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LA DIPLOMAZIA DI CAVOUR E LA SECONDA GUERRA DI

INDIPENDENZA

Nato nel 1810, il conte di Cavour era cresciuto e si era formato in un clima familiare
aristocratico e conservatore, ma diverso da quello chiuso e retrogrado che caratterizzava la
nobiltà piemontese nell'età della Restaurazione. Suo padre faceva parte infatti di quel settore,
allora abbastanza ristretto, dell'aristocrazia terriera che amministrava direttamente il proprio
patrimonio. Sua madre veniva da una nobile famiglia calvinista di Ginevra. Cosmopolitismo
culturale e intraprendenza borghese furono le due componenti decisive nella formazione di
Cavour, che già negli anni giovanili si avvicinò alle idee liberali. All'indomani della rivoluzione
del 1830 in Francia, abbandonò la carriera militare, cui lo destinava la sua condizione di
secondogenito di una famiglia aristocratica, per dedicarsi agli studi, ai viaggi (soggiornò a
lungo in Inghilterra, in Francia, in Belgio oltre che a Ginevra), agli affari e alla cura del
patrimonio familiare. Quando, nel 1847-48, decise di dedicarsi all'attività politica, il suo
pensiero era già coerentemente sviluppato. L'ideale politico di Cavour era quello di un
liberalismo moderato, molto lontano dai valori base della democrazia ottocentesca (sovranità
popolare, suffragio universale, ecc.). Cavour era convinto che la tendenza, inarrestabile,
verso un sempre maggiore allargamento delle basi dello Stato dovesse essere attuata con
gradualità e incanalata in un sistema monarchico costituzionale, fondato sulla libertà
individuale e sulla proprietà privata: anzi, un sistema del genere, purché inteso in senso
attivo, come promotore di riforme e di trasformazioni, era visto da lui come l'unico antidoto
efficace contro la rivoluzione e il disordine sociale. Rispetto al moderatismo dottrinario tipico
della cultura francese nell'età della Restaurazione, cui pure si ispirava, il liberalismo
cavouriano aveva dunque un piglio più moderno e più pratico. Alla concreta esperienza di
uomo d'affari e di imprenditore agricolo, Cavour univa infatti una buona conoscenza della
teoria economica e vedeva nello sviluppo produttivo la premessa indispensabile per il
progresso politico e civile. Ammiratore del liberalismo britannico, nutriva quella fiducia
pressoché illimitata nelle virtù della libertà economica che era tipica della migliore cultura
borghese del suo tempo. Cavour entrò a far parte del gabinetto (consiglio dei ministri)
D'Azeglio del Regno di Sardegna, nell'ottobre 1850, come ministro dell'Agricoltura e
Commercio. Due anni dopo, nel novembre 1852, quando D'Azeglio dovette dimettersi per
contrasti col re, fu incaricato di formare il nuovo governo. Prima ancora di diventare
presidente del Consiglio, Cavour si era reso protagonista di una piccola rivoluzione
parlamentare, promuovendo un accordo fra l'ala più progressista della maggioranza moderata
(il cosiddetto "centrodestro", di cui lui stesso era il leader) e la componente più moderata della
sinistra democratica (il "centrosinistro" capeggiato da Urbano Rattazzi). Dall'accordo, che fu
ironicamente definito connubio, nacque una nuova formazione politica di centro, che relegava
all'opposizione le due pattuglie dei clericali conservatori e dei democratici intransigenti. In
questo modo Cavour poté allargare la base parlamentare del suo governo e spostarne l'asse
verso sinistra: il che gli consentì non solo di far propria la politica patriottica e antiaustriaca
sostenuta fin allora dai democratici, ma anche di rendere più incisiva la sua azione
riformatrice in campo politico ed economico. Prima come ministro dell'Agricoltura, poi come
presidente del Consiglio, Cavour si adoperò per sviluppare l'economia del suo paese e per
integrarla nel più ampio contesto europeo. Premessa essenziale della sua politica fu
l'adozione di una linea decisamente liberoscambista: nel 1851 furono

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stipulati trattati commerciali con Francia, Belgio, Austria e Gran Bretagna; fra il '51 e il '54 fu
gradualmente abolito il dazio sul grano. Notevoli progressi si registrarono anche nel campo
delle opere pubbliche, cui Cavour diede un fortissimo impulso. Furono costruiti strade e
canali: fra gli altri quello che attraversava le zone risicole del Novarese, consentendone una
razionale irrigazione, e che avrebbe poi preso il nome di canale Cavour. Fu ampliato e
ammodernato il porto di Genova. Ma soprattutto furono sviluppate le ferrovie: tanto che il
Piemonte, alla fine degli anni '50, disponeva di una rete di strade ferrate quasi uguale a quella
di tutti gli altri Stati italiani messi insieme, compreso il Lombardo Veneto. Lo sviluppo delle
ferrovie non solo ebbe effetti positivi sul commercio, ma servì da stimolo per l'industria
siderurgica e meccanica: nuove aziende per la lavorazione del ferro e per la produzione di
materiale ferroviario e navale (più importante di tutte l'Ansaldo) sorsero sulla riviera ligure e si
affermarono grazie alle commesse statali per le ferrovie, l'esercito e la marina. Uno sviluppo
spontaneo ebbe invece l'industria della seta, che esportava filati e tessuti soprattutto in
Francia ed era la più importante per produzione e per numero di addetti, ma anche la meno
moderna e la più legata al mondo agricolo. Il Piemonte di Cavour riuscì così a dimostrare che
la causa della libertà faceva tutt'uno con quella del progresso economico e a diventare il
naturale punto di riferimento per la borghesia liberale di tutta Italia. Nei primi anni del suo
governo, Cavour non aveva tra i suoi obiettivi l'unità italiana. La sua azione fu piuttosto
orientata verso gli scopi tradizionali della monarchia sabauda: allargare i confini del Piemonte
verso l'Italia settentrionale, a scapito dei domini austriaci e degli Stati minori del Centro Nord.
Cavour perseguì però questa strategia con una abilità e una spregiudicatezza sconosciute
alla vecchia diplomazia, senza mai precludersi la possibilità di raggiungere traguardi più
ambiziosi. - La prima preoccupazione di Cavour, in politica estera così come in politica
economica, fu quella di avvicinare il Piemonte all'Europa più moderna e più sviluppata,
facendolo passare dal rango di Stato regionale a quello di media potenza europea. Un passo
importante in questa direzione fu compiuto nel 1855, quando il governo piemontese rispose
positivamente all'invito rivoltogli da Francia e Inghilterra di associarsi alla guerra contro la
Russia inviando in Crimea un corpo di 18.000 uomini al comando del generale La Marmora.
(La guerra di Crimea fu un conflitto combattuto dal 4 ottobre 1853 al 1o febbraio 1856 fra
l'Impero russo da un lato e un'alleanza composta da Impero ottomano, Francia, Gran
Bretagna e Regno di Sardegna dall'altro. Il conflitto ebbe origine da una disputa fra Russia e
Francia sul controllo dei luoghi santi della cristianità in territorio ottomano). - In questo modo il
Piemonte ottenne di partecipare come Stato vincitore alla conferenza di Parigi del 1856 e di
poter sollevare la questione italiana di fronte a un consesso internazionale. Cavour protestò
contro la presenza militare austriaca nelle Legazioni pontificie e denunciò il malgoverno dello
Stato della Chiesa e del Regno delle due Sicilie come causa perenne di instabilità e di
tensioni rivoluzionarie, e dunque come minaccia alla pace e all'equilibrio europeo. Il Piemonte
si presentava così come portavoce delle istanze di rinnovamento di tutta la borghesia italiana
e insieme come strumento e garante di uno sbocco non rivoluzionario delle tensioni che si
manifestavano nella penisola. Importante sotto il profilo morale, l'esperienza del congresso di
Parigi fu però avara di risultati concreti. Cavour ne uscì convinto che solo una radicale
modifica dell'equilibrio europeo sancito dal congresso di Vienna avrebbe permesso al
Piemonte di eliminare la presenza austriaca dall'Italia

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centrosettentrionale. Era dunque necessario, da un lato, mantenere viva l'agitazione
patriottica (di qua l'appoggio dato da Cavour alla Società nazionale, un'associazione nata a
Torino nell'agosto 1857 per iniziativa del patriota veneziano Daniele Manin e del siciliano
Giuseppe La Farina, con l'obiettivo di fornire sostegno al movimento unitario intorno al Regno
di Sardegna.); dall'altro, assicurarsi l'appoggio dell'unica grande potenza europea veramente
interessata a una modifica della condizione attuale: la Francia di Napoleone III. Per
raggiungere il suo scopo, Cavour poté contare non solo sulle ambizioni egemoniche di
Napoleone III, desideroso di riprendere la politica italiana del primo Napoleone, ma anche
sulla paura suscitata in lui dal ripetersi delle agitazioni mazziniane. Paradossalmente, fu
proprio il gesto isolato di un mazziniano, che voleva vendicare l'intervento contro la
Repubblica romana, ad affrettare i tempi dell'alleanza franco-piemontese. Nel gennaio del
1858, Felice Orsini, un repubblicano romagnolo che aveva ricoperto incarichi di rilievo nel '49
a Roma, attentò alla vita del sovrano francese lanciando tre bombe contro la sua carrozza,
ma fallì l'obiettivo provocando molti morti tra la folla che assisteva al passaggio del corteo.
Orsini subito arrestato e condannato a morte, aveva agito di propria iniziativa, ma il suo gesto
gettò ulteriore discredito sul movimento mazziniano e diede spunto a Cavour per ribadire
l'urgenza di una soluzione del problema italiano. (Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, regnò
con il nome di Napoleone III, era il figlio terzogenito del Re d'Olanda Luigi Bonaparte, fratello
di Napoleone Bonaparte, fu presidente della Repubblica francese dal 1848 al 1852 e
Imperatore dei francesi dal 1852 al 1870). Cavour ebbe così la strada spianata verso la
conclusione di un'alleanza franco-piemontese, che fu sancita in un incontro segreto fra
l'imperatore e il primo ministro piemontese svoltosi nel luglio 1858 nella cittadina termale di
Plombières, che diedero inizio ufficialmente alla ​seconda guerra di indipendenza italiana.
Gli accordi ipotizzavano una nuova sistemazione dell'intera penisola italiana, che avrebbe
dovuto essere divisa in tre Stati: un regno dell'Alta Italia comprendente, oltre al Piemonte, il
Lombardo Veneto e l'Emilia-Romagna, sotto la casa sabauda (che in cambio avrebbe ceduto
alla Francia i territori transalpini di Nizza e della Savoia); un regno dell'Italia centrale formato
dalla Toscana e dalle province pontificie; un regno meridionale, coincidente con quello delle
due Sicilie liberato dalla dinastia borbonica. Al papa, che avrebbe conservato la sovranità su
Roma e dintorni, sarebbe stata offerta la presidenza della futura Confederazione italiana.
Dietro questo progetto si celavano in realtà due diversi disegni: quello di Napoleone III, che
mirava a porre l'Italia sotto il suo controllo; e quello di Cavour che, pur mostrando di
assecondare i progetti bonapartisti, contava soprattutto sulla forza d'attrazione del Piemonte
nei confronti degli altri Stati italiani. Premessa indispensabile per la riuscita dei progetti di
Cavour era comunque la guerra contro l'Austria. Anzi, era necessario che la guerra apparisse
provocata dall'Impero asburgico perché l'alleanza con la Francia potesse diventare operante.
Il governo piemontese fece il possibile per far salire la tensione con lo Stato vicino: dalle
manovre militari al confine, all'armamento di corpi volontari (i Cacciatori delle Alpi comandati
da Garibaldi e inquadrati nell'esercito sabaudo), al celebre discorso tenuto nel gennaio '59 da
Vittorio Emanuele, in cui il re si dichiarava non insensibile al "grido di dolore" che si levava da
tante parti d'Italia. Fu lo stesso governo asburgico a creare il tanto sospirato casus belli
inviando, il 23 aprile 1859, un secco ultimatum al Piemonte (vi si chiedeva, fra l'altro, lo
scioglimento dei corpi volontari e il ritorno dell'esercito sul piede di pace), che Cavour ebbe
buon gioco a respingere.

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Dopo un primo scontro con gli austriaci a Montebello, sul fiume Po, e mentre i volontari di
Garibaldi impegnavano l'esercito asburgico penetrando nel Nord della Lombardia, i franco-
piemontesi spostarono il grosso delle truppe sul Ticino (fu questo il primo esempio, nella
storia militare, di impiego delle ferrovie in un'importante operazione strategica) e, ai primi di
giugno, sconfissero gli asburgici nella battaglia di Magenta aprendosi la via di Milano. Un
successivo contrattacco austriaco fu respinto il 24 giugno nelle due contemporanee,
sanguinosissime battaglie di Solferino e San Martino.

- In questa situazione, estremamente favorevole dal punto di vista militare, Napoleone III
decise di interrompere la campagna proponendo agli austriaci un armistizio, che fu firmato
l'11 luglio a Villafranca, presso Verona. Con l'accordo l'Impero asburgico rinunciava alla
Lombardia e la cedeva alla Francia (che l'avrebbe poi "girata" al Piemonte), mantenendo il
Veneto e le fortezze di Mantova e Peschiera. La notizia dell'armistizio suscitò lo sdegno dei
democratici italiani e colse di sorpresa lo stesso Cavour, che rassegnò subito le dimissioni e
fu sostituito dal generale La Marmora. Fra i motivi che avevano spinto l'imperatore a un così
clamoroso ripensamento, c'erano le pressioni dell'opinione pubblica francese, impressionata
dagli alti costi umani e finanziari della guerra; c'era la minaccia di un intervento della
Confederazione germanica a fianco dell'Austria; ma c'era anche la nuova situazione che si
era venuta a creare nell'Italia centro-settentrionale e che vanificava il progetto di nuova
sistemazione dell'Italia concepito a Plombières. Alla fine di aprile a Firenze e in altre città
toscane, ai primi di giugno nei ducati di Modena e Parma, una serie di insurrezioni aveva
costretto alla fuga i vecchi sovrani. Poco dopo la sollevazione si estese anche allo Stato della
Chiesa, costringendo le truppe pontificie ad abbandonare Bologna e la Romagna. A
differenza di quanto era accaduto nel '48, i moti furono saldamente controllati dai moderati e
dagli uomini della Società nazionale, e i governi provvisori che subito si costituirono si
pronunciarono per l'annessione al Piemonte. Dopo Villafranca, il governo sabaudo inviò nelle
regioni liberate dei commissari straordinari. Dopo alcuni mesi di stallo e, dopo la firma in
novembre della pace di Zurigo con l'Austria, in cui non si prendeva in considerazione il
problema delle province insorte, Napoleone III decise di accettare il fatto compiuto. Cavour,
tornato a capo del governo nel gennaio 1860, poté così negoziare la cessione alla Francia di
Nizza e della Savoia in cambio dell'assenso francese alle annessioni nell'Italia centrale. Nel
marzo dello stesso anno, le popolazioni di Emilia, Romagna e Toscana, chiamate a scegliere,
nella forma tipicamente bonapartista del plebiscito, fra l'annessione al Piemonte e la
creazione di regni separati, si pronunciavano a schiacciante maggioranza per la soluzione
unitaria.