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COMPITO SVEVO

VALERIO CAPILLI

1) Gli studi in Germania, che gli consentirono di leggere in lingua originale le opere di autori
tedeschi cui si ispirerà come Nietzsche e Schopenhauer (e più avanti anche Freud); il lavoro
come impiegato nell’azienda paterna (lavoro che Svevo considerò sempre soffocante e dal
quale cercherà di evadere scrivendo romanzi); l’incontro con Joyce, che sarà il suo
trampolino di lancio nel mondo della letteratura: Joyce, infatti, non solo apprezzò
positivamente i romanzi di Svevo (mentre la critica italiana taceva), ma pubblicò anche i
suoi romanzi fuori dall’Italia e ciò permetterà a Svevo di emergere nel panorama culturale
europeo; la lettura delle opere di Freud e il contatto diretto con la psicanalisi (un suo parente
sarà per anni sotto le cure di Freud stesso)
2) La dialettica sano-malato percorre tutti i principali romanzi sveviani e si personifica nella
figura dell’inetto, colui che “non è adatto” (in-aptus) alla vita in società. Più che una
malattia fisica, i protagonisti sveviani sembrano minati da una malattia psicologica e
attitudinale: il loro proporre sempre ma non realizzare mai li rende “vecchi” ancor prima del
tempo (ciò è evidente in Senilità) e incapaci a prendere in mano la loro vita (Alfonso Nitti, il
protagonista di Una vita, si suiciderà).
Ma il tema della malattia culmina nel terzo romanzo, La coscienza di Zeno, in cui c’è un
rapporto diretto con la psicanalisi. Il romanzo, in realtà, eccetto il prologo e l’epilogo,
consiste nelle lettere che Zeno Cosini invia al suo analista, dal quale è in cura da diverso
tempo. A un certo punto, però, Zeno interrompe la cura perché ritiene la psicanalisi inutile:
egli vede se stesso come sano e gli altri, di conseguenza, come malati. L’inetto alla vita e
all’adeguamento agli schemi della società borghese si vede solo in un mondo di malati, che
non riescono a guarire dalla loro “psicosi” quotidiana.
3) L’inetto (dal latino in-aptus) è un uomo, di classe borghese, che tuttavia non riesce ad
adeguarsi agli stereotipi del suo status. Emilio Brentani, in Senilità, per tutto il romanzo
insegue l’idea di essere un perfetto uomo borghese, autorevole e deciso, ma non riesce a
portare a termine i suoi piani con Angiolina, la donna che lui desidera. L’inetto è, quindi, un
uomo “non adatto” alla vita, che ha sempre dei propositi ma che non riesce mai a portare a
termine (pensiamo all’“ultima sigaretta” di Zeno), cercando sempre giustificazioni alla sua
inettitudine: egli è un “sano” in un mondo di “malati”.
4) In Senilità il tema principale è, come sempre, l’inettitudine, ma stavolta vista in chiave
nuova rispetto a Una vita: il protagonista, Emilio Brentani, è un impiegato di provenienza
borghese e che, come tale, vuole a tutti i costi adeguarsi allo stereotipo dell’uomo
autorevole, forte e deciso nella vita e in amore. Egli infatti insegue Angiolina, ma la sua
inettitudine gli impedisce di realizzare i suoi propositi: più che della donna, lui si innamora
della sua “idea” di donna. Angiolina (come il nome suggerisce) diviene una figura quasi
letteraria, una donna angelica e pura, nella mente di Emilio, ma che nella realtà si rivela
l’esatto opposto. Il tema fondamentale è, quindi, la psicanalisi e la visione “distorta”
dell’inetto, che deforma il mondo secondo i suoi schemi.
La vicenda del romanzo ruota tutta attorno al protagonista Emilio Brentani, il quale ha anche
una sorella, Amalia, cagionevole di salute. Emilio è un impiegato che, come Svevo stesso,
nutre una passione per la letteratura che gli permette di evadere dalla monotonia del suo
lavoro. Ma egli è anche “inetto” e, nella sua visione deformata della realtà, non riesce a
portare a termine i suoi propositi: vuole mettere in pratica lo stereotipo dell’uomo borghese,
ma in realtà il suo innamoramento è solo un divertimento, un’occasione per godere.
Emilio si troverà senza Angiolina, che lo abbandonerà, e senza Amalia, che morirà. Alla fine
del romanzo, quindi, riemergerà tutta la sua inettitudine, che lo farà sembrare simile a un
vecchio che contempla i suoi ricordi di gioventù: egli, nella sua mente, ricorda Angiolina e
Amalia, ma non in maniera distinta. Emilio confonde le due figure, creando una sorta di
creatura angelica (e qui è evidente il “filtro” del nozionismo letterario del protagonista),
lontana dalla realtà ma conforme all’idea che egli ha sempre avuto della sua amata e che era
stata troppe volte contraddetta dagli eventi reali.
5) Il tema principale de La coscienza di Zeno è sicuramente la psicanalisi, analizzata da due
punti di vista: quello dello psicologo curante e quello del paziente riluttante alla cura, Zeno
Cosini. Il romanzo è infatti un viaggio nella “coscienza” del paziente (è evidente l’influsso
di Joyce, sotto questo aspetto), il quale, però, è inetto e si rivela inattendibile nelle sue
affermazioni.
Il secondo tema è, quindi, ancora una volta l’inettitudine e il rapporto salute-malattia: Zeno è
l’unico sano in un mondo di malati (reputa la psicanalisi una pratica inutile) e ritiene che, a
causa della “malattia” dell’umanità, prima o poi il mondo sarà destinato a essere distrutto
dagli “ordigni” umani (come afferma nella proiezione apocalittica finale del romanzo).
6) Svevo ebbe un rapporto diretto con la psicanalisi freudiana. Egli poté infatti leggere le opere
dello psicologo austriaco in lingua originale e prima che fossero tradotte; inoltre, sia lui che
un suo parente ebbero modo di essere curati da Freud stesso.
7) Nel romanzo La coscienza di Zeno sono presenti diverse innovazioni formali e strutturali.
Anzitutto, evidentemente sotto l’influsso dell’Ulisse di Joyce, il romanzo si incentra sulla
coscienza del protagonista (e infatti la narrazione è in prima persona, eccetto la parte iniziale
in cui parla l’analista).
È innovativa la distribuzione degli eventi e dei punti di vista. Il romanzo non segue un
ordine cronologico né ha un solo punto di vista: all’inizio è il dottore di Zeno che parla, poi
Zeno stesso, che riporta le lettere inviate sotto richiesta del suo analista, e infine troviamo la
parte in cui Zeno esprime le sue opinioni in merito all’inutilità della psicanalisi. Gli eventi
narrati non seguono un ordine cronologico, ma vanno per “temi”.
La scrittura anche è innovativa: spesso è presente una punta di ironia nelle parole del
protagonista, che cerca di reinterpretare a suo modo la realtà. È infatti questa la caratteristica
di Zeno, l’inattendibilità: egli, in quanto inetto, cerca sempre giustificazioni alle sue azioni,
conferendo la colpa agli altri della sua non riuscita. Il suo punto di vista è quindi distorto ed
egocentrico: egli è un sano circondato da malati.

COMPRENSIONE
1) Il protagonista Zeno e il suo agente di borsa Nilini, il giorno del funerale del cognato Guido,
stanno giocando in borsa per tentare di recuperare il patrimonio perso. Proprio in quel
momento vedono che il capitale sale in maniera netta e, presi dal loro “succhiellare”, si
dimenticano del funerale.
Subito si sbrigano e saltano su una carrozza, credendo che quella si dirigesse verso il
funerale di Guido. Tuttavia si sbagliano e si dirigono verso un cimitero greco, anziché uno
cattolico.
Nilini rimprovera Zeno di non aver guardato bene la strada, ma lui, nella sua mente, è
irritato, convinto che anche il suo amico avrebbe dovuto badarci.
Zeno è indeciso se arrivare, ormai in ritardo, alla funzione o rinunciare. Fra sé riflette sul
fatto che, intervenendo ora al funerale, avrebbe interrotto la funzione e perciò decide di non
presenziarvi, ritornando in città.
2) Anzitutto, Zeno non si ricorda in tempo del funerale dell’amico, adducendo come scusa che
sia lui che il suo agente erano impegnati a “succhiellare”, cioè a giocare in borsa per
recuperare il patrimonio perso. La giustificazione è, quindi, il voler salvare il patrimonio.
Successivamente, Zeno non si accorge che il cocchiere ha sbagliato strada e si discolpa
affermando che anche Nilini avrebbe dovuto controllare se la strada fosse giusta. Pertanto, la
colpa non è interamente sua.
Infine, non partecipa al funerale dicendo che, arrivando in ritardo, avrebbe interrotto la
funzione, mentre in realtà la sua unica preoccupazione era continuare a giocare in borsa.
ANALISI
1) La scusa che Zeno adduce è certamente quella dell’affetto per Guido. In realtà, il suo
interesse è semplicemente giocare in borsa e, dato che Guido ormai è morto, intascarsi la
somma recuperata. Difatti, egli non nutre alcun interesse nel funerale del cognato.
2) Ma a forza di ‘succhiellare’ (questa era la mia occupazione precipua) finii col
non intervenire al funerale di Guido (quando Zeno si rende conto di essersi dimenticato del
funerale)
M’accorsi che i superstiti dell’altro defunto ci guardavano sorpresi non sapendo spiegarsi
perché dopo di aver onorato fino quell’estremo limite quel poverino lo abbandonassimo sul
più bello (quando Zeno si accorge di aver sbagliato cimitero)

COMMENTO
In questo passo emerge chiaramente l’inettitudine di Zeno e soprattutto la sua inattendibilità, che si
esprime nel presentare una visione distorta della realtà, costellata di continue giustificazioni alle sue
azioni in realtà riprovevoli. Zeno narra gli eventi, ma rifugge sempre la colpa, allontanandola da sé
e scaricandola su qualcosa di esterno a lui.
Innanzitutto, il protagonista comincia affermando che il suo dimenticarsi del funerale di Guido non
è dovuto interamente al fatto che, in realtà, non aveva alcun interesse nel partecipare alla funzione,
ma al suo “succhiellare” (cioè giocare in borsa col suo agente) per recuperare il patrimonio
scialacquato dal cognato. Zeno vuol farci credere che, anzi, nutre molto affetto per Guido perché
addirittura impiega il suo tempo per recuperare il capitale da lui speso. La colpa, perciò, non è sua,
ma di Guido stesso, che ha giocato in borsa in maniera sprovveduta.
Zeno continuerà ad occuparsi delle spese anche in carrozza, non badando alla strada che sta
percorrendo. Anche lì, darà la colpa a Nilini, che non stava sorvegliando la strada e che anzi lo
rimproverava di non essere stato lui stesso a controllare.
Infine, rinuncia a partecipare al funerale perché altrimenti la funzione sarebbe stata interrotta
inutilmente (ma in realtà confessa lui stesso, tra le righe, di non avere alcun interesse in quel
funerale).
Tutta la narrazione è perciò dialettica, risulta costantemente pervasa dall’avvicendamento di realtà e
giustificazione, colpevolezza e finta innocenza. Zeno, nella sua inettitudine allo stare nella società e
all’adempiere ai suoi doveri prioritari, si rinchiude nel suo egoismo e lo proietta nella sua
narrazione.
L’intero brano dà prova evidente di come Zeno voglia trovare una giustificazione costante alla sua
inettitudine, affibbiando almeno parte della colpa a qualcosa di esterno: il giocare in borsa, la
disattenzione di Nilini, la funzione religiosa che non va interrotta.
Tuttavia egli è consapevole della reale motivazione delle sue azioni e a volte, tra le righe, la lascia
trasparire (“Ma a forza di ‘succhiellare’ (questa era la mia occupazione precipua) finii col
non intervenire al funerale di Guido”, “mi premeva più la Borsa, che il funerale”).
L’emergere di queste “due coscienze” di Zeno, l’una consapevole, che rimane in penombra, e l’altra
giustificatrice, che primeggia, conferisce al personaggio e a tutta la narrazione una “perdita di
autorevolezza”, poiché il lettore mai può fidarsi interamente delle affermazioni di Zeno (cade,
quindi, la figura del narratore onnisciente).
Inoltre, questa inettitudine genera anche una vena di (amara) ironia, caratteristica del pensiero di
Zeno: egli, da inetto, è incapace di prendere sul serio la vita e pensa solo a ciò che lo riguarda
direttamente, ridicolizzando ciò che lo circonda.
Quando lui e Nilini si rendono conto di aver sbagliato strada, quest’ultimo scoppia in una forte
risata e anche Zeno sarebbe tentato di ridere, ma non lo fa a causa dei successivi rimproveri del suo
agente (“Irritato, io non avevo riso con lui ed ora m’era difficile di sopportare i suoi rimproveri”).
Inoltre, fatica anche a prendere sul serio la funzione religiosa del funerale (“M’accorsi che i
superstiti dell’altro defunto
ci guardavano sorpresi non sapendo spiegarsi perché dopo di aver onorato fino quell’estremo
limite quel poverino lo abbandonassimo sul più bello”).
In conclusione, tutta la narrazione di Zeno risulta incerta, continuamente minata da giustificazioni e
da ridicolizzazioni del reale. Sono proprio queste le caratteristiche dell’inetto sveviano, inadatto al
vivere e incapace di assumersi le sue responsabilità.

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