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La Temperanza

Per quanto siano le grandi idee e i nobili ideali a guidare le scelte di ogni
persona buona, non possiamo trascurare il fatto che la vita di ogni uomo è
sostenuta dal piacere. Proviamo piacere in tutto quello che facciamo e quando
non ne proviamo, e sentiamo piuttosto fatica e sofferenza, ci sospinge
nell’andare avanti l’attesa di un futuro più piacevole1.

I piaceri che proviamo con più vigore e più immediatezza (tendiamo cioè ad
essi senza una particolare riflessione o ragionamento) sono quelli legati alla
conservazione del corpo e alla riproduzione. Mangiare, bere, riposare,
termoregolarsi (riscaldarsi o raffreddarsi) per la conservazione del corpo e gli
atti sessuali per la conservazione della specie.

E oltre a questi, ci sono quelli legati all’accrescimento della nostra vita:


cambiare, migliorare, conoscere, unirci agli altri: attività che in un modo o in
un altro ci fanno essere di più, ci aggiungono del bene, e col raggiungimento di
tale bene ne nasce un godimento.

Cambiare
Poiché ogni accrescimento si realizza attraverso un cambiamento, ci piace in
generale lo stesso cambiare, muoversi, operare, sia perché così ci adattiamo al
cambiamento delle circostanze, sia per non aver noia dalla saturazione di certi
beni, ma anche per aumentare la nostra esperienza del mondo, e conoscere i
diversi aspetti di una stessa cosa, per la qual cosa è necessario un certo
cambiamento di prospettiva. Ci piace anche sperare (finché c’è vita c’è
speranza e viceversa), per proiettarci in cose future. Ci fa piacere tuttavia
talvolta anche l’essere tristi: quando infatti ricordiamo cose tristi, abbiamo gioia
nell’averle superate: qui l'assenza di un male prende l'aspetto di bene: cosicché
il pensiero di aver superato determinate tristezze e dolori, offre a un uomo

1
Il nostro movimento verso il bene oltre che dall’alto del giudizio della ragione, prende infatti avvio da
quelle che chiamiamo passioni. I beni esercitano su di noi una forza di attrazione che innesca il desiderio di
ottenerli. Per questo usiamo la parola passioni: non ci muoviamo come conseguenza di una scelta, bensì in
forza di un’attrattiva rispetto alla quale siamo inizialmente passivi. Tali beni producono in noi il piacere,
quando riusciamo a possederli: noi ci muoviamo cioè in vista del piacere. Esso è l’appagamento del
desiderio.
materia di gioia. In tal senso S. Agostino scrive, che "spesso ricordiamo lieti le
cose tristi, e pieni di salute ricordiamo i dolori senza dolore, resi anzi da ciò più
lieti e contenti".

Migliorare
Il piacere del migliorare lo sperimentiamo in diverse dimensioni: nelle capacità
tecnico-pratiche (come quando impariamo a cucinare ricette elaborate o ci
impratichiamo in nuovi linguaggi di programmazione; a volte il piacere diventa
esultanza, come quando realizziamo nuovi record sportivi). Lo sperimentiamo
anche nelle virtù: il bambino che ha superato con fortezza una difficoltà (la
paura di entrare in una stanza buia), immediatamente ne gioisce. Nel corpo:
quando si cresce in altezza, massa muscolare, o si allungano i capelli.
Nell’aspetto, quando per sviluppo naturale o con arte (trucco) otteniamo una
maggiore armonia nelle forme del volto, del corpo, del vestito. O otteniamo
miglioramenti nei mezzi che usiamo (casa, apparecchiature, mezzi di trasporto e
di comunicazione).
Il piacere del miglioramento lo sperimentiamo anche quando veniamo lodati,
premiati, onorati: in quei casi nasce in noi la persuasione di possedere una data
bontà: di essere migliorati. E poiché codesta persuasione si genera
maggiormente dalla testimonianza dei buoni e dei sapienti, godiamo
specialmente delle lodi e degli onori ricevuti da questi (p. es. da un professore
universitario). Anche l’amore che gli altri ci dimostrano o ci dichiarano ci fa
tanto piacere, perché ci da a intendere che abbiamo un valore (quando ci
dicono: “tesoro” o “gioia mia”). Lo stesso si può dire per l'ammirazione, dato
che questa riguarda qualche cosa di grande, ed è piacevole perché questo
ingenera la persuasione di una certa propria grandezza, in cui uno si compiace.
Lo stesso capita quando vinciamo qualcosa: infatti vincere è naturalmente
piacevole, perché acquistiamo così la persuasione della nostra superiorità. Per
questo i giochi, in cui c’è competizione e in cui può esserci vittoria, sono molto
piacevoli: e lo stesso si dica di tutte le altre competizioni. Per questo
scommettiamo, gareggiamo, ci sfidiamo.
Il piacere di migliorare ci spinge anche a realizzare opere grandi che
testimoniano la grandezza di chi le ha realizzate (un grande edificio: cfr la storia
de I Buddenbrook; una grande opera di traduzione o una ricerca importante). A
volte questo si chiama il piacere della gloria. O anche della fama, quando la
conoscenza di tale grandezza è conosciuta da altri (cosa che ci piace pure,
perché ci onora).

Conoscere
Col conoscere il nostro essere ne viene aumentato, perché in qualche modo
siamo in grado di assimilare la realtà 2 come il corpo assimila gli alimenti e se ne
accresce. Il piacere del conoscere non è esclusivo degli uomini, ma negli
uomini raggiunge una dimensione superiore, per la capacità universale
dell’intelletto umano: abbracciamo con la mente passato presente e futuro. Non
solo ciò che è presente ai nostri sensi, ma anche ciò che non abbiamo mai visto
(p. es. i buchi neri).
Tale piacere si fa particolarmente intenso nella scoperta di ciò che era stato a
lungo cercato e soprattutto quando tale ricerca prende avvio dall’esperienza
della meraviglia. Ci piace di più il sapere quando una cosa sembra che non
abbia spiegazioni ma successivamente le troviamo. Così se vediamo una goccia
d’acqua galleggiare a mezz’aria (cosa meravigliosa) non capiamo come ciò sia
possibile e nasce e cresce il desiderio di saperlo. Quando lo abbiamo capito ne
abbiamo grande piacere. Questo accade perché il piacere aumenta con
l’aumentare del desiderio e il desiderio di conoscere aumenta quando
inizialmente non è facile trovare soluzione a un problema.
Anche se conoscere cose nuove è molto piacevole (risentire sempre le stesse
cose ci annoia) troviamo pure piacere nel rivedere o riconoscere cose già
conosciute, per una ragione che esamineremo poco più avanti: la somiglianza.
Le cose conosciute ci somigliano o, meglio, noi assomigliamo a loro e per
questo amiamo unirci a loro col ricordo. Anche se a volte, quando ricordiamo
una cosa amata, la sua assenza ci rattrista, la sola considerazione di essa ci da
piacere (nostalgia).

Essere uniti
Ci piace infine l’essere uniti. Anche l’essere uniti è un modo di accrescerci,
dato che il nostro essere è presente anche in un altro (aumenta la nostra
presenza) e noi ci arricchiamo della presenza in noi di qualcun altro.
Per questo ci piace somigliare: somigliare a un’attrice, a un calciatore, a un
santo, al padre o alla madre e soprattutto al gruppo dei pari: lì dove non ci sono
persone che ci somigliano ci piace meno lo stare insieme. Ci piace somigliare
perché è una qualche forma di unione con gli altri e noi cerchiamo l’unità, che è
l’effetto proprio dell’amore in cui gli uomini trovano il maggior godimento.
Solo quando i simili possono farci del male non godiamo del somigliare (si
pensi alle liti tra i commercianti degli stessi prodotti)3.
Col piacere di stare uniti è collegato il piacere di fare del bene agli altri, un
piacere molto umano. Fa parte infatti dell’esperienza umana la gioia di fare
2
L’anima è in certo modo tutte le cose (Aristotele).
3
Il desiderio di isolarsi, di non avere a che fare con qualcuno o qualcosa non è primario, bensì una reazione a
un male subito. Tale esperienza ci porta ad essere restii verso una realtà particolare o può acquisire anche
valore generale, come chi inizia a isolarsi da tutti. Ma non potere stare con qualcuno, con cui si dovrebbe
essere uniti è comunque spiacevole, come un desiderio diventato impossibile.
gioire le persone che amiamo: godiamo del bene altrui, come se fosse nostro,
anzi, anche di più, perché ci fa piacere non solo che una persona che amiamo
gioisca, ma anche l’esserne stati noi la causa.
Ci piace per questo anche parlare. Col parlare ci si conosce meglio e si uniscono
le volontà4.

Aperti a piaceri sempre nuovi


L’insieme dei piaceri o gioie che sostengono la vita umana è un insieme aperto.
Noi infatti non ci limitiamo a cogliere ciò che immediatamente ci viene offerto
come piacevole, ma escogitiamo piaceri nuovi, in varie forme.
Questo accade perché l’uomo è un essere che pensa e che progetta. Così noi
progettiamo nuovi piaceri e nuovi modi per poter godere di ciò cui naturalmente
siamo portati.
Poiché ci fa piacere l’essere uniti, abbiamo inventato modi sempre nuovi per
poter accorciare le distanze (strade, ponti, ferrovie, collegamenti aerei) o per
essere uniti anche a distanza: telegramma, telefono, video. Accoppiamo nella
cucina nuovi sapori, come l’agro-dolce, il dolce-amaro, il dolce-salato. Il
piacere di conoscere ha spinto lo sviluppo del turismo. Il piacere di migliorarsi
una infinità di corsi, di proposte e di percorsi formativi. Rientrano tra i piaceri
sviluppati dall’intelligenza umana, la musica, la profumeria e la danza.
Possiamo chiamare tali piaceri, aggiunti e particolari: aggiunti rispetto a quelli
naturali; e particolari perché, dato che sono prodotti dalla ragione umana e
ognuno ragiona in un modo diverso, in questo campo ognuno ritiene piacevole
qualcosa di diverso rispetto agli altri: c’è chi ama viaggiare, chi ama fare sport,
chi ama il modellismo, chi fare passeggiate in montagna. Invece mangiare,
dormire, bere e godere della sessualità sono piaceri non particolari ma
universali. I piaceri aggiunti e particolari sono lo sviluppo culturale dei piaceri
naturali.

La regola nei piaceri


Sulla presenza del piacere nella nostra vita ricade una valutazione a volte
negativa e a volte positiva: il piacere è associato spesso al peccato, al vizio; si
dice, per esempio, “persona dedita ai piaceri” per indicare un uomo vizioso.
D’altra parte la piacevolezza di qualcosa la prendiamo come segno di bontà e di
riuscita: domandiamo se ciò che abbiamo preparato per il pranzo o l’andamento
della gita domenicale sia piaciuto. E in questi casi non lo riteniamo cosa
riprovevole, ma come buona: siamo contenti che qualcosa sia piaciuto ai nostri
amici5.
4
“Quel certo dolce colloquiare che spinge un’anima verso un’altr’anima” W. SHAKESPEARE, Otello, Atto I,
scena III, 1° senatore.
5
La stessa ambiguità nella valutazione dei piaceri la troviamo nella Bibbia. Lì i piaceri sono visti come un
pericolo (Prv 21, 17: Diventerà indigente chi ama i piaceri; Sir 18, 32: Non rallegrarti per i molti piaceri, per
Evidentemente riteniamo che c’è modo e modo di tendere al piacere: che il
piacere non è sempre cattivo (cioè non è cattivo in sé stesso), ma d’altra parte
esso deve far riferimento a una qualche regola che lo rende accettabile. Sicché
tutti ammettiamo la necessità di una certa temperanza o moderazione dei
piaceri, che deve essere posto in essi dalla ragione. E questo per diversi motivi:
per la libertà, per l’unità, per la razionalità e per il limite della vita umana.

* Per la libertà. Percepiamo come indegno per noi agire come risposta
necessitata a un semplice meccanismo biologico: aspiriamo a essere signori di
noi stessi, liberi rispetto al dinamismo degli impulsi; il che non vuol dire che i
piaceri siano qualcosa di cattivo né che obiettivo dell’uomo debba essere (come
pensavano gli stoici) sopirli e rimanerne indifferenti: un uomo che non desidera
e non gode della vita è una statua, una mummia, un’astrazione. Ma allo stesso
tempo vogliamo concederci ai piaceri secondo una misura consapevolmente
scelta, che vogliamo sia sensata e ragionevole: vogliamo cioè essere liberi 6.
Appassionati ma liberi. Il cedere all’istinto senza freno è seguito spesso in noi
da un certo senso di tristezza, segno di un modo di operare che valutiamo,
sebbene piacevole, non soddisfacente: come quando si è mangiato o bevuto
troppo, o con troppa voracità 7. Un pericolo per la nostra libertà lo percepiamo
maggiormente lì dove le passioni sono più forti: cibo, bevanda, sesso. Tuttavia
per condizioni particolari o l’influsso di precedenti atti distorti, può accadere
che debba esercitarsi un energico controllo anche sui piaceri intellettuali 8.

* Per l’unità. Nell’uomo i piaceri sono a volte in contrasto tra di loro: ci piace
essere snelli ma anche mangiare grasse vivande. Ci piace essere uniti, ma anche
distinguerci e non essere totalmente modellati sugli altri. Ci sono poi in noi,
oltre all’amore, in cui troviamo il maggior diletto, anche desideri di odio: di
schiacciare il prossimo per esaltare noi stessi, il piacere nella sofferenza degli
altri (nel rimproverarli, nel punirli); infine la ricerca del piacere sessuale si
presenta a volte in modo travolgente e violento. Si tratta di desideri distruttivi di
sé o degli altri. I desideri contrastanti, infatti, se non c’è una regola, portano a
una certa lacerazione dell’animo, così come le tensioni opposte squarciano il
corpo dell’animale.
L’insieme dei desideri per noi non è armonizzato per condizione genetica (come
negli animali), ma solo dalla determinazione della ragione. Questi contrasti
non impoverirti nei loro costi). Lo stesso Signore, nella parabola del seminatore parla dei piaceri che possono
soffocare il seme (Lc 8, 14). D’altra parte però, con molto umanesimo, raccomanda i piaceri onesti: Prv: 14,
11.14: “Figlio, per quanto ti è possibile, trattati bene… Non privarti di un giorno felice, non ti sfugga nulla di
un legittimo desiderio… Regala e accetta regali” .
6
Possiamo definire infatti la libertà come capacità di fare scelte consapevoli.
7
Se noi vedessimo un bambino che dopo la prima caramella ce ne chiede un’altra e un’altra ancora non ci
stupiremmo. Ci parrebbe strano e vergognoso invece trovare lo stesso comportamento in una persona adulta.
8
Si ricordi la mania di don Chisciotte di leggere libri di cavalleria che gli aveva fatto perdere il senno.
impongono l’uso della ragione per condurre alla misura la vita dell’uomo
perché essa sia composta in armonia. La temperanza è proprio la capacità di
armonizzare i diversi desideri e tendenze presenti in noi, in modo che non
distruggano l’uomo o lo collochino in un costante conflitto interiore e con la
sensazione di una vita fatta a pezzi, senza unità. Ogni cosa piacevole e buona
può trasformarsi in cattiva lì dove esercita la sua attrattiva senza misura,
prevaricando su altri aspetti della vita, come fosse un assoluto, un idolo. La
temperanza modera i piaceri secondo il tempo, il modo e si adegua alla loro
importanza per l’insieme della persona.

* Per la razionalità. La vita nell'uomo raggiunge la forma del pensiero. La


nostra è una vita pensante. Per questo non ci basta vivere, ma abbiamo bisogno
di pensare quello che viviamo. Il pensiero è anche essenziale al nostro vivere,
per il fatto che molte operazioni umane (e molti piaceri) non hanno l'innesco
automatico dell'istinto, ma prendono avvio dal cogliere il valore di ogni cosa
nel cammino della persona. A tal punto ci è fondamentale la comprensione del
senso della vita che, se non arriviamo a comprenderlo, le nostre energie motive
si inaridiscono. Finiamo per perdere la fame e la voglia di vivere. Anche i
piaceri risultano noiosi quando si è privi del senso delle cose9.
I piaceri ci appaiono senza senso se non sono motivati da qualcosa che è al di là
di loro stessi. Quando sono senza scopo ci appaiono inadeguati alla nostra
dignità, come i festeggiamenti senza motivo10. Anche questo ci fa capire che il
piacere non è la regola ultima dell’agire: esso va visto come un elemento
aggiuntivo di uno sviluppo vitale ordinato: di un’opera buona. Il piacere è
finalizzato alle necessità della vita. Noi vogliamo che la forza istintiva dei
desideri si esplichi in relazione alle necessità della vita. In tutti gli esempi di
intemperanza si produce uno scollamento da un principio di senso: si tratta di
piaceri scollegati dai bisogni della vita. Tutte le cose piacevoli sono infatti
ordinate come a loro fine a una necessità della vita presente. E la temperanza
prende le necessità di questa vita come regola nei piaceri di cui si serve. Anche
se il piacere è ciò cui il nostro movimento tende, esso non ne è il fine, ma

9
Camus, cantore della noia, rappresenta l'imperatore Caligola che si impegna a affermare ogni piacere
oltrepassando ogni limite e imponendo la forza del volere fino al l'assurdo, per concludere che: "Questo
mondo così com'è fatto non è sopportabile. Ho bisogno della luna, o della felicità o dell'immortalità, di
qualcosa che sia demente forse, ma che non sia di questo mondo". La Bibbia (Salmo 102, 5) ci raffigura la
condizione dell’uomo che non comprende il senso degli avvenimenti dolorosi della sua vita ed è fiaccato da
questa esperienza: “Falciato come erba, inaridisce il mio cuore; dimentico di mangiare il mio pane”. Non è
il dolore in sé a estinguere la vitalità umana, ma la sofferenza del non comprendere l’odio, la violenza, il
tradimento, il prosperare degli empi.
10
Ma i piaceri possono giustificarsi come medicina dei dispiaceri: “I piaceri materiali sono desiderati come
medicine contro le deficienze e le molestie del corpo, che provocano dolore o tristezza.” S. Th. Iª-IIae q. 31 a.
5 co. E il riposo non è piacere senza scopo, dato che è finalizzato a recuperare le forze vitali, anche se, quello
della mente, si ottiene a volte con operazioni senza scopo, come, per esempio, cantare una filastrocca. 
piuttosto un bene che sopravviene a dar compimento: il quietarsi dell'appetito
nel bene11.

* Per il limite. Infine, poiché l’uomo ha la capacità di escogitare piaceri con la


sua ragione (i piaceri aggiunti e particolari di cui abbiamo parlato prima), può
darsi di essi uno sviluppo senza fine, cosa che comporta la possibilità del
superfluo, dell’artificioso, dello sviluppo di una vitalità impazzita fino
all’eccesso dannoso12. Di qui emerge la necessità di trovare una regola dei
piaceri stessi, affinché il proliferare di essi non risulti controproducente per la
persona. Il cancro è una riproduzione incontrollata di cellule. Così nell’uomo
quando la ricerca del piacere non procede secondo una misura o ordine
razionale si avvia un processo distruttivo analogo a quello del cancro.

***

La temperanza rende ragionevole la vitalità umana. Non consiste nell’annullare


le passioni o la ricerca del piacere ma nel far sì che esse si sviluppino in modo
non ordinato e distruttivo.
Potrebbe sembrare che noi con la prudenza otteniamo già questo. E’ prudenza
infatti scegliere cosa va fatto e cosa no in ogni campo della vita e quindi include
la misura del cibo, dello svago, del piacere sessuale, ecc. Ma altro è determinare
la misura dell’agire, altro riuscire a frenare i desideri. Lo illustra chiaramente
l’esempio della dieta: altro è determinare quali alimenti possiamo mangiare, la
quantità e la frequenza, altro è l’impegno per seguire la dieta. La prescrizione
dietetica è opera della prudenza. La capacità di seguirla, moderando il modo in
cui ci alimentiamo, è opera della temperanza.
Gli sviluppi della temperanza sono molto vari: l’equilibrio e la signorilità cui
conduce toccano la coscienza di sé, il desiderio di sapere, di cambiare, i piaceri
più istintivi, l’uso delle cose e dei beni materiali, il controllo dei sentimenti.
Studiosità, umiltà, decoro, mansuetudine, clemenza, parsimonia, sobrietà,
castità, modestia, continenza, pudore, decoro, austerità sono la galassia di nomi
che diffondono il valore della temperanza.
11
Dio ci ha voluto donare un piacere sensibile nei confronti del cibo, perché l’uomo, nutrendosi di quello che
gli sembrava buono, rimanesse in vita. Allo stesso modo, il Signore ha concesso all’umanità la realizzazione
del piacere sessuale, attraverso il quale la specie umana si moltiplica. È il piacere intimo, permesso alla
coppia unita dal matrimonio, che si apre anche alla grazia della procreazione.
12
Collezionare ciò che non serve, mangiare, acquistare e accumulare ciò che non serve, informarsi di
ciò che non ci serve, farsi conoscere più del necessario, avere più abiti, scarpe, mobili, quadri,
soprammobili... del necessario, usare più parole del necessario, truccarsi più del necessario, curare il
proprio corpo più del necessario, bere più alcool del necessario, divertirsi o giocare più del necessario,
riposare più del necessario, avere più hobbies del necessario, curare l’ordine o la pulizia della casa, o
dell’auto in modo non necessario, pregare più del necessario (!), nel cucinare, parlare ed esprimersi,
arredare, edificare, essere più artificiosi del necessario, essere più aspri e severi del necessario, essere
puntuali più del necessario.
Libertà e bellezza
La temperanza ha a che fare con la libertà e con la bellezza.
Nessun uomo vuole essere intemperante, perché l’intemperanza non è che una
forma di schiavitù. Libero è tutto ciò che non è impedito nel suo movimento
naturale13. Se ciò avviene è perché una qualche forza viene a impedire la vitalità
naturale e a sottometterla. Così è per il cane legato alla catena. Ora negli uomini
è naturale agire secondo ragione (secondo un principio di senso, in base a un
bene individuato come confacente alla propria persona). Quando ciò non accade
è perché una forza esterna rende l’uomo schiavo: schiavo della bottiglia, del
sesso, dell’avidità, dell’egoismo, della propria gloria.
Frequentemente però si ha l’impressione contraria e che cioè il limite posto
dalla ragione alla fruizione dei piaceri sia come una limitazione della nostra
libertà. Ci si domanda: «Che cosa c'è di male nel divertirsi?», «Se lavoro,
perché non posso spendere il mio tempo e il mio denaro come voglio?»
«Quando mi diverto non faccio male a nessuno». Non ci si rende conto che il
cedere il totale controllo della vita alla sfera inferiore del proprio essere espone
ad essere facilmente influenzati e manipolati da qualunque persona: le tecniche
di persuasione sono molto sofisticate, e molte volte si abusa della
suggestionabilità dell'uomo per scopi economici o politici. Si promette la
soddisfazione di tutti i desideri e si trasforma l'uomo in uno schiavo dei suoi
appetiti disordinati.
La comune esperienza, inoltre, ci fa conoscere la presenza del dispiacere per
essersi lasciati trascinare dal capriccio: dai desideri superficiali, passeggeri,
conseguenza di una reazione non meditata, né giustificata. Tale esperienza
testimonia a favore delle temperanza come forza di liberazione. Vale la pena
abituarsi a rimanere tranquilli anche se un desiderio non è stato soddisfatto,
distogliendo il pensiero da essi14.
Un’altra esperienza di tristezza (conseguenza di una mancanza di libertà) la
proviamo quando non riusciamo ad usare bene del nostro tempo 15. A pensarci
bene il cattivo uso del tempo è una conseguenza della mancanza di temperanza.
Se una persona cerca solo di soddisfare i suoi desideri più immediati, finisce per
spendere la maggior parte del suo tempo in attività di minor valore,
13
Ogni cosa è ciò che secondo la sua natura le conviene essere; pertanto, quando si muove alla ricerca di
qualcosa che le è estraneo, non agisce secondo il suo modo di essere, ma per impulso altrui; e ciò è servile.
L'uomo è razionale per natura. Quando si comporta secondo ragione, procede per movimento proprio, da par
suo: e ciò è proprio della libertà. Quando pecca, agisce al di fuori della ragione, e pertanto si lascia condurre
da un impulso altrui, schiavo in terra straniera; e dunque chi accetta il peccato è servo del peccato (Gv 8, 34)
[San Tommaso d'Aquino, Super Evangelium S. Ioannis lectura, cap VIII, lect. IV, 1024].
14
S. Th. IIª-IIae, q. 142 a. 3 co. “Nessuno infatti vorrebbe essere intemperante; ma ci si lascia attrarre dai
singoli piaceri che rendono intemperanti. Ecco perché il rimedio migliore per fuggire l'intemperanza sta nel
non fermarsi a considerare il singolare”.
15
SAN JOSEMARÍA, Solco, 510: “La tristezza e l'inquietudine sono proporzionali al tempo perduto”.
contrariamente ai suoi desideri più profondi. La vita la si può descrivere come
una dialettica tra l'ideale e le scelte concrete che si fanno. Nessun ideale si fa
realtà senza un qualche sacrificio o sforzo. Posti a scegliere è spesso possibile
preferire una soluzione più piacevole che ci allontana dall'ideale, che viene
rimandato: domani16. Il modo di utilizzare il tempo permette di giudicare come
una persona progetta la sua vita personale e di vedere se esiste un rapporto reale
tra ciò che considera importante e la sua realtà quotidiana. E’ possibile riempire
la vita di attività in modo che non avanzi tempo per riflettere su ciò che si sta
facendo. La persona tende a considerare l'attività in se stessa, perdendo di vista
il fine dell'azione. E’ così che non si trova mai tempo per le cose importanti,
contrariamente a quanto si dice: che per le cose importanti c’è sempre tempo.
Cfr.: Una madre che si occupa dei bambini senza «risparmiarsi» fino al punto di
non trovare tempo da dedicare al marito. Il perfezionista non smette un'attività
finché non sia quasi perfetta, non perché è necessario realizzare
«perfettamente» ogni attività, ma perché prova soddisfazione nel fare le cose
sempre più perfettamente, anche quando ha ottenuto il risultato che si era
proposto. Ogni cosa va fatta bene in funzione del fine che si persegue. In molte
attività umane possiamo accontentarci di raggiungere un livello conveniente —-
non perfetto —per fare altre cose anch'esse importanti. Bisogna imparare a
distinguere tra ciò che è necessario o conveniente e ciò di cui si può fare a meno
per far posto a cose più importanti.

E la temperanza ha a che fare con la bellezza.


Per bellezza si intende ciò che, visto, piace. E perché piaccia deve possedere un
certo ordine e una certa misura. Si capisce dunque il collegamento con la
temperanza, attraverso la quale il comportamento e gli atti di una persona sono
ben proporzionati, secondo ragione.
Dio ha costituito un profondo collegamento tra il nostro cuore e la bellezza,
collegamento che tutti sperimentiamo. Noi ci muoviamo per ciò che è bello. La
bellezza è per l'uomo fonte di forza, di energia. E' ciò che ispira a lavorare; è la
luce posta in mezzo alle tenebre dell'umana esistenza, che permette di superare
con il bene il male. E’ ispirazione della creatività.
Certamente anche la bellezza sensibile, ma soprattutto la bellezza interiore.
“Ricordiamoci che l’uomo deve essere bello soprattutto interiormente. Senza
questa bellezza, tutti gli sforzi diretti al solo corpo non faranno – né di lui, né di
lei – una persona veramente bella”17.

16
ID., Cammino, n. 251: “Domani! Qualche volta è prudenza; molte volte è l'avverbio dei vinti”. N.
253: “Comportati bene “adesso”, senza ricordarti di “ieri” che è già passato, e senza preoccuparti di
“domani”, che non sai se per te arriverà”. 
17
Giovanni Paolo II, Udienza del 22.XI.78
Essa consiste propriamente nell’orientare la propria vita al dono disinteressato
per gli altri. Generalmente la vita tutto orienta al proprio mantenimento. E le
energie vitali sono volte alla perpetuazione di sé. Ma nella persona umana
vivente, avviene il riconoscimento dell'altro, il compiacimento dell'altro, l'uscire
da sé. E' il fenomeno per cui le forze vitali di una persona, sono donate per
un'altra vita, al di fuori di sé. Da ciò si origina una bellezza, che non è che un
riflesso della bellezza di Dio, che è amore.
Chiave di volta per una vita bella è la capacità di amare, di donarsi. L'amore
trasforma la libertà sterile in libertà feconda. Degenerazione dell'amore è
l'impurità, che rende brutta ogni persona.
Per questa via l’uomo distrugge dentro di sé la capacità di essere dono,
distrugge in sé la capacità di essere secondo la regola: “essere più uomini” e
cede invece alla tentazione di essere secondo la regola “avere di più” – avere
più stimoli, più emozioni, il meno possibile di valori veri, il meno possibile di
creativa sofferenza per il bene, la minor possibile disponibilità a pagare con sé
stessi per il bene e il bello dell’umanità.
Chi si è lasciato corrompere dall'impurità ha perso la capacità di amare, di
vedere la persona, di amare un'altra persona, perché negli altri vede soltanto ciò
che attrae (solletica) un istinto esasperato e non integrato nella persona.
Nell'uomo l'istinto è una guida imperfetta per giungere al bene. Ci si aspetta che
sia guidato, formato, avvolto nel reticolo della ragione: è, dev'essere l'istinto di
un essere razionale, cioè libero e intelligente. Se non siamo intelligenti
nell'istinto sessuale, esso distrugge la nostra capacità di amare e la nostra
bellezza. Talvolta l'uomo invece di ritrovare la bellezza, la perde, ne crea
soltanto un assaggio. L’uomo riempie con quegli assaggi di bellezza la sua
civiltà che non è però la civiltà della bellezza perché non è generata da
quell’amore eterno con cui Dio chiamò l’uomo alla vita e lo rese bello così
come resa bella la comunione di persone: uomo e donna. La famiglia cristiana
dovrebbe educare alla bellezza dell'amore casto e puro. Tutto dovrebbe
contribuire e contribuisce. Speciale attenzione il marito deve avere nell'onorare
la moglie18; dal dono di sé casto e appassionato i figli imparano.

L’armonia e la proporzione proprie della bellezza vengono realizzate dalla


temperanza, integrando i diversi piani dell’essere umano. Ci sono in noi diverse
dimensioni: solo quando la ragione guida le dimensioni inferiori si vive in
libertà. Non si tratta di sopprimerle, ma di armonizzarle, sotto il controllo della
ragione. A conclusione si propone la lettura di un brano di M. Quoist, circa la
costruzione di una personalità matura.

***
18
P. es.: attendendo che si sia seduta prima di cominciare il pasto.
- L’uomo costruito bene è a tre piani: bicchiere di vino, queste mollezza del
al terzo, lo spirituale, tuo corpo che al mattino si rifiuta di
al secondo il sensibile, alzarsi o scarta ogni sforzo, questa
al primo, il fisico. sensazione ricercata e assaporata
senz’altro scopo che la tua
soddisfazione questo piacere
sensuale desiderato come fine a se
stesso.
Orsù, in piedi, sii uomo!
I tre “piani” sono uniti, comunicano
fra di loro, hanno influenza l’uno
sull’altro, ma la loro gerarchia
dev’essere rispettata: il fisico è il
pianterreno: è il meno nobile –mentre
lo spirituale è in alto, è il più bello. - Altri uomini avanzano invece
Se l’ordine dei valori non è strisciando: è la sensibilità, in essi,
rispettato, la costruzione è malfatta, e che comanda.
l’uomo è rovinato. La tua sensibilità è padrona in te
- Alcuni uomini camminano sulla quando un affetto diventa passione, e
testa. Non è questo il modo, l’uomo sfuggendo al controllo della ragione,
non è fatto per camminare così. ti fa “perdere la testa”. Se la
Tu cammini sulla terra allorché il sensibilità domina, paralizza anche lo
fisico, il tuo corpo, vuole comandare, spirito, lo trascina a rimorchio, non è
stando di sopra. E’ questa la più in grado di giudicare bene , di
sensualità sotto tutti gli aspetti. Può agire liberamente.
anche trattarsi di una malattia che - Non sei forse diventato
schiaccia invece d’essere dominata e irrimediabilmente schiavo della tua
offerta. sensibilità? Può darsi; ma, in te, non
- Se il tuo corpo decide, ordina, e se riesce a governare, troppo spesso?
tu obbedisci, il suo peso schiaccerà in Tu giudichi che quella persona ha
te tutto il resto. La tua sensibilità si ragione, solo perché le vuoi bene in
affievolirà, il tuo spirito diverrà modo sensibile, mentre quell’altra ha
anemico. torto perché tu “non la puoi soffrire”.
- Il corpo, in te, non ha preso Lavori con uno dei tuoi professori
completamente e definitivamente le perché è simpatico, non fai nulla con
redini del potere? Forse, ma se però l’altro perché non “riesci a digerirlo”.
tu ti osservi lealmente, ti sorprenderai Ti dedichi, ti sacrifichi molto più per
più di una volta a camminare sulla uno che non per l’altro, perché tu gli
testa: questa golosità a cui non puoi vuoi sensibilmente bene: tu lavori
resistere, questo dolce, questo volentieri insieme a un tale perché
per lui “andresti in capo al mondo”, comanda alla sensibilità e al corpo.
mentre con il suo amico non potresti Non disprezza né l’uno né l’altro,
mai collaborare. Sei depresso, non perché tutti e due sono belli, utili
sei più capace di far nulla, perché un perché creati da Dio, ma li domina e
rimprovero ti ha ferito, un sorriso li dirige. E lui il loro capo; loro,
ironico ti ha addolorato, una mano ti soltanto suoi servitori.
si è rifiutata. - Hai il diritto di lanciare in avanti la
tua sensibilità od il vigore del tuo
corpo; sono una forza, ma tu devi
orientarla; sono le tue cavalcature, tu
puoi inforcarle, ma conserva
Non hai più il coraggio di lottare saldamente in pugno le redini; sono
perché i tuoi sforzi non vengono la tua vettura, puoi farti portare, ma
osservati, perché non ottieni alcuna devi impugnare bene il volante. Se i
“consolazione” (per la tua sensibilità tuoi destrieri s’inalberano, se tu perdi
affamata). Oggi tu preghi perché sei il controllo del tuo veicolo, incorrerai
“in forma”, e tu sei in forma perché certamente in un incidente. (…)
hai ricevuto una lettera piacevole, Per costruirsi bene e restare in piedi,
perché il tuo amico ha avuto nei tuoi devi ricordarti spesso i doversi piani
riguardi un gesto delicato, perché sei dell’uomo e la loro gerarchia, poi
stato commosso dallo spettacolo di osservarti lealmente di fronte a
un grande dolore… Ma domani non questa persona, a quest’atto, a questo
potrai pregare perché sarai “a terra”, atteggiamento… Cos’è che ti ha
e sarai “a terra” perché non sarai spinto a decidere così, ad agire o
riuscito a ottenere qualche risultato reagire in quest’altro modo? Se non
sensibile da tutti i tuoi sforzi, perché sei stato tu a comandare, il fatto
qualcuno non avrà creduto alla tua d’averlo constatato è già di per sé
buona volontà oppure il tuo amico ti una vittoria del tuo spirito. Dimostra
avrà ingannato o abbandonato… che non è più una vittima cieca e sta
Tu non sei più in piedi, tu, schiavo, riprendendo il suo posto direttivo
strisci! nella tua vita. (Donare. Diario di
- L’uomo in piedi è colui il cui Anna Maria, Borla, pp 193-198).
spirito, completamente libero,