afghanistan (febbraio 1988) alla
visita di Reagan a Mosca (maggio 1988). Con i paesi dell’Europa
dell’Est indebitati per miliardi di dollari verso l’Occidente, il sistema
economico sovietico in enormi difficoltà e l’apertura delle frontiere
a Berlino con l’abbattimento – non solo simbolico – del Muro, im-
plodeva l’ultima fase della guerra fredda fra Est e Ovest.

103
  Cfr. F. Romero, Storia della guerra fredda, cit., p. 309.
104
  RRL, Nations V. c. 3. Soviet Union economic indicators, Danzansky Stephen
I, files (Nsc). Danzansky era assistente speciale di Reagan e senior director per gli
affari economici internazionali.
105
  A. Brown, The Gorbachev Revolution and the End of the Cold War, in The
Cambridge History of the Cold War, vol. III, Endings, cit., pp. 244-266.

­­­­­236
Conclusioni

«I leader italiani volevano venir trattati allo stesso livello dei leader
degli altri paesi europei di analoghe dimensioni, ma non volevano ri-
schiare una crisi interna appoggiando i piani americani e ancor meno
mettere a repentaglio i rapporti con gli altri membri della Comunità
[europea]. Cercavano di impegnarsi senza suscitare controversie;
decidemmo per una consultazione senza impegni».
Questo lapidario giudizio di Kissinger circa il ruolo dell’Italia in
Europa e nel Mediterraneo ben illustra gli umori di una parte dell’e-
stablishment americano verso la classe politica italiana. D’altronde,
ciò dimostra come sia riduttivo presumere che negli affari interna-
zionali gli Stati massimizzino i propri interessi, orientati esclusiva-
mente da scelte razionali e oggettive.
Gli effetti della guerra fredda sull’economia italiana finirono per
determinare un modello di sviluppo anomalo rispetto ai paesi più
avanzati. Nello scenario complessivo di tensioni nei rapporti Est-
Ovest, che riguardarono anche i paesi impegnati nel processo di
decolonizzazione, l’azione internazionale e le vicende economiche
dell’Italia risentirono di un duplice vincolo. Da una parte, la man-
canza di autonomia energetica e una rilevante esposizione verso i
paesi produttori di petrolio incidevano sulla sua politica estera, che
era di partecipazione alla Nato, senza tuttavia una piena rispondenza
alle relative responsabilità nei rapporti tanto con l’alleato americano
quanto con i partner del Patto Atlantico. Dall’altra, la dipendenza
dalle licenze delle grandi corporations americane nei settori tecno-
logicamente più avanzati condizionava gli orientamenti del sistema

­­­­­237
economico italiano, col risultato di rafforzare, anche per questa via,
la sua specializzazione in settori manifatturieri tradizionali e di an-
corarlo all’impiego di tecnologie perlopiù intermedie.
Una volta superata la fase della ricostruzione, l’Italia s’era trovata
alle prese con determinati nodi strutturali, destinati ad avere un forte
impatto sia sulla sua politica estera, sia sul suo modello di sviluppo.
Le incognite di un’eventuale dipendenza della Penisola dal petrolio
sovietico, per esempio, all’inizio degli anni Sessanta avevano susci-
tato perplessità e preoccupazioni nell’amministrazione Kennedy e
fra gli alleati della Nato. Dal punto di vista americano, l’espansione
delle esportazioni di idrocarburi dall’Unione Sovietica era altret-
tanto pericolosa, per l’Occidente, di un’aggressione militare. A ciò
si aggiungeva lo scarso credito attribuito da autorevoli esponenti
dell’establishment americano, come il segretario di Stato Rusk, a cer-
te iniziative intraprese dal governo italiano nei rapporti con Mosca,
ritenute motivate essenzialmente da mere ragioni di politica interna,
più che da un’ampia visione di strategia geopolitica.
L’Italia appariva per molti aspetti, agli occhi di Washington, co-
me un paese a sé stante per le sue peculiarità politiche e per quel-
le del business (oltre che per l’influenza della Chiesa cattolica), in
quanto segnata da persistenti contrasti ideologici e politici interni,
nonché dalla presenza di un forte Partito comunista.
Una questione importante come quella degli aiuti ai paesi in via di
sviluppo, che era uno dei canali principali della penetrazione sovie-
tica in Medio Oriente e in Africa, fu sovente motivo di frustrazione
per Washington nelle relazioni con l’Italia. La Penisola risultava uno
dei paesi meno generosi nell’assistenza a quelle regioni in confronto
alle altre medio-piccole potenze europee. E ciò nonostante i rilevanti
interessi e affari del nostro paese, costituiti innanzitutto dalle attività
internazionali di grandi gruppi pubblici e privati, come Eni, Fiat,
Olivetti e Finmeccanica.
Una sintonia diretta con Washington era riscontrabile, in sostan-
za, solo in ordine alla politica europea del governo italiano, critico
verso i progetti autonomistici francesi d’ispirazione gollista e aperto
all’ingresso della Gran Bretagna nel Mec: ciò che offriva un saldo
supporto alla strategia degli Stati Uniti a favore di Londra. Per il
resto, l’Italia era un paese sotto costante sorveglianza: sia per la sua
crescente dipendenza energetica dalle risorse petrolifere di paesi
terzi, sia perché politicamente instabile e socialmente ed economi-
camente squilibrato. Il modello italiano, a giudizio dell’economista

­­­­­238
Walt Rostow, costituiva infatti un «classico, pericoloso esempio di
dilemma fra stabilizzazione e sviluppo». Questa incertezza avrebbe
continuato a incidere sulle vicende del nostro paese per molto tem-
po, determinandone «l’insostenibile leggerezza» sulla scena politica
internazionale.
Significativo, a questo riguardo, fu ciò che avvenne in occasione
della congiuntura recessiva del 1964, quando il governatore della
Banca d’Italia Guido Carli dovette rassicurare Washington sulla sol-
vibilità del paese. Un copione, questo, che le diverse autorità mone-
tarie e politiche italiane avrebbero ripetuto sino a tempi più recenti.
Il costo del lavoro eccedente la produttività, comportamenti sociali
illegali, come la fuga di capitali e l’evasione fiscale, un sistema di
tassazione «effettivamente ingiusto» e una burocrazia enormemente
ingombrante venivano considerati dagli analisti della Cia altrettanti
ostacoli al superamento dei vizi strutturali dell’economia italiana.
Perciò, a giudizio di Washington, solo dimostrando rapidamente di
poter affrontare questi e altri problemi, al fine di generare una cre-
scita economica necessaria a evitare un’accesa conflittualità politica
e sociale, anche il governo di centro-sinistra allora guidato da Aldo
Moro avrebbe avuto buone prospettive di sopravvivere.
La collaborazione fra Stati Uniti e Italia consentì, peraltro, di rag-
giungere importanti risultati su alcuni versanti: come nel caso della
messa in orbita, nel 1964, di un satellite, che portò il nostro paese a
occupare il terzo posto in campo spaziale, dopo Usa e Urss. Inoltre,
venne apprezzata dall’amministrazione Johnson, in disaccordo con
le tendenze protezionistiche del Congresso, l’intesa Fiat-Urss del
1966 per la produzione di automobili a Togliattigrad, considerata
da Washington un vantaggio per gli interessi nazionali americani.
E ciò perché, da una parte, mostrava l’inefficienza e l’arretratezza
dell’economia sovietica e, dall’altra, assecondando le aspirazioni di
Mosca a promuovere la formazione di una classe media in Urss, se
avesse avuto successo avrebbe contribuito a modificare il paradigma
socio-culturale sovietico.
A ogni modo, quanto fosse pur sempre densa di incognite, ad
avviso di Washington, l’instabilità politica ed economica del nostro
paese, e quale fosse l’impreparazione della classe politica, in primis
democristiana, ai mutamenti di ordine strutturale e di scenario in-
ternazionale, emerse appieno nelle crisi degli anni Settanta. In par-
ticolare, le avverse congiunture energetiche del greggio del 1973 e
del 1979 evidenziarono la rilevante esposizione italiana e l’intreccio

­­­­­239
di interessi economici con l’Iran e alcuni paesi arabi produttori di
petrolio. La dipendenza della Penisola in questo campo, nonché le
particolari relazioni d’affari con l’Urss, portavano i governi di Roma
alla ricerca di una difficile «terza via», che, per gli Stati Uniti, pre-
sentava il rischio di allentare i legami e le responsabilità dell’Italia
nell’ambito dell’Alleanza occidentale.
Proprio nel Mediterraneo il ruolo dell’Italia sembrò acquisire un
profilo di maggiore autonomia e incisività rispetto a Washington,
in particolare negli anni Ottanta. Ma si trattava di una svolta dub-
bia quanto contraddittoria e densa di incognite, poiché avvenne in
particolare grazie ai rapporti economici intrecciati da Roma con la
Libia di Gheddafi. Da un canto, infatti, sul piano politico i dissensi
di Craxi nei riguardi di Reagan si manifestarono proprio a causa
delle relazioni col regime di Tripoli; dall’altro, le mai sopite spinte
protezionistiche del Congresso determinarono, in un modo o nell’al-
tro, la mesta conclusione di alcune fra le più rilevanti operazioni
finanziarie e industriali italiane sul mercato americano: dall’eclissi
di un accordo Fiat-Ford al naufragio dell’acquisizione della Irving
Bank da parte della Comit e allo scandalo politico internazionale
della Bnl di Atlanta.
Se durante gli anni Cinquanta-Sessanta l’obiettivo preminente
della guerra fredda, per gli Stati Uniti, era stato quello della supre-
mazia militare rispetto all’Unione Sovietica, dopo le crisi petrolifere
e l’avvento della rivoluzione informatica, negli anni Ottanta, fu la su-
premazia economica a divenire l’obiettivo geostrategico principale
per vincere il confronto con l’Urss (sia attraverso le attività di ricerca
e innovazione tecnologica promosse e sostenute direttamente dal
governo federale, sia tramite le attività partecipate dai grandi attori
privati, come le imprese multinazionali). In questo nuovo scenario
planetario le relazioni con l’Italia non ebbero più, per Washington,
un’importanza rilevante, o comunque tale da comportare una pre-
cipua attenzione.
Indici
Indice dei nomi

Acheson, D., 5. Blumenthal, W.M., 181.


Agnelli, G., 65, 69-70, 138, 172, 173 e Bo, D., 66.
n, 175, 182-183. Boldrini, M., 95, 112-113.
Agnelli, U., 173. Bonomi, I., 51.
Agusta, D., 185 e n. Boothe Luce, C., 18, 20, 44-45, 46 e
Akerlof, G.A., 3n. n, 47n, 51n, 55.
Allen, R.V., 206n, 207n, 233n. Brambilla, C., 167n, 221n.
Andreotti, G., 101, 149 e n, 153n, Brandt, W., 182, 198.
168, 173, 174 e n, 176 e n, 177, 179, Bremer, L.P., 206n, 211, 230n, 233n.
185 e n, 219, 221, 227-228, 234. Brežnev, L., 139, 185 e n, 217.
Armacost, M., 229. Briatico, F., 112n.
Armitage, R., 229. Brinkley, D., 206n.
Armstrong, W.P., 52. Broglio, L., 123, 180.
Arrighi, G., 195n. Brosio, M., 71n, 73, 131n, 182.
Asso, P.F., 8n. Brown, A., 236n.
Attali, J., 197n, 198n. Brown, H., 181, 187n, 190n.
Bryen, S.D., 199n.
Bagnato, B., 89n. Brzezinski, Z., 173 e n, 175 e n, 176 e
Ball, G.W., 80n, 81, 87, 92 e n, 93e n, n, 177n, 180n, 181, 183 e n, 187n,
94-95, 118, 167. 190 e n.
Barbiellini Amidei, F., 39n, 230n. Buckley, J., 213.
Barca, F., 55n. Bundy, M., 80, 97, 100, 102 e n, 104n.
Barre, R., 182. Burns, A., 141.
Bator, F.M., 123n, 127 e n. Burns, W., 228n, 229n.
Battilossi, S., 7n, 75n. Bush, G., 181n.
Beaudry, R.M., 156 e n, 158n, 164.
Ben Bella, A., 113. Cacace, P., 6n, 71n, 228n.
Berlinguer, S., 200. Calandri, E., 198n.
Bisaglia, A., 186. Califano, J., 129n.

­­­­­243
Callaghan, J., 152. Dagnino, V., 64n.
Campilli, P., 58. Danzansky, S.I., 219n, 224n, 225n,
Campus, M., 5n, 11n, 25n. 226n, 236n.
Cannistraro, V., 224n, 226n, 227n. D’Attorre, P.P., 11n.
Carli, G., 67-68, 110, 118-119, 148, Deak, F., 52n.
182, 239. Deaver, M., 202n, 203n.
Carlucci, F., 212, 220. De Benedetti, C., 230.
Carnevali, F., 75n. De Cecco, M., 8n.
Carter, J.E. jr., 172-175, 177, 178 e n, De Gasperi, A., 5 e n, 6, 12, 15, 23,
181-182, 184, 187-188, 191, 194, 25, 44, 143.
205, 232. de Gaulle, C., 74, 85, 97-98, 103, 111,
Casaroli, A., 212. 116, 123, 127, 128n.
Castagnoli, A., 6n, 12n, 39n, 124n. Del Pero, M., 4n, 5n, 15n, 44n, 52n.
Castro, F., 94, 111. De Luca, D., 155n.
Castronovo, V., 8n, 15n, 36n, 51n, Dillon, C.D., 118.
84n, 127n, 130n, 173n, 230n, 231n, Di Nolfo, E., 6n, 58n, 145n, 160n,
232n. 218n.
Cattani, A., 47n. Di Scala, S.M., 80n.
Cavalieri, E., 117n. Dobson, A., 60n.
Caviglia, D., 155n. Drogoul, C., 232.
Cazzaniga, V., 70n. Duggan, C., 57n, 75n.
Cefis, E., 96, 112. Dulles, A.W., 20.
Chruščev, N.S., 89n, 91, 109, 129. Dulles, J.F., 14n, 15, 16n, 18, 44, 71,
Churchill, W., 29. 73 e n, 78, 79 e n.
Ciampi, C.A., 167n. Duncan, C.W., 186.
Ciocca, P., 54n. Dunn, J.C., 9.
Cippico, T.A., 125n. Durbrow, E., 53n.
Clark, W.P. jr., 200 e n, 202n, 211n,
223. Einaudi, L., 5-7, 50.
Clayton, W.L., 5. Einaudi, M., 25.
Clifford, C., 132n. Eisenhower, D.D., 15, 18-19, 28, 32-
Clift, A.D., 149n, 173n. 33, 44-45, 55, 71, 78, 80n, 96, 108,
Cline, R.S., 80 e n. 125.
Cobb, T.W., 235n. Elaine, M., 226n, 229n.
Colombo, C., 86. Eliot, T.L., 141n.
Colombo, E., 97, 98n, 118, 139. Elliott, K.A., 213n.
Colombo, U., 182-183, 189. Ellwood, D., 75n.
Colonna di Pagliano, G., 182. Eloranta, J., 60n.
Cooper, R.N., 107n, 169n. Enthoven, A., 132n.
Cossiga, F., 186. Ermarth, F., 220, 221n.
Costa, A., 8.
Costignola, F., 111n. Fahd, re dell’Arabia Saudita, 234.
Cotula, F., 7n. Falchero, A.M., 130n.
Coty, R., 19. Fanfani, A., 56, 71-72, 74, 77 e n, 81,
Craveri, P., 5n. 84, 89 e n, 91 e n, 92, 97n, 100 e n,
Craxi, B., 224, 226-228, 233 e n, 234 101 e n, 102n, 109 e n, 110, 121,
e n, 235 e n, 240. 131, 135n, 177, 220-221, 230n.

­­­­­244
Fauri, F., 11n. Haif, A.M. jr., 212.
Fava, V., 130n. Haldeman, B., 154n.
Federico, G., 8n. Hamilton, F., 107.
Fedorov, 169n. Hardt, J.P., 139n.
Feisal, re dell’Iraq, 74. Harper, J.L., 25n.
Feldstein, M., 194n. Harriman, W.A., 18 e n, 46, 70, 89 e
Felisini, D., 19n. n, 90 e n, 103n, 125 e n.
Feller, P.B., 129n. Hassan II, re del Marocco, 90n.
Fenoaltea, S., 98n, 100n. Hendrickson, K.E., 22n.
Ferguson, 22n. Henze, P., 176n.
Ferraris, L.V., 7n. Hieronymi, O., 32n.
Ford, G., 143n, 144 e n, 145 e n, 146 e Hirschman, A.O., 7n.
n, 147 e n, 148, 149 e n, 150n, 152, Hitchcock, W.I., 10n.
160, 166, 170, 172. Hoffman, P.G., 8.
Formigoni, G., 6n. Holliday, G.D., 139n.
Fousek, J., 21n. Hormats, R.D., 149n, 197n, 199n,
Frascani, P., 144n. 201.
Freeman, O.L., 52n, 53n, 161n. Hornig, D., 123.
Frei, E., 124. Howe, G., 203, 204n.
Fried, E.R., 126n, 132n. Hoxter, C.J., 32n.
Friedman, M.P., 212n. Hufbauer, G.C., 213n.
Friedrichs, H., 146 e n. Hughes, T.L., 122n.
Fuà, G., 31n. Humphrey, H.H., 82, 124.
Hunter, R., 175n, 177n.
Gaddis, J.L., 66n, 137n. Hussein, re di Giordania, 235.
Gaja, R., 147n. Hussein, S., 232.
Gardner, R.N., 174, 175 e n, 176n, 178
e n, 181, 185 e n, 189 e n, 190 e n. Imbriani Longo, G., 230.
Gentili, D., 64 e n. Ives, I., 22n.
Gentiloni Silveri, U., 71n, 144n.
Gheddafi, M., 139, 158, 167, 173, 222 Jackson, C.D., 96, 97 e n.
e n, 223-224, 226, 229, 233, 240. Jaruzelski, W., 212.
Giannini, G., 116. Javits, J.K., 124, 173, 174 e n.
Giolitti, A., 118. Jensen-Eriksen, N., 90n.
Giorgini, G.B., 40n. Jobert, M., 142.
Giovagnoli, A., 6n. Johnson, L.B., 22 e n, 105, 111-112,
Giovanni Paolo II (K. Wojtyła), papa, 119-121, 123-124, 126-127, 129 e n,
177, 199, 215, 220. 130-133, 138, 169-170, 239.
Giscard d’Estaing, V., 150-151, 195.
Goldstein, A., 39n, 230n. Kalijarvi, T.V., 65, 69-70.
González, F., 228. Karmal, B., 189.
Gorbačëv, M., 219-220, 235-236. Kennan, G.F., 4.
Green, Th., 22n. Kennedy, E., 172-173.
Greenspan, A., 151, 152n. Kennedy, J.F., 80 e n, 81 e n, 88, 92,
Gromyko, A., 89, 139, 234, 236. 94, 96-98, 100n, 101n, 103-107,
Gronchi, G., 46, 54, 70-71, 78, 89 e 109, 111, 123, 125, 128, 129n, 133,
n, 125 e n. 161, 169, 238.

­­­­­245
Kennedy, R., 134. McFarlane, R.C., 224, 235 e n.
Keynes, J.M., 3 e n. McGhee, G., 92, 93 e n.
Khomeini, R., 232. McGlade, J., 61n, 133n.
Kim, Y.C., 139n. McManus, M.A., 196n, 203n.
Kimmit, R.M., 225n, 230n. McMinn, D.W., 197n, 198n, 199n,
Kindleberger, J.H., 23. 200n, 201n, 202n, 204n.
Kissinger, H.A., 138 e n, 141 e n, 142 Medici, G., 155n.
e n, 143 e n, 144 e n, 145 e n, 146 Meese, E., 215.
e n, 149 e n, 150 e n, 154 e n, 155 Menghistu, H.M., 186.
e n, 156, 157 e n, 158n, 159, 173, Menichella, D., 25.
231, 237. Merchant, L.T., 46n, 47n, 101.
Knight, W.E., 80n. Merlo, E., 41n.
Knox, W., 20. Miki, T., 152.
Komer, R., 80. Miller, J.E., 235n.
Kosygin, A.N., 127, 128 e n, 130, 169n. Milward, A., 85n.
Kraemer, S., 213n, 218n. Mistry, K., 5n.
Kyes, R.M., 23. Mitchell, N., 172n.
Mitterrand, F., 200.
Lagorio, L., 218 e n. Miyazawa, K., 184.
La Malfa, U., 6, 83, 109. Molinari, A., 46.
Lattanzio, V., 180n. Molinelli, G., 26n.
Leffler, M.P., 10n, 66n, 172n. Mondale, W.F., 172, 181-182.
Leone, G., 103 e n, 143n, 144 e n, Montanelli, I., 112.
145n, 159n, 160 e n, 183. Morandi, R., 46.
Levi, A., 184n. Moro, A., 81, 83, 105, 113, 114n, 115-
Lolli, E., 26. 119, 120 e n, 122, 124n, 131n, 139,
Lombardi, R., 57. 142n, 143, 144 e n, 145 e n, 149, 150
Ludlow, N.P., 85n. e n, 152-153, 155 e n, 169, 176 e n,
Lundestad, G., 72n. 177 e n, 239.
Lutz, V., 99n. Morrell, W.N., 114.
Mossadeq, M., 76.
Magliano, T., 104. Moyers, B., 129n.
Maier, C.S., 54n. Mubarak, H., 234.
Malfatti, F., 185. Mundt, K.E., 130.
Malfatti, F.M., 185. Musgrave, P.B., 161n.
Malvestiti, P., 58. Muskie, E., 187n, 190n.
Mammarella, G., 6n, 71n, 228n.
Manzella, A., 167n. Napoli, I., 24n, 25n, 26n.
Mao Zedong, 62. Nasser, G.A., 72, 108.
Marinotti, F., 130. Natoli, S., 8n.
Marshall, G.C., 9, 62. Nau, H.R., 199 e n, 200n.
Martino, G., 32n, 108. Nenni, P., 46, 63, 78, 81-82, 89n, 96,
Mattei, E., 58, 71, 75-76, 78 e n, 81, 99, 116-118.
84, 89 e n, 90 e n, 92 e n, 93 e n, 94- Neri Gualdesi, M., 122n.
95, 96 e n, 97, 108, 112, 130, 171. Nesi, N., 231.
Mattei, F., 32, 33n, 65, 69. Nixon, R.M., 70, 137, 138 e n, 139 e
Mattioli, R., 25. n, 140n, 141 e n, 142n, 143 e n, 144,

­­­­­246
154, 155n, 156 e n, 157 e n, 158n, Raphel, A.L., 229n.
161n, 162n, 164n, 167n, 168n, 169 Read, B.H., 104.
e n, 170, 173. Reagan, R., 187, 194, 196, 198-206,
North, D.C., 38 e n, 54n. 211 e n, 212-213, 215, 218-221,
Nuti, L., 12n, 47n, 76n, 78n, 81n, 93n, 223-224, 226-228, 230n, 232-233,
103n, 122n, 147n. 234 e n, 235 e n, 236 e n, 240.
Regan, D., 223.
Oakley, R., 229 e n. Reinhardt, G.F., 80n, 92, 93 e n, 100n,
Odom, W.E., 175 e n, 176n, 177n. 101 e n, 102, 103n, 109, 125, 131n.
Ojala, J., 60n. Reynolds, D., 205n.
Oliver, 22n. Riccardi, L., 155n.
Olivetti, A., 12, 39, 69n. Rockefeller, D., 183, 231.
Olmsted, G.H., 18. Rogers, W.P., 168.
Ortona, E., 20 e n, 21n, 25 e n, 26 Romano, S., 74n.
e n, 45n, 71n, 109, 121, 125, 141n, Romero, F., 11n, 122n, 184n, 186n,
142n, 143n, 182. 198n, 236n.
Ó Tuathail, G., 3n. Roosa, R.V., 118.
Roosevelt, F.D., 5, 25.
Pacciardi, R., 103, 115-116. Rostow, W.W., 81n, 82n, 87n, 99 e n,
Paolo VI (G.B. Montini), papa, 117, 100n, 106 e n, 116-117, 129, 135n,
139. 239.
Pastore, G., 54. Rountree, W.M., 73.
Peccei, A., 73, 124. Ruggiero, R., 192 e n.
Peccei, R., 124n. Rumor, M., 138, 143, 145 e n, 147n,
Pedone, A., 31n. 148, 156, 165 e n.
Pella, G., 71, 124. Rusk, D.D., 84, 91 e n, 92, 93n, 103 e
Perfetti, F., 155n. n, 104, 122, 125, 127 e n, 130, 135n,
Perrone, C., 72. 238.
Perrone, N., 90n, 91n.
Pertini, S., 199. Sacerdoti, C., 25.
Peter, P.S., 215. Sala, A., 163.
Peterson, P.G., 139n. Salacone, A., 169n, 171n.
Piccioni, A., 84, 101, 104. Sapelli, G., 75n.
Pieraccini, G., 118. Saraceno, P., 46.
Pignatelli, N., 163. Saragat, G., 125, 126n, 130n, 132n,
Pinochet, A., 220. 133n, 135n, 137-138.
Pirelli, A., 32 e n, 33n. Savoretti, P., 130.
Poindexter, J.M., 224. Savorgnan di Brazzà, A., 90n, 93.
Polese, F., 41n. Scelba, M., 32n, 33n, 34n, 44, 45 e n,
Pompidou, G., 140, 142. 46-47, 49, 51, 63.
Pons, S., 6n. Schlesinger, A.M. jr., 80 e n, 81 e n,
Prodi, R., 167n. 83, 92-93, 99, 100 e n, 124.
Schmid, C., 117.
Quintieri, Q., 65, 69. Schmidt, H., 150-151, 195.
Schott, J.J., 213n.
Ramphal, S.S., 184. Schröter, H.G., 10n, 24n.
Randall, C.B., 27, 32. Scotti, V., 179.

­­­­­247
Scowcroft, B., 142n, 143n, 146n, Twetten, T., 229.
149n, 150n, 151, 152n, 155n. Tyler, W.R., 81 e n, 116, 125.
Seaborg, G.T., 122 e n.
Segni, A., 46n, 51 e n, 63, 84, 100 e n, Ungari, A., 155n.
104-105, 115, 118, 125n.
Segreto, L., 12n, 48n, 50n, 75n. Valdevit, G., 74n.
Servan-Schreiber, J.-J., 123, 161. Valerio, G., 69n.
Sforza, C., 6. Valletta, V., 8, 12, 20, 22 e n, 23n, 51n,
Shalgam, A., 227. 127, 130 e n, 165.
Sheenan, N., 4n. Vance, C.R., 176, 181, 186.
Shevardnadze, E., 236. vanden Heuvel, W., 134 e n.
Shiller, R.J., 3n. Vanoni, E., 43, 44 e n, 45 e n, 46 e n,
Shultz, G.P., 203, 204n, 216 e n, 220, 47-48.
236. Varsori, A., 57n, 58n, 122n, 177n, 198n.
Sindona, M., 229, 230n. Vasta, M., 8n.
Smith, B.K., 114n. Veen, A.M. van der, 105n, 107n.
Sonnenfeldt, H., 141n. Vellano, E., 182n.
Spadolini, G., 199. Vittorelli, P., 182.
Spagnolo, C., 11n. Volcker, P.A., 181n.
Sprinkel, B.W., 199. Volpe, J.A., 143 e n, 149 e n, 154-156,
Stalin (I.V. Džugašvili), 4, 6. 168.
Stassen, H.E., 14n, 15, 16n, 22.
Stott, W.R., 94. Wagstaff, C., 57n, 75n.
Strokin, N.I., 169n. Walesa, L., 212-213.
Sturzo, L., 50. Walters, V.A., 90n, 93, 125n, 137,
225n, 226.
Taber, G.M., 100n. Weber, M., 2n.
Tanaka, K., 142. Weinberger, G., 207 e n, 216n.
Tarchiani, A., 13n, 14 e n, 19 e n, 50n. Westad, O.A., 10n, 45n, 66n, 123n,
Tasca, H.J., 8, 33n, 45, 46 e n, 47. 126n, 172n, 187n.
Tattara, G., 8n. Wheeler, M., 230n.
Taviani, P.E., 70 e n. Wilkins, M., 75n, 79n.
Taylor, H. jr., 129 e n. Wilson, C.E., 23, 70.
Taylor, M., 81. Wilson, J.H., 150.
Tedeschi, P., 11n. Wolff, S.B., 44.
Thatcher, M., 210.
Tito (J. Broz), 14. Zaccagnini, B., 177.
Toniolo, G., 54n. Zamagni, V., 181n.
Tremelloni, R., 118. Zanetti, G., 84n.
Trento, S., 55n. Zellerbach, J.D., 73 e n.
Trudeau, P.E., 196. Zhang, S.G., 61n.
Truman, H.S., 3-6, 12, 18, 35, 70. Zia-ul-Haq, M., 229n.
Indice del volume

I. All’insegna della dottrina Truman 3


Ritorno a Occidente, p. 3 - Funzioni e mito del piano Marshall, p.
9 - Effetti della congiuntura coreana, p. 12 - La delegazione tecni-
ca italiana a Washington e la politica commerciale americana, p.
24 - La Commissione Randall, p. 27 - La struttura del commercio
estero statunitense, p. 34

II. Washington e le peculiarità del «modello» italiano 37


Le regole del gioco e il mercato americano, p. 37 - Il piano di
sviluppo Vanoni e gli aiuti americani all’Italia, p. 43 - Tutte le
strade portano al Partito comunista, p. 48 - L’Italia, un modello
di valenza mondiale o locale?, p. 53

III. L’antagonismo Est-Ovest 60


La guerra fredda economica, p. 60 - La Cina comunista, p. 61 - La
«funzione anticiclica» dell’Urss, p. 67 - Aree di crisi nell’econo-
mia della guerra fredda, p. 69 - L’Iran: cooperare e competere, p.
72 - La questione del petrolio, p. 74 - Scenari africani, p. 79

IV. Problemi energetici e partnership atlantica 80


Il «valore psicologico e politico» della nazionalizzazione dell’in-
dustria elettrica, p. 80 - I problemi della bilancia dei pagamenti
americana, l’export verso l’Italia e il vantaggio comparato dell’al-
ta tecnologia, p. 84 - Le incognite della dipendenza dal petrolio
sovietico, p. 88 - Mattei, Kennedy e il «Club» petrolifero, p. 92
- Italia, un paese a sé stante, p. 96 - Integrazione europea e part-
nership atlantica, p. 99 - Interessi afro-mediterranei e aiuti ai paesi
in via di sviluppo, p. 105

­­­­­249
V. La «guerra fredda» dei consumi 111
Sotto l’occhio della Cia, p. 111 - Un paese politicamente instabile,
socialmente ed economicamente squilibrato, p. 115 - Gli aiuti ai
paesi sottosviluppati e l’America Latina, p. 123 - Automobili per
la classe media dell’Urss, p. 126 - Est-Ovest, p. 131 - La questione
dell’aviazione civile, p. 134

VI. Washington, Mosca e l’Europa: il «caso» Italia 137


I nuovi scenari della politica economica estera di Nixon, p. 137 -
«L’anno d’Europa», p. 141 - Il ritorno del 1948?, p. 143 - I costi
della dipendenza energetica, p. 147 - I problemi dell’Italia sono
strutturali, non ciclici, p. 149 - Una «consultazione senza impe-
gni», p. 154 - Il debito dell’Urss, p. 160 - Investimenti americani
all’estero e investimenti transatlantici, p. 161 - Vendere armi alla
Libia, p. 167 - La distensione e il commercio italo-sovietico, p. 169

VII. Cooperazione transatlantica e sanzioni economiche 172


I limiti della «détente» e il rapimento Moro, p. 172 - Una strate-
gia di cooperazione transatlantica, p. 177 - La Trilaterale, p. 181
- Teheran e i vincoli di dipendenza dell’Italia, p. 184 - Il Golfo
Persico e l’Urss, p. 187 - I summit di Tokyo e di Venezia, p. 190

VIII. L’epoca di Reagan 194


Il miraggio degli anni Ottanta, p. 194 - I summit dei paesi leader,
p. 195 - Tecnologia occidentale e controllo sulle esportazioni ver-
so l’Urss, p. 204 - Le difficoltà delle imprese e il ritardo dell’Euro-
pa, p. 214 - Le spese militari e i vertici internazionali, p. 218 - Gli
interessi petroliferi in Libia, p. 222 - Le occasioni mancate delle
imprese italiane, p. 229 - I punti di dissenso, p. 232

Conclusioni 237

Indice dei nomi 243

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