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Abstract (english): this text is a partial result by listening (for research reasons) to restirct subjects in a Italian

penitentiary. In general we have noticed the importance of sociale recognizing for these restrict subjects. The
social recognizing is fundamental for any subjects, in particular for restrict subjects and criminal. Indeed,
according to sociological theory the internal criminal law (super-ego) can be mediate by meeting with the social
law of recognizing. In this sense the psychoanalitic listening can be the antidote for social segregation of subject
and have effects of social recognizing.

Abstract (italiano): questo scritto è un parziale risultato dell’ascolto (per ragioni di ricerca) di soggetti detenuti
in un penitenziario italiano. In generale noi abbiamo notato l’importanza del riconoscimento sociale per questi
soggetti. Il riconoscimento sociale è fondamentale per qualsiasi soggetto, in particolare per quelli detenuti e
criminali. Secondo la teoria sociologica, infatti, la legge criminale interna (super-io) può essere mediata
dall’incontro con la legge sociale del riconoscimento. In questo senso l’ascolto psicoanalitico può essere un
antidoto alla segregazione sociale del soggetto e avere effetti di riconoscimento sociale.

Il criminale tra segregazione e riconoscimento*


Commentando il testo di Schreber, nel terzo seminario, Lacan si chiede «di che si tratta in queste
testimonianze dei deliranti?»1. Egli pone la questione che sta al fondamento stesso del dire dello
psicotico Schreber. Questi parla, delira, rivolgendo il proprio discorso a qualcuno. Nel caso del delirio
di Schreber l’Altro è prima il dottor Flechsig poi Dio, mentre i destinatari delle sue memorie sono tutti
coloro che vorranno leggerli, che vorranno accogliere tali testimonianze: la comunità degli scienziati e
in ultima analisi gli psicoanalisti.

Non diciamo che il folle è qualcuno che non si cura del riconoscimento dell’altro. Se Schreber scrive
questa enorme opera, è proprio perché nessuno ignori ciò che egli ha provato, e anche perché
all’occorrenza gli scienziati vengano a verificare sul suo corpo la presenza di quei nervi femminili da cui è
stato progressivamente penetrato […]. Tutto ciò si presenta come uno sforzo per essere riconosciuto.
Trattandosi di un discorso pubblicato, si pone l’interrogativo di ciò che può voler dire, in un personaggio
tanto isolato in virtù della sua esperienza qual è il folle, il bisogno di riconoscimento. 2

Successivamente Lacan fa notare che il mondo di Schreber è popolato da «ombres d’hommes baclées
à la six-quatre-deux», cioè «ombre d’uomini raffazzonati alla belle meglio» 3. L’altro dell’esperienza
psicotica è connotato da questo scadimento, è l’altro immaginario sul quale non si può riporre la
propria fiducia, presso il quale il soggetto non reperisce né chiede riconoscimento.
Da questo punto di vista il dire di un soggetto detenuto presso l’istituzione carceraria mostra una
posizione di enunciazione comparabile a quella schreberiana. Egli racconta spesso della sua sfiducia
nel poter discutere con altri detenuti del proprio malessere (psichico o fisico), né tantomeno con le
guardie o con gli altri operatori (le insegnanti) che non sono disponibili ad ascoltarlo, a prenderlo sul
serio. Il rischio sarebbe infatti quello di essere «frainteso», perché le altre persone «non sono giunte ad
una consapevolezza da poter capire certe cose». Ciò lo spinge a porre una domanda di ascolto e di aiuto
*
Articolo pubblicato presso la rivista online http://psychiatryonline.it , ISSN 1591-0598, il 19/07/2018.
1
J. Lacan, Il Seminario. Libro III. Le Psicosi, Einaudi, Torino, 2010, p. 90.
2
Ibidem.
3
Ivi, p. 91.
direttamente agli psicologi. Di cercare cioè un luogo in cui la propria parola venga accolta e non
ritradotta nel linguaggio repressivo e contenitivo del carcere, nel discorso “performativo” dei detenuti.
Il soggetto detenuto opera quindi una domanda di riconoscimento in quei luoghi ove è possibile
reperire un tipo di ascolto che sia scevro da pregiudizi e da proiezioni di significato. Nel caso di questo
detenuto, dal funzionamento psicotico, la domanda di riconoscimento si veicola verso lo psicologo o lo
psichiatra, i quali sono gli unici «in grado» di ascoltare, gli unici con cui potersi «confrontare».
L’istituzione sembra assume per questi soggetti un doppio volto, uno di repressione e contenimento
sociale4, l’altro di riconoscimento simbolico, il quale a sua volta procede in due momenti: il primo,
come si avrà modo di vedere successivamente, è quello della “assegnazione” della pena; il secondo è
veicolato per mezzo di quelle esperienze “rieducative” o “riabilitative” che il soggetto incontra in
carcere e tra le quali rientra, se richiesto, l’“ascolto psicologico”. In tale secondo ordine di esperienza è
spesso il soggetto a chiedere di essere ascoltato, ma non tanto perché mosso da una domanda
soggettiva, possibilmente da un pentimento, quanto piuttosto da un mero bisogno di ascolto e
riconoscimento. Qui egli chiede che venga riconosciuto nella sua esperienza, nella sua sofferenza, nella
sua soggettività5. L’opera dello psicologo orientato alla psicoanalisi qui è volta innanzitutto ad
accogliere la domanda del soggetto ponendosi in una posizione alternativa ed antisegregativa 6 rispetto
alle tendenze tipiche dell’istituzione (soprattutto se si tratta di carcere di alta sicurezza). Qui il soggetto
pone una domanda di riconoscimento che lo individui nella sua particolarità, che operi una
discontinuità da quelle pervasive pratiche indifferenziate e divieti che dominano ogni aspetto della sua
vita nel carcere con continue e ripetitive scansioni.

L’inconscio criminale
Un altro soggetto racconta che i suoi brutti sogni «si realizzano sempre». Gli è capitato infatti diverse
volte, nella vita, di sognare di essere arrestato. Quando faceva questo sogno, a suo dire, le forze
dell’ordine venivano poi realmente ad arrestarlo. Oltre la dimensione di credenza superstiziosa da parte
del soggetto riguardo il sogno, il fenomeno può essere letto come un ricordo ricostruito posteriori che
esprime una fantasia inconscia7. Una fantasia che precede l’evento stesso. In altre parole si tratta di una
dinamica simile a quella che Freud spiega, per esempio, nel caso del pittore Haitzmann. In Un caso di
nevrosi demoniaca nel XVII secolo egli nota come la sovrapposizione tra Verschreiben (errore di
scrittura) e Verschreibung (patto scritto) definisce l’effettivo statuto di errore nella ricostruzione a
posteriori, cioè di finzione, di fantasia, della stipulazione del patto col demonio da parte del pittore 8. In
4
Cfr. Morselli, La prevenzione generale integratrice nella moderna prospettiva retribuizionistica, in “Rivista italiana di
diritto e procedura penale”, 1988, fasc. 1, p. 76: «La retribuzione è dunque in funzione non già “dello sfogo” - sadistico o
vendicativo – di un bisogno emotivo di affiliazione, bensì della ricostruzione dell’ordine intrapsichico infranto dal delitto,
attraverso la sua rimozione dalla sfera coscienze. Non v’è dubbio che la pena comporti un “malum passionis”, vale a dire
un meccanismo di “eteroaggressione” da parte della società nei confronti del delinquente, ma siffatto meccanismo è
secondario e funzionale rispetto a quello primario della rimozione».
5
Cfr. R. Calabria, Una pratica fuori dalle norme, in “attualità lacaniana”, XXII, 2017, p. 121: «Come fa affiorare qualcosa
del desiderio soggettivo al di là della terapeutica, e che si fondi sull’autentico e non sul pedissequo asservimento alle norme
della società?».
6
Ivi, p.122.
7
Cfr. S. Freud, Über Deckerinnerungen (1899), trad. it. Ricordi di copertura, in Opere, vol. 2, Boringhieri, Torino, 1968, p.
452.
8
S. Freud, Eine Teufelsneurose im siebzehnten Jahrhundert (1922), trad. it. Una nevrosi demoniaca del XVII secolo, Opere,
vol. 9, Boringhieri, Torino, 1977, pp. 521-558, pp. 550-551.
questo senso il sogno non sarebbe altro che una fantasia inconscia del soggetto che esprime qualcosa
dell’ordine del senso di colpa di carattere fantasmatico: un arresto fantasticato che precede l’arresto
reale. Ciò alla stessa maniera di come nel delinquente per senso di colpa 9 il senso di colpa precede il
delitto che viene realizzato, quasi con l’intento di dargli forma ricevendo la punizione. In questo senso
la pena si offre come riconoscimento simbolico per il soggetto da parte del terzo della Legge 10 , qui egli
dà un nome a quell’impulso irrefrenabile che lo spinge compulsivamente ad agire, a commettere un atto
fuori-legge: «[…] l’aumento considerevole del versante compulsivo dell’agire del soggetto, cioè del
versante che porta il soggetto a compiere degli agiti o dei passaggi all’atto, quindi delle risposte, per
esempio, a una situazione di disagio che possono andare nella direzione di una azione sconsiderata non
regolata dalla legge»11.
Qui l’atto criminale sarebbe in altri termini anch’esso un veicolo di una domanda di riconoscimento,
in questo caso agita. Nell’atto si agisce un bisogno di riconoscimento simbolico che dia consistenza alla
fantasia inconscia. Come racconta un educatore con esperienza pluridecennale nell’istituzione
carceraria: «loro per lo più sanno che prima o poi andranno in carcere», «loro sanno che saranno presi
per ciò che fanno, per la vita che conducono». Si tratta di ciò che Lacan affermava quando diceva che
vi è una responsabilità fondamentale al cuore della soggettività12.
L’ascolto psicoanalitico permette quindi di riconoscere tale responsabilità soggettiva in quella
differenza assoluta che è il soggetto che agisce l’impulso nell’azione delittuosa. La Legge interiore del
Super-Io qui predomina sulla legge sociale dell’eticità hegeliana che «costituita da pratiche di
interazione che devono poter garantire contemporaneamente l’autorealizzazione individuale, il
reciproco riconoscimento e i corrispondenti processi di formazione»»13. Nel passaggio all’azione il
soggetto riesce a dare forma alla propria angoscia, si tratta di un atto che risponde alla Legge della
pulsione che il soggetto non è riuscito ad articolare e mettere in parola: «in altri termini l’esigenza della
pulsione si presenta come una legge con le stesse caratteristiche della legge morale» 14. Di contro a tale
Legge dell’imperativo interiore la legge sociale svolge una funzione di mediazione, per mezzo delle
istituzioni e del riconoscimento simbolico, che ha un effetto di pacificazione per il soggetto15.

Clinica e politica
Nel caso dei nostri detenuti si tratta spesso di una difficoltà fondamentale per il soggetto a trovare
nella Legge dello Stato, nel discorso politico, quel ruolo pacificante di una funzione simbolica che non
9
Cfr. S. Freud, Einige Charakterrtypen aus der psychoanalytischen Arbeit (1916), trad. it. Alcuni tipi di carattere tratti dal
lavoro psicoanalitico, in Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio, Bollati Boringhieri, Torino, 2013, pp. 250-252.
10
Cfr. L. Avitabile, La filosofia del diritto in Pierre Legendre, G. Giappichelli, Torino, 2004, p. 214: «[…]. Il rapporto tra
l’io e l’altro è una relazione mediata dal principio di alterità […]. L’Altro assoluto, garante della divisione, quindi
dell’écart, è l’altro Terzo; l’Altro posto oltre qualsiasi considerazione fattuale, garante, ma anche fondatore di legami,
quindi di relazione».
11
D. Cosenza, Il fragile legame sociale, in “La Psicoanalisi”, LI, 2012, p. 99.
12
J. Lacan, Premessa a ogni sviluppo possibile della criminologia, in “La Psicoanalisi”, LI, p. 13.
13
Cfr. A. Honneth, Leiden an Unbestimmtheit. Eine Reaktualisierung der Hegelschen Rechtsphilosophie, 2001, tr. it. il
dolore dell’indeterminato, menifestolibri, Roma, 2003, p. 103.
14
A. Di Ciaccia, La Legge in Jacques Lacan, in “Teoria e critica della regolazione sociale”, II, 2016, p. 51.
15
S. Žižek, Le plus sublime des hysteriques. Hegel passe (1988), trad. it. L’isterico sublime. Psicoanalisi e filosofia,
Mimesis, Milano-Udine, 2012, p. 141: «la Legge è extima, essendo in noi più di noi, corpo estraneo al cuore del soggetto. È
qui evidente l’insufficienza della versione corrente della psicologia, secondo la quale la moralità sarebbe da concepire come
forma di interiorizzazione della pressione sociale. Al contrario, la legge sociale è un modo di liberarsi dalla pressione
insopportabile dell’imperativo morale esteriorizzandolo».
trovano nel proprio contesto sociale di provenienza 16. In questo scarto tra politica e società si crea una
dimensione anomica che favorisce lo sviluppo della delinquenza soprattutto in quei soggetti con
caratteristiche personologiche più fragili e più adatte a condotte e azioni criminali 17. La lontananza da
tale rapporto di riconoscimento articola quella differenza consustanziale allo stato di diritto in cui si
pone uno scarto tra legalità e legittimità, che in termini psicoanalitici si traduce nella differenza
assoluta della particolarità del godimento di ciascuno nel rapporto al riconoscimento sociale, al
riconoscimento della Legge.

Distinguere legalità e legittimità significa riconoscere l’opposizione operante tra la sfera etico-politica da
una parte e la legge positiva. […] È un modo di riconoscere una sorta di non-tutto, un divario che segna il
non assorbimento della totalità del sociale. Significa al tempo stesso ammettere il riferimento di un Altro
simbolico, e acconsentire a un’alterità che non può essergli sottomessa. Un godimento altro che sfugge le
coordinate del simbolico.18

In questo scarto che si pone tra l’ordine simbolico della legalità, terzo che veicola il riconoscimento
del soggetto, e il reale delle prassi che si sviluppano nel contesto sociale (legittimità), si pone la
psicoanalisi all’ascolto del soggetto nella sua particolarità più radicale (il crimine) ed in maniera
alternativa alle operazioni di segregazione sociale e politica della criminalità o di trattamento
psicoterapico-ortopedico della differenza.
L’ascolto psicoanalitico pone al centro il soggetto con il suo dire, offrendogli spazi di parola
alternativi ai luoghi di repressione che incontra ripetutamente nella sua esistenza, siano questi il
contesto sociale criminale o l’istituzione detentiva. In questo senso l’operazione analitica opera una
sovversione rispetto agli altri discorsi sociali dominanti che puntano all’“ideale” e a nuove forme di
segregazione, essa così «si fa presente nei vacillamenti del parlessere alle prese con gli imperativi di
godimento e con i sembianti a cui identificarsi offerti dalla segregazione contemporanea»19.

Dario Alparone

darioalpa@9119gmail.com

16
S. Aleo, Stato sociale e risocializzazione, in S. Aleo, Lavoro e inclusione sociale dei condannati. Un’esperienza a
Catania, CEDAM, Padova, 2014, p. 218: « Ci si riferisce a chi non abbia conosciuto altro che ambienti sociali, spesso
familiari, nei quali il rispetto delle regole poste dalle condivise convenzioni macrosociali sia stato sostituito da quello
intransigente e pervasivo delle norme della sottocultura del quartiere e nei quali l’esperienza del carcere (dei vicini, dei
parenti, del padre) abbia tanta di quella familiarità da renderlo un evento possibile e quasi normale, quando invece a tutti gli
altri considerarne la sola eventualità provocherebbe effetti ripugnanti.».
17
C. Monteleone, Godimento e Legge, in “Teoria e critica della regolazione sociale”, cit., p. 137.
18
M. Inglesias, Legalità e legittimità, in “attualità lacaniana”, X, 2009, p. 158.
19
D. Cosenza, Il sintomo come nodo politico della psicoanalisi, in “attualità lacaniana”, XXII, 2017, p. 90.