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Dharma e la neve

Di Vanessa Francesconi

Era un giorno di marzo e nevicava come nelle migliori fiabe classiche lette la sera,
davanti al fuoco del camino. Beh, quello alla tv. Ne avevano anche uno vero in casa, in
mattoni a vista, ma non funzionava da anni, e allora la mamma usava un’applicazione per
creare l’atmosfera adatta alle fiabe classiche racchiuse nel grosso libro blu con le stelline.
Tutto questo però apparteneva ai tempi passati quando mamma e papà leggevano ancora
a Dharma. Presi dal lavoro e sempre più stanchi, avevano smesso di farlo, convinti che la
bambina, ormai capace di leggere da sola, si fosse affezionata ai personaggi di carta e li
cercasse per conto suo.
Dharma era una bambina più timida che impulsiva, ma vivace e testarda quando si
sentiva a suo agio. Passava molto tempo da sola in casa. Certo, la mamma c’era, ma, in
verità, era come se non ci fosse. Se non rispondeva al telefono per via dell’azienda che
gestiva, stava urlando contro la domestica che non puliva bene le pentole lasciando il
fondo sporco e unto. C’era una lavastoviglie: perché aveva paura di usarla? E quando
finiva di urlare contro la domestica incapace, i dipendenti fannulloni e il marito troppo
stanco per replicare ai suoi scatti di ira, non aveva più le energie per dedicarsi alla sua
bambina, e crollava sul divano senza neppure cenare. Il papà non se la passava meglio.
Lavorava dieci ore al giorno, quando l’azienda non richiedeva straordinari, per una paga
che non lo rendeva felice. Sembrava che vivesse in uno stato di attesa, dal lunedì al
venerdì: l’attesa del sabato, per poter dormire. Certo, se la mamma non lo svegliava per
via delle urla contro i suoi dipendenti o contro la domestica.
E in tutto questo trambusto, per Dharma non c’erano più tempo, né energie, né
spazio. Allora, la bambina riempiva i vuoti con i suoni e le immagini di un gigantesco
schermo colmo di applicazioni per visionare qualsiasi cosa potesse desiderare. Aveva
tutte le tv a pagamento, in streaming, on demand e via satellite. I suoi interessi si
muovevano tra i programmi di cucina, perché colorati e competitivi, e i canali di youtube
che ti insegnavano a diventare un piccolo sopravvissuto nel caso in cui all’umanità fossero
seguiti solo ammassi di immondizia. Certo, serviva molta colla a caldo, ma con una buona
scorta, ce la si poteva fare.
Andava tutto liscio, se quel giorno nefasto, con tanta neve ammucchiata in giardino,
oltre la finestra, la televisione non avesse smesso di funzionare. Il tasto di accensione del
telecomando non rispondeva alle richieste di Dharma. La tv non voleva sapere di
accendersi. La bambina fu colta dalla confusione. Poi, dal panico.
Lo stesso panico dilagava anche lungo le grotte nascoste nei cavi di collegamento
dell’apparecchio, un panico nato in risposta all’allarme diffuso dall’omino dell’accensione.
Aveva tirato la levata di soccorso, appena pochi istanti prima di capitolare a terra, esausto.
Aveva dovuto tenere pigiato il tasto di accensione per cinque giorni ininterrottamente e
forse sarebbe resistito ancora inconsapevole della propria stanchezza, se Dharma non gli
avesse dato cinque minuti di tregua per poi richiedere nuovamente i suoi servizi. Nello
scattare, così come imposto dal regolamento del telecomando, l’omino dell’accensione
perse l’equilibrio e, nel cadere, si aggrappò alla maniglia dell’allarme attivandolo. Inutile

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specificare il caos che si generò da lì a poco. Tutti gli addetti del colore, della luce e
dell’oscurità, dei comandi vocali e dell’organizzazione delle applicazioni istallate, le
graziose signore impiegate nell’aumento e nella diminuzione del volume si erano
dimostrate le più sconvolte. Bisognava trovare subito un rimedio. Lo sapevano tutti che
quelli erano tempi duri in cui bastava un nonnulla affinché ci si ritrovasse con le gambe
all’aria nel bel mezzo della discarica. Ci si doveva sbrigare a far rinsavire il povero omino
dell’accensione.
Se dentro i cavi di alimentazione e nella scheda madre della tv al plasma un mondo
era divorato dalla crisi, l’altro mondo, quello fuori da quella scatola piatta, non era da
meno. Dharma stava fissando il nero dello schermo incredula, continuando a pigiare il
tasto power. Non funzionava. E lei non sapeva come aggiustarlo. La mamma non poteva
essere disturbata, specie in quel momento in cui, per via di una sciocca nevicata, la
consegna di un certo corriere non era stata portata a termine. E papà era a lavorare.
Sebbene non fosse una bambina arrendevole, si rese conto in fretta che quella era una
causa persa. Non si sarebbe riaccesa. Non subito. O forse mai. Con timore, pensò allo
spazio vuoto dell’attesa, mentre i fiocchi di neve oltre la finestra le catturarono l’attenzione
con i loro giochi in libera caduta. E fu lì che la vide. In mezzo alla danza bianca della neve,
una bambina avvolta in un giubbotto rosa e una cuffia in tinta a forma di gatto stava
facendo una giravolta dall’aria molto divertente. Dharma sorrise e sentì l’impulso di
indossare un giubbotto a sua volta e raggiungere il parco. Frenò l’impeto temendo che la
mamma non le avrebbe mai permesso di attraversare la strada da sola. Poi, però, colta da
un improvviso moto di coraggio, alimentato dalle piroette e dalle risate della bambina del
parco, bussò alla porta dello studio e attese la risposta della mamma. La donna era
sommersa da una pila di fogli che leggeva come un robot per poi firmare schiacciando la
biro contro la carta come a volerla punire. Forse non era un buon momento per far
richieste insolite, pensò la bambina, ma ormai era lì, qualcosa doveva pur dire. E lo
chiese.
«Posso uscire, mamma? Qua al parco. Mi puoi vedere dalla finestra. Non mi
allontano, lo prometto» aveva detto la bambina tutto d’un fiato.
La madre sollevò gli occhi da dietro le carte e la guardò sorpresa. Sorrise. Con
buona probabilità, la prima volta in mesi.
«Certo che puoi uscire. Sei grande ormai e le regole le conosci. Io mi fido di te».
Tutto d’un tratto, la bambina si sentì invasa da una frizzantezza incontenibile. Saltellò
felice, andò verso la mamma e la cinse in un abbraccio colmo di tutto l’amore che una
bambina di dieci anni poteva percepire. Corse contenta verso l’armadio, prese il piumino,
la cuffia, la sciarpa e i guanti e uscì come un fulmine dal cancello fermandosi ad
attraversare la stradina che separava casa sua dal parco. La bimba di prima c’era ancora.
Non danzava più, ora era impegnata a ingigantire una palla di neve, di sicuro l’appoggio
per un pupazzo. Dharma si avvicinò cercando le parole migliori per poter chiedere il
permesso di unirsi alla nascita di quella creatura, ma le servì.
«Dai, aiutami, così facciamo il pupazzo più grande del mondo» disse la bambina.
Dharma non perse tempo e si inginocchiò aiutando a far aderire la gli strati di neve. «Io
sono Giulia, tu come ti chiami?»

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«Dharma»
«Vuoi essere la mia migliore amica?»
Dharma annuì eccitata. Era la prima volta in dieci anni che qualcuno le chiedeva di
essere la sua migliore amica. A scuola non aveva amici, ma andava abbastanza d’accordo
con gli altri, eccezion fatta per l’odioso teppistello dei corridoi. Bastava però evitare la
zona, e così i guai. Certo, fosse stato per lei, avrebbe scelto la scuola in paese, ma la
mamma e il papà dicevano che lì non si imparava niente per colpa del sistema marcio. La
bambina non capiva il senso di quelle due parole. Certo, marcio, sì, sapeva cosa
significasse. Come la mela, quando non è più buona da mangiare. Il sistema però restava
un concetto sconosciuto nella sua essenza. Sistema marcio o no, la scuola in paese
sembrava un bel posticino. Infatti, gli allievi non passavano l’intero pomeriggio con il naso
tra i compiti e le ricerche, ma uscivano al parco, a divertirsi. In tutta onestà, nemmeno
Dharma aveva così tanti compiti da non potersi permettere qualche ora di aria fresca. Era
solo che lei quei bambini non li conosceva, e allora, le ore di aria fresca, le passava
davanti alla tv. E, adesso che ci pensava, neanche sapeva più perché non aveva provato
a conoscerli prima. Infatti, sebbene la bambina non fosse al corrente del gran trambusto
suscitato nella scheda madre del televisore – trambusto che aveva portato i suoi risultati
grazie al pronto intervento degli operatori di luminosità che avevano ricaricato
tempestivamente il povero omino dell’accensione – a Dharma, della televisione, non
importava più nulla. Quasi non era mai stata affezionata ai programmi di cucina che la
facevano fantasticare di essere un giudice. La sua nuova amica e il soffice mantello di
neve sembravano la cosa più naturale della sua vita.
«C’era una foca di nome Fuca/che un giorno cadde in una buca/e incontrò il signor
Duca/che beveva la sambuca» iniziò a cantare Giulia scatenando la risata contagiosa di
Dharma.
«Ricantala, la voglio imparare» la pregò Dharma appena smisero di ridacchiare.
Giulia intonò nuovamente la canzoncina e questa volta l’amica rinforzò con la sua voce le
ultima parole di ciascun verso. Nacquero Fuca, buca, Duca, sambuca, su due voci e una
fragorosa risata.
I fiocchi di neve fluttuavano pigri sopra le teste delle bambine stanche per via del
duro lavoro richiesto dal posizionare la seconda palla di neve compatta sopra la prima.
Spingevano e rotolavano con devozione attente a non farla cadere. Quando l’opera fu
completata, e prima di iniziare la realizzazione della testa del pupazzo, si sedettero nella
neve e ammirarono il capolavoro. Sì, certo, magari sul margine destro c’era da levigare un
po’, ma lo avrebbero fatto alla fine.
«E il naso? Hai già una carota?»
Giulia stropicciò le labbra e fece di no con la testa. Quando era uscita di casa, non
pensava di fare un pupazzo di neve, quindi non lo aveva preso.
«E cosa pensi di usare per il naso?»
«Facile. Ci mettiamo un ramoscello. E in testa, gli mettiamo quel piatto di plastica
dietro il bidone. E come occhi, due bei sassolini».

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Dharma batté le mani contenta. Giulia era una bambina piena di idee. Non poteva
capitarle nulla di più bello che una migliore amica così!
Si sollevarono in piedi e si misero ad ammassare la neve per la terza volta. Erano
così impegnate che non se ne accorsero dell’arrivo di un gruppetto di bambini. Lo
notarono quando ormai questi, capeggiati da un ragazzino alto e magro, erano ormai a
pochi centimetri da loro. Erano in cinque, tre femminucce e due maschietti, ma non
davano l’impressione di volersi unire al gioco e aiutare nella realizzazione del più grande
pupazzo di neve della storia dei pupazzi. Anzi, sembrava che le loro intenzioni fossero
proprio il contrario. Dharma lo capì quando il capetto si avvicinò minaccioso alla fragile
creatura di neve guardandola con aria di sfida. Giulia iniziò a piangere. Quello che Dharma
stava intuendo, lei già conosceva con sicurezza. Il loro capolavoro stava per morire.
Furono quelle lacrime, della sua prima e unica migliore amica, che avevano spinto
Dharma a fare la seconda cosa straordinaria di quella giornata: prendere le difese di
qualcuno. Lei, proprio lei che sarebbe diventata volentieri invisibile piuttosto di dover
affrontare una discussione, un rimprovero o un qualsiasi problema. Lei odiava il modo
cattivo con cui la mamma parlava alle persone esigendo sempre il massimo della
puntualità, della competenza, dell’efficacia. A lei si spezzava il cuore pensando a quella
povera gente che veniva sgridata così duramente. Lei lo sapeva che anche i cattivi, gli
sgridati, soffrivano. Lei, ecco, lei non lo avrebbe mai fatto. Pensava questo, prima di
incontrare Giulia e sentire dentro di sé l’urgenza di aiutare la sua prima e unica migliore
amica.
Dharma si mise davanti al pupazzo, come uno scudo, bloccando il passaggio di quel
piccolo teppista. Lo guardò fisso negli occhi, sfidandolo. Di primo acchito, il ragazzino
restò immobile, incredulo, indeciso sul da farsi. Nessuno mai aveva osato tanto. Forse
neanche la sua stessa mamma. Il papà… Beh, a quello non importava proprio niente di lui,
quindi di sguardi non gliene aveva rivolti in gran numero. E ora, questa bambina esile,
apparsa dal nulla, aveva il coraggio di ostacolare i suoi progetti, di fargli fare una brutta
figura davanti ai suoi amici e, cosa ancora peggior, diminuire l’autorità che aveva su
Giulia! La rabbia gli montò come un vulcano imporporandogli le guance. Dharma colse in
un lampo il viso rosso del capetto e, senza pensarci due volte, lo fulminò con lo sguardo.
Intorno, il silenzio aveva avvolto tutti quanti come un bavaglio invisibile. Giulia aveva
rimandato giù le lacrime, il gruppetto fissava la scena confuso, gli stessi fiocchi di neve
smisero di cadere e nemmeno il fruscio del vento si sentiva più tra i rami spogli degli
alberi. Sembrava che tutta la vita, con i suoi grandi conflitti e risoluzioni, si stesse agitando
sospesa nell’indefinito punto di incontro degli sguardi dei due bambini. Se tutto attorno
sembrava immobile come in una fotografia, dentro lo sguardo dei due una lotta silenziosa
stava per ingigantirsi al punto di diventare, da sguardo, parola. E la bambina, di parole era
esperta, sebbene perlopiù in una forma intima, nella sua testa.
«Loro non sono tuoi amici. Hanno paura di te e basta. E sai questo cosa vuol dire?
Che sei solo. E sai cos’altro vuol dire? Che ci vuole niente per non esserlo più. Loro hanno
paura di te, e tu hai paura di loro. Loro non vogliono i tuoi dispetti, e tu hai paura di
perderli. Ma lo sai bene che basta un niente per non sentirti mai solo e non avere più
paura».

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«Cosa ne vuoi sapere tu, mocciosa» aveva replicato il bulletto facendole il verso. Gli
amichetti però non risero e Dharma notò che il dettaglio aveva sorpreso il capetto. Un
tempo, quando la mamma le leggeva ancora i libri davanti al camino finto spalmato sullo
schermo, le diceva che il coltello più tagliente che ci sia è quello fatto di parole. Una parola
può uccidere l’anima di un uomo. O può salvarla. Forse, nel suo caso, una sola parola non
avrebbe potuto funzionare, ma un insieme di parole, sì. Le stesse che, sempre una sera di
marzo innevato, le erano state lette dal grande libro blu di racconti della buonanotte per
bambine ribelli. Le stesse che aveva pronunciato con convinzione poco prima spezzando
qualcosa nell’incantesimo che univa il bulletto ai suoi commilitoni.
«Non lo so solo io, ma anche tu lo sai, e anche i tuoi amici. E vuoi sapere come mai?
Perché non sei cattivo. Uno cattivo arriva qui e rovina il pupazzo, invece tu hai voluto solo
farci un dispetto»
«Sai cosa dice mio padre di te? Dice che sei una bambina stramba. Ecco che cosa
dice, e ha ragione. Non vedi come parli?»
«E sai cosa penso io di te? Che non è colpa tua, se sei così, ma è colpa tua se non
fai niente per cambiare».
Il bulletto restò immobile, come i compagni, come Giulia, come i fiocchi di neve,
cristallizzato in quella bolla di dolore, di tristezza mai confessata, di disperazione. Rimase
col fiato sospeso, per pochi attimi, quanto bastò all’involucro di cristallo per spezzarsi e
lasciar uscire un granello di rugiada dagli occhi del bambino. Un granello, insieme
minuscolo e immenso, tolto in fretta dalla mano del bambino.
«Tu non sai niente di me» aggiunse il ragazzino prima di scappare via lasciando
indietro la sua piccola banda di bambini spaesati.
Di bambini, appunto, che dall’alba del tempo avevano la sensazione di conoscersi da
sempre, appena incontrati, di avere un sacco di cose in comune, prima ancora di essersi
presentati, di non aver imparato a covare rabbia per lungo tempo perché, puri d’anima,
non avevano la memoria dei sentimenti cattivi e longevi. Di bambini che, davanti alla neve
e a un pupazzo pronto a prendere vita, non sapevano resistere al gioco, alla complicità,
all’esistenza.
«Tornerà. Sapete che tornerà» aveva detto Giulia con un filo di voce dopo un po’.
«Certo che tornerà. E se non torna cambiato, di sicuro trova noi cambiati» aveva
risposto Dharma cercando la complicità negli occhi dei nuovi amici. E, con grande
soddisfazione, la trovò assieme ai sorrisi delle tre bambine, Isabella, Maria e Sara, e
anche del fratello di quest’ultima, Gabriel.