Sei sulla pagina 1di 15

ANTONIO MONTANARI

Un mare di problemi
La «Congregazione del porto» (1669-1792)

Edizione informatica, 24.12.2010


© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il titolo di «Congregazione del porto» è documentato negli
atti comunali di Rimini dal 1669, al posto di quello di
«Ufficio del porto» risalente al 1568. Conclusasi la
dominazione veneziana (1503-1509), Rimini è tornata
sotto il governo della Chiesa con la «costituzione civile» di
papa Giulio II (26.2.1509). In essa si ricorda il diritto di
libera navigazione lungo le coste e d’approdo al porto «sine
aliquo impedimento» (art. XXVII). Carlo Tonini, nella sua
storia di «Rimini dal 1500 al 1800» (1887), per il 1669
ricorda soltanto che «l’infelice Città di Candia [...] cadeva
irreparabilmente sotto il giogo ottomano», confessando poi
di sapere «ben poco» di quanto accaduto in loco [I, p. 493].
La «Congregazione del porto» non è soltanto uno dei
tanti organi amministrativi della Municipalità, delegati a
curare i singoli settori della vita pubblica. Essa
rappresenta lo strumento politico per risollevare le sorti di
una città in profonda crisi economica. Le strade da
percorrere erano due. Una riguarda il consolidamento delle
attività commerciali. L’altra tocca i problemi idrici del
porto e del fiume che in esso si versava, la Marecchia.
Quest’ultimo aspetto condiziona il primo, pesantemente e
per lungo tempo (… sino al 1938). Nel 1614 c’è
un’inondazione che provoca morti e rovine sino al
Rubicone. Due anni dopo per un fortunale affondano
barche, affogano persone e si registrano danni nel borgo
San Giuliano posto sulla riva sinistra del fiume.
Nel 1656 la città ottiene dal legato una nuova fiera
sul porto in onore di sant’Antonio da Padova dal 6 all’11
luglio inclusi. All’inizio del secolo la crisi economica ha
unificato ad ottobre in una «fiera generale» i tre
appuntamenti tradizionali: la fiera delle pelli per
sant’Antonio (12-20 giugno), quella di San Giuliano
(presente dal 1351) tra 21 giugno e 22 luglio e la fiera di
San Gaudenzio (nata nel 1509) ad ottobre. Era l’effetto di
un declino economico a cui non si sapeva reagire. Già nel
1613 cinquanta mercanti tra forestieri e cittadini hanno
chiesto una nuova fiera in primavera, per sviluppare i
commerci. La fiera del 1656 si ripete nel 1659 (quando
sono emanati i relativi «Capitoli»), ma è sospesa nel 1665
dal governatore di Rimini. Riprende il 22 maggio 1671 per
undici giorni (cioè sino al primo giugno), con
l’autorizzazione di papa Clemente X del 13 agosto 1670.

Su questo scenario è fondamentale il ruolo della


«Congregazione del porto». Al governo cittadino spetta il
compito di intervenire nella vita pubblica con i
provvedimenti in apparenza più disparati. Essi sono legati
dalla consapevolezza che è necessario mutare rotta e
soprattutto favorire la circolazione delle merci. La realtà
geografica può permettere a Rimini di svolgere un ruolo
preciso, posta com’è sulla linea commerciale che dalle
coste marchigiane porta a quelle ferraresi, entrambe
controllate dai mercanti ebraici. I domini estensi nel 1598
sono passati sotto il governo di Roma, come accaduto a
Pesaro nel 1631.
Il 16 giugno 1666 il Consiglio generale riminese ha
bocciato la proposta di chiedere al papa di ricostituire il
ghetto degli ebrei, ad «utile e beneficio» della città. Il ghetto
era stato distrutto nel 1615 da una rivolta popolare
favorita (se non promossa) dall’atteggiamento della Chiesa
locale e di alcuni nobili. Nel 1624 Roma ha proibito agli
ebrei il domicilio nello Stato ecclesiastico, ma non il
soggiorno in qualsiasi luogo o città «per occasioni di
mercantie», secondo la regola introdotta da Clemente VIII
per periodi massimi di tre o quattro giorni. Rimini si
appiglia a tali «occasioni di mercantie» per riaprire le porte
della città agli ebrei. Sul finire del 1670 la Municipalità
riminese inoltra inutilmente al papa la richiesta di
concedere la «facoltà di poter eriggere in questa Città un
nuovo Ghetto d’Hebrei». Ci si giustifica con la necessità di
portare «sollievo» economico a Rimini per mezzo di un
«qualche poco» di commercio, fondamentale per una
ripresa nelle «presenti contingenze della nuova fiera», per
la quale gli ebrei sono considerati «necessarissimi».
Nel 1693 gli ebrei chiedono di essere autorizzati a
rivolgersi direttamente al pontefice per poter ottenere di
rientrare in città. Facendo presente di avere a Roma un
«buon mezzo» per comunicare con il papa. Il 17 febbraio
1693 il Consiglio generale discute il memoriale di quei
commercianti ebrei «soliti a venire a servire con le loro
mercanzie» a Rimini, e concede loro l’autorizzazione ad
inoltrare al papa la supplica desiderata. Come sia andata a
finire la faccenda a Roma, non è dato di sapere. La
votazione del 1693 rovescia l’atteggiamento del Consiglio
generale circa la presenza ebraica. I contrari sono soltanto
due su 43. Erano stati 31 su 45 nella votazione del 16
giugno 1666 circa la richiesta di ricostituire il ghetto. Nel
verbale del 17 febbraio 1693 si legge pure che «d’alcun
tempo in qua» agli ebrei era stata proibita la dimora in
Rimini con «danno comune» sia del «Monte della Pietà», sia
della dogana, sia di «altro per la loro assenza». Gli israeliti
erano dunque tornati ad essere presenti a Rimini dopo la
distruzione del ghetto nel 1615. Nel loro memoriale si
dichiara che «l’avergli levato il libero commercio» aveva
provocato «danni notabili» a tutta la vita cittadina.
Nel 1692 a Ferrara (la cui realtà economica è
caratterizzata dalla predominanza ebraica), è stato
introdotto dal cardinal legato Giuseppe Renato Imperiali il
«libero commercio» dei grani (anche se per soli dodici
mesi), nella provincia e fuori di essa, ripetendo analogo
provvedimento pontificio di Clemente IX (1667-69). Il
memoriale riminese del 1693 sembra rispondere alle
attese del governo cittadino, il quale tenta di realizzare
una propria politica, autonoma da Roma, nei confronti
degli ebrei, non in nome di astratti princìpi ma in virtù di
concretissime ragioni di generale convenienza economica.

L’anno prima della comparsa del titolo della


«Congregazione del porto», cioè nel 1668, si è provveduto
alla «Riforma delle Pompe e del lusso». Non soltanto per
obbedire agli ordini del cardinal legato, come annota Carlo
Tonini [op. cit., I, p. 493] ma per porre fine a situazioni di
spreco su cui ci si era già soffermati nel 1601. Quando il
Consiglio generale discusse dei danni provocati dalle
eccessive spese per il lusso del vestire e per i funerali. Il
quadro locale va poi collocato in un contesto internazionale
le cui guerre sono segnalate in città dai continui, costosi
passaggi di truppe. Nel 1649 a Rimini c’è stata una rivolta
della plebe contro i consiglieri municipali ed i cattivi
amministratori dell’Annona per l’eccessivo costo del grano
di cui «tota Italia fuit in penuria», racconta mons. Giacomo
Villani nella sua «Cronaca». Villani attribuisce ad un’eclissi
di luna la rovina d’Italia prodotta dalle guerre. Nel 1618
per carestie ed epidemie egli ha dato la colpa
all’apparizione di una cometa. Secondo Villani la crisi di
Rimini nasceva dalla scomparsa dei cittadini migliori.
Erano rimasti gli incapaci ed i meno ricchi. Di soldi in giro
ce ne sono pochi. Il cardinal legato riduce le cariche (a
pagamento) in Consiglio civico, i cui componenti passano
da 130 a 80. Diminuisce la popolazione urbana. Dalle circa
diecimila anime tra fine 1500 e 1608, si passa nel 1656 a
7.717 con più di tre anni.
Nel 1659 il legato Giberto Borromeo si lamenta delle
discussioni avute con gli amministratori cittadini, e durate
«sette, et otto hore continue». Al governatore di Rimini,
Angelo Ranuzzi, il legato spiega che il «grave sconcerto» in
cui versa la città è la conseguenza del comportamento dei
suoi amministratori, «disapplicati» a ben dirigere gli affari
pubblici. Quegli amministratori invece ritengono che
Rimini sia stata condotta all’«ultima sua ruina» dalle spese
militari imposte pochi anni prima (1641-1644, «prima
guerra del ducato di Castro») da Urbano VIII, come la
Municipalità spiega apertis verbis alla romana
Congregazione del Buon Governo. Il governatore Ranuzzi
accusa di inettitudine i riminesi, definendoli «più dediti
all’amoreggiare, che al combattere».

La fiera del 1671 è il momento simbolico


dell’attività pubblica a favore di una ripresa della vita
economica cittadina. Essa è ripetuta sino al 1680 con una
continua diminuzione del «concorso» di mercanti e
compratori, per cui non porta «se non incomodo» ai
commercianti locali. Ritorna soltanto nel 1691, senza
smalto e soprattutto senza gli effetti positivi sperati. Alla
fiera del 1671 (durata undici giorni anziché gli otto
previsti), sono presenti otto ditte di ebrei, tutte del settore
tessile-abbigliamento. Tre sono di Ancona, tre di Urbino,
due di Pesaro. Le merci da loro introdotte hanno un valore
pari al 28,25% del totale. Gli affari invece sono magri,
immaginiamo non per la qualità dei prodotti offerti dagli
ebrei, ma per un pregiudizio religioso nei loro confronti.
Dei 5.914 scudi dichiarati come valore delle merci entrate,
le otto ditte di ebrei vendono soltanto il 16,82%, pari a 995
scudi, cioè il 10,16% del venduto totale della fiera, che è di
9.787 scudi. La questione ebraica legata alle fiere riminesi,
è una specie di cartina di tornasole nell’analisi dei due
fronti: quello statuale-religioso da una parte, e dall’altra
quello amministrativo locale. Il potere statuale-religioso
(centrale e periferico) appare rigorosamente vessatorio ed
intollerante man mano che si scende dai vertici
ecclesiastici alla base del clero. A sua volta il clero
influenza e condiziona il comportamento ostile delle masse
popolari verso gli ebrei, fatti oggetto di scherno e violenze.
Il governo cittadino opera, come si è detto, per una
convenienza economica. Sono le stesse ragioni che guidano
la «Congregazione del porto» nella sua attività di cura dello
scalo marittimo, per permettere alla città di avere i traffici
necessari alla sua sopravvivenza.
Nel contrasto tra Rimini e Roma la città è perdente,
anche se dal punto di vista ideale alla fine essa ha ragione,
quando il provvedimento sul libero commercio è deciso da
Clemente IX. Che governa la Chiesa proprio fra 1667 e
l’anno (1669) in ricorre per la prima volta il titolo di
«Congregazione del porto». Ad onore degli amministratori
riminesi va anche ricordata la pubblicazione nel 1745 dei
«Capitoli del Porto». Sono una specie di contratto collettivo
di lavoro, imposto dalla Municipalità ai «padroni», ovvero ai
«conduttori» della barche, seguendo l’«inveterato stile»
comunemente osservato. Non sempre i «padroni» ne sono
anche i proprietari. Ad investire nell’ambiente del porto,
oltre ai commercianti, figurano pure alcuni nobili. Grazie a
quei «Capitoli» i pescatori sono più tutelati dei lavoratori
dei campi, duramente colpiti dalla carestia che si sviluppa
pure a Rimini tra 1765 e 1768. Molti di loro fuggono a
Roma, ospitati a spese dell’Erario in due «serragli», in
mezzo ad un’epidemia di vaiolo. Nella «miserabile città» di
Rimini, scrive il cronista Ubaldo Marchi nel 1767, i
marinai sono «in molto gran numero» e lavorano su
quaranta barche pescarecce; tremila sono invece i poveri
che campano «con cercare elemosina».
Nel corso di questa carestia si ripropone il contrasto
fra le autorità locali ed il potere romano. Il cardinal legato
fa incetta di grani in Romagna. Rimini si trova senza
provviste. L’Annona non ha potuto costituirle per
mancanza di denaro. Un cronista del tempo, Ernesto
Capobelli, racconta quei momenti. Nei giorni di mercato,
centinaia di uomini e donne scendono dalla campagna a
Rimini per ottenere la «permissione» di ritirare la loro
quota di grano, e si accalcano nella piazza della Fontana,
dove ha sede il Governatore: «Argine alla furia di questo
Popolo oppresso ed avvilito dalla fame era l’insolente ed
inumana sbirraglia». «Moltissimi furono li maltrattati, ed
anche feriti in modo, che in più parti grondavano sangue».
Una donna gravida «spinta, e giù dalle scale rovesciata,
poté con gran difficoltà alzarsi, e con grandissima fatica
giungere alla sua abitazione, ove in poche ore ne abortì con
grave pericolo di sua vita». Anche nelle botteghe troppo
affollate, «per resistere alla confusione» si fece ricorso al
«gravoso, ed infame ajuto de’ Birri».

Alla fine del secolo XVIII tocca ai marinai


protestare. Il 30 maggio 1799, mentre finisce il «governo
francese» della città (iniziato il 5 febbraio 1797), «alla vista
di un reggimento austriaco scoppiò una rivolta nella
marineria, alla quale si unirono i birbanti della città
secondo il solito, rivolta già preparata e combinata»,
racconta lo storico ottocentesco riminese Antonio Bianchi.
La marineria dimostra tutta la rabbia accumulata in molti
decenni di sofferenze. Seguìta dai «villani» dei dintorni,
organizza una sommossa lunga e violenta che subentra alle
devastazioni, alle prepotenze, agli abusi dei napoleonici. I
ripetuti e severi proclami degli austriaci, lasciano il tempo
che trovano. Gli umori popolari sono ben riassunti da un
sonetto anonimo in cui Roma è definita «infame», e si
inneggia agli austriaci. I quali innalzano le insegne, care ai
reazionari, dell’aquila imperiale e dell’«amore della Santa
Fede». I rivoltosi saccheggiano le botteghe degli ebrei,
assaltano il palazzo pubblico, dove rubano tutto quello che
vi era, dopo aver rotto ogni cosa. Arrestano, incarcerano,
mandano in esilio. Entrati nella Guardia Civica, i marinai
fanno da pompieri e da incendiari. Il loro comandante
Lorenzo Garampi ne approfitta per tentare di dominare
sulla città, favorito dal fatto che agli austriaci sfugge il
controllo di una situazione in continuo fermento. I marinai
tentano di sistemare anche Lorenzo Garampi che per
salvarsi, il 27 agosto in cattedrale durante una
«sanguinosa zuffa», è costretto a rifugiarsi sul campanile.
Quei marinai oggi li definiscono «insorgenti» per la
difesa della Santa Fede. Li guidava un «parone» del borgo
San Giuliano, abitato dalla marineria riminese, Giuseppe
Federici, detto «il glorioso», insomma un fanfarone, come il
soldato plautino. Per qualcuno, in maniera forse troppo
azzardata, è oggi diventato un’icona religiosa venerata
addirittura nelle chiese. I marinai tentano di riproporre
una specie di libero comune, slegato da ogni altra autorità
costituita, con la «Magistratura provvisoria» che dura sino
al 13 gennaio 1800. Il ritorno alla normalità
amministrativa è di breve durata. La vittoria napoleonica
di Marengo, il 14 giugno, apre un nuovo capitolo, con la
ricostituzione della Repubblica Cisalpina (5 giugno), poi
diventata Repubblica Italiana (26 gennaio 1802), ed infine
trasformatasi in Regno d’Italia sotto le insegne del potere
francese (18 marzo 1805). Il titolo di «Congregazione del
porto» è intanto stato sostituito nel 1793 da quello di
«Commissione del porto». Tutto sta cambiando in Europa
dopo il 14 luglio 1789 di Parigi. Il 13 luglio Ippolito
Pindemonte dalla capitale francese ha scritto all’abate
filosofo Giovanni Cristofano Amaduzzi, educato a Rimini ed
attivo a Roma: «Non potrei dipingervi la costernazione
nell’una parte del Popolo, e il furore nell’altra. Moltissimi
han preso le armi stamani, e si dice che vogliano muoversi
alla volta di Versailles: gran quantità di truppe fu fatta
venire, sicché vedete la strage ch’è per accadere. Tutte le
botteghe in Parigi son chiuse, e pochissimi ardiscono uscir
di casa».
Rimini ha avuto un disastroso terremoto, il 24
dicembre 1786. Sembra rappresentare idealmente il crollo
dell’«antico regime», attestato negli atti pubblici da un
documento del 25 agosto 1792. Quando si chiude la
vicenda dei «Matrimonj disuguali di nascita». Il legato
approva i relativi «Capitoli» richiesti dagli aristocratici. Un
nobile può sposare, oltre che ovviamente le donne sue pari
grado, anche quelle «ignobili di civile condizione» (cioè
appartenenti all’ordine civico) o figlie di chi esercitasse
mercatura, allo scopo di «conseguire una cospicua dote».
Ovviamente, il denaro rende puro il sangue che non lo è. Le
idee illuministiche o rivoluzionarie non c’entrano. Quel
«bisogno», che argutamente Vincenzo Cuoco individuò come
molla della Storia, aveva spinto i vecchi aristocratici
riminesi a scendere a patti con i «cittadini».

Ritorniamo al porto. All’inizio del 1700 sono stati


eseguiti lavori di riparazione alle sponde. Alla riva destra,
le palizzate sono state sostituite completamente da
un’opera in muratura. I nuovi moli crollano per la
spaventosa alluvione del settembre 1727 descritta nella
«Cronaca» del conte Federico Sartoni. Dopo tale «diluvio» il
6 giugno 1733 giunge a Rimini Valentino Cipriani,
architetto della Reverenda Camera Apostolica. Nel 1734,
su ordine romano, è convocato a Rimini Luigi Vanvitelli,
già al servizio dello Stato della Chiesa per sovrintendere ai
porti dell’alto Adriatico. In tale veste ad Ancona progetta
l’imponente lazzaretto e cura lavori di riassetto di tutto il
canale. Ha le credenziali indispensabili per affrontare la
questione di Rimini. Dove giunge all’inizio del gennaio
1735. Suggerisce di sistemare il canale del porto prima di
procedere ad ogni altra opera. È il progetto annunciato da
Roma: aggiustare il molo prima di fabbricare il «Fortino».
Ma ciò non basta.
Nel 1762 il filosofo Giovanni Antonio Battarra
presenta un altro piano che (spiega Michelangelo Rosa), è
«pessimamente eseguito da chi non si fece coscienza di
volere innanzi lo sconcio e il danno» dell’ideatore. Nel
dicembre dello stesso 1762, aprendo il suo corso pubblico
di Filosofia, Battarra tiene due discorsi sul porto, pubblicati
a stampa l’anno successivo. A sostegno delle sue tesi, ri-
corre anche all’autorità di Galileo: per un arco di quarto di
circolo, l’acqua si muove più velocemente che per la corda
di esso. La velocità del fiume serve a tener più pulito il
canale. Precisa il nostro abate: «Mi rido che il condur acque
per linea retta sia in tutti i casi la regola più certa, per farle
giugner più presto e con più velocità al lor destino».
Secondo Battarra, per salvare il porto, occorreva quindi
«condurre il canale per una curva equabile» e «non mai
produrre [prolungare] i moli». L’errore commesso dagli
amministratori di Rimini, stava per Battarra nell’aver
fatto eseguire lavori «senza la direzione d’un Fisico, ed
insieme di uno di quegli Architetti, che per fondamento
dell’arte hanno un forte presidio di Filosofia, e di tutte le
buone discipline Matematiche».

Per quasi due secoli, tra Settecento ed Ottocento,


nella vita sociale di Rimini i marinai sono protagonisti
dimenticati anche se temuti. Giocano un ruolo molto
importante, a cui però non corrispondono né una
soddisfacente condizione economica, né un qualsiasi
coinvolgimento nella gestione della cosa pubblica. Alla
marineria fanno capo, verso la fine del XVIII secolo circa
tremila persone. Il conto comprende non soltanto gli
addetti ai lavori, ma anche i loro nuclei famigliari. Una
prima crisi si avverte dopo l’armistizio del 23 giugno 1796,
quando la Municipalità riminese riesce ad impedire
l’emigrazione di molti abitanti del Porto.
La «classe marinara» costituisce l’anello più debole
della società dell’«antico regime». Però appare ugualmente
pericolosa, come ricaviamo da una lettera del 14 luglio
1796 (dopo l’arrivo dei francesi in Romagna), in cui la
Municipalità scrive al cardinal legato che essa si dimostra
«poco docile». Tale si è già rivelata il 26 aprile 1768,
organizzando «un terribile tumulto» contro Serafino
Calindri ed il suo progetto di espurgazione del canale.
Calindri se n’era andato da Rimini temendo che un bandito
(il «noto Brugiaferro»), fosse stato assoldato per toglierlo
dalla circolazione, allo scopo di favorire il prolungamento
dei moli proposto dal medico Giovanni Bianchi. Sono gli
anni in cui padre Ruggiero Boscovich definisce il nostro
porto «massima risorsa» della città. «Poco docile» la classe
marinara si manifesta anche nelle questioni che oggi
chiameremmo sindacali, quando si tratta di difendere i
diritti dei lavoratori nei confronti dei «Padroni» delle
Barche che, ad esempio, somministravano ai loro marinai
cattivo vitto e «vino corrotto».
Nella seconda metà del 1700 il numero delle barche
pescarecce aumenta del 128%. A cavallo dei due secoli c’è
un calo del 15. Nel 1805 nel porto sono attive oltre
settanta barche con 780 marinai. Settanta sono da pesca
con 480 marinai, e trentaquattro da traffico con 300
addetti. In dodici mesi nel nostro porto «entrano più di 400
bastimenti carichi di varie mercanzie e generi, e ne
partono altri quattrocento carichi di effetti del Paese e
dell’Estero». Per questa sua situazione, si sottolineava,
Rimini meriterebbe di ottenere il «porto franco». L’indotto è
costituito da un cantiere senza loggiato (dove non è
possibile lavorare nei mesi invernali), da fabbriche di
cordami, e dalla manifattura della cotonina per le vele con
trecento donne impiegate annualmente. Esistono poi buone
fabbriche di concia di pelle, di vetri e cristalli «a uso di
Venezia», di ombrelle di tela cerata, di cappelli fini «a uso di
Germania», ed «un considerevole lavoro di seta greggia». Si
fanno «paste di frumento a uso di Genova» ed il «Biscotto pei
Marinai», un tipo di «pane particolare per gusto, e per la
forma», che essi «trasportano in Mare», ed è diverso da
quello spacciato dall’Annona che «non può resistere ai
dieci, o dodici giorni di navigazione».
Segue fino al 1836 una risalita del numero delle
barche del 36%, a cui subentra un calo di quasi il 50 sino al
1869, quando la flotta peschereccia torna con 51 unità al
livello del 1773. Il declino continua nel secondo Ottocento.
Nel 1902 le barche sono soltanto 46. Nel corso d’un secolo,
dal 1805 al 1902, la forza lavoro passa da 480 marinai a
280 (meno 41%). Nel 1816 avvengono tumulti contro
l’aumento del prezzo del frumento. Vi partecipano anche i
marinai, ai quali la stagione burrascosa impediva d’andare
in mare. Essi hanno un cannone levato da una loro barca,
con il quale entrano in città, puntandolo da sotto la statua
di Paolo V contro la scala del palazzo consolare. Una
trattativa e la promessa di diminuire il prezzo del grano,
fanno rientrare i marinai nel porto, assieme alla loro bocca
da fuoco, mentre il vescovo li benedice. I naviganti erano
dotati di artiglieria e di armi leggere per combattere i
pirati. I quali costituiscono una piaga secolare per
l’Adriatico.

La nascita (1843) e lo sviluppo dell’imprenditoria


balneare danneggiano le attività portuali per le quali
mancano i necessari investimenti. Ne deriva una crisi che
avrà forte ripercussione su tutta l’economia cittadina.
Attorno al 1861 più di diecimila persone vivono delle
industrie e delle occupazioni marinare. Erano state circa
duemila nel 1791. Sulle tremila restano fra 1796 e 1835
quando la cessazione dei commerci e la scarsità di pesce
portano alla disperazione quella «gente buona sì, ma rozza,
impetuosa», come la stessa marineria allora si definisce
scrivendo alla Segreteria di Stato. Nel 1843 la «classe
infelice» e «numerosa de’ Marinai, e Calafati non che
Commercianti» si dichiara costituire «una quarta parte»
della popolazione riminese. Nel 1856, come documenta il
gonfaloniere scrivendo all’ingegner Maurizio Brighenti
(autore di un progetto di rinnovamento del canale),
l’attività portuale è «l’unico mezzo di alimento» per «più di
cinque mila persone dedite specialmente ai negozi
marittimi d’ogni specie». Nel 1857 risultano attivi 199
navigli, con 23 capitani mercantili, 65 «paroni di piccolo
corso» ed 820 marinai in genere, per un totale di 908
addetti. Nel 1861 il personale di marina nel porto
raggiunge un totale complessivo di 1.659 addetti (1.165
per il commercio e 494 per la pesca), per 123 navigli (46
da commercio e 77 da pesca). Nel commercio ci sono 27
capitani, 108 padroni, 730 marinari, 300 mozzi. Nella
pesca, 90 padroni, 334 marinai, 70 mozzi. Un padrone per
farsi la barca deve indebitarsi per un periodo così lungo
che normalmente coincide con quasi tutta la durata della
barca stessa, che va dai dieci ai quindici anni.
A metà della crisi (1864) Luigi Tonini censisce
5.284 riminesi «portolotti» cioè pescatori, naviganti,
calafati, commercianti, industrianti e quanti compongono i
loro nuclei famigliari. Sono poco meno di un terzo della
popolazione urbana complessiva (rioni di città e borghi),
che ascende a 16.874 anime sulle circa 33 mila dell’intero
Comune. I pescatori risultano 419, i naviganti 458. I
pescatori e le loro famiglie sono soltanto un migliaio di
persone, un terzo di quanto erano sul finire del secolo
precedente. I naviganti e famiglie arrivano a 1.823 unità. I
«portolotti» abitano prevalentemente, ma non soltanto, nei
borghi Marina e San Giuliano.
La situazione idraulica del canale rende poco
servibile il porto. Ne ricevono danno il commercio e
l’attività delle costruzioni marittime. A questa situazione
negativa si cerca di porre rimedio tra 1842 e 1863 con un
duplice prolungamento dei moli secondo la ricordata
ricetta settecentesca di Giovanni Bianchi, per complessivi
328 metri a levante e 373 a ponente. Il rinnovato Porto
Corsini di Ravenna dal 1870 toglie a quello di Rimini il
primato che aveva nel tratto di costa fra Venezia ed
Ancona. Nel 1859 inoltre il porto di Rimini è declassato a
semplice commissariato di prima classe da capoluogo
(trasferito a Ravenna) di circondario marittimo qual era
dal 1803. Nel 1843 il porto è stato dichiarato «scalo di
merci per la Toscana». Quando il re Vittorio Emanuele II
passa da Rimini alla fine del 1860, una commissione gli
consegna un foglio «per il Porto». Più che la crisi del porto e
della marineria, è un’intera crisi politica della città voluta
dai suoi amministratori. Nel 1938, come s’è accennato, si
chiude la secolare vicenda della sistemazione del canale.
Dando ragione a Serafino Calindri che il 14 giugno 1764,
nel pubblico Palazzo, aveva spiegato che quello di Rimini
non poteva essere un buon porto perché «fabbricato sopra
di un fiume».