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Gluck nacque a Erasbach (oggi Berching), una cittadina dell'Alto Palatinato.

Il padre era una guardia forestale


sovrintendente ai pedaggi di Erasbach e di alcuni ricchi possedimenti monastici. Dell'infanzia del compositore si conosce
poco: con ogni probabilità ricevette lezioni di organo o clavicembalo presso il collegio dei gesuiti di Komatau, frequentato
da un fratello, e in questo periodo imparò a suonare il violino e il violoncello. È certo invece che, per poter seguire le sue
inclinazioni musicali avversate in famiglia, fu costretto a fuggire di casa e a guadagnarsi da vivere esibendosi nelle
chiese e nelle piazze come cantore e suonatore ambulante e che, dopo la riconciliazione con il padre, visse per alcuni
anni a Praga, dove proseguì gli studi musicali e frequentò la Facoltà di Filosofia dell'università locale, seguendo i corsi
di logica, fisica e metafisica. Gluck entrò in contatto a Praga con le opere italiane di Johann Adolf Hasse, basate sul
modello metastasiano, un modello che trionfava in tutta Europa e che il compositore tedesco ebbe modo di conoscere
ancora meglio quando si trasferì a Vienna, nel 1735, lavorando come "musico di camera" presso il principe Lobkowitz.
Lasciata Vienna, Gluck si trasferì a Milano con il nobile Antonio Maria Melzi, suo amico e protettore. Fu lo stesso Melzi
ad affidare il giovane compositore agli insegnamenti di un maestro molto rinomato, soprattutto nel campo della musica
strumentale: Giovanni Battista Sammartini. È significativo che in questo periodo Gluck scriveva alcuni brani strumentali:
le sei sonate in trio, pubblicate a Londra nel 1746. Il teatro rimaneva però al centro dei suoi interessi.
Il 26 dicembre 1741 la sua prima opera lirica, Artaserse, su testo di Metastasio, fu accolta con favore dal pubblico
del Teatro Regio Ducale di Milano. A questo fortunato esordio fecero seguito poco meno di una decina di lavori scritti per
i teatri di Milano, Venezia e Torino, che gli procurarono una buona fama. Nel 1745 si trasferì a Londra, dove con La
caduta de' giganti esordì, questa volta con scarso successo, al King's Theatre. Qui incontrò Händel – che per il più
giovane collega non nutrì una particolare stima (dopo aver ascoltato quest'opera, egli dichiarò che il suo autore si
intendeva di contrappunto come il suo cuoco) – e si esibì con lui in un concerto. La grandiosa semplicità del modello
teatrale di Händel e in particolare l'uso drammatico del coro colpirono profondamente Gluck, esercitando su di lui un
influsso destinato a dar frutti negli anni successivi.
Nel 1750 sposa Marianne Pergin a Vienna. Nel 1752 ritornò a Vienna dove, nominato Kapellmeister (maestro di
cappella) di un'importante orchestra, pose base stabile – fatta eccezione per gli spostamenti legati alla sua attività – fino
alla morte. Qui conobbe Giacomo Durazzo, direttore di due importanti teatri della città, attorno al quale ruotavano molte
attenzioni, soprattutto da parte di molti appartenenti al mondo intellettuale e nobiliare che miravano a restaurare il teatro
d'opera. Gluck fu coinvolto in alcune rappresentazioni con certe compagnie dell'Opéra-comique francese e
nel 1761 compose la musica del balletto pantomimo Don Juan ou le festin de pierre, coreografato dal celebre ballerino e
coreografo Gasparo Angiolini, che sarebbe stato suo collaboratore anche in Italia; durante questo lavoro conobbe il
librettista Ranieri de' Calzabigi, con il quale iniziò la cosiddetta "riforma gluckiana".
L'anno seguente, il terzetto produsse Orfeo ed Euridice, destinata a diventare l'opera più famosa di Gluck in quanto
prima espressione della sua riforma. A questo lavoro nel 1765 seguirono altri due balletti pantomimi: Semiramide, da
una tragedia di Voltaire, e Ifigenia in Aulide e in seguito le opere Alceste del 1767 e Paride ed Elena del 1770. Conclusa
questa esperienza, Parigi divenne il nuovo centro intellettuale cui Gluck decise di indirizzare il suo talento. Contando
anche sulle brighe di un suo nuovo amico, attaché all'ambasciata francese a Vienna e aspirante librettista, noto come Le
Bailly du Roullet,[2] e soprattutto sulla protezione della nuova delfina di Francia, Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena, già
sua affezionata allieva di canto, Gluck riuscì infine ad ottenere una ricca scrittura da parte dell'Académie Royale de
Musique e, nel 1763, partì alla volta della capitale francese con la partitura di una nuova opera, già pronta. Si trattava
dell'Iphigénie en Tauride, scritta su libretto del Du Roullet, tratto da un testo di Racine: l'opera fu presentata nel 1779 e
ottenne un discreto successo, seguito, a distanza di pochi mesi, da quello clamoroso dell'Orphée et Euridice, versione
francese di Orfeo ed Euridice.
Nel 1776 la stessa sorte toccò all'Alceste, mentre alla fine di quell'anno giunse a Parigi Niccolò Piccinni, considerato il
rivale di Gluck. Negli anni successivi i vari sostenitori dei diversi musicisti diedero vita ad accesi dibattiti su quale fosse la
miglior forma di teatro d'opera adatta allo spirito francese dell'epoca e anche questo è un particolare che la dice lunga su
quanto fosse pressante la volontà intellettuale collettiva di rinnovamento. In particolare, nel 1777, Jean-François de La
Harpe scrisse sul Journal de politique et de litérature di Parigi la critica dell'opera Armide di Gluck iniziando la polemica
tra piccinnisti e gluckisti alla quale Gluck rispose sul Journal de Paris.
Nel maggio del 1779 l'Iphigénie en Tauride ebbe grande successo, ma in settembre in una lettera da Londra, Ferdinando
Bertoni accusò Gluck di aver copiato dalla sua opera Tancredi l'aria L'espoir renaît nella terza versione francese
dell'Orfeo e Euridice e successivamente una sorte completamente opposta toccò a Echo et Narcisse. Con grande
sconforto fece ritorno a Vienna e lì, dopo molti anni di malattia, morì nel 1787. Il funerale seguì il rito cattolico come da lui
espressamente richiesto.[3]

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