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Dalla morte di Cesare alla battaglia di Azio

Il principato augusteo
Virgilio, Livio e Orazio sono i massimi artefici della politica di Augusto.

Augusto fu assai abile nell’intuire le ragioni del fallimento di Cesare e nell’evitarle.

Cesare aveva fallito perché non aveva ben seminato il terreno, aveva troppo preteso dalla propria
grandezza, senza preoccuparsi di divulgare il suo pensiero e aveva presunto troppo da sé, nell’illusione che
il popolo e tutti i cittadini delle varie classi, abbagliati dalla sua grandezza, avrebbero accondisceso
naturalmente ad un cambiamento politico quale il passaggio da un regime repubblicano corrotto e
degenere a un regime nuovo che troppo assomigliava alle monarchie di tipo orientale.

L’esperienza di Cesare non resta infruttuosa e il fatto che Ottaviano l’abbia spuntata su Marco Antonio si
spiega con il fatto che M. ritentò senza modifiche sostanziali l’esperienza di Cesare, con due aggravanti:

 senza possedere il carisma di Cesare e

 accentuando il colore monarchico della sua esperienza attraverso la sua avventura amorosa con
Cleopatra.

Ottaviano invece svolse una politica equilibrata, mirante al recupero delle parole d’ordine che avevano
fatto grande la Repubblica, dando l’impressione di un recupero dell’antico e sottolineando gli aspetti della
moralità romana sui quali tutte le classi acconsentivano  concordia ordinum su cui Cesare aveva
sorvolato conscio della propria grandezza

 con un sapiente dosaggio e con una politica fatta di piccoli passi,

 mirante alla trasformazione nella conservazione,

 mirante ad una sostanziale detenzione assoluta del potere, mascherata da una formale
conservazione delle strutture esistenti, dando la sensazione di volerle solo aggiornare, togliendo
da esse ciò che non funzionava e irrorandole di forze nuove;

 cooptando al potere esponenti di classi che tradizionalmente dal potere erano escluse;

 recuperando espressioni come res publica restituta

 recuperando quei concetti sui quali tutti i Romani trovavano un consenso:

 la pietas, cioè la disponibilità ad assecondare il progetto di dio;

 il mos maiorum, cioè la moralità degli antenati;

 la prisca virtus, cioè la tradizionale integrità.

Con pazienza, senza mai dare l’impressione di mirare l’impressione di un rivoltamento dell’assetto politico
che invece attuò, portò a compimento nel tempo, dal 31 al 14 a.C., quel disegno che Cesare aveva
accarezzato, rapidamente realizzato, ma che gli era costato la vita.
L’intuizione vincente fu quella di configurare la propria ideologia e di affidarne la divulgazione ad uomini di
cultura che la condividessero e che, grazie alle loro qualità fascinatrici, realizzassero quell’opera paziente di
cattura del consenso dei ceti. Augusto non parlava alle masse e alle moltitudini, tuttavia giungeva alle
masse tramite Virgilio, Livio e Orazio. Quando Virgilio delineerà la figura di Enea come colui il quale,
attraverso il dolore, la sofferenza, le restrizioni ha compiuto il suo percorso, il messaggio è che solo nel
sacrificio e nell’obbedienza a Dio si realizza il suo progetto. Ma questo dio era Augusto, l’imperatore.
Attraverso queste tappe Roma diventerà grande.

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