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Dedicato alla curiosità


alla passione
e alla sana follia

Ingegneria del Pensiero®


di Gabriele Pagnini
Edizione Zero: agosto 2018
Tutti i diritti riservati
©gabrielepagnini

www.gabrielepagnini.com/it/eu
gabriele.pagnini@gmail.com

La riproduzione anche parziale dell’opera effettuata con qualsiasi


mezzo è vincolata a quanto stabilito dalla L 248 del 18/08/2000

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INDICE

# INTRODUZIONE
# PERCHÉ ABBINARE DUE PAROLE COME INGEGNERIA E
PENSIERO?
# CHE SIGNIFICATO DIAMO ALLE PAROLE?
# SONO PIÙ IMPORTANTI LE DOMANDE O LE RISPOSTE?

# LO ZAINETTO
# PENSIERI
# ESPERIENZE
# ABITUDINI
# CONVINZIONI
# PAROLE
# STORIE

# LA BUONA NOTIZIA
# LA CONCLUSIONE CHE NON C’È
# SUGGESTIONI
# RINGRAZIAMENTI

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INTRODUZIONE

Mi sono laureato in Ingegneria Elettronica negli anni Ottanta,


durante il cosiddetto primo ordinamento.
A quel tempo le specializzazioni erano poche ed era facile
scegliere. Da bambino disegnavi case e strade? costruivi il
“carriolo” con le tavole e i cuscinetti? ti piacevano le macchinine,
i motorini, le gru e i trattori? giocavi con il Meccano e con le
costruzioni Lego? ascoltavi la radio, stupito e rispettoso? sbirciavi
dietro il televisore per capire dove fosse quella persona che
parlava?

Sì, io ero proprio uno di quei bambini lì.


Uno che voleva sempre capire come funzionano le cose: tutte, ma
in particolare quelle dove aleggiava una sorta di magia. Ad
esempio, dentro quello scatolone di legno, chiamato da tutti
televisione, c’era un maestro che insegnava a leggere a mia
nonna, a me e a mio fratello; questo succedeva anche a casa dei
miei amici. Incredibile, il maestro riusciva a raccontare e far
vedere la stessa cosa a tante nonne e a tanti bimbi, nello stesso
momento e in posti diversi. Magico, no?

E così la mia infanzia e la mia adolescenza sono andate avanti in


un clima sereno e di costante curiosità. Alla fine degli anni
Settanta, periodo in cui stavo vivendo con passione gli ultimi anni
di liceo scientifico, si cominciava a parlare di “elettronica” ed era
entrata nel dizionario, con grande irruenza, la parola “robotica”.
S’intravedeva, in lontananza, il miraggio delle fabbriche buie,
quelle senza operai, dove pochi uomini avrebbero gestito
centinaia di robot. Le macchine, dotate di una loro intelligenza

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artificiale, avrebbero lavorato per coprire le ventiquattro ore di
duro lavoro, senza stancarsi e senza protestare.

Queste previsioni si sono avverate solo in parte e non così


drasticamente come alcuni pensatori avevano ipotizzato. La
tecnologia, sia meccanica che elettronica, ha fatto i fatidici “passi
da gigante” e molte di quelle fabbriche piene di robot intelligenti
sono state realizzate ma, io dico per la fortuna del genere umano,
lo sviluppo tecnologico non è riuscito ad insidiare alcune
straordinarie qualità di quella “meravigliosa invenzione” che è
l’uomo.

Pensiamo alla curiosità, alla flessibilità cognitiva, alla fantasia, alla


creatività, all’agilità nel risolvere problemi complessi, all’empatia,
all’intelligenza emotiva, alla capacità di fare squadra, alla visione
d’insieme, all’abilità negoziale, alla motivazione, alle capacità
comunicative, alla resilienza, alle capacità relazionali, al coraggio,
alle abilità organizzative…

Recentemente un accreditato centro di ricerche ha pubblicato


uno studio sulle esigenze nel mondo del lavoro: è emerso che le
principali caratteristiche richieste sono proprio le cosiddette “Soft
Skills”, cioè le capacità che attraversano, in senso trasversale, le
tradizionali discipline specialistiche, cercando il valore della
persona più in “quello che è” che in quello che “sa fare”.

Sono proprio le abilità cognitive, gestionali e relazionali,


legate alla “dimensione dell’essere”, a prevalere su quelle
realizzative, legate invece al “saper fare”.

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La preparazione specifica, spesso supportata da strumenti
tecnologici e informatici, eventualmente completata con studi ad
hoc, è ormai considerata un problema di secondo livello.

“Questo è ciò che ci chiede oggi il mondo del lavoro” e, in una


visione ancora più ampia, direi:

“questo è ciò che ci chiede oggi il mondo”, persone che


abbiano un valore come persone in quanto tali, nella loro
meravigliosa unicità e nel loro essere individui interconnessi
in una complessa rete di relazioni.

Da tutto questo nasce la mia passione per materie come la


Programmazione Neuro Linguistica, il Coaching, la Psicologia
Applicata e l’Arte della Comunicazione, alle quali ormai da 15
anni dedico buona parte del mio tempo.
E da tutto questo nasce la mia Ingegneria del Pensiero, dal
desiderio di utilizzare quell’approccio ingegneristico, che fa
profondamente parte del mio essere, per poter partecipare e
contribuire allo sviluppo e alla divulgazione di questa visione
umanistico-esistenziale del mondo.

Buona lettura e… viva la curiosità.

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Parte Prima

PERCHÉ ABBINARE DUE PAROLE COME


INGEGNERIA E PENSIERO?

«(…) sa, ingegnere, questo abbinamento di parole mi ha


proprio incuriosito. Ci tenevo veramente a conoscerla di persona
e avere un confronto diretto con chi ha potuto azzardare
un’associazione d’idee tanto spericolata quanto stimolante (…)»
eccomi di fronte ad un top manager di una grande banca a
parlare della mia Ingegneria del Pensiero.

Tanti anni di studio intenso; centinaia di testi costellati di formule


e simboli; l’estrema difficoltà nel costruirsi un filo conduttore in
una giungla di materie apparentemente lontanissime tra loro; una
sorta di lotta per la sopravvivenza in un ambiente universitario
caratterizzato da una selezione rigorosissima; una tesi
sperimentale il cui titolo impronunciabile faceva già presagire le
complessità del contenuto.
Poi il mondo del lavoro: situazioni appassionanti e allo stesso
tempo ardue, faticosissime e spesso anche insidiose. La voglia di
dimostrare, a me stesso e agli altri, che i sacrifici avevano avuto
un senso: non ero lì per caso ma quel ruolo di grande
responsabilità era meritato. Successi, insuccessi, soddisfazioni,
delusioni, eccellenze, mediocrità, cervelloni, zucconi…
Tutto questo, negli anni, mi ha fatto sviluppare un vero e proprio
modo di pensare; mi ha aiutato a mettere a punto quelle
strategie di pensiero e di comportamento che a me piace
chiamare approccio ingegneristico: è una serie di schemi che mi
si sono radicati dentro e sono diventati una mia caratteristica
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predominante, un vero e proprio stile di vita. L’ingegnere è
pragmatico, cerca gli aspetti applicativi delle cose; non si ferma
alla teoria, che pur conosce bene. L’ingegnere si pone poche e
ricorrenti domande di fronte alle situazioni che il lavoro e la vita
gli offrono:

«COME funziona?»
«… e poi? a che COSA serve sapere come funziona?»
«… e adesso? COSA e COME si può fare per andare verso una
situazione migliorativa?»

In ambito tecnico domande come queste entrano a far parte


della metodologia di sviluppo e facilitano la generazione di
risultati apprezzabili e qualitativi. È una buona premessa per
affrontare tematiche complesse che molto spesso richiedono
studi approfonditi ed una buona capacità di analisi, di sintesi e di
implementazione.

«E… nella vita quotidiana? tutto questo è un valore? ha un


valore? ha un senso?»

Ti racconto la mia esperienza.


Per molto tempo ammetto di aver vissuto una sorta di
frustrazione nel rendermi conto che la maggior parte delle mie
conoscenze non risultavano interessanti per la quasi totalità delle
persone con cui mi relazionavo. Un esempio su tutti: la maturità
scientifica di mio figlio (oggi cantautore e musicista) e di un suo
compagno di liceo (anche lui musicista). Immagina la scena in cui
io cercavo di mettere un po’ di “condimento” su alcuni argomenti
per me straordinariamente stimolanti.

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«Sai Davide, nella storia della navigazione, le imbarcazioni hanno
utilizzato per migliaia di anni solo la spinta del vento in poppa,
cioè da dietro. L’uomo ha impiegato tantissimi anni per capire
come superare questo limite poi, con questa semplice intuizione
sulla scomposizione delle forze, questa formula e tanta
sperimentazione, è riuscito a veleggiare “risalendo” il vento.
Una vera rivoluzione: cambio delle rotte, possibilità di
raggiungere mete fino a quel tempo impensabili, incremento
rilevante della velocità di spostamento…»

«Jacopo, hai fatto caso che quando giochiamo a biliardo e diamo


un colpo forte, la boccia prima striscia sul panno e poi, solo dopo
un po’, inizia a rotolare? Su questo principio è stato progettato il
sistema antibloccaggio ABS (dal tedesco AntiBlockierSystem),
oggi installato su tutte le auto, che ha consentito di ridurre
drasticamente gli spazi di frenaggio, salvando milioni di persone
nel mondo».

«Voi musicisti cosa ne dite del fatto che con un portatile e un


buon programma è possibile suonare con un collega, a migliaia
di chilometri di distanza, come se fosse presente con voi in sala
prove?»

«Non è interessante sapere come funziona tutto questo?»

Ricordo bene le facce perplesse e interrogative dei due musicisti


che, pur non volendomi deludere, mi proponevano
garbatamente altri e migliori utilizzi per la parola “interessante”.

È stato difficile accettare lo scarsissimo coinvolgimento che


riuscivo ad assicurarmi con questo mio “modus operandi” e così,
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ben presto, sono arrivato a pensare che quell’approccio
ingegneristico, a me tanto caro, avrebbe avuto successo solo se
applicato alla mia “canonica professione”. Se proposto nella vita
quotidiana, poteva addirittura portarmi ad essere visto come il
saputone rompiscatole di turno.
Per almeno una quindicina d’anni, con quel tipo di domande in
testa e applicando la mia metodologia, ho affrontato problemi di
diversa natura e differente complessità nel mondo aziendale-
informatico-gestionale, raggiungendo buoni risultati. Poi, in una
progressione molto spontanea, ho iniziato ad orientare la mia
attenzione sempre più verso problematiche di tipo organizzativo.
La curiosità e la propensione al nuovo hanno fatto il resto e così
ho deciso di cimentarmi in alcuni progetti in questo ambito. Ben
presto, con una certa sorpresa, ho iniziato a comprendere quanto
i nuovi scenari fossero ricchi di complessità molto diverse da
quelle che ero abituato ad affrontare. Fino a quel momento,
infatti, dovendo definire un’organizzazione, mi sarei espresso
così:

«Un sistema complesso, composto da strutture, strumenti,


procedure, regolamenti, sistemi informativi… e “anche” da
persone e relazioni».

Evidenzio che in quel “anche” c’era una visione paritaria in merito


alle componenti persone e relazioni: né più importanti né meno.
Come potevo non essermi reso conto di quanto, proprio quei
fattori, fossero stati determinanti per il successo o l’insuccesso dei
progetti che avevo realizzato fino a quel momento?
Ecco la svolta. Accadeva circa 15 anni fa.

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È stato sufficiente sostituire la parola “anche” con
“principalmente” per cambiare totalmente il senso della frase e il
mio punto di vista.

Una “organizzazione” è un sistema complesso, composto


“principalmente” da persone e relazioni.

Che svolta!
Nuovi scenari e soprattutto un vastissimo orizzonte di possibili
applicazioni!
Finalmente avrei potuto approfondire materie e discipline utili e
interessanti anche al di fuori dell’ambito professionale!

Ma quali sono le regole, le formule, i modelli matematici e i


principi che governano e guidano le persone?

Il mio approccio tradizionale non avrebbe più funzionato.

Le relazioni interpersonali ed i comportamenti seguono


dinamiche variabili, imperfette, non ripetibili, quasi mai note a
priori, quasi mai certe, quasi mai prevedibili. Il principio causa-
effetto non è di fatto applicabile.
Le persone pensano, si emozionano, si fidano o si chiudono in se
stesse, si vogliono bene o male, si amano o si odiano, si
piacciono o si disprezzano, si attraggono o si respingono, a volte
solo per una sensazione a pelle, solo per una battuta spiritosa
mal riuscita, solo per un fatto estetico o di simpatia.
Alcune persone sono empatiche, simpatiche, antipatiche, altre
assertive, aggressive, passive…

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Tanti sono i modi per tentare di descrivere quel meraviglioso
assortimento di caratteristiche, di qualità, di potenzialità, di stili,
di attitudini e di tanto altro.

Chi usa il sistema dell’enneagramma, ad esempio, riconosce


nel mondo “perfezionisti, aiutanti, realizzatori, romantici,
osservatori, collaboratori, ottimisti, capi e mediatori”.
Chi applica gli archetipi di leadership invece distingue tra
“guerrieri, re, maghi e amanti”.
Il metodo dei sei cappelli per pensare suggerisce “il freddo
elaboratore, il passionale, l’ottimista, il pessimista, il creativo e il
controllore”.
Il triangolo drammatico di Karpman prevede “vittime, carnefici
e salvatori”.
Walt Disney immaginava “sognatori, realisti e critici”…
… e così tante altre visioni del mondo!

Di fronte a questo nuovo tipo di complessità ho preso atto che gli


strumenti e le conoscenze acquisite con tanta fatica e impegno,
non sarebbero stati sufficienti per proseguire nel mio intento di
facilitare effetti migliorativi nelle organizzazioni e soprattutto nelle
persone.

Come potevo rispondere alle mie domande ricorrenti


applicandole allo status di “essere umano”?

«COME funziona un “essere umano”?


e poi? a che COSA serve sapere come funziona?
e adesso? COSA e COME si può fare per andare verso una
situazione migliorativa?»

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«I punti interrogativi saranno ben più grandi!» mi sono detto «e
avrò bisogno di tutto il supporto che il mio amato approccio
ingegneristico potrà fornirmi. Lo sfiderò mettendolo alla prova in
materie molto lontane dal suo campo d’azione abituale».
E così ho iniziato. Nella mia continua fame di conoscere e con
una buona dose di sana follia, ho iniziato.

Ho frequentato scuole prestigiose, partecipato a corsi e seminari,


ho letto, ho studiato, mi sono documentato autonomamente,
anche beneficiando delle grandi possibilità che il mondo del web
oggi ci fornisce.

In particolare:
• ho conseguito il titolo di Master Practitioner in
Programmazione Neuro Linguistica (PNL) rilasciato da The
Society of NLP di Richard Bandler;

• mi sono diplomato in Coaching nella scuola Success Unlimited


Network ® (SUN);

• ho conseguito la certificazione Professional Certified Coach


(PCC)™ rilasciata da International Coach Federation (ICF);

• sto completando gli studi in Psicologia Applicata e


Comunicazione (Scuola AIPAC triennale).

Ho fatto anche tanta esperienza sul campo, applicando e


sperimentando quello che, via via, studiavo. Percorsi individuali,
percorsi di gruppo, in team, progetti aziendali e di formazione.

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Ho studiato, praticato, ascoltato e proprio dall’ascolto attento dei
feedback è scoccata una prima scintilla:
«Nei tuoi percorsi sono riuscito a capire alcune cose che…»
«Hai un modo di spiegare che rende facile la comprensione
anche di materie difficili…»
«Ho fatto altri corsi apparentemente simili a questi ma, messi
così in fila, gli argomenti prendono un significato diverso e più
completo…»
«È incredibile rendersi conto di come le cose che vediamo, in
aula o individualmente, siano subito applicabili, nella vita e nel
lavoro…»
«Ho raggiunto risultati che ritenevo impensabili…»

Mi sono chiesto:
«Perché questi riscontri così incoraggianti sulla facilità e
sull’applicabilità?

Sarà proprio questo mio approccio ingegneristico che aiuta i


partecipanti a capire? sarà questa mia modalità di destrutturare e
ristrutturare gli argomenti che li rende più comprensibili e
accessibili? sarà la mia maniacale attenzione alla impostazione
didattica che traccia un filo conduttore agevole da seguire? sarà il
mio orientamento funzionale e applicativo che fa diventare
immediatamente utilizzabili i temi sviluppati?».

Ecco, caro top manager e caro lettore, qual è stata la spinta e


cosa mi ha dato il coraggio di abbinare due parole come
Ingegneria e Pensiero, azzardando quell’associazione d’idee così
spericolata e spero stimolante.
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CHE SIGNIFICATO DIAMO ALLE PAROLE?

Un buon Dizionario della Lingua Italiana conta circa


centocinquanta-duecentomila parole anche se un individuo può
vivere usandone solo poche centinaia. Una persona di cultura
media conosce il significato di alcune decine di migliaia di parole
ma ne utilizza sistematicamente non più di due-tremila e riguardo
alle altre si accontenta del “più o meno dovrebbe voler dire…”

Il “ramo della linguistica che studia il significato degli enunciati di


una lingua o di un dialetto” (Dizionario Treccani) è la semantica
ma, nello sviluppo del mio percorso, non è sufficiente fermarsi
alla definizione generica “questa parola significa…”. È necessario
farsi una domanda di livello più profondo e personale, un’analisi
che possiamo chiamare “semantizzazione soggettiva”.

Che significato ognuno di noi attribuisce alle parole che usa?

Se un amico, invitandoti a passare una giornata con lui, ti dice:


«Ho organizzato tutto io. Ci divertiremo di sicuro!». Cosa gli
rispondi se non sai quale significato profondo e soggettivo lui
associa alla parola “divertimento”? è in sintonia con il tuo?
Tutti e due vi volete divertire, quindi la frase di per sé è
pienamente condivisibile; ma se per lui divertirsi significasse
passare l’intera bellissima giornata di sole dentro un museo di
arte contemporanea e per te invece il divertimento consistesse
nello stare steso in un prato all’ombra di una quercia a leggere un
buon libro e respirare aria fresca? Nonostante l’amicizia, l’accordo
sull’intento, sulle parole usate e anche sul loro significato
semantico…

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… è probabile che tu rimarresti molto deluso dallo svolgersi della
giornata.

Che significato ha, per te, la parola “parola”?

Se ti va, fermati un minuto e prova, anche solo mentalmente, a


completare questa frase:

«La “parola” per me è…»

Ecco la mia:

La “parola” per me è…
un contenitore che trasporta l’energia delle nostre
esperienze.

Assomiglia alla tua?

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SONO PIÙ IMPORTANTI
LE DOMANDE O LE RISPOSTE?

Avrai sicuramente notato che, già in queste prime pagine, l’uso


delle domande è predominante. L’uomo si è sempre fatto
domande, più o meno di senso, concrete o astratte, funzionali o
inutili.
Socrate (Atene 440 a.C.), considerato il maestro di questo antico
strumento linguistico, proprio partendo dalle domande, costruì
un approccio a mio avviso ancora oggi insuperabile: la maieutica.
Il grande filosofo greco diceva: «Conduco per mano
l’interlocutore, con brevi domande e risposte, ad accorgersi della
propria ignoranza e a riconoscere il criterio della verità rispetto
alla falsità delle sue presunzioni». È fantastico rendersi conto che
discipline come il coaching e il counseling, considerate a giusta
ragione innovative e moderne, sono fondamentalmente basate
su tecniche pensate 2.500 anni fa e ancora oggi di straordinaria
attualità.

Recentemente condividevo questo pensiero con un mio collega


coach: «Che differenza c’è tra studiare la filosofia e la storia della
filosofia?».
Ci siamo confrontati su questa risposta: «Un’enorme e sostanziale
differenza: la filosofia tiene alta la qualità delle domande mentre
la storia della filosofia ci racconta quali risposte hanno dato i
filosofi nel tempo».

Cosa ne pensi?

Sono più importanti le domande o le risposte?

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Certamente è utile conoscere le risposte, soprattutto quelle dei
grandi pensatori.
Le risposte possono insegnarci tanto.

Il passato può insegnarci tanto, ma tu:

Viaggeresti in auto guardando solo lo specchietto


retrovisore, con il parabrezza totalmente oscurato?

Chi si basa solo sulle risposte che nella storia qualcuno ha dato,
prendendole per buone, sta viaggiando proprio così.
Anche chi parte da risposte che altri hanno proposto prima di lui,
impegnandosi solo a modificarle per renderle applicabili alle
nuove realtà, sta facendo quasi la stessa cosa.

Noi siamo in grado di risalire alle domande originali, quelle


di senso, per poi generare nuove e attuali risposte?

È la qualità delle domande che fa la differenza.

È la qualità delle domande che ci permette di guardare avanti e


facilita l’espressione delle infinite risorse di cui disponiamo per
dar vita a risposte di senso, attuali e veramente nostre.

Certo, è utile anche guardare lo specchietto retrovisore, ma

dopo 100 km di rettilineo quanto siamo sicuri che la strada


continuerà ad essere diritta ancora per un po’?

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Parte Seconda

LO ZAINETTO

Quando sono nato, di fianco alla culla, ho trovato uno zainetto


vuoto con sopra scritto il mio nome.
Non ho mai saputo esattamente chi me lo avesse lasciato e con
che scopo.
Senza farmi domande, l’ho messo in spalla e di tanto in tanto ci
ho messo dentro… pensieri, esperienze, abitudini, convinzioni,
parole, storie… ma… senza criterio e senza particolare
attenzione.

Io crescevo e anche lo zainetto magicamente si trasformava


divenendo sempre più grande, con tante tasche, taschine,
scomparti e divisori. Era così comodo e avvolgente che spesso
dimenticavo di averlo in spalla. Era diventato una parte di me.
Continuavo a riempirlo… o forse continuava a riempirsi da solo…
e il suo peso aumentava in una progressione impercettibile ma
inesorabile.

Un giorno, durante una bella giornata di sole, camminando


cullato dai miei pensieri, arrivo in un posto semideserto: l’aria è
strana e il respiro faticoso. Che caldo, che sete!

A bordo strada c’è un povero arbusto, anche lui accaldato e


assetato. Mi siedo, cercando riparo nella sua timida ombra.
Penso tra me e me: «Ecco, questa è finalmente una buona
occasione per dare un senso allo sforzo fatto fino ad oggi nel
portare con me questo pesante fardello!».
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Apro lo zainetto e comincio a cercare, senza neppure sapere cosa
e da dove iniziare. Che disordine, che confusione! Rovistando
trovo di tutto: molte cose sono rotte e inutilizzabili; altre belle e
pulite; poche appaiono in ottimo stato; alcune non sembrano
neppure le mie.
Ecco finalmente una bottiglietta d’acqua, una di quelle con il
tappo a corona. Sarà ancora buona? Come posso aprirla? Cerco
ancora… impossibile trovare qualcosa in questa baraonda…
dovrei tirar fuori tutto… ma… poi… avrò voglia di rimettere tutto
dentro?
Chissà perché mi porto dietro questo carico pesantissimo se poi,
quando mi serve qualcosa, non riesco a trovarla; non so neppure
se c’è quello che sto cercando!
Sono stanco e assetato, ho una bottiglietta in mano e non sono in
grado di aprirla…
… che situazione!

Nel frattempo, incuriosito dall’insolita scena, si avvicina un


vecchietto. Sguardo fiero, bastone in mano e cappello in testa.
Mi guarda.
Sembra volermi aiutare in qualche modo.
Lo fisso negli occhi e lui, per niente intimorito, mi dice:
«Buongiorno, tutto bene?»
«Mica tanto» rispondo «non avrà per caso qualcosa per aprire
questa bottiglietta?»
Lui: «No, no, io no. Tu, in quello zaino così ben fornito, avrai
sicuramente ciò che ti serve. Cerca bene. Se vuoi io ti posso
aiutare a tenere le cose mentre tu cerchi».
Io: «Ok grazie».
Prendo il coraggio a due mani e inizio a rovistare.
Che cosa c’è in questa tasca? e qui sotto?
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Questo? si può eliminare.
Chiedo aiuto: «Mi può tenere aperto qui, mentre guardo lì sotto?
Grazie!»
Questo lo metto qui, a portata di mano, questo qua sopra.
Ma guarda un po’ dove si era nascosto… il cavatappi… eccone
un altro… non posso crederci, ne ho addirittura tre. Questo è il
migliore, userò questo.
Il vecchietto: «Visto? ero certo che avresti trovato qualcosa di
utile per te, per questa situazione».
Finalmente posso aprire la bottiglia e guardando con
riconoscenza il prezioso aiutante gli chiedo: «Ha sete? ne vuole
un po’?»
Lui, senza alcuna esitazione: «No grazie. Goditi pure la tua
meritata acqua. Sei tu che hai fatto la fatica di portare lo zaino
fino a qui».

Ognuno di noi porta con sé uno zainetto più o meno pesante, più
o meno comodo, più o meno ingombrante, più o meno ordinato.

Quante cose utili abbiamo nel nostro zainetto? a volte senza


neppure saperlo? a volte senza sapere dove sono e come
possiamo usarle?

Chi di noi, in ogni situazione, sa andare a colpo sicuro ed


estrarre dallo zainetto ciò che gli serve in quel preciso
momento?

Adesso posso ripartire.


Sono soddisfatto: ho iniziato a fare qualcosa di importante per
me.

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Ora alcune cose utili sono lì, a portata di mano e so dove
trovarle.
Di certo per sistemare il mio zainetto, o anche solo alcune sue
parti, ci vorrà tempo e dedizione ma, un po’ alla volta, posso e
voglio farlo.

Il vecchietto mi guarda e sorride.


Lo zainetto è più leggero ed io sono più sereno.
Posso ripartire!

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PENSIERI

Ogni tanto mi piace ficcanasare nei cantieri, come fanno quei


pensionati che passeggiano, con quello sguardo curioso e vigile,
sempre attenti a cogliere cosa succede nel mondo.
In una di queste occasioni, durante la costruzione di una grande
strada nella periferia della città dove vivo, incrocio tre operai
intenti a stendere asfalto.

Nella curiosità di ascoltare la risposta ad una semplice e banale


domanda, chiedo ad ognuno di loro:

«Cosa stai facendo?»

Il primo, con un tono quasi contrariato e senza fermarsi, sbuffa:


«Non vedi? mi spacco la schiena stendendo asfalto otto ore al
giorno».

Il secondo, invece, si concede una pausa e un respiro profondo;


lasciando trasparire una certa soddisfazione, mi risponde: «Mi
guadagno da vivere. Lo faccio per me e per la mia famiglia».

Il terzo mi guarda negli occhi e indica con una mano la


meravigliosa opera davanti a lui, quasi fosse una sua creatura;
accennando un sorriso, mi dice: «Costruisco strade».

Stanno eseguendo tutti e tre lo stesso lavoro eppure… tre


atteggiamenti così diversi, tre stati d’animo così diversi, tre
risposte così diverse!

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Quali pensieri attraversano la mente di queste tre persone?
Qual è il motore delle loro azioni?
Da che cosa è spinto quel fare così impegnativo?
Che motivazione c’è dietro una fatica così intensa?

Cosa pensi che accadrà a fronte di un’occasione per un nuovo


lavoro in un cantiere ancora più grande?

Io penso che il primo avrà ancora più motivi per lamentarsi e,


probabilmente, il suo mal di schiena aumenterà.

Il secondo, cogliendo l’opportunità di guadagnare qualcosa in


più, finalmente riuscirà a fare quel viaggetto con la sua famiglia,
godendosi un meritato riposo tra i sorrisi della moglie e dei figli.

Il terzo forse sentirà sulla pelle quella sana voglia di dare un


contributo ad una nuova grande opera che prima non c’era e poi
ci sarà, dove migliaia di persone passeranno pensando: «Che
bella strada, quanto tempo risparmiato».

Pensieri.
Pensieri che mettiamo nel nostro zainetto, pensieri che estraiamo
dal nostro zainetto, pensieri che si rincorrono e giocano a
nascondino dentro il nostro zainetto.

I pensieri hanno il grande potere di agire sulla nostra


“percezione”, rendendo lo zainetto più leggero o più
pesante.

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ESPERIENZE

Sto per entrare nel nuovo stabilimento di un’azienda mia cliente.


Alla reception c’è una bellissima ragazza che non ho mai visto
prima: mora, occhi scuri e sguardo penetrante.
Lei accenna un saluto e, creandomi un certo imbarazzo, inizia a
fissarmi dritto negli occhi. Ricambio con un sorriso.
Penso: «Forse mi conosce ma io non ricordo di averla mai
incontrata. Del resto, una ragazza così bella, di certo non può
passare inosservata! Magari l’ho incrociata da un altro cliente o
sarà la figlia di qualcuno che conosco».
«Ciao Gabriele, tutto bene?» ecco il tecnico con cui ho
appuntamento.
«Si, si, benissimo grazie» rispondo.
Ci spostiamo in un ufficio di fianco all’entrata e la ragazza
continua a guardarmi attraverso le pareti di vetro. Entro nel tema
previsto per l’incontro, pur rendendomi conto di essere
fortemente deconcentrato da quella strana situazione. Dopo una
decina di minuti, per mia fortuna, la ragazza lascia la sua
postazione, allontanandosi.
Finalmente libero da quell’anomalo aggancio visivo a dir poco
imbarazzante, torno ad essere l’ingegner Pagnini di sempre e la
riunione procede spedita.
Il tecnico mi saluta: «Tutto ok. Perfetto, grazie. Ci vediamo
Giovedì».
Io: «Si. Mi raccomando finisci quel lavoro che ci serve per il
prossimo appuntamento».

Esco, salgo in auto e torno a casa. Il pensiero è fisso: che strana


cosa mi è capitata oggi. Perché la ragazza mi guardava con

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quell’intensità che mi faceva quasi sentire legato da un invisibile
filo?

Se questa mia esperienza fosse finita qui, cosa avrei messo


dentro il mio zainetto?

Frasi e considerazioni del tipo: «Certo che nonostante la mia età,


ancora faccio la mia figura…» oppure «Però una ragazza così
bella e giovane, una bella faccia tosta…» o «Sicuramente mi avrà
visto in un’altra azienda…» o ancora «Può essere una lontana
parente che non ha avuto il coraggio di presentarsi…»

Ecco cosa accade:


assieme ai nostri ricordi conserviamo anche il peso del
giudizio che abbiniamo alle esperienze e quel groviglio di
significati che attribuiamo a situazioni banali ma per noi
incomprensibili.

È giovedì: la situazione si ripresenta.


Questa volta però decido di provare a capirci qualcosa in più.
Sempre al di là del vetro, sicuro che la ragazza non mi sentirà,
chiedo al tecnico con il quale stavo lavorando: «Scusa, ma chi è
quella bellissima ragazza che continua a guardarmi con quello
sguardo così intenso?».
Lui, seduto di fronte a me e di spalle rispetto alla ragazza, sgrana
gli occhi e con un cenno mi ferma, poi mi suggerisce sottovoce:
«Non dire cose che non vorresti, perché lei ti sente, o meglio,
legge il tuo labiale. È una sordomuta. Ecco perché ti guarda così.
I primi giorni dopo l’assunzione, senza sapere che aveva il “super-
potere” di sentire attraverso le pareti di vetro, abbiamo fatto
delle figuracce che puoi solo immaginare!».
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Boom! Che botta.
Una sordomuta: una persona che consideriamo “disabile” perché
non sente i suoni che noi “abili” sentiamo e che, invece, ha il
“super-potere” di sentire attraverso pareti progettate per isolare
acusticamente quelli abili come noi.

E adesso?
Tutta quella spazzatura che da qualche giorno sto mettendo
nello zainetto?

Sono stato fortunato. Questa volta la vita è stata proprio


generosa. Mi ha dato la possibilità di comprendere quei pochi ma
determinanti elementi, per poter pulire e alleggerire questa
esperienza, facendola diventare addirittura una fonte di
apprendimento importantissima per me.

Ma quante volte per pigrizia, convenienza, arroganza o paura


ci fermiamo al giudizio affrettato e al significato distorto che
abbiamo voluto dare ai fatti?

Quanto peso e quante cianfrusaglie inutili portiamo nel


nostro fardello?

Prima di uscire ho voluto, quasi divertito, condividere i miei


pensieri con l’inconsapevole protagonista di questa esperienza
così banale ma per me così importante.
Dopo avermi “ascoltato” con il solito sguardo intenso, la ragazza
mi ha fatto un cenno indicandomi di aspettare, poi, salutandomi
con un sorriso che non dimenticherò, mi ha scritto su un foglio:
«Comunque ingegnere non si preoccupi, nonostante la sua età,
fa ancora la sua bella figura».
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ABITUDINI

Il bambino, per richiamare l’attenzione della mamma, piange. Lui


piange e la mamma arriva. Piange più forte e arrivano anche il
babbo e la nonna e, se insiste un po’, arrivavano anche i vicini di
casa.
Funziona.
Ha scoperto e sperimentato un comportamento che lo porta a
raggiungere il suo scopo.
Riprova più volte e, se la mamma arriva ancora, decide che quella
è, per lui, una

“strategia vincente”.

Dopo qualche anno, divenuto ragazzino, si accorge che il mal di


pancia è un buon motivo per non andare a scuola. Quello vero
però, perché quello finto non funziona sempre. Allora, siccome lui
è uno di quelli bravi, quando gli serve riesce a farsi venire il
dolore veramente.

Che fantastica alleanza quella tra mente e corpo!

La mente è così potente da riuscire ad elaborare un piano che si


attua realmente nel corpo, a volte anche a discapito del corpo
stesso.

All’inizio tutto accade quasi a comando.


C’è un’interrogazione rischiosa e il ragazzo non ha studiato
abbastanza? ecco pronto il mal di pancia; un compito difficile?
ecco puntuali la fitta e la smorfia.

28
Ogni tanto, però, qualcosa sembra non funzionare alla
perfezione: cosa centra questo dolore oggi? tutto sommato
quell’interrogazione era fattibile e lo studente era anche
preparato a dovere!

Cosa è successo? Perché la mente ha ordinato il mal di pancia


oggi? Chi ha deciso se attuare o no quella “strategia” che lei
stessa aveva ritenuto “vincente”?

La fantastica e potentissima alleanza mente-corpo ha perso il


controllo su alcuni suoi automatismi?

Quando mi addentro in aspetti così “misteriosi” di quella


meravigliosa creatura che è l’uomo, mi sorgono alcune domande
alle quali non so dare risposte pienamente soddisfacenti né a me
stesso né agli altri:

«Da adulti piangiamo ancora per richiamare l’attenzione di


qualcuno?»
«Da adulti ci viene ancora il mal di pancia quando non
vogliamo affrontare una situazione?»
«Chi decide se vogliamo veramente fare qualcosa o no?»

Si chiamano “strategie di comportamento”.


Sono schemi psicofisici, funzionali a scopi ben precisi che, con
grande abilità, abbiamo costruito, sperimentato, ripetuto e messo
a punto nel tempo. Decine, centinaia, migliaia di verifiche li
hanno fatti entrare del nostro complesso e misterioso sistema
delle cosiddette abitudini.
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Diciamocelo francamente: vivere seguendo questo schema è
comodo e poco dispendioso.
Tutto automatico; non c’è bisogno di pensare tanto; non c’è
bisogno di mettersi in discussione; basso stress decisionale;
basso consumo energetico…
«Sai… io sono fatto così… ormai…».
Quante volte abbiamo sentito o pronunciato frasi di questo tipo?

Allora ecco, puntuali, altre “domandone”:

Quanto siamo consapevoli del fatto che molti nostri


comportamenti sono governati da abitudini?

Siamo stati così bravi nel costruire i nostri automatismi al


punto che oggi non riusciamo più a disattivarli?

Che relazione c’è tra il nostro FARE quotidiano e il nostro


ESSERE?

A me capita spesso di incontrare persone che alla domanda “CHI


SEI?” rispondono dichiarando COSA FANNO. Ci hai fatto caso
anche tu?
Durante le fasi di apertura dei miei percorsi, per rompere il
ghiaccio e farli uscire dalla loro zona di comfort, chiedo ad ogni
partecipante di presentarsi. Questa è la frase che propongo:

«(…) hai a disposizione un minuto di tempo per raccontarci CHI


SEI (…)»

Se ti va, provaci anche tu adesso, magari davanti allo specchio.


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Come esempio, questa è una risposta che di recente mi è stata
data: «Ciao a tutti, mi chiamo Maria, SONO una commessa di un
negozio di abbigliamento e mi piace viaggiare (…)»

Secondo te, ci ha detto chi è?


Ha almeno tentato di rispondere alla domanda CHI SEI?
Io direi di no: ha semplicemente detto cosa FA e cosa le piace
FARE.
Attenzione però, non ha detto: «FACCIO la commessa», ha detto:
«SONO una commessa».

Ha detto SONO e poi ha continuato dichiarando quello che FA.


Cosa dici? Non ti sembra strano? A me sì, molto strano.

Cosa può essere successo nel suo sistema di abitudini? Può


essersi abituata al ruolo, fino ad identificarsi in esso? Può essersi
convinta che il solo fatto di “comportarsi da commessa tutti i
giorni in un negozio di abbigliamento” le fornisca una risposta
alla domanda CHI SEI? Probabilmente sì.

Nell’occuparmi di queste materie, dopo una prima reazione


scettica, ho ben presto avuto una sorta di “illuminazione”: mi
sono reso conto che dietro quell’iniziale apparente complessità
(che adesso potresti rilevare anche tu), c’era un “mondo intero”
che conducendomi ad nuovo approccio, incredibilmente
semplice ed efficace, avrebbe facilitato un processo di sostanziale
miglioramento qualitativo della mia vita e che sarebbe anche
diventato una rilevante parte della mia professione.

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Certo è che anche qui si aprono tante domande per così dire
“potenti”.
Una su tutte, e non è affatto un banale gioco di parole, è:

FACCIAMO quello che SIAMO


o
SIAMO quello che FACCIAMO?

I nostri comportamenti derivano dall’espressione di ciò che


siamo veramente, oppure ci sentiamo e ci identifichiamo con
la rappresentazione delle nostre azioni automatiche, perché
viviamo inconsapevolmente nel nostro sistema di abitudini?

Riusciamo almeno a prendere in considerazione il fatto che alcuni


nostri automatismi possano invecchiare e perdere la loro
efficacia?
Sentiamo l’esigenza di domandarci quali tra le strategie che nel
tempo abbiamo messo a punto, siano rimaste ancora attuali e
perfettamente funzionali ai risultati, così come le avevamo
“progettate” in origine?

Buona parte del nostro pesante zainetto contiene proprio


abitudini, strategie di comportamento e strumenti operativi.
Li portiamo con noi nella convinzione che un giorno possano
servirci, nella convinzione che saremo in grado di ritrovarli e
utilizzarli, nella convinzione che continueranno a produrre i
risultati attesi.

Convinzione, che bella parola!

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Che cos’è una convinzione?

E cosa succede quando una convinzione incontra


un’abitudine?

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CONVINZIONI

Nella scuola di coaching che ho frequentato era previsto un


iniziale percorso completo nel ruolo di cliente (in termini tecnici:
coachee).

Dopo alcuni interessantissimi incontri, durante una sessione, il


mio coach mi ha chiesto: «Riesci a pensare a qualcosa che ti
piacerebbe fare ma che oggi, per qualche motivo, non stai
facendo? Una bella cosa per te, come persona».
Prima di poter rispondere ci ho dovuto pensare parecchio. Poi,
rovistando nello “scomparto desideri dimenticati” dello zainetto,
con una certa difficoltà ecco un’idea strampalata: «Cantare»
rispondo «ho sempre suonato la chitarra e ho imparato persino a
suonare l’armonica a bocca “alla Bob Dylan” proprio perché non
ho mai potuto cantare».
Il coach: «E quali sono i motivi che ti portano a dire, con questa
fermezza, che non hai mai potuto cantare?»
Io: «Non posso né cantare né parlare ad alto volume perché ho le
corde vocali rovinate».
Lui: «E cosa ti fa pensare di avere le corde vocali rovinate?»
Io, un po’ disturbato dalla lineare sequenza di banalità: «Sai
all’età di cinque-sei anni ero un bambino molto vivace: una sorta
di capo banda del mio cortile e tutto il giorno organizzavo giochi
e impartivo compiti a tutti. Ci voleva una gran voce e così, a forza
di urlare, iniziai ad avere problemi vocali sempre più gravi, fino a
che un giorno mio padre decise di portarmi a fare una visita
specialistica. Si era raccomandato mille volte con me di stare un
po’ zitto e di risparmiare la preziosa voce ma io non ne volevo
sapere.

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Così eccoci dal dottorone.
Ricordo bene la visita. A quei tempi non c’erano attrezzature
sofisticate e dopo avermi infilato uno specchietto in gola per un
paio di secondi, nei quali sinceramente non so cosa possa aver
visto, il professore mi fece un disegnino, che ancora ricordo
benissimo, descrivendomi le mie corde vocali con un callo in una
delle due.
«Caro Gabriele» mi disse «qui se non smetti di urlare ti dobbiamo
operare e allora non potrai più parlare per tutta la vita».
Immagina che trauma terribile.
La voce. Il mio principale strumento di capo banda del cortile.
Sarebbe stato come tagliare i capelli a Sansone!
Cosa potevo fare? Come potevo reagire?
Il coach: «E dopo cosa è successo?»
Io, quasi senza parole: «Dopo… niente… eccomi qua».
Lui: «Quindi mi stai dicendo che più di 40 anni fa, dopo quella
visita nella quale il professore ti ha spiegato che avevi le corde
vocali “rovinate”, tu sei tornato a casa con questa nuova
convinzione e l’hai “archiviata” così com’era. Poi, per tutti questi
anni non hai più sentito l’esigenza di rimetterla in discussione?»
Io, tra lo scosso e l’incredulo: «Si. Direi di si».
Lui: «Bene. Ci vediamo tra due settimane».

Non ho dormito per un paio di notti con questo “tormentone” in


testa. Come poteva essere successo che una convinzione così
“limitante” per la mia vita fosse andata a finire nello scomparto
delle “questioni da non rimettere mai in discussione” del mio
zainetto, senza che io avessi più sentito l’esigenza almeno di
riaprire il tema?

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Dopo due settimane, vissute in uno stato d’animo che definirei
“di sospensione”, torno dal coach e gli dico: «Sì, le cose sono
andate esattamente così. Non riesco a darmene una spiegazione
ma questi sono i fatti».
Lui: «Ok. Adesso pensi sia utile per te fare qualcosa? ti va di
lavorare su questa convinzione? come vuoi procedere?».
Io, deciso e quasi emozionato: «Certo che voglio fare qualcosa».
Poi, senza averci pensato prima, mi esce d’impulso questa
affermazione: «So che in Romagna c’è uno dei migliori foniatri
d’Europa. Andrò da lui a fare una bella visita così potrò sapere
qual è la situazione delle mie corde vocali oggi».
Il Coach: «Bene, allora scrivi l’obiettivo in forma corretta e
vediamo cosa succede».

Obiettivo scritto e impegno preso, con me stesso e di fronte ad


un testimone.
Quanto basta per andare avanti. E così è stato.
La visita è andata in un altro modo: tecnologie avanzatissime,
microtelecamera a fibre ottiche e foto delle corde.
Sai cosa mi ha detto questa volta il professorone?
«Caro Gabriele (l’inizio è stato lo stesso ma il resto per fortuna
no), le tue corde vocali sono per così dire “nuove fiammanti”,
dato che non le stai usando. Stai parlando, infatti, utilizzando le
cosiddette false corde: lo fanno di solito le persone che hanno le
vere corde fortemente danneggiate. Per qualche motivo che non
mi spiego, hai imparato a parlare praticamente senza usare le
corde vocali, come se tu volessi proteggerle. Questa è la
situazione: buona per le corde, un po’ meno per la difficilissima
rieducazione alla quale, se vorrai, potrai dedicarti».

Non so se ridere o piangere.


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Riepiloghiamo che cosa è successo: nessun evento traumatico
diretto. Un solo “shock” derivante da una semplice ma terribile
comunicazione verbale ed ecco che l’alleanza mente-corpo ha
immediatamente trovato una strategia di comportamento
funzionale a proteggere le mie corde vocali fino al punto di non
utilizzarle affatto. Un po’ di allenamento inconscio e la strategia si
è automatizzata fino a farla diventare un’abitudine. Sul piano
cognitivo la convinzione limitante di avere le corde vocali
“rovinate” completa il capolavoro: il tutto va a finire nello zainetto
nello scomparto “argomenti fuori discussione da non riaprire” e il
gioco è fatto.
«Ho le corde rovinate e me le tengo».

E io ancora non so se ridere o piangere. Direi più ridere, dato che


per mia fortuna ho incontrato il coaching e un bravo coach.

È stato molto difficile riabituarmi ad usare le corde vocali e


ancora mi sto esercitando, ma il mio zainetto è molto più leggero
e quando penso a questa incredibile storia, mi viene voglia di
cantare.

L’esperienza è stata per me così significativa che il tema delle


convinzioni è diventato centrale nei miei studi e nelle mie
applicazioni.

Continuo a chiedermi:

Quanto pesa lo scomparto degli argomenti fuori discussione


nello zainetto di ognuno di noi? e quanto è pieno di
situazioni come queste?

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PAROLE

Qualche giorno dopo una mia serata divulgativa, ricevo da una


giovane partecipante un messaggio che cito testualmente:

«Ciao Gabriele, interessantissima serata.


Non ti nego che mi capita di pensare spesso al percorso che
vorrei fare con te!!!
Spero di riuscirci!!! Non posso dirti quando, ma vorrei davvero
farlo».

Al di là del desiderio espresso sul quale credo non ci siano dubbi,


cosa leggi in questa frase? Secondo te ci sono buone possibilità
che la ragazza decida di iniziare il percorso?
Mettendo questa frase nello zainetto come se fosse un seme,
pensi che prima o poi germoglierà e darà i suoi frutti?
Io credo proprio di no.
Per la mia esperienza, ne sono quasi certo.
Non è un problema di desiderio, di motivazione o di volontà, è
un fatto di “uso delle parole”. La Programmazione Neuro
Linguistica, materia che studio con grande interesse e applico
con notevole efficacia, si occupa proprio di questo.
Che parole usiamo per esprimere i nostri sogni e le nostre
idee?
Come componiamo le frasi che esprimiamo a noi stessi e agli
altri?
Quanto siamo capaci di trasformare i desideri in obiettivi scritti
e ben formulati?
Quanto incide la linguistica nelle nostre possibilità di
conseguire risultati?
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La prima volta che me l’hanno detto, stentavo a crederci: «La
principale causa di insuccesso, in qualsiasi campo, sta nel fatto
che esprimiamo i nostri obiettivi con parole e con una modalità
“neuro-linguistica” che noi stessi non comprendiamo».
Come? ma non sono più importanti il desiderio, la motivazione, la
volontà, le capacità, le strategie?
Certo, tutte cose fondamentali, ma la corretta formulazione è un
pre-requisito.
Hai presente la condizione necessaria ma non sufficiente? (ogni
tanto mi ricordo anche di essere un ingegnere!)

Se l’obiettivo non è chiaro, non si parte!


Tutto il resto è vanificato!

Se formulo un obiettivo correttamente, mi metto nelle condizioni


neuro-logiche-linguistiche per poter procedere “verso” qualcosa.
Solo dopo questo passaggio obbligato possono entrare e
diventare determinanti gli altri fattori.
Puoi crederci?
Oggi l’esperienza mi dice che le cose stanno proprio così.

Proviamo a riformulare la frase e sentiamo come “suona”:


«Non ti nego che mi capita di pensare Penso spesso al percorso
che vorrei voglio fare con te!!!
Spero di riuscirci Ci riuscirò!!! Non posso dirti quando, ma vorrei
davvero farlo. entro fine anno».

Qual è la predisposizione mentale (e non solo) di una persona


che usa una struttura linguistica di questo tipo?
«Penso spesso al percorso che voglio fare con te!!!
Ci riuscirò, entro fine anno!!!»
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O ancora meglio:
«Penso spesso al percorso che voglio fare con te entro fine
anno!!!»

Cosa dici? scommetteresti su questo semino rispetto al primo?

L’argomento della neuro-linguistica è molto vasto e di certo non è


questo l’ambito per approfondirlo.
Voglio però portare un altro semplice esempio che possa
evidenziare quello che in molti chiamano “il potere delle parole”.
Scegliamone due che usiamo centinaia di volte al giorno:

“Quando” e “se”.

Mi capita spesso di notare che, soprattutto nel linguaggio


parlato, queste due semplici parole sono usate quasi come
sinonimi:

«Quando ho mal di testa… prendo un calmante».


«Se ho mal di testa… prendo un calmante».

Sottolineando la differenza (che vedremo essere enorme), i più mi


risponderebbero (e tante volte me l’hanno detto davvero): «Dai,
non stiamo a fare i “precisini”, la sostanza è quella…»
Sì. In parte è vero. La sostanza è quella ma, da “spericolato
appassionato” di queste materie, lasciami lanciare una pura
provocazione!

I significati delle parole, e soprattutto l’energia che trasportano,


arrivano nell’intimo della nostra mente e penetrano nel profondo
di noi stessi: la parola “quando” esprime un posizionamento
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temporale relativo ad un evento che prima o poi accadrà mentre
la parola “se” esprime il dubbio sul fatto che l’evento si
verificherà o no.

Chi dice: «Quando ho mal di testa…» sta dicendo alla sua mente,
a se stesso, alle sue cellule, al mondo e all’universo intero che il
mal di testa sicuramente arriverà, prima o poi, ma arriverà.
Nell’uso del “quando” non c’è dubbio sul verificarsi dell’evento,
è solo un fatto di tempo.
Chi parla così, quindi, è in una posizione di accettazione passiva
rispetto all’evento; potenzialmente reattiva rispetto a ciò che farà
di conseguenza ma, ripeto, passiva rispetto all’evento: sta solo
aspettando il mal di testa… con il calmante in mano…

Chi invece parla con il “se”, si predispone al sano dubbio, senza


attendere l’evento come qualcosa d’inevitabile:
«Se… succede questo… allora…farò quello…»

Cosa dici? ti sembra possibile? Pensi sia follia ritenere che chi
parla usando il “quando” in frasi come questa, cambi la sua
predisposizione neuro-logica nei confronti del verificarsi
dell’evento e in qualche modo contribuisca a renderlo più
probabile?

Adesso ribaltiamo il ragionamento e facciamo un esempio in


direzione opposta: in positivo.
«Quando supererò l’esame» è molto più potente di «se supererò
l’esame».
In questo caso chi parla con il “quando” si sente forte e
preparato: si predispone a superare l’esame. È solo un fatto di
tempo.
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Chi parla con il “se”, invece, mette in discussione la sua capacità
di riuscire nell’intento: si sente debole e di fatto sarà più debole.

Su chi scommetteresti tra i due?

Per ora mi fermo qui.


«Se ti va di provare…»
… o preferisci: «Quando ti va di provare?»

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STORIE

In alcuni momenti della nostra vita ci sono storie che hanno un


“sapore” del tutto particolare.
Mi piace pensare che un magico regista, nascosto da qualche
parte, le abbia preparate per quel momento e in quel posto,
aspettando proprio noi, prima del fatidico “ciak”. Pur non
sapendo quale sarà l’effetto su di noi, lui è sempre pronto,
esattamente in quel momento e proprio in quel posto.

E allora: “Ciak si gira!”


È primavera. Sono in bici, lungo una bellissima pista ciclabile che
costeggia la spiaggia, e mi fermo a godere di quel primo sole,
seduto su una panchina.
A pochi metri da me, sotto lo sguardo attento del padre, un
bimbo di un paio d’anni sta dondolando su un’altalena.
Che bella scena! La spiaggia, il mare, il sole, il cielo, un bimbo
vivace e un padre attento.

Sembra un film anche se davanti a me c’è una storia vera, magica,


ma vera: energia, emozioni, abilità, crescita, evoluzione,
insegnamento, apprendimento, libertà, vita…

Dopo pochi minuti, il bimbo, sfoderando un grande coraggio,


l’incoscienza della prima volta e una notevole destrezza, si alza in
piedi sul seggiolino e, in uno stato di equilibrio quantomeno
precario, chiamando il padre con voce emozionata, mostra
soddisfatto la sua fantastica impresa.

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In una situazione oggettivamente così pericolosa, quanti padri o
madri o nonni sarebbero intervenuti gridando qualcosa come:
«Sei matto?» o «Scendi subito!» oppure «Adesso ti porto a casa!»

Tu cosa avresti fatto?

Quanti errori possiamo fare dietro l’impulso protettivo che ci


impone il ruolo del tutore? Quanti danni, spesso irreparabili, con
un solo gesto, una frase, un’espressione?
Possiamo non credere nell’abilità del bimbo? Perché avere paura
di riconoscere il coraggio e l’entusiasmo di chi sta crescendo e
sperimentando le prime grandi difficoltà della vita?

Ancora oggi ringrazio il regista che in quella occasione ha voluto


farmi vivere un così bel lieto fine.

Con un colpo da vero maestro zen, il padre, sorridendo


soddisfatto, dice al figlio:
«Bravo, sei proprio bravo e coraggioso. Attento però perché se ti
vedono i bimbi piccoli, che magari non sono capaci come te, lo
vogliono fare anche loro e per loro può essere molto pericoloso».

Il bimbo si ferma, ci pensa un attimo e senza esitazione si siede,


continuando a giocare sull’adorata altalena.

Un padre illuminato.

Una bella storia da mettere nello zainetto.

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LA BUONA NOTIZIA

Domande, domande, domande…


… e le risposte?

Ho vissuto una lunga parte della mia vita cercando, e spesso


trovando, soluzioni a problemi di diversa natura. Per anni sono
rimasto focalizzato sullo studio e sull’adattamento ottimale delle
risposte a cui i cosiddetti “esperti” erano arrivati prima di me e
forse anche io, da qualcuno, ero visto come un “esperto”.
Tutto bene fino a che, nel pieno della cosiddetta “maturità
professionale”, la vita ha voluto mettermi alla prova con un paio
di situazioni che riguardavano proprio me, portandomi in un
campo di gioco sconosciuto.
È stata una sorta di sfida con un “non so chi”: «Adesso Gabriele
prova a risolvere questi tuoi problemi, se ne sei capace!»
Ho perso. Il mio approccio e i miei metodi sono effettivamente
andati in crisi e, in quelle occasioni, non sono stato in grado di
trovare buone soluzioni per me: ho sentito sulle spalle tutto il
peso dello zainetto e ho provato la grande frustrazione di chi
cerca affannosamente qualcosa, senza neppure sapere cosa sta
cercando.
E tutto stava succedendo proprio quando, sul piano
professionale, iniziavo ad avvertire la necessità di dare una svolta
al mio percorso.

Cosa ne pensi? Solo una strana coincidenza?

Non so. Comunque, di certo è stata la seconda importante


scintilla che mi ha fatto decidere di cambiare direzione!

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Mio figlio, che mi segue con passione e che per me è sempre
stato un grande punto di riferimento, un giorno mi chiese: «Padre
(scherzosamente mi chiama così), ma perché la maggior parte
delle persone sceglie di buttarsi in un’avventura così significativa,
se pur impegnativa, solo dopo aver attraversato momenti di crisi?
Non si può iniziare prima di aver sbattuto il muso contro il muro?»
«Certo, figlio, che si può iniziare prima!» risposi usando il suo
simpatico linguaggio: «Perché aspettare di essere in difficoltà?
Pensa a quante cose possiamo fare per alleggerire e mettere in
ordine il nostro zainetto; per imparare a metterci dentro solo le
cose che ci saranno utili e organizzarle in modo da poterle
ritrovare quando e dove ci serviranno; per imparare a portare con
noi semi e non piante, domande di qualità e non risposte banali;
per trasformare quel pesante fardello in un vero contenitore di
risorse, sempre pronte per essere utilizzate.
Sì, ho detto “risorse”, perché

le risorse hanno una “magica” caratteristica: sono leggere,


poco ingombranti e contengono tutto il potenziale
necessario a trasformare un’idea in azione.

Di cosa si nutrono? Di energia, di quella energia che noi


saremo in grado di fornire esattamente nel momento e nel
luogo in cui servirà loro».

Ecco la buona notizia.

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LA CONCLUSIONE CHE NON C’È

Perché scrivere una conclusione in un libro come questo?

La parola “conclusione” mi fa pensare al compimento, alla fine di


qualcosa, alla parte riassuntiva: quella dove si tirano le somme.
Io non ho sintesi da fare e tantomeno una morale da ricavare. In
un percorso così bello e affascinante, non riesco a vedere
qualcosa che “si compie” o “che finisce”. Mi piace pensare che il
senso vada cercato proprio nel percorso stesso e nelle domande
che, passo dopo passo, ci siamo posti. Del resto, non sono la
curiosità, la passione e un po’ di sana follia che ci stimolano a
guardare avanti? non sono l’apertura al dubbio e l’ascolto che ci
consentono di cogliere ciò che il mondo ci vuole dire veramente?
non sono la volontà e la determinazione che rendono possibile,
giorno dopo giorno, il miglioramento qualitativo della nostra
vita? non sono le relazioni con le belle persone incontrate lungo il
percorso che facilitano e alleggeriscono il viaggio? non è la
ricerca del significato profondo che diamo a parole come studio,
conoscenza, consapevolezza, armonia, miglioramento,
evoluzione, qualità, percorso, risultato, vita … a farci trovare un
senso a tutto questo?

Una storiella zen racconta di un viaggiatore che, proprio per le


enormi difficoltà dell’itinerario, decide di partire alla scoperta di
uno dei pochi templi ancora incontaminato dal turismo di massa.
Dopo migliaia di chilometri fatti in aeroplanini traballanti, pullman
scassati, taxi distrutti, risciò sfasciati e mezzi di fortuna vari, arriva
finalmente al fiume che l’avrebbe condotto al suo ambìto
“traguardo”.

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Sulla riva c’è un vecchio che lo invita a salire su una specie di
barca: sguardo profondo e saggezza scolpita nelle rughe.
Appena partiti, l’entusiasta turista chiede impaziente al
traghettatore: «Allora com’è questo tempio?»
Il vecchio risponde: «Non lo so, non ci sono mai stato».
«Come?!» lo interrompe incredulo il viaggiatore: «Chissà da
quanti anni accompagni i turisti che arrivano da tutte le parti del
mondo e non sei mai stato a vedere il meraviglioso tempio?»

Il vecchio, continuando a remare lentamente:


«Hai ragione, è da tanto tempo che faccio questo percorso e il
tempio sarà certamente bellissimo.

Ci andrò quando avrò finito di osservare e vivere pienamente


il fiume».

Buon tutto a tutti.

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SUGGESTIONI

Al termine dei miei percorsi formativi, individuali, di team e di


gruppo, mi piace chiedere ai partecipanti di formulare una frase
che possa esprimere qual è stato il significato che ognuno di loro
ha dato all’esperienza vissuta.
Grazie a tutti coloro che mi hanno risposto con tanta generosità e
“poesia”.

Le persone non fanno viaggi, sono i viaggi che fanno le persone


e una persona che parte non è mai la stessa che torna.
Così è stato per me.
Antonio, un sincero amico

Spunti interessanti e fondamentali per la mia crescita personale e


professionale.
Alessandra, coach di se stessa

Il percorso mi ha lasciato la convinzione che è importante trovare


tempo da dedicare alla nostra crescita personale, senza
rimandare, vivendo sempre presenti a se stessi.
Milena, una bellissima persona

Un passo alla volta tutti possiamo arrivare lontano.


Raffaella, una mamma fantastica

Un risultato strepitoso in così poco tempo.


Sento una leggerezza che non conoscevo e che mi rende al
tempo stesso libera e molto più forte.
Silvia, commercialista illuminata

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Mi trovo a visitare la caotica metropoli di un paese di cui non
conosco la lingua e improvvisamente mi accorgo che le
indicazioni stradali iniziano ad avere un senso e un significato.
Finalmente posso scegliere dove andare.
Loredana, creativa appesa a un filo

È stata l'occasione per focalizzare finalmente l'attenzione su di


me, con la giusta calma e riflessione. Ragionando, riflettendo,
ascoltando, condividendo, proponendo e sorridendo, mi sono
regalata una maggior conoscenza di me e delle mie capacità,
privilegiando sempre Curiosità e Dubbio!
Emanuela, mamma maestra e donna

Un’opportunità di apertura emotiva e mentale che offre validi


strumenti per muoversi agevolmente nel mondo e migliorare la
qualità delle relazioni, intra e interpersonali. Domande e
feedback efficaci sono elementi essenziali per l’evoluzione
dell’IO.
Martina, studentessa curiosa

È stata un’esperienza molto positiva.


La conoscenza dei livelli di apprendimento della realtà e dei
meccanismi che possiamo attuare, superando i filtri e le
distorsioni, mi ha permesso di allargare la percezione di ciò che è
in me e fuori di me.
Renato, osservatore distratto

Un'esperienza unica nel suo genere che mi ha permesso di aprire


alcuni cassetti inchiavati da anni, scoprendo e capendo che
spesso non sono gli altri sbagliati ma è il nostro modo di
idealizzarli e vedere le cose.
Grazie al percorso sono riuscita a tirare fuori tutta l'energia

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necessaria per assaporare, godere e vivere al meglio ed
intensamente ogni situazione.
Valeria, insaziabile romantica

Ho iniziato con un sano scetticismo e per questo il percorso è


stato una doppia scoperta: un arricchimento per me che mi ha
fornito la possibilità di vivere alcune situazioni sotto un diverso
punto di vista, riuscendo, a volte, anche a coinvolgere le persone
con cui mi relaziono.
Andrea, musicista della vita

Il percorso fatto insieme è stato illuminante.


È stato come conquistare una montagna e raggiungere una vetta
percorrendo una strada sconosciuta.
Vilma, manager imprenditrice

Ho sviluppato conoscenze sui meccanismi del cervello che mi


hanno permesso di vivere meglio le relazioni e accettare la
diversità di alcuni elementi che prima non sapevo comprendere.
Davide, cantautore poeta

Preziosi sassolini da raccogliere lungo il cammino; sprazzi di luce


in questo mio cielo nuvoloso.
Uno stimolo al miglioramento della mia vita, grazie alla chiarezza
e alla completezza con cui sono stati spiegati concetti non
sempre facili!
Graziella, una emotiva coraggiosa

Oggi riesco a considerare una fortuna quella di essermi trovata in


un momento di malessere senza saperne i veri motivi. Il percorso
mi ha insegnato a vedere le cose da punti di vista diversi, a saper
andare oltre le parole, nell'umiltà e nella curiosità.
Genny, un felino curioso

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Guidare di notte con la nebbia?
Tempi lunghi e rischio di sbagliare!
Guidare di giorno con il sole?
Beh, è tutta un’altra storia!
Roberta, mamma e imprenditrice

Un magico paio di occhiali con i quali ho imparato a vedere


nitidamente situazioni che prima mi apparivano confuse.
Federica, imprenditrice del benessere

Il percorso mi ha permesso di ricostruire la cornice della mia vita


e mi ha lasciato gli strumenti per disporre ogni piccolo pezzo del
puzzle in modo consapevole e armonico!
Beatrice, una vera professionista

Ho trovato il luogo dove nascono le idee e i sogni, dove c’è luce


nel PERCHÉ vivere, dove c’è metodo nel COME fare le cose e
dove è chiaro il COSA è veramente importante per me: un vero
risveglio della mia coscienza.
Regina, una guerriera divina nel cuore

Il percorso, basandosi su domande di qualità, da una parte mi ha


guidato alla consapevolezza che ognuno di noi ha una sua mappa
della realtà, migliorando molto i miei rapporti sociali; dall’altra mi
ha aiutato a comprendere in profondità i miei desideri e i miei
sogni per poi trasformarli in obiettivi e azioni.
Barbara, imprenditrice coraggiosa e onesta

Lavorare con te è stato fondamentale per capire e valorizzare al


meglio le mie potenzialità, alcune delle quali erano nascoste o
addirittura a me sconosciute.
Fabio, la forza in un cuore gentile
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Ad ogni incontro una sfumatura diversa allo scopo di raggiungere
un unico obiettivo: fare crescere la mia persona.
Daniele, imprenditore pignolo

Da una visione offuscata ad una visione nitida della mia vita.


Ho iniziato a percepire una nuova realtà dentro e fuori di me e
allora, ecco che lo spazio mentale si è aperto all'infinito.
Sabrina, emozioni e…

Sono riuscito a mettere in ordine molte cose, dando a ciascuna il


peso e la leggerezza che si merita e arrivando a capire che la
fantasia della vita è superiore alla nostra capacità di prevedere gli
eventi.
Aldo, il piede ora sa seguire il cuore

Il percorso ha contribuito a migliorarmi come persona, per stare


meglio con me stesso e con gli altri.
Carmine, una forza della natura

Dopo tante domande senza risposta, ho scoperto il modo per


trovare soluzioni e iniziare il viaggio alla scoperta del possibile,
imparando che saper pensare ti aiuta a vivere meglio e a
comprendere il senso della vita.
Matteo, il burbero abbraccia tutti

Veramente illuminante. Ho acquisito una grande capacità


organizzativa e di programmazione degli obiettivi, tenendo
sempre in primo piano l’importanza dei processi con cui
pensiamo e diciamo le cose.
Emanuela, la regina della casa

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Credo che solo attraverso una visione consapevole del mondo e
di noi stessi, rapportati ad esso, possiamo riuscire a fare quel
salto di qualità che ci può aiutare a dare un significato nuovo alla
nostra esistenza.
Paolo, bagnino filosofo

Ho smontato pezzo a pezzo un'armatura che mi ostacolava.


Adesso ho maggiore consapevolezza di me stessa e accetto gli
altri per quello che sono. Vedo gli ostacoli come opportunità e i
desideri come obiettivi perseguibili.
Barbara, professionista sognatrice

Ho iniziato per curiosità, poi mi sono resa conto che è più


semplice vivere serenamente se si conoscono le regole del gioco.
L'anima inizia a respirare nella consapevolezza delle scelte.
Simo, creativa silenziosa

Un mio grandissimo amico e maestro mi disse: "Non preoccuparti


se non hai ancora iniziato a mettere in pratica i concetti appresi
nei tuoi studi: tu sei un impavido arciere e sai che l'arciere più
tende l’arco, più tardi scocca la sua freccia, e più veloce e lontano
essa viaggerà. Quando scoccherai la tua, seppur partita dopo le
altre, essa arriverà più lontano e prima."
Lo ascoltai e mi rasserenai, tornando ai miei studi. Giorno dopo
giorno, a distanza di anni, mi accorgo di quanto corretto fosse il
suo paragone e premonitrice la sua visione.
Ho deciso di riprendere a "tendere il mio arco", lasciandomi del
tempo e dello spazio per continuare a crescere, ad imparare, a
permettermi di assumere nuove forme e modalità. In questo mio
percorso tu, Gabriele, scruti gentile ed onesto il mio sistema di
credenze attuale e mi aiuti ad osservarlo. Le tecniche che mi offri
sono valide, puntuali, tanto preziose quanto poco note; potenti!
Nuove frecce stanno spuntando nella mia faretra e l'arco è

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quantomai pronto a scoccarle veloci, centrando i veri bersagli del
mio scopo di vita.
Paolo, sperimentatore affascinato

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RINGRAZIAMENTI

Ci sono persone che hanno lasciato un segno indelebile nella mia


vita, alcune delle quali mi hanno aiutato anche in questa
esperienza per me nuova e stimolante.

Paolo, mio fratello maggiore: l’intellettuale della famiglia. Acuto


pensatore e instancabile osservatore, abilissimo sia nella scrittura
che nell’arte del comunicare. Da piccolo, la sera, mi leggeva i
“giornalini”. Che spettacolo!
Il faro.

Davide, mio figlio: musicista e cantautore. Sin da bambino se ne


usciva con delle frasi la cui inconsapevole saggezza zen è stata
per me sempre una fonte di nutrimento energetico. Gli ho
insegnato tante cose ma oggi quello bravo è diventato lui.
L’àncora.

Loredana, la mia compagna: creativa con ago e filo. Condivide


“quasi sempre” le mie stranezze e le mie teorie spericolate.
Attenta e affidabile supervisore, è per me una certezza. In una
relazione di scambio continuo, sta rendendo questo periodo di
vita particolarmente intrigante.
Il mio angelo riccioluto.

Giovanna, mia professoressa di italiano e latino al liceo


scientifico. Una persona straordinaria che è riuscita a far
germogliare, in una mente decisamente tecnica, il seme delle
materie umanistiche. Con lei è sempre un piacere e una ricchezza
condividere pensieri. Con grande disponibilità e garbo mi ha

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aiutato nelle fasi finali della stesura.
Una sapiente educatrice.

Un particolare ringraziamento va ai miei genitori che, credendo


sempre nelle mie potenzialità, hanno creato le migliori condizioni
per consentirmi di procedere nel bellissimo percorso che è stato
ed è la mia vita.

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Un libro per chi crede nella curiosità, nella passione e nella sana
follia.

Gabriele Pagnini è ingegnere, formatore, life & business coach e


consulente.
Attento osservatore delle dinamiche del pensiero e dei
comportamenti, utilizza il suo approccio ingegneristico per
integrare e armonizzare discipline quali Programmazione Neuro
Linguistica, Coaching, Psicologia Applicata e Tecniche di
Comunicazione, creando la sua Ingegneria del Pensiero®: un
percorso evolutivo mirato a facilitare il miglioramento qualitativo
della vita, del lavoro e delle relazioni interpersonali.

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