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IL REGIME PATRIMONIALE DELLA FAMIGLIA

Riforma diritto di famiglia del 1975 ha inciso sulla materia dei rapporti patrimoniali tra coniugi,
equiparando la posizione giuridica dei coniugi, prescrivendo un obbligo di entrambi di contribuire
alle esigenze della famiglia, introducendo la comunione dei beni come regime legale. La riforma
inoltre ha lasciato liberi di accordarsi per adottare un regime di separazione dei beni (ciascuno dei
coniugi conserva la titolarità esclusiva di tutti i bene acquistati successivamente al matrimonio).
Stesso regime e stessi obblighi son stati previsti anche per le unioni civili tra persone dello stesso
sesso a seguito della L. n. 76/2016.
Anche il diritto europeo ha cooperato, emanando il Regolamento UE 2016/1103 il 29 gennaio
2019.

Obbligo di contribuzione per il soddisfacimento dei bisogni della famiglia


Il matrimonio impone ai coniugi, indipendentemente dal regime patrimoniale scelto, di contribuire
ai bisogni della famiglia, in relazione alle proprie sostanze e capacità di lavoro professionale o
casalingo (art. 143,3 c.c.). In egual modo devono adempiere l’obbligo, se genitori, di mantenere,
istruire ed educare la prole, in relazione alle proprie sostanze e capacità di lavoro professionale o
casalingo (art. 316-bis c.c.).
Le sostanze sono una realtà economica, mentre la capacità di lavoro esprime una potenzialità.
Questo comporta un dovere di attivarsi per porre a frutto la propria capacità di lavoro,
considerando non solo i redditi che da questa ne derivano, ma anche le sostanze, cioè cespiti
patrimoniali di cui ciascun coniuge è titolare e che è tenuto a mettere a disposizione delle esigenze
familiari.
Questi due articoli regolano il concorso di ciascun coniuge alle esigenze economiche della famiglia,
ma non l’entità complessiva dei mezzi che i coniugi devono destinare alla famiglia. Due tesi a
riguardo:
a) Bisogni della famiglia: dato obiettivo determinabile a priori, al cui soddisfacimento i
coniugi, in proporzione alle disponibilità, devono provvedere, liberi poi di conservare ogni
eccedenza.
b) Bisogni della famiglia: tutti quelli attuali e futuri, collettivi ed individuali, che redditi e beni
della coppia possono soddisfare; i coniugi mettono a disposizione tutti i loro beni, e
successivamente concordano il relativo impiego.
La seconda tesi è quella moralmente più avanzata. Dottrina e giurisprudenza però accolgono la
prima.

Se la coppia non ha mezzi sufficienti per provvedere al mantenimento della prole, la legge impone
ai loro ascendenti di fornire detti mezzi.
Se uno dei genitori non contribuisce adeguatamente al soddisfacimento dei bisogni familiari, il
tribunale può imporre che una quota dei redditi del genitori sia versata direttamente all’altro
coniuge o a che provvede al mantenimento dei figli (art. 316-bis, co.2, c.c.).

Regime patrimoniale legale. Le convenzioni matrimoniali


“Il regime patrimoniale legale della famiglia, in mancanza di diversa convenzione stipulata a norma
dell’art. 162, è costituito dalla comunione dei beni” art. 159 c.c.
Esso risulta regolamentato dagli artt. 177 ss. c.c.
Questa disciplina trova applicazione solo per le coppie sposate dopo la riforma. Per le coppie già
unite in matrimonio si è concesso un periodo di pendenza di due anni a partire dall’entrata in
vigore della riforma (successivamente prorogato), durante il quale uno dei coniugi, mediante atto
unilaterale ricevuto da notaio o dall’ufficiale dello stato civile del luogo in cui fu celebrato il
matrimonio, può dichiarare di non volere il regime di comunione legale, rimanendo assoggettati al
regime della separazione dei beni. Qualora nessuno dei due abbia preso questa decisione, la
coppia è stata automaticamente assoggettata al regime della comunione legale. I coniugi potevano
chiedere che anche i beni acquistati prima della riforma fossero assoggettati al regime della
comunione.

Per le coppie sposatesi dopo l’entrata in vigore della riforma, la scelta del regime di separazione
dei beni deve essere convenuta mediante un accordo stipulato per atto pubblico e risultante
dall’atto di celebrazione del matrimonio.

Mediante atto pubblico, i coniugi possono anche concordare la costituzione di un “fondo


patrimoniale” o di una “comunione convenzionale”.
Non è consentita nessun’altra convenzione:
- Divieto di stipulare accordi che tendano alla costituzione di beni in dote
- Vietato, e colpito da nullità, ogni accordo per derogare ai diritti e ai doveri concernenti la
contribuzione per sostenere i pesi del matrimonio (art. 160 c.c.)

Convenzioni possono essere stipulate anche successivamente al matrimonio. Opponibili ai terzi


solo se annotate a margine dell’atto di matrimonio (art. 162,4 c.c.). Ai terzi è consentita senza
limiti la prova della simulazione delle convenzioni matrimoniali, mentre inter partes la simulazione
può essere provata soltanto mediante controdichiarazioni scritte cui abbiano partecipato tutte le
persone che siano state parti della convenzione di cui si assume la simulazione (art. 164 c.c.).

Il minore ammesso a contrarre matrimonio può partecipare ad ogni convenzione matrimoniale,


purché sia assistito dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale o da un curatore speciale
(art. 165 c.c.).
Stesso per l’inabilitato (art. 166 c.c.).

La comunione legale
Il regime patrimoniale legale dei coniugi, in mancanza di diversa convenzione, è costituito dalla
comunione dei beni.
La comunione legale non è una comunione universale: ha per oggetto gli acquisti compiuti in
costanza di matrimonio, ma di questi non tutti. Possiamo distinguere tre categorie di beni:
1) Beni che divengono oggetto di comunione dei coniugi fin dal loro acquisto (comunione
immediata)
2) Beni che cadono in comunione solo al momento dello scioglimento della comunione stessa
(comunione de residuo)
3) Beni che rimangono di titolarità esclusiva del singolo coniuge (beni personali)
In base al codice civile riformato cadono in comunione automaticamente:
a) Gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad
esclusione di quelli relativi ai beni personali. Nel caso di acquisto compiuto separatamente,
la legge delinea una figura di coacquisto ex lege, per effetto del quale gli acquisti compiuti
da un solo coniuge estendono i propri effetti al patrimonio dell’altro. Non fanno parte della
comunione invece i redditi personali.
b) Le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio (figura inserita con
la riforma). I confini sono incerti, in quanto non sono chiari i presupposti di applicazione
della norma.
c) Gli utili e gli incrementi di aziende gestite da entrambi i coniugi, ma appartenenti ad uno
solo di essi anteriormente al matrimonio.

I redditi personali dei coniugi non cadono automaticamente in comunione, ma non vengono
considerati nemmeno beni personali. Detti beni si considerano oggetto della comunione, ai soli fini
della sua divisione, qualora non siano stati consumati al momento dello scioglimento della
comunione stessa.
Questa disciplina riguarda essenzialmente i risparmi, disponendo che, anche quelli formalmente
appartenenti solo al marito o solo alla moglie, devono essere anch’essi divisi tra entrambi i coniugi
al momento in cui la comunione si scioglie per qualsiasi causa (morte, divorzio, separazione
personale, ecc.): comunione de residuo.
Stesso principio vale anche per i beni destinati all’esercizio di un’impresa costituita da uno dei due
coniugi dopo il matrimonio e per gli incrementi di un’impresa di uno dei due coniugi costituita
precedentemente al matrimonio.

Sono invece esclusi dalla comunione e rimangono “beni personali” di ciascun coniuge (art. 179
c.c.):
a) Beni di cui il coniuge era già titolare prima del matrimonio
b) Beni da lui acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione
in suo favore
c) Beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge
d) Beni che servono all’esercizio dell’attività professionale del coniuge
e) Beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno nonché la pensione attinente alla perdita
parziale o totale della capacità lavorativa
f) Beni acquisiti con il prezzo del trasferimento di altri beni personali o col loro scambio,
purché sia espressamente dichiarato all’atto di acquisto.

Utilizzando il termine “beni” il legislatore si è voluto riferire ad ogni genere di utilità economica,
inclusi i crediti. La Corte di Cassazione ha indicato l’appartenenza alla comunione dei crediti
incorporati in documenti (obbligazioni, titoli di Stato, quote di fondi di investimento), ma
escludendo che cadano in comunione i crediti derivanti dalla stipulazione di contratti.
Inoltre, se il titolo di credito acquisisse valore di scambio esso cadrebbe immediatamente nella
comunione legale; al contrario, esso ne sarebbe escluso.

I beni acquistati a titolo originario cadono in comunione, anche se non è possibile individuare una
regola generale.

L’amministrazione dei beni della comunione (immediata) spetta disgiuntamente ad entrambi i


coniugi (art. 180,1 c.c.). Il compimento degli atti di straordinaria amministrazione spettano
congiuntamente ad entrambi i coniugi (art. 180,2 c.c.). Se uno dei due coniugi rifiuta il suo
consenso per il compimento di uno di tali atti, l’altro coniuge può rivolgersi al giudice per ottenere
l’autorizzazione a stipulare egualmente l’atto, se necessario per la famiglia (art. 181 c.c.). Il giudice
può autorizzare anche nel caso in cui l’altro coniuge sia lontano o impedito (art. 182 c.c.). Se uno
dei coniugi è minore o non può amministrare, per lontananza o altro impedimento, l’altro coniuge
può chiedere al giudice di escluderlo dall’amministrazione (art. 183 c.c.). atti compiuti da un
coniuge senza il consenso dell’altro coniuge sono annullabili se riguardano beni immobili o beni
iscritti in pubblici registri (art. 184,1 c.c.); se riguardano beni mobili invece il coniuge che li ha
compiuti è obbligato a ricostituire la comunione nello stato in cui era in precedenza e ove
impossibile a pagare la comunione per equivalente (art. 184,3 c.c.) ma qui l’atto rimane comunque
valido nei confronti del terzo acquirente.

I beni della comunione rispondono (art. 186 c.c.) di:


- Tutti i pesi e oneri gravanti su di essi al momento dell’acquisto
- Tutti i carichi dell’amministrazione
- Ogni obbligazione contratta dai coniugi nell’interesse della famiglia
- Ogni obbligazione contratta congiuntamente dai coniugi

I creditori particolari di uno dei coniugi, anche se il credito è sorto anteriormente al matrimonio,
possono soddisfarsi in via sussidiaria sui beni della comunione, fino al valore corrispondente alla
quota del coniuge obbligato (art. 189,2 c.c.).
I creditori possono agire in via sussidiaria sui beni personali di ciascuno dei coniugi, nella misura
della metà del credito, quando i beni della comunione non sono sufficienti a soddisfare i debiti su
di essa gravanti (art. 190 c.c.).

Scioglimento della comunione


La comunione legale si scioglie per effetto di una di queste cause (art. 191 c.c.):
a) Morte di uno dei coniugi
b) Sentenza di divorzio
c) Dichiarazione di assenza o di morte presunta di uno dei coniugi
d) Annullamento del matrimonio
e) Separazione personale legale tra i coniugi
f) Fallimento di uno dei coniugi
g) Convenzione tra i coniugi per abbandonare il regime di comunione, sostituendolo con un
altro dei regimi patrimoniali ammessi
h) Separazione giudiziale dei beni
L’art. 191,2 c.c. prevede che, nel caso di separazione personale, la comunione si scioglie nel
momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati. Al fine di rendere
conoscibile per i terzi il nuovo regime legale è previsto che l’ordinanza con la quale i coniugi sono
autorizzati a vivere separati venga comunicata all’ufficiale dello stato civile ai fini dell’annotazione
dello scioglimento della comunione.

La separazione giudiziale dei beni può essere pronunciata dal tribunale, a richiesta di uno dei
coniugi, quando (art. 193 c.c.):
1) Interdizione di uno dei coniugi
2) Inabilitazione di uno dei coniugi
3) Cattiva amministrazione della comunione
4) Disordine negli affari personali di un coniuge, tale da mettere in pericolo gli interessi
dell’altro o della comunione o della famiglia
5) Condotta tenuta da uno dei coniugi nell’amministrazione della comunione tale da creare la
situazione di pericolo di cui al numero precedente
6) Mancata o insufficiente contribuzione da parte di uno dei coniugi al soddisfacimento dei
bisogni familiari, in relazione all’entità delle sue sostanze e alle sue capacità di lavoro
La sentenza di separazione dei beni retroagisce al giorno in cui è stata proposta la domanda e ha
l’effetto di instaurare, a partire da quel momento, il regime di separazione dei beni (art. 193,4
c.c.).
Cessa quindi il regime legale di coacquisto e tutti i beni individualmente acquistati da ciascun
coniuge rimangono di proprietà esclusiva di lui. Occorre procedere alla divisione dei beni comuni,
da effettuare sempre in parti eguali tra moglie e marito o loro eredi (art. 194 c.c.).
La divisione potrà essere convenzionale o giudiziale, dovrà effettuarsi tenendo conto anche delle
passività gravanti sui beni comuni, in ciascuna porzione dovrà essere compresa un’identica
quantità di mobili, immobili e crediti, salva la facoltà di compensare eventuali squilibri con
conguagli in danaro.
Il giudice, in relazione alla necessità della prole e all’affidamento di essa, può costituire a favore di
uno dei coniugi un usufrutto su beni attribuiti all’altro (art. 194,2 c.c.). salvo prova contraria, si
presume che i beni mobili in possesso dei coniugi non siano di proprietà individuale ma ricadano
nella comunione (art. 195 c.c.).

Comunione convenzionale
Il legislatore ha previsto (artt. 210 ss. c.c.) che i coniugi possano convenire, con apposita
stipulazione matrimoniale, di disciplinare diversamente il regime di comunione, dando luogo ad
una comunione “convenzionale”. Questa può mirare o a ricomprendere nella comunione anche
beni “personali” (ad eccezione ovviamente di quelli che non possono comunque far parte della
comunione), o a far cadere nella comunione immediata tutti i redditi, comunque prodotti, di
pertinenza individuale di ciascun coniuge.

La separazione dei beni


Resta salva la facoltà dei coniugi di convenire che ciascun di essi conservi la titolarità esclusiva dei
beni acquistati durante il matrimonio (art. 215 c.c.). Questa convenzione può essere stipulata in
qualsiasi momento con atto pubblico o anche mediante una semplice dichiarazione inserita
nell’atto di celebrazione del matrimonio.
Quando si applica questo regime, ciascun coniuge conserva il godimento e l’amministrazione dei
beni di cui è titolare esclusivo, fermo l’obbligo dei coniugi di contribuire a sostenere i pesi del
matrimonio.
Se un coniuge abbia di fatto il godimento di beni dell’altro, è soggetto a tutte le obbligazioni cui
sarebbe tenuto se ne fosse usufruttuario (art. 218 c.c.).
Qualora sorga controversia tra i coniugi circa la titolarità di determinati beni, si presume si tratti di
beni comuni ad entrambi di pari quota, a meno che uno dei due non riesca a dare, mediante ogni
mezzo di prova, dimostrazione di esserne proprietario esclusivo o titolare di una quota maggiore
(art. 219 c.c.).

Il fondo patrimoniale
Questo istituto è stato introdotto con la Riforma e ha sostituito quello che nel testo originario del
codice civile era il “patrimonio familiare”.
Può essere costituito da ciascuno dei coniugi, da entrambi, o anche da un terzo. La costituzione
deve avvenire con atto pubblico o anche mediante testamento se il costituente è un terzo.
Possono far parte del fondo solo beni immobili, beni mobili iscritti in pubblici registri o titoli di
credito (art. 167 c.c.). La proprietà dei beni che costituiscono il fondo spetta ad entrambi i coniugi
(art. 168 c.c.). L’amministrazione del fondo è regolamentata dalle stesse norme previste per la
comunione legale (art. 168 c.c.). I frutti dei beni del fondo possono essere utilizzati solo per i
bisogni della famiglia.
Salvo diversa disposizione dell’atto costitutivo, i beni del fondo non possono essere alienati,
concessi in garanzia o vincolati, se non con il consenso di entrambi i coniugi e qualora vi siano figli
minori, previa autorizzazione giudiziale. Questi inoltre non possono essere sottoposti ad
esecuzione forzata per debiti che il creditore contraeva per scopi estranei ai bisogni della famiglia,
qualificando il fondo patrimoniale come “patrimonio separato” o “destinato a uno scopo”.

L’impresa familiare
Con la Riforma viene introdotto l’art. 230-bis c.c. dedicato alla “impresa familiare”, istituto che
mira a tutelare i familiari dell’imprenditore che prestino di fatto in modo continuativo la loro
attività di lavoro “nella famiglia” (quella cioè permette agli altri familiari di dedicarsi integralmente
all’impresa, offrendo un contributo “esterno” alla conduzione stessa) o nell’impresa del loro
congiunto. I familiari tutelati sono il coniuge, i parenti entro il terzo grado, gli affini entro il
secondo grado (art. 230-bis, co. 3, c.c.) dell’imprenditore. A loro viene riconosciuto il diritto al
mantenimento e il diritto di partecipare agli utili dell’impresa (in proporzione alla quantità e
qualità del lavoro prestato) ed agli incrementi dell’azienda.
“Le decisioni concernenti l’impiego degli utili o degli incrementi nonché quelle inerenti alla
gestione straordinaria, agli indirizzi produttivi e alla cessazione dell’impresa” devono essere
adottate a maggioranza dai familiari che partecipano all’impresa stessa.
Il diritto di partecipazione è intrasferibile, a meno che sia ceduto a favore di un altro familiare con
il consenso di tutti i partecipanti.
In caso di cessazione della prestazione del lavoro e in caso di alienazione dell’azienda il diritto di
partecipazione spettante ai familiari dell’imprenditore può essere liquidato in danaro e il
pagamento può essere dilazionato in più annualità.
I partecipanti hanno il diritto di prelazione sull’azienda in caso di cessione o di divisione ereditaria.

La dote
Era rappresentata da quei beni che, mediante un atto solenne, la moglie, o altri per essa,
apportava al marito per sostenere i pesi del matrimonio (art. 177 c.c., testo originario): il marito
aveva quindi l’onere di mantenere la moglie.
L’istituto della dote ha perso il suo significato e la Riforma ha stabilito un divieto di costituzione di
dote. Per le doti costituite anteriormente all’entrata in vigore della Riforma continuano ad
applicarsi, fino all’annullamento o allo scioglimento del matrimonio, gli artt. 177-209 c.c. nel testo
originario, nonostante la loro intervenuta abrogazione.