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LA FILIAZIONE

Il rapporto giuridico di filiazione ha come presupposto l’atto generativo ma la relazione genitore-


figlio diviene rapporto giuridico in quanto si costituisce in capo al figlio uno status generante effetti
giuridici.

Il trattamento giuridico dei figli era diverso a seconda che si trattasse di figli nati da genitori tra
loro coniugati o di figli nati al di fuori del matrimonio. Disparità superate con l’intervento della L.
10 dicembre 2012, n. 219, completata con il D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154.

Il sistema scaturito dalla Riforma del 1975 conservava la distinzione: il figlio era legittimo quando
era concepito da genitori uniti in matrimonio, naturale (prima detto illegittimo) se concepito da
genitori non sposati tra loro. Lo status familiae però era riconosciuto solo ai primi.
Prima distinzione emergeva nella relazione di parentela: per i figli legittimi essa si estendeva a tutti
i parenti dei genitori, per i figli naturali la relazione giuridica era limitata esclusivamente ad un
rapporto bilaterale tra il figlio e il genitore che lo aveva riconosciuto
- I figli naturali erano ex lege successori soltanto del proprio genitore, salva una tutela nel
caso di successione tra fratelli naturali (frutto di interventi della Corte Costituzionale, che
comunque ribadiva l’inesistenza di un rapporto giuridico di parentela naturale)
- Si riconosceva ai figli legittimi la facoltà di soddisfare in denaro o in beni immobili ereditari
la porzione spettante ai figli naturali che non vi si opponessero
- Non tutti i figli nati al di fuori del matrimonio potevano essere riconosciuti (ad es. se figli di
genitori legati tra loro da un vincolo di parentela in linea retta all’infinito o in linea
collaterale nel secondo grado o da un vincolo di affinità in linea retta)

Ripetute pronunce della Corte Costituzionale han dichiarato illegittime disposizioni risultate
discriminatorie (artt. 3 e 30 Cost.) ma non sono state risolutive.
Solo con la L. 10 dicembre 2012, n. 219, il legislatore ha operato una piena equiparazione dei figli,
sancendo il principio di unicità dello stato giuridico della filiazione: principio che costituisce il
contenuto della prima disposizione del Titolo IX del Libro I “Tutti i figli hanno lo stesso stato
giuridico” (art. 315 c.c.). Ogni riferimento nel codice a figli naturali o a figli legittimi viene sostituito
con il riferimento unico di “figli” e qualora occorra necessariamente distinguere, l’espressione
“figli naturali” viene sostituita con “figli nati fuori dal matrimonio”.
La legge ha modificato in primis le norme che regolano il rapporto di parentela, il precedente testo
dell’art. 74 c.c. è stato sostituito da una formulazione più ampia, che menziona anche i figli nati al
di fuori del matrimonio e quelli adottivi: “La parentela è il vincolo tra le persone che discendono da
uno stesso stipite, sia nel caso in cui la filiazione è avvenuta all’interno del matrimonio, sia nel caso
in cui è avvenuta al di fuori di esso, sia nel caso in cui il figlio è adottivo. Il vincolo di parentela non
sorge nei casi di adozione di persone maggiori di età, di cui agli articoli 291 e seguenti”. Viene così
meno l’istituto della legittimazione, abrogato in toto dalla stessa legge (questa consentiva al
genitore naturale di far acquisire ai figli nati al di fuori del matrimonio gli stessi diritti dei figli
legittimi).
Data l’ampia portata dei nuovi principi introdotti, è stata conferita una delega al Governo affinché
emanasse uno o più decreti legislativi finalizzati alla modifica delle disposizioni vigenti, al fine di
eliminare ogni residua discriminazione tra figli legittimi, naturali e adottivi, nel rispetto dell’art. 30
Cost. e del principio di unicità dello stato di figlio. La delega è stata esercitata con il D.Lgs. 28
dicembre 2013, n. 154, che ha innovato numerose disposizioni del codice civile e di leggi speciali.

I figli nati nel matrimonio


Affinché ad una persona possa attribuirsi lo status di figlio nato nel matrimonio occorre che sia
stato generato da persone tra loro coniugate. Occorre quindi la nascita da donna coniugata e che
questo sia concepito ad opera del marito della madre, intervenendo la legge con due presunzioni:
a) Art. 231 c.c.: il marito è il padre del figlio concepito o nato durante il matrimonio, salva la
possibilità di esperire un’azione per “disconoscere” il figlio
b) Art. 232 c.c.: riguarda il figlio nato non in costanza del matrimonio: egli si ritiene concepito
durante il matrimonio se la nascita avviene quando siano trascorsi non più di trecento
giorni dallo scioglimento, dalla cessazione degli effetti civili o dall’annullamento del
matrimonio. Superato questo limite, la presunzione viene meno ma ciascuno dei coniugi o i
loro eredi, o il figlio stesso, possono provare che il concepimento è comunque avvenuto
durante il matrimonio (234 c.c.)
Secondo la legge previgente il figlio nato dopo le nozze, ma prima che siano trascorsi 180 giorni
dalla celebrazione, è stato concepito prima delle nozze stesse: l’art. 231 c.c., nel testo introdotto
con il D.lgs. n. 154/2013, attribuisce senza distinzioni la paternità al marito della madre ogni qual
volta il figlio sia concepito o nato durante il matrimonio (eventuale disconoscimento segue regole
dettate in via generale).

La prova della filiazione


Lo status di figlio si prova con l’atto di nascita iscritto nei registri dello stato civile (art. 236,1 c.c.).
Ai fini della sua redazione l’ufficiale di stato civile raccoglie la dichiarazione di coloro che sono
tenuti a denunciare la nascita e accerta che la nascita sia effettivamente avvenuta mediante
l’attestazione di nascita rilasciata dalla struttura sanitaria in cui è avvenuto il parto o dal personale
sanitario che vi abbia assistito. La legge precisa che chi compie la dichiarazione deve rispettare
l’eventuale volontà della madre di non essere nominata.

L’atto indica le generalità dei genitori, e se questi sono sposati, costituisce il titolo dello stato di
figlio nato nel matrimonio. Se la madre non consente di essere nominata il nato non acquisterà
tale qualità giuridica. La madre anche se sposata, può dichiarare il figlio come “naturale” se frutto
di un’altra relazione, impedendo a questo l’acquisto dello status di figlio nato nel matrimonio.
Lo status di figlio nato nel matrimonio è escluso se i genitori al momento del concepimento erano
separati e la madre dichiara che il figlio è nato oltre i 300 giorni dall’inizio della vita separata dei
genitori.

L’art. 239,2 c.c. consente l’azione di reclamo dello stato di figlio da parte di chi sia nato nel
matrimonio ma sia stato iscritto nel registro come figlio di ignoti.
Qualora manchi l’atto di nascita, lo stato di figlio potrà essere dimostrato attraverso “il possesso
continuo dello stato di figlio” (art. 236,2 c.c.): “possesso di stato” indica un insieme di circostanze
che dimostrino una relazione di filiazione e parentela tra una persona e la famiglia (art. 237 c.c.),
circostanze costituite da
- Tractatus: la persona deve essere sempre stata trattata dal genitore come figlio
(mantenuta, educata, istruita)
- Fama: deve essere costantemente considerata come figlio nei rapporti sociali e nell’ambito
della famiglia
- Nomen (abrogato con il D.Lgs.): il figlio abbia portato il cognome del preteso padre

Dove manchino l’atto di nascita e il possesso di stato, la prova della filiazione può darsi con
qualsiasi mezzo.
L’azione di disconoscimento della paternità del figlio nato nel matrimonio. Le azioni di reclamo e
la di contestazione dello stato di figlio
Secondo il testo originario dell’art. 232 c.c., l’azione di disconoscimento della paternità poteva
essere proposta soltanto dal padre; con la Riforma del 1975 si era concessa la legittimazione
dell’azione anche alla madre ed al figlio che avesse raggiunto la maggiore età.
La Novella interviene ulteriormente:
- L’azione di disconoscimento è sempre ammessa (art. 243-bis, co. 2, c.c.), in quanto prima
questa poteva essere avanzata solo in presenza di 4 ipotesi:
1) Nascita entro il termine di 180 giorni dopo la celebrazione del matrimonio
2) Mancanza di coabitazione tra i coniugi all’epoca del presunto concepimento
3) Impotenza del marito
4) Adulterio della moglie od occultamento della gravidanza e della nascita del figlio
- La prova del fatto che il nato non è figlio del marito della madre (presunto padre) può
essere data con ogni mezzo, in quanto non sia di per sé sufficiente ad esclude5re la
paternità la sola dichiarazione della madre (art. 243-bis, co. 3, c.c.)

Termini temporali di decadenza variano a seconda del soggetto che la propone (art. 244 c.c.):
- Il marito può proporre l’azione entro il termine di un anno dalla nascita, se al tempo il
marito si trovava nel luogo in cui la nascita è avvenuta o se prova di non aver avuto
immediata notizia della nascita, dal momento in cui ne ha avuto la notizia. Se il marito
prova di aver ignorato la propria impotenza di generare o l’adulterio della moglie al tempo
del concepimento, questo decorre da quando ne ha avuto conoscenza.
- La madre può proporre l’azione entro 6 mesi dalla nascita, o dal giorno in cui abbia avuto
conoscenza dell’impotenza di generare del marito al tempo del concepimento.
Queste ipotesi a prescindere non possono essere presentate decorsi 5 anni dalla nascita.

L’azione può essere proposta dal figlio maggiorenne ed è per lui imprescrittibile (art. 244,5 c.c.). A
partire dal compimento dei 14 anni di età può fare istanza al giudice affinché gli nomini un
curatore che promuova per lui l’azione; prima di questa età, l’istanza può essere proposta dal
pubblico ministero o dall’altro genitore.

Per il soggetto incapace legittimato all’azione l’art. 245 c.c. sancisce che il termine è sospeso per
tutto il tempo in cui duri lo stato di interdizione o di infermità. Inoltre, l’azione può essere qui
proposta dal curatore nominato su istanza del pubblico ministero, del tutore o dell’altro genitore.

In caso di morte del soggetto legittimato prima che sia decorso il termine di decadenza (art. 246
c.c.) sono ammessi ad esercitare l’azione in sua vece il coniuge o i discendenti nel termine di un
anno dalla morte del figlio, o dal raggiungimento della maggiore età del discendente che agisce in
giudizio.

Nel processo devono comparire quali litisconsorti necessari entrambi i genitori e il figlio (art.
247 c.c.).

Il favor veritatis non costituisce un valore di rilevanza costituzionale da affermarsi comunque nel
caso in cui esso confligga con l’interesse del minore, escludendo così la Corte di Cassazione un
“valore indefettibilmente eminente alla realtà biologica rispetto a quella legale”. In tema di
filiazione sono previste altre 2 azione di stato:
a) Azione di reclamo dello status di figlio: in caso di supposizione di parto o di sostituzione del
neonato, il figlio può chiedere l’accertamento giudiziale del proprio status filiationis.
L’azione è imprescrittibile (art. 249 c.c.). Può essere proposta anche da chi sia nato nel
matrimonio, ma sia stato iscritto nei registri come figlio di ignoti o per reclamare lo stato di
figlio conforme alla presunzione di paternità se sia stato riconosciuto da altro genitore in
contrasto con tale presunzione o si sia verificato un conflitto di presunzioni di paternità.
b) Azione di contestazione dello stato di figlio: un soggetto può risultare figlio di determinati
genitori senza esserli. Chiunque può richiedere questa azione, la quale è imprescrittibile e
richiede la presenza di entrambi i genitori e del figlio in giudizio (anche per questa azione
non sussistono limiti ai mezzi prova utilizzabili).

Il riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio


In questo caso è necessario che il rapporto di filiazione venga riconosciuto dal genitore o venga
giudizialmente accertato. La Riforma del 1975 aveva cancellato il divieto di riconoscimento dei figli
adulterini, fermo il divieto però di riconoscere come naturale colui che avesse lo status di figlio
legittimo di altri. Con l’ultimo decreto legislativo il divieto persiste ma viene esteso a tutte le
ipotesi in cui il riconoscimento medesimo sia in contrasto con lo stato di figlio, anche nato fuori dal
matrimonio -> il riconoscimento diviene ammissibile quando lo status di figlio sia stato eliminato
prima attraverso un disconoscimento di paternità o un’azione di contestazione o nel caso del figlio
nato fuori dal matrimonio da un’azione di impugnazione del riconoscimento.

La riforma del 1975 aveva conservato il divieto di riconoscimento dei figli incestuosi, salvo l’ipotesi
in cui i genitori fossero in buona fede (= ignorassero il loro vincolo di parentela/affinità). La L. n.
219/2012 è intervenuta facendo venir meno la distinzione tra genitori in buona e mala fede e
sancendo la riconoscibilità dei figli incestuosi a determinate condizioni.
La dichiarazione di riconoscere un figlio come proprio deve essere fatta, ad substantiam, o
nell’atto di nascita, o in una dichiarazione davanti un ufficiale dello stato civile, o in un atto
pubblico, o in un testamento (che produce i suoi effetti dalla morte del testatore). Il
riconoscimento è sempre irrevocabile, inoltre è un actus legitimus (non si può sottoporlo a termini
o condizioni).
Può essere riconosciuto anche un figlio premorto, in favore dei suoi discendenti (art. 255 c.c.).

La capacità di effettuare il riconoscimento di un figlio naturale si acquista al compimento del


sedicesimo anno di età (art. 250, ult. co. c.c.) ma valutate le circostanze il giudice può anche
anticipare questa azione. Il figlio non è posto in stato di adottabilità fino al raggiungimento da
parte del genitore dell’età necessaria al riconoscimento solo se questo è assistito dal genitore o
dai parenti entro il 4 grado.
Se la persona riconosciuta ha già 14 anni, occorre il suo consenso affinché il riconoscimento
produca effetto.
Se uno dei genitori ha già effettuato il riconoscimento e l’altro intende effettuarlo deve ottenere
dal primo il consenso (nel caso in cui il figlio sia minore di 14 anni e quindi non sia richiesto il suo
consenso). Con la L. n. 219/2012 il genitore che vuole riconoscere il figlio può ricorrere al giudice, il
quale fissa un termine per la notifica del ricorso all’altro genitore: trascorsi 30 giorni, se questo
non si oppone, il giudice decide con sentenza; in caso di opposizione, il giudice assume
informazioni e dispone l’audizione del figlio minore che abbia compiuto i 12 anni (o anche di età
inferiore se capace di discernimento).
Il riconoscimento se è fatto da uno solo dei genitori, l’atto non può contenere informazioni
riguardanti l’altro genitore: “il riconoscimento produce effetti riguardo al genitore da cui fu fatto e
riguardo ai parenti di esso” (art. 258 c.c.).

Un riconoscimento può essere impugnato in qualsiasi momento se si sostiene che esso non
corrisponda a verità, sia dall’autore del riconoscimento sia da colui che è stato riconosciuto, sia da
chiunque ne abbia interesse (art. 263,1 c.c.).
Se il riconosciuto è minorenne il giudice (su istanza del minore che abbia compiuto i 14 anni o se di
età inferiore del pubblico ministero o dell’altro genitore) può autorizzare l’impugnazione da parte
del figlio nominando un curatore speciale. Il tribunale può promuovere anche d’ufficio
l’impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità, nominando un curatore speciale del
minore. L’impugnazione in ogni caso può essere provata attraverso qualunque mezzo di prova. La
Novella ha confermato l’imprescrittibilità dell’azione solo riguardo al figlio (art. 263,2 c.c.); per gli
altri legittimati, sono previsti termini analoghi a quelli illustrati per l’azione di disconoscimento
della paternità.
Il riconoscimento può altresì essere impugnato se l’autore del riconoscimento vi è stato costretto
con violenza (art. 265 c.c.) o in stato di interdizione giudiziale (art. 266 c.c.).
L’azione è trasmissibile ai discendi e agli ascendenti di colui che ha effettuato il riconoscimento se
quest’ultimo sia morto senza aver promosso l’azione, prima che sia decorso il relativo termine.
L’art. 267 c.c. stabilisce che l’azione spettante al figlio può essere promossa anche dal coniuge e
dai discendenti di lui, entro 1 anno dalla morte del figlio o del compimento della maggiore età da
parte di ciascuno dei discendenti.

La dichiarazione giudiziale della paternità e della maternità


Il figlio può promuovere un procedimento giudiziale per ottenere l’accertamento del rapporto di
filiazione e la conseguente attribuzione dello status spettante al figlio naturale riconosciuto: azione
di dichiarazione giudiziale della paternità e della maternità.
La Riforma del 1975 ha eliminato ogni differenza nella ricerca della paternità rispetto a quella della
maternità, stabilendo che l’azione è sempre concessa (art. 269 c.c.), tranne nel caso in cui non è
ammesso neppure il riconoscimento (persone che risultino figli di altri genitori art. 253 c.c.).

L’art. 274 c.c., introdotto con la Riforma, prevedeva un giudizio preliminare di deliberazione
dell’ammissibilità dell’azione che poteva essere esercitata solo se il tribunale avesse accertato
specifiche circostanze tali da farla apparire giustificata -> norma dichiarata illegittima dalla Corte
Costituzionale.

La prova della filiazione può essere data con ogni mezzo (art. 269,2 c.c.) quindi in via diretta o
tramite presunzioni. La prova della maternità è agevole: è sufficiente dimostrare l’identità di colui
che si pretende essere figlio e di colui che fu partorito dalla donna che si assume sia la madre (art.
269,3 c.c.). La prova della paternità risulta più difficoltosa in quanto non basta la semplice
dichiarazione della madre o che tra la madre ed il presunto padre ci siano stati dei rapporti
sessuali all’epoca del concepimento: son necessarie prove ematogenetiche, alle quali il presunto
padre può liberamente rifiutarsi di sottoporsi -> il rifiuto, insieme ad altre fonti di prova, può però
concorrere a fondare il convincimento del giudice circa la fondatezza della domanda.

L’azione può essere intentata dal figlio o dal genitore che ne esercita la responsabilità genitoriale o
dal tutore (previa autorizzazione giudiziale). Se il figlio ha già compiuto i 14 anni deve prestare il
proprio consenso a che l’azione sia promossa o proseguita (art. 273 c.c.).
L’azione è imprescrittibile per il figlio (art. 270,1 c.c.). In caso di morte, l’azione può essere
proseguita dai suoi discendenti o promossa entro 2 anni dalla morte di lui (art. 270,2 c.c.).
L’azione deve essere proposta nei confronti del presunto genitore o dei suoi eredi: in mancanza di
questi il giudice provvede alla nomina di un curatore. Chiunque può intervenire in giudizio per
resistere alla domanda (art. 276 c.c.).

I figli nati da genitori legati tra loro da relazione di parentela o affinità


Per la Riforma del 1975 non potevano essere riconosciuti i figli nati da genitori tra i quali, al tempo
del concepimento, esisteva un rapporto di parentela (in linea retta all’infinito o in linea collaterale
nel secondo grado o un vincolo di affinità in linea retta).
Il riconoscimento era tuttavia permesso se i genitori ignoravano, al tempo del concepimento,
l’esistenza di un vincolo di parentela o affinità. Se uno solo dei genitori era in buona fede, il
riconoscimento era consentito a lui soltanto (art. 251,1 c.c. testo precedente). In ogni caso il
riconoscimento doveva essere autorizzato dal giudice.
L’art. 278 c.c. proibiva le indagini sulla paternità o maternità nei casi in cui il riconoscimento da
parte dei genitori era vietato.
La Cort. Cost. con la sent. 28 novembre 2002, n. 494, dichiarò l’illegittimità dell’art. 278,1 c.c.,
senza intervenire in relazione all’art. 251 c.c.
La L. n. 219/2012 fece venir meno la distinzione tra genitori in buona o in mala fede, dichiarando
che “il figlio nato da persone, tra le quali esiste un vincolo di parentela in linea retta all’infinito o in
linea collaterale nel secondo grado, ovvero un vincolo di affinità in linea retta, può essere
riconosciuto previa autorizzazione del giudice avuto riguardo all’interesse del figlio e alla necessità
di evitare allo stesso qualsiasi pregiudizio” (art. 251,1 c.c. testo vigente). Quindi, l’art. 279 c.c.
(possibilità per i figli non riconoscibili di ottenere il mantenimento, l’istruzione e l’educazione)
troverà applicazione solo nell’ipotesi in cui il figlio biologico non sia stato riconosciuto e non sia
intervenuta sentenza di accertamento giudiziale della paternità o maternità naturale.

Esiste la possibilità che un figlio, nonostante sia nota la relazione biologica con il genitore, resti
non riconosciuto: le legge concede al figlio la possibilità di agire per il mantenimento con l’azione
prevista dall’art. 279 c.c. e si potranno avanzare nei confronti degli eredi del genitore biologico le
pretese successorie di cui agli artt. 580 e 594 c.c. -> non si istaura un rapporto di filiazione, né un
rapporto di parentela con la famiglia del genitore o lo status di figlio, ma c’è solo il riconoscimento
di alcuni diritti del figlio nei confronti del genitore biologico. Anche questa azione, nel sistema della
Novella, deve essere autorizzata dal giudice.

La condizione giuridica dei figli nati fuori dal matrimonio: l’esercizio delle funzioni genitoriali, il
cognome del figlio e il suo inserimento nella famiglia del genitore
Dopo la Riforma del 1975 rimaneva la differenza fondamentale per cui mentre il figlio legittimo
acquistava uno status che gli garantiva una relazione giuridica con la coppia dei genitori e quindi
l’appartenenza ad una famiglia, il figlio naturale assumeva lo status soltanto nei confronti di
ciascun genitore.
L’art. 317-bis c.c. introdotto dalla Riforma, prevedeva una specifica disciplina per il caso in cui uno
solo o entrambi i genitori avessero riconosciuto il figlio, distinguendo ulteriormente, tra coppie di
genitori naturali conviventi e no. Se il riconoscimento era fatto da entrambi i genitori, l’esercizio
della potestà spettava congiuntamente ad entrambi qualora fossero conviventi. Se i genitori non
convivevano l’esercizio della potestà spettava al genitore con il quale il figlio conviveva, o se non
conviveva con nessuno dei due spettava al genitore che lo avesse riconosciuto per primo: il giudice
date le circostanze poteva anche disporre diversamente. Il genitore che non esercitava la potestà
aveva diritto di vigilare sull’istruzione, educazione e condizioni di vita del minore.

La Novella invece contempla un unitario regime normativo dello status di figlio.


Attribuzione del cognome al figlio nato fuori dal matrimonio: se il figlio viene riconosciuto
contemporaneamente da entrambi i genitori assume il cognome del padre, altrimenti assume il
cognome del genitore che lo ha per primo riconosciuto (art. 262,1 c.c.).
Se il riconoscimento da parte del padre avviene dopo quello della madre, il figlio può scegliere di
assumere il cognome del padre in aggiunta, sostituzione o anteponendolo a quello della madre;
nel caso di minore d’età questa decisione spetta al giudice.

La Cort. Cost. con la sent. 286/2016 ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 262 c.c. nella parte in
cui non consentiva ai genitori di trasmettere di comune accordo ai figli anche il cognome materno.

Può succede che il figlio alla nascita non venga riconosciuto da nessuno dei due genitori: nome e
cognome vengono a lui attribuiti dall’ufficiale dello stato civile e il successivo riconoscimento
comporta l’assunzione da parte del figlio del cognome secondo il regime precedentemente visto.
La Cort. Cost. con sent. 297/1996 ha stabilito l’illegittimità costituzionale dell’art. 262 c.c. nella
parte in cui poneva il divieto che il figlio potesse mantenere il cognome attribuito in precedenza
qualora tale cognome sia diventato segno distintivo della sua identità personale. La Novella
introduceva così questa facoltà (art. 262,3 c.c.).

Affidamento del figlio e la sua collocazione nel caso in cui il riconoscimento di un figlio minorenne
sia effettuato da una persona sposata: il giudice dopo aver valutato le circostanze, decide se
affidare il minore al genitore ed adotta ogni provvedimento idoneo a tutelarlo (art. 252,1 c.c.).
Il figlio nato fuori dal matrimonio può essere inserito nella famiglia del genitore se vi sia il
consenso del coniuge convivente degli altri figli conviventi che abbiano più di 16 anni, nonché
dell’altro genitore se anche questo ha effettuato il riconoscimento; deve esserci inoltre
un’autorizzazione del giudice (art. 252,2 c.c.).
In caso di riconoscimento da parte di persona coniugata di un figlio non riconosciuto dall’altro
genitore, il tribunale dello stato civile deve disporre indagini volte ad accertare la veridicità del
riconoscimento.
Se una persona si sposa dopo aver riconosciuto il figlio, questi può essere inserito nella casa
coniugale se già convive con il genitore che lo aveva riconosciuto, o se l’altro coniuge ne
conosceva l’esistenza o concede il suo consenso; in ogni caso è necessario il consenso dell’altro
genitore che abbia già effettuato il riconoscimento (art. 252,3 c.c.).
In caso di disaccordo tra genitori o di mancato consenso degli altri figli conviventi, è il giudice a
decide valutando l’interesse dei minori coinvolti ascoltati (art. 252, ult. co., c.c.).

La procreazione medicalmente assistita


(vedi da pag. 1261 a pag. 1266 TORRENTE, pesante ma semplice)