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Dott.

Angelo PAGLIARDINI – Innsbruck WS 1999/2000 1


Vorlesung: Dante Alighieri e le origini della letteratura italiana

[testo 1]
Dante Alighieri, Vita nuova, capitolo I

In quella parte del libro de la mia memoria, dinanzi a la quale poco si potrebbe
leggere, si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova. Sotto la quale
rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento d'asemplare in
questo libello; e se non tutte, almeno la loro sentenzia.

[testo 2]
Dante Alighieri, Convivio, trattato I

....Oh beati quelli pochi


che seggiono a quella mensa dove lo pane delli angeli si
manuca! e miseri quelli che colle pecore hanno comune cibo!
6 Ma però che ciascuno uomo a ciascuno uomo naturalmente è
amico, e ciascuno amico si duole del difetto di colui
ch'elli ama, coloro che a così alta mensa sono cibati non
sanza misericordia sono inver di quelli che in bestiale
pastura veggiono erba e ghiande se[n] gire mangiando. E
acciò che misericordia è madre di beneficio, sempre
liberalmente coloro che sanno porgono della loro buona
ricchezza alli veri poveri, e sono quasi fonte vivo, della
cui acqua si refrigera la naturale sete che di sopra è
nominata. E io adunque, che non seggio alla beata mensa, ma,
fuggito della pastura del vulgo, a' piedi di coloro che
seggiono ricolgo di quello che da loro cade, e conosco la
misera vita di quelli che dietro m'ho lasciati, per la
dolcezza ch'io sento in quello che a poco a poco ricolgo,
misericordievolemente mosso, non me dimenticando, per li
miseri alcuna cosa ho riservata, la quale alli occhi loro,
già è più tempo, ho dimostrata; e in ciò li ho fatti
maggiormente vogliosi. Per che ora volendo loro
apparecchiare, intendo fare un generale convivio di ciò
ch'i' ho loro mostrato, e di quello pane ch'è mestiere a
così fatta vivanda, sanza lo quale da loro non potrebbe
essere mangiata. Ed ha questo convivio di quello pane degno,
co[n] tale vivanda qual io intendo indarno [non] essere
ministrata.
[testo 3]
Dott. Angelo PAGLIARDINI – Innsbruck WS 1999/2000 2
Vorlesung: Dante Alighieri e le origini della letteratura italiana

Dante Alighieri, Convivio, trattato II

2 Dico che, sì come nel primo capitolo è narrato, questa esposizione conviene essere
litterale ed allegorica. E a ciò dare a intendere, si vuol sapere che le scritture si
possono intendere e deonsi esponere massimamente per quattro sensi.
3 L'uno si chiama litterale, e questo è quello che [...................... ]
4 L'altro si chiama allegorico, e questo è quello che] si nasconde sotto 'l manto di
queste favole, ed è una veritade ascosa sotto bella menzogna: sì come quando dice
Ovidio che Orfeo facea colla cetera mansuete le fiere, e li arbori e le pietre a sé
muovere: che vuol dire che lo savio uomo collo strumento della sua voce faccia
mansuescere ed umiliare li crudeli cuori, e faccia muovere alla sua volontade coloro
che [non] hanno vita di scienza e d'arte; e coloro che non hanno vita ragionevole alcuna
sono quasi come pietre. E perché questo nascondimento fosse trovato per li savi, nel
penultimo trattato si mosterrà. Veramente li teologi questo senso prendono altrimenti
che li poeti; ma però che mia intenzione è qui lo modo delli poeti seguitare, prendo lo
senso allegorico secondo che per li poeti è usato.
5 Lo terzo senso si chiama morale, e questo è quello che li lettori deono
intentamente andare apostando per le scritture ad utilitade di loro e di loro discenti: sì
come apostare si può nello Evangelio, quando Cristo salio lo monte per transfigurarsi,
che delli dodici Apostoli menò seco li tre: in che moralmente si può intendere che alle
secretissime cose noi dovemo avere poca compagnia. Lo quarto senso si chiama
anagogico, cioè sovrasensoquesto è quando spiritualmente si spone una scrittura, la
quale ancora [che sia vera] eziandio nel senso litterale, per le cose significate significa
delle superne cose dell'etternal gloria: sì come vedere si può in quello canto del Profeta
che dice che nell'uscita del popolo d'Israel d'Egitto Giudea è fatta santa e libera: che
avegna essere vero secondo la lettera sia manifesto, non meno è vero quello che
spiritualmente s'intende, cioè che nell'uscita dell'anima dal peccato, essa sia fatta
santa e libera in sua potestate.

[testo 4]
Dante Alighieri, Convivio, trattato II

7 E in dimostrare questo, sempre lo litterale dee andare innanzi, sì come quello


nella cui sentenza li altri sono inchiusi, e sanza lo quale sarebbe impossibile ed
inrazionale intendere alli altri, e massimamente allo allegorico.

[TESTO 5]
(G. Villani Nuova Cronica, Libro XI)

. [...] Trovamo che' fanciulli e fanciulle che stavano a


leggere del continuo da VIIIm in Xm. I garzoni che stavano ad aprendere l'abbaco e
algorisimo in VI scuole da M in MCC. E quelli che stavano ad aprendere gramatica e
loica in IIII grandi scuole da DL in DC.
Dott. Angelo PAGLIARDINI – Innsbruck WS 1999/2000 3
Vorlesung: Dante Alighieri e le origini della letteratura italiana

6. Francesco d´Assisi, Cantico di Frate Sole (Laudes creaturarum)

1 Altissimu, onnipotente, bon Signore, 33 e serviateli cum grande


2 tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione. humilitate.
3 Ad te solo, Altissimo, se konfano,
4 et nullu homo ène dignu te mentovare. Postilla: Era lo spiritu de
5 Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le tue creature, sancto Francesco,
quando fece quisto
6 spetialmente messor lo frate sole,
cantico, in tanta
7 lo qual'è iorno, et allumini noi per lui. dolcezza, che voleva
8 Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: mandare per frate
9 de te, Altissimo, porta significatione. Pacifico, che era maestro
de versi e de canto, acciò
10 Laudato si', mi' Signore, per sora luna e le stelle:
che li frati lo cantassero
11 in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle. et andassero per lo
12 Laudato si', mi' Signore, per frate vento mundo predicando et
13 et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, laudando Dio.
14 per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
FONTI BIBLICHE
15 Laudato si', mi' Signore, per sor'aqua,
16 la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. Salmo 148
17 Laudato si', mi' Signore, per frate focu, 1 alleluia laudate Dominum de
18 per lo quale ennallumini la nocte: caelis laudate eum in excelsis
19 ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte. 2 laudate eum omnes angeli
20 Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre terra, eius laudate eum omnes
21 la quale ne sustenta et governa, virtutes eius
22 et produce diversi fructi con coloriti flori et herba. 3 laudate eum sol et luna
23 Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano per lo laudate eum omnes stellae et
tuo amore lumen
24 et sostengo infirmitate et tribulatione.
4 laudate eum caeli caelorum
25 Beati quelli ke 'l sosterrano in pace,
et aqua quae super caelum est
26 ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
27 Laudato si', mi' Signore, per sora nostra morte
Vangelo di Luca
corporale, magnificat anima mea
28 da la quale nullu homo vivente pò skappare: Dominum
29 guai a¨cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
47 et exultavit spiritus meus in
30 beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
Deo salutari meo
31 ka la morte secunda no 'l farrà male.
48 quia respexit humilitatem
32 Laudate e benedicete mi' Signore et rengratiate
ancillae suae...

7. Da Jacopone da Todi, Laude N° 55

1 O papa Bonifazio, 2 eo porto tuo prefazio


Dott. Angelo PAGLIARDINI – Innsbruck WS 1999/2000 4
Vorlesung: Dante Alighieri e le origini della letteratura italiana

3 d'emmaledizione 10 non pò esser guarita


4 e scommunicazione. 11 per altra condezione
5 Co la lengua forcuta 12 senza assoluzione.
6 m'ài fatta esta feruta; 13 Per grazia te peto
7 che co la lengua ligne 14 che me dichi: «Absolveto»,
8 e la plaga ne stigne; 15 e l'altre pene me lassi
9 cà questa mea firita 16 fin ch'e' de mondo passi.

8. Da Jacopone da Todi, (Laude N° 70)

[...] 87 ché 'l veio sì afferato».


28 «Crucifige, crucifige! 88 «Figlio, ch'eo m' aio anvito,
29 Omo che se fa rege, 89 figlio, pat'e mmarito!
30 secondo nostra lege 90 Figlio, chi tt'à firito?
31 contradice al senato». 91 Figlio, chi tt'à spogliato?».
32 «Prego che mm'entennate, 92 «Mamma, perché te lagni?
33 nel meo dolor pensate! 93 Voglio che tu remagni,
34 Forsa mo vo mutate 94 che serve mei compagni,
35 de que avete pensato». 95 ch'êl mondo aio aquistato».
[...] [...]
84 «O mamma, o' n'èi venuta? 128 Ioanni, figlio novello,
85 Mortal me dà' feruta, 129 morto s'è 'l tuo fratello.
86 cà 'l tuo plagner me stuta,

9. Da Bonvesin de la riva, De quinquaginta curialitatibus de mensa

La cortesia segonda: se tu sporz aqua al man,


Adornament la sporze, guarda no sii vilan.
Assai gehe ´n sporz, no tropo, quand è lo temp dra sta;
D´inverno per lo fregio, im pizna quantità.

10. Giacomo da Lentini, Rime

Madonna, dir vo voglio per bene amare, e teneselo a vita.


como l'amor m'à priso, Dunque mor'e viv'eo?
inver' lo grande orgoglio No, ma lo core meo
che voi bella mostrate, e no m'aita. more più spesso e forte
Oi lasso, lo meo core, che no faria di morte - naturale,
che 'n tante pene è miso per voi, donna, cui ama,
che vive quando more più che se stesso brama,
Dott. Angelo PAGLIARDINI – Innsbruck WS 1999/2000 5
Vorlesung: Dante Alighieri e le origini della letteratura italiana

e voi pur lo sdegnate: di loco periglioso;


amor, vostra 'mistate - vidi male. similemente eo getto
Lo meo 'namoramento a voi, bella, li mei sospiri e pianti.
non pò parire in detto, Che s'eo no li gittasse
ma sì com'eo lo sento parria che soffondasse,
cor no lo penseria né diria lingua; e bene soffondara,
e zo ch'eo dico è nente lo cor tanto gravara - in suo disio;
inver' ch'eo son distretto che tanto frange a terra
tanto coralemente: tempesta, che s'aterra,
foc'aio al cor non credo mai si stingua; ed eo così rinfrango,
anzi si pur alluma: quando sospiro e piango - posar crio.
perché non mi consuma? Assai mi son mostrato
La salamandra audivi a voi, donna spietata,
che 'nfra lo foco vivi - stando sana; com'eo so' innamorato,
eo sì fo per long'uso, ma creio ch'e' dispiaceria voi pinto.
vivo 'n foc'amoroso Poi c'a me solo, lasso,
e non saccio ch'eo dica: cotal ventura è data,
lo meo lavoro spica - e non ingrana. perché no mi 'nde lasso?
Madonna, sì m'avene Non posso, di tal guisa Amor m'à vinto.
ch'eo non posso avenire Vorria c'or avenisse
com'eo dicesse bene che lo meo core 'scisse
la propia cosa ch'eo sento d'amore; come 'ncarnato tutto,
sì com'omo in prudito e non facesse motto - a vo', isdegnosa;
lo cor mi fa sentire, c'Amore a tal l'adusse
che già mai no 'nd'è quito ca, se vipera i fusse,
mentre non pò toccar lo suo sentore. natura perderia:
Lo non-poter mi turba, a tal lo vederia, - fora pietosa.
com'on che pinge e sturba,
e pure li dispiace
lo pingere che face, - e sé riprende,
che non fa per natura
la propia pintura;
e non è da blasmare
omo che cade in mare - a che s'aprende.
Lo vostr'amor che m'ave
in mare tempestoso,
è sì como la nave
c'a la fortuna getta ogni pesanti,
e campan per lo getto
Dott. Angelo PAGLIARDINI – Innsbruck WS 199/2000 6
Vorlesung: Dante Alighieri e le origini della letteratura italiana

11. Guittone d´Arezzo, Rime


Son. 161 8 non fanno ubiditor mille allegrezza:
Mirino i signori il loro stato: dov'è la loro
9 a vostra guisa non venta né piove,
potenza?
1 O voi detti segnor, ditemi dove 10 né dà piacer ciascun già né gravezza.
2 avete segnoraggio o pur franchezza; 11 D'altra parte pensero, affanno e pena,
3 ch'invenir nol so già, ma prusor prove 12 superbia, cupidezza, envidia e ira
4 a lo contrar di voi mi dan fermezza 13 e ciascun vizio a sua guisa vo mena.
5 che già non v'obedisce uno tra nove, 14 Lo non poder di voi v'affrena e gira,
6 la cui ubidienza èvi vaghezza; 15 poder di vostro aversar v'incatena:
7 e disubident'un noia più move, 16 ben fa ciascun se ben su' stato mira.

12. Guido Cavalcanti, Poesie (35)


1 Perch'i' no spero di tornar giammai, 25 (molto di ciò ti preco)
2 ballatetta, in Toscana, 26 quando uscirà del core.
3 va' tu, leggera e piana, 27 Deh, ballatetta, a la tu' amistate
4 dritt'a la donna mia, 28 quest'anima che trema raccomando:
5 che per sua cortesia 29 menala teco, nella sua pietate,
6 ti farà molto onore. 30 a quella bella donna a cu' ti mando.
7 Tu porterai novelle di sospiri 31 Deh, ballatetta, dille sospirando,
8 piene di dogli'e di molta paura; 32 quando le se' presente:
9 ma guarda che persona non ti miri 33 «Questa vostra servente
10 che sia nemica di gentil natura: 34 vien per istar con voi,
11 ché certo per la mia disaventura 35 partita da colui
12 tu saresti contesa, 36 che fu servo d'Amore».
13 tanto da lei ripresa 37 Tu, voce sbigottita e deboletta
14 che mi sarebbe angoscia; 38 ch'esci piangendo de lo cor dolente,
15 dopo la morte, poscia, 39 coll'anima e con questa ballatetta
16 pianto e novel dolore. 40 va' ragionando della strutta mente.
17 Tu senti, ballatetta, che la morte 41 Voi troverete una donna piacente,
18 mi stringe sì, che vita m'abbandona; 42 di sì dolce intelletto
19 e senti come 'l cor si sbatte forte 43 che vi sarà diletto
20 per quel che ciascun spirito ragiona. 44 starle davanti ognora.
21 Tanto è distrutta già la mia persona, 45 Anim', e tu l'adora
22 ch'i' non posso soffrire: 46 sempre, nel su' valore.
23 se tu mi vuoi servire,
24 mena l'anima teco
Dott. Angelo PAGLIARDINI – Innsbruck WS 199/2000 7
Vorlesung: Dante Alighieri e le origini della letteratura italiana

13. Da Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, VIII

43 Lo collo poi con le braccia mi cinse;


44 basciommi 'l volto, e disse: «Alma sdegnosa,
45 benedetta colei che 'n te s'incinse!

14. Da Dante Alighieri, Vita nuova, (I)

Nove fiate già appresso lo mio nascimento era tornato lo cielo de la luce quasi a uno medesimo
punto, quanto a la sua propria girazione, quando a li miei occhi apparve prima la gloriosa
donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice li quali non sapeano che si
chiamare. Ella era in questa vita già stata tanto, che ne lo suo tempo lo cielo stellato era mosso
verso la parte d'oriente de le dodici parti l'una d'un grado, sì che quasi dal principio del suo
anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono. Apparve vestita di
nobilissimo colore,

15. Da Dante Alighieri, Vita nuova, (XXVI)


Queste e più mirabili cose da lei procedeano virtuosamente: onde io pensando a ciò, volendo
ripigliare lo stilo de la sua loda, propuosi di dicere parole, ne le quali io dessi ad intendere de le
sue mirabili ed eccellenti operazioni; acciò che non pur coloro che la poteano sensibilemente
vedere, ma li altri sappiano di lei quello che le parole ne possono fare intendere. Allora dissi
questo sonetto, lo quale comincia: Tanto gentile.

Tanto gentile e tanto onesta pare da cielo in terra a miracol mostrare.


la donna mia quand'ella altrui saluta, Mostrasi sì piacente a chi la mira,
ch'ogne lingua deven tremando muta, che dà per li occhi una dolcezza al core,
e li occhi no l'ardiscon di guardare. che 'ntender no la può chi no la prova:
Ella si va, sentendosi laudare, e par che de la sua labbia si mova
benignamente d'umiltà vestuta; un spirito soave pien d'amore,
e par che sia una cosa venuta che va dicendo a l'anima: Sospira.
Dott. Angelo PAGLIARDINI – Innsbruck WS 199/2000 8
Vorlesung: Dante Alighieri e le origini della letteratura italiana

16. Da Dante Alighieri, Rime, (IX)

1 Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io 8 di stare insieme crescesse 'l disio.
2 fossimo presi per incantamento, 9 E monna Vanna e monna Lagia poi
3 e messi in un vasel ch'ad ogni vento 10 con quella ch'è sul numer de le trenta
4 per mare andasse al voler vostro e mio, 11 con noi ponesse il buono incantatore:
5 sì che fortuna od altro tempo rio 12 e quivi ragionar sempre d'amore,
6 non ci potesse dare impedimento, 13 e ciascuna di lor fosse contenta,
7 anzi, vivendo sempre in un talento, 14 sì come i' credo che saremmo noi.

17. Da Dante Alighieri, Rime, (XV)

DANTE A FORESE 8 merzé del copertoio c'ha cortonese.


1 Chi udisse tossir la malfatata 9 La tosse, 'l freddo e l'altra mala voglia
2 moglie di Bicci vocato Forese, 10 no l'addovien per omor' ch'abbia vecchi,
3 potrebbe dir ch'ell'ha forse vernata 11 ma per difetto ch'ella sente al nido.
4 ove si fa 'l cristallo, in quel paese. 12 Piange la madre, c'ha più d'una doglia,
5 Di mezzo agosto la truovi infreddata: 13 dicendo: «Lassa, che per fichi secchi
6 or sappi che de' far d'ogni altro mese...; 14 messa l'avre' 'n casa del conte Guido».
7 e non le val perché dorma calzata,

18. Da Dante Alighieri, Convivio, (2)


E però, principiando ancora da capo, dico che, come per me fu perduto lo primo diletto della
mia anima, dello quale fatta è menzione di sopra, io rimasi di tanta tristizia punto, che conforto
non mi valeva alcuno.
Tuttavia, dopo alquanto tempo, la mia mente, che si argomentava di sanare, provide, poi che
né 'l mio né l'altrui consolare valea, ritornare al modo che alcuno sconsolato avea tenuto a
consolarsi; e misimi a leggere quello non conosciuto da molti libro di Boezio, nel quale, cattivo e
discacciato, consolato s'avea. E udendo ancora che Tulio scritto avea un altro libro, nel quale,
trattando dell'Amistade, avea toccate parole della consolazione di Lelio, uomo eccellentissimo,
nella morte di Scipione amico suo, misimi a leggere quello. E avegna che duro mi fosse nella
prima entrare nella loro sentenza, finalmente v'entrai tanto entro, quanto l'arte di gramatica
ch'io avea e un poco di mio ingegno potea fare; per lo quale ingegno molte cose, quasi come
sognando, già vedea, sì come nella Vita Nova si può vedere.
Dott. Angelo PAGLIARDINI – Innsbruck WS 199/2000 9
Vorlesung: Dante Alighieri e le origini della letteratura italiana

19. Da Dante Alighieri, Convivio, (Canz. 3 - Le dolci rime d´amor ch´io solia)
9 E poi che tempo mi par d'aspettare, 14 con rima aspr' e sottile;
10 diporrò giù lo mio soave stile, 15 riprovando 'l giudicio falso e vile
11 ch'i' ho tenuto nel trattar d'amore; 16 di quei che voglion che di gentilezza
12 e dirò del valore, 17 sia principio ricchezza.
13 per lo qual veramente omo è gentile, [...]

20. Da Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso (XVII, 55-60)


Tu lascerai ogne cosa diletta Tu proverai sì come sa di sale
più caramente; e questo è quello strale lo pane altrui, e come è duro calle
che l'arco de lo essilio pria saetta. lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.

21. Da Giorgio Petrocchi, Vita di Dante, p. 89 (dalla condanna a morte di Dante)


Si quis predictorum ullo tempore in fortia dicti communis pervenerit; talis perveniens igne
comburatur sic quod moriatur.

22. Da Dante Alighieri, Rime, (47)


1 Tre donne intorno al cor mi son venute, 39 lo mio segnore, e chiese
2 e seggonsi di fore: 40 chi fosser l'altre due ch'eran con lei.
3 ché dentro siede Amore 41 E questa, ch'era sì di pianger pronta,
4 lo quale è in segnoria de la mia vita. 42 tosto che lui intese
5 Tanto son belle e di tanta vertute 43 più nel dolor s'accese,
6 che 'l possente segnore, 44 dicendo: «A te non duol de gli occhi miei?»
7 dico quel ch'è nel core, 45 Poi cominciò: «Sì come saper dei,
8 a pena del parlar di lor s'aita. 46 di fonte nasce il Nilo picciol fiume
9 Ciascuna par dolente e sbigottita, 47 quivi dove 'l gran lume
10 come persona discacciata e stanca, 48 toglie a la terra del vinco la fronda:
11 cui tutta gente manca 49 sovra la vergin onda
12 e cui vertute né beltà non vale. 50 generai io costei che m'è da lato
13 Tempo fu già nel quale, 51 e che s'asciuga con la treccia bionda.
14 secondo il lor parlar, furon dilette; 52 Questo mio bel portato,
15 or sono a tutti in ira ed in non cale. 53 mirando sé ne la chiara fontana,
16 Queste così solette 54 generò questa che m'è più lontana».
17 venute son come a casa d'amico: 55 Fenno i sospiri Amor un poco tardo;
18 ché sanno ben che dentro è quel ch'io dico. 56 e poi con gli occhi molli,
19 Dolesi l'una con parole molto, 57 che prima furon folli,
20 e 'n su la man si posa 58 salutò le germane sconsolate.
21 come succisa rosa: 59 E poi che prese l'uno e l'altro dardo,
22 il nudo braccio, di dolor colonna, 60 disse: «Drizzate i colli:
23 sente l'oraggio che cade dal volto; 61 ecco l'armi ch'io volli;
24 l'altra man tiene ascosa 62 per non usar, vedete, son turbate.
25 la faccia lagrimosa: 63 Larghezza e Temperanza e l'altre nate
26 discinta e scalza, e sol di sé par donna. 64 del nostro sangue mendicando vanno.
27 Come Amor prima per la rotta gonna 65 Però, se questo è danno,
28 la vide in parte che il tacere è bello, 66 piangano gli occhi e dolgasi la bocca
29 egli, pietoso e fello, 67 de li uomini a cui tocca
30 di lei e del dolor fece dimanda. 68 che sono a' raggi di cotal ciel giunti;
31 «Oh di pochi vivanda», 69 non noi, che semo de l'etterna rocca:
32 rispose in voce con sospiri mista, 70 ché, se noi siamo or punti,
33 «nostra natura qui a te ci manda: 71 noi pur saremo, e pur tornerà gente
34 io, che son la più trista, 72 che questo dardo farà star lucente».
35 son suora a la tua madre, e son Drittura; 73 E io, che ascolto nel parlar divino
36 povera, vedi, a panni ed a cintura». 74 consolarsi e dolersi
37 Poi che fatta si fu palese e conta, 75 così alti dispersi,
38 doglia e vergogna prese 76 l'essilio che m'è dato, onor mi tegno:
77 ché, se giudizio o forza di destino 92 per veder quel che bella donna chiude:
78 vuol pur che il mondo versi 93 bastin le parti nude;
79 i bianchi fiori in persi, 94 lo dolce pome a tutta gente niega,
80 cader co' buoni è pur di lode degno. 95 per cui ciascun man piega.
81 E se non che de gli occhi miei 'l bel segno 96 Ma s'elli avvien che tu alcun mai truovi
82 per lontananza m'è tolto dal viso, 97 amico di virtù, ed e' ti priega,
83 che m'àve in foco miso, 98 fatti di color' novi
84 lieve mi conterei ciò che m'è grave. 99 poi li ti mostra; e 'l fior, ch'è bel di fori,
85 Ma questo foco m'àve 100 fa disiar ne li amorosi cori.
86 già consumato sì l'ossa e la polpa 101 Canzone, uccella con le bianche penne;

87 che Morte al petto m'ha posto la chiave. 102 canzone, caccia con li neri veltri,
103 che fuggir mi convenne,
88 Onde, s'io ebbi colpa,
104 ma far mi poterian di pace dono.
89 più lune ha volto il sol poi che fu spenta,
105 Però nol fan che non san quel che sono:
90 se colpa muore perché l'uom si penta.
106 camera di perdon savio uom non serra,
91 Canzone, a' panni tuoi non ponga uom
107 ché 'l perdonare è bel vincer di guerra.
mano,
23. Da Dante Alighieri, Epistola V
[2]. Letare iam nunc miseranda Ytalia etiam Saracenis, que statim invidiosa per orbem videberis, quia
sponsus tuus, mundi solatium et gloria plebis tue, clementissimus Henricus, divus et Augustus et Cesar,
ad nuptias properat.
24. Da Dante Alighieri, Divina Commedia, Inf. canto I

[INIZIO DEL VIAGGIO] 42 di quella fiera a la gaetta pelle


1 Nel mezzo del cammin di nostra vita 43 l'ora del tempo e la dolce stagione;
2 mi ritrovai per una selva oscura 44 ma non sì che paura non mi desse
3 ché la diritta via era smarrita. 45 la vista che m'apparve d'un leone.
4 Ahi quanto a dir qual era è cosa dura 46 Questi parea che contra me venisse
5 esta selva selvaggia e aspra e forte 47 con la test'alta e con rabbiosa fame,
6 che nel pensier rinova la paura! 48 sì che parea che l'aere ne tremesse.
7 Tant'è amara che poco è più morte; 49 Ed una lupa, che di tutte brame
8 ma per trattar del ben ch'i' vi trovai, 50 sembiava carca ne la sua magrezza,
9 dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte. 51 e molte genti fé già viver grame,
10 Io non so ben ridir com'i' v'intrai, 52 questa mi porse tanto di gravezza
11 tant'era pien di sonno a quel punto 53 con la paura ch'uscia di sua vista,
12 che la verace via abbandonai. 54 ch'io perdei la speranza de l'altezza.
13 Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto, 55 E qual è quei che volontieri acquista,
14 là dove terminava quella valle 56 e giugne 'l tempo che perder lo face,
15 che m'avea di paura il cor compunto, 57 che 'n tutt'i suoi pensier piange e s'attrista;
16 guardai in alto, e vidi le sue spalle 58 tal mi fece la bestia sanza pace,
17 vestite già de' raggi del pianeta 59 che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
18 che mena dritto altrui per ogne calle. 60 mi ripigneva là dove 'l sol tace.
19 Allor fu la paura un poco queta [INCONTRO CON VIRGILIO]
20 che nel lago del cor m'era durata 61 Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
21 la notte ch'i' passai con tanta pieta. 62 dinanzi a li occhi mi si fu offerto
22 E come quei che con lena affannata 63 chi per lungo silenzio parea fioco.
23 uscito fuor del pelago a la riva 64 Quando vidi costui nel gran diserto,
24 si volge a l'acqua perigliosa e guata, 65 «Miserere di me», gridai a lui,
25 così l'animo mio, ch'ancor fuggiva, 66 «qual che tu sii, od ombra od omo
26 si volse a retro a rimirar lo passo certo!».
27 che non lasciò già mai persona viva. 67 Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
[INCONTRO CON LE TRE FIERE] 68 e li parenti miei furon lombardi,
37 Temp'era dal principio del mattino, 69 mantoani per patria ambedui.
38 e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle 70 Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
39 ch'eran con lui quando l'amor divino 71 e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
40 mosse di prima quelle cose belle; 72 nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
41 sì ch'a bene sperar m'era cagione
25. Da Dante Alighieri, Divina Commedia, Inf. canto III

[LA PORTA DELL´INFERNO] 55 e dietro le venìa sì lunga tratta


1 „Per me si va ne la città dolente, 56 di gente, ch'i' non averei creduto
2 per me si va ne l'etterno dolore, 57 che morte tanta n'avesse disfatta.
3 per me si va tra la perduta gente. 58 Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
4 Giustizia mosse il mio alto fattore: 59 vidi e conobbi l'ombra di colui
5 fecemi la divina podestate, 60 che fece per viltade il gran rifiuto.
6 la somma sapienza e 'l primo amore. 61 Incontanente intesi e certo fui
7 Dinanzi a me non fuor cose create 62 che questa era la setta d'i cattivi,
8 se non etterne, e io etterno duro. 63 a Dio spiacenti e a' nemici sui.
9 Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate“. 64 Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
65 erano ignudi e stimolati molto
[GLI IGNAVI] 66 da mosconi e da vespe ch'eran ivi.
31 E io ch'avea d'error la testa cinta, 67 Elle rigavan lor di sangue il volto,
32 dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo? 68 che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
33 e che gent'è che par nel duol sì vinta?». 69 da fastidiosi vermi era ricolto.
34 Ed elli a me: «Questo misero modo
35 tegnon l'anime triste di coloro
36 che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
37 Mischiate sono a quel cattivo coro
38 de li angeli che non furon ribelli
39 né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
40 Caccianli i ciel per non esser men belli,
41 né lo profondo inferno li riceve,
42 ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli».
43 E io: «Maestro, che è tanto greve
44 a lor, che lamentar li fa sì forte?».
45 Rispuose: «Dicerolti molto breve.
46 Questi non hanno speranza di morte
47 e la lor cieca vita è tanto bassa,
48 che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte.
49 Fama di loro il mondo esser non lassa;
50 misericordia e giustizia li sdegna:
51 non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
52 E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
53 che girando correva tanto ratta,
54 che d'ogne posa mi parea indegna;
26. Da Dante Alighieri, Divina Commedia, Inf. canto XXVI
1 Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande, 39 sì come nuvoletta, in sù salire:
2 che per mare e per terra batti l'ali, 40 tal si move ciascuna per la gola
3 e per lo 'nferno tuo nome si spande! 41 del fosso, ché nessuna mostra 'l furto,
4 Tra li ladron trovai cinque cotali 42 e ogne fiamma un peccatore invola.
5 tuoi cittadini onde mi ven vergogna, 43 Io stava sovra 'l ponte a veder surto,
6 e tu in grande orranza non ne sali. 44 sì che s'io non avessi un ronchion preso,
7 Ma se presso al mattin del ver si sogna, 45 caduto sarei giù sanz'esser urto.
8 tu sentirai di qua da picciol tempo 46 E 'l duca che mi vide tanto atteso,
9 di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna. 47 disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
10 E se già fosse, non saria per tempo. 48 catun si fascia di quel ch'elli è inceso».
11 Così foss'ei, da che pur esser dee! 49 «Maestro mio», rispuos'io, «per udirti
12 ché più mi graverà, com'più m'attempo. 50 son io più certo; ma già m'era avviso
13 Noi ci partimmo, e su per le scalee 51 che così fosse, e già voleva dirti:
14 che n'avea fatto iborni a scender pria, 52 chi è 'n quel foco che vien sì diviso
15 rimontò 'l duca mio e trasse mee; 53 di sopra, che par surger de la pira
16 e proseguendo la solinga via, 54 dov'Eteòcle col fratel fu miso?».
17 tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio 55 Rispuose a me: «Là dentro si martira
18 lo piè sanza la man non si spedia. 56 Ulisse e Diomede, e così insieme
19 Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio 57 a la vendetta vanno come a l'ira;
20 quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi, 58 e dentro da la lor fiamma si geme
21 e più lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio, 59 l'agguato del caval che fé la porta
22 perché non corra che virtù nol guidi; 60 onde uscì de' Romani il gentil seme.
23 sì che, se stella bona o miglior cosa 61 Piangevisi entro l'arte per che, morta,
24 m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi. 62 Deidamìa ancor si duol d'Achille,
25 Quante 'l villan ch'al poggio si riposa, 63 e del Palladio pena vi si porta».
26 nel tempo che colui che 'l mondo schiara 64 «S'ei posson dentro da quelle faville
27 la faccia sua a noi tien meno ascosa, 65 parlar», diss'io, «maestro, assai ten priego
28 come la mosca cede alla zanzara, 66 e ripriego, che 'l priego vaglia mille,
29 vede lucciole giù per la vallea, 67 che non mi facci de l'attender niego
30 forse colà dov'e' vendemmia e ara: 68 fin che la fiamma cornuta qua vegna;
31 di tante fiamme tutta risplendea 69 vedi che del disio ver' lei mi piego!».
32 l'ottava bolgia, sì com'io m'accorsi 70 Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
33 tosto che fui là 've 'l fondo parea. 71 di molta loda, e io però l'accetto;
34 E qual colui che si vengiò con li orsi 72 ma fa che la tua lingua si sostegna.
35 vide 'l carro d'Elia al dipartire, 73 Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto
36 quando i cavalli al cielo erti levorsi, 74 ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
37 che nol potea sì con li occhi seguire, 75 perch'e' fuor greci, forse del tuo detto».
38 ch'el vedesse altro che la fiamma sola, 76 Poi che la fiamma fu venuta quivi
77 dove parve al mio duca tempo e loco, 110 da la man destra mi lasciai Sibilia,
78 in questa forma lui parlare audivi: 111 da l'altra già m'avea lasciata Setta.
79 «O voi che siete due dentro ad un foco, 112 "O frati", dissi "che per cento milia
80 s'io meritai di voi mentre ch'io vissi, 113 perigli siete giunti a l'occidente,
81 s'io meritai di voi assai o poco 114 a questa tanto picciola vigilia
82 quando nel mondo li alti versi scrissi, 115 d'i nostri sensi ch'è del rimanente,
83 non vi movete; ma l'un di voi dica 116 non vogliate negar l'esperienza,
84 dove, per lui, perduto a morir gissi». 117 di retro al sol, del mondo sanza gente.
85 Lo maggior corno de la fiamma antica 118 Considerate la vostra semenza:
86 cominciò a crollarsi mormorando 119 fatti non foste a viver come bruti,
87 pur come quella cui vento affatica; 120 ma per seguir virtute e canoscenza".
88 indi la cima qua e là menando, 121 Li miei compagni fec'io sì aguti,
89 come fosse la lingua che parlasse, 122 con questa orazion picciola, al cammino,
90 gittò voce di fuori, e disse: «Quando 123 che a pena poscia li avrei ritenuti;
91 mi diparti' da Circe, che sottrasse 124 e volta nostra poppa nel mattino,
92 me più d'un anno là presso a Gaeta, 125 de' remi facemmo ali al folle volo,
93 prima che sì Enea la nomasse, 126 sempre acquistando dal lato mancino.
94 né dolcezza di figlio, né la pieta 127 Tutte le stelle già de l'altro polo
95 del vecchio padre, né 'l debito amore 128 vedea la notte e 'l nostro tanto basso,
96 lo qual dovea Penelopé far lieta, 129 che non surgea fuor del marin suolo.
97 vincer potero dentro a me l'ardore 130 Cinque volte racceso e tante casso
98 ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto, 131 lo lume era di sotto da la luna,
99 e de li vizi umani e del valore; 132 poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,
100 ma misi me per l'alto mare aperto 133 quando n'apparve una montagna, bruna

101 sol con un legno e con quella compagna 134 per la distanza, e parvemi alta tanto
102 picciola da la qual non fui diserto. 135 quanto veduta non avea alcuna.
103 L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna, 136 Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
104 fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi, 137 ché de la nova terra un turbo nacque,
105 e l'altre che quel mare intorno bagna. 138 e percosse del legno il primo canto.
106 Io e ' compagni eravam vecchi e tardi 139 Tre volte il fé girar con tutte l'acque;
107 quando venimmo a quella foce stretta 140 a la quarta levar la poppa in suso
108 dov'Ercule segnò li suoi riguardi, 141 e la prora ire in giù, com'altrui piacque,
109 acciò che l'uom più oltre non si metta: 142 infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».

27. Da Dante Alighieri, Divina Commedia, Purg. canto I

1 Per correr miglior acque alza le vele 4 e canterò di quel secondo regno
2 omai la navicella del mio ingegno, 5 dove l'umano spirito si purga
3 che lascia dietro a sé mar sì crudele; 6 e di salire al ciel diventa degno.
7 Ma qui la morta poesì resurga, 45 che sempre nera fa la valle inferna?
8 o sante Muse, poi che vostro sono; 46 Son le leggi d'abisso così rotte?
9 e qui Caliopè alquanto surga, 47 o è mutato in ciel novo consiglio,
10 seguitando il mio canto con quel suono 48 che, dannati, venite a le mie grotte?».
11 di cui le Piche misere sentiro 49 Lo duca mio allor mi diè di piglio,
12 lo colpo tal, che disperar perdono. 50 e con parole e con mani e con cenni
13 Dolce color d'oriental zaffiro, 51 reverenti mi fé le gambe e 'l ciglio.
14 che s'accoglieva nel sereno aspetto 52 Poscia rispuose lui: «Da me non venni:
15 del mezzo, puro infino al primo giro, 53 donna scese del ciel, per li cui prieghi
16 a li occhi miei ricominciò diletto, 54 de la mia compagnia costui sovvenni.
17 tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta 55 Ma da ch'è tuo voler che più si spieghi
18 che m'avea contristati li occhi e 'l petto. 56 di nostra condizion com'ell'è vera,
19 Lo bel pianeto che d'amar conforta 57 esser non puote il mio che a te si nieghi.
20 faceva tutto rider l'oriente, 58 Questi non vide mai l'ultima sera;
21 velando i Pesci ch'erano in sua scorta. 59 ma per la sua follia le fu sì presso,
22 I' mi volsi a man destra, e puosi mente 60 che molto poco tempo a volger era.
23 a l'altro polo, e vidi quattro stelle 61 Sì com'io dissi, fui mandato ad esso
24 non viste mai fuor ch'a la prima gente. 62 per lui campare; e non lì era altra via
25 Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle: 63 che questa per la quale i' mi son messo.
26 oh settentrional vedovo sito, 64 Mostrata ho lui tutta la gente ria;
27 poi che privato se' di mirar quelle! 65 e ora intendo mostrar quelli spirti
28 Com'io da loro sguardo fui partito, 66 che purgan sé sotto la tua balìa.
29 un poco me volgendo a l'altro polo, 67 Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti;
30 là onde il Carro già era sparito, 68 de l'alto scende virtù che m'aiuta
31 vidi presso di me un veglio solo, 69 conducerlo a vederti e a udirti.
32 degno di tanta reverenza in vista, 70 Or ti piaccia gradir la sua venuta:
33 che più non dee a padre alcun figliuolo. 71 libertà va cercando, ch'è sì cara,
34 Lunga la barba e di pel bianco mista 72 come sa chi per lei vita rifiuta.
35 portava, a' suoi capelli simigliante, 73 Tu 'l sai, ché non ti fu per lei amara
36 de' quai cadeva al petto doppia lista. 74 in Utica la morte, ove lasciasti
37 Li raggi de le quattro luci sante 75 la vesta ch'al gran dì sarà sì chiara.
38 fregiavan sì la sua faccia di lume, 76 Non son li editti etterni per noi guasti,
39 ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante. 77 ché questi vive, e Minòs me non lega;
40 «Chi siete voi che contro al cieco fiume 78 ma son del cerchio ove son li occhi casti
41 fuggita avete la pregione etterna?», 79 di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega,
42 diss'el, movendo quelle oneste piume. 80 o santo petto, che per tua la tegni:
43 «Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna, 81 per lo suo amore adunque a noi ti piega.
44 uscendo fuor de la profonda notte 82 Lasciane andar per li tuoi sette regni;
83 grazie riporterò di te a lei, 110 sanza parlare, e tutto mi ritrassi
84 se d'esser mentovato là giù degni». 111 al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
85 «Marzia piacque tanto a li occhi miei 112 El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
86 mentre ch'i' fu' di là», diss'elli allora, 113 volgianci in dietro, ché di qua dichina
87 «che quante grazie volse da me, fei. 114 questa pianura a' suoi termini bassi».
88 Or che di là dal mal fiume dimora, 115 L'alba vinceva l'ora mattutina
89 più muover non mi può, per quella legge 116 che fuggia innanzi, sì che di lontano
90 che fatta fu quando me n'usci' fora. 117 conobbi il tremolar de la marina.
91 Ma se donna del ciel ti muove e regge, 118 Noi andavam per lo solingo piano
92 come tu di' , non c'è mestier lusinghe: 119 com'om che torna a la perduta strada,
93 bastisi ben che per lei mi richegge. 120 che 'nfino ad essa li pare ire in vano.
94 Va dunque, e fa che tu costui ricinghe 121 Quando noi fummo là 've la rugiada
95 d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso, 122 pugna col sole, per essere in parte
96 sì ch'ogne sucidume quindi stinghe; 123 dove, ad orezza, poco si dirada,
97 ché non si converria, l'occhio sorpriso 124 ambo le mani in su l'erbetta sparte
98 d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo 125 soavemente 'l mio maestro pose:
99 ministro, ch'è di quei di paradiso. 126 ond'io, che fui accorto di sua arte,
100 Questa isoletta intorno ad imo ad imo, 127 porsi ver' lui le guance lagrimose:
101 là giù colà dove la batte l'onda, 128 ivi mi fece tutto discoverto
102 porta di giunchi sovra 'l molle limo; 129 quel color che l'inferno mi nascose.
103 null'altra pianta che facesse fronda 130 Venimmo poi in sul lito diserto,
104 o indurasse, vi puote aver vita, 131 che mai non vide navicar sue acque
105 però ch'a le percosse non seconda. 132 omo, che di tornar sia poscia esperto.
106 Poscia non sia di qua vostra reddita; 133 Quivi mi cinse sì com'altrui piacque:
107 lo sol vi mosterrà, che surge omai, 134 oh maraviglia! ché qual elli scelse
108 prendere il monte a più lieve salita». 135 l'umile pianta, cotal si rinacque
109 Così sparì; e io sù mi levai 136 subitamente là onde l'avelse.
28. Da Dante Alighieri, Divina Commedia, Purg. canto II

106 E io: «Se nuova legge non ti toglie 121 qual negligenza, quale stare è questo?
107 memoria o uso a l'amoroso canto 122 Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
108 che mi solea quetar tutte mie doglie, 123 ch'esser non lascia a voi Dio manifesto».
109 di ciò ti piaccia consolare alquanto 124 Come quando, cogliendo biado o
110 l'anima mia, che, con la sua persona loglio,
111 venendo qui, è affannata tanto!». 125 li colombi adunati a la pastura,
112 +Amor che ne la mente mi ragiona+ 126 queti, sanza mostrar l'usato orgoglio,
113 cominciò elli allor sì dolcemente, 127 se cosa appare ond'elli abbian paura,
114 che la dolcezza ancor dentro mi suona. 128 subitamente lasciano star l'esca,
115 Lo mio maestro e io e quella gente 129 perch'assaliti son da maggior cura;
116 ch'eran con lui parevan sì contenti, 130 così vid'io quella masnada fresca
117 come a nessun toccasse altro la mente. 131 lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,
118 Noi eravam tutti fissi e attenti 132 com'om che va, né sa dove riesca:
119 a le sue note; ed ecco il veglio onesto 133 né la nostra partita fu men tosta.
120 gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?

29. Da Dante Alighieri, Convivio, IV


6 Furono filosofi molto antichi, delli quali primo e prencipe fu Zenone, che videro e credettero
questo fine della vita umana essere solamente la rigida onestade: cioè rigidamente, sanza respetto
alcuno la verità e la giustizia seguire, di nulla mostrare dolore, di nulla mostrare allegrezza, di
nulla passione avere sentore. E diffiniro così questo onesto: +quello che sanza utilitade e sanza
frutto, per sé di ragione è da laudare+. E costoro e la loro setta chiamati furono Stoici, e fu di loro
quello glorioso Catone di cui non fui di sopra oso di parlare.

30. Da Dante Alighieri, Epistola VI


22. [...] observantia quarum, si leta, si libera, non tantum non servitus esse probatur, quin ymo
perspicaciter intuenti liquet ut est ipsa summa libertas.

30. Da Publius Vergilius Maronis, Aeneis VI, 635-636


Occupat Aeneas aditum, corpusque recenti
spargit aqua, ramumque adverso in limine figit.

31. Da Job, XIV


7 lignum habet spem si praecisum fuerit rursum virescit et rami eius pullulant.
31. Da Job, XIV
1. Da Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso. canto XXXIII
1 «Vergine Madre, figlia del tuo figlio, 41 fissi ne l'orator, ne dimostraro
2 umile e alta più che creatura, 42 quanto i devoti prieghi le son grati;
3 termine fisso d'etterno consiglio, 43 indi a l'etterno lume s'addrizzaro,
4 tu se' colei che l'umana natura 44 nel qual non si dee creder che s'invii
5 nobilitasti sì, che 'l suo fattore 45 per creatura l'occhio tanto chiaro.
6 non disdegnò di farsi sua fattura. 46 E io ch'al fine di tutt'i disii
7 Nel ventre tuo si raccese l'amore, 47 appropinquava, sì com'io dovea,
8 per lo cui caldo ne l'etterna pace 48 l'ardor del desiderio in me finii.
9 così è germinato questo fiore. 49 Bernardo m'accennava, e sorridea,
10 Qui se' a noi meridiana face 50 perch'io guardassi suso; ma io era
11 di caritate, e giuso, intra ' mortali, 51 già per me stesso tal qual ei volea:
12 se' di speranza fontana vivace. 52 ché la mia vista, venendo sincera,
13 Donna, se' tanto grande e tanto vali, 53 e più e più intrava per lo raggio
14 che qual vuol grazia e a te non ricorre 54 de l'alta luce che da sé è vera.
15 sua disianza vuol volar sanz'ali. 55 Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
16 La tua benignità non pur soccorre 56 che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede,
17 a chi domanda, ma molte fiate 57 e cede la memoria a tanto oltraggio.
18 liberamente al dimandar precorre. 58 Qual è colui che sognando vede,
19 In te misericordia, in te pietate, 59 che dopo 'l sogno la passione impressa
20 in te magnificenza, in te s'aduna 60 rimane, e l'altro a la mente non riede,
21 quantunque in creatura è di bontate. 61 cotal son io, ché quasi tutta cessa
22 Or questi, che da l'infima lacuna 62 mia visione, e ancor mi distilla
23 de l'universo infin qui ha vedute 63 nel core il dolce che nacque da essa.
24 le vite spiritali ad una ad una, 64 Così la neve al sol si disigilla;
25 supplica a te, per grazia, di virtute 65 così al vento ne le foglie levi
26 tanto, che possa con li occhi levarsi 66 si perdea la sentenza di Sibilla.
27 più alto verso l'ultima salute. 67 O somma luce che tanto ti levi
28 E io, che mai per mio veder non arsi 68 da' concetti mortali, a la mia mente
29 più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi 69 ripresta un poco di quel che parevi,
30 ti porgo, e priego che non sieno scarsi, 70 e fa la lingua mia tanto possente,
31 perché tu ogne nube li disleghi 71 ch'una favilla sol de la tua gloria
32 di sua mortalità co' prieghi tuoi, 72 possa lasciare a la futura gente;
33 sì che 'l sommo piacer li si dispieghi. 73 ché, per tornare alquanto a mia memoria
34 Ancor ti priego, regina, che puoi 74 e per sonare un poco in questi versi,
35 ciò che tu vuoli, che conservi sani, 75 più si conceperà di tua vittoria.
36 dopo tanto veder, li affetti suoi. 76 Io credo, per l'acume ch'io soffersi
37 Vinca tua guardia i movimenti umani: 77 del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito,
38 vedi Beatrice con quanti beati 78 se li occhi miei da lui fossero aversi.
39 per li miei prieghi ti chiudon le mani!». 79 E' mi ricorda ch'io fui più ardito
40 Li occhi da Dio diletti e venerati, 80 per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi
81 l'aspetto mio col valore infinito. 114 mutandom'io, a me si travagliava.
82 Oh abbondante grazia ond'io presunsi 115 Ne la profonda e chiara sussistenza
83 ficcar lo viso per la luce etterna, 116 de l'alto lume parvermi tre giri
84 tanto che la veduta vi consunsi! 117 di tre colori e d'una contenenza;
85 Nel suo profondo vidi che s'interna 118 e l'un da l'altro come iri da iri
86 legato con amore in un volume, 119 parea reflesso, e 'l terzo parea foco
87 ciò che per l'universo si squaderna: 120 che quinci e quindi igualmente si spiri.
88 sustanze e accidenti e lor costume, 121 Oh quanto è corto il dire e come fioco
89 quasi conflati insieme, per tal modo 122 al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,
90 che ciò ch'i' dico è un semplice lume. 123 è tanto, che non basta a dicer +poco+.
91 La forma universal di questo nodo 124 O luce etterna che sola in te sidi,
92 credo ch'i' vidi, perché più di largo, 125 sola t'intendi, e da te intelletta
93 dicendo questo, mi sento ch'i' godo. 126 e intendente te ami e arridi!
94 Un punto solo m'è maggior letargo 127 Quella circulazion che sì concetta
95 che venticinque secoli a la 'mpresa, 128 pareva in te come lume reflesso,
96 che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo. 129 da li occhi miei alquanto circunspetta,
97 Così la mente mia, tutta sospesa, 130 dentro da sé, del suo colore stesso,
98 mirava fissa, immobile e attenta, 131 mi parve pinta de la nostra effige:
99 e sempre di mirar faceasi accesa. 132 per che 'l mio viso in lei tutto era messo.
100 A quella luce cotal si diventa, 133 Qual è 'l geomètra che tutto s'affige
101 che volgersi da lei per altro aspetto 134 per misurar lo cerchio, e non ritrova,
102 è impossibil che mai si consenta; 135 pensando, quel principio ond'elli indige,
103 però che 'l ben, ch'è del volere obietto, 136 tal era io a quella vista nova:
104 tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella 137 veder voleva come si convenne
105 è defettivo ciò ch'è lì perfetto. 138 l'imago al cerchio e come vi s'indova;
106 Omai sarà più corta mia favella, 139 ma non eran da ciò le proprie penne:
107 pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante 140 se non che la mia mente fu percossa
108 che bagni ancor la lingua a la mammella. 141 da un fulgore in che sua voglia venne.
109 Non perché più ch'un semplice sembiante 142 A l'alta fantasia qui mancò possa;
110 fosse nel vivo lume ch'io mirava, 143 ma già volgeva il mio disio e 'l velle,
111 che tal è sempre qual s'era davante; 144 sì come rota ch'igualmente è mossa,
112 ma per la vista che s'avvalorava 145 l'amor che move il sole e l'altre stelle.
113 in me guardando, una sola parvenza,