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INTERVISTA CON MONS.

VICTOR CORRAL, VESCOVO DI RIOBAMBA E


VICEPRESIDENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE ECUADOREGNA

Ricorre quest’anno il centenario della nascita di mons. Leonidas Proaño, ordinario di Riobamba, in
Ecuador, dal 1954 al 1985, conosciuto come “il vescovo degli indios”, che lo chiamavano
affettuosamente “taita” (padre), e considerato una delle figure di maggio spicco della Chiesa
latinoamericana dell’ultimo mezzo secolo in quanto fautore della “opzione per i poveri”,
protagonista della teologia della liberazione e pioniere di una pastorale incarnata nelle culture dei
popoli autoctoni. Del cammino compiuto da allora dalla Chiesa di Riobamba Jesus ha parlato con
mons. Victor Corral, suo successore e vicepresidente della Conferenza episcopale ecuadoregna.
Come si è sviluppata la pastorale indigena e si è arrivati a pensare a una Chiesa autoctona?
L’eredità luminosa di mons. Proaño risale al Concilio Vaticano II e alla II Conferenza generale
dell’episcopato latinoamericano, svoltasi a Medellin, in Colombia, nel 1968. Io, ma anche questa
Chiesa locale, abbiamo cercato di essere fedeli alle sue grandi opzioni, come quelle per gli indigeni
e per i poveri, per le Comunità ecclesiali di base (Ceb) e per un atteggiamento profetico nei
confronti all’ingiustizia. Abbiamo quindi cercato di proseguire questo lavoro, anche se la realtà è
cambiata rispetto al tempo di mons. Proaño, per cui le manifestazioni di queste scelte e la
traduzione pratica di questo impegno potrebbero apparire diverse.
Il lavoro della Chiesa nel mondo indigeno prosegue nel senso di un’evangelizzazione che deve tener
conto della loro cosmovisione e permettere che la loro cultura, emarginata per secoli dalla stessa
Chiesa, si esprima, scoprendo il messaggio cristiano nell’accettazione di Gesù Cristo e della
condotta che ne deriva. Ed è qui dove è andato consolidandosi questa Chiesa autoctone, che nasce
dalla loro esperienza religiosa, ma accetta il messaggio cristiano e realizza una propria sintesi, non
senza difficoltà loro e nostra. Recuperiamo alcuni loro antichi siti religiosi sulle montagne, che non
conoscevamo, dove ora realizzano i loro riti col nostro sostegno, unendo la loro esperienza religiosa
e la loro preghiera cristiana. Nella stessa direzione della Chiesa autoctona va la formazione di preti
indigeni, che al tempo di mons. Proaño non c’erano, mentre ora, dopo molti sforzi, esistono,
sebbene due di loro abbiano già abbandonato il sacerdozio e ora svolgano altri servizi, il che è pure
un valore. Ci sono poi migliaia di catechisti e animatori, alcuni diaconi permanenti sposati, per cui
le comunità vengono dirette da queste figure con l’accompagnamento dei sacerdoti e del vescovo
affinché vivano la loro fede e la loro pratica religiosa.

Nell’edificazione di questa Chiesa autoctona come entrano temi come la riflessione teologica,
la liturgia e i nuovi ministeri?
Qui la riflessione si realizza a partire dalle Ceb e dai piccoli gruppi, che noi raccogliamo e poi
rilanciamo loro, in un processo sviluppato insieme anche sul piano della pratica. Teniamo conto, da
una parte, della pratica generale della Chiesa e, dall’altra, della scoperta di una pratica nuova a
partire dalla loro esperienza religiosa e della risposta cristiana che trovano. Non vogliamo
concludere troppo rapidamente che servono preti sposati o diaconi sposati, ma rispettiamo il loro
ritmo, che è molto lento, per evitare di imporre loro una nostra idea o pratica. Così emergono di
fatto nuovi ministeri (accompagnamento dei malati, presenza nel loro mondo politico, sociale,
culturale e artistico a partire dalla fede, ecc.): per esempio dalle Ceb escono giovani musicisti che
suonano non solo musica liturgica, ma anche quella indigena, oppure catechisti che a partire dalla
loro fede si impegnano nella loro organizzazione di base, che è il cabildo, affinché le cose cambino,
non ci sia corruzione, ecc., per cui vengono poi candidati a consiglieri municipali, sindaci, ecc. Ed è
molto forte questo ministero di denuncia del male, dell’ingiustizia, della menzogna, come
espressione della fede intesa come pratica di sequela di Gesù Cristo.

In Bolivia esistono diaconi indigeni che nella loro esperienza ministeriale hanno scoperto di
essere anche “yatiri”, cioè saggi indigeni, unendo nella propria persona l’appartenenza
culturale ancestrale e la consacrazione cristiana. Succede qualcosa di analogo qui?
Qui non abbiamo consacrato quelli che si chiamano yacha, il sacerdote indigeno dell’etnia kichwa,
che ha questa capacità curativa e questa saggezza ancestrale. Abbiamo consacrati, ma abbiamo
rispettato questo ministero e lo abbiamo fatto crescere, tanto che questo impegno a favore della
salute dei poveri sviluppato nelle Ceb ha portato alla creazione di un Ospedale andino alternativo
nella diocesi, come frutto di questo ministero della Chiesa nel campo della salute, perché affianca
alla medicina allopatica quella tradizionale. E nell’ospedale lavorano fianco a fianco il medico e lo
yacha e il paziente può scegliere da chi e con quali pratiche farsi curare.

Di recente il governo ha approvato il decreto n. 17.080 con cui affida ad alcuni ordini
missionari di prendersi cura degli indigeni della regione amazzonica. Molti hanno però
sostenuto che spetti allo Stato assumersi questo impegno, chiedendo perché dopo 500 anni gli
indigeni debbano essere “affidati” a qualcuno.
Bisogna prima di tutto tener conto che quanto dicono i grandi mass media del paese non è del tutto
credibile perché essi sono schierati contro il governo. In realtà questo decreto non introduce novità,
ma semplicemente rinnova normative precedenti, che risalgono al Modus vivendi firmato tra la
Santa Sede e l’Ecuador nel 1937. Ciò perché in queste regioni lo Stato non ha ancora la capacità di
garantire i servizi, soprattutto nel campo dell’educazione e dell’assistenza sanitaria, e le stesse
comunità sono consapevoli che solo gli istituti religiosi, presenti lì da molto tempo, possono farlo.
Solo i missionari molto impegnati e disposti al sacrificio fanno 5-10 giorni di cammino o 8 di
viaggio in barca sul fiume per raggiungere 20 famiglie nella foresta e mantenere l’educazione,
l’assistenza sanitaria, l’organizzazione. Verrà il momento in cui potrà farlo lo Stato, ma per ora la
gente ritiene che solo la Chiesa possa farlo.

Come giudica la situazione del paese, visto che negli ultimi tre anni l’Ecuador, con l’arrivo ai
vertici dello Stato di Rafael Correa, l’Ecuador pare entrato in una fase nuova?
L’Ecuador è entrato in una fase di profondi cambiamenti. Prima era governato da gruppi oligarchici,
ma la popolazione indigena ha ripreso via via coscienza di sé, si è data un’organizzazione solida e
nel 1990 ha realizzato una protesta che ha scosso tutta la struttura sociale e politica del paese;
questo ha influenzato le grandi masse povere e il risultato non sono state solo alcune esperienze
isolate, ma una tendenza del popolo ecuadoregna a ribellarsi contro un ordine dominato da questi
gruppi privilegiati. Questa ricerca di un cambiamento è cominciata nel 1996 con l’elezione a
presidente della Repubblica di Abdalà Bucaram, rovesciato sei mesi dopo perché non aveva
mantenuto le promesse, poi nel 2002 con quella di Lucio Gutierrez, ma anch’egli ha tradito le
speranze, per cui nel 2005 lo hanno destituito e se l’attuale capo dello Stato avesse fatto lo stesso,
avrebbero cacciato anche lui. Correa però si sta mostrando fedele alle promesse di cambiamenti
profondi e per questo ha vinto le cinque elezioni cui si è sottoposto in quattro anni. Quindi non è un
evento isolato, come pensano i gruppi tradizionali di potere, ma una tendenza che sta portando a
mutamenti profondi.

Quali giudica gli atti più positivi e le maggiori debolezze di questo governo?
L’aspetto più positivo è che la gente sente questo presidente sincero, onesto e fedele alle cause
popolari. Questo naturalmente gli vale gli attacchi dei gruppi tradizionali di potere, ma il popolo
continuerà a sostenerlo finché si manterrà in questa linea. Sarebbe invece bene modificasse
l’atteggiamento piuttosto aggressivo, probabilmente frutto del suo temperamento, soprattutto nei
confronti di chi non la pensa come lui. Molti giudicano negativamente il suo scontarsi coi mass
media, ma altri lo giustificano perché essi sono nelle mani dei gruppi di potere che hanno sempre
guidato il paese e quindi li avrà sempre contro. Nella Chiesa temiamo che tutto il potere si concentri
in una sola persona, la quale ha grandi valori e capacità, ma la forza di questa tendenza al
cambiamento, alla costruzione di un nuovo paese, a una democrazia autenticamente partecipativa
può entrare in conflitto con un protagonismo eccessivamente centralizzato. Naturalmente è
auspicabile che il presidente non si debba più scontrare con un’opposizione così ostile al
cambiamento e i settori di potere capiscano che bisogna entrare nella costruzione di una nuova
realtà.

Lei pensa che il presidente sia favorevole a un dibattito più aperto?


Sì, me lo ha detto personalmente, ma si vede accerchiato e bloccato dalla pressione contraria dei
mass media.

Persone anche in generale favorevoli al governo sostengono che Correa non tiene molto in
considerazione i movimenti sociali, in particolare quello indigeno. Condivide questa opinione?
Rientra nel discorso dell’eccessivo protagonismo del presidente e di un ristretto circolo di suoi
collaboratori, che non capisce molto, e in qualche caso teme, la questione indigeno. Però vedo
sforzi per aprirsi e tener conto di settori sociali che stanno comunque appoggiando il governo.

All’estero si ha la percezione che la Chiesa abbia lavorato a favore di questo cambiamento,


ma ora ne sia un po’ impaurita. E i vertici della Cee sono apparsi, per esempio in occasione
del referendum costituzionale del 2008 , alla testa dell’opposizione. È così?
La dichiarazione dell’episcopato del luglio 2008 è stata interpretata e percepita in modo differente
dalla nostra reale intenzione. Noi volevamo dire era che nella nuova Costituzione c’erano alcuni
punti ambigui, soprattutto circa la famiglia composta da un uomo e una donna o il rispetto per la
vita dal concepimento, su cui per noi non si poteva transigere. Al contempo riconoscevamo che la
Costituzione aveva valori e aspetti positivi, per cui invitavamo ogni cittadino a votare secondo
coscienza. Ma i mass media legati ai poteri tradizionali l’hanno immediatamente interpretata come
una posizione contraria alla Costituzione, come un invito dell’episcopato a votare “no” nel
referendum. È stata una pena perché ne hanno fatto una bandiera! Anche Correa, col suo
temperamento, l’ha interpretata come un attacco e si è subito scontrato col vertice della Chiesa. Ma
poi si è potuto verificare che nell’episcopato c’era la stessa pluralità di opinioni presente tra la
gente, per cui ci sono stati vescovi (pochi, per la verità), che si sono schierati per il “no”, soprattutto
in zone dove era più diffusa l’opposizione alla Costituzione, mentre la maggioranza ha affiancato il
popolo schierandosi a favore di un cambiamento profondo. Nella Chiesa ci possono essere opinioni
diverse, salvo naturalmente in materia di fede, su cui siamo molto uniti, come lo eravamo su questa
difesa della famiglia e della vita. Ma nelle posizioni politiche rispondiamo anche alla popolazione
delle nostre diocesi e io ho appoggiato questo cambiamento.

Forse all’estero ha avuto eco soprattutto la posizione di mons. Antonio Arregui, arcivescovo di
Guayaquil e presidente della Cee, schieratosi apertamente per il “no”, e una breve
dichiarazione di mons. Luna Tobar in cui sosteneva non fosse vero che la Costituzione era
aperta alla legalizzazione dell’aborto.
Io, per esempio, ho reso pubblica una dichiarazione che però i principali mass media hanno ignorato
perché erano contrari alla nuova Costituzione.

Dopo il referendum costituzionale e la rielezione presidenziale di Correa il paese è entrato in


una nuova fase, che qualcuno indica come “seconda fase della rivoluzione civica”. Che ne
pensa la Chiesa?
Come Chiesa continueremo ad accompagnare il popolo in questa nuova fase della sua storia a
partire e con il nostro compito evangelizzatore. Non ci opponiamo alle modifiche nel rapporto
Chiesa-Stato. In una dichiarazione resa pubblica il 10 agosto 2009, in occasione del bicentenario
dell’Indipendenza, come vescovi abbiamo rinunciato in anticipo ai privilegi di cui godevamo negli
atti protocollari del governo. Nella nuova Legge sui culti e in quella sull’Educazione, che sono in
corso di elaborazione, non difenderemo privilegi, ma verità e diritti della persona e della famiglia
che appartengono alla tradizione della Chiesa cattolica e sono previsti nella nuova Costituzione.
L’esperienza delle Ceb continua a essere significativa a livello nazionale, visto che la sua voce
non si sente molto?
La diocesi di Riobamba è strutturata sulle Ceb, che costituiscono un’opzione della Chiesa locale.
Naturalmente non si tratta di Ceb come quelle del Brasile di 25-30 anni fa, ma di gruppi di cristiani
diretti da laici che in comunione col parroco e il vescovo si sforzano di coniugare la propria
esperienza di fede con l’impegno sociale. Questo avviene pure in altre diocesi, anche se non tutte.
C’è una duplice realtà e tendenza: una Chiesa in cui tutto ruota attorno al vescovo o al prete e una
Chiesa, come quella di Riobamba, in cui il vescovo e il prete agiscono in comunione coi laici,
cercando insieme come essere un sacramento di liberazione e di salvezza per la società, rendendola
più giusta, umana, fraterna.

A partire dalla sua esperienza pastorale di oltre 25 anni a Riobamba, qual’è la principale
sfida che oggi ha di fronte la Chiesa universale?
Per me le sfide più serie sono due: capire che essere cristiano significa essere nel mondo per
trasformarlo, cioè che la fede ha una necessaria dimensione sociale: lotta contro la corruzione,
l’ingiustizia, la disuguaglianza, a favore della pace, dell’amore, della fraternità per costruire il
Regno di Dio nel mondo. Ciò implica una dimensione missionaria, nel senso che la Chiesa non deve
guardare solo al proprio interno, ma impegnarsi con slancio affinché nella società ogni seguace di
Gesù Cristo cerchi di costruire il regno di Dio. Su questo si gioca il futuro della Chiesa. E l’altra,
collegata alla prima, è quella di costruire una Chiesa che sia comunione nel rispetto della diversità.
Serve un altro modo di intendere l’unità nella fede, rispettando la diversità: per seguire Gesù Cristo
un indigeno kichwa non deve esprimersi come un francese. La sfida è: come mantenere l’unità della
Chiesa rispettando la diversità nel modo di seguire Gesù e vivere il suo Vangelo nel mondo di oggi

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