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Dott.

Angelo PAGLIARDINI – Innsbruck WS 1999/2000 1


Proseminar: La poesia di Giacomo Leopardi fra Illuminismo e Romanticismo

Letture introduttive
1. Da Giacomo Leopardi, Zibaldone
[Dic.1818...8 Gen.1820] p. 72

Tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della


quale ogni uomo anche savio, ma più tranquillo, ed io stesso
certamente in un'ora più quieta conoscerò, la vanità e
l'irragionevolezza e l'immaginario. Misero me, è vano, è un
nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà
e s'annullerà, lasciandomi in un vôto universale, e in
un'indolenza terribile che mi farà incapace anche di
dolermi.

2. Da Giacomo Leopardi, Zibaldone


[Dic.1818...8 Gen.1820] p. 51

Dolor mio nel sentire a tarda notte seguente al giorno di


qualche festa il canto notturno de' villani passeggeri.
Infinità del passato che mi veniva in mente, ripensando ai
Romani così caduti dopo tanto romore e ai tanti avvenimenti
ora passati ch'io paragonava dolorosamente con quella
profonda quiete e silenzio della notte, a farmi avvedere
del quale giovava il risalto di quella voce o canto
villanesco.

3. Da Giacomo Leopardi, Zibaldone


Dic.1818...8 Gen.1820] pp. 140-141

Il sentimento che si prova alla vista di una campagna o di


qualunque altra cosa v'ispiri idee e pensieri vaghi e
indefiniti quantunque dilettosissimo, è pur come un diletto
che non si può afferrare, e può paragonarsi a quello di chi
corra dietro a una farfalla bella e dipinta senza poterla
cogliere: e perciò lascia sempre nell'anima un gran
desiderio: pur questo è il sommo de' nostri diletti, e tutto
quello ch'è determinato e certo è molto più lungi
dall'appagarci, di questo che per la sua incertezza non ci
può mai appagare.
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4. Da Giacomo Leopardi, Versi puerili

L’Ucello
Spiegò fuor d’essa un languido
Entro dipinta gabbia Volo non ben esperto.
Fra l’ozio ed il diletto Ma quando a lui s’offersero
Educavasi un tenero Gli arbori verdeggianti
Amabile augelletto. E i prati erbosi e i limpidi
A lui dentro i tersissimi Ruscelli tremolanti,
Bicchieri s’infondea De l’abbondanza immemore
Fresc’acqua, e il biondo miglio E de l’usato albergo,
Pronto a sue voglie avea. L’ali scotendo, volsegli,
Pur de la gabbia l’uscio Lieto e giocondo, il tergo.
Avendo un giorno aperto, Di libertà l’amore
Regna in un giovin core.

5. Da Déclaration des droits de l´homme et du citoyen de 1789

Article premier
Les hommes naissent et demeurent libres et égaux en droits. Les distinctions sociales ne peuvent être fondées
que sur l’utilité commune.

Articolo primo
Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che
sul bene comune.

7. Da Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Ugo Foscolo


(-) Parte 1,1

Da' colli Euganei, 11 ottobre 1797.


Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, eppure ne verrà concessa, non ci
resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma
vuoi tu ch'io per salvarmi da chi m'opprime mi commetta a chi mi ha tradito?

8. Da Lettera a Saverio Broglio d´Ajano (13 agosto 1819) di Giacomo Leopardi

Ho desistito dal mio progetto per ora, non forzato, né persuaso, ma commosso e ingannato.[...] Mio padre
crede ch’io da giovanastro inesperto non conosca gli uomini. Vorrei non conoscerli, così scellerati come
sono. Ma forse sono più avanti ch’egli non s’immagina. Non creda d’ingannarmi. Se la dissimulazione è
profonda ed eterna, sappia però ch’io non mi fido di lui, più di quello ch’egli si fidi di me. Si vanti, se vuole,
d’avermi ingannato, dicendomi a chiare note, ch’egli non volendomi forzare in nessunissima guisa, non
facea nessun passo per intercettarmi il passaporto. Mi parve di vedergli il cuore sulle labbra, e feci
quello che non avea fatto da molti anni: gli prestai fede, fui ingannato, e per l’ultima volta. ...

9. Da Lettera a Pietro Giordani (2 marzo 1818) di Giacomo Leopardi

"… Io per lunghissimo tempo ho creduto fermamente di dover morire alla più lunga fra due o tre anni. Ma
di qua ad otto mesi addietro, cioè presso a poco da quel giorno ch’io misi piede nel mio ventesimo anno …
ho potuto accorgermi e persuadermi, non lusingandomi, o caro, né ingannandomi, che il lusimgarmi e
l’ingannarmi pur troppo m’è impossibile, che in me veramente non è cagione necessaria di morir presto, e
purché m’abbia infinita cura, potrò vivere, bensì strascinando la vita coi denti, e servendomi di me stesso
appena per la metà di quello che facciano gli altri uomini, e sempre in pericolo che ogni piccolo accidente e
ogni minimo sproposito mi pregiudichi o mi uccida: perché in somma io mi sono rovinato con sette anni di
studio matto e disperatissimo in quel tempo che mi s’andava formando e mi si doveva assodare la
complessione. E mi sono rovinato infelicemente e senza rimedio per tutta la vita, e rendutomi l’aspetto
miserabile, e dispregevolissima tutta quella gran parte dell’uomo, che è la sola a cui guardino i più; e coi
più bisogna conversare in questo mondo: e non solamente i più, ma chicchessia è costretto a desiderare
che la virtù non sia qualche ornamento esteriore, e trovandonela nuda affatto, s’attrista, e per forza di
natura che nessuna sapienza può vincere, quasi non ha coraggio d’amare quel virtuoso in cui niente è
bello fuorché l’anima.
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10. Da Canti di Giacomo Leopardi


LA SERA DEL DÌ DI FESTA

1 Dolce e chiara è la notte e senza vento,


2 E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
3 Posa la luna, e di lontan rivela
4 Serena ogni montagna. O donna mia,
5 Già tace ogni sentiero, e pei balconi
6 Rara traluce la notturna lampa:
7 Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
8 Nelle tue chete stanze; e non ti morde
9 Cura nessuna; e già non sai né pensi
10 Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
11 Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
12 Appare in vista, a salutar m'affaccio,
13 E l'antica natura onnipossente,
14 Che mi fece all'affanno. A te la speme
15 Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
16 Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
17 Questo dì fu solenne: or da' trastulli
18 Prendi riposo; e forse ti rimembra
19 In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
20 Piacquero a te: non io, non già, ch'io speri,
21 Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
22 Quanto a viver mi resti, e qui per terra
23 Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
24 In così verde etate! Ahi, per la via
25 Odo non lunge il solitario canto
26 Dell'artigian, che riede a tarda notte
27 Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
28 E fieramente mi si stringe il core,
29 A pensar come tutto al mondo passa,
30 E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
31 Il dì festivo, ed al festivo il giorno
32 Volgar succede, e se ne porta il tempo
33 Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
34 Di que' popoli antichi? or dov'è il grido
35 De' nostri avi famosi, e il grande impero
36 Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
37 Che n'andò per la terra e l'oceano?
38 Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
39 Il mondo, e più di lor non si ragiona.
40 Nella mia prima età, quando s'aspetta
41 Bramosamente il dì festivo, or poscia
42 Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
43 Premea le piume; ed alla tarda notte
44 Un canto che s'udia per li sentieri
45 Lontanando morire a poco a poco,
46 Già similmente mi stringeva il core.
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6. Da Giacomo Leopardi, Zibaldone


19 Set.1821

Le circostanze mi avevan dato allo studio delle lingue, e della filologia antica. Ciò formava tutto il
mio gusto: io disprezzava quindi la poesia. Certo non mancava d'immaginazione, ma non credetti d'esser
poeta, se non dopo letti parecchi poeti greci. (Il mio passaggio però dall'erudizione al bello non fu subitaneo,
ma gradato, cioè cominciando a notar negli antichi e negli studi miei qualche cosa più di prima ec. Così il
passaggio dalla poesia alla prosa, dalle lettere alla filosofia. Sempre assuefazione.)

7. Da Giacomo Leopardi, Diario del primo amore


[inizio]

Io cominciando a sentire l´impero della bellezza, da più d´un anno desiderava di parlare e conversare, come
tutti fanno, con donne avvenenti, delle quali un sorriso solo, per rarissimo caso gittato sopra di me, mi
pareva cosa stranissima e maravigliosamente dolce e lusinghiera: e questo desiderio nella mia forzata
solitudine era stato vanissimo fin qui.

8. Da Giacomo Leopardi, Il primo amore

7 Ahi come mal mi governasti, amore!


1 Tornami a mente il dì che la battaglia 8 Perché seco dovea sì dolce affetto
2 D'amor sentii la prima volta, e dissi: 9 Recar tanto desio, tanto dolore?
3 Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia! 10 E non sereno, e non intero e schietto,
4 Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi, 11 Anzi pien di travaglio e di lamento
5 Io mirava colei ch'a questo core 12 Al cor mi discendea tanto diletto?
6 Primiera il varco ed innocente aprissi. [...]

9. Da Giacomo Leopardi, Lettera a Pietro Giordani del 4 giugno 1819


Dott. Angelo PAGLIARDINI Innsbruck WS 1999/2000 5
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15. Da Giacomo Leopardi, Lettera a Paolina Leopardi del 3 dicembre 1822

16. Da Giacomo Leopardi, Operette morali


Dialogo di Torquato e del suo Genio familiare

17. Giacomo Leopardi, Lettera a Teresa Malvezzi Carniani del 1826


Contessa mia. L’ultima volta che ebbi il piacere di vedervi, voi mi diceste così chiaramente che la mia
conversazione da solo a sola vi annoiava, che non mi lasciaste luogo a nessun pretesto per ardire di
continuarvi la frequenza delle mie visite. Non crediate ch’io mi chiami offeso; se volessi dolermi di qualche
cosa, mi dorrei che i vostri atti, e le vostre parola, benché chiare abbastanza, non fossero ancora più chiare
ed aperte. Ora vorrei dopo tanto tempo venirvi a salutarvi, ma non ardisco di farlo senza vostra licenza. Ve la
domando istantemente, desiderando assai di ripetervi a voce che io sono, come ben sapete, vostro vero e
cordiale amico Giacomo Leopardi
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18. Giacomo Leopardi, Lettera ad Antonio Fortunato Stella del 9 febbraio 1827
[...] Al principio della prossima primavera, io partirò sicuramente di qua, tanto per venire (come farò) in luogo
più vicino a Lei, e più comodo alla nostra corrispondenza; quanto ancora perché io, e la mia salute
medesima, non possono tollerare questo paese privo di ogni possibile distrazione, separatissimo da ogni
commercio letterario morto affatto, digiuno di ogni novità, vero sepolcro di vivi. [...]

19. Giacomo Leopardi, Lettera alla sorella Paolina del 12 novembre 1827

20. Da Giacomo Leopardi, Paralipomeni alla Batracomiomachia, canto I

(1) Poi che da´ granchi a rintegrar venuti


delle ranocchie le fugate squadre,
che non gli aveano ancor mai conosciuti,
come volle colui ch´a tutti è padre,
del topo vincitor furo abbattuti
gli ordini, e voolte invan l´opre leggiadre,
sparse l´aste pel campo e le berrette
e le code topesche e le basette;
Dott. Angelo PAGLIARDINI Innsbruck WS 1999/2000 7
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21. Da Giacomo Leopardi, Zibaldone


[27 Giu. ...2 Lug.1820]

Nella carriera poetica il mio spirito ha percorso lo stesso stadio che lo spirito umano in generale. Da
principio il mio forte era la fantasia, e i miei versi erano pieni d'immagini, e delle mie letture poetiche io
cercava sempre di profittare riguardo alla immaginazione. Io era bensì sensibilissimo anche agli affetti, ma
esprimerli in poesia non sapeva. Non aveva ancora meditato intorno alle cose, e della filosofia non avea che
un barlume, e questo in grande, e con quella solita illusione che noi ci facciamo, cioè che nel mondo e nella
vita ci debba esser sempre un'eccezione a favor nostro. Sono stato sempre sventurato, ma le mie sventure
d'allora erano piene di vita, e mi disperavano perchè mi pareva (non veramente alla ragione, ma ad una
saldissima immaginazione) che m'impedissero la felicità, della quale gli altri credea che godessero. [...]

La mutazione totale in me, e il passaggio dallo stato antico al moderno, seguì si può dire dentro un anno,
cioè nel 1819. Dove privato dell'uso della vista, e della continua distrazione della lettura, cominciai a sentire
la mia infelicità in un modo assai più tenebroso, cominciai ad abbandonar la speranza, a riflettere
profondamente sopra le cose [...], a divenir filosofo di professione (di poeta ch'io era), a sentire l'infelicità
certa del mondo, in luogo di conoscerla [...]. E s'io mi metteva a far versi, le immagini mi venivano a sommo
stento, anzi la fantasia era quasi disseccata (anche astraendo dalla poesia, cioè nella contemplazione delle
belle scene naturali ec. come ora ch'io ci resto duro come una pietra); bensì quei versi traboccavano di
sentimento.

22. Da Giacomo Leopardi, Zibaldone


[8 Set.1823]

È tanto mirabile quanto vero, che la poesia la quale cerca per sua natura e proprietà il bello, e la
filosofia ch'essenzialmente ricerca il vero, cioè la cosa più contraria al bello; sieno le facoltà le più affini tra
loro, tanto che il vero poeta è sommamente disposto ad esser gran filosofo, e il vero filosofo ad esser gran
poeta, anzi nè l'uno nè l'altro non può esser nel gener suo nè perfetto nè grande, s'ei non partecipa più che
mediocremente dell'altro genere, quanto all'indole primitiva dell'ingegno, alla disposizione naturale, alla forza
dell'immaginazione. Di ciò ho detto altrove. Le grandi verità, e massime nell'astratto e nel metafisico o nel
psicologico ec. non si scuoprono se non per un quasi entusiasmo della ragione, nè da altri che da chi è
capace di questo entusiasmo.

23. Da Giacomo Leopardi, Discorso di un italiano sopra la poesia romantica

Laonde non è maraviglia se noi così pratici e dotti e così cambiati come siamo, ai quali è manifesto quello che
agli antichi era occulto, e noto un mondo di cagioni che agli antichi era ignoto, e certo quello che agli antichi
era incredibile, e vecchio quello che agli antichi era nuovo, non guardiamo più la natura ordinariamente con
quegli occhi, e nei diversi casi della vita nostra appena proviamo una piccolissima parte di quegli effetti che
le medesime cagioni partorivano ne' primi padri. Ma il cielo e il mare e la terra e tutta la faccia del mondo e lo
spettacolo della natura e le sue stupende bellezze furono da principio conformate alle proprietà di spettatori
naturali: ora la condizione naturale degli uomini è quella d'ignoranza; ma la condizione degli scienziati che
contemplando le stelle, sanno il perché delle loro apparenze, e non si maravigliano del lampo né del tuono, e
contemplando il mare e la terra, sanno che cosa racchiuda la terra e che cosa il mare, e perché le onde
s'innoltrino e si ritirino, e come soffino i venti e corrano i fiumi e quelle piante crescano e quel monte sia
vestito e quell'altro nudo, e che conoscono a parte a parte gli affetti e le qualità umane, e le forze e gli ordigni
più coperti e le attenenze e i rispetti e le corrispondenze del gran composto universale, e secondo il gergo
della nuova disciplina le armonie della natura e le analogie e le simpatie, è una condizione artificiata: e in
Dott. Angelo PAGLIARDINI Innsbruck WS 1999/2000 8
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fatti la natura non si palesa ma si nasconde, sì che bisogna con mille astuzie e quasi frodi, e con mille
ingegni e macchine scalzarla e pressarla e tormentarla e cavarle di bocca a marcia forza i suoi segreti: ma la
natura così violentata e scoperta non concede più quei diletti che prima offeriva spontaneamente.

24. Da Giacomo Leopardi, Operette morali – Dialogo della Natura e di un Islandese

13 \ISL.\ Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel
che distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi quello che nessun
filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con
danno e con morte di tutte le cose che lo compongono? Mentre stavano in questi e simili ragionamenti
è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall'inedia, che appena ebbero la forza di
mangiarsi quell'Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno.
Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che
l'Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il
quale colui disseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi
viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa.

25. Da Giacomo Leopardi, Zibaldone


-2 Gen.1829

La mia filosofia, non solo non è conducente alla misantropia, come può parere a chi la guarda
superficialmente, e come molti l'accusano; ma di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a
sanare, a spegnere quel mal umore, quell'odio, non sistematico, ma pur vero odio, che tanti e tanti, i quali
non sono filosofi, e non vorrebbono esser chiamati nè creduti *misantropi*, portano però cordialmente a' loro
simili, sia abitualmente, sia in occasioni particolari, a causa del male che, giustamente o ingiustamente, essi,
come tutti gli altri, ricevono dagli altri uomini. La mia filosofia fa rea d'ogni cosa la natura, e discolpando gli
uomini totalmente, rivolge l'odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all'origine vera de' mali de'
viventi. ec. ec.
Dott. Angelo PAGLIARDINI Innsbruck WS 1999/2000 9
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SAGGIO ANTOLOGICO DELLA POESIA DI LEOPARDI


26. Da Giacomo Leopardi, Canti. L´infinito
Dott. Angelo PAGLIARDINI Innsbruck WS 1999/2000 10
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Sempre caro mi fu quest'ermo colle, e le morte stagioni, e la presente


e questa siepe, che da tanta parte e viva, e il suon di lei. Così tra questa
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. immensità s'annega il pensier mio:
Ma sedendo e mirando, interminati e il naufragar m'è dolce in questo mare.
spazi di là da quella, e sovrumani Percorso tematico intorno all´infinito
silenzi, e profondissima quïete www.ulisse.it/~itinatta/leopardi/indice.htm
io nel pensier mi fingo, ove per poco Testo e autografo dell´infinito
il cor non si spaura. E come il vento
www.liberliber.it/biblioteca/l/leopardi/l_infinito/html/infinito.ht
odo stormir tra queste piante, io quello m
infinito silenzio a questa voce METRO: Idillio in endecasillabi sciolti
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
Dott. Angelo PAGLIARDINI Innsbruck WS 1999/2000 11
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27. Da Giacomo Leopardi, Canti. Ultimo canto di Saffo

Placida notte, e verecondo raggio Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
Della cadente luna; e tu che spunti Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
Fra la tacita selva in su la rupe, Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
Nunzio del giorno; oh dilettose e care In che peccai bambina, allor che ignara
Mentre ignote mi fur l’erinni e il fato, Di misfatto è la vita, onde poi scemo
Sembianze agli occhi miei; già non arride Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
Spettacol molle ai disperati affetti. Dell’indomita Parca si volvesse
Noi l’insueto allor gaudio ravviva Il ferrigno mio stame? Incaute voci
Quando per l’etra liquido si volve Spande il tuo labbro: i destinati eventi
E per li campi trepidanti il flutto Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
Polveroso de’ Noti, e quando il carro, Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
Grave carro di Giove a noi sul capo, Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
Tonando, il tenebroso aere divide. De’ celesti si posa. Oh cure, oh speme
Noi per le balze e le profonde valli De’ più verd’anni! Alle sembianze il Padre,
Natar giova tra’ nembi, e noi la vasta Alle amene sembianze eterno regno
Fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto Diè nelle genti; e per virili imprese,
Fiume alla dubbia sponda Per dotta lira o canto,
Il suono e la vittrice ira dell’onda. Virtù non luce in disadorno ammanto.
Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta Rifuggirà l’ignudo animo a Dite,
Infinita beltà parte nessuna E il crudo fallo emenderà del cieco
Alla misera Saffo i numi e l’empia Dispensator de’ casi. E tu cui lungo
Sorte non fenno. A’ tuoi superbi regni Amore indarno, e lunga fede, e vano
Vile, o natura, e grave ospite addetta, D’implacato desio furor mi strinse,
E dispregiata amante, alle vezzose Vivi felice, se felice in terra
Tue forme il core e le pupille invano Visse nato mortal. Me non asperse
Supplichevole intendo. A me non ride Del soave licor del doglio avaro
L’aprico margo, e dall’eterea porta Giove, poi che perìr gl’inganni e il sogno
Il mattutino albor; me non il canto Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
De’ colorati augelli, e non de’ faggi Giorno di nostra età primo s’invola.
Il murmure saluta: e dove all’ombra Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra
Degl’inchinati salici dispiega Della gelida morte. Ecco di tante
Candido rivo il puro seno, al mio Sperate palme e dilettosi errori,
Lubrico piè le flessuose linfe Il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno
Disdegnando sottragge, Han la tenaria Diva
E preme in fuga l’odorate spiagge. E l’atra notte, e la silente riva.

28. Da Giacomo Leopardi, Canti. Il passero solitario

D'in su la vetta della torre antica, Sì ch'a mirarla intenerisce il core.


Passero solitario, alla campagna Odi greggi belar, muggire armenti;
Cantando vai finché non more il giorno; Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Ed erra l'armonia per questa valle. Per lo libero ciel fan mille giri,
Primavera dintorno Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Brilla nell'aria, e per li campi esulta, Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Dott. Angelo PAGLIARDINI Innsbruck WS 1999/2000 12
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Non compagni, non voli, Rimota parte alla campagna uscendo,


Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi; Ogni diletto e gioco
Canti, e così trapassi Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Dell'anno e di tua vita il più bel fiore. Steso nell'aria aprica
Oimè, quanto somiglia Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso, Dopo il giorno sereno,
Della novella età dolce famiglia, Cadendo si dilegua, e par che dica
E te german di giovinezza, amore, Che la beata gioventù vien meno.
Sospiro acerbo de' provetti giorni, Tu, solingo augellin, venuto a sera
Non curo, io non so come; anzi da loro Del viver che daranno a te le stelle,
Quasi fuggo lontano; Certo del tuo costume
Quasi romito, e strano Non ti dorrai; che di natura è frutto
Al mio loco natio, Ogni vostra vaghezza.
Passo del viver mio la primavera. A me, se di vecchiezza
Questo giorno ch'omai cede alla sera, La detestata soglia
Festeggiar si costuma al nostro borgo. Evitar non impetro,
Odi per lo sereno un suon di squilla, Quando muti questi occhi all'altrui core,
Odi spesso un tonar di ferree canne, E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
Che rimbomba lontan di villa in villa. Del dì presente più noioso e tetro,
Tutta vestita a festa Che parrà di tal voglia?
La gioventù del loco Che di quest'anni miei? che di me stesso?
Lascia le case, e per le vie si spande; Ahi pentirommi, e spesso,
E mira ed è mirata, e in cor s'allegra. Ma sconsolato, volgerommi indietro.
Io solitario in questa
Dott. Angelo PAGLIARDINI Innsbruck WS 1999/2000 13
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Da Bibbia, Lettera di S. Paolo ai Romani (13)


1 OMNIS ANIMA POTESTATIBUS SUBLIMIORIBUS SUBDITA SIT; NON EST ENIM POTESTAS NISI A DEO,
QUAE AUTEM SUNT A DEO ORDINATAE SUNT .

29. Da Giacomo Leopardi, Zibaldone (agosto 1817-dicembre 1818)

... chi sente e vuole esprimere i moti del suo cuore ec. l´ultima cosa a cui arriva è la semplicità e la
naturalezza e la prima cosa è l´artifizio e l´affettazione, e chi non ha studiato e non ha letto, e insomma come
costoro dicono è immune dai pregiudizi dell´arte, è innocente ec. non iscrive mica con semplicità, ma tutto all
´opposto“

30. Da Giacomo Leopardi, Canti (IV), NELLE NOZZE DELLA SORELLA PAOLINA

Poi che del patrio nido E luttuosi tempi


I silenzi lasciando, e le beate L'infelice famiglia all'infelice
Larve e l'antico error, celeste dono, Italia accrescerai. Di forti esempi
Ch'abbella agli occhi tuoi quest'ermo lido, Al tuo sangue provvedi. Aure soavi
Te nella polve della vita e il suono L'empio fato interdice
Tragge il destin; l'obbrobriosa etate All'umana virtude,
Che il duro cielo a noi prescrisse impara, Né pura in gracil petto alma si chiude.
Sorella mia, che in gravi

31. Da Giacomo Leopardi, Canti (XXI), A SILVIA

Silvia, rimembri ancora Lingua mortal non dice


Quel tempo della tua vita mortale, Quel ch'io sentiva in seno.
Quando beltà splendea Che pensieri soavi,
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, Che speranze, che cori, o Silvia mia!
E tu, lieta e pensosa, il limitare Quale allor ci apparia
Di gioventù salivi? La vita umana e il fato!
Sonavan le quiete Quando sovviemmi di cotanta speme,
Stanze, e le vie dintorno, Un affetto mi preme
Al tuo perpetuo canto, Acerbo e sconsolato,
Allor che all'opre femminili intenta E tornami a doler di mia sventura.
Sedevi, assai contenta O natura, o natura,
Di quel vago avvenir che in mente avevi. Perché non rendi poi
Era il maggio odoroso: e tu solevi Quel che prometti allor? perché di tanto
Così menare il giorno. Inganni i figli tuoi?
Io gli studi leggiadri Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,
Talor lasciando e le sudate carte, Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Ove il tempo mio primo Perivi, o tenerella. E non vedevi
E di me si spendea la miglior parte, Il fior degli anni tuoi;
D'in su i veroni del paterno ostello Non ti molceva il core
Porgea gli orecchi al suon della tua voce, La dolce lode or delle negre chiome,
Ed alla man veloce Or degli sguardi innamorati e schivi;
Che percorrea la faticosa tela. Né teco le compagne ai dì festivi
Mirava il ciel sereno, Ragionavan d'amore.
Le vie dorate e gli orti, Anche peria fra poco
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte. La speranza mia dolce: agli anni miei
Dott. Angelo PAGLIARDINI Innsbruck WS 1999/2000 14
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Anche negaro i fati Onde cotanto ragionammo insieme?


La giovanezza. Ahi come, Questa la sorte dell'umane genti?
Come passata sei, All'apparir del vero
Cara compagna dell'età mia nova, Tu, misera, cadesti: e con la mano
Mia lacrimata speme! La fredda morte ed una tomba ignuda
Questo è quel mondo? questi Mostravi di lontano.
I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi

32. Da Giacomo Leopardi, Canti (XXV), IL SABATO DEL VILLAGGIO


La donzelletta vien dalla campagna, Fanno un lieto romore:
In sul calar del sole, E intanto riede alla sua parca mensa,
Col suo fascio dell'erba; e reca in mano Fischiando, il zappatore,
Un mazzolin di rose e di viole, E seco pensa al dì del suo riposo.
Onde, siccome suole, Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
Ornare ella si appresta E tutto l'altro tace,
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine. Odi il martel picchiare, odi la sega
Siede con le vicine Del legnaiuol, che veglia
Su la scala a filar la vecchierella, Nella chiusa bottega alla lucerna,
Incontro là dove si perde il giorno; E s'affretta, e s'adopra
E novellando vien del suo buon tempo, Di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.
Quando ai dì della festa ella si ornava, Questo di sette è il più gradito giorno,
Ed ancor sana e snella Pien di speme e di gioia:
Solea danzar la sera intra di quei Diman tristezza e noia
Ch'ebbe compagni dell'età più bella. Recheran l'ore, ed al travaglio usato
Già tutta l'aria imbruna, Ciascuno in suo pensier farà ritorno.
Torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre Garzoncello scherzoso,
Giù da' colli e da' tetti, Cotesta età fiorita
Al biancheggiar della recente luna. È come un giorno d'allegrezza pieno,
Or la squilla dà segno Giorno chiaro, sereno,
Della festa che viene; Che precorre alla festa di tua vita.
Ed a quel suon diresti Godi, fanciullo mio; stato soave,
Che il cor si riconforta. Stagion lieta è cotesta.
I fanciulli gridando Altro dirti non vo'; ma la tua festa
Su la piazzuola in frotta, Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.
E qua e là saltando,
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Da Giacomo Leopardi, Zibaldone, [12...23 Lug.1820]

Del rimanente alle volte l'anima desidererà ed effettivamente desidera una veduta
ristretta e confinata in certi modi, come nelle situazioni romantiche. La cagione è la
stessa, cioè il desiderio dell'infinito, perché allora in luogo della vista, lavora
l'immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L'anima s'immagina quello che non
vede, che quell'albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno
spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe se la sua vista si estendesse da
per tutto, perché il reale escluderebbe l'immaginario. Quindi il piacere ch'io provava
sempre da fanciullo, e anche ora nel vedere il cielo ec. attraverso una finestra, una
porta, una casa passatoia, come chiamano.

35. Da Giacomo Leopardi, Canti (XXV), ALLA LUNA

[1819] [Dopo il 1835]


[...] Oh come grato occorre [...] Oh come grato occorre
il rimembrar delle passate cose, nel tempo giovanil, quando ancor lungo
ancor che triste, e che l´affanno duri! la speme e breve ha la memoria il corso,
il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l´affanno duri!

36. Da Giacomo Leopardi, I nuovi credenti (1835)


e il cor, ...
né il bel sognò giammai né l´infinito.

37. Da Giacomo Leopardi, Zibaldone, [5 Mar.1821]

L'uomo d'immaginazione di sentimento e di entusiasmo, privo della bellezza del corpo, è verso la natura
appresso a poco quello ch'è verso l'amata un amante ardentissimo e sincerissimo, non corrisposto
nell'amore. Egli si slancia fervidamente verso la natura, ne sente profondissimamente tutta la forza, tutto
l'incanto, tutte le attrattive, tutta la bellezza, l'ama con ogni trasporto, ma quasi che egli non fosse punto
corrisposto, sente ch'egli non è partecipe di questo bello che ama ed ammira, si vede fuor della sfera della
bellezza, come l'amante escluso dal cuore, dalle tenerezze, dalle compagnie dell'amata. Nella considerazione e
nel sentimento della natura e del bello, il ritorno sopra se stesso gli è sempre penoso. Egli sente subito e
continuamente che quel bello, quella cosa ch'egli ammira ed ama e sente, non gli appartiene. Egli prova
quello stesso dolore che si prova nel considerare o nel vedere l'amata nelle braccia di un altro, o innamorata
di un altro, e del tutto noncurante di voi. Egli sente quasi che il bello e la natura non è fatta per lui, ma per
altri (e questi, cosa molto più acerba a considerare, meno degni di lui, anzi indegnissimi del godimento del
bello e della natura, incapaci di sentirla e di conoscerla ec.): e prova quello stesso disgusto e finissimo dolore
di un povero affamato, che vede altri cibarsi dilicatamente, largamente, e saporitamente, senza speranza
nessuna di poter mai gustare altrettanto. [...]
Dott. Angelo PAGLIARDINI Innsbruck WS 1999/2000 16
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Cronologia e ordinamento dei CANTI


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38. Da Giacomo Leopardi, Zibaldone, [30 Giu.1828]

Una donna di 20, 25 o 30 anni ha forse più d'attraits, più d'illecebre, ed è più atta a ispirare, e
maggiormente a mantenere, una passione. Così almeno è paruto a me sempre, anche nella primissima
gioventù: così anche ad altri che se ne intendono (M. Merle). Ma veramente una giovane dai 16 ai 18 anni ha
nel suo viso, ne' suoi moti, nelle sue voci, salti ec. un non so che di divino, che niente può agguagliare.
Qualunque sia il suo carattere, il suo gusto; allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o modesta;
quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, quella speranza vergine, incolume che gli si legge nel
viso e negli atti, o che voi nel guardarla concepite in lei e per lei; quell'aria d'innocenza, d'ignoranza completa
del male, delle sventure, de' patimenti; quel fiore insomma, quel primissimo fior della vita; tutte queste cose,
anche senza innamorarvi, anche senza interessarvi, fanno in voi un'impressione così viva, così profonda, così
ineffabile, che voi non vi saziatedi guardar quel viso, ed io non conosco cosa che più di questa sia capace di
elevarci l'anima, di trasportarci in un altro mondo, di darci un'idea d'angeli, di paradiso, di divinità, di
felicità. [...] Del resto se a quel che ho detto, nel vedere e contemplare una giovane di 16 o 18 anni, si
aggiunga il pensiero dei patimenti che l'aspettano, delle sventure che vanno ad oscurare e a spegner ben
tosto quella pura gioia, della vanità di quelle care speranze, della indicibile fugacità di quel fiore, di quello
stato, diquelle bellezze; si aggiunga il ritorno sopra noi medesimi; e quindi un sentimento di compassione per
quell'angelo di felicità, per noi medesimi, per la sorte umana, per la vita, (tutte cose che non possono mancar
di venire alla mente), ne segue un affetto il più vago e il più sublime che possa immaginarsi. (Fir. 30. Giu.
1828.).

39. Da Giacomo Leopardi, Zibaldone, [16 Set.1821]

Le illusioni non possono esser condannate, spregiate, perseguitate se non dagl'illusi, e da coloro che credono
che questo mondo sia o possa essere veramente qualcosa, e qualcosa di bello. Illusione capitalissima: e
quindi il mezzo filosofo combatte le illusioni perché appunto è illuso, il vero filosofo le ama e predica, perché
non è illuso: e il combattere le illusioni in genere è il piùcerto segno d'imperfettissimo e insufficientissimo
sapere, e di notabile illusione. (16. Sett. 1821.).
Dott. Angelo PAGLIARDINI Innsbruck WS 1999/2000 18
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40. Da Giacomo Leopardi, Canti, [XXXIV] - LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO


E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce. Del ritornar ti vanti,
Giovanni, III, 19 E procedere il chiami.
[...]
Qui su l'arida schiena Libertà vai sognando, e servo a un tempo
Del formidabil monte Vuoi di novo il pensiero,
Sterminator Vesevo, Sol per cui risorgemmo
La qual null'altro allegra arbor né fiore, 75 Della barbarie in parte, e per cui solo
5 Tuoi cespi solitari intorno spargi, Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Odorata ginestra, Guida i pubblici fati.
Contenta dei deserti. Anco ti vidi Così ti spiacque il vero
De' tuoi steli abbellir l'erme contrade Dell'aspra sorte e del depresso loco
Che cingon la cittade 80 Che natura ci diè. Per questo il tergo
10 La qual fu donna de' mortali un tempo, Vigliaccamente rivolgesti al lume
E del perduto impero Che il fe' palese: e, fuggitivo, appelli
Par che col grave e taciturno aspetto Vil chi lui segue, e solo
Faccian fede e ricordo al passeggero. Magnanimo colui
Or ti riveggo in questo suol, di tristi 85 Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
15 Lochi e dal mondo abbandonati amante, Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
E d'afflitte fortune ognor compagna. [...]
[...] Magnanimo animale
Or tutto intorno Non credo io già, ma stolto,
Una ruina involve, 100Quel che nato a perir, nutrito in pene,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi Dice, a goder son fatto,
35 I danni altrui commiserando, al cielo E di fetido orgoglio
Di dolcissimo odor mandi un profumo, Empie le carte, eccelsi fati e nove
Che il deserto consola. A queste piagge Felicità, quali il ciel tutto ignora,
Venga colui che d'esaltar con lode 105Non pur quest'orbe, promettendo in terra
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto A popoli che un'onda
40 È il gener nostro in cura Di mar commosso, un fiato
All'amante natura. E la possanza D'aura maligna, un sotterraneo crollo
Qui con giusta misura Distrugge sì, che avanza
Anco estimar potrà dell'uman seme, 110A gran pena di lor la rimembranza.
Cui la dura nutrice, ov'ei men teme, Nobil natura è quella
45 Con lieve moto in un momento annulla Che a sollevar s'ardisce
In parte, e può con moti Gli occhi mortali incontra
Poco men lievi ancor subitamente Al comun fato, e che con franca lingua,
Annichilare in tutto. 115Nulla al ver detraendo,
Dipinte in queste rive Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
50 Son dell'umana gente E il basso stato e frale;
Le magnifiche sorti e progressive . Quella che grande e forte
Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire
Qui mira e qui ti specchia, 120Fraterne, ancor più gravi
Secol superbo e sciocco, D'ogni altro danno, accresce
Che il calle insino allora Alle miserie sue, l'uomo incolpando
55 Dal risorto pensier segnato innanti Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Abbandonasti, e volti addietro i passi, Che veramente è rea, che de' mortali
125Madre è di parto e di voler matrigna. Quale star può quel ch'ha in error la sede.
Costei chiama inimica; e incontro a questa [...]
Congiunta esser pensando, Così, dell'uomo ignara e dell'etadi
Siccome è il vero, ed ordinata in pria 290Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno
L'umana compagnia, Dopo gli avi i nepoti,
130Tutti fra sé confederati estima Sta natura ognor verde, anzi procede
Gli uomini, e tutti abbraccia Per sì lungo cammino
Con vero amor, porgendo Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Valida e pronta ed aspettando aita 295Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
Negli alterni perigli e nelle angosce E l'uom d'eternità s'arroga il vanto.
135Della guerra comune. Ed alle offese E tu, lenta ginestra,
Dell'uomo armar la destra, e laccio porre Che di selve odorate
Al vicino ed inciampo, Queste campagne dispogliate adorni,
Stolto crede così qual fora in campo 300Anche tu presto alla crudel possanza
Cinto d'oste contraria, in sul più vivo Soccomberai del sotterraneo foco,
140Incalzar degli assalti, Che ritornando al loco
Gl'inimici obbliando, acerbe gare Già noto, stenderà l'avaro lembo
Imprender con gli amici, Su tue molli foreste. E piegherai
E sparger fuga e fulminar col brando 305Sotto il fascio mortal non renitente
Infra i propri guerrieri. Il tuo capo innocente:
145Così fatti pensieri Ma non piegato insino allora indarno
Quando fien, come fur, palesi al volgo, Codardamente supplicando innanzi
E quell'orror che primo Al futuro oppressor; ma non eretto
Contra l'empia natura 310Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Strinse i mortali in social catena, Né sul deserto, dove
150Fia ricondotto in parte E la sede e i natali
Da verace saper, l'onesto e il retto Non per voler ma per fortuna avesti;
Conversar cittadino, Ma più saggia, ma tanto
E giustizia e pietade, altra radice 315Meno inferma dell'uom, quanto le frali
Avranno allor che non superbe fole, Tue stirpi non credesti
155Ove fondata probità del volgo O dal fato o da te fatte immortali.
Così star suole in piede
41. Da Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, I, 62 ss-
42.Da Giacomo Leopardi, Canti, [XXII] - LE RICORDANZE
1 Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea 47 Senza un diletto, inutilmente, in questo
2 Tornare ancor per uso a contemplarvi 48 Soggiorno disumano, intra gli affanni,
3 Sul paterno giardino scintillanti, 49 O dell'arida vita unico fiore.
4 E ragionar con voi dalle finestre 50 Viene il vento recando il suon dell'ora
5 Di questo albergo ove abitai fanciullo, 51 Della torre del borgo. Era conforto
6 E delle gioie mie vidi la fine. 52 Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
7 Quante immagini un tempo, e quante fole 53 Quando fanciullo, nella buia stanza,
8 Creommi nel pensier l'aspetto vostro 54 Per assidui terrori io vigilava,
9 E delle luci a voi compagne! allora 55 Sospirando il mattin. Qui non è cosa
10 Che, tacito, seduto in verde zolla, 56 Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro
11 Delle sere io solea passar gran parte 57 Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
12 Mirando il cielo, ed ascoltando il canto 58 Dolce per sé; ma con dolor sottentra
13 Della rana rimota alla campagna! 59 Il pensier del presente, un van desio
14 E la lucciola errava appo le siepi 60 Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
15 E in su l'aiuole, susurrando al vento 61 Quella loggia colà, volta agli estremi
16 I viali odorati, ed i cipressi 62 Raggi del dì; queste dipinte mura,
17 Là nella selva; e sotto al patrio tetto 63 Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
18 Sonavan voci alterne, e le tranquille 64 Su romita campagna, agli ozi miei
19 Opre de' servi. E che pensieri immensi, 65 Porser mille diletti allor che al fianco
20 Che dolci sogni mi spirò la vista 66 M'era, parlando, il mio possente errore
21 Di quel lontano mar, quei monti azzurri, 67 Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,
22 Che di qua scopro, e che varcare un giorno 68 Al chiaror delle nevi, intorno a queste
23 Io mi pensava, arcani mondi, arcana 69 Ampie finestre sibilando il vento,
24 Felicità fingendo al viver mio! 70 Rimbombaro i sollazzi e le festose
25 Ignaro del mio fato, e quante volte 71 Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
26 Questa mia vita dolorosa e nuda 72 Mistero delle cose a noi si mostra
27 Volentier con la morte avrei cangiato. 73 Pien di dolcezza; indelibata, intera
28 Né mi diceva il cor che l'età verde 74 Il garzoncel, come inesperto amante,
29 Sarei dannato a consumare in questo 75 La sua vita ingannevole vagheggia,
30 Natio borgo selvaggio, intra una gente 76 E celeste beltà fingendo ammira.
31 Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso 77 O speranze, speranze; ameni inganni
32 Argomento di riso e di trastullo, 78 Della mia prima età! sempre, parlando,
33 Son dottrina e saper; che m'odia e fugge, 79 Ritorno a voi; che per andar di tempo,
34 Per invidia non già, che non mi tiene 80 Per variar d'affetti e di pensieri,
35 Maggior di sé, ma perché tale estima 81 Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
36 Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori 82 Son la gloria e l'onor; diletti e beni
37 A persona giammai non ne fo segno. 83 Mero desio; non ha la vita un frutto,
38 Qui passo gli anni, abbandonato, occulto, 84 Inutile miseria. E sebben vòti
39 Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza 85 Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
40 Tra lo stuol de' malevoli divengo: 86 Il mio stato mortal, poco mi toglie
41 Qui di pietà mi spoglio e di virtudi, 87 La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
42 E sprezzator degli uomini mi rendo, 88 A voi ripenso, o mie speranze antiche,
43 Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola 89 Ed a quel caro immaginar mio primo;
44 Il caro tempo giovanil; più caro 90 Indi riguardo il viver mio sì vile
45 Che la fama e l'allor, più che la pura 91 E sì dolente, e che la morte è quello
46 Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo 92 Che di cotanta speme oggi m'avanza;
93 Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto 134 Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
94 Consolarmi non so del mio destino. 135 Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?
95 E quando pur questa invocata morte 136 O Nerina! e di te forse non odo
96 Sarammi allato, e sarà giunto il fine 137 Questi luoghi parlar? caduta forse
97 Della sventura mia; quando la terra 138 Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
98 Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo 139 Che qui sola di te la ricordanza
99 Fuggirà l'avvenir; di voi per certo 140 Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
100 risovverrammi; e quell'imago ancora 141 Questa Terra natal: quella finestra,
101 Sospirar mi farà, farammi acerbo 142 Ond'eri usata favellarmi, ed onde
102 L'esser vissuto indarno, e la dolcezza 143 Mesto riluce delle stelle il raggio,
103 Del dì fatal tempererà d'affanno. 144 È deserta. Ove sei, che più non odo
104 E già nel primo giovanil tumulto 145 La tua voce sonar, siccome un giorno,
105 Di contenti, d'angosce e di desio, 146 Quando soleva ogni lontano accento
106 Morte chiamai più volte, e lungamente 147 Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
107 Mi sedetti colà su la fontana 148 Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
108 Pensoso di cessar dentro quell'acque 149 Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
109 La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco 150 Il passar per la terra oggi è sortito,
110 Malor, condotto della vita in forse, 151 E l'abitar questi odorati colli.
111 Piansi la bella giovanezza, e il fiore 152 Ma rapida passasti; e come un sogno
112 De' miei poveri dì, che sì per tempo 153 Fu la tua vita. Iva danzando; in fronte
113 Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso 154 La gioia ti splendea, splendea negli occhi
114 Sul conscio letto, dolorosamente 155 Quel confidente immaginar, quel lume
115 Alla fioca lucerna poetando, 156 Di gioventù, quando spegneali il fato,
116 Lamentai co' silenzi e con la notte 157 E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
117 Il fuggitivo spirto, ed a me stesso 158 L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
118 In sul languir cantai funereo canto. 159 Se a radunanze io movo, infra me stesso
119 Chi rimembrar vi può senza sospiri, 160 Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
120 O primo entrar di giovinezza, o giorni 161 Tu non ti acconci più, tu più non movi.
121 Vezzosi, inenarrabili, allor quando 162 Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
122 Al rapito mortal primieramente 163 Van gli amanti recando alle fanciulle,
123 Sorridon le donzelle; a gara intorno 164 Dico: Nerina mia, per te non torna
124 Ogni cosa sorride; invidia tace, 165 Primavera giammai, non torna amore.
125 Non desta ancora ovver benigna; e quasi 166 Ogni giorno sereno, ogni fiorita
126 (inusitata maraviglia!) il mondo 167 Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
127 La destra soccorrevole gli porge, 168 Dico: Nerina or più non gode; i campi,
128 Scusa gli errori suoi, festeggia il novo 169 L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
129 Suo venir nella vita, ed inchinando 170 Sospiro mio: passasti: e fia compagna
130 Mostra che per signor l'accolga e chiami? 171 D'ogni mio vago immaginar, di tutti
131 Fugaci giorni! a somigliar d'un lampo 172 I miei teneri sensi, i tristi e cari
132 Son dileguati. E qual mortale ignaro 173 Moti del cor, la rimembranza
133 Di sventura esser può, se a lui già scorsa acerba.