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PARTE PRIMA

Tutto le era sembrato normale, almeno fino alla grande piazza San Rocco, che Sara stava percorrendo
a passo incerto. Era domenica mattina, ed era molto strano che proprio lì non ci fosse anima viva.
Si era guardata intorno ripetutamente, ma nemmeno in lontananza era riuscita a scorgere qualcuno. I
suoi occhi avevano vagato intorno alla vasca zampillante, dinanzi al bar Verona, nei giardinetti, sulle
panchine ed infine lungo i larghi marcia- piedi che aveva dinanzi al suo cammino.
Mai tanto silenzio. Mai a Lioni tanta desolazione. Fu invasa dall'angoscia e tentò di allungare il passo,
per raggiungere la chiesa. Qualcosa le diceva che lì avrebbe trovato una spiegazione. Ma, subito prima
di varcare l'ingresso, spingendo con forza le porte che normalmente sarebbero dovute essere
spalancate, percepì un inspiegabile timore.
Non appena dentro, il suo sguardo spaziò velocemente tra le panche che erano occupate dagli abitanti
del suo paese. Silenziosi e compositamente seduti, c'erano pro- prio tutti.
Sara li osservò attentamente, cominciando dalle ultime file e portandosi poi, a piccoli passi, più avanti,
fino alle prime. Notò subito che il loro sguardo era fisso sulla grande statua del Santo Protettore e che
loro apparivano come ipnotizzati.
Sull'altare non c'era il parroco a dispensare parole di conforto, né a recitare la parola di Dio. Come se
già fosse stato deciso che quel giorno avrebbero dovuto vedersela da soli.
Sulle prime panche a destra individuò alcuni dei suoi parenti, su quelle a sinistra alcuni dei suoi amici.
Nessuno voltò lo sguardo verso di lei.

Intanto il silenzio era impressionante: nessun mormo- rio, né un colpetto di tosse. Si udiva solo il
rumore dei suoi passi. D'improvviso provò il desiderio di andare, di uscire all'aria aperta, di rivedere la
luce del giorno. Ma le sue gambe arbitrariamente presero a muoversi verso l'altare, portandola a un
passo dalla statua di san Rocco.

Ricordò in quel momento che da bambina ci era andata tante volte così vicino per parlargli in privato.
Quasi ogni domenica, quando i genitori la portavano in chiesa per la Messa, aveva da chiedergli la
realizzazione di qualche piccolo desiderio: '…Visto che sei il nostro santo protettore, oltre a proteggerci,
mi puoi fare anche un piccolo favore? Un favore che per me è una cosa grande, ma per te che sei un
santo…'
Per un po' aveva funzionato, così il patrono era divenu- to il suo 'genio della lampada'.
Ma quando i suoi desideri cominciarono a non essere più alla materiale portata dei suoi genitori, san
Rocco cominciò a deludere Sara. E lei crebbe.

Adesso era di nuovo al suo cospetto. Era passato tanto tempo dall'ultima volta.

'Perché sono qui?', si chiese, mentre in lei accresceva un'incontenibile ansia al pensiero di quella
congrega immobile alle sue spalle.
'Forse mi è concesso di esprimere un desiderio ', pensò. Era incredibile, ma non le veniva in mente
nulla da chiede- re.
In quel momento una crepa partita dal piede sinistro della statua prese a salire e a ramificarsi.
Improvvisamente le luci di tutte le candele si spensero e dai vetri delle fine- stre non trapelò più nessun
raggio di luce, come se d'un tratto si fosse fatta sera. Sara era ancora incredula per tutto ciò, quando si
accorse che delle crepe rilevanti apparivano anche sulle mura della chiesa. Si voltò a controllare e vide
che tutt'intorno era già lesionato.
Si sentì raggelare per la gravità della situazione. I suoi occhi si portarono immediatamente sulla sua
gente. Erano tutti immobili come prima, con lo sguardo assente, a fissare sempre nella stessa
direzione.
D'un tratto Sara sapeva cosa chiedere. E pensò che questa volta il 'suo' Santo non l'avrebbe delusa.
Sì. Questa volta avrebbe fatto un miracolo. La ragazza aveva già unito le mani e si stava voltando per
iniziare la supplica. I suoi occhi erano socchiusi. Ma, non appena si fu voltata, li sgranò: san Rocco non
c'era più. Al suo posto giaceva un cumulo di pietre.
Si sentì gelare il sangue nelle vene. Capì all'istante che di lì a poco anche la chiesa si sarebbe ridotta
come la statua e lei non aveva fatto in tempo a chiedere la Grazia.
Corse immediatamente verso le prime panche e, quando si rese conto che ancora nessuno pareva
accor- gersi di nulla, cominciò ad afferrarli convulsamente, urlando di scappare via di lì. Ma neppure
uno si mosse dal proprio posto. Neanche quando i primi pezzi di affresco presero a staccarsi dal soffitto
e a cadere sulle teste di alcuni di loro, sfondandone i crani e costringendoli ad accasciarsi su sé stessi.
Quando, alle sette di domenica mattina, Giulia vide Sara comparire in cucina, capì immediatamente.
«Di nuovo incubi?».
La ragazza non rispose subito, prima bevve un bicchie- re d'acqua. Aveva ancora gli occhi socchiusi e
tutta l'intenzione di tornarsene subito a letto.
«Non incubi… Si tratta sempre dello stesso», sospirò. La madre rifletté qualche istante. «Sei forse
preoccupa-
ta per qualcosa?...Per questa nuova incomprensione con l'insegnante di lettere, per esempio».
«Io?! No, sono serenissima, mamma!» Scrollò la testa.
«Sono certa che non dipende dalla mia psiche. Se è questo che vuoi intendere». Posò il bicchiere nel
lavabo, poi, involontariamente, portò il suo sguardo appannato oltre i vetri del balcone. In lontananza, i
giardinetti ed il campani- le della chiesa di San Rocco erano già rischiarati dalle prime luci del giorno.
«E se invece… stesse per accadere qualcosa di grave al nostro paese?».
Giulia sorrise. «Caspita! Questo brutto sogno ti sta sconvolgendo per davvero!».
Sara rimase immobile, continuando a guardare fuori.
La madre le si avvicinò.
«Tesoro, niente di grave potrà mai accadere al nostro paese».
Sara spostò il suo sguardo dal paesaggio e lo portò sulla madre. «Ah, sì? E perché?».
Il sorriso sul viso di Giulia si allungò, stava per riferirle qualcosa di cui era fortemente compiaciuta.
«Perché Lioni è in una posizione geograficamente fortunata. È in una vallata protetta ...» Inspirò
profondamente. «Come diceva sempre mia madre: 'siamo nel ventre della vacca '!».

«Favoloso…», sbadigliò Sara. «Allora me ne posso tornare a dormire tranquilla».


2

Il sole era già alto ed insolitamente caldo quando Sara, che senza troppe difficoltà aveva ripreso sonno,
continua- va a dormire nell'oscurità totale della sua camera. Infatti la ragazza, che seguiva
scrupolosamente l'insegnamento divino sul riposo del settimo giorno, ogni sabato sera, prima di
coricarsi, provvedeva a serrare le imposte, per impedire anche al raggio di luce più prepotente di
trapela- re e disturbare il suo meritato riposo domenicale. Lei, che era costretta per sei mattine a
settimana a sopportare gli insegnanti che cominciavano alle otto e trenta a disturbare la sua mente,
aggredendola per cinque ore di fila con nozioni che, per lo più, non la interessavano, la domenica si
sentiva proprio come il Padreterno il 'settimo giorno '.
E quella settimana scolastica in particolare, poi, si era chiusa proprio male.
Infatti, quella che Giulia aveva definito una nuova „incomprensione‟ con la professoressa di lettere non
era stata esattamente una divergenza tra alunna ed insegnante.

La professoressa Giannitti era entrata e si era seduta alla cattedra, come al solito, senza gettare
nemmeno uno sguardo alla classe. Era un'anziana pedante, prossima alla pensione, con un carattere
aspro e spinoso. Dopo aver controllato qualcosa sul registro e annotato le assenze, aveva finalmente
alzato il suo sguardo, con il sollievo degli alunni, sulla prima della classe, seduta, ovviamente, al primo
banco.
«Maffei, vieni alla cattedra». La voce gracchiante dell'insegnante era riuscita, come sempre, a turbare
Sara.
«Certo professoressa!». La ragazza, ossuta e con un viso particolarmente pallido, era immediatamente
scattata in piedi. «Eccomi, sono pronta!».
«Lesbiche!», aveva ringhiato Sara dall'ultimo posto, provocando una risatina tra i banchi della fila
davanti. Anna D'Andrea, la sua migliore amica e compagna di banco, invece, le aveva immediatamente
tirato una gomi- tata nel fianco.
La professoressa, dopo aver battuto due volte la mano sulla cattedra per far cessare quel mormorìo
che proveni- va, come al solito, dall' ultima fila, si rivolse alla sua alunna migliore: «Maffei, vogliamo
parlare del pessimismo cosmico del Leopardi?».
«NO!». Aveva esclamato Sara, abbandonandosi imme- diatamente sul banco.
«Tirati su, ti prego!», le aveva subito bisbigliato Anna, senza alcun risultato.

Intanto Maffei, con un buon tono di voce, aveva cominciato già a conferire:«…Nella seconda fase della
produzione poetica, caratterizzata soprattutto dai 'grandi Idilli ', in cui sono cantati con nostalgia ricordi
e giovanili illusioni, è ampio lo sviluppo della tematica del 'pessimi- smo cosmico'…»
«Che palle!», aveva sbottato Sara.
«…Dunque, non solo l'uomo, ma ogni essere vivente è nato per soffrire. La Natura viene ora
identificata con il misterioso potere, ostile alle proprie creature, che governa il ciclo materiale di
produzione e distruzione su cui si fonda l'esistenza dell'universo».
«Uffa!!».
«…La protesta contro la Natura, malvagia matrigna delle creature alle quali ha dato vita, si trasforma in
doloro-
so lamento…»
«Aiuto!!».
«…Il paesaggio continua ad essere lo specchio della meditazione del poeta…»
«Anna, una pistola», aveva mormorato Sara, senza alzare la testa dal banco. «Non basta il Leopardi,
poi ci si mette pure questa che impara tutto a memoria!».
«Ssst…!». Anna aveva tentato di zittirla.
L'insegnante aveva ancora una volta portato il suo sguardo verso gli ultimi banchi a destra, vicino alla
fine- stra.
«…L'autore sostiene una polemica contro chi celebra le sorti dell'umanità anziché ammettere che la
Natura può distruggere in un attimo tutti gli uomini e le loro opere con lieve moto…»
«…Se questa non smette, o mi sparo o mi butto giù!».
«Insomma, si può sapere…?!» La professoressa Gian- nitti era balzata in piedi.
«No. Scusate, è che, che…stamattina Noise non si sente affatto bene», Anna era stata credibile.
«Che cos'hai, Noise?». L'insegnante era rimasta in piedi e dalla cattedra aveva notato Sara riversa sul
banco.
La ragazza aveva, quindi, alzato la testa e, con un'espressione sofferente sul viso, aveva spiegato:
«Mal di Leopardi».
«Che cosa!?».
La classe aveva ridacchiato divertita.
«Professoressa io, veramente, non ce la faccio proprio più con questo Leopardi. Io sono una persona
allegra che ama sorridere alla vita…» Si era tirata su dal banco, mettendosi seduta correttamente. «…Il
Leopardi è un poeta avvilente. È uno che fa male alla salute».
«Che?!». La voce della Giannitti si era fatta più grac- chiante del solito.
«Dico davvero! Questo poeta, con la sua visione catastrofica della vita e la sua convinzione che
l'essere umano sia nato per soffrire, non giova a noi ragazzi che siamo in una fase delicata della nostra
crescita psicologica…». Sospirò. «Un po' tutti gli autori sono tristi, lo avvertiamo dalla loro produzione
artistica: c‟è chi soffre per amore, chi per un dissidio interiore, chi lotta per gli ideali politici, ma il
Leopardi…il Leopardi non lotta e non reagisce. Atterrito com'è dal suo pessimi- smo cosmico non ci
insegna a vivere». Aveva preso fiato.
«Ci convince solo che è tutto inutile, dal momento che la natura stessa non è madre nei confronti
dell'uomo, bensì matrigna!»
«Dunque?», aveva chiesto l'insegnante, alquanto frastornata.
«Dunque, non sono d'accordo! Io, come la maggior parte dei miei compagni, sono una persona piena di
vita. Grazie a Dio, non ho disagi fisici… E soprattutto non voglio convincermi che la Natura è malvagia
nei confronti dell'uomo. Anzi».
La Giannitti, per qualche motivo noto solo a lei, era rimasta turbata dal discorso di Sara. «Il Leopardi è
uno degli autori più importanti della nostra letteratura! Certamente non verrà mai trattato con
superficialità da nessun insegnante!». Si era fermata un istante. Poi aveva aggiunto: «A questo punto,
vediamo se l'hai studiato a dovere!».

Dall'inizio dell'anno, Sara non era stata ancora chiama- ta alla cattedra e si aspettava che presto
sarebbe arrivato il suo momento. Dunque, nonostante tutto, aveva studiato decentemente. Si era alzata
dal banco tranquilla e fiera di sé. Sicura di riuscire a strappare un sei pieno. Era quindi arrivata alla
cattedra con un sorrisetto trionfante, che la professoressa aveva subito notato.
«Bene. Recitami “Alla luna”».
Il sorriso sul volto di Sara era scomparso in un attimo.
«Recitare?! Volete intendere che vi devo… commenta- re…»
L'insegnante aveva già preso a scuotere la testa. «Vai a posto! Sei sempre la solita!».
«No! Professoressa, io ho studiato! Veramente! Chie- detemi qualcos'altro. Chiedetemi…»
«Adesso vuoi anche dirmi cosa devo chiederti?!».
«No. Dicevo per farvi capire che…»
«Cosa mi vuoi far capire?!».
«Che sono preparata, l'unica cosa che non ho studiato è “Alla luna”… anzi per essere precisa l'ho
studiata».
«Insomma Noise! L'hai studiata o non l'hai studiata?!», aveva sbottato l'insegnante, fissandola
spazientita. «Non ho tempo da perdere stamattina!»
«L'ho studiata, ma non l'ho imparata a memoria!», aveva spiegato Sara, sconfitta.
«Vai a posto! Lunedì ti chiamerò di nuovo. Mi reciterai a memoria “Alla luna” e anche “L'infinito”!».
« Mi avete dato l'impreparato?», aveva chiesto Sara, mentre camminava lentamente tra i banchi per
tornare al suo posto.
«Non sono affari tuoi! Preoccupati piuttosto di trascor- rere la domenica a studiare!».
«Io ho studiato, sei tu che non capisci niente! Ti piac- ciono le ignoranti come te che studiano a
memoria!». Si era lagnata Sara a denti stretti.
«Sstt…zitta! Mio Dio, vuoi un'espulsione?!». Anna l'aveva afferrata da un braccio e l'aveva tirata a
sedere.
«Stai dicendo qualcosa Noise?!». Alla cattedra la profes- soressa attendeva una risposta, con
un'espressione ostile.
«Ti prego Sara, stai calma», le aveva bisbigliato Anna, tenendole ancora stretto il braccio. «Fallo per
tuo padre!».
Matteo, il padre di Sara, stravedeva per la sua primoge- nita e questo gli impediva di riconoscere difetti
in lei. E la ragazza, dal canto suo, per quanto ne sapesse Anna, si era sempre sforzata per non
deluderlo, tentando di apparire come lui immaginava che fosse.

Sara aveva fissato per un istante il viso dolce della sua compagna, quei lineamenti delicati e quegli
occhi chiari che pareva la supplicassero.
«Allora?! Ti ho sentita recriminare! Hai ancora qualcosa da dire?!».
La ragazza aveva portato velocemente il suo sguardo sulla professoressa. La donna aveva una calvizie
incipiente, che lei non riusciva ad evitare di fissare ogni volta che doveva parlarle.
«No» le aveva risposto, sfoderando un sorriso concilia- tore. « Stavo solamente dicendo ad Anna di
non chiamarmi domenica per uscire…» Si era voltata verso la compagna di banco, che stava tirando un
sospiro di sollievo, e le aveva strizzato un occhio, per poi riprendere: «… perché trascorrerò tutta la
giornata con Giacomo».
La professoressa aveva sgranato gli occhi ed aveva impiegato qualche istante prima di riuscire a
parlare.
«Con chi?!».
«Con Giacomo! Leopardi, no?».
La classe era scoppiata in una risata fragorosa, mentre l'insegnante si era sporta in avanti sulla
cattedra, urlandole:
«Vai fuorii!!» .
La Maffei, al primo banco, era sobbalzata dallo spavento, mentre Sara era rimasta a fissare
serenamente la sua professoressa. Poi, assumendo un'espressione innocente, si era alzata lentamente
dalla sua sediolina. «Io comunque… intendevo…»
il suo tono si era fatto serio. L'insegnante e la classe erano curiosi di sentire.
«…Intendevo solo per studiare. Leopardi, con tutti i suoi disagi fisici, e con il carattere che si ritrova,
come già le ho spiegato, non rientra proprio nei miei gusti».
La faccia dell'insegnante si era accesa di collera e i suoi occhi, dietro le lenti spesse, si erano
rimpiccioliti. «Ho detto fuori!!». Il suo ululato aveva riempito tutta l'aula.
Anna sconfitta si era abbandonata sul banco. Mentre Sara, che sembrava non avere alcuna fretta di
obbedire a quell'ordine iroso, si era chinata sulla sua cascata di riccioli biondi, sparsi sul banco, e le
aveva sussurrato: «Non fare così, Anna. Non ci avrai mica creduto? Domenica si va a ballare come
sempre. La 'Mela' ci aspetta». Poi con calma si era avviata verso la porta. Mentre Anna aveva
trattenuto il respiro per tutto il tempo.

Il pomeriggio, a casa, Sara aveva raccontato tutto a Giulia, che più che una madre era per lei una
sorella maggiore. Infatti la donna era come una fanciulla. Conser- vava dentro di sé il prodigio
dell'eterna gioventù. A trenta- sei anni si trovava ad essere madre di un'adolescente, quando ancora lei
si sentiva tale. Il suo bel viso, dai tratti esotici, appariva ancora giovane. Solo il suo corpo, un tempo
sinuoso, tradiva qualche rotondità. Ma Matteo, suo marito, non evitava mai di dirle che le donne ossute
non l'avevano mai attratto e che quei chili in più non gli dispia- cevano affatto. Ed era sincero. Così
Giulia era una moglie ed una madre felice e questo rendeva tutta la sua famiglia serena.
«…Caspita! Il minimo che puoi fare adesso per salvarti è imparare questi benedetti idilli a memoria e
recitarglieli come se li avessi scritti tu!», aveva consigliato la donna,
preoccupata.
«Come sei seria, sembra quasi che tu sia convinta di quello che dici!», aveva sbottato Sara contrariata.
«Ma non capisci che Leopardi è lo scrittore più palloso di tutti i tempi?! Con quel suo pessimismo ti fa
sentire come se dovessi sempre aspettarti il peggio! Solo perché la sua vita è stata una schifezza, deve
andare male a tutto il genere umano! È convinto che l'essere umano non può essere felice!». Aveva
scosso la testa. «Imparare a memoria due idilli di questo è come inginocchiarsi ed attendere che una
catastrofe ci faccia fuori tutti!».
«Esagerata! Ma come diavolo ti vengono in mente certe cose?!». La donna aveva preso il libro di
letteratura di Sara e lo aveva sfogliato fino a trovare l'idillio “Alla luna”. «Dài, che ti piaccia o no, devi
imparare questi versi a memoria», le aveva detto poi. « Cominciamo con il primo. Leggilo più volte, poi
cerca di ripeterlo senza guardare. Controllo io sul libro».
«Caspita fai sul serio!». Sara aveva preso il libro dalle mani della madre e aveva cominciato a leggere.
Dopo alcuni istanti si era già interrotta. «È già una noia mortale leggerlo, figuriamoci impararlo a
memoria. A memoria! Ma ti rendi conto?! Come i bambini delle elementari!»
Giulia non aveva risposto.
Erano andate avanti per una quindicina di minuti, con non poche difficoltà. Sara ogni tanto incespicava
e comin- ciava daccapo. Quando dimenticava una parte, Giulia, che seguiva sul testo, le suggeriva il
verso. Ma, ad un tratto, la ragazza aveva afferrato il libro dalle mani della madre e lo aveva fatto volare
via.
«Sei pazza?!».
«Adesso basta, mamma, mi sono rotta!».
E prima che la donna riuscisse a controbattere, lei già aveva preso a trafficare nel contenitore delle
musicassette sul mobile della cucina ed inserito nel mangianastri quella della Bertè. «Ecco, adesso ci
ossigeniamo! Non temere, si tratta sempre della luna!...»
Giulia la guardava stravolta. Non appena le prime note del pezzo “E la luna bussò”,oltremodo ritmato,
avevano preso a diffondersi, Sara aveva girato la rotellina del volume al massimo e cominciato a
ballare allegramente.
«Sei una pazza!». Aveva ripetuto Giulia quando Sara le aveva afferrato le mani, costringendola a
ballare con lei. Poi, erano scoppiate a ridere tutt'e due.
«Sara…l'idillio!». Aveva urlato la madre per farsi sen- tire, mentre la ragazza cantava con la Bertè.
Lei si era interrotta, poi, senza abbassare il volume del mangianastri, si era avvicinata all' orecchio di
Giulia: «Com'è che diceva Rossella O'Hara?…Ci penserò domani?».
«Diceva: domani è un altro giorno!».
«Ecco, appunto! Allora ci penserò domani!».
3

L'indomani era giunto. Ma era domenica. Il Signore il settimo giorno si riposò. 'Ed io pure '.

Così, passate le dieci, Sara dormiva ancora e profonda- mente. E nessuno osava svegliarla.
Giulia aveva mandato a giocare in giardino Andrea e la piccola Mary, gli altri due figli di otto e quattro
anni, per evitare che i loro schiamazzi potessero disturbare il sonno di Sara.

Intanto Anna avanzava a passo solerte verso la caserma forestale, dove Sara viveva con la sua
famiglia da sempre. Il padre era il maresciallo di Lioni.
Era ormai giunta all'imbocco di via Ugo Foscolo. Non mancava molto. Ma lei guardava il viale avanti a
sé e le pareva interminabile. La verità era che doveva confidare una grande notizia alla sua amica e
non stava più nella pelle.
Si era alzata alle sette quella mattina per finire presto di rassettare tutta la casa, come la madre
pretendeva che facesse ogni domenica, prima di andare ad aiutarla a lavoro. I signori D'Andrea
gestivano il bar più frequentato del paese: il bar Verona. E in realtà la ragazza, figlia unica, era spesso
costretta a privarsi del suo tempo libero. Ma questa volta Anna, tra i due impegni, era riuscita a ritagliar-
si un'oretta per sé.

«Ciao Andrea. Che cosa stai facendo?», domandò Anna, mentre finalmente varcava il cancello del
giardino
della caserma forestale.
Il fratellino di Sara, un bimbo smilzo e particolarmente sveglio, lasciò cadere nelle mani della sorellina il
lombrico che aveva appena estratto dalla terra. Mary, una bambina paffutella e graziosa, subito lo
sistemò con cura nel contenitore di plastica che teneva accanto a sé.
«Ciao Anna. Procuro esche. Mi vuoi aiutare?».
Un' espressione di disgusto guastò i lineamenti di quel viso grazioso. «Ehm, sono una frana per certe
mansio- ni…».
«Ehi Anna, lo sai come si chiama il numero 12 della nazionale di calcio giapponese?».
«Jocopoco Majoco?».
«Brava!» esclamarono in coro Andrea e Mary.
«E il numero 13?», fece subito il bambino. Anna rifletté qualche istante. «No Joco Mai?».
«Caspita! Brava!».
«Chiedile le altre, chiedile le altre», suggerì subito la piccola.
«Ma, veramente…» Anna tentò di spiegare che andava di fretta.
«Come si chiama in Giappone il miglior dentista?»
«Ehm…»
«…Tekuro Nakarja», dissero i bambini in coro.
Anna rise. Poi tentò di procedere verso i gradini dell'ingresso della caserma.
Ma Andrea insistette: «…E il campione di motocicli- smo?» Poi, non le lasciò il tempo di riflettere,
dando per scontato che non lo sapesse. «…Tofuso La Moto».
Anna rise ancora. Tornò indietro, gli si avvicinò e gli diede un bacio. «Sei forte. Peccato che adesso
devo correre da tua sorella».
«Ma Sara dorme…», disse la vocina di Mary. «…Lei
non si sveglia mai prima di mezzogiorno, la domenica».
«Ma questa è una domenica speciale, quindi deve fare un'eccezione e svegliarsi adesso», le spiegò
Anna, pren- dendo dolcemente il suo viso grazioso tra i palmi delle mani.
«Perché è una splendida giornata di sole?».
«Non solo, piccola».
«E che altro?».
«Te lo racconterò quando sarai più grande», rispose Anna, avviandosi frettolosamente verso il portone.
«Perché quando sarò più grande?! Dimmelo adesso!», piagnucolò la bambina.
«No, adesso non potresti capire».
«Che G.B.!», esclamò Andrea.
Anna si voltò a guardarlo. «Che G.B.?».
«Che Grande Balla».
La ragazza lo fissò un attimo, ridendo. «Che G.B.... Ha proprio ragione tua sorella quando dice che sei
tremen- do», concluse, guardandolo affettuosamente, e poi sparì nelle scale.
«Aspetta! Devi spiegarmi perché è una domenica speciale!».

«Lascia perdere Mary, i grandi fanno sempre così», si lagnò Andrea, mentre le porgeva un nuovo
viscido lom- brico che stringeva con difficoltà tra le dita. «Tieni, metti questo insieme agli altri».

La porta di casa era solo socchiusa, per evitare che i bambini e Matteo dovessero bussare il
campanello per rientrare. Tutto veniva pensato in funzione di Sara.
Dopo un convenevole 'permesso?', sussurrato nel corridoio, Anna si precipitò in camera di Sara: il
primo
vano dopo l'ingresso. Entrò in un buio totale e, nel tentati- vo di raggiungere la finestra, urtò con la
gamba uno spigolo del letto. Trattenne a fatica un urlo di dolore. Poi, irritata per il colpo, spalancò
violentemente le imposte, e la luce di quello splendido sole in un istante illuminò tutta la camera.
«Ma che… che diavolo succede?!». La voce di Sara era pasticciata di sonno.
«Sveglia!», ordinò Anna, tirandole via le coperte.
«Queste non ti servono più! Oggi sembra di essere in estate!».
Sara tentò di aprire gli occhi per capire cosa stesse accadendo, ma si sentì accecare dal bagliore e li
richiuse immediatamente.
«Dài Sara, svegliati!».
«Anna?! Ma che accidenti ti prende?! Che ci fai nella mia camera di prima mattina?!», borbottò a fatica,
portandosi il cuscino sulla faccia per difendersi dall'ondata di luce che l'aveva investita.
«Ma che prima mattina!? Sono passate le dieci!».
«Le DIECI!», esclamò Sara nel cuscino, scandalizzata.
«Maledetta! Le dieci di domenica sono l'alba!!».
«Svegliati! Questa è una domenica speciale!».
«Sparisci!».
Seguì qualche secondo di silenzio.
Anna si abbassò sul cuscino. «Mi ha telefonato. Ieri sera alle undici. Sa che i miei tornano tardi il
sabato sera».
Sara non diede segni di vita.
«Non vuoi sapere chi?!».
«…Chi?» Un filo di voce attraversò il cuscino.
«Riccardo».
«Ri…chi? », sbadigliò Sara.
«Ma come chi?!... Riccardo, l'amico del tuo Seb! E dài
Sara, svegliati!».

Sara, con uno sforzo disumano, tornò nel mondo reale e mise a fuoco. Seb, il suo ragazzo, glielo aveva
confidato che Riccardo aveva messo gli occhi su Anna. Ricordò che lei gli aveva risposto:«…Era ora!
Confidenza per confi- denza Seb, Anna gli occhi da Riccardo non li ha mai tolti». E lui aveva riso
divertito.

«Ascolta! Riccardo mi ha telefonato e mi ha chiesto se stasera ci saremmo potuti vedere un po' prima.
Magari una decina di minuti prima delle sette, davanti alla Mela», continuò Anna. «…Io ho fatto un po'
la gnorri e gli ho domandato come mai…»
'Già, chissà come mai?', Sara ripensò alla confidenza fatta a Seb.
«…E lui mi ha risposto…» La ragazza parlava lenta- mente, come se stesse assaporando le sue stesse
parole.
«…Mi ha risposto che deve parlarmi».
D'un tratto tolse il cuscino dalla faccia di Sara ed esclamò: «…Hai sentito?! Ha detto che deve
parlarmi!».
«Che bella notizia», sbadigliò di nuovo Sara, portandosi una mano tra la fronte e gli occhi.
«Non dici altro?», chiese Anna, delusa.
Sara si alzò a sedere, si strofinò le palpebre per schiarirsi la vista e poi esclamò: «Ma come cazzo ti sei
vestita?!».
«Eh…?!». Anna si gettò un'occhiata addosso. Non poteva riferirsi ai pantaloni: non avevano nulla che
non andasse. Sicuramente Sara si riferiva alla camicetta a fiorellini. «Ma che importanza ha?!...Fa
caldo stamattina. Ho preso la prima cosa che mi è capitata tra le mani».
Sara scosse la testa.«Possibile che tu sia fatta veramente così?!».
«Per piacere, possiamo ritornare a Riccardo?!».
«Ah, già…sì. Certo...».
Anna la fissò, ansiosa di sentire, finalmente.
Sara assunse un'espressione seria e cominciò:
«…Questa sera, prima che inizi a parlare lui…gli devi dire tu una cosa molto importante…».
«Sì, cosa?!». Anna era attentissima.
<<...Che non deve mai più telefonarti di sabato sera!», concluse, tirandole contro il cuscino.

Sara era tanto bizzarra quanto bella: aveva ereditato il colore smeraldo degli occhi e il castano chiaro
dei capelli dal padre, mentre la carnagione scura dalla madre. Era un autentico splendore.
Non appena si seppe che aveva lasciato Luca, il suo primo amore, i ragazzi del paese, che pensavano
di avere qualche speranza, si fecero subito avanti. Ma lei amava ancora quel ragazzo. Aveva voluto
mollarlo perché iniziava a sentirsi troppo pressata: Luca aveva da ridire su troppe cose e soprattutto sul
fatto che lei fumasse. E, per ogni sigaretta che si accendeva, Sara doveva sorbirsi una predica.
Un giorno si fece scappare di bocca che era curiosa di provare lo spinello. Luca le tenne un cipiglio per
due giorni. Quando gli passò, lei, che aveva avuto tutto il tempo per riflettere, gli disse senza mezzi
termini che era finita. E dopo qualche settimana, quando Anna aveva tentato di mettere pace tra i due,
toccata dalla disperazione di Luca, Sara fu altrettanto determinata anche con lei.
«No! Voglio godermi l'estate! Per ora voglio essere libe- ra… Poi ci rifletterò». Quando Anna riferì al
ragazzo quelle precise parole, lui prese a desiderare che l'estate passasse in fretta. Ma, prima di
settembre, Sara conobbe
Sebastiano. Un tipo brillante che faceva parte di una nuova comitiva, proveniente da un paese vicino,
che aveva cominciato a frequentare la 'Mela': la discoteca di Lioni e l'unica nel raggio di cinquanta
chilometri.

Quando qualcuno presentò Sebastiano a Sara, lei decise all'istante che quel nome non era adatto ad
un bel moro alto, magro ed attraente come lui. «…Posso chia- marti Seb?», gli aveva chiesto,
sorridendo.
«Puoi chiamarmi come vuoi, purché mi chiami», aveva audacemente risposto lui. Quando si
rincontrarono, la domenica successiva, lei gli offrì una sigaretta. «Grazie, non fumo».
'Accidenti!', aveva subito pensato Sara.
«…Ma non mi dà fastidio. Fuma tranquillamente la tua Multifilter», aveva aggiunto subito dopo
Sebastiano, come se le avesse letto nel pensiero.
Più tardi le aveva offerto da bere. «…Bacardi e Coca», aveva ordinato Sara, restando in attesa del
commento che avrebbe guastato tutto. Era già pronta a sentirsi dire qualcosa come:«…ma non sei
troppo giovane per questa roba?...E bla bla bla…».
«Sì. Bacardi e Coca anche per me », disse invece lui, rivolgendosi al barman. E furono le uniche parole
che pronunciò. Per il resto del tempo rimase muto a contem- plarla.
La domenica seguente, Sara gli confidò di aver provato lo spinello. In quel preciso istante partirono le
note di My Sharona. Il ritmo era irresistibile. Sebastiano le afferrò una mano e le disse: «Balliamo
questo! Poi mi dici se ti è piaciuto».
«Il ballo?!», chiese Sara perplessa.
«No, lo spinello», rispose lui, lanciandosi in pista.
Prima della fine della serata, in un momento del tutto inaspettato, Sara lo baciò appassionatamente.

Quella notte non dormì. Combatté contro un assillante senso di colpa. Non riusciva a togliersi Luca
dalla mente. Il biondone dagli occhi blu. Il bravo ragazzo. L'amico di tutti. Il suo primo amore.
Ed oramai era da circa tre mesi che conviveva con lo stesso conflitto interiore.
La domenica trascorreva il pomeriggio alla Mela con Seb, si divertiva un mondo, stava benissimo e non
pensava a nessun altro. Ma nel corso della settimana incontrava Luca dappertutto: in piazza, davanti
scuola, nei corridoi dell'istituto, in salumeria, sui gradini davanti alla chiesa di San Rocco e provava un
innegabile desiderio di stringerlo a sé. Più tentava di evitarlo e più se lo trovava davanti. Non si erano
mai più parlati. Si scambiavano a stento un cenno con il capo, qualcosa che voleva assomi- gliare a un
saluto. Però lui la fissava a lungo. E anche lei, sentendosi addosso i suoi occhi , non riusciva ad evitare
di guardarlo. Ed ogni volta era certa di notare nel suo sguar- do quell'espressione di dolore. La stessa
che in passato aveva notato una sola volta: la sera in cui Luca decise di parlarle della tragedia della
sua infanzia: la morte di suo padre.
4

Sara consumava silenziosamente la sua prima colazio- ne, ancora mezza addormentata. Immergeva
nel latte caldo i biscotti che la madre preparava con le proprie mani.

«A che stai pensando? Sembri lontana mille miglia», chiese Anna, guardandola perplessa.
«Al mio incubo».
«Ancora?! Ma non mi dire che lo hai rifatto?!». Sara annuì, con il capo chino sulla tazza di latte.
«Ehi Sara, dimmi una cosa, ma io che fine faccio?».
«Eh?» Sara le rivolse uno sguardo interrogativo.
«Sì, nel tuo sogno voglio dire. Mi salvo o resto pure io immobile a farmi ricoprire dalle pietre, come tutti
gli altri?».
Sara riabbassò lo sguardo, tentando di ricordare, per darle una risposta certa.

«Come vi sembra?» Giulia apparve ad un tratto in cucina con un piccolo golfino rosso tra le mani che
aveva appena finito di lavorare ai ferri.
«Bellissimo!», esclamò Anna. «…Ma com'è piccolo! Per chi è?!».
«Per il figlio di zia Alice», spiegò Sara. «Non vedo l'ora che nasca!». Poi guardò sua madre.
«T'immagini come sarà bello il mio cuginetto, mamma?!».
«Per forza! Con quei genitori…», intervenne Anna, prendendo il golfino dalle mani di Giulia e
cominciando a palpeggiarlo. Poi scoccò un'occhiata all'orologio a parete, calcolando che aveva ancora
mezz'ora di tempo, prima di
dover correre ad aiutare i suoi genitori al bar. «Vogliamo portarglielo adesso?! Così vediamo che faccia
fa Alice quando lo vede».
«Vuoi vedere la faccia di zia Alice o quella di Marco?», le chiese Sara, sorridendole maliziosamente.
«Ma sei scema?!».
«Dài, non ti preoccupare… Mamma le capisce certe cose. D'altronde non è colpa tua se Marco è così
straordi- nariamente attraente».
Anna arrossì.
«Sara! Vuoi smetterla di fare la stupida!», intervenne Giulia, dispiaciuta per la ragazza, ma allo stesso
tempo incapace di trattenere un mezzo sorriso.
Intanto Anna avrebbe voluto coprirsi il viso con la sua cascata di riccioli biondi, per nascondere il
rossore.
In quella casa si sentiva come in famiglia. Era molto affezionata a tutti e ognuno di loro le voleva un
gran bene, ma neanche questo le permetteva di vincere completa- mente la sua timidezza.

«Va bene. Mi preparo e andiamo. Non ti faccio perdere quest'occasione».


«Sei una…».
«Un'amica», la interruppe Sara, abbracciandola. Poi corse a lavarsi e a vestirsi.

Anna rimase in cucina ad osservare Giulia che impasta- va farina e patate scaldate per gli gnocchi.
«Questa sera ci andate di nuovo?», chiese la donna, ad un tratto, sottovoce.
«Alla Mela?», domandò Anna con tono disinvolto .
«Ssst! Abbassa la voce, Anna! Mio marito potrebbe arrivare da un momento all'altro».
La ragazza si strinse nelle spalle, portandosi una mano alla bocca. «Accidenti! Scusa». Poi, abbassò il
tono di voce e continuò:«Sì. Ci andiamo».
«Ma non riuscite proprio a farne a meno?! Non potre- ste qualche volta andare al cinema?».
Anna non rispose.
«Potreste fare una domenica lì e una al cinema». Alzò lo sguardo dall'impasto e vide l'espressione
dispiaciuta sul viso della ragazza, che in realtà comprendeva e si rammari- cava per l'ansia di Giulia.
«Scusami se lo dico a te, ma con mia figlia non si può discutere su quest'argomento. Non vuole sentire
ragioni. Pare che andare in quella discoteca tutte le domeniche sia…».
«Vitale», le suggerì Anna.
«Esatto, per mia figlia è proprio vitale».
'Non solo per lei.' Considerò Anna, pensando alle piacevolissime sensazioni che solo in quel posto
riusciva a provare. Alla Mela poteva ascoltare la migliore musica: quella che il DJ, ogni domenica, era
così bravo a seleziona- re; poteva vivere il piacere di starsene seduta su una comoda poltrona di
velluto rosso a fumare in santa pace, senza vivere il terrore di essere scoperta; poteva lasciarsi andare
a balli sfrenati in pista; infine concedersi delle pause nella zona bar, dove, mentre beveva una bibita
fresca, c'era sempre qualcuno del gruppo che aveva qualcosa di divertente da raccontare. Rivide le
risate di Seb, Sara, Riccardo e tutti gli altri. Risate di gusto, coinvol- genti e forse a volte anche
sproporzionate. Ma era la Mela che riusciva ad accrescere quella voglia di divertirsi, ad amplificare le
emozioni e a creare una perfetta sintonia nel gruppo. Era certo che una domenica al cinema non
avrebbe mai potuto dare loro tutto quello che riuscivano a
trovare in quel posto.

«Una volta è arrivata a dirmi che questa discoteca è magica. E che lei non rinuncerà mai ad andarci.
Nemmeno dopo sposata».
Anna rise. «…E se trova un marito al quale non piace ballare?».
«Be‟ , ha risolto anche questo. Ha detto che lei il marito se lo trova alla Mela, così non ha dubbi in
proposito».
Anna annuì, pensando a Seb. Poi cercò di dire qualcosa alla donna. Si sentì in dovere di farlo. «Che
dirti Giulia, è difficile spiegarlo a parole. Quella della Mela è un'espe- rienza che andrebbe vissuta per
capire ciò che riesce a dare». Inspirò profondamente, poi continuò. «Anche i miei sono contrari. Anzi,
credo che mi ammazzerebbero se sapessero... Sara è fortunata ad avere te, che almeno sei
consapevole che alla Mela non si fa proprio nulla di male. Che non è affatto il luogo di perdizione dove
le ragazze possono rovinarsi la reputazione…», scosse la testa. «Be‟, Giulia, tu sì che sei una donna
moderna». Anna notò che la donna annuiva con aria poco soddisfatta, mentre affonda- va le mani
nell'impasto degli gnocchi, e allora aggiunse con un'espressione di rammarico: «Mi dispiace. Io capisco
la tua posizione difficile. Essere complice di tua figlia, in un certo senso, ti costringe a mentire a tuo
marito…E se Matteo dovesse scoprire tutto quanto, non solo scoppie- rebbe un pandemonio con Sara,
ma anche tu perderesti la sua fiducia».
Giulia si stava mordendo il labbro.
«Il problema è che non c'è soluzione». Anna volle togliere a Giulia l'illusione che qualcuno, tanto meno
lei, potesse essere in grado di risolverle il problema. «Nulla riuscirà a tenere tua figlia lontana dalla
Mela».
«Solo san Rocco può aiutarmi». Alzò lo sguardo verso il soffitto e poi lo riabbassò sull'impasto. «Mi
raccolgo in preghiera tre volte al giorno…».
«Tre volte?!». Anna era stupita.
«Sì. Tre volte al giorno», confermò la donna. « Rivolgo a san Rocco le mie suppliche la mattina appena
mi sveglio, prima ancora di alzarmi dal letto, in un momento del pomeriggio che mi capita di essere sola
e la sera prima di addormentarmi».
Anna si grattò il capo. «Tutte queste preghiere per Sara?».
«Sì. Prego il nostro Protettore perché segua la mia creatura e soprattutto la guidi per la giusta via».
«E come mai tanta ansia, Giulia?».
«Quando sarai madre di una figlia adolescente capirai, adesso sarebbe difficile spiegarti».
Rimasero in silenzio alcuni istanti.
«Non credo mia madre faccia tante preghiere per me», rifletté poi la ragazza.
Giulia storse il muso. «Tu non puoi saperlo. Neanche Sara sa di tutte le mie preghiere per lei a san
Rocco».
«E meno male!», esclamò Anna. «Sarebbe capace anche di arrabbiarsi. Sai bene che non nutre alcuna
simpatia per il nostro Protettore. Si è messa in testa che abbiamo un Santo distratto».
«Mio Dio!». Giulia strinse i pugni nell'impasto e poi alzò di nuovo gli occhi al soffitto della cucina. « Ti
prego, san Rocco mio, non prestare attenzione a queste parole. Mia figlia è ancora una bambina... Non
sa quel che dice», concluse Giulia. Poi restarono di nuovo in silenzio.

«Andiamo?», chiese Sara, riapparendo in cucina.


«Non vogliamo mica rischiare di non trovare Marco?!».
Arrivate giù, Anna prese a borbottare. «Sei una stronza!
Ma ti rendi conto? Sicuro Giulia lo dirà ad Alice e…»
«Ma dài! Quante storie! Mamma non lo dirà a zia. E comunque lei non è gelosa. È sicura del suo
uomo». Fece un gesto con le mani. «E poi vuoi che non sappia che uno così fa girare la testa a tutte?».
«Sara… Ti sei svegliata?!». La piccola Mary era incredula.
«...Anna dice che oggi è una domenica speciale, ma non vuole dirmi perché…Me lo dici tu?».
«Perché oggi finalmente si fidanza!». Anna trasalì.«Tu devi esserti ammattita!».
«E si bacerà anche?».
«Ehm, penso proprio di sì. Non vede l'ora. Vero che non vedi l'ora?».
«Sei proprio una bifolca!».
<<E siccome è la sua prima volta il 23 novembre 1980 resterà negli annali!» precisò, schivando un
colpo da parte di Anna.

Andrea alzò lo sguardo dal fosso. «Ehi Sara, guarda un po' qua!», le disse, mostrandole con fierezza il
barattolo con i vermi.
«Ottimo!» esclamò la ragazza, scompigliandogli i capelli. « Sei stato abilissimo!».
« Eh già!... Hai visto quanti?».
«Sì, sì. Stasera ce li cuciniamo!» I bambini sbarrarono gli occhi.
«Ehm, vediamo un po'…Sì! Li facciamo con i porcini!». Andrea e Mary, preoccupati per la cena di
quella sera, attesero che le ragazze si allontanassero, per poi nascon-
dere il barattolo coi lombrichi.
«Allora, stavamo dicendo?».
Anna non rispose.
«Ah sì, parlavamo di zia Alice. Vuoi che lei non sappia che effetto fa alle donne suo marito ? È capitato
a lei, che era così difficile in fatto di uomini, di perdere la testa!»
«Già! Se Marco non fosse capitato a Lioni, tua zia pure restava zitella».
«Vero. È stata per lei una vera fortuna».
«Ma dov'è che si sono incontrati la prima volta?»
«Da Frusa. Lei c'era andata come al solito per la spesa, ma quando ha visto Marco ha deciso di
intrattenersi con la commessa a fare due chiacchiere. Lui invece metteva piede per la prima volta in
quel negozio. E forse per la prima volta anche a Lioni».
«Be‟, vuol dire che è destino che le donne della tua famiglia, pur essendo le più corteggiate del paese,
alla fine sposino un forestiero. La tradizione è cominciata con tua madre…»
«Sì, ma può anche darsi che io rompa questa tradizione.
No?».
Anna rifletté velocemente, ripensando a Luca, lionese dal cuore spezzato, e a Seb, forestiero in palese
vantaggio.
«Non mi pare proprio, vedendo come stanno le cose oggi». Le scoccò un'occhiata e notò un sorriso
sornione sul suo bel viso. «Ma…Sara?!».
«Sì?».
«Tu devi essere pazza! Ma cosa ti gira in quella testa?!
Hai di nuovo cambiato idea per caso?!».
Sara non rispose.
«Accidenti! Adesso mi dirai anche che non riesci a toglierti Luca dalla testa… che ci hai provato con
tutta te stessa ma non sei riuscita a dimenticarlo…e che magari hai anche capito che è lui l'uomo della
tua vita…e bla bla
bla…Vero?!».
Sara si accorse che tutto ciò che Anna aveva appena detto, con stizza e ironia, in realtà corrispondeva
esatta- mente a quello che da qualche giorno aveva preso a girarle nella testa e che invano tentava di
ignorare.
«Hai finito?! Ti stai forse vendicando perché prima ti ho messo in imbarazzo davanti a mia madre?»,
azzardò Sara, guardandosi intorno per cercare di scorgere il suo ex a passeggio con qualche amico.
Ma piazza San Rocco era troppo affollata per la fiera della domenica mattina, per sperare di scorgere
qualcuno lanciando un'occhiata disinvolta. Il clima mite di quella giornata aveva invogliato più gente del
solito ad uscire. Così quel gran vociare, dato dal notevole numero di persone lungo tutta la piazza,
creava una piacevole sensazione di armonia. Molti erano calamitati dalle bancarelle e s'intrattenevano
volentieri ad esaminare le mercanzie esposte dagli ambulanti, ma Sara notò turbata che c'era
decisamente troppa folla anche intorno alla fontana e davanti al bar Verona.
«Cerchi di cambiare argomento per non rispondermi, Sara?!».
«Eh?!», lei la guardò. «Diciamo di sì. Anche perché non saprei bene cosa risponderti». Riportò il suo
sguardo in giro per la piazza. «Facciamo una bella cosa, Anna. Visto che mancano solo poche ore
all'evento del secolo, parlia- mo di quello».
Anna non aveva smesso di pensarci dalla sera prece- dente. Ancora non riusciva a credere che il suo
sogno si fosse avverato. Inspirò profondamente. « Sono emozio- natissima! Sono… elettrizzata!».
Sara appariva distratta. 'Se non è qui, di certo è con gli amici al corso.'
«Però c'è anche un fatto strano». Si accorse che la sua
amica non l'ascoltava. «Sara, parlo da sola?!».
«Certo che no! Continua. Ti ascolto».
«Dicevo che sto iniziando a provare una strana sensa- zione. Nel senso che da una parte non vedo
l'ora che arrivi il momento e dall'altra ho quasi paura».
«Oh, mio Dio!». Sara alzò gli occhi al cielo. Poi la guardò con uno sguardo supplichevole. «Ti prego,
vedi di rilassarti e cerca di non fare casini stasera».
«Casini? In che senso?».
«Quando ti bacerà, per esempio, vedi di non fare la figura della bambinella. Ricorda di usare la lingua».
«Ma che ti salta in mente?!».
«Perché, ti pare che io non sappia che tu sei capacissima di restare tutto il tempo lì, tesa come un
baccalà, mentre lui cerca di baciarti».
«Hai ragione. Mi sento agitata al solo pensiero. Di sicuro sbaglierò, facendo la figura dell'idiota».
«No», disse Sara in tono rassicurante. «Al massimo farai la figura della 'santarella' che è arrivata a
sedici anni senza aver mai baciato un ragazzo».
«Mannaggia! Io questa figura non la voglio fare. Come posso…»
«Puoi evitare di baciarti!», suggerì Sara.
«Già! Hai ragione. Per stasera possiamo parlare, cono- scerci meglio. Sì. Mi pare più giusto che si
aspetti un po', prima di andare al sodo».
«Ma certo! Aspetta di presentarlo a tua madre, prima. No, anzi, aspetta che venga a chiedere la tua
mano a paparino. Oppure, sai che fai, gli dici: senti, stattene buono, buono, perché se ne parla la prima
notte di noz- ze…».
«Perché mi prendi in giro, adesso? Tu stessa hai detto che potevo evitare...».
Sara sospirò, scuotendo la testa. «Stavo scherzando, Anna!».
«Scherzavi?». La ragazza si voltò a guardarla, contraria- ta. «Comunque, perché ritieni che sia così
sbagliato aspettare un po'?».
«Tu a volte sei assurda!».
«Eh?»
«Sì. Mi dispiace, ma è così. Insomma, è da un paio di mesi che conti i giorni dal lunedì al sabato,
sperando che il tempo voli, per poter rivedere subito Riccardo...».
«È vero», confermò Anna.
«...E allora per me questa si chiama cotta. E quando esiste una cotta, primo, non si programma nulla,
ma ci si lascia andare alla passione…»
«E secondo?».
«E secondo…», riprese Sara, allungando il collo verso il bar Verona, tante volte Luca si trovasse lì
davanti con qualche loro amico, «…tieni presente che nella vita si rimandano le cose brutte, ma per
quelle che fanno piacere non si aspetta e non si rimanda mai! Impara come regola generale che devi
goderti la vita, senza mai perdere tem- po».
«Accidenti, Sara! Ma tu hai sempre questo assillo del tempo?!».
«Già…Forse perché mia madre mi ha detto un milione di volte che la giovinezza passa in un batter
d'occhio. O sarà una mia fissa…In ogni caso: tutto e subito! Ricordate- lo sempre: tutto e subito!».
Rimasero qualche istante in silenzio. Poi ripresero a parlare della serata che le aspettava alla Mela.
Anna era eccitatissima, mentre immaginava le emozio- ni che avrebbe provato quella sera. E intanto la
strada volò sotto i loro piedi. Così, senza che se ne accorgessero,
giunsero al viottolo che precedeva quello della casa della zia Alice.
Quando svoltarono l'angolo che portava al vicolo del vecchio forno, Anna ebbe un sussulto: Marco era
seduto dinanzi all'uscio di casa, con una Settimana Enigmistica tra le mani ed il sole di quella splendida
giornata che lo irradiava.

«Ehi, 'zietto'!».
Il giovane alzò lo sguardo dal giornale ed accostò una mano alla fronte per ripararsi dalla luce di quegli
intensi raggi di sole. «Veramente impressionante, Sara fuori dal letto di domenica mattina!...È successo
forse qualcosa?».
«No. Non è successo nulla. Ma potrebbe capitare a te qualcosa di brutto se non la smetti di fare lo
spiritoso».
'Eh, no! Amica mia, non ti permetterei di fargli del male.' Anna non riusciva a distogliere lo sguardo dal
sorriso coinvolgente di Marco.
«È stata questa meravigliosa giornata a buttarti giù dal letto?», fece il giovane, alzandosi per portarsi in
cucina, al pian terreno della casa, per prendere subito delle sedie alle ragazze.
«In camera mia, la domenica mattina, è buio pesto fino all'una, neppure mi sarei accorta di questo sole
luminoso, se quest'assassina…», rivolse un'occhiata minacciosa ad Anna, «…non mi avesse
barbaramente…»
«Trucidata!», suggerì ironicamente Marco, mentre disponeva le due sedie accanto alla sua.
«Non credevo fossi pericolosa», aggiunse poi, gettando un'occhiata alla ragazza.
Lei gli sorrise, mentre sulle sue guance immacolate apparve un leggero rossore.
«È il suo viso d'angelo che trae in inganno», scherzò
Sara, fissandola maliziosamente. Poi, con tono solenne, continuò: «…Questi occhi color cielo, questi
riccioli biondi che emanano luce…» si fermò un istante «…Guardala bene...».
Marco la fissò attentamente, notando, per la prima volta, quanto fosse graziosa. E quel delicato rossore
sulle guance di Anna divampò, accendendole tutto il viso.
«…non ti pare che le manchi solo l'aureola?», concluse Sara, notando che l'altro l'aveva presa in
parola.
«Hai finito, Sara?», reagì la ragazza, guardando l'amica in cagnesco.
«Vi trattenete per un caffé o vi aspetta come al solito Milly per fumare le vostre Multifilter?».
«Ci tratteniamo giusto un pochino, perché io non posso fare tardi al bar. Comunque per il caffé lascia
stare, lo abbiamo già preso».
«Anche per te, Sara, niente caffé?».
«No, grazie. Però, visto che oggi non è possibile fumare da Milly, offrici una delle tue Marlboro».

Il ragazzo estrasse il pacchetto di sigarette dalla tasca destra dei Levi's. «Perché non è possibile
fumare a casa di Milly, oggi?».
Anna si strinse nelle spalle. «Ha detto che non ci sareb- be stata per tutto il giorno. A dire il vero si è
mostrata molto vaga…E vista la situazione, non abbiamo voluto fare troppe domande. Abbiamo
pensato che forse, in un giorno come questo, aveva bisogno di starsene da sola».
«Già, povera ragazza». Marco si morse il labbro. Mentre Anna si arrotolava nervosamente una ciocca
di capelli tra le dita.
«Allora, la molli o non la molli questa sigaretta?!», sbuffò Sara.
«Dio! Se mi vedesse Matteo, sarei spacciato. Mi finireb- be qui, davanti l'uscio di casa».
«Esagerato! Credo che un paio di pallottole nelle gambe già basterebbero a pareggiare i conti. Lo sai
che mio padre è un uomo mite», scherzò Sara, estraendo una sigaretta dal pacchetto e portandosela
alla bocca.
«E a mira come siamo messi? La zona mi preoccu- pa…», continuò Marco.
Risero, togliendosi il pensiero triste di Milly dalla testa.
«Non temere Marco. Ricordi che la domenica papà si diletta a preparare il pranzo?». Scoccò
un'occhiata all'orologio sul polso. «Adesso è già rientrato e credo che sia alle prese con il coniglio alla
cacciatora…».
«Ottimo! Nessuno è capace di cucinarlo come lui…»
«Fuori dal letto di domenica mattina?! E che è succes- so?!».
La voce di Alice scendeva dal balconcino del piano rialzato. Istintivamente tutti e tre alzarono la testa.
La donna, che con la gravidanza aveva acquisito una maggio- re dolcezza, appariva tra i suoi gerani
rossi, in camicia da notte di flanella bianca, bella come non mai.
«Sai com'è, a volte le amiche sono proprio delle rompi- palle», le rispose Sara, in tono scherzoso.
«Ciao Alice». Salutò Anna, captando dal suo viso gioioso la felicità che le riempiva il cuore. Provò una
leggera fitta d'invidia, per la quale si sentì subito in colpa.
«E come mai non avete approfittato di quest'evento per andare in piazza? Non si corteggia più la
domenica matti- na a San Rocco?».
«Beh, zia… », Sara sorrise e subito ribatté: «…forse non sai che ormai a Lioni…», scoccò un'occhiata
ad Anna,
«…si corteggia ovunque capiti!».
Anna calò immediatamente la testa, turbata. Marco lo notò e s'incuriosì.
«Ah, capisco». Alice sorrise. «Ma come mai fumi davanti casa? Hai deciso di metterci nei pasticci con
Matteo?!».
Marco si finse estraneo alla cosa.
«Non ti preoccupare. Per una sigaretta…».
«Ah! Si arrabbia solo se ne fumi due contemporanea- mente?».
«Ah, ah! Vedo che sei in vena di battute oggi».La ragazza le rivolse un sorrisetto. «Dimmi un po', tu
invece come la stai trascorrendo questa „splendida‟ mattinata?». Le chiese poi, tanto per cambiare
argomento.
«Sto rassettando».
«Ho qui una bella cosa per te. Anzi, per il mio cuginetto», annunciò la ragazza, prendendo dalla borsa il
pac- chetto confezionato da Giulia.
«Getta quella sigaretta e vieni subito di sopra!», le ordinò Alice, con una voce carica di entusiasmo,
mentre i suoi occhi presero a brillare come quelli di una bambina la mattina di Natale.
Sara guardò la sua Marlboro. Era consumata solo a metà. Tirò, allora, diverse boccate di seguito, poi,
con riluttanza, la gettò dinanzi ai suoi piedi e ci passò il piede sopra.
«Quando si dice lo spreco!», sospirò, e poi si mosse per raggiungere la zia. «Con permesso». Il suo
tono era ironi- co. «E…scusatemi se vi lascio da soli», aggiunse poi e sparì.

«È una pazzerella, vero?» fece Marco, tanto per spezza- re l'imbarazzo.


Ma Anna, certa che ormai il ragazzo avesse intuito che era attratta da lui, non riuscì ad evitare di
arrossire di nuovo. Lui lo notò e provò un'innegabile sensazione di compiacimento.

Poi la guardò fissarsi le scarpe, mentre un piede pestava l'altro, e pensò: 'Sei dolcissima piccola.'
5

Marco girava molte zone della Campania per lavoro. Era un agente di commercio. Rappresentava una
rinomata ditta di prodotti dolciari nella quale si era ben inserito: la sua gavetta era destinata a finire
presto. I dirigenti della società che rappresentava non potevano fare a meno di notare gli eccellenti
risultati del suo operato. Presto sarebbe divenuto capo-area. Marco lavorava sodo, ma sicuramente
complice dei numeri dei suoi fatturati era il suo sex appeal. Infatti le addette alle vendite degli esercizi
presenti nel suo elenco clienti, pur di rivederlo spesso, spingevano i prodotti dell'azienda rappresentata
da Marco a scapito di prodotti analoghi.
Tutto per il piacere di ammirare i tratti energici del suo viso, il suo fisico atletico, il suo sorriso
coinvolgente e di beneficiare del suo spiccato senso dell'umorismo. Marco coglieva al volo ogni
occasione per fare qualche divertente battuta e per scherzare. Era un ventottene pieno di vita che
amava il suo lavoro. E, siccome si trattava di uno di quei pochi mestieri che ricompensano in maniera
diretta- mente proporzionale all'energia impiegata per svolgerli, aveva deciso di impegnarvi tutte le
proprie forze. Infatti era alla ricerca continua di nuove zone che gli aprissero ulteriori opportunità.
Per questo, ad un certo punto, decise di spingersi anche nella provincia della sua città, proprio tra quei
paesini dell'Alta Irpinia che si sarebbero potuti rivelare anche poco interessanti.
Ci aveva riflettuto: 'Aggiungo altra fatica, ma…lo sento… ci ricaverò il mio premio.'
L'impresa si rivelò più faticosa del previsto ed i risultati economici deludenti.
Ma Marco fu estremamente felice di aver deciso di esplorare l'Irpinia.
Quella terra alla fine gli aveva dato il premio più grande di tutta la sua vita: Alice.

Le belle ragazze a Marco non erano mai mancate, e di conseguenza non era tipo da lasciarsi
impressionare facilmente. Ma quando vide Alice, una ventiquattrenne dotata di una seducente
avvenenza, bruna, alta e magra, con splendidi occhi neri e lunghi capelli corvino che le carezzavano le
spalle, credette di sognare. Subito dopo cominciarono gli incubi. Marco non era abituato a corteg-
giamenti impegnativi: quando gli interessava una donna gli era sufficiente posarle addosso il suo
sguardo ipnotico perché questa cedesse al suo magnetismo sensuale. Alice non sopportava di essere
fissata.
Lui non riceveva mai indifferenza, nemmeno al primo approccio. Le donne gli lasciavano capire sempre
che non aspettavano altro. Le più audaci, poi, prendevano loro l'iniziativa. Alice al primo tentativo di
contatto gli mostrò un atteggiamento indifferente, in seguito scontroso. Così, il ragazzo incominciò a
pensare di aver subìto una disdet- ta, di aver perso improvvisamente tutto il suo fascino.
Per la prima volta il suo interesse verso una donna non era legato ad un superficiale desiderio
d'avventura o ad una questione puramente sessuale, e questa volta la donna in questione era una
creatura selvatica. Marco si scoprì un corteggiatore tenace, capace di adottare mille strategie, ma
quando, una dopo l'altra, si rivelarono tutte inefficaci, lui pensò d'impazzire.
Ed era ciò che Alice voleva, perché per la prima volta
aveva trovato qualcuno che le piacesse veramente ed aveva paura. Aveva bisogno di essere certa del
sentimento nutrito da quel ragazzo apparso all'improvviso nella sua vita. Aveva bisogno di scoprire che
si trattasse di amore autentico e non di un'ottima imitazione, prima di lasciarsi andare del tutto a quel
sentimento che la stava prendendo sempre più.

In passato non era riuscita ad interessarsi a nessuno dei giovani del paese che stravedevano per lei.
Era l'unica tra le sue amiche che non vedeva il matrimonio come l'obiettivo da raggiungere, né come la
'sistemazione'.
Quando si sposò anche l'ultima di loro, durante il ricevimento, un suo conoscente le si accostò e le dis-
se:«Alice, visto che sistemazione Lucilla… con il gioiellie- re? E tu chi aspetti?».
Alice gettò un rapido sguardo allo sposo: un trentotten- ne calvo e minuto. «Io? No, io sto pensando di
farmi monaca», rispose lei seria.
Il giorno che Alice confessò a Giulia di aver finalmente perso la testa per un tipo eccezionale, sua
sorella rimase incredula e subito esclamò: «E che aspetti?!».
Alice storse il muso. «Certo che non usiamo mezzi termini!».
«Certo! Perché credo proprio che sia arrivato il mo- mento che ti renda conto che se continui di questo
pas- so…resterai zitella!».
Alice scoppiò a ridere. «Ti ricordo che ho solo venti- quattro anni!».
«Già, ma ci sei arrivata senza esserti mai fidanzata».
«E che significa?!».
«Che potresti anche arrivare a trenta e a …»
«A cento!», scherzò Alice.
La sincera preoccupazione della sorella riguardo al suo stato civile la divertiva molto. Era stato per
questo che aveva voluto dirle di Marco, era sicura che la cosa le avrebbe fatto molto piacere.
«Basta! Smettila di fare la stupida e dimmi tutto di questo ragazzo».
«Cosa vuoi sapere?».
«Tanto per cominciare chi è».
«Non lo conosci».
«Cos'è una battuta? Io conosco tutti, qui a Lioni».
«Già, ma lui non è di Lioni».
«E di dov'è?».
Alice si passò una mano sul mento. «Non lo so».
«Non lo sai? E come mai non glielo hai ancora chie- sto?».
Alice abbassò il suo tono di voce. «Perché mi sto mostrando molto indifferente ai suoi corteggiamenti».
Giulia alzò le sopracciglia e cercò di coordinare le parole per formulare con calma la sua domanda. «Un
minuto fa mi hai detto di aver perso la testa per questo tizio...»
Alice annuì.
«…Bene! Potresti allora spiegarmi per quale diavolo di motivo ti stai comportando in maniera
indifferente con lui?! Vuoi che sparisca e non torni più da queste parti?!».
«Affatto!».
«E allora?».
Alice distolse lo sguardo. «È che vorrei facesse qualco- sa di speciale che mi dimostrasse che è pazzo
di me».

Da quel momento, Giulia iniziò a pensare che avrebbe dovuto assolutamente fare qualcosa, per evitare
che la sorella perdesse quest'occasione.
Così, mentre Alice le descriveva Marco, il suo cervello prese a macchinare per mettere a punto un
piano.
«…E i denti, poi, sono perfetti e bianchissimi…»
Giulia la stava fissando senza ascoltarla, quando finalmente le venne il lampo di genio.
«E dove hai detto che ti capita di incontrarlo?».
«Non te l'ho ancora detto». Alice storse il muso. «Ma mi hai ascoltato finora?».
«Certamente! Ero solo curiosa di sapere dove vi capita di vedervi».
Alice la guardò dubbiosa. «Quasi ogni sabato mattina, da Frusa. Marco è un agente di commercio. La
prima volta ci siamo incontrati per caso, credo fosse un lunedì. Poi, qualcuno deve avergli detto che ho
l'abitudine di andare il sabato per la spesa grossa. Perché, da un certo momento in poi, Marco ha
deciso di venire a trascorrere la mattinata del suo unico giorno libero a Lioni, da Frusa».
«Interessante! Pensi dunque ci sia qualcuno che sta dando una mano a questo ragazzo per
conquistare la selvaggia del paese?», chiese ironicamente Giulia.
«Già, uno a caso», rispose Alice con una smorfia.

Quel pomeriggio stesso Giulia si recò al minimarket del signor Frusa a scambiare due chiacchiere con
quel simpa- tico ed affabile commerciante.

Due notti dopo Alice ebbe la prova d'amore.

Stava dormendo, quando una musica soave, provenien- te da fuori, prese a diffondersi nella sua
camera da letto e, dolcemente, ad entrare nei suoi sogni. Fu molto piacevole. Ma, dopo alcuni istanti,
diventò più forte, cominciando a scontrarsi con la tranquillità del suo dormire. E lei si destò.
Era ancora frastornata ma riconobbe le note de “Il cielo in una stanza”. Si alzò a sedere nel letto e
diede un'occhiata alla sveglia che segnava le tre. Si passò le mani sulla faccia, sbadigliando. Poi, si
tenne le tempie, sforzandosi di capire cosa stesse accadendo. D'un tratto sobbalzò. Il sonno le passò in
tronco. Non aveva dubbi: la musica proveniva da sotto casa, ma la voce non era quella di Gino Paoli.
Ci avrebbe giurato: si trattava di Marco!
Stravolta si portò alla finestra. L'aprì e la musica la inondò prima di diffondersi nella sua stanza. Non
riusciva a credere ai suoi occhi: di sotto c'era una piccola orchestra, con tanto di strumenti musicali e
musicisti, capeggiata da Marco, che procedeva con impegno in una romantica serenata.
Alice quasi tremava dall'emozione.
Tanti anni prima, la madre aveva raccontato spesso alle sue figlie, nelle serate d'inverno, dinanzi al
camino, delle serenate che il loro papà le aveva portato, fino ad ottenere il fatidico 'sì'.
Lei, ancora bambina, ogni volta prendeva a sognare ad occhi aperti, immaginando uno splendido
giovane sotto quel balconcino che si prodigava per lei. Poi, sospirando, qualche volta confidava che le
sarebbe proprio piaciuto ricevere un corteggiamento così romantico.

Ed ora, affacciata alla finestra della sua camera, con i gomiti poggiati sul davanzale e il mento sui palmi
delle mani, guardava Marco cantare per lei, seguendo la musica che fuoriusciva leggiadra dagli
strumenti maneggiati da musicisti esperti.
Il sonno era sparito. Era del tutto sveglia. Eppure le sembrava di sognare.
Alice capì che c'entrava Giulia con ciò che stava accadendo, ma decise che, se quello splendido
ragazzo era stato disposto ad arrivare a tanto, di certo doveva essere pazzo di lei.
6

«E…come ti trovi qui a Lioni… tu che eri abituato alla vita di città?», chiese Anna, a un tratto, con un
tremolìo nella voce.
Marco comprese il tentativo della ragazza di superare l'evidente stato d' imbarazzo e volle aiutarla,
portando avanti la conversazione.
«Be‟, il lavoro che svolgo non mi fa sentire la mancanza della città. Diciamo che sarebbe stato più
comodo risie- dere ad Avellino, perché avrei evitato un bel po' di chilo- metri al giorno, ma
comunque…per amore di Alice…lo faccio volentieri».
«Siete veramente una bella coppia. Siete così ben affiatati. Nonostante appartenevate a due mondi
diversi e avevate due stili di vita agli antipodi, avete fatto così presto ad armonizzarvi».
«Eh, già», sorrise lui. «Sicura di non volere quella tazza di caffè?».
Anna scosse la testa. «No, grazie. Davvero».
Era stata molte volte a casa di Alice e Marco con Sara, tanto da essere in grande confidenza con i
giovani zii della sua amica, ma non le era mai capitato di poter stare così vicino a quel ragazzo per
tanto tempo. Lo guardò in viso. Stava cercando un difetto. Niente.
«Posso chiederti una cosa Marco?».
«Certamente».
Esitò un attimo. Quasi si era pentita. Però, ormai, doveva continuare.
Così, con gli occhi fissi sulla settimana enigmistica che Marco aveva lasciato aperta sul tavolino,
cominciò:
«C'è una cosa che mi sono sempre chiesta. O meglio, da quando sono diventata grande».
«Perché, sei diventata grande?», le chiese lui, sorriden- do.
«Dài, non scherzare! Lo sai che ho quasi sedici anni». Marco assunse un'espressione seria. «Eh, sì.
Dunque,
dicevi?».
«Volevo chiederti se per essere una coppia felice, per esserlo nel tempo voglio dire, basta solo che ci si
ami tanto».
Spostò il suo sguardo e notò che Marco indossava sui jeans una camicia bianca, con i primi e gli ultimi
bottoni aperti. Non era molto peloso, ma di certo muscoloso. Le maniche erano arrotolate solo fino ai
gomiti, ma si notava- no comunque i muscoli delle braccia. 'È seduto e non si vede un filo di pancia.'
«Mi stai mettendo alla prova?».
Anna sobbalzò, alzando subito lo sguardo.
«Come?!», gli chiese intimorita.
«Beh, hai scelto proprio una bella domanda!».
La ragazza si rilassò di colpo. E per stare tranquilla portò di nuovo il suo sguardo sul tavolino . «Già…
Io me lo chiedo perché a volte si vedono coppie che sembrano tutt'altro che felici di stare insieme.
Eppure, voglio dire, per essersi sposati, dovevano pur amarsi. Giusto?».
Marco si chiese se non stesse pensando ad una coppia in particolare, magari ai suoi genitori.
«Sai Anna», prese la penna sul tavolino e cominciò a girarsela tra le mani. «Se si tratta di un
sentimento autenti- co, di una forte passione, è un po' difficile che si smetta di essere felici di stare
insieme», rifletté qualche istante.
«Comunque, c'è da dire che anche l'amore più grande di questo mondo può sgretolarsi se di base non
esiste una
compatibilità tra i caratteri e, soprattutto, una volontà di rispettarsi l'uno con l'altra. Per esempio, nelle
situazioni importanti, intuire se una certa necessità della persona che ami ha la priorità sulla tua».
«In pratica quello che hai fatto tu», gli disse Anna, guardandolo negli occhi.
«Che vuoi dire?».
«Voglio dire che hai immediatamente capito che l'esigenza di Alice di restare a vivere nel suo paese
era maggiore della tua di evitare di fare tanti chilometri in più al giorno per lavoro».
«Esatto!», confermò Marco, mentre giocherellava con la penna. «Sai, non era il caso di dividersi ancor
prima di sposarsi!», scherzò.
Anna annuì.«Infatti, credo che lei non si sarebbe mai staccata da Lioni».
«No, mai. È sempre stato fuori discussione», affermò lui.
«Neppure io riuscirei a dividermi da questo paese», aggiunse la ragazza, allungando lo sguardo su un
punto indefinito nel vicolo. «Qualche volta, pensando a questa remota evenienza, mi sono resa conto
che non riesco nemmeno ad immaginarla una vita lontana da qui».
«Lasciare il posto dove si è nati e cresciuti per trasferirsi altrove, tranne in particolari casi, non credo sia
facile per nessuno», precisò Marco. «Ma per voi lionesi sembra essere un sacrificio senza pari».
«È proprio così».
Seguì qualche momento di silenzio. Poi Anna riportò lo sguardo su Marco. «La verità è che noi lionesi
non siamo legati al nostro paese solo dall‟ abitudine…».
«No. Voi siete proprio innamorati di Lioni», precisò Marco, togliendole le parole di bocca.
«Esattamente», asserì Anna, restando poi a fissarlo muta.
Marco si portò un dito al mento. «In realtà, devo ammettere che di rado mi è capitato di conoscere
gente legata in maniera così viscerale alla propria terra». Rifletté qualche istante. «È come se foste nati
da queste montagne e, insieme ai vostri boschi e al vostro fiume, foste parte indissolubile del luogo».
Gli occhi di Anna si velarono di ammirazione.« Hai proprio fatto centro. A Lioni ogni persona, come ogni
cosa, è parte integrante di Lioni stesso», fece una pausa.
«Siamo come legati ad esso da un cordone ombelicale, che nessun bisturi potrà mai recidere».
Sul viso di Marco apparve un sorriso amaro. «Il proble- ma è che il cordone ombelicale di Alice deve
essersi impigliato attorno alle fondamenta di questa casa».
Anna lo guardò, tentando di capire. Ma si accorse che la sua mente era altrove.
7

Era quasi mezzogiorno. Il sole splendente di una giornata di inizio maggio riscaldava il loro percorso.
«Marco, ma si può sapere dove diavolo mi stai trasci- nando?!».
«Sssst!», rispose lui, continuando a tirarla dietro di sé, tenendole stretta la mano.
Camminavano a passo veloce già da un pezzo, avevano attraversato i vicoli e le strade abitate.
Avevano ormai lasciato piazza San Rocco, e imboccato il viale alberato della caserma forestale.
Quando vi furono dinanzi, Alice gettò un'occhiata a balconi e finestre, tentando di intrave- dere Giulia.
Un invito per un caffé sarebbe stato l'ideale: una sosta di salvataggio.
Marco la scorse con la coda dell'occhio. «Non c'è tempo adesso. Ci fermeremo al ritorno», le disse,
riportan- do lo sguardo dritto dinanzi a sé, verso la cupa, alla destra della strada principale, che
anticipava il cimitero e portava ai sentieri di campagna.
« …Al ritorno. Così daremo la bella notizia».
«A me dalla adesso la bella notizia, dài Marco», lo pregò Alice, divorata dalla curiosità.
«Fai la brava. Ogni cosa a suo tempo», le rispose lui in tono misurato.

Imboccarono il viottolo a destra, lasciando sulla loro sinistra la strada principale, che conduceva al
cimitero di Lioni. Alice, che per tutto il percorso, aveva tirato ad indovinare il luogo dove il suo futuro
sposo la stava
misteriosamente conducendo, alla fine aveva proprio esaurito le idee e si era arresa. Da qualche
minuto, stavano percorrendo in silenzio una via sterrata il cui fondo instabile non facilitava di certo il
cammino della ragazza, che portava scarpe con tacco a spillo.

Erano circondati da una rigogliosa vegetazione: alberi, piante selvatiche e tanti fiori diversi ma tutti
piccoli e coloratissimi. Ed anche nel loro orizzonte c'era tanto verde, in varie sfumature, a seconda
dell'infittirsi degli arbusti sulle montagne tutt'intorno.
«Marco, ti rendi conto che stiamo camminando senza fermarci un secondo, da ...», prese fiato, «...Da
un casino di tempo?!».
«Sì».
«SI?!», sibilò Alice.
«Sì», confermò lui, placido.
Alice gli tirò il braccio con il quale continuava a trasci- narla dietro di sé, imponendogli di fermarsi.
«Come sarebbe a dire sì?!», sbottò poi, mantenendosi un fianco.
«Sarebbe a dire che me ne rendo conto», confermò il ragazzo, guardandola in viso e riprendendo
subito il cammino di entrambi.
«Ah! E ti rendi anche conto che sono sudata e stanca di camminare su questi tacchi?… Non potevi
avvisarmi che avremmo dovuto marciare tanto, così avrei messo le scarpette?!»
«No», le rispose con una calma irritante.
«NO COSA?!», urlò Alice.
« Non potevo avvisarti».
La ragazza inarcò le sopracciglia e si sforzò per mante- nere la calma. «Ah, si?! E perché mai?!».
«Perché avrebbe inquinato la sorpresa», spiegò Marco,
con ponderatezza. Poi si arrestò di colpo e si voltò verso la ragazza, accogliendola in un abbraccio.
Alice sentiva i muscoli delle sue braccia intorno al corpo ed il calore delle sue labbra all'orecchio.
«Poi, amore, lo sai che alle Adidas, preferisco i tacchi a spillo…». La voce di Marco era raccolta in un
sussurro pacato e profondo che vibrava nell'orecchio di Alice.
«… Ti rendono irresistibilmente sexy».
Prese a baciarle anche il collo appassionatamente, mentre aumentava in lui il desiderio di fare l'amore.
«…Diabolicamente sexy», concluse, mentre le mani presero a carezzarle il seno sodo.
Alice non era più arrabbiata. Anzi. Tutto il suo corpo era leggero e la sua mente sgombera, in balia di
un piace- vole stordimento. Ora attendeva solo di essere stesa su quel prato, sull'erbetta tra gli alberi, e
di fare l'amore con lui. Sicuro doveva essere quella la sorpresa che Marco le aveva voluto fare. Adesso
era chiaro. E, doveva ammetter- lo, l'idea era stata favolosa. Sarebbe stato meraviglioso farlo in quel
posto, immersi nel verde, sotto un cielo azzurro, accompagnati dal cinguettìo discreto dei passe- rotti
che svolazzavano da un castagno all'altro.
Alice fremeva. Sapeva che Marco adesso avrebbe preso a spogliarla. Ed avrebbe cominciato
accarezzandole e baciandole appassionatamente tutto il corpo. Lei non sapeva come facevano l'amore
gli altri uomini, ma era convinta che il suo fosse il più bravo di tutti.
Le mani di Marco erano adesso sulle natiche di Alice, mentre un susseguirsi d'impulsi si espandevano
nel suo splendido corpo. Lo sentiva: in quel preciso istante Marco l'avrebbe stesa dolcemente e lei, con
gli occhi chiusi e totalmente rilassata, era prontissima.
In quel preciso istante una voce calda pronunciò un
ordine che raggelò i suoi timpani.
«Andiamo!».
«Eh?! Cosa?!» Marco, dopo averle dato un bacino sulla fronte, aveva già ricominciato a tirarla dietro di
sé.

«Maledizione!» imprecò Alice stravolta. Poi puntò i piedi a terra, costringendolo a fermarsi.
«Dài amore, fai la brava! Più tardi mi farò perdonare», la rassicurò, baciandole con gusto le labbra
carnose. Quelle labbra per le quali impazziva, e che non riusciva mai a mollare facilmente dopo un
bacio.
Allungò un braccio oltre le spalle di Alice, verso un groviglio di rovi, e staccò quattro more: le più grosse
e mature. Come quelle che sceglieva sempre lei per le sue marmellate. Quindi la imboccò
teneramente, lasciando- gliene mangiare tre. L'ultima, invece, prese a passargliela tra le labbra,
tirandola via ogni volta che Alice tentava di afferrarla. Lei, allora, cominciò a leccarsi le labbra con un
movimento lento e sensuale. Era un giochino infallibile. Il risultato era garantito. Ed infatti il suo uomo
reagì esatta- mente come lei aveva previsto: si eccitò.
«Amore…» le sussurrò, mentre lei lo stava toccando.
«Sì?», fece lei, cominciando a sbottonargli i pantaloni.
« Più tardi, amore. Adesso non c'è tempo. Dobbiamo andare». Il suo tono fu categorico.
«Ma dove, dove, dove dobbiamo andare?!». Alice era disperata.
«Tra poco lo scoprirai», la rassicurò lui, riabbottonan- dosi i pantaloni.
Ripresero a camminare in silenzio.
Dopo un breve tratto, Marco si era finalmente fermato.
«Siamo arrivati», annunciò, restando immobile di fronte ad uno splendido panorama.
La ragazza lo affiancò silenziosamente e diresse lo sguardo verso lo stesso punto che Marco stava
fissando con un'espressione compiaciuta. Lei conosceva quel luogo, ma rimase comunque incantata
nel rivederlo.
Il sole illuminava una distesa di verde costeggiata da montagne pittoresche. Le cime erano avvolte da
un azzurro immobile, animato, solo di tanto in tanto, da alcuni stormi di uccelli che pareva volessero
concertare con gli animali dei boschi sottostanti. Da una delle vette scendeva un ruscello fino a valle,
dove si estendevano prati ampi con chiazze bianche di margherite, alberi da frutto e, in qualche punto
qua e là, erba alta dall'aria selvatica. Incastonate nello scenario, e poco distanti l'una dall'altra,
spuntavano tre case, ognuna con il proprio giardino, la propria cuccia per il cane e la propria
staccionata.
Rimasero in silenziosa contemplazione, fin quando Marco non portò il suo sguardo su Alice. «Che ne
pensi?».
«Uno spettacolo della natura», commentò lei. «Da ragazza venivo con la mia comitiva a farci la
scampagnata il giorno di pasquetta… », raccontò. «Ehi, ma come l'hai scovato questo posto, tu che
non sei di Lioni?!» .
«Non dimenticare qual è il mio mestiere. Scovare situazioni interessanti è una mia prerogativa»,
precisò lui, senza distogliere lo sguardo dal paesaggio.
«Dovevi avvisarmi però che avevi in mente una scam- pagnata… Avrei preparato qualcosa di buono da
mangia- re».
«Eh?!», Marco trattenne una risatina.
«No?».
«No», replicò, guardandola con l'aria di chi custodisce un segreto.
«È l'unica cosa che si può fare in questo posto, stabilito che per l'altra oggi non è giornata», precisò
Alice con tono aspro.
Marco sorrise disinvolto, incassando la critica. «Saprò farmi perdonare per quello». Poi si voltò a
contemplare una di quelle case immerse nel verde: l'unica che non aveva il giardino curato. Le erbacce
avevano invaso la stacciona- ta e il pozzo con la manovella, e le edere avevano assediato balconi e
finestre. Ma il rosa della vernice con cui era stata dipinta era ancora vivo e lasciava pensare che la
casa fosse in ottime condizioni anche all'interno. 'Ci vuole solo una bella ripulita.'
«Ti ho portato fin qui, amore…».
«Ma no! Hai deciso di dirmelo. E perché?!», ironizzò Alice, oramai esausta.
«Va bene, se non ti interessa…».
«Parla, altrimenti oggi ti ammazzo!», ringhiò lei.
Marco le rivolse un sorriso incerto.«Adesso rilassati e guarda lì», alzò un braccio per indicare. «Vedi
quella casa anteposta alle altre due?».
« La casa dipinta di rosa?».
«Esattamente. La casa dipinta di rosa».
«E allora?».
Marco tirò un sospiro soddisfatto, poi, con aria gioiosa, dichiarò: «Quella splendida casetta,
amore…sarà la nostra casa».
Alice spalancò gli occhi, poi si portò una mano tra i capelli, continuando a fissare l'orizzonte, senza
riuscire a parlare.
«È meravigliosa, vero?», le chiese e, senza attendere la
risposta, continuò: «È stato un colpo di fortuna che io mi trovassi da Frusa, proprio mentre un tizio, un
nipote del proprietario mi pare, comunicava la decisione dello zio di vendere questa casa. Stava
spiegando che lo aveva telefo- nato per dare a lui l'incarico di occuparsi della cosa», rifletté qualche
istante. «Ah, poi il prezzo è anche ragionevole…Sarà il mio regalo di nozze». Portò lo sguardo su di lei
per cogliere qualche segnale.
Alice allora si voltò e lo fissò a lungo, con la fronte aggrottata, prima di riuscire a dire qualcosa. Era
frenata dall'espressione trepidante di Marco, che aspettava solo un cenno di gioia da parte sua per
dare il via all'esultanza.
Così, la ragazza inspirò profondamente e cercò di coordinare le idee prima di cominciare. Voleva usare
le parole più adatte a fargli capire che quel posto, per quanto meraviglioso, era troppo isolato. Che da lì
la mattina avrebbe dovuto camminare per circa mezz'ora prima di raggiungere la scuola materna dove
insegnava. Che, abitando in quella casa, sarebbe stato impossibile, affac- ciandosi alla finestra o
uscendo dinanzi all'uscio, incontra- re qualche faccia amica, qualcuno con cui scambiare quattro
chiacchiere. Come lei era abituata a fare da quando era nata. Doveva capire che si trattava di un posto
dove si sarebbe sentita troppo sola quando lui sarebbe stato fuori per lavoro.

«…È un po' isolato ma potremmo organizzarci. Per un posto così potrebbe valerne la pena», riprese
Marco. « Si tratta di una casa bellissima. L‟ho vista anche internamente, qualche giorno fa».
Alice scrollò lentamente il capo, ma lui non si arrese e tentò ancora.
«E poi ho saputo che questa casa è stata costruita con gettiti di cemento armato tali da renderla più
sicura di un
rifugio antiatomico. Il proprietario pensava di rientrare dalla Svizzera e voleva trascorrere la sua
vecchiaia in una casa solida come quelle che ha visto costruire da quelle parti». Prese fiato. «Il ragazzo
mi ha portato a parlare con il geometra…».
«Marco, ma cosa ti fa pensare che debba scoppiare la terza guerra mondiale?!» lo interruppe
bruscamente Alice. C'era del sarcasmo nella sua voce.
«Be‟, io, io non penso che…» L'entusiasmo sul volto di Marco era scolorito del tutto. «…Comunque non
esiste solo il pericolo della terza guerra mondiale…»
«Ah, no? E che altro?».
«Be‟, se è per questo esiste anche il terremoto», af- fermò, affondando le mani nelle tasche dei
pantaloni.
Alice sgranò gli occhi e corrugò la fronte. «Il terremo- to?! Gesù Santo, Marco, ma che ti salta in
mente?!».
«Non si può mai sapere», si difese lui, mentre con la punta di una scarpa sotterrava dei sassolini.
«La vita è imprevedibile. Non dimentichiamo quel che è successo in Friuli». Seguirono degli istanti di
silenzio.
«Ti prego Marco, ragioniamo».Alice si portò una mano alla fronte e sospirò. «Il terremoto in Friuli fu una
tremen- da sciagura. Le sole immagini dei telegiornali mi sconvol- sero. Ma tu sai meglio di me che quel
brutto evento non ha nulla a che vedere con il nostro paese. Tanto meno con la nostra vita e… con la
mia casa».
Ci fu ancora silenzio. Poi il suo tono di voce si fece più profondo. «Amore, io non vorrei lasciare la mia
casa per nessun motivo». Portò il suo sguardo verso quella bella costruzione nella distesa di verde.
«Magari non è dipinta di rosa, e non è stata costruita con gettiti a iosa di cemento armato, ma è la mia
casa. È la casa in cui sono nata e cresciuta. Dove ho trascorso la mia infanzia e la mia adolescenza».
La sua voce si arrochì. «La mia casa non è fatta sola- mente di mattoni e vernice… È fatta anche di
me… È il luogo che conserva una parte importante di me: tutta la vita che ho vissuto finora». Deglutì,
cercando di mandare giù il groppo che le era venuto alla gola. «Non potrei mai lasciare l'unico posto
dove ancora mi è possibile ritrovare mia madre e mio padre».
Continuava a fissare il paesaggio di fronte, mentre i suoi occhi erano diventati lucidi.
«Essere circondata da tutte le cose che sono appartenu- te a loro e poter mettere le mani su quei
mobili che loro toccavano tutti i giorni…», sospirò profondamente, «…è difficile spiegarlo…ma, vedi, è
come avere l'illusione di poter stabilire ancora un contatto…di poter toccare ancora le loro mani».
Socchiuse gli occhi per qualche istante. «Solo nella mia casa io posso continuare a salire i gradini della
scala che loro salivano tutte le sere per andare a dormire, stanchi morti ma soddisfatti, dopo una lunga
giornata di pesante lavoro al forno… Cucinare nello stesso posto dove mia madre preparava il pranzo...
Accen- dere il fuoco nello stesso camino dove lo accendeva mio padre tutte le mattine, sistemando i
ceppi e guardando le fiamme prendere corpo… E in alcune serate d'inverno, poi, quando la pioggia
batte minacciosa sui vetri delle finestre e la legna scoppietta, consumandosi lentamente, seduta dinanzi
al mio camino, posso ancora ritrovare la voce di mio padre che racconta una delle sue storielle. Io e le
mie sorelle le conoscevamo tutte, ma era sempre come se le sentissimo per la prima volta». Asciugò
una lacrima sfuggita al suo controllo e inspirò profondamente. Seguirono istanti di silenzio, poi Alice
deglutì e tentò di camuffare la commozione, assumendo un tono scherzoso. «…E poi, se quella casa
ha resistito per venti-
quattro anni alle mie urla, alle mie risate e ai miei pianti, allora, penso che reggerà almeno per altri
cento». Un sorriso le illuminò il volto.
Marco era senza parole. La stava contemplando: 'Dio, quanto sei bella! Sei tu il mio 'spettacolo della
natura '.
Alice gli prese una mano. «Poi… per quel che riguarda i terremoti…» .
«Sì?», fece lui, mostrandosi curioso di sentire.
Alice meditò un istante. «Beh, nessun esperto ha previsto pericoli dalle nostre parti… E neppure
Nostradamus!»
«Spiritosa», sogghignò lui. «…Spiritosa e maledetta- mente bella!». La tirò a sé e cominciò a baciarla
appassio- natamente.
Poi si stesero lentamente sotto quegli alberi.

Qualche giorno dopo, non appena ne ebbe l'occasione, Marco volle parlare a Giulia e Matteo della
casetta immer- sa nel verde e della reazione di Alice. Quando finì di raccontare tutto, nella cucina di
Giulia regnò il silenzio. La donna si rammaricò e suo marito se ne accorse.

«…Com'è che ti ha risposto?», volle ironizzare Matteo per rompere quel silenzio. «…Che nessun
esperto ha previsto terremoti dalle nostre parti?!? Neppure Nostradamus?!... Scusa Marco se viene da
ridere anche a me, ma… un terremoto!»
Poi, guardando la moglie esclamò: «Tua sorella è sempre la stessa».
Giulia sorrise con poca convinzione e scosse lenta- mente il capo. «Mi avrebbe fatto molto piacere
sentire che
Marco fosse riuscito a convincerla», sospirò. «Allontanarsi da quella casa le avrebbe potuto fare solo
bene».
Marco la stava fissando. «Mi sembra di capire che ci sia qualcosa che io debba sapere. Qualcosa che
Alice non mi ha ancora detto e non capisco perché».
«Perché le costa fatica e dolore parlarne», mormorò Giulia.
«Ha a che fare con i vostri genitori, vero?». La donna annuì in silenzio.
«Giulia tu devi aiutarmi a capire perché la vita di Alice è così influenzata da una madre e un padre che
purtroppo non ci sono più. Influenzata al punto da non riuscire a lasciare la casa natìa. Una cosa
naturale per ogni ragazza dopo il matrimonio». Scosse la testa. «Sia chiaro che io accetterei di vivere
ovunque, pur di stare con lei, perché l'amo troppo…». Riportò lo sguardo su Giulia, che intanto si
manteneva occupata a zuccherare il caffè che aveva appena preparato. «…Ma ho comunque bisogno
di capire perché per la mia futura moglie è troppo importan- te restare a vivere nella sua casa». Si
fermò qualche istante. Poi concluse: «E, sinceramente, non credo che quello che mi ha detto sia tutto».
«Già. Penso proprio che non ce l'abbia fatta a raccon- tarti ogni cosa», mormorò Giulia, versando il
caffè nelle tazzine.
Matteo la guardò. «Giulia, è giusto che il ragazzo sappia».
La donna trasse un profondo sospiro, poggiandosi con la schiena alla stufa. «Marco devi capire che
anche per me è doloroso ricordare», spiegò, per giustificare il suo stato d'animo. Poi, fissando le
piastrelle bianche del pavimento della sua cucina, cominciò.
Il ragazzo la fissava, mentre in lui si espandeva una certa ansia. Voleva che la donna raccontasse in
fretta. Invece Giulia procedeva molto lentamente. Quasi a fatica.

«…E così i nostri genitori sono morti con soli otto mesi di distanza l'uno dall'altra. Ancora non ci
eravamo riprese dalla scioccante agonia che aveva torturato mio padre che ci trovammo a dover
affrontare la diagnosi formulata per mia madre». Si fermò e socchiuse gli occhi per qualche istante. Poi
riprese con un tono di voce più basso. «Non avemmo alcuna difficoltà a comprendere il linguaggio
specifico usato dal suo medico. Erano le stesse parole usate dallo specialista che aveva rinunciato a
combattere il male incurabile di nostro padre, pochi mesi prima. Parole che oramai per noi significavano
„non c'è via di scampo‟. Era una condanna». La sua voce si era arrochi- ta, mentre alcune lacrime le
rigavano il viso.
Marco si morse il labbro. «Mi spiace, Giulia. Per colpa mia…».
«No», lo fermò subito lei. «Come ha detto Matteo, è giusto che tu sappia» Prese un fazzoletto dalla
tasca del grembiule ed asciugò il viso. Ci fu una breve pausa. Nessu- no aggiunse altro, e la donna
coordinò le idee per ripren- dere.
«… Alice li accudì giorno e notte, fino alla fine, con una devozione notevole. Ma la spietata crudeltà con
cui la morte le portò via le due persone che amava di più al mondo l'atterrì».

«Adesso capisco», mormorò Marco con voce com- mossa. «Io non immaginavo…».
«Aspetta ragazzo». Matteo gli mise una mano sulla spalla. «Non è tutto», guardò la moglie con
rammarico.
«Giulia, temo che tu debba continuare. Marco deve sapere tutto».
Il ragazzo la guardò strofinare le mani sul grembiule.
«Dio mio, e che altro c'è?».
La donna portò lo sguardo su di lui, poi sul marito, e alla fine sui piedi del tavolo, prima di ricominciare,
con un tono quasi impercettibile. «…Dopo qualche tempo dalla morte dei nostri genitori, Alice mi
raccontò che spesso la notte le capitava di udire dei lamenti in casa e che le sem- brava di riconoscere
le voci»
Matteo osservò Marco sgranare gli occhi e pensò fosse meglio che la moglie si fermasse lì. Ma Giulia,
con voce tremante, continuò. «Mi disse che le sembrava fossero quelle di mamma e papà».
Marco guardò Matteo con un'espressione sgomenta ed interrogativa al contempo. L'uomo annuì,
mentre gli occhi di sua moglie si riempivano di nuovo di lacrime.
«…Alice mi raccontò che quei lamenti iniziavano lenti, lentissimi, ma andavano poi aumentando fino a
riempire tutta la casa e non finivano fin quando lei non si alzava dal letto e non scendeva da basso per
uscire a prendere una boccata d'aria».
Marco deglutì. «E…e che accadeva dopo?».
«Niente. Niente più».
«Mio Dio!». Marco era interdetto.
«Alice pensa che non riposino in pace. Che vorrebbero vivere ancora. D'altronde non erano vecchi.
Anzi», disse Matteo. Poi fece un sorriso. «Caro mio, i nostri suoceri erano davvero delle persone
speciali, ed entrambi dei gran lavoratori. Lui un uomo allegro e simpatico. Lei una donna di poche
parole, ma dolce e saggia. È un vero peccato che tu non abbia potuto conoscerli».
«Già», sul viso di Marco apparve un'espressione di
rammarico.
Seguirono alcuni istanti di silenzio.

«Alice è sicura che tornano tra quelle mura perché vogliono stare ancora con lei in quella casa. Si è
convinta che non accettano di essere stati strappati alla vita e ai loro cari. Che era troppo presto»,
spiegò Giulia.

Non potrei mai lasciare l'unico posto dove ancora mi è possibile ritrovare mia madre e mio
padre…Marco si passò una mano tra i capelli. «Adesso è tutto più chiaro».
Poi rimase a riflettere qualche istante, prima di guardar- li entrambi e chiedere: «E voi cosa pensate di
tutto que- sto?».
I due si strinsero nelle spalle, restando muti.
«Caspita, non è proprio una cosa tanto normale! Certo, conosco bene Alice, e dunque capisco che voi
non abbiate mai messo in dubbio le sue parole. Ma non avete mai pensato che potesse trattarsi di una
reazione emotiva dovuta ai postumi di un periodo di forte stress?», consi- derò Marco.
«Tutta immaginazione, vuoi dire?!», domandò Giulia, incrociando le braccia.
«Già».
«No». Scosse la testa. «No, no. Alice è sempre stata una ragazza risoluta. Non ha mai manifestato
segni di squili- brio mentale».
«Capisco». Marco si strofinò le tempie ripetutamente.
Ci fu qualche istante di silenzio.
«Beh, mettiamo che ci siano state queste…diciamo… 'visite', allora potrebbe darsi che cerchino di
avvisarla di qualcosa».
«Avvisarla di qualcosa? Che vuoi dire?», chiese Matteo.
«Giulia, hai detto che Alice cominciava a sentire questi lamenti mentre era tranquillamente a letto... E
che incalza- vano fin quando lei non si alzava e si portava al piano inferiore… E che terminavano solo
dopo che lei usciva di fuori a prendere una boccata d'aria...?».
«Sì», confermò la donna.
Il ragazzo annuì. «Allora, potrebbero volerla avvisare di non dormire sonni tranquilli».
«Mi vengono i brividi! Mio Dio e perché mai?!».
Matteo guardò la moglie. «Tranquilla». Spostò lo sguardo sul ragazzo e gli sorrise. «E perché mai Alice
non dovrebbe stare tranquilla nella sua casa?».
«Già, perché mai?». Marco si batté lievemente un pugno sul mento.
8

Un meraviglioso gatto, dal pelo morbido e dagli stessi colori caldi di una tigre, prese a strusciarsi vicino
alle gambe di Anna, miagolando sommessamente. Lei lo guardò. «Ehi, bel felino! Alice non ti ha ancora
dato la colazione?». Si chinò con il busto per prenderlo e, non volendo, offrì il suo décolletè prosperoso
allo sguardo di Marco sedutole di fronte, che non poté evitare di restarne incantato.
La ragazza, rialzandosi, ritrovò finalmente in quegli occhi profondi uno sguardo attento.
Si era isolato per un pezzo, destando la sua curiosità.
«Dove sei stato finora?».
«Che?...Ah, sì. Scusami, no...». Si passò una mano tra i capelli. « Pensavo proprio a quanto sia stato
facile ambien- tarmi. Sarà stato grazie alla vostra giovialità e alla tranquillità del vostro vivere…», le
sorrise. «Sai, credo che con questa pace, raggiungerò i cent'anni!».
Anna aveva sistemato il gatto in grembo. Adesso lo stava accarezzando dolcemente, senza distogliere
i suoi occhi da Marco, che vedeva improvvisamente stranito.
«Be‟, dovesse dipendere solo dalla tranquillità, li supe- rerai anche i cent'anni. Qui non accade mai
nulla…O perlomeno, nulla che possa rompere il nostro equilibrio».
«Già, proprio così», confermò Marco, mentre il suo sguardo arbitrariamente si concesse un'altra visita
veloce a quel seno piacevolmente grosso, che riempiva la camicetta di cotone bianco a fiorellini rosa di
Anna. 'Maledizione ma che mi prende stamattina!'.
Questa volta la ragazza lo aveva notato ed aveva subito
abbassato gli occhi sul gatto che intanto, con gran piacere, si godeva tutte quelle coccole.

Si era lagnata spesso con la madre per quella prospero- sità. E la donna ogni volta le aveva detto che
avrebbe dovuto lamentarsi se fosse stato il contrario, perché 'agli uomini piace il seno grande'. Parole
che non la consolavano affatto. Lei già sapeva bene quanto piacesse agli uomini il suo seno. E questo
le provocava solo un gran disagio. Soprattutto alle interrogazioni alla cattedra, quando il professore di
storia pareva proprio che non potesse fare a meno di fissarglielo per tutto il tempo.

Ma dovette riconoscere che questa volta non aveva provato il fastidio di sempre. Che non si era
incollerita. Continuava a tenere il capo chino sul gatto, grattandolo dolcemente sulla testolina, per
superare quel momento d'imbarazzo. Ma, non poteva negarlo, provava anche una strana sensazione di
compiacimento: quello di sapere che c'era almeno una parte di lei che poteva piacere ad un ragazzo
così attraente.

In quell'istante un parlottìo prese corpo in fondo al vicolo.

«E dove vai tu, tutta agghindata?! Quasi non ti ricono- scevo!». La voce rauca del vecchio Rocco era
carica di meraviglia. «Dio mio, non sembri proprio tu!».

Seduto sulla sua vecchia seggiola impagliata, l'uomo grattava con il suo bastone di legno le pietre
difformi che pavimentavano lo spazio dinanzi l' uscio di casa e tirava boccate di fumo dalla sua pipa.
Era un vecchietto piccolo
di statura e con un viso dai lineamenti morbidi che espri- mevano la sua bontà d'animo. Si era seduto
fuori per godere di quel bel sole, frattanto che Maria, la moglie, non rientrasse dalla Messa. La donna
gli aveva dato il compito di girare di tanto in tanto il ragù che ribolliva a fuoco lento sulla stufa a legna.
Si occupava sempre lei di queste faccen- de e in Chiesa ci andava la mattina presto. Ma quella
domenica un malore momentaneo le aveva impedito di partecipare alla Messa delle sette. Era anche
stata sul punto di rinunciarvi del tutto, visto che non avrebbe proprio voluto trovarsi in Chiesa per la
liturgia seguente, quando si sarebbero tenute delle nozze disapprovate da molti. Poi, seppure a
malincuore, aveva deciso di andarci. Era troppo religiosa per mancare anche una sola domeni- ca.
Maria era una donna mite ed accondiscendente che cercava di non fare mai nulla che potesse
dispiacere al Signore. E Gli rivolgeva una sola preghiera: 'Ti prego, mio Dio, fa che, quando arriverà il
mio momento, io possa finire i miei giorni nel calduccio confortevole del mio letto, senza sofferenze.
Magari nel sonno.'

Il vecchio Rocco si era da poco seduto, dopo aver girato per bene il ragù, e si stava crogiolando al
tepore di quella splendida arietta, certo che i raggi del sole lo avrebbero aiutato con i suoi reumatismi,
quando fu scioccato dalla metamorfosi di Milly.
«Be'?! Non mi rispondi, figliola?».
«Non ho tempo da perdere in chiacchiere stamattina, Rocco!»
Il vecchietto aggrottò la fronte. «Come?!... Non hai il tempo di rispondere a una domanda?!». Unì le
mani sul bastone, mentre con un cipiglio continuava ad esaminare,
incredulo, lo strepitoso cambiamento della ragazza.
«No! Ho fretta!», ribadì Milly, con tono brusco, chiu- dendo l'uscio di casa. La sua era la dimora più
umile di tutto il paese. Poi afferrò la manina della figlia, una dolcissima bambina di cinque anni, che
aveva sorriso affettuosamente a 'nonno' Rocco, senza fiatare.
«Nessuno è stato mai tanto sgarbato con il vecchio Rocco, finora!». La sua voce si era fatta più rauca
ed aveva preso un tono di rimprovero, tanto da richiamare l'attenzione della ragazza, che di certo era
l'ultima persona che poteva mostrarsi sgarbata nei suoi confronti.
Se non fosse stato per Rocco e sua moglie, lei, forse, non ce l'avrebbe fatta ad andare avanti.

«E scusa mo'! Non è che ti volevo offendere. È che veramente ho fretta. Siamo in ritardo!», gli parlava
senza fermarsi.
«In ritardo per cosa?!», insistette il vecchietto, con un'espressione ancora risentita.
«Quando torno. Quando torno ti spiego tutto, eh?». Gli aveva risposto, nascondendo il proprio sguardo
un po' ovunque per evitare di incrociare quello di Rocco.
La bambina, invece, non riusciva ad evitare di guardar- lo, cogliendo il rammarico scolpito sulla sua
faccia tonda e piena di pieghe del tempo passato. Serena, chiamata un po' da tutti Serenella, avrebbe
voluto staccare la sua manina, stretta come in una morsa dalla madre, e corrergli incon- tro, per sedersi
sulle sue ginocchia, come faceva spesso, e raccontargli tutto il loro programma segreto. 'Perché
offenderlo, „nonno‟ Rocco? Basta fargli giurare di non dire nulla a nessuno.' Pensava la bambina. Ma
non aveva il coraggio di aprire bocca. Era una creatura dotata di una notevole intelligenza e quindi in
grado di capire sempre al
volo quando non era il caso di contraddire la sua giovanis- sima madre.
Milly le aveva raccomandato mille volte di non farsi scappare nulla di bocca durante il tragitto fino alla
loro destinazione segreta. E a qualsiasi domanda, da parte di chiunque, per non sbagliare, avrebbe
proprio dovuto evitare di rispondere. L'ultima volta che glielo aveva ripetuto, prima di aprire la porta di
casa, aveva anche aggiunto: «Tu fai conto di avere dell'acqua in bocca che non puoi ingoiare e non
puoi sputare». Nervosamente, le aveva sistemato per l'ennesima volta il colletto ricamato del vestitino
che stava già a posto ed aveva aggiunto: «Fino alla chiesa di San Rocco, ovviamente. Arrivate lì, poi lo
sai…».
«Sì, mamma. Non ti preoccupare, lo so a memoria. Dài, andiamo!», aveva concluso la bambina,
guardandola con i suoi occhietti vispi. Nella piccola c'era solo il desiderio che quella 'cosa' si facesse
presto. Perché, da quando era iniziata quella domenica, la sua mammina non sembrava più lei. In tutti i
sensi possibili e immaginabili.
Certamente piacente come lei non l'aveva mai vista. Ma anche nervosa, agitata e distratta come non
mai. Infatti Milly aveva sempre fatto tutti gli sforzi umanamente possibili per mostrare a sua figlia una
situazione più rosea di quella che erano realmente costrette a vivere.

Non affatto bella: bassina, tratti del viso minuti e capelli scuri raccolti sempre in una coda di cavallo, il
suo nome di battesimo era Emilia, ma da ventidue anni, cioè da sempre, tutti la chiamavano Milly.
Riceveva spesso aiuto, in vari modi, dalla gente del suo vicolo. Ma non si era mai sentita umiliata per
questo. Milly il padre lo aveva a stento cono-
sciuto. Quando sparì, la madre le spiegò che era andato in Svizzera per lavoro. Ma lei non lo aveva mai
visto tornare per Natale come i papà emigranti delle sue compagne di scuola. Né aveva mai visto
arrivare un soldo che potesse sollevarle dalla miseria. Per sopravvivere, la madre faceva i lavori più
umili. E lei, tutte le notti, la sentiva piangere prima di addormentarsi.
Quando la donna morì, Milly aveva solo dodici anni. Si ritirò dalla scuola perchè ereditò i lavori della
madre. Ed ogni notte, fissando il soffitto, ricordò quei pianti, ma non versò mai neppure una lacrima.
A sedici anni, s'innamorò perdutamente di un ragazzo di ventidue, Nicola, che veniva da fuori a
vendere la frutta con la sua bancarella, alla fiera della domenica in piazza San Rocco.
Appena il ragazzo seppe che Milly viveva da sola, cominciò ad insistere perché lo ospitasse una sera a
casa. Lei era restia, temeva di sbagliare. Se qualcuno l'avesse vista si sarebbe rovinata la reputazione.
Non aveva dimen- ticato tutto ciò che la madre le aveva insegnato in fatto di onore. Ma un giorno,
stanca di sentirsi sempre così tre- mendamente sola, pur sapendo di sbagliare, acconsentì alle
insistenti richieste del ragazzo che amava.
'C'è almeno uno che mi ama, che vuole stare in mia compagnia, che non mi chiama solo per farsi pulire
la casa o il porcile!'

Nicola non era un ragazzo ricco ma tirava avanti bene. Aveva una sufficiente disponibilità economica.
Non abitava in una casa particolarmente lussuosa, ma quando si guardò intorno nel sottano di Milly,
vide cos'era la miseria, e si sentì un benestante.
'Ma chi se ne frega, se è così povera! Che importa se la sua casa assomiglia alla mia cantina! ' , pensò,
guardandola
dolcemente negli occhi. 'Quello che conta è che sia pulita lei e il posto dove ci stenderemo per scopare
'.
Cominciò con tenere carezze che Milly scambiò per coccole affettuose, quelle che non riceveva più da
un pezzo. Poi, quando si sentì infilare una mano tra le gambe, fu come se improvvisamente si fosse
svegliata da un bel sogno. Si ritrasse.
«Che ti prende?! Fai la brava!», grugnì Nicola, bloccan- dola e mettendosi su di lei, mentre
velocemente slacciava i jeans. «Non ti preoccupare…sarà bellissimo». Nicola cominciò quasi subito a
penetrarla. La madre le aveva ripetuto spesso che se una ragazza perde la verginità non trova più
marito.
«No! Non voglio!».
«Non vuoi?!», chiese Nicola, senza smettere di tentare di farsi strada.
Milly era in preda al panico. «Non posso! Non devo perdere la mia verginità! Non troverei più marito!».
«Rilassati. Ti sposo io», si affrettò a rassicurarla, acca- rezzandola.
«Mi sposi?». Milly era sbalordita da quella dichiarazione che le riempì il cuore di gioia e le rese, ad un
tratto, più sopportabile anche il dolore.
«Sì… Sì... Certo che ti sposo… Ti sposo…Ti sposo».
Nicola sentì il corpo di Milly rilassarsi, i suoi muscoli tesi ammorbidirsi. Capì che stava pronunciando le
parole magiche.
«Ti sposo! Ti sposo quando vuoi tu!», ripeteva. Alle parole seguivano versi strozzati dal piacere. Milly
stringe- va i denti per il dolore ed asciugava frettolosa le lacrime che non riusciva a trattenere e che non
voleva Nicola vedesse. Temeva di preoccuparlo e di rovinargli quei momenti di intenso piacere.
«Oh, sì che ti sposo! Ma adesso lasciati andare del tutto». Spingeva sempre più forte. «Eccome se ti
sposo».
Milly s'immaginò in uno splendido abito bianco, mentre raggiungeva il ragazzo che amava davanti
all'altare di san Rocco, e mentre tutti gli abitanti del paese le sorride- vano con le lacrime di gioia agli
occhi. E le pareva quasi di sentirla la gente del suo vicolo. «…E brava, la nostra piccola Milly! Brava,
hai trovato un buon marito!». Poi pensò che avrebbe lasciato quel tugurio. E soprattutto che non
sarebbe mai più stata sola. Temette che il suo cuore potesse scoppiare di gioia. Si lasciò andare del
tutto. Nicola lo sentì e cominciò a spingere sempre più forte, e sempre più veloce. Il dolore per Milly si
fece lancinante. Vedeva il soffitto e le pareti sporche del suo sottano girarle intorno. Poi, si sentì lei
stessa girare in un turbine di dolore.
«Eccome se ti sposo! Ti sposo tutte le volte che vuoi!», gridò Nicola ad un certo punto, mentre il suo
corpo ebbe come un sussulto prima di abbandonarsi su quello di Milly. La ragazza sentiva ancora
dolore, ma il lungo respiro soddisfatto e i ripetuti ansimi di lui sul suo collo le fecero pensare che
andava tutto bene, così asciugò velocemente anche le ultime lacrime.
I loro incontri continuarono. Ma lui non parlò più di matrimonio.
Un giorno, ad uno dei loro appuntamenti, Milly non si fece trovare nella solita sottana di pizzo rosso,
l'unico dono che le avesse mai fatto Nicola.
Quando lui entrò, usando come al solito le sue chiavi, la trovò vestita e seduta al tavolino della cucina
ad attenderlo con un impressionante pallore al viso e delle evidenti occhiaie.
«Che, stai male?!», le chiese seccato.
«Sono incinta», gli rispose lei con un filo di voce.
«CHE?!», l'aggredì l'uomo dei suoi sogni.
«Mi spiace, so che non avresti voluto organizzare il matrimonio di fretta e furia, che avresti preferito fare
le cose con calma. L'ho sempre immaginato…»
Lui la guardava incredulo. «Ma tu scherzi o parli sul serio?!».
«Come?».
«Matrimonio?! Ma quale matrimonio!!... Hai qualche fesso che ti sposi?!».
Milly sentì seccarsi la gola, non riusciva a deglutire.
«Tu…tu mi sposi!», si sforzò a dire, riuscendo a malapena a trovare un po' di fiato.
«Io?!» Nicola rise. «Tu devi esserti ammattita!» Si fece serio.« Io non mi sposo. E comunque…», la
guardò con disprezzo, «…non con una come te!».
Milly si sentì come trafiggere da innumerevoli lame. Si sentì stringere la gola da una mano possente,
fino a perde- re il respiro. Si piegò su sé stessa, tentò di riprendere fiato e un filo delle sue forze per
dire l'unica cosa che le veniva in mente in quell'istante. «Io…io aspetto…tuo figlio».
Nicola la stava fissando, mentre sulla sua faccia pren- deva forma un'espressione di disgusto.
«E chi lo dice che è mio figlio!».
«Come sarebbe …?».
«Una come te, che è libera di ospitare in casa chiunque, giorno e notte…». Le si fece più vicino.
«…Una che non ho mai capito bene come si mantiene… Eh?!». Batté un pugno sul tavolo.
Milly sobbalzò. Stava pensando ai porcili che puliva tutti i giorni e di cui non aveva mai avuto il coraggio
di parlargli. Perché se ne vergognava troppo.
E intanto lui l'aveva creduta capace di chissà quali cose. 'Mio Dio! L'unico maiale con il quale mi dovrei
vergogna- re di avere avuto a che fare sei proprio tu!'.
In quel momento, la sensazione di soffocamento divenne insopportabile nausea. Si alzò e corse come
una furia in bagno a vomitare. Le girava ancora la testa e lo stomaco, avrebbe voluto raggiungere il
letto, ma decise di tornare da lui. Doveva fare un altro tentativo. Doveva chiarire le cose. Sperava in un
terribile equivoco. Sperava fosse tutto un errore. Così raccolse di nuovo le forze. Si sentiva a pezzi ma
tentò di darsi un contegno, prima di ripresentarsi in cucina.
Ma la cucina era vuota. Nicola era già sparito.
Avrebbe voluto scoppiare a piangere, ma non vi riuscì. Continuò a rimettere per tutta la notte, mentre
nella sua mente riecheggiavano i pianti della madre.
9

«A prima vista, riusciresti a dire che è Milly quella che avanza in tutta fretta?», domandò Anna,
osservando, in fondo al vicolo, la ragazza che camminava a passo svelto, tirando sua figlia per mano.
«No. Ma di certo potrei giurare che il vestito che indos- sa è di mia moglie».
«È anche molto bello».
«Davvero non capisco… Anche a lei piaceva tanto».

Entrambi continuarono a fissare la ragazza, che quasi li aveva raggiunti.


«E non credo si sia trattato di un prestito. Viste le modifiche apportate, di certo Alice non potrà più
indos- sarlo».

Qualche settimana prima Milly aveva pregato Alice di aiutarla. Le aveva detto di avere un incontro
importante, senza specificare altro. Né la ragazza le aveva mai chiesto di rivelarle quando, dove e
soprattutto con chi avrebbe dovuto incontrarsi. Si era solo preoccupata di scegliere nel suo guardaroba
il capo più adatto a Milly. E quando gli occhi di entrambe erano finiti sull'abito più bello, Alice, senza
pensarci troppo su, l'aveva afferrato e glielo aveva offerto. Era un vestito di seta bianca con rose rosse
che parevano dipinte. Insieme, avevano poi provveduto a stringerlo ed accorciarlo per renderlo perfetto
per Milly.
Alla fine Alice le aveva dovuto prestare anche borsa e scarpe con il tacco. E per queste non c'era stata
altra
soluzione che inserire dell'ovatta alla punta. Poi Milly, per il trucco e per l‟acconciatura, si era fatta
aiutare da un'altra amica, Rosaria: una giovane ragazza che da qualche mese lavorava in un salone
per signore.
Avevano fatto varie prove nei giorni precedenti. Alla fine la scelta era caduta su un trucco leggero ma
luminoso. Per i capelli avevano abolito la soluzione dei bigodini ed avevano optato per una chioma
sicuramente libera dalla sua solita coda di cavallo ma comunque liscia e leggera.
Quando, quella domenica mattina, alla fine dei lavori, Rosaria prese uno specchio e glielo mise davanti,
l'immagine di sé stessa che Milly vide riflessa la commosse. Si costrinse a trattenere le lacrime, per non
rovinare tutto il lavoro. Ma afferrò le mani della sua amica e prese a baciar- le. «Hai fatto un miracolo!
Non sono mai stata così, in tutta la mia misera vita».
«Smettila Milly! Quale miracolo?! Non ho fatto nulla di più di ciò che faccio tutti i giorni alle clienti del
salone». Poi, guardò compiaciuta il buon lavoro svolto e sorrise.
« Ho solo messo in luce la tua bellezza. Quella che forse non hai mai saputo di avere».

Quando Milly lasciò la casa dell'amica era ancora mattino presto. Percorse velocemente i vicoli fino a
casa. Giunta nel suo basso, controllò che la bambina stesse ancora dormendo e poi corse a
specchiarsi di nuovo. All'interno delle ante del suo vecchio armadio c'erano due specchi lunghi così
poté mirarsi dall'alto in basso. Decise che le mani di quella ragazza dovevano essere per forza fatate.
Poi considerò che Alice aveva scelto l'abito più bello da regalarle e provò molta gratitudine.
Il rosso delle rose di quel vestito ravvivava il suo viso, solitamente pallido. Ed il modello dal taglio
avvitato, insieme ai tacchi, che lei non portava mai, la slanciava di molto.
Sarebbe potuta restare ad ammirarsi per ore. 'Mi sembra di guardare un'altra persona. Altro che la
solita Milly: la stracciona di sempre.'
Ed era vero. Quella non era la ragazza che ogni mattina, prima dell'alba, dopo aver dormito solo cinque
ore, il tempo e la voglia di guardarsi allo specchio non ce l'aveva neppure.
Quella miserabile che doveva correre a pulire stalle e porcili.

«Ehi, voi siete più signori di me!», esclamava qualche volta, quando non ne poteva più. «È vero che
vivete meno, ma almeno, per il tempo che ci siete, mangiate, sporcate e avete anche chi vi pulisce
casa. Cioè io!». Stringeva i denti.
«Maledizione! A me la casa non l'ha mai pulita nessuno!». Un giorno, dopo aver sistemato un porcile ed
aver messo del cibo davanti ai maiali, prima di andar via, li fissò per qualche istante. Poi, mentre questi,
non curanti della sua presenza, consumavano velocemente il loro pasto, disse:
«Ehi voi, sapete, si potrebbe fare un nuovo detto: „Meglio un giorno da maiale che cento giorni da
Milly!‟»

Ma le cose adesso sarebbero cambiate. Lo sentiva che da quella domenica tutto sarebbe stato diverso.
Così si diede un'ultima occhiata. Provò piacere e soddisfazione e si disse: «Comunque andrà, almeno
oggi posso dire: „Meglio un giorno da Milly!‟».
Cercava di avanzare a passo determinato, prendendo qualche storta ogni tanto, tradita dall'ovatta.
Trascinava la piccola, nel suo abito di velluto blu con colletto di merletto bianco, che faticava a tenere il
passo. L'aria era troppo mite per indossare un abito di velluto. Ma Milly non avrebbe mai potuto
prevedere una temperatura del genere il ventitrè di novembre. Come tutto il progetto, anche l'abito di
Serena era stato preparato anzitempo. Era il vestitino più elegante che era riuscita a procurarsi. Glielo
aveva regalato Maria. Alla sua unica nipotina non stava più; lo aveva comperato la nuora alla sua
piccola per il giorno di Natale di due anni prima.
Invece a Serena, più piccola di un anno e mezzo, andava a pennello. Era elegantissima.

«…Allora, ti ricordi tutto quello che ti ho spiegato?».


«Sì, mamma».
«…Sicuro?».
«Sì! Devo ripeterlo di nuovo?».
Milly aveva subito notato la presenza di Anna e Marco.
«No! Dopo! Dopo lo ripeterai di nuovo».

Erano a pochi passi dai due ragazzi che continuavano ad osservarle esterrefatti.
«Buongiorno. E…complimenti!», esclamò Marco, sorridendo ad entrambe.
«Grazie», rispose lei, senza fermarsi. Poi, rivolgendosi ad Anna disse: «Ci vediamo presto a casa».
La ragazza annuì, sorridendole.
Lei e Sara andavano spesso a casa di Milly, che le acco- glieva sempre volentieri. Era molto piacevole
il tempo che trascorrevano insieme. Sara tirava fuori il suo pacchetto di Multifilter e lo poggiava sul
tavolino malconcio. Comin- ciavano, così, subito a fumare. Poi le due prendevano a parlare di ragazzi e
delle cose più divertenti che capitavano a scuola. E Milly rideva di gusto. In quei momenti spariva- no le
pareti sporche, i pavimenti scheggiati e la misera lampadina che penzolava triste dalla soffitta. Riusciva
a dimenticare anche la sua condizione di ragazza-madre.
In quei momenti si sentiva una di loro. Si vedeva seduta in uno di quei banchi e le pareva di vivere in
prima persona gli episodi divertenti che Sara ed Anna le raccontavano nei minimi particolari.
Quanto voleva bene a quelle due ragazze! Quanto era loro riconoscente per quelle visite!
Pensava spesso che avrebbero potuto trascorrere quel tempo in piazza, come tutte le altre giovani del
paese. Ed invece si contentavano di stare con lei e Serenella in quella stamberga.
Il massimo che poteva offrire loro, ogni volta, era una scodella di pomodori all'insalata. Un alimento che
non doveva comperare: glieli regalava una delle contadine dalla quale andava per lavoro.
«Sei grande Milly! Nessuno è capace di preparare i pomodori all'insalata come te», le diceva Sara ogni
volta, mentre Anna annuiva, con il capo chino sulla sua scodella. Lei lo sapeva che esageravano per
farla sentire una perfetta padrona di casa. Ma quei complimenti la rendeva- no comunque felice. Solo
loro, almeno per quel poco di tempo ogni domenica, riuscivano a regalarle momenti di serenità e
spensieratezza. Milly era più grande delle due ragazze. E mostrava di possedere un enorme senso del
dovere e soprattutto di avere la maturità necessaria per allevare da sola una bambina, ma le bastava
poco per tornare ai suoi sedici anni. L'età in cui si era fermato il suo tempo.
«E…dove ve ne andate di bello?», domandò perplesso il ragazzo. Quello della sua vicina era un
atteggiamento davvero insolito.
Lei rispose con un'alzata di spalle ed affrettò il passo, trascinandosi la bambina. Serena intanto fissava
Marco che, incuriosito più che mai, la stava interrogando insi- stentemente con lo sguardo. La piccola
non ricordava bene da quando, ma era certa di essere la sua fidanzata e non se la sentiva di fargli uno
sgarbo. «Stiamo andando in chiesa…», cominciò. Ed avrebbe proseguito volentieri, ma Milly la
strattonò, guardandola severamente.
I due erano rimasti impalati a guardare le loro spalle allontanarsi velocemente.
Intanto il vecchio Rocco si era alzato dalla sua seggiola e, aiutandosi con il bastone, si era avvicinato
alla casa di Alice.
«Che ve ne pare di questa storia? Avete capito dove vanno tutte eleganti quelle due?».
Marco lo guardò. «In chiesa», gli rispose perplesso.
«Che?!». Rocco era incredulo. «Quale chiesa?! Che chiesa?!». Quasi balbettava.
«A San Rocco», rispose Anna.
Il vecchio si poggiò con entrambe le mani sul bastone.
«Oh, Signore! Ma dove sta portando quella creatura?! È impazzita?!» .
Marco fissò Anna. «Siamo certi che tu e la mia nipotina non ne sapevate nulla?!».
«Giuro». Gli occhi di Anna apparirono più limpidi che mai.
«Che succede?». Alice e Sara si erano appena affacciate al balconcino.
Marco alzò lo sguardo sulla moglie.
Sara si avvicinò all'orecchio della zia. «La cosa è seria. Si
è addirittura alzato Rocco dalla sedia».
Alice le mollò uno schiaffetto sulla spalla, sorridendo.
«Ma smettila! Possibile che hai sempre voglia di scherzare, tu?». Riportò il suo sguardo di sotto. «Si
può sapere qual- cosa?!».
Marco la fissò. «Forse ne sai più tu di noi».
«Io?! E di cosa?».
«…È passata pochi minuti fa Milly con la bambina…»
«E allora?».
«Aveva addosso il tuo abito più bello...».
«Ah, sì?» Alice sorrise. «Allora era oggi il grande gior- no».
«Davvero sapevi?!». Marco era sorpreso.
«Cos'è sta' storia?», chiese Sara. «A me e ad Anna non ha raccontato nulla. Che stronza!!».
«Vieni di sotto, Alice!», le ordinò Marco.
Dopo un minuto erano tutti nel vicolo. Alice ripeté esattamente quello che aveva già spiegato giù per le
scale a Sara. «Niente. Neppure a me ha detto nulla. Ho capito che doveva avere un appuntamento
molto importante dal fatto che si è impegnata tanto nei preparativi. Basta».
«E basta?».
«E basta. Marco, ma cosa succede?». Ci fu un istante di silenzio.
Poi Sara osservò:«Ha portato la figlia con sé ad un appuntamento? Che strano!», guardò Anna e
scosse lievemente il capo.«Ma davvero non ha capito niente della vita sta‟ ragazza!».
Alice scrutò gli altri, chiudendosi meglio nella sua vestaglia da camera. «Insomma, si può sapere qual è
il problema?!».
«Non sappiamo bene. Forse è soprattutto questo. Di fatto c'è che Milly e Serena erano dirette tutte
agghindate in chiesa. Abbiamo motivo di pensare che Milly fosse interessata alla Messa che si sta
tenendo a San Rocco».
«Marco, dici davvero!!».
Il ragazzo fece un cenno con la testa.
«Sono stata una stupida, dovevo chiederle, farmi dire…avrei potuto dissuaderla», Alice prese la mano
del marito.
Sul viso di Sara comparve un'espressione di disappun- to.«Lascia perdere, non è da te impicciarti dei
fatti degli altri. Piuttosto pensiamo al da farsi. Bisogna fermarla fin che siamo in tempo».
«Sara ha ragione», dichiarò Anna. «Chi se ne deve occupare?».
La ragazza la guardò. «Decidi tu velocemente, conside- rando che Rocco non è riuscito a superare le
selezioni per le ultime olimpiadi, Alice è incinta, e Marco…», le sorrise
«…Marco è un uomo. E in questi casi, è meglio tenere gli uomini lontani».
«Restiamo noi due».
«Caspita, sei veloce! E adesso ci diamo una mossa?!».
Anna diede un'occhiata all'orologio. «Cavolo! Io sono già in ritardo. In questo momento mamma starà
deside- rando di ammazzarmi».
Gli occhi di tutti si portarono su di lei.
«E quindi?», accigliò Sara.
«Ma lo sai che la domenica mattina devo andare ad aiutare i miei. È tassativo. Accidenti, adesso al bar
ci sarà già un casino!».
Sara incrociò le braccia. «E va bene! Lasciamo che le cose vadano come vadano!». Controllò l'orologio
sul polso. «Se le vostre previsioni sono esatte, tra non molto Serenella assisterà alle nozze del padre.
E Milly…Milly chi lo sa cosa farà. Sicuro si beccherà un'altra grossa umiliazione».

Alice, Marco e Rocco fissavano Anna, che intanto, stava immaginando la folla al bar dei suoi genitori
che attendeva per il caffé ed in particolare i clienti che freme- vano al banco dei dolci, quelli che tutte le
domeniche toccava a lei servire. Vide sua madre esausta, mentre agitatamente si muoveva tra il
bancone dei dolci, quello dei caffé e la cassa. 'Devo scappare, altrimenti i miei davvero mi uccidono
oggi!'
Scosse lievemente il capo, alzò gli occhi verso i loro sguardi ansiosi e, dopo qualche istante, diede uno
spinto- ne a Sara. «Ci muoviamo, prima che sia troppo tardi?!».
10

Intanto Milly procedeva per la sua strada a ritmo sostenuto. Dopo aver controllato l'ora, rallentò un po' il
passo. Si era resa conto di essere perfettamente nei tempi. Aveva poca strada oramai. Sarebbero state
in chiesa nel momento in cui sarebbero dovute esserci. Milly guardava avanti a sé, mentre la sua
immaginazione prese a volare. Prima di tutto vide, con gli occhi della mente, tutta l'area vuota, come
non mai.
Soltanto in fondo, dinanzi alla maestosa chiesa, che faceva da fondale suggestivo alla grande piazza,
vide campeggiare una folla gioiosa.
C'era un matrimonio. Si sposava la figlia del primo cittadino. Un pensiero contorto portò Milly a credere
che tutti i lionesi l'avessero tradita. Che tutto il paese si fosse precipitato a prendere posto in chiesa e
anche fuori, pur di poter assistere a quelle nozze. Perché alla fine si erano tutti schierati dall'altra parte.
Dopotutto nell'abito bianco c'era la figlia del sindaco. Lei, invece, era solo Milly. Milly la serva.
Qualcuno le aveva riferito che il padre della sposa, pur non essendo molto soddisfatto dell'uomo scelto
dalla figlia, aveva comunque deciso di organizzare delle nozze in grande stile. Dopotutto si trattava
della sua principessa. Prendendo spunto da questo dato, la sua mente cominciò a farneticare.
Almanaccò che il sindaco avesse approfitta- to della sua posizione ed avesse strafatto. Immaginò tre
lunghi tappeti di moquette rossa che, partendo dai punti principali, correvano lungo tutta la piazza, fino
ai gradoni della chiesa, dove, unendosi in uno solo, raggiungevano
l'altare. Nello spiazzale, all'esterno della chiesa, vide allestito un ricco buffet con ogni ben di Dio, da
bere e da mangiare: un rinfresco per tutto il paese. Così anche i conoscenti, non invitati a partecipare al
banchetto che si sarebbe tenuto in un rinomato ristorante ai laghi di Mon- ticchio, avrebbero potuto
brindare con gli sposi. Tra le tante squisitezze, vide decine di bottiglie di champagne nei secchielli pieni
di ghiaccio e centinaia di coppette colme di fragole rosse al limone. Le venne l'acquolina in bocca.
'Maledizione! Dove diavolo avranno trovato tante fragole in questo periodo?!'
Scosse la testa, mentre Serena la guardava perplessa. Passò oltre e vide enormi vasi con superbe
composizioni floreali: orchidee e boccioli di rose bianche: i fiori preferiti da Nicola.
Ricordò che nei giorni in cui il suo amore le andava a fare visita, lei si procurava a volte tre e a volte
cinque rose bianche che disponeva in un boccale sul tavolo. In pochi minuti prendeva a diffondersi un
piacevolissimo profumo che riempiva tutto l'ambiente. Sistemava con cura quelle rose, illudendosi che
potessero camuffare almeno un po' lo squallore del suo basso.
Tornò con la mente alla cerimonia ed immaginò una decina di camerieri, rigorosamente in divisa, pronti
a servire da bere. Ed infine un maître intento ad accogliere, con un fare di gran classe, chiunque si
fosse anche solo avvicinato ai gradini della chiesa. „Chissà che divertimento quando accoglierà me e
Serena. Non vedo l'ora.‟ Pensò con cinismo. 'E tutti quei camerieri rimarranno di certo delusi. Quando
avrò finito, non ci sarà un solo bicchieri- no da servire. Quel fiume di Champagne potrà servire solo a
padre e figlia per annegarvi dentro'.
Quest'ultimo pensiero mise elettricità ai suoi piedi che accelerarono impulsivamente.
«Ti ho persuasa a seguirmi, ma adesso quasi mi verreb- be voglia di non fermare Milly. Anzi, di correre
ad assicu- rarmi un posto in prima fila. Immagina il divertimento, se ha in mente quello che penso, ci
sarà di che spassarsi. Finalmente quei due stronzi avrebbero quello che si meritano dinanzi a tutti gli
invitati, a tutta la gente presen- te». Il disprezzo nella voce di Sara era palpabile.
Anna inspirò profondamente senza rallentare il passo.
«Sì. Ma per Milly sarebbe solo una momentanea soddisfa- zione, dopo non le resterebbe che cercare
un angolo dove nascondersi a leccare le sue ferite».
«Maledetti!», ringhiò Sara. Poi allungò lo sguardo.
«Anna, dobbiamo correre, quelle due neppure si vedono».

Milly e la bambina erano finalmente giunte all'imbocco di piazza San Rocco. Le fece uno strano effetto,
quasi fosse la prima volta che vedeva quello scenario.
«Ci siamo quasi».
Si fermò qualche istante. Serenella era stanca di tenere il passo. Stava sudando in quell'abitino
pesante. La madre la guardò: alcuni dei suoi riccioli si erano appiccicati alle tempie. «Mio Dio! Non puoi
apparire così. Devi essere perfetta», disse con tono ansioso, prendendo dalla borsa un candido
fazzoletto e cominciando subito a tamponarle le goccioline di sudore sulla fronte. Le sfilò le mollette dai
capelli, le passò le mani tra i riccioletti, e poi gliele risi- stemò.
«Se non mi vede ordinata, papà non mi porta con lui?».
«E no!».
«E non possiamo finalmente essere una famiglia felice».
«E già!».
«Mamma, ma tu sei proprio sicura che passerà poco
tempo prima che il mio papà chiami… chiami anche te a vivere con noi?». Sul visetto di Serena
apparve un'espressione triste. «Perché io… non voglio stare in un paese lontano, senza di te».
La bambina neppure lo conosceva quell'uomo, se non attraverso i racconti della madre. E Milly aveva
fatto tutto il possibile per costruire nell'immaginazione della figlia una figura perfetta: esattamente come
quella che, da piccola, aveva avuto lei di suo padre.
Milly s'inginocchiò dinanzi alla bambina. «Tesoro, tu devi fare questa cosa. Mamma lo sa che è difficile,
ma, come ti ho già spiegato tante volte, è l'ultima opportunità che abbiamo. Se tu non fermi tuo padre,
la signorina cattiva se lo prenderà per sempre».
Serenella annuì. Milly le diede un bacio sulla fronte e si rialzò per ricominciare a camminare.

Notò subito che non c'era alcun tappeto di velluto rosso, né buffet, né camerieri e maître. E al contrario
di quanto aveva immaginato, i lionesi come tutte le domeni- che mattina popolavano armoniosamente
la piazza. I più curiosi si erano portati davanti alla chiesa solo quando era arrivata la sposa, per
ammirare l'abito bianco. Ma questo era un fatto abituale. Era un rituale dedicato sempre ad ogni sposa.
Anna e Sara erano giunte già in mezzo alla grande piazza senza riuscire a vedere Milly e Serena
neppure in lontananza. Pareva si fossero dileguate nel nulla. Avevano chiesto a molti, ma nessuno le
aveva viste passare. A questo punto, Sara cominciò ad avere qualche dubbio. E sperò fortemente che
si fosse trattato solo di un enorme fraintendimento.

In realtà, Milly aveva pensato bene di percorrere il tragitto costeggiando tutto il laterale sinistro e
tagliare la strada solo alla fine, attraverso i giardinetti, per portarsi esattamente dinanzi ai gradoni della
chiesa. Avrebbe evitato così tutta la gente, la loro curiosità e le domande indiscrete.

Le previsioni si erano rivelate giuste. Si trovarono, senza essere viste, a salire quei gradoni.
Lì, incrociò i primi conoscenti, che la guardarono perplessi. Ma in quel momento la ragazza neppure li
vedeva. D'improvviso fu invasa dal panico. Il cuore le batteva forte e le gambe parevano non farcela
più. 'Cosa accadrà dopo? Che ne sarà di me, se Nicola veramente ama lei? E se prenderanno
Serenella con loro? Se mi toglieranno mia figlia? E se stessi commettendo un errore? Un grave
errore?'. Cento dubbi le affollarono la mente. Cominciò a girarle la testa. Fu come se, intorno a lei, tutto
fosse avvolto da una nebbia che aveva preso ad offuscarle anche il cervello.
Mancavano un paio di gradoni e pochi passi all'ingresso in chiesa, quando la sua spalla fu raggiunta
dalla presa decisa di una mano.
«Che stai facendo Milly?!».
Il suo cuore ebbe un sussulto, mentre lei immobile non ebbe la forza di voltarsi.
Serenella salutò Sara con un sorriso mesto. La bambina era concentrata. La madre le aveva detto che
non doveva permettersi distrazioni. Doveva essere pronta a lanciarsi verso l'altare nel momento in cui
le avesse stretto la mano. La stretta di mano: il segnale che le avrebbe indicato il preciso istante in cui
doveva agire. La piccola sapeva che non doveva sbagliare il momento, perché tardare anche di
qualche secondo avrebbe potuto significare la fine di tutto.
Ogni volta che la madre gliene aveva parlato, a Serenella era sembrato abbastanza semplice; invece
adesso era tesa, preoccupata, quasi tremante. Ma sempre convinta di non voler deludere la sua
mammina.

Sara ed Anna si erano subito portate davanti a Milly. La stavano fissando negli occhi. Era ben
preparata, come non l'avevano mai vista, ma in quegli occhi c'erano le tracce del dolore di sempre.
«Allora Milly, che hai intenzione di fare?!». Sara la fissava in attesa di una risposta.
Lei scosse il capo. «Ragazze, non posso perdere tempo!
Non posso arrivare tardi!».
«Tardi per cosa?!», chiese Anna.
Milly scosse di nuovo il capo. «Niente, lasciate perdere». Cercò di proseguire, salendo gli ultimi
gradoni. Ma Sara le si parò ancora davanti. «Non possiamo lasciar perdere. Ti vogliamo bene».
A Milly vennero le lacrime agli occhi.
La ragazza continuò:«Non possiamo permettere che tu ti faccia del male. Perché, ovviamente, è solo
questo che potresti fare».
«Peggio di così non può andare!», puntualizzò lei. «A questo punto, 'o la va o la spacca!'».
Si muovevano a piccoli passi, ma, inesorabilmente, giunsero all'ingresso. Le porte erano spalancate.
Diversi conoscenti presero ad osservarle. Ma nessuna delle tre se ne curò.
«Capito?! 'O la va o la spacca!‟».
«Temo proprio che 'la spacchi '!», sospirò Anna.
Sara le afferrò un braccio. «Perdio, Milly, ma se avevi intenzione di agire, perché non ti sei mossa
prima? Hai lasciato che passassero questi cinque anni così…»
«Sono stata una stupida!», la interruppe la ragazza.
«Questo non è detto! E comunque, adesso è troppo tardi!».
«Non mi interessa niente! A questo punto, ci devo provare. Meglio tardi che mai!».
«Non essere irragionevole, Milly!». Anna sentiva che non ce l'avrebbero fatta.
«Ma di che v'impicciate!».
L'eco della voce del parroco dall'altare giunse fino a loro. All'interno della Chiesa si stava procedendo
nella celebrazione del matrimonio.
«Dobbiamo parlare un attimo con calma, Milly. Poi farai quello che vuoi», sentenziò Sara.
«Accidenti! Ma sei tosta?!». Milly si morse il labbro. « In questo momento non mi interessa quello che
avete da dirmi! Non ho tempo! Sono in ritardo! Fatevi da parte!».

Sara incrociò le braccia e si spostò lentamente. Anna subito le si accostò. «Ma come?! La lasciamo
andare?! Finisce così?!», le chiese allarmata e incredula al contem- po.
«Finisce così!», confermò lei, restando immobile a fissare le spalle di Milly e della sua bambina per
alcuni tristi secondi.
11
Presa da un incontrollabile nervosismo, Milly diede gli ultimi passi che la portarono all'interno della
chiesa; tra le stesse mura dove si era sempre sentita avvolta da una pacata amorevolezza e da una
piacevolissima sensazione di pace.
Ma in quel momento neppure se lo ricordò.
Il cuore le saltò in gola facendole mancare il respiro. Le gambe le tremavano senza tregua. Aveva la
gola secca e la lingua pietrificata.
Non c'era la statua di san Rocco, della Vergine e di Gesù morente sulla croce a calmare la sua anima.
C'era solo un altare con due sposi inginocchiati davanti ad esso che stavano recitando le promesse
nuziali.

La ragazza rimase impalata nel bel mezzo della navata, con lo sguardo fisso sulla giacca blu dello
sposo, mentre sua figlia la guardava muta. Dalle ultime file, qualcuno si era già voltato, dando subito
inizio ad un brusio che non attese a serpeggiare di panca in panca. Mentre la voce del parroco, d'un
tratto, riempì tutta la Chiesa.

«…Io vi dichiaro marito e moglie…».

Quelle parole, come una lama affilata, trafissero violentemente Milly che di riflesso strinse, in uno scatto
involontario, la manina della bambina.
'Il segnale!', pensò all'istante Serenella.
Nell'aria immobile di quel momento solenne, si era già alzato il soave e commovente canto
dell'Avemaria. I genitori degli sposi, seduti sulle panche delle prime file, avevano le lacrime agli occhi e
Nicola e la sua consorte erano al culmine della gioia, nel giorno più bello della loro vita.
Intanto la bambina aveva già lasciato la mano della madre e si era fiondata verso l'altare, cominciando
subito a gridare con quanto fiato aveva in gola:

«PAPA'…! PAPA'…! PAPA'…!»

Il canto dell'avemaria non riuscì a coprire la sua vocina strillante. Tutti gli invitati si voltarono all'indietro,
anche quelli che ancora non si erano accorti di quelle presenze inopportune.
Nicola, invece, rimase di spalle, immobile. Lui non aveva bisogno di voltarsi per capire cosa stesse
accadendo. Invece la sposa, Onorina De Novellis, con un‟espressione stravolta in viso, ruotò
precipitosamente su sé stessa e rimase atterrita nel vedere quella creatura correre a braccia tese verso
il suo sposo. La sua carnagione chiara divenne cerea all'istante. E, semmai possibile, apparve a tutti
ancora più magra. Sgranò gli occhi, accentuando il ghigno naturale che aveva su quel viso già poco
piacente, e poi rimase immobile per qualche istante, prima di scoppiare in lacrime.
Il parroco, sulle prime, rimase come paralizzato dall'assurdità della situazione.
Tutti i presenti, invece, si erano alzati ed avevano lasciato i loro posti, per capire meglio cosa stesse
acca-
dendo e per vedere bene le scene che sarebbero seguite.
Anna e Sara dalle ultime file si stavano portando velocemente avanti, per tentare di recuperare la
bambina. Lo stesso si era precipitata a fare anche Maria.

Il parroco finalmente si era mosso, portandosi davanti all'altare. Nicola si era alzato e si era voltato.
Aveva un brutto cipiglio sulla faccia che si trasformò in una smorfia ostile quando vide Milly.
Mentre lei, che nel tentativo di afferrare la bambina si era portata più avanti, restava impalata sul
tappeto rosso con un'espressione di disperazione scolpita sul viso.
Quando Serenella raggiunse Nicola e gli strinse le braccine intorno alle gambe continuando a
chiamarlo papà, Milly si sentì mancare.
Lo sposo staccò con forza e rabbia la creatura, senza neppure accorgersi di quegli occhietti dolci che lo
fissava- no. Il suo sguardo minaccioso e rabbioso era fisso su Milly. Sentiva la sua sposa singhiozzare
e la vocina della bambina continuare a ripetere: «Possiamo essere una famiglia, papà!...».
Lui non la guardò un istante. «Io non sono tuo padre!».
Si limitò a dichiarare con durezza.
Poi la spinse tra le braccia del parroco. Subito dopo si mosse a passi lunghi e veloci verso Milly.
Era da un bel po' che non si vedevano, neppure da lontano. E in quell'occasione quasi stentavano a
ricono- scersi, entrambi così ben preparati.
Quando le fu abbastanza vicino, lei ebbe paura. Tutto stava accadendo troppo in fretta. La situazione le
era sfuggita di mano proprio quando si era ravveduta. Quan- do si era svegliata dal sogno. Ora si
sentiva come in caduta libera da un precipizio.
«Puttana!», prese a ripetere Nicola, ad ogni passo.
L'organista non aveva interrotto l'esecuzione dell'Avemaria. La chiesa era ancora riempita da quel
canto e la congrega non poteva sentire lo sposo, ma Milly gli leggeva sulle labbra.
Ancora due lunghi passi, ancora due volte 'puttana!'. Poi, prima che potesse rendersene conto, Nicola
le incollò uno schiaffo sul viso. La colpì con il dorso della mano. Milly sentì il suo naso spostarsi. Poi,
subito un lancinante dolore ed il sangue cominciò a scendere. La sua testa prese a girare, e ogni cosa
prese a rotearle intorno. Ti sposo. Ti sposo tutte le volte che vuoi. In quel preciso istante, sentì in
mezzo alle gambe, vivo, proprio come allora, il dolore lancinante della prima penetrazione di Nicola.
Capì solo allora di essere stata violentata. E quel dolore le arrivò fino al cuore.
Perse l'equilibrio. E quando raggiunse il granito gelido della chiesa, batté fortemente il capo.
12

Quando Alice vide apparire nella sua grande cucina Anna con la piccola Serena per mano, chiuse
immediata- mente il gas sotto la pentola piena d'acqua e si mosse verso di loro.
Marco, dal divanetto dove era seduto, fissava la ragazza con aria interrogativa.
«Alice, oggi hai un'ospite a sorpresa», disse subito Anna.
Il ragazzo si alzò. «Se si tratta di Serenella, sono felice». La bambina prima si sforzò di abbozzare un
sorriso a
Marco, poi corse tra le braccia di Alice piangendo e ripe- tendo tra i singhiozzi: «Non sono stata brava!
Adesso mamma sarà più triste di prima!».
Le ragazze si sforzarono per trattenere le lacrime. Poi presero immediatamente a calmare la piccola,
convincen- dola del fatto che non era assolutamente colpa sua, se le cose non erano andate per il
verso giusto.
Marco ricordò che la piccola andava matta per i succhi di frutta, quindi si avvicinò al frigo e ne estrasse
alcune bottigliette.
Solo da loro la bambina poteva bere qualcosa di diverso dall'acqua che usciva dal rubinetto. Alice e
Marco lo sapevano, così quando se la ritrovavano in casa senza un motivo ben preciso, le offrivano
subito una bibita.
«Per Serenella a pera, giusto?».
La piccola annuì, prendendo immediatamente la bottiglietta tra le mani. Marco le accarezzò la testolina,
poi, con un cenno del capo, indicò le scale alla moglie, e lei
invitò la piccola a seguirla di sopra.

«Ti prego, non mi dire che è successo il peggio».


Anna sospirò e scosse la testa. Avrebbe volentieri fatto a meno di raccontargli quello che era accaduto,
per non ricordare quei momenti. Ma Marco era sinceramente in pena per Milly e Serenella; lui e sua
moglie avevano deside- rato quanto lei e Sara che si evitasse quello squallido episodio. Così, per
quanto la turbasse, Anna cominciò e portò avanti, nei minimi particolari, quel racconto.
Parlava lentamente. Ogni tanto sospirava e si fermava. Poi notava che Marco attendeva con ansia che
lei conti- nuasse e allora riprendeva dal punto dove aveva lasciato.

«...La povera Maria era seduta in una delle file più vicine a Milly. Era proprio lì, vicino a lei, quando quel
bifolco maledetto l'ha colpita violentemente. Dio, in una chiesa! Ma ti rendi conto, Marco!».
Sul viso del ragazzo comparve un'espressione di disprezzo. Calò lo sguardo sulle sue Adidas e grugnì:
«Gli spaccherei la faccia a quel porco!!»
«…La poveretta è stata la prima a soccorrerla. Poi subito si sono precipitati degli altri per spingere
lontano quell'animale». Si portò una mano alla fronte e riprese:
«Marco, in pochi istanti è successo un pandemonio. Erano tutti in subbuglio. La sposa si è messa a
piangere e a gridare con suo padre, la madre fingeva svenimenti, il parroco tentava invano di riportare
l'ordine…insomma ti dico che la chiesa si è trasformata in un manicomio. »
Marco strinse nervosamente gli occhi. «Serenella ha visto quel bastardo colpire sua madre?».
«Grazie a Dio, no», rispose Anna, con sollievo. «Sara, dopo averla presa dalle braccia del parroco che
la teneva
stretta a sé, l'ha subito allontanata, uscendo dalla sacrestia. Io invece sono corsa verso Milly», sospirò.
« Marco, non ti dico che pena, la nostra Milly riversa a terra, con il viso sporco di sangue, e la sua
dignità calpestata da quel verme che, mentre lo allontanavano, continuava a gridarle contro». Si portò
una mano alla fronte. «E non ti ripeto le cose che ha osato dire, con quella voce che rimbombava in
tutta la chiesa». Seguì qualche istante di silenzio.
«Pensa che la povera Maria non è riuscita a trattenere le lacrime. Appena mi ha vista, mi ha pregato di
portare Serenella a casa vostra e di raccomandarvi di trattenerla fino a quando non verrà lei a
riprenderla, perché non è il caso che la piccola veda la madre in quello stato».
«Sì. Ha pensato bene», annuì Marco.
«Già. Così, io sono venuta da voi con la bambina e Sara è andata ad aiutare lei con Milly. Ora dovrei
avvisare Rocco. Ce ne vorrà prima che la moglie torni a casa».
«Eh, sì. È venuto già tre volte a chiedere notizie. Il fatto che Maria non sia ancora rientrata dalla chiesa
lo ha messo in agitazione», spiegò Marco.
Anna scoccò un'occhiata all'orologio sul polso del ragazzo. «Mio Dio! Oggi a casa mi uccidono!»,
Esclamò.
«Marco, devo chiederti il favore di…»
«Non ti preoccupare, vai pure. Penserò io a tutto».
Anna gli afferrò la mano per ringraziarlo e corse via come una matta.

«Chiudi gli occhi e non riaprirli fino a quando non te lo dico io», disse Alice, sorridendo con aria
misteriosa.
«Si tratta di qualcosa di buono da mangiare?».
«Anche».
La donna spalancò i vecchi infissi di legno della finestra
del suo soggiorno, che dava su un fazzoletto di verde abbandonato che si estendeva alle spalle della
sua casa. Il terreno incolto e dall'aspetto alquanto selvaggio era ricco di piante di fichi. I rami, carichi di
grossi frutti, si poggiava- no, come stanchi e appesantiti dalla loro fertilità, sul suo davanzale.
«Non imbrogliare! Non ti azzardare a spiare!», esclamò Alice, prendendo una manina della piccola e
passandoglie- la su una grossa foglia di fico.
«È…è rugosa!» Serenella spalancò istintivamente gli occhi. «Che bello…!» Si mise subito a saltellare
per riuscire a vedere meglio. Allora Alice prese una sedia e lei vi salì subito sopra. «Che cos'è l'orto di
Adamo ed Eva?», chiese la piccola, sbattendo le palpebre e continuando a carezza- re quella foglia.
Alice annuì. «Forse. Forse, sì», le rispose sottovoce con lo sguardo fisso su quella rigogliosa
vegetazione.
«Posso prendere un fico?».
«Solo se mi prometti che aspetterai a mangiarlo», le rispose, cingendola con il braccio per sicurezza.
«Va bene», promise Serenella mentre staccava il frutto.
«Alice, posso prenderne uno anche per mamma? Le piacciono tantissimo».
«Allora facciamo così: dopo pranzo saliamo di nuovo e ne riempiamo un cestino per la tua mamma».
«Davvero?!». La piccola era contentissima.

«Ehi, voi due, volete venir giù?!». La voce di Marco si fece sentire dalla cucina, al piano inferiore.

«Promesso. Ma adesso corriamo giù, che Marco a quest'ora ha una fame da lupi».
Le prese le manine e Serena saltò dalla sedia. «Anch'io
ho tanta fame», la informò la piccola.
«Bene, allora mangerai tanto, tanto», le fece il solletico e la bimba rise.
Quando arrivarono in cucina trovarono già la tavola apparecchiata. Marco le attendeva per servire i
ravioli.
«Amore, hai già fatto tutto?».
Marco le strizzò un occhio.«Prego si accomodino, madame e mademoiselle».
«Che significa?».
«Signora e signorina», spiegò Alice. Serenella rise. «Io non sono una signorina».
«Già, sei una bambina. Una splendida bambina». La guardò con tenerezza.
«Buoni!», esclamò la piccola, assaporando il primo boccone. «Mamma dice che quando il mio papà
tornerà a casa, anche noi potremo mangiare finalmente tante cose buone. Non più solamente pasta e
brodini. Ma anche carne». Si riempì la bocca di ravioli ed ingoiò velocemente.
« Io al mio papà chiederò tanta carne. E lui correrà a comprarmela…». La sua vocina vibrava di
entusiasmo.
«…Mamma dice che avremo anche l'acqua calda. Così, la mattina quando mi laverò, non dovrò più
usare l'acqua fredda. Perché io non la sopporto. Mi gela».
Ad Alice vennero le lacrime agli occhi. A Marco passò l'appetito.
Subito la donna pensò che doveva spezzare quel silenzio asfissiante.

«Ehi, Serenella, vogliamo dire un po' a Marco chi è il cantante più bravo d'Italia?».
«Lucio Battisti», rispose la piccola, senza esitazioni.
«E il cantante più bravo del mondo?».
«Lucio Battisti», confermò ancora prontamente
Serenella, senza alzare lo sguardo dai suoi ravioli.
«E il cantante più bravo di tutto l'universo?».
Marco guardò la moglie. «Credo sia più che sufficiente decretare che è il più bravo del mondo. Non
credi?», le chiese con un sorriso.
«Zitto, tu! Che non abbiamo finito!». Lo bacchettò Alice, fingendosi seria.
«Lucio Battisti», fece la bambina, non appena i due riportarono i loro occhi su di lei.
«E il cantante…»
«Ancora?» Marco incominciava a divertirsi.
«…Il cantante più bravo di tutti i tempi, passato, presente e futuro?».
Serenella ingoiò l'ultimò raviolo. «Lucio Battisti».
«E come mai questo lavaggio del cervello?».
«Devo impedire a quella pazza di mia nipote e la sua amica di confondere le idee alla piccola sulla vera
arte».
«Eh?!».
«Già! Sono così prese da questa esterofilia, che stanno convincendo Milly a non ascoltare più musica
italiana. Le hanno regalato una vecchia radio di Matteo e gliel'hanno sintonizzata su una stazione che
trasmette solo successi stranieri».
I due proseguirono la loro conversazione, ma la piccola Serena non li ascoltò più. Dopo aver mangiato
tantissimi ravioli, passò al pollo con le patatine, alla frutta e per finire divorò una grande fetta di crostata
di mele. Alla fine pensò di non aver mai mangiato tanto in vita sua.
13

Quando Sara riuscì a rientrare, la sua famiglia era già intorno alla tavola e stava consumando il pranzo
domeni- cale.

«Sara, è successa una cosa gravissima!», la informò immediatamente Andrea, strizzando un occhio
alla piccola Mary.
«No! Ti prego! Non potrei sopportare altro, oggi!», esclamò la ragazza distrutta. «Lo dico io che la
domenica devo dormire». Rivolse lo sguardo alla madre. «Non farmi svegliare mai più. Da nessuno!».
«…I vermi per gli spaghetti di stasera…», riprese il bambino. «…Il contenitore è scivolato dalle mani di
Mary e …», gettò un'occhiata alla sorellina in cerca della sua complicità.
«…E i lombrichi si sono dileguati tutti. In un attimo!», spiegò la piccola. «Non siamo riusciti a
recuperarne neppure uno», concluse poi, sforzandosi di apparire rammaricata.
Sara non li ascoltava per niente. Nella sua mente si affollavano le scene e le voci dello spiacevole
episodio a cui aveva assistito in chiesa. Si era accostata svogliatamen- te con la sedia alla tavola e
guardava senza alcun interesse il suo piatto preferito.
«Sono gnocchi al forno»,esclamò Giulia, volendo ricordare alla figlia che si trattava di una pietanza
impegna- tiva, alla quale dedicava il suo tempo proprio perché lei ne andava matta.
«Ah, sono gnocchi… Pensavo fossero cannelloni»,
ironizzò Sara, girandoli e rigirandoli con la forchetta.
Matteo la stava osservando da quando aveva messo piede in cucina, sperando che cominciasse a
raccontare loro ogni cosa. Quando si rese conto che la ragazza non aveva nessuna intenzione di
iniziare, esordì: «Sara, ma che diavolo ha combinato Milly?».
La ragazza alzò una mano. «Ti prego, papà, non chie- dermi niente! Almeno per oggi. Magari domani,
quando mi sarà passata la nausea, ti racconterò tutto».
«Non hai pensato di portarla a casa con te. Avremmo potuto offrirle un piatto caldo, tenerle un po' di
compa- gnia…permetterle di sfogarsi… » Si passò una mano sulla fronte. «Che so, consolarla un po'».
«Papà, io e Maria abbiamo riaccompagnato Milly a casa sua, dopo che padre Guglielmo l'ha trattenuta
a lungo in sacrestia. Ci ha pensato lui, sicuramente con le parole più giuste, a tranquillizzarla. Lo sai
che padre Guglielmo è un 'grande'». 'È riuscito a farmi frequentare il catechismo per la cresima.'
«Sì, ma…»
«Papà, data la situazione, l'unica cosa di cui aveva bisogno Milly era di andare a casa sua. E,
soprattutto, di stare un po' da sola».
Matteo si morse il labbro e abbassò il suo sguardo.
« Qualcuno mi ha riferito che avete recuperato tu e Anna la bambina», continuò.
«Esatto».
«Dimmi che siete riuscite a non farla assistere all'umiliazione inflitta a sua madre».
«Già. Almeno questo siamo riuscite a farlo», concluse Sara, lasciandosi cadere la forchetta di mano.
«Sei arrabbiata per i lombrichi?», chiese Mary, preoccu- pata.
Sara riprese apaticamente la forchetta.
«Che avresti potuto fare tu? C'erano degli adulti in chiesa che non sono stati capaci di evitare il
peggio…», considerò Giulia.
Ma come Sara, la lasciamo andare?!Finisce così?! Finisce così.
'Avrei dovuto impedirle di mettere piede in quella benedetta chiesa.'
Scrollò la testa. «Lasciamo perdere, mamma. Ho detto che non ne voglio parlare».
«Sara, ti voglio solo dire che purtroppo ci sono fatti che sfuggono alla nostra volontà», commentò il
padre. «È come se determinati eventi fossero scritti e niente e nessuno può cambiare il loro corso.
Perché sono dettati dal destino».
«Da un destino malvagio!», precisò lei con rabbia.
Matteo la guardò. «Già. E purtroppo tutti noi, di tanto in tanto, siamo chiamati a fare i conti con il nostro
desti- no».
«Sì. Ma Milly è chiamata tutti i giorni a fare questi conti, papà! Possibile che il suo debito con la vita non
si estingua mai?!». Girò la testa e portò il suo sguardo nel vuoto. Poi tirò un sospiro. «Milly deve fare i
salti mortali ogni giorno per mettere il piatto a tavola», continuò con voce roca. «La carne che le
comprate talvolta tu e zia Alice, la dà solo a Serenella. Lei mangia sempre pasta e a volte verdura».
Nel silenzio totale quelle parole caddero pesanti. Giulia e i bambini abbassarono lo sguardo e si
zittirono.
Matteo deglutì. Avrebbe voluto dirle qualcosa, ma si rese conto che non gli venivano in mente le parole
adatte e non intendeva cadere nel banale.
Per Sara, nei momenti difficili, era sempre stato impor- tante parlare con il padre. Lui riusciva a trovare
una
spiegazione plausibile per ogni cosa che lei non riusciva a capire, o ad accettare.

«Ha ragione Leopardi, l'uomo è fatto per soffrire!» sospirò la madre, togliendo il coniglio alla cacciatora
dai fornelli.
Sara la guardò sconcertata. «Mamma, ti prego!»
Per qualche istante nessuno aggiunse altro. Giulia stava servendo il piatto, con quel fumante e odoroso
secondo domenicale, dinanzi al marito, quando all'improvviso le venne in mente qualcosa.
«Mio Dio! Sara!» esclamò, facendo sobbalzare tutti.
«Ma ci hai pensato?!»
«Pensato a cosa, mamma?! Che ti prende?!»
«Veramente non ci hai pensato?!» Giulia guardò Sara incredula, lasciando accrescere la sua curiosità,
prima di proseguire. «Il tuo incubo! Era davvero un sogno premo- nitore!»
Sara rifletté un istante, poi tirò il respiro. «Hai ragione!» Si portò una mano davanti alla bocca. «È vero.
Coincide. Gesù, ma allora veramente quel cazzo di incubo…»
Il padre la guardò stranito. Lui non ammetteva parolac- ce. E Sara in sua presenza non se ne era fatta
mai scappare una.
«…Quell'incubo voleva avvisarmi di qualcosa! Come ho fatto a non pensarci?! Perché non me ne sono
ricordata stamattina davanti alla chiesa?! Accidenti a me, come ho fatto a non…»
«Non sarebbe cambiato nulla. Te lo ha spiegato prima tuo padre, Sara. È il destino…»
«Il destino», la ragazza scrollò la testa. «No. In questo caso è stata la mia dappocaggine».
«Dappocaggine, che significa?» chiese Andrea, guar-
dando la sorella con i suoi occhi vispi.
«Significa che sono una buona a nulla, incapace, inet- ta…!», gli rispose Sara, inforchettando
nervosamente i primi gnocchi.
In quel preciso istante gli squilli del telefono, applicato alla parete del pianerottolo, irruppero nella loro
conversa- zione.
«Chi sarà mai a quest'ora?» Matteo fece per alzarsi.
«Comodo! Ci penso io, così prendo anche una boccata d'aria. E chissà che non mi viene pure
l'appetito». Sara percorse a passi affrettati il corridoio per raggiungere l'apparecchio, che, siccome
apparteneva al Corpo Fore- stale dello Stato, era posto all'esterno dell' abitazione. Questo per
consentire anche a chi occupava l'appartamento al pian terreno di utilizzarlo. Da pochi giorni c'era stato
un trasferimento. L'appartamento di sotto era vuoto. Ma a breve Matteo sarebbe stato coadiu- vato dal
nuovo appuntato.

«Pronto?».
«Sara?».
«Anna?».
«Sara, vo.. vo.. volevo dirti», la voce della ragazza era spezzata dai singhiozzi.
«Che cavolo è successo?!».
La ragazza non rispose, stava cercando di ritrovare la voce.
«Anna, si tratta di Serenella, di Milly?!...Che è succes- so?!».
«No, no. Niente di tutto questo». Si affrettò a tranquil- lizzarla. La sua voce era smorzata dal pianto.
«E allora che c'è?! Non stai bene?».
«Sto bene. Volevo solo dirti…», con il dorso della mano
asciugò le lacrime. «…Che non posso venire alla Mela. Quindi non passare a bussarmi».
«Cosa?!», sbottò Sara. «Scommetto che i tuoi si sono arrabbiati perché non ti sei fatta viva al bar». Poi
la sua voce si affievolì. «È tutta colpa mia».
«Lascia perdere. Il fatto è che… è successo un altro casino». Tentò di spiegare Anna, attorcigliando
nervosa- mente tra le dita il filo del telefono e guardando fuori dalla finestra della cucina i suoi genitori,
che camminavano a passo solerte per raggiungere il loro bar. Erano in ritardo: a quell'ora sarebbe
dovuto essere già aperto. La ragazza li fissava mentre si allontanavano. Voleva che si voltassero
almeno una volta. Era il suo cuore a desiderarlo. Sperava che provassero almeno una piccola
esitazione. Invece Guglielmo e Nicolina erano decisi. Ad Anna sembrava di poter misurare la fermezza
che c'era in loro, guardando quelle spalle erte che si allontanavano velocemente. In quel momento
desiderò di riuscire a provare rabbia, per tentare una qualche reazione, uno sfogo. Ed invece niente.
Era come ingabbiata da una paralisi emotiva.

In pochi istanti i due uscirono dal suo campo visivo. Anna ancora li stava cercando con lo sguardo,
quando vide un gruppetto di cani attraversare disordinatamente la strada deserta. Si trattava di meticci
di varia stazza. La sua attenzione fu catturata dal loro latrato. Ebbe la netta sensazione che
abbaiassero per inquietudine. Ne riconob- be, in qualche modo, la disperazione.
Poi sparirono anch'essi nel nulla.

«…Anna?! …Che cosa è successo?...Mi racconti tutto, per piacere?...Anna, ma ci sei?!».


La ragazza si passò le tendine della finestra sul viso per asciugare le ultime lacrime, poi si voltò e si
trovò di fronte la cucina. I fornelli erano sporchi, le pentole erano poggia- te alla rinfusa nel lavandino e
la tavola era da sparecchiare. Tutto era sottosopra.

«…Anna! Anna, ma vuoi parlare!» I battiti di Sara si accelerarono.


«Stamattina al bar, approfittando del fatto che io non fossi presente, qualcuno ha riferito a mio
padre…», parlava lentamente. «Gli ha detto che l'altro giorno abbia- mo fatto filone a scuola».
«Che cosa?!».
Anna sospirò. «Gli ha detto che ci ha visto in giro per Sant'Angelo».
«Porca puttana!».
«Aspetta, non è finita», la voce si fece fioca. «Gli ha anche detto che, un paio di domeniche fa, ci ha
visto uscire dalla Mela».
«Ma chi è questo figlio di puttana?!».
«Non lo so. Mio padre era furioso. Non ho di certo avuto l'opportunità di fare domande».
«Come…Com'è andata?» chiese Sara, molto preoccu- pata.
«Lasciamo perdere. Non ce la faccio a parlarne».
«Ti ha picchiata?».
Anna carezzò la guancia dove aveva preso il primo schiaffo, quello più forte. «No. Ma mi ha detto che
da adesso in poi uscirò di casa solo per andare a scuola».
«Che cosa?! Ma non esiste!» si ribellò Sara. «Stasera devi uscire per forza. Hai l'incontro con
Riccardo».
«Non ho più nessun incontro». Nella voce di Anna c'era rassegnazione.
«Credevo fosse importante per te!».
«Certo che lo è. Non so per quanto tempo l'ho sogna- to».
«E allora?!».
«E allora che, Sara?! Ma tu hai capito quello che è successo?! I miei hanno saputo della Mela! ».
«Io ho capito perfettamente, ma niente ti deve impedire di uscire stasera. Questa è la tua grande
sera!».
Anna si era girata di nuovo verso la finestra. Il gruppet- to di cani stava ripercorrendo la stradina in
senso contra- rio. La ragazza notò che se ne erano uniti degli altri e che tutti si muovevano
agitatamente. Erano irrequiete quelle bestie ed il loro latrare verso il cielo era inquietante. Anna non
distolse mai lo sguardo. Le passò per la testa che avrebbe tanto voluto capire il loro linguaggio. E
quando li vide sparire di nuovo, desiderò intensamente di poter correre via con loro.
«Anna, ma mi senti?!».
«Non posso uscire, Sara», sospirò la ragazza.
«Certo che puoi! Tanto i tuoi restano inchiodati al bar fino a tardi. Tu rincasi sempre prima di loro.
Stasera, quando torni, ti infili subito a lettuccio e nessuno sospette- rà niente. Ecco, è fatta!».
Anna chiuse gli occhi con un sospiro che raggiunse Sara all'altro capo del telefono. Le sarebbe piaciuto
tanto che le cose potessero essere semplici come le prospettava la sua amica.
«Sono chiusa dentro a chiave».
«Apri la porta con le tue!».
«Mia madre mi ha chiesto di consegnargliele. È stata sua l'idea di chiudermi dentro. Mio padre non era
arrivato a tanto».
«Esisteranno dei doppioni in casa, no?!».
Ad Anna venne subito in mente un mazzo di chiavi che aveva visto una volta in una scatola di latta,
dove la madre teneva tutto l'occorrente per il cucito.
«No, Sara. Non esistono altri doppioni in casa».
«Accidenti! E come si può fare adesso?!» Il cervello di Sara macchinava spasmodicamente.
«Ti prego, arrenditi. Non c'è proprio niente da fare». Anna socchiuse gli occhi per qualche istante. «È
così che deve andare. E così andrà».

…È il destino…È il destino… È come se determinati eventi fossero stati scritti e niente e nessuno può
cambiare il loro corso.

Sara, con una mano alla fronte, si sforzava di accettare ancora una volta, nell'arco della stessa
giornata, la sua impotenza.
Anna riprese a fissare attraverso i vetri. Tentava di rivedere quei cani che in qualche modo l'avevano
incurio- sita.
Ma la stradina era vuota. Quelle povere bestie si erano allontanate con la loro disperazione.
«Sara, sono stanca. È stata una pessima giornata». Dall'altro capo del telefono, Sara non disse nulla.
«Saluta i ragazzi per me».
Sara sospirò nel ricevitore. «Certo, amica mia. Ci vediamo domani mattina a scuola».
Ad Anna scesero delle lacrime a rigarle di nuovo il viso.
«Ciao Sara. Ti voglio bene».
Quando Sara tornò al tavolo era evidente che fosse più amareggiata di prima.
«È successo qualcosa?», chiese subito Giulia.

'…Bisogna fermare Milly, finché siamo in tempo!!...'


'…Ma lo sai che la domenica mattina devo andare ad aiutare i miei. È tassativo.'

'…E va bene! Lasciamo che le cose vadano come vadano!... Tra non molto Serenella assisterà alle
nozze del padre. E Milly…Milly chi lo sa cosa farà...'

'Ci muoviamo prima che sia troppo tardi?!'

«Niente. Solo che la vita è ingiusta!», ringhiò la ragazza con un'espressione amara sul viso.

'Stamattina al bar, approfittando che io non fossi presente, qualcuno ha riferito a mio padre…'
«Ma tesoro…»
«Mamma, ti prego, non mi ripetere la storia del destino, per piacere! Perché, in ogni caso, gli sto dando
una mano io oggi a far andare le cose storte!».
Matteo aggrottò la fronte. «Qualcosa che ha a che fare con Milly, per caso?».
Sara notò dalla sua espressione una sincera preoccupa- zione, quindi si affrettò a tranquillizzarlo: «No,
papà. Tutto O.K. ».
La ragazza sapeva che per suo padre era normale prendersi pena per le sventure di ogni abitante di
quel paese. E capiva che doveva sentirsi particolarmente angosciato adesso che si trattava di Milly.
Perché le era
noto che Matteo era molto affezionato a quella ragazza. E che le origini di questo affetto risalivano ad
un tempo in cui lei non era neppure nata.
14

Matteo Noise era giunto a Lioni diciotto anni prima, quando era un giovane di venticinque anni che da
Ferrara, per lavoro, doveva stabilirsi in quel paese. Quando il Comando gli assegnò quella sede si
ritenne fortunato, perché un cugino di sua madre, un professore di lettere in pensione, sposato con una
lionese, aveva sempre parlato bene del posto, dicendo che c'era bella gente. Gente simpatica e allegra.
E quando seppe della partenza di Matteo, in particolare gli disse: «…Non poteva capitarti di meglio…
Già è un bel paese, poi i lionesi lo rendono speciale…La loro allegria si diffonde nell'aria, rendendola
frizzante…Si può sentire l'atmosfera vibrare ed essere avvolti dalla sua energia positiva...Credimi,caro
mio, non esagero se ti dico che è un paese unico al mondo!».
Matteo non ebbe difficoltà a credergli. Ricordò subito che suo zio e la moglie, quando rientravano a
settembre, dopo aver trascorso l'estate a Lioni, apparivano entrambi tonificati, rinvigoriti, quasi
ringiovaniti.

Quando arrivò alla stazione ferroviaria di Lioni, dopo un lungo viaggio, era una mite mattina di
settembre.
Scese dal treno con due grosse valige. Vide poche persone: qualche passeggero ed il capostazione.
Sulla sinistra un paio di panchine, una fontanella in pietra con un vivace zampillo e delle grandi aiuole
ben curate. Attra- versò la stazione semivuota e si trovò subito in paese. Ricordò che qualcuno glielo
aveva precisato che Lioni era l'unico tra i paesini dell'Irpinia a non avere la stazione dislocata a qualche
chilometro di distanza. Quando sollevò le sue pesanti valigie per incamminarsi, si rese
conto fino in fondo dell' importanza di questo elemento di distinzione.
Aveva dinanzi tre strade. Le due laterali, più larghe ed asfaltate, non gli fecero pensare che l'avrebbero
condotto nel cuore del paese e dunque alla caserma. Quindi prese in considerazione quella di centro.
Dopo cinque o sei grado- ni in pietra molto larghi e lunghi, la strada si stringeva subito in una viuzza di
casette attaccate l'una all'altra. Si trattava di costruzioni antiche, ma tenute bene. Sui davan- zali delle
finestre e sui balconi dei piani rialzati erano allineate rigogliose piante di gerani, che offrivano un bel
tocco di colore con il loro rosso fuoco a quel giallo ancora allegro, ma in alcuni casi sbiadito dal tempo.

Matteo si guardava bene intorno, mentre procedeva a passo lungo. Alcuni vecchietti, seduti sulle loro
seggiole impagliate, davanti all'uscio di casa, passavano il tempo scambiando qualche chiacchiera e
tirando boccate di fumo dalla propria pipa. Avevano notato Matteo quando era ancora in fondo alla
viuzza e si erano zittiti per concen- trare la loro attenzione sullo sconosciuto. Uno di loro, aiutato dagli
occhiali, individuò la divisa ed informò anche gli altri. Dopo un po' Matteo era avanzato abbastanza da
permettergli di riconoscere anche il tipo di divisa. «È arrivata la nuova guardia forestale», commentò.
Quando fu abbastanza vicino, tutti gli rivolsero un saluto rispetto- so, seguendolo poi con lo sguardo
fino a quando non scomparve.

Aveva imboccato il vicolo seguente, quando vide una donna minuta che spazzava la zona dinanzi la
porta di casa. Matteo notò che si era fermata non appena accortasi di lui.
La donna poggiò il mento sulla mazza della scopa e
attese, fissandolo con calma.
«Sei la nuova guardia forestale?»
«Sì, signora», le rispose Matteo, chiedendosi come mai quella donna, che non lo aveva mai visto
prima, gli desse del tu. La guardò meglio. Poteva avere trent'anni come quaranta. Dal suo viso era
difficile stabilirlo. Aveva rughe piccole e sottili soprattutto intorno ai suoi occhi profondi. Ma qualcosa nel
suo sguardo gli diceva che doveva essere ancora giovane. Che forse quelli non erano i segni del
tempo, ma di segrete sofferenze.
«Ben arrivato».
«Grazie, signora».
Lei sorrise per la sua compostezza. «Sei sposato?»
«No. Assolutamente», si affrettò a rispondere Matteo.
Nella sua voce si avvertiva una certa fermezza.
«Come lo dici male. E che sarà mai!»
«No, è che il matrimonio non rientra nei miei progetti», spiegò ancora Matteo. Poi si rese conto che
stava conver- sando della sua vita privata con una sconosciuta. 'Incredi- bile!'

«Beh, mi dispiace ma questo è il paese sbagliato per chi vuole restare scapolo», lo informò la donna.
«Ah, sì? E perché mai?»
«Perché?... Perché Lioni è il paese dell'amore!».
«Che cosa?!».
«È il paese dove subito l'amore scocca... ti ruba l'anima e non ti molla più». Lo studiò per qualche
istante. «Sono certa che entro stasera avrai già una figliola nella testa che non ti farà più dormire la
notte».
Matteo trattenne una risata, poi si lisciò il mento con aria divertita. «E…non le pare un po' esagerato?».
«Ci mettiamo una scommessa?!».
Matteo rise. Tutto ciò aveva dell'incredibile. 'Gente allegra ' , ricordò poi.
'Ma questa persona non mi pare abbia poi tanto di cui rallegrarsi. Da quello che vedo, sembra che a
stento tiri avanti.'
La donna era vestita con abiti lisi e i suoi capelli corti avevano un taglio evidentemente anomalo, che di
certo non usciva dalle mani di un parrucchiere bizzarro. La sua casa, il basso alle sue spalle, era
composta da un unico misero ambiente che comprendeva tutto, ed un bagno sulla destra.
«Però io non faccio scommesse con chi mantiene le distanze. Quindi, io sono Michelina e da mo' in poi
dammi del 'tu'», precisò la donna.
«Chi è questo signore, mamma?», chiese la vocina di una bambina magra e pallida, che, uscita da
quell'uscio, si era poi nascosta dietro la gonna della donna. Non era particolarmente graziosa, ma
aveva un'espressione dolcissima e degli occhi luminosi. Le sue braccia magre reggevano con cura
qualcosa avvolta in un vecchio panno, in una sorta di copertina.

«Ehi, piccola. Come ti chiami? Sei la prima bimba di questo paese che ho il piacere di conoscere,
sai?».
«Milly saluta la nuova guardia forestale», disse la donna, staccandola dalla sua gonna e spingendola
avanti.
«Ciao», mormorò la bambina, stringendo a sé quel fagottino, con evidente amorevolezza.
«Che cos'hai lì, la tua bambola?».
La piccola lo guardò e poi fece un cenno affermativo con il capo.
«Posso vederla?», le chiese Matteo con un sorriso.
La bambina alzò lo sguardo sulla madre, chiedendole il permesso con gli occhi. Lei le rispose con un
cenno che non lasciava dubbi. Così la piccola prima allentò la presa, poi, tenendo il fagottino su un solo
braccio, con l'altra manina scostò quella specie di copertina.
Matteo gettò un'occhiata e il sorriso sulla sua faccia sparì.
«Hai visto?!», esclamò Michelina, mentre la bambina, con la stessa cura usata da una madre
premurosa con la propria creatura, prese a risistemare la copertina intorno al suo mattone rosso.

«Hai visto?... Gli occhi, il naso, la bocca», disse la donna.


Matteo annuì, rattristato.
«Ci credi che glieli ha disegnati lei?», aggiunse poi, con un gran sorriso di soddisfazione.
Lui la guardò, frastornato. Quella donna riusciva a trovare motivo di gioia in una situazione così triste.

«Vieni da lontano?», domandò timidamente la bambina.


«Sì, abbastanza direi. Perché?». Matteo le si era inginoc- chiato davanti, guardandola teneramente.
«Perché voglio sapere se hai incontrato il mio papà».
«E dove si trova il tuo papà?» Matteo alzò gli occhi sulla donna, incontrando il suo sguardo triste.
«Lontano. È emigrato. Lui non riesce più a tornare», spiegò la piccola, poggiando la sua testolina sul
fagotto.
«Tu che comandi, lo puoi aiutare a tornare?».
Matteo notò occhi lucidi e una smorfia strana sul viso di Michelina.
«Io non comando, piccola».
«No? E allora perché sei vestito così?».
Matteo le sorrise, carezzandole la testa. La piccola non era più intimorita dalla sua presenza, anzi
pareva aver preso confidenza.
«Perché devo punire chi non rispetta la natura».
La piccola rifletté qualche istante. «E sei anche un esperto di animali?».
«Diciamo di sì».
«Hai mai visto una cicogna?»
«Sì, qualche volta. In alto, in alto, sulla vetta delle montagne».
La bambina s'illuminò. «La prossima volta che ne vedi una, le dici di portarmi una sorellina?».
Matteo si tirò su. Scoccò un'occhiata alla donna per chiederle di cavarlo dall'impiccio. E lei, sorridendo
serena- mente, si rivolse alla piccola:«Milly, te l'ho già detto tante volte, solo i papà possono chiedere
queste cose alle cicogne. Adesso vai a giocare».

«Ma quanti anni ha?», chiese Matteo, incuriosito.


«Quattro», rispose lei con orgoglio.
«Complimenti! È una bambina intelligente», le disse sinceramente. Poi guardò la strada davanti a sé.
«È ora che io prosegua. Per la caserma forestale, vado bene di qui?».
«Benissimo. Percorri tutto il vicolo. Poi, finito questo, prendi l'altro di fronte, sempre dritto. Finito anche
l'altro, ed è una bella camminata, ti troverai davanti piazza San Rocco. Poi da lì è facile».

Matteo si era mosso di pochi passi, quando iniziò a sentire un fragrante e gustoso profumo di pane
aleggiare nell'aria. Ebbe la sensazione di sentirne il sapore sulla lingua.
Ad ogni passo quel profumo diventava sempre più
irresistibile. Quando fu in capo al vicolo, nel punto più animato e più odoroso di tutto il percorso,
quell'aroma s'impossessò dei suoi sensi, stuzzicandogli un incredibile appetito.
Notò subito che dall'ultimo basso sulla sua destra entravano ed uscivano, senza fretta, chiacchierando
e ridacchiando, delle donne di mezza età, con del pane ancora fumante. Capì che doveva trattarsi di un
forno.
Ci stava proprio passando davanti, quando fu travolto da una ragazza che usciva da quel basso
camminando a ritroso.
«Accidenti! Giulia vuoi vedere dove metti i piedi?!».
La ragazza reggeva uno dei due manici di una grande canestra piena di pane. Sua sorella, Marisa,
teneva l'altro manico. La prima, trovandosi ad uscire di spalle, attraverso i fronzoli che scendevano
davanti alla porta, necessari per tenere lontane le mosche, non aveva potuto vedere Matteo. La
seconda, invece, dirimpetto, aveva seguito tutta la scena.
Giulia era finita contro quel bell'uomo in divisa. L'impatto le aveva fatto perdere l'equilibrio e la grande
canestra piena di pane aveva subito preso a barcollare. La ragazza, per evitare il peggio, aveva cercato
di rimetterla subito in equilibrio, ma nell'intento aveva preso una storta e stava per cadere. Quindi
Matteo l'aveva afferrata, cin- gendola con un braccio all'altezza del seno, e l'aveva stretta a sé. Era
stato immediatamente inebriato dal profumo di sapone alla vaniglia che la ragazza emanava.
Poi, involontariamente, aveva posato gli occhi sulla scollatura dell'abito di Giulia, che lasciava
intravedere appena un décolleté niente male, mentre col braccio sentiva la morbidezza del suo seno.
Socchiuse i suoi occhi per un istante, che sperò potesse non passare mai.
Il tutto si era svolto in pochi attimi e nella maniera più naturale di questo mondo.

Giulia, con il suo corpo slanciato, i suoi capelli corvino, i suoi occhi grandi e neri, carichi d‟ ingenuità, si
rivolse immediatamente a Matteo per fargli le sue scuse. E in quel momento a lui sembrò di non capire
più nulla. Quella fanciulla dalla bellezza straordinaria era sinceramente affranta e si stava scusando per
essergli finita addosso. Mentre lui era incantato ed estasiato.

Le due ragazze avevano frettolosamente risistemato il telo sulla canestra, per riprendere il loro
cammino per la consegna del pane. E a Matteo, che procedeva dietro di loro, non restava che
ammirare i lunghi capelli neri di Giulia che ondeggiavano carezzandole le spalle, i suoi fianchi sinuosi e
il suo sedere tondo.

Continuava a camminare dietro di loro, senza sapere dove diavolo stesse andando. Se le ragazze
fossero andate a consegnare il pane fuori dal paese, lui di certo le avrebbe seguite senza nemmeno
rendersene conto. Manteneva il suo passo deciso, come se fosse stato certo della strada. Ma in realtà
non aveva la più pallida idea di dove si trovasse e nemmeno di che strada avrebbe dovuto percorrere
per raggiungere la caserma. Adesso non lo guardava neanche più quel paese che tanto gli interessava
conoscere.

«Però, che bel tipo la nuova guardia forestale!». Esordì, ad un tratto, una delle due voci. «Ci hanno
voluto ricom- pensare per le mezze cartucce mandate finora».

Matteo ebbe un sussulto. 'Chi delle due sta parlando?' si


chiese immediatamente. 'Speriamo lei'.
«Sssst… Abbassa la voce, Marisa! », l'ammonì Giulia. Matteo avvertì una lieve fitta di delusione.
Poi, quando raggiunsero la prima salumeria, le ragazze vi entrarono senza voltarsi, e a Matteo non
rimase che svegliarsi da quella ipnosi.

«Mi scusi, per la caserma forestale?». Per rimettersi sulla strada giusta, chiese informazioni al primo
passante.

Dopo aver camminato meno di quanto aveva previsto, si era ritrovato in un'enorme piazza illuminata dal
sole: Piazza San Rocco. Alle sue spalle c'era una chiesetta antica. Dinanzi a lui una grande vasca
rotonda, nella quale gli zampilli, proiettati verso l'alto, ricadevano sotto la luce del sole. Così, ogni
goccia diventava di cristallo ed emanava scintillii, come una cascata di diamanti.
Più avanti, sulla destra, c'erano una serie di casette, con un piccolo giardino che confinava con un
ampio e lungo spiazzale, dove, nelle serate di festa, si svolgeva lo struscio e dove erano a disposizione
di tutti delle panchine. Sulla sinistra notò il municipio e l'ufficio postale. Un po' più avanti i giardini
pubblici. Ed infine, in fondo, la maestosa e suggestiva chiesa di San Rocco.
Matteo rimase qualche istante immobile ad osservare. 'È tutto così ben fatto.' Scosse la testa
soddisfatto.
'Viene da pensare che ogni cosa sia al posto giusto e che in quel punto nulla potrebbe starci meglio di
quello che c'è. '
Chiese indicazioni ad un vecchietto che gli passò accanto.
«Per la caserma forestale?... Si può dire che ci sei arrivato, appuntato», gli rispose il passante
allungando un braccio dinanzi a sè per indicare. «…Devi percorrere solo
questo viale alberato, via Ugo Foscolo, che costeggia il lato sinistro dei giardini pubblici. Poi, pochi
passi e te la trove- rai alla tua sinistra». Lo guardò per essere certo che avesse afferrato. « La vedrai
subito, è una bella costruzione su due piani, con un giardino che gira tutt'intorno…»
«Bene, bene. La ringrazio…». Matteo stava per salutar- lo e proseguire il suo cammino quando lui
continuò: «Non ti puoi sbagliare. In fondo alla strada della caserma, di fronte, noterai subito il cimitero».
«Il cimitero?!».
«…Sì, ma non ti preoccupare, è in fondo, alla fine della strada».

Si trovò presto al piano terra della caserma forestale. C'erano due porte. Una era chiusa. 'Deve essere
quella dell'appartamento che andrò ad occupare ', dedusse.
L'altra era spalancata. Si sentiva il ticchettio dei tasti di una macchina da scrivere. Matteo si portò
davanti alla soglia. Vide un ambiente spazioso con una finestra che dava sul giardino. C'erano un
archivio e un armadietto in ferro, una topografia alla parete e due scrivanie in legno. Una era sgombera,
con una sedia vuota, e l'altra era ricoperta di scartoffie, ed occupata da un uomo che batteva a
macchina. Matteo salutò e l'uomo alzò la testa dai tasti della Olivetti.
«Ben arrivato», gli disse. Si alzò subito e gli andò incon- tro sorridendo. «Maresciallo Venturini», il tizio
si pre- sentò, allungandogli una mano dalla stretta possente.
Era un uomo molto alto dalla corporatura massiccia.
Aveva capelli rossi e occhi chiari.
«Matteo Noise. Lieto di fare la sua conoscenza, mare- sciallo». Matteo adagiò a terra le sue valigie per
stringergli la mano. Dopo i primi convenevoli, durante i quali il
maresciallo rimase sempre con lo stesso sorriso stampato sulla faccia, si avvicinò alla sua scrivania ed
estrasse delle chiavi da un tiretto. «Ti accompagno subito al tuo allog- gio». Indicò la porta di fronte.

L'appartamento disponeva di due camere da letto, un piccolo soggiorno, un cucinino e un piccolo


bagno. Era arredato con i pochi elementi essenziali. «È questo», disse Venturini, guardandosi intorno.
« Io allog gio nell'appartamento al piano superiore, con la mia famiglia». Matteo si era inoltrato e stava
spalancando finestre e balconi, per eliminare quell'odore di chiuso che era una delle cose che non
riusciva a sopportare.
«Un giorno, quando io sarò in pensione e tu sarai maresciallo, vivrai nell'appartamento di sopra con tua
moglie e i tuoi figli».
«Va tutto bene, tranne un dettaglio», comunicò Matteo serio.
Venturini era incredulo. Gli pareva strano che quel ragazzo, all'apparenza così educato, avesse il
coraggio di lamentarsi di qualcosa. Anche perché gli sarebbe dovuto essere noto che, seppure ci fosse
stata qualcosa che non gli andava a genio, comunque non si sarebbe potuto fare un bel niente per
cambiarla.
«Quale?!», gli chiese Venturini, aggrottando la fronte.
«La moglie».
Sulla faccia del maresciallo riapparve il sorriso. Gli diede una pesante pacca sulla spalla. «Sicché vuoi
rimanere scapolo?!».
«Sicuro!», confermò Matteo, sorridendo.
Venturini rise. «Allora dovresti chiedere il trasferimen- to».
«Che?!».
«È impossibile restare scapoli a Lioni», sentenziò Venturini.
'Ecco che ci risiamo! Ma questa è una fissa… O un complotto?' pensò, trascinando le valige in camera
da letto. 'Comunque sia, meglio non approfondire l'argomento'.
Intanto Venturini desiderava proprio quello. «E sai perché?» esclamò dopo alcuni istanti di attesa.
«Perché Lioni è…»
«Il paese dell'amore!», lo interruppe Matteo, con finto entusiasmo.
Il maresciallo lo guardò piacevolmente sorpreso.
«Bravo!», esclamò, con un'espressione gioiosa sul viso.
«…E come fai a saperlo?».
Matteo sorrise e ripensò alla donna nel vicolo. La cosa iniziava a divertirlo.
Alzò lo sguardo sul suo capo. «Neppure se dovessi trovarmi in servizio a Parigi, cambierei idea. Con
tutto il rispetto, maresciallo, ma non sarà certo questo paese a…» s'interruppe. D'improvviso nella sua
mente apparve la ragazza del forno.
«Be‟, allora in bocca al lupo», concluse Venturini.

Quella notte Matteo fece sogni confusi. Sognò Giulia, Michelina e persone che non riusciva a
riconoscere. Si agitò continuamente nel sonno e spesso si svegliò. Sono certa che entro stasera avrai
già una figliola nella testa che non ti farà più dormire la notte.
Si mise a sedere nel letto. 'Maledizione! Tutto questo non è possibile!…' Trasse un profondo respiro.
'Certo che quella ragazza è troppo bella. Io non l'ho mai vista una così…' Rimase a lungo a fissare il
soffitto. …entro stase- ra…una figliola nella testa che non ti farà più dormire la notte. 'Tutto
questo non può essere vero. Che sia vittima di un sortilegio?'
D'un tratto prese il cuscino e se lo risistemò nervosamente sotto la testa. «Adesso basta!...
Un'avventura. Solo una splendi- da avventura», decise alla fine, risoluto.

Non appena fece giorno si alzò. Controllò il denaro che aveva a disposizione e divise la somma per i
giorni che mancava- no al suo primo stipendio. 'Ce la posso fare a comprarla ', si disse.
Mancava quasi un'ora, prima che iniziasse il servizio, ma volle comunque avvisare il maresciallo che si
sarebbe allontanato per una commissione urgente, tante volte avesse tardato. E poi sparì.

Michelina stava finendo di pulire casa, quando sentì bussare alla porta. Mandò Milly ad aprire. «Ciao
nuova guardia forestale, che ci fai qui a quest'ora?». Alle parole della figlia, la donna si voltò stupita.
«Già, come mai questa visita?», chiese, avvicinan- dosi alla porta.
Matteo le fissò entrambe, trattenendo un pacco tra le mani. Poi lo porse alla piccola. Lei guardò la
madre, prima di muover- si. «Puoi prenderlo», disse la donna. Così la bambina si fece coraggio.
«Lo posso aprire?», chiese a Matteo.
«Certamente».
Impiegò meno di qualche istante a scartocciare il pacco. «È una bambola!», esclamò con gioia. «È
bellissima», urlò, mentre la stringeva a sé. Era morbida.
Michelina guardò Matteo perplessa.
«Non amo avere debiti. Così ho deciso di pagare subito il mio pegno».
La donna scoppiò a ridere. «La scommessa!».
Milly gli saltò in braccio. «Grazie, nuova guardia fore- stale! Grazie! Grazie! Grazie». Lo baciò
ripetutamente sulla guancia.
«E chi è?».
«Che?».
«Chi è la ragazza che mi ha fatto vincere la scommes- sa?... Ed ha fatto avere a Milly la sua prima
bambola?».
«Signora, io…»
«Uffa! Ma basta con questa 'signora'! Io sono Micheli- na», lo interruppe.
«O.K. Michelina, io non credo sia il caso di dirle il soggetto in questione».
«E perché?», chiese lei, sorpresa.
«Perché?!».
«Sì. Perché?».
Matteo voleva risponderle che non erano affari suoi, ma non ne ebbe il coraggio. Michelina lo stava
fissando, con un'aria di disarmante ingenuità. Quindi, si grattò il mento e tentò: «…Perché sono
questioni delica- te…strettamente personali…e…»

«Michelina! Michelina!». La voce penetrava chiara dall'uscio socchiuso.


La ragazza aveva aperto ed era entrata, senza neanche chiedere permesso. «…Michelina, vuole
sapere mamma se stamattina…» Matteo si voltò di scatto e rimase alquan- to sorpreso nel vedere
Giulia. Ma certamente non quanto lei di rincontrarlo a quell'ora del mattino e per giunta in casa di
Michelina. Di certo l'ultimo posto del paese in cui avrebbe mai potuto pensare di rivedere la nuova
guardia forestale. Si può dire che rimase impietrita.
«Buongiorno Giulia, ci rivediamo presto!».
«Già, speriamo senza incidenti stamattina!».
Matteo sorrise compiaciuto.
La ragazza guardò Michelina con aria interrogativa.
«Non pensavo di trovare la nuova guardia forestale a casa tua, di buon mattino. Siete vecchi
conoscenti?», azzardò.
«Bè, diciamo di sì», tagliò corto Matteo.
«Neanche per voi due pare che ci sia bisogno di presen- tazioni», disse Michelina, mentre con aria
compiaciuta scrutava i loro sguardi liquidi.
«Non proprio», precisò Giulia. «Non conosco il nome
…»
«Matteo Noise», fece prontamente lui, porgendole la mano.
«Giulia. Giulia Di Benedetto».Lei gli sorrise e gli strinse la mano. E lasciò che Matteo gliela tenesse
nella sua per svariati secondi. Poi, mostrando un'improvvisa indiffe- renza si rivolse a Michelina.
«…Mamma vuole sapere se stamattina puoi venire al forno, c'è lavoro per te».
«Vengo subito!».
«Va bene, allora io scappo».
«Così di fretta?». Matteo si fece vedere deluso.
«Abbiamo molte consegne la mattina», spiegò la ragazza, indietreggiando. «Arrivederci appuntato».
Giulia stava per riaprire l'uscio. Matteo le si avvicinò immediata- mente per ristringerle di nuovo la
mano. «Mi chiami Matteo».
«E tu chiamala Giulia! E basta con questo 'lei' e 'voi'! Dalle nostre parti si usa dare del 'tu'. Noi siamo
come parte di un'unica grande famiglia. Siamo tutti amici!», interferì simpaticamente Michelina.
I due le sorrisero. Poi, incrociando di nuovo i loro sguardi seguirono all'istante il consiglio della donna.
«E allora ciao, Giulia».
«Ciao, Matteo».
Lui rimase a fissare l'uscio socchiuso.

«Sicché è Giulia la ragazza misteriosa», affermò Miche- lina, con un sorriso sornione, e, senza dargli il
tempo di rispondere, continuò: «…Bè, devo ammettere che hai buon gusto».
Matteo si voltò. «Grazie», rispose, senza tentare neppu- re di negare.
«Giulia è la più bella figliola di Lioni». 'Lo credo bene '.
«Ma…». Michelina storse il muso.
«Ma?», chiese preoccupato Matteo.
«…Mio caro, hai una bella gatta da pelare con 'Sciola'».
«Con chi?!»
«Con il padre di Giulia».
«Com'è che si chiama?»
«Si chiama Pietro. Ma il suo soprannome è Sciola. Tutti noi ne abbiamo uno...».
«E…Sciola sta per… tremendo, cattivo, inavvicinabi- le?», chiese ironicamente Matteo.
«No. Al contrario. Pietro è una persona amabilissima. È un uomo buono e simpatico. Ogni giorno ha
una barzel- letta o un aneddoto nuovo da raccontare ai suoi clienti. In paese lo adorano tutti».
«E allora?», chiese Matteo.
«Tutti. Tranne gli spasimanti di Giulia».
«Ah! E…come mai?».
«Se tutti vedono Giulia come la ragazza più bella del paese, puoi immaginare come la vede suo
padre».
«Come un gioiello?».
«Anche di più. Vuole per lei il 'principe azzurro‟. Per questo la lascia uscire solo per le consegne del
pane…».
Matteo si grattò in testa. „Addio avventura!.‟
«… E la domenica per andare al camposanto, con Marisa, la sorella maggiore, e la piccola Alice, la
sorellina di sei anni».
«Al camposanto?!», esultò lui.

Da quella domenica stessa Matteo iniziò a dedicare una cura assillante a tutte le piante in giardino. A
volte si tratteneva per ore. E quando finalmente vedeva Giulia e le sorelle sbucare all'orizzonte, si
preparava ad assumere un atteggiamento del tutto naturale. Ogni volta era come se si trovasse per
puro caso dinanzi al cancello. Giulia, che aveva ben capito, gli scoccava uno sguardo intrigante; ma poi
lo salutava e tirava dritto con le sorelle.
Matteo allora attendeva il ritorno dal cimitero, quando, con una scusa banale, la fermava. Ma tutte le
volte riusciva a scambiare solo quattro parole. Niente di più. Giulia aveva sempre fretta di rientrare.

Così, disperato, si rivolse a Michelina. Le spiegò la questione e chiese il suo aiuto. Lei frequentava tutti
i giorni la casa di Giulia. Pietro e la moglie Amalia, per aiutarla, trovavano sempre il modo di offrirle
qualche lavoretto. Di certo lei avrebbe potuto farsi confidare da Giulia i suoi sentimenti.
E, soprattutto, avrebbe potuto riferirle quelli di Matteo.

« …Mi stai chiedendo di fare la ruffiana?!». 'Adesso si arrabbia ', temette Matteo.
«…Ma non erano questioni delicate… strettamente personali?!».
„Si è arrabbiata!‟ Matteo prese la coppola della divisa dal tavolo e la rimise in testa. «Scusami,
Michelina, ho sbaglia-
to…Adesso è meglio che io vada».
«Non hai sbagliato adesso! Hai sbagliato quando hai creduto che, qui da noi, esistano questioni
strettamente personali».
Matteo aveva già abbassato la maniglia dell'uscio.
«Quindi?», chiese senza voltarsi.
«Quindi, io adoro fare la ruffiana!».
La mattina seguente era giovedì. Matteo si presentò di buon'ora a casa di Michelina. Milly dormiva in un
angolo del lettone con la sua bambola a fianco.
«Allora? Che ti ha detto. Prova qualcosa per me?», bisbigliò per non svegliare la piccola.
Michelina scosse il capo. «No. Non prova qualcosa per te. La questione è molto più complessa».
«Vale a dire?». Matteo deglutì.
«Che prova tutto per te». Michelina sorrise. «Ha perso la testa per te».
Matteo lanciò un urlo di gioia. Milly sobbalzò nel sonno. Aveva gli occhi ancora appannati, quando vide
qualcuno sollevare la madre da terra e stringerla a sé.
'È tornato papà! È tornato!' Il cuore le arrivò in gola.
«Grazie Michelina», stava dicendo lui.
La bambina tentò di precipitarsi dal lettone. Mentre cercava di liberarsi da coperte e lenzuola le si
schiarì meglio la vista.
«Non devi ringraziare me. Semmai Giulia. È lei che… è lei la fortunata».
Milly cercò il buio sotto le coperte, mentre i suoi occhi si riempirono di lacrime.

Una sera, dopo aver fatto annunciare la sua visita da Michelina, Matteo bussò a casa di Giulia e si
presentò ai suoi genitori. Non indossava un abito azzurro, ma la divisa grigia, che riuscì comunque a
dare una buona impressione. Era il 1962 ed un pretendente con un impiego statale era di certo un buon
partito. Trascorsero la serata a chiacchierare piacevolmente e a mangiare caldarroste davanti al
camino. Matteo si accorse subito di sentirsi a proprio agio. Gli piacevano tutti i componenti di quella
famiglia. Era come se conoscesse quelle persone da sempre. Quando decise di
andare, Pietro si offrì di accompagnarlo fino all'angolo. Si avviarono. «Mi è venuta in mente una
barzelletta …» esclamò, allegramente, il padre di Giulia.
'Ci siamo', pensò Matteo. 'Sono riuscito a fare una buona impressione!'
«…La conosci quella del fornaio…»
«No», rispose subito Matteo, sorridendo.
«… Quella del fornaio che, con la sua pala, fece fuori il tizio che aveva deluso la più bella delle sue
figlie. La conosci?».
Il sorriso si spense sulla faccia di Matteo. «No», ripeté.
«Bene...», continuò il fornaio «…Allora, figliolo, se le tue non sono intenzioni serie, non farti più
vedere...», aggrottò la fronte, «…Altrimenti, diventerà la 'tua' barzel- letta».

Quella notte, Matteo non riusciva a prendere sonno. Continuava a fissare il soffitto della sua camera da
letto. 'Intenzioni serie. Intendeva matrimonio. Matrimonio!'
La parola stessa lo inquietava. Era cresciuto con l'idea del celibato, era radicata in lui. Sapeva che non
avrebbe potuto strapparsela dalla mente. Rimase agitato fin quando non prese la sua decisione:
'Vuol dire che rinuncerò a Giulia. La dimenticherò. Mi guarderò intorno e troverò un'altra bella ragazza
con la quale divertirmi un po‟'.

Dopo un anno di fidanzamento, Matteo sposò Giulia. Dopo tredici mesi nacque la loro primogenita:
Sara. Dopo una lunga pausa Andrea e poi Mary.

Non ebbe mai a pentirsi della sua scelta. La sua era un'esistenza semplice e sana, del tutto appagante.
Trascorsero diversi anni di serenità, interrotti brusca- mente dalla morte prematura di Michelina. Al suo
capez- zale, Matteo, tenendole la mano, ricordò di non essersi mai disobbligato con lei. La donna,
oramai stremata dalla sua malattia, lo guardò, con gli occhi arrossati, e gli disse, con un filo di voce ed
un mezzo sorriso: «Non è mai troppo tardi».
«C'è qualcosa che vorresti io facessi?», le chiese lui prontamente.
Lei annuì.
«Ti prego… Dimmi!».
Michelina socchiuse gli occhi. «Se Milly…se mai Milly dovesse trovarsi in pericolo di vita, se mai
dovesse avere bisogno di aiuto, promettimi…»
Matteo sgranò gli occhi. «Mio dio, ma come ti viene in mente?... In pericolo di vita, poi…»
Michelina sospirò, con le palpebre ancora abbassate.
«Me lo prometti?».
Matteo le strinse la mano. «Te lo giuro!», le disse con tono rassicurante.
Lei non aggiunse altro e non riaprì mai più i suoi occhi.
15

Matteo aveva notato che la porta della cameretta di Sara era chiusa.
«Giulia, io porto i bambini a vedere la partita. Oggi il 'Lioni' gioca in casa. Così Sara può studiare senza
essere disturbata».
«Sì. Buona idea».

Non appena finì di ripulire la cucina, la donna pensò di raggiungere Sara, certa di trovarla alle prese
con i suoi idilli. 'Magari ha bisogno di qualcuno a cui ripeterli. '
Aprì con cautela la porta della cameretta.
«Oh, mamma, mi aiuti…», cominciò subito Sara nel vederla. Poi, notando un'espressione di disappunto
sul viso della donna, pacò il tono di voce «…a decidere che cavolo indossare? Oggi proprio non
riesco!», concluse, riportando lo sguardo nel guardaroba alla ricerca dell'abbinamento vincente.
Giulia gettò immediatamente un'occhiata alla scrivania di frassino, posta sotto la finestra. Il libro di
letteratura era ben chiuso.
Spostò lo sguardo sul lettino. Vi erano stesi sopra vari capi di abbigliamento, in maniera tale da formare
degli abbinamenti.
«Solo oggi?! Non è la storia di ogni domenica...?!».
«Ecco! Ci sono», esclamò d'un tratto, puntando un paio di pantaloni di velluto millerighe panna ed un
maglioncino di lana rosso.
«Già?! Hai deciso così presto?!», disse Giulia in tono provocatorio. «Adesso pensi di poter dedicare un
po' di
tempo a quegli idilli?!».
Sara era altrove. «Sì, metto questi». Sul suo viso com- parve un sorriso malizioso. «Luca adora il
rosso».
«Luca?! Allora, stasera non vai alla 'Mela'?».
«Non lo so, mamma. È facile che stasera ti faccia contenta».
La donna sapeva bene che i programmi serali di sua figlia non erano affatto motivati dal desiderio di
farla contenta. «Stai pensando di tornare con Luca?».
«Non lo so. D'un tratto ho cominciato a sentirmi confusa...». Prese a riporre meccanicamente nel
guardaro- ba gli abbinamenti scartati, liberando il lettino. «In verità non sono mai stata del tutto certa
che il capitolo Luca fosse veramente chiuso».
Giulia stava sfogliando il libro di letteratura in cerca del primo idillio, ma alzò immediatamente uno
sguardo incredulo sulla figlia. «Mi hai sempre detto l'esatto contra- rio!»
«Ehm…» Sara si sentì in difficoltà. «Il fatto mamma è che…» Chiuse l'armadio e si buttò sul letto.
«Qual è il fatto? Forse che a me faceva piacere che tornassi con lui, con un bravissimo ragazzo.
Anziché prendere a frequentare gente strana e soprattutto luoghi strani!».
«Che palle, mamma!», sbottò Sara, fissando il soffitto.
«Prima cosa, io non ho preso a frequentare gente strana! E, seconda, la 'Mela', te l'ho detto cento volte,
non è un luogo strano! E‟ una di-sco-te-ca!». Prese fiato un istante e poi continuò. «Senti, io posso
capire che con papà è inutile anche tentare, influenzato com'è dagli altri padri idioti, ma è mai possibile
che anche con te, che sei una madre model- lo, ancora io debba fare questi discorsi?!». Scosse la
testa.
«Oramai sono quasi tre mesi che frequento la Mela e mi
pare proprio che io sia ancora tutt'intera!». Aprì le braccia come a voler mostrare la sua integrità. «Ti
garantisco che non sono disonorata...né drogata!». Quando vide la madre storcere il muso per quelle
parole forti, ritornò sull'argomento iniziale. «Comunque, voglio essere sincera con te. È vero che ti ho
sempre detto che con Luca era un capitolo chiuso perché a te faceva piacere che tornassi con lui».
Giulia aggrottò la fronte.
«Ma non nel senso che intendi tu», si affrettò a precisa- re. « Ma perché non volevo che ti facessi
illusioni».
«Ehm, va bene. Quindi adesso sei stata sincera con me perché hai finalmente deciso».
«Calma. Non correre. Sono ancora troppo confusa per dare certezze a 'chiunque'».
«Io non ti capisco. Non sei capace di leggere dentro di te e capire di chi sei innamorata?».
Sara non le rispose.
«Ai miei tempi tutte queste difficoltà…»
«Ti prego, mamma, non mi cominciare la predica con quei tuoi tempi, che, sinceramente, dalle cose
che mi avete sempre raccontato tu e papà, a me sembra proprio che fossero tempi del cazzo!».
«Già, ma almeno non andavamo in crisi per ogni sciocchezza. Non ne avevamo proprio la possibilità»,
concluse Giulia, sedendosi sul lettino di fianco a quello di Sara. «In ogni caso, quello che conta è che
stasera tu vada al cinema e non in quel posto. E magari non ci andassi proprio più!».
«Diciamo che ti garantisco per questa sera, ma… “Del doman non v'è certezza!”».
«Beh, io spero che tu e Luca facciate la pace questa sera stessa, così lo chiudiamo per sempre questo
capitolo della
'di-sco-te-ca'. E io tornerò ad essere una persona serena, non dovendo più mentire a mio marito per
te».
«Che palle», sospirò Sara.
«Comunque, adesso pensiamo a questi idilli. Incomin- cia con il primo: “Alla luna”».
«Chi?! Io?! E chi lo sa?!».
«Sara! Che hai fatto fino ad ora?».
«E dài, mamma! Che palle!», sbuffò la ragazza, eviden- temente seccata per quell'impegno.
«Che palle?! Domani mattina, 'quella', appena arrivi in classe, ti mette un bel due!».
«Perché è una stronza, che mi ha preso sugli occhi! Io sapevo bene tutto quello che è importante
conoscere del Leopardi! E lei che pretendeva?! L'idillio a memoria! Ma va a cagare! Solo perché non
sono una delle sue cocche!».
«Ma che dici?!».
«Che dico!? E cosa pensi, tu?! Credi che la scuola veramente sia un luogo perfetto dove crescere e
matura- re?! Sappi che non tutti meritano davvero l'appellativo d'insegnante! Alcuni pare proprio che
vengano a sfogare a scuola e, quindi, su di noi alunni le loro frustrazioni, o i loro problemi familiari!».
«Va be‟, non esageriamo adesso! Quando sei arrabbiata vai a ruota libera!».
«Io non esagero affatto, questa volta!», digrignò i denti.
«Pensare che tutta la settimana mi sono ammorbata con questo Leopardi e il suo pessimismo: l'uomo
che è nato per soffrire, la natura che non è madre, ma matrigna…»
«Addirittura! E perché la pensava così, questo Leopar- di?!».
Sara roteò la testa sul cuscino e la guardò. «Perché era convinto che la natura ci mette al mondo,
come una madre, ma solo per farci soffrire, come una matrigna!».
«Accidenti! Mi fa quasi venire i brividi!».
«A me fa spuntare la barba, per non dire altro! E credo che studiarlo porti anche un po' di sfiga».
«Esagerata!».
«Eh, sì! Ho studiato Leopardi come una matta questi giorni e la settimana si è conclusa una merda: il
casino di Milly, Anna chiusa dentro…»
«Chiusa dentro?! E perché?».
«Perché non si è presentata al bar stamattina, per il fatto di Milly». Si limitò a dire. La ragazza sapeva
che tutta la verità avrebbe messo in agitazione Giulia. Avrebbe subito pensato che i genitori di Anna
avrebbero potuto riferire a Matteo delle loro domeniche alla 'Mela'.
«Poverina! Comunque, credo che Leopardi non c'entri nulla. Perciò diamoci una mossa con questi idilli,
forza!» Le porse il libro già aperto su “Alla luna”.
«No». Sara si rifiutò di prenderlo. «Tienilo tu. Leggi pian piano, e io tenterò di memorizzare».
«E va bene», sospirò Giulia. Sistemò il libro sulle gambe e cominciò:
O graziosa luna, io mi rammento che, or volge l'anno, sovra questo colle
Sara cominciò a pensare ad altro.'Se scendo prima delle sei, dovrei trovarlo davanti al cinema con tutti
gli altri.'
Giulia continuava lentamente:
io venia pien d'angoscia…

'Ma che andavano a vedere? Me lo ha pure detto Fio- renza.' Sara cercò di ricordare. 'Bah, va be‟, ma
chi se ne frega!'
Ma nebuloso e tremulo dal pianto…
'Guarda caso è un film che improvvisamente ha stuzzi- cato la mia curiosità. Dirò a Fiorenza che
qualcuno mi ha
riferito che è un bel film. Tanto, appena mi vedono lì, lo capiscono subito tutti cosa mi interessa. O
meglio, chi mi interessa.'
Giulia scoccò un'occhiata alla figlia e vide che fissava il soffitto. Le apparve molto concentrata, quindi
continuò soddisfatta:
…che travagliosa
era mia vita: ed è, né cangia stile, o mia diletta luna.
'Speriamo che lo capisca anche lui, subito. Mi romperei proprio, se dovessi rinunciare ad una domenica
alla 'Mela' e non concludere nulla con Luca. Sarebbe perdere del tempo!'
E pur mi giova
la ricordanza, e il noverar l'etate del mio dolore…
'Spero per lui che torniamo insieme questa sera stessa. Se inizia a fare il tipo sulle sue, perché è
risentito, io una seconda occasione non gliela do. Eh, no! Deve dimostrar- mi di aver imparato la
lezione. Di essersi tolto il vizio di fare il mattone. Altrimenti, anche se dovessi impazzire d'amore per lui,
non ne vorrò più sapere.'
Tutt'a un tratto Giulia si fermò, cercando di capire il significato di quei versi. E nella cameretta ci fu il
silenzio più totale. Poi riprese:
…ancor che triste, e che l'affanno duri!
Sul viso di Sara era apparso un cipiglio. 'Se rompe anche stasera, finisce per sempre!'
Giulia batté il palmo sul libro ed esclamò con commo- zione:«Che tristezza!».
Sara trasalì. «Cosa?!».
«Quest'idillio! Che tristezza!».
«Ah, l'idillio...!».
«Certo. E che altro, se no?». Sara non rispose.
«Però non l'ho capito bene», confessò candidamente Giulia.
«Te lo spiego io. Non c'è poi molto da capire. In pratica Leopardi era uno che non aveva nient'altro da
fare e parlava con la luna», ironizzò Sara.
«Dài, smettila di scherzare! Sono curiosa. Spiegala un po', prima di ripeterla a memoria».
«Te l'ho detto, „questo‟ non aveva amici e non aveva una donna, perché appena cominciava con il suo
pessimismo e questa storia della natura matrigna tutti se la svignavano. Quindi, a un certo punto, prese
a rompere le scatole alla luna. Si accorse che almeno con „lei‟ poteva sfogare, senza rischiare di essere
piantato in Nasso. E così, spesso e volentieri, si presentava al solito posto, su questo colle, e
cominciava le sue litanie», guardò la madre sorridere.
«Secondo me, alla luna, come lo vedeva arrivare e sedersi sul colle, le pigliava una tale botta in
fronte…! Nessuno lo sa, ma le macchie lunari sono tutta colpa di Leopardi».
«Ma la vuoi smettere!», ridacchiò Giulia.
«No, no, dico davvero! Anzi, io sono certa che la luna ci avrà provato pure ad andarsene, ma,
poveraccia, non c'è riuscita. Comunque, anche se di un pochino, si è spostata più in là».
«Sei tremenda!».
«Non sto scherzando. Di sicuro prima dell' Ottocento la luna si trovava in un punto dello spazio più
vicino al 'colle del Leopardi'».
Giulia scoppiò in una risata.
Sara portò lo sguardo sulla madre. «Devo commentarlo così, domani in classe, quest'idillio, vediamo se
riesco a sortire lo stesso effetto sulla professoressa».
«Cosa?! Oh, no!». La risata sul volto di Giulia si smorzò in un istante. «Forza, riprendiamo!». Si fece
seria e compo- sta. «Vuoi iniziare a ripetere o te la rileggo un'altra volta?».
Sara scoccò un'occhiata alla sveglia sul comodino: erano passate, da qualche minuto, le cinque.
«Caspita, come vola!», commentò, tirandosi su.
«Rileggi, rileggi. Io ti ascolto attentamente. Intanto, però, comincio a prepararmi».
16

Quando Sara uscì dal portone di casa era l'imbrunire. Ma l'aria era ancora misteriosamente mite. Le
veniva da pensare alle belle serate di inizio estate.
Con una temperatura così, era difficile credere che mancava un mese a Natale. E che di lì a pochi
giorni sarebbe arrivato il gran freddo e come al solito tanta neve.
'Chissà come trascorrerà questo lungo inverno? E chissà con chi lo trascorrerò io?'
Le venne in mente che Seb, più tardi, sarebbe giunto alla Mela e ci sarebbe rimasto malissimo a non
vederla arrivare per tutta la sera. Ed anche Riccardo a non vedere Anna. Certo sarebbe stata una
brutta sorpresa per entram- bi. Un bidone. Sicuro non era giusto. 'Sono due bravi ragazzi. Non gente
strana! Magari un po' stravagante...'. Ricordò i capelli pieni di gelatina, gli occhiali a specchio mentre si
ballava e i salti spericolati lungo i sette gradini che davano in pista. Sorrise. 'Sì. Certamente
stravagante! Ma, cavolo, com'è simpatico il mio Seb!' E, mentre ci pensava, si rendeva conto che forse
si era trattato proprio di quello. Esclusivamente di quello. Simpatia. E quanto era stata attratta da quella
sua simpatia, da quel carattere estroverso e da quel tipo di rapporto così nuovo. Tanto coinvolgente da
distrarla da tutto il resto. Anche dal pensiero che, in realtà, lei amava Luca. Era un po' stizzita con lui,
ma lo amava. E adesso quel sentimento, che forse non aveva mai smesso di ribollirle dentro,
all'improvviso era esploso.

Distratta dai suoi pensieri, aveva già attraversato mezza


piazza, senza rendersene conto. Ogni due passi c'era qualcuno che la salutava. La conoscevano tutti.
Per qualcuno era la figlia del maresciallo, per altri la figlia di Giulia, per altri ancora la nipote di Alice. Ma
per i più giovani era Sara: l'ex di Luca e il sogno di tutti. La ragazza più bella di Lioni.
Lei rispondeva ad ognuno, salutando con il sorriso frizzante di chi è pieno di vita. E nonostante in quei
momenti avesse mille pensieri per la testa, non appariva distratta, ma dinamica ed allegra come
sempre. Intanto la strada le era proprio volata sotto i piedi. Dopo poco si sarebbe trovata davanti al
cinema. Sentì il calore di un'emozione. La sua eccitazione crebbe . 'Chissà il mio biondone, quando mi
vedrà…'.

Era in cima alla strada del cinema che correva legger- mente in discesa: uno dei punti più pittoreschi
del paese. Il San Nicola occupava i locali sottostanti di una delle costruzioni più antiche di quel centro
storico. Dalla sua posizione, Sara riusciva a vedere benissimo che dinanzi al cinema non c'era ancora
nessuno.'E dove sono finiti?!'.
D'impulso le venne da pensare che era rimasta fregata. Poi controllò l'orologio sul polso e scosse il
capo. 'Certo che non vedevo l'ora!'. Era in anticipo di una trentina di minuti. Avrebbe odiato farsi trovare
dai suoi amici, e soprattutto da Luca, lì impalata, tutta sola, ad attenderli. „Come se, tutt'a un tratto, Sara
non avesse più alternative. Più niente di meglio da fare. Più nessuno con cui stare. Ridotta ad aspettare
lì, sola, come una miserabile!‟.
Si morse il labbro. „Accidenti, no!‟.
Si voltò immediatamente e, impulsivamente, prese la strada per la casa di Milly. Impiegò all'incirca
cinque minuti per arrivare all'imbocco del vicoletto. Il portoncino
di Alice e Marco era chiuso. Non aveva a disposizione abbastanza tempo per due soste e le premeva
accertarsi delle condizioni di Milly. Così, diede giusto un'occhiata attraverso i vetri della porta della
cucina, per un saluto veloce, da fuori, agli zii. Li vide seduti intorno al tavolo. Serenella aveva disegnato
qualcosa e loro si stavano mostrando molto colpiti dalla sua bravura. Marco le carezzava la testolina
allegramente, e Alice le stava dicen- do qualcosa con un'espressione d'ammirazione sul viso. Era un
bel quadretto che Sara non volle assolutamente guastare. Quindi sorrise compiaciuta e tirò avanti
veloce- mente.
La porta del misero basso di Milly, come al solito, era solo socchiusa. Sara entrò, facendosi sentire.
Milly rimase di spalle davanti al lavandino della sua cucina decrepita. Sotto un filo d'acqua sciacquava
le verdure per il brodino di quella sera.
«Ciao», Sara la salutò sottotono.
Milly accennò con il capo, senza voltarsi.
«Come ti senti?», azzardò dopo qualche istante la ragazza, tirando una sedia dal tavolo per
accomodarsi.
«Non lo so… Una nullità, sicuramente… Quello che sono sempre stata», le rispose, dopo qualche
momento, con voce rauca, asciugando una lacrima con il braccio.
«Sei sola?». Tentò di parlare d'altro.
«Sì».
«E Annarella?».
«Non esce stasera».
«No?! Come mai?!». Parlava restando sempre di spalle, come se tentasse di nascondersi.
«È una lunga storia», tagliò corto Sara. Non era proprio il caso di annoverare i problemi di Anna a
quella povera disgraziata. E procurarle anche dei sensi di colpa.
Milly prese un coltello e cominciò a pelare una grossa patata. «Non viene alla Mela con te, stasera?».
«No. E in verità…non ci vado nemmeno io».
A quella dichiarazione Milly si voltò lentamente, mantenendosi un'anca. Aveva il labbro superiore
gonfio, il naso mal concio, con tracce di sangue incrostato e gli occhi visibilmente arrossati.
Guardò Sara con aria interrogativa. «Prendi il pacchet- to di sigarette
sulla mensola», le disse poi, poggiandosi con la schiena ad un mobile.
Erano le Multifilter che compravano a turno Anna e Sara, e che lasciavano per prudenza a casa di
Milly.
«E allora, che significa?», chiese poi, quando vide che la ragazza non si decideva a parlare.
Sara accese contemporaneamente due sigarette e gliene passò una. «Niente di che… Credo di amare
Luca e sto pensando di tornare con lui. Quindi stasera vado al cinema. È tutto a posto».
«Veramente?! Non c'è altro?!».
«E ti sembra poco?».
«No! Anzi... È proprio tanto!». Milly sospirò. «Beata te, che puoi decidere di prenderti chi vuoi…»,
sospirò di nuovo. «... Che sei desiderata da tutti!».
Sara abbassò lo sguardo su alcune mattonelle lesionate del pavimento.«Mi dispiace tanto Milly...».
La ragazza tirò una boccata di fumo. «No! Non devi dispiacerti! Io ho avuto quello che meritavo.».
«Non devi parlare così!».
«Ma è la verità. Comunque, la lezione mi è bastata», parlava lentamente. Quasi a fatica. « Io non so
cosa mi ha preso. Ho perso la testa e hanno cominciato a frullarmi idee assurde… E ci credevo pure!
Mi ero assolutamente
convinta che fossero possibili!».
«Come mai non ne hai mai parlato a me ed Anna?
Eppure siamo amiche!».
Scrollò la testa.«Non saprei. È difficile spiegarlo. Io proprio farneticavo attorno a questa fantasia tutta
mia. Capisci?...Non ci stavo con la testa».
Sara annuì.
«Comunque, alla fine c'è che…che la lezione mi è bastata», dichiarò di nuovo, quasi a volerla
tranquillizzare.
«È come se finalmente mi fossi svegliata da un sogno e… e avessi preso coscienza della realtà».
«Sicuro?», le domandò Sara, con tono premuroso.
«Sicuro», confermò Milly. Ogni tanto asciugava qual- che lacrima che scendeva a rigarle le guance.
«Finalmente ho capito che… che quell'uomo non è mai stato mio». Dopo aver preso una pentola, si
sedette anche lei al tavolo e cominciò a tagliare le verdure. «E… ho capito una cosa ancora più
importante».
«Cosa?», Sara era curiosa.
«Che l'unica parte buona di lui…quella…appartiene solo a me. E nessuno potrà mai togliermela».
«Certo che no!», esclamò Sara, con tono deciso.
«D'ora in poi, ricomincerò a pensare solo a mia figlia… Mi preoccuperò solo di lei... Della sua salute,
della sua crescita. E vivrò per vigilare su di lei. Perchè nessuno le possa mai fare del male. Non la
lascerò mai sola…» Le lacrime presero a scendere copiose sul tavolo e sulle verdure.
Sara si alzò e andò a prenderle un po' di carta nel bagno. Stava provando un certo sollievo nel vedere
che Milly, da sola, stava già cercando di darsi forza, ritrovando in sua figlia un valido motivo per
ricominciare. «Serenella è una bambina intelligentissima! E non te lo dico tanto per
consolarti…» Sara prese, dalla sedia accanto alla sua, una bambola un po' vecchiotta, con dei capelli
sintetici, gialli e arruffati, e un occhio chiuso. Le sembrò che le facesse l'occhiolino. Era la bambola che
suo padre aveva compe- rato a Milly, tanti anni prima, e con la quale Serenella si contentava di giocare
tutti i giorni, senza fare mai capricci per una bambola nuova.
«Lo so», annuì Milly, soffiandosi il naso.
«Di certo tua figlia ti darà grandi gioie e soddisfazioni!», le disse ancora con convinzione.
«Già. Ma adesso mi piacerebbe tanto andarmene, da sola con lei, in capo al mondo. Sparire per un po'.
Nascon- dermi da tutti».
Sara capì bene il motivo di quel desiderio, ma volle sdrammatizzare. «Tu in capo al mondo?! E come ci
arrivi?!», chiese in tono scherzoso.
Milly la guardò.
«Non sei tu quella che, ogni volta che vede un aereo o una nave in televisione, dice di non capire dove
trova il coraggio la gente di lasciare la terra ferma? E che non ne sarebbe mai capace?».
«Sì è vero. È così», ammise, mesta, Milly. Non era affatto in vena di scherzare.
Ma Sara continuò. Voleva a tutti i costi che si distraesse.
«Ma, sai, i miei pensano che il destino esista . Quindi, se una cosa brutta ti deve capitare, ti capita a
prescindere da dove ti trovi: mare, cielo…»
«Sì, ma se hai i piedi ben impiantati al suolo, certo non ti può capitare di precipitare e buonanotte», la
interruppe Milly.
«Sai, a scuola stiamo studiando un poeta, si chiama Giacomo Leopardi…»
«Questo nome non mi è nuovo».
«Già! E‟ una palla. Questo è convinto che l'uomo sia nato per soffrire».
«Non posso dargli torto!».
Sara le rivolse uno sguardo dolce, poi riprese: «Lui sostiene che la natura non è una madre, ma una
matrigna malvagia. Dunque, stando al suo pensiero, non possiamo ritenerci al sicuro neppure sulla
terra ferma. Lui dice che la natura, anche „con lieve moto‟ della terra, può farci fuori tutti».
«A noi lionesi no! Noi siamo in una vallata protetta!».
Sara la guardò meravigliata. «Anche tu con questa storia?! Ti ha convinta mia madre?»
«No. Me lo diceva sempre la mia. Mi raccontava che tutti gli antichi ne erano certi. Dunque, deve
essere per forza vero».
Sara inarcò le sopracciglia. «Speriamo».
«Non avere dubbi. Noi siamo al sicuro comunque grazie al nostro Protettore, san Rocco…»
«Per carità, Milly! Risparmiami!». Portò il suo sguardo sull'orologio a parete. Mancava qualche minuto
alle sei. Posò la bambola sul tavolo. «Milly, io adesso devo scappa- re! Sarei rimasta, ma…» Si alzò
frettolosamente.
«No! No! Vai!».
«Sì, ma c'è una cosa che voglio dirti prima…»
Milly alzò lo sguardo su di lei. E Sara, guardandola dritto negli occhi, continuò: «Tu non sei affatto una
nullità. Tu vali il doppio di tutti noi».
Milly scoppiò a piangere e lei l'abbracciò.
Quando Sara uscì da casa di Milly era buio. Avvertì una strana sensazione d'angoscia. Prese a
percorrere veloce- mente il vicolo che non le sembrò lo stesso di sempre: lo stesso di quella bella
mattinata di sole raggiante.
Era sera. Nelle case oramai c'era la luce accesa. Nella grande cucina dei suoi zii, vide, senza
avvicinarsi, Alice in movimento e Marco e Serenella ancora al tavolo.
Tutto era normale. Sereno. Tranquillo. Eppure si trattava di una calma paradossalmente inquietante.
Sara sentì come una profonda malinconia attanagliare irrime- diabilmente la sua anima. Volle pensare
che fosse l'effetto del calare della sera, dopo una giornata così turbolenta.
Era già arrivata dinanzi al basso del vecchio forno dei suoi nonni, ormai chiuso da anni. Il vicolo era alle
sue spalle. Stava per voltare l'angolo. Era quello che desiderava per liberarsi da quell'angoscia e
raggiungere finalmente Luca.
Invece, il suo passo rallentò. Percepì un'altra sensazio- ne indecifrabile. Qualcosa di forte. Qualcosa
che addirit- tura la costrinse a fermarsi e a voltarsi. La pittoresca stradina, fatta di pietre antiche e
costeggiata dalle graziose casette color paglierino, avvolta dalla timida luce della luna, d'improvviso,
davanti ai suoi occhi, si animò con le scene dei tanti momenti della sua infanzia: i giochi, gli abbracci
dei nonni, le risate dei suoi genitori, le corse e perfino le sbucciature dei suoi
ginocchi.
Dio, ci avrebbe giurato, si trattava di un presagio! 'Ma, cazzo, è solo la fine di una domenica!'.
D'impulso alzò lo sguardo verso l'alto e si trovò di fronte un'enorme luna. Si stupì per quanto fosse
grossa.
Poi, d'improvviso, fu invasa da nuovi flash. Presero a scorrerle in mente immagini in cui Milly, con gli
occhi arrossati, finiva la sua multifilter e Serenella, sorridente, tornava a casa accompagnata da Marco
e Alice; ed altre in cui il vecchio Rocco e Maria inzuppavano il loro pane tostato nell'orzo caldo.
Semplice e pura immaginazione. Tutto normale. Ma l'angoscia, come una morsa, cominciò a stringerle
il petto. Rimase ancora qualche momento lì, impalata al buio, da sola, in capo a quel vicolo, la cui luce
sembrava essersi spenta all'improvviso.
Estemporaneamente, le venne da pensare alle candele della chiesa nel suo incubo che ogni volta si
spegnevano tutte insieme, prima dell'evento nefasto.
Cosa le stava succedendo? O cosa stava succedendo? Adesso l'angoscia si stava trasformando in
panico. Volle allontanarsi velocemente. Ora più che mai, aveva bisogno di portarsi in mezzo alla gente,
di vedere i suoi amici e più di tutti Luca, al quale raccontare ogni cosa. Lui di certo sarebbe stato
capace di tranquillizzarla.
17

Anna, nella sua cameretta, cercava malvolentieri di studiare la chimica. Era l'unica materia che odiava.
Aveva un'insegnante che non era in grado di spiegare in maniera tale da farsi comprendere dagli
alunni. E 'ovviamente' nessuno aveva il coraggio di farlo presente.
Una volta, all'inizio dell'anno scolastico, alla fine di una spiegazione, Sara si era alzata dalla sua
sediolina ed aveva dichiarato di non aver capito nulla. L'insegnante l'aveva guardata con aria di
sufficienza e le aveva risposto che non era un problema suo. E da allora non si era più risparmiata di
mostrarle antipatia.

Di tanto in tanto, Anna si distraeva a fissare i bei ragazzi raffigurati nei ritagli dei giornali che
tappezzavano tutte le pareti della sua camera. In alcuni primi piani vedeva Marco e cominciava a
sognare di essere Alice, in altri vedeva Riccardo e sentiva accrescere in lei la rabbia di dover restare
chiusa in casa quella domenica. Non era possibile! Proprio quella sera in cui, finalmente, si sarebbe
potuto avverare il suo sogno di avere un ragazzo. Proprio come Sara.
Da quando, la sera prima, aveva ricevuto la telefonata di Riccardo, aveva immaginato decine di volte
quella serata alla Mela. A cominciare dal momento in cui lui l'avrebbe accolta. Forse l'avrebbe
abbracciata sollevandola da terra, come faceva ogni volta Seb con Sara. O forse no, troppo
confidenziale. Troppo presto. Ma non impossibile, aveva deciso alla fine. Riccardo, come Seb, era un
ragazzo allegro, dinamico, fuori dal comune.
In ogni caso, sarebbe potuta stare stretta a lui quando
avrebbero ballato i lenti. E poi chissà che non avrebbe trovato pure il coraggio di lasciarsi baciare. Lo
vedeva fare a Sara tutte le domeniche. Quando, dopo essersi scatenati in pista, lei e Seb s‟inventavano
la scusa di essere stanchi, per prendersi una pausa e accomodarsi sulle grandi poltrone di velluto rosso
della 'Mela'. Ne sceglievano sempre un paio più appartate, per concedersi dei momenti solo per loro.
Guardò la sveglia. Erano le diciotto e trenta. 'A quest'ora avrei incominciato a prepararmi'.
Dieci minuti prima delle diciannove Sara avrebbe bussato al citofono.
La Mela nel periodo autunnale rispettava orari più corti, aprendo al pubblico alle diciannove. Molti erano
lì ad aspettare, prima ancora che i titolari aprissero. Tanti venivano da fuori, anche da abbastanza
lontano, per potersi divertire, e non intendevano perdersi neppure un minuto.

Quella domenica non sarebbe stata diversa dalle altre. Ed il pensiero che di lì a poco la Mela avrebbe
riaperto i battenti per tutti, ma non per lei, prese a tormentarla.

Ad un tratto la sua camera si riempì del suono delle lancette della sua vecchia sveglia:
tic-tac, tic-tac, tic-tac…

C'era lei, il libro di chimica, lo zaino abbandonato sul pavimento, le immagini dei ragazzi sorridenti che
la guardavano dalle pareti di quella camera maledetta e quel tic-tac che scandiva i secondi che
passavano noncuranti.
Ad ogni tic-tac sentiva accrescere la tensione dentro di lei. La sentiva diffondersi e trasformarsi in un
miscuglio di
inquietudine e rabbia.

Tic-tac, tic-tac…sessanta volte e la lancetta dei minuti si diede uno slancio più avanti. 'È passato un
altro minuto. E presto ne passerà un altro, e subito un altro ancora'.
Quel ticchettìo, nel silenzio totale di quella camera, prese ad assumere un ritmo strano.
Tic-tac, tic-tac, tic-tac, disubbidire- non disubbidire, disubbidire-non disubbidire, disubbidire-non
disubbidire.

D'un tratto, le venne in mente il giorno in cui Sara la convinse ad andare per la prima volta alla 'Mela'.
«…I nostri genitori non ce lo permetteranno mai!».
«E chi glielo chiede il permesso…!».
«Andiamo in un posto del genere senza il permesso dei nostri…»
«Esattamente!».
« Sara, ma è una cosa pesante! Non se lo meritano. Dopotutto ci permettono di uscire a passeggio
quando ci pare e piace… di andare al cinema tutte le volte che vogliamo…»
«Ci obbligano a rientrare presto…. ad andare a dormire con le galline…»
«Sì, va be‟, ma non ci possiamo lamentare…»
«No. Io mi lamento eccome!».
«Perché?!».
«Perché rompono in una maniera incredibile con questo fatto dello studio. È tutto lì, non lo capisci?!
Hanno paura che ci distogliamo dallo studio. I miei non vogliono accettare che io intendo fare il minimo
indispensabile, perché a me della scuola non frega niente!».
«Ma stiamo alle superiori!».
«E allora?! Noi dobbiamo vivere la nostra vita! Essere
padrone del nostro tempo! La vita è troppo bella per sprecarla sui libri, come vorrebbero loro! La vita va
vissuta. Noi dobbiamo fare le cose che ci piacciono perché questo è il nostro tempo!»
«Ma?!...».
«Il tempo, Anna! Il tempo che ci è donato è un bene troppo prezioso per sprecarlo! E sai perché?
…Perché dura poco…Come mi diceva sempre mia nonna: '…Poi all'improvviso ti accorgi che il tempo ti
è sfuggito via…'».

È volato via in un attimo. E quei minuti stavano proprio volando via.


Tic- tac, tic-tac,tic-tac, vola- via, vola- via, vola- via. Chiuse le tempie tra i due pugni.
Il tempo, Anna! Il tempo che ci è donato è un bene troppo prezioso per sprecarlo! E sai perché?
…Perché è sempre troppo breve…Perché vola via in un attimo...
Tic-tac, tic-tac, tic-tac… disubbidire-non disubbidire, disubbidire-non disubbidire…
Strinse la sua testa tra le mani. Tentò di calmarsi, di domare quella rabbia. Lei era la brava figliola
educata. Era Sara la ribelle. Ma questa volta si accorse di non farcela a ritrovare il suo equilibrio.
La sua anima aveva preso a smaniare.
Con un colpo di mano chiuse il libro di chimica, si alzò e corse in cucina a prendere quei doppioni
nascosti nella scatola di latta, in mezzo all'occorrente per il cucito.
Afferrò la scatola e l'aprì. Vide subito spolette di cotone di vari colori, forbicine, aghi e spilli. Vi rovistò
ripetutamente. Non credeva ai suoi occhi. Non era possibile. Svuotò la scatola e ne sparpagliò
nervosamente il contenuto sul tavolo della cucina. Cercò ancora con gli occhi. Ma inutile. Niente chiavi.