Sei sulla pagina 1di 20

1

“Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro


di sé come le pagine di un libro imparato a
memoria, e i suoi amici possono solo
leggerne il titolo.”
Virginia Woolf, Jacob’s Room.

Ricerca economico-sociale e territorio. Un intreccio complesso1.


La crisi dell’economia politica negli anni ’60
Negli anni ’60 tutti noi siamo stati posti di fronte a pressanti interrogativi sulla
struttura delle società in cui avevamo vissuto e vivevamo. Di fronte alla
radicalità, alla forza di tali domande, all’esigenza di analisi rigorose della società
e delle economie dei nostri paesi, le università hanno dato risposte parziali e
spesso inadeguate. Vero questo particolarmente in Veneto dove l’unica
possibilità di fare studi economici era rappresentata dalla facoltà di Economia e
Commercio di Venezia.
Alla fine degli anni sessanta gli stimoli per un giovane che volesse studiare
economia con uno sguardo nuovo non mancavano. Vanno ricordati almeno due
problemi.
La teoria economica nella sua formulazione “marginalista”, che aveva regnato
incontrastata per quasi un secolo, aveva in quegli anni subito una crisi profonda.
Alla base di tale impostazione è una visione unitaria del processo economico
fondata sull’incontro tra domanda e offerta di beni di consumo e di “fattori della
produzione”, terra, lavoro e capitale, da parte dei soggetti economici o agenti.
Agenti indistinguibili dal punto di vista del consumo, tutti consumatori, e dal
punto di vista della produzione, tutti proprietari, ognuno dei “propri fattori della
produzione”, pur qualificati per la diversità dei servizi resi da ciascun fattore.
Rendita, salario e profitto sono i prezzi di tali fattori, prezzi che si formano in
base al gioco della domanda e dell’offerta, e che quindi rispecchiano le rispettive
“scarsità relative”. Ne risulta l’immagine di un processo economico orientato al
soddisfacimento dei bisogni e fondato sulla (implicita) collaborazione tra i
proprietari dei fattori della produzione. Si tratta di una teoria apologetica della
società capitalistica. Nel 1960 la pubblicazione del libro di Piero Sraffa
“Produzione di merci a mezzo di merci”, diede uno scossone a questa
costruzione dimostrando l’impossibilità di concepire “il valore del capitale
aggregato” indipendentemente dalla distribuzione del reddito con il risultato che
è impossibile ordinare le tecniche di produzione in relazione all’intensità del
capitale e al suo prezzo; di conseguenza viene meno la domanda di capitale
decrescente al crescere dell’interesse (il suo prezzo appunto) e quindi cade la
relazione tra prezzo e scarsità ipotizzata dalla teoria. Sraffa ripropone come
unica visione coerente del processo economico quella propria di Ricardo e Marx,
basata sulla categoria del sovrappiù e sulla negazione del ruolo della domanda e
dell’offerta (Ginzburg e Vianello, 1972)

1
Ringrazio alcuni amici che mi hanno spinto a rivedere e ampliare una vecchia intervista e
proporre il risultato per la pubblicazione, altri che hanno letto il testo e mi hanno inviato i loro
suggerimenti: Bruno Anastasia, Adriano Biròlo, Alfiero Boschiero, Alessandro Casellato, Paolo
Feltrin, Stefano Fenoaltea, Francesco Piva, Gianni Toniolo, Gilda Zazzera.
2

In modo quasi parallelo negli stessi anni Claudio Napoleoni veniva discutendo le
sue tesi sull’ alienazione del lavoro nella società capitalistica dalle pagine della
Rivista Trimestrale. La Rivista Trimestrale, fondata nel 1962 dallo stesso
Napoleoni e da Giorgio Rodano con un piccolo gruppo di comunisti critici e di
esponenti del mondo cattolico del dissenso, ha rappresentato un autentico
laboratorio culturale, un tentativo di ripensare il ruolo dell’economia e della
politica nella realtà sociale italiana nel clima culturale dei primi governi di
centrosinistra e del Concilio Vaticano II. Il gruppetto di studiosi si proponeva di
operare una revisione critica dei rigidi schemi del materialismo e di invitare i
cattolici a riflettere in termini nuovi, da posizioni laiche, sul rapporto tra
l’essenza originale del cristianesimo e il cattolicesimo. Comunismo e umanesimo
costituiscono per Napoleoni e Rodano un binomio indissolubile. Nel comunismo
essi vedono una grande istanza etica umanitaria e progressista, di liberazione e
di trasformazione del mondo, tendente ad affermare la centralità dell’uomo e a
riconoscere in lui il soggetto attivo della storia. Nel cristianesimo riconoscono
una grande forza spirituale che intende colmare un vuoto di valori, ma finisce
oggettivamente con l’offrire una soluzione rassegnata e consolatoria ai problemi
posti dalla società capitalistica (Cavalieri, 2008).
Nelle pagine della Rivista si discuteva la tendenza alla deindustrializzazione e a
una maggiore flessibilità nei processi produttivi, l’incertezza e la problematicità
della condizione umana, le contraddizioni del capitalismo storico, che da un lato
esalta e dall’altro comprime la libertà naturale degli esseri umani, e il cammino
di emancipazione dell’uomo dal dominio delle cose e del denaro
Napoleoni, era andato accentuando il suo distacco dal filone marxista del
neoricardismo che aveva preso le mosse dal lavoro di Sraffa, e perseguiva un
altro progetto di tipo compromissorio, un’improbabile sintesi tra i due grandi
paradigmi teorici dell’economia politica marxiana e dell’economia pura
neoclassica, visti come spiegazioni diverse ma complementari della formazione
del sovrappiù e depurati entrambi delle rispettive teorie del valore e della
distribuzione, che Napoleoni considerava difficilmente sostenibili.

Il 1968

Ogni generazione cerca la sua strada e il movimento del ’68 fu spontaneo,


imprevisto ed imprevedibile, fu un’ un’esplosione libertaria, una carica
dirompente che in qualche modo trovava una sponda in una analisi della società
più aperta, meno inclusiva, meno legata a schemi onnicomprensivi.
La critica alla teoria economica aveva radici profonde, era frutto di un lavoro che
era partito lontano nel tempo, e tuttavia si univa idealmente a un diverso modo
di intendere la società e anche per queste sue potenzialità venne fatta propria
da alcuni studenti di economia che parteciparono al ‘68. Durante quegli eventi si
era rafforzata l’idea della centralità della sfera economica e della sua influenza
sulle altre scienze sociali, per cui appariva abbastanza naturale che chi studiava
economia cercasse di coniugare le istanze del movimento, una discussione
profonda e radicale alla società, con la critica alla teoria economica che era
venuta maturando qualche anno prima mettendo in luce come caratteristica
della teoria dominante fosse la pretesa totalizzante nell’analisi sociale (la teoria
neoclassica è una teoria rappresentata dai suoi stessi autori come universale),
l’ingabbiamento delle azioni sociali in schemi precisi, deterministici, che
3

lasciavano poco spazio all’iniziativa dei singoli o dei gruppi (Ingrao e Israel,
1987). I pilastri su cui era fondata la teoria neoclassica venivano negati sulla
base di vizi logici della stessa, oltre che di evidenze empiriche, e la negazione
sembrava radicale e irrecuperabile.
Secondo tale teoria il salario è una variabile dipendente, nel senso che dipende
dal livello di occupazione desiderato, attraverso la produttività del lavoro,
affermazione alla quale il movimento rispondeva sostenendone invece
l’indipendenza, rifacendosi direttamente a Marx e alla critica del salario come
prezzo della “scarsità del fattore lavoro”. Lama, nella intervista a Scalfari (La
repubblica, 24.01.1978) parlò di “salario come variabile indipendente” come di
un errore concettuale. Che il salario non sia, nella vita quotidiana, variabile
indipendente appare chiaro: di fatto con indipendenza del salario si voleva
affermare che non esiste un vincolo “tecnologico” (la produttività del lavoro) alla
misura del salario, perché la produttività, più che un vincolo, appare
determinata da molte altre concause di natura sociale, come il prodotto
potenziale e l’insufficienza della domanda effettiva.
Un movimento ha varie fasi, raggiunge un culmine e alla fine si estingue e così è
accaduto per il ‘68 (Sofri, 1993). Questi anni erano stati tuttavia un’eccezionale
scuola di rapporti umani che hanno unito gente diversa; una scuola che fece
apparire ancora più inattuale il carattere imbalsamato ed autoritario
dell’insegnamento universitario tradizionale. Pensiamo ai “controcorsi”,
all’introduzione nella facoltà di economia di materie nuove, dei piani di studio
differenziati, degli esami specialistici e no, delle idee che sono state alla base
del successivo proliferare dei corsi di laurea.
A Venezia credo si debba collocare in questo corso di eventi, anche se in modo
molto indiretto, l’apertura di nuovi spazi didattici, la specializzazione dei corsi di
studio e molto obliquamente anche la nascita della nuova facoltà di Economia
Aziendale. Un progetto lungimirante quest’ultimo, che nacque con la venuta di
Pasquale Saraceno in città nel 1959. Saraceno aveva a lungo cercato di proporre
un corso di insegnamenti di Economia Aziendale a Milano alla Cattolica dove si
era scontrato con l’opposizione netta di Francesco Vito, titolare degli
insegnamenti di economia.
Nel 1969, appena laureato, ebbi un colloquio con Saraceno nella vecchia sede
dell’Istituto di Economia Aziendale, sul Canal Grande. Il motivo era la mia tesi su
Sraffa, economista che Saraceno aveva conosciuto prima della guerra e con il
quale aveva discusso di “Produzione di merci a mezzo di merci”, quando Sraffa
lo stava ancora scrivendo. La visione di Saraceno, capace di coniugare
l’attenzione per gli aspetti gestionali e tecnici con la consapevolezza del
carattere storicamente determinato e “irripetibile” di modelli di sviluppo spesso
teorizzati come universali (Favero, 2015), trovava vigore a partire dal ruolo
“minimalista” che Sraffa attribuiva alla teoria economica, una visione opposta,
suppongo, a quella totalizzante che a Milano, gli era stata contrapposta da Vito.
Allo stesso tempo Saraceno mi sottolineò come lo schema intersettoriale di
Sraffa potesse fornire un elemento utile per interpretare la matrice della
produzione industriale, probabilmente memore delle analisi strutturali
dell’economia italiana svolte dall’Iri, dove aveva a lungo lavorato.
4

L’università cercò di raccogliere e di impiegare a proprio frutto, in maniera


egoistica alcuni degli stimoli del 68, ad esempio nel campo della didattica, ma fu
un cambiamento di facciata. Il potere decisionale rimaneva saldamente nelle
mani della vecchia classe accademica. La cosa più stupefacente tuttavia non fu
il declino del movimento - i movimenti crescono, si consolidano e il
consolidamento può finire per paralizzarli - ma fu vedere come negli anni ’70 la
maggior parte dei docenti universitari, nell’università italiana in generale e a
Venezia in particolare, avesse mantenuto le vecchie posizioni, avesse ripreso le
proprie attività come niente fosse accaduto, con al più qualche mutamento di
facciata. Assistiamo all’incapacità più assoluta, nel tempio della ricerca
scientifica, che si penserebbe luogo aperto per definizione alle istanze di
rinnovamento, di assumere, vagliare, fare propri o comunque discutere gli
stimoli che potevano venire dal mondo circostante.

Economia all’Università di Venezia. Una modesta proposta

Gli insegnamenti di economia ruotavano attorno al Laboratorio di Politica


economica e a quello di Economia politica. Il Laboratorio di Politica economica
nel primo dopoguerra aveva svolto un ruolo diretto nella vita della regione. A
metà anni cinquanta era nato l’Irsev (Istituto regionale di studi e ricerche
economico-sociali del Veneto) per iniziativa di Innocenzo Gasparini, economista
di Milano, che giovanissimo si era recato a perfezionare i suoi studi di economia
a Stanford, Chicago e a Oxford e poi, vinta la cattedra di Politica economica, si
era trasferito a Venezia a fine 1955, dove restò 9 anni. Lo studio del territorio è
stato per Gasparini uno degli impegni costanti dell’attività scientifica e civile.
Gasparini promosse la fondazione dell’ Irsev di cui fu presidente, con una
defatigante azione di convinzione dei presidenti e dei consigli delle province
venete, che erano tutte a guida DC, con esclusione di quella di Rovigo
presieduta da Alfredo De Polzer del PCI, prefigurando una inedita convergenza
operativa di “centro-sinistra” a metà anni cinquanta. All’inizio l’Irsev venne
ospitato anche fisicamente nell’unico locale del Laboratorio De Pietri-Tonelli, a
lato della stanza del direttore, in un angolo di Ca’ Foscari che si affaccia sul
Canal Grande. I Comitati regionali per la programmazione economica (Crpe)
vennero istituiti successivamente nel 1964 in tutte le regioni italiane con il
Ministro del Bilancio Pierraccini e nel 1970, con l’istituzione delle regioni, l’Irsev
divenne interlocutore privilegiato della regione Veneto che lo scelse come
proprio ente di ricerca alcuni anni dopo. Di Irsev è opportuno ricordare il Piano di
sviluppo economico regionale 1966-1970 uscito per il Comitato regionale Veper
la programmazione Veneto e poi il Piano regionale di sviluppo 1978-1982. Ne fu
direttore Lucio Malfi, legato a Wladimiro Dorigo nell'impegno civile, che di
Gasparini era il braccio destro e che ne accompagnò tutta l’evoluzione; al Piano
regionale di sviluppo lavorarorno poi alcuni assistenti del laboratorio di Politica
economica e altri ricercatori tra cui Fabio Arcangeli e Aldo Solimbergo.
Nel 1965 Gasparini venne sostituito nella cattedra da Giampiero Franco, in
precedenza suo assistente, persona di scarsi studi anche se forte di “entrate”
nella vita della città.
Nel Laboratorio di Economia politica Francesco Ferrara, fedele all’impostazione
liberistica di quest’ultimo, il professor Giulio La Volpe perseguiva studi di
contabilità nazionale e di teoria economica, chiuso in una “torre d’avorio”, anche
se non priva di fascino e di una sua originalità (che gli venne poi riconosciuta),
5

ben lontano dallo spessore sociale e civile che aveva caratterizzato


l’insegnamento e l’impegno di Ferrara.
Ma che cosa offrivano questi docenti alle domande dei loro studenti? Ben poco.
Ricordo un quesito d’esame di Economia politica che riguardava un coltivatore di
un vigneto in Liguria (atomistico, che subiva il prezzo) e la sua reazione a una
variazione della domanda, quesito d’esame spesso formulato in modo così
contorto da apparire incomprensibile. Il prof. Franco adottava due suoi testi (che
egli aveva presentato per la cattedra), sul ciclo economico, illeggibili, del tutto
astratti, che lui stesso non riusciva a spiegare a lezione. Solo in seguito un
gruppo di giovani assistenti lo convinse a adottare un libro di macroeconomia
elementare e su questo feci il mio esame, nel 68. Una trattazione molto iniziale,
che nulla aveva a che vedere con le problematiche affrontate da Keynes, né si
proponeva di mediare la teoria keynesiana con la critica alla teoria neoclassica,
cosa che in qualche università si andava delineando in quegli anni, pur restando
un terreno di analisi molto complesso.
Per preparare gli esami di Economia politica si dovevano imparare una serie di
nozioni a memoria, capirne la logica semplicissima, banale - beneficio di
prezzo/perdita di quantità - e applicarle al quesito proposto. “Un obliquo e
irritante esercizio di logica”, un “metodo che invece di fornire stimoli alla
comprensione, getta lo studente nella confusione e nel disinteresse” come
aveva scritto alcuni anni prima Mendershausen parlando dei contenuti dei primi
esami di Economia politica nelle universtà degli Stati Uniti (1946). Nessuna
lettura di approfondimento, di stimolo, nessun riferimento ai problemi
dell’economia reale, nulla. Ricordo che l’amico Renzo Bianchi, laureato a
Venezia e allora docente di Economia ad Ancona con Napoleoni, mi raccontò
come da studente alla facoltà di economia di Venezia avesse avuto la
sensazione di trovarsi in mezzo a un mondo di pazzi, del tutto estranei alla vita
reale, e che non gli fosse restato altro che spostarsi altrove. Credo che anche
oggi la didattica dei corsi introduttivi di economia produca negli studenti una
sensazione di estraniamento non molto diversa.
Le domande che ponevamo erano altre: eravamo studenti che avevano a lungo
discusso la guerra del Vietnam, letto sulla politica economica della Cina, sui
consigli operai e la democrazia di fabbrica, leggevamo avidamente Inchiesta,
Nuovo Impegno, Quaderni rossi, Quaderni piacentini, Potere Operaio, il
Manifesto. Eravamo curiosi e desiderosi di studiare e di capire il mondo che ci
circondava, cosa che gli insegnamenti di economia all’università ci negavano
alla radice.
Il ’68 si sovrappose con tutta la sua carica dirompente a queste modeste basi
conoscitive, spinse momentaneamente nell’angolo alcuni stimoli riformistici che
pur avevano permeato la società italiana con i governi di centro-sinistra, che
percepivamo come estranei, apparivano incapaci di sovvertire la società
capitalistica, che era il fine a cui tendevamo, senza compromessi.
Un percorso di ricerca
Laureato con una tesi su Sraffa a fine anni ‘60, nonostante alcune perplessità,
mi sembrava che l’università offrisse degli spazi di libertà, difficili da trovare
altrove, e mi avrebbe permesso di approfondire i miei interessi. Immagino che
questa idea derivasse dalla mia partecipazione a gruppi degli studenti medi e
alla Fuci (Federazione cattolica universitaria) veneziana, in quel tempo molto
attiva in città; probabilmente influì anche la storia della mamma che era
6

insegnante, colpita in quegli anni da una lunga e penosa malattia. In realtà


scopersi poi che non mi piaceva insegnare, ma studiare e perseguire un mio
lavoro di ricerca su temi che mi parevano importanti.
In quegli anni quattro sacerdoti erano stati i riferimenti essenziali degli
universitari cattolici a Venezia. In una sede accanto al patriarcato e poi
nell’ambito della pastorale universitaria nei pressi della facoltà di economia, a S.
Tomà, promuovevano il dibattito su temi sociali e religiosi in modo documentato,
aperto e lungimirante, un’esperienza che ha formato diverse generazioni di
studenti. La Fuci veneziana aveva dato diversi presidenti nazionali e si era valsa
di riferimenti importanti. I punti di partenza all’inizio erano stati il cardinale
Angelo Roncalli e Dorigo (Questitalia, la rivista di Dorigo che visse tra il 1958 e il
‘70 è stata una cerniera tra le realtà cristiane di base e le organizzazioni operaie
che cominciavano a crescere), ma poi nel 1974 – stagione del referendum sul
divorzio – il patriarca Albino Luciani chiuse questa esperienza, come tanti altri
stimoli che erano nati in quegli anni nella chiesa locale. Nonostante i timori del
patriarca, in campo religioso eravamo mossi da spirito ecclesiale autentico,
approfondivamo la bibbia e le scritture. In vari ci recammo a Taizè, poi furono
frequenti i contatti con la comunità di Bose, con Enzo Bianchi e altri fratelli,
rapporti che continuarono per parecchi anni e sono tutt’ora vivi. Da un gruppo di
preti operai e di studenti nacque Esodo, una rivista di chiesa di base che vive
ancora. Alcuni studenti che hanno condiviso queste esperienze sono stati alla
base di una stagione politica avanzata, hanno collaborato con Potere Operaio,
Lotta Continua e con l’Autonomia.
Rifiutai quindi alcune offerte di lavoro a Milano, a quel tempo uno studente con
buoni voti era richiesto e trovava lavoro, e entrai all’università con la ferma
determinazione di continuare l’opera di critica alla teoria neoclassica su cui
avevo scritto la tesi e che mi aveva entusiasmato. Desideravo trasmettere le
mie convinzioni sulla società e sull’origine del profitto, non come remunerazione
del capitale, ma come spartizione del sovrappiù, trovando appoggio nella Storia
delle teorie economiche di Marx (1857) che avevo letto attentamente su
suggerimento di Pierangelo Garegnani. Volevo applicare alla realtà del presente
alcuni fondamenti della teoria marxista riletti criticamente, e pensavo di aver
trovato la possibilità, utilizzando anche strumenti dell’analisi sociologica e
storica, di poter interpretare i comportamenti del capitalismo.
Trovai spazio al Laboratorio di Politica economica De Pietri Tonelli: l’ambiente
era aperto, vi erano diversi giovani assistenti, ma il terreno non era facile. La
ricerca che si stava svolgendo quando entrai come fruitore di borsa di studio
verteva sull’analisi del progresso tecnico in Cile e Perù studiato attraverso la
funzione aggregata di produzione, che al progresso tecnico attribuiva il
“residuo”, quella parte del prodotto netto che resta dopo aver pagato i fattori in
base al loro contributo “marginale” in concorrenza perfetta. Riprendeva quindi in
pieno l’analisi della distribuzione neoclassica, incurante delle critiche feroci cui
era stata sottoposta, e si proponeva di verificarne l’applicabilità, superando tutti
i problemi legati alla scarsissima disponibilità e attendibilità di dati di contabilità
per quei due paesi, alla assenza dei mercati e altre condizioni di non poco
conto. Né la critica alla teorica neoclassica né il buon senso sembravano in
grado di scalfire il mondo della ricerca accademica veneziana.
Il professor Franco, di origine cattolica, legato alla sinistra DC, era persona
incostante, a volte pareva permeabile a idee nuove, ma era incapace di
organizzare e dirigere qualsiasi lavoro di ricerca. In questi anni ricevette
7

parecchi finanziamenti, specie dalla Cassa di Risparmio di Venezia, che usò in


piccola parte per gestire delle meritorie borse di studio, ma nella maggior parte
per fare lobbing in facoltà, per far vivere una pubblicazione periodica che
gestiva direttamente, di scarso valore, e posso dire con un po’ di orgoglio di non
averci scritto nemmeno una riga. Fui fortunato ad entrare all’università, mi aiutò
la tesi su Sraffa, che aveva avuto l’incoraggiamento di Ignazio Musu, e iniziai
così la carriera accademica. Un percorso che definirei anomalo: “persi” un
concorso universitario a metà degli anni ‘70 (che vinse Paolo Costa), fui
giudicato idoneo, e questo mi permise di entrare poi, grazie a una “leggina”,
come assistente di ruolo nel Laboratorio De Pietri Tonelli; ricoprii degli incarichi
di insegnamento, facilitato dal fatto che il numero degli studenti stava crescendo
e era necessario sdoppiare i corsi di base, e solo più tardi entrai di ruolo come
associato sulla base di una norma che, in assenza di concorsi, dava questo
riconoscimento agli incaricati stabilizzati, anche qui quindi in modo
“automatico”. Negli anni successivi, con l’aumento del numero degli studenti e
dei corsi, il reclutamento si sprovincializzò e divenne meno veneziano. Le
cattedre crebbero, vennero chiamati dei colleghi di altre sedi, Franco Donzelli,
Renzo Rampa, Nicola Rossi e altri e il clima si fece più disteso e costruttivo. Si
stava decisamente meglio.
Subito dopo la laurea me ne andai a Cambridge, e a Londra, dove “ammodernai”
o meglio costruii la mia cassetta degli attrezzi, che era invero alquanto carente.
Li imparai che diversi approfondimenti recenti, una volta privati di uno spesso
inutile formalismo, dovevano essere considerati positivamente e potevano
essere applicati a una teoria basata sul sovrappiù invece che sulla scarsità delle
risorse.
Tornato a Venezia intravidi uno spiraglio “libero” nel campo della storia
economica. Era questo un ambito portato avanti, sempre nel Laboratorio di
Politica economica, da Gianni Toniolo, che aveva qualche anno più di me e mi
incoraggiò in vario modo, e che ricordo relativamente autonomo dai cambi di
umore, dal familismo che non mancava mai, e dall’instabilità di comportamento
del professor Franco.
La mia ricerca storica iniziò nei primi anni ’70 approfondendo il problema della
distribuzione del sovrappiù durante la Battaglia del grano, e quindi riprese il
tema della divisione del prodotto secondo parametri classici, produzione di
grano a mezzo di grano. Poi Toniolo mi fece conoscere Pierluigi Ciocca che con
grande slancio e apertura stava introducendo la ricerca storica in Banca d’Italia.
Assieme a Toniolo, Ciocca rieditò la Rivista di Storia Economica che era stata
pubblicata da Einaudi, e che vive tutt’ora, e entrambi operarono senza risparmio
di energie per far decollare un gruppetto di storici ed economisti di varia origine
e formazione per studiare alcuni aspetti del Regime fascista. L’intento era quello
di rivedere la contabilità nazionale del periodo, abbozzare un quadro
macroeconomico, e Toniolo ed io studiammo la produzione industriale durante il
ventennio. Il problema della ripresa dopo la crisi del ‘29 era un tema che avevo
approfondito a Cambridge e cercai dei collegamenti con la realtà dell’Italia
rifacendomi a un saggio di Kalecki sulla funzione, in depressione, delle
“esportazioni interne”. La spesa pubblica per le colonie, le nostre esportazioni
interne, agiva come spinta alla domanda effettiva, in anni in cui la carenza di
domanda metteva in forse la realizzazione del sovrappiù, senza toccare gli
equilibri sociali interni, che il Regime temeva gli potessero sfuggire di mano e
che venivano tacitati dalla ideologia nazionalista con cui era ammantata
8

l’espansione in Africa (Kalecki, 1943). Lavorare alla Banca d’Italia, con un


gruppetto di brillanti ricercatori di altre università e dell’ufficio studi della banca
lo consideravo un privilegio, ancorché gratuito. Ricordo i viaggi con il treno della
notte da Venezia, via Ancona, e poi la pasticceria napoletana in via Milano, dove
era il grande ufficio di Ciocca, dotato di usciere e segretarie: nulla a che spartire
con i nostri locali universitari dove vivevamo assiepati, con l’assenza quasi
totale di servizi. Stefano Fenoaltea era tra i componenti del gruppetto e le sue
analisi costituirono riferimento sicuro per le mie ricerche storiche successive,
che trassero spesso vantaggio dai suggerimenti amichevoli e fattivi di Stefano.
Molti non capivano la coesistenza di interessi così disparati. Ricordo che Gianni
Toniolo invitò a Venezia Giorgio Mori ancora a metà anni 70. Mori era stato nel
comitato ordinatore della facoltà di economia di Modena, alla quale avevo fatto
domanda, e mi disse chiaramente che apprezzava il mio interesse storico, ma
che avrei dovuto decidermi: l’economia o la storia. Non venni “chiamato” a
Modena, per altre ragioni, e continuai per la mia strada.
Da questi inizi si svolse un filone di approfondimento storico che continuò fino a
pochi anni fa: le direttrici furono il commercio estero dell’Italia, un modo di
creazione del sovrappiù che analizzavo seguendo la logica classica,
ripercorrendo le orme di Hirschman (1945), con cui ebbi un cortese scambio di
lettere, e alcuni aspetti di storia finanziaria su cui lavorai negli anni successivi
con due altri amici, Marina Storaci e Lucio Pezzolo, con quest’ultimo che mi
indusse a spingermi giù giù nel medio evo, cosa che non avrei mai pensato di
fare. Con Lucio, e con l’appassionata partecipazione di Giorgio Fodor e di Mario
Carboni gestimmo per più di 10 anni una scuola estiva di Storia economica che
si tenne a Venezia a partire dalla fine degli anni ‘90. L’intento era la “slow
economic history”, una o due lezioni al giorno che si potevano “ruminare” e
discutere tutti assieme con la massima libertà e grande cameratismo. Vi
parteciparono docenti e studenti provenienti dalle più diverse parti del mondo;
ritrovammo amici di vecchia data e ne scoprimmo di nuovi, a cena da Marisa,
mangiando risotto con le secoe, masaro arrosto e tagliatelle ai fegatini di pollo.
Fu un’impresa faticosa, condotta con pochissimi mezzi finanziari, allo stesso
tempo entusiasmante sia per i temi trattati che per le persone coinvolte, e alla
fine non vedevo l’ora che la settimana finisse.
Avevo iniziato la ricerca storica “come un economista” guardando agli aspetti
macroeconomici dell’Italia, ma ben presto mi resi conto che questo studio non
poteva prescindere dai documenti, rileggere la stampa del tempo, fare ricerca di
archivio per sostanziare il proprio impianto teorico, che cercavo di costruire ben
saldo leggendo Hirschman, Kalecki, Keynes. Ne discutemmo in varie riprese con
Giorgio Fodor e poi con Marina Storaci e non ci volle molto per convincermi.
Passai diversi mesi all’archivio del Foreign Office a Kew Gardens a Londra, a
Coblenza al Bundesarchiv e a Bonn all’Auswaertiges Amt, oltre che ad archivi
italiani pubblici e privati.

Porto Marghera e i primi operai

A metà degli anni 70 era stata creata a Mestre la Fondazione Corazzin per
promuovere la ricerca storica e economico sociale. La fondazione aveva come
progetto di ricerca principale lo studio dell’origine della classe operaia a Porto
Marghera. L’invito a lavorare a questo progetto era forse riportabile a una
9

indicazione di Toniolo, che era cognato di Francesco Piva, uno dei promotori del
progetto o era semplicemente dovuto ai miei studi precedenti.
La ricerca iniziò nel 1979 e terminò tre anni dopo con la pubblicazione del
volume I primi operai di Marghera. Presentammo la ricerca a Cà Foscari, come
ricordano gli interventi pubblicati nel primo numero di Venetica (1984).
La partecipazione a questa impresa mi pose di fronte a una problematica
inedita.
La fondazione era presieduta da Lino Bracchi, già segretario della Cisl a Treviso
e diretta da Maurizio Carbognin, con la collaborazione infaticabile di Paolo
Feltrin. Entrambi avevano frequentato la scuola sindacale di Firenze, e avevano
deciso di lavorare a Venezia a un progetto di ricerca sulla classe operaia,
secondo canoni non tradizionali. Il progetto era stato proposto da Francesco Piva
che aveva studiato le lotte contadine nel primo dopoguerra e allo stesso tempo
guardava ai nuovi studi di storia del mondo operaio che venivano prendendo
piede in altri paesi, ma che non erano ancora sviluppati in Italia.
In questa impresa mi trovai fianco a fianco con storici, sociologi, politologi,
antropologi: Fabio Ravanne, Valerio Belotti, Salvatore La Mendola trainati dalla
competenza e dall’entusiasmo di Francesco Piva che a quel tempo viveva a
Roma, insegnava a Salerno, ma trovava il tempo per lunghe trasferte veneziane.
L’ atmosfera era bella, si fecero letture memorabili, I tre operai di Bernari, le
Autobiografie della leggera di Montaldi e poi Bozzini, L’arciprete e il cavaliere,
Pane e cipolle…. il mondo veronese di Ombre Bianche.
L’idea era che la storia del movimento operaio del ’900 andasse rifondata. A
sinistra, ci pareva - mi consideravo ormai parte del gruppo - il concetto di classe
fosse fondato su di un automatismo semplicistico, convenzionale che
nascondeva una varietà e una ricchezza di comportamenti operai che andavano
invece analizzati e studiati, bisognava guardarci dentro (Thompson, 1963) per
capire i fermenti che avevano vissuto e che stavano ancora vivendo quegli
operai, che erano poi i fermenti che in quegli stessi anni stavano scuotendo il
mondo del sindacato. La classe è composta di vari soggetti, con una propria
individualità e gli operai non hanno tutti gli stessi comportamenti politici.
La Fondazione era emanazione della Cisl che era il sindacato di Pierre Carniti.
Anche lui  
arrivava dall’incontro tra il cattolicesimo sociale e i temi della rappresentanza e
della contrattazione che aveva le sue radici nei corsi di formazione tenuti presso
la scuola di Firenze che Carniti innestò nella Milano di quel periodo, una fucina di
cambiamento, che spingeva ad affrontare la condizione operaia cogliendo le
occasioni di conflitto presenti in un tessuto industriale molto dinamico. La Fim-
Cisl milanese con Carniti era diventata un’organizzazione che aveva manifestato
la propria disponibilità alla protesta operaia e alla lotta, ricercando da un lato
momenti unitari con gli altri sindacati e, dall’altro, non temendo di squassare i
tradizionali equilibri politici all’interno della confederazione (Berta, 2018). Carniti
aveva proposto un profondo rinnovamento culturale nel modo di fare sindacato,
grazie al coinvolgimento attivo di studiosi quali Bruno Manghi, Guido Baglioni e
Gianprimo Cella. Questa miscela di pratica sindacale e di cultura delle relazioni
industriali fu essenziale per il successo della nuova Cisl e la Fondazione Corazzin
ne costituiva in qualche modo “l’autonomo e originale ramo veneto”. La
strategia della Fondazione era quella di coinvolgere dei giovani ricercatori,
10

“spiegare” loro quali erano le variabili rilevanti, come si doveva studiare, quali
pregiudizi dovevano essere abbandonati. Fu una grande lezione e di qui prese
origine la ricerca sui primi operai di Marghera, il cui filo rosso sotterraneo era la
critica a Cesco Chinello e alla sua lettura “ortodossa” della formazione della
classe operaia veneziana.
Per me questa ricerca rappresentò un passo avanti metodologico importante. Gli
economisti studiano il mercato del lavoro in base alle preferenze degli agenti,
cosa che mi ha lasciato sempre molto perplesso; ho sempre avversato la teoria
del consumatore di derivazione neoclassica. L’impostazione neoclassica è
lineare, parte dai fattori della produzione e porta ai beni di consumo, fine del
processo, è basata su comportamenti dei soggetti banalizzati, che scelgono in
base alle proprie preferenze, un concetto mai definito con chiarezza, la
disoccupazione è il risultato dell’incapacità dei lavoratori di adattarsi alle “regole
del mercato” adeguando ad esse le loro richiesta salariali. Non può esistere cosa
più lontana dalla realtà del mondo capitalistico industriale, dove ogni giorno si
esperimenta come il consumo non sia un atto libero, ma determinato dalla
pubblicità, dal potere dei grandi produttori e dove il comportamento dei
lavoratori abbia poco a che vedere con la massimizzazione della loro utilità.
Il comportamento del consumatore neoclassico aveva trovato dei critici
all’interno della stessa teoria ancora nell’immediato dopoguerra. Simon
sosteneva che i soggetti hanno sì la stessa razionalità ma hanno accesso a
informazioni diverse e in relazione a questo fatto hanno comportamenti diversi
(Simon, 1955) e sempre alla asimmetria informativa si può ricondurre l’analisi di
Baran e Sweezy (1966), dove i due autori studiarono come le informazioni che
pervenivano ai consumatori fossero sistematicamente falsate nella società del
capitale monopolistico dalle imprese, che inducevano i consumatori a una
tipologia di acquisti stereotipata e funzionale alla creazione del profitto. Tema
questo molto legato all’alienazione del lavoro e non a caso la lettura mi è stata
suggerita da Bianchi che trovava in questo testo dei collegamenti con la teoria
dell’alienazione sviluppata da Napoleoni e dalla rivista trimestrale. Si trattava
comunque di critiche “interne” alla teoria neoclassica, importanti, ma con un
significato che mi pareva sempre marginale e incapace di scalfire il corpo coeso
della stessa.
Una società industriale, che è fondata sulla capacità di produrre e ri-produrre il
sistema, non può essere studiata con un modello lineare ma richiede un modello
circolare del sistema economico, come quello usato dagli economisti classici e
riproposto da Produzione di merci a mezzo di merci, dove il fine è la riproduzione
e la realizzazione del sovrappiù. La didattica, che condividevo con Renzo
Bianchi, fu per molti anni costruita su di uno schema circolare di analisi e
divisione del sovrappiù su linee classiche, rappresentate da uno “schema
sraffiano semplificato” (Baldone, 1976) che integravamo con letture in forma di
dispensa. Per questo il libro di testo scritto da Adriano Biròlo e da me alcuni anni
dopo si titolava Produzione e mercato, non certo produzione e consumo. Porto
Marghera in fondo costituisce un ottimo esempio di modello circolare chiuso:
irrompe nello scenario veneto come fenomeno atipico, “corpo estraneo” al
tessuto economico della città e della regione, dove il grande capitale, approdato
in laguna, si prefigge di stabilire un meccanismo di produzione e riproduzione
del sovrappiù in una sua “enclave”. E crea una figura operaia con delle
caratteristiche proprie, diverse dalle figure miste di cui si parla a proposito delle
manifattura tessili del tardo ottocento e diversa anche dall’operaio massa
11

ipotizzato da tanta letteratura della classe operaia. La ricerca su I primi operai di


Marghera voleva interrogarsi se i rapporti che si stabilirono a seguito di questo
processo tra industria e campagne circostanti fossero d’integrazione o invece di
rottura-trasformazione. La grande industria fece emergere segmenti di classe
operaia stabile, omogenea, del tutto dipendente dal salario di fabbrica o diede
luogo a forme d’integrazione tra impiego in agricoltura e nell’industria? I
lavoratori di estrazione agricola misero a punto dei comportamenti specifici di
adattamento e di resistenza alla disciplina industriale? Maturarono nei luoghi di
origine momenti di autoriconoscimento e di identità collettiva?
Un apporto a questa ricerca lo diede Franco Ramella, che aveva fatto il lavoro
sulle donne della tessitura nel biellese, dove emergeva una figura di operaio che
nel passaggio tra agricoltura e industria conservava i rapporti con la terra, non
era stabile nell’industria e nell’occupazione, teneva i rapporti con la famiglia
contadina (1977). Fatti che emergevano anche dalla nostra ricerca sui libri
matricola a Marghera: la mobilità era molto alta, anche il nucleo delle persone
più strutturate non aveva mai reciso il rapporto con l’entroterra agricolo, non era
l’operaio massa. Fatti analoghi ci venne a raccontare Piero Brunello, con i suoi
repetini, quelli dei cento mestieri (1984).
Più che ripercorrere qui i risultati dello studio, che ognuno può leggere (Piva e
Tattara,1983) è importante per un ricercatore che proveniva dall’economia
politica fermarsi sul metodo. Ci eravamo posti delle domande molto generali, la
formazione della classe operaia, ma per procedere siamo partiti da un caso
particolare, lo abbiamo studiato in prospettiva storica a partire dalle condizioni
dei singoli (Ginzburg, 1994). La ricerca è stata infatti fondata sui "libri
matricola", fonte allora inesplorata (salvo Duccio Bigazzi) che ha consentito di
analizzare in termini innovativi strutture e dinamiche occupazionali attraverso
l’elaborazione di migliaia di dati provenienti dagli uffici del personale di 4 grandi
fabbriche di Marghera rafforzate da interviste a numerosi operai ancora viventi.
Ci sforzammo in tutti i modi di “far parlare” i dati ricavati dai libri matricola e fu
di grande soddisfazione vedere come un pò alla volta i numeri venivano
acquistando spessore e costruirono una solida base per alcune risposte alle
nostre domande di ricerca.
Alcune interviste sono state ricche, ricordo che alcuni operai si erano sentiti
“orgogliosi” che venisse chiesto loro di ripercorrere le tappe della propria vita
giovanile: ormai avanti negli anni rivelavano il bisogno di narrarsi, di avere un
posto nella memoria, era una forma di affermazione sociale e culturale a un
tempo. Sembrava volessero, almeno tra di loro e con noi, condividere valori,
sentimenti, stili di vita che avevano caratterizzato quella prima esperienza
industriale, spesso tanto dura e diversa dalla loro vita precedente nelle
campagne: persone che si mettevano in fila ai cancelli ogni mattina sperando di
entrare a giornata, operai che lavoravano agli altiforni con gli zoccoli di legno,
che arrivavano facendo lunghi percorsi in bicicletta dalla Riviera, lungo gli argini
del Brenta. Un operaio “si prese una settimana” e ci scrisse un quaderno intero
delle sue memorie. Alcuni contatti con gli operai vennero dal sindacato, ma
trovammo anche interlocutori aperti e interessati tra i funzionari delle aziende
coinvolte, due in particolare ci passarono materiali preziosi, come il libro
“punizioni”; anche le parrocchie ci fornirono diversi contatti.
12

Siamo quindi partiti da uno sguardo micro, ma su questo abbiamo cercato di


costruire la risposta a delle domande generali, importanti per la sinistra di fine
anni settanta.
Con Cesco Chinello, nonostante la diversa impostazione, i rapporti restarono
buoni, di mutuo rispetto per l’attento lavoro storiografico svolto e ne
discutemmo molto. E discutemmo in parallelo anche la ricerca su Colle Val
d’Elsa e Bassano, quella diretta da Arnaldo Bagnasco e Carlo Trigilia che in parte
era sovrapposta alla nostra come metodologia, anche se priva della profondità
storica che caratterizzava il nostro lavoro.
Luigi Viviani (che aveva nel frattempo sostituito Bracchi) e Carbognin cercarono
un rapporto con Prospettiva sindacale, la rivista della sinistra Cisl di Milano
legata a Guido Baglioni e altri, ma con poca fortuna, perché il gruppo faceva
riferimento a Trento e quando andammo a Milano per un incontro ne trassi
l’impressione di un gruppo chiuso, geloso della propria identità.
Sandro Castegnaro sostituì nel 1985 Maurizio Carbognin; Carbognin avvertì,
credo, che una stagione si stava per chiudere, cambiò lavoro e divenne
consulente su problemi aziendali organizzativi per un istituto privato.

Ricerca economico-sociale e territorio

Il libro I primi operai di Marghera uscì nel 1983; io allora ero associato, vinsi il
concorso di politica economica e diventai ordinario di quella disciplina nel 1986
insieme a Gianni Toniolo, cosa peraltro singolare, essendo noi entrambi
economisti con forti interessi storici ed entrambi della stessa Università. Lo vinsi
“nonostante” il parere negativo del direttore del Dipartimento, prof. Franco, che
mi aveva accompagnato anche nella precedente tornata. Vennero valutati
positivamente i lavori di teoria economica che mi avevano inizialmente
occupato, analisi in termini sraffiani sulla teoria dell’interesse, sulla
microeconomia e sulla soluzione proposta da Irving Fisher alla domanda di
capitale, più il mio passato che il mio presente. La ricerca su Marghera credo
venne apprezzata da Michele Salvati, che era uno dei commissari, ma influì
negativamente sulla maggior parte dei membri della commissione perché venne
vista come segno di uno sconfinamento “non legittimo”, cosa che a me pareva
un merito, una via per sradicare i troppi luoghi comuni della teoria economica
(Hirschman, 1981), non un peccato.
L’impostazione della ricerca a partire dallo studio di casi particolari per
affrontare temi generali è stato l’approccio che ho seguito anche sul tema
dell’innovazione. C’era un gruppo economisti vicentini che avevano studiato a
Modena, non a Venezia, un po’ anomali, con la Fim-Cisl come riferimento. Il
primo lavoro, di grande spessore, di questo gruppo è stato quello di Beppe
Nardin sulla Benetton; Nardin rimase poi ad insegnare a Modena. Con Paolo
Gurisatti e Vladimiro Soli facemmo, oltre che molte discussioni, un capillare
lavoro di analisi sulle imprese metalmeccaniche della provincia di Vicenza,
recandoci negli stabilimenti, visionando meticolosamente i processi produttivi e
discutendo con imprenditori e tecnici. L’oggetto dello studio che fu pubblicato in
Industrial and Corporate Change nei secondi anni novanta (1997) era
l’innovazione tecnologica. Anche in questo lavoro, come nei miei precedenti,
cercavamo di dimostrare l’inutilità degli strumenti neoclassici aggregati e il
13

valore di una buona ricerca empirica che tenesse presenti i fenomeni di path
dependence e le istituzioni. Dimostrammo come l’innovazione di processo fosse
molto importante e come fosse collegata all’eterogeneità dei beni prodotti e alla
loro qualità, due elementi strettamente collegati, che le indagini statistiche non
erano in grado di rilevare ma che, specialmente trattando di beni “maturi”,
risultavano essenziali per capire le diverse strategie delle imprese in tema di
innovazione e il loro successo. Qui la critica era direttamente rivolta alla
funzione di produzione aggregata come strumento di spiegazione del progresso
tecnico e nella nostra ricerca sottolineammo, appunto, come le basi
dell’innovazione tecnologica fossero ben lontane da quelle ipotizzate dalla
teoria. Organizzammo parecchi seminari anche all’Università, ci dava una mano
Renzo Bianchi, che nel frattempo si era trasferito a Venezia e sempre
fiancheggiò le nostre iniziative. Il filone è proseguito con altri lavori di ricerca, sia
a Vicenza che a Treviso dove Paolo Feltrin promosse due impegnativi studi sui
processi innovativi delle piccole-medie imprese. Io mi occupai in entrambi di
innovazione. Nel primo (1997) si mise ancora in luce l’importanza delle
innovazioni di processo nei settori tradizionali della manifattura e si spiegò come
queste si colleghino alle innovazioni di prodotto, il secondo, a tredici anni di
distanza (2010), riprese lo stesso tema puntualizzando il ruolo innovativo delle
imprese che producevano componenti negli anni della crisi economica. Con
queste analisi Feltrin cercava di stimolare l’emergere di nuovi soggetti politici,
cosa che tuttavia non si realizzò. Nonostante i nostri sforzi, le ricerche non
sollevarono l’interesse del sindacato e delle associazioni imprenditoriali né a
Vicenza né a Treviso, né a Venezia.
Le nostre ricerche sull’innovazione nei distretti veneti, come tutti gli studi in
questo campo, debbono molto alle analisi di Sebastiano Brusco e di Giacomo
Becattini. Essi ebbero il merito di mostrare come le interrelazioni di reti di
piccole imprese e il frazionamento dei processi produttivi potevano spiegare la
competitività dell’industria italiana, al di là dello stereotipo dell’impresa
“rappresentativa”, isolata, della teoria neoclassica.
Becattini e Brusco sottolinearono la collaborazione tra le imprese favorita dai
rapporti di vicinato e il proficuo clima comunitario che contraddistingue le
relazioni tra imprese, sindacati e amministrazioni locali. Tuttavia i nostri studi ci
portarono a risultati diversi. Scrivemmo “Il piccolo che nasce dal grande” (2001)
sostenendo, a partire dal caso Zoppas e dallo studio di un suo subfornitore, che
in Veneto il decentramento da parte delle grandi aziende alla ricerca di forme di
gestione “avide e snelle” aveva generato imprenditorialità diffusa (2001). Il
nostro gruppo – Paolo Gurisatti, Vladimiro Soli, Alberto Pozzi, Mario Volpe,
Adriano Biròlo, Giacomo Bazzo – verificò che i processi della grande e della
piccola impresa erano intrecciati, che il successo della seconda spesso
dipendeva dalla grande fabbrica in una logica fortemente competitiva (più che
collaborativa: su questo punto Bianchi ci aveva segnalato i lavori critici di
Andrea Balestri sui distretti, 2003), tesi che contrastava l’idea di Becattini della
cooperazione insita nella “natura” stessa dei distretti toscani, le cui radici
andavano indietro nel tempo, alle corporazioni artigiane (Becattini, 1997).
Becattini vedeva l’imprenditore parte di una comunità locale che plasma da sé il
proprio destino, in una combinazione di “cooperazione e competizione” che
trascende la logica stessa del mercato (Bianchi, 2009).
Con Becattini partecipammo a un gruppo di ricerca, discutemmo e
condividemmo diversi lavori ed egli scrisse gentilmente la prefazione al nostro
14

libro, pur con una punta polemica, e ne suggerì il titolo. Un anno partecipai al
seminario (annuale) di Artimino promosso da Becattini ma né lui né Brusco ci
considerarono mai “adepti fedeli” e non lo siamo mai stati. Interessante sarebbe
sapere se Becattini penserebbe ancora in questi termini, dopo la “conquista” di
Prato da parte dei cinesi e come spiegherebbe questa transizione.
Il nostro punto di vista è stato confermato da altre ricerche che feci con Paolo
Crestanello, anche lui vicentino che aveva studiato a Modena, sul gruppo
Benetton e sulla sua rete di subfornitura (2011) e su importanti gruppi di
imprese di abbigliamento e calzature che avevano decentrato in Romania.
Negli anni novanta emerse con forza il problema della delocalizzazione di fasi di
produzione delle imprese venete nei paesi dell’Est sotto la spinta forte e
costante della concorrenza internazionale. Insegnavo in quegli anni Economia
applicata e su questo tema mi impegnai molto con diversi viaggi in Romania,
dove accompagnai gruppi di laureandi, cui finanziavo il biglietto di viaggio con i
miei fondi di ricerca, mentre tutta l’organizzazione contava sull’aiuto fattivo di
Carlo Gianelle, uno degli studenti più preparati.
Percorremmo la Romania in lungo e in largo, intervistando imprese venete (cosa
che poi nel 2009 replicai in Cina e in India), per capire le ragioni della spinta a
delocalizzare. Ripresi in questi studi temi del vecchio filone di ricerca sulla
relazione tra commercio e potere, legandola allo sviluppo dell’industria locale: si
“esportano” pezzi della catena del valore, cercando di mantenerne il controllo,
per aumentare il plusvalore e ci siamo chiesti quali riflessi questo modo di
produrre avesse, otre che sui profitti, sull’occupazione e sulle competenze
operaie. Siamo partiti da un quesito generale e lo abbiamo verificato a partire da
numerose interviste e lunghe visite agli impianti. Titolammo infatti il lavoro con
Gianelle Produrre all’estero e fare profitti in patria: uno studio sulle imprese
venete dell’abbigliamento e delle calzature (2009). Fu una esperienza
interessante. A volte si decentravano le lavorazioni commissionandole a grandi
imprese rumene, che mantenevano alcuni aspetti di quella che doveva essere
stata la fabbrica di regime (sindacato di fabbrica, sicurezza, orari, medicina
interna: l’accesso ci venne facilitato dall’interessamento dell’amico sindacalista
rumeno Relu Alupoaie), ma spesso si spingevano i subfornitori italiani a spostare
all’estero la precedente attività; trovammo imprenditori e dirigenti d’azienda
veneti che rispondevano in modo esplicito alle nostre domande, senza sottintesi,
quasi che le remore che avrebbero avuto in Italia sparissero lontani da casa,
parlando in dialetto con “altri paesani”. Erano subfornitori molto specializzati, “di
fase”, spinti all’estero dai loro clienti principali, che avevano tagliato
brutalmente i compensi per le lavorazioni decentrate in Italia, e correvano il
rischio di vedere azzerati investimenti, anche importanti, in macchinari e
attrezzature fatti solo pochi anni prima. Non erano tempi di collaborazione tra
fornitori ma di competizione, anche feroce. Le imprese finali delocalizzavano per
risparmiare sui costi e reimportavano i prodotti, nella maggior parte dei casi
prodotti finiti, che non avrebbero trovato in Romania e negli altri paesi dell’Est
un mercato di sbocco. Spesso riscontrammo forme di controllo sulle singole fasi
di produzione e sulla produttività molto strette da parte del centro (es Benetton,
Ikea, Geox) che in alcuni casi imponeva ai subfornitori le specifiche tabelle di
lavorazione, fase per fase. Ricordo la visita a un terzista di Benetton,
formalmente autonomo, con le tempistiche delle singole fasi scandite dal
15

committente in secondi, con orologio e punzone, in ogni postazione di lavoro.


Da un lato vedevamo la clamorosa perdita dei diritti per le lavoratrici in Romania
(erano sempre e solo donne, anche alle presse della Dacia o in fonderia),
rispetto al vecchio regime: organizzazione nuova, cottimo al 100%, con i nomi
delle lavoratrici e il numero pezzi consegnati attaccati al muro, competizione e
orari senza fine; un quadro buio in un sistema sociale privo di ogni paracadute.
Nessun diritto e in caso di malattia in ospedale bisognava portarsi le medicine,
se si riusciva a trovarle. Dall’altro i distretti industriali in Veneto subivano un
impoverimento senza pari, restavano in vita solo i subfornitori che facevano la
“qualità” che nell’abbigliamento significava sostanzialmente i campionari e le
serie corte. Con Paolo Crestanello abbiamo studiato l’indotto di Benetton e
abbiamo rilevato una caduta drastica dei subfornitori che superavano le 500
unità e occupavano circa 8000 addetti nei primi anni duemila mentre dopo dieci
anni erano ridotti a poche centinaia e gli addetti a meno di mille, con lo
spostamento della produzione in Ungheria, Romania, Croazia e Tunisia. Una
forte caduta occupazionale generale, un “exit” senza “voice”, un disagio
profondo mitigato dalla stabilità sostanziale dell’occupazione della regione, pur
con cambiamenti nei settori e nella stabilità dei posti di lavoro, ora molto più
precari. La tenuta dell’occupazione nell’industria in Veneto, con l’affermarsi della
media impresa, in un contesto nazionale di crisi del Made in Italy, è stata
ampiamente discussa in Crescere per competere (Feltrin e Tattara, 2010).
Ricordo lo stupore dei rumeni alla vista dei trevigiani che arrivavano e si
portavano tutto da Treviso in camion; la cucina, i mobili, il vino, oltre ai
macchinari, il loro timore che tutto potesse sparire come era venuto e la amara
constatazione che mano a mano la lotta per i loro diritti di lavoratori faceva
passi avanti, e la valuta del paese acquistava stabilità, le imprese se ne
sarebbero andate, spostandosi in Asia. Lo chiamavano il “capitalismo sulle
ruote”. In realtà in diversi paesi, come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, le
grandi industrie - pensiamo a Singer, Dunlop - già a partire dai primi anni del
secolo scorso avevano praticato la divisione del lavoro creando filiali in diverse
zone del mondo dove venivano svolte parti dei processi produttivi; quello che
oggi colpisce è l’estensione di questi processi a molti paesi, la generalizzazione
di questa forma organizzativa alle piccole imprese, la scomposizione dei processi
in “fasi” molto specializzate e relativamente autonome e la rapidità con cui tutto
questo si realizza e si muove: il “capitalismo sulle ruote” appunto.

Sempre al primo lavoro sui libri matricola delle imprese di Marghera e allo studio
delle forme di lavoro precarie credo si possa ricondurre la successiva fase di
ricerca sui dati Inps, sulle rilevazioni degli addetti al settore privato in Veneto.
Da quando avemmo accesso ai dati INPS, a cominciare dai primi anni ’90
maturammo un approccio più “statistico” al problema della mobilità operaia
(Fabio Occari, Serafino Pitingaro e Marco Valentini furono i collaboratori, ospitati
in un’aula del Dipartimento) – un lavoro molto faticoso, complicato, che durò
quasi un ventennio, pur inframezzato da mille altre cose, e di cui Valentini fu
l’artefice principale; lavoravamo sui dipendenti, la loro provenienza, sulla
mobilità da azienda a azienda, sulle politiche incentivanti il primo impiego. La
domanda di ricerca era, alla fine sempre quella: che cosa caratterizza il mercato
del lavoro in una zona di piccole imprese, con alta mobilità e forti legami
16

familiari? E poi, molto più difficile, sono state veramente efficaci le politiche
volte a promuovere l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro?
Una domanda generale che abbiamo verificato guardando ai casi singoli, anche
se in modo, questa volta, “quantitativo”; lavoravamo con alcuni milioni di record
previdenziali che coprivano circa un ventennio e nelle analisi delle politiche del
lavoro abbiamo trovato grande sostegno in Ugo Trivellato e nel gruppo Prin che
dirigeva e di cui fummo parte attiva. Certo nelle periferie del Veneto industriale
di classe operaia nessuno parlava più, era il tempo dei distretti,
dell’imprenditore “uno di noi”, del piccolo è bello.
Guardammo alla precarietà di alcune forme di lavoro e al quadro territoriale.
Seguendo un’intuizione di Becattini sviluppammo il concetto di ‘periferia
industriale’ e il suo radicamento nel territorio. Un lavoro meno affascinante di
quello che prevede un contatto diretto con le persone, ma che cercava di
ricostruire le dinamiche del lavoro attraverso le transizioni dei lavoratori tra le
diverse imprese, settori, dimensioni nei distretti industriali veneti, e ne
ridisegnava e discuteva i confini, con le rispettive aree di influenza (gli “anelli
affini” di Becattini), e la nostra convinzione che “i centri e gli anelli affini”
fossero quasi sempre interpretabili a partire da una o più medio-grandi imprese
operanti nel territorio, i “centri” appunto, ne emerse rafforzata.
ll sindacato e la ricerca.
Riflettendo su queste vicende mi vien da domandarmi come mai il sindacato
sia stato estraneo a queste ricerche; anche quando le aveva inizialmente
promosse, vi aveva speso tante energie, poi non ne trasse alcun frutto.
Tenterò una risposta in base alla esperienza personale. Già l’inizio non fu
felice. Nei primi anni 70 Domenico Sartore aveva lanciato a Cà Foscari un
centro studi sindacale, con sede al mezzanino di Palazzo Foscari. Finì male,
all’entusiasmo iniziale subentrò, per diretta imposizione sindacale, la lotta sui
nomi dell’unico ricercatore che doveva iniziare a lavorare (per inciso i due
candidati erano bravissime persone) e tutto finì prima ancora di cominciare, al
grido “basta che sia uno dei nostri”. Peggio di così non poteva andare, e mi
rincresce di non essermi opposto a questa logica con il vigore necessario. Ma
più ancora è significativa la breve parabola della Fondazione Corazzin.
L’organizzazione c’era, i prodotti vennero realizzati con impegno e serviti su di
un piatto d’argento, il sindacato mise uomini, locali e mezzi nell’impresa, ma i
risultati non vennero minimamente recepiti. Agli incontri di discussione
nessun sindacalista e nessuna eco nella stampa sindacale. Probabilmente
eravamo spinti da un’idea di sindacato che stava rapidamente mutando senza
che noi ce ne accorgessimo o che preferivamo non vedere, ma la percepivano
nella vita quotidiana i sindacalisti. Sindacalisti che sentivano i temi che a noi
parevano rilevanti, un po’ inutili e che cominciavano a sperimentare il
passaggio del sindacato a organizzazione che appoggiava la sua forza sulla
difesa dei diritti, sulle tutele individuali, e sempre più sull’offerta di servizi.
Successivamente Ires CGIL, gruppo che mi era stato sempre estraneo, mi ha
chiesto di dirigere Economia e società regionale, incarico che ho accettato e
svolto con molto piacere. Anche qui, nonostante le nostre insistenze, pochi gli
17

interventi di sindacalisti, anche nelle discussioni sui temi del lavoro.


Probabilmente il mito della ricerca accademica chiusa in una torre d’avorio, la
percezione che i risultati della ricerca difficilmente, per la loro stessa natura,
potessero intercettare i problemi che la quotidianeità poneva all’operatore
sindacale ha fatto il resto ed è mancata una direzione sindacale colta,
lungimirante che volesse impegnarsi in un’opera di crescita politica degli
iscritti e dei quadri, di dibattito sulle linee che hanno caratterizzato le lotte
operaie nel corso del secolo scorso e che l’organizzazione cominciava a
vedere come un retaggio un po’ inutile e ozioso. Era passato quel tempo.

Un fuoco civico

Alessandro Casellato mi ha chiesto l’anno scorso se c’è un fuoco civico, di


attenzione alla città dove vivo, nei miei lavori. Lui mi conosce per la mia
militanza degli ultimi anni contro le grandi navi…. ho scritto qualcosa su questo,
recentemente mi sono occupato di navi, di turismo e di inquinamento. Mi piace
poter rispondere di sì.
In cinquant’anni di ricerca mi sono interessato di cose diverse, ho fatto anche un
lavoro sulla privatizzazione della sanità in India, dove sono stato diversi mesi,
stimolato da un impegno di volontariato con Emergency; ho discusso “del sacco
del Nord”, uno degli articoletti più letti in rete.
Molti miei colleghi hanno seguito un approccio più specialistico, cosa che io ho
scelto di non fare. All’inizio avevo un’impostazione molto teorica, erano i tempi
del rapporto con Sraffa, ormai malato, con cui ho provato a discutere diverse
volte a Cambridge. Una volta perseguita l’opera di critica alle teorie
neoclassiche mi trovai in terra bruciata, con poco in mano; molte letture, dei
buoni amici con cui discutere, alcune direttrici forti e qualche strumento
analitico che cercai di sviluppare al meglio tenendo come linee guida quelle
degli economisti classici, la formazione del sovrappiù, la sua distribuzione e la
divisione del lavoro. Cercai di sviluppare la scatola degli attrezzi senza
preclusioni, e di approfondire il fondamento storico e culturale delle mie
ricerche. Non fu sempre facile andare controcorrente: ricordo due casi in cui una
rivista rifiutò un articolo per la pubblicazione dicendo che “mancava di teoria”,
in realtà mancava delle “catene causali della teoria economica marginalista” e
di alcune di queste queste (non di tutte) avevo deciso di fare a meno, come
spiegai ai due direttori, e mi rivolsi altrove.
A Venezia cercai legami anche al di fuori dell’università e trovai amici con cui
condividere i miei interessi anche all’estero; ho pubblicato più all’estero che in
Italia. Ho seguito le mie curiosità, le sollecitazioni del momento, cercando di
seguire un metodo di ricerca coerente. Mi è sempre interessato conoscere varie
cose piuttosto che essere uno specialista, ho cercato di andare in profondità sul
singolo tema che volta a volta sceglievo ma senza fermarmi su quello. Perché ho
coltivato gli sconfinamenti invece che la ortodossia? Forse perché ero convinto –
con un pò di presunzione - di saperlo fare e poi perché mi pareva che l’economia
tendesse a fornire risposte troppo semplicistiche, mentre non si deve avere
paura della complessità (Hirschman, 1981). Viviamo in un mondo che non
rassicura; è un universo sempre aperto al nuovo e all’imprevedibile. È un mondo
non neutrale e per capirlo non abbiamo bisogno di teorie ricche di false certezze,
di schemi chiusi, di formalismo fine a sè stesso, ma di un approccio complesso,
18

con profonde radici nel nostro passato, che ci aiuti a comprendere


comportamenti umani ricchi di infinite sfacettature.

 Baran P. A., e P.A. Sweezy, (1966), Il capitale monopolistico. Einaudi, Torino,


1968, trad. Italiana di Monopoly Capital: An Essay on the American Economic
and Social Order. Monthly Review Press, New York.
Baldone S., (1976), Produzione e distribuzione del reddito: appunti di economia
politica. Il Mulino, Bologna.
Balestri A., (2003), Il cardato e la nutella. Cooperazione e competizione tra le
imprese di un distretto industriale. Economia & Management, n. 2 pp. 90-96.
Becattini G., (a cura di)(1997), Prato, storia di una città, vol.4, Il distretto
industriale 1943-1993. Le Monnier, Firenze
Berta G. (2018), Pierre Carniti, sindacalista vero e interprete del cambiamento, Il
Sole 24 ore, 6 giugno.
Bianchi R., (2009), The Italian revival of industrial districts and the foundations
of political economy, in G. Becattini, M.Bellandi e L De Propris, A Handbook of
Industrial Districts, Edward Elgar, Cheltenham, UK.
Brunello P., (1984), Contadini e «repetini». Modelli di stratificazione, pp. 861-909
in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi. Il Veneto, a cura di S. Lanaro,
UTET, Torino.
Cavalieri D., (2008), Hegelo-marxismo e cattolicesimo sociale. La "Rivista
Trimestrale" di Napoleoni e Rodano, Il Ponte 9.64 pp. 56-67
Crestanello P., e G.Tattara, (2011), A global network and its local ties:
restructuring of the Benetton Group, in N. De Liso e R. Leoncini,
Internationalization, Technological Change and the Theory of the Firm,
Routledge, Abingdon-on-Thames, UK.
Favero, G., (2015), L’insegnamento delle discipline aziendali a Venezia dalla
Scuola superiore di commercio all’università Ca’ Foscari, in 30+ anni di
aziendalisti in Laguna, Gli studi manageriali a Venezia a cura di D. Mantoan, S.
Bianchi, Ed. Cà Foscari. https://edizionicafoscari.unive.it/it/edizioni4/libri/978-88-
6969-039-6/
Gianelle C., e G. Tattara, (2009), Manufacturing abroad while making profits at
home: the veneto footwear and clothing industry, in M. Morroni (a cura di),
Corporate Governance, Organization and the Firm, Edward Elgar, Cheltenham,
UK.
Ginzburg A., e N., Vianello, (1973), Il fascino discreto della teoria economica,
Rinascita, 31, 3 agosto.
Ginzburg, C., (1994), Microstoria. Due o tre cose che so di lei, Quaderni storici, n.
86, pp. 511-539.
Gurisatti P., e Soli V. e  G. Tattara, (1997), A Patterns of Diffusion of New
Technologies in Small Metal-Working Firms: The Case of an Italian Region,
Industrial and Corporate Change, Volume 6, Issue 2.
Hirschman A. O., (1943), National power and the structure of foreign trade,
University of California Press, Berkeley Los Angeles, London, parzialmente
19

ripreso in Hirschman, 1987 Potenza nazionale e commercio estero, Il Mulino,


Bologna
Hirschman A. O., (1981) Essays in Trespassing Economics to Policy and Beyond,
Cambridge, Cambridge University Press. In italiano si possono vedere dello
stesso autore I saggi raccolti in Come complicare l’economia (1988) Il Mulino,
Bologna.
Hirschman A.O., (1971),The search for paradigms as a hindrance to
understanding, in A Bias for Hope: Essays on Development in Latin America, Yale
University Press.
Ingrao B., e G. Israel, (1987), La mano invisibile, L'equilibrio economico nella
storia della scienza, Laterza Bari-Roma.
Kalecki M., (1943), Tre vie al pieno impiego, in M. Kalecki , F. A. Burchardt, G. D.
N. Worswick, L'economia della piena occupazione, Rosenberg e Sellier, Torino
1979, trad. Italiana di The Economics of Full Employment (six Studies in Applied
Economics), B. Blackwell, Oxford, UK..
Marx K., (1858-9), Storia delle teorie economiche, Einaudi, Torino, 3 voll.,1957,
trad. Italiana, Zur Kritik der Politischen Ökonomie, Franz Duncker, Berlino,
Germania.
Mendershausen H., (1946), Concept and teaching of economics, American
Economic Review, giugno. La mia attenzione su questa nota di Menderhausen
deriva dalla lettura di un saggio di A. Ginzburg (2010).
Ginzburg A., (2010), Perchè Vittorio Foa a Modena negli anni ’70. Atti del
convegno “Vittorio Foa professore” Modena 18 Giugno 2010
Piva F. e G. Tattara (1983), I primi operai di Marghera, Mercato, reclutamento,
occupazione 1917-1940, Marsilio editori, Venezia.
Ramella F., (1977), Famiglia, terra e salario in una comunita tessile
dell'Ottocento, Movimento Operaio e Socialista, n. 1, genn-marzo.
Simon H., (1955). A Behavioral Model of Rational Choice, Quarterly Journal of
Economics, vol. 69, 99–118, ristampato in H.A. Simon, (1982), Models of
Bounded Rationality, Volume 1, Economic Analysis and Public Policy, MIT Press,
Cambridge, Mass., pp. 235–44.
Sofri A., (1993), 25 anni dal ’68, Un’intervista ad Adriano Sofri, di Maurizio Bekar,
Il Paese, 12 giugno.
Sraffa P., (1960), Produzione di merci a mezzo di merci. Premesse a una critica
della teoria economica. Einaudi, Torino.
Tattara G., (cura di) (2001), Il piccolo che nasce dal grande. Le molteplici face
dei distretti industriali veneti. F. Angeli, Milano (con G. Bazzo, A. Biròlo, A. Pozzi
e M. Volpe).
Thompson E.P., (1963), Rivoluzione industrial e classe operaia in Inghilterra, Il
Saggiatore, Milano 1969, trad. Italiana di The making of the English working
class, Penguin. Littlehampton Book Services Ltd., UK..
Venetica Rivista di storia delle Venezie (1984). Discussioni: I primi operai di
Marghera. Discutono D. Bigazzi, L. Cafagna, S. Lanaro e G. Toniolo, numero 1,
gennaio-giugno.
20