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Giancarlo Biguzzi

L’Apocalisse
e i suoi enigmi

Paideia
Giancarlo Biguzzi

L’Apocalisse
e i suoi enigmi

Paideia Editrice
Tutti i diritti sono riservati
© Paideia Editrice, Brescia 2004 ISBN 8 8 .3 9 4 .0 6 9 1 . 3
Indice del volume
15 Premessa

Parte prima
Circostanze storiche
Capitolo 1
21 Un libro contro «Babilonia»:
contro Roma o contro Gerusalemme?
21 1. «Babilonia»
nella storia dell’interpretazione
21 1. Il problema e le alternative
23 2. Da Ireneo a Gioacchino da Fiore
26 3. Da Gioacchino da Fiore all’esegesi contemporanea
29 II. Critica all’ipotesi antiromana
29 1. Difficoltà dell’ipotesi antiromana
32' 2. Configurazione dell’ipotesi antigerosolimitana
36 in. Bilancio circa le due interpretazioni
3é 1. Valutazione dell’ipotesi antigerosolimitana
42 2. Valutazione dell’ipotesi tradizionale
Capitolo 2
47 La terra di Apoc. 13 ,11
e la geografia fisico-politica
47 I. La bestia di Apoc. 13 ,11 e il suo salire dalla terra
47 1. Il «bell’odioso» della Bestia che sale dalla terra
48 2. Il termine -$ir]piov e il simbolismo teriomorfo
49 3. La provenienza «dalla terra»
5i 4 .1 v e r b i x a T a [ 3atvco - à v a ( 3aiv&)
e la sfera di appartenenza
53 II.1 diversi ambiti d’azione delle due bestie
53 1. L ’adorazione della Bestia a dimensione ecumenica
54 2. L ’adorazione della statua della Bestia
in una diversa atmosfera
55 3. L ’adorazione della statua della Bestia
a dimensione regionale

7
56 4. Flagelli distinti per gli adoratori della Bestia
e per il suo trono
57 5. La successione «mare-terra» e l’angelo di Apoc. io
59 6. Quale mare e quale terra
59 h i . La terra di Apoc. 13 ,11
nella storia dell’interpretazione
59 x. Interpretazioni escatologica e storico-ecclesiastica
60 2. Interpretazioni di storia contemporànea
Capitolo 3
63 Le due idolatrie di Apoc. 8-16 a Efeso
63 1. L ’idolatria nel Nuovo Testamento
e nell’Apocalisse
63 1. L ’idolatria nell’esperienza quotidiana delle chiese
63 2. L ’Apocalisse e le due idolatrie
65 11. L ’idolatria tradizionale a Efeso
66 m . Efeso e il culto del sovrano
66 1. Il «neocorato» imperiale di Efeso
sotto Domiziano
69 2. Il tempio efesino
per il culto degli imperatori Flavi
71 3. La statua cultuale di un imperatore Flavio
74 4 .1 giochi domizianei e il culto del sovrano
75 5. La scelta degli spazi come persuasore occulto
75 6. Il culto dell’imperatore
quale nuovo centro di coesione
76 iv. Il tempio imperiale e la datazione dell’Apocalisse
Capitolo 4
79 Giovanni di Patmos, Patmos, e la «persecuzione»
79 1. Giovanni di Patmos - Giovanni a Patmos
79 1. Giovanni di Patmos
82 2. Giovanni a Patmos.
Ipotesi di un soggiorno volontario
85 3 . Giovanni a Patmos.
Ipotesi di un soggiorno obbligato
86 4. Damnatio, deportatio o relegatio
88 5. Il contributo di H.D. Saffrey
90 6. Le autorità municipali e il vagus Giovanni
92 11. Due diverse immagini di «persecuzione»
nell’Apocalisse
92 1. Ostilità locale in Apoc. 1 3‫־‬

8
93 2. La persecuzione extra-asiatica di Apoc. 12-20
94 3. Il grido dei «martiri» in Apoc. 6,9-10
95 ni. Le autorità coinvolte e l’epoca della persecuzione
95 1. Persecuzione reale o crisi «percepita»
96 2. Intolleranza popolare e iniziativa delle autorità
97 3. Persecuzione in Asia, autorità responsabili
e datazione dell’Apocalisse

Parte seconda
Linguaggio
Capitolo 5
i °3 Una grammatica delle immagini
e delle tecniche narrative
104 1. Singolarità delle immagini giovannee
104 1 . 1 canti di descrizione
106 2 ‫״‬. La metamorfosi delle immagini
1 09 11. Singolarità delle tecniche narrative giovannee
1 09 1. Autarchia dei singoli episodi e dettagli
III 2. Le lacune narrative
112 3. Discontinuità negli itinerari
e nell’identità dei protagonisti
113 4. Anomala sequenza dei tempi verbali
115 5. Gli episodi narrati da prospettive complementari
118 6 .1 doppioni d’anticipazione
121 in. Il mondo surreale e onirico di Giovanni
121 1. Un mondo oltre la logica e l’esperienza comune
123 2. Il mondo surreale dell’Apocalisse,
la sua natura e il suo scopo
124 iv. Leggibilità e unitarietà dell’Apocalisse
Capitolo 6
127 I numeri e il loro linguaggio
12 8 1.1 numeri e la perfezione dell’agire divino
12 8 1. Il numero sette in Apoc. 1-3
131 2. Il numero dieci in Apoc. 2
132 3. Il sette di Dio e dell’Agnello in Apoc. 4-22
134 4. Il quattro e il suo simbolismo cosmico
135 5. Il dodici come numero del popolo di Dio
137 11. La triade antidivina
e il risvolto diabolico dei numeri
137 1. La Triade antidivina e la parodia del tre e del sette

9
138 x. Il soprannumero dei dieci corni e diademi
139 3. «Tre e mezzo» come sette dimezzato e mancato
140 in. Calcolare il numero della Bestia (Apoc. 13,18)
140 1. Coinvolgimento del lettore nei calcoli
142 2. Il 666 secondo gli antichi e secondo i moderni
147 3. Bilancio e prospettive circa l’interpretazione del 666
149 4. Tentativi di interpretare il 666
in base al simbolismo del 6
150 5. Il 666 in relazione al dodici e non al sette
Capitolo 7
153 Il caos di Apoc. 22,6-20 e il linguaggio pneumatico
153 1. Il caos, innegabile ma non selvaggio
153 1. Pluralità e intermittenza delle voci
155 2 .1 temi e l’articolazione del testo '
156 3. Il parallelismo tra 22,6-1 o e 22,16-20
159 4. Le tre «strofe» e le voci che interloquiscono
160 11. L ’interlocutore reale in Apoc. 22,6-20
160 1. Attesa della venuta e destinatari reali
161 2. Esortazioni etiche e destinatari reali
163 3. Legittimazione del libro e destinatari reali
164 4. Legittimazione del libro e profeti-fratelli
166 ni. Giovanni e gli ambienti profetici d’Asia
166 1. L ’interferenza delle voci in tutta l’Apocalisse
167 2. L ’ipotesi di U.B. Miiller, Apoc. 22,6-20 e 1 Cor. 14
169 3· La prassi profetica e i rapporti di Giovanni
con i profeti-fratelli

Parte terza
Difficoltà
Capitolo 8
173 Gli angeli delle chiese (Apoc. 2-3)
173 1‫ ׳‬. L ’Apocalisse come «Engelbucb» ‫׳‬
e «gli angeli delle chiese»
173 1. Un libro pieno di angeli
174 2. La difficoltà della formula
175 11. Le interpretazioni, i loro argomenti
e contro-argomenti
175 1. Gli angeli delle chiese come esseri celesti
176 2. Gli angeli delle chiese come controparte celeste
delle chiese

io
1 77 3· Gli angeli delle chiese come uomini
179 4. Tutta la questione è res obscurissima
180 in. Le categorie e i ruoli degli angeli nell’Apocalisse
180 1. Gli angeli della liturgia celeste
180 2. Gli angeli ministri di Dio e del Cristo
182 3. Gli angeli che sovrintendono agli elementi cosmici
183 4. Gli angeli «delle porte»
nella Gerusalemme escatologica
184 iv. La natura degli angeli delle chiese
184 1. Gli angeli delle chiese
come angeli delle dodici tribù
185 2. Gli angeli delle chiese
e gli angeli «degli elementi cosmici»
187 3. Schema dualistico
e sostituzione di cielo e terra nell’escatologia
188 v. Gli angeli delle chiese
nella strategia retorica di Giovanni
188 1. La pari dignità degli angeli di Apoc. 19,10
e 22,8-9 con Giovanni
189 2. La fallibilità e colpevolezza degli angeli
in Apoc. 2,16
191 3. Tanti elogi e nessun rimprovero
in seconda persona plurale
192 4. Angeli fittizi e strategia retorica di Giovanni
Capitolo 9
195 II Drago, la Donna e il Messia (Apoc. 12)
196 1. L ’articolazione del testo e il suo baricentro
1 96 1. L ’articolazione del testo
197 2. Il collegamento delle tre scene
e il baricentro dell’episodio
198 li. Gli attributi e la vicenda della Donna
198 1. L ’alone di luce di sole
199 2. La luna sotto i piedi
200 3. La corona dì dodici stelle
201 4. Le doglie del parto e il seguito della vicenda
della Donna
202 ni. Gli attributi e la vicenda del Drago
202 1. Un drago 7tuppó? e [xÉya!;
204 2. Sette teste, dieci corni, sette diademi
206 3. «Con la coda trascina un terzo delle stelle»
207 4. Il serpente antico, chiamato Diavolo, o Satana

11
5. La vicenda a tre atti del Drago
211 6. Il Drago e gli altri due segni
212 rv. Gli attributi e la vicenda del figlio
2 X2 1. Un figlio che reggerà i popoli con scettro ferreo
2l6 2. Un figlio, un maschio
217 3. Il parto e il rapimento in cielo
220 v. Giovanni di Patmos e i suoi lettori in Apoc. 12
2 20 1. La collocazione del cap. 12 nell’Apocalisse
22 X 2. Un avversario odioso ma nient’affatto invincibile
222 3. In situazione critica ma per un nuovo esodo
223 4. «Non ancora, ma già»
224 vi. Tra interpretazione ecclesiologica e mariologica
224 1. Identità collettiva della Partoriente-Madre
227 2. Un esempio e la formula di Ruperto di Deutz
Capitolo 10
229 L ’Apocalisse e lo spirito di vendetta
229 1. Il problema etico e teologico dell’Apocalisse
22 9 1. La vendetta nell’Apocalisse
e due uomini di lettere
232 2. La vendetta nell’Apocalisse e gli uomini di chiesa
236 il. L ’episodio delle anime degli uccisi
236 1. Il sangue dei servi di Dio
e la richiesto di vendetta (6,9-10)
237 2. La prospettiva di Giovanni e la sua risposto (6,11)
238 3. 1 flagelli dell’ira divina (Apoc. 8-11; 15-16)
239 4. Flagelli medicinali in vista della conversione
24I in. L ’episodio dei Due Testimoni
241 1 . 1 Due Testimoni e la loro attività (11,3-13)
243 2. Non vendetta ma giudizio lasciato a Dio
244 3. Non vendetta ma epilogo pasquale
245 iv. Uno scrittore intemperante
e un retore eccessivo
Capitolo 1 1
249 Apoc. 17
e i riferimenti alla storia contemporanea
249 1. L ’articolazione di Apoc. 17 e le sue contraddizioni
249 1. L ’articolazione del capitolo
251 2. La profezia circa la Bestia e le spiegazioni
253 3. La profezia circa la Prostituta e le spiegazioni
254 4. Le volute contraddizioni del capitolo

12
254 n · La contraddizione e le qualifiche della pome
254 1. La contraddizione dei tre «sgabelli» della Bestia
258 2. Le altre qualifiche della porne
e le motivazioni del giudizio
259 3. La geografia politica presupposta in Apoc. 17
259 ni. Le contraddizioni e le qualifiche della Bestia
259 1. La Bestia «non è, ma salirà dall’abisso»
261 2. Le sette teste sono sette monti ma anche sette re
262 3. La Bestia si identifica con una sua testa
263 4. Una delle sette teste è anche l’ottava
264 iv. Le due profezie di Apoc. 17 e i loro tempi
264 1. La profezia circa la fine della Bestia (Apoc. 17,14)
265 2. La profezia circa il giudizio della porne (Apoc. 17,16)
266 3. Diacronia, sincronia e anacronismi in Apoc. 17
267 v. I possibili riferimenti alla storia contemporanea
267 1. Babilonia, la pome corruttrice e persecutrice
269 2. L ’ottavo re che, colpito a morte,
ritorna per la perdizione
Capitolo 12
273 Il ristabilimento della giustizia e il regno millenario
273 1. 1 mille anni di Apoc. 20,1-10 e il millenarismo
273 1. Il millenarismo dei primi secoli
275 2. Il fronte antimillenarista fino ad Agostino
277 3. Il millenarismo fino ad oggi
277 11. L ’interpretazione millenaristica e Vanalogia fidei
%J7 1. Difficoltà di natura storico-teologica
280 2. Difficoltà circa i tempi della giustizia di Dio
nell’Apocalisse
281 in. Le tecniche narrative in Apoc. 11,1- 13 e il millennio
281 1 . 1 procedimenti narrativi di Apoc.11,1- 13
282 2. Sincronismi di Apoc. 11
e interpretazione di Apoc. 11-20
283 3. Periodizzazione di Apoc. 1 1
e interpretazione del millennio
284 iv. Conclusione sulla linea di Agostino
Conclusioni
287 Un libro di enigmi, di battaglie, di esortazione

291 Indice dei passi citati


299 Indice degli autori moderni

13
Premessa
Per espugnare l’ardua cittadella dell’Apocalisse sono necessarie
più rincorse e più assalti.
Il primo assalto deve mirare alla comprensione del suo im­
pianto globale e della sua trama narrativa. È la difficoltà mag­
giore. Se non la si risolve, la soluzione delle altre difficoltà, che
si possono chiamare «di secondo grado», sarà sempre accesso­
ria e non-risolutiva: a poco serve conoscere qualche albero se
poi ci si perde nella foresta. A quella difficoltà ho dedicato un
ampio studio nel 19961 i cui punti d’arrivo, che qui saranno
come presupposti, sono una mezza dozzina.
Qui, dunque, in pratica si presupporrà che:
1. L ’Apocalisse è articolata in due parti di diversa ampiezza
(opinione maggioritaria tra gli interpreti; l’alternativa è ritene­
re che sia costruita a chiasmo). I capp. 1-3 (prima parte) posso­
no essere intitolati «Il Cristo e le sette chiese d’Asia», e i capp.
4-22 (seconda parte) possono essere intitolati «Piano e inter­
vento di Dio nella storia».2
2. Con le visioni o gli antefatti che li introducono, i quattro
settenari ritmano il testo di Apoc. e dunque devono guidare il
lettore e l’interprete.3 Il settenario dei messaggi alle sette chie-
1 G. Biguzzi, 1 settenari nella struttura dell’Apocalisse. Analisi, storia della
ricerca, interpretazione (RivB.S 31), Bologna 1996.
1 Per la divisione di Apoc. in due parti cf. Biguzzi, Settenari, 281-294.
3 Sui settenari e sulla loro funzione strutturante cf. ibid. 295-310 e G. Bi­
guzzi, La trama narrativa e l’impianto letterario [dell’Apocalisse]: ParV 45
(1, 2000) 13-19 e Id., I settenari dell’Apocalisse■. ParV 45 (3, 2000) 11-14 . Si
ispira ora al criterio dei settenari anche C. Doglio in Logos, 7. Opera Gio­
vannea, Leumann-Torino 2003,137-141. - Nella sua recensione su Biblica
(78 [1997] 294-297) P. Prigent esprime la convinzione che Apoc. non pos­
sa avere un piano o un ordine dal momento che il suo testo è pieno di asim­
metrie e di irregolarità, (p. 296). Prigent aggiunge: «Come dimenticare che
al riguardo si fanno tentativi da ben 20 secoli sènza che alcun piano si sia
mai imposto?» (p. 297). Ma la regola invocata da Prigent comporta la morte
di ogni ricerca.

15
se d’Asia (Apoc. 2-3) è introdotto dalla cristofania di Apoc. 1; il
settenario dei sigilli aperti dall’Agnello (Apoc. 6,1-8,1) è intro­
dotto dalla visione del Trono e del rotolo di Apoc. 4-5; il sette­
nario delle trombe (Apoc. 8,2-11,19) non ha antefatti,1 mentre
l’antefatto del settenario delle coppe (Apoc. 16) è il costituirsi
dell’idolatria della Bestia (Apoc. 12-13[-14]).
3 . 1 settenari di trombe e coppe scatenano i flagelli dell’ira di­
vina sul mondo dell’idolatria dei demoni e degli idoli (settena­
rio delle trombe, cf. 9,20-21) e delPidolatria della Bestia (sette­
nario delle coppe, cf. 16 ,9 .11 ) 2 per indurre i non-servi di Dio
alla conversione - (è soprattutto la mancata comprensione di
questi capitoli centrali che compromette la comprensione di
tutto il libro).
4. D i conseguenza i settenari di trombe e coppe sono da dif­
ferenziare da quello di Apoc. 6-8 perché aprire i sigilli che im­
pediscono la lettura di un rotolo è fare opera di rivelazione, e
non significa invece scatenare flagelli o catastrofi.5
1 II rito degli incensi all’altare celeste in 8,2-5 è il rito d’investitura dei sette
angeli delle trombe (analogo a quello di Apoc. 15 per gli angeli delle cop­
pe), che non costituisce un ciclo di antefatti come quello di Apoc. 12-14.
2 Perle due idolatrie di Apoc. 8-16 cf. Biguzzi ,Settenari, 15 1-16 1, 165-178,
e, qui sotto, il capitolo terzo. - Al riguardo Prigent scrive nella sua recen­
sione: «Biguzzi ha brillantemente messo in luce la specificità dei settenari
delle trombe e delle coppe, al di là dei loro parallelismi» (p. 297) e in L ’Apo-
calypse de Saint Jean. Edition revue et augmentée (CNT 14), Genève 2000,
71 n. 307: «Biguzzi mostra in modo convincente che il settenario delle cop­
pe non è una semplice ripetizione di quello delle trombe: dalla denuncia
deH’idolatria tradizionale si passa all’identificazione del suo nuovo volto,
quello della realtà politico-religiosa del culto imperiale».
3 Cf. Biguzzi, Settenari, 41-48. 118-120. 149. 176-178. - Nonostante qual­
che riconoscimento a questa analisi, nel suo articolo di reazione allo studio
sui settenari (The Opening o f thè Seals: Revelation 6,i-8,6: Bib 79 [1998]
198-220; ora riprodotto in Analecta Biblica 147, Roma 2001, 357-377) J.
Lambrecht resta dell’opinione che anche quello dei sigilli sia un settenario
di flagelli: «È nostra ferma convinzione che, infrangendo i sigilli e aprendo
il libro, l’Agnello non solo rivela il piano escatologico di Dio, ma che la ri­
velazione è anche ‘realizzazione’ ... Quanto alP'azione’, la serie dei sigilli
non è differente dalle altre due: Giovanni considera i tre settenari come tre
serie di castighi» (p. 218). Alla convinzione di Lambrecht si può contrap­
porre che: 1. il quinto sigillo non può essere un flagello, dal momento che
contiene la richiesta di vendetta da parte dei «martiri» e la risposta ad essa
(lo riconosce lo stesso Lambrecht); 2. quella richiesta a Dio di intervenire
colloca nel seguito i flagelli che ne verranno; 3. ma anche il sesto sigillo am-

16
5· Sorprendentemente tre dei quattro settenari sono «aperti
e infranti»: le rivelazioni dell’Agnello terminano in 7 ,11 (a me­
tà del sesto sigillo), i flagelli delle trombe terminano in 9,21 (do­
po il primo dei tre episodi della sesta tromba), e i flagelli delle
coppe terminano in 16 ,11 (quinta coppa).1
6. Giovanni ha scritto per infondere speranza in mezzo alle
difficoltà più che per consolare e, soprattutto, per dare un’iden­
tità forte a comunità cristiane tentate di sincretismo e di com­
promesso.2
La seconda incursione interpretativa in Apoc. va dedicata al­
le difficoltà «di secondo grado» e questo volume si propone di
intraprenderla con i suoi dodici approfondimenti. Il titolo par­
la di «enigmi»: sono gli enigmi che riguardano le circostanze
della composizione (cf. i capitoli 1-4), il linguaggio (cf. i capi­
toli 5-7), e testi o dettagli particolarmente ermetici sui quali si
discute da sempre (cf. i capitoli 8-12). Questo o quel capitolo è
apparso su riviste come Estudios Biblicos (1998), Novum Te-
stamentum (1998, 2003), Liber Annuus (2000), Rivista Biblica
(2001, 2002), Ricerche Storico Bibliche (2002) ma, profonda­
mente rielaborato, qui si integra in una sintesi che non è la sem­
plice somma di scritti precedenti. - Sintesi che è proposta nelle
brevi ultime pagine.
Il primo capitolo cerca preliminarmente di chiarire contro
chi Giovanni scrive il suo libello, perché sapere chi sono i desti­
natari significa sapere come leggere il libro: la scelta è da fare tra
interpretazione antiromana e interpretazione antigiudaica di
Apoc. Il secondo capitolo completa il primo cercando di mette-
bienta nel futuro l’ira divina (prima scena, 6,12-17), parlando della previa
preservazione da essa dei servi di Dio (seconda scena, 7,1-8); 4. quanto ai ca­
valieri dei primi quattro sigilli, è detta la loro comparsa e la loro investitu­
ra (6,1-8) ma essi non entrano in azione, mentre dei flagelli di trombe e cop­
pe sono riferiti sia l’azione che gli effetti.
1 Per i settenari infranti e aperti cf. Biguzzi, Settenari, 217-235. Contro que­
sta analisi Lambrecht, Opening, opta per l’interpretazione quasi-tradizio-
nale deU’inglobamento delle trombe nel settimo sigillo (p. 218), ma da un
lato egli non si occupa dell’analogo problema circa la settima tromba e la
settima coppa e, dall’altro, sembra affidarsi a una petitio principii: «il setti­
mo elemento deve avere a che fare con il compimento e la fine, e quindi co­
stituisce un climax» (p. 206).
2 Cf. il capitolo intitolato «Situazione delle chiese di Asia e strategia reto­
rica di Giovanni», in Biguzzi, Settenari (pp. 311-342).

17
re in luce qual è la geografìa fisico-politica presupposta in Apoc.
13 e Apoc. 18. Il capitolo terzo illustra l’idolatria «dei demoni e
degli idoli» a partire dalPArtemision efesino e l’idolatria «della
Bestia» a partire dall’attività edilizia che in epoca domizianea
sconvolse la metropoli di Efeso per dotarvi di nuovi spazi il cul­
to del sovrano. Il quarto capitolo conclude gli approfondimen­
ti circa la composizione dell’Apocalisse occupandosi dell’auto­
re, del suo soggiorno obbligato a Patmos e, a più largo raggio,
della «persecuzione» cui qua e là Apoc. fa riferimento.
Per i capitoli dedicati alle difficoltà del linguaggio giovanneo,
il quinto capitolo tenta di inventariare e di ridurre a sistema le
eccentricità sia nelle immagini che nelle narrazioni giovannee.
Il sesto capitolo raccoglie in sistema, invece, e cerca di interpre­
tare i numeri cardinali, ordinali e frazionali di Apoc., compreso
il numero del nome della Bestia, il 666 di Apoc. 13,18. Il settimo
capitolo cerca di spiegare nel quadro del carismatismo proto­
cristiano l’interferenza di una voce sull’altra nell’ultima pagina
di Apoc.
Quanto al terzo blocco di capitoli, infine, l’ottavo classifica e
valuta le interpretazioni che nella storia sono state date della
formula «All’angelo della chiesa di...» con cui iniziano i sette
messaggi di Apoc. 2-3. Il nono capitolo prova a diradare il pol­
verone esegetico sollevato nei secoli attorno alla Donna di
Apoc. 12. Il decimo capitolo discute l’accusa solitamente rivol­
ta all’Apocalisse di essere un libro di odio e di vendetta. L ’undi­
cesimo capitolo studia il difficile testo di Apoc. ly, quello in cui
l’angelus interpres introduce Giovanni al «mistero» della Gran­
de Prostituta e della Bestia che la porta. Il dodicesimo e ultimo
capitolo si occupa delia difficoltà storico-ideologica per eccel­
lenza di Apoc., e cioè del regno millenario.
Ogni enigma è una difficoltà e insieme un piacere: voglia il
cielo che anche allo studio degli enigmi dell’Apocalisse non
manchi la piacevolezza del gioco e della scoperta così come non
mancano le difficoltà.
Parte prima

Circostanze storiche
Capitolo i

Un libro contro «Babilonia»:


contro Roma o contro
Gerusalemme?
I. «B A B ILO N IA »
N E LL A STO RIA D E L L ’ IN T E R PR ET A Z IO N E

i. Il problema e le alternative

La Grande Prostituta di Apoc. 17 reca scritto sulla fronte il no­


me «Babilonia», nome che per il lettore è un «mistero» da in­
terpretare (v. 5). Quel nome ricorre una prima volta in 14,8 e
una seconda volta in 16,19, ma P °i Babilonia riempie di sé i ca­
pitoli 17 e 18 o appunto come «Grande Prostituta» o come cit­
tà sulle cui rovine fumanti si levano lamenti funebri e grida di
gioia. Pur non contenendone il nome, anche i capitoli 1 1 e 13
sono collegabili con «Babilonia» perché in 11,8 ricorre l'espres­
sione «la Grande Città» con cui poi ripetutamente si designa
Babilonia (17,18 ; 18 ,10 .16 .18 .19 .2 1),eperché 11,7 e 13 ,1-io p o r-
tano in scena la Bestia sulla quale siederà la «Prostituta-Babi­
lonia» di 17 ,1. L ’identificazione di Babilonia, comunque, non
coinvolge soltanto questi sia pur ampi contesti di Apoc., perché
Babilonia e la Bestia personificano le forze del male contro cui
Giovanni di Patmos conduce tutta la sua aspra battaglia così
che questa o quella identificazione è decisiva per l’interpreta­
zione dell’intero libro.
Le identificazioni proposte nei secoli si possono ricondurre
a cinque: x. «Babilonia» è la Babilonia storica, la città che sor­
geva un tempo sulle rive dell’Eufrate, la quale dovrà essere ri­
costruita così che poi alla fine dei tempi possano realizzarsi le
finora incompiute profezie di Isaia (13 ,1 ss.; 21,9 ss.; 47-48),
Geremia (50-51) e, appunto, di Apoc.',1 2. «Babilonia» va intc-

1 Per esempio secondo K.M. Alien, The Rebuilding and Destruction o f Ba-
bylon: BSac 133 (1976) 19-27, Babilonia risorgerà dalle sue attuali rovine,
sarà il quartier generale dell’Anticristo e sarà definitivamente distrutta nel
gran giorno del Signore (pp. 19-20). Secondo C.H. Dyer, The Identity of

21
sa atemporalmente come simbolo della città di Satana che nel
corso di tutta la storia combatte contro Dio e contro il C risto;1
3. «Babilonia» va intesa come simbolo delle forze del male che
combatteranno contro Dio e contro il Cristo nella crisi escato­
logica;2 4. «Babilonia» è la Roma del culto imperiale e della per­
secuzione anticristiana di Nerone o Domiziano;3 5. «Babilo­
nia» è la Gerusalemme che aveva rifiutato e messo a morte il
Cristo, e che al tempo di Giovanni viveva le attese messianiche
in chiave politica.4
Babylon in Revelation 17-18: BSac 144 (1987) 308-316.433-449, risorta dal­
le rovine, Babilonia sarà poi distrutta dallo stesso Anticristo (p. 449).
1 Tra gli antichi cf. soprattutto Agostino, che vedeva in Apoc. la lotta tra la
civitas diaboli e la civitas Dei fino alla parousia (per totum hoc tempm,
quod liber iste complectitur, a primo scilicet adventu Cbristi usque in sae-
culifinem, quo erit secundus eius adventus, Civ. 20,8,1). Tra i moderni cf.
M. Rissi, Die Hure Babylon und die Verfiihrung der Heiligen. Eine Studie
zur Apokalypse des Johannes (BWANT), Stuttgart-Berlin-Kòln 1995, 58
(Babilonia è la comunità mondiale degli ingannati e degli ingannatori, im­
magine di contrasto con la comunità dei santi); G.K. Beale, The Book of
Revelation (NIGTC), Grand Rapids 1999, 885-886 (Babilonia è il corrot­
to sistema economico-religioso mondiale).
2 Cf. Th. Zahn, Die Offenbarung des Johannes il, Leipzig-Erlangen 1926,
450 (La bestia che sorge dal mare è l’Anticristo della fine dei tempi); J.
Sickenberger, Die Johannesapokalypse und Rom: BZ 17 (1925-1926) 280
(Babilonia vive ora nelle grandi metropoli del regno antidivino e la sua
scellerataggine esploderà con particolare veemenza alla fine dei tempi); E.
Lohmeyer, Die Offenbarung des Johannes (HNT 16), Tubingen 1926 ,112
(le due bestie sono il nemico di Dio per eccellenza degli ultimi tempi); W.
Foerster, -Siqptov, G LN T iv, Brescia 1968 (Stuttgart 1938) 504. 506 (la pri­
ma bestia è l’Anticristo, la seconda è il falso profeta della fine dei tempi).
3 Tra i moltissimi, a titolo di esempio, cf. H. Rongy, Rome au chapitre
X V II de l ’Apocalypse: REccl(Liège) 23 (1931-1932) 31 («La donna, la gran­
de prostituta, è Roma»); M. Dibelius, Rom und die Christen im ersten
Jahrhundert, in Botschaft und Geschichte. Gesammelte Aufsdtze 11, Tubin-
gen 1956, 219 («Roma, e solo Roma, è la città dell’assassinio del Cristo...
Troppo chiara è l’allusione ai sette colli»); R.H. Mounce, The Book o f Rev­
elation (NICNT), Grand Rapids 1977, 313-314 («Dai tempi di Servio Tul­
lio Roma era una urbs septicollis»); J.C. Wilson, The Problem o f thè Do­
minarne Date o f Revelation: NTS 39 (1993) 599 (nessuno mette in dubbio
l’identificazione di Babilonia con Roma); J. Lambrecht, The People o f God
in thè Book o f Revelation, in Collected Studies on Pauline Literature and
on thè Book o f Revelation (AnB 147), Roma 2001, 385 («Non sono possi­
bili dubbi: con Babilonia Giovanni intende la Roma imperiale, potente ed
anticristiana»).
4 Cf. gli autori passati in rassegna sotto, al paragrafo 11,1-2.

22
Per escludere le prime tre interpretazioni - atemporali o
escatologiche - , basta richiamarsi a 17,10 dove Pecruv di ó eiq
èc'uv «uno [dei sette monarchi] ‘è’ [presentemente]» ambienta
la vicenda di Apoc. nel tempo stesso di Giovanni.1 L ’alternati­
va si pone dunque soltanto tra interpretazione antiromana e in­
terpretazione antigerosolimitana.

2. Da Ireneo a Gioacchino da Fiore


La storia dell’interpretazione per noi comincia con Ireneo (Lio­
ne, Gallia, 130-200 ca.). Nel quinto libro At\YAdversus haere-
ses, dedicato alla vittoria del Cristo suH’anticristo e al suo re­
gno millenario, Ireneo riferisce tre interpretazioni correnti al
suo tempo, del numero della Bestia2 la quale, come è noto e
come s’è già visto, è collegata con Babilonia. I tre nomi con i
quali si interpretava il 666 sono: suav$a<;, Àaietvo!; e Tetxav. Il
primo sarebbe la libera traduzione in greco del nome del pro­
curatore della Giudea dal 64 al 66 d.C., Gessio Floro, la cui ge­
stione della politica palestinese portò alla rivolta dell’anno 66:
da una parte euav$a<;, è composto con eu- e -av‫׳‬Soc, «fiore»,3 e,

1 Cf. L. Brun, Die romiseben Kaiser in der Apokalypse: ZNW 26 (1927)


129 (bisogna prendere sul serio lo ‘Uno è’), e soprattutto H. Rongy, L ’ex-
plication escbatologiqne de l ’Apocalypse: REccl(Liège) 23 (1931-15)32) 161.
164 e. passim (Ambientando la bestia dalle sette teste nella propria epoca,
Giovanni preclude l’interpretazione profetica: se intendesse parlare del fu­
turo, perché distinguere nella successione dei sette sovrani-teste il passato,
il presente ed il futuro, e perché collocare se stesso al tempo del sesto?).
2 Ireneo, Haer. 5,28-30. Si tratta di interpretazioni gematriche, e cioè basate
sul conteggio del valore numerico delle lettere che compongono il nome.
3 £’j av‫״‬Sac, che significherebbe dunque «ben fiorito», è inusitato perché nel­
la letteratura greca sono documentati soltanto: 1. l’aggettivo eùav&rjc, «flo­
rido, fiorente, fiorito», detto di un campo o di un luogo pieno di fiori (Teo-
gnide, Eleg. 1, 1200, e rispettivamente Platone, Symp. !96b); detto o di un
colore smagliante (Platone, Phaed. iood), di un vestito dai colori vivaci
(Luciano, Rbet. Praec. 15,17), 0 di persone nel fiore della giovinezza (Ari­
stofane, Nub. 1002, e Plutarco, Consol. ad Apoll. i2oa-3); 2. il nome di per­
sona Eùàv'Jrfi per «Evante», il figlio di Dioniso e di Arianna (Odyss. 9,197;
Plutarco, Sol. 11,2.3); 0 3 4 ‫ ·־‬Eùav$Yj, Eùàv-Seu^ (nome di donna e rispetti­
vamente di uomo, Anth. Palat. 6,165.7; 6,129.4). Quanto a florus, oltre che
nome proprio di persona, è aggettivo che significa «fiorente, prosperoso»
ed è usato per parlare dell’aspetto dei frutti (Q. Gargilio Marziale, De ar-
boribuspomiferis 2,11 ), ma poi anche per la criniera degli animali (Aulo Gel-

23
dall’altra, Florus c riconducibile a flos, -ris, «fiore».1 Il secondo
nome, XaTetvo;, rimanda ovviamente all’impero romano, tanto
è vero che lo stesso Ireneo scrive: «quel termine significa l’ulti­
mo regno. I Latini sono infatti quelli che ora regnano (‫־‬k azsi-
voi; nomen valde verisimile est, quoniam novissimum regnurn
hoc habet vocabulum. Latini enim sunt qui nunc regnarti)».1 Il
terzo nome evoca non solo i Titani della mitologia greco-lati­
na ma anche il culto del sole.3 Ad Ireneo ‫׳‬rei-rav piace più che i
due nomi precedenti perché non rimanda a nessun protagoni­
sta del suo tempo, e tuttavia la sua preferenza va all’interpreta-
zionc simbolica del 666 secondo la quale il numero significhe­
rebbe la ricapitolazione di ogni iniquità. In conclusione, le in­
terpretazioni più o meno tradizionali che Ireneo riporta sono
abbastanza chiaramente politiche (la Bestia e un re, anzi un ti­
ranno), antipagane e antidolatriche (la Bestia ha a che fare con
la mitologia greco-romana) e, in particolare, sono antiromane
(la Bestia è l’impero latino, e la Roma che aveva provocato la
ribellione del 66 d.C.).
Dopo Ireneo, va ricordato Vittorino di Poetovio (fine in
sec.)4 perché in tre passi del suo commentario, che è il più an-
lio, Noctes Atticae 3,9.3.2), o per i capelli dell’uomo (Pacuvio 19; Virgilio,
Aen. 12, 605).
1 Così F.H. Colson, Euanthas: JTS 17 (1916) 100-101, che circa l’odiosità
di Gessio Floro cita Flavio Giuseppe e Tacito (duravit tamen patientia
Iudaeis usque ad Flomm procuratorem). Sulla scia di Colson, cf. J. Bonsir-
ven, L'Apocalypse de Saint Jean (VS 16), Paris 1951, 235-236 n. 1. - Per
molti autori suav-Sa!; è invece un nome senza significato: cf. H.B. Swete,
The Apocalypse o f St. John, London 21907 (, 1906) 175 («l’impossibile
termine £uav3‫׳‬a?»); W. Barclay, Revelation X III: ExpT 70 (1959) 295 («su-
av-Sat; è in se stesso senza significato»); J. Massyngberde Ford, Revela­
tion. Introduction, Translation and Commentary (AB 38), Garden City
41980 (’ 1975) 226 («Euantas è senza significato»); E. Lupieri, L ’Apocalisse
di Giovanni (SGL), Milano 1999,216: «suavSa? non ha per noi alcun signi­
ficato riconoscibile e sembra introdotto da Ireneo per mostrare che esisto­
no nomi il cui calcolo è 666, ma che non sono significativi».
2 Ireneo, Haer. 5,30,3.
3 Cf. poi per esempio anche la recensio Victorini (Teitan, quern gentiles So-
lem Phoebumque appellant, PI. Suppl. 1, 157), o Bruno di Segni (Tetan,
quod dicitur sol, PL 165,677 b ).
4 La comune opinione che Vittorino sia morto martire sotto Diocleziano
nel 303-304 è stata messa in dubbio da M. Dulaey, Victorin de Poetovio,
premier exégete latin I-II, Paris 1993, e da R. Gryson, Les commentaires

24
tico di quelli giunti fino a noi, dà all’interpretazione antiroma­
na la forma che poi diventerà classica. Commentando 16,19,
Vittorino scrive laconicamente ed esplicitamente: m ina Baby-
lonis, id est civitatis Romanae. Commentando 17,9, Vittorino
scrive: Capita septem [.sunt] septem montes, super quos mulier
sedet: id est civitas Romana, et reges septem sunt.1 Infine, com­
mentando 17 ,11 congiuntamente a 13,3, Vittorino vede un’al­
lusione alla leggenda del Nero redivivus nella testa della Bestia
colpita a morte ma poi guarita. Egli prima scrive: cum ille [il
Nero redivivus] mouerit ab oriente, mittentur ab urbe Roma­
na cum exercitibus suis, e poi aggiunge: Unum autem de capiti-
bus quasi occisum in mortem et plagam mortis eius curatam,
Neronem dicit. Constai enim, dum insequeretur eum equitatus
missus a senatu, ipsum sibi gulam succidisse. H unc ergo suscita-
tum Deus mittet.1 Per Vittorino dunque l’Apocalisse si scaglia
contro la Roma dei proverbiali sette colli, la Roma degli impe­
ratori e del Nero redivivus e redux?

palristiques latins de l ’Apocalypse: RTLouv 28 (!997), 305-311 (la morte


di Vittorino sarebbe da anticipare di circa 20 anni). - Poetovio (o Petovio,
0 Petavium), sulla Drava, nella Pannonia superiore, di cui Vittorino era ve­
scovo, oggi è Ptuj, in Slovenia, non più in Austria come vorrebbe A. Yar-
bro Collins, Crisis and Catharsis: The Power o f thè Apocalypse, Philadel-
phia 1984, 55. Ptuj appartenne bensì all’Austria, ma al tempo dell’impero
austrungarico. Da quel tempo, quando il nome tedesco di Ptuj era Pettau,
è comunque rimasto l’uso di scrivere «Vittorino ‘di Pettau'».
1 A questo secondo testo Vittorino fa seguire il conteggio dei sette re di
17,10, dei quali i primi cinque sarebbero gli imperatori che vanno da Gal-
ba a Tito, il sesto sarebbe Domiziano sotto il cui principato Apoc. sarebbe
stata scritta, il settimo sarebbe Nerva, e «Nerone» sarebbe l’ottavo (PL
Suppl. 1 ,1 5 5 ) .
2 Cf. PL Suppl. 1, 140 (prima citazione), 155 (seconda citazione), 155-156
(terza e quarta citazione). - È possibile che Vittorino proponga un’inter­
pretazione non sua ma tradizionale dal momento che talvolta rimanda agli
antichi interpreti: cf. il Veteres nostri iradidemnt ecc. di PL Suppl. 1,146.
3 In definitiva è la Roma che perseguita i cristiani. Vittorino infatti fa fre­
quente riferimento alla persecuzione: cf. Vintolerabìlìs persecutio e i perse-
cutores di cui parla commentando 7,2 e 13,3 (PL Suppl. 1, 137. 156), e ciò
che, con riferimento al senato romano, egli scrive a commento della pro­
stituta ebbra del sangue dei martiri cristiani: Omnes enim. passiones sane-
torum ex decreto senatus illius [merelricis\ semper sunt consummatae, et
omne contra fideipraedicationem iam lata indulgentia ipsa dedit decretum
in uniuersis gentibus (PL Suppl. 1,16 1).

25
Quest’interpretazione fu a lungo seguita sia in Oriente che
in Occidente. Per l’Oriente si possono citare gli interpreti che,
secondo Andrea di Cesarea (fine vi secolo, inizio v i i ), vedono
nella Prostituta di Apoc. 17 la Roma dei sette colli: «Alcuni han­
no interpretato questa meretrice come la vecchia Roma che sor­
ge su sette monti», c per l’Occidente quelli cui rimanda Cas-
siodoro ( f 580 ca.): meretrix illa... quam nonnulli de Romana
volunt intelligere civitate quae supra septem montes sedet, et
mundum singolari dicione possidet.1 In Occidente l’interpreta­
zione antiromana fu pian piano sostituita dall’esegesi moraliz­
zante del donatista Ticonio, che ebbe grande influsso su san-
t’Agostino. Ticonio (scripsit 385, f 390 ca.) e Agostino ( f 430)
infatti videro in Apoc. non uno scritto che riflette la situazione
storica contemporanea all’autore, ma il libro dell’eterno scon­
tro tra la città di Satana e la città di Dio. Quest’interpretazione
atemporale, che permise di superare il lacerante scontro tra mil­
lenaristi e antimillenaristi e quindi di propiziare la definitiva ac­
coglienza di Apoc. nel canone, ispirò l’esegesi di Apoc. per qua­
si mille anni, fino a Martino di Leon (xm secolo),2 fino a quan­
do cioè non irruppe sulla scena Gioacchino da Fiore ( f 1202)
secondo il quale in Apoc. sono profetizzate le varie epoche del­
la chiesa.

3. Da Gioacchino da Fiore
all'esegesi contemporanea
Fatta propria dallo spiritualismo estremizzante francescano di
Pier di Giovanni Olivi (f 1298) e di Ubertino di Casale (‫־‬j1328 ‫־‬
ca.), l’interpretazione kirchengeschichtlich di Gioacchino3 fu

1 Andrea, PG 106, 373D; Cassiodoro, PL 70, 1414A . - L ’interpretazione


antiromana si trova due volte in Tertulliano (Sic et Babylon etiam apud
Ioannem nostrum, Romanae urbis figura est, Adv. Marc. 13; PL 2, 339C;
Adv. Iud. 9; PL 2, 620B), e poi per esempio nel poeta Commodiano (di
difficile collocazione cronologica tra in e v secolo); cf. Carmen 825-828.
935; Instruct. 4 1,6 ,1 1- 12 ; in Primasio di Adrumetum (Romam quae super
septem montes praesidet significans, PL 68, 899C), e Berengaudo (ix o,
meglio, x ii secolo,fomicariam Romam vocat, PL 17 , ioood).
2 Sul grande influsso di Ticonio e sulla sua sequela cattolica, cf. Biguzzi,
Settenari, 59-65.
3 Su questo metodo d’interpretazione cf. H. Rongy, L ’application de l’Apo-

26
poi usata e abusata nei secoli delle controversie confessionali
tra protestanti e anglicani da una parte, e cattolici romani dal­
l’altra. Come è noto, gli uni leggevano nel numero 666 il papa­
to (per esempio ιταλική εκκλησία, παπεισκος) e gli altri invece
il movimento luterano (per esempio λου-δερανα).1 I repertori di
storia della ricerca di Apoc. dicono però anche che proprio in
quest’epoca, da una parte si ritornò all’interpretazione antiro­
mana e, dall’altra, si inaugurò quella antigerosolimitana.
Secondo le rassegne storiche dell’interpretazione di Apoc.,
l’orientalista protestante svizzero Th. Buchmann (o Bibliander,
1504-1564; scripsit 1549) vide l’impero romano nella Bestia, la
morte di Nerone nella ferita mortale di 13,3, la restaurazione
dell’impero ad opera di Vespasiano nella guarigione di quella
ferita, e gli imperatori romani da Galba a Nerva nei sette re di
17 ,10 -11 (l’ottavo sarebbe Traiano).2 Sarebbe stato comunque
il gesuita spagnolo J. de Mariana (1536-1624; scripsit 1619), a se­
gnare il pieno e definitivo ritorno alla saga del Nero redivivus3
e a mettere i Due Testimoni di Apoc. 11 in riferimento con la
morte di Pietro e Paolo nella persecuzione neroniana del 64
d.C. Sempre secondo de Mariana nelle sette teste della Bestia
sarebbero da ravvisare gli imperatori romani da Caligola a N e r­
va, con l’omissione dei tre imperatori del 68-69. L ’interpreta­
zione antiromana di Apoc. si rafforzò poi nel xvm secolo con
J.S. Semler (1766), H. Corrodi (1783), J.S. Herrenschneider
calypse à l’histoire universelle de l ’Eglise: REccl(Liège) 23 (1931-1932) 92-
96, e il giudizio severo di E.-B. Allo, Saint Jean. L'Apocalypse (EtB), Paris
1921, ccxxxn: «Questo sistema interpretativo misconosce più di qualsiasi
altro lo scopo e lo spirito di Giovanni». - Tutto all’opposto e saggiamen­
te, come s’è visto Ireneo preferiva l'interpretazione che meno parlasse di
protagonisti del suo tempo.
! Cf. Barclay, Revelation X III, 295-296.
2W. Bousset, Die Offenbarung Johannis (KEKNT), Gòttingen 61906
(11896) 87, e, sulla sua scia, Lupieri, Apocalisse, xxni n. 3. - Per gli autori
di questo periodo, le cui opere sono spesso difficilmente reperibili, tutti at­
tingono alle rassegne storiche dei commentari di Bousset (1896) e di Allo
(1921).
3 Cf. Bousset, Offenbarung, 95, secondo il quale Mariana, con la pruden­
ziale aggiunta: «Si quis meliora attulerit, gratias habeo», rimanda a Vitto­
rino, Girolamo e Sulpizio Severo. - Su J. de Mariana, storico, umanista,
filantropo e filosofo, cf. M. de los Rios, E l P. Juan de Mariana, escritura-
rio: EstB 2 (1943) 279-289; 3 (1935) 34 7-36 3·

2-7
(1786), J.G . Eichhorn (1791), ecc.,1 fino a che non divenne un
quasi-dogma esegetico nel corso del 1800 ad opera per esem­
pio di F. Liicke (1832), W.M.L. de Wette (1848), H. Ewald
(1862), E. Renan (1873). U n’importante conferma all’ipotesi
era nel frattempo venuta dall’interpretazione del numero, della
Bestia con nrwn qsr («Nerone imperatore», in lettere ebrai­
che), data negli anni 30 da quattro autori, ognuno indipenden­
temente dall’altro.2
Quanto invece al sorgere dell’interpretazione antigerosoli­
mitana, il geronimita belga J. Henten (scripsit 1545) per primo
parlò di synagogae abrogatio per Apoc. 1 - 1 1 vedendo la distru­
zione di Gerusalemme in Apoc. 1 1 , e di excidium gentilismi per
Apoc. 12-22. In questa interpretazione «antigiudaica», anche se
parziale, Henten fu seguito tra gli altri dai gesuiti spagnoli A.
Salmeron (t 1585) e L. de Alcazar (t 1613), dei quali il secon­
do ebbe imitatori fino al xix secolo, sia tra i cattolici che tra i
protestanti (H. Grotius, o Van de Groot, 1644; H. Hammond,
1653; D. Herve, 1684 ecc.).3 Il primo a vedere Gerusalemme
nella Babilonia di Apoc. sarebbe stato però il gesuita francese J.
Hardouin (1646-1729) secondo il quale, addirittura, i sette mes­
saggi di Apoc. 2-3 sarebbero indirizzati ai giudeo-cristiani di
Gerusalemme.4 Sulla stessa linea, il calvinista francese F. Abau-
1 Cf. Bousset, Offenbarung, 104-106.
2 L ’informazione si trova in Bousset, Offenbarung, 105-106, e Allo, Apo-
calypse, c c x l . - La scrittura difettiva q s r (invece di q y s r ) che costituiva
una difficoltà per l’accettazione dell’ipotesi, è stata poi confermata da uno
dei documenti di Wadi Murabba'at (DJD n, nr. 18, tav. xxix), come docu­
menta D.R. Hillers, Revelation 13,18 and a Scroll from Murabba'at: BA
SOR nr. 170 (1963) 65.
3 Su Henten (che scrisse non un commentario, ma una prefazione al com­
mentario di Areta di Cesarea), sulla sua precisa identità, sull’esegesi di Sal­
meron e Alcazar e su tutta la loro sequela, cf. H. Rongy, L ’application de
l ’Apocalypse à l ’Egliseprimitive: REccl(Liègc) 23 (1931-1932), 220-224.
4 Cf. Lupicri, Apocalisse, xxiv, che scrive: «Il dotto gesuita francese Jean
Hardouin... è convinto che l’Apocalisse debba essere situata in ambiente
palestinese: le sette lettere erano indirizzate ai giudeocristiani di Gerusa­
lemme e, sebbene le sette teste della bestia fossero altrettanti imperatòri
romani sino a Nerone, Babilonia era Gerusalemme». - J. Hardouin fu
uomo enciclopedico ma bizzarro, convinto per esempio che, tranne alcu­
ne opere di Cicerone, di Virgilio e di Orazio, tutti gli altri scritti che pas­
sano per antichi sono invece falsificazioni del xm secolo. Su di lui cf. G.
Sommervogel, Hardouin Jean, DB in, Paris 1910, 427.

28
zit (1679-1767) identificò la Bestia con il Sinedrio giudaico, i
sette monti di 17,9 con le sette colline su cui sarebbe costruita
Gerusalemme, la distruzione di Babilonia con la caduta di G e­
rusalemme e le sette teste della Bestia con gli ultimi sette som­
mi sacerdoti.1 È però solo nel xx secolo che l’interpretazione
antigerosolimitana di Apoc. ha raccolto il consenso di circa una
quindicina di autori.
Di questa nuova interpretazione qui sotto si presenterà pri­
ma la pars destruens elencando gli argomenti in essa portati
contro l’interpretazione di «Babilonia-Roma», e poi la pars con-
struens descrivendo le versioni più rappresentative della nuova
ipotesi.

II. C R IT IC A a l l ’ip o t e s i AN TIRO M AN A

i . Difficoltà dell'ipotesi antiromana


Un primo gruppo di argomenti contro l’interpretazione anti­
romana di Apoc. viene ricavato dalla situazione storica in cui
fu scritta l’Apocalisse e dall’atteggiamento del resto degli scrit­
ti neotestamentari nei confronti di Roma. La pretesa ostilità di
Apoc. contro Roma, per esempio, non concorda con Rom. 13,
1-7, con j Pt. 2,13-14 , con 1 Tim. 2,1-3 ecc-> raccomandano
la sottomissione alle autorità costituite, ovviamente dell’impe­
ro e delle sue province, e di pregare per loro.2 Allo stesso mo­
do, si dice, l’interpretazione antiromana è basata sulla pretesa
persecuzione di Domiziano e sul preteso incremento da lui da­
to al culto imperiale, ma nel 1 secolo l’unica persecuzione fu
quella di Nerone che tra l’altro non oltrepassò i confini di R o ­
ma,3 e sotto Domiziano non si costruirono affatto più templi
del culto imperiale di quanti non se ne costruissero sotto gli im-
1 Cf. Bousset, Offenbarung, 102, e, sulla sua scia, Lupieri, Apocalisse, xxiv.
- Lo scritto di Abauzit, pubblicato postumo da J.B. de Mirabau a Ginevra
nel 1770, era intitolato Essai sur l ’Apocalypse. Su Abauzit cf. E. Levesque,
Abauzit, Firmin: DB 1, Paris 1894, 17-18; Y. de la Brière, Le prof esseur de
théologie du «vicaire savoyarde» de Rousseau: Firmin Abauzit, de Genève:
RSR 14 (1924) 447-453.
2 Cf. R. De Water, Reconsidenng thè Beastfrom thè Sea (Rev. 13,1): NTS
46 (2000) 246 (i vangeli, Atti, 1 Pt., Ep. Barn., 1 Clem., Melitone ecc. non
confermano l’idea dell’impero romano come bestia-persecutore).
3 Ibid. 250.

29
peratori sia precedenti che seguenti.1 In terzo luogo, se davve­
ro a differenza degli altri scritti del i secolo Apoc. fosse uno
scritto antiromano, non si comprende quale evento storico p o­
trebbe essere all’origine del cambio di atteggiamento nei con­
fronti di Roma, da attribuire a Giovanni di Patmos.2
Un secondo gruppo di argomenti è tratto dai titoli e dalle
immagini con cui Giovanni parla di Babilonia in Apoc. 17-18 .
Babilonia è chiamata «prostituta», «Grande Prostituta», «Ma­
dre delle prostituzioni». E allora: «se l’alleanza con y h w h fa di
Israele il suo popolo e la sua sposa, come può una nazione che
non è Israele essere chiamata ‘Prostituta’ ? È l’alleanza che fa la
sposa, e la sua rottura fa l’adultera». Di conseguenza «convin­
ce poco che Roma sia pensata prostituirsi con l’impero roma­
no, mentre è più convincente che Giovanni lamenti, in toni tra­
dizionali, la prostituzione di Israele, ovvero di Gerusalemme,
con il potere pagano».3 Di Babilonia Apoc. dice poi che è «eb­
bra del sangue dei santi» (17,6) o che in essa «fu trovato il san­
gue dei profeti e dei santi» (18,24), ma fu Gerusalemme e non
Roma che uccise i profeti, secondo l’accusa stessa di Gesù (Mt.
23 ecc.).4 Infine, Roma non è mai nominata in Apoc., mentre la
nuova Gerusalemme ha grande parte nel finale del libro e la sim­
metria che esiste tra Apoc. 17-18 e Apoc. 21 suggerisce di vede­
re in Babilonia la Gerusalemme storica come controparte della
nuova Gerusalemme.5
In terzo luogo, non si adatterebbero all’interpretazione anti­
romana questo o quel dettaglio di Apoc. 17. Poiché per esem­
pio la Prostituta siede sulla Bestia, ne verrebbe che Roma siede
su Roma, e, poiché secondo 17,16 la Bestia distruggerà Babilo­
nia, ne verrebbe che Roma distrugge Roma.6 Il ricorso alla sa-
1 Cf. L.L. Thompson, The Book o f Revelation. Apocalypse and Empire,
New York - Oxford 1990, 104-107; D. Warden, Imperiai Persecution and
thè Dating o f 1 Peter and Revelation·. JETS 34 (1991) 207-208; De Water,
Reconsidering, 246. 2 Sickenberger, Rom, 275.
3 Massyngberde Ford, Revelation, 285, e rispettivamente Lupieri, Apoca­
lisse, 2j2. 4 Cf. Massyngberde Ford, Revelation, 286-288.
5 Ihid. 286; A. Nicacci, La Grande Prostituta e la sposa dell’Agnello, in L.
Padovese (ed.), VI Simposio di Efeso su S. Giovanni Apostolo, Roma 1996,
137‫ ־‬1 39·
6 Per il primo argomento cf. Massyngberde Ford, Revelation, 285; per il
secondo cf. Ph. Carrington, The Meaning of Revelation, London 1931,

30
ga del Nero redivivus poi, «invece di risolvere le difficoltà, non
fa che aggiungerne delle altre».1 Infatti, da un Iato la leggenda
che parlava di ritorno dai morti per Nerone sarebbe posteriore
a Traiano e, dall’altro, si dovrebbe pensare che Giovanni ha fu­
so due diverse versioni della saga, una positiva in cui il ritorno
di Nerone era desiderato dalle folle e una negativa secondo cui
Nerone sarebbe ritornato in Domiziano, suo odioso successo­
re.2 Una difficoltà viene anche dall’espressione k~xh. opr) di 17,
9 la quale è sconosciuta nella lingua greca in riferimento ai set­
te colli di Roma: gli scrittori greci poi usavano l’ aggettivo èn-
'zó.'Xocpoc, invece del mai ricorrente érTaopoc.3 Infine si fa nota­
re la manifesta incapacità, nell’ipotesi antiromana, di conteggia­
re in modo soddisfacente i sette re o imperatori di 17,10: «Le
ipotesi di soluzione che su queste parole si accavallano a getto
continuo non fanno che confermare l’inutilità dei tentativi di
far coincidere totalmente l’ottica d d l’Apocalisse con quella
temporale e storica».4
L ’argomento più forte contro l’interpretazione antiromana
è comunque quello per cui l’Apocalisse designa con l’epiteto
di «Grande Città» sia Babilonia, come si è appena visto, sia la
città di 11,8 la quale non può essere altro che Gerusalemme dal
momento che è la città del santuario e dell’altare (v. 1), la città
santa (v. 2) e, soprattutto, la città nella quale «il loro Signore
[dei Due Testimoni] è stato crocefisso» (v. 8).5
274; Nicacci, Grande Prostituta, 142 («[da 17,12] deriverebbe che Roma
distrugge Roma»).
1 Cosi E. Corsini, Apocalisse prima e dopo, Torino 1980, 450.
2 Così Lupieri, Apocalisse, 205-206. - Di fatto questa è l’interpretazione di
R.J. Bauckham, The Climax o f Prophecy. Studies on thè Book o f Revela-
tion, Edinburgh 1993, 431-441, che poi distingue tra il risanamento della
ferita (Apoc: 13) come parodia della resurrezione del Cristo, e il riemerge­
re dall’abisso della Bestia (Apoc. 17) come parodia invece della parousia.
3 Così Lupieri, Apocalisse, 271.
4 Così Corsini, Apocalisse, 443, il quale parla poi di «discussione intermi­
nabile che si agita a proposito della lista degli imperatori romani che do­
vrebbero corrispondere ai sette re adombrati dalle sette teste». Cf. poi, per
esempio, De Water, Reconsidering, 254: «Nel tenace sforzo di identificare
la bestia con l’impero molti hanno tentato di identificare le sue sette teste
e i suoi sette comi con vari imperatori romani. Nessuna di quelle opera­
zioni però è soddisfacente».
5 Così Corsini, Apocalisse, 293, ma cf. Massyngberde Ford, Revelation,

31
2. Configurazione dell'ipotesi antigerosolimitana

La rassegna dei sostenitori di Babilonia-Gerusalemme può ini­


ziare dal commentario di Apoc. accolto nell’importante «An~
chor Biblc» (19 75 )1 dove l’ipotesi interpretativa ha una formu­
lazione sistematica e circostanziata. L ’autrice, Josephine Mas-
syngberde Ford, ritiene che la Grande Prostituta di Apoc. 17
sia Gerusalemme perché cinque testi profetici dell’A.T. su set­
te e la letteratura qumranica danno il titolo di prostituta a G e­
rusalemme.2 In secondo luogo, la Gerusalemme di Apoc. è pro­
stituta a motivo della sua alleanza politica con i romani rappre­
sentati dalle «molte acque», i Kittim di Qumran, su cui la don­
na siede. Per Josephine Ford, inoltre, la Bestia di Apoc. 17 è
Vespasiano, il quale «era» quando godeva i favori di Nerone, e
poi «non è» nel momento in cui cade in disgrazia, e infine «ri­
emergerà dall’abisso» al momento di essere inviato a domare la
rivolta giudaica nel 67 d.C. La seconda Bestia, quella che in 13,
1 1 sale dalla terra, è invece Flavio Giuseppe, lui che salutò «pro­
feticamente» in Vespasiano il futuro imperatore (cf. il titolo di
«pseudoprofeta» in 16,13) e °h c> prendendo dalla famiglia di
Vespasiano il soprannome di «Flavio», prese su di sé il mar­
chio e il nome della Bestia }
286 («In n ,8 il titolo di ‘Grande città’ è dato a Gerusalemme, non a Ro­
ma, per cui ci si aspetta che l’identificazione sia la stessa in Apoc. 18,16»).
1 Precedentemente l’interpretazione antigerosolimitana si trovava in Ph.
Carrington (The Meaning o f Revelation, London 1931: non Roma, ma
Gerusalemme ha perseguitato i profeti), W.R. Beeson (The Revelation,
Little Rock 1956: la grande prostituta è Gerusalemme e con lei i giudei
dissidenti), N. Tumer (Revelation, in «Peake’s Commcntary on thè Bible»,
London - New York 1962: Apoc. è diretta contro il giudaismo che cercò
di frenare l’espansione cristiana), F.E. Wallace (The Book o f Revelation,■
Nashville 1966: la prostituta può essere soltanto l’infedele Gerusalemme,
non Roma che non era «sposa» di Dio), P.S. Minear (I Saw a New Earth,
Washington, 1969: vedere Roma in Babilonia è «literalism and historicism
of thè worst sort», ed è «vast distortion and reduction of meaning»). Cf.
poi C. van der Waal (Neotestamentica 19 78 ,111-132), D.C. Chilton (Days
o f Vengeance, Fort Worth 1987; citato da Beale, Revelation, 44-45), e D.
Holwerda (Estudios Biblicos 1995, 387-396).
2 1 cinque testi di Gerusalemme-prostituta sono Os. 2,5 ecc.; Is. 1,4 ecc.;
Ger. 2,xo ecc.; Mi. 1,7; Ez. 16 e 23, e i restanti due sono Is. 23,17 per Tiro,
e Nah. 3,4 per Ninive.
3 Cf. Massyngberde Ford, Revelation, 227-230.283-289.

32
In ambito italiano l’interpretazione di Babilonia-Gerusalem-
me è stata proposta nel 1980 da E. Corsini, il quale è stato poi
seguito da A. Nicacci (1996), da Clementina Mazzucco (1999)
e da E. Lupieri (1999). Corsini prende il via da 17,16 dove si
parla dell’annientamento della Grande Prostituta da parte del­
la Bestia: tutto ciò è «un’improbabile profezia sulla distruzio­
ne di Roma da parte di Nerone redivivo o dei barbari», scrive
Corsini. Più plausibilmente il versetto allude alla rivolta giu­
daica e alla distruzione di Gerusalemme ad opera di Roma nel
70. Corsini continua scrivendo: «In quella circostanza... le due
realtà malvagie, che si erano collegate in una mostruosa allean­
za ai danni del Messia, si dividono e si affrontano in un duello
mortale». Per Corsini infatti la Bestia che sale dal mare e R o ­
ma o l’impero romano, da intendere come corruzione del po­
tere politico operata da Satana.1 La seconda bestia con i suoi
due corni è invece il giudaismo con Legge e Profeti, messi al
servizio degli affari mondani: è il giudaismo corrotto, aggrap­
pato alle speranze di gloria e alla ricchezza per cui è divenuto
«sinagoga di Satana», avendo operato un vero e proprio tradi­
mento in quel suo intendere in senso materiale e mondano le
promesse divine. Per Corsini tutto questo è detto in modo pla­
stico e paradigmatico nel.l’allegoria della Prostituta assisa in
groppa alla Bestia in cui è ritratto «il mostruoso connubio» tra
potere politico romano e potere religioso giudaico. Quanto ai
sette monti su cui siede la Prostituta, «il termine ‘monte’ [è]
simbolo di entità spirituale opposta a Dio, di orgoglio che si
innalza e attenta alla sua sovranità, significato che era corrente
nella tradizione giudaica».2
Il contributo quantitativamente più consistente a favore del­
l’interpretazione antigerosolimitana è la dissertazione dottora­
le di A .J. Beagley, discussa nel 1983 e pubblicata nel 1987, nel­
la quale l’autore cerca di ricostruire quali erano le ostilità spe­
rimentate dalle chiese d’Asia. Per Beagley non si può escludere
1 Cf. Corsini, Apocalisse, 334. che parla poi di tentazione dell’apoteosi, di
aspirazioni alla divinizzazione, di pretesa dello Stato di assurgere a valore
assoluto, aggiungendo: «Tutto ciò... Giovanni poteva constatarlo nella re­
altà contemporanea dell’impero romano, nelle tendenze assolutistiche e
teologizzanti che vi si erano insinuate, e vi andavano assumendo forme e
proporzioni allarmanti» (p. 335).
2 Ibid. 24. 329-334. 363-365.428. 444.

33
che il libro di Giovanni alluda anche alla persecuzione di R o ­
ma, ma è la persecuzione giudaica di cui è detto del tutto espli­
citamente in 2,9 e 3,9 che preoccupa l’autore. Anche per Beag-
ley la Grande Prostituta assisa sulla Bestia è un’immagine che
presuppone l’alleanza fra Gerusalemme e Roma, nella quale al­
leanza Roma è il braccio esecutivo per gli attacchi del giudai­
smo ai discepoli di Gesù. Giovanni scrive dunque per dimo­
strare che l’Israele carnale, avendo rigettato il Messia, non è il
popolo di Dio ma il nemico di Dio: la caduta di Gerusalemme
ne è prova.1
A Josephine Ford e a E. Corsini fa eco A. Nicacci che scrive:
«La grande prostituta è la Gerusalemme che ha rifiutato e mes­
so a morte Gesù, cioè il potere religioso della città santa collu­
so con il potere politico romano. La Città riceve il medesimo ti­
tolo che le attribuirono i profeti a motivo dell’infedeltà a Dio,
infedeltà che per Giovanni è giunta ora al colmo».2 Sulla stessa
linea di Josephine Ford e di E. Corsini si colloca anche E. Lu-
pieri. Anche per lui la prima bestia è il potere politico militare,
l’impero romano, presentato tuttavia in modo tale da trascen­
dere qualsiasi identificazione univoca, mentre la seconda bestia
è il giudaismo che si è venduto agli interessi del mondo pagano.
Come gli antichi profeti, Giovanni accusa Israele di idolatria:
avendo rifiutato il Messia, per Lupieri quel popolo è spiritual-
mente colpevole di paganesimo. Quanto ai sette monti di 17,9,
a Lupieri si deve la tagliente precisazione che in greco i colli di
Roma non sono mai detti δρη, bensì sempre λόφοι. Una volta
esclusi i sette colli di Roma, in alternativa Lupieri fornisce due
interpretazioni di 17,9. Sulla scia di Corsini, anzitutto egli in­
terpreta i monti come «realtà di natura angelica» equivalenti a
«regni-periodi, rappresentati come montagne». In secondo luo­
go, intende i sette monti in analogia con le bamòt cananee
contro cui si scagliavano i profeti delPA.T.: «Gerusalemme ha
abbandonato il monte santo, cioè il Sion, per prostituirsi sulle
alture pagane, i sette angeli-diavoli che peccarono sin dall’inizio
ecc.».3
1 A.J. Beagley, The «Sitz im Leben» o f thè Apocalypse with Particular
Reference to thè Role of Church’s Enemies (BZNW 50), Berlin - New York
1987, 3 1 .1 1 0 .1 1 2 . 2 Nicacci, GrandeProstituta, 148.
3 Lupieri, Apocalisse, 203. 21 x. 270-271.

34
Un ultimo sostenitore dell’ interpretazione antigerosolimita­
na è R. De Water per il quale Apoc. è bensì un libro scritto nel
mezzo della persecuzione, ma essa non viene dall’impero per­
ché nel i secolo solo Nerone fu persecutore dei cristiani, su isti­
gazione giudaica e solo limitatamente a Roma. La persecuzio­
ne di cui parla Apoc. è invece la persecuzione che viene dal giu­
daismo palestinese e da quello della diaspora, il quale avvertiva
nel messianismo spirituale dei cristiani un avversario del pro­
prio messianismo teocratico e nazionalistico. Più precisamente
la prima Bestia rappresenta il potere politico degli Erodi per­
ché la «terra» di cui parla Apoc. è la ,eres dell’A.T., mentre la
seconda Bestia è il messianismo politico di «tutta la terra», e
cioè delle regioni in cui sono dispersi i giudei della diaspora.1
La Grande Prostituta, poi, che siede sulla Bestia (= il potere de­
gli Erodi) è il Sommo Sacerdozio di Gerusalemme o la stessa
Gerusalemme: essa sarà distrutta non dai romani ma, come di­
rà anche Flavio Giuseppe nella sua avversione agli Zeloti, dal
partito della guerra (i dieci re di Apoc. 17). Sulla sua identifica­
zione dei sette re con i sette Erodi, De Water basa la datazione
di Apoc.·. essa sarebbe stata scritta negli anni 44-48, e cioè nel
tempo in cui, già caduti i primi cinque Erodi e prima che ritor­
nasse sulla scena politica il settimo, i romani amministrarono
la Palestina direttamente. In quel tempo va ambientato il sesto
Erode, il sovrano che «non è» di 17,10, il quale sarebbe Erode
di Calcide.2 De Water conclude affermando che solo dopo il
135 d.C. i cristiani interpretarono Apoc. in chiave antiromana,

1 Per De Water, Reconsidering, 25 5. - A dire il vero ci si aspetterebbe il


contrario, che cioè con la Palestina fosse messa in relazione la bestia che
sorge «dalla terra», con la quale «tutta» la terra non ha mai a che fare, e
che invece con la diaspora mediterranea fosse messa in relazione la bestia
che sorge dal mare (Mediterraneo), essa sì ammirata e adorata da «tutta la
terra» (13,3-4).
2 Ibìd. 259. De Water riprende quest’interpretazione da C.F.J Ziillig (Die
Offenbarungjohannis erkldrt, Stuttgart 1834-1840), di cui dà notizia Bous-
set, Offenbarung, 104. I primi cinque Erodi sarebbero: Erode il Grande,
Archelao, Antipa, Filippo, Erode Agrippa 1; il sesto sarebbe appunto Ero­
de di Calcide (fratello di Agrippa 1 e re della Calcide, nella vallata tra Li­
bano e Antilibano, dal 41 al 48 d.C. per volontà dell’imperatore Claudio;
cf. Flavio Giuseppe, Ant. 20,10-15; F.-M. Abel, Histoire de la Palestine I,
Paris 1953, 456), mentre il settimo sarebbe Agrippa n.

35
quando il giudaismo come loro persecutore fu sostituito dagli
imperatori di Rom a.1
Con tutto ciò, l’esegesi globale di Apoc. è inevitabilmente
cambiata. Avendo preso forma oramai un’interpretazione mol­
to circostanziata la quale solleva tutt’una serie di difficoltà con­
tro quella tradizionale e contrappone argomenti che vanno in
altra direzione, anche chi restasse sostenitore della sentenza tra­
dizionale deve rivedere il proprio armamentario difensivo, dal
momento che ora si trova di fronte a obiezioni prima scono­
sciute.
Per completare lo status quaestìonis intrapreso, resta ora da
tentare un bilancio critico tra l’interpretazione tradizionale e
la nuova ipotesi. Poiché fino ad ora sono stati presentati gli ar­
gomenti a favore dell’ipotesi di Babilonia-Gerusalemme e gli
argomenti contro l’ipotesi di Babilonia-Roma, ora si farà in so­
stanza l’esatto contrario.

I II. B IL A N C IO C IR C A LE DUE IN T E R PR ET A Z IO N I

i . Valutazione dell'ipotesi antigerosolimitana


I sostenitori di Babilonia-Gerusalemme giustamente si rifanno
a 2,9 (ma meno giustamente a 3,9) per dire che Apoc. parla di
una persecuzione giudaica. Tuttavia la persecuzione giudaica
non è l’unica di cui Apoc. abbia sentore, perché non sono attri­
buibili all’iniziativa dei giudei d’Asia né il soggiorno obbligato
di Giovanni nell’isola di Patmos, né il carcere previsto in 2,10
per alcuni membri della comunità di Smirne, o quello di cui
parla i3,ioa. N on è poi attribuibile ai tribunali giudaici la mor­
te di spada (13 ,1 ob), né la morte di scure (7r£-EXsx&a‫[־‬jt.évoi, 20,4)
perché, come è risaputo, i giudei mettevano a morte con la lapi­
dazione, mentre erano i romani a mandare a morte con la spa­
da o con la scure (TCÀexus), della quale erano equipaggiati i lit­
tori agli ordini dei magistrati.2
‫;־‬ * )/ .

1 De Water, Reconsidering, 251-252. 255. 258-259. 261.


2 La radice ttsàsx- ricorre circa 1050 volte nella letteratura greca dall’viii
sec. a.C. al xv d.C. Tra gli scrittori giudaici, invece, Filone la usa una sola
volta (Prov. 2,29,6), e Flavio Giuseppe 18 volte, ma ambientando la scure
soltanto tre volte in episodi «giudaici»: due volte per dire che l’aquila
d’oro alzata da Erode sul tempio fu abbattuta a colpi di scure (Ant. 17,
In secondo luogo, la prostituzione di cui i profeti accusava­
no Gerusalemme o Israele non è assimilabile alla prostituzione
di cui Babilonia è accusata in Apoc. I profeti accusavano la cit­
tà o la nazione di farsi corrompere dai culti idolatrici pagani,
mentre Giovanni accusa Babilonia di corrompere i popoli con
il vino drogato della suapomeia: là il germe della corruzione era
nei popoli, qui è in Babilonia.1 D ’altra parte in tutto il suo li­
bro Giovanni rimanda bensì alFA.T. con frequenza, ma senza
mai citarlo espressamente, senza mai trasferirlo di peso nel pro­
prio libro e, invece, rielaborandolo sempre in modo molto crea­
tivo. Questo comporta che da un’allusione all’A.T. ci si aspetti
un aiuto a capire i testi di Apoc. ma non un indizio univoco per
giungere all’identificazione dei suoi personaggi. In questo ca­
so come in molti altri, poi, i testi dell’A.T. cui i sostenitori di
Babilonia-Gerusalemme si richiamano non sono usati esclusi­
vamente per Gerusalemme: sono dette «prostituta» per esem­
pio anche Tiro (Is. 23,17) e Ninive (Nah. 3,4). Né soprattutto si
deve assimilare la prostituzione (πορνεία) all’adulterio (μοι­
χεία), perché può essere prostituta anche una donna non spo­
sata e perche, se Gerusalemme è infedele come sposa, essa è
adultera, non prostituta.
Un’altra difficoltà per l’ipotesi di Babilonia-Gerusalemme
viene dalla geografia fisico-politica presupposta in Apoc. 13 e
Apoc. 17-18, come si vedrà più dettagliatamente nel capitolo
secondo. Il mare da cui sorge la Bestia e le nazioni e popoli che
l’adorano difficilmente sono qualcosa d’altro dal Mediterraneo
e dalle etnie di tutta l’ecumene romana, e Babilonia è capitale di
quell’impero. È difficile concordare con Babilonia-Gerusalem­
me anche ciò che Apoc. dice dell’idolatria o, meglio, delle due
idolatrie (di cui più sotto si occuperà invece il capitolo terzo).
155; Bell. 1,651) e un’altra volta per dire che con colpi di scure fu spezzata
una catena. Altrimenti la scure per Giuseppe è l’arma della guardia del
corpo del re Artaserse (Ant. 11,205) e> nelle restanti ricorrenze, è sempre
un’arma dei romani per mettere a morte. - Per il perdurare dell’uso dei fa­
sci, come simbolo del potere romano, in ambiente asiatico nel ni secolo,
cf. Mart. Pionii 10,4.
1 Basti ad esempio dire che uno dei testi citati da Beagley (p. 67) e da Lu­
pieri (p. 249) per la «prostituzione» di Gerusalemme è Ez. 23,27 dove pe­
rò si parla di una prostituzione «che [viene] dalla terra d’Egitto (m’rs
misrym)».

37
L ’idolatria dei simulacri e dei demoni (9,20-21) e l’idolatria del­
la Bestia (13,4.8) promossa dal falso profeta (13 ,12 -17 ) non pos­
sono infatti essere intese in senso metaforico, per poi essere più
facilmente ambientate a Gerusalemme. E questo per almeno tre
ragioni: anzitutto a motivo degli idoli di cui si parla in 9,20-21
i quali sono idoli reali, essendo fatti d’oro, d’argento, di pietra
0 di legno; in secondo luogo a motivo delle altrettanto reali e
concrete «carni immolate agli idoli» di cui si parla in 2,14.20; e,
infine, a motivo della statua della Bestia che è anch’essa una
statua reale, essendo manipolata perché diventi statua parlante
(13,15). Ora, mentre non si saprebbe come identificare in Geru­
salemme o nel giudaismo del 1 secolo le due diverse idolatrie, es­
se sono molto naturalmente ambientabili nel mondo greco-ro­
mano, costellato com’era di templi della religione tradizionale
e di templi del culto dell’imperatore. Dopotutto, il vocabolario
dell’idolatria mal si applica all’accusa, sollevata contro Gerusa­
lemme, di collusione con il potere politico-militare di Roma.
La difficoltà più grave cui l’ipotesi antigerosolimitana va in­
contro è comunque quella della datazione di Apoc. Eugenio
Corsini, per esempio, da un lato afferma che l’Apocalisse fu
scritta dopo la distruzione di Gerusalemme1 e, dall’altro, dice
che Giovanni scrive contro il connubio tra il corrotto potere
politico di Roma e il corrotto potere religioso di Gerusalem­
me. Ma dopo il 70 Gerusalemme era senza tempio e senza cul­
to, e in nessun modo il potere religioso del giudaismo poteva
essere in alleanza con Roma perché invece contro di essa l’in­
tero giudaismo nutriva la più implacabile ostilità.2 Nella stessa
1 Corsini, Apocalisse, 24-25, scrive: «invece di vedervi [in 17,16!, come si è
fatto e si fa, un’improbabile profezia sulla distruzione di Roma da parte di
Nerone redivivo o dei barbari, perché non vedervi una molto più plausibi­
le allusione alla rivolta giudaica e alla distruzione di Gerusalemme ad ope­
ra dei Romani nel 70?... possiamo trame lo spunto per dire che la com­
posizione dell’Apocalisse è probabilmente avvenuta in una data posteriore
allo svolgersi degli avvenimenti del 70». A p. 451, l’affermazione di Corsi­
ni è ancora più netta: «la distruzione a cui allude [17,16 ]... non può che ri­
ferirsi a quella compiuta dai Romani nel 70 d.C.: soltanto allora infatti, in
seguito al deicidio compiuto, Gerusalemme era diventata, agli occhi di Gio­
vanni e dei primi cristiani, in modo completo c definitivo la ‘prostituta’, il
contrario della ‘città santa’ che essa era in precedenza».
2 Lo stesso Corsini parla addirittura di «duello mortale» (p. 24), e non si
vede in che modo due città possano essere in alleanza e in complicità dopo

38
contraddizione tra pretesa alleanza di Gerusalemme con Roma
e datazione di Apoc., cade non solo Edmondo Lupieri per il
quale Apoc. fu scritta nel tempo che va dal 70 al 100, ma anche
Josephine Ford che colloca la composizione di Apoc. nel 66-67
d.C. Dal 66 d.C. infatti Gerusalemme era in guerra con Roma,
e non in alleanza.1 Ha dunque ragione K. Wengst a dire che
quando Giovanni scriveva, probabilmente Roma era potente
mentre Gerusalemme era in rovine, e ha ragione G .K . Beale a
dire che, se Babilonia è Gerusalemme, allora la data di compo­
sizione di Apoc. deve essere collocata anteriormente al 70 d.C.2
L ’unica ipotesi che evita lo scoglio della datazione post-70 è
quella di R. De Water il quale colloca la composizione di Apoc.
tra il 44 e il 48 d.C., come s’è visto, ma una datazione così bas­
sa avrà prevedibilmente e giustamente molte difficoltà ad esse­
re accettata.
A tutto questo bisogna aggiungere poi che non è inattacca­
bile neanche l’argomento più forte dell’ ipotesi di Babilonia-
Gerusalemme, quello per cui la Babilonia di Apoc. 16-18 è Ge-
cssersi affrontate in un duello mortale, quando dunque una delle due (nel
nostro caso, Gerusalemme) sarebbe «morta». - La difficoltà non si risolve
neanche dicendo che, dopo il 70, Giovanni scrive contro la Gerusalemme
che aveva messo a morte Gesù negli anni 30, a motivo di 17,10 secondo cui
la vicenda narrata è contemporanea a Giovanni e alle chiese d’Asia. Tra
l’altro è lo stesso Corsini a parlare di «realtà contemporanea» a Giovanni.
1 Lupieri, Apocalisse, lxvi-lxvii, scrive: «La caduta di Gerusalemme nel
70 pare un fatto già avvenuto, che l’autore spiega ai fedeli, così come face­
vano, sia pure in modi diversi, tutte le apocalissi giudaiche di quegli an­
ni... Con questo si arriva a una datazione molto vicina a quella tradiziona­
le, cioè fra il 70 e il 100 d.C. ca.». Similmente Beagley, «Sitz im Leben»,
112, parla di Gerusalemme già caduta e della nazione già rigettata. —An­
che Josephine Massyngberde Ford non va esente dalla contraddizione: poi­
ché Apoc. (o questa parte di Apoc.) sarebbe stata scritta dopo il viaggio in
Grecia di Nerone (66 d.C.) durante il quale Vespasiano cadde in disgrazia,
si dovrebbe concludere che, pur prendendo le armi contro Roma proprio
in quell’anno, Gerusalemme sarebbe con Roma in alleanza.
2 K. Wengst, Babylon thè Great and thè New Jerusalem: The Visionary
View o f Politicai Reality in thè Revelation of John, in H. Reventlow et al.
(ed.), Politics ant Theopolitics in thè Bible and Postbiblical Literature
(JSOT.S 171), Sheffield 1994, 197; Beale, Revelation, 18. Bisogna poi ag­
giungere che, se la rivolta antiromana scoppiò solo nel 66, l’ostilità contro
Roma covava da molto tempo sotto la cenere e, di conseguenza, la data pre­
bellica dovrebbe essere in ogni caso notevolmente bassa, anche se non ne­
cessariamente come quella di R. De Water.

39
rusalemme perché è chiamata «Grande Città» come Gerusa­
lemme lo è in Apoc. i i . La ragione è che in Apoc. n Gerusa­
lemme e il giudaismo non sono affatto il bersaglio della pole­
mica di Giovanni perché «la Grande Città... dove anche il loro
Signore è stato crocefìsso» (11,8) non è la Gerusalemme giu­
daica che si vorrebbe. Di fatto, la Gerusalemme di Apoc. u è
divisa in due. Da una parte stanno il santuario e gli adoratori
che Giovanni deve «misurare» per metterli sotto protezione
divina, i quali rappresentano senz’ombra di dubbio i cristiani.1
Dall’altra, stanno il cortile esterno del tempio e la città santa
che sono dati in potere agli e ‫׳‬$ vy ), «le genti, i ‘pagani’», e che sa­
ranno poi i destinatari della testimonianza dei Due Testimoni,
anch’essi certamente cristiani, perché hanno il Crocefìsso co­
me loro Signore (v. 8). In Apoc. n , dunque, Gerusalemme è
sempre simbolo o di cristiani2 o di pagani, e mai di qualcosa o
di qualcuno che possa essere definito giudaico o giudeo.3 In
secondo luogo, la parte di città che prima è calpestata dalle
«genti» e poi diviene scenario della vicenda dei Due Testimo­
ni, oscilla tra dimensioni urbane (w . 2 e 8), e dimensioni uni­
versali (w . 9 e 10bis: «da ogni popolo, tribù, lingua e gente»,
«gli abitanti della terra»), e infine dimensioni nuovamente a
misura di città (v. 13). Questo comporta chc la «Gerusalem­
me» di Apoc. 1 1 sia simbolo del mondo intero quale luogo di

1 Lo riconosce lo stesso Beagley, «Sitz im Leben», 61 che scrive: «Il naos,


l’altare c gli adoratori sono i cristiani» (cf. i molti autori citati alla n. 135),
ma cf. già Cassiodoro: per quam [arundinem Ioannes] visus est metiri loca
qitde Chrislianus populus obtinebat; alia vero relinquere quae infdeles po­
teruni oblinere (PL 70 ,14 1 ia ).
2 Cf. H. Rongy, Le seconde septénaire de l ’Apocalypse ou les sept trompet-
tes: REccl(Liège) 23 (1931-1932) 365. - Poiché il tempio non era mai stato
cristiano, e poiché in 11,1-2 esso rappresenta certamente i cristiani, ne con­
segue che davvero in Apoc. 11 Gerusalemme è puro simbolo, e non è la Ge­
rusalemme storica e giudaica che si vorrebbe. Cf. poi P.G.R. De Villiers,
The Lord was Crucified in Sodom and Egypt. Symbols in thè Apocalypse
o f John: Neot 22 (1988) 134 (se si trattasse di una Gerusalemme non-sim-
bolica, non avrebbe senso il -vsuua-uxwc di 11,8).
3 W. Reader, The Riddle o f thè Identification o f thè Polis in Rev. 11,1-13 ,
in E. Livingstone (ed.), Studia Evangelica vii (TU 126), Berlin 1982, 413:
«In 11,3-13 non c’è la minima menzione dei giudei». Per J.A.T. Robinson,
Redating thè New Testamene, London 1976, 241 n. 105, la vicenda di 11,
3-13 non è ambientabile a Gerusalemme.

40
scontro tra le forze messianiche (gli adoratori del v. i, i Due
Testimoni, il loro Signore) e quelle antimessianiche (le «genti»
del v. 2, la Bestia che sale dall’abisso del v. 7, gli abitanti della
terra dei w . 9-10, i «nemici» del v. 12), le quali imiteranno i
crocefissori del Signore.1
Apoc. 11 non può comprovare dunque alcuna lettura anti­
gerosolimitana di Apoc. dal momento che mai mette in scena la
parte giudaica di Gerusalemme. Che poi il santuario gerosoli­
mitano, il suo altare e gli adoratori siano per Giovanni i cristia­
ni, si spiega all’interno del suo costante schema teologico per il
quale non c’è mai separazione tra A.T. e N .T .2 Per Giovanni
tutto ciò che è del giudaismo è assunto dal Cristo e chi non ac­
cetta il Cristo si fa «sinagoga di Satana» e mente a definirsi «giu­
deo» (2,9; 3,9). È così infatti che i 144000 delle dodici tribù dei
figli d’Israele (7,4-8) recano sulla fronte il nome dell’Agnello e
lo seguono ovunque vada (14,1.4), ed è così che nella Gerusa­
lemme escatologica ci saranno dodici porte con i nomi delle
dodici tribù d’Israele (21,12) e dodici fondamenti con i nomi
dei dodici apostoli dell’Agnello (21,14). Attraverso quelle por­
te - è detto esplicitamente - avranno accesso alla città escato­
logica anche i provenienti dal paganesimo (21,24-26), mentre è
evidente che per il giudeo-messianico Giovanni di Patmos non
1 Interpretano la Gerusalemme di Apoc. 11 come «mondo intero» com­
mentatori come M. Kiddle, The Revelation o f St. John (MNTC), London
1940, 184-185: «La grande città non è né Gerusalemme né Roma, e tutta­
via in certo senso è sia Gerusalemme che Roma. È infatti la città del pre­
sente ordine mondiale, la città terrena, che include tutti i popoli. È la città
totalmente aliena dal volere di Dio»; M. Bachmann, Himmlisch: der «Tem-
pel Goltes» von Apk ii,i : NTS 40 (1994) 477: «La grande città dove il lo­
ro Signore è stato crocefisso è in qualche modo tutta la terra»; Beale, Rev­
elation, 591: «il mondo irreligioso». Ma cf. soprattutto Allo, Apocalypse,
135: «Gerusalemme rappresenta il mondo intero... Tutta la terra è in qual­
che modo la città di Dio corrotta e profanata dal paganesimo persecutore»,
e J. Roloff, Die Offenbarung des Johannes (ZB.NT 18), Zùrich 1984, 117:
«Come ‘Sodoma’ ed ‘Egitto’, in 11,8 anche Gerusalemme trascende il puro
dato geografico e diviene immagine del mondo ostile a Dio. Anzi, l’imma­
gine di Gerusalemme si sovrappone e si confonde con quella di Roma».
2 C f. per esempio Bonsirven, Apocalypse, 214: «In Apoc. la chiesa compren­
de tutta l’economia salvifica che comincia con i patriarchi e termina alla
paromia»‫׳‬, F. Contreras Molina, La mujer en Apocalipsis 12 : EphM 43
(1993) 374: «L’Apocalisse non distingue tra popolo di Dio dell’antica al­
leanza e della nuova, e la parte migliore dell’A.T. si realizza nella chiesa».

41
oltrepasseranno quelle porte i giudei storici non-messianici. In
Apoc. 7 e Apoc. 21, dunque, con il linguaggio delle dodici tribù
non si designa l’Israele non-credente in Gesù, ma si designano
i cristiani quali unici eredi del patrimonio del popolo di Dio
dell’A.T. Allo stesso modo in Apoc. 1 1 essi, e non i giudei stori­
ci, sono il santuario di Gerusalemme e gli adoratori o la città
santa (w . 1-2), così che la Gerusalemme di Apoc. 1 1 non è la
Gerusalemme giudaica corrotta e in collusione con Roma, del­
l’ipotesi antigerosolimitana.

2. Valutazione dell'ipotesi tradizionale


Se da un lato non poche difficoltà si oppongono all’ipotesi di
Babilonia-Gerusalemme, dall’altro resta da verificare la tenuta
o, viceversa, l’insostenibilità deiripotesi alternativa che vede
Roma nella Babilonia di Apoc. 14-18.
Alcuni argomenti a favore di Babilonia-Roma sono già stati
messi in luce. Si è detto per esempio che la geografia fisico-po­
litica di Apoc. mal si adatta a Gerusalemme mentre corrispon­
de alla situazione dell’area mediterranea del tempo di Giovan­
ni. E si è già detto che le due idolatrie di Apoc. non si adattano
a Gerusalemme e che invece si adattano a Roma alla perfezio­
ne. Si è già detto poi che, mentre la Gerusalemme-prostituta
dell’A.T. si faceva corrompere dai popoli, in Apoc. sarebbero i
popoli a farsi corrompere da Gerusalemme-Babilonia. E si e
detto che l’ipotesi di Babilonia-Gerusalemme, ma non quella
di Babilonia-Roma, si scontra con gravi difficoltà di datazione.
Si è detto inoltre che bisogna chiamare in causa magistrati non­
giudaici ma ellenistico-romani per spiegare il soggiorno obbli­
gato di Giovanni a Patmos e il carcere oppure la morte non
per lapidazione ma per spada o scure, di cui Apoc. parla qua o
là. In proposito si possono ora aggiungere due precisazioni.
La prima è che la persecuzione di Nerone contro la multitudo
ingens di cui parla Tacito1 era entrata nell’immaginario delle
chiese come persecuzione paradigmatica così che i fatti romani
del 64 d.C. spiegano 18,24 («in essa fu trovato il sangue dei
profeti e dei santi») e soprattutto 17,6 («ebbra del sangue dei
santi e del sangue dei testimoni di Gesù»), molto meglio di
1 Tacito, Ann. 15,44,4.

42
quanto non faccia il sangue dei profeti del giudaismo o del cri­
stianesimo primitivo versato da Gerusalemme. La seconda pre­
cisazione è che in Asia la persecuzione di certo non era ancora
quella autorizzata da rescritti come quello di Traiano in rispo­
sta a Plinio o da editti imperiali come quelli di Decio, Valeria-
no o Diocleziano. Erano invece provvedimenti delle autorità
municipali per tutelare l’ordine pubblico in scontri che scop­
piavano tra gruppi etnici o religiosi diversi, come si vedrà nel
prossimo capitolo che si occupa anche della persecuzione. Si
può aggiungere infine che a favore dell’ipotesi antiromana è
l’ epiteto di «Babilonia» dato da Giovanni alla città nemica per
eccellenza. Come è noto, apocalissi giudaiche del i sec. d.C. co­
me 4 Esd., 2 Bar., e scritti cristiani come i Pt. e le interpolazio­
ni negli Oracoli Sibillini danno a Roma il nome di «Babilonia»
per avere essa incendiato il tempio e distrutto Gerusalemme nel
70 d.C., così come aveva fatto la Babilonia di Nabucodonosor
nel 586 a.C.1
Quanto al culto imperiale che Domiziano non avrebbe affat­
to incrementato,2 basti tenere presente che - come si dirà nel
capitolo terzo - , sotto il suo principato, tra P89 e il 91 d.C., a
Efeso fu costruito a cura del koinon dell’Asia un tempio in ono­
re degli imperatori della famiglia Flavia e, a cura del municipio
efesino, un impianto sportivo di enormi dimensioni per i gio­
chi in onore dell’imperatore. Bastano questi sconvolgimenti ur­
banistici di Efeso in funzione del culto dell’imperatore a spie­
gare la composizione di Apoc. da parte di Giovanni, senza bi­
sogno di chiedersi se Domiziano abbia o no incrementato il
culto del sovrano e senza bisogno di chiedersi quale evento di
politica internazionale abbia provocato l’ostilità di Giovanni
nei confronti di Roma.
1 4 Esd. 3,1-2.28-31; .2 Bar. 10,173; 11,1; 67,7; / Pt. 5,13; Or. sib. 5,143.159.
Per 1 Pt. cf. già Andrea di Cesarea: «Nella lettera di Pietro l’antica Róma è
chiamata ‘Babilonia’» (PC 106, 377C). - L ’argomento e stato illustrato so­
prattutto da C.-H. Hunzinger,. Babylon als Deckname fiir Rom und die
Datierung des 1. Petmsbriefes, in H. Reventlow (ed.), Gottes Wort und
Gottes Land. Fs H.-W. Hertv.berg, Gottingen 1965, 67-77; ma c^· P°i an‫־‬
che Yarbro Collins, Crìsis, 57-58; Beale, Revelation, 25, il quale fa osser­
vare come non ci sia alcun testo che, prima o dopo il 70 d.C., attribuisca
l’epiteto di «Babilonia» a Gerusalemme.
2 Così Thompson, Book, 208, e Warden, Imperiai Persecution, 207.

43
Anche le difficoltà sollevate circa Apoc. 17 non sono insor­
montabili. Se è vero che per parlare dei sette colli di Roma i
greci coniarono l’aggettivo έπτάλοφος e se è vero che preferi­
vano επτά λόφο‫׳‬, all’espressione επτά δρη, è vero anche che es­
si usavano δρος per i singoli colli e che gli scrittori latini hanno
parlato usualmente di m ontes e di septim ontium .1 Quanto al­
l’aggettivo έπτάορος, i greci possono averlo eluso per la loro
avversione allo iato, e cioè al «molesto scontro di vocali all’ini­
zio e in fine di parole.contigue»2 o - va aggiunto, per il nostro
caso - in parole composte: dopotutto era un aggettivo encomia­
stico, ufficiale e di origine dotta e, per ciò stesso, esigeva ricer-

1 II geografo Strabono, di Amasea Pontica (64 a.C. - 21 d.C.), elencando i


sette colli nella sua trattazione storico-topografica di Roma, impiega δρος
per Celio e Aventino (5,3,7); Dionigi di Alicaraasso, retore e storico atti­
vo a Roma negli anni 30 del 1 sec. a.C., impiega δρος per il Palatino e per il
Celio (Ant. Rom. 2,50,1); Dione Cassio (tra 11 e ni sec. d.C.) usa δρος per
esempio in Hist. Rom. 53,27,5 e 62,182,2 per il Palatino, e in 30,15 e 44,25,
3 per il Campidoglio. Cf. poi il termine σεπτομούντων, ricalco greco del
latino septimontium, in Plutarco (Aet. 280C.10 e d.2). D ’altra parte nella
letteratura latina l’aggettivo septicollis ricorre solo nel tardo poeta cristia­
no Prudenzio (Peristeph., Romanus, 4 12 -4 13 : cumpuer Mavortius \Funda-
ret arcem septicollem Romulus, PL 60, 479A). Cf. poi R. Gelsomino, Var-
rone e i Sette Colli di Roma, Roma 1975; S. Garofalo, «Sette monti, su cui
siede la donna» (Apoc. 17,9), in A. Winter (ed.), Kirche und Bibel. Festga-
he E. Schick, Paderborn-Mùnchen-Wien-Zurich 19 79 ,9 7-10 4. - Tra i mol­
ti che vedono nei sette monti di 17,9 i sette colli di Roma si possono citare
B. Reicke, Die jiidische Apokalyptik und die johanneische Tiervision: RSR
60 (1972) 174 («inconfondibili»), e K.L. Gentry, Before Jerusalem Veli.
Dating thè Book o f Revelation: an Exegetical and Historical Argument for
a Pre-A.D. 70 Composition, San Francisco - London - Bethesda 1997,150
(«In ogni angolo dell’impero Roma era conosciuta come la città dei sette
colli. Quando Giovanni scrisse non c’era altra città che fosse universalmen­
te famosa per i suoi sette colli»).
2 Cf. Blass, § 486, dove vengono elencati, come espedienti cui si ricorreva
per evitare lo iato, l’inversione nell’ordine delle parole e l’elisione (cf. § 17),
la crasi (cf. § 18), l’inserimento di particelle come μεν, δ’, τ ’ (cf. § 486), o il
v epentetico (cf. § 20). Cf. poi le indicazioni storiche del § 486: «La prosa
d’arte del iv secolo (a cominciare da Gorgia) assunse dai poeti la fluente
connessione delle parole con l’esclusione del cosiddetto iato. Anche autori
ellenistici ed attici dei secoli successivi hanno, con maggiore o minore im­
pegno, evitato lo iato». - Al greco d’arte o quello ufficiale delle iscrizioni
(cf. § 20,3) va evidentemente equiparato Γέπτάλοφος della propaganda uffi­
ciale.
catezza di stile.1 In secondo luogo, la difficoltà della pretesa
tautologia delle immagini per cui Roma-Prostituta siederebbe
su Roma-Bestia, è nello stesso momento più semplice e più
complessa di quanto possa sembrare perché la Prostituta, oltre
che sulla Bestia (17,3), siede anche su molte acque (w . 1 e 15) e
sulle sette teste della Bestia in quanto esse sono sette monti (v.
9). Infatti, come si vedrà nel capitolo undicesimo, se le tre im­
magini dei tre sgabelli sono contraddittorie, i tre significati dei
tre sgabelli non solo sono tra loro compatibili e complementa­
ri, ma sono anche liberi da tautologie: una donna-città sorge
su sette monti e, con il potere di un monarca-Bestia, esercita il
dominio sui popoli (v. 15) e sui re (v. 18) della terra. Tra l’al­
tro, a conferma di questa interpretazione «romana» della don­
na seduta sui sette monti, si rimanda spesso a un sesterzio di
bronzo, coniato da Vespasiano nel 71 d.C., che rappresenta la
dea Roma seduta sui sette colli, in veste di amazzone, con ac­
canto il Tevere, i gemelli, c la lupa.2
Quanto infine al conteggio dei sette imperatori che non por­
ta a nessun risultato soddisfacente neanche ricorrendo allo stra­
tagemma di mettere in conto soltanto uno o due, oppure nes­
suno, dei tre imperatori del 68-69 d.C., esso costituisce proba­
bilmente un falso problema, come si vedrà studiando Apoc. 17.
In Apoc. 17 Giovanni parla infatti di sette sovrani non perché
1 Cf. gli esempi di crasi segnalati in Blass, § 18, e le regole per la formazio­
ne di parole composte in § 114-123. - Diverso è il caso per esempio dello
οκταήμερος di Paolo (FU. 3,5) che nella sua corrispondenza con le chiese
non aveva preoccupazioni stilistiche.
2 Alla moneta rimandano E. Stauffer, Le Chrìst et les Césars, Paris 1956
(Hamburg 5i960) 173 (con riproduzione della moneta nella tavola di p.
19 2 bis); Garofalo, «Sette monti», 97-104; R. Beauvery, L ’Apocalypse au
risque de la numismatique: RB 90 (1983) 243-260 (tavola 1); R. Bergmeier,
Die Erzhure und das Tier: Apok 12,18 -13,18 und ìjf. Eine quellen- und
redaktionskritiscbe Analyse, A N R W ii, 2 5 .5 , Berlin-N ewYork 1988, 3907
(tavola 1); D. Aune, Revelation ij-2 2 (WBC 52C), Nashville 1998, 920-922
(con ampia bibliografia). Si può aggiungere che Dietrich Mannsperger (Tii-
bingen), della cui consulenza in campo numismatico Bergmeier si è servi­
to (cf. commento alle tavole 1-11), discute le possibilità di diffusione in
Oriente del sesterzio, coniato nelle officine di Roma c non di Tarraco in
Spagna. Si può aggiungere che anche per la scultura il tipo iconografico di
«Roma» seduta sui sette colli è attestata in Oriente, per esempio ad Atene
(cf. Garofalo, p. 10 1), e a Corinto (cf. Aune, Revelation 6-16 [WBC 52b],
Nashville 1998, p. 921).

45
si senta vincolato alla realtà storica ma per amore del numero
sette, come d’altra parte gli era già successo di fare a proposito
della serie settenaria delle chiese in Apoc. 1-3.
In conclusione, l’ipotesi che la Babilonia di Apoc. sia Geru­
salemme non sembra in grado di imporsi e, al contrario, l’ipo­
tesi di Babilonia-Roma è quella che meglio di ogni altra rende
conto sia dei dettagli di Apoc. che di tutta la sua trama narrati­
va. Aveva dunque ragione il terzo evangelista a scrivere che il
vino vecchio è migliore di quello nuovo (Le. 5,39). Il vino vec­
chio, nel nostro caso, è quello dei contemporanei di Ireneo e
soprattutto quello di Vittorino di Poetovio.
Capitolo 2

La terra di Apoc. 13 ,11


e la geografia fisico-politica
I. LA BESTIA DI ApOC. 1 3 , 1 1
E IL SUO SA L IR E D A LLA T ER R A

1. Il «helVodioso» della Bestia che sale dalla terra


Dall’inesauribile fantasia di Giovanni di Patmos è uscita anche
la Bestia «che sale dalla terra», una figura che in Apoc. svolge
un ruolo gregario e che forse per questo raramente è presa co­
me oggetto di studio. Giovanni la mette in scena a tre riprese.
Il testo più ampio che ad essa dedica, l’unico in via esclusiva, è
quello della sua prima presentazione (13 ,11-18 ). Poi in 16,13-
16 torna a menzionarla come componente della Triade che ra­
duna ad Harmagedón la coalizione dei popoli per la battaglia
del grande giorno di Dio Onnipotente, e infine in 19,20 e 20,
10 per dire che essa finirà nello stagno di fuoco e zolfo, insie­
me con gli altri componenti della Triade antidivina.
Come altre in Apoc., è una figura odiosa e tuttavia, dal pun­
to di vista estetico-letterario, è di un «beWodìoso» perche G io­
vanni è maestro non solo nel ben presentare il bene perché sia
amato, ma anche nel ben presentare il male perché sia odiato.
La Bestia-dalla-terra, anzitutto, è introdotta in efficace paralle­
lismo con la Bestia che sale, invece, dal mare. Questo montare
di un primo thèrion dalle acque e di un secondo dalla terra ha
qualcosa di affascinante e insieme di minaccioso. Il lettore in­
fatti è conquistato dal ritmo binario della narrazione e, insie­
me, avverte un inquietante senso di accerchiamento e di minac­
cia, tanto più che ben presto la seconda Bestia si rivela compli­
ce della prima (13,12).
Dal punto di vista della concezione fantastica la Bestia-dalla-
terra è felicemente caratterizzata dal suo disinteresse, anche
qui in bel contrasto con il solipsismo della prima Bestia la qua­
le invece si sente al centro dell’universo non solo esercitando il
suo dominio politico su ogni popolo e nazione (13,7), ma an-

47
che col farsi adorare dagli abitanti di tutta la terra (13,3-4.8) e
col pronunciare bestemmie contro il nome di D io, contro la
sua dimora e la sua corte (13,6). La Bestia terrestre non cerca in­
vece nulla per sé e tutto fa a vantaggio della Bestia marina: in­
duce gli abitanti della terra a prosternarsi ad essa in adorazione
(13,12), a farsene un’immagine cultuale (13,14), e poi si mette
ad animare quella statua così clic abbia il potere di parlare e di
far morire chi le rifiuta l’adorazione (13,15). Infine, sempre a
beneficio della prima Bestia, contrassegna con un marchio i
suoi adoratori perché sia possibile escludere dalla vita com- >
mereiaio e sociale chi non accetti quel marchio e chi non renda
quel culto (13,16 -17). In questo coniugare falsità e persecuzio­
ne sanguinaria con la contrastante virtù del disinteresse, G io­
vanni censura il servilismo, sempre troppo generoso ed altrui­
sta, con arte insuperabile. Un ultimo tocco magistrale di G io­
vanni nella rappresentazione della Bestia terrestre è il ritardo
con cui le dà l’epiteto di «pseudoprofeta»: non nella lunga pre­
sentazione iniziale, ma soltanto tre capitoli più tardi, in 16,13.
In 13 ,11- 18 infatti il lettore segue ciò che Giovanni dice della
Bestia e, accumulando nella sua mente un connotato dopo l’al­
tro, va forse chiedendosi che titolo affibbiarle per la sua odio­
sità, finché in 16,13 Giovanni gli fornisce a sorpresa la folgoran­
te definizione di «falso profeta».
Della Bestia terrestre si potrebbe illustrare l’attività religio-
so-profetica in base alla quale si distingue dalla Bestia marina,
attiva invece sul terreno religioso-politico, ma di tutta la sua vi­
cenda qui interessa soprattutto la dimensione geografica, per­
ché può fornire elementi utili all’identificazione storica delle
due Bestie e, di conseguenza, utili all’interpretazione globale
dell’Apocalisse.

2. Il termine ‫׳‬$Y]ptov e il simbolismo teriomorfo


In Apoc. il termine $Y]piov ricorre 38 volte. A l plurale ricorre
solo in 6,8, dove designa le bestie feroci quale strumento di
morte, insieme a spada, carestia e peste, così come in Ez. 14,21
da cui è tratta la formula. Poi per ben 36 volte con quel termi­
ne si parla della Bestia che secondo 13 ,1 sale dal mare. L ’unica
ulteriore ricorrenza di ·Srptov è in 13 ,1 1 dove designa la Bestia

48
che ci interessa, quella che sale dalla terra, o falso-profeta. ‫־‬S y)-
piov, comunque, in 37 ricorrenze su 38 designa l’una o l’altra
delle due Bestie di Apoc. 13, e con ogni evidenza è un termine
che deve presentarle in luce fortemente negativa.
È negativa anzitutto la semantica del termine. I commentato-
ri dell’Apocalisse mettono ·Srjpiov a contrasto con £r‫)׳‬ov, c fan­
no osservare che il primo termine si applica soltanto agli anima­
li in quanto contrapposti all’uomo, mentre il secondo designa
bensì gli animali, ma tra essi non le bestie feroci, e conviene an­
che all’uomo in quanto anch’egli è un essere vivente (cf. 4,6 e
passim).1 Al dato filologico si aggiunge la valenza simbolica di
■Srjpiov: U. Vanni ha messo in luce come nell’Apocalisse gli ani­
mali siano simbolo di forze che superano le possibilità umane
e che tuttavia sono sotto il potere e sotto il controllo di Dio.2
Di fronte alle due Bestie, ci si trova dunque di fronte a due for­
ze negative, per noi irresistibili e soverchiami. La negatività del­
le due Bestie è poi acutizzata dal fatto che Giovanni le dipinge
come mostri policefali e compositi: la Bestia marina ha sette te­
ste, come già il Drago di Apoc. 12, e concentra in sé caratteri­
stiche di leopardo, di orso, e di leone (13,2), mentre la Bestia ter­
restre ha corni di agnello e ruggito di drago (13 ,11). A l contra­
rio, l’Agnello di 5,6, protagonista positivo per eccellenza nel­
l’Apocalisse, o l’aquila di 8,13, che ha il compito di annunciare
i tre «guai!» contro gli idolatri, sono di aspetto non ibrido ma
integro.

3. La provenienza «dalla terra»


La terra da cui sale la seconda Bestia non sembra essere un luo­
go di provenienza negativo. Il termine «terra» potrebbe even­
tualmente (non necessariamente) avere una connotazione nega­
tiva se fosse contrapposto a «cielo», ma qui è messo in paralle­
lo con il «mare» da cui sorge la prima Bestia (13,1), e «mare e
terra» non sono un binomio negativo né in sé né mai in Apoc.1
1 Cf. per esempio Foerster, ■Srjpiov, 501-503, e Massyngberde Ford, Revela­
tion, 219.
2 Cf. U. Vanni, L ’Apocalisse. Ermeneutica, esegesi e teologia (RivB.S 17),
Bologna 1980, 39.
3 Quanto a «mare» (non in binomio con la terra), in Apoc. esso ha bensì

49
D ’altra parte, se Giovanni avesse voluto dire la negatività della
provenienza delle due Bestie, avrebbe più opportunamente as­
segnato loro un unico luogo di provenienza, il regno del male,
e avrebbe potuto chiamarlo «l’abisso» come fa per la prima Be­
stia in 17,8 (cf. anche 11,7) dove «dall’abisso» non significa «dal
mare» ma «dal non-essere»,1 o come fa in 9,1-3 dove «l’abis­
so» significa «le viscere della terra / il mondo degli inferi»: «vi­
di un astro cadere... sulla terra e gli fu data la chiave della,vora­
gine2 dell’abisso e aprì la voragine dell’abisso ecc.».
Da mare e terra le due Bestie non «vengono» come ci si !
aspetterebbe, ma sorprendentemente «salgono» ($ηρίον άνα-
βαΐνον, 13 ,ι; άλλο ·δηρίον άναβαϊνον, I3>n)· La prima Bestia,
cioè, viene dal mare come viene una nave e non dalle profon­
dità marine come un cetaceo. Lo dice il parallelismo tra il sali­
re dal mare di 13 ,1 e il salire dalla terra di 1 3 ,1 1 , che presumi­
bilmente non significa salire «dalle viscere» della terra. D ’altra
parte la vicenda della seconda Bestia ha qualcosa di tautologi­
co in quel venire dalla terra ( 13 ,11) per poi operare nella stessa
terra (cf. 13 ,12 ss.). In 13 ,1 e 13 ,1 1 il verbo άναβαίνω dunque,
non essendo il verbo adeguato ai complementi di luogo che reg­
ge, va probabilmente visto e spiegato in uno schema più vasto
una valenza negativa in 21,1: nella palingenesi non ci sarà posto né per il
primo cielo e per la prima terra né, appunto, per il mare («e il mare non
c’è più»). Ma nella maggioranza dei testi Giovanni parla del mare come di
una realtà neutra, certamente non negativa. In 12,12 per esempio il mare è
in tutto equiparato alla terra e, insieme con essa, contrapposto al cielo, per
dire che dal cielo il Drago viene scaraventato su terra e mare: nella loro re­
lazione con il Drago, mare e terra sono semplicemente sfortunati e in pe­
ricolo, non malvagi. Allo stesso modo, nel terzo lamento funebre su Babi­
lonia il mare è luogo neutro di lavoro per «quanti lavorano in mare [lette­
ralmente: il mare]» (18,17), a^ ° stesso modo che la terra è ambiente di la­
voro per i mercanti del secondo lamento (18,11).
1 Di opinione diversa sono per esempio Foerster, ·δηρίον, 504 («viene dal
mare ossia, secondo 11,7, dall’abisso»); e O. O ’Donovan, The Politicai
Thonght o f thè Book of Revelation: TyB 37 (1986) 79 («Il mare qui come
altrove in Apoc. rappresenta l’abisso del caos e del disordine»).
2 II termine φρέαρ significa bensì anche «pozzo (artificiale)» (così le tradu­
zioni CEI) tanto è vero che il termine è spesso contrapposto a κρήνη-sor­
gente (Demostene 14,30; Erodoto 4,120). La traduzione con «voragine» è
giustificata per esempio dal fatto che in Erodoto 6,119 e Gen. 14,10 LX X
φρέαρ è una cava d’asfalto e in Plutarco è il cratere di un vulcano (Mor.
68b.2), danzare sul cui orlo è proverbialmente pericoloso.

SO
chc e tutto da mettere in luce.1 Per farlo, bisogna distinguere
«provenienza» occasionale da ultima «origine» o «sfera d’ap­
partenenza» e mostrare come il verbo àvapaivm e il suo antite­
tico y.aTafiaivM siano verbi di «varcamento di confini».

4 . 1 verbi xa.za.fia.ivco - àvat8atvoo


e la sfera di appartenenza
xaxa^aivco è il verbo con cui in Apoc. si descrive il discendere
dal cielo degli angeli di io,t, 18,1 e 20,1. Di essi il primo pro­
clama l’imminente compiersi del mistero di Dio (10,7), il se­
condo annuncia la caduta di Babilonia (18,2) e il terzo incatena
il Drago o Satana e lo precipita nell’abisso per mille anni (20,
2-3). xaTapaivco è, poi, il verbo della discesa dal cielo della G e­
rusalemme nuova (3,12; 21,2; 21,10), e dei flagelli divini della
grandine (16,21) e del fuoco (20,9). Dal cielo, infine, scende il
Diavolo secondo 12,12, ma la sua discesa dal cielo non è affat­
to positiva come le altre: ne è conferma il passivo [3<xÀXo(Jlgu im­
piegato tre volte come verbo parallelo di xaxajiaivGj in 12 ,ybis.
10, con cui si dice che egli con i suoi angeli, dopo essere stato
sconfitto nel ciclo, dal cielo è espulso e precipitato violentemen­
te sulla terra.
Con valore positivo o negativo x a ‫׳‬ua(3aivco, dunque, è sem­
pre verbo di «varcamento di confini»: quanto appartiene al cie­
lo, come gli angeli o i castighi divini ecc., varca talvolta il con­
fine che separa il cielo dalla terra per svolgere qualche missio­
ne da parte di Dio, mentre il Diavolo varca quel confine e scen­
de sulla terra e sul mare (12,12), non però perché appartenga al
cielo,2 ma perché dal cielo viene estromesso come nemico di

1 Una conferma viene dalla sorprendente successione del verbo si;épxp|*.ai


in 20,8 (terminato il millennio, il Drago uscirà dal carcere dell’abisso per
ingannare i popoli della terra, Gog e Magog) e di àva(3aivw in 20,9 («una
volta radunati, salirono sulla spianata della terra e assediarono l’accampa­
mento ecc.»). Come in 13 ,11, infatti, anche qui dalla terra si sale per essere
attivi nella stessa terra, e anche qui il verbo àvapatvw non è del tutto ade­
guato al suo complemento di luogo (cf. la versione CEI 1971 che traduce:
«marciarono su tutta la superficie della terra»).
2 Contro R. Yates, The Antichrist: EvQ 46 (1974) 50, che scrive: «La sua
origine è in cielo». Quando viene menzionato per la prima volta, il Drago

51
Dio. àvapacvw descrive il «varcamento dei confini» in direzio­
ne opposta. In 9,2 per esempio, sale dalla voragine dell’abisso
un fumo che oscura sole e atmosfera. Da quel medesimo abis­
so in 11,7 e 17,8 sale la prima Bestia, quella stessa che secondo
13 ,1 sale dal mare.1 Allo stesso modo, sciolto dall’abisso in cui
era incatenato, il Satana sale sulla spianata terrestre con i suoi
eserciti per l’ultima battaglia (20,9). Non dall’ abisso, ma invece
da Patmos (4,1-2), o dalla piazza della città in cui sono rimasti
insepolti per tre giorni e mezzo (11,12 ), salgono al cielo G io­
vanni e, rispettivamente, i Due Testimoni, l’uno e gli altri chia­
mati al cielo da una voce celeste. Dall’orizzonte orientale, co­
me il sole, sale poi l’angelo che reca il sigillo del Dio vivente in
7,2·
Per Giovanni dunque il cosmo è tripartito: in basso sta
l’abisso tenebroso, in alto c il cielo, sede di Dio e dei suoi mi­
nistri, e in mezzo è la terra, luogo di contrastante influsso e di
scontro tra le forze superiori del bene e le forze inferiori del
male.2 I confini sono netti, ma non sono invalicabili: separano
la zona di origine, non la sfera di attività. Così l’origine degli
angeli è in cielo, ma talora però essi varcano il confine del ciclo
scendendo sulla terra (10,1 ecc.) o nell’abisso (20,1-3) e yi agi‫־‬
scono agli ordini di Dio. Dell’abisso, luogo della sua apparte­
nenza, Satana oltrepassa i confini, prima dando la scalata al cie­
lo (Apoc. 12), e poi cercando complicità sulla terra per un rin­
novato assalto a Dio o al suo Messia (12,18 ss.; 16 ,13-14 ; 20,8).
Alla fine, definitivamente sconfitto, viene precipitato nello sta­
gno ardente di fuoco e zolfo (20,10), essendo costretto così per
sempre entro i confini che gli sono propri.
Tornando alle due Bestie, il loro salire dal mare e dalla terra

si trova bensì in cielo (12,3), ma già come nemico della Donna messianica
e di Dio, e non quindi come cittadino del cielo.
1 Per l’identità tra la Bestia di 13,1 e quella di 17,3 cf. Biguzzi, Settenari,
230 n. 38.
2 Cf. per esempio in 5,3 l’elenco delle tre zone che concorrono a compor­
re il cosmo, dove è detto che in esse non c’è alcuno in grado di aprire i si­
gilli del rotolo. Parlando della concezione cosmologica non di Apoc, ma
della letteratura apocalittica in generale, E. Schvissler Fiorenza, Apocalisse.
Visione di un mondo giusto (BB 16), Brescia 1994 (Minneapolis 1991) 39,
scrive: «Il mondo diventa come un palazzo a tre piani: cielo, terra e sotto­
terra».

52
è negativo, dunque, non per le due regioni cosmiche della loro
occasionale venuta storica, bensì per la loro appartenenza me­
tastorica, detta con la preposizione preverbale ava-, del verbo
àvajBat'vw.

II. I D IVERSI A M B IT I D ’A Z IO N E D E L LE DUE BE ST IE

i. L ’adorazione della Bestia


a dimensione ecumenica
Secondo 13,1-8 la Bestia-dal-mare non solo riceve dal Drago la
sua potenza e il suo trono (13,2) ma, esattamente come lui, ri­
ceve l’adorazione di tutta la terra: «Allora la terra intera (oAy) y)
Y ‫?־‬j) , presa d’ammirazione, andò dietro alla Bestia e adorarono
il Drago perché aveva dato il potere alla Bestia, e adorarono la
Bestia dicendo ecc.» (13 ,3 ^ 4 ). Il raggio d’influsso della Bestia
è dunque perfettamente co-estensivo con quello del Drago: tut­
ta la terra l’ammira e, come fa con il Drago, l’adora.
In continuità con 13 ,3 ^ 4 , che in modo inequivocabile parla
di un influsso della Bestia marina su tutta la terra abitata, de­
vono essere intese anche le affermazioni che seguono: «Le fu
dato potere sopra ogni tribù, popolo, lingua e nazione» (v. -yh),
e: «L ’adorarono tutti gli abitanti della terra» (v. 8). In astratto
il v. yb potrebbe parlare delle tribù e delle lingue ecc. di una so­
la e medesima regione, e «tutti gli abitanti della terra» del v. 8
potrebbero essere anch’essi gli abitanti di un’unica regione.
N on però in Apoc.1 e, soprattutto, non qui, a motivo di quella
perfetta corrispondenza territoriale dell’azione di Bestia e Dra­
go, di cui si è appena parlato.
La Bestia di 13 ,1 viene dunque da un mare (per ora) impre­
cisato, ed è l’intera ecumene ad adorarla, con tutte le sue tribù,
lingue ed etnie. Con la comparsa della Bestia-dalla-terra e per
effetto della sua attivissima propaganda ( 13 ,12 ^ 17 ) , la Bestia-
dal-mare è però oggetto di adorazione anche in una seconda,
diversa modalità.

> Cf. il significato costantemente universale che ha l’espressione quadri-


partita di 13,7 («su ogni stirpe, popolo, lingua e nazione») nelle ricorrenze
parallele di 5,9; 7,9; 10 ,11; 11,9; 14,6; 17,15.

S3
2. L'adorazione della statua della Bestia
in una diversa atmosfera

Il confronto tra le due adorazioni dice che l’adorazione di 13,


3 b 4 ‫־‬, quella chc è a raggio certamente universale, si sviluppa in
un’atmosfera di diffusa gratitudine nei confronti del Drago:
«E adorarono il Drago perché diede il potere alla Bestia» (13,
4a), e di diffusa ammirazione nei confronti della Bestia: «E fu
presa da ammirazione tutta la terra al seguito della Bestia» (13,
3c), «E adorarono la Bestia dicendo: ‘Chi è come la Bestia?’, e
‘Chi può compctcre con essa?’». E dunque un’adorazione li­
bera e spontanea. La seconda adorazione invece non è sponta­
nea, ma indotta: «[La Bestia dalla terra] fa in modo che la terra
e gli abitanti in essa, adorino ecc.» (i3,i2b ). Anzi, è forzata e
vessatoria: «E fa che coloro che non adorano la statua della Be­
stia vengano uccisi... E fa che quanti non hanno il marchio del­
la Bestia non possano comprare e vendere» (13,15 .16 -17).
In secondo luogo, l’adorazione promossa dalla seconda Be­
stia è offerta ad una statua cultuale, tra l’altro anch’essa costrui­
ta sotto comando e non spontaneamente. Questa adorazione è
dunque iconica (mentre la prima adorazione era aniconica) e la
necessità di una statua cultuale sembra essere dovuta all’assen­
za della Bestia marina nella regione in cui è attiva la Bestia ter­
restre. Le due Bestie sono insieme in 16,13, quando si coalizza­
no per la battaglia del grande giorno di Dio, e poi in 19,20,
quando sono sconfìtte e precipitate nello stagno di fuoco e zol­
fo, ma nel tempo delle due adorazioni esse non si incontrano
mai. È appunto per colmare la lontananza tra Bestia adorata e
adoratori della seconda adorazione che si rende necessaria la
statua cultuale. Si ha dunque una sorta di parousia cultuale per
ovviare ad una apousia fisica.1
In terzo luogo, per provocare quella meraviglia che nella pri­
ma adorazione era spontanea, la Bestia promotrice della secon­
da adorazione si avvale di prodigi come quello di far scendere
fuoco dal cielo o come l’animazione della statua cultuale così

! Cf. D.A. Desilva, The «Image o f thè Beast» and thè Christians in Asia
Minor: Escalation o f Seclarian Tension in Revelation 13: TrinJ 12 (1991)
204-205: «Qui c’è bisogno di una ‘immagine della bestia’ che rappresenti
!"assente come presente’».
che diventi statua parlante. Sono espedienti propagandistici di
cui Giovanni non fa parola quando presenta la prima adorazio­
ne e con cui dunque caratterizza e contraddistingue la seconda.
Tutto questo dice che la Bestia è oggetto di due distinte ado­
razioni. Ora si deve vedere come una sia caratterizzata dall’uni-
versalità e l’altra da un’estensione soltanto regionale.

3. L ’adorazione della statua della Bestia


a dimensione regionale
Come già per la prima, anche per la seconda adorazione si par­
la (ben tre volte in tre versetti) di «terra»: «[La seconda Bestia]
fa in modo che la terra e quelli che in essa abitano adorino la
prima Bestia» (v. 1 2b), «e inganna gli abitanti della terra con i
prodigi che le fu concesso di operare» (v. I4a), «dicendo agli
abitanti della terra di fare una statua alla Bestia ecc.» (v. i4b).
Tutte e tre le volte però si parla semplieemente di «terra», non
di «tutta la terra». A proposito della seconda adorazione, cioè,
non compare mai l’aggettivo universalizzante όλος che, come
s’è visto, compariva a proposito della terra adoratrice della Be­
stia marina e del Drago: «Fu presa da meraviglia tutta la terra
(όλη ή γή) al seguito della Bestia... e l’adorarono» (i3,3c.i4b),
dove l’espressione όλη ή γή è del tutto equivalente a οικουμέ­
νη, l’altro, unico termine geografico che Giovanni qualifica ri­
petutamente e pleonasticamente con l’aggettivo όλος (3,10; 12,
9; 16,14).
Le due adorazioni, quella «della Bestia» e quella «della sta­
tua della Bestia», sono distinguibili dunque non solo per le mo­
dalità e per l’atmosfera, ma anche per l’ambito geografico e, se
si vuole, per la differente universalità. La prima adorazione è
ecumenica (cf. l’espressione όλη ή γή), l’altra è limitata a una
regione (cf. l’espressione ή γή): è cioè limitata alla terra dove è
attiva la seconda Bestia e dove si trova la statua da essa fatta
costruire e adorare. Se poi l’universalità della prima adorazio­
ne è geografica, quella della seconda è tutt’al più sociologica:
«E fa che tutti: i piccoli come i grandi, i ricchi come i poveri, i
liberi come gli schiavi, - ricevano un marchio ecc.» (13,16). È
un’universalità possibile ovunque, appunto anche in una regio­
ne limitata.

55
In conclusione, «la terra» di I3,i2.i4a.b in cui la Bestia terre­
stre organi/za il suo culto è probabilmente una regione che si
distingue dall’ecumene di 13,3.8 in cui la Bestia marina veniva
già adorata.1 Questa importante deduzione di tipo geografico
ha nel testo almeno due conferme: il fatto che in Apoc. 16 le
due adorazioni siano colpite da flagelli distinti e la successione
di «mare e terra» in 1 3 ,1 .1 1 e non, viceversa, di «terra e mare».

4. Flagelli distinti per gli adoratori della Bestia


e per il suo trono
N el settenario delle coppe Giovanni significativamente distin­
gue il flagello scagliato contro gli idolatri della Bestia che reca­
no il suo marchio e rendono omaggio alla sua immagine (pri­
mo flagello, 16,2) dal flagello che invece colpisce il trono della
Bestia c il suo regno (quinto flagello, 16,10) per cui, ancora una
volta, «la terra» dell’adorazione della statua viene distinta dal
regno dove la Bestia ha il suo trono, e dunque da «tutta la ter­
ra» di cui parlava 13 ,3 ^ 4 .
C ’è altro. La serie dei flagelli delle coppe è come divisa in
due da un testo non narrativo (16,5-7) nel quale l’angelo delle
acque (w . 5-6) e l’altare (v. 7) commentano l’effetto del secon­
do e terzo flagello sulle acque del mare e, rispettivamente, sulle
acque dolci. I flagelli le hanno trasformate in sangue come era
accaduto nella prima piaga dell’esodo, e l’angelo delle acque in­
terviene non per difendere le acque cui presiede, bensì per dire
che l’intervento di Dio è giusto: è giusto cioè che chi ha versa­
to sangue, sangue debba trangugiare, per una sorta di recipro­
cità più volte affermata in Apoc., tra peccato e castigo che lo col­
pisce. I due blocchi di flagelli non soltanto sono separati, ma
sono anche diversamente caratterizzati in esatta corrisponden-

1 Non tiene conto di una tale diversità geografica per esempio M. Ober-
weìs, Die Bedeutung der neutestamentlichen «Rdtselzahlen» 666 (Apk 13,
18) und 153 (Job 2 1,11): ZNW 77 (1986) 233, che scrive: «Probabilmente
nelle due bestie è rappresentato l’impero romano da una duplice prospet­
tiva: il potere rivendicato ed esercitato sulla terra e quello esercitato sul
mare, o qualcos’altro di analogo». Cf. anche R. Bauckham, La teologia del­
l ’Apocalisse (LetB 12), Brescia 1994 (Cambridge 19 9 3) 138, secondo cui la
terra di 13,12.14 è il mondo intero, come in 16,13-14; e Lambrecht, People
o f God, 384, secondo cui l’azione della seconda bestia è worldwide.

56
za con le caratteristiche di adorazione ecumenica e adorazione
regionale. Infatti, come la Bestia-dalla-terra mandava a morte
chi rifiutava di rendere culto alla statua (13 ,1 jc), così i flagelli
della seconda e terza coppa colpiscono i persecutori che hanno
versato il sangue dei santi e dei profeti (16,6). D ’altra parte, in­
vece, come la Bestia-dal-mare era ripetutamente contraddistin­
ta dalla bestemmia contro Dio (i3,i.5a.6, ma cf. anche 17,3),
così lo sono sia gli uomini colpiti dai flagelli della quarta cop­
pa (i6,9b), sia i sudditi del regno della Bestia colpiti dal flagel­
lo della quinta coppa (16 ,11), sia, infine, gli uomini colpiti dal­
la grandine nella settima coppa (16,2 ib).
Gli schemi, anche geografici, di Apoc. 13 si prolungano dun­
que in Apoc. 16: da una parte il mondo della seconda Bestia,
caratterizzato dalla «regionalità» e dalla persecuzione, e dal­
l’altra il mondo della prima Bestia, caratterizzato dall’univer­
salità, dal potere politico e dalla bestemmia.

5. La successione «mare-terra»
e Vangelo di Apoc. 10
La successione per cui sulla scena di Apoc. compare prima la
Bestia che viene dal mare (13 ,1) e dopo, come seconda, quella
che viene dalla terra ( 13 ,11) è meno scontata di quello che po­
trebbe sembrare. Lo dicono le formule che in tutte le lingue
mettono istintivamente prima la terra e poi il mare, dal mo­
mento che l’uomo vive sulla terra e coglie ed esprime la realtà
dalla prospettiva terrestre. I latini per esempio dicevano: terra
marique, mettendo istintivamente prima la terra e poi il mare,
con la stessa logica con cui dicevano ferro ignique, dal momen­
to che in guerra prima si espugna una città con le armi e poi la
si dà alle fiamme. Per i greci basti citare Anassimandro per il
quale «per prima cosa l’aTtstpov ha tracciato il perimetro di ter­
ra e mare», o Tucidide che impiega una trentina di volte la suc­
cessione «terra-mare» e una sola volta la successione «mare-
terra».1
La successione inconsueta di «mare-terra» in 1 3 ,1 .1 1 ha una
1 Anassimandro, Testim. t,8; Tucidide, 1,2,2,2; 1,13 ,5 ,3 ; i >24>6,.i ; 1,110 ,4 ,4 ;
2,24,1,2 (ma cf. 2,41,4,6). Cf. anche Erodoto 6,18,2; 7,49,5; 8,64,4; Aristo­
tele, Mund. 3 9 2 ^ 14 ; yj6a.,2y; 3968,27.

57
sorprendente premessa in Apoc. io. L ’angelo forte che porge a
Giovanni il piccolo rotolo, infatti, pone il piede destro sul ma­
re e il sinistro sulla terra (io,2b-c). Per moltissimi autori il ma­
re e la terra su cui l’angelo pone i piedi significherebbero l’uni­
versalità della sua missione e dei destinatari del rotolo che tie­
ne in mano. Ma non è così perché nelle formule bibliche di uni­
versalità cosmica «terra» precede e «mare» segue. Nella stessa
Apoc. Giovanni mette sempre prima «terra» e poi «mare» (7,1.
2.3; 12,12, e cf. anche 20,8), con la sola eccezione appunto del­
l’episodio dell’angelo forte (10,2.5.8) dove per tre volte Giovan­
ni mette invece appunto prima «mare» e poi «terra».1 Questo
significa anzitutto che per Apoc. 10 e Apoc. 13 egli ha voluto
creare una formula nuova, diversa da quella che gli era altri­
menti spontanea e, in secondo luogo, che in quella formula il
mare è più importante della terra.
Poiché in Apoc. 10 la singolare successione «mare--terra» per
la collocazione dei piedi dell’angelo è la stessa successione dei
luoghi da cui vengono le due Bestie di Apoc. 13, non è impos­
sibile che «mare e terra» indichino gli ambiti geografico-politi-
ci (e non cosmici) contro cui Giovanni dovrà rivolgere i mes­
saggi del rotolo che, come Ezechiele, deve prendere e inghiot­
tire. Non per nulla, dopo che egli ha inghiottito il rotolo, gli vie­
ne detto: «Devi profetizzare ancora [e questa volta le tue profe­
zie saranno] contro1 popoli, nazioni, lingue e re numerosi». So­
no le profezie «politiche» di Giovanni di Patmos, come E.-B.
Allo le chiama.3
1 Nel trinomio (non binomio) che compare nel v. 6 la terra è significativa­
mente menzionata prima del mare (e dopo il cielo) proprio perché è in
una formula cosmica e non in relazione ai piedi deU’angelo: «il quale (=
Dio) creò il cielo... e la terra... e il mare».
2 Giustamente per S. Hrc Kio, The Exodus Symbol o f Liberation in thè
Apocalypse and its RelevanceforSomeAspecis ofTranslation: BTr 40 (1989)
134-135, l’èm λαοίς κτλ., retto da προψητεΰσαι, va tradotto non «riguardo
a», ma «contro»: a conferma basti citare Erodoto 1,61: «Risaputo ciò che
sì faceva contro di lui (έπ’αύτώ) ...». Contro Swete, Apocalypse, 132, che
scrive: «Giovanni non è inviato a profetare alla loro presenza (επί con
gen.), né contro ài essi (επί con acc.), ma semplicemente riguardo a essi (επί
λαοΐς κτλ.)» e contro W.J. Harrington, Revelation (SP 16), Collegeville
19 9 3,116 , che approva Swete.
3 Allo, Apocalypse, 125. - Per questo paragrafo cf. una trattazione più dif­
fusa in Biguzzi, Settenari, 227-230.

58
In altre parole Giovanni dovrà rivolgere la sua parola profe­
tica sia contro il mare, ossia la Bestia marina, sia contro la ter­
ra, ossia la Bestia terrestre, attiva in una regione particolare.

6 . Quale mare e quale terra


Poiché, pur venendo dal mare, la Bestia sarà adorata da «tutta
la terra» (13,3-4), nel v. 1 «mare» vuol dire un mare sul quale si
affacciano le molte regioni in cui abitano le tribù, i popoli e le
etnie di cui parla il v. 7: «le fu dato potere sopra ogni stirpe,
popolo, lingua e nazione». Il mare è la via di comunicazione
che, toccandoli tutti e conducendo a tutti, unifica quei molti
territori in un solo regno o impero. Difficilmente, poi, quel
mare è un mare diverso da quello di Patmos, e non tanto in
quanto Mar Egeo delle Sporadi, bensì come Mediterraneo sul
quale si affacciano le molte regioni ed etnie di tutta l’ecumene.
W. Hadorn dice per esempio che in 13,1 ‫׳‬SaXaco‫־‬a è «il mare oc­
cidentale», e H. Conzelmann e A. Lindemann dicono del tutto
esplicitamente: «Il mare... è in termini molto concreti il Medi-
terraneo, il mare nostrum dell’impero romano».1
La «terra» in cui svolge la sua attività la seconda Bestia è
evidentemente una delle regioni di quel regno multietnico. R e­
gione che, nella storia, è stata identificata in vario modo, come
ora si deve vedere.

I II. L A T E R R A D I ApOC. 13 , 1 1
N E L L A STO RIA D E L L ’ IN T E R PR ET A Z IO N E

1. Interpretazioni escatologica e storico-ecclesiastica


Così come per l’identificazione di Babilonia, anche per quella
delle due Bestie il primo richiamo da fare è al prezioso sin-

1 W. Hadorn, Die Offenbarung des Johannes (ThHK N T 18), Leipzig


1928,139 («è da intendere geograficamente e si riferisce al mare che si tro­
va ad occidente»); H. Conzelmann - A. Lindemann, Guida allo studio del
Nuovo Testamento (CSANT.S 1), Casale M. 1986 (Tiibingen 1975) 322. -
Per D. Georgi, Die Visionen vom himmliscben Jerusalem in Apok 2 1 und
22, in D. Liihrmann et al. (ed.), Kirche. Fs G. Bornkamm, Tiibingen 1980,
353, la Babilonia di Apoc. non può non essere intesa se non in riferimento
realistico con il mare ed è anzi un porto che è al centro dei traffici e com­
merci mondiali (seebezogen, Welthandelshafen).

59
cronismo di 17,10. Dicendo che il sesto monarca «è [presente-
mente]», l’ autore dell’Apocalisse non sembra in nessun modo
volere trasferire il lettore nei secoli xvi-xviii per parlare né del
papato né dei novatori protestanti, comc si pretendeva al tem­
po delle controversie confessionali. Allo stesso modo che le
interpretazioni storico-ecclesiastiche, sono da escludere quelle
escatologiche: da quella di Ippolito (prima metà del 111 secolo)
a quella del gesuita spagnolo F. de Ribera (1591), a quelle più
recenti di Th. Zahn (1924, 1926), J. Sickenberger (1929), o W.
Foerster (1938). A titolo d’esempio, per Ippolito e per de Ri- -
bera la prima Bestia era l’Anticristo (termine, tra l’altro, che
non ricorre in Apoc.) e la Bestia che sale dalla terra era il suo
sommo sacerdote (Ippolito) o un predicatore insigne, suo pre­
cursore: «praedicatorem aliquem magnum, ... praecursorcm
Antichristi» (de Ribera).1
Come richiede 17,10, le due Bestie vanno invece ambientate
nel tempo e, per quanto ci riguarda qui, nella geografia religio­
so-politica di Giovanni.

2. Interpretazioni di storia contemporanea


Già Vittorino (fine 111 secolo) intendeva la prima Bestia come
Nerone, ma l’interpretazione «di storia contemporanea» si è
affermata soprattutto in epoca moderna. La prima Bestia è
identificata con Domiziano, mentre la seconda è la sapientia
carnis (L. de Alcazar; scripsit 1614), o sono maghi e mistifica­
tori comc Apollonio di Tiana (Grotius; scripsit 1664), la filoso­
fia pitagorica (J.-B. Bossuet; scripsit 1689), il sacerdozio paga­
no (Aubert de Versé; scripsit 1703), o Simon Mago (A. Loisy,
1923). Questo tipo d’interpretazione, oggi largamente predomi­
nante, si muove però su due linee divergenti, a partire da due
diverse identificazioni, appunto, della terra da cui sale la secon­
da Bestia: per alcuni la terra è la Palestina mentre per altri è
l’Asia Minore.
Per B. Murmelstein (1929) per esempio la seconda Bestia c
Erode il Grande, perché parlava la lingua dell’imperatore di
1 Ippolito, Antichr. 48-50; F. de Ribera, In Sacram Beati Ioannis Apostoli
et Euangelistae Apocalypsim Commentarii, Lugduni mdxciii (Salmanticae
1MDXCl) 258-259.

60
Roma o Drago (cf. il «parlava come un drago» di 13 ,11) c per­
ché offese la sensibilità giudaica innalzando le aquile romane
(cf. Petxcóv di 13,14 ) sulla porta del tempio e riproducendone
l’immagine sulle monete (cf. il ‫ ^״‬àpay^a sulla destra di 13,16 -
1 7).1 Per J. Massyngberde Ford invece la prima Bestia è Ve­
spasiano, c la seconda Bestia è Flavio Giuseppe che fu profeta
della sua acclamazione a imperatore, come si è già detto. Per
questi autori la «terra» da cui viene la seconda Bestia è eviden­
temente la Palestina: di Erode, appunto, e di Flavio Giuseppe.
Per altri la terra è invece PAnatolia. Venendo dall’Asia M i­
nore, per P. Touilleux (1935) e per C. Spicq (1950) la seconda
Bestia sarebbero i sacerdoti di Cibele, madre degli dèi, che ma­
nifestavano il loro lealismo a Roma prestando culto all’impe­
ratore regnante.2 Molti infine identificano il falso profeta con
questo o quello dei promotori del culto imperiale in Asia: il
partito filoromano (J. WeifS, 1904), Plinio il giovane, inviato da
Traiano in Ponto e Bitinia come proconsole straordinario (A.
Vanni, 1929), il sacerdozio del locale culto del sovrano (R.H.
Charles 1920; M. Rist - L.H. Hough, 1989)^ o lo stesso koinon

1 Cf. B. Murmclstein, Das zweite Tier in der Offenbarung Johannis:


ThStKr 101 (1929) 452-454. 457. Si tratterebbe della dinastia erodiana per
C. Tresmontant, Enquète sur VApocalypse: Auteur, datation, signifeation,
Paris 1994, 329 («è probabilmente la dinastia degli Erodi») e per il già cita­
to R. De Water.
2 Cf. P. Touilleux, L ’Apocalypse et les cultes de Domitien et de Cybèle,
Paris 1935; C. Spicq, L ’épitre aux Hébreux 1 (EtB), Paris 1952, 136-138.
Ma v. la critica di K. Priimm, Mystères, DBS vi, Paris i9 6 0 ,111-113 . - Pro­
veniente da Frigia (col santuario principale a Pessinunte) e Lidia, il culto
di Cibele era conosciuto in Grecia già nel v secolo e passò a Roma nel 205-
204 a.C. (con tempio sul Palatino). Cibele era dea delle montagne e della
vegetazione, alla quale erano devote soprattutto le popolazioni agresti e in
particolare le donne. Il suo culto era caratterizzato da riti d’iniziazione e
soprattutto dal taurobolium, e cioè dall'irrorazione del fedele, fatto scen­
dere in una fossa, con il sangue di un toro. Numerose iscrizioni documen­
tano come il culto fu offerto a beneficio dell’imperatore soprattutto in
epoca antonina. Da Roma si diffuse poi soprattutto in Gallia e in Africa.
3 J. Weifi, Die Offenbarung Johannis. Ein Beitrag zur Literatur- und Reli-
gionsgeschichte (FRLAN T 3), Gòttingen 1904, 17; A. Vanni, La data di
redazione della «Apocalisse» di S. Giovanni e le «bestie» del capitolo 13:
SIFC 8 (1930) 126-144. 183-219; R.H. Charles, A Criticai and Exegetical
Commentary on thè Revelation o f St John 1 (ICC 14), Edinburgh 1920,
357 («il sacerdozio imperiale delle province»); M. Rist - L.H. Hough, The

61
d’Asia (W.M. Ramsay, 1904; W. Barclay, 1959; S.R.F. Price,
1984; S. Friesen 1993),1 e cioè l’assemblea dei rappresentanti
delle varie città asiatiche che si riuniva una volta l’anno e orga­
nizzava riti, feste, giochi e costruzioni di nuovi templi impe­
riali.
L ’interpretazione della «terra» di 1 3 ,1 1 come Anatolia ha a
suo favore: 1. il fatto che secondo 4,1 le visioni di cui Giovanni
e protagonista in Apoc. 4-22 (e quindi anche la vicenda delle
due Bestie) sono in continuità con la cristofania di 1,9 ss. la qua­
le è ambientata a Patmos e non in Palestina; 2. il fatto che G io­
vanni era coinvolto in prima persona con le sorti di almeno
sette chiese d’Asia Minore e che per esse scrisse il suo libro,· 3.
il fatto poi che le sette chiese d’Asia interessano Giovanni nella
concretezza dei loro abitanti (cf. Antipa, Gezabele, i Nicolaiti
ecc.), degli edifici o istituzioni (il trono di Satana) e delle loro
scelte di vita cristiana mentre, privi di ogni concretezza stori­
ca, i luoghi palestinesi (Gerusalemme, il suo tempio, l’altare
del tempio, i suoi cortili, il monte Sion, ecc.) sono in Apoc. pu­
ro simbolo. Quanto poi all’alternativa tra culto del sovrano e
quello di Cibele, l ’epiteto di pseudoprofeta dato alla Bestia-
dalia-terra conviene ai diretti promotori del culto imperiale
meglio che ai sacerdoti di Cibele che di quel culto erano solo
fiancheggiatori occasionali.
Relegato nella pietrosa Patmos, se guardava a occidente G io­
vanni vedeva venire dal mare nostrum la Bestia che si faceva
rivale di Dio, mentre se si volgeva a oriente, all’Asia proconso­
lare delle sette chiese, vedeva il falso Profeta tutt’intento a pro­
muoverne il culto, intollerabilmente blasfemo.

Revelation o f St. John thè Divine (I’sB 12), Nashville 1989 (11957) 464
(«agisce come sacerdote del culto imperiale»).
1 W.M. Ramsay, The Letters to thè Seven Churches ofAsta and their Place
in thè Pian o f thè Apocalypse, London 1904; Barclay, Revelation X III,
293 («rappresenta l’organismo per la diffusione e l’incremento del culto im­
periale»); S.R.F. Price, Rituals and Power. The Roman Imperiai Cult in
Asia Minor, Cambridge 1984; S. Friesen, Twice Neokoros. Ephesus, Asia
and thè Cult o f thè Flavian Imperiai Family (RGRW 116), Leiden ‫ ־‬New
York - Kòln 1993.
Capitolo 3

Le due idolatrie
diApoc. 8-16 a Efeso
1. l ’id o l a t r ia n e l n u o v o t e st a m e n t o
e n e l l ’a p o c a l is s e

1. L ’idolatria nell’esperienza quotidiana


delle chiese
L ’impatto con l’idolatria faceva parte inevitabilmente dell’espe-
rienza quotidiana delle chiese primitive perché in tutto il mon­
do greco-romano il culto degli dèi permeava ogni settore del­
l’esistenza, e l’irritazione attribuita a Paolo durante il suo sog­
giorno ateniese in Atti 17,16 era provata da ogni cristiano fer­
vente nella seconda metà del 1 secolo. A ll’interno del N .T. il te­
ma dell’idolatria però, in confronto con la sua frequenza nel-
l’A.T., è relativamente poco presente. Di idolatria si occupano
con qualche ampiezza il libro degli Atti degli Apostoli (14 ,11-
18; 15,20.29, e 1 7 , 16 ss.; 19,23-41; 21,25) e l’epistolario paolino
soprattutto nella lettera ai Romani (1,18 ss.) e nelle lettere ai C o ­
rinzi (/ Cor. 8-10; 2 Cor. 6,14-7,1).
L ’idolatria di cui si occupano sia gli Atti che Paolo è quella
in cui si rende culto agli dèi del panteon greco-romano e ai lo­
ro simulacri, coi problemi connessi come quello degli idolotiti.
Anche Apoc. si occupa di questa idolatria: la descrive chiara­
mente in 9,20 (cf. anche 21,8; 22,15) e SJ> °P P one consumo
degli idolotiti in 2,14.20. Ma la battaglia di Giovanni di Patmos
contro l’idolatria è ben più consistente di quanto non dicano
quei pochi versetti.

2. L ’Apocalisse e le due idolatrie


Dopo avere sbrigato l’idolatria «degli idoli e dei demoni» in
poche battute all’interno del settenario di flagelli che la colpi­
scono, Giovanni dedica infatti ben otto capitoli a una seconda
idolatria. Oltre che nel settenario di flagelli ad essa destinati

63
(Apoc. 15-16), egli la descrive in ben tre capitoli di antefatti in
cui introduce sulla scena la protagonista, la Bestia che si fa ado­
rare, e il suo mondo (Apoc. 12-14), e P °i in un'ulteriore descri­
zione della Bestia e delle sue complicità (Apoc. 17), e infine nel
racconto della sconfitta e della fine (Apoc. 18-20).
A ciò si aggiunge l’accurata differenziazione delle due idola­
trie. L ’idolatria degli idoli viene descritta in termini convenzio­
nali e stereotipati presi dall’A .T .1 e viene accomunata a peccati
e delitti comuni come il furto e l’omicidio (9,20-21). Giovanni
presenta invece l’idolatria della Bestia con un’inesauribile ric­
chezza di immagini di suo conio o di immagini bibliche e mi­
tiche rielaborate creativamente. E poi si dilunga a qualificarla
come emanazione satanica e parla del suo carattere blasfemo,
della parodia e della concorrenza che oppone al governo di Dio
e dell’Agnello. Parla della città in cui quelPidolatria ha la sua
centrale, delle strutture politiche e militari di cui si avvantag­
gia, dell’attività propagandistica e delle tecniche di mistificazio­
ne e persuasione o costrizione con cui si procura consenso. Una
ultima differenziazione è nei termini con cui si designa l’og­
getto di culto idolatrico: 9,20 parla di είδωλα, mentre in 13,14, f
e poi ripetutamente (13 ,15 ier; 14,9 .11; 15,2; 16,2; 19,20; 20,4) si
parla di una είκών, e questo con tre caratteristiche che è molto
istruttivo enucleare. Anzitutto, mentre il plurale di είδωλα par­
la di molteplicità e di genericità, il singolare di είκών parla in­
vece di unicità. In secondo luogo, mentre non è mai detto di
chi siano rappresentazione gli είδωλα, è esplicitamente detto
che 1’είκών è immagine del ■θηρίον che sale dal mare. In terzo
luogo το ‫׳‬δηρίον, nonostante il suo genere neutro, viene tratta­
to come maschile almeno quattro volte: in 13,8 (προσκυνήσου-
σιν αυτόν κτλ.), in 13^14 (τΦ $ηρίψ δς εχει την πληγήν κτλ.),
in 17,3 (‫׳‬δηρίον... γέμοντα... έχων κτλ.) e in 17,11 (το ■δηρίον...
καί αυτός δγδοός έστιν κτλ.).
Tutto dunque in Apoc. dice che la seconda idolatria, chiara­
mente caratterizzata come rivolta all'immagine di un uomo
(cf. il maschile di 13,8.14 ecc.), agli occhi di Giovanni era mol­
to più minacciosa della prima. E tutto dice che era essa a costi-
1 La formula di 9,20 («idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di le­
gno che non possono vedere né udire né camminare») è da confrontare
con Dt. 4,28; Sai. 115,4-7; 135,15-17, ma soprattutto con Dw. 5,4.23.

64
tuire il vero obiettivo del suo ardente zelo antidolatrico, degno
di un Elia. L.L. Thompson interpreta dunque in modo insod­
disfacente molti capitoli di Apoc. quando afferma: «Il proble­
ma principale riguarda il rapporto dei cristiani con gli aderenti
al culto tradizionale, piuttosto che il loro rapporto con il culto
dclPimperatorc». È invece più vicino al vero D .A. Desilva il
quale scrive: «Giovanni non si riferisce alla religione tradizio­
nale come principale nemico della vera adorazione. Piuttosto
egli sviluppa la sua polemica contro il culto imperiale, e lo fa
con ampiezza e con grande abbondanza di particolari».1
Per chi eventualmente cerchi un riscontro storico nella si­
tuazione delle chiese d’Asia a questi dati letterari, la documen­
tazione più ampia circa l’una e l’altra idolatria è quella offerta
dalla Efeso della seconda metà del i sec. d.C. Per questo la du­
plice idolatria sarà qui evocata storicamente ed archeologica­
mente a partire soprattutto dall’Artemision efesino per l’idola­
tria tradizionale, e dal tempio che in quella metropoli fu edifi­
cato e dedicato al culto degli imperatori biavi al tempo dell’im­
peratore Domiziano.

II. L ’ ID O LA T R IA T R A D IZ IO N A L E A EEESO

Gli Atti degli Apostoli (19,23-41) e gli apocrifi Atti di G io­


vanni (n.ri 37-47) dicono come la missione cristiana a Efeso in­
contrasse un massiccio sbarramento nelPArtemision. Il tem­
pio, che sorgeva a circa due chilometri dal centro cittadino
dell’epoca ellenistico-romana, è elencato tra le sette meraviglie
del mondo antico in sedici delle ventiquattro liste giunte fino a
noi e molti libri dell’antichità ne celebravano lo splendore e
l’importanza.2 L ’autopte Pausania (scripsit 160-180 d.C.) af­
ferma che i templi della Ionia erano senza rivali ma che in testa
a tutti era l’Artemision efesino.3 Quanto a dimensioni, era il
massimo edificio di tutto il mondo ellenico ed il primo edificio
di grandi dimensioni ad essere costruito interamente in mar-

1 Thompson, Book, 164, cf. 233 n. 54; Desilva, Image, 201.


2 Per le liste delle sette meraviglie cf. J. tanowski, Weltwunder, PW.S x,
1021-1024, per gli autori antichi che scrissero suH’Artemision cf. R. Oster,
The Ephesian Artemis as an Opponent o f Early Cbristianity: JA C 19 (15)76)
31. 3 Pausania, Perieg. 4,31,8; 7,5,4.

<>5
rao.1 Per le donazioni, i lasciti, i possedimenti, per i depositi
bancari di cui era sede internazionale, l ’Artemision era un pi­
lastro dell’economia di Efeso e dell’intera Asia, come fa capire
Elio Aristide (ca. 117 -17 8 d.C.), che chiama quel tempio «teso­
ro e forziere dell’Asia».2
Il simulacro di Artemide, riprodotto all’infinito sulle mone­
te, nelle statuette votive, negli ex-voto, nella decorazione delle
case, nei mosaici pavimentali, nei templi succursali della regio­
ne e di tutta l’area mediterranea, si riteneva caduto dal cielo o
da Zeus,3 e questo ne legittimava il culto con l’alone mistico di
un’origine trascendente.
La documentazione letteraria, numismatica ed epigrafica
non lascia alcun dubbio sul fatto che Efeso si identificava con
il suo Artemision più che con qualsiasi, altra istituzione religio­
sa o civica,4 e tuttavia le fonti antiche e l’archeologia documen­
tano poi abbondantemente la presenza a Efeso, come è ovvio,
di templi e di immagini per il culto per esempio a Zeus, alla dea
madre, ad Afrodite, Apollo, Efesto, Asclepio, Atena, Demetra,
Dioniso, Serapide.
r

i l i . EFESO E IL CULTO D EL SOVRANO

i . Il «neocorato» imperiale di Efeso


sotto Domiziano
A Efeso comunque, accanto ai culti di Artemide e del panteon
greco-romano, non mancava quel culto deU’imperatorc di cui
Apoc. si occupa con ampiezza e che dai tempi di Augusto ave­
va nelle province orientali e particolarmente nell’Asia procon­
solare il suo epicentro.5 Dalle monografie di D. Magie (19 jo) e

1 E. Akurgai, Ancient Civilizations and Ruins of Turkey, Istanbul ^198 5,


147·
2 Elio Aristide, Orai. 23,24 (citato da Oster, Epbesian Artemis, 34).
1 Cf. il 5i07t£Trjt; di Atti 19,3 5 (tradotto nella Volgata con Iovisque proles).
4 Cf. R. Oster, Ephesus as a Religioni Center under thè Principate, 1. Pa-
gamsrn before Constantine, ANRW n, 18.3, Berlin - New York 1990,
1728.
5 L. Cerfaux - J. Tondriau, Un concurrent du chrislianisme. Le cnlte des
souverains dans la civilisation gréco-romaine (BT 3; TB $), Tournai 1957,
395, definiscono l’Asia «centro vivente del culto imperiale»; M. Karrer,
Johannesoffenbamng als Brief. Studien zu ihrem literarischen, historischen

66
di S.R.F. Price (15)84) sul culto imperiale in Asia si ricava che
esso era presente in ognuna delle sette città di Apoc.: di cinque
- escluse Filadelfia e Laodicea - è sopravvissuta la documen­
tazione per sacerdoti e altari, e di sei - esclusa solo Tiatira -
per i templi.1
Gestito in ogni provincia e città secondo forme discreziona­
li, in Asia il culto del sovrano era coordinato da un’assemblea
(il xotvòv ’Aata<;, commune Asiae) dei rappresentanti delle va­
rie città, che si riuniva ogni anno.2 Attraverso il koinon le sin­
gole città partecipavano alla promozione e al finanziamento
delle feste, dei riti, dei sacrifici, dei giochi e dell’attività edili­
zia. Per la costruzione di un nuovo tempio, per la quale la deli­
bera del koinon doveva essere ratificata dal senato di Roma, le
città asiatiche erano in rivalità fra di loro, perché ospitare un
centro del culto imperiale coi relativi festeggiamenti costituiva
un ambito titolo di onore e di merito. Il primo tempio provin­
ciale fu costruito nel 29 a.C. a Pergamo sotto Augusto,3 come
Tacito attesta, aggiungendo che quello di Pergamo fu preso poi
come esempio in altre province. È ancora Tacito a narrare co­
me, cinquanta anni più tardi (21 d.C.), si giunse all’edificazio­
ne, sotto Tiberio, di un secondo tempio provinciale: erano in
gara undici città e ognuna di esse dovette sottoporre ragioni e
meriti al giudizio del senato di Roma per l’assegnazione del­
l’incarico e dell’onore. La scelta del senato cadde su Smirne per
i servizi resi dalla città al popolo romano in pace e in guerra e
per avere la città onorato Roma con un tempio in antica data,
e cioè in tempi non sospetti di opportunismo politico.4

und theologischen Ort (FRLANT 140), Gòttingen 1986, 290, parla di


«Kemland del culto imperiale»; H.-J. Klauck, Das Sendschreiben nach
Pergamon und der Kaiserkult in der Johannesoffenbarung: Bib 73 (1992)
160, parla di «Hocbburg del culto imperiale».
1 Cf. D. Magie, Roman Rule in Asia Minor to thè End of thè Third Century
after Christ l-li, Princeton 1950; Price, Rituals.
2 Cerfaux-Tondriau, Concurrent, 328, scrivono: «D’istituzione puramente
greca, quest’assemblea esisteva nelle province d’Asia, in Grecia, a Cipro,
in Siria, e più tardi in Fenicia». Per il koinon d’Asia, Magie, Roman Rule t,
448, parla di più di centocinquanta delegati. - Sui koina cf. E. Kornc-
mann, xotvóv, PW.S iv, 929-941.
3 Cf. per esempio Price, Rituals, 56, per la data (29 a.C.), e p. 252, per la
bibliografia. 4 Tacito, Ann. 4,37 e 4,15,55-56.

67
Il terzo tempio imperiale della provincia d’Asia fu eretto ap­
punto a Efeso, alla quale A tti 19,35 attribuisce il titolo di νεω-
κόρος, un titolo che, dalla fine del 1 fino al v secolo, designò
sempre più in modo esclusivo le città che ospitavano templi dei
culto imperiale.1 Insieme al testo di Atti 19 anche una moneta
del tempo di Nerone, che già attribuisce a Efeso un neocorato,
e monete domizianee, che parlano di un secondo neocorato
efesino, hanno fatto pensare a un primo neocorato imperiale
efesino sotto Claudio o Nerone.2 Ma quel neocorato più pro­
babilmente era attribuito a Efeso in quanto custode de! tempio
di Artemide, come dice anche tutto il contesto di Atti 19.3 A
parte questo, che appunto è discusso e generalmente non ac­
cettato come imperiale, il neocorato imperiale fu concesso a
Efeso quattro volte, delle quali la prima fu sotto Domiziano,
intorno agli anni 89-90 d.C.4
Per non essere da meno di Pergamo e Smirne, la rivale Efe­
so dovette certamente fare pressioni sul governatore della pro­
vincia, sul koinon, e più ancora sul senato di Roma e sull’im­
peratore.5 Con la comprensìbile aspirazione di Efeso ad avere
un riconoscimento pari alla sua importanza di metropoli asia-

r I! titolo, che etimologicamente designa l’inserviente a cui è affidata la


pulizia del tempio (νεώς = santuario, κόρος = scopa), era originariamente >
dato agli ufficiali subalterni, poi fu dato agli amministratori dei templi e
infine, appunto, alle città dove aveva sede un tempio provinciale eli culto
deirimperatore. Cf. S. Friesen, The Cult o f thè Roman Emperors in E-
phesus. Tempie Wardem, City Titles, and thè Interpretation o f thè Reve-
lation o f John, in H. Koester (cd.), Epbesos, Metropolis o f Asia. An In-
terdisciplinary Approack to iti Archaeology, Religion, and Culture (HThS
41), VaJley Forge 1995, 229-236. - L ’ultima menzione del titolo è in una
iscrizione del v secolo, da Sardi; cf. Friesen, Twiee Λ'eokoros, 58.
2 Così per esempio Kornemann, κοινόν, 93 j, c Thompson, Book, 173.
3 Così intende la Volgata che traduce νεωκόρος di Atti 19,35 con cultrix
magnae Dianae e così intende J. Keil, Die erste Kaisemeokorie von Ephe-
sos: NumZ 12 (1919) 115 -1 zo, citato e seguito da molti autori.
4 Per i quattro neocorati imperiali cf. la documentazione in Price, Rituals,
254-257. La datazione del primo è resa possibile dai nomi (che compaiono
sulle iscrizioni di cui sotto) dei proconsoli L. Mestrius Florus, L. Luscius
Ocrea, M. Fulvius Gillo i quali esercitarono il loro ufficio fra l’ 88 e il 91;
cf. Friesen, Twice Neokoros, 29-75.
5 Questa trafila amministrativa è descritta da Magie, Roman Rule n, 1432-
1433, e da Price, Rituals, 66-72.

68
tica, dovettero però convergere anche le esigenze «di immagi­
ne» della dinastia Flavia. Dopo i discussi imperatori della fa­
miglia Claudia, e dopo i mesi bui seguiti alla fine di quella di­
nastia per il suicidio di Nerone, la propaganda imperiale cercò
evidentemente di promuovere in tutti i modi il culto dei nuovi
prìncipi per imporre all’attenzione di tutti il «miracolo Flavio»,
che aveva portato al ristabilimento dell’ordine in tutte le pro­
vince, alla restaurazione della potenza militare con la vittorio­
sa conclusione della guerra giudaica, con la presa di Gerusalem­
me - e che aveva portato alla generale ripresa economica.1 N on
sono solo queste particolari circostanze storiche a dire l’im­
portanza che i responsabili dell’impero dovettero attribuire al
tempio e a Efeso come sua sede, ma anche il fatto che in quel­
l’occasione per la prima volta il titolo di vcojxópoe; fu dato a un
tempio di culto imperiale.2 Anche con questa innovazione Efe­
so si impose sulle città di tutta la provincia come loro rappre­
sentante nel rendere omaggio alla nuova dinastia imperiale, e
superò definitivamente la rivale Pergamo alla cui passata gloria
Augusto aveva dovuto piegarsi al momento di autorizzare gli
inizi del culto imperiale in Asia.

2. Il tempio efesino
per il culto degli imperatori Flavi
Il tempio efesino per il culto imperiale fu il primo in Asia ad
avere rilevanza urbanistica.3 Elevato su di una piattaforma ar­
tificiale di m 50 x 100, alle falde del monte Coresso, oggi mon­
te Bùlbul, era uno pseudodiptero di stile corinzio, con otto
colonne sulla facciata e tredici sui lati. Una stoa con colonnato
a tre ordini copriva il lato settentrionale del podio e le botte­
ghe ricavate nelle volte che lo sostenevano. Per tutta l’esten­
sione di quello splendido lato lungo del complesso templare,
le colonne dell’ordine superiore erano decorate con statue di
divinità che, a modo di cariatidi o di atlanti, sembravano costi-
1 Cf. R. Beauvery, /-e culte imperiai et le mite de Rome dans l:Apocalypse
johannique. Approche numismatique 1 (diss. datt.), Lyon 1984, 159; Frie­
sen, Twice Neokoros, 155-1 $6.
2 Cf, Price, Riluals, 65 n. 47; Friesen, Twice Neokoros, 56-59.
3 W. Zschiezschmann, Ephesos, KPauly n, Mùnchen 1975, 294.

69
tuire il solido sostegno dell'impero e dei suoi potenti e divini
governanti/ II bassorilievo che invece decorava l’altare rappre­
sentava un intreccio di armature, lance, scudi, trofei di guerra,
un prigioniero, e un animale sacrificale: il simbolismo questa
volta era quello della religione che legittima e sublima le im­
prese militari delio stato e che eleva il sovrano al di sopra dei
mortali fino a meritare i loro sacrifici/
Dai tempi del recupero archeologico si riteneva che il tem­
pio fosse dedicato a Domiziano, ma in base a quei documenti
ufficiali che sono le iscrizioni erette dalle città del koinon asia­
tico per l’inaugurazione del tempio,3 S. Friesen ha recentemen­
te dimostrato che il tempio fu dedicato ai SepaoToi (al plurale),
c dunque non a un solo imperatore.4 Friesen elenca poi tra gli
Augusti in questione anzitutto Tito, a motivo del ritrovamen­
to in situ della statua che lo raffigura; poi Domiziano suo fratel­
lo, per i nomi dei proconsoli in carica al suo tempo che figura­
no nelle iscrizioni e perché nelle iscrizioni è evidente la rasura
del suo nome (decretata dal senato di Roma alla sua morte per
la damnatio memorìae); e infine Vespasiano, il cui nome nelle
dediche fu sostituito a quello eraso di Domiziano.5 Friesen poi
prosegue escludendo che altri imperatori fossero venerati nel
tempio efesino o perché a qualche altro titolo già cooptati in
>
1 Cf. Friesen, Twice Neokoros, 75. Per la datazione domizianea della log­
gia-nord cf. T. Hilke, Ephesische Baubtitten in der Zeit der Flavier und der
Adoptivkaiser, in Lebendige. Altertumswissenschaft. Fs II. Vetters, Wien
15)85, 181. 186 n. 8, contro A. Bammer, [Éphèse]. Les fouilles récents dans
la ville romaine: MBib nr. 64 (1990) 22-33. Anche se la datazione dovesse
essere posticipata all’epoca degli Antonini come afferma A. Bammer, in
ogni caso la progettazione di essa non può non essere stata fatta se non
contestualmente a quella della piattaforma e del tempio.
2 Nei rilievo è raffigurato un toro che è condotto davanti all’altare per es­
servi sacrificato. L ’immagine illustra bene il problema delle carni immola­
te agli idoli (2,14.20) perché parte delle carni sacrificali era messa sul mer­
cato. Il fregio scultoreo, comunque, sembra essere del II secolo: cf. W.
Alzinger Ephesos vom Beginn der ròmischen Herrschaft■ in Kleinasien bis
zum Ende der Principatzeit (archdologisch), ANRW 11, 7.2, Berlin - New
York 1980, 820; Friesen, Twice Neokoros, 67 n. 56.
3 Ibid. 29-75. La documentazione più particolareggiata e più completa
sulle iscrizioni (tredici di numero) si trova alle pp. 28-49.
4 Ibid. 35-36. Comunque cf. già Price, Rituals, 255 e Magie, Roman Rnle
11,1434. 5 Cf. Friesen, Twice Neokoros, 37.


altri templi efesini (Augusto, Tiberio) o perché di infausta me­
moria (Caligola, Nerone) o perché morti in tempi ormai lonta­
ni (Claudio, e, in genere, gli imperatori prima di Vespasiano).

3. La statua cultuale di un imperatore Flavio


A due riprese, nel 1930 e nel 1969-1970, in occasione di lavori
di sterro al criptoportico della facciata ovest di cui s’è parlato,
sono venuti alla luce i frammenti di una statua colossale, che
misurava sette metri di altezza, alta quindi circa quattro volte
la grandezza naturale.1 I frammenti, ora al museo di Efeso-
Selguk dimostrano che si trattava di una statua acrolitica,2 e
dunque marmorea nelle sole estremità e lignea nel busto. Si
tratta con ogni probabilità della statua cultuale,3 o di una delle
statue cultuali,4 del tempio. E questo per tre motivi: 1. la sta­
tua non poteva essere collocata se non alPinterno di un edificio,
0 comunque al coperto, perché le parti in legno non potevano
restare esposte alle intemperie; 2. data la sua fattura, la statua
1 Cf. in Pricc, Rituals, 255, la documentazione per i reperti del i960 e per
gli ultimi in R. Merig, Rekonstruktionsversuch der Kolossalstatue des Do-
mitian in Epbesos, in Pro Arte antiqua. Fs H. Kenner (JÒI.S), Wicn 1985,
239-241. La informatissima monografia di Friesen, Twice Neokoros, col­
loca i primi frammenti della statua ancora al museo di Izmir (pp. 60. 61.
63), trasferiti invece a quello di Efeso-Sel$uk nei primi anni ’90, e, soprat­
tutto, non conosce i ritrovamenti degli anni 1969-1970. —Dopo i ritrova­
menti del 1969-1970 non è più possibile porre l’interrogativo se l’impera­
tore fosse rappresentato in piedi o in posizione assisa, come fanno per
esempio Akurgal, Ancient Civilizations, 166; Karrer, Johannesoffenba-
rung als Brief, 290; P.J.J. Botha, God, Emperor Worship and Society: Con-
temporary Experiences and thè Book o f Revelation: Neot 22 (1988) 95.
Tra i nuovi reperti infatti il ginocchio destro disteso, il ginocchio sinistro
ripiegato, e il tallone sinistro rialzato provano che l’imperatore era ritratto
in piedi, con la gamba destra quale gamba portante e quella sinistra come
gamba flessa. Cf. Merig, Rekonstruktionsversuch, 240.
2 Merig, Rekonstruktionsversuch, 239 s., fornisce l’elenco dettagliato dei
tasselli nei vari frammenti marmorei per il fissaggio di barre metalliche li­
gnee.
3 Così Price, Rituals, 255 e Merig, Rekonstruktionsversuch, 239-240, che
fornisce le prove.
4 Friesen, Twice Neokoros, 64 n. 52, calcola che nella cella del tempio ci
fosse spazio per cinque statue cultuali delle stesse dimensioni di quella so­
pravvissuta: una poteva trovare posto contro la parete di fondo e due in
ognuna delle pareti laterali.

71
non poteva essere collocata se non contro una parete per esser
guardata solo dal davanti;' 3, per una statua di quelle dimen­
sioni e di quella enfasi non era disponibile in zona altro luogo
coperto e adeguato se non la cella del tempio dei Flavi.
Dai tempi del primo rinvenimento si identificava l’impera­
tore raffigurato nella statua con Domiziano e si tendeva a spie­
gare il dato di fatto dei frammenti della statua come conseguen­
za del suo abbattimento violento allessassimo dell’imperatore
e alla damnatio memoriae.1 Ma ora S. Friesen ripropone con
forza l’identificazione già proposta da G . Daltrop e M. Wegner
nel 1966, per la quale l’imperatore rappresentato è Tito, a mo­
tivo delle fattezze del viso.3
1 Lo dimostrano i fori nella parte posteriore dell’avambraccio sinistro, i
tasselli sulle parti lisce dietro la testa e il fatto che la parte posteriore dei la
testa è non-finita, è non-rotonda ma piatta, e presenta un incavo di 40 x
47 cm, ricavato intenzionalmente per alleggerire il peso del marmo. Cf.
Friesen, Twice Neokoros, 62 n. 44 e soprattutto Merig, Rekonstrnktions-
versuch, 239-240.
2 Tra gir altri parlano di abbattimento violento per esempio Ch. Briitsch,
La Clarté de VApocalypse, Genève 51965 ['1940], 409 («La stame géante à
Ephèse fut culbutée par la foule delirante»), D. Knibbe, Epbesos vom Be-
ginn der romischen Herrschaft in Kleinasien bis zum Ende der Prinàpa-
ts/.eit (historisch), ANRW n, 7.2, Bcrìin - New York 1980, 775 (la statua
sarebbe stata fatta a pezzi e poi gettata «in den Keller») e Meri?, Rekon-
struktìonsversuch, 240 (la statua sarebbe stata gettata «in die Tiefe»), A f­
fermazioni del genere creano bensì un’atmosfera molto romantica intorno
alla statua, ma sono fuori di ogni prospettiva realistica. Fra l’altro Meri?
presuppone che, pur essendo il tempio ridedicato a Vespasiano e quindi
regolarmente utilizzato per gli usi religiosi e civici del caso, i frammenti
della statua dell’imperatore damnatus siano rimasti a giacere per secoli in
un luogo di passaggio, di traffico e di commercio quale era il criptoportico
e il colonnato occidentale. Mcrìg addirittura giunge ad attribuire a una
statua di Vespasiano il. frammento di una mano ancora di statua colossale
ma non appartenente a quella in questione (cf. p. 240), cosicché la statua
di Domiziano, precipitata violentemente in die Tiefe, si sarebbe conservata
quasi integralmente e in buono stato, mentre quella del padre, ad eccezione
di quella sola mano, si sarebbe volatilizzata anche senza alcuna damnatio
memoriae e senza distruzioni violente. Il fatto è che la sostanziale integrità
della statua di Efeso, soprattutto della testa, con le ciocche di capelli o le
ciglia in perfetto stato di conservazione, sembra escludere un abbattimen­
to violento.
3 Cf. Friesen, Twice Neokoros, 62, che cita G. Daltrop - V. Hausmann -
M. Wegner, Die Flavier, Berlin 1966. Cf. anche Hilke, Ephesische
Baubiitten, !86 n. 6, che cita J. Keil, Fiibrer durcb Epbesus, 'Wien '1964.

72
Questo già contribuisce a spegnere l’entusiasmo di chi vor­
rebbe identificare la statua del museo di Sel^uk con quella di cui
parla 13,14 -15 , e cioè la statua della Bestia-dal-mare fatta co­
struire e poi fatta adorare dalla seconda Bestia.' Ad escluderlo
c’è comunque anche il dato di fatto che la statua colossale di
Efeso non era una statua parlante come quella di 13 ,15 . Anzi­
tutto, le sottostrutture della cella non presentano nulla di simi­
le a quanto si trova per esempio nella cella del tempio degli dèi
egizi di Pergamo, detto «aula rossa», dove un cunicolo sotter­
raneo conduceva al luogo della statua cultuale l’intruso che ad
essa doveva prestare la voce.2 La bocca della statua di Efeso poi
non è confezionata in modo da far passare la trachea di gru di
cui parlano gli autori antichi per altre statue parlanti,3 o co­
munque da far passare la voce di uno speaker dal retro della
statua. E tuttavia, anche se questa non è la statua di Apoc. 13,
le sue colossali dimensioni parlano un linguaggio che ugual­
mente aiuta a capire la reazione di Giovanni di fronte al culto
imperiale, perché dicono la pretesa natura e dignità più che
umane dell’imperatore.4

1 Cf. Dibelius, Rom, 222: «L’Apocalisse è sorta nei dintorni del tempio,
insieme con la statua colossale del dio-imperatore»; Stauffer, Christ, 99:
«Satana s’apposta sulla riva del mare e convoca lo pseudo-Cristo. Questo
sorge allora dal mare sotto la forma di un mostro a sei [sìcJ diademi. Si de­
ve pensare qui aH’arrivo della statua imperiale al porto di Efeso?»; Price,
Rituals, 197: «Si è tentati di pensare che dietro al nostro testo c’è l’inaugu­
razione del culto provinciale di Domiziano a Efeso, con la sua statua cul-
tica. Devo confessare che non ho incontrato alcun’altra interpretazione
che si attagli al contesto sia geografico che cronologico»; Beauvery, Culle
impérial x, 71, che sotto la riproduzione della starna di Efeso mette la di­
dascalia: «Image de la Bete».
2 Cf. R. Salditt-Trappmann, Tempel der agyptischen Gótter in Griechen-
land und an der Westkiiste Kleinasiens (HPRO 15), Leiden 1970, 6. 20.
3 Cf. Luciano, Alexander 26, e Ippolito, Refut. omnium haer. 4,41, citati
da S.J. Scherrer, Signs and Wonders in thè Imperiai Cult: A New Look at
a Roman Religious Institution in thè Light o f Rev 13 ,13 -iy . JB L 193
(1984) 601-602. Sulle statue parlanti dell’antichità, oltre che i commentari
soprattutto di Bousset, Charles, Lohmeyer e Prigent, cf. F. Poulsen, Talk-
ing, Weeping and Bleeding Sculptures: ActAr 16 (1945) 178-195, e Price,
Rituals, 198, con bibliografia alla n. 151.
4 Secondo Price, ibid. 181-188, le dimensioni colossali delle statue degli
dèi e degli imperatori ad essi assimilati, esprimevano l’idea che il dio è così
grande da non poter essere contenuto in un tempio.

73
4· I giochi domizianei e il culto del sovrano

Con la costruzione del tempio dei Flavi, Friesen ha messo in


relazione un altro intervento urbanistico intrapreso anch’esso
sotto Domiziano, questa volta per iniziativa municipale. Sul
lato destro della grande via tecta che dal teatro conduceva al
porto si costruì negli anni 80 d.C. un grande complesso spor­
tivo che aveva un parallelo solo ad Olimpia.1 Come era il caso
della sola Olimpia, infatti, ora al porto di Efeso si accostarono
nella stessa area stabilimenti termali, una palestra e un ginna­
sio. Il tutto di dimensioni così grandiose da costituire il più am­
pio complesso architettonico di Efeso1 e il progetto più impo­
nente di tutto il principato di Domiziano:3 il solo ginnasio mi­
surava 240 x 200 m, e il tutto 360 m di lunghezza.4
Come in ogni ginnasio e in ogni palestra delle città ellenisti­
che, anche il ginnasio e la palestra al porto di Efeso erano de­
stinati a formare le giovani leve non solo con l’esercizio atleti­
co ma, insieme, anche con quello culturale: nelle sale annesse
tenevano lezioni maestri, filosofi e retori, locali o itineranti, e
si praticavano i culti civici e del sovrano.5 Soprattutto, però, in
base alla data di inaugurazione degli stabilimenti (ca. 89 d.C.),
in base al nome attestato dalle iscrizioni per le terme (βαλανεΐα
των Σεβαστών / του Σεβαστού), e in al base al prototipo preso
a modello, quello di Olimpia, l’area sportiva del porto di Efeso
è da ritenere che sia stata approntata per ospitare i giochi olim­
pici istituiti in onore di Domiziano in occasione della costru­
zione del tempio per il culto dei Flavi, giochi che la prima vol­
ta si tennero probabilmente nell’anno 89 d.C.é

1 Friesen, Twice Neokoros, 12 1-14 1. Friesen è seguito da J.N. Kraybill,


Imperiai Cult and Commerce in Jo bn ’s Apocalypse (JSNT.SS 132), Shef­
field, 1996, 26-29.
2 Akurga), Ancient Civilizations, 157; Friesen, Twice Neokoros, 121.
3 S.J. Friesen, Ephesus Key to a Vision in Revelation: BAR 19 (5,1993) 34.
4 Akurgal, Ancient Civilizations, 157.
5 Circa il culto imperiale nei ginnasi ci. Price, Rituals, 110. 143. 144-145.
1 56, e per il ginnasio di Efeso cf. Friesen, Twice Neokoros, 123-151.
6lbid. 123-141.

74
5· La scelta degli spazi come persuasore occulto

Fra i persuasori occulti più efficaci cui il culto degli imperatori


Flavi fece ricorso a Efeso fu la scelta degli spazi.1 Il tempio fu
costruito a ridosso dell’<2gora amministrativa, vicino al bouleu-
tèrion, al pritanèo e al tempio dedicato a Giulio Cesare e alla
dea Roma. Dunque, proprio dove pulsava il cuore politico della
città. Il tempio sorgeva al punto di congiunzione della via sa­
cra che veniva dall’Artemision con quella chiamata oggi «dei
Cureti», via che dalYagora politico-amministrativa conduceva
all 'agora commerciale, contigua al porto. A parte il fatto che per
essere eretto su di un podio elevato e in posizione centrale era
ben visibile da gran parte della città, il tempio sorgeva dunque
strategicamente proprio nel cuore della metropoli, a congiun­
zione dei centri politico e commerciale. L ’immenso spazio ne­
cessario per gli impianti sportivi dedicati ai giochi domizianei
furono invece ricavati nella zona animatissima del porto e del-
Yagora commerciale, ovviamente senza badare a spese o ad in­
teressi pubblici o privati.
Così, al tempo di Domiziano, Efeso ricuperava lo svantag­
gio accumulato nel corso di più di un secolo (29 a.C. - 90 d.C.)
nei confronti di Pergamo e Smirne, diventando anche ufficial­
mente città devota all’imperatore, oltre che ad Artemide, me­
diante la ristrutturazione di due aree urbanisticamente strate­
giche della città.

6. Il culto delVimperatore
quale nuovo centro di coesione
Questa era la tendenza evidentemente non solo di Efeso ma del­
la provincia nella quale come nella metropoli la vita andava ri­
organizzandosi e trovando un nuovo centro di coesione nel­
l’omaggio al sovrano come artefice del comune benessere. Nel
vissuto d’ogni giorno l’imperatore era il dio concreto e vicino.
Egli era incarnazione della divina providentia, con l’appronta­

1 Cf. Thompson, Book, 177, per il quale la gente era in grado di cogliere la
relazione tra centro religioso e centro politico «simply by walking thè
streets», e cf. il paragrafo intitolato: «The transformation of civic space» in
Price, Rituals, 136-146.

75
mento di strutture e servizi sociali un po’ dovunque, con le sue
sovvenzioni in tempo di carestie, incendi e terremoti.1 Tra im­
peratore e province c’era come uno scambio reciproco, di pro­
tezione da una parte e di gratitudine dall’altra, per cui più che
di culto dclPimperatore si dovrebbe parlare di culto del Bene­
fattore/ Si compiva cosi quel processo tipicamente ellenistico
che aveva portato pian piano i cittadini della polis dell’epoca
classica a sentirsi cittadini dell’ecumene. In un tempo nel quale
oramai la polis, integrata nell’impero, non aveva un proprio e
autonomo futuro, l’imperatore sempre più prendeva posto ac­
canto alle divinità civiche come protettore della città,5 e ancor
più come promotore della prosperità e dell’ordine del cosmo.
Apoc., oltre che libro di resistenza alla persecuzione, come si
presenta a prima vista, è dunque un libro di resistenza all’ideo­
logia c allo stile di vita della pax Romana,. Si spiega così come
l’idolatria della Bestia polarizzi l’ interesse e la conseguente con-
danna di Giovanni più che non l’idolatria tradizionale: non tan­
to o non solo a motivo del suo lato duro, quello della persecu­
zione, bensì soprattutto del suo lato suadente, e cioè dell’ allet­
tante prospettiva del benessere che insidiava gli spiriti.

IV. IL TEM PIO IM P E R IA L E E LA D ATAZIO N E


d e l l ’a p o c a l is s e

Quanto si è detto su) tempio imperiale costruito in età domizia-


nca a Efeso potrebbe essere in qualche modo indicativo per la
data di composizione dell’apocaiisse giovannea, prescindendo
dal fatto che Domiziano abbia o no preteso titoli divini come di­
ce Svetonio,4 o abbia o meno incrementato il culto imperiale.
1 Botha, God, 90, esemplifica con il terremoto di Sardi.
2 Jbid. 87: «Culto del Benefattore sarebbe un titolo più indicato», con ri­
mando a M.P. Charlesworth, Some Observations on Ruler-Cult, Especially
in Rome: IlThR 28 (1935) 8.
3 A. Yarbro Collins, Insiders and Outsiders in thè Book o f Revelation and
its Social Context, in J. Neusner et al. (ed.), «To See Ourselves as Others
See Us». Christians, Jews, «Others» in Late Antiquìty, Chico 1985, 215,
scrive: «Gli imperatori erano ora adorati allo stesso modo con cui prima
venivano adorate le divinità protettrici della polis. Il risultato fu che la vita
quotidiana era incentrata non tanto sulla città-stato ma suH’impero».
4 Svetonio, Domit. 13,2.


Secondo D. Warden, per esempio, non c’è alcuna prova che
Domiziano abbia promosso il culto del sovrano ad àmpio rag­
gio e che in Asia quel culto, dove era tradizionale, da Domi­
ziano sia stato incrementato in qualche modo. Alla seconda
precisazione, quella che riguarda l’Asia, Warden collega esplici­
tamente la questione della data, scrivendo: «Ne segue [dal fat­
to che Domiziano non avrebbe preteso titoli divini né favorito
l’incremento del culto imperiale] che non c’è motivo di datare
Apoc. agli ultimi anni del regno di Domiziano». E aggiunge:
«Tentare di fare questo significa confondere maldestramente
pettegolezzo imperiale (imperiai gossip) e intrighi romani con
il Sitz im Leben della chiesa in Asia Minore».1 Per il vasto mon­
do dell’ impero egli cita Price secondo cui, durante i quindici
anni di regno di Domiziano, fu costruito un numero minore di
templi che non nei quindici anni precedenti e nei quindici se­
guenti. Per l’Asia, invece, e per Efeso in particolare, egli non
può non ammettere il fatto della costruzione del tempio efesi­
no e della presenza di numerose iscrizioni dedicatorie in onore
di Domiziano, e riconosce che il tutto potè essere avvertito co­
me una minaccia da parte dei cristiani, ma - dice Warden - que­
sto non comportò alcun cambio d’epoca nel versamento di san­
gue cristiano e nella consistenza del culto dell’imperatore.
Warden insomma fa questione delPedificazione di pochi o
di molti templi. Ma per spiegare la composizione di Apoc. in
fondo è sufficiente l’edificazione di un tempio soltanto: dopo­
tutto, in contrasto con i molti είδωλα dell’idolatria tradiziona­
le, Giovanni collega con l’altra idolatria una sola εικών idola­
trica. N on è dunque illegittimo pensare che egli abbia reagito a
fatti di rilevanza cittadina e provinciale come quelli della ri­
strutturazione urbanistica di Efeso nella zona Ae\Yagora politi­
ca e in quella delì’agora commerciale presso il porto. E questo
richiederebbe di ambientare la composizione di Apoc. non sot­
to Nerone come vogliono alcuni interpreti di Apoc., ma sotto
Domiziano, anche se non proprio o comunque non necessa­
riamente alla fine del suo principato, come dice il testimonium
Ir ertaci?
1 Warden, Imperiai Persecution, 207-208: 208.
2 Così Friesen, Cult, 245-250. - La datazione neroniana di Apoc. è soste­
nuta da A.A. Bell, The Date o f John’s Apocalypse. The Evidence o f Some

77
Forse Giovanni di Patmos ha visto i lavori di costruzione del
tempio, o forse ha soltanto assistito o sentito parlare, esterre­
fatto!, di qualche festa o rito cittadino in onore del «divino»
Domiziano. Senza farsi intimorire dall’uomo più potente della
terra che tutti riverivano, lo ha definito «la Bestia», e contro il
culto offertogli a Efeso dall’intera provincia asiatica stilò uno
dei libri più aggressivi che mai siano stati scritti.
Roman Historians Reconsidered: NTS 25 (15)79) 513102‫ ; ־‬R.B. Moberly,
When Was Revelation Conceivedf: Bib 73 (1992) 376-393; Wilson, Do-
mitianic Date, 587-605 e Th.B. Slater, Dating thè Apocalypse to John: Bib
84 (2003) 252-258. L ’argomento forte di questi tre autori è che Apoc. si
ambienta nei turbolenti 18 mesi seguiti al suicidio di Nerone meglio che
in qualsiasi altro tempo. Ma ciò che provocò la stesura di Apoc. è il micro­
cosmo di Giovanni e delle sue chiese piuttosto che gli eventi della politica
intemazionale. - F.G. Downing, Pliny’s Prosecntions o f Christians: Revela­
tion and / Peter: JSN T nr. 34 (1988) 105-123, propone con forza la datazio­
ne di Apoc. all’epoca di Traiano.
Capitolo 4

Giovanni di Patmos ,
Patmos, e la «persecuzione»
I. G IO V A N N I D I PATMOS - GIO V AN N I A PATM OS

i. Giovanni di Patmos
L ’autore dell’Apocalisse si attribuisce il nome di Giovanni quat­
tro volte: tre all’inizio (1,14 .9 ) e una alla fine del libro (22,8).
Poiché egli fa ricorso a tanti elementi propri della letteratura
apocalittica, bisogna anzitutto chiedersi se da quella letteratura
non prenda anche la pseudepigrafia, e cioè la consuetudine di
mettere uno scritto in spirituale continuità con l’opera di un
grande protagonista religioso del passato attribuendone a lui la
scrittura. Secondo l’ipotesi pseudepigrafica, dunque, un anoni­
mo autore della tradizione giovannea avrebbe attribuito Apoc. a
Giovanni figlio di Zebedeo, autore anche del quarto vangelo.1
L ’ipotesi pseudepigrafica non può essere del tutto esclusa
ma non ha un alto grado di probabilità dal momento che in
Apoc. non ci sono gli indizi né i presupposti della pseudepigra­
fia. In Apoc. per esempio non c’è alcuna esaltazione agiografica
dell’«autore» come si trova sia nell’A.T. per il Salomone del li­
bro della Sapienza, sia nella letteratura pseudepigrafica interte-
stamentaria per esempio per Enoc, sia infine nel N.T. per il
Paolo delle Lettere Pastorali e per il Pietro di 1-2 Pt. Non si
comprende cioè come un ammiratore di Giovanni di Zebedeo,
che a lui attribuirebbe il proprio scritto ritenendolo un mae­
stro senza uguali, lo privi del suo impareggiabile titolo di apo­
stolo che pur conosce e celebra (21,14) e lo presenti invece co­
me fratello di cristiani inclini al compromesso, tiepidi, medio­

1 È sostenitore del carattere pseudepigrafico di Apoc. per esempio J. Becker,


Pseudonymitdt der Johannesapokalypse und Verfasserfrage: BZ 13 (1969)
i o i ‫ ־‬io2. Per l’opinione contraria cf. invece J.J. Collins, The Christian Ap-
propriation o f thè Apocalyptic Genre, in iqooth Anìversary o f St. John’s
Apokalypse. Proceedings of thè International and Interdisciplinary Sym­
posium (Athcns-Patmos, 17-26 September 1995), Athens 19 9 9 ,5 17 -5 18 .

79
cri e nient’ affatto irreprensibili. Anche il comando di non si­
gillare le parole del libro (22,10) va in senso contrario all’usua­
le finzione pseudepigrafìca del ritrovamento di un libro scritto
da qualche grande personaggio del lontano passato.
Se il nome di Giovanni è reale, allora possono entrare in que­
stione Giovanni il Battista, Giovanni il Presbitero o Giovanni
di Zebedeo. La sorprendente ipotesi che Giovanni il Battista
abbia ispirato gran parte di Apoc. e che un suo discepolo l’ab­
bia cristianizzata è stata bensì proposta1 ma com’era prevedi­
bile non ha incontrato alcun favore. Giovanni il Presbitero, di
cui nell’antichità parla il solo Papia di Gerapoli,2 per essere
preso in qualche considerazione dovrebbe essere il Presbitero
che è autore di 2-3 G v. (e in qualche stretto rapporto con l’au­
tore di 1 Gv.), il quale però non chiama mai se stesso «Giovan­
ni». Le lettere poi sì occupano bensì della vita interna delle
chiese giovannee e delle loro crisi di crescita così come fa an­
che Apoc. 2-3, ma in esse i problemi delle comunità giovannee
nascono da una disputa sulla venuta del Cristo «nella carne» (2
G v. 7; cf. / Gv. 4,2) che poi portò alla spaccatura e alla seces­
sione (1 G v. 2,19), mentre in Apoc. l’autore è in contrasto con
Nìcolaiti e Gezabeliti circa la manducazione delle carni immo­
late agli idoli (2,6.14-15.20-24) c quindi circa il rapporto da in­
trattenere o no con l’idolatria che ispirava in grande misura la
vita delle professioni c in genere delle città. Mentre poi nei
confronti dei suoi destinatari l’autore delle lettere si sente in
rapporto paterno («Figli miei, questo vi scrivo ecc.», 1 G v. 2,1
e passim; 3 G v. 4), in Apoc. Giovanni si dichiara ripetutamente
fratello sia dei profeti locali (22,9), sia dei semplici fedeli (1,9).
Quanto infine allo stile, da un lato non c’è nulla di più mono­
tono delia 1 G v., e dall’altro nulla di più coinvolgente di .Apoc.
Resta Giovanni di Zebedeo. La tradizione antica - con pochis-
1 Massyngberde Ford, Revelation, 28-46, cf. in particolare p. 37.
2 Papia è citato da Eusebio, Hist. eccl. 3,39,4. - Oltre a Bousset, Moffatt,
Lohmeyer, Lohse, per questa opinione cf. per esempio J.J. Gunther, The
Rider John Author o f Revelation: JSN T nr. 1 1 (1981) 3-20, e M. Hengel,
La questione giovannea (SB 120), Brescia 1998 (Tiibingen 1998) 300-303.
-T ra gli autori contrari basti citare P. Prigent, L ’Apocalypse de Saint Jean.
Edìtion revue et augmentée (CNT 14), Genève 2000, 35, il quale scrive:
«Ricorrere all’ipotesi del presbitero Giovanni è spiegare l’oscuro con il te­
nebroso».

80
simc eccezioni - lo ritiene autore sia di Apoc. che del quarto
vangelo,1 e non è facile disattenderla, perché per esempio G iu­
stino ha scritto a distanza di pochi decenni dalla composizione
di Apoc. e Ireneo era originario dell’Asia dove essa è ambienta­
ta. I sostenitori moderni della sentenza tradizionale spiegano
le differenze di teologia c di stile tra Apoc. e quarto vangelo a
partire dalla diversità di circostanze e di genere letterario o at­
tribuendo il quarto vangelo ad un autore diverso da Giovanni
di Zebedeo. Le difficoltà che si possono sollevare contro que­
sta opinione sono almeno tre:
1. L ’immagine che l’autore di Apoc. dà di sé non è quella di
chi è stato per anni a fianco di Gesù come suo discepolo, né
quella del fondatore di una delle più ricche e influenti tradi­
zioni del N.T., né di chi quindi gode di quell’indiscussa auto­
revolezza che nel quarto vangelo si attribuisce al Discepolo
Amato o di quella attribuita ai dodici apostoli dell’Agnello che
sono collocati a glorioso fondamento della città escatologica in
2 1,14 . È‫ ׳‬invece un profeta-scrittore che trova rivali e opposi­
tori in piccole chiese locali e da essi vi è messo in difficoltà.
2. Quanto al vocabolario e al linguaggio, l’autore di Apoc.
sembra comportarsi con il patrimonio giovanneo così come si
comporta con i testi dell’A.T. che sempre sottopone a persona­
le rielaborazione. Quando per esempio nel vangelo un titolo
cristologico è accompagnato dal genitivo «di Dio», l’autore di
Apoc. usa il titolo assolutamente («Agnello di Dio» in G v.,
«Agnello» in Apoc.) e viceversa («Logos» in G v., «Logos di
Dio» in Apoc.). E ancora: mentre nel vangelo i segni sono ope­
rati da Gesù per portare alla fede (2 ,11; 20,30-31), i grandi se­
gni di Apoc. sono ambientati nel cielo, non sono opera di G e­
sù, non devono portare alla fede e uno di essi è il Drago, l’av­
versario per eccellenza. E ancora: l’autore di Apoc. osa descri­
vere il trono di Dio e perfino l’aspetto di Dio che è quello di
due pietre preziose (4,3), mentre il vangelo afferma che «Dio,
nessuno mai lo ha visto» (1,18, cf. anche 1 G v. 4,12). Se queste
differenze possono essere dovute al variare del genere lettera­
rio, lo stesso non si può dire per esempio del differente concet-
x Così fanno Giustino, Ireneo, Tertulliano, Clemente Alessandrino ecc.,
mentre le eccezioni sono quelle degli alogi, del presbitero romano Gaio e di
Dionigi d’Alessandria.

8l
to di «giudeo»: in Gv. è un concetto prevalentemente negati­
vo, equivalendo a «chiuso alla fede in Gesù» e, se positivo, è con
nettezza distinto dal concetto di «discepolo di Gesù» («la sal­
vezza è dai giudei», 4,22; cf. 9,22; 13,33), mentre in Apoc. è ti­
tolo sempre del tutto positivo, negato all’Israele storico e riven­
dicato per la chiesa cristiana (2,9; 3, 9; cf. 2 1,12 -14 ).
3. In Apoc. il modo di narrare non è quello del quarto evan­
gelista. in Apoc. non c’è nulla della monotonia dei discorsi gio­
vannea. C ’è invece una capacità ineguagliabile d’invenzione fan­
tastica e narrativa. Se il quarto vangelo si può paragonare a un
fiume pigro e sonnolento, l ’Apocalisse è invece un tumultuoso
torrente di montagna che attraversa paesaggi sempre mutevoli
c che a volte si inabissa per riemergere più oltre. Narra, infatti,
lasciando al lettore di colmare lacune narrative, chiedendogli di
vedere le immagini in evoluzione metamorfica o facendogli udi­
re un oracolo erratico alla prima persona singolare nel bel mez­
zo di agitati preparativi militari (16,15) o tutt’una incalzante se­
quenza di frasi, miscellanea e sincopata, nel gran concertato fi­
nale (22,6-21).
In conclusione, sembra che l’autore di Apoc, sia vissuto nel­
l’ambito giovanneo, sembra che si chiamasse davvero Giovan­
ni, ma sembra essere un Giovanni diverso dal figlio di Zebe-
deo e un autore diverso dall’autore del quarto vangelo. Per
esprimere sinteticamente tale complessità di dati letterari e sto­
rici, lo si può chiamare Giovanni «di Patmos».

a. Giovanni a Patmos.
Ipotesi di un soggiorno volontario
Sprovvista di qualsiasi rilevanza sia storica che simbolica, Pat­
mos, la piccola isola delle Sporadi nella quale 1,9 1 ambienta la
vicenda di Giovanni, ben difficilmente fu da lui scelta coinè
scenario fittizio del suo soggiorno.2 Ma non c’è consenso circa

1 Sull’autoprescntazione di Giovanni in questo versetto e in Apoc., non


dal punto di vista biografico ma letterario, cf. F. JBovon, se présente
(Apocalypse 1,9 en particulier), in ryooth Aniversary 0f St. John’s Apoka-
lypse. Procecdings of thè International and Intcrdiscipiinary Symposium
(Athens-Patmos, 17-16 September J995), Athens 1999, 373-382.
2 Così vorrebbe un, manoscritto della Volgata che traduce:/«/ in spiritu in

82
i motivi della sua effettiva presenza nelPisola. Da 1,90 (διά τον
λόγον τοΰ ■ίίεοΰ καί την μαρτυρίαν Ιησού) la tradizione antica
e gran parte dei moderni traggono la conclusione che Giovan­
ni fu nell’isola in stato di confino. Le interpretazioni alternati­
ve ipotizzano una motivazione apostolica o la ricerca di condi­
zioni adatte alla rivelazione.
La ricerca di un campo apostolico a Patmos da parte di G io­
vanni è difficilmente credibile.1 È ben vero che l’isola non era
affatto disabitata2 dal momento che, anche in mancanza di ri­
cerche sistematiche, la documentazione epigrafica occasionale
la dice provvista di un ginnasio e fa di essa un centro del culto
di Apollo e la sede di un tempio di Artemide.3 Nel ginnasio bi­
sogna tra l’altro ambientare una certa attività culturale animata
da maestri e da conferenzieri di passaggio, c attorno al tempio
di Artemide la festa annuale in onore della dea, della durata di
alcuni giorni almeno, alla quale certamente si accorreva dalle

insula (citato da Zahn, Offenbarung 1, 180-181 n. 5), e così affermano E.


Lipinski, L ’Apocalypse et le martyre de Jean a Jérusalem■. NT 11 (1969)
225, 231 e J.-P. Charlier, L ’Apocalypse de saint Jean. Écriture pour la fin
des temps ou fin des Écritures?'. LumVit 39 (1984) 421. - Gli scrittori antichi
che parlano di Patmos sono Tucidide 3,33; Strabone, Geogr. 10,5,13, e Pli­
nio, Nat. bist. 4,23,3. Il primo ne parla narrando azioni belliche sulle acque
dell’Egeo; il secondo e il terzo nella descrizione delle Sporadi e Cicladi.
1 Attribuiscono qualche grado di probabilità a quest’ipotesi Bousset, Cer-
faux-Cambier, Camps, Corsini e Thompson. Sono contrari Beckwith,
Zahn («assurdo»), Lohmeyer, I ladorn («incredibile»), Kittei, Behm, San-
ders, Feuillet, Kraft, Yarbro Collins (da escludere per motivi linguistici),
U.B. Muller («infondato»), M. Karrer, Beasley-Murray («improbabile»),
Hemer e Klauck.
2 Contro J. Frings, Das Patmosexil des ApostelsJohannes nach Ap 7,9: ThQ
104 (!923) 26 («isola desolata e povera di abitanti»); H. Kraft, Die Offen­
barung des Johannes (HNT i6a), Tubingen 1974, 40 («piccola e povera di
abitanti. Sul suo suolo non c’era una sola città»); U.B. Muller, Die Offen­
barung des Johannes (ÒTK 19), Gutersloh-Wurzburg 1984, 81 («molto
scarsamente abitata»).
3 C f.J.E. Renan, J.’Antéchrist, Paris 1873, 372. 373: «Nell’antichità greca
Patmos fu fiorente e molto popolata. Si ha torto di rappresentarla come
uno scoglio e come un deserto». Renan poi cita (p. 373 n. 4) M. Guérin se­
condo il quale all’epoca ellenistica l’isola aveva 12000 o 13000 abitanti.
Cf. poi H.D. Saffrey, Relire VApocalypse à Patmos: RB 82 (1975) 397. 398,
che scrive: «Patmos non era affatto un’isola deserta, una di quelle isole da
capre così frequenti nel Mar Egeo. Al contrario, era piena di vita ecc.».

83
isole vicine e da Mileto, Didyma e Efeso.1 Patmos poi, per la
sua particolare morfologia di isola a mezzaluna molto ricurva,
metteva a disposizione di chi faceva rotta tra Roma e l’Asia pro­
consolare un porto naturale molto sicuro,2 l’ultimo tra Roma
appunto e Efeso o Mileto, da cui distava un giorno di naviga­
zione.3 Nonostante tutto questo, però, per il numero ridotto
di abitanti, e per la mancanza di entroterra, Patmos non si pro­
poneva affatto come centro di missione, soprattutto per uno
come Giovanni che dal punto di vista della strategia missiona­
ria aveva fatto la scelta preferenziale della città, allo stesso
modo di Stefano e di Paolo.4
Che Giovanni poi fosse a Patmos in cerca di rivelazioni è al­
trettanto improbabile.5 Contro questa strana ipotesi, sulla scia
di H.B. Swete e soprattutto di R.H. Charles, i commentatori
ripetono puntualmente quattro argomentazioni: 6 r. in Apoc.
διά con l’accusativo significa sempre «a causa di / in conse­
guenza di», e mai «al fine di / per amore di»; 2. di fatto la stcs-

1 Jbid. 397-398 (per le attività culturali) e 410 (perla festa di Artemide).


2 Cf. Renan, Antéchrist, 375: «Patmos era una delle stazioni marittime più
importanti dell’arcipelago, dal momento che è crocevia di molte linee, ...
una sorta di emporio del mercato marittimo, un punto d’incontro utile ai
viaggiatori». Ma cf. anche C.J. Hemer, The Letters to thè Severi Churches
o f Asia in their Locai Setting QSNT.SS n ), Sheffield 1986, 27, che defini­
sce Patmos «uno dei migliori approdi di tutto l’Egeo».
3 Cf. Renan, Antéchrist, 375. Lohmeyer, Offenbarung, 13 e A. Wikenhau-
ser, L ’Apocalisse di Giovanni (NTC 9), Brescia 1960 (Regensburg '1947)
49, precisano che si trattava di 14 ore di navigazione da Efeso. Oggi, con
un’imbarcazione a motore, dai dintorni di Efeso a Patmos si impiegano
circa cinque, sei ore.
4 Così Zahn, Offenbarung 1,188 s. e D. Georgi, Who is thè True Prophetl·.
HThR 79 (1986) 12 j. In effetti Giovanni pone la città al centro sia delle sue
battaglie, sia dei suoi sogni, come dicono anche Karrer, Johannesoffenba-
rung als Brief, 259-260; Bauckham, Teologia, 151 («Il mondo cristiano
dell’Apocalisse è un mondo cittadino») e J.-P. Charlier, hcriture, 428 s., xi
quale parla di «urbanismo di Dio» e scrive: «L’autore di Apoc. è un cittadi­
no, un cristiano che ama la città e si affligge per la caduta di Babilonia».
5 Non escludono l’ipotesi o ne sono sostenitori Bousset, Kraft, Sweet e
Bauckham. Tra gli oppositori sono Renan, Antéchrist, }74 η. 1 («L’idea del­
la solitudine non ha nulla a che fare qui. L ’isola era molto popolata»), U.
B. Muller («infondato»), e Prigent, secondo il quale Charles ha messo fine
alla discussione sull’argomento nonostante il nuovo tentativo di Kraft.
6 Cf. Swete, Apocalypse, 12; Charles, Revelation 1,21-22.

84
sa formula nei paralleli di 6,9 e 20,4 parla dell’uccisione dei mar­
tiri cristiani; 3. la traduzione di Sta con valore finale non spie­
gherebbe il fatto che Giovanni dica di essere, a Patmos, com­
partecipe coi fratelli asiati nella tribolazione (1,9) c infine 4. la
tradizione antica ha sempre inteso 1,9 nel senso giuridico di
provvedimento restrittivo delle autorità contro Giovanni.

3. Giovanni a Patmos.
Ipotesi di un soggiorno obbligato
La presenza di Giovanni a Patmos dunque era probabilmente
dovuta a un provvedimento repressivo per avere egli in qual­
che modo disturbato l’ordine e la quiete pubblica o con il suo
proselitismo o con l’opposizione a istituzioni o consuetudini
civiche.
Quanto alla configurazione giuridica della pena inflitta a
Giovanni le possibilità di solito prospettate sono tre. La prima
è la damnatio ad metalla, cioè la condanna ai lavori forzati nelle
miniere.1 La damnatio veniva decretata esclusivamente dal tri­
bunale dell’imperatore ed era inflitta non a chi apparteneva al­
le classi elevate bensì alle persone libere di rango inferiore, ol­
tre che soprattutto agli schiavi.2 Era la pena più dura dopo la
pena di morte. Emessa la sentenza, il condannato cessava di ap­
partenere alla sua famiglia e diveniva proprietà dello stato in­
sieme con il suo patrimonio.3 Veniva marchiato col fuoco, gli
si rasava a metà la capigliatura, doveva lavorare assicurato alle
catene o ai ceppi e sotto sorveglianza militare. La damnatio era
una pena di per sé in perpetuum anche se di solito, quando di­
veniva inabile al lavoro, il condannato veniva restituito alla fa­
miglia.4
1 Era opinione diffusa anche tra gli antichi: cf. Vittorino (PL Suppl. 1,14 3 .
144), Girolamo (ibid. 143) e Primasio (PL 68,79613). Tra i moderni cf. Ram-
say, Salguero, Morris, Barclay.
2Th. Mommsen, Le droit pénal romain in, Paris 1907 (Leipzig 1898) 290
n. 3. 295. - Nonostante abbia scritto nel xix secolo, questo autore resta il
più documentato in materia di diritto romano e sarà citato ripetutamente.
3 Ibid. in, 290-291. Mommsen aggiunge che, per essere distinto dagli schia­
vi, appartenenti allo stato ad altro titolo, chi era damnatus ad metalla ve­
niva chiamato servo o schiavo della pena (servus poenae).
4 Ibid. ni, 293-294.

85
La seconda e la terza possibilità erano la deportano in insu-
lam e la relegatio in insulam. In tutti e due i casi si trattava del­
l’internamento o confino: in Sardegna, in Corsica, in un’isola
dell’Egeo o in qualche oasi dei deserti dell’Asia e dell’Africa.1
Tutte e due queste pene si infliggevano a coloro che apparte­
nevano alle classi più alte e con disponibilità di risorse econo­
miche perché il condannato non fosse a carico dello stato ma
potesse essere mantenuto attingendo ai suoi stessi averi.2 Le
due pene differivano in quanto la deportatio, in assenza di pre­
cisazioni, era perpetua, comportava la perdita della cittadinan­
za, la confisca del patrimonio e la pena capitale in caso di in­
frazione del confino. La relegatio invece poteva essere anche
ad tempus, non modificava la capacità giuridica del condanna­
to, non comportava la confisca dei beni, né la pena di morte
per il contravventore dei confino.3

4. Damnatio, deportatio o relegatio


Riguardo a tutti e tre questi modi di configurare il soggiorno
forzato di Giovanni a Patmos ci sono difficoltà. Una damnatio
ad metalla difficilmente si può ambientare a Patmos perché
nell’isola non esistono miniere. Esiste bensì una piccola cava di
marmo, ma «il marmo bianco della montagna di Kynops o Ge-
noupas è di qualità mediocre» e «l’insieme dello sfruttamento
della cava non va oltre il bisogno dell’isola».4
1 Cf. G. Sabatini, Deportazione: Novissimo Digesto Italiano v, Torino
1960, 491. - In Sardegna furono per esempio deportati non solo papa Pon-
ziano e il suo presbitero Ippolito, nel 235, al tempo della persecuzione di
Massimino il Trace, ma i cristiani «a centinaia»: così M. Pia, Deportazione,
EncTr x i i , Milano 19.31, 633. - In Corsica, è noto, fu esiliato Seneca (Oc-
tavia 382); per le oasi dell’Egitto cf. Digesto, 48,22,75,1.
2 Mommsen, Droit in, 315, precisa che per la stessa colpa gli appartenenti
alle classi inferiori erano condannati ad metalla. Informazioni più partico­
lareggiate si trovano in V. Arangio Ruiz, Storia del diritto romano, Napoli
*1942, 251. 3 Digesto 48,22,17,2. Cf. Sabatini, Deportazione, 490.
4 G. Camps, Patmos, DBS v i i , Paris 1966, 74. Alla colonna precedente
Camps scrive: «Non esistevano miniere né cave sfruttate dallo stato». J.N.
Sanders, St John on Patmos: NTS 9 (1962-1963) 76, aggiunge che un con­
dannato ai lavori forzati non è nelle condizioni di potersi dedicare alla let­
teratura o di poter sopravvivere per farlo. Swete, Apocalypse, ci.xxvu n. 1
e Hemer, Letters, 27, e n. 5 di p. 222, parlano di cave (non miniere) nella

86
Contro la deportati() e la relegatio sta il fatto che nessun te­
sto deirantichità elenca Patmos tra le isole Egee che la magi­
stratura d’epoca imperiale aveva selezionato come luoghi di pe­
na, tra le quali, secondo le fonti antiche, figuravano per esem­
pio le isole di Donousa, Kìnaros, Sèriphos, Gyàros.1 In secon­
do luogo le due pene generalmente erano da scontare in luoghi
remoti dal luogo di residenza o di attività, e invece Giovanni,
chiaramente attivo in Asia,2 sarebbe stato al confino a neanche
50 miglia di navigazione da essa.3 In terzo luogo deportatio e
relegatio erano pene per persone di rango e di qualche ricchez­
za e Giovanni difficilmente rispondeva a queste caratteristi­
che.4 Di qualche peso a favore della relegatio è il fatto che essa
potesse essere comminata anche da autorità provinciali se esi-

parte settentrionale dell’isola. - Contro la damnatio sono Zahn, Lohmey-


er, Hadorn («totalmente falso»), Feuillet e Yarbro Collins.
1 Per la mancanza di testimonianze antiche su Patmos come isola di confi­
no cf. soprattutto Saffrey, Relire, 398; G.B. Caird, A Commentary on thè
Revelation of St John thè Divine (B’sNTC), London 21984, (’ 1966) 21 n.
2, e Renan, Antéchrist, 374 n. 1, il quale scrive: «Patmos non è mai stata
tra le isole di confino» e aggiunge: «le isole di deportazione erano scelte
espressamente perché non avevano né porti né città. Patmos ha invece ot­
timi ancoraggi e ospitava una città di discrete dimensioni». - Gli elenchi
più completi delle isole di confino e degli autori antichi da cui si ricavano
le informazioni sono in Saffrey, Caird e in E. Meyer, Sèriphos, KPauly v,
Munchen 19 75,137 e Id., Gyaros, ihid. n, 884.
2 Che Giovanni sia stato espulso dall’Asia Minore lo nega solo Sanders, Si
John on Patmos, 76, il quale scrive: «Il luogo del crimine per il quale fu
mandato al confino difficilmente fu così vicino a Patmos come Efeso. Già
più probabili sono Gerusalemme, Alessandria o Roma. ·In ogni caso egli
probabilmente non mise mai piede a Efeso prima di essere rilasciato da
Patmos». Hemer, Lelters, 22 n. 6 critica l’opinione di Sanders in base alla
conoscenza che Giovanni dimostra di avere delle sette chiese.
3 Più precisamente a trentotto miglia dalla foce del Meandro (nei pressi di
Mileto) e a sessantacinque miglia circa da Efeso; cf. Hemer, Letters, 27 e
S.T. Carroll, Patmos, ABD v, New York 1992,179.
4 Ramsay, Lellers, 84, insiste giustamente su questa difficoltà; similmente
Caird e U.B. Mùller. Giovanni è invece ritenuto uno honestior da Sanders,
St John on Patmos, 76-yy, che fa di lui un sadduceo ricollegandosi all’in­
formazione riferita da Policrate di Efeso secondo cui Giovanni era sacerdo­
te che indossava il TtÉTaXov. A parte il fatto che il fondamento di tali ipo­
tesi storiche è, come ben si vede, quantomeno precario, resta comunque
da chiedersi che valore avessero i titoli religiosi del giudaismo per il diritto
greco-romano in Asia Minore.

87
steva un’isola adeguata allo scopo nella loro giurisdizione,1 e
dunque non era impossibile che essa potesse essere scontata
dal servuspoenae dentro i confini della provincia.2
Ma la discussione va impostata non a partire dalle pene pre­
viste dal diritto romano in generale, bensì - come si vedrà - dal­
la personale posizione giuridica in cui Giovanni si trovava per
le autorità che si dovettero occupare di lui.

5. Il contributo di H.D. Saffrey


Unico tentativo di far uscire la questione da tale vicolo cieco è
un articolo di H.D. Saffrey.3 Oltre che sul corpus delle iscri­
zioni patmie - 1 6 in tutto - pubblicate da G. Manganaro (1963‫־‬
1964), Saffrey ha lavorato sulla base di un articolo di B. Haus-
soullier (1902),4 il quale ha dimostrato come a partire dall’epo-
ca ellenistica Patmos fosse entrata a far parte del territorio di
Mileto insieme con altre isole dell’ Egeo.5 Con altre isole mile-

1 Cf. Caird, Revelation, 22, e Hemer, LeClers, z, che rimandano al Digesto


(48,22,6-7).
2 Interpreti come Lohmeyer, Sanders, U.B. Muller, Caird portano a favo­
re della relegatio il fatto che di relegano parla Tertulliano {Praescr. 36; PL
2, 59-60), uomo che padroneggiava bene il linguaggio giuridico. Per Ter-
tulliano-'giurista’ questi autori però si rifanno a Eusebio che scrive bensì:
Tertullianus, legum Romanarum peritissimus (Hist. eccl. 2,4), ma Eusebio
confonde Tertulliano di Cartagine con il Tertulliano, egli sì giurista (200
d.C. ca.), che sarà citato 22 volte nel Digesto (1,3,27, pr. 1; 28,y,3,3,1 ecc.).
3 II contributo di Saffrey (Relire VApocalypse a Patmos, KB 1975) ha atti­
rato l’attenzione di pochi (Karrcr,Johannesoffenbarung ah Brief, 187-188
n. 213; D.A. Desilva, The Social Setting o f thè Revelation to John: Con-
fliets Within, Fears Withoutr. WTJ 54 [1992] 285-286).
4 G. Manganaro, Le iscrizioni delle Isole Milesie: Annuario della Scuola Ar­
cheologica di Atene 41-42 (1963-1964) 293-349 (per Patmos, pp. 331-346);
B. Haussoullier, Le tles Milésiennes: Leros, Lepsia, Patmos, les Korsiae:
RPhiì 26 (1902) 125-143. - Manganaro è citato in Saffrey, Relire, 386 n. 3,
e I Iaussouliier ibid. n. 4.
5 Anche Hemcr, Letters, 28, si chiede se Patmos appartenesse alla provin­
cia d’Asia o a quella della Grecia e cita Tolomeo (Alessandria, floruit 127-
148 d.C.) che, elencando le isole appartenenti alla provincia d’Asia e
quelle appartenenti all’Acaìa, in nessuna delle due liste mette Patmos, si­
tuata in posizione marginale rispetto a tutti e due gli ambiti. - Hemcr pro­
pende per l’appartenenza di Patmos alla provincia asiatica ma mostra di
non conoscere né Haussoullier né Saffrey, i quali appunto nel 1902 e rispet-

88
sìe, quelle di Leros e Lepsia, Patmos era poi tra gli avamposti
fortificati (9poùpta) per la difesa della città dalla parte del ma­
re.1 Popolato con cittadini di fedeltà provata nei confronti del­
la madrepatria in base alle consuetudini di isopolitia,2 il phrou­
rion di Patmos era particolarmente adatto ad essere luogo di
confino per persone indesiderate nell’ambito della città di M i­
leto.3
Così, dopo aver fatto osservare che se Giovanni fosse stato
condannato dalle autorità provinciali sarebbe stato inviato alle
isole destinate allo scopo e non a Patmos, Saffrey giunge a ipo­
tizzare che quella di Giovanni fu una questione interna al mu­
nicipio di Mileto.4 Saffrey ha buon gioco nel constatare che
non si ha notizia di alcun altro confino a Patmos se non di
quello di Giovanni e nel confutare la diffusa ma inesatta infor­
mazione secondo la quale sarebbe Plinio il Vecchio a indicare
in Patmos un’isola di confino.5 Infine, poiché l’esistenza di una
comunità cristiana a Mileto non sembra essere presupposta né
dal libro degli Atti, ne da 2 Tim. 4,20 e tanto meno dalla stes-

tivamente nel 1975, avevano già dato risposta alla importante domanda.
Anche E. Meyer, Patmos, KPauly iv, Mùnchen 1975, 549 di Patmos scri­
ve: «apparteneva a Mileto».
1 II phrourion era una fortezza alle frontiere del territorio; cf. Saffrey, Re­
lire, 386-391, e la bibliografia sui phrouria alla n. 7, di pp. 387-388. Saffrey
è in grado di fornire testi di documentazione per i phrouria di Leros e di
Lepsia, e non per quello di Patmos, come onestamente riconosce (p. 389).
Egli comunque propone di individuare il phrourion patmio nel luogo
chiamato oggi Kastellion/Castelli. I resti di mura ciclopiche e la colloca­
zione strategica - sul Iato occidentale dell’istmo sul cui lato orientale si tro­
va il porto di Skala - si prestano alPipotesi, ma non si ha alcuna documen­
tazione né letteraria né epigrafica. Una descrizione sommaria di Kastellion
dal punto di vista archeologico si trova in Camps, Patmos, 79.
2 Tra i nuovi cittadini poteva essere phrourarchos solo chi godeva dei di­
ritti civici da dieci o vent’anni; cf. Saffrey, Relire, 388-389.
3 Karrer,Johannesoffenbarung als Brief, 187 n. 213, in questo approva Saf­
frey scrivendo: «L’isola di Patmos era adatta come luogo di confino, es­
sendo un presidio militare di difesa». 4 Saffrey, Relire, 398 n. 48.
5 Plinio si limita a dare il perimetro dell’isola scrivendo: Patmus circuitu
X X X (Nat. hist. 4,69). - Circa l’inesattezza su Plinio, Saffrey, Relire, 391
n. 2j, cita solo Charles (1, 21. 22) e Schutz, ma la lista di coloro che invo­
cano a torto l’autorità di Plinio il Vecchio per Patmos come luogo di pena
è lunga: cf. per esempio Bousset, Swete, Beckwith, Frings, Lohmeyer, Ge-
lin, Wikenhauser, Sanders, Salguero, Kraft, Carroll.

89
sa Apoc., Saffrcy fa l’ipotesi che Giovanni abbia provocato il
provvedimento milesio nei suoi confronti allorché, volendo dif­
fondere l’annuncio cristiano a Mileto, venne probabilmente a
scontrarsi con la Sinagoga locale.1
Saffrey ha il merito di far luce sulla vita civica, culturale e re­
ligiosa di Patmos c sul suo possibile collegamento con Mileto
anziché con Efeso, e ha il merito di porre il problema del con­
fino di Giovanni in termini municipali ovviando all’obiezione
che Patmos non figura negli elenchi delle isole di confino. Saf­
frey manca però di discutere la situazione giuridica di Giovan­
ni di fronte alle autorità municipali o provinciali.

6. Le autorità municipali
e il vagus Giovanni
Quanto a Giovanni, non solo è ben diffìcile ipotizzare che co­
me Paolo godesse della cittadinanza romana,2 ma anche che fos­
se a qualche titolo considerato dai municipi di Efeso o di Mile­
to come loro cittadino (cives, πολίτης).3 Non è impossibile in­
fatti che Giovanni fosse originario della Palestina come fanno
pensare la sua conoscenza dell’ebraico (cf. 9 ,11 e 16,16) e tutto
il suo bagaglio culturale4 e che dunque fosse un peregrìnus, o,
meglio ancora, un vagus. i\ peregrìnus era uno straniero in suo­
lo romano5 che avrebbe dovuto eventualmente comparire non
1 Saffrey, Relire, 390-391.
2 Tanto meno si può ipotizzare che Giovanni fosse un cittadino romano
di alto rango, soggetto, come si è visto, a relegaiio o deportatio, più che alla
damnatio ad metalla.
3 Giovanni non era per esempio nemmeno un liberto né un barbaro assol­
dato come mercenario nell’esercito, i rapporti coi quali erano basati su un
qualche genere di contratto; cf. Mommsen, Droit 1,144-145.
4 R.K. Mac Kenzie, The A uthor o f thè Apocalypse. A Review o f thè Pre-
vailing Hypothesis o f Jewish-Christian Authorship, Lewinston 1997, è in­
vece convinto che l’autore di Apoc. abbia origini e cultura ellenistica.
5 Secondo Ae. Porcellini, Thesaurus tolius Latinitatis, Padova 1940 (11771)
ad v., peregrìnus o hospes (ξενικός, εξωτικός), è «quicumque extra patriam
et provinciam suam versatur». Peregrìnus è dunque l’opposto di cives (Ci­
cerone, In Verr. 2,4.77; Quintiliano 5,10.26), così che redigere in peregri-
nitatem (Svetonio, Claud. 16,2) o peregrìnus fieri (Gaio 1,90) significa «pri­
vare o essere privato di cittadinanza (romana)» e peregrinor significa «es­
sere trattato come straniero» (Cicerone, De fin. 3,400).

90
davanti a un comune magistrato, bensì davanti al praetor pere­
g rin a , per rispondere del proprio operato in base alle leggi del
suo paese d’origine.1 Un vagus o vagabundus invece era senza
patria e, in tal modo, un senza-legge, anche se non automatica­
mente un fuori-legge.2 Di fatto, D. Aune e A. Yarbro Collins,
per esempio, parlano di Giovanni come di un profeta itineran­
te,3 lasciando capire che poteva trattarsi di una persona civica­
mente non integrata.
Quanto al regime giuridico vigente nell’Asia proconsolare,
poi, da un lato i municipi greci non erano soggetti al diritto ro­
mano, e dall’altro non esisteva un diritto unificato per la metà
greca delPimpero, così che ogni circoscrizione giuridica era au­
tonoma e si regolava secondo le consuetudini in base al princi­
pio del suis legibus uti.4 Anche per questo è difficile immagi­
nare in base a quali norme le autorità municipali di Mileto, o
quelle di Efeso o di Pergamo,5 potrebbero avere regolato il ca­
so di Giovanni. Si può così applicare alla vicenda di Giovanni
ciò che G. Camps scrive dei non-romani in genere: «Se aveva­
no a che fare con dei non-romani, le autorità provinciali pote­
vano agire in modo molto arbitrario». O quanto Th. Momm-

1 Cf. D. Mcdicus, Peregrmus, KPauly iv, Miinchen 1975, 624, che scrive:
«Di norma il peregrmus è soggetto all’ordinamento giuridico del suo pae­
se, non a quello romano».
2 In greco άπολις, άπολίτης (cf. Erodoto 7,104; 8,61) ο πλάνης (cf. Isocra­
te, ,4 egw. 6,2), πλανήτης, πλανητός (Platone, Resp. }yid ; Tim. i$e). Gli
scrittori romani parlano di gentes vagae, praedatores vagì (Livio, Per. 63,
7; 103,16; Ab Urbe cond. 7,39.11), c di latrones evagantes (Scriptores Hi-
storiae Augustae, Gali, duo 4,9.4). Cicerone abbina vagus a exsul in Clu-
ent. 175. 1 (1cum vagus et exsul erraret, atque undique exclusus, Oppia-
nicus etc.). - Ch. Du Cange, Glossarium mediae Latinitatis, Graz 1934
(11883-1887) adv., scrive: «Vagabundus est qui non habet domicilium, sed
hodie hic et cras alibi».
3 D. Aune, The social Matrix ofthe Apocalypse o f John·. BR 26 (1981) 18-
19. 29, e Yarbro Collins, Crisis, 46.
4 Cf. la trattazione in Mommsen, Droit 1,134 -14 1. Alla p. 136 n. 2, Momm-
sen cita Dione 63^14, secondo il quale, durante il suo soggiorno in Grecia,
Nerone non volle andare a Sparta perché le leggi di Licurgo - che dunque
erano ancora in vigore - contrastavano con i suoi principi.
5 Nella ricostruzione di Saffrey non è del tutto soddisfacente il collega­
mento di Giovanni con Mileto perché la città non è mai menzionata in
Apoc. Di per sé un allontanamento forzato da Efeso o da Pergamo si con-
cilierebbe meglio con l’interesse di Apoc. per quelle città.

91
sen scrive a proposito del caso di turbativa religiosa nelle città
greche: «Si può fare l’ipotesi che, per i delitti di religione, i di­
ritti locali o i costumi giuridici dei paesi greci e orientali siano
stati in rapporto con il potente fanatismo che vi regnava e che
abbiano oltrepassato di molto la moderazione del diritto del­
l’impero».1
In conclusione, con la tradizione antica e la maggioranza dei
moderni si può ritenere che a Patmos Giovanni fosse al confi­
no per qualche ragione collegata con l’annuncio cristiano (i,
9c), anche se molte delle circostanze concrete del suo interna­
mento sfuggono ad ulteriori messe a fuoco.

II. DUE D IVERSE IM M A G IN I D I «P E R SE C U Z IO N E »


n e l l ’a p o c a l is s e

i. Ostilità locale in Apoc. i -j


Allargando il discorso alle difficoltà sperimentate dalle chiese
d’Asia, bisogna dire che in Apoc. 1-3 e rispettivamente in Apoc.
n - 2 1 Giovanni propone due differenti immagini di «persecu­
zione».2 La prima ha carattere locale ed è descritta in termini
misurati e credibili, mentre l’altra è a raggio mondiale ed è de­
scritta in termini esasperati e perfino mitici.
Quanto ad Apoc. 1-3, Giovanni è anzitutto in grado di fare
il nome del martire Antipa (2,13). Poiché poi della sua uccisio­
ne si parla di passaggio nell’elogio rivolto alla chiesa pergame­
na per il suo attaccamento al Cristo (2,13) e poiché in secondo
luogo con parole analoghe è elogiata anche la chiesa di Filadel­
fia (3,8.10), una qualche forma di persecuzione deve avere col­
pito sia Pergamo che Filadelfia. In 2,iob inoltre è prevista l’in­
carcerazione non per una ma per più persone della chiesa di
Smirne, per la quale è messa in conto anche la prospettiva del

1 Camps, Patmos, 73; Mommsen, Droìt 1 , 136.


2 È bene precisare che quello di «persecuzione» è un concetto soggettivo:
le misure repressive prese in base alla legislazione in vigore sono sentite co­
me persecuzione in particolari circostanze da chi ne è colpito, ma le auto­
rità non si sentono nella veste del persecutore quando applicano leggi e
sanzioni e quando fanno leggi in difesa dello stato. Lo stesso si deve dire
della resistenza e dell’aggressività che di solito si oppone a nuovi movimen­
ti e sètte.

92
martirio di sangue. Giovanni sembra dunque parlare di perse­
cuzione per tre delle sette chiese asiatiche: di due al passato
(Pergamo, Filadelfia) c di una (Smirne) per un futuro imminen­
te e prevedibile, ovviamente in base alla presente, esplosiva si­
tuazione.

2. La persecuzione extra-asiatica di Apoc. 12-20


I testi della persecuzione nel ciclo della Bestia (Apoc. 12-16) c
nel ciclo dei giudizi (Apoc. 17-20) parlano di fedeltà «fino alla
morte» (12 ,11), di morte e di restrizioni economiche contro i
non-segnati con il marchio della Bestia (13 ,15 -17 ), di incarce­
razione e morte di spada (i3,ioc), e fanno allusione al versa­
mento del sangue dei santi, testimoni, servi o profeti cristia­
ni (16,6; 17,6; 18,24; 1 9»2» 20>4)· In secondo luogo si può ricor­
dare come Giovanni dica di Babilonia che è ebbra del sangue
dei testimoni di Gesù (17,6) e dunque come egli chieda di im­
maginare la città-capitale insanguinata fino alla sazietà, del san­
gue dei cristiani che perseguita. La stessa immagine viene ripre­
sa ed ampliata in 18,22-23 dove all’elenco appassionato e liri­
co delle cose che non si troveranno mai più in Babilonia fa se­
guito l’affermazione secondo la quale nella città fu invece tro­
vato, esso sì, «il sangue dei profeti e dei santi c di tutti coloro
che furono uccisi sulla terra» (18,24). L e dimensioni della per­
secuzione sono amplificate infine attraverso le immagini miti­
che che soprattutto in Apoc. 12-13 e in Apoc. 18-20 universaliz­
zano i problemi delle chiese asiatiche facendo di esse un episo­
dio del più universale conflitto tra ordine e caos.
Da un lato, benché evidentemente non poco enfatizzate, a
queste immagini va dato credito storico perché, se basate sul
nulla, sarebbero state esposte a facile smentita. Dall’altro, dal
momento che Babilonia non può in alcun modo essere am­
bientata in Asia, il loro riferimento è a una crisi extra-asiatica,
e con ogni probabilità a quella neroniana del 64 d.C., divenuta
nei decenni memorabile e paradigmatica nell'immaginario di
tutte le chiese.

93
3 · Il grido dei «martiri» in Apoc. 6,9-10

Il riferimento alla persecuzione più difficile da valutare è il gri­


do degli uccisi in 6,9-10. Ma è anche il più importante. Infatti
quell’invocazione di vendetta che viene da sotto l’altare è nu­
cleo genetico non solo dell’arco narrativo del rotolo, ma di tut­
ta la seconda parte delPapocalisse giovannea.1
Quel testo, che parla di soppressione fisica di più persone
(twv s^ayjj-évwv), per qualche commentatore sarebbe soltan­
to generalizzazione e drammatizzazione di difficoltà di routi­
ne.2 Ma svigorire a tal punto il testo di 6,9-10 significa fare
una lettura debole e inadeguata del libro perché si mette alla
scaturigine di tutta la sua seconda parte un luogo comune. A l­
tri commentatori sono convinti che gli uccisi di 6,9-10 siano i
martiri del giudaismo o la multitudo ingens messa a morte da
Nerone a Roma nel 64 d.C.5 Tale invettiva contro la persecu­
zione romana è però difficilmente ambientabile in una provin­
cia, alla periferia dell’impero: l’apocalisse giovannea non è una
disquisizione teorica sulla persecuzione subita da chissà quali
credenti in luoghi e in tempi lontani, ma è nata dal vivo, in re­
azione a un trauma tanto prossimo quanto ingiusto.4
1 Cf. Biguzzi, Settenari, 147-148. 3 11. Sembrano accettare questa analisi sia
Prigent, Biblica 1997, 294 («Poi viene la domanda centrale, quella dei mar­
tiri: Dio lascia forse mano libera ai persecutori e mette i suoi nelle loro ma­
ni? La risposta avvia tutta la vicenda seguente: Dio ha il suo piano»), sia
Lambrecht, Opening, 205. 209, che scrive: «Si deve riconoscere che l’atten­
zione riservata da Biguzzi al quinto sigillo è giusta», e che parla di «funzio­
ne cardine» del quinto sigillo per la trama di Apoc.
2 Per esempio A. Le Grys, Conflict and Vengeance in thè Book o f Revela-
tion: LxpT 104 (1992) 76, dopo aver parlato di conflitti sociali espressi nel
linguaggio della persecuzione, scrive: «Tutti gli altri riferimenti alla perse­
cuzione oltre al martirio di Antipa e al confino di Patmos sono generaliz­
zazioni come per esempio quello di 6,9-11». Le espressioni di A. Le Grys
meravigliano perché lui stesso riconosce l’importanza di 6,9-10 quando,
alla stessa pagina, circa i martiri del quinto sigillo giustamente dice che
svolge un ruolo cruciale nel provocare, con quella richiesta di vendetta, la
sequenza dei flagelli escatologici.
3 Si tratta dei martiri del giudaismo per Kraft, Feuillet, Corsini, Giblin e,
invece, dei martiri neroniani per Bousset, Charles, Allo, Wikenhauser, Cer-
faux-Cambicr. Per tutti cf. Sanders, StJohn on Patmos, 78, che scrive: «Non
è necessario che le anime dei martiri siano martiri asiatici. La chiesa di Ro­
ma aveva provveduto martiri a sufficienza».

94
I II. L E A U T O RIT À CO IN VO LTE
E l ’ e p o c a D EL LA PE R SEC U ZIO N E

i. Persecuzione reale o crisi «percepita»


G li episodi di ostilità anticristiana accertabili in Apoc. sono dun­
que il confino di Giovanni a Patmos, l’eliminazione fisica di
Antipa, le difficoltà sostenute in passato dalla comunità di Fi­
ladelfia e di Pergamo, quelle prevedibili e imminenti per la co­
munità di Smirne, i martiri probabilmente ancora asiatici di cui
parla 6,9-10, e poi il sangue cristiano versato a più vasto raggio
secondo 16,6; 17,6; 18,24; 20,4.
Di fronte al numero ridotto di episodi persecutòri che si ri­
esce ad accertare in Apoc. e di fronte alla tendenza di Giovanni
all’ enfasi e all’esagerazione, alcuni commentatori parlano di
«crisi percepita (perceived crisis)». Essi non negano che in Apoc.
siano presenti accenni alla persecuzione, ma sottolineano l’im­
portanza della consapevolezza di fronte ai fatti, più che l’im­
portanza dei fatti stessi. Essi dicono che all’origine di ogni apo­
calisse sarebbe una diffusa situazione di sofferenza e, più sen­
sibile e lucido dei suoi interlocutori, l’autore apocalittico co­
glierebbe gli elementi di crisi e di essi renderebbe consapevole
il suo pubblico. Prima del suo intervento la crisi non ci sareb­
be; dopo di esso, essendo percepita, la crisi diventerebbe psico­
logicamente e sociologicamente rilevante.1
Quegli autori rendono possibile l’applicazione di questa
analisi all’apocalisse giovannea con due operazioni. La prima è
dunque quella di attribuire a Giovanni, quale autore apocalit-
4 Cf. Biguzzi, Settenari, 131-133. - È giusto ma un po’ eccessivo dire che
l’Apocalisse è stata scritta non perché ci si trovava in difficoltà con l’am­
biente ma perché ci si difendesse dalle sue seduzioni; così H. Giesen, «Das
Bucb mit den sieben Siegeln». Heil fiir Aujlenseiter. Zum Zweck der Jo -
bannesoffenbantng, in lyooth Aniversary o f St. John’s Apokalypse. Pro-
ceedings of thè International and Interdisciplinary Symposium (Athens-
Patmos, 17-26 September 1995), Athens 1999, 583-603 (in particolare pp.
601-603).
1 Cf. Yarbro Collins, Crisis, 84: «L’elemento cruciale non è tanto se uno sia
realmente oppresso, quanto invece se si senta (Jeels) oppresso» (corsivo nel
testo), ma cf. soprattutto Thompson, Book, 28, che cita Rowland e scrive:
«Le dimensioni della crisi sono evidenti solo attraverso l’angolo di visione
dell’autore. La crisi diventa visibile attraverso la conoscenza indotta da
un’apocalisse; prima di quella conoscenza non esiste alcuna crisi».

95
tico, un ruolo determinante prima nell’awcrtire e poi nel con­
figurare agli occhi delle chiese d’Asia come persecuzione san­
guinaria quella che era solo una diffusa crisi di rapporto con
l’ambiente.1 La seconda è la riabilitazione dell’imperatore D o­
miziano che va sollevato sia dalle accuse di crudeltà montate
contro di lui dagli storici di corte del suo successore e rivale
Traiano, sia da quella di Eusebio di Cesarea che ha fatto del
terzo imperatore Flavio un persecutore di cristiani senza che
egli lo sia stato.2
Questi commentatori dicono senza dubbio cose interessanti
sulla psicologia di Giovanni di Patmos e sugli scrittori di corte
di epoca traianea, ma si può dubitare sulla reale precedente
mancanza di consapevolezza circa la persecuzione da parte de­
gli interlocutori di Giovanni. Il testo di 6,9-10 infatti dice co­
me Giovanni risponda a una precisa, preesistente crisi di teodi­
cea. In altre parole Giovanni ha trovato diffusa nelle sette chie­
se, e non ha affatto prestato ad esse, l’obiezione sul silenzio di
Dio di fronte al persecutore. Se la persecuzione era oggetto di
comune consapevolezza, la reazione era però differenziata:
c’era chi da una parte chiedeva un intervento pronto di Dio
contro i persecutori, come esigeva la sua natura di Sovrano
giusto e verace e, dall’altra, c’era Giovanni che parlava di testi­
monianza fedele anche nella bufera.

2. Intolleranza popolare
e iniziativa delle autorità
Quanto alla provenienza delle ostilità anticristiane in Asia si
possono fare solo ipotesi. Per il tempo di Paolo, e dunque già

1 Cf. in Yarbro Collins, Crisis, il titolo «The Social Situation - Perceived


Crisis» (p. 84) e p. 77: «Giovanni fu più attivo di quanto di solito si pensi.
Piuttosto che semplicemente consolare i suoi compagni di fede in situazio­
ne di grave crisi, egli scrisse per far notare una crisi che molti di essi non
percepivano». - Cf. la crìtica di Prigent, Apocalypse, 54.
2 Cf. il capitolo intitolato «Domitian’s Reign: History and Rhetoric», in
Thompson, Book, e poi le pp. 15-16, e Warden, Imperiai Persecutori, 206-
207. - Eusebio a sua volta cita Melitone di Sardi che abbina Domiziano
come persecutore a Nerone (Hist. eccl. 4,26,9); ma cf. anche Tertulliano,
Apoi. 5,4 (PL 1, 344), con la famosa definizione di Domiziano qualeportio
Neronis de crudelitate.

96
per gli armi jo, l’autore degli Atti degli Apostoli ambienta ad
Efeso il tumulto popolare nato dalla protesta degli argentieri
che prosperavano all’ombra dell’Artemision.1 Luca definisce
«non piccolo» quel tumulto (Atti 19,23), vi vede una possibile
occasione di commettere qualcosa di inconsulto e di irreparabi­
le (v. 36) e giuridicamente giunge a configurarlo come στάσις
(sommossa, v. 40) passibile di citazione di fronte al tribunale
proconsolare (v. 38). Luca poi attribuisce alla folla il sequestro
di Gaio e Aristarco (v. 29), mentre il consiglio giunto a Paolo
dagli asiarchi di tenersi lontano dal luogo di assembramento (v.
31) comporta che Paolo corresse pericolo fisico. Per i lettori di
Luca era dunque credibile il racconto di un tumulto popolare
in cui i cristiani erano esposti a violenze fisiche e anche al ri­
schio della vita. E questo potrebbe essere il quadro entro il qua­
le immaginare l’uccisione di Antipa a Pergamo.2
Se per la morte di Antipa può essere fatta l’ipotesi di un lin­
ciaggio popolare, bisogna invece chiamare in causa qualche au­
torità per il carcere di cui si parla in 2,10 per Smirne. Ma ci si
deve chiedere di quali autorità potesse trattarsi.

3. Persecuzione in Asia, autorità responsabili


e datazione dell’Apocalisse
Le indicazioni storiche di Apoc. sulla persecuzione sono og­
getto di dibattito tra i sostenitori della sua datazione neroniana

1 Sui risvolti giuridici dell’episodio cf. R.F. Stoops, Riot and Assembly. The
Social Context o f Acts 19,23-41: JB L 108 (1989) 73-91; R. Selinger, D ieD e-
metriosunruhen (Apg 19,23-40). Eine Fallstudie aus recbtshislorischer Per-
spektive: ZNW 88 (1997) 249-259.
2 Così pensano Hadorn, I.ohse, Schusslcr Fiorenza, Beasley-Murray,
Thompson. - Ritengono il martirio di Antipa dovuto invece alle autorità
romane e legato al problema del culto imperiale per esempio Allo, Salgue-
ro, Morris, Klauck. Per Ramsay, Swete e Briitsch, Antipa potrebbe essere
stato un predicatore itinerante - non dunque necessariamente un cittadino
pergameno - portato davanti al tribunale provinciale di Pergamo da qual­
cuno dei paesi attorno. Per Kraft, Offenbarung, 65, infine, (*άρτος potreb­
be significare «testimone della resurrezione»; Antipa potrebbe essere uno
dei 500 fratelli di / Cor. 15; potrebbe essere morto di spada e, quindi, do­
vrebbe essere stato un personaggio altolocato; e, infine, dovrebbe essere sta­
to martirizzato al tempo di Traiano. Le speculazioni a catena di Kraft sono
a ragione giudicate non convincenti da Klauck, Sendschreiben, 164 n. 45.

97
da una parte, e di quella domizianea dall’altra. Il punto del
contendere è se Domiziano abbia o no perseguitato i cristiani.
Se Domiziano è stato un persecutore, allora la datazione do­
mizianea di Ireneo diventa credibile.1 Se invece Domiziano non
è stato persecutore, la composizione di Apoc., che appunto par­
la di una persecuzione recente, va ambientata piuttosto nel 69
d.C., l’anno turbolento che seguì il suicidio di Nerone.
La discussione, però, non deve essere posta in questi termi­
ni. Le fonti antiche o gli eventi storici non sempre sono equi­
parabili perché non sono sempre della stessa natura. Per quan­
to ci riguarda, per esempio, altro è un episodio di intolleranza
popolare come quello di Atti 19, altro sono un processo e una
esecuzione capitale messi in atto in nome della legge. In secon­
do luogo, quanto ai processi, quelli condotti dalle magistrature
locali sono altra cosa da quelli celebrati da un proconsole im­
periale come Plinio (Ep. 10,96). Quanto ad Apoc., di certo vi si
trovano informazioni omogenee a quelle delle fonti su Nerone
e di Plinio, ma si trovano nei testi di Babilonia ebbra del san­
gue dei martiri, proprio perché parlano di persecuzione extra­
asiatica. Il discorso che si deve fare per l’Asia è però un altro,
anzitutto perché come si e detto le città si autoamministravano
in base alle proprie antiche consuetudini giuridiche, e poi per­
ché i romani impegnavano le loro forze d’ordine nelle zone
calde dell’impero mentre nelle province più tranquille - come
quella d’Asia che, significativamente, era provincia senatoriale
- lasciavano il mantenimento dell’ordine pubblico alla polizia
e ai tribunali del luogo, soprattutto dei singoli municipi.2
1 Ireneo, Haer. 5,30,3 (e Eusebio, Hist. eccl. 3,18,1). Ireneo fu seguito da
Ippolito, Origene, Vittorino, Eusebio, Girolamo. - Comunque, una con­
ferma circa le iniziative anticristiane delle autorità imperiali di quel tempo
viene dalla lettera di Plinio il Giovane all’imperatore Traiano che fa riferi­
mento a quanto era accaduto vent’anni addietro (ante uiginti: Ep. 10,96,6).
2 Cf. per esempio A.N. Sherwin-White, Roman Society and Roman Law
in thè New Testament, Oxford 1963, 98: «Solo i governatori di province
di frontiera avevano a disposizione consistenti forze militari. I proconsoli
e i legati delle province più tranquille avevano poche unità, se pur ne ave­
vano»; Bell, Date, 101: «Pensare che i romani potessero imprigionare i cri­
stiani significa presumere che avessero soldati o forze di polizia per farlo.
Non c’erano truppe romane stanziate in Asia, che era una provincia sena­
toriale... Se si fa eccezione per le grandi metropoli dell’impero o per seri
problemi sociali come il banditismo, i romani lasciavano il normale man-

98
Al tempo in cui Apoc. è stata scritta, perciò, le autorità re­
sponsabili per le misure anticristiane in Asia Minore probabil­
mente non erano le autorità romane ma quelle municipali. In
altre parole, si deve affermare qui qualcosa di analogo a quan­
to si e detto a proposito del provvedimento di confino di cui
fu vittima Giovanni. Come in quel caso le informazioni delle
fonti antiche sulla deportatio o sulla relegatio in insulam non
necessariamente spiegavano la presenza di Giovanni a Patmos
perché Giovanni non era un cittadino romano di classe medio­
alta ma un vagus, così le difficoltà sperimentate a livello muni­
cipale dalle chiese di Pergamo, Tiatira e Smirne ecc. non sono da
mettere in relazione con procedure come quelle attuate in Biti-
nia da quell’alto funzionario imperiale che era Plinio.
Se così è, allora è fatica sprecata cercare di giustificare i testi
di Apoc. che parlano di versamento di sangue cristiano ricorren­
do aWeffugium della persecuzione non reale ma «percepita». La
persecuzione era reale e va affermata in ogni caso (come esige
il testo di Apoc.) anche se Domiziano non è stato persecutore
di cristiani. In secondo luogo, la datazione domizianea di Apoc.
fornita da Ireneo non è di per sé affatto impossibile, la si può
anzi ritenere più probabile di quella neroniana e di quella
traianea (cf. il capitolo precedente) ma, per correttezza meto­
dologica, non può essere affermata a partire dai testi che in
Apoc. parlano di persecuzione. La ragione fondamentale è che,
in fondo, l'Apocalisse riflette il modesto mondo di piccole co­
munità cristiane di provincia, nonostante le sue immagini miti­
che e nonostante il suo gigantismo.
Comunque sia, anche se cioè parla del provvedimento di
confino nei confronti di un profeta del tutto sconosciuto negli
ambienti imperiali e anche se parla della sofferenza di piccole
comunità e dell’azione ostile di magistrati locali, l’Apocalisse
resta pur sempre un libro di martirio e di invito al martirio.
Non per nulla J. Schmid, M. Dibelius ed E. Lohmeyer defini­
scono Apoc. «un appello al martirio», «un vero e proprio manua-

tenimento dell’ordine pubblico all’iniziativa locale»; Price, Rituals, 2: «Da­


ta l’esiguità del personale, il governatore poteva fare poco più che trattare
i casi legali più importanti. I municipi continuavano a gestirsi da se stessi
ed erano essi, più che Roma, punto di riferimento per gli abitanti». E infi­
ne cf. soprattutto l’intero articolo di Warden, Imperiai Persecution.

99
le per il martirio della chiesa» e, rispettivamente, «un libro per
martiri scritto da un martire».1
i J. Schmid, Zur Textkritik der Apokalypse: ZNW 43 (1950-51) 119 («Auf-
forderung zum Martyrium»); Dibelius, Rom, 218 («das eigentliche Màrty-
rcrbuch der Kirche»); Lohmeyer, Offenbarung, 198 («das Buch eines Màr-
tyrers fiir Màrtyrer»), Cf. poi Zahn, Offenbarung 1, 1-4, che scrive: «Da
nessun altro libro biblico come da Apoc. i cristiani hanno attinto sostegno
nelle sofferenze della persecuzione e coraggio per confessare la loro fede
con la parola e con il sangue». - Nell’antichità Apoc. è stata subito il mani­
festo del martirio cristiano. È infatti con le sue parole che le passiones
martyrum narrano la vicenda di chi patisce e muore per la fede. Così, il
martire va dove il Cristo lo conduce (Apoc. 14,4; cf. la lettera delle chiese
di Lione e di Vienne, in Eusebio, Hist. eccl. 5,1,10, ma cf. anche 5,1,58); i
cristiani perseguitati sono le stelle del cielo travolte dalla coda del Drago
(Apoc. 12,3-4; cf. Mari. Pionii 12,3); e il «confessore» non accetta il titolo
di martire per lasciarlo al solo Cristo, [·!.àpTuc fedele (Apoc. 1,5 c 3,14; cf.
Eusebio, ibid. 5,1,58). Il martire poi è colui che persevera nella giustizia
mentre il persecutore persevera nell’empietà (Apoc. 22,11; cf. Eusebio,
ibid. 5,2,3) e, ancora, l’apostata diviene preda della «Bestia» (Apoc. 13,1 ss.;
cf. Eusebio, ibid. 5,2,6), mentre il martire è portato davanti al trono di Dio
e davanti ai Vegliardi per udire il canto incessante del trisagion, come Gio-
vanni in Apoc. 4 (Passio Perp. 12,1-4).
Parte seconda

Linguaggio
Capitolo 5

Una grammatica delle immagini


e delle tecniche narrative
Nel 1900 E.W. Benson diede a un capitolo della sua introdu­
zione all’Apocalisse il titolo di «A Grammar of Ungrammar»
grammatica delle sgrammaticature. Con quelPossimoro Benson
voleva parlare delle selvagge trasgressioni di Apoc. soprattutto
nel campo delle concordanze di caso, numero e genere. Prima
e dopo Benson, studiosi come Bousset, Charles e Allo e più re­
centemente Mussies e Aune hanno catalogato e sistematizzato
le irregolarità grammaticali del libro di Giovanni.1 Ma c’è un’al­
tra grammatica che bisognerebbe scrivere: quella delle immagi­
ni e delle narrazioni dell’Apocalisse, che non sono meno sor­
prendenti dei suoi solecismi filologici e che con essi contribui­
scono a dare vita allo stile «inimitabile» di Apoc., come M.-É.
Boismard lo chiama.1
Le «sgrammaticature» figurative e narrative di Apoc. hanno
attirato poca attenzione: al massimo si è parlato di «stranezze»
(,l’étrange, P. Prigent, 1982), di «eccentricità logiche e crono­
logiche» (M.E. Boring, 1989), o di descrizioni che «sfidano i
normali concetti» (G.K. Beale, 1999), ma senza approfondi­
menti. Per questo, qui sotto si farà il tentativo di inventariare
le anomalie delle immagini e delle narrazioni giovannee in una
grammatica sui generis: una grammatica che, anche se non esau­
stiva, anzitutto contribuisca alla conoscenza del particolare lin­
guaggio di Giovanni e, in secondo luogo, mostrando la conti­
nuità di quel linguaggio in tutto il libro, insinui e in qualche
misura comprovi l’unicità dell’ autore di Apoc.

1 E.W. Benson, The Apocalypse. An Introductory Study o f thè Revelation


of St. John thè Divine, London 1900,131. Cf. anche E.-B. Allo, Apocalypse,
DBS 1, Paris 1928, 308, che scrive: «Bisognerebbe scrivere una grammatica
speciale per questo libro le cui stranezze sembrano obbedire a una sorta di
regola soggettiva».
2 M.-É. Boismard, «VApocalypse», ou «les Apocalypses» de S. Jean: RB 56
(1949) 509.

103
I. SIN G O LA R IT À D E L LE IM M A G IN I G IO VAN N EE

i. I canti di descrizione
Quando introduce nella vicenda un nuovo protagonista o quan­
do ripropone un personaggio in una fase nuova di essa, G io ­
vanni descrive al lettore quel personaggio con una sorpren­
dente ricchezza di dettagli soprattutto anatomici. Succede al­
lora come se una telecamera indugiasse a riprendere una per­
sona o un animale, dettaglio per dettaglio. Detto in termini di
generi letterari, il risultato sono «canti di descrizione» (Be-
schreibungslieder).'
Il primo e più ampio dei canti di descrizione è quello del «Si­
mile a Figlio d’uomo» (1,12-16). L ’ordine secondo cui i vari ele­
menti vengono passati in rassegna sembra essere quello per cui
l’occhio del veggente coglie dapprima tutta la persona (veste
lunga fino ai piedi, con cintura d’oro, v. i3b), poi la sua parte
superiore (testa, con i capelli c gli occhi, v. 14), poi quella infe­
riore (i piedi, v. 1 $a), e infine gli elementi centrali (voce, v. 1 jb;
destra che regge sette stelle, v. i6a; spada che esce dalla bocca,
v. i6b), per arrestarsi infine sul volto splendente come il sole (v.
i6c). I sette elementi della visione sono da decodificare uno al­
la volta. La descrizione, insomma, non mette davanti ad una fo­
tografia ma a un dipinto divisionista la cui frammentarietà cro­
matica disturba l’occhio di chi lo contempla troppo da vicino
e la cui armonia e ricchezza si colgono invece stando a giusta
distanza. In secondo luogo, i dettagli descrittivi di per sé potreb­
bero essere di numero maggiore, perché all’autore importava
non comporne un elenco completo ma suscitare un’impressio­
ne - l’impressione di severità e gloria - , e di mettere i lettori al­
la presenza di Uno che e partecipe d d l’eternità, dello splendo­
re c del giudizio di Dio, e che ispira venerazione e timore.

1 Per i canti di descrizione, o Bescbreibungslieder, ci sono precedenti e pa­


ralleli. Basta pensare al Cantico e alle sue descrizioni della bellezza fìsica
delPamata (Ci. 4,1-5; 6,4-7; 7>20 (10‫ ־‬dello sposo (Ct. 5,10-16), anche se i
modelli di Giovanni sono nel libro di Daniele. Per esempio, la descrizione
dell’uomo vestito di lino (Dn. 10,5-6) ha ispirato la descrizione del «Simi­
le a Figlio d’uomo» (1,12-17), mentre la descrizione delle quattro bestie
(Dn. 7,3-8) ha ispirato la descrizione della Bestia che emerge dal mare (13,
1-2). Cf. poi anche l’immagine dell” Antico dei giorni’ in Dn. 7,9-10, e poi
2 Hen. 1,4-5; 4 Q 186 (4QCryptic) r>I_‫ ״‬I! 2»1;4Q561 UQHor. ar.) 1,1-11; 2.

IO4
Altri canti di descrizione presentano i Ventiquattro Vegliar­
di e i Quattro Viventi (4,4 e 4,6-8), l’Agnello (5,6), i cavalli e
cavalieri dei primi quattro sigilli (6,1-8), e poi - con numerosi
dettagli - le cavallette della quinta tromba (9,7-10), la cavalle­
ria infernale della sesta tromba (9,15-19), l’angelo forte di Apoc.
10 che porge a Giovanni il piccolo rotolo (w . 1-2), la Donna e
rispettivamente il Drago che insidia il suo nascituro (12 ,1-2 e
12,3-4), la Bestia che sale dal mare (13 ,1-3 , cf. anche 17,3) e la
Bestia che sale dalla terra (13 ,11) , la Grande Prostituta (17,4-6)
e, infine, il Cavaliere vittorioso, o Logos di Dio, con i suoi eser­
citi (19 ,11-16 ). Uno studio particolareggiato di queste descri­
zioni non e qui necessario, ma si possono fare al riguardo tre
osservazioni.
La prima riguarda la grande varietà dei soggetti descritti,
chc vanno dal Cristo ai demoni, da adoratori celesti alla Gran­
de Prostituta, e così via. Quello della descrizione a frammenti
è dunque uno strumento duttile per mettere in scena qualsia­
si protagonista, maggiore o minore, umano o animale, positivo
o negativo. La seconda osservazione riguarda lo scopo: lo sco­
po dei Beschreibungslieder e quello di dire l’identità interiore e
la fisionomia morale dei personaggi attraverso la descrizione
dell’aspetto esteriore, perché - si potrebbe dire - non c’è nulla
di esteriore che non sia anche interiore. Il terzo rilievo riguar­
da il diverso aiuto che Giovanni fornisce per l’interpretazione
e identificazione dei suoi personaggi. Dell’angelo di 10,1 ss.
l’identità è detta in termini espliciti: è appunto un angelo che
funge da messaggero di Dio. L ’immagine del Drago va invece
interpretata e tradotta in termini diversi da quelli della zoolo­
gia mitica, ed è Giovanni stesso a dire che esso è il Serpente an­
tico, il Diavolo o Satana (12,9; cf. anche 20,2). Quanto alla
Grande Prostituta e alla Bestia-dalla-terra, invece, vengono in
aiuto del lettore didascalie come quella secondo cui la prosti­
tuta è Babilonia, la città dominatrice sui re della terra (17,5.18),
o informazioni come quella per cui la seconda Bestia è il falso-
Profeta (16,13). Ma Giovanni poi non dice quale città intenda
con «Babilonia» e quale concreto preteso profeta intenda con
«pseudoprofeta». Altre volte Giovanni non dà aiuto di sorta
all’interprete delle sue immagini. Per esempio, avendo presen­
tato la Bestia-dal-mare come estremamente pericolosa nel can­

105
to di 13 ,1 ss., lascia poi l’interprete a se stesso nel calcolo del mi­
steriosissimo numero del suo nome (13,18) che deve permet­
terne l’identificazione. Il lettore dei canti descrittivi si trova
dunque di fronte a tre diversi livelli di difficoltà, a volte dispo­
nendo e a volte non disponendo, di aiuto.

2. La metamorfosi delle immagini


Tra le singolarità delle immagini giovannee c’è la loro metamor­
fosi. Spesso, cioè, la configurazione di un’immagine non resta
fissa ma si trasforma, in qualche suo tratto o interamente. La
Grande Prostituta di 17,1 per esempio diventa «Babilonia la
Grande» (v. 5). La stessa metamorfosi da donna a città si ritro­
va in miniatura in 17,16 dove la fine della prostituta-città viene
descritta con quattro azioni delle quali la seconda e la terza
convengono perfettamente a una donna, mentre la prima e l’ul­
tima convengono di più ad una città. In un elegante crescendo,
dapprima si parla genericamente di distruzione per la città e di
denudazione per la donna (καί έρημωμένην ποιήσουσιν αυτήν
καί γυμνήν). Poi le due affermazioni vengono portate all’acme:
la denudazione della donna culmina nel mangiarne le carni (καί
τάς σάρκας αυτής φάγονται), mentre la distruzione della città
diventa incendio e annientamento col fuoco (καί αύτήν κατα-
καύσουσιν έν πυρί). Analoga è la metamorfosi della sposa del­
l’Agnello di 21,9 che nel v. 10 diventa la città di Gerusalemme:
«‘Vieni, ti mostrerò la sposa, la donna dell’Agnello’ . . e mi por­
tò in spirito su un monte alto ed eccelso e mi mostrò la città
santa, la Gerusalemme che discende dal cielo» (21,10).
Sono poi in metamorfosi le due presentazioni dei 144000
contrassegnati con il sigillo del Dio vivente. Mentre infatti in
Apoc. 7 i 144000 ricevono sulla fronte il sigillo del Dio vivente,
in Apoc. 14 sulla fronte essi hanno invece il nome - non il sigil­
lo - di Dio e, in più, il nome dell’Agnello. E ancora: in Apoc.
14 essi, da un lato non sono più esplicitamente collegati con le
dodici tribù, e dall’altro sono presentati come vergini. Argo­
mentando da queste differenze, A. Fcuillet distingue i 144000
di Apoc. 14 che sarebbero cristiani «vergini», dai 144000 di
Apoc. 7 che sarebbero da identificare con gli israeliti storici.1
1 Cf. A. Feuillet, L ’Apocalypse. État de la question (StN Subs. 3), Paris-

106
Anche qui però la discontinuità nei dettagli è piuttosto da
spiegare con la metamorfosi. Lo si può arguire dal parallelismo
con il «dodici» delle porte e dei fondamenti della Gerusalem­
me di Apoc. 2 1 .1 Apoc. 7 impiega infatti il linguaggio delle do­
dici tribù come 2 1,12 -13 a proposito delle porte, e Apoc. 14 met­
te i 144000 in relazione con l’Agnello così come 2 1,14 fa con i
dodici fondamenti sui quali sono i dodici nomi dei dodici apo­
stoli dell’Agnello. Da un lato Apoc. 14 è dunque in continuità
con Apoc. 7 e, dall’altro, agglutina metamorficamente elementi
nuovi, il più importante dei quali è il rapporto con l’Agnello.
Una metamorfosi tanto drastica da essere quasi irricono­
scibile è quella dell’ira di Dio di 7,1-3 in relazione ai flagelli
delle trombe. Prcannunciata in 6,17 («è giunto il giorno grande
della loro ira [di Dio e dell’Agnello], e chi potrà resistere?»),2
l’ira di Dio consisterà nello scatenarsi dei quattro venti secon­
do 7,1-3. Prima che questo accada, però, deve essere impresso
il sigillo del Dio vivente sulla fronte dei servi di Dio perché
siano protetti e preservati appunto dall’ira (w . 2-3). Quel con­
trassegno è di nuovo ricordato in 9,4 dove il flagello delle ca­
vallette dovrà colpire soltanto coloro che non hanno il sigillo di
Dio sulla fronte.3 Questo comporta che lo scatenarsi dei venti
Bruges 1963, 28. 50; Id., Les 144000 Israélites marqués d ’un sceau: N T 9
(1967) 19 1- 2 2 4 .- I 144000 di Apoc. 7 non sono da identificare con i 144000
di Apoc. 14 neanche per Bousset, Offenbarung, 380; Allo, Apocalypse, 92-
93.197; H.-M. Féret, UApocalypse de Saint Jean. Vision chrétienne de l ’his-
toire, Paris 1946, 244. 1 due gruppi, invece, si identificano per esempio, per
Charles, Schlatter, Lohmeyer, Bover, Boismard, Cerfaux-Cambier, Wiken-
hauser, Kraft, Bòcher, Lambrecht, Vògtle, Roloff, Yarbro Collins, U.B.
Miiller, Kretschmar, Caird, Ulfgard, Bauckham, Harrington, e per ITa-
dorn, Offenbarung, 149, che scrive: «Nessun lettore potrebbe dubitare che
Giovanni parli degli stessi 144000 ai quali è stata segnata la fronte con il
sigillo in 7,4».
1 Già gli antichi, per esempio Primasio (PL 68, 842C) e Ambrosio Autper-
to (f 784; CChr CM 27, 298,7-10), collegano il 144000 di Apoc. 7 e di
Apoc. 14 al dodici c al 144000 della Gerusalemme escatologica.
2 In 6,12-17 gli sconvolgimenti cosmici non sono il dispiegarsi dell’ira ma
solo il suo preannuncio, cf. Biguzzi, Settenari, 135-136.
3 Non si può infatti non mettere 9,4 («di non danneggiare... se non gli uo­
mini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte») in relazione con 7,3
(«finché non avremo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei
suoi servi»). È grazie a quel prezioso versetto che siamo certi di dover
mettere in relazione i flagelli delle trombe con l’ira di Dio, annunciata

107
in 7,1-3 e la serie dei flagelli del settenario delle trombe di 8,6
ss. (fuoco contro la terra della prima tromba, acqua cambiata in
sangue della seconda e terza trom ba,... le cavallette della quin­
ta tromba ecc.) sono la stessa e medesima ira di Dio, presentata
da Giovanni «in metamorfosi».
U n altro esempio può essere quello di 1 1 ,1 dove a Giovanni
viene ingiunto di misurare non solo il santuario (comando del
tutto logico), ma anche l’altare (comando già più sfuggente,
per l’innesco della metamorfosi), e infine gli adoratori, a pro­
posito dei quali la canna mensoria e l’imperativo μέτρησον so­
no oramai del tutto fuori logica per il rapido esasperarsi della
metamorfosi.
U n’ulteriore metamorfosi va messa in conto tra Apoc. 17 e
Apoc. 19. In Apoc. 17 si preannuncia infatti la battaglia vitto­
riosa dell’Agnello contro la coalizione guidata dalla Bestia («co­
storo combatteranno contro l’Agnello ma l’Agnello li vince­
rà», v. 14), mentre in Apoc. 19 si dice che a vincere la Bestia e i
suoi eserciti è il Cavaliere che monta il cavallo bianco («E vidi
la Bestia e i re della terra e i loro eserciti radunati per dar bat­
taglia contro Colui che cavalca il cavallo [bianco] e contro i suoi
eserciti, e la Bestia fu catturata ecc.» vv. 19-20). Se Riccardo di
San Vittore diceva che Apoc. 5 annuncia un leone e poi mostra
un agnello,1 qui si può dire che Apoc. 17 annuncia un agnello e
Apoc. 19 mostra un cavaliere. Secondo Z.C . Hodges c’c conti­
nuità (e metamorfosi) anche tra il cavaliere su cavallo bianco di
6,2 e questo cavaliere su cavallo bianco di Apoc. 19,2 quantun-
dagli sconvolgimenti cosmici del primo quadro del sesto sigillo (6,17) e
ripresentata poi sotto l’immagine in metamorfosi dei quattro venti (7,1-3).
! Il contesto più ampio in cui Riccardo di San Vittore (f 1137) lucidamen­
te ed elegantemente, commenta la metamorfosi cristologica di 5,5-6 dice:
Superius posuit promissionem, hic subiungit promissionis exhibilionem.
Nam leonem audivit in promissione, agnum videt in exhibitione. Magna
est enim differentia inter leonem et agnum. Leo est magnus, agnus estpar-
vus. Sed, si utrumque consideramus, utrumque Redemptorem nostrum
comprobamus. Ipse est enim leo magnus per divinitatem, agnus per huma-
nitatem. Leo per potentiam maiestatis, agnus per mansuetudinem. Leo ma-
los puniendo, agnus bonos redimendo. Leo fortitudine, agnus pietate. Leo
in promissione ut spes infirma se roboret, agnus in exhibitione ne pavida
conscientia formidaret (PL 196,7560).
2 Identificano i due cavalieri per esempio Allo, Apocalypse, 73. 78-85; J.S.
Considine, The Rider on thè White Horse. Apocalypse 6:1-8: CBQ 6 (1944)

108
que tra l’uno e l’altro ci siano due notevoli variazioni. Il primo
è armato di arco e reca sulla testa una corona, mentre il secon­
do è armato di spada e reca sulla testa un numero non precisa­
to di diademi. Per Hodges la successione di arco (e cioè dell’ar­
ma per combattere da lontano) e di spada (e cioè dell’arma per
combattere corpo a corpo) esprimerebbe l’avvicinarsi tra i due
combattenti per il confronto all’arma bianca, mentre la corona
in Apoc. 6 e i diademi in Apoc. 19 esprimerebbero la vittoria in
prospettiva (victory in prospect) e il conseguimento della vitto­
ria (victory realized).’
Quanto alla funzione ermeneutica della metamorfosi gio­
vannea, essa aiuta a cogliere la complessità degli eventi, e l’evo­
luzione e il progredire della storia verso la meta intesa da Dio.

II. SIN G O LA R IT À D E L LE T EC N IC H E N A RRA TIVE


G IO V A N N EE

i . Autarchia dei singoli episodi e dettagli


Le narrazioni giovannec sono a volte in contraddizione con
quello che l’autore stesso ha precedentemente detto o narrato.
N ell’episodio dei Due Testimoni Giovanni dice, presentando­
li, che chi tocca quei due profeti muore: «e se qualcuno vuole
fare [loroj del male, un fuoco esce dalla loro bocca e divora i
loro nemici; [proprio così,] se qualcuno vorrà fare loro del ma­
le, allo stesso modo egli dovrà essere ucciso» (11,5). Detto que­
sto, però, due versetti più tardi, Giovanni dirà che «la Bestia
proveniente dall’abisso farà loro guerra... e li ucciderà» (v. 7),
e tutto avviene sorprendentemente senza che essi oppongano
la minima resistenza - nonostante le assicurazioni del v. 5.

418-422; Bonsirven, Apocalypse, 157; W. Hendriksen, More than Con-


querors. An Interpretation o f thè Book o f Revelation, London 1962, 94-
95; A. Fcuillet, Le premier cavalier de l'Apocalypse: ZNW 57 (1966) 250. -
Data la polivalenza di ogni simbolo, è del tutto comprensibile che a parti­
re dalle stesse caratteristiche il primo cavaliere sia interpretato all’estremo
opposto come l’Anticristo per esempio da M. Rissi, The Rider on thè White
Horse. A Study o f Revelation 6,1-8: Int 18 (1964) 414-418; E. Schùssler
Fiorenza, Eschatology and Composition o f thè Apocalypse: CBQ 30 (1968)
564, o come uno pseudo-Cristo da R.L. Thomas, Revelation 1-7. An Ex-
egetical Commentary, Chicago 1992,422.
1 Z.C.IIodges, The First Horseman o f thè Apocalypse: BSac 119 (1962) 333 s.

109
E ancora, l’angelo ostensore promette a Giovanni di mo­
strargli la Grande Prostituta che siede su molte acque (v. i),
ma poi Giovanni vede la donna seduta su di una Bestia scarlat­
ta (v. 3). Ancora più sorprendentemente, al di fuori di ogni co­
erenza, l’angelo nel v. 15 farà poi riferimento alle acque vedute
da Giovanni (in realtà now-vedute): «Quanto alle acque che
hai vedute (τα υδατα ά είδες), su cui la Prostituta siede ecc.»).
N on basta, perché oltre alle acque e alla Bestia scarlatta, il v. 9
parla di un ulteriore sgabello, aggiungendo che la Grande Pro­
stituta siede su sette monti. Qualcosa di analogo si incontra in
Apoc. 21 dove è preannunciata la misurazione della città, delle
sue porte e delle sue mura (v. 15), ma dove poi vengono misu­
rate soltanto la città e le mura (w . i6b; i7a) e non le porte, an­
che se i fondamenti e le porte vengono descritti nei dettagli
(w . 19-20 e 21).
Gli interpreti fanno notare poi che, se il «Simile a Figlio
d’uomo» regge nella destra le sette stelle («e aveva nella mano
destra sette stelle», 1,16), non dovrebbe essere in grado di met­
tere la destra su Giovanni come segno d’incoraggiamento («ed
egli pose la sua destra su di me dicendo...», 1,17), tanto più che
poco più tardi le stelle non sono state nel frattempo deposte,
essendo ancora nella sua mano («Queste cose dice colui che
regge le sette stelle nella sua destra ecc.», 2,1).
La stessa discontinuità si riscontra in ciò che accade agli ele­
menti e ai fenomeni cosmici. Così in 8,7 il flagello della prima
tromba brucia tutta l’erba verde eppure, come se nulla fosse
stato detto e nulla fosse successo, secondo 9,4 «fu detto loro
[alle cavallette] di non danneggiare l’erba della terra ecc.». Allo
stesso modo, nonostante che il sole venga oscurato in 6,12 così
da diventare nero come il crine, il flagello della quarta tromba
ha modo di oscurare un terzo della sua luce (8,12). E come se
questo non fosse sufficiente, in 16,8 esso splende ancora così in­
tensamente da ustionare gli uomini con la sua vampa infuoca­
ta. La stessa sorte tocca alle stelle, alla luna, al cielo e al mare.
Le stelle, cadute a terra come fichi avvizziti quando il vento
scuote gli alberi (6,13), sono invece ancora nel cielo quando un
terzo della loro luce viene colpito dal flagello della quarta trom­
ba (8,12) e quando vengono travolte dalla coda del Drago (12,
4). La luna, divenuta come sangue in 6,12, ha modo di perdere

no
un terzo della sua luce quando è colpita dal flagello della quar­
ta tromba (8,12) e, nonostante tutto, è sotto i piedi della Don­
na di Apoc. 12, presumibilmente nell’integrità della sua luce (12,
1). E ancora: il cielo, dopo che si è accartocciato come un roto­
lo in 6,14, è anch’esso ancora nel firmamento in 8,13 quando,
dal suo zenit, l’aquila annuncia i tre «guai!», o in 11,6 quando
da esso la pioggia può essere fermata per l’eventuale volontà
dei Due Testimoni (11,6) o, ancora, quando in esso appaiono i
tre segni di 12,1.3 e 1 J?1 » ecc· E, infine, il mare diviene sangue
due volte: in 8,8 per un terzo delle sue acque quando viene col­
pito dal flagello della seconda tromba, c in 16,3, presumibilmen­
te in tutte le sue acque più che nei rimanenti due terzi, quando
viene colpito dal flagello della seconda coppa.
Le narrazioni e le informazioni di Giovanni sono dunque
narrazioni autarchiche, a sistema chiuso, che stranamente si
ignorano a vicenda. Con tutto questo Giovanni vuole forse di­
re che l’occhio umano coglie solo la superficie contraddittoria
della storia e non è in grado invece di percepire le connessioni
profonde che tuttavia legano i suoi eventi.

2. Le lacune narrative
Giovanni lascia talvolta nel suo racconto delle lacune che il let­
tore deve integrare, provocato con ciò ad una lettura attiva e
invitato a farsi complice della narrazione.
Per esempio, tra l’annuncio della «sigillazione» dei 144000
(7,3) e la proclamazione del loro numero (w . 4-8: con cinque
versetti e ben 78 parole!), la sigillazione stessa è semplicemen­
te taciuta. Un altro esempio è nei versetti che parlano dei quat­
tro angeli legati presso il grande fiume Eufrate (9,14 ss.). Quan­
do l’angelo della sesta tromba comanda che siano rilasciati, il
suo comando c subito eseguito «così che [i quattro angeli] uc­
cidano un terzo dell’umanità» (v. 1 jb). Ma poi non si aggiun­
ge, come il contesto chiederebbe, che l’uccisione avviene inve­
ce per l’evocazione della cavalleria di venti migliaia di migliaia
dei cavalieri del v. 16 (cf. v. 18), né è menzionata l’irruzione
dai suoi accampamenti di quella cavalleria. Il segmento man­
cante dell’episodio, poi, è sostituito dall’ audizione del numero
dei cavalieri da parte di Giovanni (ήκουσα τον άρι$μόν αυτών,
v. i6b), esattamente come la sigillazione dei 144000 è .sostitui­
ta dall’audizione del loro numero da parte di Giovanni in 7,4a
(·ηχούσα τον àpi‫־‬#;j.òv των !σφραγισμένων). In modo simile,
mentre 17,16 prcannunciava che la coalizione della Bestia e dei
dieci suoi corni avrebbe distrutto Babilonia («la distruggeran­
no... e la inceneriranno col fuoco»), in Apoc. 18 Babilonia è
devastata e rimpianta senza che si faccia parola né della Bestia,
né dei suoi complici, né delle operazioni militari che hanno
messo fine alla metropoli.
Questi salti giovannei dall’annuncio al risultato che scaval­
cano le operazioni intermedie, accelerano il ritmo della narra­
zione, esprimendo ed ispirando il desiderio che il piano di Dio
giunga presto a compimento.

3. Discontinuità negli itinerari


e nell'identità dei protagonisti
Giovanni dice in 17,3 di essere stato trasferito nel deserto da
un primo angelo ostensore per la visione della Grande Prosti­
tuta, e in 2 1,10 di essere stato trasferito su un monte altissimo
da un secondo angelo per la visione della Gerusalemme escato­
logica. Ma analoghe indicazioni mancano in ampi tratti del suo
libro. Egli, per esempio, sale in cielo secondo 4,1-2, ma poi, sen­
za che segnali alcun suo trasferimento, si trova sulla riva del ma­
re: è ponendo il piede destro nel mare e quello sinistro sulla ter­
ra (10,2), infatti, che l’angelo gli porge il rotolo da inghiottire.
C ’è discontinuità poi nella localizzazione della battaglia e nel­
l’identità dei combattenti di Apoc. 12. Il Drago con i suoi eser­
citi combatte in ciclo contro Michele e contro i suoi eserciti,
ma il cantico di. commento sembra presupporre invece che la
battaglia del Drago sia avvenuta, ovviamente sulla terra, con­
tro i fratelli di coloro che elevano il cantico: «essi [i nostri fra­
telli] lo hanno vinto per mezzo del sangue dell’Agnello e per
mezzo della parola della loro testimonianza» (12 ,10 -11).
Quando c’è discontinuità negli itinerari, la continuità è assi­
curata dalla persona di Giovanni: il lettore deve seguire G io­
vanni nelle sue esperienze pneumatiche, lui che in spiritu si tro­
va davanti al «Simile a Figlio d’uomo» (1,10) o di fronte al tro­
no di Dio (4,2); lui che poi, ancora in spiritu, è trasportato nel

112
deserto per la visione di Babilonia e del suo giudizio (17,3), op­
pure su di una montagna altissima per contemplare la discesa
da Dio della nuova Gerusalemme (21,10). Quando invece sem­
bra esserci sovrabbondanza di soggetti e quando i rapporti vi­
cendevoli tra quei soggetti non sono affatto chiari, Giovanni
lascia al lettore di cogliere l’unità degli eventi nel legame tra
cielo e terra, così che Michele e i suoi angeli sono intercambia­
bili con combattenti terrestri, vittoriosi nel sangue del Cristo-
Agnello. In Apoc. dunque l’autobiografia e la comunione degli
spiriti sono più importanti della topografia e dell’identità per­
sonale.

4. Anomala sequenza dei tempi verbali


L ’autore di Apoc. ama Physteron-proteron che, secondo i calcoli
di David Aune, in Apoc. s’incontra almeno una decina di vol­
te.1 Invertendo l’ordine degli elementi, Giovanni infatti scrive
per esempio: «Sono ricco, e mi arricchii» (3,17), «Tutte le cose
erano, e furono create» (4,11), «aprire il libro, e rompere i suoi
sigilli» (5,2), «avere potere sull’albero di vita, ed entrare nella
città» (22,14), ecc· Ma nel suo libro c’è di più di questa quasi
irrilevante figura retorica, perche egli costruisce le sue narra­
zioni su sorprendenti sequenze verbali «a rovescio». La narra­
zione di 1 1 ,1 - 1 3 comincia per esempio con sei futuri (1 !,2-3.7:
πατήσουσιν, δώσω, προφητεύσουσιν, ποιήσει, νικήσει, άποκτε-
νεΐ), e poi continua con quattro presenti seguiti da un residuo
futuro (w . 9-10: βλέπουσιν, ούκ άφίουσιν, χαίρουσιν, ευφραίνον­
ται, - πέμψουσιν), e si conclude infine con non meno di undici
aoristi (w . 1 1- 1 3 : είσήλ$εν, έστησαν, έπέπεσεν, ήκουσαν, άνέ-
βησαν, !·θεώρησαν, έγένετο, ecc.).
La successione dei tempi è anomala anche nella presentazio­
ne dei lamenti funebri su Babilonia in Apoc. 18. Dopo i futuri

1 D. Aune, Revelalion 1-5 (WBC J2a), Dallas 1997, 221. 259, rimanda a 3,
3.17; 5,5; 6,4; 10,4.9; 20>45‫־‬-I2‫ ־‬I3> iz >l 4■ L ’hysteron-proteron presenta «una
successione di avvenimenti in cui viene collocato dapprima Io stadio finale
della successione medesima (che interessa particolarmente dal punto di vi­
sta emozionale e quindi urge)»: così H. Lausberg, Elementi di retorica, Bo­
logna 1969 (Munchen 1967,11949), § 413, il quale tra l’altro cita come esem­
pio Virgilio: Moriamur, et in media arma marnasi (Aen. 2,353).

113
che hanno come soggetto grammaticale i re della terra (v. 9),
vengono due presenti e un ulteriore futuro, che hanno per sog­
getto i mercanti di terra (v. 1 1 e v. 15). E vengono infine, sor­
prendentemente, gli aoristi e gli imperfetti che hanno per sog­
getto gli uomini di mare (v. 17 ss.). In tal modo il primo la­
mento funebre è ambientato nel futuro (κλαύσουσιν, κόψονται,
v. 9), il secondo nel presente (κλαίουσιν, πεν$οΰσιν, v. x i; ma cf.
στήσονται, v. 15), e l’ultimo invece nel passato (έστησαν, εκρά-
ζον, εβαλον, εκραζον, νν. 17-19)· Ma è tutto il capitolo di Apoc.
18 che oscilla tra passato e futuro, per cui Babilonia è a volte
già divenuta dimora di ogni spirito immondo e maceria fu­
mante (εγένετο κατοικητήριον κτλ., 18,2), e altre volte essa è
ancora in grado di dirsi regina (κάδημαι βασίλισσα κτλ., 18,2)
0 i flagelli e l’incendio devono ancora devastarla (ηξουσιν ai
πληγαί κτλ., v. 8), e il popolo di Dio è invitato a uscirne per
non farsi complice dei suoi peccati e per non restare esposto
agli stessi suoi flagelli (v. 4). Secondo 18,21, poi, Babilonia sarà
in futuro sprofondata (βληθήσεται) nel mare come una macina
da mulino che va subito a fondo, e tuttavia secondo 19,3 il fumo
del suo incendio già sale (άναβαίνει) per i secoli dei secoli.
Altrettanto illogica è infine la successione dei tempi verbali
nella narrazione dell’assalto finale del Drago e della sua defini­
tiva sconfitta, dove a due futuri (λυ‫־‬$ήσεται, έξελευσεται, 20,7-
8) fanno seguito cinque aoristi (άνέβησαν, έκύκλευσαν, κατέβη,
κατέφαγεν, εβλή$η, νν. 9-ioa).1 La sequenza di tempi più sor­
prendente è comunque quella di 10,7 il cui aoristo έτελέσθη è
tradotto con il futuro (consummabitur) perfino da Girolamo,
solitamente rigoroso, nella sua Volgata.2 La traduzione di qucl-
l’aoristo con un futuro è dovuta al fatto che, secondo 10,7, il
mistero di Dio si compì (έτελέσ$η, aoristo) allo squillo della set­
tima tromba, la quale però squillerà soltanto più tardi, in 11,15 .
Con tutte queste anomalie nell’uso dei tempi verbali G io­

1 Cf. anche in 6,12-17 il presente λέγοικπν che viene dopo sette aoristi; cf.
poi il κράζουσιν di 7,10 preceduto da un imperfetto e seguito da aoristi; cf.
il σύρει di 12,4 che si trova tra verbi al passato, e cf. in 14 ,11 i presenti άνα-
βαίνει e ουκ έχουσιν che concludono una serie di futuri.
2 Altre traduzioni sono: «should be finished» (KJV), «will be fulfilled»
(NJB, NRSV), «alors sera Paccomplissement» (TOB), «wird vollendet
sein» (ELB), «dann ist vollendet» (LUT).

114
vanni vuole probabilmente dire che i tempi di Dio sono diversi
dai nostri c che il futuro compimento della volontà di Dio è co­
sì certo da poter essere espresso con i tempi greci del passato.1

5. Gli episodi narrati


da prospettive complementari
In Apoc. 11 - 1 3 quattro vicende sembrano estranee tra loro quan­
do invece, a motivo dei tempi in cui accadono, non lo sono.
Infatti secondo 1 1,2 il dominio delle genti sulla Città Santa du­
rerà quarantadue mesi, secondo 11,3 i Due Testimoni devono
profetizzare per r 260 giorni, secondo 12,6 e 12,14 la Donna
messianica resterà nel deserto sotto la protezione di Dio per
1 260 giorni e rispettivamente per «tre tempi e mezzo», mentre
infine secondo 13,5 la Bestia-dal-mare svolgerà la sua azione
ostile contro i santi per quarantadue mesi. Come dice l’equiva­
lenza tra i 1 260 giorni di 12,6 e i «tre tempi e mezzo» di 12,14
che si riferiscono allo stesso e medesimo soggiorno della Don­
na nel deserto,2 tutti i tempi in questione si equivalgono essen­
do «tre tempi e mezzo» l’equivalente di quarantadue mesi e di
1 260 giorni.3 Queste indicazioni temporali, strane per un let-
1 Al riguardo si sono espressi con particolare efficacia i medioevali. Beda il
Venerabile (f 735) a commento di 14,8 scrive: Cecidit, cecidit Babylon illa
magna. Dicit... more Scripturae, quae solet praelerilum ponete, quod no-
vit inevitabiliter adimplendum (PL 93, 174D). Cf. poi soprattutto Bruno
di Segni (scripsit 1079 ca.) che a commento di 18,2 scrive: Cecidit, cecidit
Babylon magna. Usilatissimus enim est iste locutionis modus, ut ea, quae
certissime fieri scimus, prius etiam quam fiant facta dicamus: unde et eos
iam vicisse dicimus, quos victores fore putamus, et eos quos morti propin-
quos videmus, iam mortuos nuntiamus. Sic ergo angelus in hoc loco, quia
non dubitai subito esse Babylonem perituram, ac si iam cecidisset quasi de
praeteritis loquens ait: Cecidit, cecidit Babylon magna. Lo stesso Bruno si­
gnificativamente commenta: Ac si dicat: Nullam spem in ea ulterius ba-
beatis, nullum amorem in ea ponatis, quia in proximo miserabiliter ruere
videbitis; non vos fallai, non vos decipiat, cuius omnis pulchritudo subito
evanescet (PL 16y, 701 c).
2 Cf. più sotto il paragrafo sui doppioni anticipativi.
3 Basti citare Swete, Apocalypse, 152: «La vicenda della Donna nel deserto
è in sincronia con (syncbronizes with) l’attività profetica dei Due Testi­
moni»; e soprattutto Allo, Apocalypse, 142, che scrive: «Giovanni altro non
intende fare se non un sincronismo», dopo aver affermato: «Il confronto
di 11,3 con 11,2 e 13,5 dice che questa misura di tempo s’applica a una sola

115
tore disinformato, in realtà sono abbastanza trasparenti per chi
conosce il libro di Daniele, perché in Dn. 7,25 e 12,7 «tre tem­
pi [= anni] e mezzo» segnano la durata della profanazione del
tempio di Gerusalemme ad opera di Antioco iv Epifane,1 che
durò dal giugno 168 a.C. al dicembre 165.
Un unico e medesimo tempo e dunque descritto da prospet­
tive diverse e ogni segmento narrativo si fonde con gli altri con­
tribuendo alla descrizione di un’unica vicenda. Succede qui co­
me se il narratore si sentisse incapace di esprimersi in un solo
tentativo e come se di conseguenza raccontasse la vicenda suc­
cessivamente da prospettive parziali che, composte «a spicchi
d’arancia»,2 danno la narrazione completa.3
e medesima epoca, non a due epoche contigue di uguale lunghezza: è du­
rante il tempo in cui i gentili calpestano la città santa e nel tempo in cui la
bestia furoreggia (13,5; cf. 11,7), che i Due Testimoni esercitano la loro at­
tività»; Prigent, Apocalypse, 72: «I numeri (12.60 giorni = quarantadue me­
si = tre anni e mezzo) uniscono i capitoli da 1 1 a 13». Per il ciclo mensile
arrotondato a trenta giorni cf. Ireneo, Haer. 1,17,1. - Il commentatore che
per primo andò in cerca di sincronismi in Apoc. fu J. Mede nella sua Cla-
vis Apocalyptica (Cantabrigiae "1627,31649), cf. Biguzzi, Settenari, 88-91.
x Hadorn, Offenbarmg, 8, parla di «danielische Zahl».
2 S. Chialà, Libro delle parabole di Enoc. Testo e commento (SB 117), Bre­
scia 1997, 78-79, rileva la stessa tecnica compositiva in 1 Hen.: «Le tre pa­
rabole che costituiscono il corpus dell’opera hanno come contenuto uno
stesso messaggio. Passando tuttavia dalla prima parabola a quelle successi­
ve si ha l’impressione che questo medesimo contenuto, ogni volta che vie­
ne ridetto, si accresca e si precisi». A p. 80 lo stesso autore fa riferimento
anche al libro di Daniele e, purtroppo senza esemplificare, ad Apoc.
3 Cf. Biguzzi, Settenari, 245-246. - Il fenomeno non è sconosciuto a que­
sto o a quel commentatore. Cf. P. Prigent, L ’étrange dans VApocalypse: une
catégorie théologique: LumVie 31 (1982) 57: «Non c’è prima il tempo dei
Due Testimoni, poi quello della fuga nel deserto, e infine quello del pote­
re della bestia. Si tratta sempre della stessa epoca... Su questo tempo l’au-'
tore getta illuminazioni successive: dapprima si tratta della rischiosa voca­
zione profetica (Apoc. 11), poi di quello nel quale satana è ridotto alla sua
azione terrestre (Apoc. 12), e infine di quello dell’impero (Apoc. 13)». Cf.
poi Schiissler Fiorenza, Visione, 51, che a proposito della composizione di
Apoc. in generale usa tre differenti immagini (lettura prismatica, sequenza
filmica da diverse angolature, variazione musicale dello stesso motivo me­
lodico) per dire che Giovanni talvolta descrive lo stesso protagonista o lo
stesso evento successivamente da differenti prospettive. Cf. infine Bauck-
ham, Teologia, 35, dove l’autore parla di «prospettive complementari [circa
la caduta di Babilonia]», e p. 64, dove scrive: «L’Apocalisse fa entrare in
gioco immagini che non possono dire tutto in una volta sola».

116
Una dissezione in prospettive complementari è anche in 1 ,1,
dove Giovanni riesce a ricostruire nella sua completezza la ca­
tena di trasmissione della «rivelazione» soltanto a costo di elen­
carne i protagonisti a due riprese. In i,ia menziona la prima
sorgente della rivelazione (Dio), il mediatore princeps (Gesù),
e i destinatari (i servi suoi). Invece in i,ib , trascurando i due
punti estremi (Dio, i servi) e illustrando il segmento centrale
della catena rivelativa, quello dei mediatori, menziona Gesù,
l’angelo da lui inviato, e se stesso. Condensare tutto in una so­
la elencazione sarebbe stato grammaticalmente pesante e con­
cettualmente molto più debole e inespressivo: la divisione in
due serie complementari, invece, evidenzia sia la grande dignità
della rivelazione (i,ia ), sia la sua struttura profetica (i,ib ).
Un terzo caso di prospettive complementari è quello di 20,
1 1- 1 5 dove Giovanni scompone in due spicchi (w . 11- 1 2 , e v.
13) la scena del giudizio.1 Nel primo, dopo aver introdotto il
Sovrano (e cioè il giudice, v. 11), i morti (v. i2a) e i libri sia delle
opere che della vita (i libri dunque del giudizio e della ricom­
pensa, v. i2b), Giovanni parla esplicitamente del giudizio dei
morti (καί έκρί$ησαν κτλ., v. i2c). Tre elementi, e cioè 1. l’au­
torità cosmica del giudice («Colui dalla cui presenza fuggì la
terra e il cielo, per i quali poi non ci fu più posto», v. 1 ib), 2. l’ar­
ticolo nell’espressione «i (τούς) morti», e 3. la totalità compor­
tata dal binomio «i grandi e i piccoli», orientano a identificare
in quei morti l’universalità dei morti: tutti i morti del giudizio
finale. Ma nonostante tale universalità, il v. 13 prende a parlare
di altre due categorie di morti. Gli uni sono i morti che il mare
deteneva (v. 133), e quindi probabilmente i morti che non han­
no avuto sepoltura; gli altri sono invece i morti che si trovava­
no in Thanatos e Hades (v. i3b), i morti detenuti dunque nel
regno degli inferi. E anche per i morti di queste due categorie,
Giovanni dice che furono giudicati (καί έκρί-δησαν κτλ., v. 1 3c).
Di queste due narrazioni di giudizio, quella dei «morti
grandi e piccoli» e quella dei «morti del mare e degli inferi»,
non è possibile affermare che siano né distinte né cronologi-

1 Aune, Revelation 17-22, 1081, parla di testo «problematico» e J. Lamb-


recht, FinalJudgments and Ultimate Blesstngs. The Climatic Visions o f Rev­
elation 20 ,11-21,8, in Collected Sludies on Pauline Literature and on thè
Book of Revelation (AnB 147), Roma 2001, 397 s., parla di «ripetizione».

117
camentc successive, perché non si sa dove collocare l’attesa del
giudizio per i morti «grandi e piccoli» se non proprio nel mare
o negli inferi. Se ne deve dunque concludere che anche qui G io­
vanni scompone lo stesso evento in due spicchi: tra un prologo
in cui viene presentato il trono del giudice (v. n ) e l’epilogo in
cui si annuncia lo sprofondamento di Tbanatos nello stagno di
fuoco e zolfo (v. 14), un unico e medesimo giudizio viene de­
scritto da due differenti prospettive, distinte tra loro per la loro
diversa universalità: l’universalità antropologica (i morti «pic­
coli e grandi», v. 12), e l’universalità cosmica (i morti «del ma­
re», i morti «degli inferi», v. 13).

6 .1 doppioni d'anticipazione
Giovanni talvolta mette in difficoltà i lettori e gli interpreti con
sorprendenti duplicati nei quali anticipa quanto dirà con ab­
bondanza di particolari a tempo e luogo giusto.
Un primo doppione è quello delle due fughe della Donna
nel deserto, l’una segnalata subito dopo il parto (12,6), e l’altra
al momento in cui il Drago si dà a perseguitarla (v. 14) dopo che
è stato estromesso dal cielo e precipitato sulla terra. È ben vero
che E. Corsini risolve la sovrabbondanza narrativa del testo so­
stenendo che si tratta di due distinte fughe. La prima sarebbe
«un’allegoria della caduta originale dell’umanità», mentre la
seconda sarebbe il compendio delFeconomia giudaica, o l’eso­
do.1 Anche prescindendo dalle opzioni metodologiche,2 l’afr
fermazione di Corsini della duplice fuga non è esente da diffi­
coltà. N ell’ipotesi di Corsini, infatti, il deserto sarebbe una vol­
ta negativo (caduta originale) e una volta positivo (esodo), men­
tre nel testo è palesemente sempre positivo. Non basta: l’assen­
za di persecuzione nella prima fuga, invocata da Corsini per di­
stinguerla dalla seconda,3 non ha nulla a che vedere né con l’im-
x Corsini, Apocalisse, 319; Id., La donna e il dragone nel capitolo 12 del­
l ’Apocalisse: RicSB 6 (1994) 261. Nella monografia del 1994 Corsini ha con­
servato ridentificazione della prima fuga con la caduta originale, mentre
ha collegato la seconda con l’esodo.
2 Intendere una fuga nel deserto come caduta d’origine è interpretare non
simbolicamente o tipologicamente ma allegoricamente. D ’altra parte lo
stesso Corsini ricorre con molta naturalezza al termine «allegoria».
3 Le due fughe si distinguono - dice Corsini - perché solo la seconda è col-

118
magine né con la realtà del peccato d’origine. A questa difficol­
tà, si potrebbe aggiungere quella che riguarda i luoghi e gli iti­
nerari: dopo avere raggiunto il deserto una prima volta, la D on­
na fuggirebbe di nuovo nel deserto senz’essersi allontanata dal
deserto della prima fuga. Il fatto è che invece, se il Drago si lan­
cia all’inseguimento del figlio della Donna là dove è portato in
salvo, di per sé la Donna non è da lui minacciata e non ha mo­
tivo di fuggire. È nel v. 13 che la Donna deve cercare scampo,
perché è allora che il Drago si rivolge contro di lei con ostilità
(èSico^ev: «inseguì», «diede la caccia», «perseguitò»). Se dunque
' il v. 6 parla di una fuga della Donna quando il tempo di fuggire
non è venuto, allora, con la maggioranza dei commentatori, si
può vedere nel v. 6 una sorprendente (e inutile) anticipazione
del v. 14, dove la fuga è invece cronologicamente al suo posto.1
Un secondo doppione anticipativo è in 16,18-19 dove Babi-
legata con la persecuzione, non la prima: i 1260 giorni della prima fuga
costituirebbero la prima mezza settimana di anni di Dn. che appunto non
è tempo di pcrsccuzionc, mentre i tre tempi e mezzo della seconda fuga sa­
rebbero la seconda mezza settimana di anni che è invece tempo di perse­
cuzione (Dn. 9,27: «Egli stringerà una forte alleanza con molti per una set­
timana e, nello spazio di una metà settimana... farà cessare il sacrificio e
l’offerta; sull’ala del tempio porrà l’abominio della desolazione ecc.»). La
somma dei due tempi darebbe come risultato la settimana dell’attesa mes­
sianica.
1 Parlano di anticipazione o prolessi per esempio Bousset, Swcte, Allo,
Lohmeyer, Gelin, Bonsirven, Behm, Salguero, Bartina, Beasley-Murray,
Prigent, Roloff. Cf. per tutti L. Cerfaux, La vision de la fèmme et du dra-
gon de l ’Apocalypse en relation avec le Protévangile, in Recueìl Cerfaux in
(BETL 71), Leuven 1985, 247: «Il v. 6 non è che un’anticipazione dei w .
13-18 ‫»׳‬. - Di quell’evidente doppione qualche altro autore fa invece un’im­
probabile «necessità narrativa»: così Hadom, Offenbarung, 13 1: «Biso­
gnava dire (es mufite gesagt werden) dove la comunità è dopo il rapimen­
to del Messia»; U. B. Miiller, Offenbarung, 236: «Dal momento che vuole
introdurre un nuovo pensiero di fondo, l’autore si sente obbligato (genó-
tigt) a questa interruzione»; H. Gollinger, Das «Grofie Zeichen» von Apo-
kalypse 12 (SBM n ), Stuttgart 19 7 1,117 . 178-179: «Nel quadro dell’inter­
pretazione globale la ripetizione si rivela piena di significato, se non pro­
prio necessaria (notwendig)», «Poiché è Dio che governa la storia e non
Satana, la Donna deve (mufi) essere già nel deserto quando Satana è preci­
pitato dal cielo. Nel suo contesto il v. 6 è dunque necessario (notwendig)
quanto lo è la più ampia narrazione della fuga e del soggiorno nel deserto
dei vv. 14-16. Il v. 6 non può essere eliminato quale insignificante doppio­
ne dei w . 13-14, come vorrebbe Charles (1, 321) e con lui tutt’una serie di
altri interpreti».

II9
Ionia è distrutta da un terremoto senza precedenti che la squar­
cia in tre parti. L ’effettiva sua distruzione però è annunciata più
tardi, in 17,16 («i dieci corni [della Bestia] e la Bestia la distrug­
geranno»), ed è poi presupposta (più che descritta) in Apoc. 18,
come risultato di un grande incendio (non di un terremoto).
Allo stesso modo, la discesa dal cielo della Gerusalemme nuo­
va di 21,2 anticipa inutilmente quella di 21,10 . La classica via
per spiegare questo ulteriore doppione è di ipotizzare l’uso di
due fonti diverse da parte dell’autore,1 ma l’ipotesi è impropo­
nibile perché il tenore delle parole nelle due descrizioni rivela
un’unica mano e perché 7,9-17 contiene il vocabolario e le im­
magini delle due pretese fonti, e cioè sia di 2 1,1-8 che di 21,9-
22,5. Meglio sarebbe allora attribuire allo stesso Giovanni due
testi originariamente distinti e poi messi l’uno dopo l’altro, co­
me fa M .-É. Boismard.2 Ma, a proposito di tutte queste ipote­
si, si può far valere quanto scrive L. Morris: «N on è il caso di
pensare a due narrazioni originariamente separate e poi messe
insieme da un editore così pasticcione e così ottuso da dimenti­
care ciò che aveva recepito otto versi prima».3 La quasi inevi­
tabile conclusione, perciò, è che anche qui si ha a che fare con
un doppione narrativo.4
1 Cf. per esempio Charles, Revelation 1, 15 1-153, per il quale una fonte
parlava della Gerusalemme celeste (21,1 ss.), e l’altra della Gerusalemme
del millennio (20,1 ss.); J. Moffatt, The Revelation o f St. John thè Divine
(E’sGT 5), London 1910, 478 («revisione di una fonte più antica»); Kraft,
Offenbamng, 262; e, poco convinto, W. Thusing, Die Vision des «Neuen
Jemsalem» (Apk 21,1-22,5) a^s Verheiftung und Gottesverkiindigung: TTZ
77 (1968) 20 n. 4 («possibile, non necessario»). Ma cf. per esempio le diffi­
coltà opposte a questa spiegazione da Georgi, Visionen, 355 n. 15.
2 Cf. Boismard, «L ’Apocalypse», o h «les Apocalypses», 524-527.
3 L. Morris, The Book o f Revelation. An Introduction and Commentary
(TyNT 20), Leicester - Grand Rapids 11987 (11969), 242.
4 Parla di «anticipazione» per esempio S. Bartina, Apocalipsis de San Juan
(La Sagrada Escritura, NT 3), Madrid 1967, 824. Simile è la frequente in­
terpretazione secondo la quale in 21,1-8 Giovanni darebbe una prima e
sommaria descrizione e in 21,9 ss. fornirebbe invece una descrizione più
dettagliata. Così per esempio Lohmeyer, Offenbamng, 167 («un comple­
tamento»); Bonsirven, Apocalypse, 305 («una descrizione particolareggia­
ta»); Brutsch, Clarté, 363 («una visione più sfumata»); U.B. Muller, Of­
fenbamng, 349 («descrive con più dettagli»); Roloff, Offenbarung, 197
(«un primo sguardo d’insieme»); J. Sweet, Revelation (TPINTC), London-
Philadelphia '1990 (11979), 296-297 («più in dettaglio»); J.-P. Charlier,

120
Giovanni ricorre a queste anticipazioni quando intende im­
primere al suo racconto quell’accelerazione per cui, prima che
un episodio sia concluso (Apoc. iz) o addirittura prima che sia
riferito (Apoc. 18 e 21), il lettore è già introdotto spiritualmen­
te in ciò che ancora deve venire e in anticipo si sente assicurato
della protezione e della vittoria di Dio.

III. IL M ONDO SU R R EA LE E O N IR IC O DI G IO V AN N I

1. Un mondo oltre la logica e l'esperienza comune


La cornice in cui Giovanni inserisce le immagini e le narrazio­
ni del suo insolito repertorio è un universo tutto suo cui egli
va dando forma in ogni sua pagina. È un mondo fatto di rego­
le, protagonisti e scenari senza paralleli, così che in Apoc. spes­
so si trasgredisce la logica comune, come accade nei sogni.
Un cumulo di elementi estranei per esempio alla nostra co­
smologia è nell'immagine della Donna di 12,1-2: essa è vestita
o avvolta di sole, si erge sulla luna ed è coronata di una dozzi­
na di stelle del cielo. Ognuno di questi tratti deve probabilmen­
te dire la natura e vocazione celeste della Donna, ma il sole non
è un vestito, la luna non può essere sotto i piedi di alcuno, e le
stelle del cielo non sono gemme che si possano incastonare da
nessuna parte. È poi un’immagine stravagante anche quella del­
le porte della nuova Gerusalemme perché ogni porta è un’im­
mane perla d’un solo pezzo (21,21). Giovanni vuole qui stupi­
re dicendo la preziosità e la natura escatologica della Gerusa­
lemme che discende dal cielo, e tuttavia la grandezza anche del­
la perla più massiccia è in ogni modo sproporzionata alle di­
mensioni di una porta cittadina.
Un altro stravagante dettaglio è nell’immagine della Grande
Prostituta (Apoc. 17) là dove di essa si dice che è «ebbra del san­
gue dei santi e del sangue dei testimoni di Gesù» (v. 6). Il «be­
re il sangue» evoca l’immagine di un banchetto raccapriccian­
te, mentre il bere sangue «fino all’ubriacarsi» esprime efficace­
mente l’implacabile accanimento contro le proprie vittime, ma
il sangue non è alcolico e non può provocare alcuna ubriachez­
za. Un altro dettaglio singolare è nell'immagine degli eserciti
Comprendre l ’Apocalypse 11 (LB 89), Paris 1991,213 («una ripresa di 21,2»),
Harrington, Revelation, 209 («in modo più completo»).

121
che, vestiti di bisso, combattono al seguito del Cavaliere vitto­
rioso di Apoc. 19 contro le due Bestie e i loro eserciti. Se vanno
alla battaglia in vesti di bisso, è per dire che sono combattenti
puri e intemerati e che la loro battaglia è una battaglia ideale. Il
bisso è infatti stoffa pregiata e finissima:1 lo stesso Giovanni sa
bene che di bisso si vestono i grandi e i potenti (18,16) e che lo
si indossa nel grande giorno delle nozze (19,8). Non per nulla
egli lo mette in elenco tra le ventotto merci raffinate e preziose
di 18 ,11- 13 . Ma nella realtà nessuno parte per il fronte vestito
di bisso.
Mentre l’esperienza dice per esempio che il sangue tinge di
rosso, secondo 7,14 nel sangue le vesti vengono invece candeg­
giate. E ancora, mentre una fiumana d’acqua può scorrere sol­
tanto sulla superficie terrestre, in 12,15 una fiumana d’acqua
viene invece vomitata dal Drago contro la Donna che sta fug­
gendo in volo (v. 14), ovviamente nel cielo.2 E infine, in 2 1,16
è detto che le tre dimensioni della Gerusalemme escatologica
sono uguali, così che per Giovanni la città avrebbe la forma di
un cubo. Ma le case delle nostre città possono elevarsi in altez­
za solo per qualche decina di metri, e di certo non per 12000
stadi.3 Per quanto siano strani, questi dettagli hanno un loro
significato. Il potere candeggiante del sangue celebra la poten­
za salvifica della morte del Cristo-Agnello, la fiumana che cor­
re negli spazi celesti è rielaborazione di un’immagine dell’anti-
co esodo che figura già in Es. 19,4 e Dt. 3 2 ,11, e la città cubica
cerca di rappresentare ciò che è ultramondano e ineffabile.4 Ma

1 II bisso è una tela di lino (Erodoto 2,86; 7,181; Sofocle, Fragm. 3 7 3 ,3 ;


Eschilo, Persae 124-125; Sept. Theb. 1039) che i greci importavano dall’In­
dia e dall’Egitto e che usavano per paramenti sacri.
2 R. Lehmann-Nitsche, Der apokalyptische Drache. Eine astraltheologische
Untersuchung iiber Ap Job 12: ZEthn 65 (1933) 201.
3 Quanto alla Gerusalemme «cubica» di Apoc., per gli antichi cf. già Andrea
di Cesarea (PG 106, 433A), e per i moderni B.J. Malina, The New Jerusa-
lem in thè Revelation o f John. The City as Symbol o f Life wìth God (Zac
SNT), Collegeville 2000,54, il quale scrive: «E un cubo, i cui lati sono lun­
ghi ognuno quanto la grande muraglia cinese... Questo grande cubo co­
prirebbe metà delle superficie degli Stati Uniti e raggiungerebbe l’altezza
di 260 Monti Everest».
4 Sweet, Revelation, 15, scrive: «Un quadrato è una figura perfetta. Tanto
di più lo è un cubo (21,16)».

122
ciò non toglie che ognuna di queste immagini sia una vistosa
trasgressione della logica comune.
Appartiene poi a un mondo diverso dal nostro che un’aqui­
la (8,13) o addirittura un altare (16,7) o i suoi corni (9,13) par­
lino, e che tre rane operino prodigi (16,14), o ancora che un
astro maneggi la chiave dell’abisso (9,1-2). Ed è estraneo al no­
stro mondo e alla nostra esperienza che un essere umano abbia
una spada al posto della lingua (1,16; cf. 2,12.16 ; 19,15.21), che
una donna voli sia pure con l’ausilio delle due ali della grande
aquila (12,14), c^e un uomo sia costituito come colonna stabile
di un tempio (3,12), che un animale sia un membro di se stesso
(17 ,7 .9 -11 ) 1 e, ancora, che una città vada fornicando con i re
della terra (18,3), o che un’altra città si sposi (21,9-10), che si
sposi con un agnello (19,7; 21,9), che l’agnello abbia sette occhi
e che sappia aprire i sigilli di un rotolo come nessun altro in tut­
te le regioni del cosmo sa fare (5,2-4 e 6,1.3.5 ecc.), e che poi si
faccia pastore di una moltitudine innumerevole (7,17) e che,
ovunque va, sia seguito da 144000 persone (14,4), e che com­
batta vittoriosamente una guerra contro terribili nemici (17,14).

2. Il mondo surreale dell'Apocalisse,


la sua natura e il suo scopo
Il termine meno inadeguato per definire le immagini che popo­
lano questo universo giovanneo è «surreale».2 Il termine «sur­
realismo» fu coniato nel xx secolo per significare il «superamen­
to del realismo» nella letteratura o nelle arti figurative europee.
D i fatto molti tratti giovannei si possono accostare'a certe crea­
zioni degli artisti del surrealismo. Per esempio, come Giovanni
rappresenta il «Simile a Figlio d’uomo» con una spada al posto
della lingua, così uno o più cassetti escono dalla pancia di Ve­
nere nei quadri e nelle sculture di Salvador Dall, oppure anco­

1 Cf. Allo, Apocalypse, 64 («un animale e un membro di quell’animale [si


identificano]»).
2 II termine è usato per Apoc. in M.E. Boring, Revelation, Louisville 1989,
57: «Gli interpreti non dovrebbero tentare di costringere le immagini sur­
realistiche di Giovanni (John’s surrealistic pictures) in...» e, per la lettera­
tura apocalittica in generale, in Schiissler Fiorenza, Visione, 40: «La lette­
ratura apocalittica è surrealista (surrealistic)».

123
ra Dali rappresenta un volto con una candela o un aeroplano
al posto di occhi, naso e bocca. Oppure ancora, come Giovan­
ni parla di una cavalleria che spira zolfo e fuoco, così Dali di­
pinge allucinanti giraffe in fiamme.
Se il termine «surreale» aiuta dunque a definire alcune delle
immagini di Giovanni di Patmos, bisogna aggiungere non solo
che quel termine è stato coniato molti secoli dopo la composi­
zione di Apoc., ma che altre immagini eludono ancora le nostre
capacità di classificazione, tanto è libero e creativo l’estro di
Giovanni di Patmos. Quanto alla loro natura e al loro scopo,
le immagini del mondo onirico creato da Giovanni sono pro­
fetiche e rivelatrici. Parlano infatti del cielo nuovo e della terra
nuova che Dio va mettendo in atto già ora nei tempi messianici
e che porterà alla pienezza nell’eone escatologico. Inoltre, poi­
ché i tratti sorprendenti di Apoc. impegnano il lettore in una
notevole fatica interpretativa, essi servono a catturare l’atten­
zione, a sorprendere e dunque, fondamentalmente, a esortare.
Attraverso di essi Giovanni allarma i suoi lettori da un lato e,
dall’altro, li spinge a optare per lo schieramento giusto.

IV. L E G G IB IL IT À E U N IT A R IETÀ D E L L ’A P O C A LISSE

Apoc. mette in difficoltà ad ogni sua pagina. La ragione è che di


continuo il suo autore va contro la logica comune.1 E tuttavia
le molte licenze logiche e figurative che egli si prende non so­
no puro arbitrio o puro capriccio, tanto è vero che e possibile
raccoglierle in una sorta di sistema che qui e stato chiamato
«grammatica». Poiché ogni grammatica aiuta ad apprendere e

i Le audacie letterarie di Apoc. non sono senza analogie o paralleli. Prigent


giustamente rimanda all’Antico Testamento e alla letteratura apocalittica
per ciò che chiama «l’étrange dans l’Apocalypse». I primi lettori di Apoc.
avevano meno difficoltà di noi nell’accostarsi ad Apoc. perché conosceva­
no meglio di noi l’A.T., dice Prigent. Ma subito aggiunge che basta con­
frontare dieci pagine di un qualsiasi profeta anticotestamentario e dieci pa­
gine di Apoc. per rendersi conto che l’A.T. non ha la stessa concentrazione
di immagini sorprendenti che ha il libro di Giovanni: cf. Prigent, Étrange,
49-50. Il discorso sulla letteratura apocalittica sarebbe un po’ diverso, cf.
H. P. Mùller, Die bimmliscbe Ratversammlung. Motivgescbichtliches zu
Ape 5,1-y■ ZNW 54 (1963) 255 n. 4, che scrive: «L’apocalittica giudaica è
piena di Unanschaulicbkeiten e di tecbniscbe Inkomequenzen».

124
a padroneggiare una lingua, la sistematizzazione dei tratti sor­
prendenti di Apoc. dovrebbe fare del libro di Giovanni, per
quanto inimitabile sia il suo linguaggio, un libro più leggibile.
L ’inventario delle anomalie di Apoc. è rilevante anche a livel­
lo di critica letteraria perché rende superflua l’ipotesi della fu­
sione di fonti cui spesso si ricorre per spiegare la complessità e
difficoltà di Apoc. Depongono contro l’ipotesi delle fonti anzi­
tutto il ripetersi delle stesse anomalie, e poi la loro presenza nei
micro-testi.
Si potrebbero per esempio mettere in conto due fonti per il
giudizio dei due gruppi di morti di 2 0 ,11-12 e rispettivamente
di 20,13, ma l’ipotesi non è necessaria ed è anzi improbabile
dal momento che l’autore procede a prospettive complemen­
tari in 2 0 ,11-13 come fa almeno in altre tre occasioni. L ’ipotesi
delle fonti non è necessaria neanche per spiegare l’anomala suc­
cessione di tempi verbali che, appunto in più episodi, vanno a
ritroso dal futuro al passato. Tra l’altro, dal momento che si ri­
pete più volte, quella successione non può neanche essere in­
vocata come prova dell’insufficiente conoscenza della lingua
greca da parte dell’autore. È poi sintomatico che due lacune nar­
rative siano tutte e due colmate dalla stessa formula - la for­
mula dell’ «audizione del numero» -, la quale prende il posto
sia della sigillazionc dei 144000 di 7,4-8, sia della comparizio­
ne delle venti migliaia di migliaia di cavalieri di 9,15-16.
In secondo luogo, l’ipotetica fusione o rielaborazionc di fon­
ti preesistenti è smentita a livello letterario dalle lacune narra­
tive e dalle metamorfosi quando esse si trovano in episodi così
brevi che non è possibile negarne l’unitarietà sia letteraria che di
concezione fantastica. Per esempio, se in Apoc. 7 il risultato
della sigillazione fa immediato seguito all’annuncio di essa e
non c’è una sola parola circa tutta l’interminabile operazione
necessaria per imprimere il sigillo sulla fronte di ognuno dei
144000, allora lacune analoghe non sono necessariamente in­
dizio o prova di maldestra fusione di fonti quando si riscon­
trano altrove. Allo stesso modo, la metamorfosi nell’ingiun­
zione di misurare il santuario, l’altare e gli adoratori ( 1 1 ,1: un
unico versetto), o la metamorfosi per la quale una città diventa
una donna e poi, all’indietro, la donna diventa di nuovo una
città (17,16 : ancora un solo versetto), provano che di per sé non

125
è necessario ricorrere all’ ipotesi di fonti per spiegare le varia­
zioni che intercorrono tra immagini più ampie.
In conclusione, le difficoltà di cui è irta l’Apocalisse sono da
risolvere anzitutto con il riscontro di procedimenti paralleli al
suo interno e non con un frettoloso rimando a eventuali fonti.
Dopotutto l’esegesi diacronica, imperversante nella seconda
parte del xix secolo tanto che Bousset poteva parlare di «caccia
alle fonti»,1 non è stata in grado di spiegare Apoc. e la sua tra­
ma.2 In estrema conclusione, per il suo particolarissimo lin­
guaggio e per la sua particolarissima logica narrativa, Giovanni
di Patmos è il migliore interprete di se stesso.

i Bousset, Offenbarung, 121 («Jagd nach Quellen»).


1 Allo, Apocalypse, lxii, scrive: «I Literarkritiker hanno fatto a pezzi l’Apo­
calisse senza arrivare a facilitarne gran che la comprensione».
Capitolo 6

I numeri
e il loro linguaggio
Con il numero l’uomo misura i tempi e gli spazi, scoprendo o
creando in essi ordine e armonia. L ’uomo dei primordi, maga­
ri con l’ausilio delle dita della mano, avrà contato i pezzi della
cacciagione o della pesca e gli oggetti dello scambio in natura.
Poi, divenendo sempre più sapiens e sempre più ludens, e cioè
sempre più sofisticato, ha usato il numero anche per il calcolo
astratto, per la speculazione, per il gioco, per la musica, e per
l’ espressione artistica. In questo quadro s’iscrive anche l’assun­
zione del numero nel linguaggio sacro,1 e uno degli scritti reli­
giosi che più abbondantemente e sofisticatamente si serve dei
numeri per parlare di Dio, delle Potenze a lui avverse, e della lo­
ro rispettiva azione nel cosmo e nella storia, è l’Apocalisse di
Giovanni.2
La simbologia numerica di Apoc. è stata studiata da U. Van­
ni insieme con gli altri simbolismi del libro, e poi da Adela Yar-
bro Collins nel quadro più ampio della letteratura apocalitti-

! O. Riihle, àpi${*ós, G LN T i, Brescia 1965 (Stuttgart 1933) 1230,


ricostruisce il sorgere dell’uso religioso dei numero come segue: «L’uomo
si avvede in qualche modo che dietro ai numeri vi è una forza o una legge,
giacché nota che alcuni numeri ricorrono regolarmente. Ma tale legge egli
non è in grado di afferrare, così che quello che i numeri hanno di inintelli­
gibile diventa per lui un mistero, e allora immagina che nei numeri, come
anche nelle lettere dell’alfabeto, agisca qualche forza arcana... Nascono in
tal modo i numeri sacri che si incontrano ad ogni piè sospinto nella magia
e nella religione, senza che si possa capire perché siano proprio certi nu­
meri, come ad esempio 3, 7,9 a godere di una speciale preferenza».
2 A. Yarbro Collins, Numerical Symbolism in Jewish and Early Christian
Apocalyptic Literature, ANRW II, 21.2, Berlin - New York 1984, 1272.
1286, afferma che l’apocalisse giovannea detiene il primato dei numeri non
solo all’interno del N.T. ma anche nei confronti di tutta la letteratura apo­
calittica. - I numeri di Apoc., tra cardinali, ordinali e frazionali, sono 275
(283, se si contano quelli che entrano in composizione), in un totale di 405
versetti e 22 capitoli, con una frequenza media di 1,3 numeri per ogni due
versetti e di 12,5 numeri per ogni capitolo.

127
ca,T e poi ancora da numerosi commentatori, anche se limita­
tamente al 666 di 13 ,18.2 Come il 666, così anche gli altri nume­
ri sono di solito studiati e interpretati ognuno a sé, ma uno stu­
dio del genere non è esaustivo perché, come si cercherà di mo­
strare, i numeri di Apoc. sono riconducibili a un sistema in qual­
che modo unitario.
I numeri simbolici fondamentali di Apoc. sono il sette e il
dodici, e però hanno una loro rilevanza anche il tre, il quattro,
e il dieci. Qui sotto gli uni e gli altri saranno studiati prima in
riferimento a D io e al Cristo, e poi in riferimento alla Triade
composta dal Drago, dalla Bestia-dal-mare e dal falso-Profeta.
N ell’ultima parte, raccogliendo l’invito di Giovanni a calcolare
con sapienza il numero della Bestia, si scenderà ai dettagli circa
il numero di gran lunga più famoso di Apoc., il 666 di 13,18.

T. I N U M ER I E LA PE R FE Z IO N E D E L L ’ A G IR E D IVIN O

i . Il numero sette in Apoc. 1-3


Il primo numero che s’incontra in Apoc. è il numero sette.
Compare due volte in 1,4 e cioè nel primo versetto che viene
dopo il lungo titolo (1,1-3). Tutta la prima parte dell’Apocalis-
se (Apoc. 1-3) sarà poi dominata da quel numero poiché vi ri­
corre quindici volte e poiché vi compare un solo altro numero,
il numero dieci (2,10). Il sette, che sarà poi presente in modo

1 U. Vanni, Apocalisse, 52-54; Yarbro Collins, NumericalSymbolism, 1221-


1287.
2 Cf. C. Clemen: ZNW 2 (1901) 109-114; 1 1 (1910) 204-223; P. Corssen:
ZNW 3 (1902) 238-242; 4 (1903) 264-267; 5 (!904) 86-88; E. Vischer: ZNW
5 (1904) 84-86; C. Bruston: ZNW 5 (1904) 258-261; G.A. van den Bergli
van Eysinga: ZNW 13 (1912) 293-305; A.II. McNeile: JTS 14 (1913) 443-
444; H.A. Sanders: JB L 37 (1918) 95-99; W. Hadorn: ZNW 19 (1919-1920)
11-29; W.E. Beet: Exp 8thS 47, nr. 121 (1921) 18-31; F. Dornseiff: FF 12
(1936) 369; E. Vogt: RevB 6 (1944) 192-194; P.W. Skcan: CBQ 10 (1948)
398; P.S. Minear: JB L 72 (1953) 93-101; F. Cramer: ThGl 44 (1954) 63; C.
Cecchelli, in Studi in onore di G. Funaioli (Roma 1955) 23-31; D.R. Hil-
lers: BASOR nr. 170 (1963) 65; E.M. Bruins: Ned’i'T 23 (1968-1969) 401-
407; Th. Flàberle: SchwKZ 137 (1969) 548-550; W.G. Baines: HeithJ 16
(1975) 195-196; L. van Hartingsveld, in T. Baarda et al. (ed.), Miscellanea
Neotestamentica n (NTSuppl 48), Leiden 1978, 191-201; M. Oberweis:
ZNW 77 (1986) 226-241; G. Bohak: JSPseud 7 (1990) 119 -12 1; M.G. Mi­
chael: DeltBM 28 (1999) 33-39; J. Schmidt: N T 46 (2002) 35-54.

128
massiccio anche nella seconda parte (Apoc. 4-22) con quaranta
ricorrenze, è in tal modo il numero più importante dell’apoca-
lisse giovannea,1 come d’altra parte hanno rilevato già i com­
mentatori antichi. Fra i greci basti citare Andrea di Cesarea
che in Apoc. trova quel numero «da ogni parte (πανταχοΰ)» e,
fra i latini, Beda il Venerabile per il quale il numero sette è
usato da Giovanni con «mistica solerzia»; e poi Berengaudo e
Gioacchino da Fiore per i quali l’Apocalisse sta interamente
sotto il segno del numero sette.2 D ’altra parte, il numero sette
è proverbiale in molte culture, probabilmente a partire dalle
quattro fasi del ciclo lunare,3 ed e solitamente considerato nu­
mero sacro per essere frequentemente in relazione con divini­
tà, templi e riti religiosi. Giovanni parte dunque da una conven­
zione consolidata ma, anche qui come sempre, arricchisce crea­
tivamente ciò che trova e ripropone.
In 1,4 il sette figura come numero delle chiese destinatarie
del libro, alle quali in quel versetto Giovanni rivolge il suo au­
gurio iniziale. Già da molto tempo i commentatori hanno fat­
to notare che nella regione esistevano anche altre chiese: per
esempio quella di Troade, 170 km a nord della Pergamo di cui
parlano 1 ,1 1 e 2 ,12 / ma soprattutto, nel giro di soli 15 km dal­
la Laodicea conosciuta e menzionata da Giovanni ( 1 ,1 1 e 3,14),
esistevano le chiese di Colosso e Gerapoli fondate da Epafra

1 Le ricorrenze di έπτά, in Apoc. sono 60 su di un totale neotestamentario


di 88, mentre l’aggettivo ordinale έβδομος ricorre cinque volte in Apoc. su
un totale neotestamentario di nove ricorrenze.
i Andrea di Cesarea (PG ro6, 353B); Beda: Hunc enim mystica solertia
numerum pene ubique servai (PL 93, 131A ); Berengaudo: Tolus bic liber
in septenano numero consistit (PI.. 17, 845D. 892B); Gioacchino da Fiore (f
1202): Librum istum septenarius totus [totumf] possidet numerus (Enchin-
dion super Apocalypsim, Burger, ed., 10 1-10 2 ).
3 Cf. K.H. Rengstorf, έπτά κτλ., G I.N T in, Brescia 1967 (Stuttgart 1935)
807: «la ragione [della rilevanza del numero sette presso molti popoli] qua­
si certamente non va cercata nell’esistenza dei sette pianeti, ma nelle quat­
tro fasi lunari di sette giorni ciascuna». Le fasi lunari, osservabili a qualsia­
si latitudine, da sempre sono servite da base per il computo e la divisione
del tempo, come dicono i molti calendari lunari dell’antichità.
4 Troade era circa alla stessa distanza a nord di Pergamo, che Efeso a sud.
La celebrazione notturna di cui parla Atti 20,7 ss. (ma cf. anche 2 Cor. 2,
12) dice che già alla fine degli anni 50 a Troade esisteva una comunità cri­
stiana con assemblee eucaristiche settimanali.

129
(Col. 1,7), un discepolo di Paolo. Ebbene, chi era attivo a Lao-
dicea non poteva non esserlo anche per esempio a Colosse, dal
momento che le due chiese si scambiavano lettere apostoliche
(Col. 4 ,16) e, d’altra parte, non si può neanche obiettare che
Giovanni di Patmos non aveva motivo d’interessarsi alle chiese
paoline, dai momento che anche la chiesa di Laodicea era pao-
lina (cf. Col. 2 ,1; 4,13 ss.), e di essa Giovani parla appunto in
1 ,1 1 e 3,14. Se dunque le chiese della regione erano più delle set­
te che in 1,4 sono chiamate «le chiese d’Asia», si deve pensare
che Giovanni metta in scena solo sette chiese per amore del
numero settenario e del suo simbolismo. Questo almeno è sta­
to supposto fin dal 11 secolo: il Frammento Muratoriano per
esempio si basa sul numero settenario delle chiese cui Apoc. è
indirizzata per affermare che essa ha una destinazione univer­
sale (licet septem ecclesiis scribat, tamen omnibus dicit). La stes­
sa interpretazione sarà ripetuta, quasi con le stesse parole (quod
uni dicit, omnibus dicit) e con lo stesso riferimento alle sette
chiese cui anche Paolo ha scritto, nel più antico commentario
a noi giunto, quello di Vittorino di Poetovio. Ripetono poi la
stessa cosa quasi tutti i commentatori antichi, pur variando le
formule.1
Alle sette chiese d’Asia Giovanni rivolge l’augurio epistola­
re di grazia e pace, indicando come loro fonte in primo luogo
«Coiui che era, che è e che viene», in terzo luogo «Gesù Cristo,
testimone fedele ecc.» e, in secondo luogo, «i sette spiriti di
Dio», che sono il secondo elemento settenario di Apoc. Di que­
sti sette spiriti di Dio l’Apocalisse parla quattro volte: in rela­
zione con Dio ( 1 , 4 , 4 ·,3,1 ‫־‬, j), o con il Cristo (3,1; 5,6), o, infine
- ciò che qui più interessa -, con tutta la terra: «Vidi un Agnel­
lo .‫ ״‬con sette corni e sette occhi che sono i sette spiriti di Dio,
inviati in tutta la terra» (5,6). Sembra allora di poter dire che i
doni messianici della grazia c della pace, vengono alle sette chie­
se da tutta la Triade divina ma, a motivo del comune numero
1 Canone Muratoriano (180 d.C. ca.),.ll. 58-59; Vittorino (fine ni secolo),
PL Suppl. 1, 110. Cf. poi Primasio (‫־‬j552 ‫)־‬, Andrea di Cesarea (fine vi se­
colo), Beda (‫־‬j735 ‫)־‬, Ambrosio Autperto (f 784), Beato di Liébana (scripsit
786 ca.), Alcuino (f 804), Aimone di Halberstadt (t 835), Walafrido Stra-
bone (f 849), Bruno di Segni (scripsit 1079 ca.), Anselmo di Laon (f 1117),
Riccardo di San Vittore (f 1173), Berengaudo (ix o xn secolo), Martino di
Leon (xixi secolo) e il commentatore siro Dionisio Bar Saifbi (xrr secolo).

130
settenario, grazia e pace sono recate alle sette chiese in modo
particolare dai sette spiriti, soprattutto perché, secondo 5,6 -
per dirla con le parole di R. Bauckham - , il piano di Dio sulla
storia e sul mondo e la potenza salvifica del Cristo sono mes­
si in atto in tutta la terra attraverso l’invio dei sette spiriti.1 Le
chiese sono sette, dunque, in qualche modo perché Dio e
l’Agnello le hanno plasmate con l’invio dei sette spiriti/

2. Il numero dieci in Apoc. 2


L ’altro numero di Apoc. 1-3 è il numero dieci, che compare nel
messaggio alla chiesa di Smirne dove è detto che probabilmen­
te i capi di quella chiesa saranno gettati in carcere per una car­
cerazione di dicci giorni: «Ecco, il diavolo sta per gettare in car­
cere alcuni di voi, affinché siate messi a prova, e avrete una tri­
bolazione di dieci giorni» (2,10). F. Hauck pensa che una tribo­
lazione di dieci giorni sia breve3 ma, poiché per esperienza pri­
mordiale ogni persona collega il numero dicci con il numero
delle dita delle mani,4 una tribolazione di dicci giorni è più pro-

1 Bauckham, Teologia, 136: «I sette spiriti sono mandati su tutta la terra


per rendere effettiva la sua [dell’Agnello] vittoria in ogni parte del mondo.
Mentre Dio stesso dimora in cielo, e non ancora sulla terra, e mentre
l’Agnello, vittorioso per la sua morte sulla terra, condivide ora in cielo il
trono del Padre, i sette spiriti sono la presenza c la forza di Dio sulla terra,
suscitando il regno di Dio con l’attuazione della vittoria dell’Agnello nel
mondo».
2 Cf. per esempio A. Schlattcr, Die Briefe und die Offenbarung des Jo ­
hannes, Stuttgart 1921, 135-136, che commenta 1,4 scrivendo: «La chiesa
d’Asia è opera della divina sapienza che nulla fa d’imperfetto, dal momen­
to che sette chiese asiatiche sono chiamate in causa tutte insieme»; E.
Schweizer, πνεύμα κτλ., G LN T x, Brescia 1975 (Stuttgart 1959) 1096 s.:
«alle sette chiese corrispondono i sette spiriti; essi sono pensati... come
l’agire dello spirito che, procedendo da Dio, è rivolto a ciascuna chiesa».
3 F. Hauck, δέκα, G LN T 11, Brescia 1966 (Stuttgart 1935) 832: «[In 2,10 il
numero dieci] indica una persecuzione di breve durata, cf. Dn. 1,12.14».
4 Cf. lo stesso Hauck, δέκα, 829: «Alla radice dell’importanza attribuita al
numero dieci sia in Israele che in altri popoli sta l’abitudine originaria di nu­
merare sulle dita di una o di entrambe le mani», c cf. Riihle, άρι·3μέω, àpiS-
μός, 1229: «In origine il contare non era un atto intellettuale ma un atto di
estrema concretezza, poiché il primitivo può contare solo aiutandosi con
le dita delle mani ecc.». A. Quacquarelli, Numeri (simbolica), DPAC, Ca­
sale M. 1983, 2446, parla di flexio digitorum, loquela digitorum.

131
babilmcnte una tribolazione lunga, essendo necessarie tutte le
dieci dita delle mani per fare il calcolo. Piuttosto, però, il fatto
che quei giorni siano conteggiati, dice che sono sotto il control­
lo di Dio e che porteranno una sofferenza umanamente meno
insopportabile di una che non si sa quando mai potrà finire.1
Il numero dieci comunque è qui il numero delPagirc del dia­
volo e, tuttavia, l’azione di Satana resta sotto il controllo di Dio
che nella sua provvidenza determina i tempi e li aggiudica.

3. Il sette di Dio e dell’Agnello in Apoc. 4-22


Nella seconda parte dell’Apocalisse il numero sette non parla
più delle chiese d’Asia le quali scompaiono pressoché intera­
mente dalla scena e sono sostituite dalla chiesa che noi direm­
mo universale.2 In Apoc. 4-22 il sette parla invece dei due schie­
ramenti che vi si contrappongono, con un duplice valore: il pri­
mo potrebbe essere chiamato iconografico perché serve a defi­
nire descrittivamente gli antagonisti della vicenda, mentre il se­
condo deve dire il ritmo e la natura della loro azione.
In funzione iconografica il numero sette è anzitutto messo
in rapporto con Dio, con l’Agnello e con due gruppi di angeli,
ministri di Dio. Quanto a Dio, sette lampade ardono davanti al
suo trono (4,5) e la sua destra e nell’atto di porgere un rotolo la
cui apertura è impedita da sette sigilli (5,1). Quanto all’Agnel­
lo, egli ha sette corni, simbolo di potenza (5,6),3 e sette occhi,
probabilmente simbolo di conoscenza o di onnipresenza (5,6,
cf. anche 1,14). E infine, due gruppi di sette angeli vengono
equipaggiati rispettivamente con sette trombe (8,2; cf. poi 8,6)

r I «dieci giorni» di 2,10 in qualche modo sono l’equivalente di quanto di­


ce / Cor. 10,13, secondo cui Dio non mette alla prova gli uomini oltre le
proprie forze, e, insieme con le prove, dà la forza per sopportarle.
z Cf. Biguzzi, Settenari, 288-291. - Un unico probabile riferimento alle
chiese d’Asia è in 22,16: «Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per testimo­
niare a voi circa le chiese».
3 I corni vanno intesi in continuità con il linguaggio del salmista secondo
il quale in essi si concentra la potenza d’urto e la pericolosità del bufalo:
«Salvami dalla bocca del leone, e dai corni dei bufali» (Sai. 22,22; cf. anche
Nm. 23,22; Dt. 33,17). - 1 corni compaiono in molta iconografia orientale
antica sulle teste delle divinità per dire la loro potenza divina positiva: cf.
J.B. Pritchard: AN EP, n.ri 513-515.524-526.529.538 ecc.

132
e con sette coppe o recipienti liturgici (i 5,7; cf. anche 16 ,1; 17,1;
21,9), i quali a loro volta contengono sette flagelli (15,1.6.8; 2 1,
9). I due gruppi angelici sono al servizio di Dio, non dell’Agnel-
lo,1 perché degli angeli delle trombe è detto che stanno ai co­
spetto di D'io (8,2) e perché di quelli delle coppe è detto che
escono dal tempio della tenda della testimonianza, e cioè dal
luogo della divina Presenza (15,5). In tutte queste ricorrenze il
numero sette deve in qualche modo insinuare il mistero di Dio
c della sua volontà, remota alla conoscenza degli uomini per
un impedimento settuplice (i sette sigilli), o deve dire la poten­
za ed efficienza dei suoi ministri (i due gruppi di sette angeli),
e ancora la grande potenza (i sette corni) e l’ubiquità (i sette oc­
chi) salvifica del Cristo.
Altre volte invece il sette parla delPagire di Dio e dell’Agnel­
lo: contrassegnati dal numero sette nella loro natura o nella lo­
ro immagine, Dio e l’Agnello agiscono con un’azione settupli­
ce in quattro grandi cicli narrativi. In Apoc. 2-3 il Cristo pa­
squale detta a Giovanni sette messaggi, uno per ognuna delle
sette chiese d’Asia come già annunciavano 1 ,1 1 e 1,19 (prima
azione settuplice dell’Agnello), mentre in Apoc. 6-8 l’Agnello
apre, uno dopo l’altro, i sigilli che impedivano la lettura del ro­
tolo (seconda azione settuplice dell’Agnello). Dio poi, non di­
rettamente, ma mediante i due gruppi di angeli, agisce prima
con i flagelli delle sette trombe per indurre a conversione gli
idolatri che adorano demoni e idoli (Apoc. 8 -11, cf. 9,4 e 9,20-
21) e, mediante i sette angeli delle coppe, riversa flagelli invece
sugli idolatri che adorano la Bestia e la sua statua, anche qui
nel tentativo di convertirli (cf. 16,9.11).
In questi archi narrativi l’agire settuplice è un agire perfetto,
al quale nulla è da togliere e nulla da aggiungere. I messaggi
alle sette chiese infatti sono basati su di una conoscenza preci­
sa e profonda e sono quanto mai accurati e adeguati nella dia­
gnosi che conducono e nella terapia che prescrivono. I sette si­
gilli apposti al rotolo che è nella mano di Dio significano la più
ermetica e la più impenetrabile delle sigillazioni e quindi il pro­
fondo mistero della volontà divina, così come l’apertura dei set-
1 Per Allo, Apocalypse, 102, gli angeli delle trombe sarebbero appunto al
servizio dell’Agnello, e quelli delle coppe sarebbero da identificare con
quelli delle trombe (p. 229).

133
te sigilli da parte dell’Agnello significa dissigillazione totale e ri­
velazione perfetta. La pressione di Dio nei confronti degli ido­
latri delle due idolatrie, infine, non potrebbe essere più artico­
lata e più completa perche è messa in atto da tutte le direzioni
(dal cielo, dalla terra, dall’abisso) ed è esercitata in tutti gli am­
biti possibili (terra, acque salate, acque dolci, firmamento, aria
ecc.).1

4. Il quattro e il suo simbolismo cosmico


In collegamento con il trono di Dio, in Apoc. 5 sono menzio­
nati una prima volta i Quattro Viventi come dignitari della cor­
te divina (4,4, e poi 5,14; 7 ,11; 14,3; 19,4 ecc.), insieme con i
Ventiquattro Vegliardi. Nonostante i tratti angelici che vengo­
no loro dai serafini di Is. 6, i Viventi sono da interpretare pre­
valentemente in prospettiva cosmica. Ognuno di essi nel suo
aspetto rappresenta infatti il meglio del regno animale,2 men­
tre il loro numero quaternario e la loro collocazione ai quattro
lati del trono divino parlano dei quattro punti cardinali.3
1 Cf. per esempio Schlatter, Offenbarung, 135, che scrive: «Il numero set­
te contrassegna le opere di Dio per dirne la perfezione nella quale si rivela
e si concretizza il volere di Dio».
2 II primo Vivente ha le fattezze del leone e universalmente il leone è rite­
nuto il più forte degli animali selvatici. Il secondo Vivente ha le fattezze
del toro e il toro è il più forte degli animali domestici. Il terzo Vivente ha
volto come di uomo e l’uomo è l’essere più nobile di tutto il regno anima­
le. Il quarto Vivente infine ha le fattezze dell’aquila e l’aquila è il più forte
dei volatili. Che Giovanni voglia sottolineare le caratteristiche tipiche dei
quattro «animali», lo si ricava non solo dal fatto (trascurabile ma a suo
modo indicativo) che l’aquila si libri in volo quasi a dire che un’aquila non
è tale se non è in volo, ma si ricava poi soprattutto dal fatto che le quattro
fattezze caratterizzano l’identità distinta dei Quattro Esseri, mentre esse
sono ibridamente presenti in ognuno dei Viventi in Et. r. - Quanto al­
l’ordine di successione, Giovanni parte dalla foresta (leone), continua con
l’ambiente domestico (bue, uomo) e finisce con il cielo (aquila), coinvol­
gendo la totalità dei luoghi dove si manifesta la vita, sia in linea orizzonta­
le, sia in linea verticale: l’uomo non è al vertice ma al centro, perché al ver­
tice ci sia il cielo, abitazione di Dio.
3H . Balz, Tscrcraps«;, G LN T xui, Brescia 1981 (Stuttgart 1969) 1160: «I
quattro punti cardinali e le quattro regioni del mondo abbracciano l’inte­
ro orizzonte. È quindi breve il passo per giungere al significato traslato
della quaternarietà come base e fondamento della globalità, della totalità,
della completezza».

134
7,i mette in scena poi quattro angeli che hanno potere sui
quattro venti e che sono insediati ai quattro angoli della terra.1
11 simbolismo cosmico è qui del tutto evidente, come lo sarà poi
nella descrizione della Gerusalemme nuova di cui è detto che
ha quattro lati, e che‫׳‬i suoi lati sono volti ai quattro punti car­
dinali: a oriente, a nord, a sud e ad ovest (21,13). Anche i 1600
stadi (multiplo di quattro = 4 x 4 x 100) di 14,20 devono pro­
babilmente esprimere il dilagare, in tutte le direzioni, del san­
gue che sale fino al morso dei cavalli.2
Il simbolismo del numero quattro è insomma il simbolismo
della totalità cosmica e delPazione universale di Dio messa in
atto attraverso gli angeli dei venti suoi ministri, ed è il numero
delle creature che attraverso i Quattro Viventi cantano eterna­
mente la sua lode nella liturgia celeste.

5. Il dodici come numero del popolo di Dio


In tre ampi contesti figurano poi il numero dodici - l’altro nu­
mero fondamentale di Apoc. -, e i suoi multipli. Il primo con­
testo è quello di 7,5-8, dove si elencano uno dopo l’altro i no­
mi delle dodici tribù d’Israele a ognuna delle quali si attribui­
scono 12000 membri contrassegnati con il sigillo del Dio V i­
vente. È multiplo del dodici non solo il 12000 di ogni tribù [=
12 x 1000], ma anche il totale di 144000 (12000 + 12000 +
12000 ecc. = 144000) che viene annunciato in 7,4 e poi ripetu­
to in 14,1.3.
Il secondo contesto in cui ricorre il numero dodici è quello
della visione della Donna messianica in Apoc. 12 la quale reca

1 1 quattro angoli (γωνίαι) della terra, menzionati anche in 20,8, sono da


intendere come i quattro quadranti della terra, corrispondenti ai quattro
punti cardinali (così Balz, τέσσαρες, 1177 n. 7j), più che come i quattro la­
ti della terra che sarebbe concepita come un quadrilatero, come vogliono
Lohmeyer, Offenbamng, 6 5 e J. Jeremias, γωνία, G L N T n, Brescia 1966
(Stuttgart 1933) 735 («La terra è immaginata rettangolare»). Cf. il titolo ac-
cadico «re dei quattro angoli della terra», citato in Balz (ibid. 1160 n. 15).
2 Così per esempio Sweet, Revelation, 233, che scrive: «un simbolo del
mondo (4 x 4, i quattro angoli)», ma cf. già Girolamo nella recensio Vitto­
rini: id est per omnes mundi quattuor partes (PL Suppl. 1,162). Disperde il
simbolismo cosmico la versione CEI del 1971 che traduce: «per una di­
stanza di duecento miglia».

135
sulla testa una corona di dodici stelle. Soprattutto a motivo di
quel numero dodici, ma anche per il fatto di avere come figli il
Messia e i suoi discepoli (12,5 e 12,17) e per la protezione che
Dio le riserva (come nell’antico esodo, w . 6 e 14) per tre anni
e mezzo nel deserto, la Donna è il popolo messianico dell’A.T.
e del N .T., il quale in tal modo è nuovamente contrassegnato
con il numero dodici.
Nel terzo contesto, che è quello della Gerusalemme escato­
logica, il numero dodici segna anzitutto e soprattutto gli spazi
della città, e poi anche i suoi tempi. La città che, come si è vi­
sto, ha quattro lati (21,16), in ognuno dei lati delle mura ha tre
porte (v. 13) e tre «fondamenti» (cf. v. 14). Il numero dodici si
può dunque ottenere con la moltiplicazione di 4 x 3 sia per le
porte che per i fondamenti, ma è poi esplicitato da Giovanni
stesso quando dice che sulle dodici porte sono dodici angeli e i
dodici nomi delle tribù d’Israele (21,12), e sui dodici fonda­
menti i dodici nomi dei discepoli dell’Agnello (21,14), c quan­
do dicc che i fondamenti sono composti di dodici diverse pie­
tre preziose (21,19-20) e le dodici porte invece di dodici perle
tutte d’un pezzo (21,21). In particolare, il dodici delle tribù e il
dodici degli apostoli dell’Agnello parlano diacronicamente del­
l’unico popolo di Dio per il quale è preparata la nuova Geru­
salemme. Forse la stessa somma (12 + 12) è da vedere anche nel
numero dei Ventiquattro Vegliardi della corte divina dei quali,
come si c visto, Apoc. parla a molte riprese (4,4 ecc.).1 Il dodici
torna poi attraverso i suoi multipli nelle misure della lunghez­
za, della larghezza e dell’altezza della città che sono di 12000
stadi (21,16) e nel perimetro delle sue mura che è di 144000
cubiti (21,17). Quanto poi ai tempi, nella Gerusalemme nuova
l’albero di vita, irrigato dal fiume dell’acqua di vita, porta do­

1 Così intendono per esempio anche alcuni commentatori antichi come


Vittorino: sunt XXIIIIpatres X II apostoli et XIIpatriarchae (PL Sappi. 1,
12 1) ; Andrea di Cesarea: «Attraverso dodici vegliardi [parla de]i dodici che
brillarono nèH’antica [alleanza], mentre attraverso gli altri dodici [parla de]i
dodici che risplendettero nella nuova» (PG 106, 253D). Cf. poi Walafrido
Strabone che invece dei patriarchi introduce dodici profeti: Viginti qua-
tuor seniores: duodedmpropbetae, duo deam apostoli (PL 114 , 7180). -
Non tenendo conto del parallelo delle dodici porte e dei dodici fondamen­
ti di Apoc. 2 1, Prigent, Apocalypse, 73, scrive: «Resto convinto che un au­
tore non dica 24 quando vuole che si intenda 2 x 12».

136
dici frutti, uno per ogni mese (22,2), così che nella città escato­
logica il dodici è misura dei tempi come lo è degli spazi.
Il numero dodici è dunque il numero del popolo di Dio sia
per il passato (le dodici tribù), sia per il presente (i dodici di­
scepoli dell’Agnello; - i 144000 protetti dai flagelli dell’ira per
mezzo del contrassegno del Dio vivente; - la Donna persegui­
tata dal Drago), sia per il futuro, nella sua meta escatologica (la
Gerusalemme discendente dal cielo). Il confronto del dodici di
Apoc. 4-22 con il sette di Apoc. 1-3 rivela poi che per parlare
del popolo di Dio Giovanni ricorre al sette in chiave pneuma­
tica e a livello di chiese locali, mentre impiega il dodici in chia­
ve storico-salvifica c per l’universale, unico Israele di Dio del­
l’Antico e del Nuovo Testamento.

II. LA T R IA D E ANTTDIVINA
E IL RISVO LTO D IA B O LIC O D EI N U M ERI

1. La Triade antidivina
e la parodia del tre e del sette
Per l’autore di Apoc. il numero non è solo ordine e perfezione,
e non è solo divino: di fatto di esso si impadroniscono anche le
forze avverse a Dio e al Cristo. Per illustrare il lato «diabolico»
del numero conviene partire dal Drago, il capofila degli avver­
sari di Dio, che in Apoc. 12 si oppone alla Donna messianica
ravvolta di sole e al Messia che essa dà alla luce.
Sconfitto in ciclo (12,8-9) e in difficoltà sulla terra (12 ,13-17 ),
il Drago si apposta sulla spiaggia del mare, come alla ricerca e
in attesa di complici (12,18). Dal mare emerge infatti in suo
aiuto la Bestia che tutte le genti finiscono per adorare (13,1-8),
mentre la seconda Bestia sorge dalla terra e induce gli abitanti
della regione a costruire una statua alla prima Bestia, chieden­
do loro, anche con il ricorso alla violenza, di renderle culto e
adorazione (13 ,11-17 ). Alla Triade divina, dunque, da cui veni­
vano grazia e pace per le sette chiese d’Asia, si contrappone
una Triade antidivina e idolatrica, da cui per i discepoli del­
l’Agnello vengono invece insidie alla fede e persecuzioni. In
tal modo Giovanni delinea la vera e propria parodia con cui la
Triade scimmiotta Dio e l’Agnello,1 e che potrebbe essere illu-
1 Per tutti cf. R. Halver, Der Mythos im letzten Buch der Bibel. Eine Un-

137
strata con i molti elementi di parallelismo antitetico contenuti
nella narrazione1 ma che qui va illustrata a partire dai numeri
e dal loro simbolismo. I numeri della Triade idolatrica, come
quelli della Triade divina, sono in parte numeri «iconografici»
e in parte numeri «dell’agire».

2. Il soprannumero dei dieci corni e diademi


Quanto ai numeri «iconografici», il Drago ha sette teste, dieci
corni e sette diademi (12,3), mentre la Bestia-dal-mare ha sette
teste, dieci corni e dieci diademi (13 ,1; cf. 17,3.7.9 ss·)· I nume­
ri caratterizzanti sono dunque il sette e il dieci, di cui il sette è
parodia dei numeri di Dio e dell’Agnello, mentre il dieci, che
era numero del «diavolo» già in 2,10, esprime grande potenza
fisica (dieci corni) e grande potere politico (dieci diademi).2
Quello che merita attenzione è il soprannumero dei dieci
corni sia del Drago sia della Bestia, in rapporto alle loro teste,
che sono soltanto sette. Alcuni interpreti si limitano a registra­
re la mancata simmetria,3 altri parlano di oziosità per l’eventua­
le conteggio matematico,4 altri attribuiscono la discordanza dei
numeri al maldestro accostamento di fonti non rielaborate e

tersuchung der Bildersprache der Johannes-Apokalypse (ThF 32), Ham-


burg-Bergstedt 1964, 39, che chiama Satana «la scimmia di Dio - die Affé
Gottes».
1 Cf. per esempio il titolo di P. Barnett, Polemical Parallelism ecc.: JSN T
nr. 35 (1989) 111-120 .
2 Quanto alle sette teste, D.H. Lawrence, L ’Apocalisse, cura e traduzione
di W. Mauro (TENew 245), Roma 1995 (Firenze ,1931) 77, scrive lapida­
riamente: «Sette teste, sette vite», mentre Ch. Hauret, Ève transfigurée.
De la Genèse à l ’Apocalypse‫׳‬.RHPR 59 (1979) 330, definisce i diademi del
Drago come «emblema della sua regalità multiforme».
3 Allo, Apocalypse, l x i : «I corni sulle teste, come sono da suddividere?»;
Bonsirven, Apocalypse, 216: «I dieci comi vanno poco d’accordo con le set­
te teste»; Brutsch, Clarté, 206: «Tutto questo armamentario sovraccarico
lo rende poco simmetrico e abbastanza strampalato (cocasse)».
4 Quanto all’esubero numerico di corni, esso è grottesco per Gollinger,
«Grojie Zeicben», i n («sovraccarico grottesco»), la quale però, parlando
di oziosità di un eventuale conteggio matematico, non avverte nella dispa­
rità numerica di corni e teste alcun elemento di caos: «Sarebbe ozioso vo­
ler calcolare con precisione aritmetica come i dieci corni sono da suddivi­
dere sulle sette teste» (p. 94).

138
non unificate come sarebbe stato necessario.1 Ma più proba­
bilmente la sproporzione tra il dieci e il sette e intenzionale e
parla, da un lato di arrogante ostentazione di potenza e, dal­
l’altro, di disordine e di caos. Nella già di per sé mostruosa po-
licefalia di Drago e Bestia c’è dunque un ulteriore elemento che
deve allarmare ed allertare i cristiani delle chiese d’Asia, e tutti i
lettori.

3. «Tre e mezzo»
come sette dimezzato e mancato
Se nella sua parodia antidivina la Triade si è appropriata dei nu­
meri «iconografici» di Dio e dell’Agnello, non riesce però ad
appropriarsi del sette quale numero dcll’agire. In 12,6 l’insidia
del Drago costringe la Donna al ritiro nel deserto per 1 260
giorni. Nel doppione - più che parallelo - di 12,14 ^ Donna si
rifugia nel deserto per «un tempo, e tempi, e la metà di un tem­
po», e dunque per «tre tempi e mezzo».2 In 13,5, poi, la Be-
stia-dal-mare riceve il potere di agire per quarantadue mesi.
Poiché si tratta sempre dello stesso tempo (1 260 giorni = qua­
rantadue mesi di trenta giorni = tre anni e mezzo), e poiché la
chiave interpretativa di questi numeri è nel rimando ai «tre
tempi/anni e mezzo» ricavati da Dn. 7,25 e 12,7 come si è visto
nel capitolo quinto, ciò che con essi Giovanni vuol dire è che il
Drago (cf. 12,6.14) e la Bestia-dal-mare (13,5) agiscono in un
tempo che è la metà del sette. In ogni versione possibile, dun­
que, e cioè facendo il calcolo in giorni, in mesi o in anni, il Dra­
go e la Bestia hanno un agire dai tempi dimezzati, un agire
mancato, rispetto al potente ed efficace e perfetto agire di Dio

1 Così Bousset, Offenbamng, 337; A. Loisy, U Apocalypse de Jean, Paris


1923, 228; Lohmeyer, Offenbamng, 97; A. Gelin, L'Apocalypse, in L. Pi-
rot (ed.), La Sainte Bible xii, Paris 1938,125-126 (I due elementi, derivan­
ti da tradizioni diverse, non vengono armonizzati fra di loro). Diffìcil­
mente però il soprannumero può essere spiegato a questo modo, dal mo­
mento che lo si ritrova sia nel drago che nella bestia.
2 II plurale «tempi» è ritenuto equivalente alla forma duale da B.J. Le
Frois, The Woman Clothed with thè Sun (Ap 12). Individuai or Collective?
An ExegeticalStudy, Roma 1954,186, e da A. Kassing, Die Kirche und Ma­
ria. Ihr Verhdltnis im 12. Kapitelder Apokalypse, Wiirzburg 1958,53.

139
e dell’Agnello.1 La parodia di Dio e dell’Agnello da parte della
Triade idolatrica ha corto respiro, e la perfetta azione di Dio
non potrà non avere la meglio sull’azione claudicante e dimez­
zata del Drago c della Bestia.
In tal modo, per Giovanni lo scontro tra i due schieramenti
che si fronteggiano nella storia è esprimibile con i numeri. Men­
tre l’arma dei loro avversari è il caos e la prevaricazione, l’arma
di Dio e dell’Agnello è l’ordine dei numeri: i numeri dell’agire
divino e messianico sono come la rete in cui le forze sataniche
sono chiuse da ogni lato, catturate, e vinte.2

I II. C A LC O LA R E IL NU M ERO D EL LA BESTIA


{Apoc. 13,18)
1. Coinvolgimento del lettore nei calcoli
L ’invito di 13,18 a calcolare il numero della Bestia non coglie
di sorpresa il lettore il quale infatti è stato già coinvolto in cal­
coli e operazioni aritmetiche e lo sarà soprattutto nella finale
descrizione della Gerusalemme escatologica.
In 7,4-8, per esempio, Giovanni prima dà la somma totale
dei 144000 contrassegnati con il sigillo del Dio vivente, e poi
dà gli addendi: «12000 dalla tribù di Giuda, 12000 dalla tribù
di Ruben ecc., e 12 000 dalla tribù di Beniamino». In Apoc. 1 1 -
13 Giovanni poi chiede al lettore, come si è visto, di cogliere
l’equivalenza tra i «tre tempi e mezzo» di 12,14, i quarantadue
mesi di 11,2 e 13,5, e i 1 260 giorni di 12,6, con i relativi calcoli
di moltiplicazione o divisione. In 12,3 e 13 ,1 probabilmente
egli chiede poi al lettore, come si è appena visto, di notare il
soprannumero dei dieci corni o diademi di Drago e Bestia ri­
spetto alle loro sette teste, e la non-corrispondcnza si rileva
con la più elementare delle sottrazioni. In 17 ,10 -11 chiede al
lettore di sommare 5 + 1 + 1 per ottenere il totale di sette re, an­
che se poi, in virtù della sua «speciale» aritmetica,3 egli stesso

1 Cf. Allo, Apocalypse, 143, che cita da Holtzmann !,espressione «die ge-
brochene Siebenzahl», il sette spezzato, e che di suo aggiunge: «3Vi ... si­
gnifica qualcosa che si è arrestato a metà del suo corso».
2 Biguzzi, Settenari, 252-253 n. 99, citando M. Rissi (1952), R. Halver
(1964), e Adda Yarbro Collins (1984).
3 Bonsirven, Apocalypse, 36: «Quest’operazione viene da une aritbméti-

140
sconvolge il calcolo soggiungendo che uno dei sette re sarà an­
che l’ottavo della serie (v. i ib). In Apoc. z i, infine, il lettore de­
ve moltiplicare 3 (porte) x 4 (lati) della città escatologica, così
da raggiungere il numero di dodici porte come totale. E ancora
con la divisione deve poi ritrovare il numero dodici quale nu­
mero di base nei 12000 stadi di larghezza, lunghezza e altezza
della città (v. 16), e deve sommare 1 + 1 + 1 ... fino a dodici, nel­
l’elenco delle pietre preziose dei fondamenti della città (w . i9b-
20), e deve distribuire i dodici frutti dell’albero tra i mesi del­
l’anno, attribuendo una fruttificazione ad ogni mese: «l’albero
di vita... produce dodici frutti, dando per ogni mese il suo frut­
to» (22,2).
Quando Giovanni chiede al lettore questi calcoli non lo fa
senza motivo, ma per impegnarlo in una lettura partecipata e
creativa e per dirgli che ciò di cui si sta parlando è importante
e lo riguarda, e che è lui stesso a essere in questione. E questo
non può non essere vero anche e soprattutto per il calcolo -
esplicitamente richiesto (ψηφισάτω τον άρι·%όν τοΰ ‫׳‬θηρίου)! -
che il lettore deve saper fare del numero del nome della Bestia.
L ’antica mitologia greca metteva sulle labbra della Sfinge di
Tebe l’enigma circa «l’animale che cammina prima a quattro
gambe e poi a due e poi a tre» ma, attraverso Edipo, di esso da­
va la soluzione. Giovanni di Patmos invece non svela la solu­
zione del suo 666, limitandosi a invitare il lettore alla sapienza
e alla perspicacia: «Qui sta la sapienza (σοφία). Chi ha perspi­
cacia (νοΰς) calcoli il numero delia Bestia: infatti è numero d’uo­
mo. E il suo numero è 666». Il «qui» (ώδε) con cui si apre l’in­
vito al calcolo, per Ruperto di Deutz (| 1130) era come un di­
to puntato con grande preoccupazione su qualcosa al cui riguar­
do è necessaria ogni vigilanza: «[Giovanni] vuole che il suo let­
tore sia vigilante quando, indicando con il dito il punto preci­
so, dice: ‘Qui sta la sapienza’ ».1 Giovanni chiede sapienza e per-
que spéciale in base alla quale Giovanni può dire che ‘l’ottavo è uno dei
sette’ - miscela dell’ordine quantitativo e di quello qualitativo».
1 Vigilantem vult esse auditorem dum quasi digito designans atque cir-
cumspiciens: «Hic, inquit, sapientia est» (PL 169, 1083D). - Già Ireneo ri­
teneva l’indicazione di quel nome come stimolo alla vigilanza (Nunc au-
tem numerum nominis ostendit, ut caveamus illum venientem, scientes
quis est). Secondo Martino di Leon invece la sapienza e l’intelligenza sono
necessarie per non cadere nell’inganno, dal momento che l’Anticristo si

I4 I
spicacia per qualcosa dunque che è ben più che un gioco.1 Tra
l’altro in 1 5,2 egli dice per esempio che il credente deve vincere
il numero della Bestia, così come deve vincere la Bestia stessa:
è dunque questione di vita o di morte, come nella Tebe della
mitologia greca lo era la soluzione dell’enigma della Sfinge.

2. Il 666 secondo gli antichi e secondo i moderni


Volendo passare in rassegna le interpretazioni del fatidico
numero della Bestia date nei secoli, il primo commentatore, e
al riguardo probabilmente anche il più grande di ogni tempo, è
Ireneo.2 Ireneo anzitutto, come già s’è visto, ci informa sulla
tradizione interpretativa a lui precedente riferendo tre nomi
che erano.a vario titolo ritenuti il nome nascosto in 13,18. In
secondo luogo difende con fermezza il 666 contro la variante
testuale del 616 che egli attribuisce all’errore di un copista: me­
rita indulgenza - dice Ireneo - chi ritiene il 616 con ingenuità e
senza malizia, ma ricade sotto le minacce di 22,18-19 chi inve­
ce per secondi fini toglie intenzionalmente cinquanta unità al
numero della Bestia. In terzo luogo Ireneo tenta almeno quat­
tro nuove vie interpretative del nome.
Quanto ai tre nomi con i quali i predecessori di Ireneo ave­
vano interpretato il 666, essi sono: euav$a<;, Xaceivoc e t e l t o c v .
II primo, come si è visto nel capitolo primo, sarebbe la libera
traduzione in greco (soav-Sac, composto con eu- e -av‫׳‬Soc, «fio­
re») del nome del procuratore della Giudea dal 64 al 66, Ges-
sio Floro (florus, da//os, -ris). Il secondo rimanderebbe all’im-
pcro romano. Il terzo rimanderebbe non solo ai Titani della
mitologia greco-latina ma anche al culto del sole.
Quanto al suo proprio apporto, Ireneo: 1. ricerca nella Scrit­
tura numeri paralleli che possano avere valore tipico per la Be­
stia e li trova nei 600 anni di Noè che sarebbero da sommare
con i sessanta cubiti di altezza e i sei di larghezza della statua

presenterà con il nome di Cristo, essendo in realtà suo avversario impla­


cabile (PL 209, 371D).
1 Cf. G.R. Beaslcy-Murray, The Book o f Revelation (NCBC), Grand
Rapids - London 21987 (11974), 219: «Giovanni non intendeva certo pro­
porre ai suoi lettori un indovinello. La questione era troppo seria».
2 Ireneo, Haer. 5,28-30.

142
di Nabucodonosor, così che l’apostasia e l’idolatria dell’A.T.
preannuncerebbero quelle del tempo dell’Anticristo con cui
egli identifica la Bestia; 2. dal contesto dell’intera vicenda della
Bestia ricava che il 666 è il nome di qualcuno «che non ha con­
sistenza» (quasi qui non sit), perché in 17,8 è detto che la Be­
stia «fu e non è, ecc.». Ma soprattutto 3. Ireneo rinuncia a fare
calcoli con lettere e numeri, dicendo che il 666 può equivalere
a troppi nomi così che non ha senso accanirsi nei calcoli, e di­
cendo che, d’altra parte, se fosse stato indispensabile conosce­
re quel nome, lo Spirito Santo e Giovanni ce lo avrebbero con­
segnato; di conseguenza, 4. egli riflette sul 666 in se stesso, ri­
levando che contiene tre volte il sei: una volta per le unità, una
volta per le decine, e una volta per le centinaia; 5. è così che Ire­
neo attribuisce al 666 il valore e la forza di numero «di ricapi­
tolazione», e ciò che il 666 ricapitola e riassume è detto da Ire­
neo con una lunga serie di sinonimi: l’iniquità, la malvagità, la
ribellione a Dio, la falsità dell’idolatria, l’apostasia, la malizia,
la pseudo-profezia e l’inganno.
Ireneo ha fatto scuola e le strade da lui aperte sono state bat­
tute dopo di lui per tentativi simili. Qualcuno come lui ha cer­
cato nelle Scritture numeri simbolici e collegabili con il 666. È
il caso di Beda, il quale trova nell’A.T. che a Salomone, vero
re, ogni anno veniva pagato un tributo di 666 000 talenti d’oro,
e - dice Beda - l’Anticristo, seduttore e tiranno, vorrebbe lo
stesso omaggio. Ed è il caso di Ruperto di Deutz, il quale scri­
ve esplicitamente: Sanctam Scripturam consulamus ecc.1 Spes­
so, poi, e stata ripetuta la riflessione sul numero sei come nu­
mero (non di ricapitolazione ma) d’incompletezza, o - strana­
mente - come numero di perfezione.2 Qualche volta si è sag­

1 Beda, PL 93, 172D; Ruperto di Deutz, PL 169, 108 5A.


2 Così per Ruperto di Deutz il numero sette è numero di Dio che nel set­
timo giorno della creazione si riposò, ed è numero dell’Agnello che secon­
do lo stesso libro di Apoc. ha sette corni. Ma l’Anticristo - dice Ruperto -
nusquam ad septimum pervenit, quia numquam poenitentiam egit, sive
acturus est (PL 169, io88c). Invece per Walafrido Strabone (PL 114, 734C)
e Anseimo (PL 16 2 ,1549C-D) il sei indica la perfezione minima, quella dei
coniugati; il 60 la perfezione mediana, quella di coloro che abbandonano
il matrimonio e vivono in castità; il 600 la perfezione massima, quella di
chi vive compiutamente l’integrità del corpo e dello spirito. E cf. poi Ai-
mone (PL 1 1 7 , 1 103D-1 104B) e Riccardo (PL 196, 8o9A‫־‬b).

143
giamente imitata la ritrosia di Ireneo a dare soluzioni: così ha
fatto soprattutto Berengaudo che scrive: D e re tam incerta ni-
hil audeo definire.1
Molto più spesso, invece, sulla scia dei precursori di Ireneo
gli interpreti hanno riproposto i tre loro nomi,2 prolungando
dunque l’interpretazione antiromana di Apoc. Sulla stessa linea
e in base allo stesso metodo, quello del valore numerico delle
lettere o gematria, sono poi stati proposti av'rsfxo^, \honori\ con-
trarius e quindi «inetto», o «contrapposto (al Cristo)»;3 e poi
apvoujxe,4 nego, negator, in quanto l’Anticristo è colui che ne­
ga il Cristo; e poi d i c l u x , nome in lingua latina e vicino al non­
senso;5 e infine yevcjepixo;, inteso come gentium seductor, no-

1 Berengaudo, PL 1 7 , 972A.
2 evavSac, è ripreso da Ippolito (Antichr. 5 0 ,11), TstTav è ripreso dallo stes­
so Ippolito (ibid. 50,10), dalle recensioni posterior e postrema di Vittorino,
e poi da Andrea e Areta di Cesarea, Beda, Aimone, Walafrido Strabono,
Ruperto di Deutz (che parla di giganteum nomen, PL 16% 10840) e Mar­
tino di Leon, mentre XotTstvo?, che gode della preferenza di Ippolito (ibid.
50,17), è ripreso oltre che da lui, anche da Andrea di Cesarea (PG 106,
340D) e Areta di Cesarea (PG 106, 68i b ).
3 II primo valore è dato ad av‫׳‬t£|J-oe, nelle recensioni di Vittorino, in Pri-
masio, Beda, Aimone, Anseimo di Laon, Ruperto di Deutz (da cui sono
tratte le traduzioni in latino dei singoli nomi) e Riccardo di San Vittore.
Senso migliore è il secondo, che si trova in Walafrido Strabone (qui Chri-
slo contrarius dicitur, PL 114, 734B) e Bruno (inde enim Antichristus voca-
tur, PL 165, 677 a). Cf. comunque ciò che scrive Gryson, Commentaires,
308 n. 7: «Antemos... dev’essere identificato con l’imperatore d’Occiden-
te Antemio che tenne il potere dal 467 al 472 e si dimostrò alquanto tolle­
rante verso i pagani e gli eretici».
4 Così Ippolito (Cons. mundi 28,20), Primasio, Beda, Aimone, Walafrido
Strabone e Ruperto. Per il mondo bizantino cf. le soluzioni riportate da
Andrea di Cesarea (PG 106, 340D).
5 Tra gli antichi, Ruperto si trova in difficoltà a dare un qualche significa­
to a questo nome (quid ad illum hominem hic numerus perlineret? PL 169,
108411). Altri invece azzardano interpretazioni più o meno soddisfacenti:
Diclux, quo nomine per antiphrasin expressum intelligimus Anlichristum;
qui cum a luce superna priuatus sit atque abscissus, transfigurat tamen se
in angelum lucis, audens se dicere lucem (le recensioni di Vittorino, PL
Suppl. 1 , 1 57 . 15 8); quia ipse se lucem esse dicit (Walafrido Strabone, PL 1 1 4,
7340); Ipse... fatebitur se esse lucem (Aimone, PL 1 1 7 , 1103B ); Quidaliud
hoc significare videtur, nisi quod eius adulatores eum deprecanles, dicent:
«Die Lux»; loquere, legislator, ne taceas, tu qui lumen es, monstraper quam
viam incedere debeamus (Bruno, PL 165, 677C-D). - Tra i moderni ripro-

144
me che fu proposto evidentemente sotto l’impressione suscita­
ta in tutta Europa dall’occupazione di Cartagine (439 d.C.) e
dal saccheggio di Roma (455 d.C.) da parte del re dei Vandali.1
L ’unica ulteriore precisazione che dopo Ireneo i commentato­
ri antichi hanno aggiunto è che la lingua del nome da proporre
deve essere il greco, dal momento che l’Apocalisse è scritta in
lingua greca. Dice per esempio Bruno di Segni: «Alcuni hanno
voluto esprimere questo nome anche in latino, ma poco perti­
nentemente, poiché questo libro è stato scritto in greco».2
Come s’è visto nel capitolo primo, nell’epoca delle contro­
versie confessionali nella quale l’Apocalisse è stata selvaggia­
mente strumentalizzata come arma per colpire l’avversario, ha
portato i protestanti a vedere nella Bestia il papato e ha porta­
to i cattolici a vedervi Lutero e i novatori. Il ritorno all’inter­
pretazione di Apoc. in chiave di storia contemporanea e in
particolare in chiave anti-imperiale, ha portato invece gli in­
terpreti degli ultimi secoli a cercare nel 666 il nome di qualche
imperatore romano. J.-B. Bossuet (scripsit 1689) ha riproposto
d i c l u x interpretandolo come d i o c l c s avgvstvs, «Diocleziano
Augusto»; Grotius (nome latinizzato di H. de Groot, scripsit
1644) ha proposto ouX7T‫׳‬.o<;, «Ulpio (Traiano)»; F. Spitta (1889)
ha proposto yatoc xaiaap, «Gaio (Caligola) imperatore»;3 G.
A. Deifimann (1908) ha proposto xaicrap ■Bzoc., «[L’JImperato-
re [è] D io»;4 H. Kraft (1974) ha proposto ix. vepoua, «M. Ner-
pone d i c l u x (che equivarrebbe a c l a v d i u s ) J. Schmidt, Die Rdtselzabl
666 in Offb 13:18. Fin I.osungsversu-ch auf der Basis lateinischer Gema-
trie: N T 46 (2002) 35-54. Schmidt si rifa ad Apringio di Pax (scripsit post
551) come unico sostenitore deila gematria latina di d i c l u x , citando di se­
conda mano da Briitsch, ma il commentario di Apringio giunge solo fino
ad Apoc. 5,7 e non giunge a discutere il 666 di Apoc. 13,18.
1 Così le recensioni di Vittorino posterior e postrema, e poi Aimone, Bru­
no e Ruperto.
2 Bruno, PL 165, 677C. Cf. poi Vittorino, le Omelie pseudo-agostiniane
(inserite tra le opere di Agostino in PL, attribuite da G. Morin a Cesario
d’Arles, f 543), Primasio, Aimone, Walafrido, Anseimo, Riccardo, e Mar­
tino di Leon. Bruno dice chiaramente che va esclusa la lingua latina (di d i -
c l u x ) . Unica eccezione è lo pseudo-Isidoro (PL Sappi. 4,1860) per il qua­

le la lingua deve essere invece quella ebraica.


3 Per le informazioni su Bossuet (le ultime due v di d i c l w v dovrebbero
combinarsi in una x), Grotius e Spitta cf. Allo, Apocalypse, 212.
4 Per questa interpretazione la somma del valore numerico delle lettere è

145
va imperatore»; L. van Hartingsveld (1978), ha proposto q e y -
SAR d w m y y y a n u s , «Domiziano imperatore» (in lettere ebrai­
che), e J. Schmidt (2002) ha proposto c l a u d i u s , come punto
d’arrivo di una catena di trasformazioni a partire da d c l x v i
(666 in lettere latine). Precedentemente, come s’è visto nel ca­
pitolo primo, quattro interpreti (C.F.A. Fritzsche, 18 31; F. Be-
nary, 1836; F. Hitzig, 1837; E. Reufi, 1837), ognuno indipen­
dentemente dall’altro, avevano proposto q s r n r w n , «Nerone
imperatore» (in lettere ebraiche), che è attualmente la più
condivisa delle interpretazioni.1
A partire da A .G . van den Bergh van Eysinga (1912), alcuni
autori hanno poi proposto un’interpretazione aritmetica del
666 quale numero doppiamente triangolare, essendo esso tri­
angolare del numero trentasei che, a sua volta, è triangolare del
numero otto.2 La somma dei numeri da uno a otto, cioè, am­
monta a trentasei, e la somma dei numeri da otto a trentasei am­
monta a 666. Poiché secondo gli antichi il numero triangolare
(άρι*δμ.ός τρίγωνος) ha lo stesso valore e significato del suo nu­
mero di base, il 666 è da mettere dunque in relazione con il
numero otto, come in qualche modo fa 17 ,11: «e la Bestia [il
cui numero è 666] che era e non è, è Voltavo re, ed è uno dei set­
te». Come numero doppiamente triangolare, il 666 sarebbe in­
fine in stridente contrasto con il numero quadrato del C risto3

616, e dunque l’interpretazione presuppone la variante dei manoscritti che


era conosciuta già al tempo di Ireneo.
1 Così per esempio Bousset, Offenhamng, 106. 373 («definitivamente ac­
certato», «la soluzione che esclude tutte le altre»); Charles, Revelation 1,
367 («Soluzione che sembra rispondere a tutti i requisiti»); C.H. Giblin,
The Book ofRevelation. The Open Book o f Prophecy (GNS 34), College-
ville, 19 9 1,135 («pressoché certo»).
2 G.A. van den Bergh van Eysinga, Die in der Apokalypse hekdmpfte Gno-
sis: ZNW 13 (1912) 293-305; Lohmeyer, Offenbarung, Γ15-Τ16; Sweet,
Revelation, 218-219; Lupieri, Apocalisse, 2x8-219 (presso il quale cf. la di­
sposizione «triangolare» dei numeri da 1 a 36).
3 Charlier, Apocalypse 1, 291: «Saremmo in presenza dell’assolutizzazione
del numero otto, attraverso una duplice triangolazione». Sui numeri trian­
golari, quadrati, e rettangolari, cf. Bauckham, Climax, 390-394 e, in parti­
colare l’essenziale definizione dei tre tipi di numeri a p. 392: «la somma di
numeri successivi [= numero triangolare], la somma di successivi numeri
dispari [= numero quadrato], la somma di successivi numeri pari [= nume­
ro rettangolare]».

!46
e con il 144000 dei suoi discepoli, rappresentando tutta l’ini­
quità dell’Anticristo e, insieme, la repentinità della sua fine.

3. Bilancio e prospettive
circa l’interpretazione del 666
Intorno alP«irritante mistero»1 del numero di 13,18 sono dun­
que sorti tre tipi d’interpretazione. L ’interpretazione più anti­
ca perché anteriore a Ireneo e tuttora di gran lunga la più dif­
fusa è quella gematrica, la quale va in cerca di un nome le cui
lettere ebraiche o greche o latine diano la somma di 666 con il
loro valore numerico. Ireneo poi ha inaugurato l’interpretazio­
ne del valore simbolico del 666 come numero ricapitolativo e
simbolico, interpretazione che alcuni antichi hanno seguito
spesso in linea subordinata alla gematria e che non è assente
presso gii interpreti moderni. L ’interpretazione aritmetica del
666 come numero triangolare, l’ultima a essere proposta, la qua­
le si colloca idealmente in continuità con le speculazioni nume­
rologiche di pitagorici e gnostici, è andata pian piano guada­
gnando sostenitori, ma stenta a farsi accettare.
E non senza motivo. L ’interpretazione aritmetica infatti, se
in qualche modo spiega il rimando di Giovanni al numero del­
la Bestia, non spiega invece il rimando al suo nome, non pren­
dendo neanche in considerazione il fatto che Giovanni parli
del nome della Bestia (13 ,1 ybis; 14 ,11; 15,2) e soprattutto del
«numero del suo nome» (13,17 ; 15,2). I/interpretazione gema­
trica invece è con ogni probabilità presupposta dall’imperativo
ψηφισάτω. Il verbo ψηφίζω deriva da ψήφος, «sassolino leviga­
to»2 e, significando di per sé «contare con pietruzze», qui si­
gnifica invece «calcolare con lettere» perché il calcolo riguarda
un nome. N on c’è commentatore allora che con A. Deiftmann
e Th. Zahn non rimandi al graffito pompeiano che in lingua
greca dice: «Amo colei il cui numero è 545 (φιλω ης αρι‫־‬$μος
φ;χε)». Ma e forse ancora più esplicito il testo citato nel dizio­
nario di Liddell-Scott-Jones alla voce ψηφίζω, perché invita a
1 Prigent, Apocalypse, 327 («cet irritant mystère»).
2 II verbo ψάω significa «raschiare, spianare, levigare». L ’equivalente lati­
no di ψήφος è calculus, che a sua volta viene da calx, «calce», da cui «calco­
lo, calcolare».

147
calcolare con le lettere: εάν ψηφίσης το έν έν γράμμασιν κτλ.
«Se calcolerai il termine εν in base a[l valore numerico delle sue]
lettere».1
Se la via gematrica è probabilmente quella intesa e voluta da
Giovanni per i suoi contemporanei, essa però non potrà mai
portare ad alcun risultato certo perché, come molti autori fan­
no osservare, non sappiamo quale sia l’alfabeto in base al quale
si deve fare il calcolo né sappiamo di quante lettere sia compo­
sto il nome, così che l’enigma resta necessariamente aperto a un
numero indefinito di possibili soluzioni.2 Le lettere greche con
valore numerico sono 27 3 e, se per esempio il nome nascosto
sotto il 666 fosse di sei lettere come il τειταν di Ireneo, avrem­
mo sei incognite, ognuna delle quali dovrebbe essere elevata al­
la ventisettesima potenza. È ben vero che poter raggiungere la
certezza circa il nome nascosto in 13,18 significherebbe rag­
giungere la certezza anche sull’interpretazione globale di Apoc.,
e in particolare circa il bersaglio principale preso di mira dal­
l’aggressivo Giovanni di Patmos. Ma quella certezza ci è dun­
que irrimediabilmente preclusa.
Di conseguenza bisogna rinunciare alla soluzione piena del­
l’enigma e, senza rimpianti e con un po’ di opportunismo, ac­
contentarsi di una soluzione parziale. Di fatto il 666 può cede­
re un po’ del suo mistero se viene collegato e confrontato con
gli altri numeri di Apoc., perché fortunatamente il resto del sim­

1 II dizionario rimanda a Theologoumena arithmeticae 64.


2 Cf. Bonsirven, Apocalypse, 235: «comporta un numero infinito di solu­
zioni»; Loisy, Apocalypse, 258-259: «Le cifra si può adattare a molti nomi
... Il valore della cifra è impossibile da trovarsi: basti pensare alle possibi­
lità di combinazioni aritmetiche»; J. Behm, Die Offenbarung des Johan­
nes (NTD 11), Gòttingen 71956 (,1932) 78: «La possibilità di scelta per
numeri e lettere è senza fine»; Riihle, άρι·3μ-έω, άρι·δμός, 1237: «Di tutti i
tentativi di soluzione nessuno è pienamente soddisfacente, così che viene
spontaneo chiedersi se valga la pena di farne degli altri, che avrebbero sem­
pre soltanto il carattere di puri tentativi». Ma cf. già Ireneo: multa sunt quae
inveniuntur nomina habentia numerum hunc (Haer. 5,30,3), e Ippolito
che lo riprende alla lettera (Antichr. 50,10; Cons. mundi 28,19).
3 Nell’età ellenistica si usarono i 24 segni dell’alfabeto attico con l’aggiun­
ta dello stigma per il numero 6, del koppa (corrispondente al latino q) per
il numero 90, e del sampi (antico segno locale per σσ) per il numero 900;
cf. D. Pieraccioni, Morfologia storica della lingua greca, Messina-Firenze
(31975, ’ 1954), § 1 7 1‫ ־‬c‫״‬n la n. 2 e § 172.

148
bolismo numerico giovanneo, come si è visto, è in buona mi­
sura alla nostra portata. Richiamando Ireneo, P. Prigent dice
che la sua interpretazione del sei come numero di ricapitolazio­
ne non è molto convincente, ma che il principio è interessante.
Ed è su questa strada che bisogna mettersi a cercare.1

4. Tentativi di interpretare il 666


in base al simbolismo del 6
Un numero che abbastanza spesso viene messo in relazione di
contrasto con il 666 è il numero sette, e cioè il numero del-
Pagire perfetto di Dio e dell’Agnello. Restando per tre volte al
di sotto del sette, il 666 significherebbe una perfezione clamo­
rosamente mancata. E.-B. Allo per esempio usa le espressioni:
«pouvoir incomplet», «une chose manquée», e Prigent: «sept
déficient» e «imperfection irrémédiable».2 Altri autori arriva­
no alla stessa conclusione, mettendo il 666 in relazione con il
numero otto o, meglio, con l’888 che, secondo il calcolo degli
Oracoli Sibillini, è il valore numerico del nome di Gesù in gre­
co, IH S O T S .3
Delle due proposte, la prima si scontra però con il fatto che
il sette è da Giovanni attribuito anche al Drago (sette teste e
sette diademi, cf. 12,3) e alla Bestia (sette teste, cf. 13 ,1; 17,3.7.9
ss.),4 così che a ragione H. Kraft scrive: «Anche l’imperfezio­
ne ha il suo vertice nel numero sette».5 Tra l’altro, proprio sul­
le sette teste della Bestia Giovanni imbastisce tutta una vera e
1 Cf. Prigent, Apocalypse, 329 s. Sulla stessa linea cf. poi per esempio Mor­
ris, Revelation, 169: «Il numero va inteso in termini di puro simbolismo»;
Beasley-Murray, Revelation, zzo: «Il 666 era significativo in se stesso».
2 Allo, Apocalypse, 194; Prigent, Apocalypse, 330. Cf. anche Harrington,
Revelation, 144: «Se sette è il numero perfetto, allora il sei è il numero pe­
nultimo, è il numero incompleto».
3 Or. sib. 1,324-331. - Cf. per esempio Halver, Mythos, 40: «Il 666 rappre­
senta il tentativo di raggiungere il numero sacro che è il sette, senza che il
tentativo abbia successo», e Beasley-Murray, Revelation, 221: «Se il con­
trasto tra 666 e 8888 era presente a Giovanni, allora il 666 corona in modo
superbo il tema dell’imitazione satanica che percorre tutto il capitolo 13».
4 Lo fa notare per esempio Le Frois, Woman, 124 n. 1: «Il numero sette è
usato in Apoc. sia per le cose di Dio che per l’imitazione di Satana, mentre
il numero dodici e i suoi multipli sono usati esclusivamente per coloro che
sono schierati dalla parte di Dio». 5 Kraft, Offenbarung, 183.

149
propria speculazione iconografica per dire che la Bestia è -vul­
nerabile («una delle teste fu colpita a morte», 13,3), o per aiu­
tare il lettore a collocare topograficamente la Grande Prostitu­
ta che la cavalca («le sette teste sono sette monti su cui siede la
donna», 17,9), o per dire che le sette teste sono simbolo di po­
tere politico («le sette teste... sono sette re»), e per dire che uno
di quei re è la Bestia stessa, la quale va in perdizione ecc. (17,
ix). Quanto poi al confronto da stabilire tra il 666 e il numero
888 quale numero di Gesù, la difficoltà viene dal fatto che in
Apoc. il numero otto è una volta numero della Bestia (17 ,11) e
mai in nessun modo numero di Gesù, tanto è vero che 1*888 e
il suo simbolismo cristologico sono da cercare negli Oracoli Si­
billini (e in Ireneo).1
U n’intuizione di Ch. Briitsch, da lui non messa a frutto, aiu­
ta a dire qualcosa di meglio. L ’idea è quella di vedere il sei o il
666 non in se stessi, ma integrandoli nel sistema simbolico dei
numeri di Apoc.

5. Il 666 in relazione al dodici e non al sette


Commentando 1,4 dove si incontra il primo numero di Apoc.,
Briitsch afferma che i numeri sette e dodici caratterizzano ge­
neralmente la pienezza dell’opera divina mentre le cifre «tron­
cate» come il «tre e mezzo» e il sei, metà del sette e rispettiva­
mente del dodici, lasciano intravedere l’imperfezione, l’incon­
sistenza e la fine miserabile delle imprese demoniache.2 Dei due
clementi sui quali Briitsch fa leva, quello del sette come nume­
ro della perfezione è stato escluso poco più sopra, perché il set­
te, come s’è visto, è numero anche del Drago e della Bestia. A
questo si aggiunge il fatto che in Apoc. la regola dei numeri im­
perfetti in quanto mancanti di una unità, e sconosciuta. È in­
vece attestata in cinque testi (11,2.3; 12,6.14; 1 }»5) regola del

1 Ireneo, Haer. 1,15,2.5.


2 Briitsch, Clarté, 26. 232: «Mentre il sette e il dodici e i loro derivati ca­
ratterizzano la pienezza dell’opera divina, le cifre tronche come il ‘tre e
mezzo’ e il sei, la metà rispettivamente del sette e del dodici... lasciano in­
travedere l’imperfezione, l’inconsistenza e, perfino, la disfatta finale delle
imprese demoniache», «Il 666 contiene tre volte il sei, numero che non
raggiunge la pienezza del sette e non è se non la metà del dodici».

150
numero imperfetto perché dimezzato, anche se per il solo nu­
mero «tre e mezzo» quale metà del sette.
In tal modo, la via del sei quale metà del dodici, intravista
da Brùtsch, non solo è senza controindicazioni ma rientra nel
modo giovanneo di costruire simbolismi numerici. È ben vero
che in greco il 666 non e l'accostamento di tre «sei» come nei
numeri arabi,1 bensì di 600 (è^axómoi), di 60 (è^éxovxa), e di sei
(è(*), e tuttavia è pur sempre multiplo del sei e somma di suoi
multipli. C ’è di più perché, quando il lettore (1,3) avrebbe let­
to nelle assemblee delle chiese d’Asia l’invito a calcolare il nu­
mero della Bestia, l’orecchio degli ascoltatori sarebbe stato col­
pito tre volte dallo ex- c quindi dalla sibilante con cui iniziava
sia il numero delle centinaia (ex-akosioi), sia il numero delle
decine (ex-ekonta), sia infine il sei delle unità (ex).2
Il 666 è dunque anzitutto una cifra tutta giocata sul numero
sei, miserabile metà del numero dodici, che è il numero del po­
polo di Dio. Di conseguenza, in secondo luogo, esso dice che
la Bestia non ha nulla a che fare con il popolo di Dio e che, vi­
ceversa, le chiese d’Asia e tutti i discepoli dell’Agnello non han­
no nulla a che fare con la Bestia. Senza la minima esitazione, chi
legge l’Apocalisse deve conseguentemente optare per la parte
giusta: deve mettersi dalla parte dei dodici apostoli dell’Agnel­
lo, e dei 144000 segnati in fronte col sigillo del Dio vivente, e
deve essere ben consapevole che la patria verso cui è in cammi­
no è la Gerusalemme nuova, con le sue dodici porte, con i suoi
dodici fondamenti, e con i dodici frutti dell’albero di vita.
1 Cf. invece per esempio W.E. Bcet, The Number of thè Beast: Exp 8thS
47, nr. 12.1 (1921) 25: «Il 666 va letto come puro simbolo: non è seicento-
sessantasei ma semplicemente 6, 6, 6: tre 6 che stanno uno accanto all’al­
tro, e che per la loro giustapposizione enfatizzano l’idea di un singolo sei»;
Allo, Apocalypse, 194 («formato da tre sei»); Harrington, Revelation, 144
(«‘sei-sei-sei’ è enfaticamente negativo»), e Beale, Revelation, 718-728, che
a più riprese parla di «triplice sei», «triplice ripetizione di sei», «sei ripetu­
to tre volte».
2 Essendo il 666 l’elemento centrale di una delle esortazioni più enfatiche
e più solenni di Apoc., non è fuori luogo segnalarvi la presenza di una fi­
gura retorica: il triplice ripetersi di ex dà vita infatti ad una allitterazione
(cf. Blass, § 489,7), anzi ad una «assiliabazione», poiché nelle tre parole si
ripete la stessa sillaba (cf. R. Berardi, Dizionario dei termini della critica
letteraria, Firenze 1969, 15. 34). Per la sonorità della ripetizione di ex, cf.
Bauckham, Climax, 394.

151
In conclusione, i numeri di Apoc. parlano dunque di Dio e
del Cristo, del loro essere e del loro agire. Parlano delle sette
chiese d’Asia, dell’azione pneumatica che in esse Dio e l’Agnel­
lo dispiegano, e del popolo che venendo da lontano, dall’Israe­
le delle dodici tribù, va verso la città delle dodici porte e del­
l’albero di vita. Non parlano però solo del passato o del futu­
ro: parlano anche delle insidie che nel tempo intermedio, breve
ma decisivo, vengono dal mondo che cerca di sostituirsi a Dio,
che cerca di carpire ai popoli l’adorazione che devono a Dio, e
d’incrinare la fedeltà dei discepoli dell’Agnello.
I numeri di Apoc. dicono dunque come credere e quali scel­
te fare. È così che il lettore passa da un episodio all’altro del li­
bro, imparando a riconoscere, a scegliere e a schierarsi, con la
certezza interiore che i numeri trasmettono. Il lettore di Apoc.
è coinvolto anche emotivamente: lo dicono le immagini, il vo­
cabolario e la vasta gamma di generi letterari cui Giovanni ri­
corre. Ma a lui Giovanni insegna di dominare le emozioni con
la lucidità e razionalità dei numeri, così che i numeri di Apoc.
chiedono e danno sapienza e perspicacia.
Capitolo 7

Il caos di Apoc. 22,6-20


e il linguaggio pneumatico
I versetti finali di Apoc. mettono in difficoltà il lettore soprat­
tutto per la loro singolare forma letteraria. Nonostante l’ot­
timismo di J.-P. Charlier che parla di «struttura perfetta» e di
«attenta cura»,1 tra gli interpreti c’è chi al riguardo parla inve­
ce di negligenza (E.-B. Allo), di incoerenza (A. Loisy), di di­
sordine (haphazardness, G .R. Beasley-Murray, G .K . Beale), di
estremo disordine (R.H. Charles), di più mani (H. Kraft), di
agglomerazione caotica (U. Vanni), di sconcertante mare ma-
gnum (M.-É. Boismard), ecc. Ma poi, poiché molte voci sem­
brano interferirvi l’una con l’altra, i commentatori parlano di
detti isolati (A. Yarbro Collins), di voci non annunciate (C.H.
Giblin), o di esclamazioni senza contesto (J. Moffatt) e rico­
noscono che spesso è difficile precisare chi pronunci questa o
quella frase (H.B. Swete, J. Moffatt, W. Barclay, U.B. Muller,
C.H . Giblin).2

I. IL CAO S, IN N E G A B ILE MA NON SELVAGG IO

1. Pluralità e intermittenza delle voci


La prima interferenza certa è quella dei vv. 6 7 ‫־‬a. Mentre nel v.
6 parla in prima persona il narratore (cf. il pronome in «e mi
[jxoi] disse»), d’improvviso un’altra voce, anch’essa in prima per­
sona, interferisce per dire: «Ecco, io vengo presto» (v. 7a). Con
ogni evidenza quel secondo «io» è l’«io» di Gesù che rassicura
il lettore circa la sua venuta. La beatitudine che segue nel v. yb è
probabilmente da attribuire anch’essa alla voce di Gesù, come
fa pensare la stessa successione di annuncio della venuta e di
beatitudine promessa al credente, che si trova anche in 1 6,1 5.
1 Cf. Charlier, Apocalypse il, 247. 262.
2 Beasley-Murray, Revelation, 334, sembra lamentare che molti cedono al­
la tentazione di attribuire le varie esclamazioni a questo o a queU’interlo-
cutore, ma poi di fatto anche lui lo fa.

1 53
Il secondo caso certo è quello dei w . i6b-i7· Qui sta parlan­
do Gesù («Io sono... la stella luminosa del mattino», v. i6,b),
quando la voce del narratore lo interrompe per dire che lo Spi­
rito e la Sposa invocano la sua venuta (v. iya), e per aggiungere
tre imperativi esortativi, il primo e il secondo rivolti all’ascol­
tatore (v. i/b) e rispettivamente all’assetato (v. 17 C ) perché
facciano propria quell’invocazione, e il terzo a chiunque ha de­
siderio, perché attinga gratuitamente acqua di vita (v. i7d). D o­
po quegli imperativi pronunciati dal narratore, il discorso ri­
prende in prima persona: «Io testimonio a chiunque ascolti
ecc.», e soggetto di quell’ «Io testimonio» è probabilmente an­
cora Gesù, perché più sotto, al v. 20, «colui che testimonia» è
certamente Gesù, il quale vi promette di nuovo la sua venuta
escatologica.
G li ultimi due casi certi di interferenza si trovano nel v. 20.
Alle parole di Gesù di cui si è appena parlato e che sono for­
mulate alla prima persona («Io testimonio che se qualcuno
ecc.», w . 18-19), seguito un intervento del narratore che alla
terza persona riferisce: «Dice colui che testimonia queste cose
ecc.» (v. 2oa). Le esclamazioni che seguono: «Amen! Vieni, Si­
gnore Gesù» (v. 2ob), di per sé potrebbero essere ancora del
narratore, ma sia l’ «Amen», sia l’invocazione della venuta, con­
servano meglio il loro valore di conferma e, rispettivamente, di
intenso desiderio, se attribuiti, per esempio, alla voce corale di
un’assemblea liturgica.
Altri casi sono possibili soprattutto nei w . 1 1 e 15. I quat­
tro imperativi del v. 1 1 potrebbero bensì essere attribuiti all’ an­
gelo che sta parlando nel v. io, ma potrebbero meglio essere at­
tribuiti a Gesù che infatti parla nel versetto seguente. In secon­
do luogo, il decreto di esclusione dalla città del v. 15 potrebbe
essere pronunciato da qualcuno diverso da Gesù, dal momento
che non contiene l’«io» di Gesù, presente invece nei w . 12-13,
ma i w . 11 e 15 contengono importanti affermazioni morali­
escatologiche che, come tali, possono essere attribuite al Gesù
pieno di autorevolezza che domina tutto il contesto.
In conclusione, in 22,6-20 il caos è prodotto dall’ interferire
della voce del narratore (22,6.8-10; 17.20a.21), con quella di G e­
sù (22,7.12-14.16.18-19, forse 1 1 e 15) e, probabilmente con
quella di una comunità che ascolta, approva, e invoca la venuta

154
gloriosa del Cristo (22,2ob). Nonostante che il fenomeno non
sia affatto imponente, esso è dunque innegabile e si pone come
problema a cui cercare spiegazione.

2 . 1 temi e l}articolazione del testo


Se il caos in 22,6-20 è limitato già quanto al numero delle voci
che vi interferiscono l’una sull’altra, è ancora minore a riguar­
do dell’organizzazione del testo, il quale senza difficoltà si la­
scia suddividere in tre blocchi (d’ora in poi chiamati impro­
priamente «strofe»): 22,6-10; 2 2 ,11-1 j, e 22,16-20.
Il vocabolario tematico dei w . 6-10 riguarda il libro (w . yb;
9b; ioa), le sue parole (w . 6a; yb; 9b; ioa), i suoi destinatari
(w . 6c; yb; 9b), e poi la profezia (w . yb\ ioa), i profeti (w . 6b;
9a), l’angelo ostensore (w . 6b; 8c) e lo stesso Giovanni (cf. il
pronome fxoi: w . 6a; 8c; 9a; ioa; il pronome uou: v. 9a). Insie­
me con l’angelo è soggetto dominante della prima strofa lo stes­
so Giovani: lo è di «ascoltante e contemplante» (v. 8a), di
«quando ebbi ascoltato e contemplato» (v. 8b), di «caddi in
adorazione» (v. 8c), di «devi adorare» (v. 9b), di «non sigilla­
re» (v. ioa), ma lo è soprattutto in «Io Giovanni ecc.» (v. 8a).
Il vocabolario che caratterizza la prima strofa scompare al
v. 1 1 ed è totalmente assente fino al v. 16 escluso.1 Ciò di cui
parlano i versetti intermedi è la vita etica e la ricompensa, o
l’esclusione da essa. Infatti, nel v. 1 1 si trova una lista di quat­
tro categorie etiche di persone (ingiusto e sordido, giusto e san­
to), con quattro imperativi che le riguardano (sia ingiusto, sia
immondo, compia giustizia, si santifichi), mentre sette catego­
rie etiche sono elencate nel v. 15 («cani», fattucchieri, immora-

i Cf. La stessa suddivisione in Prigent, Apocalypse, 488. Secondo M.A.


Kavanagh, Apocalypse 22,6-21 as a Concluding Liturgical Dialogue (diss.
Gregorian Univ.), Rome 1984, 71-96; Roloif, Offenbarung, 209 e T.
Collins, Apocalypse 22,6-22 as thè Locai Point o f Moral Teaching and
Exhortation in thè Apocalypse (diss. Gregorian Univ.), Rome 1986, 16 ss.,
le strofe sono: w . 6-11, w . 12-16 e w . 17-20, così che il v. 11 apparterreb­
be alla prima strofa e il v: 16 alla seconda, ma cf. ciò che Prigent significa­
tivamente scrive: «I w . 11-15 si lasciano isolare dal momento che non fan­
no più la minima allusione al libro. Essi fanno bensì parte dell’epilogo, ma
con un ruolo particolare perché vi sviluppano l’affermazione maggiore del­
l’epilogo (22, 7): ‘Vengo presto’» (p. 699).

155
li, omicidi, idolatri, chi ama la menzogna, e chi la pratica). N el­
la beatitudine di 22,14, infine, si parla di coloro che «lavano le
vesti». L ’immagine è manifestamente etica, come dice 19,8 do­
ve le vesti sono le opere buone dei santi (cf. anche 7,14). Quan­
to invece al tema e al vocabolario della ricompensa, ricorrono
anzitutto il termine ‫׳‬.ασ-δός, il verbo άποδίδωμι, e il canone del­
l’equità retributiva: «a ciascuno secondo il suo operato» (v. 12).
In secondo luogo si prospetta la possibilità di avere accesso al­
la città escatologica e al suo albero di vita (v. 14), mentre il de­
creto di esclusione dalla città di 22,15 parla della prospettiva op­
posta. Il soggetto logico dominante in questa seconda strofa è
l’«io» di Gesù: «Ecco, vengo presto» (v. i2a), «La mia ricom­
pensa è con me, e darò ecc.» (v. i2b), «Io sono l’Alfa e l’ Omega
ecc.» (v. 13).
Nella terza strofa (22,16-20) tornano i protagonisti e il vo­
cabolario della prima: torna l’angelo (v. i6a), la profezia (w .
i8a; i9a), e poi il libro (w . i8a; i8c; i9a; i9b), le sue parole (vv.
i8a; i8b; 193), il suo contenuto (vv. i8b; I9b) e i suoi destina­
tari (w . i6a; i7b; i8a). Nuovo è invece il vocabolario della mar-
tyria: la prima ricorrenza sembrerebbe identificare il «testimo­
ne» con l’angelo (v. i6a), ma nei vv. i8a e 2oa ogni ambiguità è
tolta: il testimone è Gesù, per cui l’angelo è testimone solo in
quanto è anello di trasmissione della testimonianza. Qui dun­
que il soggetto dominante è Gesù. Anzitutto nelle frasi in pri­
ma persona singolare: «Io Gesù mandai il mio angelo» (v. i6a);
«Io sono la radice ecc.» (v. i6b); «Io testimonio ecc.» (v. i8a);
«Sì, vengo presto» (v. 20); ma Gesù è poi soggetto degli impe­
rativi con cui si invoca la sua venuta (vv. i7a; i7b; 2ob), e del­
l’espressione «colui che testimonia» (v. 2oa).

3. Il parallelismo tra 22,6-10 e 22,16-20


Tra la prima e la terza strofa esistono elementi di parallelismo
e di discontinuità che devono essere messi meglio a fuoco. Il
primo confronto potrebbe essere quello degli schemi di rivela­
zione. La differenza maggiore sta nel fatto che la prima stro­
fa presenta Dio come sorgente di rivelazione e le chiese come
destinatarie (δεΐξα1. τοΐς δούλοις αύτοΰ),1 mentre nella seconda
1 1 servi di Dio, destinatari della rivelazione in 22,6b, sono più probabil-

156
strofa l’iniziativa della rivelazione è del Cristo e le chiese, inve­
ce che essere destinatarie, sono argomento del discorso di rive­
lazione (μαρτύρησα! ύμΐν... επί ταΐς έκκλησίαις).
Prima di procedere oltre è necessario cercare di chiarire a chi
si riferisca il pronome ύμΐν del v. i6a. Tra ύμΐν e le chiese men­
zionate subito dopo, per alcuni interpreti c’è identità. Per altri
invece coloro cui il Cristo si rivolge con quel pronome sono
distinti dalle chiese e presso di esse devono farsi mediatori del­
l’insegnamento del Cristo che le riguarda. Per altri infine nel
pronome ύμΐν il Cristo si rivolge alle sette chiese d’Asia comu­
nicando loro la sua testimonianza circa altre chiese: tutte le al­
tre chiese.1
La prima interpretazione è insostenibile: la preposizione επί
è retta dal verbo μαρτυρέω e introduce il complemento di argo­
mento, il quale non è in nessun modo intercambiabile con un
complemento di termine qual è ύμΐν. La terza interpretazione
presuppone un po’ goffamente che le sette chiese nominate in
Apoc. 1-3 possano muoversi verso le altre chiese d’Asia o tutte
le chiese del tempo come portatrici di un libro che riguarda lo­
ro stesse (cf. Apoc. 1-3). Resta la seconda interpretazione: lo
ύμΐν del v. 16 parla di qualcuno che ha un rapporto particolare
con il Cristo dal momento che il Cristo gli invia il suo angelo te­
stimone, e che il Cristo riconosce come responsabile delle chie­
se. Per questo è troppo ambigua e troppo vaga anche l ’espres­
sione di Lohmeyer che parla di ecclesiola in ecclesus.2 Deve trat­
tarsi, insomma, di qualcuno che nelle chiese esercita una qual­
che forma di autorità e non di un gruppo interno qualsiasi.
L ’unica ipotesi proponibile allora è che si tratti dei profeti chia-

mente i membri delle chiese piuttosto che i profeti, come si può dedurre
da 1,1 che è il vero parallelo di 22,6b. Il v. 1,3 infatti afferma che i servi di
Dio ai quali Giovanni trasmette la sua profezia sono il lettore e gli ascolta­
tori, e cioè le assemblee delle sette chiese. Dopotutto, i profeti detti «servi
di Dio» in 10,7 e in 11,18 sono i profeti dell’A.T. o del N.T., non i profeti
locali delle chiese d’Asia. Quanto ai credenti, anch’essi sono chiamati «ser­
vi di Dio» in 7,3; 19,2.5 e 22,3.
1 Così Bousset, Cerfaux-Cambier, Wikenhauser. Al contrario, c’è identità
tra il «voi» e le chiese per esempio per Loisy, Behm, Briitsch, U. Vanni,
Beasley-Murray, Charlier e Prigent; mentre per Swete, Bonsirven, Beasley-
Murray, Sweet, Schiissler Fiorenza e U.B. Muller il «voi» indica qualche
mediatore tra il Cristo e le chiese. 2 Lohmeyer, Offenbarung, i j j .

157
mati in causa dall’angelo quando respinge l’adorazione di G io ­
vanni, in 22,9: «Io sono conservo di te e dei fratelli tuoi, i pro­
feti».1 Quel pronome li fa destinatari della testimonianza di G e­
sù attraverso Giovanni, e mediatori di essa nei confronti delle
chiese d’Asia.
Un secondo parallelismo tra prima e terza strofa è quello che
interessa il libro di Giovanni. Nella prima strofa, attraverso le
parole dell’angelo, il lettore si sente dire che il libro non deve
essere sigillato, perché il tempo è vicino (v. 10). Di solito gli
interpreti mettono quest’ordine in relazione alla pretesa degli
scrittori pseudepigrafici che invece fìngevano di rinvenire e di
pubblicare libri scritti in epoca antica da Enoc, Mosè o Baruc
ecc., e nascosti o sigillati in attesa del tempo opportuno per la
rivelazione del loro contenuto.2 Qui, l’angelo dunque dice a
Giovanni che il suo libro non è destinato a generazioni del re­
moto futuro, e che invece, con la rivelazione di quanto presto
accadrà (22,6c; cf. 1,1.3), deve preparare le chiese del presente
al kairos oramai imminente (22,iob; cf. 1,3).
Anche nella terza strofa l’uso del libro di Giovanni è fatto
oggetto di indicazioni celesti, questa volta provenienti dallo
stesso Cristo, ma esse riguardano coloro cui è destinato e non
più il suo autore. Il Cristo vi si esprime con le formule della le­
gislazione casuistica. I casi previsti sono due: che qualcuno ag­
giunga qualcosa al libro (εάν τις έπιθή), o che qualcuno invece
tolga qualcosa (εάν τις άφέλγ;). Con un gioco di parole diffìcile
da rendere nelle versioni, Giovanni dice che a chi aggiunge sa­
rà aggiunto, e a chi toglie sarà tolto. La sanzione si ispira alla
legge della reciprocità, attingendo i castighi dal libro stesso,
perché ciò che sarà aggiunto sono i flagelli descritti nel libro e

! Cf. per esempio E. Schussler Fiorenza, Apokalypsis and Propheleia. The


Book o f Revelation in thè Context o f Early Christian Prophecy, inj. Lamb-
recht (ed.), L ’Apocalypse johannique et l ’Apocalyptique dans le Nouveau
Testament (BETL 53), Leuven 1980,120 s., che scrive: «In 22,16 un circo­
lo di profeti è menzionato come destinatario della profezia per le chiese».
2 Cf. per esempio Dn. 8,26; 12,4.9; 4 Esd. 14,6.45-46. Alcuni autori viva­
cizzano l’idea o dicendo che Giovanni rovescia i procedimenti della pseu-
depigrafia (Beasley-Murray, Revelation, 337), o che addirittura rinnega la
pseudonimia (Caird, Revelation, 284), dal momento che scrive per tempi
di crisi (Moffatt, Revelation, 490), essendo un uomo del tempo presente
(Behm, Offenbarung, 1x2).

158
ciò che sarà tolto è la ricompensa dell’albero di vita, annuncia­
to in 2,7 e descritto in 22,2.'
La prima strofa parla dunque della rivelazione con cui Dio
fa conoscere ai membri delle chiese il suo piano sulla storia e af­
ferma che le chiese devono essere urgentemente messe a cono­
scenza di quel libro, mentre l’ultima strofa parla della testimo­
nianza che Gesù trasmette ai profeti circa le chiese, e aggiunge
che il contenuto del libro non tollera né aggiunte né mutilazioni.

4. Le tre «strofe» e le voci che interloquiscono


In conclusione, il testo di 22,6-20 è agevolmente suddivisibile
in tre blocchi, ognuno ben caratterizzato e ben distinto dall’al­
tro per vocabolario e temi. La prima e la terza strofa parlano
della rivelazione che a Patmos è pervenuta a Giovanni, mentre
la seconda strofa è invece per intero un invito alla perseveran­
za, o con imperativi esortativi, o con la promessa della venuta
e della ricompensa, o con le parole di una beatitudine, o con la
minaccia dell’esclusione dalla città e dal suo albero di vita.
Nelle tre strofe si accavallano in modo inconsueto e in qual­
che modo scorretto tre voci, secondo quest’ordine: narratore,
Gesù, narratore (prima strofa); Gesù (seconda strofa); Gesù,
narratore, Gesù, narratore, assemblea (terza strofa).2 Nono­
stante la varietà delle voci e delle strofe, però, gli stessi temi at­
traversano trasversalmente il testo: la rivelazione di Dio ai suoi
servi, il ruolo di Giovanni come mediatore di quella rivelazio­
ne, la conseguente autenticazione e intangibilità del suo libro,
l’invito alla vigilanza e all’attesa della venuta gloriosa..

1 Cf. la storia e la diffusione di quella regola in W.C. van Unnik, De la règie


μήτε προσ^εΐναι μήτε άφελεϊν dans l ’histoire du Canon: VigChr 3 (1949)
i 3 ‫)<־‬. Secondo Van Unnik l’autore di Apoc. sostituì προστί‫׳‬$ημί («aggiun­
gere») con έπιτί-δημι («infliggere una pena», cf. Liddell-Scott, ad v. A/v.,
e i molti testi ivi citati, per esempio quello di Platone, Leg. 8,838c) esatta­
mente per ottenere un gioco di parole più esatto.
2. Contro il parere di molti interpreti (Bonsirven, Rissi, Barclay, Beasley-
Murray, Giblin, Roloff, Prigent, e soprattutto U. Vanni, Liturgical Dia-
logue as a Literary Form in thè Book o f Revelation: NTS 37 [1991] 348-
}yz,passim), si deve affermare che l’angelo non prende mai la parola perché
è sempre Giovanni in veste di narratore a riferire le sue parole, come atte­
stano le formule introduttive: «e mi disse» (22,6), «e mi dice» (22,9.10).

159
II. l ’ i n t e r l o c u t o r e R E A L E IN Apoc. 2 2 ,6-20

i. Attesa della venuta e destinatari reali


La prima interruzione (v. 7) proclama d’improvviso la venuta
imminente («Ed ecco, io vengo presto») e questo si verifica
quando, avviandosi a chiudere il libro, Giovanni proclama che
esso ha avuto origine celeste. Quell’annuncio non è per G io­
vanni: sono i destinatari del suo libro che ne hanno bisogno.
Lo conferma la beatitudine che segue, la quale invita l’ascolta­
tore - ovviamente non l’autore - a conservare e mettere in pra­
tica le parole del libro (v. 7b). Il vero destinatario che Giovan­
ni vuole persuadere è dunque il lettore riluttante ad accettare il
suo libro, anche se egli dichiara di rivolgersi ai servi di Dio o
del Cristo (1,1; 22,6c), alle chiese d’Asia (1,4.9.11), o a questa
o quella delle sette chiese (2,1.8.12 ecc.). Giovanni poi prose­
gue scrivendo che, alla sua venuta, il Cristo recherà la ricom­
pensa (v. 12), che essa sarà secondo le opere di ciascuno (v.
i2b) e che, in particolare, per «cani», operatori di magia, por-
noi, idolatri ecc. consisterà nella perdita dell’albero di vita (v.
15). L ’interlocutorc reale di Giovanni, dunque, non attende più
nel fervore la venuta gloriosa e la ricompensa escatologica. Egli
(e non Giovanni) era tentato di schierarsi al fianco di pornoi e
di idolatri.
Tutto questo si fa ancora più evidente nella seconda inser­
zione, quella del v. 17. Scrivendo: «Lo Spirito e la Sposa dico­
no: ‘Vieni!’ », Giovanni mette sulle labbra della chiesa ideale
l’ardente aspirazione alla venuta del Cristo: la chiesa, cioè, che
sa ascoltare ciò che lo Spirito le dice (cf. 2,7.11 ecc.) e che si
prepara e si adorna per il suo Sposo (21,2) con le opere giuste
dei santi (i9,7d-8). Il «dicono» all’indicativo di 2 2,17a, e cioè il
registro narrativo-referenziale, contrasta con il registro pare-
netico dei tre imperativi seguenti. Infatti il «Dica...!» del v.
i7b preme sull’ascoltatore perché ripeta l’invocazione «Vie­
ni!» che è già sulle labbra della chiesa pneumatica. Il secondo e
il terzo imperativo sono ancora più arditi, perché Giovanni par­
la collocandosi nel luogo stesso della ricompensa escatologica.
Di là, identificando il suo destinatario con chi è assetato della
ricompensa, gli comanda di venire: «E l’assetato venga!» (v.
170) e, come se il suo interlocutore fosse già giunto alla Geru-

160
salemme escatologica e al fiume d’acqua viva, Giovanni lo in­
vita ad attingere: «E colui che vuole, prenda acqua di vita, gra­
tuitamente» (v. lyd).
Ma la metamorfosi dell’interlocutore non e ancora finita. R i­
proponendo un’ultima volta la promessa della venuta (v. 2oa),
Giovanni la rafforza con un vai che la rende ancora più sicura
e più facile da attendere, e poi soprattutto lascia cadere l’impe­
rativo individuale dell’invocazione del v. lyb («Dica: ‘Vieni!’»),
e coinvolge tutti - se stesso, la chiesa ideale e il cristiano non­
ideale - in una comune invocazione, così che tutti assentono
con l’ «Amen!» e invocano unanimemente la venuta: «Amen!
Vieni, Signore Gesù» (v. 2ob). Le risorse retoriche di Giovanni
hanno raggiunto il loro vertice e il libro può oramai finire. Di
fatto segue l’augurio finale della grazia del v. 2 1, versetto che
appunto conclude l’intera apocalisse giovannea.

2. Esortazioni etiche e destinatari reali


Se Giovanni vuole risvegliare l’attesa escatologica nel suo in­
terlocutore è perché vuole da lui altre scelte etiche: lo dice già
con la beatitudine promessa a chi accoglie, conserva e mette in
pratica le parole del suo libro (v. yb). Ma lo dice soprattutto a
partire dal v. 1 1, e sempre attraverso la tensione che crea tra il
suo reale interlocutore e quello ideale.
Per potere essere utilizzato a dovere, 2 2 ,11 deve essere ben
analizzato dal punto di vista grammaticale e sintattico. Le sue
quattro frasi sono tra loro coordinate con tre καί che non han­
no lo stesso valore sintattico. Il primo coordina due frasi omo­
genee dal momento che i due soggetti (l’ingiusto, il sordido) e i
due imperativi che li riguardano («compia ingiustizia», «sia sor­
dido») sono tutti negativi: questo primo καί ha il valore del-
Yet/atque latino. Anche il terzo o ultimo καί va tradotto con
un et coordinante, dal momento che collega due soggetti omo­
genei (il giusto, il santo) e due imperativi («compia giustizia»,
«si santifichi») che sono anch’essi omogenei. Il καί non-omo­
geneo, che non può essere tradotto con et, è il secondo. Esso
collega infatti le due frasi dei soggetti e verbi negativi con le due
frasi dei soggetti e verbi positivi, e va tradotto con una congiun­
zione avversativa: con sed, sed contra.

1 61
Il senso delPintero versetto a quattro frasi viene illuminato
in modo decisivo dall’eTt che si ripete in ognuna delle quattro
frasette, il quale dà alle azioni dei quattro imperativi aoristi il
valore di azioni continuate, di per sé proprio dell’imperativo
presente. La traduzione del v. 1 1 è dunque: «L’ingiusto conti­
nui a commettere ingiustizia e il sordido continui ad essere sor­
dido, ma il giusto continui a compiere giustizia e il santo conti­
nui a santificarsi». N on solo: il quadruplice e‫׳‬u influisce ulte­
riormente sul senso dei quattro imperativi collegandoli sia al-
l’indietro che in avanti per mezzo del tema escatologico. Il ver­
setto precedente si chiudeva con l’affermazione secondo cui
«il tempo è vicino» (v. iob), mentre il versetto seguente con­
tiene la promessa della venuta imminente e della ricompensa
(v. 12). Il v. xi dice allora all’ingiusto ecc. di continuare a com­
piere ingiustizia ecc. per il breve tempo che manca al kairos (v.
iob) e alla venuta (v. i2a). Con i primi due imperativi Giovan­
ni non vuole certo incoraggiare alcuno a operare ingiustizia o
impurità: gli importa invece che i cristiani non guardino con
invidia a chi è schierato dall’altra parte. Ed è da pensare che
molti fossero invece nello stato d’animo della segreta invidia dei
libertini, e fossero tentati di cedere al compromesso, al sincre­
tismo, all’ apostasia. Giovanni dice di non farsi sedurre e di la­
sciare ingiusti e sordidi al loro destino.1
È per questo che nei vv. 12-14 chc seguono, Giovanni colle­
ga al tema della venuta gloriosa quello della ricompensa, sia po­
sitiva che negativa. I w . 12-13 dicono che il Cristo viene, che
viene presto, che viene con la ricompensa, e con una ricompen­
sa «secondo le opere di ciascuno» (v. 12), lui che non solo è
«protologico» (Alfa, primo, inizio) ma anche escatologico
(Omega, ultimo, fine) (v. 13), mentre il v. 14 comincia ad espli­
citare che cosa voglia dire una ricompensa «secondo le opere
di ciascuno». Anche qui Giovanni si rivolge a cristiani che nel­
la realtà sono tentati di rendere sordide le loro vesti nel com-
1 Secondo molti interpreti i quattro imperativi descrivono ciò che accadrà
negli ultimi giorni: gli uomini si induriscono (Briitsch), non c’è più tempo
perla conversione (Swete, Barclay, Morris, Caird, Harrington), e la fine che
si avvicina rivela l’atteggiamento interiore di ciascuno o la fissa (Prigent e,
rispettivamente, Bonsirven). U.B. Muller, Offenbarung, 369, li interpreta
come imperativi ironici, Roloff, Offenbarung, 2 11, come fatalistici. Ma è
più probabile che essi invitino i membri delle chiese alla perseveranza.

162
promesso e nel sincretismo ma, idealizzando ed esortando, la
superficie del suo testo proclama la beatitudine per coloro che
«lavano le loro vesti». La ricompensa secondo le opere di cia­
scuno darà loro diritto all’albero di vita e quindi all’ingresso a
quella città (v. i4b-c) che Giovanni ha impareggiabilmcnte de­
scritta in 21,10-22,5. Giovanni però questa volta tocca anche il
tasto del realismo: se alcuni entreranno nella città, altri ne sa­
ranno esclusi (v. 15)?
L ’elenco di quelli che non potranno entrare anzitutto è
strutturato sullo schema del 5 + 2 (cani, fattucchieri, immorali,
omicidi, idolatri, + chiunque ama la menzogna e chi la prati­
ca) per esprimere con il numero sette la totalità dei peccatori.1
In secondo luogo l’elenco include categorie generiche: «cani» e
un termine fortemente dispregiativo ma che non parla di alcun
peccato preciso, così come e riassuntiva e generica la formula
«chi ama la menzogna e chi la pratica». Al di là di quello che il
testo dice in superficie, però, di fatto è possibile intuire che
Giovanni ha di mira non categorie generiche, ma molto con­
cretamente i pom oi e gli idolatri. In Apoc. 2-3, dove passa in
minuziosa rassegna la vita delle chiese, Giovanni infatti non ha
da rimproverare a nessuna di esse né magia, né omicidi, e de­
nuncia invece la loro pomeia e il loro coinvolgimento nell’ido­
latria attraverso la manducazione degli idolotiti (2,14; 2,20.21).
Quelli sono i destinatari reali di Giovanni.

3. Legittimazione del libro e destinatari reali


Giovanni lascia intuire quali fossero davvero i cristiani cui si
rivolgeva anche ogni volta che parla del suo libro: nella prima
strofa rivolgendosi alle chiese, e nella terza strofa rivolgendosi
ai profeti. In 22,6-10 Giovanni cerca in tutti i modi di legitti­
mare il suo libro agli occhi delle chiese: fa definire dall’angelo
le parole del suo libro come parole assolutamente degne di fe­
de e vere (v. 6a); afferma che quell’angelo era inviato da Dio ai
suoi servi per rivelare loro i suoi piani (v. 6b-c); parla ripetu­
tamente del suo libro come di un libro di profezia (w . 7.10; cf.
anche v. 18); afferma che lui stesso è come soverchiato dalla
1 Morris, Revelation, 253, afferma che lo schema del 5 + 2 è secondo la ma­
niera di Giovanni. Cf. infatti 6,12-14 e 6,i 5.

163
grandezza delle rivelazioni udite e vedute così da essere spinto
dalla gratitudine ad adorare l’angelo rivelatore (v. 8); fa dire al­
l’angelo che quelle rivelazioni, lungi dal venire da lui, vengono
da Dio stesso, così che è Dio colui che deve essere adorato (v.
9);1 attraverso le parole dell’angelo definisce se stesso come
profeta (v. 9); attraverso le parole dell’angelo legittima il suo
libro perché c un libro da pubblicare e non da chiudere a sigilli
e da nascondere (v. 10). Una tale insistenza di Giovanni sul­
l’importanza del suo libro dice la sua trepidazione: temeva che
fosse accolto con freddezza e indifferenza. Evidentemente in
base a esperienze negative del passato.
Quello che più rivela la prospettiva implicita di Giovanni è
l’owietà e inutilità di certe affermazioni, se esse fossero davve­
ro destinate a lui stesso come dice la superficie del testo. De­
stinatario di visioni e di rivelazioni celesti, Giovanni non ha al­
cun bisogno per esempio di sentirsi dire a tre riprese che egli si
trova di fronte a parole degne di fede e vere, e sa bene che non
deve adorare nessun altro se non Dio, e non ha bisogno nean­
che di sentirsi dire che il suo libro è profetico. E il cristiano me­
dio delle chiese d’Asia, e sono soprattutto coloro che seguono
la profetessa Gezabele, che hanno bisogno di sentirsi dire che
nel libro di Giovanni essi sono posti di fronte a parole non di
Giovanni, ma a parole di Dio mediate dall’angelo della profezia.

4. Legittimazione del libro e profeti fratelli


La superficie del testo giovanneo parla positivamente di pro­
feti che sono destinatari degli spiriti di Dio (v. 6b), della testi­
monianza di Gesù (v. 16; cf. anche i9,iob), e dello spirito del­
la profezia (i9,iod). Attraverso le parole dell’angelo, Giovanni

1 Questo è il significato dei due episodi di 19,10 e 22,8-9, secondo Loh­


meyer, Behm, Morris: cf. in particolare Beasley-Murray, Revelation, 336:
«Nulla in Apoc. dice che Giovanni fosse preoccupato del pericolo del­
l’adorazione degli angeli. Probabilmente egli aveva in vista un insegna­
mento più positivo». Per altri, invece, i due testi sono contro l’adorazione
degli angeli: cf. Moffatt, Revelation, 489 (Giovanni vuole cautelarsi nei
confronti dell’adorazione degli angeli); W. Barclay, The Revelation of
John n (DSB), Edinburgh 21976 (11959) 224 (vuole insegnare che l’adora­
zione degli angeli è sbagliata), e Harrington, Revelation, 224 (vuole mette­
re in guardia dall’adorazione degli angeli»).

164
poi li proclama suoi fratelli che non devono sentirsi intimoriti
davanti a un angelo mediatore di rivelazione perché è loro con­
servo (v. 9). In realtà, anche qui, Giovanni ha a che fare con
profeti dal profilo molto modesto. Lo dice l’evoluzione di si­
gnificato e di contenuto cui viene sottoposto il concetto di «te­
stimonianza di Gesù». In 19,10 i profeti sono depositari di
quella testimonianza per il fatto di avere lo spirito di profezia
e in 22,16 Gesù, mandando loro quella testimonianza attraver­
so il suo angelo, li riconosce responsabili circa le chiese. Ma in
22,18 il concetto di testimonianza di Gesù cambia profonda­
mente. Anzitutto, non ha più come oggetto la vita delle chiese
come in 22,16, bensì le durissime sanzioni che si abbatteranno
su quanti manomettono il libro di Giovanni. In secondo luo­
go, mentre la testimonianza sembrerebbe rivolta genericamen­
te agli ascoltatori del libro («Testimonio a ognuno che ascolta
ecc.») e non ai profeti, in realtà le minacce dei vv. 18-19 riguar­
dano questi ultimi, prima e più che tutti gli altri.
Parlando di «ogni ascoltatore», Giovanni potrebbe bensì ri­
ferirsi a chi come in 1,3 ascolta la lettura del rotolo di Giovan­
ni nelPassemblea di qualche chiesa, ma costui o costoro po­
trebbero manomettere le parole del libro soltanto applicando­
le in modo riduttivo o deformante nella loro vita quotidiana, e
il libro ne resterebbe fortunatamente immutato. G li ascoltatori
minacciati nei w . 18-19 sono dunque le persone influenti che
potrebbero alterare il libro di Giovanni cancellando o interpo­
lando con penna e calamaio, o almeno minimizzando o snatu­
rando questo o quell’insegnamento giovanneo in occasione del­
la catechesi comunitaria.1 Questo era esattamente ciò che fa­
ceva la profetessa Gezabele. Forte del titolo di profetessa, essa

1 Le minacce dei w . 18-19 sono contro gli ascoltatori, secondo Morris, Rev-
elation, 255; contro gli scribi che moltiplicavano le copie del libro, secon­
do Beasley-Murray, Revelation, 346. Ma (più giustamente) sono cóntro i
falsificatori del contenuto secondo Swete, Apocalypse, 3 11-3 12 («Non si
condanna un semplice lapsus calami, ma la deliberata falsificazione o
un’interpretazione tendenziosa»); Hadorn, Offenbarung, 219; Wikenhau-
ser, Apocalisse, 231; R.L. Thomas, The Spiritual Gift o f Prophecy in Rev
22,18: JETS 32 (1989) 208 («Gli ascoltatori non avevano alcun controllo
su quel documento scritto»), e Prigent, Apocalypse, 501. - Anche Ireneo,
come si è visto, riteneva indirizzate le minacce dei vv. 18-19 a chi, sottra­
endo cinquanta unità al 666 di 13,18, alterava di testo di Giovanni.

165
esercitava un’autorità didattica nella comunità di Tiatira (2,20),
e insegnava ai servi del Cristo la porneia e la liceità del consu­
mo delle carni immolate agli idoli. L ’uno e l’altro insegnamen­
to erano contrari a quello di Giovanni: erano dunque un esem­
pio tipico di ciò che Giovanni intendeva con !’«aggiungere» del
v. 18 e con il «togliere» del v. 19.
C i sono dunque interlocutori che Giovanni non descrive mai
così come li conosce o come li avverte e con i quali deve tutta­
via concretamente fare i conti. Se da un lato essi condizionano
Giovanni, dall’altro con molta abilità egli cerca in tutti i modi
di condizionare loro: li blandisce, li stimola, li alletta, li scuote
e cerca di trascinarli dal cedimento o resa all’ambiente ad una
vita di vigilanza. Tra coloro a cui si rivolgeva con più appren­
sione erano i «fratelli profeti» (22,9), dei quali bisogna rico­
struire più da vicino il ruolo e l’ambiente di vita.

III. GIO VAN N I E G LI A M BIEN TI P R O FE T IC I D ’ASIA

1. L'interferenza delle voci in tutta l'Apocalisse


In vista della conclusione, il discorso deve tornare al problema
da cui era partito, quello delle voci che si accavallano l’una sul­
l’altra in 22,6-20. E bisogna subito dire che quel fenomeno si
riscontra anche altrove in Apoc. Il caso più evidente è quello di
16,15. L ’annuncio della venuta e la seguente beatitudine non
hanno alcun legame logico con il contesto precedente e seguen­
te che parla della coalizione antidivina organizzata dal Drago,
dalla Bestia e dal falso-profeta. Per eliminare il disturbo pro­
dotto da quel corpo estraneo qualche interprete propone di tra­
sferire il versetto ad altro contesto, che sarebbe quello d’origi­
ne.1 Ma da un lato non esiste nella tradizione manoscritta la
minima base che giustifichi quell’ipotesi e dall’altro l’operazio­
ne avrebbe il sapore di un escamotage, per cui bisogna conclu­
dere che in 16,15 si è di fronte allo stesso fenomeno dell’inter­
ferenza delle voci che si trova in 22,6-20.
L ’interferenza delle voci si trova poi per esempio già nei in
1,7-8. Anche qui alcuni casi sono certi e altri sono soltanto pos-
1 Per Charles, Revelation n, 49, il versetto dovrebbe essere collocato tra
3,3a e 3,3b e in luogo non precisato per Moffatt, Revelation, 288.488, per
Lohmeyer, Offenbamng, 133, e U. Vanni, Liturgical Dialogue, 368 n. 30.

!66
sibili. È certo il caso del v. ys. dove un oracolo profetico an­
nuncia la venuta («Ecco viene sulle nubi ecc.») non appena si è
conclusa una dossologia (w . $b-6). È molto probabile poi il
caso del «Sì. Amen» del v. ye, il quale sembra essere l’assenso
che una voce corale dà all’annuncio profetico. È poi certo il ca­
so dell’ «Io sono l’Alfa ecc.» del v. 8, il quale è a sua volta se­
guito dall’inaspettato «Io, Giovanni» con cui l’autore dà inizio
alla narrazione della cristofania (1,9). Un altro violento cambio
di soggetto o di azione si trova poi tra 11,2 , che parla del co­
mando dato a Giovanni di misurare il tempio, e 11,3 , dove una
voce alla prima persona singolare presenta i suoi due testimo­
ni. Potrebbero poi essere attribuiti a voci che prendono a par­
lare al di fuori di ogni logica i testi introdotti da wSe (13,10 ; 13,
18; 14,12; 17,9), la beatitudine dettata a Giovanni in 14,13, e il
«Rallegrati su di lei [Babilonia], o cielo» (18,20), che non ha
formula introduttiva e che non può essere prosecuzione del la­
mento dei naviganti di 18,19.
Il problema del caos delle voci si propone dunque a livello di
tutta l’Apocalisse. Bisogna insomma chiedersi perché mai qua
e là Giovanni perda il filo del discorso o lo interrompa delibe­
ratamente, lui che, per esempio nelle grandi sequenze di 1,9-3,
22 e di 4,1-8,1, si dimostra il più grande narratore del N.T., più
grande anche del Luca degli Atti.

2. L'ipotesi di U.B. Miiller,


Apoc. 22,6-20 e 1 Cor. 14
Nel suo commentario, U.B. Muller ha proposto di spiegare 16,
15 e le voci dell’epilogo ambientandoli nella prassi profetica e
carismatica delle primitive comunità.1 Quella prassi è nota a

1 Cf. U.B. Miiller, Offenbamng, 282, per 16,15: «L’improvviso discorso del
Cristo in prima persona va spiegato a partire dalla prassi profetica»; e p.
367 per l’epilogo: «La successione immediata di interventi di diverse per­
sone rispecchia la situazione di assemblee in cui, afferrati dallo Spirito, i
profeti comunicavano le rivelazioni ricevute». Cf. anche R. Trevisano Et-
cheverria, «El discurso profètico de este libro» (Apoc 22,7.10.18-19): Salm
29 (1982) 299, che scrive: «L’autore sembra ripetere per iscritto l’esperien­
za carismatica vissuta nel culto comunitario». - Hadorn, Offenbamng,
215, spiega invece il frequente cambio di soggetto in 22,6 ss. con l’analogo
fenomeno che s’incontra nei profeti dell’A.T. Altri definiscono il dialogo

167
noi solo attraverso la regolamentazione che Paolo ha cercato di
dare ai carismatici di Corinto, ed effettivamente da i Cor. 11 e
/ Cor. 14 può venire qualche conferma all’ipotesi di Miiller.
1 Cor. 11,4-5 documenta anzitutto per le riunioni delle co­
munità domestiche di Corinto un alternarsi di preghiera e di
profezia. 1 Cor. 14 aggiunge a quelle due forme di intervento
orale per esempio anche la rivelazione, la conoscenza, l’inse­
gnamento (vv. 6-ya), il salmeggiare, il parlare in lingue e l’in­
terpretazione di esse (v. 26). In secondo luogo, relativamente
al solo carisma profetico, i profeti corinzi che secondo 1 Cor.
14,29-33 avrebbero voluto prendere la parola erano così nu­
merosi che Paolo pone il limite di due o tre interventi, oltre il
quale la comunità non resterebbe edificata ma frastornata. In
terzo luogo, soprattutto, Paolo fa il caso che un profeta stia
parlando e che durante il suo intervento venga concessa una
rivelazione ad un altro il quale, seduto, lo sta ascoltando (14,
3oa). Paolo sentenzia che il primo deve allora d’improvviso fa­
re silenzio (v. 3ob), perché gli spiriti di profeti (πνεύματα προ­
φητών) devono essere sottomessi ai profeti (v. 32). Ora, il vo­
cabolario di Giovanni di Patmos è molto vicino a quello di
Paolo, dal momento che in 22,6b usa l’espressione πνεύματα
των προφητών e l’espressione πνεύμα τής προφητείας in 19,10.
Ma, soprattutto, quel «Il primo taccia (ò πρώτος σιγάτω)» di
Paolo, se applicato sXYApoc., aiuta a capire perche per esempio
il narratore sia messo a tacere in 16,14 o in 22>6 dalla voce che
proclama: «Ecco, io vengo!».
La prima lettera ai Corinzi contiene almeno altre due picco­
le conferme all’applicazione dell’ipotesi di Miiller a 22,6-20.
Anzitutto, l’invocazione della venuta gloriosa, collocata in po­
sizione così strategica da Giovanni in 22,17 e 22,20, si trova (in
termini aramaici) anche in 1 Cor. i6,22b. In secondo luogo, per
1 Cor. 14,16 tutto quello che può fare il cristiano corinzio non­
carismatico quando partecipa alle riunioni carismatiche è for­
nire il proprio assenso agli interventi profetici che è in grado di
comprendere. E questo lo fa pronunciando il suo «Amen!».

non come carismatico ma come liturgico: U. Vanni, La struttura letteraria


dell’Apocalisse, Brescia 2198ο (Roma 11971) 109-Π5. 299-301; Id., Litur-
gical Dialogue; Kavanagh, Apocalypse 22,6-2 r; Giblin, Revelation, 214; Pri-
gent, Apocalypse, 501.

168
Un «Amen!» come quello che è abbastanza frequente in Apoc.:
a volte in contesti liturgici (5,14; 7,12; 19,4) e a volte in contesti
«carismatico-profetici» come in 1,7 e, appunto, in 22,20.
N on è del tutto fuori luogo, dunque, interpretare l’interfe­
renza delle voci in Apoc. con ciò che 1 Cor. 14 lascia intravede­
re della prassi carismatica corinzia e, viceversa, vedere in 22,6-
20 un esempio concreto di quello che probabilmente dicevano
all’assemblea i due o tre profeti corinzi cui Paolo permetteva
di intervenire, anche interrompendo chi stava parlando.

3. La prassi profetica e i rapporti di Giovanni


con i profeti-fratelli
Soprattutto all’inizio e alla fine del suo libro, Giovanni riveste
dunque il suo scritto con il linguaggio dei carismatici. N ell’uso
di quel linguaggio probabilmente Giovanni vuol dare consi­
stenza ed espressione letteraria al termine «fratelli» con cui in
22,9 (cf. 19,10) definisce i profeti attivi nelle chiese d’Asia. È
un espediente di cui si serve per solidarizzare con essi, per dire
che sa parlare come loro e come le assemblee in cui essi sono
attivi.1 Giovanni mostra di avere la stessa strategia del «solida­
rizzare per farsi ascoltare» anche nel συγκ(κνωνός di 1,9.
Ma, a ben guardare dentro al συγκοινωνός di 1,9 e all’àSsX-
φοί di 22,9, Giovanni lascia trasparire anche la coscienza del­
la propria superiorità. Giovanni sperimenta la tribolazione co­
me i cristiani delle sette chiese (1,9), e tuttavia è lui che ha da
narrare loro la cristofania o la visione del trono celeste e di fat­
to dice loro, a nome del Cristo: «Non temere ciò che stai per
soffrire» (2,10); «Quello che possedete, tenetelo saldo fino al
mio ritorno» (2,26); «Qui (sta) la costanza e la fede dei santi»
(13,10). In altre parole, anche se Giovanni imita il linguaggio a
intermittenza dei fratelli profeti, anzitutto è ben consapevole
di dover trasmettere ad essi le rivelazioni che riceve e di conse­
guenza di essere investito di una responsabilità superiore alla

1 Sulla profezia protocristiana e sui profeti in Apoc. cf. M.E. Boring, ’Απο­
κάλυψή Ίωάννου as προφητεία. A Religionsgeschichtlich and Theological
Perspective, in iyooth Aniversary o f St. John’s Apokalypse. Proceedings of
thè International and Interdisciplinary Symposium (Àthens-Patmos, 17-
26 September 1995), Athens 1999, 527-560.

169
loro. In secondo luogo, nonostante tutte le apparenze contra­
rie, il suo scritto è tutt’altro che frammentario e discontinuo,
né, come si è visto, è discontinuo il testo di 22,6-20, con le sue
tre strofe, con la sua logica di pensiero lucida e ferma, e con una
capacità di convincimento per nulla lasciata all’improwisazio-
ne e all'estemporaneità.
Come già Paolo che si richiamava all’evento di Damasco per
rivendicare il titolo di apostolo, così Giovanni si richiama alle
sue esperienze mistiche, tanto grandi per lui da dirsi pronto a
prosternarsi anche davanti all’angelo-mediatore. Ma le espe­
rienze mistiche erano esposte al sospetto di soggettivismo. E
allora, come Paolo non disdegnava di vantarsi secondo la car­
ne (2 Cor. 11,18 ), così, forse, Giovanni cercava di comprovare
il suo carisma profetico ricorrendo al linguaggio carismatico che
anche a Corinto era ambito come prova di indiscutibile pneuma-
ticità. Ed è per questo che invita pressantemente ognuna delle
sette chiese all’ascolto dello Spirito (2,7 ecc.).
In ogni caso Giovanni è in difficoltà e cerca di gettare ponti
tra lui, le chiese e i loro profeti.1 In qualcuna delle sette chiese
egli aveva un qualche seguito, per esempio a Efeso o Smirne o
Filadelfia, ma nessun passo di Apoc. ci permette di dire che sen­
tiva vicino alle sue posizioni qualche profeta-fratello. La pro­
fetessa Gezabele era andata così oltre che, dopo un primo ten­
tativo di farla rinsavire («Le ho dato tempo per ravvedersi, ma
essa ecc.», 2,21), non restava che una terapia d’urto. Quanto agli
altri profeti, Giovanni nutre speranze maggiori dal momento
che li chiama «fratelli» e rivolge loro le esigenti parole del C ri­
sto di 22,16 circa le chiese. Ma tutto dice che, anche a motivo
della sua intransigenza, Giovanni era un profeta solo.

1 Secondo D. Hill, Prophecy and Prophets in thè Revelation o f St John:


NTS 18 (1971-1972) 413; Beale, Revelation, 82, e soprattutto secondo D.
Aune, The Prophetic Circle o f John of Patmos and thè Exegesis o f Revela­
tion 22,16: JSN T nr. 37 (1989) 103-116, i «profeti-fratelli» erano discepoli
di Giovanni e facevano servizio come inviati e lettori nella distribuzione e
presentazione dell’Apocalisse presso le sette chiese. Il caso di Gezabele tut­
tavia mostra che c’erano profeti nient’affatto agli ordini di Giovanni. Inol­
tre, secondo lo stesso Aune, ibid. 218, e Thomas, Spiritual Gift, 209, la men­
zione dell’insegnamento del «profeta» Balaam in congiunzione con Ì Ni-
colaiti (2,14-15) fa pensare che anche tra di essi ci fossero profeti.

170
Parte terza

Difficoltà
Capitolo 8

Gli angeli delle chiese


(Apoc. 2-3)
i. l ’a p o c a l is s e c o m e«e n g e l b u c h »
E « G L I A N G E LI D E L LE C H IESE»

i. Un libro pieno di angeli


Uno studioso tedesco, ]. Michl, si è occupato a più riprese de­
gli angeli delPApocalisse giovannea. Michl aveva in progetto di
scrivere una trilogia e di dedicare il primo volume agli angeli
che in Apoc. sono in relazione con Dio, il secondo agli angeli
che sono in relazione con gli uomini, e il terzo a quelli che so­
no in relazione con il cosmo. Di fatto Michl ha pubblicato
solo il primo volume (Munchen 1937) così che purtroppo non
e giunto a trattare degli «angeli delle chiese».1 N on ci resta che
trarre dalla prima pagina dell’unico volume pubblicato una
folgorante definizione dell’Apocalisse che dice: «Die Apk ist
ein rechtes Engelbuch». La traduzione della frase tedesca non
è per nulla agevole, ma il suo significato è pressappoco: «L’A po­
calisse è proprio un libro (pieno) di angeli».2 L ’affermazione di
J. Michl è giustificata da qualcosa come 67 ricorrenze del ter­
mine άγγελος e dal confronto di quelle 67 ricorrenze con le so­
le tre menzioni degli angeli del quarto vangelo, con Punica men­
zione nella lunga lettera ai Romani, con Punica menzione nella

1 J. Michl, Die Engelvorstellungen in der Apokalypse des HI. Johannes, 1.


Teil. Die Engel um Gott, Munchen 1937. I titoli degli altri due volumi
previsti erano: «Die Engel im Dienste der Menschen», «Die Engel im
Dienste der Schòpfung». In due dizionari per i quali ha scritto la voce
«angelo», Michl ha fatto capire qual era la sua opinione sugli angeli delle
chiese, ma in una sola riga, e dunque senza prove né documentazione: J.
Michl, Engel, LThK I II , Freiburg i.Br. 1959, 867 («veri angeli, non vesco­
vi»); Id., Engel i-ix, RAC v, Stuttgart 1962, 114 («veri angeli, non vescovi
o altri uomini delle comunità»).
2 Michl, Engelvorstellungen, 1; l’autore poi spiega e giustifica la sua affer­
mazione, aggiungendo che nessuno scritto né dell’A.T. né del N.T. parla
così abbondantemente degli angeli come l’Apocalisse.

173
lettera ai Colossesi - la lettera della polemica contro «il culto
degli angeli»! - e con l’assenza del termine «angelo» nelle let­
tere agli Efesini e ai Filippesi.
Parlano degli «angeli delle chiese» otto delle 67 ricorrenze
di «angelo»: una lo fa cumulativamente in 1,20 e sette lo fanno
distributivamente per l’angelo di ogni singola chiesa in 2,1.8.
12.18 e 3,1.7.14, là dove attraverso di essi il Cristo, apparso a
Giovanni nel giorno del Signore, rivolge alle sette chiese d’Asia
i suoi messaggi. Gli «angeli delle chiese» sono dunque menzio­
nati soltanto in Apoc. 1-3, e va detto che, al confronto con il re­
sto del libro, quei tre capitoli sono di facile lettura. Con l’ecce­
zione, però, degli enigmatici «angeli delle chiese» su cui pur­
troppo neanche J. Michl ha fatto luce.

2. La difficoltà della formula


La questione è stata discussa fin dall’antichità, per esempio da
Origene, Gregorio Nazianzeno, Andrea e Areta di Cesarea tra
i Padri greci, e da Tertulliano, Vittorino, Ticonio, Ottato di Mi-
levi, Ambrogio, Agostino, Primasio, Cassiodoro e Beda tra i
latini. Siccome i tentativi di soluzione degli antichi e i relativi
contro-argomenti sono stati raccolti e classificati da J. Sickcn-
berger (1927) e da A. Skrinjar (1942),1 non serve riprendere l’in­
dagine storica, anche se magari sarebbero possibili piccoli ri­
tocchi e variazioni di accento nelle classificazioni.
Ciò che si ricava dalla storia della ricerca è anzitutto che,
dall’antichità ad oggi, i commentatori hanno battuto sempre le
medesime strade riproponendo all’infinito gli stessi argomenti
a favore e opponendo ad ogni sentenza le stesse difficoltà. In
secondo luogo si ricava che i modelli interpretativi sia antichi
che moderni si lasciano riassumere in tre principali: gli «angeli
delle chiese» sarebbero angeli veri e propri, oppure sarebbero
la controparte celeste delle chiese, o sarebbero infine i vescovi
o i rappresentanti delle chiese. Di qui incominciamo.

1 J. Sickenberger, Die Deutung der Engel der sieben apokalyptischen Ge-


meinden: RòmQ 35 (1927) 137-143; A. Skrinjar, Antiquitas christiana de
angelis septem ecclesiarum (Ape 1-3): VD 22 (1942) 18-24; 51 ‫־‬jé.

174
II. L E IN T E R P R E T A Z IO N I, I LO RO A R G O M EN TI
E C O N T R O -A R G O M E N T I

i . Gli angeli delle chiese come esseri celesti


Secondo una prima sentenza gli angeli delle chiese sono dun­
que angeli veri e propri.1 Gli argomenti a favore di questa ipo­
tesi interpretativa sono: i. se si prescinde dalle otto menzioni
degli «angeli delle chiese» sulle quali si sta discutendo, tutte le
rimanenti 59 ricorrenze di «angelo» parlano sempre di esseri
celesti;2 2. il simbolismo della stella in 1,20 («Le sette stelle so­
no gli angeli delle chiese») è appropriato per un essere celeste
più che per qualsiasi altra realtà, e di fatto per un essere celeste
è usato in 9,1 (da leggere in combinazione con 9 ,11).3
Militano contro questa interpretazione tre difficoltà: 1. sa­
rebbe sorprendente che, per rivolgersi a un angelo, il Cristo si
servisse di Giovanni, di qualcuno cioè che appartiene al mon­
do degli uomini;4 2. non è pensabile che gli angeli siano fal­
libili o che possano essere accusati delle colpe delle chiese loro
affidate, né che il Cristo li censuri, li inviti alla conversione e li
minacci;5 3. i destinatari dei sette messaggi di Apoc. 2-3 non

1 Cf. per esempio Bousset, Offenbarung, 200-201; Wikenhauser, Apocalis­


se, 54 («La cosa migliore sembra ancora il ricorrere alla concezione giudai­
ca, secondo la quale persone, città e popoli si trovano sotto la guida di an­
geli, i quali sono responsabili della loro condotta»); E. Lohse, VApocalisse
di Giovanni (NT 11), Brescia 1974 (Gòttingen 31971) 46 («Si tratta di an­
geli veri e propri»).
1 Tra gli altri cf. A. Fabre, L'ange et le chandelier de l’Église d’Éphèse: RB
7 (1910) 168: «Se sfogliamo il libro di Giovanni troviamo dappertutto an­
geli, veri angeli»; Charles, Revelation 1, 34 e Prigent, Apocalypse, 1 1 1 .
3 Tra gli altri cf. A. Vògtle, τώ άγγέλφ τής... εκκλησίας: ObrhPB 67 (1966)
330; Prigent, Apocalypse, 112. - Gli angeli sono rappresentati come stelle
in 1 Hen. 18,13-16; 21,3-5 (^a leggere in congiunzione con 21,10-ir); 86,
1-3 e 88,1 e 2 Bar. 51,10.
4 Kraft, Offenbarung, 51, trova insuperabile (unuberwindlich) la difficoltà
per cui il Cristo scriverebbe a un angelo attraverso la penna di un uomo; e
Hemer, Letters, 33, scrive: «È difficile pensare che uno scrittore umano sia
richiesto di indirizzare le parole del Cristo a un essere soprannaturale».
5 Cf. Hadorn, Offenbarung, 38 (ci si può aspettare che un angelo si rattri­
sti per i peccati di una comunità ma non che si converta); Sickenberger,
Deutung, 142-43 (gli angeli non sono in grado di peccare e quindi neanche
di fare penitenza); Hemer, Letters, 32 (solo un rappresentante umano può
essere ritenuto responsabile di una chiesa).

175
possono essere pensati in cielo, ma devono necessariamente es­
sere sulla terra.1

2. Gli angeli delle chiese come controparte celeste


delle chiese
Questa seconda ipotesi interpretativa ha una premessa nella
storia comparata delle religioni: la tradizione giudaico-cristia-
na condividerebbe con le tradizioni egizia, persiana, greca e ro­
mana, il convincimento che ogni realtà storica ha una contro­
parte celeste.2 Gerusalemme e il suo tempio per esempio avreb­
bero la loro controparte nella Gerusalemme e nel tempio cele­
ste. Essendo la controparte celeste delle chiese, i loro angeli «fi­
niscono con l’essere ad esse identificabili».3
Le difficoltà sono: i. non accade mai ne nell’Antico né nel
Nuovo Testamento chc una comunità sia identificata con un an-
1 Cf. Hadorn, Offenbarung, 38 (non si possono indirizzare lettere agli
angeli che sono in cielo); A. Satake, Die Gemeindeordnung in der Joban-
nesapokalypse (WMANT 21), Neukirchen-Vluyn 1966, 154; U.B. Miiller,
Offenbarung, 88 (se le lettere fossero davvero indirizzate a esseri angelici,
allora essi dovrebbero trovarsi sulla terra).
2 II «ba» e il «ka» degli egizi sono evocati da Moffatt, Revelation, 348. I
«fravashi» zoroastriani (angeli custodi dei pii, di cui parlano tre testi degli
Avesta) sono evocati da J.H. Moulton, It is bis Angel: JTS 3 (1901) 520-524;
Moffatt, Revelation, 347; Swete, Apocalypse, 22; Lohmeyer, Offenbarung,
18; Beasley-Murray, Revelation, 69. - I δαίμωνες greci sono chiamati in
causa da Moffatt, ibid. 347, e Barclay, Revelation 1,55. —I «genii» romani
sono ricordati da Moulton, ibid. 525 (che cita Orazio, Ep. 2,2,187-189, e la
definizione di Censorino, De die natali, 2-3: Genius est deus, cuius in tute­
la ut quisque natus est uiuii) e poi da Lohmeyer, ibid. 18, e da Gelin, Apo­
calypse, 599. - Quanto ai fravasbi dello zoroastrismo, il parallelismo sem­
bra molto forzato, alméno se si sta alla descrizione anche aneddotica che
ne dà Moulton: l’uomo è composto di corpo, vita, anima e fravasbi·, dun­
que il fravasbi non è un essere distinto da lui, ma di lui è parte integrante,
quella nascosta in Dio (Ahura Mazda); il fravasbi muore se l’uomo che gli
è affidato pecca e in ogni caso muore insieme con lui, e tuttavia l’uno e
l’altro dopo morte diventano un solo essere immortale; il fravasbi non è
mai in relazione con una comunità (ibid. 521-522).
3 La differenza tra questa interpretazione e la precedente sta nel ruolo e
nella dignità dell’angelo. Nella precedente l’angelo è più grande della chie­
sa: presiede ad essa, ne è responsabile e ne è il custode. In questa l’angelo è
il suo doppione e il suo pari. - Per l’ultima affermazione cf. Charles, Rev­
elation 1, 34.

176
gelo; 2. le sette stelle come simbolo delle chiese sarebbero un
doppione accanto ai sette candelieri che nello stesso 1,20 già
simboleggiano le chiese;1 3. l’angelo e la chiesa non sono iden­
tificabili perché il «tu» dell’angelo è talvolta distinto dall’«essi»
di una parte della chiesa.

3. Gli angeli delle chiese come uomini


La terza ipotesi ha almeno tre forme: gli angeli delle chiese so­
no i vescovi delle chiese,2 o più genericamente i loro capi e re­
sponsabili3 o, ancora, i delegati che le chiese hanno inviato a
Patmos per tenere i contatti con Giovanni.4
Gli argomenti a favore di questa interpretazione sono: 1.
l’angelo è incolpato dei peccati della chiesa, cosa che conviene
molto più a un responsabile di una chiesa che ad un angelo;
ma nello stesso momento 2. il «tu» dell’angelo - e quindi del
vescovo - è talvolta distinto dal «voi» o «essi» con cui il Cristo

1 Lo riconoscono gli stessi sostenitori della teoria: cf. per esempio Charles,
Revelation 1, 34: «si spiega un simbolo (le stelle) con un altro simbolo (gli
angeli)».
2 Cf. già gli antichi: Omelie pseudoag.: angeli earum non debent intelligi
nisi aut episcopi... non enim angeli, qui in cacio sunt, indigent paenitentia,
sed bomines, qui sine peccato esse non possunt (Morin, ed., 2 15 ,11- 2 5 );
Cassiodoro: angelo Ephesiorum, hoc est episcopo (PI, 70, 1404C e passim)·,
Walafrido Strabone: Stellae sunt episcopi, qui debent aliis lucere verbo et
exemplo vitae; - «Et angelo». Id est episcopo (PL 114 , 713C . 714A); Bruno
di Segni: Septem stellae, septem episcopi sunt, quorum et iste [quello di
Efeso] unus erat (PL 165, 614B). - Tra i moderni cf. soprattutto Zahn, Of-
fenbarung 1, 209-212; e Hadorn, Offenbarung, 38-39. Cf. poi F. Manns,
L'évèque, ange de l’Église: EphL 104 (1990) 178-180, il quale nel suo arti­
colo intende aggiungere conferme e prove - in verità non molto probanti
- dalla tradizione cristiana (Origene, Basilio, Gregorio Nazianzeno ecc.) e
dal mondo giudaico (Qumran, Iub. ecc.).
3 Cf. già Omelie pseudoag.: angeli earum ibidem non debent intelligi ni­
si... praepositi ecclesiarum (Morin, ed., 2 15 ,11-2 5 ); Primasio: angeli Eccle-
siarum hic intelligendi sunt rectores populi (PL 68, 8030); Beda: Septem
angeli... Id est, rectores Ecclesiarum (PL 93, 137B); Berengaudo: Septem
angelos rectores septem Ecclesiarum debemus intelligere, eo quod angelus
nuntius interpretatur; et qui verbum Dei populis annuntiant, non incon-
venienter angeli, id est nuntii, vocantur (PL 17, 856A-B).
4 Cf. L. Cerfaux - J. Cambier, L'Apocalypse de Saint Jean lue aux Chré-
tiens (LD 17), Paris 1955, 26, e Kraft, Offenbarung, 51.

177
si rivolge o si riferisce ai membri delle chiese; 3. se sono desti­
natari di messaggi scritti in un libro, gli angeli delle chiese de­
vono essere pensati sulla terra; 4. nel giudaismo il termine «an­
gelo» e i suoi equivalenti a volte indicano il rappresentante di
una comunità.1
Gli argomenti che vengono portati contro quest’interpre­
tazione sono: 1. nessun uomo mai in Apoc. è chiamato «stella»
0 «angelo»;2 2. non è per nulla evidente né provato che nelle
chiese asiatiche del tempo esistesse l’episcopato monarchico
come sarà al tempo di Ignazio di Antiochia ( f 1 12 ca.); 3. i mes­
saggi si possono intendere come rivolti a un singolo uomo so­
lo in alcune loro parti, ma non nella loro totalità;3 4. bisogne­
rebbe ammettere per 1,20 un improbabile simbolismo a quat­
tro stadi (stella-angelo-vescovo-chiesa); 5. non si può neanche
pensare a qualche altro responsabile della comunità, e certamen­
te non al lettore perché esso è già in scena in 1,3.
L ’applicazione meno sostenibile dell’ipotesi è che «angelo»
sia da intendere secondo l’etimologia del termine come «mes­
saggero», «inviato», e che gli angeli delle chiese siano rappre­
sentanti che le chiese hanno mandato a Patmos. L ’argomento è
bensì ineccepibile dal punto di vista filologico, ma i sette mes­
saggi di Apoc. 2-3 costituiscono un’unità letteraria indivisibile
e quindi non sono mai esistiti sette testi che separatamente

1 Per Billerbeck in, 791-792, l’espressione «angelo della chiesa» è l’equiva­


lente del mal’ak Adonay di Ag. 1,13 (‘angelo del Signore’ è il profeta) e di
Mal. 2,7 (è il sacerdote), e dello seliah sibbùr o «delegato della comunità».
Sickenberger, Deutung, 136-137, scrive però: «Questa espressione talmu­
dica non era certo corrente tra lettori ellenistici».
2 Fabre, Chandelier, 164 (è esorbitante equiparare per esempio un lettore
a una stella del cielo); Sweet, Revelation, 73 (intendere un vescovo quando
si parla di un angelo è non cogliere il valore dell’espressione); Hemer, l.et-
ters, 32-33 (è contro l’uso linguistico cristiano).
3 Sickenberger, Deutung, 144-145, fa osservare che molti dei «tu» non pos­
sono rivolgersi al vescovo: è impensabile (vòllig undenkbar) che quello di
Efeso non abbia l’amore, che quello di Sardi sia «morto», che quello di Lao-
dicea sia tiepido. Quello di Filadelfia, poi, sarebbe salvato dalla tribolazio­
ne e la sua chiesa sorprendentemente non lo sarebbe. A proposito dello stes­
so angelo di Filadelfia, Satake, Gemeindeordnung, 153, fa notare che, in­
sieme con la comunità di Smirne, quella di Filadelfia è irreprensibile, per
cui non si capisce come mai il Cristo possa fare grandi promesse ai vescovi
e non anche alle loro chiese.

178
qualcuno avrebbe portato ad ognuna della chiese. In secondo
luogo, una lettera non si indirizza a chi la deve portare a desti­
nazione, né è pensabile che un semplice postino possa esser sim­
boleggiato da una stella. Infine, la presenza simultanea a Pat-
mos dei sette delegati richiederebbe l’ipotesi (difficile da soste­
nere) di una convocazione contemporanea e concertata di tutti
loro, da parte di Giovanni.

4. Tutta la questione è res obscurìssima


Nessuna ipotesi interpretativa, come ben si vede, è al riparo da
difficoltà: per ogni argomento a favore sono pronti due o tre
contro-argomenti. È dunque comprensibile che Agostino defi­
nisse la questione degli angeli delle chiese res obscurìssima, che
tra i moderni C. Hemer la definisca «ben nota croce», e che
W. Barclay parli di «uno dei grandi problemi di Apoc.». Altri
poi riconoscono che nessuna soluzione è soddisfacente, e che,
dopo i molti tentativi di molti secoli, il mistero rimane. La sen­
tenza più scoraggiante è comunque quella di Skrinjar che addi­
rittura ipoteca l’avvenire scrivendo: «non si può seriamente
sperare che con qualche nuovo argomento interno la questione
venga presto risolta».1 Solo con quel «presto» (mox) l’autore
lascia una tenue speranza che, in qualche remoto futuro, la res
obscurìssima possa essere chiarita.
Per rivisitare la difficile questione si faranno qui i seguenti
passi: 1. la classificazione degli angeli di Apoc. in categorie e il
confronto di esse con quelle della letteratura apocalittica; 2.
l’opzione per una delle tre ipotesi tradizionali in base alle indi­
cazioni dei testi e delle categorie messe in luce, e 3. la ricerca di
argomenti capaci di ridurre le difficoltà da sempre sollevate
contro quell’ipotesi.

1 Agostino: res illic obscurìssima quaeritur (Doctr. christ. 3,30,42; PL 34,


81). - Hemer, Letters, 32 («Ho poco da dire cerca questa crux»); Barclay,
Revelation 1,53 («uno dei problemi di Apoc.»)‫׳‬,Briitsch, Clarté, 45 («Nes­
suna spiegazione è convincente»); Morris, Revelation, 57 («per ogni opi­
nione ci sono difficoltà»); Briitsch, ibid. 44 («il mistero persiste»); Skrinjar,
Antiquitas christiana, 18: «nec serio sperar! potest fore ut novo argumento
interno quaestio mox solvatur».

179
I II . L E C A T E G O R IE E I R U O L I D E G L I A N G E LI
n e l l ’a p o c a l is s e

1. Gli angeli della liturgia celeste


Una prima categoria angelica di Apoc.,1 quella con cui J. Michl
cominciò la sua trilogia c l’unica che poi di fatto egli ha studia­
to, è quella degli angeli della liturgia celeste.2 A parte testi mi­
nori quali 3,5 e 14,10, presentano questi angeli e la loro inebri­
ante liturgia celeste intere sequenze letterarie come quelle di 5,
8-14, di 7,9-12, e di 8,3-5.
In Apoc. 5,8-10 «molti angeli il cui numero è miriadi di mi­
riadi e migliaia di migliaia» si uniscono alla lode intonata dai
Quattro Viventi e dai Ventiquattro Vegliardi per proclamare la
dignità-capacità dell’Agnello di aprire i sigilli del rotolo e di
manifestarne il contenuto. Gli angeli vi rendono all’Agnello un
omaggio settuplice, fatto di potenza, ricchezza, sapienza, forza,
onore gloria e benedizione. In 7 ,11- 12 gli angeli prolungano
invece una liturgia intonata dalla folla innumerevole dei reden­
ti (w . 9-10). Prostrati a terra in adorazione, gli angeli innalza­
no un omaggio ancora settuplice - questa volta a Dio - , fatto
di benedizione, gloria, sapienza, rendimento di grazia, onore,
potenza e forza. Infine in 8,3-5 un angelo, andandosi a colloca­
re sull’altare del tempio celeste e recando un incensiere d’oro,
dà (ίνα δώσει) alle preghiere dei santi i profumi da lui a sua
volta ricevuti, così che il fumo dei profumi «dati» alle preghie­
re sale gradito a Dio.

2. G li angeli ministri di Dio e del Cristo


In continuità sia con l’A.T. che con il resto del N .T., Apoc. co­
nosce poi angeli ministri di Dio (cf. per esempio 22,6) o, più

1 Di categorie angeliche parla esplicitamente la letteratura intertestamenta-


ria: cf. per esempio l’elencazione di 1 Hen. 6 1,xo; 2 Hen. 20,3 («Tutte le
milizie celesti, radunate per gradi, ecc.») e Apoc. Mos. 38 («ordinò che tut­
ti gli angeli si radunassero davanti a lui ciascuno secondo il suo grado»).
2 Di angeli dediti giorno e notte alla lode di Dio parla sia l’A.T. (cf. per
esempio Is. 6,2-3, Per * Serafini), sia la letteratura intertestamentaria: cf. /
Hen. 69,12-14 (gli angeli «vigilanti» cantano il triplice Sanctus di Is. 6,3);
71,7-9; 2 Hen. 8,8; 19,6; 20,1-4;

180
raramente, del Cristo (22,16; forse 1,1). II servizio degli angeli
si esplica nei campi più disparati.
Anzitutto essi sono mediatori di rivelazione: Pincarico divi­
no è espresso dal verbo «mandare» (à-rocrTÉÀX(!), 1,1 e 22,6; -éjj.-
7rco, 22,16), mentre lo scopo e espresso dal verbo «mostrare»
(Seixvup.i, 22,6) o «testimoniare» ((jLap‫׳‬tupéa>, 22,16; cf. 19,10).
Sono, poi, angeli «interpreti»1 («Dirò a te il mistero della don­
na e della Bestia che ecc.», 17,7; «e mi disse ecc.», 17,15; 21,15).
Ma ancora prima che interpreti, gli stessi angeli sono angeli
«ostensòri», come dice la loro promessa di «mostrare»: «Vieni.
Ti mostrerò il giudizio della prostituta ecc.» (17,1), «Vieni. Ti
mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello ecc.» (21,9), e co­
me dice la pronta esecuzione della promessa: «Mi portò in un
deserto in spirito c vidi una donna ecc.» (17,3), «E mi portò in
spirito su di un monte grande e alto e mi mostrò la città e c c ....
E mi mostrò un fiume di acqua di vita» (21,10; 22,1), «caddi ai
piedi dell’angelo che mi aveva mostrato quelle cose ecc.» (22,
8).2 Gli angeli ministri di Dio sono poi banditori celesti, come
quello che in 5,2 convoca da tutte le zone del cosmo chiunque
mai sia capace di aprire i sigilli del rotolo e di rivelarne il con­

1 Nel libro di Daniele sono angeli interpreti quelli di 8,19; 9,21-22; 10,10-
11. Angeli interpreti sono poi in 1 Hen. l’angelo che spiega a Enoc la vi­
sione dei sei monti (51,6), l’angelo della pace che interpreta la visione di
coloro che sono nascosti (52,3 ss.). Cf. poi 53,3 ss.; 56,1 ss.; 54,4 ss.; 60,4
ss.; 60,24; 61,1-3; iq8,$ ss. In Test. Levi 2,6-5,3 ® angelo interprete l’angelo
che mostra e spiega a Levi i cieli fino al trono di Dio e poi Io riporta sulla
terra; in 2 Bar lo è Ramaele che spiega lungamente a Baruc la visione della
grande nuvola da cui escono acque nere e acque luminose (56,3-72,6), e in
4 F.sd. Uriele che spiega a Esdra la visione della donna piangente nel cam­
po (10,39 ss.), e l’angelo che gli interpreta la visione dell’aquila (12,10 ss.).
Sugli angeli «interpreti» cf. H.-G. Reichelt, Angelus interpres. Texte in der
Johannes-Apokalypse: Strukturen, Aussagen und Hintergriinde (EHS xxni,
Th 507), Franiliurt a.M. 1994.
2 Angeli ostensori si incontrano di frequente nella letteratura intertesta-
mentaria: gli angeli di Dio mostrano a Matusalemme tutto quello che è in
terra e nei cieli in lub. 4,21 c in / Hen. angelo ostensore è più volte Uriele
(72>r; 74,i; 75>3i 79.6 e 80,1), ma cf. poi 40,2.8; 43,3; 46,2; 60,11; 71,3 ss. In
2 Ilen. Vereveil espone in 30 giorni a Enoc i segreti dell’astronomia ed egli
scriverà le cose vedute in 360 libri (23,1-6), e due angeli guidano Enoc dal
primo al settimo ciclo (3,1-21,2), sostituiti poi da Gabriele, uno dei Glo­
riosi, che lo conduce fino al volto di Dio (21,3-5). Infine un angelo mostra
a Levi il Santo Altissimo seduto sul trono in Test. Levi 5,1.

l8 l
tenuto. O come l’angelo gigantesco di 10,1 che, ripetendo per
Giovanni il rito d’investitura profetica di Ezechiele (Apoc. io,
8‫ ־‬io; cf. Ez. 2,8; 3,1-3), fa di Giovanni di Patmos un profeta che
profetizzerà contro popoli, etnie, lingue, e re (10 ,11).
G li angeli sono poi condottieri degli eserciti celesti (Michele
in 12,7-9). O sono esecutori dei piani di Dio: sette angeli, fa­
cendo squillare le loro trombe, scatenano i flagelli con cui Dio
vuole condurre a conversione gli idolatri dei demoni e dei si­
mulacri (8,6-11,19; cf. in particolare 9,20-21), mentre altri sette
angeli cercano di indurre a conversione gli idolatri dell’idola-
tria della Bestia, con i flagelli scatenati dal versamento delle lo­
ro coppe (15,5-16 ,21; cf. in particolare 16,9.11). Sono, infine,
annunciatori del giudizio di Dio, e lo sono o con la parola (14,
6.8.9; 1 ^O o con azioni simboliche come quella della mietitu­
ra (14 ,15-16 ), della vendemmia (14,17-19 ) o del macigno spro­
fondato nel mare (18,21). Il giudizio che annunciano verrà (14,
6.8.9; 14 ,15.17-19 ) o, come quello di Babilonia, è già venuto (18,
1.21).

3. Gli angeli che sovrintendono


agli elementi cosmici
In continuità soprattutto con l’angelologia della letteratura apo­
calittica, Apoc. conosce poi gli angeli degli elementi cosmici.1
In 7,1-4 un angelo che sale dall'Oriente intima ai quattro
angeli dei quattro venti, insediati ai quattro angoli della terra,
di continuare a trattenere i venti finché i servi di Dio non sia­
no segnati sulla fronte con il, sigillo del Dio vivente. Poi - non
1 Angeli degli elementi sono in Itib. 2,2 gli angeli dello spirito del fuoco e
quelli di un’altra quindicina di elementi (vento, nuvole, grandine, neve
ecc.). In 1 Hen. cf. l’angelo dei tuoni (20,2), l’angelo delle luci (20,4), degli
spiriti del mare, della neve, della grandine, della brina, della nebbia, della
rugiada, e della pioggia (60,15-21), e cf. poi 66,1-2; 69,22; 75,1. 3; 80,1; 82,
10-20. In 2 Hen. cf. gli angeli che regolano il buon ordine del mondo, il
corso delle stelle, del sole e della luna e mettono armonia in tutta la vita
celeste, e gli angeli che sono costituiti sopra le stagioni, gli anni, i fiumi, i
mari, i frutti e l’erba (19,2-3). In 2 Bar. 6,4 ss. cf. i quattro angeli con il fuo­
co che, prima trattenuti da un altro angelo, distruggono poi Gerusalemme
anticipando la distruzione dei caldei. - Sugli angeli degli elementi, cf. A.
Yarbro Collins, The History-of-Religions Approach to Apocalypticism and
thè «Angel o f thè Waters» (Rev 16,4-7): CBQ 39 (1977) 375.

182
è detto ma lo si deve sottintendere - essi lasceranno che i venti
possano scatenarsi e infuriare contro terra, mare e alberi, o piut­
tosto contro i non-servi di Dio, come il testo chiede che si in­
terpreti. In 16,5-6, dopo che i flagelli della seconda e terza cop­
pa hanno fatto sì che le acque del mare (16,3) e, rispettivamen­
te, le acque dolci (16,4), diventino sangue «come quello di un
morto» (v. 3b), alza la sua voce l’«angelo delle acque» (τοΰ αγ­
γέλου των ύδάτων) e proclama la giustezza delPintervento di
Dio, il quale ripaga col sangue i «versatori» di sangue (w . 5-6).
Agli angeli dei venti e a quello delle acque si può aggiunge­
re !,angelo-stella che ha la chiave delPabisso e che è chiamato
«angelo dell’abisso» (τον άγγελον τής αβύσσου, 9 ,1.11). Ma so­
prattutto va aggiunto l’angelo «del fuoco»: «Un altro angelo,
che ha potere sul fuoco, venne dall’altare e gridò a gran voce
ecc.» (14,18). Anche se di quest’angelo purtroppo non si dice
che uso faccia del fuoco su cui ha potere - forse si tratta del fuo­
co dell’altare -, per noi e molto importante che Giovanni qui
espliciti in una formula («che ha potere su [εχων έξουσίαν έπί]»)
quello che altrimenti dice solo con un genitivo (των ύδάτων,
τής αβύσσου) ο con una perifrasi descrittiva («trattenevano i
quattro venti perche non soffiasse vento sulla terra, né sul ma­
re ecc.», 7,1).
Gli angeli «degli» elementi cosmici, sono dunque angeli che
hanno potere «sugli» elementi, e dunque ad essi presiedono e
ad essi sovrintendono.

4. Gli angeli «delle porte»


nella Gerusalemme escatologica
In 21, 12 Giovanni vede dodici angeli sulle porte della santa
Gerusalemme discesa dal cielo. Le porte in questione sono do­
dici e gli angeli che sono su di esse sono in evidente relazione
con le dodici tribù d’Israele1 perché sulle porte su cui essi si er­
gono sono scritti i nomi delle dodici tribù.

1 Angeli di gruppi umani, in particolare d’Israele, sono menzionati in Es.


14,19 (l’angelo che precede l’accampamento d’Israele) e 23,20 (l’angelo
che introdurrà Israele nella terra), in Dt. 32,8 LX X («divise i popoli, ...
pose i confini delle nazioni secondo il numero degli angeli»), in Dn. 10,13.
21 (Michele, principe d’Israele) e 12,1 (Michele vigila su Israele), in 2 Hen.

183
Quelle stesse tribù sono ricordate per nome una dopo l’al­
tra in 7,5-8, in un contesto dove per ognuna, a loro protezione,
vengono segnati con il sigillo del Dio vivente 12000 contribu­
ii. Per l’Israele di Apoc. 7 che è ancora nel turbine della storia,
però, non si fa parola dei dodici angeli. Comparendo solo in
collegamento con l’Israele escatologico, essi devono essere in­
tesi probabilmente come una sorta di «guardiani delle porte»
che ammettono alla città escatologica solo i veri contribuii,
mentre lasciano fuori invece gli indegni (cf. il tema dell’esclu-
sione dalla città in 21,8.27; 22,15.19). Se così fosse, questi ange­
li potrebbero essere comparati ai cherubini di Gen. 3,24: quelli
avevano la funzione di sbarrare il passo all’albero di vita, que­
sti avrebbero la funzione positiva di ammettere ad esso.

IV. L A N ATU RA D E G L I A N G E LI D E L L E C H IESE

i . Gli angeli delle chiese


come angeli delle dodici tribù
Tra le categorie angeliche di Apoc. e vicina a quella degli angeli
delle chiese anzitutto la categoria degli angeli delle tribù di
Israele/ Gli uni e gli altri sono anzitutto in relazione con un
gruppo umano-religioso: le tribù d’Israele e rispettivamente le
chiese d’ Asia. In secondo luogo, sia per le chiese che per le tri­
bù è caratteristico il fatto che gli angeli siano numerati: sono
sette e rispettivamente dodici. In terzo luogo, il sette e il do­
dici, i numeri per eccellenza, dicono che le tribù e le chiese,
pur nella varietà c molteplicità, sono ben articolate e armonio­
se. In quarto luogo, ad ogni chiesa Giovanni attribuisce un an­
gelo, come ad ogni tribù d’Israele.
Avendo caratteristiche e funzioni così simili, è da presume­
re che gli angeli delle tribù e gli angeli delle chiese abbiano an­
che la stessa natura. Ora, non e pensabile che gli angeli delle
tribù siano uomini, perché i dodici angeli delle tribù potrebbe­
ro essere dodici uomini solo se fossero i dodici patriarchi. Ma

19,5 (angeli di tutti i popoli), in Test. Dan 6,5-6 (l’angelo della pace rende
forte Israele contro il male), in 4Q434 12 (citazione del Sai. 34,8), e iQM
xvn,6-7 (Michele difende Israele).
1 Equipara gli angeli delle porte e quelli delle chiese per esempio O. Bò-
cher, Engel (Neues Testament), TRE ix, Berlin - New York 1982,597.

184
ciò non è probabile perché sulle porte della città escatologica i
dodici patriarchi sono già rappresentati dall’iscrizione del loro
nome. Tra l’ altro in 7,5-8, dove sono menzionati per nome uno
dopo l’altro, i dodici patriarchi sono capostipiti umani ed epo­
nimi delle dodici tribù, non angeli.
La conclusione cui ci si può orientare a partire dal collega­
mento dei sette angeli delle chiese con i dodici angeli delle tri­
bù d’Israele è dunque che gli angeli delle chiese non sono uo­
mini ma sono esseri celesti.

2. Gli angeli delle chiese


e gli angeli «degli elementi cosmici»
Una seconda analogia con gli angeli delle chiese è quella degli
angeli degli elementi cosmici: come l’angelo delle acque pre­
siede alle acque e cioè a un settore del cosmo, così gli angeli
delle chiese presiedono alle chiese e hanno potere su di esse.1
Quanto all’ultima sorgente della relazione che lega l’angelo
a un elemento cosmico o a una chiesa o tribù, in 7,2 si dice per
esempio che agli angeli dei venti «fu dato (sSó$Y)) di infierire
su terra e mare», dove il passivo del verbo nasconde il nome di
Dio, come fanno molti passivi del N .T. Per gli angeli dei venti
è detta esplicitamente anche la finalità del loro incarico: devo­
no bensì dapprima trattenere i venti per permettere l’impres­
sione del sigillo sulla fronte dei servi di Dio, ma poi dovranno
scatenare i venti su terra e mare per investire i non-servi con i
flagelli dell’ira e così indurli a conversione. Il caso dell’angelo
delle acque è ancora più istruttivo: di fronte allo spettacolo
delle acque divenute sangue ci si aspetterebbe che egli si op­
ponga c che difenda il settore del cosmo a lui affidato, e invece
proclama la giustezza dell’azione divina: «Sei giusto tu... che
così hai giudicato... Ne sono ben degni!» (16,5-6). Se l’angelo
delle acque approva il cambiamento in sangue «come di cada­
vere» l’elemento a lui affidato, significa evidentemente che il
suo compito non consiste nel difendere le acque comunque, ma
nel fare sì che esse siano al servizio dei piani di Dio. Nel caso
di 16,6 è giusto dunque che le acque subiscano violenza se è in
x Vedono un parallelismo tra gli angeli degli elementi e quelli delle nazioni
e delle chiese ad es. Fabx‫־‬e, Chandelier, 168 e Vògtle, tc> àyysXw, 328-329.

185
quel modo che esse possono diventare strumento della giusti­
zia di Dio contro i persecutori, a favore dei credenti.1 Il fine
dunque che Dio si propone affidando agli angeli la sovrinten­
denza sugli elementi o sugli uomini è che essi conducano i suoi
piani a compimento.
L ’analogia tra angeli degli elementi e angeli delle chiese non
è ovviamente identità: i primi sovrintendono a strumenti ina­
nimati dell'ira divina, gli altri ai servi di Dio e alla libera condot­
ta delle chiese. Ma le innegabili differenze non impediscono
un’importante illazione che si aggiunge a quella ricavata dal­
l’analogia con gli angeli «delle porte». Sembra di poter dire che
tanto gli angeli degli elementi quanto gli angeli delle chiese si
trovano in una posizione intermedia tra Dio (o il Cristo) che li
ha costituiti in autorità e gli ambiti di cui sono responsabili.
Se questo è vero, allora gli uni e gli altri si inseriscono in una
catena discendente e subordinante di poteri, e possono dunque
essere pensati come i funzionari delle corti antiche o come i cu-
ratores romani che presiedevano al funzionamento degli acque­
dotti o delle strade, all’approvvigionamento di grano o di altre
derrate ecc. La ragionevole conclusione che si può trarre è che
lo schema piramidale in cui gli angeli delle chiese si integrano,
difficilmente può essere quello platonico o iranico secondo cui
ogni realtà o soggetto terrestre avrebbe una controparte o re­
plica celeste. In altre parole, se sono costituiti sopra le chiese
come sovrintendenti e responsabili, gli angeli delle chiese non
possono essere semplicemente la loro «replica celeste».

i In Apoc. di Mosè (i sec. a.C. ‫ ־‬i sec. d.C.) s’incontra un parallelo che
dagli angeli degli elementi ci riconduce agli angeli degli uomini. Il paralle­
lo è interessante perché anch’esso, come 16,5-6, parla dell’obbedienza
degli angeli a Dio in re odiosa, e perché mette loro in bocca un’approva­
zione dei piani di Dio analoga a quella dell’angelo delle acque. Protago­
nisti dell’episodio sono gli angeli che devono cacciare Adamo e Èva dal
paradiso, dopo il peccato. Quando Adamo li prega dicendo: «Lasciatemi
supplicare Dio di avere misericordia e pietà di me ecc.», essi si arrestano e
si trattengono, ma poiché Dio ribadisce la sua sentenza di condanna, si
prostrano a terra in adorazione ed esclamano: «Tu sei giusto, o Signore, e
giudichi rettamente» (Apoc. Mos. 27).
3· Schema dualistico
e sostituzione di cielo e terra nell'escatologia

I commentatori per i quali gli angeli delle chiese sarebbero la


controparte celeste delle comunità asiatiche traggono paralleli
dallo zoroastrismo ecc., ma non dalla stessa apocalisse giovan­
nea. Lo fa soltanto F. Manns al momento di illustrare un’in­
terpretazione che poi non segue. In mancanza d’altro, a dover
essere passati in rassegna sono dunque gli esempi portati da
Manns, il quale scrive: «È così che alla Gerusalemme terrestre
c al Tempio terrestre corrispondono la Gerusalemme e il Tem ­
pio celeste».1 Anzitutto è però da escludere che la Gerusalem­
me nuova sia la controparte celeste della Gerusalemme terre­
stre, alla quale si allude indirettamente per esempio in 11,1-2 :
in nessun testo infatti le due Gerusalemme sono presentate co­
me contemporanee. L ’una è nella storia, l’altra nell’escatologia.
Quando le cose di prima, cui appartiene anche la Gerusalem­
me terrestre, saranno passate (21,1.4.5), allora subentreranno
un cielo nuovo e una terra nuova e, con essi, la nuova Gerusa­
lemme.
L ’unico parallelo dualistico che si possa eventualmente pren­
dere in considerazione è quello del tempio. In effetti, a prima
vista sembra che il tempio gerosolimitano abbia il suo duplica­
to nel tempio celeste dal momento che da una parte il tempio
celeste in 15,5 ospita «l’arca dell’alleanza», arca che quel tem­
pio, aprendosi, ha lasciato intravedere in 11,19 . Ma «arca del­
l’alleanza» qui è simbolo e perifrasi di «trono di Dio», più che
controparte celeste di ciò che tra l’altro in epoca neotestamen­
taria nel tempio gerosolimitano non c’era più da sei secoli. Va
detto poi soprattutto che circa il tempio Apoc. è in aperta con­
traddizione con se stessa, perché secondo 3,12 nell’escatologia
ci sarà il tempio, ma secondo 21,22 la Gerusalemme escatolo­
gica invece non ne avrà: «e non vidi alcun tempio in essa». E
ancora: il tempio escatologico di 3,12 avrà tante colonne quan­
ti saranno i vincitori («Il vincitore sarà posto come una colon­
na nel tempio del mio Dio»), ma quelle colonne non si riesco­
no a concordare né con quanto è detto in 21,22 («il Signore
Dio, l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio»), né con il
1 Manns, Évèque, 177.

187
tempio gerosolimitano, dove le colonne erano soltanto due, ed
erano all’ingresso del tempio e non al suo interno. L ’Apocalis­
se ricorre dunque al simbolismo di Gerusalemme e del suo tem­
pio con tale libertà e con tale incoerenza che esso non può fare
da base alla teoria dualistica. È strumento linguistico e simbo­
lico, non affermazione dell’esistente, o sua descrizione.

V. G L I A N G E L I D E L LE C H IESE N E LL A STRA T EG IA
R E T O R IC A D I GIO VANN I

Dopo il tentativo di mostrare che gli angeli delle chiese non


sono uomini ne controparte celeste delle chiese, resta da fare il
terzo passo. Bisogna cioè in qualche modo attenuare le diffi­
coltà da sempre sollevate contro l’interpretazione degli angeli
delle chiese come esseri celesti. Se sono rimaste irrisolte, è da
pensare che siano difficoltà non-risolvibili con gli strumenti tra­
dizionali e quello che si può fare è di guardarle da altra pro­
spettiva. Un tipo di argomentazione cui nel passato si era me­
no sensibili può allora venire dalle scienze della comunicazio­
ne che mettono in luce, al di là delle parole, la strategia retori­
ca di un autore e di uno scritto.

i. La pari dignità degli angeli diApoc. 19,10


e 22,8-9 con Giovanni
La prima difficoltà era quella per cui scriba di una lettera desti­
nata a un angelo non dovrebbe essere un uomo, c il riscontro
incrociato che permette di spiegare come mai il Cristo si ri­
volga a esseri celesti attraverso il ministero di un uomo è quel­
lo con i testi che concludono le due grandi «ostensioni», quelli
cioè in cui un primo angelo mostra a Giovanni il giudizio su
Babilonia e un secondo mostra a lui la Gerusalemme nuova (17,
1-19 ,10 e 21,9-22,9). Dopo le due rispettive ostensioni, spinto
dalla gratitudine, Giovanni si getta a terra per adorare l’angelo
ostensore (19,10 e 22,8). Ed è a questo punto che ognuno dei
due angeli respinge il tentativo di Giovanni, invita Giovanni
ad adorare Dio, e motiva il suo rifiuto con parole che sono per
noi illuminanti. II primo angelo dice: «Guardati bene dal farlo
[dall’adorarmi]. Io sono conservo (ct'j v SouX ck;) tuo e dei tuoi fra-

188
teli! che custodiscono la testimonianza di Gesù ecc.» (i^ io b ).
Con piccole, anche se importanti variazioni, il secondo dice
invece: «Guardati bene dal farlo. Io sono conservo (cróvSouXoc;)
tuo c dei tuoi fratelli, i profeti, e di coloro che custodiscono le
parole di questo libro» (22,9).
Le due risposte hanno molto da dire circa !,angelologia di
Apoc. Anziché collocarsi ad un livello superiore comc esigereb­
be la loro natura di esseri celesti, tutti e due gli angeli osten­
sori, con un significativo crescendo, dichiarano infatti di essere
conservi di uomini: anzitutto di Giovanni (ic>,iób; 22,^a), poi
dei profeti (22,<?b) e poi perfino di coloro che custodiscono le
parole del libro di Giovanni (19,100; cf. 22,90), e cioè dei mem­
bri delle chiese d’Asia con i quali condividono l’impegno ad
accettare la divina volontà espressa nelle visioni di Giovanni e
nel libro che le contiene.
Quando J. Bonsirven invita a non dimenticare che l’angelo­
logia di Apoc. è probabilmente più complessa della nostra,1 ha
davvero tutte le ragioni se con nostra sorpresa il medesimo an­
gelo è ad un tempo: 1. superiore a Giovanni mentre gli mostra
il giudizio o la palingenesi, 2. pari a lui perché suo conservo
nella profezia, e 3. inferiore a lui in quanto è soggetto alle pa­
role del libro che egli scrive alle chiese. Se questo è vero, se
dunque gli angeli ostensòri di 17 ,1-19 ,10 e di 21,9-22,9 sono ad­
dirittura alla pari con i cristiani delle chiese d’Asia - e questo è
esplicito, e quindi inoppugnabile - , allora non ha senso solle­
vare l’obiezione delFinferiorità nella quale verrebbero a trovar­
si gli angeli delle chiese nei confronti di Giovanni quale scriba
del Cristo per loro. N on costituisce dunque alcun «peccato an­
gelologico» interpretare gli angeli delle chiese come esseri cele­
sti anche se il Cristo si rivolge loro mediante Giovanni.

2. La fallibilità e colpevolezza degli angeli


in Apoc. 2,16
Contro l’interpretazione degli angeli delle chiese come angeli
veri e propri si solleva poi l’argomento della fallibilità e colpe­
volezza che bisognerebbe attribuire ad esseri celesti. Una pri­
ma risposta viene già da quanto è stato appena detto sull’equi-
1 Bonsirven, Apocalypse, 99.

189
parazione (anche sul piano etico) degli angeli ostensòri e me­
diatori di rivelazione, con le chiese asiatiche. Ma si può dire di
più.
Secondo un testo del libro dei Giubilei (n sec. a.C.), nelle
tavole del cielo è scritto che chi tace una colpa da lui veduta è
maledetto come lo è il colpevole, ed è per questo che gli angeli
della Presenza vanno prontamente a informare Dio di tutti i
peccati che sono nel cielo e nella terra, nella luce e nella tene­
bra, e ovunque.1 In base a tale principio e anzi, a maggior ra­
gione dal momento che sono responsabili delle chiese, gli an­
geli delle chiese sono corresponsabili dei peccati di esse. Ori-
gene lo diceva con Pimmagine del pedagogo. Sorpreso non del
peccato degli angeli, del quale parlava molta letteratura soprat­
tutto apocrifa, ma del fatto che gli angeli possano essere censu­
rati per le nostre colpe, Origene cerca una risposta appunto
nel costume antico secondo cui un padre chiedeva conto del
comportamento riprovevole del proprio figlio non al figlio, ma
al pedagogo cui l’aveva affidato: continuo culpa ad paedago-
gum referatur [sic per refertur2.[‫׳‬
Ma altro ancora si può dire in base a 2,16 dove il rimprove­
ro del Cristo all’angelo della chiesa di Pergamo aiuta a capire
tutti gli inviti alla conversione e tutte le minacce di Apoc. 2-3.
In 2,16 il Cristo dice all’angelo di Pergamo: «Convertiti dun­
que, altrimenti verrò presto da te e combatterò contro di loro
[i Nicolaiti] con la spada della mia bocca». Quello che in que­
ste parole è illuminante è il trapasso grammaticale dal «tu» del­
l’angelo («Tu devi convertirti... Se no, verrò da te (aoi)»), alla
terza persona di chi sarà percosso con la spada del Cristo («Se
no, ... combatterò contro di loro ([j.£‫’ ־‬aù'ir»>v), ecc.»). L ’angelo
della chiesa di Pergamo è dunque colpevole e deve convertirsi:
ma deve convertirsi - per così dire - non in se stesso, bensì nei
Nicolaiti. Anche questo è inoppugnabile, perché basato sulla
grammatica. E se per analogia si rileggono da questa prospetti­
va tutti gli inviti alla conversione e tutte le minacce presenti nei

! lub. 4,5-6.
1 Origene, Hom. 20,3 in Num. (versione di Rufino in PG 12 , 7 33 c). Gf.
anche Andrea di Cesarea secondo cui il pedagogo suole riferire a se stesso
ciò che il suo discepolo fa, sia di positivo che di negativo (PG 106, 232B-C).
Tra i moderni cf. per esempio Bonsirven, Apocalypse, 99.

190
sette messaggi, allora per esempio l’angelo della chiesa di Tiati-
ra deve convertirsi in Gezabele e nei suoi adepti e, secondo la
minaccia di 3,16, l’angelo della chiesa di Laodicea sarà vomita­
to dalla bocca del Cristo nella persona dei Laodicesi che non
sono né caldi né freddi ma insopportabilmente tiepidi.

3. Tanti elogi e nessun rimprovero


in seconda persona plurale
Il trapasso grammaticale di 2,16 dalla seconda persona singola­
re alla terza plurale è così illuminante e istruttivo che spinge a
fare confronti e a cercare analogie.
N on può allora essere fortuito il fatto che, quando il Cristo
parla alla seconda persona plurale, tutte le volte egli fa apprez­
zamenti positivi. Così accade nella profezia elogiativa indiriz­
zata all’angelo della chiesa di Smirne, e poi nella rievocazione
elogiativa indirizzata all’angelo della chiesa di Pergamo, e nel­
l’apprezzamento elogiativo indirizzato all’angelo della chiesa
di Tiatira: «Ecco, il diavolo sta per gettare qualcuno di voi (èl·,
ù !j.£ > v ) in carcere, affinché voi siate sottoposti a prova ( ■ jre ip a -
<j-9y)T£), e avrete (scsts), una tribolazione ecc.» (a Smirne, 2,10);
«nei giorni in cui Antipa, il testimone mio quello fedele, che
fra voi ( 7r a p ’ ’j [jù v ) fu ucciso ecc.» (a Pergamo, 2,13); «Dico a
voi (6(jiv), i rimanenti di Tiatira, che non professano questa [=
di Gezabele] dottrina» (a Tiatira, 2,24). Quando invece (anche
in questi stessi contesti della seconda persona plurale) il Cristo
parla alla seconda persona singolare (o, in dipendenza da essa,
alle terze persone come in 2,2 o in 2,21-23), allora egli disap­
prova, minaccia, e invita alla conversione. Così accade nella for­
mula: «ma ho contro di te che ecc. Convcrtiti dunque ecc.» (a
Efeso, Pergamo e Tiatira, 2,4.14.20), e così accade nelle parole
del Cristo alla seconda persona singolare (cf. 2,5.16; 3,2-3.15-
18, rispettivamente a Efeso, a Pergamo, a Sardi, a Laodicea).
Nella formulazione dei messaggi alle sette chiese d’Asia c’è
insomma una incongruenza cui va dato rilievo e significato. Il
Cristo che si rivolge all’angelo alla seconda persona singolare,
alcune volte sembra distrarsi e, invece che all’angelo, si rivolge
al «voi» dei membri delle chiese. L ’incongruenza è che soltan­
to l’angelo viene rimproverato (o chi è chiamato in causa alle

191
terze persone), e il «voi» delle chiese viene sempre soltanto
elogiato. La conclusione che sembra imporsi è che in Apoc. 2-3
gli angeli delle chiese, cui sono attribuite le colpe delle chiese e
a cui sono rivolti sia inviti a convertirsi sia dure minacce, sono
bensì rappresentati come angeli veri e propri, ma sono angeli
«fittizi». E se così è, allora bisogna chiedersi il perché della fin­
zione. In definitiva, si tratta di dare risposta alla domanda sol­
levata e lasciata aperta da W. Bousset il quale si chiedeva a che
cosa servano mai gli angeli delle chiese in Apoc. 2-3 dal momen­
to che i sette messaggi di fatto poi si rivolgono direttamente al­
le chiese.'

4. Angeli fittizi e strategia retorica di Giovanni


Probabilmente quella finzione è funzionale alla strategia reto­
rica di Giovanni, la quale, intravista per esempio da J. Moffatt
(1910) e da U.B. Miiller (1984), è fatta di grande abilità e insie­
me di grande delicatezza. Secondo Moffatt l’apocalisse gio­
vannea presuppone che la lettura liturgica e la preghiera comu­
nitaria fossero regolate da una precisa disciplina, e presuppone
quindi che nelle comunità ci fossero dei capi (officiali). Ebbe­
ne, poiché quei capi Giovanni sistematicamente li ignora, M of­
fatt ne conclude che egli scrive rivendicando totale autonomia
e libertà al suo ministero profetico in mezzo alle chiese. Sul­
la stessa linea Miiller scrive: «Probabilmente Giovanni voleva
evitare di sottoporre a critica coloro che di fatto rappresentava­
no e guidavano le comunità asiatiche... Giovanni voleva igno­
rarli».2 A dire il vero «ignorare», usato sia da Moffatt che da
Mùller, non é il verbo che esprime appieno l’iniziativa di G io­
vanni. Quando per esempio il Cristo rimprovera l’angelo di
Tiatira di «lasciare Gezabele [a briglia sciolta]» (2,20), il rim­
provero è rivolto a qualcuno che in qualche modo ha potere
sulla profetessa: dunque Giovanni non ignora del tutto i capi
delle chiese ma, senza nominarli, in realtà indirizza loro i rim­
proveri e le minacce che formalmente mette invece a carico
degli angeli fittizi.

1 Bousset, Offenbamng, zio.


2 Moffatt, Revelation, 348; U.B. Miiller, Offenbamng, 88-89.

192
Con la finzione dell’angelo, Giovanni è dunque in grado di
parlare fortiter et suaviter tanto alle chiese quanto ai loro capi.
L ’elogio è fatto direttamente e il rimprovero, pur essendo fat­
to in via indiretta, tuttavia non è taciuto. Ed è, così, un rimpro­
vero che non ferisce e non umilia, ma è invece accettato e senti­
to quasi come onorifico. E questo non è poco, soprattutto per­
ché è Giovanni a riuscire in una così difficile impresa, lui che al­
trove si dimostra violento e aggressivo fino all’intemperanza.
In secondo luogo, mettendo in scena un angelo peccatore, G io­
vanni non dice soltanto: «Sei peccatore», ma molto di più e in
modo molto più inatteso dice: «Sei angelo».
Con l’angelo fittizio che mette in scena, Giovanni è dunque
in grado di parlare alle chiese anche sul piano delle convinzio­
ni e dell’autocoscienza: è in grado di dire alle chiese che, nono­
stante le loro infedeltà, agli occhi del Cristo esse sono preziose
e «angeliche». Così, mentre l’antico adagio vede come cosa buo­
na che i costumi si correggano ridendo (ridendo castigat mo-
res), Giovanni li corregge invece «nobilitando», e cioè renden­
do consapevole l’interlocutore della propria grande vocazione
e dignità.
Capitolo 9

,
Il Drago la Donna e il Messia
(Apoc. 12)
Un grande commentatore di Apoc., E. Lohmeyer, scrive: «Non
ci sono capitoli del N .T. che negli ultimi tre secoli siano stati
studiati come Apoc. 12». Che quel testo sia studiatissimo è con­
fermato dai resoconti di storia ddl'esegesi: B .J. Le Frois passa
in rassegna circa duecento autori tra antichi e moderni, A. Tra­
bucco una novantina di autori cattolici che hanno scritto tra il
1563 e il 1850, P. Prigent circa duecento autori da Ippolito fi­
no al 1955 e P. Farkas quasi settanta autori che hanno scritto
tra il 1935 e il 1990.1 Apoc. 12 è avvolto in questo polverone
esegetico non tanto a motivo delle difficoltà di cui è comun­
que tutt’altro che esente,2 ma per il possibile rimando mariano
della Donna vestita di sole, e quindi per la sua rilevanza dog­
matica più che per quella esegetica. Si può aggiungere che, con
qualche esagerazione il capitolo è spesso ritenuto centrale in
Apoc. e decisivo per la sua comprensione.3

1 E. Lohmeyer, Das zwolfte Kapitel der Offenbarung Johannis: ThBl 3 5


(1925) 285; Le Frois, Woman; A. Trabucco, La «Donna ravvolta di sole»
(Apoc 12). L ’interpretazione ecclesiologica degli esegeti cattolici dal 1563
alla prima meta del secolo X IX : Mar 19(195 7) 1-58 e Id., La «Donna rav­
volta di sole» (Apoc 12). Maria e la Chiesa secondo gli esegeti cattolici dal
1^63 alla prima metà del secolo X IX , ibid. 289-334; P. Prigent, Apocalypse
12. Histoire de l ’exégèse (BGBE 2), Tubingen 1959; P. Farkas, La «Don­
na» di Apocalisse 12. Storia, bilancio, nuove prospettive (diss. Gregoriana,
Serie Teologica 25), Roma 1997; Id., Il simbolo della «Donna» di Ap 12 e
la sua interpretazione, in A. Strus - R. Blatnicky (ed.), Dummodo Christus
predicetur. Fs J. Heriban, Roma 1998, 229-246 (quest’autore dà conto in
qualche misura anche delle interpretazioni dell’Oriente slavo, dei commen­
tari greci di epoca post-bizantina e di quelli della chiesa etiopica).
2 A titolo di esempio cf. C. Clemen, Dunkle Stellen in der Offenbarung Jo ­
hannis religionsgeschicbtlich erkldrt, Bonn 1937,40-45, che mette Apoc. 12
tra le «dunkle Stellen»; Feuillet, Etat de la question, 94 («Apoc. 12 ha fatto
scorrere fiumi d’inchiostro»); J. Ernst, Die himmlische Frau im 12. Kapitel
der Apokalypse: ThGl 58 (1968) 40 («La pericope è irta di problemi»).
3 Cf. per esempio: Allo, Apocalypse, 155 («punto culminante», «capitolo

195
Dopo avere messo in luce l'articolazione di Apoc. 12 e avere
riconsiderato gli attributi che caratterizzano i tre protagonisti
principali, qui sotto si cerca di ricollocare l’episodio nella tra­
ma narrativa di Apoc. per sottrarlo al sovraccarico dogmatico e
alle conseguenti sopravvalutazioni anche letterarie e poi, sulla
falsariga di una formula medievale, si affronta il problema del­
l’identità mariana o ecclesiale della Donna.

1. l ’a r t i c o l a z i o n e d e l t e s t o
E i l su o b a r ic e n t r o

1. L'articolazione del testo


Il testo di Apoc. 12 viene diviso solitamente e giustamente in tre
scene in base agli antagonisti con cui il Drago si trova a com­
battere.1 N ei w . 1-6 e poi di nuovo nei w . 13-18 esso si con­
trappone infatti alla Donna, mentre negli intermedi w . 7-12
combatte contro Michele e i suoi angeli.
Nei tre spezzoni della vicenda alcuni versetti però hanno un
ruolo particolare che è bene mettere in luce in vista di una mi­
gliore intelligenza del testo. Hildegard Gollinger per esempio
titola i w . 1-2 con l’espressione «attributi della Donna» e i w .
3-4 con «attributi del Drago».2 Di fatto quei quattro versetti
non danno ancora inizio alla narrazione vera e propria, ma si
limitano a presentare due dei protagonisti. Nella seconda sce-

ccntrale»); Lawrence, Apocalisse, 69 («Questo brano è veramente il centro


dell’Apocalisse»); Prigent, Apocalypse 12, 1 («centro e chiave dell’intero
libro»); Bartina, Apocalipsis, 149 («una delle chiavi interpretative»); A.
Yarbro Collins, The Combat Myth in thè Book o f Revelation (HDR 9),
Missoula 1976, 231 («posizione-cardine nel libro»); A. Paul, La dimension
christologique d ’un drame existentiel (Ap 12), in E. Franco (ed.), Myste-
rium Regni. Scritti in onore di mons. V. Fusco (RivB.S 38), Bologna 2001,
649 («posizione strategica»). Cf. poi il titolo di E. Schmitt, Das apokalyp-
tische Weib als zentrale Enthiillung der Apokalypse, Kòln 1965.
1 Così Lohmeyer, Offenbarung, 94, e Le Frois, Woman, 189, i quàli tra
l’altro fanno osservare come ognuna delle tre parti consta di sei versetti.
Cf. poi per esempio anche J.A. Fitzmyer - R.H. Fuller, The Woman in
Revelation 12, in R.E. Brown et al. (ed.), Mary in thè New Testamene A
Collaborative Assessment by Protestants and Roman Catholic Scholars,
Philadelphia 1978, 227, e E. Cothenet, Le signe de la femme (Ap 12), in
Exégèse et Liturgie (LD 133), Paris 1988, 310.
2 Gollinger, «Grofte Zeichen», 73.92.

196
na, poi, hanno una funzione non-narrativa i vv. 10 -12 perché
contengono un cantico di commento alla battaglia tra Michele
e il Drago.1 Nella terza scena infine i vv. 17-18 sono bensì nar­
rativi, ma sono un evidente rimando in avanti: dopo che la
Donna è stata messa in salvo, nella sua ostilità contro il resto
della discendenza di lei, il Drago si apposta sull’arena del mare
come in attesa di complici. E dal mare effettivamente in 13 ,1
sorge la Bestia che sarà suo luogotenente (vv. 2b-4a) in tutto il
resto del libro. I segmenti del testo che invece compongono la
narrazione vera e propria sono i vv. 5-6 (il parto, il figlio rapi­
to presso Dio, la Donna messa in salvo nel deserto), i vv. 7-9
(battaglia di Michele contro il Drago, sconfitta del Drago, il
Drago precipitato sulla terra), e i vv. 13-16 (persecuzione del
Drago contro la Donna, la Donna messa in salvo nel deserto).
II testo dunque può essere compendiato come segue (in ton­
do la narrazione, in corsivo la presentazione, il commento e il
trapasso):
1. 12,1-4 Presentazione della■ Donna, presentazione del Drago
12,5-6 Parto e «salvazione» del Figlio e della Donna
ir. 12,7-9 Battaglia tra Michele e il Drago, sconfìtta del Drago
12,10-12 Cantico di commento alla sconfìtta del Drago
in. 12,13-16 II Drago contro la Donna, «salvazione» della Donna
12,17-18 Trapasso narrativo verso la comparsa della Bestia-
dal-mare

2. Il collegamento delle tre scene


e il baricentro dell’episodio
Apoc. 12 comincia con tre presentazioni. Prima vengono pre­
sentati la Donna e il Drago e poi, al parto della Donna, viene
1 Così per esempio E. Hertlein, Das 12 Kapitel der Apokalypse des Johan­
nes: N K Z 21 ( 191 o) 244 (chiave per la comprensione del capitolo); Pri-
gent, Apocalypse 12, 146 (inno che illustra il senso della scena precedente).
- J.M. Bover, El capitalo X II del Apocalipsis y el capitalo III del Génesis:
EstE 1 (1922) 225, parla al proposito di dianoia, termine tratto dalla trage-
diografia greca, che indica la riflessione, affidata al coro, sull’azione sceni­
ca: riflessione che spaziava tra passato, presente e futuro (cf. Aristotele,
Poet. 14503,6; 1450!),11; 14563,34; Rhet. 14043,19). Infine Paul, Dimension,
636. 646, avvicina il cantico ai cori delle tragedie greche e ai discorsi della
storiografia antica.

197
presentato il Figlio di lei. Nuovi protagonisti non possono che
dare vita a un segmento narrativo nuovo, così che l’interprete
di Apoc. deve tenere conto della cesura nei confronti di quanto
precede e di essa deve dare un’ adeguata valutazione.
In secondo luogo, nei versetti della narrazione vera e pro­
pria le tre scene sono concatenate tra loro in un rapporto di
causa ed effetto. Poiché il Figlio della Donna è portato in salvo
presso il trono di Dio (prima scena), il Drago dà battaglia al cie­
lo. Poiché poi esso e sconfitto e poiché in cielo non c’c più po­
sto per lui, il Drago viene precipitato sulla terra (seconda sce­
na). Poiché è frustrato anche nella sua battaglia terrestre con­
tro la Donna, il Drago rivolge infine la sua ostilità contro il re­
sto della discendenza della Donna (terza scena).
In terzo luogo, è già abbastanza chiaro che Apoc. 12 da un la­
to segna un nuovo inizio e quindi non ha antefatti, e dall’altro,
ben lontano dall’essere chiuso in se stesso, ha il suo baricentro
nei capitoli seguenti.

II. G L I A T TR IBU T I E LA V IC EN D A D ELLA DONNA

i. L'alone di luce di sole


Il primo attributo della Donna di Apoc. 12 è il sole: essa e ~z-
ριβεβλημένη τον ήλιον. Il verbo περιβάλλομαι significa bensì
«indosso / mi vesto di», ma la luce più che vestito è alone lumi­
noso, e traduzione migliore potrebbe essere: «circonfusa/avvol­
ta (della luce) del sole».
Per la luce di cui è circonfusa, la Donna si colloca idealmen­
te nel campo che si contrappone al regno della Bestia e all’abis­
so infernale. Il primo infatti è gettato nell’oscurità dal flagello
della quinta coppa: «e il suo regno [della Bestia] fu oscurato»
(16,10). L ’abisso infernale poi è addirittura sorgente di una te­
nebra tanto densa da oscurare il sole: «e dalla voragine salì un
fumo come fumo di grande fornace, e dal fumo della voragine
fu oscurato il sole e l’aria» (9,2). La Donna risplende di luce, in­
vece, come il volto del «Simile a Figlio d’uomo» (1,16) e parte­
cipa anticipatamente del fulgore che illuminerà la città santa
del mondo nuovo (21,23 e 22>S)·

198
2. La luna sotto i piedi

Solitamente in Apoc. la luna è menzionata come sorgente di lu­


ce (6,12; 8,12; 21,23), in sintonia con Gen. 1,16 -17 dove essa ri­
ceve dal Creatore il compito di rischiarare la notte in qualità di
luminare minore. Ma non è questo simbolismo che aiuta a de­
cifrare l’immagine di 12,1: il fatto che la Donna sia circonfusa
della soverchiante luce del sole sembra escludere che la luna sia
qui anch’essa fonte di luce.
In alternativa bisogna allora dare importanza al fatto che la
luna è «sotto i piedi» della Donna, in una collocazione che si­
gnifica e comporta pieno dominio e padronanza da parte della
Donna.1 In tal modo la Donna camminerebbe sovrana sul­
l’astro che scandisce lo scorrere del tempo. Nel racconto gene-
siaco della creazione infatti (al sole e) alla luna è affidato anche
il compito di misurare i tempi e le stagioni. Un famoso testo
del Siracide poi collega con la luna il calendario delle feste e il
nome dei mesi: «La luna, sempre puntuale nelle sue fasi, regola
i mesi e determina il tempo. Da essa, luminare che decresce fi­
no alla sua scomparsa, dipende l’indicazione delle feste. Da es­
sa il mese prende nome, mirabilmente crescendo secondo le fa­
si» (Sir. 43,6-8). Se dunque, per l’impraticabilità del simbolismo
della luce lunare, il simbolismo della luna in 12,1 è quello del­
l’astro che segna i mesi e le stagioni e con ciò determina la fe­
condità e la vita ad ogni soglia, allora la Donna che si erge sulla
luna è signora del volgere dei mesi e degli anni, degli eventi e
della storia, e cammina verso il tempo in cui la sua presente fun­
zione materna si cambierà in quella sponsale e in quella di città
escatologica.2

1 Cf. Le Frois, Woman, 10 6 .112 (in un capitolo di inimicizie il simbolismo


dello sgabello non può non essere che simbolismo di conquista e di domi­
nazione) e Contreras Molina, Mujer, 373 (tenere qualcosa sotto i propri
piedi significa dominio assoluto). In base a paralleli tratti dall’iconografia
antica, R. Bergmeier, Altes und Neues zur «Sonnenfrau am Himmel (Apk
12)». Religionsgeschichtliche und quellenkrìtiscke Beobachtungen zu Apk
12 ,1-17 : 2 NW 73 (1982) 105-106, ritiene che la luna di Apoc. 12 abbia
l’aspetto del globo e non della mezzaluna (cf. anche Gollinger, «Grofie Zei-
chen», 65 n. 198).
2 Cf. per esempio A. Kassing, Das Weib und der Drache (Apk 12,1-6.13-
17): BiKi 15 (1960) 114 e Contreras Molina, Mujer, 373. In qualche misu-

199
U n’attraente interpretazione alternativa è quella secondo cui
nelle concezioni cosmologiche antiche la luna segnava il confi­
ne tra le plaghe celesti superiori e quelle inferiori. Nel cielo ete­
reo era l’abitazione degli dèi immortali, mentre il cielo inferio­
re, l’aria o atmosfera era contrassegnata dalla transitorietà, dal­
l’opacità, ed era abitazione degli spiriti del male. Cicerone per
esempio scrive: «Al di sotto della luna non c’è nulla che non sia
mortale e cangiante. Al di sopra della luna tutto è eterno», e
nel N .T. l’autore della lettera agli Efesini parla di «principe del­
le potenze [letteralmente: della potenza] dell’aria» (2,2). In tal
modo «la Donna di Apoc. 12, ergendosi sulla luna, si erge sul-
Peone mutevole, imperfetto, infestato dai demoni, come con­
quistatrice di tutti i suoi avversari».1

3. La corona di dodici stelle


Il significato della corona di dodici stelle di cui la Donna è
adorna, potrebbe essere cercato sulla linea cosmica, perché le
stelle sono elementi cosmici come il sole e la luna del medesi-
ra è analoga l’interpretazione allegorico-devozionale che da sempre vede
nella luna il simbolo della precarietà e vanità delle cose mondane, che ha
avuto innumerevoli sostenitori a cominciare dai commentatori antichi, fi­
no a F. de Ribera, L. de Alcazar, J. de Mariana e a molti degli 89 autori
passati in rassegna da A. Trabucco. Tra gli antichi cf. per esempio Aimone
di Halberstadt: Per lunam, quae mutabilis est... omnia istius saeculi muta-
bilia designantur (PL 117, 108 ib), e Martino di Leon: quia sancta Ecclesia
cuncta terrena quae sicut luna crescunt et decrescunt, quasi lutum quod
pedibus suis conculcai, despicit et prò nibilo babet (PL 209, 365A-B).
1 Cf. Le Frois, Woman, 107-109, che cita Cicerone, Rep. 6,4.17 (da cui il
testo riportato), Ippolito, Elenchos 1,4 e Filone, Spec. leg. 1,85. Ma cf. poi
A. Lemonnier, L ’air comme séjour d ’anges d'après Pbilon d’Alexandrie:
RSPT 1 (1907) 305-311 (che cita Filone, Gig. 2 e 4; Plant. Noe 4; Conf. ling.
17,34.35; Somn. 1,22; Spec. leg. 2,45) e H. Rahner, «Mysterium Lunae»:
ein Beitrag zur Kircbentbeologie der Vdterzeit, ni. Die strablende Kircbe:
ZKTh 64 ( 1940) 121 -13 1 (con una straordinaria documentazione tratti dal­
la letteratura greco-romana alle pp. 122-126), e W. Foerster, àr)p, G L N T 1,
Brescia 1965 (Stuttgart 1933) 443-445, che scrive: «Secondo l’antica cosmo­
gonia la regione dell’aria si stende dalla terra fino alla luna... L ’aria, essen­
do nel pensiero dei Greci più densa del purissimo etere, era immaginata co­
me la sede degli spiriti imperfetti. Perciò la religione popolare greca... po­
polò l’aria di spiriti maligni che insidiavano l’uomo. Il tardo giudaismo di­
stingueva nettamente angeli e demoni e assegnava a questi ultimi come sede
anche l’aria».

200
mo versetto. Ma difficilmente in 12,1 le stelle sono evocate co­
me sorgente di luce notturna per la stessa ragione per cui an­
che la luna è difficile che lo sia, a motivo della più forte luce del
sole in cui è immersa la Donna. Dopotutto anche i simbolismi
di sole e luna sono tra loro in discontinuità: quello del sole è
certamente positivo (alone luminoso, privilegio divino), mentre
quello della luna è probabilmente negativo (sottomissione alla
Donna, transitorietà del tempo, o opacità del mondo inferiore).
Le stelle che coronano la Donna possono invece ragionevol­
mente essere messe in qualche parallelismo con le sette stelle
che sono i sette angeli delle chiese (1,20), soprattutto perché in
2 1,12 sulle dodici porte della Gerusalemme nuova stanno do­
dici angeli e anche quegli angeli rappresentano gruppi umani, e
cioè le tribù d’Israele. Se il riscontro incrociato di 12 ,1 con
1,20 e 2 1,12 invita a mettere genericamente le stelle in relazio­
ne a gruppi umani, il numero dodici invita poi a vedere nella co­
rona astrale della Donna un riferimento particolare alle tribù
d’Israele. Il numero dodici e i suoi multipli in tutta YApoc. so­
no infatti sempre in relazione al popolo di Dio, come e già sta­
to detto nello studio sul linguaggio simbolico dei numeri. A
motivo di quella sua corona di dodici stelle, probabilmente la
Donna ha dunque a che fare con i 144000 protetti dal sigillo
del Dio vivente, con l’Agnello e i dodici suoi apostoli, e con la
città escatologica dalle misure perfette, tutte basate sul dodici e
sui suoi multipli.1

4. Le doglie del parto e il seguito della vicenda


della Donna
Circonfusa e immersa nella luce del sole, eretta sulla luna e co­
ronata di dodici stelle, la Donna giganteggia nel firmamento
quale maestosa icona delle forze del bene. Ma ciò che Giovan­
ni aggiunge per completarne la presentazione porta di colpo

1 Tra i molti cf. G. Pcrrclla, Senso mariologico dell’Apocalisse X I I : DivTh


43 (1940) 219 («Le dodici stelle che coronano il capo della Donna sono - dal
confronto con 21,12-14 - sia le dodici tribù, sia i dodici apostoli»), e F.-
M. Braun, La Femme vètue de soleil (Apoc. XII). Etat duproblème: RevTh
56 (1955) 669 (Le dodici stelle possono essere messe in relazione con le
dodici porte e con i dodici fondamenti della città santa).

201
nel travaglio e nella sofferenza: la Donna è incinta e il suo par­
to è prossimo perché essa già grida (κράζει) sopraffatta dalle do­
glie (ώδίνουσα) e dai tormenti (βασανιζόμενη). Mentre il signifi­
cato originario di βασανίζω è quello del confronto critico con
la pietra di paragone, dal quale derivano i significati secondari
della prova o del tormento e perfino della tortura, il verbo ωδί­
νω appartiene al vocabolario tecnico della ginecologia e del par­
to. Doglie, grida e parto sono evocate insieme per esempio in
Is. 26,17: «Come una donna avvicinandosi al parto si contorce
e nelle sue doglie grida, così noi, Signore, di fronte a te», ed è so­
lo per derivazione che le doglie possono essere «doglie di mor­
te» (2 Sam. 2.2,6; Sai. 17,5 L X X ; Sai. 114 ,3 L X X ) o «doglie del­
l’Ade» (Sai. 17,6 L X X ).1
Quantunque sia gloriosa e celeste, dunque, la Donna non è
estranea alla battaglia della vita e della storia, e sono proprio
gli attributi drammatici della partoriente che hanno uno svi­
luppo nel seguito della vicenda: il suo figlio è insidiato dal Dra­
go, essa viene perseguitata come madre, e a nulla le sono di aiu­
to l’essere immersa nella luce del sole, il camminare sovrana sul­
la luna, e l’essere adorna di una corona di stelle.
Circa la Donna, i versetti introduttivi hanno dunque il com­
pito di dire la collocazione di campo, ma soprattutto la sua
maternità e quel suo essere esposta all’ostilità di un temibile ne­
mico che l’estro giovanneo dipinge come drago. E allora biso­
gna parlare di quel figlio e di quel drago per poter comprende­
re a dovere l’ intera vicenda e, in essa, il ruolo della Donna.

III. G L I A T T R IB U T I E LA V IC EN D A D EL D RAGO

i. Un drago πυρρός e μέγας


Il termine δράκων ricorre tredici volte in Apoc., mai più in tut­
to il N .T., e ben quarantuno volte nell’A.T. greco della Septua-
ginta. La ricerca dei paralleli comunque è guidata dall’autore
1 In Apoc. 12 il parto e le doglie hanno l’aspetto drammatico dei testi anti­
cotestamentari, anche se nell’A.T. il parto non è reale come qui, ma termi­
ne di paragone («griderò come una partoriente ecc.») che deve parlare dei
nemici presi dal panico (Is. 13,8; Ger. 6,24; Sai. 47,7 LXX), o del popolo
peccatore (Mi. 4,9.10; Os. 13,13; Ger. 13,21; 22,23), 0 di chi è in preda al­
l’ira (Is. 42,14) o dello stolto (Sir. 19,11). Cf. anche Is. 21,3; Ger. 8,21; Str.
48,19.

202
stesso di Apoc., il quale in 12,9 è 20,2 mette come apposizione
a «drago» l’espressione «il serpente antico», rimandando in tal
modo, per consenso unanime dei commentatori, a Gen. 3,1 co­
me si vedrà.
Del Drago viene detto che è πυρρός. L ’aggettivo è di solito
tradotto semplicemente con «rosso», che però è traduzione po­
co precisa perché la gamma dei rossi è molto ampia e soprat­
tutto perché la derivazione dell’aggettivo da πυρ esige che di
quel colore si espliciti il rapporto col fuoco.2 L ’aggettivo era
usato per descrivere per esempio il color fulvo di un leone, di
un bue, di un cane, ma l’aggettivo era detto comunemente an­
che della capigliatura umana, così che πυρώδης/πυρσώδης è co­
lui che è fulvo di chioma.3 Tutto questo inviterebbe a tradurre
δράκων πυρρός con «drago fulvo», ma è improbabile che il co­
lore del drago vada preso in senso realistico. Lo dice il contesto,
grandioso e mitico, di tutta la scena, e lo dice l’altra unica ricor­
renza di πυρρός in 6,4: il cavallo rosso-fuoco, montato dal cava­
liere che è simbolo probabilmente di guerra e di strage, non è
un cavallo sempliccmentc fulvo, così come certamente sono ca­
valli dalla valenza iconografica e non da manuale di zoologia i
cavalli bianco di 6,2, nero di 6,5 e verdastro di 6,8.
Il Drago, poi, è grande, μέγας (12,3 e 12,9). Come il colore,
anche le dimensioni del Drago sono da intendere iconografica­
mente più che realisticamente. È detto «grande» perché ci si
deve rendere conto di quanto sia pericoloso e temibile: è masto-
1 Tra gli altri cf. J.M. Bover, Capitulo X II, 319 (non tanto un’allusione ma
un riproduzione drammatica di Gen. 3); Cerfaux, Vision, 243-244 (riman­
di espliciti, protagonisti identici e arricchimenti nel trapasso da Gen. ad
Apoc., p. 246); M. Peinador, Estudio sinlético-comparativo de los textos
escriturarìos que fundamentan las relaciones entre Maria y la Iglesia: EstM
16, voi. 18 (1957) 154-155 (connessione innegabile). Cf. infine il titolo di
Hauret: «Ève transfigurée. De la Genèsc à !’Apocalypse».
2 Cf. F. Steinmetzer, Der apokalyptische Drache: ThGl 28 (1936) 289 («feu-
rig»), e Yarbro Collins, Combat Myth, 79. 84 («thè red or fiery color»).
3 πυρρός, πυρσός, ο πυρ&)δης, πυρσώδης è colui che è fulvo di chioma per
esempio in Erodoto (4,108), Euripide (Bacch. 146), Eschilo (Persae 316);
πυρρός è un leone in Euripide (Phoen. 32) e in Aristotele (Gen. anim. 785^
17 ecc.); è un armento in Plutarco (Pelop. 22,2) e un cane in Senofonte
(Cyneg. 4,7.2). Altrimenti πυρρός è un cibo in Gen. 25,30 LXX, o il tuorlo
dell’uovo (Ippocrate, Mul. aff. 2,171,13) o una rosa (Mosco, poeta bucoli­
co, 11 sec. a.C.: Europa 70).

203
dontica la sua statura, ma grande è soprattutto la minaccia che
egli costituisce. Grandezza e pericolosità del Drago sono quin­
di in qualche modo intercambiabili, e tutto ciò che di pericolo­
so sarà detto di lui deve essere inteso come «grandemente» pe­
ricoloso.

2. Sette teste, dieci corni, sette diademi


Un rilievo di pietra grigia, di cm 32 x 22, conservato a Baghdad,
del in millennio a.C., rappresenta un drago a sette teste con il
dorso che emana fiamme. Il drago è combattuto da due divini­
tà (o da una divinità rappresentata due volte) che hanno già col­
pito a morte quattro teste, mentre sono ancora all’assalto delle
residue tre.1 La grande distanza cronologica del drago di Bagh­
dad dal drago di Giovanni di Patmos non impedisce di mettere
in elenco almeno sei somiglianze: 1. in tutti e due i casi si tratta
di un drago, 2. ambedue i draghi hanno sette teste, 3. ambedue
hanno a che fare con il fuoco, 4. ambedue sono impegnati in un
conflitto, 5. il conflitto è con esseri celesti o divini, 6. ambedue
i draghi sono perdenti.
Le sette teste del drago di Baghdad da un lato dicono la mo­
struosità della bestia e, dall’altro, la minacciosa concentrazione
di vitalità: se quattro sono afflosciate nella morte e tre ancora
protese alla battaglia, e evidente anzitutto che sono già stati ne­
cessari ripetuti attacchi, che più di metà dell’impresa è compiu­
ta, e che tuttavia la battaglia non è finita.2 L ’immagine di Apoc.
1 II rilievo (da Teli Asmar, di età sargonica, 2360-2180 ca.) è riprodotto in
J.B. Pritchard: ANEP, nr. 691. La didascalia di p. 322 rimanda poi ai n.ri
670 e 671 nelle cui immagini due divinità combattono il serpente-drago e,
rispettivamente, un drago ancora a sette teste e ancora con fiamme che ema­
nano dal suo dorso.
2 II drago a sette teste è noto alle letterature del Vicino Oriente antico, dal
terzo millennio al primo. Cf. Yarbro Collins, Combat Myth, 79, che scri­
ve: «La descrizione del drago in Apoc. 12 era immediatamente comprensi­
bile in ambiente sia semitico che greco-egizio»; I.M. Benson, Revelation
12 and thè Dragon o f Antiquity: RestQ 29 (1987) 98-100, che cita il cilindro
di Teli Asmar, due testi ugaritici, un testo babilonese, uno cananeo, e dice
che nessun altro simbolo deU’antichità poteva esprimere altrettanto bene
le sofferenze dei cristiani della fine del 1 secolo (p. 102); e cf. poi P. Fron-
zaroli, II serpente dalle sette teste a Ebla, in E. Acquaro (ed.), Alle soglie del­
la classicità. Studi in onore di S. Moscati ni, Pisa-Roma 1996, 1135-1144.

204
12 è ancora più enfatica perché oltre alle sette teste attribuisce
al Drago anche dieci corni e sette diademi. Quanto ai dieci cor­
ni, Giovanni si ispira evidentemente ai dieci corni della bestia
di Dn. 7,7 anche se, essendo quei corni interpretati come dieci
re (Dn. 7,24), il parallelo giovanneo più prossimo a Dn. 7 è
quello di Apoc. 17 dove i dieci corni della Bestia sono anch’essi
interpretati come dieci re (v. 12). I corni comunque vanno in­
tesi in continuità con il linguaggio del Salmo secondo il quale
nei corni si concentra la potenza d’urto e la pericolosità del bu­
falo: «Salvami dalla bocca del leone, e dai corni dei bufali»
(Sai. 21,22 L X X ; cf. anche Nm. 23,22; Dt. 33,17)/
Se per il Drago teste e corni sono dotazione di natura, non
lo sono i diademi. Il termine διάδημα deriva da δια-δέω che si­
gnifica «lego attorno / cingo» e, prima che in epoca moderna co­
minciasse a significare «ornamento del capo per signore», nel­
l’antichità designava una benda regale avvolta attorno al capo
e specialmente intorno alla tiara, che era un copricapo dei re.2
In Apoc. διάδημα ricorre tre volte: qui per il Drago, poi in 13,1
per la Bestia «marina» i cui diademi sono addirittura dieci, e in­
fine per il cavaliere di 19,12 per il quale si parla di molti diade­
mi senza che il loro numero sia precisato. In Apoc. tutte le ri­
correnze del termine sono dunque al plurale, e i tre protagoni­
sti che cingono il proprio capo con una pluralità di diademi de­
tengono di conseguenza il potere su molti regni o imperi. La

Cf. anche H. Wallace, Leviathan and thè Beast in Revelation: BÀ 11 (1948)


61-68, che cita il cilindro di Teli Asmar (p. 63) e i testi ugaritici (pp. 62-
63), ma che indebitamente identifica o confonde Drago e Bestia-dal-mare
(p. 67).
1 Cf. per esempio Gollinger, «Grofìe Zeichen», 94 (simbolo di potenza);
Hauret, Ève transfigurée, 330 (segno di forza estrema). - 1 corni compaio­
no in molta iconografia orientale antica sulle teste delle divinità per dime
la potenza divina positiva: cf. J.B. Pritchard: ANEP, n.ri 513-515.524-526.
529.538 ecc.
2 L.A. Moritz, Diadema, DAC, Cinisello Balsamo, Milano 1955 (Oxford
1970) 645-646, scrive: «[Il diadema] venne adottato, in forma di fascia
bianca con bordi decorati, da Alessandro [Magno] e dai suoi successori
come emblema del potere reale. Come tale venne rifiutato da Giulio Cesa­
re nel 44 a.C. ed evitato dagli imperatori romani finché Costantino non ne
fece (in forma di fascia purpurea ornata di gioielli e perle) una componen­
te regolare delle insegne dell’Augusto e dell’Augusta regnanti». Cf. poi R.
Hurschmann, Diadema, NPauly ili, Stuttgart-Weimar 1997, 498-499.

205
concentrazione di più diademi sul capo di una sola persona è
però molto rara nelle testimonianze della letteratura greca,1 co­
sì che merita di essere citato Flavio Giuseppe a proposito di T o­
lomeo vi Filometore (185 ca. 145 ‫ ־‬a.C.): «Tolomeo venne poi
ad Antiochia e fu fatto re dagli abitanti della città e dall’eserci­
to, così che fu costretto a cingersi di due diademi, uno d’Asia e
l’altro d’Egitto». Tolomeo fu dunque costretto a cingere il dia­
dema di un secondo regno, oltre al diadema dell’Egitto di cui
era legittimo detentore. Uomo giusto e prudente - aggiunge
Giuseppe - , si affrettò a rifiutare il diadema che non gli spetta­
va e a proporre Demetrio in vece sua, come sovrano d’Asia.2
L ’episodio riportato da Flavio Giuseppe mette bene in luce che
cosa comporti il grande numero dei diademi del Drago il qua­
le, alla vitalità delle sette teste e alla potenza d’urto dei dieci cor­
ni, aggiunge la signoria e il dominio politico su sette (e cioè su
un grande cumulo di) regni o imperi.

3. «Con la coda trascina un terzo delle stelle»


Prima di manifestare la sua ostilità alla Donna incinta appostan­
dosi minaccioso di fronte a lei (v. /fb), il Drago lancia un attac­
co alle stelle trascinando con la coda e gettando sulla terra «un
terzo» di esse (v. 4a).3 L ’abbattimento di una parte delle stelle

1 II plurale διαδήματα ricorre anche in Dionigi di Alicarnasso (Ant. Rom.


3,61,3), in Strabone (Geogr. 11,8,6), in Plutarco (Amat. 7J3d,6) e in Dio­
ne Crisostomo (Orat. 1,79,3; 4>25>5> 14,22,8), ma in contesti in cui i diade­
mi o sono di più sovrani o, se di una persona sola, sono collocati sulle sue
molte statue (Plutarco, Bmtus 9,8,3; Caesar 61,8,2). Cf. anche Policarpo
di Smirne (Phil. 1,1), che però usa il termine plurale metaforicamente: «ave­
te accompagnato quelli che erano legati dalle sante catene, i diademi degli
eletti veramente di Dio e di nostro Signore».
2 Flavio Giuseppe, Ant. 13 ,113 ss. Il Demetrio in questione è Demetrip ix
Nicatore Filadelfo (18 7 -12 5 a.C.), associato al trono di Siria da Tolomeo
nel 145 a.C.
3 Tutto è detto in una consecutio tempomm poco corretta: «la sua coda tra­
scina (σύρει, presente) il terzo delle stelle del cielo e le gettò (aoristo) sulla
terra, e stette (perfetto) in faccia alla Donna... e la [Donna] partorì (aori­
sto) un figlio». È difficile dare un qualche valore a quell’illogicò presente,
e non è possibile tradurlo come fanno molte versioni con un imperfetto
(«trascinava», «era solito trascinare») dal momento che quella del «trasci­
nare un terzo delle stelle» non può essere un’azione abituale. Non resta

20 6
è una sfida a Dio Creatore e Signore del cosm o1 la quale, non
avendo un proprio sviluppo narrativo, ha il compito di prepa­
rare il lettore all’attacco contro la Donna e contro il suo Figlio.
Per questo qualche interprete mette le stelle abbattute dal Dra­
go in relazione con le stelle di cui la Donna è coronata secon­
do il v. i.2 In tal modo !,ostilità del Drago è un'ostilità a tutto
raggio: a Dio e alla sua creazione, alla Donna e alle tribù del po­
polo di Dio delle quali fa memoria il numero dodici della sua
corona astrale, oltre che al Figlio che la Donna sta per partorire.
Il lettore è sempre più messo in guardia. Lo mettevano in
guardia già il colore rosso-fuoco del Drago, la vitalità delle set­
te teste, la forza dei sette corni, il potere politico simboleggiato
dai dieci diademi che sono sui corni..., e ora è messo in guar­
dia dalla sua avversità a Dio e a tutta la sua opera sia nella crea­
zione che nella storia.

4. Il serpente antico, chiamato Diavolo, 0 Satana


Nei primi otto versetti Giovanni parla sempre e solo di «drago».
Quando invece deve dare notizia della sua cacciata dal cielo,
d’improvviso egli lo definisce con una catena di titoli che co­
stituiscono un vero e proprio trattato di demonologia. I tito­
li sono:
1. «Il grande Drago». Questa prima denominazione richia­
ma il Spàxcov ~uppò<; [xéya<; con cui nel v. 3 Giovanni aveva in­
che assimilare il presente agli altri tempi che sono tempi del passato e tra­
durre: «trascinò un terzo delle stelle ecc.». Traducono con l’imperfetto sia
la Volgata (trabebat), sia le versioni CEI («trascinava giù», «trascinava»).
1 Cf. per esempio H. Gunkel, Scbòpfung und Ckaos in Ur/.eit und End-
zeit. Etne religionsgeschicbtliche Untersucbung iiber Gen 1 und Ap Job 12,
Gòttingen 1895, 260, che parla di «signoria (Herrschaft)» del Drago sulle
stelle; F. Steinmetzer, Der Sternensturz in der Jobannesoffenbamng: FF
ì i (19 3 5 ) 436-437, che parla di rivalità con la signoria di Dio, di sfida a lui,
e di furia distruttiva e U. Vanni, Apocalisse, 243 («vuole creare un nuovo
ordine, una nuova creazione di cose»).
2 Cf. Steinmetzer, Apokalyptische Dracbe, 285: «L’attacco del Drago con­
tro le stelle è una scaramuccia preliminare dell’attacco contro la donna»;
Le Frois, Woman, 195: «Le stelle coronano la donna; le stelle sono spaz­
zate via dal drago!», e Beale, Revelation, 637: «Le stelle del v. 4 devono
avere una stretta relazione con le dodici stelle di cui si parlava tre versi ad­
dietro».

207
trodotto il Drago sulla scena per la prima volta. Prima di met­
tersi a girare attorno al suo personaggio per darne una visione
«a tutto tondo», Giovanni riparte dunque da ciò che di lui ha
già detto: la sua natura di forza superiore a quella umana ma
sottomessa alla signoria di Dio (simbolismo teriomorfo), e poi
le sue immani dimensioni, e dunque la sua grandezza e la sua
pericolosità.
2. «Il serpente antico». Il rimando al serpente di Gen. 3,1 ss.
dovrebbe essere al riparo da ogni dubbio perché: con δράκων
la L X X traduce le cinque ricorrenze di nahas-serpente in Gen.
3,1 aggiungendone anzi una sesta, di suo, in 3,1; rimandano a
Gen. 3 anche il termine «donna» e la discendenza della Donna,
che sono eco, anche se variata, rispettivamente della donna ge-
nesiaca (Gen. 3,1 ss.) e della sua discendenza che sarà in perpe­
tua ostilità con il serpente (Gen. 3,15); probabilmente è colle­
gato al serpente di Gen. 3 anche il tema dell’inganno di cui
parla l’ultima espressione di 12,9 (ó πλανών κτλ.), sebbene in
Gen. 3,13 L X X il verbo sia άπατάω («Il serpente mi ingannò, e
io mangiai del frutto dell’albero»), e non πλανάω.2
3· «Il chiamato Diavolo». La formula δ καλούμενος, come è
noto, non introduce un nome puramente estrinseco, quasi che
possa significare: «Viene bensì chiamato N .N ., ma è tutt’al-
tro». Equivale invece a: «in qualità di / che veramente è / la cui
vera identità si esprime al meglio dandogli il nome di». Quan­
to a διάβολος, nella Septuaginta il termine ricorre una ventina
di volte, indicando un avversario o un ostacolo (Est. 7,4; 8,1; 1
Me. 1,36), un accusatore che in tribunale sta alla destra dell’im­

1 Gen. 3,1 è«.2.4.13.14 LXX. A meno che non abbia ragione P. Joiion, Le
grand Dragon, 1'ancien Serpent. Apoc. 12,9 et Genèse 3,14: RSR 17 (1927)
445-446, per il quale il «serpente» di Gen. 3 era in realtà un drago.
2 La ragione del cambio di verbo potrebbe essere nel desiderio di Giovan­
ni di accentuare la qualità dell’inganno. Il verbo άπατάω infatti indica l’in­
ganno della frode, e άπάτη è «inganno», «astuzia» (Tucidide 2,39,1,5 e 4,
86,1,5) 0 il gradito inganno degli spettacoli teatrali (Polibio 2,56,12; 4,20,
5) ed è addirittura la dea Frode (Esiodo, Theog. 224). Il ben più forte πλα­
νάω significa invece «andare errando», «vagabondare», «andare fuori stra­
da», «sbandare», e quindi «fuorviare», «sviare», tanto è vero che «pianeta
(πλανήτης)» è, come per noi, un corpo celeste in eterno movimento, sen­
za dire che πλανήτης c anche «il vagabondo», colui che è senza patria e
senza legge.

208
putato e ha il compito di dimostrarne la colpevolezza (Zc. 3,1.
2; Sai. 108,6), il tentatore (in ebraico, satan) che induce Davide
a censire gli Israeliti (/ Cron. 2 1,1), il serpente per la cui invi­
dia il peccato è entrato nel mondo (Sap. 2,24) e, infine, l’accu­
satore (satan) di Giobbe davanti alla corte divina (Gb. !,6.7.9.
12; 2,1.2.3.4.6.7). - Più o meno tutti questi significati conven­
gono al Drago-diabolos di Apoc.: il Drago in tutta l’Apocalisse
è infatti l’avversario per eccellenza, è identificato con il serpen­
te di Gen. 3 come in Sap. 2,24, c definito «accusatore» impla­
cabile («giorno e notte», i2,iob) dei martiri cristiani davanti al
tribunale di Dio, c come Giobbe in Gb. 1-2 anche le chiese so­
no da lui sottoposte a prova (2,10).
4. «Il Satana». Il termine σαταν(ας) ricorre molte più volte
nel N .T. che non nella Septuaginta.1 Tra l’altro nelle ricorren­
ze dell’A.T. greco il termine ha sempre il significato di «avver­
sario personale», un significato molto debole dal punto di vi­
sta demonologico. Ed allora è probabile che Giovanni si ispiri
al testo ebraico nel quale il termine satan ricorre una trentina di
volte e ha il valore di ostacolo (Nm. 22,22.32), di avversario
personale (/ Re 5,18; 11,14.23.25), o di accusatore (Sai. 108,6).
In particolare, nelle tredici ricorrenze di Gb. 1-2 e in Zc. 3,1.2
e / Cron. 2 1,1, il satan si prepara a diventare il «Satana» della
tradizione cristiana. Vi svolge infatti la funzione dell’opposito-
re e dell’accusatore anche se ancora come componente della
corte celeste e quindi al servizio di Dio, mentre in Apoc. 12, nel
N .T. e nella tradizione cristiana posteriore il Satana non ha più
alcun elemento positivo.
5. «Colui che inganna l’intera ecumene». L ’espressione non
è un ulteriore titolo anticotestamentario ma ha la funzione in­
versa a quella che aveva l’iniziale «il grande drago»: quella pe­
rifrasi aveva il compito di propiziare il trapasso dalla narrazio­
ne alla catena di titoli demonologici, questa dai titoli porta di
nuovo alla narrazione, ό πλανών infatti prepara alla lontana
Apoc. 10, dove il Drago sarà soggetto del verbo πλανάν per tre
volte in otto versetti (20,3.8.10). Il tema dell’ecumene ritornerà
invece in 13,3-4 dove tutta la terra adora il Drago, poi in 16,14
dove la triade guidata dal Drago raduna i popoli dell’intera ecu-
1 Σαταν(ας) ricorre trentasei volte nel N.T., di cui otto sono in Apoc. Quan­
to alla Septuaginta, σατάν ricorre in j Re 11,14 bis e σατανάς in Sir. 21,17.

209
mene per la battaglia finale, e infine in 20,8 dove le vittime del­
l’inganno sono i popoli dei quattro angoli della terra.

5. La vicenda a tre atti del Drago


Apoc. 12 narra soltanto il primo atto della vicenda del Drago
perché Giovanni lo menziona in altri due cicli narrativi: quelli
di 1 3 ,1 - 16 ,11 e 16,13-20,10.
La seconda parte della vicenda e legata al primo ciclo me­
diante i versetti di trapasso di Apoc. 12 ,17 -18 secondo i quali,
andato a vuoto il suo inseguimento, «il Drago s’accese d’ira
contro la Donna e andò a fare guerra al resto della discenden­
za di lei» (i2,i7a): più precisamente a «coloro che osservano i
comandamenti di Dio e che hanno la testimonianza di Gesù»
(v. i7b). «Resto della discendenza della Donna» sono i cristia­
ni i quali uniscono la Torah al Vangelo, perché per Giovanni la
chiesa dei dodici apostoli delPAgnello forma sempre un solo
popolo con le dodici tribù d’Israele, come s’è visto. Giovanni
poi continua scrivendo: «Il Drago si fermò sull’arena del ma­
re».1 Inizia così la seconda parte della vicenda del Drago: il
Drago affida il suo trono alla prima Bestia come a un reggente,
e insieme col trono le consegna «la sua potenza» e «grande po­
tere». In tal modo sarà la Bestia marina a condurre quella guer­
ra contro i santi (ποιήσαι πόλεμον μετά των κτλ., 1 3,7) che il
Drago stesso aveva intrapreso contro il resto della discendenza
della Donna (ποιήσαι πόλεμον μετά τών κτλ., 12,17).
La terza parte della vicenda del Drago, quella della sua fine,
inizia in modo molto improvviso e senza soluzione di conti­

1 Del verbo esiste una variante alla prima persona («c mi fermai [εστα·&ην]
sull’arena del mare»), ma essa gode di poca probabilità interna perché è il
Drago a essere in movimento («andò a far guerra contro ecc.»), ed è lui
quindi nella condizione di «arrestarsi», non Giovanni. D ’altra parte Gio­
vanni si fermerebbe sulla spiaggia soltanto per poi casualmente vedere la
prima Bestia emergere dal mare, mentre il Drago di là aspetta - tocco nar­
rativo d’alta classe - i suoi futuri satelliti e complici. A ciò si aggiunge che
la variante alla prima persona gode di una attestazione manoscritta più de­
bole (i maiuscoli P, 046, 051, una dozzina di minuscoli, le versioni siriaca
e copta, Andrea e Areta di Cesarea) che non quella alla terza persona (pa­
piro 47, codici Sinaitico, Alessandrino, Efrem riscritto, versioni latine pre-
geronimiane ecc.).

210
nuità in 16 ,13, e va 6no a 20,10. In Apoc. 16,13 Giovanni dice
come vada organizzandosi la coalizione mondiale delle forze
ostili a Dio e dà notizia della loro adunata ad Harmagedòn (16,
16) mentre, variando le immagini, in Apoc. 17 preannuncia la
guerra che la Bestia condurrà contro l’Agnello insieme con die­
ci re-vassalli (17,14). Dopo i preannunci, i fatti: da un lato Ba­
bilonia è distrutta dall’incendio, dall’altro le due Bestie e il Dra­
go vengono precipitati nella seconda morte (Apoc. 18-20). Ma
non prima che il Drago sia stato immobilizzato nel carcere del­
l’abisso per mille anni (20,2 ss.) e dopo che ha trascinato le
«genti» dalle quattro parti della terra all’assedio dell’accampa-
mento dei santi e della città amata (20,8-9).
Tutto ciò che accade in Apoc. 13 -16 e in Apoc. 16-20, era in
fondo già stato preannunciato in Apoc. 12. La prima presenta­
zione del Drago in Apoc. 12 ne diceva la potenza e pericolosi­
tà, ma le sue sconfitte in quel capitolo già lo presentavano co­
me perdente. Si potrebbe dire che dunque Apoc. 12 è finalizza­
to ai vv. 17-18 e, attraverso di essi, ai capp. 16-20.1

6. Il Drago e gli altri due segni


11 Drago con la sua vicenda a tre atti, era stato presentato da G io­
vanni come «segno», anzi come «un altro segno» (12,3), perché
un primo segno era quello della Donna (12,1). N on basta, per­
ché in 15 ,1 verrà introdotto un terzo segno con la formula: «E
vidi un altro segno, grande e mirabile, nel cielo». La serie dei tre
segni è eterogenea. Due segni infatti sono positivi: quello della
Donna partoriente, chiamato da Giovanni segno «grande», e il
terzo, qualificato da Giovanni come segno «grande e meravi­
glioso». Il secondo segno, quello del Drago, è invece negativo.
Di esso Giovanni inizialmente si limita a dire che è «altro», ma

1 II ruolo del v. 17 è ben detto da Le Frois, Woman, 203 («Il cap. 13 svilup­
pa a lungo quest’ultima frase del cap. 12»); Gollinger, «Grofie Zeichen»,
1 1 0 . 1 16 («È al v. 17 che il cap. 12 mira», «Il v. 17 è il punto d’arrivo del cap.
12 e l’introduzione ad Apoc. 13 ss. Praticamente appartiene già al cap. 13»);
P. Busch, Der gefallene Dracbe. Mytbenexegese am Beispiel von Apoka-
lypse 12 (TANTZ 19), Tiibingen 1996,166 («La vicenda del v. 17 viene svi­
luppata nei capitoli seguenti»). Cf. poi il sottotitolo di J. Dillersberger, Das
Weib und der Dracbe. Das zwólfte und dreizebnte Kapitel der Gebeimen
Offenbarung: WoWa 2 (1947).

211
senz’ombra di dubbio tutta la vicenda di cui è protagonista fa
di esso un «segno» negativo quant’altro mai.
Il rapporto vicendevole tra i tre segni non è il medesimo. Il
terzo segno, anzitutto, comparirà a distanza di tre capitoli (15,
1), mentre i primi due sono menzionati a distanza di soli due
versetti (12 ,1 e 12,3). I primi due, poi, sono inseparabili in quan­
to antagonisti nella stessa battaglia, narrata per intero nel me­
desimo capitolo. Invece il terzo segno, che non ha alcuna rela­
zione con la Donna, ha con il Drago un collegamento di se­
condo grado dal momento che in Apoc. 16 gli angeli del terzo
segno scatenano i loro flagelli non sul Drago o secondo segno,
ma su qualcuno a cui il Drago ha dato il proprio trono (i3,2b),
e cioè la Bestia-dal-mare.
In tal modo il terzo segno è per Giovanni il segno più gran­
de come dice anche il raddoppiamento del μέγα con θαυμα­
στόν. Tra l’altro, con quei due aggettivi il cantico di Mosè e
dell’Agnello, cantato dai vincitori della Bestia (15,2-4), parla
dei mirabili interventi di Dio a favore del suo popolo nel nuo­
vo esodo (μεγάλα καί ■θαυμαστά τα έργα σου). Giovanni sem­
bra dire insomma: temibile è il Drago, ma Dio mantiene fermo
e potente controllo su di lui. E ancora: grande è la Donna, ma
ancora più grande è l’esodo con cui Dio la sottrae alla minaccia
del Drago (Apoc. 12) e della Bestia, suo satellite (Apoc. 15-16).

IV. G L I A T TR IBU T I E LA VIC EN D A D EL F IG L IO

i. Un figlio che reggerà ipopoli con scettro ferreo


Giovanni di Patmos si richiama all’A.T. circa 500 volte1 ma mai
esplicitamente, e anche la citazione del Sai. 2,9 in 12,5, che pu­
re è evidente e certa, non è esplicita: il figlio della Donna go­
vernerà le nazioni con scettro ferreo (μέλλει ποιμαίνειν... τα
έθνη έν ράβδω σιδηρά), così come al Messia del Salmo viene
detto: «governerai le nazioni con scettro ferreo (ποιμανεΐς αυ­
τούς [τα έθνη] έν ράβδω σιδηρά)». Poiché il testo ebraico parla-

x Cf. i diversi conteggi riferiti da Beale, Revelation, 77 n. 16, i quali vanno


da un minimo di 195 (Dittmar) a un massimo di 1000 (Van der Waal), per
una media di 460 citazioni. Cf. poi il titolò di J. Staehlin, 700 Parallelen.
Die Quellengriinde der Apokalypse, Bern 1951 (di fatto l’autore elenca poi
748 paralleli, non 700).

212
va di masiab e quello della L X X di Χριστός (2,2), va da sé che
Giovanni e gli altri autori del N .T. intendessero il salmo mes­
sianicamente. Quello che invece deve essere dimostrato è che
Giovanni intendesse il nascituro del quale parla con le parole
del Sai. 2,9, in termini individuali e non metaforici o collettivi.
Per Hildegard Gollingcr, per esempio, il bambino non può
essere Gesù perché: 1. il vocabolario del parto, qui usato, mai
nel N .T. si riferisce a un parto reale; 2. in 12,5 non c’è posto per
il Gesù terrestre e storico, per il suo ministero pubblico, per la
sua passione e morte redentrice e, a motivo di quell’immedia­
to rapimento presso Dio, non c’è spazio per i trenta anni di
lotta con Satana, qui rappresentato dal Drago; 3. dopotutto il
parto qui avviene in cielo e non sulla terra, e le guerresche pa­
role del Sai 2 non convengono affatto all’inerme bimbo della
mangiatoia di Betlemme; 4. nel N.T. mai l’ascensione ha il va­
lore puramente negativo del mettersi in salvo; 5. Apoc. si inte­
ressa costantemente del futuro, non del passato, e il Cristo vi
compare sempre come Signore della chiesa e detentore di ogni
potere salvifico, mentre in ^ o c . 12 sarebbe debole e minaccia­
to; 6. la figura di cui in 12,5 si parla con le parole del Sai. 2 ha
funzione escatologico-giudiziale (μέλλε‫׳‬, ποιμαίνειν, «governe­
rà/giudicherà le nazioni»).1 In alternativa a Betlemme, H. Gol-
linger interpreta allora parto e bambino come metafore della
nascita («die Geburt») o meglio deH’irrompere, del tempo esca­
tologico («das Anbrechen der Endzeit»).2

1 Gollinger, «Grofie Zeichen», 98-100. 151-156. Gli argomenti di H. Gol-


linger sono più appariscenti che convincenti, perché i parti metaforici di
cui parla il N.T. (cf. per esempio quello citato di Gal. 4,19) non escludono
affatto che quello di Apoc. 12 possa essere reale e perché il cercare in Apoc.
dettagli topografici (parto a Betlemme e non in cielo) e cronologici (trenta
anni di attacchi di Satana a Gesù) significa non tenere conto del suo lin­
guaggio e della sua particolare logica narrativa. Se poi per esempio non è
possibile che il Cristo di Apoc. possa essere debole e minacciato, ancor
meno lo può essere un giudice e soprattutto !,«irruzione del tempo escato­
logico» (interpretazione della Gollinger, cf. nota seguente).
2 Ibìd. 166. A proposito di questa stravagante interpretazione di H. Gol­
linger bisognerebbe chiedersi quale madre mai, anche metaforica, potrà
partorire il tempo escatologico, che cosa significhi che il Drago-Satana
perseguita il tempo escatologico e sua madre, come Michele possa farsi
difensore del tempo e in che senso il tempo escatologico possa essere mes­
so in salvo presso il trono di Dio ecc.

213
A parte questa e altre bizzarre interpretazioni,1 il bambino
è stato identificato altrimenti con l’Israele spirituale, o con il
Regno, o con i martiri cristiani, o con i credenti che combatto­
no e vincono.2 Quest’ultima opinione si fa forte del parallelo
di 2,26-27, dove il premio promesso al vincitore tiatirese è
espresso con le parole di Sai. 2,9: «Il vincitore e colui che con­
serva sino alla fine le mie opere, darò a lui potere sulle ‘genti’ e
le governerà con scettro ferreo ecc.». L ’argomento è pertinen­
te perché si basa sulla forma mentis dell’autore di Apoc. che di
fatto con le parole di Sai. 2,9 parla dei credenti perseveranti e
vittoriosi. E tuttavia nel messaggio alla chiesa di Tiatira le pa­
role del Sai. 2,9 sono applicate al «vincitore» non in sé e per sé
ma solo in quanto egli partecipa al destino di vittoria del Mes­
sia. La puntualizzazione è del tutto esplicita nel testo: il vinci­
tore avrà potere sulle nazioni, come e perché prima di lui,
è il Cristo ad avere ottenuto vittoria e autorità: «come io ho ri-

1 Quel bambino rappresenta i pagani (per Berengaudo, citato in Prigent,


Apocalypse 12, 38), Eraclio (per Alessandro di Brescia e Nicola di Lira;
ibid. 45. 47), i turchi (per Coelius Pannonius; ibid. 53), Lutero, perché
«Martin» vuol dire «guerriero coraggioso» e «Lutherus» vuol dire «puro e
sincero» (per J. Olearius; ibid. 57), la retta fede antiariana proclamata in
tutto l’impero sotto Costantino (per J. Gerhard; ibid. 63) o l’ultimo re dei
francesi (per De Berulle, citato in Trabucco, Interpretazione ecclesiologica,
30). Ma molti altri ancora sarebbero stati immortalati dal veggente di
Patmos in 12,5.
2 Cf. C. De Villapadierna, La mujer del Apocalipsis 12, ^es la Virgen Ma­
ria?·. CuBib 11 (1954) 342. 344, che scrive: «La citazione del salmo messia­
nico 2,9 non ci obbliga affatto a identificare il bambino con il Messia. Il pa­
rallelo di Apoc. 2,26-27 promette infatti il potere sulle nazioni al vincitore
di Tiatira», «il v. 5 non parla del Cristo storico e personale, ma dei cristia­
ni che vincono e ottengono il premio promesso ai vincitori». —Il bambino
non è il Cristo personale neanche per S. Meyer (1543-1554, citato in Pri­
gent, Apocalypse 1 2 , 57); per J.A. Bengel (f 1752: «Christum, non in perso­
na sua sed in regno consideratum», citato da Hertlein, 244), e poi per Hert-
lein, 12 Kapitel, 245-246 (sono i martiri e la gente di fede, perché il Sai. 2
non necessariamente è da intendere di un singolo); Zahn, Offenbamng 11,
442: «che sia inteso il Cristo, è incredibile (unglaublich)»; O. Karrer, Die
geheime Offenbamng, Einsiedeln-Kòln 1938,100: «Il bambino non è Ge­
sù, figlio di Maria, ma quelli che sono nati da Dio»; C.M. Henze, Un testo
dell’Apocalisse: Mar 10 (1948) 274: «un personaggio che ha ancora da ve­
nire, un grande monarca, un nuovo Carlo Magno, un potentissimo Pro­
tettore della chiesa».

214
cevuto dal Padre mio» (2,28).* Tra l’altro il μέλλει ποιμαίνειν
di 12,5 è ripreso in Apoc. 19 (ποιμανεί αυτούς έν ράβδω σιδηρά)
certamente a proposito del Cristo, il quale vi è presentato co­
me guerriero a cavallo che combatte contro le «genti» (v. 15) e
le vince (v. 21). Poiché in Apoc. parlano del Messia le uniche
altre citazioni di Sai. 2,9, diffìcilmente ci si sottrae alla conclu­
sione che per Giovanni di Patmos il nascituro di 12,5 è appun­
to il Messia.
Un altro argomento a favore dell’interpretazione individua­
le del neonato si può ricavare dalla grammatica. Il testo parla
quattro volte del figlio della Donna al singolare («il figlio di
lei», v. 4b; «un figlio, un maschio, il quale ecc.», v. 5a; «il figlio
di lei», v. 5b; «il maschio», v. ijb ), e lo distingue dai «restanti
della discendenza», al plurale, del v. 17. Tra l’altro il primo è
messo in salvo presso il trono di Dio e gli ultimi restano invece
sulla terra senza essere affatto messi in salvo, esposti come so­
no agli attacchi del Drago e della sua ira. Per quanto il linguag­
gio di Giovanni di Patmos sia imprevedibile e si permetta le li­
cenze più impensabili, in questo caso non si intravede per qua­
li motivi i quattro singolari possano o debbano essere intesi col­
lettivamente e quindi siano da identificare e nello stesso momen­
to da distinguere (come vuole il testo) dal plurale di 12 ,17 /
1 Giustamente D J. Unger, Did Saint John see thè Virgin Mary in Gloryl·.
CBQ 11 (1949) 254, scrive: «In Apoc. 2,26-28 Giovanni sembra dire che
tutti i cristiani partecipano del suo potere regale di cui parla il Sai. 2. Tut­
tavia questo avviene solo per partecipazione, perché l’affermazione è vera
anzitutto del Cristo».
i Quantunque gli autori citati nelle ultime cinque note smentiscano Braun,
Femme, 645 («Che il bambino sia il Messia, tutti sono d’accordo»), effetti­
vamente il figlio della Donna è identificato con il Messia dalla grande mag­
gioranza dei commentatori (Bousset, Charles, Hadorn, Wikenhauser ecc.).
A titolo di esempio cf. poi J.-F. Bonnefoy, Les interprétations ecclésiologi-
ques du chapitre X II de l ’Apocalypse: Mar 9 (1947) 212-213 («H salmo 2
non conviene se non al Figlio dell’uomo»); J. Kosnetter, Die Sonnenfrau
(Apok. 12 ,1-17 ) in der neueren Exegese, in Theologische Fragen der Gegen-
wart. Fs Kard. Th. Innitzer, Wien 1952,100 («evidente allusione del v. 5 al
famoso Sai. 2 secondo cui il Messia e soltanto lui governerà le nazioni con
scettro ferreo ecc.»); A. Colunga, La mujer del Apocalipsis (Apoc. 11,19 -
12,18): Salm 1 (1954) 679 («non è alcun altro se non il Messia»); Le Frois,
VJoman, 164. 204 («Per non mettere a rischio l’identificazione, Giovanni
aggiunge ‘tutte’ al versetto del salmo: ‘Governerà tutte le nazioni’: infatti,
a nessuno se non al Messia l’A.T. attribuisce tale governo universale», «La

215
2. Un figlio, un maschio

Il figlio che la Donna partorisce è definito «maschio» a due ri­


prese: la prima volta con il neutro άρσεν, aggiunto come appo­
sizione a «figlio» («e partorì un figlio, un maschio» 12,5) e la
seconda volta con il maschile τον άρσενα («perseguitò la Don­
na che aveva partorito il maschio» 12,13). Nella Septuaginta,
così come nel greco extrabiblico, il termine è spesso abbinato a
$ήλυς per identificare l’essere umano o animale di sesso ma­
schile in contrapposizione a quello femminile, come dice chia­
ramente il famoso: «maschio e femmina li creò» di Gen. 1,27
(cf. Mt. 19,4 e Me. 10,6). I due termini polari sono talvolta fusi
in άρσενο-δήλυς che significa «ermafrodito», e nel gergo dei
grammatici greci il genere «maschile» del nome, dell’aggettivo
0 del pronome si dice άρρην ο άρρενικόν.1
Per quanto sia oggi spiacevole a dirsi, lo stereotipo antico,
anche biblico, collegava all’idea di maschio la caratteristica del­
la «fortezza» e della «parte migliore», come si ricava anche da
tutta la gamma dei termini imparentati con άρσεν-άρρην: così
άρρενώδης significa «virile, forte, gagliardo»; άρσενό9‫־‬υμος si­
gnifica «di animo virile»; αρρενοπρεπής significa «virile, che
conviene ad uomini»; άρρενόφρων significa «di maschi senti­
menti». N elFA.T. lo stereotipo è addirittura sacralizzato. Così,
se prima il faraone cercò di frenare l’espansione demografica
dei discendenti di Giacobbe sopprimendo i neonati maschi
(Es. 1,16 ss.), ci fu poi lo sterminio dei maschi egiziani nella
notte dell’esodo (Es. 11,5 ; 12,29), mentre i primogeniti dei fug­
giaschi furono risparmiati, per cui - ecco la sacralizzazione -
ogni primogenito maschio sarebbe stato sacro a Dio e da ri­
consegnare a lui simbolicamente nel rito della presentazione al
tempio (Es. 13,2 .12 .15 ; cf. Le. 2,23)/
descrizione del v. jb rende inevitabile \inescapable] l’identificazione con il
Messia»); Prigcnt, Apocalypse 12, 145 («Poiché sia il giudaismo che il cri­
stianesimo hanno inteso questo salmo come messianico, e evidente che il
bambino è il Messia. I primi lettori cristiani vi hanno certo riconosciuto
Gesù, nato dal popolo deH’A.T. e del N.T.»); Busch, Gefaliene Drache, 102
(la vittoria del Cristo in 19 ,11 conferma che qui si tratta del Messia).
1 Per «ermafrodito» cf. Plutarco, Isid. 3680,10; per «genere maschile» cf.
Aristofane, Nubes 682; Plutarco, Plat. quaest. xoi ic,x 1.
i Cf. Es. 13,15 («per questo io sacrifico al Signore ogni primo frutto del st­

ilè
Caratterizzato come maschio, il figlio della Donna è proba­
bilmente caratterizzato anche come primogenito là dove è det­
to che il Drago va a scagliarsi contro «i restanti della discen­
denza» della Donna. E allora sarebbe presente in Apoc. 12 an­
che il tema della protezione del primogenito da parte di Dio,
in quanto a lui sacro. In ogni caso, il Messia è forte, invincibi­
le, caro a Dio ed è, come lo è la madre che lo ha generato, da
lui protetto.

3. Il parto e il rapimento in cielo


Il figlio della Donna è dunque il Messia in cui Giovanni aveva
posto la sua fede tetragona e del quale evoca preferibilmente
l’esistenza gloriosa. L ’autopresentazione di 1,18 e 2,8 («Fui
morto, ma sono vivente») e la pregnante espressione di «primo­
genito dai morti» (1,5) rimandano alla pasqua, mentre molte
volte è preannunciata la venuta finale (1,7; 3 ,11; 16,15; 22,7.12.
20). Dell’esistenza storica, vengono evocati soltanto la crocefis-
sionc in collegamento con il titolo di κύριος (i 1,8), l’uccisione
(5,6.9.12) o il sangue versato ( 1,5; 5,9; 7,14; 12 ,11 ) in collegamen­
to con l’immagine dell’Agnello. Se si prescinde da 5,5 e 22,16
dove si allude all’ascendenza davidica di Gesù, il parto messia­
nico di cui parla 12,4-5.13 sarebbe l’unico richiamo all’incarna­
zione. Il condizionale «sarebbe» è dovuto all’interpretazione
di A. Feuillet e di altri che vedono nel parto e nelle sue doglie
non l’evento di Betlemme, ma quello doloroso del Calvario.
Gli argomenti più forti portati da Feuillet sono: 1. tra parto
inteso come nascita di Betlemme e rapimento in cielo manche­
rebbe in Apoc. 12 il ministero pubblico e soprattutto manche­
rebbe la morte redentrice,1 2. il Cristo glorioso sarebbe pre-
\
no materno, se di sesso maschile, e riscatto ogni primogenito dei miei fi­
gli»). A parte questo, è comunque ricorrente l’idea del maschio come pars
melìor, sia nella vita che nel culto: la partoriente è tale soprattutto se gene­
ra un maschio (L v. 12,2; Is. 66,7; Ger. 20,15; 37,6), a ogni maschio di fami­
glia sacerdotale è permesso ciò che non è permesso ad altri (Es. 6,22; 7,6),
e spesso si prescrive che l’animale da offrire in sacrificio sia maschio (Lv. 1,
3.10; 4,23; 22,19).
1 Cf. anche J. Wellhausen, Analyse der Offenbarung Johannis (AGWG.
PH NS 9.4), Berlin 1907, 20: «Ma che razza di riassunto della vicenda di
Gesù è mai questo?: nato e rapito in cielo!».

217
sentato come un neonato, 3. il vocabolario delle doglie è spes­
so usato per i dolori della morte, mentre quello dei tormenti
non è mai usato in riferimento al parto, 4. la descrizione del
parto di Apoc. 12 non conviene all’evento di Betlemme, perché
per esempio Erode - l’eventuale identificazione storica del Dra­
go - non è conosciuto dalla tradizione giovannea, e perché in
essa l’intervento di Satana è sempre e solo collegato con la pas­
sione (cf. per esempio Gv. 14,30, e cf. invece l’assenza delle ten­
tazioni e degli esorcismi nel quarto vangelo), 5. i testi cui Apoc.
1 1 si richiama sono quelli di Is. 26,17 e 66,7 dove il parto di un
maschio è parto metaforico, e dunque anche in Apoc. non può
essere quello reale di Betlemme, 6. anche nelle Hodayyot di
Qumran il parto del Messia è un parto metaforico.1
L ’interpretazione di Feuillet, che vede nel parto di Apoc. 12
la morte redentrice del Cristo al Calvario e non la sua nascita a
Betlemme, si scontra con una difficoltà teologica insormonta­
bile. Poiché Apoc. 12 parla delle doglie della Donna e non dice
nulla delle sofferenze né di qualsiasi altra azione di cui il Figlio
sia soggetto attivo, bisognerebbe prendere come «redentrici»
le sofferenze della «(comunità-)Madre», le uniche di cui Apoc.
1 1 parla. Ma l’affermazione è inaudita nella tradizione cristia­
na, e al limite dell’eresia. L ’errore di fondo di Feuillet è dun-

1 A. Feuillet, Le Messie et sa Mère d ’après le chapitre X I I de l'Apocalypse,


in Etudes johanniques (ML, SB 4), Paris 1962, 273-286; Id., Etat de la ques­
tioni, 97. Cf. la critica a Feuillet di U. Vanni, Apocalisse, 343, e di Contre-
ras Molina, Mujer, 382 n. 52. - Come Feuillet, interpretano anche Kiddle,
Revelation, 221-222 («Il bambino non è il neonato di Betlemme. Giovan­
ni vede la nascita del Messia nella crocefissione e nella resurrezione»); M.
Peinador, El problema de Maria y la Iglesia. La interpretación de Apoca-
lipsis XII,iss: EphM 10 (i960) 164; Caird, Revelation, 149 («Il salto dalla
nascita all’ascensione, senza alcun riferimento alla vita di Gesù, è soltanto
nella fantasia dei commentatori. Con la nascita del Messia qui Giovanni
intende non la natività ma la croce»); J. McHugh, La Mère de Jésus dans le
Nouveau Testament (LD 90), Paris 1977 (London 1975) 451-453;}. Pika-
za, Apocalipsis X II. El nacimiento pascual del Salvador. Salm 23 (1976)
244-246 («Il bambino di Apoc. 12,5 non è il bambino di Betlemme... Tut­
to è incentrato sul mistero della pasqua... La tradizione cristiana ha visto
nella resurrezione una nascita»); A. Satake, Sieg Christi, Heil der Christen.
Eine Betrachtung von Ape X II: A J B I 1 (1975) 118-120 (parto e rapimento
sono l’intronizzazione del Messia); Prigent, Apocalypse, 297; Schmidt,
Ratselzabl, 43 (ma ben pochi saranno disposti a condividere l’illustrazione
di Schmidt).

218
que di natura grammaticale: è l’errore di mettere il Messia co­
me soggetto di tutto l’episodio, mentre come soggetto del par­
to Giovanni ha significativamente voluto la Donna. La meta­
fora di un parto simbolico e addirittura quella di un maschio
che partorisce sono bensì possibili come incontestabilmente
mostra G a l 4,19, ma qui il maschio non partorisce perché in­
vece viene partorito, e l’intero capitolo vuole parlare delle sof­
ferenze della madre e non di quelle del figlio.
Gli altri problemi che Feuillet solleva sono tutti più o meno
collegati al particolare linguaggio giovanneo. Per spiegare le
espressioni ardite e le immagini o narrazioni sorprendenti i
confronti sono ovviamente da fare anche con la letteratura gio­
vannea, con quella anticotestamentaria e qumranica, ma anzi­
tutto e soprattutto con Apoc., come si è visto nel capitolo quin­
to. In altre parole, non si tratta di cercare nel quarto vangelo,
invece che nei racconti dell’infanzia di Mt. o di L e , qualche ri­
scontro storico all’avversario che ha minacciato il Messia fin
dalla nascita, ma piuttosto di rilevare in Apoc. un modo di nar­
rare altrettanto ardito quanto è ardita la sequenza di parto e di
rapimento in cielo del Messia. Di fatto, come s’è visto, lacune
narrative analoghe se non ancora più singolari sono in Apoc. 7
tra l’annuncio della «sigillazione» dei 144000 (v. 3) e la procla­
mazione del loro numero (w . 4-8) e in Apoc. 17-18 tra l’an­
nuncio del giudizio di Babilonia (17 ,1.16 ) e quello della sua
avvenuta distruzione (18,1 ss.).
È ben vero che tutto bisogna mettere in conto quando si leg­
ge e si interpreta l’Apocalisse, ma vedere nel parto di 12,5 la
morte di croce è cosa certamente meno naturale che vedervi il
parto dì Betlemme, ed è un’interpretazione molto più astrusa
che non lo scorcio di prospettiva per cui la nascita del Messia e
la sua gloria si susseguono senza elementi intermedi.1 D opo­
tutto, per esempio, parto e gloria del Messia di 12,5 hanno un
singolare parallelo neotestamentario in 1 Tim. 3,16 dove in­
carnazione («Egli si manifestò nella carne») e gloria del Messia
(«fu assunto nella gloria») si succedono senza che siano raw i-

1 Sull’ardito scorcio di parto-rapimento, per tutti cf. Contreras Molina,


Mujer, 3S3: «Apoc. 12 presenta un riassunto dell’esistenza di Gesù che ab­
braccia per modum unius tutta la sua vita: presenta la vita del Messia come
una vita minacciata dall’inizio alla fine, ma protetta da Dio».

219
sabili nelle affermazioni intermedie né il ministero pubblico,
né la morte redentrice. Anche in FU. 2, poi, la morte di croce
non è redentrice in quanto tale, essendo invece assimilata all’in­
carnazione («apparso in forma umana, umiliò se stesso fino al­
la morte di croce») e, in secondo luogo, dall’incarnazione vi si
passa alla glorificazione senza che alcun evento intermedio -
compresa la resurrezione - sia menzionato: «si umiliò fino alla
morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un
nome che ecc.» (Fil. 2,8-9).
Probabilmente, dunque, Giovanni dipinge nella Partoriente
una donna che nelle doglie partorisce il Messia di Betlemme, e
non - in una metafora inutilmente macchinosa - una madre
metaforica che, alla morte del Messia, soffrirebbe le doglie del
parto al posto di lui.

V. G IO V A N N I D I PATMOS
E I SUO I LET T O R I IN ApOC. 1 2

i . La collocazione del cap. 12 nell3Apocalisse


Volendo approfondire il discorso del ruolo che Apoc. 12 ha nel
libro, bisogna dire che di esso non è affatto il centro né narra­
tivo né teologico, come vorrebbero molti commentatori. Anzi­
tutto, la Donna, il Drago e il Figlio della Donna non hanno il
minimo collegamento con la cristofania e con i sette messaggi
alle chiese di Apoc. 1-3. In secondo luogo, non svolgono alcun
ruolo nel ciclo del rotolo che viene aperto ad opera dell’Agnel­
lo (4,1-8,1). In terzo luogo, non hanno collegamento neanche
con i flagelli che, allo squillo delle sette trombe, si abbattono
sul mondo dell’idolatria dei demoni e degli idoli (8,2-11,19).
La Donna, il Drago e il Figlio della Donna, infine, non hanno
alcuno spazio nei capitoli della discesa dal cielo della Gerusa­
lemme nuova, e quindi non hanno collegamenti con il gran fi­
nale dell’apocalisse giovannea (21,1-22,21).
Mentre la Donna compare addirittura soltanto in Apoc. 12,
parto e rapimento del Messia sono narrativamente rilevanti
per il Drago e, indirettamente, per la sequenza degli eventi che
lo riguardano: la sua attesa di complici sull’arena del mare,
l’emergere dal mare della prima Bestia e la consegna ad essa
del suo trono, l’idolatria di cui la prima Bestia è fatta oggetto

220
soprattutto per l’opera della Bestia terrestre, la coalizione adu­
nata ad Harmagedòn dalla triade antidivina e, infine, la scon­
fitta delle due Bestie prima, e poi dello stesso Drago. -A poc. 12,
dunque, è punto di partenza di un importante ciclo narrativo,
quello dell’idolatria della Bestia (Apoc. 12-20), ma non di tutta
l’apocalisse di Giovanni. Ed allora è davvero eccessiva l’affer­
mazione di chi chiama Apoc. 12 «centro dell’Apocalisse» e «te­
sto capitale per la sua interpretazione».1

2. Un avversario odioso
ma nient’affatto invincibile
N ell’arco narrativo di cui costituisce come l’antefatto, Apoc. 12
svolge due funzioni: la prima è quella di dire l’odiosità e la pe­
ricolosità del Drago, e la seconda è di dire che esso non è però
affatto invincibile perché già è stato vinto nel cielo.
Quanto all’odiosità, nella figura del Drago Giovanni mette
in scena la quintessenza del male. E il lettore non può non te­
nere le distanze da quel pachiderma policefalo con quell’in-
quietante accozzaglia di teste a un solo corno e di altre a più
corni che è così ingombrante nei movimenti da urtare contro
le stelle del cielo, che è accanito persecutore di un tenero neo­
nato e della madre non ancora uscita dall’affanno del parto, e
che infine, come fa «il cattivo» dei nostri cartoni animati, vo­
mita contro la sua vittima una fiumana d’acqua per travolgerla.
Così, con la grinta di un regista dell’^orror, Giovanni crea im­
magini che da un lato catturano il lettore e, dall’altro, gli infon­
dono disgusto, ripugnanza e avversione. Egli narra da impareg­
giabile affabulatore ma, narrando, esorta e mette in guardia.
Di contro ai tratti odiosi del Drago, Giovanni dipinge con­
temporaneamente la sua non-invincibilità. Il Drago passa ben­
sì da un piano all’altro del mondo tripartito, fatto di cielo terra
e abisso, e tuttavia nel cielo è stato sconfitto e da esso radiato
per sempre, sulla terra è in grado d’ingannare e congiurare ma
conoscendovi brucianti sconfitte, e nell’abisso sarà rinchiuso e

1 Giustamente F. Montagnini, Problemi dell’Apocalisse in alcuni studi de­


gli ultimi anni·. RivB 1 1 (1963) 422, dice che ad Apoc. 12 si è chiesto più di
quanto esso voleva dire, e (quasi) giustamente Benson, Revelation 12 , 97,
dice che Apoc. 12 apre la seconda parte del libro.

221
tenuto nell’impotenza per mille anni. Nessuno perciò deve far­
si prendere dal panico: lo stesso Drago sa di essere perdente, ed
c per questo che ognuno dei suoi agguati è segnato dal nervo­
sismo e dalla rabbia, come dicono le annotazioni di trapasso
da un segmento all’altro della vicenda. Dopo la sconfitta nel
cielo, sono un’evidente rappresaglia rabbiosa quel suo rincor­
rere la Donna e la fiumana d’acqua gettata contro di lei e, do­
po che la rincorsa della Donna è anch’essa andata a vuoto, è ri­
valsa rabbiosa (ώργίσ$η ό δράκων) la guerra contro il resto dei
suoi figli. Allo stesso modo il cantico dei w . io -12 dice che il
Drago «è in preda a grande furore, [ben] sapendo che ha [an­
cora soltanto] un piccolo tempo» (v. 12).
Anche e soprattutto quando porta il suo lettore dietro le
quinte perché si renda conto della debolezza del grande avver­
sario, Giovanni esorta ed incoraggia.

3. In situazione critica ma per un nuovo esodo


U n’analoga precarietà e un’analoga fortezza, ma di natura con­
traria, è quella della Donna e della sua discendenza. La Donna
partorisce nelle doglie ed è costretta a rifugiarsi nel deserto: ed
è significativo che Giovanni dica e ridica quella fuga due volte
(w . 6 e 14). Allo stesso modo, la discendenza della Donna è sot­
to i colpi del Drago e delle Bestie dal-mare e dalia-terra. E tut­
tavia Dio protegge la donna messianica e i suoi figli. Li proteg­
ge con un vero e proprio esodo, l’esodo dei tempi messianici.
Sono tratti esodici le ali dell’aquila che salvano la Donna, e
poi le acque che non la travolgono, e il deserto dove trova ri­
fugio, nutrita da un cibo che le viene dato come una nuova
manna.' L ’esodo è poi nelle piaghe che colpiscono il regno del­
la Bestia: la piaga delle ulcere (16,2; cf. Es. 9,10), e poi la piaga
dell’acqua cambiata in sangue (16,3-4; cf. Es. 7,19-24, e Sai. 77,
44), e poi quella delle tenebre (16,10; cf. Es. 10,21-23). H nuovo

1 Cf. A.M . Dubarle, La femme couronnée d ’étoiles. Ap 12, in Mélanges A.


Robert (TICP 4), Paris 1957, 515; Kassing, Kirche, 59-60, e Gollinger,
«Grafie Zeichen», 102 («Il nutrimento della donna nel deserto ricorda la
manna del peregrinare di Israele nel deserto»). Per la terra che ingoia la fiu­
mana d’acqua quale allusione all’esodo cf. J. Dochhorn, Und die Erde tat
ìhren Mund auf: Ein Exodusmotiv in Ape 12,16: ZN W 88 (1997) 140-142.

222
esodo è poi cantato dai vincitori della Bestia che stanno sul ma­
re appunto da vincitori, essi che, accompagnandosi con arpe di­
vine, cantano il «cantico di Mosè e il cantico dell’Agnello» (15,
2-4): il cantico dell’antico e del nuovo, più grande, liberatore.
L ’esodo e la vittoria sono certi. Anche con ciò Giovanni esor­
ta ed incoraggia. 7

4. «Non ancora, ma già»


Il cantico di Apoc. 12 dice: «Guai! alla terra e al mare, perché sce­
se l’Avversario contro di voi, pieno di grande furore» (v. I2b-c).
L ’Avversario dunque non è ancora colpito con il fuoco celeste
di cui darà consolante notizia solo 20,$>b, ma a fare da contrap­
peso a questo «non-ancora», c’è il «già» della sconfitta nel cie­
lo: nel luogo, dunque, dove non esistono provvisorietà e mu­
tamento. Non per nulla coloro che cantano il cantico di 15, 2
sono definiti «vincitori» già prima che i flagelli delle coppe si
abbattano sul regno della Bestia e celebrano come già avvenuta
la manifestazione dei giusti interventi divini (i5,4c).
Giovanni cerca insomma di provocare repulsione nei con­
fronti del Drago con una sorta di teologia del «non ancora ma
già»,1 unendo al riconoscimento dell’attuale potenza dell’av­
versario la certezza del suo crollo. La vittoria è certa - dice
Giovanni. L ’unica cosa da fare è schierarsi dalla parte giusta o,
meglio, restare dalla parte giusta.2

1 II «già e non ancora» della Donna di Apoc. 12 0 , più precisamente, il rac­


cordo tra il «già» del cielo e il «non ancora» della terra è variamente detto
da interpreti come Gollihger, «Grojle Zeichen», 17 6 .17 7 («La battaglia e il
cantico celesti sono introdotti per rappresentare il legame tra cielo e terra:
nulla accade sulla terra che non abbia in cielo la sua origine», «Tutto è fon­
dato in cielo e di là prende il via») e Cothenet, Signe, 3 11 («il cielo esprime
il piano divino e la realtà finale, mentre sulla terra si svolge il dramma del­
la storia»).
2 La strategia retorica di Giovanni è detta bene in Gollinger, «Grojìe Zei­
chen», 176-178: la vittoria di Dio in ciclo dice ai credenti che hanno a che
fare con un nemico già vinto. Colui che ha in mano la storia è Dio, non Sa­
tana.

223
V I. T R A IN T E R P R E T A Z IO N E E C C L E S IO L O G IC A
E M A R IO L O G IC A

i. Identità collettiva della Partoriente-Madre


Nella pietà, nell’arte e nella liturgia, la figura della Donna di
Apoc. 12 è una delle più frequenti e più amate immagini maria­
ne. Solitamente si fa partire l’interpretazione mariologica della
Donna di Apoc. 12 da Quodvultdeus ( f 454 ca., Cartagine), di­
scepolo di Agostino d’Ippona,1 ed è al tempo delle definizioni
papali del 1854 e del 1950 che c’è stata una fioritura di mono­
grafie su Apoc. 12,2 con infinite sottilizzazioni terminologiche3
e teologiche, per comprovare la giustezza dell’interpretazione
mariana della Donna. Ora, anche a partire da quanto è stato
detto sopra, è abbastanza evidente che la Madre di Apoc. 12
rappresenta il popolo messianico c non la persona singola della
madre di Gesù.4 H. Gollinger elenca dodici argomenti contro

1 Secondo B. Bagatti, L ’interpretazione mariana di Apocalisse 12,1-6 nel I I


secolo·. Mar 40 (1978) 153-159, un apocrifo del n secolo, la Historia Iose-
phi Fabri Lignarii, conterrebbe rimandi ad Apoc. 12 inteso come testo ma­
riano, ma B. McNeil, Revelation 12 j and thè History of «Joseph thè Car-
penter»: Mar 42 (1980) 126-128, ha contrastato efficacemente l’ipotesi fa­
cendo osservare che il termine Abaddòn è anche in Gb., Sai, Prov., che
!’«accusatore» è anche in Gb. e Zc., e che il «Non aggiungere!» è in Dt., 1
Hen., ecc. Da parte sua, Braun, Femme, 639, non condivide l’opinione di
Le Frois, secondo il quale l’interpretazione mariana di Apoc. 12 risalirebbe
alla fine del in secolo, e pone come primo sicuro sostenitore dell’interpre­
tazione mariologica appunto Quodvultdeus, vescovo di Cartagine quando
Genserico il 10 ottobre 439 conquistò la città.
2 Cf. Le Frois, Woman, 6-7 (in appoggio al dogma del 1950 la produzione
esegetica su Apoc. 12 si è triplicata); Gollinger, «Grafie Zeichen», 28 (il
1950 ha dato grande impulso all’interpretazione mariana di Apoc. 12).
3 L ’artificiosa terminologia, elaborata a fini apologetici nei decenni a metà
del xx secolo, comprende per esempio i neologismi: «senso abundantior»
o «senso implicito virtualiter» (cf. L. D i Fonzo, Intorno al senso mariolo-
gico dell’Apocalisse c. X II: Mar 1941, con un’altra ventina di formule), e
poi «adsignifiée» «plurilittéralisme» (cf. Bonnefoy, lnterprétations ecclésio-
logiques, 209-210). Il massimo di cattivo gusto è stato raggiunto forse dal
neologismo inglese «tota-vision» di D.M. Crossan, Mary’s Virginity in St.
John. An ExegeticalStudy: Mar 19 (1957) 117 , che scrive: «in a profoundly
Semitic mode of conception which we may term ‘totality-thinking’ or
even, with no intention of being facetious, ‘tota-vision’ ».
4 L ’unico argomento possibile a favore dell’interpretazione mariana c quel­

224
l’interpretazione mariologica di Apoc. 12 ,1 ma dodici argomen­
ti sono troppi per essere tutti convincenti e decisivi. Basti qui
sollevare due difficoltà minori e una maggiore.2
Una prima difficoltà viene dal fatto che la Donna ha come
sua figliolanza anche coloro «che osservano i comandamenti
di Dio e hanno la testimonianza di Gesù» (12,17). È evidente
che con questa perifrasi Giovanni allude ai cristiani del suo
tempo e di tutti i tempi, e che quindi parla di una maternità
non-fisica e universale della Donna. Ma 12 ,17 non sembra im­
plicare altro rapporto tra madre e figli se non quello di genera­
zione-figliolanza, dal momento che la difesa e la salvezza di
quei figli è operata da Dio e dall’Agnello in tutto il seguito del­
la narrazione (Apoc. 13-22), e mai dalla madre: non in Apoc. 12,
e tanto meno nel resto del libro, dove non ricompare mai più.
Ebbene, se in 12 ,17 e il popolo messianico a essere «madre»,
tutto questo si comprende, ma se «madre» di chi osserva i co-
mandamenti ecc. è Maria, ci si deve chiedere quale scopo avreb­
be la sua maternità. Senza dire che l’affermazione sarebbe carat­
terizzata da una massimalismo mariologico difficile da immagi­
nare nel 1 secolo, nonostante Gv. 19,25-27.
U n secondo, analogo argomento e nella buona probabilità
che il numero delle stelle, di cui la Donna è coronata, rimandi
alle dodici tribù d’Israele. L ’ipotetico simbolismo mariano di­
venterebbe allora inutilmente contorto e sovrabbondante: ol­
tre che essere madre del Messia, Maria rappresenterebbe in pri­
mo luogo i patriarchi d’Israele a motivo del numero dodici, ma
anche i dodici apostoli a motivo della sua appartenenza alla co­

lo del v. 5: cf. Kosnetter, Sonnenfrau, 94. - Sono esegeticamente impropri


gli argomenti di «convenienza» cui, tra i molti, fa ricorso per esempio Tra­
bucco, Maria e la Chiesa, 294. 331: «Quanto conviene alla Chiesa univer­
sale, conviene al suo membro più nobile, Maria; anche quello mariologico
è senso letterale della pericope», «Ciò che conviene alla Chiesa totale deve
convenire anche al suo membro più illustre, cioè a Maria».
1 Cf. Gollinger, «Grofie Zeichen», 31-40.
2 È un argomento anacronistico e non una difficoltà (la «difficoltà per ec­
cellenza» secondo Trabucco, Maria e la Chiesa, 330), quello delle doglie
che non si concilierebbcro con la virginità «in partu» di Maria. Cf. Cer-
faux, Vision, 249; Peinador, Problema, 18 1 («è prestare all’apostolo con­
cetti teologici posteriori»); J.M . Court, Myth and History in thè Book of
Revelation, London 1979, n o .

225
munita messianica. Anche qui, quella di Maria diventerebbe
una figura così onni-riassuntiva e totalizzante (del passato pre­
messianico, dell’epoca messianica, e infine del tempo della chie­
sa) che farebbe la gioia dei mariologi, ma che difficilmente si
inserirebbe nella consapevolezza teologica del cristianesimo pri­
mitivo.
La maggiore difficoltà, comunque, è stata messa a fuoco con
particolare acutezza da A. Kassing e sta nel fatto che la fuga e
la permanenza - al riparo da Satana - della Donna nel deserto
non sono integrabili nella vicenda personale di Maria. La fuga
nel deserto infatti non può simboleggiare né la fuga in Egitto
(.Mt. 2,13 ss.) la quale fu necessaria proprio perché il bambino
non fu messo in salvo in cielo, e neppure la fuga della chiesa
giudeo-cristiana di Gerusalemme a Pella nel 70 d.C. (cui Maria
potrebbe eventualmente aver preso parte), perché in Apoc. 12
il «resto della discendenza» della Donna non è messo in salvo
nel deserto, a differenza di lei. Infine, non può significare la glo­
rificazione di Maria in cielo, perché mai il deserto ha il signifi­
cato di felicità escatologica come vorrebbe F.M. Braun,1 e per­
ché la gloria di Maria non può conciliarsi con i 1 260 giorni di
soggiorno della Donna nel deserto.2
L ’identità collettiva della Partoriente-Madre di Apoc. 12 è
dunque più probabile che non quella personale.3

1 Braun, Femme, 660. 662.


2 Kassing, Kirche, 57. 61. Per J. Michl, Die Deutung der apokalyptischen
Frau in der Gegenwart: BZ 3 (1959) 307 la monografia di Kassing ha mo­
strato con ogni evidenza che la fuga della Donna nel deserto non può rife­
rirsi a Maria e che questo sarà oramai per sempre un ostacolo sulla strada
dell'interpretazione mariana. Anche per Ernst, Himmlische Frau, 43, la
Donna di Apoc. 12 non è Maria a causa della provvisorietà dell’essere an­
cora per via che il deserto rappresenta. - Del deserto (e di Apoc. 12) è stata
data anche un’interpretazione sionista che vale la pena di additare alla co­
mune disapprovazione: per J.E . Koch, «Das grofìe 7,eichen». Offbg ]oh
12. Der Versuch einer Israelogie nach dem prophetischen Wort: Jud 13
(1957) 29-60, il deserto è il Negev quale luogo di rifugio per il Sionismo e
il Drago è Hitler (p. 46).
3 Al proposito basti citare Lambrecht, People of God, 383. 389: «Questa
donna è il popolo di Dio», «La donna, madre del Messia, è anche madre di
Israele e dei suoi figli perseguitati». - N on può essere definita se non stra­
vagante l’interpretazione per cui la Donna di Apoc. 12 sarebbe lo Spirito:
cf. S. Petrement, Une suggestion de limone Weilàpropos d ’Apocalypse XII:

116
2. Un esempio e la formula di Ruperto di Deutz

11 problema della «marianità» à\Apoc. 12, comunque, è diffìcil­


mente evitabile perché il cristianesimo primitivo in almeno cin­
que tradizioni ben conosce la persona e perfino esplicita il no­
me della madre di Gesù: la fonte di Mt. 1-2 (persona e nome),
la fonte di Le. 1-2 (persona e nome), la tradizione sinottica (per­
sona e nome), la fonte di Atti 1,14 (persona e nome), e la tradi­
zione giovannea (persona). Il problema allora si ripropone a li­
vello della particolare scelta di linguaggio operata da Giovan­
ni, come un esempio può illustrare.
Immaginiamo di dover scrivere: «Quanto ai dogmi mario-
logici, la tradizione cristiana ha prima esplicitato quello della
maternità divina (431 d.C.), poi, a secoli di distanza, quelli del­
l’immacolata concezione (1854) e dell’assunzione (1950)».
Quest’enunciato illustra bene il nostro caso per via di due suoi
tratti: quello della forte sintesi storica e quello della non-per-
sonalizzazione. Anzitutto la forte sintesi storica: «la tradizione
cristiana» è un’espressione comprensiva sia di una definizione
conciliare anteriore alla spaccatura del 1054 tra Oriente e Oc­
cidente, sia di due definizioni pontificie cui, in quanto tali,
l’Oriente non aderisce. E questo può essere messo in qualche
parallelo con la Donna: nelPinterpretazione ecclesiale di Apoc.
12 la Donna simboleggia sia l’Israele pre-messianico, sia il po­
polo di Dio (post)messianico,1 che sono distinti l’uno dall’al­
tro pur appartenendo alla stessa tradizione. In secondo luogo
la non‫־‬pcrsonalizzazione: l’accenno ai dogmi dell’immacolato
concepimento e dell’assunzione è fatto attribuendone imper-
N TS 1 1 [1965], 291-296; Pikaza, Apocalipsìs XII, 252-254; G. Quispel,
The Holy Spirit as Woman in Apocalypse 12: Comp 34 (1989) 288-289.
1 N on è immagine del solo Israele storico, come vorrebbe per esempio
Steinmetzer, Apokalyptische Drache, 289 («rappresentante del popolo di
Dio dell’A.T.»), ma dell’Israele totale. Tra i molti cf. per esempio Kassing,
Kirche, 160: «La donna della visione può essere soltanto l’unica comunità
di salvezza dell’A.T. e del N.T., perché solo così si può salvaguardare
l’unità di senso di questa figura e delle varie fasi della sua vicenda»; MichI,
Deutung, 309: «È la chiesa nella sua fase precristiana e nella sua continua­
zione cristiana. È Israele che ha generato il Messia non la chiesa, ma è la
chiesa e non Israele che è protetta nel deserto da Dio dopo che il Cristo è
stato innalzato al trono di Dio. Tutto ciò c per Giovanni un’unica realtà»;
Peinador, Problema, 180: «La donna è l’unica chiesa dei due Testamenti».

22 7
sonalmente la proclamazione alla chiesa, senza nominare i papi
Pio ix e Pio xii che invece, per un cattolico informato, sono ad
essi indissolubilmente legati. Allo stesso modo la generazione
del Messia in Apoc. 12 è detta in termini collettivi, ma e inevi­
tabile che evochi la persona cui essa è dovuta.
Come la madre di Gesù era ben conosciuta almeno in cin­
que tradizioni protocristiane, compresa quella giovannea, così
non è né impossibile né diffìcile che anche Giovanni di Patmos
la conoscesse, anzitutto perché certamente era in contatto con
le chiese giovannee e, in secondo luogo, perché dimostra di es­
sere interessato alPorigine del Messia. Lo chiama «radice di D a­
vide» per ben due volte (5,5; 22,16) e lo chiama «leone [venu­
to] dalla tribù di Giuda» (5,5), la tribù che cristianamente egli
colloca al primo posto nella lista di 7,5-8.
E allora è pertinente ed esemplare la formula di Ruperto di
Deutz che commenta Apoc. 12 scrivendo: Christum edidi[t] Ec­
clesia, pariente Virgine Maria (PL 16 9 ,1048B).
Capitolo io

L 'Apocalisse
e lo spirito di vendetta
L ’Apocalisse è un libro di martirio ma ha fama di essere anche
un libro di odio e di vendetta. Dopotutto in 1 6,6 per esempio
si dice: «(I persecutori) hanno versato il sangue di santi e pro­
feti c tu (= Dio) hai dato loro sangue da trangugiare: è quello
che meritano!». E in 18,6 è detto: «Ripagatela (= ripagate Babi­
lonia) con la sua stessa moneta, retribuitele il doppio dei suoi
misfatti, versatele doppia misura nella coppa con cui mesceva.
Tutto ciò che ha speso per la sua gloria e per il suo lusso, resti­
tuiteglielo in tanto tormento e afflizione».1
Un testo di «vendetta» molto più importante a motivo della
sua funzione strategica è però quello di 6,9-10, perché evoca la
situazione da cui scaturisce tutta la trama dell’Apocalisse, co­
me s’è già detto. Giovanni vede sotto l’altare celeste le anime di
coloro che sono stati uccisi per la parola di Dio e li ode rivol­
gersi a Lui, quale Signore della storia, invocando vendetta per
il loro sangue: «Fino a quando, o Sovrano, [tu che sei] il santo
e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue
contro gli abitanti della terra? (εως πότε... ού κρίνεις καί έκδ‫׳‬,-
κεΐς το αίμα ήμών;)». L ’aspirazione alla vendetta è dunque at­
tribuita addirittura ai santi chc sono già presso Dio, e da una ri­
chiesta di vendetta, consacrata e legittimata dal martirio, presu­
mibilmente non può non nascere che un libro di vendetta.

I. I L P R O B L E M A E T IC O E T E O L O G IC O
D E L L , A P O C A L IS S E

i . La vendetta nell’Apocalisse
e dm uomini di lettere
L ’accusa di odio e vendetta viene rivolta al libro di Giovanni
di Patmos per esempio da uomini di lettere come lo scrittore in-
1 Per il primo testo basti citare Gelin, Apocalypse, 643: «Il sangue bevuto sa­
rà castigo per il sangue versato», e per il secondo Morris, Revelation, 2 1 1:
«Il semplice ‘occhio per occhio c dente per dente’ qui non basta».

229
glesc D .H . Lawrence (1885-1930) e in Italia, da Massimo Bon-
tempelli (1878-1960).
In tutta la sua vita Lawrence visse un vagabondaggio inquie­
to che lo portò dall’Europa all’America e all’Oceania. Fu un no­
made anche nello spirito perché, educato religiosamente nel­
l’ Inghilterra vittoriana, s’allontanò poi dalla religione e in par­
ticolare dalla Bibbia che gli era stata «inculcata giorno dopo
giorno, anno per anno, volente o nolente, la coscienza l’assimi­
lasse o m eno,... sia durante la scuola regolare, che in quella do­
menicale, che nei circoli religiosi».1 Dedicatosi poi allo studio
comparato delle religioni allora in voga, si senti attratto dal vi­
talismo del paganesimo nel quale l’uomo viveva in simbiosi con
il cosmo. Ma il «Drago degli alchimisti» di Frederick Carter,
di cui fu richiesto di scrivere una prefazione, lo riportò a con­
tatto con l’apocalisse giovannea che aveva imparato a conosce­
re da piccolo e che ora lo attrasse e, contemporaneamente, lo ir­
ritò a tal punto da spingerlo a scrivere contro Giovanni di Pat-
mos l’ultima sua opera, l’opera sua più polemica. Si tratta del
saggio intitolato Apocalypse, scritto nel 1929 a Bandol in Pro­
venza, alla vigilia della morte che sopravvenne il 22 marzo 1930,
sempre in Provenza, a Vence. Il libro uscì postumo in edizione
privata nel 1931 a Firenze.
Lawrence apre il suo libro con il racconto dell’educazione
religiosa ricevuta da ragazzo, la quale era alimentata di insegna-
menti biblici «fino alla saturazione» (p. 19). E se a proposito
della Bibbia Lawrence dice: «Il mio istinto più segreto, davanti
alla Bibbia, si ribella» (p. 19), di Apoc. scrive: «Fra tutti i libri
della Bibbia... è il più detestabile» (p. 20), e «L’Apocalisse mi
è, e mi fu sempre antipatica» (p. 21). Di essa odia le tonalità
magniloquenti e declamatorie, il rigonfio fraseggio, il cattivo
gusto delle immagini che non sono poetiche ma arbitrarie, e
persino brutte (p. 21). Ancor più che lo stile, di Apoc. Lawrence
rifiuta l’aspirazione di fondo. «Parto di un cervello mediocre»
(p. 25), secondo Lawrence essa dà voce alla grande massa dei
deboli che, non sapendo essere umili, si fanno portare dal loro

1 D.H . Lawrence, L ’Apocalisse, cura e traduzione di W. Mauro, Roma 1995


(Firenze 119 31) 19. Cf. anche D.H . Lawrence, L ’Apocalisse, introduzione
di R. Aldington, traduzione di Ernesto Ayassot (Il Saggiatore), Milano
1946; (I Gabbiani), Milano 1966.

230
orgoglio all’odio contro chi è potente (pp. 22-25). Infatti, fin
dalle sue origini - spiega Lawrence - il cristianesimo assunse
due forme: la prima è la forma di Gesù, di Paolo c dell’evange­
lista Giovanni i quali, forti d’animo, insegnavano amore e ca­
pacità di rinuncia (p. 24). Giovanni di Patmos invece fu propu­
gnatore della seconda forma, quella dei deboli dominati dalla
libidine di potenza e di rivincita. Dal momento poi che al mon­
do esistono più esseri deboli che esseri forti, questo secondo
tipo di cristianesimo ha vinto e continuerà a vincere, così che
su questa strada «avremo il regno millenario degli pseudo-umi­
li, e sarà spaventoso da contemplare» (p. 24). È così che nel
N .T. si insinuò la grande nemica del cristianesimo, la sete di
potere (p. 26), ed è per questo che l’Apocalisse non ha più nul­
la del messaggio del Cristo (p. 25), è un libro appena cristiano
(p. 43), ed è come il Giuda del N.T. Scrive Lawrence: «Come
era fatale che tra i discepoli del Cristo fosse presente un Giuda,
così fu inevitabile che fra i libri del N.T. ci fosse l’Apocalisse»
(p. 26), «Giuda tradì Gesù per vendetta con un bacio. Allo stes­
so modo, era naturale che l’Apocalisse fosse inclusa nel N.T.,
per dare il bacio della morte ai Vangeli» (p. 28). Lawrence scri­
ve poi che Giovanni di Patmos è assetato di sangue (p. 87), che
l’Agnello si comporta come il più feroce dei leoni (p. 53), che
l’Apocalisse è un libro repellente (p. 88) essendo tutto ispirato
dall’invidia (pp. 71 e 88), e che repellente è il suo cristianesimo
(p. 88).1
Quanto a Massimo Bontempelli, prima neoclassicista car­
ducciano, poi aderente al Futurismo e al Novecentismo, e poi
inventore e ideologo del Realismo magico, egli nel 1941 fece
un’elegante traduzione dell’Apocalisse dal latino che accom­
pagnò con una postfazione. Per la sua particolare sensibilità di
uomo di lettere, Bontempelli è come toccato dal fatto che G io ­
vanni di Patmos scrivesse «sotto le stesse stelle che Saffo aveva
r Per Apoc. come libro invece di giustizia, cf. il sottotitolo di Elisabeth
Schùssler Fiorenza («Visione di un mondo giusto», 1991) e la conclusione
cui l’autrice giunge nel suo commentario: «Il dualismo dell’Apocalisse
sfida la convinzione che l’ingiustizia e l’oppressione sono il centro [sic per
‘al centro’ (at thè center)] dell’universo» (p. 149); e cf. K.M. Fischer, Die
Christlichkeit der Offenbamng Johannes: ThLZ 106 (1981) 172, secondo
il quale Apoc. mostra come «il male non ha l’ultima parola e che ogni ge­
mito si trasformerà in una lode di Dio».

231
vedute tramontare».1 Anche se Giovanni non è Saffo, tutti e
due - sembra dire Bontempelli - sono stati ispirati dalle mede­
sime stellate notturne e dallo stesso mare che già Omero aveva
cantato. A differenza di Lawrence, Bontempelli sembra dunque
amare !,Apocalisse come opera letteraria. Tra l’altro la definisce
«poema d’immensi respiri» (p. 96) e «viaggio tra le tempeste e
arrivo in un pacato porto», e di essa dice: «Libro di spavento e
guarigione, porta il tuo cuore alle angosce acute, le trasforma
in esaltazioni, poi le placa nella speranza della pace» (p. 96). In
tutto questo Bontempelli appare come conquistato dalla finale
discesa dal cielo della Gerusalemme nuova quale approdo bea­
to, mentre invece per Lawrence non c’è nulla d’interessante in
Apoc. dopo il cap. 13, tanto è vero che sbriga il commento ad
Apoc. 14-22 in un solo paragrafo (cf. p. 87), e della Gerusalem­
me escatologica scrive: «Quale tedio infinito alla sola idea di
tutto quel paradiso da gioielliere che è la nuova Gerusalemme!»
(p· 7 0 ·
Libro di speranza in cui «la terribilità biblica riesce ad appro­
dare a una spiaggia candida» (pp. 95 e 96), l’Apocalisse è tutta­
via giudicata da Bontempelli con parole non meno dure di quel­
le di Lawrence. Come Lawrence, anch’egli trova il Cristo di
Apoc. all’opposto di quello dei vangeli, perché passare dai van­
geli ad Apoc. è passare dal Galileo amoroso al Cristo stermina­
tore (p. 95). L ’Apocalisse è «il poema degli stermini» (p. 95), il
poema in cui «la rappresentazione dell’odio sorpassa in quan­
tità il canto d’amore» (p. 95), tanto è vero che Bontempelli con­
fessa di non saper immaginare niente di più implacabile del Cri­
sto di 19,15 intento a pigiare il torchio dell’ira del Dio onnipo­
tente (p. 100).

2. La vendetta nell'Apocalisse
e gli uomini di chiesa
Lawrence, che si è richiamato a J. Moffatt (1910) per la versio­
ne in inglese di Apoc. e a R.H . Charles (1920) come termine di
confronto per la sua interpretazione, chiama quest’ultimo di­
spregiativamente «critico ortodosso», e i critici ortodossi per
Lawrence procedono con ipocrisia e reticenza ad esempio per-
1 M. Bontempelli, Apocalisse di Giovanni (PE 45), Milano 1987,102.

232
ché, quando è il momento di riconoscere il debito di Giovanni
nei confronti del paganesimo, «sollevano i lembi delle loro cot­
te clericali e accelerano il passo» (p. 41). In effetti, non solo per
le dipendenze pagane, ma anche per il tema e per i testi della
vendetta, i commenti ad Apoc. scritti da uomini di chiesa sono
facili all’apologetica. Tra gli antichi, per esempio, Agostino e
Primasio di Adrumetum (f 558) aggiravano la difficoltà con
poca spesa scrivendo che la vendetta è chiesta in 6,10 non con­
tro gli uomini ma contro il regno del peccato. Ancora meno
convincente è la giustificazione del testo che viene dallo pseu-
do-Isidoro (dopo il 550) e da Martino di Leon (xin secolo),
secondo i quali la preghiera dei martiri è una preghiera dettata
dalla carità (petunt sancii ex charitate). Accelerando i tempi del
giudizio, infatti, essa fa sì che i peccatori abbiano meno tempo
da dedicare al peccato e fa in modo che, se proprio non posso­
no evitare l’inferno, almeno abbiano in esso una pena minore.1
Tra gli antichi c’è però anche chi solleva la comprensibile do­
manda di come quella richiesta di vendetta possa concordarsi
con il comando evangelico di amare anche il nemico. Lo fanno
per esempio Aimone di Halberstadt e Berengaudo. Il primo
scrive: «Qui ci si deve chiedere perché mai i santi chiedano ven­
detta sui nemici quando il Signore nell’Evangelo dice: 'Amate i
vostri nemici e pregate per chi vi perseguita e per chi vi calun­
nia’». E il secondo: «Dal momento che la Scrittura comanda di
non rendere male per male e dal momento che il Signore nel-
l’Evangelo dice: ‘Amate i vostri nemici e fatte del bene a colo­
ro che vi odiano’, come mai i santi del cielo chiedono vendetta
sui propri nemici?».2
1 Agostino: Quis enim audeat affirmare mm illi sancii candidati se vindi-
cari petierint, utrum contra ipsos homines, an cantra regnum peccati pe-
tierint? Nam ipsa est sincera et piena iustititiae et misericordiae vindicta
martyrum, ut evertatur regnum peccati (Serm. in monte, P L 34, 1268, nr.
77); Primasio: eos manifestum est contra peccati regnum orasse (PL 68,
838C-D). - Pseudo-Isidoro: ut emendent se a peccatis aut cito veniat dies
iudicii et minuspeccent (PL Suppl. 4, 1856); Martino di Leon: Duobus mo-
dis petunt sancti ex charitate vindictam de inimicis: videlicet, ut illi qui ad
vitam aetemam sunt praedestinati, convertentur de malo ad bonum; velut
illi qui, praesciente Deo, damnati sunt, moriantur et peccare desinant, ut
per hoc minorem poenam in inferno habeant (PL 209, 338B). Cf. anche Ai-
mone, PL 117 , 1030C-D.
2 Aimone, PL 117 , 1030C; Berengaudo, P L 17,92 id.

233
Anche tra i moderni non mancano coloro che ripiegano su
spiegazioni apologetiche. L. Cerfaux e J. Cambier, per esem­
pio, prima constatano che 16,5-7 ha un andamento liturgico, e
poi aggiungono che «il y a aussi une liturgie de la colère». Se­
condo G. Berguer, poi, la richiesta di vendetta di 6,10 è addirit­
tura «eminentemente cristiana».1 Interpreti come G .B. Caird e
J. Roloff ritengono poco cristiani il tono e il contenuto di certi
testi di Apoc., ma lo dicono interrogativamente, allo stesso mo­
do di Aimone e di Berengaudo.2 G.R. Beasley-Murray e D.E.
Lohse mettono la loro domanda nel titolo di ciò che scrivono,
ma poi si dedicano a mettere in luce gli elementi indiscutibil­
mente cristiani di Apoc} Altri ancora premettono un pruden­
ziale «sembra» alle loro affermazioni, o attribuiscono ai colle­
ghi la critica circa la quale essi stessi per qualche ragione non so­
no espliciti. Così E.-B. Allo, J. Sweet e G.B. Caird scrivono:
«L’appello dei martiri sembra a certuni più giudeo che cristia­
no», e rispettivamente: «Lo spirito del grido [di 6,10] sembra
incresciosamente pre-cristiano» e «I critici hanno esplicitamen­
te denunciato Apoc. come un libro di spirito vendicativo e non­
cristiano».4
1 Cerfaux-Cambier, Apocalypse, 140; G . Berguer, Douze méditations apro-
pos de l’Apocalypse, Genève 19 16,72. Quest’ultimo autore è citato (e disap­
provato) da Briitsch, Clarté, 128.
i Caird, Revelation, 1: «Come è potuto entrare nel N .T. questo libro? È
un libro cristiano? N on è un po’ troppo soddisfatto e compiaciuto del ca­
stigo dei malvagi?»; Roloff, Offenbarung, 10: «In che misura Apoc. è un
libro cristiano? Non è in contraddizione con il vangelo di Gesù quell’an-
nientamento dell’umanità ostile a Dio che tanto spazio ha nel libro?».
3 G.R. Beasley-Murray, liow Christian is thè Book of Revelation?, in R.
Banks (ed.), Reconciliation and Hope. New Testament Essays on Atone-
ment and Eschatology. Fs L.L. Morris, Grand Rapids 1974, 275-284 (sono
cristiani l’immagine d d l’Agnello a confronto con l’immagine dell’Agnello
di Test. Ios. 19,8 e poi l’evento pasquale presupposto nel suo sangue re­
dentore, il «già e non ancora» della vittoria sul Drago in Apoc. 12, la sal­
vezza del regno millenario e della Gerusalemme nuova ecc.); D.E. Lohse,
Wie christlich ist die Offenbarung des Johannes?: N TS 34 (1988) 321-338
(Apoc. si distingue dagli scritti giudaici perché i suoi formulari sono ana­
loghi a quelli della letteratura cristiana, per la cristologia dei suoi inni,
perché i titoli cristologici non sono tratti dal giudaismo, per la salvezza
collocata nel passato e non solo nel futuro ecc.). Cf. anche il titolo Die
Christlichkeit der Offenbarung Johannes di Fischer (1981).
4 Allo, Apocalypse, 86; Sweet, Revelation, 14 1; Caird, Revelation, 2.

234
Ci sono però interpreti che al riguardo formulano le loro ri­
serve senza giri di parole. Per esempio Martin Lutero (1522)
affermava che il livello di Apoc. è molto inferiore a quello di
Paolo e dei vangeli, così che in essa il Cristo non vi è né inse­
gnato né riconosciuto.1 Più recentemente H .J. Holtzmann af­
fermava che in Apoc. trionfa un messianismo guerrafondaio e
micidiale, e Madame M. Baxter che la richiesta di vendetta non
è spirito di Cristo. C.H . Dodd poi dice che Apoc. ha una con­
cezione di Dio al di sotto di molto insegnamento anticotesta­
mentario e che dipinge un’immagine del Messia molto lontana
da quella dell’annuncio primitivo. N on c’è poi introduzione al
N .T. che, per parlare di Apoc., non faccia riferimento alla sen­
tenza di R. Bultmann secondo cui quello di Apoc. è un giudai­
smo debolmente cristianizzato. Si può infine citare W.G. Kum­
mel il quale, introducendo Apoc., aggiunge alle usuali questio­
ni critiche anche quello che egli chiama «il problema teologico
di Apoc.». Dopo aver replicato a Bultmann dicendo che quello
di Apoc. non è affatto un giudaismo superficialmente cristianiz­
zato, Kummel aggiunge però che Giovanni è debitore in misu­
ra straordinariamente grande a giudaismo ed ellenismo di ele­
menti contrastanti con l’annuncio centrale del N.T., ed esem­
plifica con il regno millenario di 20,2 ss. e, appunto, con il gri­
do di vendetta di 6,io .2
L ’Apocalisse suscita riserve dunque non solo tra i profani
attratti dall’affascinante (o odiosa) magniloquenza delle sue vi­
sioni, ma anche tra coloro che riconoscono in essa un libro sa­
cro c canonico. Come si vede, la questione se Apoc. sia o no un
1 Nel 1530 Lutero ha poi dato di Apoc. un apprezzamento più positivo,
secondo il quale essa sarebbe invece un libro di consolazione, perché ren­
derebbe consapevoli che nessuna violenza b menzogna, né turbamento, né
sofferenza può schiacciare la fede cristiana. Lutero è citato per esempio da
Lohse, Wie christlich ist, 322 (per il 1522) e 337-338 (per il 1530).
2 H.J. Holtzmann, Lehrbuch der neutestamentlichen Theologie 1 (STL.NT
i),Tubingen 19 11, 540-541 («kriegérische, ja mòrderische Messianismus»);
M. Baxter, Ses demières paroles. Etude biblìque sur l'Apocalypse, Neuchà-
tel 1927, 57 (citata da Briitsch, Clarté, 128); C.H. Dodd, La predicazione
apostolica e il suo sviluppo (SB 21), Brescia 1973 (London 41970) 46. - R.
Bultmann, Theologie des Neuen Testamenti, Tiibingen 91984 (‘ 1948) 525
(«ein schwach christianisiertes Judentum»). - W.G. Kummel, Einleitung
in das Neue Testament, Heidelberg 211993, 4 17 («das theologische Prob-
lem») e 418-419.

235
libro ispirato dall’odio, ha bisogno di essere discussa, e il di­
scorso può prendere il via proprio dal grido dei martiri che in
6,10 invocano vendetta da Dio, se egli è davvero colui che con­
duce la storia secondo giustizia.

II. l ’ e p i s o d i o d e l l e a n i m e d e g l i u c c i s i

i. Il sangue dei servi di Dio


e la richiesta di vendetta (6,9-10)
Gli «uccisi» che in 6,9-10 chiedono vendetta sono probabil­
mente un drappello di martiri1 cristiani d’Asia, come s’è visto
nel capitolo quarto. Giovanni parla della loro morte violenta
come morte innocente anzitutto con la collocazione delle loro
anime ai piedi dell’altare, poi con la menzione del loro sangue
da vendicare e, infine, dicendo che quella morte ha la sua causa
nella dedizione alla parola di Dio e alla testimonianza: è dun­
que la morte dei servi fedeli di Dio.
In risposta a quella fedeltà fino al sangue, nelle chiese pro­
babilmente ci si aspettava che Dio fosse a sua volta fedele ai
suoi servi in modo tangibile. Qualcuno si aspettava probabil­
mente e irrealisticamente una capitolazione degli avversari
analoga a quella della sinagoga che in 3,9 il Cristo assicura alla
chiesa di Filadelfia, capitolazione promessa come controprova
tangibile dell’amore del Cristo per la sua chiesa. Ma il «Fino a
quando ecc.?» di 6,10 dice che non si intravedeva alcun segno,
né di approvazione divina a favore dei martiri e delle chiese
stesse, né di disapprovazione per chi era loro ostile fino alla
violenza fisica. I titoli con cui i martiri si rivolgono a Dio («O
Sovrano, il santo e verace») suonano dunque quasi come un
rimprovero: mentre è nella sua stessa natura di governare con

x II termine «martiri», per comodità riferito qui agli uccisi di 6,9-11, ad An-
tipa e ai Due Testimoni di 11,3 -13 , è evidentemente un anacronismo e non
può certo fondarsi sulle ricorrenze di μαρτυρία e di μάρτυρες in 2,13; 6,9, e
11,3.7. Tuttavia, secondo H. Strathmann, μάρτυς κτλ., G L N T vi, Brescia
1970 (Stuttgart 1942) 13 3 1-13 3 4 e A.A . Trites, Martys and Martyrdom in
thè Apocalypse: N T 15 (1973) 72-80 il vocabolario del martirio cristiano,
che si fissò definitivamente nel 11 secolo (cf. Mart. Poi. 19 ,1, ecc.), ha in
Apoc. (e in Atti) le premesse, se non proprio i primi sviluppi, e comunque
è il più adatto a esprimere la raffigurazione giovannea dei servi sofferenti
di Dio.

236
santità e giustizia, in Asia invece Dio non si mostrava né so­
vrano che governa con santità, né giudice che giudica con tem­
pestività.

2. La prospettiva di Giovanni e la sua risposta


(6,1i)
La posizione di Giovanni circa la violenza di cui le chiese si
sentivano vittima era diversa. Egli parla delle anime dei martiri
facendo ricorso al verbo σφάζε tv («vidi le anime degli uccisi
[τών !σφαγμένων]»), e quel verbo e quella forma participiale
rimandano molto spontaneamente al participio con cui in 5,6
si parla dell’Agnello: «un Agnello, come ucciso (ώς έσφαγμέ-
vov)». La somiglianza con quella del Cristo pasquale mette la
morte violenta dell’innocente in una luce positiva perché la
morte del Cristo è vittoria («Non piangere: ecco, ha vinto [ένί-
κησεν], il leone della tribù di Giuda», 5,5), ed è chiave inter­
pretativa della storia («Tu sei degno di prendere il libro e di
aprirne i sigilli perché sei stato ucciso [cm έσφάγης]», 5,9). C o ­
me risposta ai martiri viene consegnata una veste bianca, sim­
bolo di futura ricompensa (v. u à ), e viene rivolto l’invito a ri­
posare (ίνα άναπαύσονται)1 finché giungano a pienezza quelli
che come loro devono morire nel compimento del servizio a
Dio (v. n b ): da una parte dunque la consolante promessa di
partecipare alla vittoria del Cristo, ma dall’altra la previsione
di altra ostilità e di altre vittime. Giovanni insomma risponde
che Dio e il Cristo non si dimenticano dei loro fedeli e tengo­
no in serbo per essi la ricompensa escatologica, ma dice anche
1 II verbo άναπαύειν viene tradotto di solito con «pazientare»: cf. per esem­
pio le traduzioni C E I del 1971 e del 1997 («e fu detto loro di pazientare
ancora un poco, finché ecc.») e la traduzione della cosiddetta Bible de Jé-
rusalem («en leur disant de patienter encore un peu»). Tuttavia A. Feuil-
let, Les martyrs de l’humamté et l’Agneau égorgé. Une interprétation nou-
velle de la prière des égorgés en Ap 6,9-11: N R T 99 (1977) 200, facendo
presente che il verbo άναπαύομαι non ha mai quel significato, ha sostenu­
to che anche qui gli si deve riconoscere il suo significato di «riposare». C i­
tando Sap. 4,7 e Apoc. 14,13 (a cui bisognerebbe aggiungere i molti testi
cui rimanda Aune, Revelation 6-16, 4 10 -4 11, oltre che 4 Esd. 7,75-101 e la
preghiera liturgica del Requiem aetemam), a ragione lo stesso autore defi­
nisce poi il verbo αναπαύομαι come «designazione tecnica della condizio­
ne dei giusti dopo la morte» (pp. 199-200).

237
che lungo il corso della storia la persecuzione, nonostante tutti
i suoi connotati negativi, non ultimo il pericolo di apostasia,
rientra nel piano di Dio.
La risposta ai martiri va però ben oltre il quinto sigillo per­
ché soltanto in 19,1-2 una voce celeste può proclamare, con gli
stessi verbi di 6,10, che Dio «ha giudicato ( o t i e x p iv sv ) ..., e ha
vendicato ( x a ì è^eSÌxyjctsv) il sangue dei suoi servi». In tal mo­
do, lontano dall’essere una visione qualsiasi, quella dei martiri
di 6,9-11 è il punto dinamico da cui nasce tutta la seconda par­
te di Apoc.: nel linguaggio della narratologia si direbbe il «mo­
mento scatenante (inciting moment)». Dopo 6 ,9-11, dunque,
tutto è risposta al grido con cui i martiri chiedono a Dio giudi­
zio e vendetta.1

3. I flagelli dell'ira divina (Apoc. 8 -11; 15-16)


Sono risposta i sette sconvolgimenti cosmici di 6 ,12-17, che
annunciano l’imminente e irresistibile ira di Dio e dell’ Agnel­
lo. È risposta poi il contrassegno impresso sulla fronte dei
144000 (7,1-8) quale garanzia di protezione dall’ira divina che
deve dispiegarsi contro i non-servi. Ed è risposta soprattutto la
visione escatologica della folla innumerevole che, vestita in
bianche vesti, canta le lodi di Dio davanti al suo trono, là dove
non c’è più fame, né sete, né lutto, né pianto (7,9-17)· La scena
di 6,9-11 viene poi riproposta in 8,3-5, dove la preghiera dei
«santi»2 sale ancora dall’altare che sta davanti al trono di Dio,
e dove, in risposta, l’ira di Dio scende contro la terra sotto for­
ma di carboni ardenti tra un improvviso scoppio di tuoni, vo­
ci, lampi e terremoto.

1 Cf. Biguzzi, Settenari, 147-148. 3 1 1 . Polemizzando contro J. Weifi che a


proposito di 6,9-11 aveva parlato di Ruhepunkt, W. Sattler, Das Gebet der
Mdrtyrer und seine Erhorung: ZN W 20 (1921) 232, afferma a ragione che
la scena, anziché costituire una pausa di riposo, rappresenta un punto
elettrizzante di primissima importanza tanto in se stessa quanto soprattut­
to nella trama drammatica di Apoc.
2 «Santi» è una delle espressioni con cui Apoc. designa quelli che soffrono
e muoiono al servizio di Dio (cf. 16,6; 17,6; 18,24), ed è in buona misura
equivalente non solo degli «uccisi» di 6,9-11, ma anche di: «profeti» (16,6;
18,24), «servi suoi [di Dio]» (19,2; cf. anche 6,11), «testimoni» (1,5; 3,14
[di Gesù]; e 2,13; 17,6) e «decapitati con la scure» (20,4).

238
Quell’ira poi prende forma prima nei flagelli che si riversa­
no contro gli idolatri dell’idolatria tradizionale (cf. 9,20-21)
ogni volta che uno degli angeli delle trombe fa squillare la sua
tromba (8,6-11,15), e P °i contro gli idolatri dell’idolatria della
Bestia (cf. 16,2.10) che hanno versato il sangue dei santi e dei
profeti (cf. 16,6) ogni volta che uno dei sette angeli delle coppe
riversa l’ira contenuta nella propria coppa (16,2-21). N on solo:
ma di tanto in tanto, per rilanciare l’azione, Giovanni torna a
parlare degli angeli che dall’altare invocano il giudizio divino
(14,18), o delle voci che dall’altare evocano nuovi flagelli anti-
dolatrici (9,13), o approvano gli interventi di Dio contro i per­
secutori (16,7)/

4. Flagelli medicinali in vista della conversione


Se questo fosse tutto, si potrebbe davvero pensare l’Apocalisse
come libro dell’ira di Dio che vendica il sangue dei martiri. Ma
non è così. In 9,20-21 per i flagelli delle trombe e in 16 ,9 .11 per
quelli delle coppe, il lettore di Apoc. impara infatti che l’ini­
ziativa divina contro gli idolatri delle due idolatrie non ha co­
me scopo il loro castigo né il loro annientamento ma la loro
conversione, anche se essa di fatto è attesa inutilmente: «e non
si convertirono dalla loro condotta così da non adorare più ido­
li e demoni... e non si convertirono da omicidi, magie, forni­
cazioni, e furti» (9,20-21); «e bestemmiarono il nome di Dio
... e non si convertirono così da dargli gloria» (16,9), «e bestem­
miarono il Dio del cielo... e non si convertirono dalle loro
opere» ( 16 ,11).2
Quella delle trombe e delle coppe, dunque, è un’ira medici-
' ‫־‬ ' i

1 Cf. Lohmcyer, Offenbarung, 70, che parla della prosecuzione del giu­
dizio di Dio provocato sempre di nuovo dall’altare, e U. Vanni, Struttura,
2 1 0 -2 1 1. 222. 22J.

2 A questo riguardo, le versioni C E I privano il lettore di una delle chiavi


d’interpretazione dell’intera Apoc. non rendendo con fedeltà i quattro oò-
(Sè) {AeTevórjcrav di 9,20.21 e 16,9.11 che traducono con: «non rinunziò a»
«non rinunziò a», «invece di ravvedersi per», «invece di pentirsi di» (ver­
sione C E I 1971), e «non rinunziò a», «non rinunziò a», «invece di pentirsi
per», «invece di pentirsi di» (versione C E I 1997). Più fedele al greco, la
Volgata traduce invece: neque paenitentiam egerunt, et non egerunt paeni-
tentiam, neque egerunt paenitentiam, et non egerunt paenitentiam.

239
naie e non di vendetta.1 Nonostante le immagini come sempre
clamorose e nonostante il linguaggio che sembra ispirarsi alla
legge del taglione, l’ira che colpisce idolatri e persecutori non è
ispirata alla vendetta perché il flagello è solo strumento, non fi­
ne. In tutto questo Giovanni ha rielaborato e fuso elementi
tratti dal libro dell’Esodo, e cioè le piaghe che premevano sul
faraone perché lasciasse partire gli Israeliti dall’Egitto,2 ed ele­
menti tratti dal midrash sull’esodo di Sap. n - 19 , e cioè la reci­
procità tra peccato e castigo e la finalità medicinale delle pia­
ghe esodiche. Dice per esempio il libro della Sapienza a propo­
sito del castigo «reciproco»: «Con quelle stesse cose per cui
uno pecca, con esse poi è castigato» (11,16 ). E a proposito del
castigo «medicinale»: «Hai punito gente nemica dei tuoi figli e
degna di morte, concedendole tempo e modo per ravvedersi
dalla sua malvagità» (12 ,20).3
Lo stesso problema e la stessa soluzione sono riproposti in
Apoc. 1 1 , nell’episodio dei Due Testimoni.

1 Per il carattere medicinale delle trombe, tra i molti cf. per esempio
Briitsch, Clarté, 165 che da P. Vanbergen, !.,Apocalypse, Bruges 1959, 12,
riprende l’affermazione secondo cui i flagelli «non hanno altro obiettivo
se non quello della conversione dei malvagi» e Harrington, Revelation,
113 : «La motivazione dei flagelli non è la vendetta ma l’appello alla meta-
noia». Per le coppe l’affermazione è abbastanza comune, e tuttavia non
mancano anche voci discordanti. Per Swete, Apocalypse, 200, le piaghe
delle coppe sono non più medicinali ma solo punitive dal momento che
sono chiamate «le ultime»; per Charles, Revelation li, 27, le piaghe delle
coppe sono soltanto punitive, nonostante gli espliciti riferimenti alla
(mancata) conversione, mentre Yarbro Collins, History-of-Religions Ap-
proach, 371-372, afferma che al versamento delle coppe il tempo della con­
versione è già passato e che quel tema, ingombrante nel testo attuale, viene
probabilmente dalle fonti.
2 Per il carattere «esodico» dei flagelli di Apoc., cf. Cf. Biguzzi, Settenari,
15 1-15 2 . 165-166, e gli autori ivi citati, ai quali si può aggiungere Beasley-
Murray, How Christian is, 283: «In Apoc. c’è una ripetizione dell’espe­
rienza di Israele in Egitto: l’Anticristo è un altro faraone che resiste a Dio
e opprime il suo popolo, ed è per questo che attira su di sé e sui suoi
adepti le piaghe d’Egitto. L ’evento cruciale non sono le piaghe ma la re­
denzione».
3 Cf. Biguzzi, Settenari, 15 1-15 4 , per il settenario delle trombe, e 165-167
per il settenario delle coppe.

240
III. L ’ EPISO D IO D EI DUE TESTIM O N I

i. I Due Testimoni e la loro attività (11,3-13)


In Apoc. 1 1, in soli dieci versetti, è narrata tutt’una intera vicen­
da 1 che è, anch’essa, esemplare illustrazione del problema del
giusto sofferente. Due personaggi senza nome vi vengono pre­
sentati come «i due olivi» e le «due lampade che stanno al co­
spetto del Signore della terra», con immagini liberamente ri­
prese da Zc. 4,1-14 , le quali probabilmente devono dire la mis­
sione civica e sacerdotale dei Due. In Zc. 4 infatti i due olivi «so­
no i due consacrati che assistono il dominatore di tutta la ter­
ra», dove il primo dei due consacrati è Zorobabele, restaurato-
re politico della comunità postesilica e ricostruttore del tem­
pio, e il secondo è il sommo sacerdote Giosuc, nel tempo diffi­
cile del rimpatrio dalPesilio. L ’invio dei Due al mondo ostile è
invece detto con il vocabolario giuridico della testimonianza e
con quello religioso della profezia: «Farò in modo che i miei
due testimoni compiano la loro missione dì profeti ecc.» (11,3).
Sono due di numero probabilmente perche la Legge mosaica
chiedeva il numero binario dei testimoni in ordine alla validità
e alFindiscutibilità della testimonianza processuale (Nm. 35,30;
Dt. 17,6; 19 ,15).2 Il fatto che i Due Testimoni siano vestiti di
sacco (x 1,3) dice che hanno il compito d’invitare alla conversio­
ne.3 Ma quell’invito non trova risposta, tanto che la notizia del­
la loro eliminazione fisica suscita soddisfazione e sollievo. Con
un’immagine molto efficace 1 1,1 0 dice infatti che in mezzo al­
l’allegria generale ci si scambiano regali, «perché questi due
profeti erano il tormento degli abitanti della terra». È la gioia si­
nistra di chi ha soffocato una voce profetica.
1 Allo, Apocalypse, 127, parla di «petit roman».
2 Ma cf. per esempio anche Gv. 8,17; Mt. 18,16; 1 Tim. 5,19; Ebr. 10,28. -
Rissi, Hure, 21-22, trova inspiegabilmente la maggior difficoltà interpre­
tativa del capitolo proprio in questo numero binario dei due personaggi,
mentre Aune, Revelation 6-16, 601, cita altri testi anche della letteratura
intertestamentaria e l’aforisma: Testis unus, testis nullus.
3 Contro chi sostiene che il sacco è il vestito del profeta, cf. Briitsch, Clar-
té, 183 («Non bisogna piuttosto vedervi un invito alla penitenza, come
per il Battista?») e Prigent, Apocalypse, .271 («Contrariamente a quello che
spesso si ripete, il vestito di sacco non caratterizza affatto il profeta. Il sac­
co accompagna solitamente un atteggiamento di dolore e di pentimento»).

241
In questi due personaggi senza nome si sono voluti vedere
di volta in volta la Legge e i Profeti, la Legge e il Vangelo, op­
pure gli apostoli Pietro e Paolo, oppure i due figli di Zebedeo,
o i protomartiri Stefano e Giacomo ecc. Più probabilmente pe­
rò il loro anonimato non ha alcun bisogno di essere tolto: to­
glierlo sarebbe danneggiare la loro valenza simbolica e rappre­
sentativa.1 Probabilmente si tratta di due figure così universali
da poter rappresentare l’intero popolo di Dio nel suo impegno
di testimonianza profetica. Non per nulla Giovanni li descrive
con immagini che attinge sia dalPA.T. che dal N.T. Dall’A.T.
prende i tratti di Elia che faceva scendere fuoco dal cielo, e
quelli di Mosè che cambiava l’acqua in sangue (i i ,6). Dal N.T.
prende l’epilogo della vicenda: i Due Testimoni vengono ucci­
si infatti in una città tanto ostile da richiamare alla memoria la
città «dove anche il loro Signore è stato crocefisso» (11,8). E
dal N.T. prende poi i tre giorni (e mezzo) della (non-)sepoltu-
ra,2 e la loro resurrezione e ascensione. Dopo essere rimasti
! Aune, Revelation 6-r6, 603, dopo avere passato in rassegna le interpre­
tazioni dei Due Testimoni come personaggi biblici dell'A.T. (Enoc-Elia,
Mosè-Elia, Elia-Geremia) o del N .T. (Pietro-Paolo, Stefano-Giacomo, i
due figli di Zebedeo, Giacomo il giusto e Giacomo di Zebedeo, il Battista-
Gesù), scrive: «rappresentano la testimonianza del popolo di Dio in un
mondo senza Dio e, come il loro Signore, risulteranno vincitori su perse­
cuzione e morte». Prigent, Apocalypse, 269 poi per esempio scrive: «non
possono essere che due uomini simbolici, personalità collettive, l’immagi­
ne stessa della missione profetica dei cristiani».
2 Probabilmente l’Autore intende qui anzitutto ripetere in miniatura lo
schema dei «tre tempi e mezzo» (12,14) e dei suoi equivalenti e poi, attra­
verso i dettagli di dissomiglianza (tre giorni e mezzo; mancata, sepoltura),
intende probabilmente esprimere la superiorità di Gesù su tutti quelli che
lo seguono nel martirio. Allo stesso modo la tradizione apocrifa andrà
sempre più esplicitamente motivando in tal senso la differenza tra la croce
di Gesù e quella rovesciata di Pietro. Mentre infatti negli Acta Petri della
fine del 11 secolo la croce all’ingiù assimila Pietro ad Adamo («Il primo
uomo, con il quale ho in comune il genere nella specie, cadendo con la te­
sta in giù, mostrò un modo di nascere che prima non c’era», nr. 38), poi
dissimilerà Pietro da Gesù: «Vi supplico... che crocefiggendomi mettiate
la testa in basso e i piedi in alto. Non è conveniente che io, ultimo fra i ser­
vi, sia crocefìsso come il Signore dell’universo» (Passio Petri dello pseudo-
Lino, nr. 12 ; iv secolo), «La mia croce deve essere piantata con la testa in
giù... N on sono degno di venire crocefisso come il Signore mio» (Acta Pe­
tri dello pseudo-Marcello nr. 81; v-vi secolo), «Si avvicinò alla croce e pre­
gò che vi fosse affitto capovolto... per non sembrare altrimenti che il ser-

242
esposti nella piazza della Grande Città per tre giorni e mezzo,
i cadaveri dei Due vengono infatti rianimati con un soffio di
vita procedente da Dio e, al comando di una grande voce e sotto
gli occhi di tutti, essi salgono al ciclo su di una nube ( 1 1 ,11 - 12 ) .
La stessa sintesi di elementi anticotestamentari e neotesta­
mentari in relazione al popolo di Dio, oltre che in Apoc. 11 per
i Due Testimoni (novelli Elia e Mosè - morti e risorti a simili­
tudine del Cristo), si ritrova per esempio ancora in Apoc. 7 e in
Apoc. 14 per i 144000 (le dodici tribù - il nome dell’Agnello),
nella Donna di Apoc. 12 (le dodici stelle - la nascita del Messia
- i figli della Donna «che hanno la testimonianza di Gesù»),
nel cantico di 15,3 (il cantico di Mosè - il cantico dell’Agnel­
lo), e nella Gerusalemme escatologica di Apoc. zi (i nomi delle
dodici tribù - i nomi dei dodici apostoli dell’Agnello). Questo
fa dei Due Testimoni un simbolo di tutto il popolo di Dio, co­
me si diceva, e del dolore innocente che quel popolo inevita­
bilmente sperimenta per essere fedele a Dio e al Cristo.

2. Non vendetta ma giudizio lasciato a Dio


L ’episodio di 11,3 -13 è caratterizzato con un elemento che lo
distingue da quello di 6,9-11: il potere di autodifesa dei Due
Testimoni. Come si è detto, essi vengono descritti con i tratti
di Elia che fece divorare dal fuoco gli inviati del re Acazia (cf.
11,5 con 2 Re 1,10 .12) e che chiuse il cielo perché non cadesse
più la pioggia (cf. 1 i,6a con 1 Re 17,1), e poi con i tratti di M o­
sè che nella prima piaga dell’esodo cambiò in sangue le acque
dell’Egitto (cf. 1 1 , 6b, con Es. 7,17 ss.). Mentre dunque i Due
Testimoni possono far ricorso a questi singolari poteri tauma­
turgici «se qualcuno pensasse di far loro del male» ( 1 1 , ja) così
che «chiunque pensi di far loro del male perisca» (n ,5c), è pe­
rò sorprendente il fatto che poi la Bestia faccia loro guerra, li
vinca e li uccida (11,7) senza che essi oppongano la minima re-

vo fosse crocefisso come il Signore» (Man. Petri dello pseudo-Abdia, nr.


20; vi secolo); traduzioni di M. Erbetta (Gli Apocrifi del N T 11, Casale
1966). Cf. poi Girolamo che, cercando di migliorare Vittorino (ne quis ae-
qualis deo inveniatur), scrive: ne quis aequalis domino inveniatm (PL
Sappi. 1,148) e che, in Vir. ili. 1,2, di Pietro morente scrive: asserens se in-
dignum qui sic crucifgeretur ut Dominus suus.

243
sistcnza. A loro difesa, ma soltanto dopo i tre giorni e mezzo
della loro non-sepoltura, interverranno il soffio di vita proce­
dente da Dio, la voce che li chiama a salire al cielo gloriosi co­
me il Cristo risorto ( 1 1 ,11 - 12 ) , e infine il terremoto che distrug­
ge un decimo della Città facendo perire 7000 persone (11,13 ).
Anche le anime dei martiri del quinto sigillo rimettevano la
loro causa a Dio, ma la loro condizione di uccisi non offriva
alternative di rivincita. I Due Testimoni invece lasciano a Dio
il ristabilimento della giustizia pur disponendo dei poteri di
Elia e di Mosè per difendersi. Non solo ma, in modo simile a
quanto accade nei cicli dei flagelli antidolatrici, la glorificazio­
ne dei Testimoni e il terremoto distruttore della Città non so­
no semplicemente sconfitta o castigo di nemici, dal momento
che la prima suscita timore grande ( 1 1 ,1 1 ) e il secondo induce i
superstiti «a dare gloria al Dio del cielo» (11,13 ). Sono dunque
in qualche modo finalizzati al riconoscimento della potenza di
Dio da parte dei persecutori, anche se non proprio alla loro
conversione.1 Anche qui, dunque, nonostante immagini forti
come quella del terremoto, non c’è spazio per la vendetta: né
quella che il giusto sofferente potrebbe farsi da sé, né quella da
lui richiesta a Dio.

3. Non vendetta ma epilogo ■pasquale


Altro tratto della vicenda dei Due Testimoni è la marcata so­
miglianza del loro destino finale con quello del Risorto. Non
si tratta più di semplici allusioni come quelle di 6,9-11, perché
la stessa trama narrativa è rielaborata sulla falsariga della vicen­
da pasquale del Signore in tutte le sue fasi: la morte violenta, i
tre giorni (e mezzo) della (non-)sepoltura, la «resuscitazione»,
l’ascensione al cielo sulla nube. Tra l’altro, tutto era stato pre­
parato nella singolare definizione data della Grande Città che,
oltre a essere «pneumaticamente» Sodoma ed Egitto, è il luogo
«dove anche il loro Signore fu crocefisso» (11,8), definizione

1 II «dar gloria a Dio» di 11,3 per molti autori è conversione (dei giudei:
Loisy, Feuillet, Yarbro Collins; dei pagani al monoteismo: Allo, Rigaux,
M unoz Leon, M. Karrer, Bauckham). Implica però soltanto riconoscimen­
to della irresistibile potenza di ,Dio (non conversione) il «dar gloria Dio»
ad es, di Gv. 9,24.

244
che metteva in conto per i Due Testimoni una morte simile a
quella del loro Signore.
La morte innocente dei Due Testimoni è dunque la versio­
ne ecclesiale e fedele di quella del Cristo, e anche qui il Cristo
è modello di dolore innocente e della sua sublimazione.

TV. U N O SCR ITTO RE IN TEM PERANTE


E UN RETO RE ECCESSIVO

L ’Apocalisse, accusata di essere libro di odio e di vendetta, sem­


bra dunque parlare non di vendetta ma del tentativo di Dio di
portare a conversione i violenti e i persecutori, o comunque
«gli abitanti della terra» (6,io; 11,10 ). L ’autore sembra bensì
conoscere e tenere conto della volontà di rivincita diffusa nelle
chiese d’Asia, ma la sua risposta va in altra direzione. Il giusto
sofferente che egli descrive è consapevole di soffrire ingiusta­
mente e, non potendo accettare la prevaricazione del male, sen­
za farsi giustizia da sé si appella al giudizio divino secondo l’af­
fermazione del cantico di Dt. 32,35: «A me (= a Dio) la ven­
detta, a me il castigo!»,1 e secondo lo spirito dei Salmi: «Fammi
giustizia o Dio, difendi la mia causa» (Sai. 42,1; cf. anche Sai.
34,1.23-24; 73,22; 118,154).
Provocando Dio a intervenire per ristabilire la giustizia, il
grido del giusto diventa elemento dinamico e propulsore di tut­
ta la storia e, in essa, dell’invito di Dio alla conversione. Anche
se nel suo dualismo apocalittico Giovanni non s’illude nean­
che un momento sulla possibilità che la pressione dei flagelli di
Dio su idolatri e persecutori li porti davvero ad abbandonare
le loro opere, resta pur sempre che, per gli importanti versetti
9,20-21 e 16 ,9 .11, la vera vendetta o giustizia in favore del giu­
sto sofferente è la conversione dell’ingiusto e del violento. II lin­
guaggio di Apoc. c innegabilmente aspro e duro perché è il lin­
guaggio delle piaghe d’Egitto ma, a ben leggerli, i due settenari
di trombe e coppe non sono settenari di catastrofi come vor-

1 Cf. anche Rom. 12,19; 10,30 e / Pi. 2,22. Cf. poi Moffatt, Revela-
tion, 286 n. 1: «non cercano vendetta. La visione vuol piuttosto ribadire la
convinzione deterministica secondo la quale Dio ha la sua via e i suoi tem­
pi: non è esposto alla pressione né dei suoi né dei suoi nemici che sembra­
no avere la meglio»; Harrington, Revelation, 94.

245
rcbbe la comprensione popolare di Apoc., né sono settenari di
«giudizi escatologici» come a torto vogliono molti interpreti.1
In Apoc. ci sono però flagelli o castighi divini che non sono
finalizzati alla conversione. Tale è il castigo inflitto a Babilonia
(18,1-19,4), per la quale tra l’altro si invoca in termini esaspe­
rati la reciprocità tra peccato c punizione: «Pagatela con la sua
stessa moneta, retribuitele il doppio dei suoi misfatti» (18,6-7).
Non è finalizzato alla conversione, poi, il macabro pasto delle
carni dei nemici cui gli uccelli rapaci vengono invitati dall’an­
gelo ritto sul sole: «Vidi poi un angelo, ritto sul sole, che grida­
va a gran voce a tutti gli uccelli che volano in mezzo al cielo:
‘Venite, radunatevi al grande banchetto di Dio. Mangiate le car­
ni dei re, le carni dei capitani, le carni degli eroi, le carni dei ca­
valli e dei cavalieri e le carni di tutti gli uomini, liberi e schiavi,
piccoli e grandi’ ... E tutti gli uccelli si saziarono delle loro car­
ni» (19 ,17-18 .21). E non lo è, infine, lo stagno di fuoco e zolfo
nel quale vengono precipitati prima la Bestia e il falso-Profeta,
poi il Drago o Diavolo o Satana, e infine Morte e Ade, e quan­
ti non sono scritti nel libro della vita: «vivi, furono gettati nel­
lo stagno ardente di zolfo», «e saranno tormentati giorno e not­
te per i secoli dei secoli», «Questa è la seconda morte: lo sta­
gno di fuoco» (19,20; 20,10; 20,14-15).
Nel giudizio escatologico c’è neutralizzazione e castigo del
male, dunque, e non più il tentativo di indurre a Conversione.
Ma il male che viene colpito con la «seconda morte» - è bene
esplicitarlo - è quello di Babilonia corrotta e corruttrice, è la
sfida e l’ostilità antimessianica della Bestia e del falso Profeta,
è l’implacabile inimicizia del Drago o Satana e, soprattutto, è
M orte-Thanatos, l’ultimo dei nemici, come la chiamerebbe
Paolo (/ Cor. 15,26). L ’Apocalisse dice che con tutto ciò Dio è
per natura inconciliabile e constata che alla fine, a motivo della
santità di Dio, non c’è altra via d’uscita per il male impenitente
se non il castigo. In tal modo il Dio di Apoc. si rivela come mi­
steriosa (e, se si vuole, problematica) sintesi di giustizia a favo­
re del giusto sofferente, di amore per il peccatore, e di odio per
il peccato.
L ’affermazione secondo cui nell’escatologia il castigo di Dio
si abbatterà sul male, sui suoi operatori e strateghi, è un’affer-
1 Cf. Biguzzi, Settenari, 45-48.149.168-178.

246
mazione che da sempre tormenta la sensibilità cristiana - per­
lomeno dai tempi di Origene e dell’apocatastasi di cui egli par­
lava - , I ma non è affatto un’affermazione esclusiva di Apoc.
G .R. Beasley-Murray per esempio dice che, se nell’Apocalisse
ha gran parte il giudizio, esso è però dottrina comune di tutti i
protagonisti e di tutti gli scritti del N.T.: sia di Gesù del cui in­
segnamento è caratteristico l’equilibrio tra grazia e giudizio, sia
dei vangeli sinottici secondo i quali Gesù ha pronunciato pa­
role non soltanto di amore ma anche di giudizio, sia del quarto
vangelo dove la cróce è presentata in termini di giudizio, sia
infine delle epistole neotestamentarie dove le rappresentazioni
del giudizio sono così numerose da renderne diffìcile un reso­
conto completo.2
Se circa il severo giudizio escatologico sul male l’Apocalisse
non si discosta sostanzialmente dagli altri scritti del N.T. e da
tutta la tradizione cristiana, essa si ritrova sola invece nell’uso
di un linguaggio e di immagini di insolita violenza. C ’è da chie­
dersi, tra l’altro, perché mai in Apoc. 2-3 il Cristo indirizzi alle
chiese d’Asia oracoli in larghissima misura ispirati all’amore
evangelico, mentre in Apoc. 4-22 i generi letterari siano quelli
dirompenti dell’apocalittica, con le loro minacce e i loro «guai!».
Dipingendo il nuovo esodo, poi, Giovanni avrebbe per esem­
pio potuto insistere più sulla liberazione degli oppressi che sui
flagelli inflitti agli oppressori, e avrebbe potuto dare più spazio
alla conversione dei nuovi faraoni e meno enfasi alle nuove pia­
ghe del nuovo Egitto. E invece ha scelto toni reboanti, aggres­
sivi, e da fanfara.3
Il problema di Apoc., insomma, più che «teologico» come di­

1 Secondo la teoria dell’apocatastasi «tutti, anche i dannati e i demoni, do­


po secoli di espiazione, sarebbero riammessi all’amplesso di Dio, con con­
scguente cessazione dell’inferno che, perciò, non sarebbe eterno» (defini­
zione tratta da un’enciclopedia popolare). Il termine «apocatastasi» ricor­
re 32 volte nelle opere di Origene, il quale per esempio scrive: «La conclu­
sione di tutto sarà nella cosiddetta apocatastasi così che nessuno sarà la­
sciato nello stato d’inimicizia, perché si avveri il detto: ‘È necessario che egli
regni fino a che ponga i nemici sotto i suoi piedi’» (In Ev. Io. 1,16,91; PG
14, 49C). Quella dell’apocatastasi, comunque, è una delle affermazioni di
Origene che la grande chiesa non ha fatto propria.
2 Cf. Beasley-Murray, How Christian is, 283-284.
3 Cf. Boussct, Offenbamng, 138, che parla appunto di Fanfarentónen.

247
ce W.G. Kummel, è invece letterario, essendo il suo peccato
d’origine nell’esasperazione del linguaggio, non nelle sue tesi
di fondo. I mezzi espressivi con cui Giovanni cerca di scuotere
le chiese d’Asia e di tenerle lontane dal compromesso con l’am­
biente non sono di certo i migliori possibili,1 ma resta pur sem­
pre vero che egli non è l’ideologo neotestamentario della ven­
detta o il Giuda del Nuovo Testamento. Egli è piuttosto uno
scrittore intemperante e un retore eccessivo.

i Per J.J. Collins, Christian Appropriation, 525, Giovanni si sentì come co­
stretto dai canoni dell’apocalittica a introdurre nella figura del Messia i trat­
ti dell’immaginario apocalittico che Gesù non aveva interpretato.
Capitolo ii

Apoc. iy e i riferimenti
alla storia contemporanea
Apoc. 1 7 è forse il capitolo più diffìcile di tutta l’Apocalisse. Ma
è anche il capitolo di Babilonia, dei sette re e dei sette monti, e
di quel monarca che «era, non è, e ricomparirà» e quindi, se­
condo un diffuso convincimento, è uno tra i capitoli più ricchi
di rimandi alla situazione storica contemporanea.1 Poiché gli
studi monografici su Apoc. 17 sono in prevalenza appunto a
sfondo storico e con scarsa mediazione di analisi letteraria, qui
sotto anzitutto si studierà Apoc. 17 sia nel suo complesso sia
nelle sue parti per mettere in luce quali sono le affermazioni su
cui cade l’enfasi di Giovanni. Questo consente di ridimensio­
nare qualche difficoltà e mette sulla strada per spiegarne qual­
che altra. Soltanto in un secondo momento si cercherà di veri­
ficare se davvero Giovanni qua e là rimandi a personaggi e vi­
cende del suo tempo.

1. l ’a r t i c o l a z i o n e d i Apoc. 17
E LE SUE C O N T R A D D IZ IO N I

1. L'articolazione del capitolo


Il capitolo si divide in due parti. La prima comprende la pro­
messa dell’angelo a Giovanni di mostrargli la Grande Prostitu­
ta e poi l’ostensione secondo quella promessa (w . 1-2; w . 3-
6a). La seconda parte del capitolo nasce dalla grande meravi­
glia di Giovanni al vedere la Donna (v. 6b: «mi meravigliai di
grande meraviglia al vederla»)2 e dalla conseguente promessa
1 Cf. per esempio Weifi, Offenbarung, 22; Brun, Kaiser, 129 («In Apoc. 13
e 17 l’interpretazione di storia contemporanea ha il suo punto forte»); J.H.
Ulrichsen, Die sieben Hdupter und die zehn Homer. Zur Datiemng der
Offenbarung des Johannes: STh 39 (1985) 2 («È in 17,1 ss. che Giovanni
rivela qual è ia sua presa di posizione»).
2 Molti interpreti psicologizzano questo stupore di Giovanni, mentre altri
di esso giustamente danno un’interpretazione legata al genere letterario.
Per i primi cf. Swete, Apocalypse, 218 («s’aspettava di vedere una città in

249
dell’angelo di «dirgli il mistero»1 sia della Prostituta che della
Bestia su cui essa siede (v. 7). La rivelazione del mistero poi
consiste nella rivelazione dell’identità delle sette teste, dei dieci
corni della Bestia (w . jjb-io; w . 12-13), e poi delle acque su
cui la Prostituta siede (v. 15) e dell’identità della Prostituta stes­
sa (v. 18). Si tratta di spiegazioni che, nonostante la loro prete­
sa didascalicità, complicano la comprensione del testo invece
chc favorirla e che, in secondo luogo, contengono (o sono col­
legate con) affermazioni profetiche, dal momento che dicono
quale sarà la fine sia della Bestia (vv. 8 .11.14 ) che della Prosti­
tuta (w . 16-17).
L ’articolazione del capitolo, si può rappresentare come se­
gue (in maiuscoletto le profezie, in corsivo le spiegazioni e le
esortazioni):
A. L ’ostensione a Giovanni della porne.
Promessa di mostrare il giudizio della porne seduta sulle acque
(vv. 1-2).
Visione della porne seduta, non sulle acque, ma sulla Bestia (w.
3-6a).
B. La rivelazione del mistero di Bestia e porne.
Meraviglia di Giovanni al vedere la porne (v. 6b).
Promessa dell’angelo di spiegare il «mistero» sia della porne
che della Bestia (v. 7).
I. II. MISTERO DELLA BESTIA E PROFEZIA CHE LA RIGUARDA.
La prima profezia: « l a b e s t ia f u , n o n è , e t o r n e r à p e r a n ­
dare IN PERDIZIONE» (v. 8a).

rovine e invece ecc.»); Morris,Revelation, 201; Sweet, Revelation, 255. Per


i secondi cf. Loisy, Apocalypse, 305 («È un artifìcio letterario per introdurr
re la spiegazione della visione»); Λ. Vògtle, I l libro dei sette sigilli. Com­
mento all’Apocalisse di Giovanni, Torino-Leumann 1990 (Freiburg i.Br.
1981) 128 («Già a partire da Ezechiele e Daniele lo stupore fa parte dello
stile apocalittico»). C’è infine chi, come Harrington, Revelation, 172. 174,
unisce i due tipi di commento: «La meraviglia del veggente è uno dei tratti
dell’apocalittica (cf. Dn. 7,15)», «Giovanni è impressionato dalla grandeur
di Roma».
1 II significato di μυστήριον è detto incisivamente da Martino di Leon: in-
cognoscibile signum nisi sapientibus (PL 209, 586D) e, tra i moderni, da
Barclay, Revelation 11,143-144: «non è necessariamente qualcosa di astru­
so: è incomprensibile al non-iniziato ma chiarissimo per l’iniziato».

250
La profezia dalla prospettiva dei seguaci: « v e d e n d o c h e l a b e ­
s t i a ERA, NON È, E SARÀ» (v. 8b).

Invito a usare intelligenza: « Qui [è necessario] intelletto che ha


sapienza!» (v. 9a).
Spiegazione delle 7 teste: Sono 7 monti e y r e (vv . 9 b -io ).
Ripresa della profezia: « l a b e s t i a , c h e e r a , e n o n è , e r i t o r ­
n e r à p e r l a p e r d i z i o n e » (v . 11).
Spiegazione dei corni: Sono 10 re che avranno potere con la
Bestia ( w . 1 2 - 1 3 ) .
La profezia in termini espliciti: l a b e s t i a e i io r e s a r a n n o
s c o n f it t i d a l l ’a g n e l l o ( v . 14 ).

2. i l m is t e r o d e l l a porne, p r o f e z ia c h e l a r ig u a r d a e su a
id e n tific a z io n e .
Spiegazione delle acque su cui siede la pome: Sono popoli, mol­
titudini, genti e lingue (v. 15).
La seconda profezia: b e s t i a e r e s i r i v o l t e r a n n o c o n t r o
l a porne e l a i n c e n d e r a n n o (v v . 16 - 1 7 ) .

Spiegazione: La porne è la Grande Città che è regina sui re


della terra (v. 18).

Lo schema rivela che centro d’interesse del capitolo sono le


spiegazioni degli attributi della Bestia e della porne (vv. 9b-io;
12 -13) e le profezie che riguardano la fine dell’una e dell’altra
(vv. 8 .11.14 ; w . 16). Le prime devono portare il lettore a saper
riconoscere i propri più temibili nemici come dice anche l’invi­
to a usare intelletto e sapienza (v. 9a), mentre le profezie de­
vono dirgli che quei nemici non sono invincibili. Dal momen­
to poi che Giovanni formula sia le spiegazioni che le profezie
in modo volutamente contraddittorio anche le contraddizioni
del capitolo devono attirare l’attenzione del lettore e dell’inter­
prete.

2. La profezia circa la Bestia e le spiegazioni


La «rivelazione del mistero» comincia con due versioni della
profezia della fine della Bestia. La prima è quella che Giovanni
propone ai suoi lettori: dopo avere riassunto con il verbo
«essere» all’imperfetto ( yjv ) e al presente ( o ù x e o -t i v ) la vicenda
passata e contemporanea della Bestia, dice profeticamente ciò
che di essa sarà, con una perifrastica al futuro ([jiXXei àvoc(3at-

251
νειν έκ τής αβύσσου) e con un presente dall’evidente valore di
futuro (εις απώλειαν υπάγει). L ’esistenza passata della Bestia
non riceve qualifiche né positive né negative, mentre quella
futura è chiaramente negativa: sia per il fatto che la Bestia sale
dall’abisso perché l’abisso è in Apoc. sempre negativo, sia so ­
prattutto perché quel ritorno della Bestia sarà un ritorno che
avrà come esito la perdizione.1
La seconda versione della profezia esprime la prospettiva
dei seguaci della Bestia ed è disapprovata da Giovani: egli de­
signa infatti quei seguaci con la formula «gli abitanti della ter­
ra» che il v. 8b esplicitamente dice esclusi dal libro della vita
sino dalla fondazione del mondo.2 Per gli abitanti della terra la
vicenda della Bestia può essere detta per intero con il verbo
«essere» e, se anche P«essere» è negato nell’elemento interme­
dio, il provvisorio non-essere sarà superato dalla Bestia con un
ritorno all’essere (παρέσται, composto di ει’μί) che susciterà stu­
pore e ammirazione: al vedere la Bestia riemergere dal nulla,
gli abitanti della terra infatti «saranno strabiliati». Poiché però
quel ritorno sarà invece per la rovina, Giovanni chiede ai suoi
lettori di saperlo ben osservare: con intelletto ispirato alla sa­
pienza (v. 5?a).
È a questo punto che Giovanni viene in soccorso dei lettori
con le spiegazioni delle sette teste (w . 9b-io) e dei dieci corni
(w . 12-13), mettendole tutte e due al servizio della profezia
perché, dopo di esse e con il loro apporto, egli ripropone la
profezia ampliandola. La prima volta ripete la formula con il
verbo «essere» (prima all’imperfetto e poi al presente) e con
l’annuncio della rovina finale: «(Quanto al)la bestia che era e
non è, essa è l’ottavo, ed è (però anche) uno dei sette, e va in
perdizione» (v. 11). La seconda volta invece, abbandonata la
formula, Giovanni dice in termini espliciti in che modo e per
1 Cf. 11,7 dove l’abisso è il luogo di provenienza della Bestia e 20,1 ss. do­
ve l’abisso è il luogo conveniente per l’incarcerazione del Drago, ma so­
prattutto 9,z ss. dove l’abisso è il luogo da cui vengono le cavallette il cui
re è «‫־‬Perdizione-Apollyón» (stessa radice di άπώλε!α). - Cf. poi ciò che
scrive Bauckham, Climax, 436: «Abisso qui non è il luogo dei morti (che
per Apoc. è Ade), ma il luogo del demoniaco da cui viene ogni male».
2 Sulla formula, sulle sue ricorrenze e sulla sua valenza negativa, cf. per
tutti S. Brown, «The Hour o f Trial» (Rev 3,10): JBL 85 (1966) 309-310, e
Bauckham, Climax, 239-241.

2 52
mano di chi verrà la rovina: «combatteranno contro l’Agnello
ma l’Agnello li vincerà ecc.» (v. 14). Apporto delle spiegazioni
sono la sorprendente identificazione della Bestia con una sua
testa (v. 1 1 ), e la precisazione che insieme alla Bestia combatte­
ranno e soccomberanno anche i dieci corni-re (v. 14).

3. La profezia circa la Prostituta e le spiegazioni


Mentre in 17,8-14 le spiegazioni sono finalizzate alla profezia,
non è così in 17,15-18 . Secondo la spiegazione del v. 15, che
non segue ma precede la profezia, «le acque su cui siede la por­
ne sono popoli, moltitudini, genti c lingue», e quei popoli poi
non partecipano alla realizzazione della profezia, la quale sarà
opera invece dei dieci re e della Bestia (v. 16). La spiegazione del
v. 18 poi non è tale perché è molto di più, essendo la rivelazio­
ne stessa del «mistero» della Prostituta. Come nel v. 5 era det­
to che la porne reca scritto sulla sua fronte un nome, un «miste­
ro», e come il v. 7 prometteva la rivelazione del mistero della
Donna (γυνή), così ora l’angelo conclude tutto il suo discorso
e tutto il capitolo sciogliendo l’enigma: «La Donna (γυνή) da te
veduta è la Grande Città che regna sui re della terra» (v. 18).1
In tal modo, le due spiegazioni parlano della stessa variopinta
società sovranazionale: tenendo sotto di sé i re della terra (v.
18), la porne tiene davvero sotto di sé tutti i popoli, simboleg­
giati dalle molte acque (v. 15).
Quanto alla porne, dunque, essa non c semplicemente una
donna, ma una donna-città: è Babilonia la Grande (v. 5). La
profezia che la riguarda dice che, nonostante tutto il suo sfar­
zo (v. 4) e tutto il suo potere politico sovranazionale (v. 18),
essa conoscerà la rivolta dei suoi sudditi e di un suo monarca, i
quali la travolgeranno mettendola a ferro e fuoco (v. 16).

1 Per molti interpreti il capitolo si interesserebbe più alla Bestia che alla
Donna, ma cf. quanto scrive Swete, Apocalypse, 218: «L’angelo comincia
dalla Bestia perché, se la Bestia è compresa dovutamente, non ci vorranno
molte parole per spiegare la Donna».

253
4· Le volute contraddizioni del capitolo

Il capitolo è volutamente enigmatico e, in almeno cinque (o


sei) punti, è volutamente contraddittorio, anche proprio là do­
ve si presenta invece come didattico, chiarificatore ed esplicati­
vo. Una contraddizione riguarda la porne ma coinvolgendo tre
testi, e quattro invece riguardano la Bestia. La contraddizione
riguardante la porne è quella dei suoi tre sgabelli: essa siede su
molte acque (w . 1.15 : επί con il genitivo), ma siede anche sulla
Bestia scarlatta (v. 3: επί con l’accusativo), la quale la sorregge
e la porta (v. 7: βαστάζει αύτήν), e, come se non bastasse, siede
anche sui sette monti che sono le sette teste della Bestia (v. 9:
επί con il genitivo).
Le quattro contraddizioni della Bestia sono:
1. il suo attuale non-essere e il suo futuro ritorno all’essere
(w . Sbis.i 1);
2. le sue sette teste sono sette monti ma anche sette re (v. 9);1
3. essa si identifica con una delle proprie teste (v. 11);
4. uno dei sette re è, incomprensibilmente, anche l’ottavo (v.
11 ).
Se si vuole capire Apoc. 17, bisogna interpretare, dunque,
non solo le spiegazioni e le profezie, ma anche le contraddizio­
ni le quali, certamente intenzionali e volute, non possono non
avere una particolare funzione euristica ed ermeneutica.

II. LA C O N T R A D D IZ IO N E
E LE Q U A L IF IC H E DELLA p o m e

i. La contraddizione
dei tre «sgabelli» della Bestia
L ’angelo promette a Giovanni nel v. 1 di mostrargli una Don­
na seduta su molte acque, ma Giovanni nel v. 3 vede in realtà
la Donna su di una bestia, e nel v. 9C la Donna siede poi sulle
sette teste di quella Bestia ma non in quanto tali, bensì in quan­
to esse sono sette monti (v. 9b). Poiché sul piano iconografico
le tre immagini non sono conciliabili, non resta che provare a
1 La paradossale contraddizione di questa duplice didascalia è espressa ef­
ficacemente da Brun, Kaiser, 144, secondo cui Giovanni fa succedere una
spiegazione all’altra in un soffio («in einem Atemzug»).

254
decifrare uno «sgabello» dopo l’altro per poi chiedersi cosa si
può fare dei tre significati.
1. La pom e «seduta sulle acque» (v v . 1.1$ ). κα-δημένη επί
ύδάτων πολλών può di per sé essere tradotto in due modi: «sie­
de su molte acque», oppure - e allora le acque non sarebbero af­
fatto uno sgabello - «siede presso molte acque», ma il rapporto
della porne con le molte acque è fortunatamente interpretato
in termini espliciti in 17,15, dove e detto che le molte acque ve­
dute da Giovanni sono popoli, moltitudini, genti e lingue. Il
simbolismo dell’espressione dovrebbe dunque essere quello
dell’«esercitare dominio su...», «avere influsso su...», perché in
tutto il contesto non ha senso dire che la donna siede vicino a
quei popoli ecc. Dopotutto l’influsso sui popoli è affermato
anche in 17,2 dove si parla dei re della terra che hanno fornica­
to con la porne, e degli abitanti della terra che ne hanno bevu­
to il vino di fornicazione fino all’ebbrezza.

2. La porne «seduta sulla Bestia» (v. 3, cf. v. /). Il ruolo della


Bestia quale sgabello della donna -pome è più attivo che non
quello delle molte acque per due motivi. A parte il fatto che in
Apoc. la Bestia è caratterizzata da un grande dinamismo di azio­
ne, in 17,7 è detto con il verbo βαστάζειν che la Bestia porta o
sorregge la Donna. Il significato del verbo è quello del «fare da
base, da supporto», così come per Paolo, nella comparazione
dell’olivastro innestato nella radice dell’olivo buono, sono la
radice o il tronco che «portano» i rami, non viceversa (Rom.
1 1 , 1 8).T È probabile poi che qui Giovanni abbia in mente
qualche raffigurazione di divinità ritte o troneggianti su tori o
leoni ecc.:2 immagini ispirate a questa iconografia sono in qual­

1 βαστάζειν è detto per esempio del portare qualcuno in braccio (Sofocle,


Electra 1129; Euripide, Ale. 19) e il N.T. lo usa per il trasporto di un vaso
di terracotta (Me. 14,13par.), per il portare la bara di un defunto (Le. 7,14),
per il portare la croce (Le. 14,27; Gv. 19,17), un cadavere (Gv. 20,15) 0 un
paralitico (Atti 3,2).
2 Così Gunkel, Sckòpfung, 365; cf. poi Loisy, Lohmeyer, Gelin, Kuhn,
Bonsirvcn, Kraft, Vógtle, Prigent. - Per ΓAnatolia cf. per esempio le scul­
ture rupestri di Yasilikaya, a 3 km da Bogazkòy, e cf. poi in J.B. Pritchard:
ANEP, n.ri 470-474. 486. 500-502. 531. 534. 537. 522. La tipologia icono­
grafica della divinità stante su animali, proprio provenendo dall’Anatolia,
ha raggiunto anche la Roma di Antonino Pio, come dicono i reperti por-

255
siasi musco di antichità orientali. In quelle raffigurazioni il dio
0 la dea non erano caratterizzati soltanto dalla regalità che l’in­
consueto trono attribuiva loro, ma si fregiavano anche degli
attributi di vitalità, fecondità, potenza fisica e sessuale ecc. del­
la bestia su cui troneggiavano. Non per nulla in tutto il capito­
lo Giovanni elabora da molti punti di vista l’immagine terio-
morfica della Bestia attraverso i corollari delle sette teste e dei
sette corni, e questo sempre in termini di potenza e di potere,
come si vedrà. In ogni caso dovrebbe essere evidente che il
«sedere sulla Bestia» (v. 3) non è intercambiabile con il «sedere
su molte acque» (v. 1): per la donna la Bestia è supporto e stru­
mento di dominio, quel dominio che appunto esercita sulle
molte acque, e cioè sui popoli e sui re di tutta la terra.
3. La porne «seduta sui sette monti» (v. 9). Per essere ben
compreso, il terzo piedistallo deve essere studiato nel suo con­
testo, che inizia con una delle quattro ammonizioni di Apoc.
introdotte da ώδε (17,9). Questa, che è la quarta, chiede al let­
tore σοφία e νοΰς come fa anche la seconda (13,18 ),' tanto che i
due testi e i loro contesti si possono mettere in parallelo: pre­
cede la richiesta di sagacia e di intelligenza (σοφία e νους in 13,
18; νους e σοφία in 17,9), e seguono inviti espliciti (in I 3 , i 8 b ) o
impliciti (in 17,10 ss.) a fare calcoli che porteranno all’identifi­
cazione della Bestia (13,18), o del suo mondo (17,9-14). Il nu­
mero da calcolare in 13,18 è unico - il famoso 666 - , mentre in
Apoc. 17 il lettore è coinvolto nel calcolo di molteplici equiva­
lenze:
7=7=7 «7 teste sono 7 monti e sono 7 re» (v. 9b)
5+ 1 + 1 = 7 «15 caddero, uno è, un altro non ancora
venne» (v. ioa)
l’ottavo = uno dei 7 «lui stesso è ottavo ed è uno dei 7» (v. 11)
10 = 10 «i 10 corni sono 10 re che...» (v. 12).·

tati alla luce sull’Aventino nel 193 5 nel tempio di Giove Dolichcno (da Do-
liche, nella Commagene, in Anatolia). Cf. anche Sofocle, Philoct. 401, do­
ve Gea, identificata con Cibelc, è chiamata «Colei che siede sui leoni».
1 Quanto ai testi dell’coSe, questa è il quarto in Apoc. Nei quattro appelli,
interrompendo la narrazione, Giovanni si rivolge al lettore, tutte le volte
per metterlo in guardia dalla Bestia. I quattro appelli sembrano raggruppar­
si due a due: due chiedono υπομονή fino alla morte nella battaglia contro
la Bestia (13,9-10; 14,12) e due chiedono σοφία e νους per saperne indivi­
duare e smascherare l’identità (13,18; 17,9).

256
Poiché invitando al calcolo Giovanni vuole che i lettori del­
le chiese d’Asia giungano a identificazioni precise circa il mo-
narca-Bcstia e i suoi satelliti, anche lo «sgabello» dei sette mon­
ti su cui la donna siede deve collocarsi sullo stesso piano reali­
stico e non su un piano simbolico. L ’interpretazione alternati­
va, che richiamandosi alla letteratura intertestamentaria vede
nei monti un simbolo di potere, non tiene conto della forma
grammaticale dell’inciso in questione, perché il locativo οπού e
il κα‫&־‬ήσ3‫־‬αι επί di 17,9 non identificano alcun regno con uno
0 più monti ma parlano di un luogo sul quale si (ri)siede.1 D e­
ve trattarsi dunque di sette monti reali come l’uomo il cui no­
me è 666 e che sarà anche l’ottavo pur essendo uno dei sette, e
devono essere monti reali come sono reali i re che stanno suc­
cedendosi al potere. In conclusione, la donna di 17,9 è una città
che siede su sette monti, orograficamente ben identificabili co­
sì che, fatta l’ identificazione, ci si mette in allarme e in difesa.
Nei tre contesti, dunque, il «sedere su...» della donna ha un
significato sempre diverso: 1. il sedere su molte acque vuole
dire esercizio di potere e influsso su molti popoli; 2. il sedere
sulla Bestia dalle sette teste e dai dieci corni vuole dire servirsi
di un monarca-Bestia per esercitare quel dominio sui popoli di
cui parlava la prima immagine; e 3. il sedere sui sette monti ap­
partiene, infine, al linguaggio della geografia fisica. Se dunque
Pimmagine della donna-città che siede contemporaneamente
su tre sgabelli è contraddittoria, i tre significati sono invece tra
loro compatibili e complementari: una donna-città sorge su
sette monti e, con ilpotere di un monarca-Bestia, esercita il do­
minio su tutta la terra.2

1 Oltre a Corsini e Lupieri, come già s’è visto, intendono i sette monti co­
me simbolo di realtà angeliche e simbolo di potere per esempio Lohmeyer,
Offenbamng, 143; W. Foerster, δρος, GLNT vm , Brescia 1972 (Stuttgart
1954) 1361-1362. Si schiera contro questa interpretazione soprattutto
Kraft, Offenbamng, 221, il quale concede che in Ger. 51,25 ed Ez. 35,3
una potenza del male sia chiamata «monte» e che in Dn. 2,35.44-45 il re­
gno di Dio sia rappresentato come un monte, ma poi non è disposto a in­
terpretare 1’οπου se non come luogo d ’insediamento abitativo. Circa poi i
sette monti simbolo di potere di cui parla 1 Hen., cf. la precisazione critica
diretta a Lohmeyer da Dibelius, Rom, 219 n. 99: «Enoc 21,3 non è un pa­
rallelo perché parla di sette stelle che sono ‘come’ sette monti».
2 Cf. ad es. Morris, Revelation, 199 (che però parla solo di due sgabelli):

25 7
2. Le altre qualifiche della porne
e le motivazioni del giudizio

Sulla qualifica simbolica di «donna» in tutto il capitolo prevale


il titolo infamante di porne con cui essa e inizialmente intro-
dotta (v. 1) c che costituisce uno dei principali capi d’accusa
contro di lei nel giudizio che l’angelo mostrerà a Giovanni. Il
v. 2 dice infatti che con essa hanno fornicato i re della terra e
che con il vino della sua fornicazione si sono ubriacati gli abi-
tanti della terra. Se l’accusa contro di lei, dunque, è di aver cor-
rotto ad amplissimo raggio sia gli abitanti della terra sia i loro
re, essa non è una qualsiasi prostituta ma «la Grande Prostitu-
ta» (v. 1), «la Madre delle prostitute e degli abomini della ter-
ra» (v. 5).T
Le altre caratteristiche della donna che vengono messe in
elenco sono sei. Due parlano esplicitamente di porneia: 1. «re-
ca in mano un calice d’oro, pieno... delle immondezze della sua
porneia»,2 2. «(reca) scritto sulla sua fronte un nome: ‘la Ma-
dre delle pornai e degli abomini della terra’». Altre tre non so-
no esclusive di una prostituta e tuttavia fanno da degna corni-
ce all’immagine di una porne: 3. «seduta sulla Bestia piena di be-
stemmie», 4. «vestita di porpora e scarlatto», 5. «agghindata
d ’oro, di pietre preziose e di perle». L ’ultima caratteristica è la
più estranea all’accusa di porneia ma rende concreta per noi la
donna dal punto di vista storico: 6. «b ebbra del sangue dei
santi e dei testimoni di Gesù». Questo presuppone che qualcu-
no abbia tentato di sottrarsi all’influsso corruttore della donna
e che abbia pagato con il sangue la sua resistenza. Sta qui un
altro decisivo capo d’accusa nelFimminente giudizio: la donna
ha messo le mani sui membri della comunità dei credenti in
Gesù mandandoli a morte per la loro fede, in gran numero.

«Giovanni ha due verità da comunicare circa questa donna. Una era detta
con il suo stare su molte acque. O ra si dice l’altra: è portata dalla bestia».
1 In base al linguaggio rabbinico K.G. Kuhn, Ba(3uXwv, GLNT xx, Brescia
1966 (Stuttgart 1933) 6 n. 3, ritiene che l’espressione equivalga a «Grande
Prostituta», perché significherebbe «la più grande meretrice».
2 Kuhn, BaptAwv, 9-10, rimanda alle raffigurazioni romane con la cornu-
copia.

258
3· La geografia politica presupposta
in Apoc. !y

In Apoc. 17 Giovanni parla ripetutamente di re, di regni, di po­


poli, di guerre ecc., sia a proposito della porne chc a proposito
della Bestia, per cui la ricostruzione dello scenario geografico-
politico che quei dati presuppongono non può non contribui­
re alla comprensione di tutto il capitolo. La pom e è anzitutto
messa in relazione con i territori dove sono insediati «popoli,
moltitudini, genti, e lingue» (v. 15, cf. anche v. 1), «gli abitanti
della terra» (v. 2b), e infine i re della terra su cui essa regna (v.
18, cf. anche v. 2a). Tutto questo fa della pom e-cittì la città­
capitale di un impero multietnico, e non di un semplice regno.
In secondo luogo, la porne è in relazione con la Bestia-monar­
ca che è contemporaneamente uno dei sette e l’ottavo dei re
che si stanno avvicendando al potere. Poiché con quell’ottavo
sovrano si coalizzeranno dieci re che avranno potere su dieci
regni esterni al suo regno, lui stesso e i sette di cui fa parte so­
no da pensare come imperatori che governano sopra re vassalli.
Sia la Bestia nei confronti dei dieci re alleati che la porne nei
confronti dei re della terra hanno dunque pretese imperiali: non
per nulla nel v. 14 l’Agnello è chiamato «Signore dei signori e
Re dei re», evidentemente in funzione antitetica alla leadership
della Bestia sui suoi dieci vassalli e della porne sui re della terra
e sulle relative regioni.

II I. LE C O N T R A D D IZ IO N I E LE Q U A L IF IC H E
DELLA BESTIA

1. La Bestia «non è, ma salirà dall’abisso»


La prima contraddizione circa la Bestia è ripetuta tre volte
(i7 ,8 tó .i 1) e tutte e tre le volte la formula chc la contiene di­
venta riassuntiva dell’intera vicenda della Bestia: la Bestia fu
nel passato, nel presente non è, e, pur essendo presentemente
nel non-essere, nel futuro riemergerà - ecco la contraddizione.
La contraddizione tra il «non è» della Bestia e lo «sta per salire
ecc.», può essere sciolta mettendo la formula della Bestia a
confronto e contrasto con la perifrasi con cui Giovanni cinque
volte parla di Dio, riformulando il nome divino rivelato al ro­

259
veto ardente (Es. 3,14)-1 Le ricorrenze delle due formule sono:
per Dio membri
1,4 «Colui che È, che e r a , il v e n ie n t e » 3
1.8 «Colui che È, che e r a , il v en ie n t e , il pantokratór» 3+ 1
4.8 «Colui che e r a , che è , il v en ie n t e » 3
11,17 «Colui che È, e che ERA» 2
16,5 «Colui che È, che e r a , il santo» 2+1

per la Bestia
17 ,8a «e r a , n o n è , sta per salire dall’abisso, e viene a perdizione» 2+ 2
i7,8b «e r a , n o n è, e sa r à » 3
1 7 , 1 1 «e r a , non È, è l’ottavo, è uno dei 7, e viene a perdizione» 2+ 3

La perifrasi del nome divino ha due membri fissi: quello che ri­
guarda il presente e quello che riguarda il passato («Colui che
è, e che era»). Nelle prime tre ricorrenze si aggiunge il partici­
pio presente del verbo έρχομαι che parla della venuta da collo­
care più nel futuro che nel presente dal momento che, come
tutti i commentatori fanno osservare, l’ò ερχόμενος scompare
quando l’intervento finale di Dio è celebrato come oramai in
atto ( 11,17 ; 1 ^,j)·2 Titoli teologici eterogenei ai verbi dell’ «es-
sere» e del «venire», sono aggiunti alla formula trimembre di
1,8 (aggiunta di «il pantokratór») e alla formula bimembre di
16,5 (aggiunta di «il santo»). In tal modo la formula celebra Dio
come colui che è sempre presente e attivo nella storia degli
uomini («Colui che è, e che era»), come colui che con la sua
venuta giudiziale-salvifica porterà la storia alla sua conclusione
(«il veniente»), e come colui che farà tutto questo nella sua on­
nipotenza («il pantokratór») c secondo la sua santità e giustizia
(«il santo»).
La formula che compendia la vicenda della Bestia e che è
appunto un ricalco parodico del nome divino ha gli stessi due
elementi fissi: quelli che riguardano il passato («era») e il pre­
sente («non è»). L ’elemento riguardante il futuro («sarà [pre­
sente]») ricorre una sola volta, in I7,8c, dove la vicenda della
Bestia è narrata dal punto di vista dei suoi ammiratori, con oc-
1 Per tutti cf. Prigent, Apocalypse, 370: «È certo che la formula ‘Era, non è
e tornerà’ è simmetricamente opposta a quella che caratterizza Dio».
2 Già Walafrido Strabone mette a fuoco il fatto con mano sicura: Ventu-
rum nonponit quia inproximo venturum intellexit (PL 114,73 8a ).

260
chi che si illudono e si ingannano. Infine, dopo gli elementi det­
ti con il verbo «essere» o con un composto («era», «non è», «sa­
rà [presente]»), compaiono anche qui elementi eterogenei, che
sono: il salire dall’abisso, l’essere ottavo pur essendo uno dei
sette, e il ritorno di perdizione. L ’abisso da cui la Bestia salirà
evoca probabilmente sia il luogo di origine e appartenenza, sia
il regno dei morti, illustrando quel «non è [dopo essere sta­
to]». L ’essere l’ottavo re invece, che è da collocare certamente
nel futuro perché Giovanni scrive mentre regna il sesto monar­
ca, parla di quel ritorno che strabilia gli adepti ma che per G io ­
vanni sarà un fuoco fatuo.
Alla semplicità, positività e solennità delle formule con cui
si parla di Dio si contrappone dunque il complicato futuro del­
la Bestia che si può ricostruire a questo modo: i. la Bestia sali­
rà dall’abisso dopo il suo attuale non-cssere e dopo essere esi­
stita nel passato, 2. la sua ricomparsa sarà precaria e fatua (il
composto svigorisce il significato forte del verbo semplice είμί),
3· in quella sua ricomparsa la Bestia sarà l’ottavo re, venendo
dopo il sesto che «è» presentemente, e dopo il settimo che «re­
sterà poco tempo», poi 4. la Bestia andrà in rovina o perdizione.
Mentre i due elementi aggiuntivi per la formula di Dio sono
uno di potenza e l’altro di santità, nelle formule con cui si par­
la della Bestia tutto parla di inconsistenza, per quel negativo
oscillare tra essere e non-essere, tra abisso e perdizione. La Be­
stia è dunque per la donna-città un piedistallo molto precario
e, se anche qualcuno/sarà preso d’ammirazione per quel ritor­
no che sembrerà un portento, a illudersi non saranno coloro
che hanno νοΰς e σοφία, ma coloro il cui nome dalla fondazio­
ne del mondo non figura nel libro della vita. In tal modo, an­
che con le contraddizioni Giovanni mette in allerta ed esorta.

2. Le sette teste sono sette monti


ma anche sette re
La contraddizione per la quale sette monti e sette re dovrebbe­
ro essere intercambiabili nasce dal fatto che le sette teste della
Bestia hanno a che fare sia con la porne sia con la Bestia, costi­
tuendo il punto d’incrocio tra le due figure principali del «mi­
stero» di Apoc. 17. Da un lato infatti la porne siede sulle sette

261
teste in quanto esse sono sette monti (primo significato delle
teste), dall’altro la Bestia è una delle sette teste in quanto esse
sono sette re (secondo significato delle teste).
Dalle sette teste dunque partono due linee diverse di signifi­
cati dei quali il primo, quello dei monti, aiuta il lettore a capi­
re chi è la pom e e dove è locata (= è insediata su sette monti -
coordinate di luogo), mentre il secondo, quello dei re, lo aiuta
invece a capire chi è la Bestia e a ricostruirne la storia passata e
futura, fatta d’inconsistenza e di precarietà (= la Bestia è un re
che, in collegamento con la porne, fu e riemergerà dal non-es-
sere - coordinate di tempo). La voluta contraddizione è impo­
stata da Giovanni in termini inclusivi: le sette teste non devo­
no disorientare il lettore con i loro due significati perché essi si
sommano e si completano a vicenda. In questo modo, la con­
traddizione non è una difficoltà ma un doppio aiuto, e il v. 9 è
non l’enigma di Apoc. 17 ma il suo crocevia.

3. La Bestia si identifica con una sua testa


Il v. 1 1 , che identifica la Bestia con una sua testa, torna su di
un enigma che era già stato proposto nella prima presentazio­
ne della Bestia in Apoc. 13, da cui viene un aiuto per risolvere
in qualche modo la contraddizione. In Apoc. 13 era detto che
una delle teste della Bestia appariva come colpita a morte e poi
guariva («una delle sue teste [era] come colpita a morte, ma la
sua ferita mortale fu guarita», v. 3; «la Bestia... la cui ferita fu
guarita», v. 12), ma nel seguito del capitolo era la Bestia stessa,
e non una delle sue sette teste, a guarire da quella piaga morta­
le («alla Bestia che ha la ferita della spada ma rivisse^-v^.14).
Questo si ripete in Apoc. 17, anche se il linguaggio di Apoc. 13
non vi si ritrova identico e vi è invece radicalizzato: la ferita
mortale della Bestia diviene per essa sic et simpliciter «non-es-
ser(ci)-più», e il guarire dalla ferita mortale diventa «[rijsalire
dall’abisso» (17 ,8a), «esserci [di nuovo]» (17 ,8b) e soprattut­
to «essere l’ottavo dopo essere stato uno dei sette». R. Bauck-
ham è convinto che Giovanni abbia fatto proprie due tradizio­
ni diverse sul Nero redivivus: una positiva in cui il ritorno di
Nerone era desiderato dalle folle, e una negativa secondo cui
Nerone sarebbe ritornato in Domiziano, suo odioso successo­

262
re.1 L ’ipotesi delle due tradizioni non è impossibile ma non è
neanche necessaria perché spesso Giovanni presenta le sue im­
magini in metamorfosi, come s’è visto: se una donna diventa
una città e se un agnello diventa un cavaliere, una ferita morta­
le può ben equivalere a «non essere più» e la guarigione della fe­
rita può ben equivalere a una ricomparsa.
In tal modo, per Giovanni la stessa momentanea crisi mor­
tale può essere attribuita sia alla Bestia, come avviene soprat­
tutto in Apoc. ìy ma anche in 13,14, sia a una delle sue teste co­
me avviene in 13,3.12. Per Giovanni c’è dunque una sorta di in­
tercambiabilità tra la Bestia e una delle sue sette teste: come a
dire che la potenza della Bestia (un impero con la successione di
sette sovrani) si concentra in una sua testa (uno dei sette suoi
sovrani) e che quella testa è in grado di rappresentare tutta la
potenza e tutta la pericolosità della Bestia.

4. Una delle sette teste è anche Vottava


Dell’«ottavo» monarca Giovanni dice che, prima di essere ap­
punto l’«ottavo», è uno dei sette, ma non dice a che punto si
collochi nella loro successione. A motivo dei tempi verbali che
si trovano nella formula «era e non è» (v. u à), non può essere
né il sesto (il quale «è»), né il settimo (il quale «non ancora
venne»). L ’ottavo è stato dunque uno dei primi cinque, uno di
quelli che «sono caduti», e con ogni probabilità la sua caduta
consistette in quell’essere colpito a morte (13,12) dalla spada
(13,14), come s’è visto. La contraddizione dunque non è tale
perché la prima esistenza della Bestia spiega la sua inclusione
tra i sette, mentre la seconda esistenza spiega la sua ricomparsa
come ottavo re. Il problema sta altrove, e sta più precisamente
nella violazione del numero settenario: il numero sette, così ca­
ro a Giovanni, qui deborda infatti in un ottavo elemento che
rompe gli argini della serie. Nella rigida simbologia numerica
di Apoc. questo è un vero e proprio sfregio: è rottura di equili­
bri, è trasgressione di confini, è irruzione del demoniaco. Più
che contraddizione.
Di quell’ottavo re che impersona il demoniaco, le due pro­
fezie di 17 ,13-14 , e di 17 ,16 -17 preannunciano le ultime gesta e
1 Bauckham, Climax, 431-441.

263
la fine e, insieme, preannunciano la fine dei dieci re che sono i
dieci corni della Bestia.

IV. LE D U E PR O FE Z IE D I ApOC. 1 J E I L O R O TEM PI

i. La profezia circa la fine della Bestia


(Apoc. 17,14)
Tutto quello che l’angelo ha annunciato (il giudizio della Gran­
de Prostituta) oppure spiegato (il mistero della Prostituta e del­
la Bestia con sette teste c dicci corni) converge verso le due pro­
fezie finali di Apoc. 17, di cui quella del v. 14 riguarda la fine
della Bestia mentre quella del v. 16 riguarda la fine della Donna-
città.
Quanto alla prima, essa è introdotta con la spiegazione dei
dieci corni della Bestia come dieci re e con la precisazione che
per il presente essi sono re senza regno e che avranno potere
regale in futuro per un breve tempo, proprio in alleanza con la
Bestia (v. 12). Quando disporranno del potere di cui presen­
temente non dispongono, i dieci re si accorderanno1 per con­
segnare la loro dynamis, la loro exousia (v. 13 ) e la loro basileia
(v. 17) alla Bestia o «ottavo» re, che di essi si metterà a capo.
Quanto al numero dieci dei corni-re (tratto da Dn. 7,24), G io ­
vanni sembra parlare di un consistente numero di principi lo­
cali che, giunti al trono d’un colpo e contemporaneamente in
seguito a un qualche rivolgimento politico-sociale, si affidano
alla leadership della Bestia o «ottavo re» (che sembra qui essere
un re senza regno) e possono in tal modo essere detti i suoi
«dieci corni».
Dopo queste premesse circa la coalizione viene la profezia
(17,14), fatta di quattro affermazioni: 1. i dicci re combatteran­
no agli ordini della Bestia contro l’Agnello, ma 2. l’Agnello vin­
cerà sia la Bestia che i suoi satelliti, 3. perché l’Agnello è Re dei
re e Signore dei signori, e 4. chi si schiera dalla sua parte è elet­
to e fedele. A due elementi di preannuncio (n.ri 1 e 2), si ag­

1 Così deve essere interpretata l’espressione μίαν γνώμην εχουσιν secondo


W.C. van Unnik, Μία γνώμη. Apocalypse o f John X V II 13,17, in Studies
in John. Mélanges J.N . Sevenster (NT.S 24), Leiden 1970, 209-220, la cui
interpretazione c accettata per esempio da Beale, Revelation, 887 n. 130, e
da Prigent, Apocalypse, 381 n. 33.

264
giungono due elementi di motivazione (n.ri 3 e 4). Da un lato
il preannuncio aiuta a capire e a concretizzare il «va in rovina»
che si aggiungeva alla formula di identificazione della Bestia (v.
1 x): la rovina per la quale la Bestia torna è la sua propria rovi­
na e non quella dei santi che combatte (13,7). Dall’altro la mo­
tivazione dice il significato profondo degli eventi perché Re e
Signore è soltanto il Cristo, vittorioso o come Agnello (17,14)
0 come Cavaliere (!«),I6),1 ed esorta alla giusta scelta di campo
perché chi segue l’Agnello è «chiamato ed eletto», non una pe­
dina anonima nell’accozzaglia di alleati agli ordini della Bestia.

2. La profezia circa il giudizio della porne


(Apoc. 17,16)
La stessa coalizione dei dieci re capeggiata dalla Bestia è in azio­
ne anche in 17,16 -17, ma questa seconda profezia contiene una
informazione che non ha paralleli in tutta l’Apocalisse. Con il
«prenderanno ad odiare la porne» del v. 16 è detto infatti che
l’accordo tra la porne e la Bestia su cui essa siede, si incrinerà.
L ’odio, poi, si trasformerà in guerra aperta, e lo scontro si con­
cluderà con la sconfitta e distruzione della donna-città: donna
che sarà denudata e divorata, e città che sarà distrutta e data al
fuoco. Anche qui al preannuncio viene aggiunto un versetto
(v. 17) che rivela il significato degli eventi: il versetto ripete che
1 dieci re si accordano nel consegnare i loro regni alla Bestia
come già diceva il v. 12, ma aggiunge che le loro mosse politi­
co-militari si iscrivono nel superiore piano di Dio, perché le
decisioni del loro cuore vengono in realtà da Dio e vanno ver­
so il compimento della sua volontà (γνώμη) e dei suoi decreti
(λόγοι). È dunque volontà di Dio che molti regni, rappresenta­
ti dai dieci corni, consegnino le loro forze politiche e militari
alla Bestia così che per la loro opera congiunta sia messa fine
alla/?or«<?-città. Essa, come dice didascalicamente il v. 18, eser­

1 Schiissler Fiorenza, Visione, 77, scrive: «La questione centrale di tutto il


libro è: chi è il vero Signore di questo mondo?». - Per l’uso di questa tito­
latura presso babilonesi e persiani c nell’A.T., cf. G.K. Beale, The Origin
o f thè Title «King of Kings and Lord of Lords» in Rev 17,14: NTS 31
(1985) 618-620; Th.B. Slater, «King o f Kings and Lord o f Lords» Revisited:
NTS 39 (1993) 159-160; Prigent, Apocalypse, 382.

265
cita potere imperiale sui re della terra, ma ciò non corrisponde
ai decreti di Dio dal momento che non la Bestia bensì soltanto
l’Agnello è Re e Signore.
Il κρίμα della Prostituta annunciato in 17 ,1.16 non sarà mai
descritto, neanche oltre Apoc. 17: coi suoi ripetuti riferimenti
all’incendio di Babilonia, il triplice lamento funebre di Apoc.
18 chiederà al lettore di presupporlo, ma a cose accadute, e i
cantici di 19,1-4 chiederanno di intenderlo nel senso di «con­
danna» più che di «giudizio»: «perché il nostro Dio giudicò
(εκρισεν) la porne... e il suo fumo sale per i secoli». Tutto que­
sto comunque lega la profezia di 17,16 a 18,1-19,4. In Apoc. 17
come in Apoc. 18 infatti è questione di una donna-città che co­
me donna viene denudata (17,16; 18,14.16 ‫ )־‬e come città viene
distrutta (17,16; - 18,17.19) e messa a fuoco (17,16 ; - 18,8.9.18;
19,3). Il collegamento di Apoc. 17 con Apoc. 18 permette forse
anche di dare valore al μίαν ώραν di 17,12, secondo cui i dieci
corni-re avrarino potere «per un’ora»: per ben tre volte G io­
vanni in Apoc. 18 dirà infatti che Babilonia è caduta μία ώρα
(18 ,10.17.19 ): l’unica ora, forse, in cui i dieci re condivideranno
con la Bestia il potere, come suoi alleati contro Babilonia.
Nella sequenza delle vicende il divorzio mortale tra Bestia e
Donna si può collocare soltanto nel tempo dell’ «ottavo» re.
Ma la cronologia òiApoc. 17 ε delle sue profezie è tutta da met­
tere a fuoco.

3. Diacronia, sincronia e anacronismi in Apoc. ιγ


Una prima puntualizzazione circa i tempi di Apoc. 17 riguarda
le sette teste della Bestia che sono sette re o imperatori, e i suoi
dicci corni che sono dieci re. Quanto ai primi, cinque su sette
sono ambientati nel passato, uno nel presente (il sesto), e uno
(o due, tenendo conto dell’«ottavo») nel futuro. I dieci re in­
vece sembrano non avere passato, non ancora dispongono di
potere nel presente, e nel futuro prenderanno potere come re e
daranno1 ad essa la loro potenza e il loro potere. Le sette teste
della Bestia sono dunque sette re in successione diacronica,
mentre i dieci corni sono dieci re contemporanei della Bestia o
1 Nella logica del contesto i due presenti λαμβάνουσιν e διδόασιν non pos­
sono non avere valore che di futuro.

266
«ottavo re». La coordinata diacronica serve a Giovanni per col­
locare se stesso e le chiese d’Asia nel tempo dei sette monarchi
e precisamente sotto il principato del sesto monarca, ma più di
quella diacronica è importante la coordinata sincronica. Per
Giovanni e per le chiese, infatti, il sesto monarca loro contem­
poraneo è irrilevante, mentre non lo saranno affatto l’ «ottavo»
monarca, l’alleanza con esso dei dieci re, e le loro comuni ini­
ziative contro l’Agnello e contro la porne.
In secondo luogo, non si può non notare come Giovanni
ponga le due profezie in successione anacronistica: la distru­
zione della donna-città ad opera della Bestia e dei dieci re (v.
1 6) deve cronologicamente precedere e non seguire la disfatta
della loro coalizione ad opera dell’Agnello (v. 14),1 perché la
vittoria dell’Agnello non può non essere per Giovanni se non
totale e definitiva, come d’altra parte dirà Apoc. 19: «e vivi fu­
rono gettati nello stagno di fuoco che brucia nello zolfo» (19,
20). E allora l’inversione delle due profezie deve, non solo pro­
piziare il trapasso alla caduta di Babilonia di Apoc. 18, ma deve
forse mettere l’enfasi sulla distruzione della città, dal momento
che il capitolo si apriva con la promessa dell’angelo di mostra­
re a Giovanni il giudizio della Grande Prostituta.

V. I PO SSIB ILI R IFER IM EN TI


ALLA STORIA CO N TEM PO R A N EA

1. Babilonia, la porne corruttrice e persecutrice


Le identificazioni storiche che Giovanni sembra chiedere ai suoi
lettori in Apoc. 17 sono quella della Grande Prostituta e quella
dell’ «ottavo» re.
Quanto alla grande porne o Babilonia, Giovanni dice la pe­
ricolosità del suo influsso corruttore a largo raggio. Per questo
non è da sottovalutare ed è invece da temere e per questo G io­
vanni l’ha messa in relazione con gli enigmi, le spiegazioni e le
1 N on sembra accorgersi dell’anacronismo Caird, Revelation, 220, che
scrive: «La distruzione di Roma segue come diretta conseguenza della vit­
toria dell’Agnello». Cf. invece Loisy, Apocalypse, 313: «La vittoria del Cri­
sto è un’anticipazione dal momento che la Bestia e i suoi alleati debbono
distruggere Roma»; Ulrichsen, Hàupter, 20 n. 48: «Dal punto di vista
della cronologia la successione dei tempi è in disordine». Charles, Revela­
tion II, 74, infine, significativamente trasferisce il v. 14 a dopo il v. 16.

267
profezie di questo capitolo. Gli indizi per l’identificazione so­
no almeno quattro: i . Babilonia è una città che, avendo influs­
so su molti popoli (17,2) e regnando sui re della terra (17, 18),
è capitale di un impero multietnico e multinazionale; 2. la sto­
ria di quella città è caratterizzata da sette re, dei quali il più
rappresentativo (per Giovanni) fu, non è, ma ritornerà; 3. nella
morfologia di quella città c’è il fatto che essa siede su sette
monti; 4. quella città ha condotto contro i cristiani una perse­
cuzione di straordinaria violenza che ha fatto un grande nu­
mero di vittime, tanto è vero che essa è «ebbra del sangue dei
testimoni di Gesù».
Come già è stato detto nel primo capitolo, le identificazioni
di «Babilonia» che sono state proposte sono almeno cinque: la
Babilonia storica; la civitas diaboli in ogni epoca della storia; le
forze del male nella crisi escatologica; la Roma della persecu­
zione anticristiana di Nerone o Domiziano; la Gerusalemme
ostile al Vangelo e persccutrice dei suoi annunciatori. Tra tutte,
nessun’altra risponde alle caratteristiche sopraelencate quanto
l’identificazione con Roma: la Roma del septimontium (nr. 3),
che dominava con il suo impero sulle molte etnie dell’area me­
diterranea (nr. 1), e che aveva versato molto sangue cristiano -
come ogni chiesa anche d’Orientc ben sapeva - sotto Nerone
(nr. 4), il quale secondo diffuse attese popolari sarebbe tornato
a capo di una coalizione di popoli delPOriente contro quella
che era stata la sua capitale (nr. 2).
La difficoltà maggiore è che in nessun sistema di calcolo i
conti tornano circa i sette re o imperatori che dovrebbero cor­
rispondere ai 5 + 1 + 1 di 17,10. La storia della ricerca mostra
ampiamente che non serve cambiare il punto d’inizio per il con­
teggio, da Giulio Cesare a Ottaviano, Caligolao Nerone ecc. e
che non serve includere nel conteggio o escludere da esso uno
0 due o tre degli imperatori dell’anno 68, Galba, Otone, Vitel-
lio.1 Il problema è invece da discutere in collegamento con l’in­
teresse esclusivo di Giovanni per l’ottavo re.

1 II conteggio viene fatto cominciare talvolta da Cesare (Renan, Holtz-


mann, Giet, Lipinski), talvolta da Ottaviano (Swete, Hadorn, Gelin, Wi-
kenhauser, Robinson), talvolta da Caligola (Brun, Strobel, Ulrichsen, Pri-
gent), talvolta da N erone (Allo, Reicke) o da Galba (Bousset) ecc.

268
2. L'ottavo re che, colpito a morte,
ritorna per la perdizione

Giovanni collega sette re e sette monti con la Bestia su cui la


porne siede ma, mentre il suo interesse non va ad alcuno in par­
ticolare dei sette monti, non è così per i sette re. Non gli inte­
ressano i primi cinque che accomuna nello stesso conteggio e
nello stesso tipo di morte, probabilmente a costo di generaliz­
zazioni, come si vedrà. Gli potrebbe interessare quello a lui
contemporaneo, il sesto, ma di lui si limita a dire che «è». A n­
che il settimo sembra non interessarlo perché prevede per lui
un regno breve, non ambientando alcun evento nel suo breve
principato. L ’unico al quale si interessa è il re o imperatore tra
i sette che, colpito a morte c caduto nel non-essere mentre era
uno dei sette, sarà in grado poi di tornare come ottavo, anche
se per un ritorno di rovina. Non solo il suo passato, ma anche
il tempo del suo ritorno è infatti pieno di eventi, e di eventi
capitali, come s’è visto: la sua alleanza con i dieci re per la ri­
volta contro la donna-città e per il suo incendio, poi la guerra
contro l’Agnello, e infine la sconfitta e la finale perdizione.
C ’è di più: non solo a Giovanni interessa soltanto l’ottavo re,
ma la sua vicenda passata probabilmente condiziona ciò che è
detto dei primi cinque che sono caduti (επεσαν), e quella futu­
ra condiziona ciò che è detto del settimo che avrà un principa­
to breve (ολίγον αύτον δει μεΐναι). In particolare, quanto alla
«caduta» dei cinque, essa può voler significare semplicemente
la fine del loro potere, magari a causa della loro morte natura­
le. Questa interpretazione attribuisce però al verbo πίπτω un
significato troppo debole per cui probabilmente a ragione mol­
ti autori danno al «caddero» un valore forte, intendendo la ca­
duta come morte violenta, come regicidio o suicidio.1 Ma la
morte violenta di cinque sovrani, l’uno dopo l’altro, ha il sapo­
re della generalizzazione, così come è sospettabile di forzatura
il fatto che dopo il contemporaneo sesto monarca Giovanni
lasci spazio soltanto al breve regno di un unico, ulteriore re, il
settimo. Il «Deve rimanere per poco» (i7,iod) ha infatti tutta
i Cf. per esempio A. Strobel, Abfassung und Geschichtstheologie derApo-
kalypse nach Kap. X V II,9-12: NTS 10 (1963-1964) 439; U.B. Muller, Of-
fenbarung, 294 (non semplice morire ma fine violenta).

269
l’aria di essere l’equivalente di «Il tempo è vicino» (1,3), «Tem­
po più non ci sarà» (10,6), «Rimane poco tempo» (12,12), «Sì,
vengo presto» (22,12) ecc. Giovanni insomma anzitutto ha pro­
babilmente esteso agli altri quattro la sorte di quel re che pri­
ma di tornare ed essere l’ «ottavo» è stato colpito a morte (13,
12). Poi, anche attraverso la breve vicenda del settimo monar­
ca, dice che il futuro è breve e che il Signore verrà presto con
la sua ricompensa (22,7.12.20).'
Se questo è vero, è inutile mettersi a cercare precise corri­
spondenze tra i sette monarchi di 17,10 e qualche lista imperia­
le dell’epoca di Giovanni chiedendosi quale sia il sovrano da
cui fare partire il conteggio e se siano o no da escludere i so­
vrani che sono stati travolti nel giro di pochi mesi.2 Giovanni
cercava dunque una serie settenaria a tutti i costi, come direb­
be H. R on gy:3 è d’altra parte ciò che aveva fatto anche con il
numero settenario delle chiese d’Asia tra le quali, conoscendo
quella di Laodicea, non poteva non conoscere anche quella di
Colosse e quella di Gerapoli, che però ha lasciato fuori dalla
sua serie settenaria di chiese - come si è già detto.
Quanto all’unico sovrano (l’ottavo) di cui i lettori di G io ­
vanni devono interessarsi e da cui devono guardarsi, non c’è
nulla nella storia, nella letteratura e nell’immaginario collettivo
di quel tempo che meglio gli corrisponda del Nero redivivus o
redux‘‘ di cui si fece un gran parlare nella seconda parte del 1
1 Cf. per esempio Prigent, Apocalypse, 381: «Dal momento che la fine è
vicina e dal momento che bisogna fare posto a un ottavo regno, è inevita­
bile che il settimo sia breve».
2 Così affermano tra gli altri Bell, Date, 97, che scrive: «Tutti questi calco­
li non sono altro che sforzi per arrivare a una data, decisa in antecedenza,'
della composizione di Apoc.·» e Beasley-Murray, Revelation, 256: «Gli in­
terpreti di Apoc. si sono rotta la testa per identificare i cinque re, ma G io­
vanni era interessato soltanto all’ottavo».
3 Rongy, Rome au chapitre X V II, 35 («coute que coute»).
4 Tra i molti cf. P. Prigent, Au temps de VApocalypse, n . Le culte impérial
au i ersiècle en Asie Mineure: RHPR 55 (1975) 227-232; L. Kreitzer, Hadrian
and thè Nero Redivivus Myth: ZNW 79 (1988) 92-115; Ulrichsen, Hàup-
ter, 4 («L’interpretazione del Nero redivivus appartiene ai risultati più si­
curi della storia dell’esegesi di Apoc.»). Ma cf. soprattutto in Bauckham,
Climax, il capitolo intitolato «Nero and thè Beast» (pp. 384-452). - Parla­
no della leggenda del Nero redux Tacito, Hist. 1,278; 2,8-9; Svetonio, N e­
ro 57; Dione Cassio 66,19,3; Or. sib. 3,63-75; 4,119-148; 5,28-34.

270
secolo. Il mito, che prese piede ben presto tanto che un sedi­
cente Nerone inquietò le autorità imperiali proprio in Asia un
anno dopo il suicidio dell’imperatore,1 spiega sia la ferita di
spada poi risanata (13,14), sia il rovesciamento di fronte della
Bestia che, ricevendo il potere (politico-militare) da re stra­
nieri e di essi mettendosi a capo, farà guerra alla poraé-città se­
gnandone la fine con l’incendio (17,16), dopo essere stata pre­
cedentemente con essa in combutta (17,7 ecc.). Nulla di me­
glio soprattutto c’è, poi, per spiegare il vero e proprio indovi­
nello di 1 j,Spar. («Era, e non è, e ricomparirà»): per spiegare
cioè come uno dei sette re o imperatori possa contempora­
neamente essere l’ottavo.2

L ’analisi letteraria condotta su Apoc. 17 conferma dunque


l’interpretazione tradizionale che vede in Babilonia la Roma dei
sette colli e che nella Bestia colpita a morte vede un’allusione
alla saga del Nero redivìvus e redu-x. Anzi, mostra che alcune
difficoltà come per esempio quella del conteggio dei «sette im­
peratori» non sono tali, essendo imbastite su dettagli che non
sono quelli rilevanti per l’autore. Quanto ai numerosi enigmi e
«giochi» letterari del capitolo, evidentemente essi sono per
Giovanni di Patmos fonte di piacere intellettuale, ma non sono
fine a se stessi perché servono a mettere in guardia da nemici
esiziali e invitano a precise scelte di campo. E proprio perché è
tutt’una pressante esortazione circa pericoli concretissimi,
Apoc. 17 è anche tra i capitoli pili allusivi alle circostanze in cui
il libro fu scritto.

1 Nerone morì il giorno 8 giugno 68 d.C. - Massyngberde Ford, Revela-


tion, 211, cita Tacito, Hist. 2,1 per lo pseudo-Nerone del 69 d.C., attivo
nelle isole Egee e nella stessa Asia Minore, premettendo: «La leggenda del
Nero redux era molto popolare nelle province orientali», e B. Rigaux,
L ’Antéchrist et l ’opposition au Royaume Messianique dans VAncien et le
Nouveau Testament (diss. UCLov 2,24), Gembloux-Paris 1932, 352, scri­
ve: «Il falso Nerone della fine del 68 fu attivo proprio nell’ambiente di
Apoc.». - Sulla simpatia del mondo orientale per Nerone cf. soprattutto
Reickc, Jiidkche Apokalyptik, 173-192; M. Bodinger, Le mythe de Néron
de l ’Apocalypse de saint Jean au Talmud de BabyIone: RHR 206 (1989)
21-40; Bauckham, Climax, 408-409.
2 Cf. Iiarrington, Revelation, 172, che scrive: «La leggenda di Nerone per­
mette a Giovanni di ricavare il suo ottavo re da uno dei sette».

271
Capitolo 12

Il ristabilimento della giustizia


e il regno millenario
I. I M ILLE A NN I D I ApOC. 2 0 , 1 - 1 0
E IL M ILLEN ARISM O

i. Il millenarismo dei primi secoli


Il testo del regno millenario del Cristo è il testo di Apoc. che in
ogni tempo più ha fatto discutere e sognare. Ben presto infatti
assurse a manifesto e icona ideale del chiliasmo cristiano che nel
millennio vedeva convergere e culminare le profezie sia giudai­
che che evangeliche. Le prime si collocavano in un orizzonte
intramondano e da esse i millenaristi trassero ispirazione per
aggiungere al millennio di Apoc., che non ne parlava, una stra­
ordinaria fertilità della terra se non addirittura Pappagamento
edonistico degli impulsi naturali. Quanto alle promesse evan­
geliche che davano al problema della giustizia una soluzione
prevalentemente escatologica, esse furono completate con la
prospettiva di una giustizia instaurata già nel mondo penulti­
mo, come preludio e preparazione del mondo ultimo.1
A l dire di Gaio romano c di Dionigi alessandrino fu millena­
rista Ccrinto (Asia Minore, 100 d.C. ca.) il quale si sarebbe raf­
figurato il regno dei mille anni come un banchetto imbandito
con grande abbondanza di cibi e di vini e come tempo di libe­
ro soddisfacimento degli istinti sessuali. Fu poi millenarista lo
pseudo-Barnaba (inizio n secolo) che interpretò i sette giorni
della creazione con il Sai. 90,4 («un giorno del Signore sarà co­
me mille anni») per cui dopo i sei giorni-millenni della storia

1 Cf. per esempio Is. 65,17-25; 39,26; 54,11-14; 1 Hen. 10,18-19; 4>29‫־‬
30; 23,27; 4 Esd. 7,26-33; 2 Bar. 29,5-6. - Sulla contaminazione tra mille­
narismo giudaico e millenarismo cristiano cf. C. Mazzucco - E. Pietrella, II
rapporto tra la concezione del millennio dei primi autori cristiani e l’Apo­
calisse di Giovanni·. Aug 18 (1978) 29-45; M. Simonetti, L ’Apocalissi e
l ’origine del millennio‫׳‬.V et^hr 26 (1989) 337-350; C. Nardi, Il millenari­
smo. Testi dei secoli I - I l (BP 27), Fiesole 1995,11-24.

273
verrà il settimo giorno-millennio del riposo nel regno in cui
«non ci sarà più l’ingiustizia poiché tutte le cose sono state rin­
novate da Signore». E fu millenarista Papia di Gerapoli (Frigia,
60-130 d.C. ca.) per il quale nel regno millenario si sarebbe
compiuta la benedizione di Isacco con grande abbondanza di
cibo e grande fertilità della terra, in particolare della pianta di
vite. A metà del n secolo Giustino di Flavia Neapolis (Palesti­
na, f tra il 163 e il 167) è il primo - per quel che ne sappiamo -
a collegare l’attesa del regno millenario con il testo di Apoc. 20,
e ritiene che la credenza nel millennio sia il contrassegno del
vero credente.' Il grande teologo del regno millenario e poi Ire­
neo, egli che lo inserisce nello schema onnicomprensivo della
ricapitolazione in Cristo di cui parlava E f 1,10, in polemica
con gli gnostici negatori della salvezza del corpo e della resur­
rezione della carne. Sulla scia dello pseudo-Barnaba, Ireneo ve­
de la storia cosmica svolgersi in sci millenni e perfezionarsi nel
settimo, nel quale i giusti raccoglieranno i frutti della loro sof­
ferenza, regnando già in quella stessa creazione nella quale su­
birono violenza. Il regno dei giusti, caratterizzato da una par­
ticolare feracità della terra, per Ireneo non è ancora il regno dei
cieli ma un preludio terrestre che prepara alla visione e alla co­
munione eterna con D io.2
Già prima di Ireneo il movimento profetico sorto attorno a
Montano a partire dal 172 d.C. ca. attendeva a Timio o Pepuza
(Frigia) la discesa dal cielo della Gerusalemme nuova di Apoc.
20.3 Montanisti e millenaristi furono Proclo a Roma (inizio ili
secolo) e, a partire da circa il 207, Tertulliano a Cartagine. In
Oriente furono millenaristi Melitone di Sardi (n secolo), l’au­
tore della Apocalypsis Pauli (prima del 250), Ippolito (forse in
Palestina, prima del 250), Nepote vescovo di Arsinoe in Egitto
(metà del in secolo), Metodio di Olimpo in Licia (martire nel
1 Per Cerinto, cf. Eusebio, Hist. eccl. 3,28,2-5, e 7,25,1-3 (e G. Bardy, Cé-
rinthe: RB 1921, 344-373); per Papia cf. Ireneo, liner. 5,33,3-4. Cf. infine
Ep. Barn. 15,3-9 e Giustino, Dial. 81,1-3.
2 Ireneo, Haer. 5,36,3.53-55. - Cf. G. Pani, II millenarismo: Papia, Giusti­
no e Ireneo·. ASE 15 (1998) 53-84. Sulla distanza di Ireneo dal regno mille­
nario di Apoc. 20 e sulla sua dipendenza piuttosto dalla tradizione apoca­
littica giudaica cf. Mazzucco-Pietrella, Rapporto, 41-45.
3 Sul millenarismo dei montanisti cf. Eusebio, Hist. eccl. 5 ,18 ,2 .13 ; Epifa­
nio, Haer. 48 ,13; 49,1 (PG 4 1, 877A. 88oc).

274
3 n ) , e in Occidente lo furono Lattanzio (260-330 d.C. ca.) e
Commodiano (ni, o IV, o v secolo). Millenarista fu poi soprat­
tutto l’autore del più antico commentario ad Apoc. a noi per­
venuto, e cioè Vittorino di Poetovio, il quale infatti saluta con
sollievo il sorgere dall’oriente dell’angelo di 7,2 per ristabilire e
consolidare le chiese da quella che egli chiama la intolerabilis
persecutio della civitas Romana.'

2. Il fronte antimillenarista fino ad Agostino


Il chiliasmo fu combattuto c per il momento sopraffatto ad ope­
ra degli allegoristi alessandrini, soprattutto ad opera di Orige­
ne che accusava i chiliasti di basarsi su di un’interpretazione
letterale e quindi angusta della Scrittura, e di Dionigi di Ales­
sandria e poi, tra i latini, ad opera di Girolamo che accusava i
millenaristi di letteralismo giudaizzante2 e di Agostino per il
quale l’incatenamento del Drago e il regno millenario di Apoc.
20 vanno dalla chiesa delle origini fino al termine del tempo.
La comprensione agostiniana del millennio merita di essere
illustrata dal momento che ispirò gran parte degli antimillena­
risti dei secoli successivi. Anzitutto Agostino confessa di esse­
re stato un tempo millenarista (nam etiam nos hoc opinati fu i-
mus aliquando), e poi definisce in qualche misura tollerabile un
millenarismo spirituale, mentre soltanto chi è carnale - dice
Agostino - può attendersi un millennio fatto di orge sfrenate c
di abbondanza di cibi e bevande: sono aspirazioni che non so­
lo non salvano la decenza, ma neanche la stessa credibilità.3
1 Cf. Eusebio, Hist. eccl. 2,25,6 e 6,20,3 Per Proclo; Tertulliano, Adv.
Marc. 24 (PL 2, 355-358); Eusebio, ibid. 4,26 per Melitone; Apocalypsis
Pauli, n.ri 21-22 (la terra in cui scorrono latte e miele); Eusebio, ibid. 7,25,
per Nepote; Metodio, Symposium 9,1,5; Ippolito, In Dan. 4,23,4-5; Com­
modiano, Inslrucl. 1,28,43; Lattanzio, Div. inst. 7,13-14.24-26; Vittorino,
PL Suppl. 1,13 7 .
2 Origene, Princ. 2,11.2-3 (PC 11, 241-242); Hom. 5 in Ps. X X X V I (PC
12, 1559-1567); per Dionigi cf. Eusebio, Hist. eccl. 7,24-25. Cf. poi Giro­
lamo: quarn (Apocalypsim) si iuxta litteram accipimus, iudai'/.andum est
(PL 24, 627B), ne more ludaico auream quaeramus Sion et gemmatam le-
rusalem (ibid. 390B), Respondeant amatores tantum occidentis litterae, et
in mille annis exquisitos cibos gulae ac luxuriae preparantes... ludaica de-
liramenta (ibid. 541C-542A).
3 Agostino, Civ. 20,7,1. L ’intera trattazione di Agostino è in 20,7-17.

275
Per la sua interpretazione, Agostino parte dal termine gen-
tes. L ’Apocalisse non parla dei singoli (che di fatto restano sem­
pre esposti alle insidie del diavolo) ma delle genti che hanno
costituito la chiesa. Prima il diavolo le traeva in errore: ora non
più, perché D io le ha sottratte al potere delle tenebre e le ha tra­
sferite nel Regno del Figlio, o regno millenario. Agostino col­
loca l’inizio del millennio, non alla Pasqua del Cristo come spes­
so si dice, ma nel tempo in cui la chiesa ha cominciato a dif­
fondersi «oltre la Giudea tra le nazioni (praeter Iuda,ea.m ter-
ram in nationes alias atque alias)».1 II «forte» che Gesù è venu­
to a incatenare (Aie. 5,27) - dice Agostino - e il diavolo del qua­
le Gesù ha represso e frenato il potere di sedurre. L ’abisso in
cui il diavolo fu rinchiuso è il numero incalcolabile degli incre­
duli e la porta dell’abisso sigillata dall’angelo è la separazione
tra chi è e chi non è dalla parte del diavolo. Delle due resurre­
zioni di cui parla l’Apocalisse solo la seconda può essere quel­
la dei corpi, mentre la prima è quella per la quale si riprende vi­
ta dalla morte del peccato nella conversione, come si ricava da
Col. 3,1 («Se siete risorti con Cristo, gustate le cose di lassù»).
Infine, il regno dei santi non e il regno escatologico di Mt. 25,
34 («Venite, benedetti del Padre mio, ricevete il regno prepara­
to per voi») ma il regno che va edificandosi lungo il tempo del­
la prima venuta (isto iam tempore prioris eius adventus).1
r Ibid. 20,7,3 (Neque enim dictum est «ut non seduceret aliquem», sed «ut
non seduceret, inquit, iam gentes» in quibus Ecclesiam procul dubio voluti
intelligi); 20,8,3 (Ha.ec autem alligatio diaboli non solum facta est> ex quo
coepit Ecclesia praeter ludaeam terram in nationes alias atque alias dila-
tari, sed etiam nunc fit et fiet usque ad terminum saeculi). C f. invece, per
esempio la cosiddetta Bible de Jémsalem che annota: «Per sant’Agostino i
mille anni partono dalla resurrezione».
2 Ibid. 7,2 per la citazione di Me. 3; 20,7,3 Per l’abisso; 10,7,1 e 20,9-10 per
la citazione di Col. 3,1-3 (Agostino cita Col. 3 altre due volte); 20,9,1 per
la citazione di Mt. 25. - Su questa linea intendono i mille anni e la prima
resurrezione Fulgenzio di Ruspe (PL 65, 5630: in conversione cordisprima
consisti!, resurrectio), Primasio (PL 68, 91 5a : mille annos prò annis omni­
bus huius saeculi posuit), Beda (PL 93, 192B: prima resurrectio in hac vita
est per remissionem peccatorum), Walafrido (PL 114 ,745A: quod a peccatis
resurgunt homines... est prima resurrectio), Àimone (PL 117, i!8 $c: pri­
ma ergo resurrectio est quae fit in anima), Berengaudo (PL \-j, 1017C:
tempus a. passione Christi usque ad finem mundi resurrectio prima voca-
tur), Martino (PL 209, 40!a: baec est resurrectio prima: scilicet ut anima
diabolum et peccatum vincat).

276
3· II millenarismo fino ad oggi

Anche se non divenne mai affermazione di fede comune a tut­


te le chiese,1 il millennio fu comunque la grande utopia cui at­
tinsero gli apologisti nelle controversie antigiudaiche o antigno-
stiche, i martiri e i confessori nelle persecuzioni, e poi quan­
ti avevano la brama c la fretta che Dio facesse giustizia. Vinta
provvisoriamente nell’antichità, l’ideologia fu poi rivitalizzata
a più riprese in Occidente soprattutto per esempio ad opera di
Gioacchino da Fiore e degli spiritualisti del basso medioevo che
a lui s’ispirarono e poi, ancora più, all’interno di molte confes­
sioni protestantiche fino ad oggi.
Il millenarismo protestantico si espresse in due diverse for­
mulazioni, più tardi chiamate post-millenarismo (la parousia
verrà dopo il regno millenario) e pre-millenarismo (la parousia
verrà prima del regno millenario, segnando dunque uno iato
molto più forte nei confronti della storia).2 Ma il millenarismo
ispirò e continua ad ispirare intere correnti religiose come quel­
le dei mormoni (J. Smith, Jr., 1830), degli avventisti del settimo
giorno (W. Miller, 1842), e dei testimoni di Geova (C.T. Rus­
sell, 1879).

II. l ’ in t e r p r e t a z io n e M ILL E N A R IST IC A


e l ’a n a l o g i a f id e i

1. Difficoltà di natura storico-teologica


Nonostante che oltre ad Apoc. 20 esistano altri testi del N.T.
cui il millenarismo si richiama,3 per la tradizione cristiana sto-
1 G.G. Blum, Cbiliasmus, n. Alte Kirche, TRE vii, 732.
2 1 nomi dei più illustri millenaristi sono quelli di Th. Brightman (1609), J.
Mede (1632), I. Newton (1737), Jt.B. Elliott (1844), R.H. Charles (1920)
in Inghilterra; J.A . Bengel (1740) e F. Delitzsch (1845) in Germania; C.
Vitringa (1705) in Olanda, J. Edwards (1743), e I.T. Beckwith (1919) negli
Stati Uniti. - Sulla storia del chiliasmo in collegamento con Apoc. cf. O.
Bòcher - G.C. Blum - R. Konrad - R. Bauckham, Cbiliasmus, TRE vii,
Berlin - New York 1981,723-745 e Nardi ,Millenarismo (con testi e biblio­
grafìa).
3 Nardi, Millenarismo, 54-62, cita Mt. 5,2; 8,11; 26,27; Me. 10,29; Le- 13,29;
14,12.15; 18,29; 22,14-18.29-30; cf. poi O. Bòcher, Spuren eines neutesta-
mentlicben Cbiliasmus aufierbalb der Apokalypse, TRE vii, Berlin - New
York 1981, 727-728.

277
ricamente maggioritaria e vincente e per i commentatori che
ad essa si ispirano l’affermazione dei mille anni pre-cscatologi-
ci fa difficoltà a livello di analogia fidei. Per la chiesa cattolica
si può citare solo un documento minore e cioè il decreto del
Sant’Uffizio del 21 luglio 1944, mentre per l’ambito protestan­
te e anglicano l’attesa di un regno terreno del Cristo fu chiara­
mente disapprovata dalla Confessio Augustana (1530), dai qua­
rantadue articoli della chiesa d’Inghilterra (1553) c dalla Con­
fessio I l elvetica posterior (1566).1
Le difficoltà di natura teologica sono di per sé estranee allo
studio di Apoc., e tuttavia è pressoché inevitabile che condizio­
nino almeno in qualche misura lo studio di Apoc. 20, anche se
le argomentazioni che vengono portate sono - correttamente -
di tipo letterario. Nei tentativi più recenti si è fatto leva su
considerazioni di luogo, di tempo, o di grammatica.
M. Gourgues (1985) e C.H . Giblin (1999), ad es., hanno inte­
so mostrare come Apoc. ambienti il regno dei mille anni in cie­
lo, fuori del tempo e della storia.2 Ma in Apoc. 4 Giovanni di
Patmos è invitato a salire in ciclo per essere spettatore e poi pro­
feta, non della metastoria, bensì di ciò che interessa la vicenda
umana sulla terra. D ’altra parte in Apoc. cielo e terra sono tra
loro in piena continuità così che il corso della storia è sempre
condizionato e determinato da ciò che prima accade in cielo.
Per U. Vanni (1993) la chiave interpretativa di Apoc. 20 è
nell’equivalenza delle due indicazioni temporali «mille anni»,
che ricorre nel testo sei volte (vv. 2.34.5.6.7), e «tempo breve»,
che ricorre in 20,3 («[Il Drago] deve essere sciolto per un pic­
colo tempo»)·. «Dato che le due qualifiche cronologiche ‘mille
anni’ e ‘ tempo breve’ sono solo di tipo qualitativo, senza un
rapporto con la durata reale, sarà simbolica e qualitativa anche
la loro successione, che di conseguenza non potrà essere calco­
lata in termini realistici né collocata nel tempo».3 L ’illazione
1 Cf. il documento del Sant’Uffìzio in Acta Apostolicae Sedis 38 (1944) 212
(Denzinger-Hunermann, 3839); Confessio Augustana, art. 17,5; art. 41
della chiesa d’Inghilterra, e Confessio Helvetica posterior, art. 26.
2 M. Gourgues, The Thousand-Year Reign (Rev 20,1-6): Terrestrial or
Celestiali: CBQ 47 (1985) 676-681; C.H. Giblin, The Millennium (Rev
20,4-6) as Heaven: NTS 45 (1999) 553-570.
3 U. Vanni, Il regno millenario di Cristo e dei suoi (Apoc 20,1-10): StMiss
42(1993)67-95:78.

278
di Vanni è però da discutere. Il valore simbolico di «mille an­
ni» e «tempo breve» è fuori dubbio, ma non si può dare per
scontato che nell’universo dei simboli la successione cronolo­
gica non sia tale e invece significhi automaticamente contem­
poraneità. Quanto ad Apoc. 20, l’autore in effetti va in tutt’al­
tra direzione perché per ben tre volte in cinque versetti insiste
sul prima e sul dopo dei tempi, sia attraverso le preposizioni
(άχρι, μετά, δταν) sia attraverso il verbo τελέομαι. Scrive G io­
vanni: «fino a che i mille anni siano trascorsi (άχρι τελεσ-δή
κτλ.). Dopo queste cose (μετά ταϋτα; oppure ‘ dopo questi [do­
po i mille anni]’), [il Drago] deve essere sciolto per un breve
tempo» (20,3), «non vissero fino a che i mille anni furono com­
piuti (άχρι τελεσ-δή κτλ.)» (v. 5), «e quando siano compiuti i
mille anni (όταν τελεσ-δη κτλ.), il Drago sarà sciolto ecc.» (v. 7).
K.G . Beale (1999) scommette tutto invece sul valore della
congiunzione καί. Nel testo del millennio solo tre sarebbero i
«καί di successione cronologica» mentre gli altri trentadue sa­
rebbero «καί di successione visionaria». Ora, dice Beale, l’or­
dine delle visioni di Giovanni non è necessariamente l’ ordine
cronologico dei fatti che esse riferiscono così che il millennio
potrebbe essere, ed è di fatto, il tempo che va dalla resurrezio­
ne allaparousia.1 Ma tutto questo c troppo facile e troppo gra­
tuito per essere vero. Infatti, se anche il «καί di successione vi­
sionaria» potesse davvero essere libero da valenze cronologi­
che obbligate, si dovrebbe ugualmente dimostrare che i καί del
testo del millennio si riferiscono all’ arco temporale che va dal­
la prima venuta alla fine della storia.2
Il problema del regno millenario, insomma, non è un pro­
blema di luoghi ma di tempi e quanto ai tempi il problema non
sta nel simbolismo (che è indubbio) dei mille anni, bensì nella
successione di periodi storici per cui il Drago prima è immo­
bilizzato per mille anni, e poi (μετά ταΟτα, v. 3) avrà invece la

x Beale, Revelation, 975.


2 Oltre alla bibliografia citata in Prigent, Apocalypse, 425 n. 1, sul millen­
nio cf. G. Rochais, Le règne des mille ans et la seconde mort: origines et
sens (Ap 19,11-20,6): N RT 103 (1981) 831-856; G. Aranda Perez, Los mil
anos en el libro de los Jubileos y Ap 20,1-10: EstB 57 (1999) 39-60; B.
I lort, Millénarisme ou amillénarisme. Regarde contemporain sur un con­
flit traditionnel: RTLouv 31 (2000) 33-42.

279
possibilità di sferrare il suo estremo attacco alla città di Dio. Il
millennio è dunque uno dei tempi in cui Dio fa giustizia, ed è
da questa angolazione che esso deve essere studiato.

2. Difficoltà circa i tempi della giustizia di Dio


nell’Apocalisse
Riassuntivamente, l’azione giudiziale e vendicativa di Dio in
Apoc. ha i seguenti tempi:
t. il corso della storia: in essa «gli abitanti della terra» (8,13),
i non-servi (9,4), gli idolatri (9,20-21), i violenti (16,3-7), gh
adoratori e i sudditi della Bestia (16 ,2 .10 -11) sono sottoposti ai
flagelli medicinali di Dio in vista della conversione (9,20-21; 16,
9■11);
2. il regno millenario (prc-escatologico): in esso i giusti vi­
vono la prima resurrezione, ma non gli idolatri-infedeli e tanto
meno il Drago, immobilizzato nell’abisso (20,1-6);
3. Il «breve tempo» dopo il millennio: con il discioglimento
del Drago dal suo carcere ha inizio il tempo dell’ultimo assalto
delle forze del male (20,7-9);
4. il giudizio (sub-escatologico): dopo che i tentativi di Dio
di indurre a conversione hanno ricevuto come risposta soltan­
to indurimento, l’intervento giudiziale porta alla condanna e
alla sanzione per coloro che si sono induriti nel male (Apoc. 17-
20), con il quale Dio è per natura inconciliabile;
5. il regno (escatologico): in esso i servi di Dio contemplano
il volto di Dio e regnano nella Gerusalemme nuova «per i se­
coli dei secoli» (22,3-5), mentre saranno esclusi i «cani», gli ope­
ratori di magia, i pornoi, gli omicidi, gli idolatri, e chiunque ama
e pratica la menzogna (22,15; cf. 20,8, e 21,27);
6. A tutto questo bisogna aggiungere la sconfìtta (intrastori-
ca) del violento e la sua capitolazione ai piedi delle chiese di cui
parla un paio di testi di Apoc. 2-3.
Per quest’ultima tipologia si deve citare anzitutto la vittoria
della chiesa di Filadelfia sulla locale sinagoga: una certa parte
dei suoi membri infatti si prostreranno sorprendentemente,
non al Cristo, ma alla chiesa filadelfcse (3,9). E poi si deve cita­
re la promessa al vincitore di Tiatira (2,26-28a), secondo la qua­
le quel vincitore riceverà dal Cristo potere sulle genti per go­

280
vernarle con scettro ferreo in seguito ad una battaglia in cui le
genti usciranno fracassate come vasi di terracotta. Con queste
parole il Sai. 2,8-9 parlava della battaglia vittoriosa del re mes­
sianico e ora, a quella sua vittoria, il Cristo di Apoc. dichiara di
associare il «vincitore» (2,26.28a). Anche questa vittoria sem­
bra debba realizzarsi nella storia e non nell'escatologia, soprat­
tutto per quell’andare in frantumi delle nazioni. Mentre dun­
que in 2,26-28a e in 3,9 Dio già ora vince e fa giustizia, nella
seconda parte di Apoc. la rivincita dei martiri e dei fedeli sem­
bra essere rimandata in avanti fino ai tempi del regno millena­
rio e fino allo sprofondamento finale di idolatri e persecutori
nella seconda morte. Sorprendentemente, dunque, in Apoc. 4-
22 il lungo corso della storia non è tempo di giustizia.
Questa periodizzazionc secondo cui ci sarà un tempo senza
e un tempo con giustizia divina è tipicamente apocalittica. Per
rendersene conto basti combinare 4 Esd. con 1 G v. e 2 Pt. Se­
condo 4 Esd. 7,50 «Dio non ha creato un mondo soltanto, ma
due mondi», secondo 1 Gv. 5,19 «il mondo (presente) è tutto
posto nel maligno», e secondo 2 Pt. 3,13 «[nei cieli e terra nuo­
vi] avrà stabile dimora la giustizia». Ma non sono i paralleli
della letteratura apocalittica a illuminare la difficoltà della pe-
riodizzazione nel mega-testo di Apoc. 4-22 in cui s’inserisce il
regno millenario, bensì la periodizzazione nella micro-vicenda
dei Due Testimoni ( 11,1- 13 ) .

III. L E T EC N IC H E N A R RA TIV E IN ApOC. 1 1, 1-13


E IL M ILLEN N IO

1 . 1 procedimenti narrativi di Apoc. 11,1-ij

N ell’apocalisse in miniatura di 1 1 ,1 - 1 3 non si segnalano parti­


colari solecismi grammaticali - tipici di Apoc. - se non quello
del Xéywv di 1 1 ,1 che è concordato con l’agente inespresso del-
l’aoristo passivo è§orSr], ma c’è una particolare concentrazione
di anomalie nei procedimenti narrativi. I tre più rilevanti sono:
anzitutto Fuso dei tempi verbali (la narrazione comincia con sei
futuri, continua cori quattro presenti seguiti da un residuo fu­
turo, e si conclude con undici aoristi), in secondo luogo i sin­
cronismi (sono sincroni i 1 260 giorni di 11,3 e di 12,6, i qua-

281
rantadue mesi di 11,2 e di 13,5, e i «tre tempi e mezzo» di 12,
14) e, infine, la periodizzazione della vicenda. Dei primi due si
è già parlato nel capitolo quinto così che ora resta da parlare
della rigida periodizzazione delle epoche.
La piccola vicenda di 1 1 ,1 - 1 3 e divisa da Giovanni in quat­
tro tempi di cui il primo e il terzo sono caratterizzati d a ta z io ­
ne esclusiva delle forze del male, e il secondo e il quarto dal­
l’azione esclusiva delle forze del bene. In questo modo: secon­
do il v. 2 le «genti» calpestano per quarantadue mesi la Città
Santa (prima azione delle forze negative); secondo i w . 3-6 i
Due Testimoni svolgono la loro missione profetica senza che
nessuno possa toccarli perché, novelli Elia e novelli Mosè, a
propria difesa hanno il potere di sospendere le piogge e di cam­
biare l’acqua in sangue (prima azione delle forze del bene); se­
condo i w . 7-10 la Bestia che sale dall’abisso fa guerra ai Due
Testimoni e li uccide e la loro morte è motivo di festa per «gli
abitanti della terra» (seconda azione delle forze del male); e in­
fine secondo i w . 1 1 - 1 3 uno spirito di vita rianima i Due Te­
stimoni, una voce li chiama al cielo e un terremoto si abbatte
sulla città che li ha soppressi (seconda azione delle forze del
bene). Come sì è già fatto nel capitolo quinto, non si può non
notare che la periodizzazione è perseguita da Giovanni ad ogni
costo: anche a costo di contraddirsi. Mentre infatti nei w . 5-6
è detto che nessuno può opporsi ai Due Testimoni e chi lo farà
sarà distrutto, nel versetto seguente è detto che la Bestia farà
loro guerra e li ucciderà, senza però incontrare la minima resi­
stenza e la minima sanzione.
Se già l’anomala successione dei tempi verbali dice come
Giovanni concepisca i tempi degli eventi che narra con sorpren­
dente libertà, sono però i sincronismi e la periodizzazione a.
fornire la chiave interpretativa dei tempi della giustizia in Apoc.
e in particolare del millennio di Apoc. 20.

2. Sincronismi di Apoc. 1 1
e interpretazione di Apoc. 11-20
I cinque sincronismi di Apoc. 1 1 - 1 3 sono di due generi: due
sono interni alla vicenda dei Due Testimoni e hanno impor­
tanti conseguenze sull’interpretazione di quella vicenda, e tre

282
sono esterni e hanno importanti conseguenze invece per l’in-
terpretazionc delle vicende esterne cui rimandano.
La rilevanza ermeneutica dei sincronismi interni sta nel fat­
to che essi infrangono la rigidità delle quattro periodizzazioni
di 1 1,1-13. Se infatti il tempo dato alle «genti» per calpestare la
città (1 260 giorni) è sincrono con quello dell’attività profetica
dei Due Testimoni (quarantadue mesi), l’interprete deve non
mantenere distinte ma fondere le epoche in cui sembrano atti­
ve solo le forze del male con quelle in cui sembrano attive solo
le forze del bene. I Due Testimoni svolgono dunque la loro
missione nel tempo in cui le genti calpestano la Città Santa, ed
è alle genti che la profezia dei Due Testimoni e rivolta, tanto è
vero che poi «popoli tribù lingue e nazioni» impediscono la
loro sepoltura e «gli abitanti della terra» fanno festa sui loro
cadaveri perche erano per essi di fastidio. Quanto ai sincroni­
smi esterni, essi chiedono al lettore di leggere come spicchi nar­
rativi della stessa vicenda sia la narrazione dei Due Testimoni
(11,2.3), sia quella della Donna messianica e del Drago (12,6.
14), sia quella della Bestia che emerge dal mare in soccorso al
Drago (13,5). La conclusione che se ne può trarre è di grande
rilievo perché l’arco narrativo della Bestia e del Drago si esten­
de fino a 20,10, includendo anche il millennio.
* · ‘ . · ‫־‬

3. Periodizz azione di Apoc. 1 1


e interpretazione del millennio
La stessa rigida separazione tra forze del bene e forze del male
che si trova in 1 1 , 1 - 1 3 , si trova non in Apoc. 1-3, dove Giovan­
ni parla del bene e del male delle sette chiese d’Asia e della
prostrazione di alcuni della sinagoga locale ai piedi della chiesa
filadelfese (3,9), ma si trova in Apoc. 4-22, dove egli allarga la
visione a tutta la storia e dove si occupa della chiesa che noi
chiameremmo universale.
Il realismo di Apoc. 1-3 è sorprendente se si pensa che in
Apoc. 4-22 Giovanni dipinge due fronti in cui bene e male so­
no nettamente contrapposti senza che mai i confini vengano
varcati in nessuno dei due sensi.1 Tra le file dell’Agnello non
solo non compare mai un solo apostata, ma in Apoc. 4-22 non
1 Cf. Biguzzi, Settenari, 288-291.

283
si parla una sola volta del peccato dei credenti, e se alla Bestia è
concesso il potere di vincere i santi (13,7), ciò significa metter­
li a morte e farne dei martiri (11,7), non indurli all’apostasia.
Nel campo avverso poi, nonostante la pressione esercitata da
Dio con i suoi flagelli, mai si intravede un segno di conversio­
ne. È evidente che la conversione è possibile e desiderata ma,
oltre che come obiettivo fallito dei flagelli, figura solo negli
annunci di giudizio come esortazione (14,7) o nei cantici di
lode all’operato di Dio (15,4). Ed è evidente anche che il peri­
colo dell’apostasia è reale e forse addirittura quotidiano, ma
anch’esso lo si può soltanto intravedere nei brani parenetici
emergenti come corpi estranei dalla narrazione, là dove l’auto­
re con un’interruzione della vicenda di uno o due versetti (per
esempio nelle quattro esortazioni introdotte o concluse da
a>Ss) si rivolge al lettore.
Ebbene, come i sincronismi interni di Apoc. 1 1 scompagina­
no gli schemi e le periodizzazioni di quel capitolo, così i sin­
cronismi esterni chiedono di comporre Apoc. 1 1 , Apoc. 12 e
Apoc. 13-20 in un’unica narrazione «a spicchi d’arancia», e di
scompaginare le loro periodizzazioni. Questo significa che la
seconda parte del libro (Apoc. 4-22), che pure è scritta all’inse­
gna di un netto dualismo di schieramenti, finisce con il dover
essere interpretata come la prima parte (Apoc. 1-3) che e scritta
invece all’insegna di una contemporanea presenza nelle chiese
di bene e di male. In tal modo poi Dio fa giustizia fin dal pre­
sente, non solo a favore della chiesa di Tiatira e di quella di Fi­
ladelfia nei confronti delle genti (2,26-283.) e rispettivamente
nei confronti della «sinagoga di Satana» (3,9), ma a favore di
tutto il popolo di Dio di cui i Due Testimoni sono l’esemplare
parabola in azione.

IV. C O N C LU SIO N E SU LLA L IN E A D I AGO STIN O

L ’ingiustizia e il ristabilimento della giustizia in Apoc. non so­


no quelle legate alla condizione umana come tale. È invece l’in­
giustizia di cui sono vittime i servi di Dio sofferenti a causa del­
la loro fede, ed è il castigo che Dio infligge all’idolatra e al per­
secutore, schierati dall’altra parte del campo di battaglia. In al­
tre parole, in Apoc. non riceve attenzione l’ingiustizia esisten-

284
ziale, ma solo quella teologicamente motivata dalla propria re­
lazione, positiva o negativa, con Dio.
Poiché la prospettiva dominante nella trafila narrativa di
Apoc. è quella per cui Dio preme sugli infedeli e sui violenti
per la loro conversione, il ristabilimento della giustizia è riman­
dato al millennio, anche se queste affermazioni sono contrad­
dette da altre che si trovano nei capitoli 2-3, e cioè nei capitoli
meno «dualistici». L ’intreccio di bene male e giustizia divina
in Apoc. 2-3 dice a prima vista tutta l’artificialità e rigidità del
dualismo dominante in Apoc. 4-22 secondo cui ci sono tempi
in cui la giustizia di Dio è rimandata e tempi in cui, come nel
millennio, è invece instaurata. Tuttavia è l’analisi del modo gio­
vanneo di narrare che porta a una diversa lettura cronologica
di Apoc. 20. In particolare, lo studio dei sincronismi e delle pe-
riodizzazioni consente di dire che il millennio è il «non ancora
ma già» che si estende dalla prima venuta del Cristo alla secon­
da, come diceva Agostino, e non invece un futuro mitico da
collocare nei pressi della parousia. Nel suo approccio al millen­
nio Agostino argomentava però a partire da singole espressio­
ni come gentes (nelle quali vedeva la chiesa diffusa oltre la G iu­
dea), alligare (che intendeva alla luce di Me. 3,27), e prima re-
surrectio (che intendeva alla luce di Col. 3,1-3), e non dal mo­
do giovanneo di comporre i cicli narrativi. Il confronto con Ire­
neo e con i millenaristi dei primi secoli dice, comunque, che la
comprensione cristiana della giustizia di Dio nel v secolo si af­
finò notevolmente per merito di Agostino e della sua interpre­
tazione del millennio.
In tal modo, secondo Giovanni di Patmos la vera giustizia in
favore del giusto sofferente è la conversione del violento e del
persecutore, mentre la vera ricompensa consiste nelPesscre co­
stituiti «regno» dal Cristo (1,5-6), nel regnare con lui lungo il
«millennio» della storia (20,4.6), e nel regnare poi con lui e con
Dio per i secoli dei secoli nella Gerusalemme nuova (22,5).
Conclusioni

Un libro di enigmi ,
di battaglie , i/i
esortazione
Le indagini condotte qui sopra sul testo dell’Apocalisse hanno
lasciato intravedere qualcosa sul suo autore, sulle circostanze
della sua composizione, sul suo singolare linguaggio e modo di
narrare e sul clima spirituale in cui l’autore voleva che vivesse­
ro le chiese cui scriveva. Il quadro che ne risulta è il seguente.

Le circostanze. L ’autore dell’Apocalisse afferma di chiamarsi


Giovanni ma non sembra identificabile con nessuno dei molti
Giovanni del cristianesimo delle origini. Il modo migliore di
rimandare a lui è dunque quello di chiamarlo Giovanni «di
Patmos» dal momento che lui stesso dice di avere avuto nel­
l’isola di Patmos le visioni che narra. Non è impossibile che fos­
se originario della Palestina e che nell’Asia ionica del i sec. d.C.
rimanesse sempre uno sradicato, pur conoscendone bene le cit­
tà e la vita religiosa, politica e commerciale (cap. 4).
La geografìa politica presupposta in Apoc. è quella di Roma
che gestisce i traffici di un enorme do ut des con le molte pro­
vince del suo impero, adagiate tutt’intorno al mare nostrum
(cap. 2). Nel suo libro Giovanni conduce un’aspra battaglia
contro le pratiche religiose di quel mondo mettendo in scena
due distinte idolatrie: quella degli idoli e dei demoni e quella in
cui viene adorata la Bestia-dal-mare. Poiché nel 1 sec. d.C. R o ­
ma e l’imperatore erano oggetto di venerazione soprattutto nel­
le province orientali, prima fra tutte quella d’Asia, le idolatrie
combattute dall’Apocalisse sono da un lato quella del panteon
greco-romano con i suoi molti templi e simulacri e daH’altro
quella appunto del culto imperiale che aveva templi a Pergamo
(dal 29 a.C.), a Smirne (dal 21 d.C.) ed Efeso (dagli anni 89-90
d.C.) (cap. 3). Scrivendo contro «Babilonia», Giovanni scrive
dunque contro Róma, e non contro Gerusalemme come vor­
rebbe oramai una quindicina di commentatori (cap. 1). Egli
combatteva poi anche sul fronte interno alle chiese d’Asia, con­

287
trapponendosi a Gezabele (profetessa attiva a Tiatira) e ai Ni-
colaiti (attivi sia a Efeso che a Pergamo): mentre quelli erano
alla ricerca di accomodamenti con feste e sacrifici del panteon
greco, probabilmente per poter restare nel giro del commercio
e così godere dei benefici della pax Romana, egli chiedeva una
fedeltà al Cristo «fino alla morte» (cap. 7).
Se davvero questo è l’orizzonte socio-religioso di Apoc., al­
lora il pretesto immediato che provocò Giovanni a scrivere
può essere stata la grande ristrutturazione del centro politico e
del centro commerciale di Efeso, a cavallo degli anni 80 e 90.
In quegli anni il consiglio provinciale infatti eresse un tempio
per il culto dei tre imperatori Flavi nelle adiacenze dell’agora
politica, mentre la municipalità efesina fece costruire un enor­
me complesso sportivo nella zona del porto e àc\Yagora com­
merciale che ogni due anni ospitasse i giochi in onore dell’im­
peratore. L ’Apocalisse sarebbe stata scritta dunque in ferma re­
azione ai blasfemi entusiasmi politico-religiosi di Efeso e della
provincia nei confronti di Roma e del suo imperatore (cap. 3).
Queste e analoghe prese di posizione da parte di Giovanni
devono avere infastidito le autorità municipali di qualcuna del-
c città asiatiche in cui era attivo, forse quella di Efeso o quella
di Mileto, così che lo si mandò al soggiorno obbligato a Patmos.
C i si deve essere sbarazzati di lui probabilmente senza molto
sottilizzare dal punto di vista giuridico perché in Asia proba­
bilmente egli era non un cives e neanche un peregrinus ma un
vagus, e cioè un «senza patria» e un «senza propria legge» (cap.
4). Gli altri episodi di ostilità di cui Apoc. conserva l’eco, per
esempio la soppressione fisica di Antipa e quella di coloro che
in 6,9-10 chiedono a Dio di vendicare il loro sangue, erano for­
se dovuti a scoppi d’irritazione popolare nei confronti dei cri­
stiani, spesso refrattari alle comuni costumanze civico-religio-
se. In ogni caso, se in questi episodi qualche autorità era coin­
volta, si trattava di autorità municipali, non imperiali (cap. 4).

Il linguaggio. L ’Apocalisse è un libro singolare e irripetibile


per il suo linguaggio. È un linguaggio che deve molto a quello
dell’A.T. e ancora più a quello della letteratura apocalittica. R i­
conosciuto questo, però, bisogna poi mettersi a fare i conti con
i molti procedimenti eccentrici che Giovanni ha elaborato di

288
suo, sia sul piano della grammatica greca, sia su quello delle im­
magini e delle narrazioni. È una grammatica con regole - o con
sistematica violazioni di regole - tutte sue (cap. 5). Il ripetersi
delle stesse «sgrammaticature» a tutti i livelli dice che quello di
Apoc. è un linguaggio non da spiegare con la maldestra combi­
nazione di fonti né con un’insufficiente padronanza della lin­
gua greca. È piuttosto un linguaggio apofatico e profetico, per­
ché deve dire l’indicibile e deve annunciare i cieli nuovi e la
terra nuova dell’eschaton (cap. 5). NelPApocalisse più che mai
«il mezzo è messaggio», e per esempio è al servizio del discor­
so su Dio e sulla chiesa il linguaggio dei numeri. I numeri di
Apoc. parlano delle forze che nella storia si contrappongono:
quelle messianiche e quelle antimessianiche. Delle une e delle
altre i numeri dicono l’identità e il prevedibile fallimento o
l’efficacia del loro agire. Con i numeri Giovanni dice dunque
che non si finisce mai di capire e dice che non si finisce mai di
schierarsi (cap. 6).
Nei testi in cui voci estemporanee interferiscono nel rac­
conto o, come avviene nella pagina finale, si accumulano con­
citatamente e caoticamente, Giovanni vuol forse dire ai profe­
ti-fratelli che erano attivi nelle chiese d’Asia quello che Paolo
diceva ai corinzi quando scriveva: «Grazie a Dio, io parlo con
il dono delle lingue molto più di tutti voi» (/ Cor. 14,18). Il lin­
guaggio qui è rivendicazione di ruolo e di responsabilità pro­
fetica. È richiesta di ascolto perché è rimando alla volontà di
D io che parla attraverso i profeti suoi servi (10,7; 11,18). Anzi,
attraverso Giovanni suo servo (1,1) (cap. 7).

G li enigmi e l’atmosfera spirituale. Gli enigmi che Giovanni


propone al lettore e le didascalie che dovrebbero spiegarli ma
spesso invece li complicano, dicono che egli era incline al gio­
co intellettuale e che intendeva la ricerca della verità come una
avventura attraverso vie impervie e per nulla scontate. Il capi­
tolo in cui c’è una particolare concentrazione di rompicapi è
Apoc. 17, il capitolo dei rimandi alla situazione storico-politica
contemporanea e delle profezie in base alle quali i lettori, se
intelligenti e perspicaci, fanno la loro scelta di campo (cap. 11):
la scelta non di quello che è appariscente e minaccioso sulla
scena terrestre e che però per infierire dispone solo di un tem­

289
po breve, ma dello schieramento messianico che già ha vinto la
battaglia nel cielo (cap. 9).
Altre volte è la strategia retorica di Giovanni a spiegare quel­
li che per noi sarebbero enigmi o difficoltà di ardua soluzione.
«Angeli delle chiese» per esempio non è se non una formula e,
come tale, non rimanda né a vescovi o responsabili delle chiese
asiatiche né a esseri celesti come il Michele di 12,7. È invece
un’espressione che permette di rimproverare anche duramente
le chiese per le loro infedeltà e nello stesso momento di richia­
marle alla loro grande vocazione e, in definitiva, di incoraggiar­
le (cap. 8). Alla luce della strategia retorica giovannea vanno
compresi, infine, sia il linguaggio della vendetta o ristabilimen­
to della giustizia secondo la regola della reciprocità tra peccato
e castigo (cap. 10), sia la periodizzazione per cui secondo Apoc.
nella storia si succedono epoche del predominio del male ed
epoche del predominio del bene. Il tempo che si può chiamare
«della Bestia» da una parte e i mille anni del regno del Cristo
dall’altra dicono bene come Giovanni dipinga la storia in bian­
co e nero, senza sfumature intermedie (cap. 12). Come tutto,
anche questo serve a Giovanni per impressionare, per ispirare
timore, avversione, rigetto. O, al contrario, per incoraggiare.
L ’esortazione è sempre la stessa: alla scelta dello schieramen­
to giusto, e alla vigilanza. Perché Giovanni vuol dire a ogni
chiesa come di fatto dice a quelle di Sardi e di Smirne: «Sii vi­
gilante», «Sii fedele fino alla morte».
Indice dei passi citati
Antico Testamento
Genesi Numeri Salmi
1,16 s.: 199 22,22:209 2,2: 213
1,27: 216 22,32:209 2,8 s.: 281
3: 203, 209 23,22:132, 205 2 ,9 :2 12 ,2 13 ,2 14 ,2 15
3,1 ss.: 208 35,30: 241 17,5.6 LXX: 202
3,2: 208 21.22 LXX: 205
3,4: 208 Deuteronomio 22,22:132
3,13.14: 208 4,28: 64 34,1:245
3,15:208 17,6: 241 34,8:184
3,24: 184 19,15:241 34.23 $.: 245
14,10:50 32,8:183 42,1: 245
25,30: 203 3 2 ,11:12 2 47,7 LXX: 202
33,17:132,205 73,22: 245
Esodo
77,44: 222
r,i 6 ss.: 216 2 Samuele
3,14: 260 22,6: 202 9°>4: 273
108,6: 209
6,22: 217
/ Re (sRe LXX) 114,3 LXX: 202
7,6:217
7,17 ss.: 243 5,18:209 115.4-7:64
7,19-24:222 11,14.23.25:209 118,154: 245
9,10: 222 17,1: 243 135,15-17:64
10,21-23: 122-
2 Re Cantico dei cantici
11,5: 216
1,10.12: 243 4>I5:104‫־‬
12,29:2 16
5,10-16:104
13,2: 216 1 Cronache
13,12 :2 16 6.4-7: IQ4
21,1: 209 7,2-10: 104
13,15 :2 16
14,19: 183 Ester
19,4:122 7,4: 208 Sapienza
2,24: 209
23,20:183 8,1: 208
4.7=237
Levitico 1 Maccabei 11,16 : 240
1,3 :2 17 1,3 6: 208 12,20: 240
1,10: 217
4,23:217 Giobbe Siracide
12,2: 217 1,6.7.9.12: 209 19 ,11: 202
22,19: Zl7 2,1.2.3.4.6.7: 209 21,17: 209

291
43,6-8:199 Ezechiele 10,5 s 1 0 4 ‫״‬
48,19: 202 1 :1 3 4 10,10 s.: 181
Isaia
2,8:182 10,21: 183
3 ,1-3 :18 2 12 ,1: 183
1,4: 32 14,21:48 12,4.9: 1 58
6:13 4
16: 32 12,;7: 116 , 139
6,2 s.: 180
23:32
6,3:180 Osea
13,8: 202 35>3: 2 57
2,5:32
21,3: 202 13 ,13: 202
Daniele
23,17: 32, 37
i,n - i 7 :10 4
26,17: 2 1 8 Michea
1 ,1 2 .1 4 :1 3 1
3 9,26: 273 W■ 32
42,14: 202 2>35:2 57
2,44 s.: 257 4,9.10: 202
54 ,11-14 : 273
5,4: 64
65,!7-25:273 Naum
5,23: 64
66,7: 217, 218 3.4: 32, 37
7,3-8:104
Geremia 7>7: 2°5 Aggeo
2,10: 32 7,9 s.: 104 1,13 :17 8
6,24:202 7,24: 2°5
8,21:202 7 ,25 :116 ,139 Zaccaria
13,21: 202 8,19:181 3,1.2: 209
20,15:217 8,26: 158 4> ™ 4: 24 1
22,23: 202 9,21 s.: 181
37,6:217 9,27: 119 Malachia
51,25:257 10,1: 183 2,7: 178

Nuovo Testamento
Matteo Luca 9,22: 82
1-2:227 1-2: 227 9>24: 244
2,13 ss.: 226 2,23: 216 13,33: 82
5>2: 277 5,39: 46 14,30: 218
8,11: 277 7‫־‬H: 255 19,17:255
18,16: 241 I 3>29 : 277 ì 9,25225 :27 ‫־‬
19,4: 216 14,12; 277 20,15:255
23:30 14,15:277 20,30 s.: 81
25: 276 i 4,27:2 55
25,34: 276 18,29: 277 Atti degli Apostoli
26,27: 277 22,14-18: 277 1,14: 227
22,29 s 2 77 :‫־‬ 3>2: 25S
Marco 14,11-18: 63
3,27: 276, 285 Giovanni ì 5,2o: 53
io,6: 216 1,18: 81 ' W - 53
10,29: 277 2 ,11: 81 17,16 ss.: 63
14,13:255 4,22: 82 17,16: 63
8,17: 241 19: 68

292
19,23-41:63,65 15:97 3 ,!6: 219
19,23:97 15,26: 246 5,19: 241
19,29:97 16,22:168
I9>31:97 2 Timoteo
19,35:66, 68 2 Corinzi 4,20: 89
19,36: 97 2,12: 129
19,38:97 6,14-7,1: 63 Ebrei
r9,40 :97 11,18:170 10,28: 241
20,7 ss.: 129 10,30: 245
21,25:63 Calati
4,19:2!}, 219 / Pietro
Romani 2,13 s.: 29
I,18 ss.: 63 Efesini 2,22: 245
II,18: 255 1,10 :274 5>r 3: 43
12,19: 245 2,2: 200
1 3.1-7: 29 2 Pietro
Filippesi 3,13: 281
1 Corinzi 2,8 s.: 220
8-10: 63 3>5: 45 1 Giovanni
10,13: T32 2,1: 80
11: 168 Colossesi 2,19: 80
ix,4 s.: 168 1,7=130 4,2: 80
14 :16 7 ,16 8 ,16 9 2,1:130 4,12: 8r
14, 6-7:168 3.1-3:276,285 5,19: 281
14,16:168 3,1:276
14,18: 285 4,13 ss.: 130 2 Giovanni
14,26:168 4,16:130 7: 80
14,29-33:168
14,30:168 1 Timoteo 3 Giovanni
14,32:168 2.1-3: 29 4: 80

Letteratura giudaica
Apocalypsis Mosis 3,28-31:43 De gigantibus
27: 186 7,26-33:273 2: 200
38: 180 7,50: 281 4: 200
7,75-101:237 De plantatione
2 Baruch
10,39 ss.: i8x 4: 200
6,4 ss.: 182
12,10 ss.: 181 De providentia
10.1-3:43
14,45 s.: 158 2,29,6: 36
11, i : 43 14,6:158 De specialibus
29,5 s.: 273
51,IO : 175 legibus
Filone d’Alessandria 1,85: 200
56,3-72,6:181
De confusione 2,45: 200
67,7■ 43 linguamm De somniis
4 Esdrae 17,14: 1,22: 200
3, 1 s43 ‫״‬ 17,35;200

293
Flavio Giuseppe 66.1 s.: 182 4 .5s.: 190
Antiquitates ludaicae 69,12-14:180 4,29 s.: 273
11,2 0 5 :3 7 69,22:182 23,27: 273
13 ,113 ss.: 206 71,3 ss.: 181
1 7 ,1 5 5 :3 6 71,7-9:180 Qumran
20,10-15: 35 7 2 ,1:18 1 iQ M
Bellum Iudaicum 74,i: 181 xvn,6 s.: 184
1 ,6 5 1 :3 7 75,1:182 4Q186
7 5,3 :18 1,18 2 1,1-111:10 4
/ Henoch 79,6:181 2,1:104
10,18 s.: 273 8 0 ,1:18 1,18 2 4Q561
18 ,13 -16 :17 5 82,10-20:182 2: 104
20,2:182 86.1-3:175 4Q 434
20,4:182 88,1:175 12: 184
215:1 75‫־‬3‫־‬ 108,5 ss.: 181 Sibyllini libri
2i 3: 257‫־‬ 2 Henoch 1,324 -331:14 9
2 1,10 s.: 175
r,4S.: 104 3,63-75: 270
4 0,2:18 1 4,119-148: 270
3.1-21,2: 181
40,8:181 5,28-34: 270
8,8:180
4 3 ,3 :18 1 5,143:43
19.2 s.: 182
4 6 ,2:18 1
19,5:183 5>i59:43
5 1,6 :18 1
19,6:180
53,3,ss.: 181 Testamenta
20.1-4:*8°
54.4 ss.: 181 x i i Patriarcharum
20,3:180
56,1 ss.: 181 Dan
21,3-5: *8r
60.4 ss.: 18 1 6.5 s.: 184
22.2 S.: l 8 o
6 0 ,11:18 1 Iosepbi
23.1-6 : l8 l
6 0 ,15-2 1:18 2 19,8: 234
60,24:1 ^i lubilaei Levi
6 1,1-3: 2,2:182 2,6- 5 ,3 :18 1
6 1,10 :18 0 4 ,2 1:18 1 5 ,1:18 1

Letteratura greca e romana


Anassimandro De mundo Censorino
1,8 :5 7 39 2b .i4 :57 De die natali
Anthologia Palatina 3963.29:57 2 -3:17 6
6,129.4.7: 23. Poetica
i45oa.6:197 Cicerone
Aristofane 14 5 0 b .11:197 Pro Cluentio
Nubes 14563.34:197 175. x: 91
682:216 Rhetorica De finibus
1002: 23 14043.19:197 3,40c: 90
Aristotele In Verrem
D e generatione Aulo Gellio 2,4.77: 90
animalium Noctes Atticae De republica
78 5L 17 : 203 3,9.3.2: 23 6,4.17: 200

294
Demostene Eschilo Rhetorum praeceptor
Orationes Persae 15,17; 23
14,30:50 124 s.: 122
316: 203 Mosco
Digesto Septem contra Thebas Europa
1,3,27, pr. 1: 88 1039:122 70: 203
28,5,3,3.1 ·‫ ־‬88
48,22,6 s.: 88 Esiodo Omero
48,22,17,2: 86 Tbeogonia Odyssea
48,22,75,1: 86 224: 208 9,197: 23

Euripide Orazio
Dione Cassio
Alcestis Epistulae
30,15:44
19:255 2,2,187-189:176
44,25,3: 44
Bacchae
53>27>S: 44 146: 202
62,182,2:44 Pacuvio
Pboenissae 19:24
63,14: 91
32: 203
66,19,3: 270
Pausania
Gaio 4,31,8:65
Dione Crisostomo 1,90:90
Orationes 7 4 : 6 <5‫־‬S
1,79,3:206 Gargilio Marziale
4,25,5: 206 Platone
De arboribus pomiferis Leges
14,22,8: 206 2,11:23 8,838c: 159
Phaedo
Dionigi di Alicarnasso Historia Augusta
iood: 23
Antiquitates Romanae Gallieni Duo
Respublica
2,50,1:44 4,9.4:91
37i d : 91
3,61,3: 206 Symposion
Ippocrate
De mulierum i9éb: 23
Elio Aristide Tìmaeus
affectibus
Orationes i9e: 91
2,171,13:203
23,24: 66
Isocrate Plinio il Giovane
Erodoto Aegineticus Epistulae
1,61: 58 6,2: 91 10,96,6: 98
2,86:122
4,108: 203 Livio Plinio il Vecchio
4,120:50 739‫·־‬ΙΙ: 9 1 Naturalis bistorta
6,119:50 Periocbae 4,23,3: 83
6,18,2:57 65,7:91 4,69: 89
7,49,5: 57 103,16:9 i \
7,104:91 Plutarco
7,181: 122 Luciano Aetia Romana
8,61:91 Alexander 280C.10:44
8,64,4: 57 26: 73 28od.2:44

295
Amatoriae narrationes Senofonte Historiae
7$}d.6: 206 Cynegeticus 1,278: 270
Brutus 4,7.2: 203 2,1:271
9,8,3: 206 2,8 s.: 270
Caesar Sofocle
61,8,2: 206 Electra Teognide
De capienda 1!29: 255 1,1200: 23
ex inimicis Militate Philoctetes
68b.2:50 401: 256 Theologoumena
Consolatio fragm. 373,3: 122 arithmeticae
ad Apollonium 64: 148
1203.3: 23 Strabone
De Iside et Osiride 5-3,7:44 Tucidide
3680.10: 216 10,5,13: 83 1,2,2,2:57
Pelopidas 11,8,6:206 1,13,5,3: 57
22,2: 203 1,24,6,1:57
Platonicae quaestiones Svetonio 1,110,4,4: 57
1011c.11: 216 Claudius 2,24,1,2: 57
Solon 16,2: 90 2,39,1,5: 208
11,2.3:23 Domitianm 2,41,4,6: 57
13,2: 76 3,33:83
Polibio Nero 4,86,1,5: 208
2,56,12: 208 57: 270
4,20,5: 208 Virgilio
Quintiliano Tacito Aeneis
5,10. 26:90 Annales 2,353: ‫ ״‬3
4,15,55. s.: 67 12,605: 24
Seneca 4,37: 67
O etavia, 15,44,4: 42
382: 86

Letteratura cristiana antica e medievale


A età Petri 20,9,1: 276 108 ib : 200
38: 242 20,9 s.: 276 1103B: 144
De dottrina 1103D-1104B: 143
Acta Petri
ebristiana 1185C:276
(Pseudo-Marcello)
3,30,42:179
81: 242
Sermo in monte Ambrosio Autperto
Agostino PL 34,1268, nr. 77: 233 (CChr CM 27)
De civitate Dei 298,7-10:107
Pseudo-Agostino
7,2: 276
Omelie (ed. Morin)
20,7,1: 275,276 Andrea di Cesarea
215,11-25:177
20,7,3:276 (PG 106)
20,7-17: 275 Aimone di Halberstadt 232B-C: 190
20,8,1: 22 (PL117) 340D:144
20,8,3: 276 1030C-D: 233 353»= 129

296
373D:26 Canone Muratoriano Girolamo
377D: 43 58-59:130 PL 24
433A: 122 5410542A: 275
Cassiodoro 627B: 275
Anseimo di Laon (PL70) 390B: 275
(PL 162) 1404C: 177 PL Suppl. 1
1549C-D: 143 141 IA: 40 143:85
1414A: 26 148: 243
Apocalypsis Pauli De viris illustribus
21-22:275 Commodiano 1,2: 243
Carmen
Areta di Cesarea 825-28. 935: 26 Giustino
(PG 106) Instructiones Dialogus
68ib : 144 1,28,43: 275 cum Tryphone Iudaeo
41,6,11-12: 26 81,1-3:274
Atti di Giovanni
Ippolito Romano
37-47=65 Epifanio
De Anticbristo
Haereses
48-50:60
Barnabae epistula 48,13:274
50,10:144,148
15,3-9: 274 49,1:274
50,11:144
Beda il Venerabile Eusebio 5°>I7: 144
De consummatione
(P L 93) Historia ecclesiastica
mundi
13 ia : 129 2,4: 88
28,19:148
137B: 177 2,25,6: 275
28,20:144
172D:143 3,18,1:98
Elenchos
174D: 115 3,28,2-5: 274
1,4: 200
192B: 276 3>39>4: 80 In Danielem
4,26: 96, 275
Berengaudo 5,1,10:100 4<23<4‫ ־‬5:2 75
Refutatio omnium
(PL 17) 5,1,58:100
haeresium
845D:129 5,2,3:100
856A-B: 177 5,2,6:100 4>4I: 73
892B: 129 5,18,2.13: 274 Ireneo
921D:233 6,20,3: 275 Adversus haereses
972A: 144 7,24 s.: 275 1,15,2.5:150
IOOOD: 26 7.25: 275 1,17,1: 116
IOI7C: 276 7,25,1-3: 274 5,28-30: 23,142
5,30,3: 24,98,148
Bruno di Segni Fulgenzio di Ruspe 5<33<3‫ ־‬4 : 274
(PL 165) (PL65) 5,36,3: 274
614B: 177 563C: 276 V S>3<>,53‫ ־‬S5: V 4
677B: 24
677C: 145 Gioacchino da Fiore Pseudo-Isidoro
701C: 115 Enchiridion super (PL Suppl. 4)
677A: 144 Apocalypsim 1856:233
677OD:I44 101-102:129 1860:145

297
Lattanzio Passio Perpetuae I 083D: 141
Divinae institutiones 12,1-4:100 1084C.D: 144
7,13 s.: 275 i o 8 j a : 143
7,24-26: 275 Passio Petri i o 88c : 143
(Pseudo-Lino)
Martyrium Petri 12: 242 Tertulliano
(Pseudo-Abdia) Adversus Iudaeos
20: 243 Policarpo di Smirne 9: 26
Ad Philippenses Adversus Marcionem
Martyrium Pionii 1,1: 206 13 : 26
10,4:37 24: 275
12,3:100 Primasio Apologeticum
(PL 68) 5, 4: 96
Martyrium Polycarpi
796b:85 De praescriptione
19,1:236
803C: 177 haereticorum
Martino di Leon 838C-D:233 36:88
(PL 209) 842C: 107
586D:250 899C: 26 Vittorino
33^:233 915A:276 (PL Suppl. 1)
365A-B: 200 no: 130
371D: 141 Prudenzio IJ7=25>275
401A: 276 Peristepbanon, 140: 25
Romanus 143:85
Metodio di Olimpo 4I24 ‫־‬I 3: 44 144: 85
Symposium 146:25
9>I>5: 275 Recensio Victorini 155 s.: 25
(PL Suppl. 1) 161:25
Origene 157: 24,144
Homilia 20j 162:135 Walafrido Strabone
in Numeros (PL 114)
PG 12, 733C: 190 Riccardo di san Vittore 713 C: 177
Homilia 5 (PL 196) 714A: 177
in Psalmum X X X V I 756D:108 734»: 144
PG 12,1559-67: 275 809A-B: 143 734C: 143,144
In Evangelium Ioannis 73 8 a: 260
1,16,91:247 Ruperto di Deutz 745A : 276
De principiis (PL 169)
2,11,2-3: 275 1048B: 228
Indice degli autori moderni
Abauzit, F., 28, 29 Beet, W.E., 128,151
Abel, F.-M., 35 Behm, J., 83,119, 148, 157,158, 164
Akurgal, E., 66,71,74 Bell, A.A., 77,98, 270
Alien, K.M., 21 Benary, F., 146
Allo, E.-B., 27,41, 94, 97,103,108, Bengel, J.A., 214, 277
115,119, 123, 126,133, 138,140, Benson, E.W., 103
145, 149, 151,153, 195, 234, 241, Benson, I.M., 204, 221
244,268 Berardi, R., 151
Alzinger, W., 70 Bergmeier, R., 45,199
Aranda Pérez, G., 279 Bergucr, G., 234
Arangio Ruiz, V., 86 Billerbeck, P., 178
Aune, D .,4 5 ,9 1 ,103,113,117,170, Blass,F., 151
237, 241, 242 Blum, G.G., 277
Bòcher, O., 107,184, 277
Bachmann, M., 41 Bodinger, M., 271
Bagatti, B., 224 Bohak, G., 128
Baines, W.G., 128 Boismard, M.-É., 103,107,120,153
Balz, H., 134,135 Bonnefoy, J.-F., 215, 224
Bammer, A., 70 Bonsirven, J., 24, 41,109, 119, 120,
Barclay, W., 24, 62, 85, 153, 159, 138, 140,148, 157, 159,162, 189,
162,164, 176, 179, 250 i9°. *55
Bardy, G., 274 Bontempelli, M., 230, 231, 232
Barnett, P., 138 Boring, E., 103,123,169
Bartina, S., 119,120,196 Bossuet, J.B., 60,145
Bauckham, R., 31, 56, 84, 107, 116, Botha, P.J.J., 71, 76
131, 146,151, 244, 252, 262, 263, Bousset, W., 27-29, 3j, 73, 80, 83,
270,271,277 84,89,94,157,103,107,119,126,
Baxter, M., 23 5 139,146,175,192, 215,247,268
Beagley, A.J., 33, 34, 37, 39,40 Bover, J.M., 107,197,203
Beale, G.K., 22,32, 39,43,103,151, Bovon, F., 82
153,170,207, 212, 264, 265,279 Braun, F.-M., 201, 215, 224,226
Beasley-Murray, G.R., 83, 97, 119, Brightman, Th., 277
142, 149, 153,157,158,159, 164,\ Brown, S., 252
165,176,234, 240,247,270 Bruins, E.M., 128
Beauvery, R., 45, 69, 73 Brun, L., 23,249, 254, 268
Becker,]., 79 Bruston, C., 128
Beckwith, I.T., 83, 89,277 Briitsch, Ch., 72, 97, 120, 138, 150,
Beeson, W.R., 32 157,162,179,234,240,241

299
Buchmann, Th. (Bibliander), 27 de Verse, A., 60
Bultmann, R., 23 5 De Villapadierna, C., 214
Busch, P., 211, 216 De Villiers, P.G.R., 40
De Water, R., 251, 30, 31, 35, 36, 39,
Caird, G.B., 87, 88, 107, 158, 162, de Wette, W.M.L., 28 61
218,234,267 Deifimann,A., 145, 147
Cambier, J., 83, 94, 107, 157, 177, Delitzsch, F., 277
234 Desilva, D.A., 54, 65, 88
Camps, G., 83, 86, 89,92 D i Ponzo, L., 224
Carrington, Ph., 30, 32 Dibelius, M., 22,73,99,100,257
Carroll, S.T., 87, 89 Dillersberger, J., 2 u
Cecchelli, C., 128 Dittmar, W.D., 212
Cerfaux, L., 66,67, 83, 94,107,119, Dochhorn, J., 222
157, 177‫ י‬203, 225,234 Dodd, C.H., 235
Charles, R.H., 61, 73, 84, 89, 94, Doglio, C-, ! 5
103, 107, 119, 120, 146,153, 166, Dornseiff, F., 128
175, 176, 177, 215, 232, 240, 267, Downing, F.G., 78
277 Dubarle, A.M., 222
Charlesworth, M.P., 76 Dulaey, M., 24
Charlier,J.‫־‬P., 83, 84,120,153,146, Dyer, C.H., 21
Chiala, S., 116 157
Chilton, D.C., 32 Edwards, J,, 277
Clemen, C., 128,195 Eichhora, J.G., 28
Collins, J.J., 79 Elliott, E.B., 277
Collins, T., 15 5 Erbetta, M., 243
Colson, F.H., 24 Ernst, J., 195, 226
Colutiga, A., 215 Ewald, H., 28
Considine, J.S., 108
Contreras Molina, F., 41, 199, 2r8, Fabre, A., 175,178,185
219 Farkas, P., 195
Conzelmann, H-, 59 Féret, H.-M-, 107
Corrodi, H ., 27 Feuillet, A., 83,87,94,106,109,195,
Corsini, E., 31, 33, 34, 38, 83, 94, 217,218, 237,244
118,257 Fischer, K.M., 231,234
Corssen, P., 128 Fitzmyer, J.A., 196
Cothenet, E., 196, 223 Foerster, W., 22, 49, 50, 60, 200
Court, J.M., 225 Forcellini, Ae., 90
Cramer, F., 128 Friesen, S., 62,68,69,70, '71,72,74,
Crossan, D.M., 224 77
Frings, J., 83, 89
Daltrop, G., 72 Fritzsche, C.F.A., 146
de Alcazar, L., 28,60, 200 Fronzaroli, P., 204
De Bervslle, 214 Fuller, R.H., 196
de la Brière, Y., 29
de los Rios, M., 27 Garofalo, S., 44,45
de Mariana, J., 27, 200 Gelin, A., 89,119,139,176,229,25 5,
de Ribera, F., 60, 200 268

300
Gelsomino, R., 44 Hough, L.H., 61
Gentry, K.L., 44 H re Kio, S., 58
Georgi, D., 59, 84 Hunzinger, C.-H., 43
Gerhard, J., 214 Hurschmann, R., 205
Giblin, C.H., 94,146,153,159,168,
278 Jeremias, J., 135
Giesen, H., 94 Joiion, P., 208
Giet, S., 268
Gollinger, H., 119, 138, 196, 199, Karrer, M., 66,71,83,84,88,89, 244
205,211, 213, 222,223, 224, 225 Karrer, O., 214
Gourgues, M-, 278 Kassing, A., 139, 199, 222,226,227
Grotius (H. Van de Groot), 28, 60, Kavanagh, M A ., 155,168
145 Keil, J., 72, 68
Guérin, M., 83 Kiddle, M., 41
Gunkel, H., 207, 255 Kittei, G., 83
Gunther, J.J., 80 Klauck, H.-J., 67, 83,97
Knibbe, D., 72
Hàberle, Th., 128 Koch, J.E., 226
Hadorn, W., 59,83,87,97,107,116, Konrad, R., 277
119, 128, 165, 167,175, 176, 177, Kornemann, E., 67,68
215, 268 Kosnetter,J., 215, 225
Halver, R., 137,140,149 Kraft, H., 83,84,89,94,97,107,120,
Hammond, H., 28 145, 149. 153. 175. 177.255‫ ־‬257
Hardouin, J., 28 Kraybill, J.N., 74
Harrington, W.J., 58,107, 121,149, Kreitzer, L., 270
151,162,164, 240, 245,250, 271 Kretschmar, G., 107
Hauck, F., 131 Kuhn, K.G., 255, 258
Hauret, Ch., 13 8,203,205 Kummel, W.G., 235, 248
Hausmann, V., 72
Haussoullier, B., 88 Lam brechtJ., 16,17,22,56,94,107,
Hemer, C., 83, 84, 86, 87, 88, 175, 117,226
178,179 Lanowski J., 65
Hendriksen, W., 109 Lausberg, H., 113
Hengel, M., 80 Lawrence, D.H., 138,196,230,231,
Henten, J., 28 232
Henze, C.M., 214 Le Frois, B.J., 139, 149, 195, 196,
Herrenschneider, J.S., 27 199, 200,207,211,215,224
Hertlein, E., 197, 214 Le Grys, A., 94
Hervé, D., 28 Lehmann-Nitsche, R., 122
Hilke, T., 70 Lemonnièr, A., 200
Hill, D., 170 Levesque, E.,29
Hillers, D.R., 28,128 Lindemann, A., 59
Hitzig, F., 146 Lipirìski, E., 83, 268
Hodges, Z.C., 108,109 Lohmeyer, E., 22,73, 80, 83,84,87,
Holtzmann, H.J., 140,235,268 88,89,99,100,107,119,120,139,
Holwerda, D., 32 146, 157, 164,166, 176, 195, 196,
H ort, B., 279 .
239 255.257

301
Lohse, E., 80, 97,175, 234, 235 O ’Donovan, O., 50
Loisy, A., 60,139,148,15 3,15 7,244, Oberweis, M., 56,128
Liicke, F., 28 250,255,2 67 Olcarius, J., 214
Lupieri, E., 24,27,28,29,30,31, 33, Oster, R., 6 5,66
34 > 37 , 39 > 146, 257
Pani, G., 274
McHugh, J., 218 Paul, A., 196,197
Mac Kenzie, R.K., 90 Peinador, M., 203,218, 225,227
McNeil, B., 224 Perrella, G., 201
McNeile, A.H., 128 Petrement, S., 226
Magie, D., 66, 67, 68,70 Pieraccioni, D., 148
Malina, B.J., 122 Pietrella, E., 273, 274
Manganare, G., 88 Pikaza, J., 218, 227
Manns, F., 177,187 Poulsen, F., 73
Mannsperger, D., 45 Price, S.R.F., 62 , 67, 68, 69, 70, 71,
Massyngberde Ford, J., 24, 30, 31, 73‫ ־‬74 . 75‫ ־‬99
Prigent, P., 15, 16 , 73, 80, 84,94,96,
32, 34‫ ־‬39‫ ־‬49, 6 1 , 80, 271
Mazzucco, C., 33,273, 274 103, n é , 119,124, 135, 147,149,
M ede,)., 116, 277 1 5h 1 571 ‫־‬S9‫ ־‬lé 2 > i<55> ^ 8 ,1 7 5 ,
Medicus, D., 91 19 5,19 6 , 197, 214, 216, 218, 241,
Meri£, R., 71,72 242, 255, 260,265, 268, 270, 279
Meyer, E., 87, 89 Pritchard J.B ., 132, 204, 205, 255
Meyer, S., 214 Priimm, K., 61
Michael, M.G., 128
Quacquarelli, A., 131
Michl, J., 173,174,180, 226, 227
Quispel, G., 227
Minear, P.S., 32,128
Moberly, R.B., 78 Rahner, H., 200
Moffatt, J., 80, 120, 153, 158, 164, Ramsay, W., 62, 85, 87,97
166,176,192, 232, 245 Reader, W., 40
Mommsen, Th., 92, 8 5, 86,90,91 Reichelt, H.-G., 181
Montagnini, F., 221 Reicke, B., 44, 268,271
Moritz, L.A., 205 Renan, E., 28, 83, 84, 87, 268
Morris, L., 85,97,12o, 14 9 ,162,163, Rengstorf, K.H., 129
164,165,179, 229,250,257 ReuB, E., 146
Moulton, J.H., 176 Rigaux, B., 244, 271
Mounce, R.H., 22 Rissi, M., 22,109,140,159,241
Mùller, H.P., 124 Rist, M., 61
M iiller,U.B.,83,84,87,88,107,119, Robinson, J.A.T., 40, 268
120, 153, 157,162, 167, 168, 176, Rochais, G., 279
192, 269 R oloffJ., 41,107,119,120,15 5,159,
M unoz Leon, D., 244 162, 234
Murmelstein, B., 60,61 Rongy, H., 22, 23, 26, 28,40, 270
Mussies, G., 103 Rùhle, O., 1 2 7 , 1 3 1 , 1 4 8

Nardi, C., 273, 277 Sabatini, G., 86


Newton, I., 277 Saffrey, H.D., 83, 87, 88, 89,90,91
Nicacci, A., 30,31,33, 34 Salditt-Trappmann, R., 73

3 °2
SalgueroJ., 85,89, 97, 119 Tresmontant, C., 61
Salmeron, A., 28 Trevisano Etcheverrìa, R., 167
Sanders, H A ., 128 Trites, A. A., 236
Sanders, J.N., 83, 86, 87, 88, 89,94 Tumer, N., 32
Satake, A-, 176,178, 218
Satder, W., 238 Ulfgard, H., 107
Scherrer, S.J., 73 Ulrichsen, J.H., 249, 267, 268, 270
Schlatter, A., 107,131,134 Unger, D.J., 215
Schmid, J., 99,100
Schmidt, J., 128,145,146, 218 van den Bergh van Eysinga, G.A.,
Schmitt, E., 196 128,146
Schiissler Fiorenza, E., 52, 97, 109, van der Waal, C., 32, 212
116,123,157,158, 231, 265 van Hartingsveld, L., 128,146
Schweizer, E., 131 van Unnik, W.C., 159, 264
Selinger, R., 97 Vanbergen, P., 240
Semler, J.S., 27 Vanni, A., 61
Sherwin-White, A.N., 98 Vanni, U., 49, 127, 128, 153, 157,
Sickcnberger, J., 22, 30,60,174,175, 159, 166,168, 207, 218, 239, 278,
178 179
Simonetti, M., 273 Vischer, E., 128
Skean, P.W., 128 Vitringa, C., 277
Skrinjar, A., 174,179 Vogt, E., 128
Slater, Th.B., 78, 265 Voglie, A., 107,175,185, 250, 25 5
Sommervogel, G., 28
Spicq, C., 61 Wallace, F.E., 32
Spitta, F., 145 Wallace, H., 205
Staehlin, J., 212 Warden, D., 30,43,96,77,99
Stauffer, E., 45,73 Wegner, M., 72
Steinmetzer, F., 203, 207, 227 Weift, J., 61,-238, 249
Stoops, R.F., 97 Wellhausen, J., 217
Strathmann, H., 236 Wengst, K., 39
Strabei, A., 268, 269 Wikenhauser, A., 84, 89, 94, 107,
SweetJ., 84,120,122,135,146,157, 157‫י‬ 175. 215‫ י‬268
178, 234, 250 Wilson, J.C., 22, 78
Swete, H.B., 24, 84, 86, 89, 97, 115,
119, 153,157,162, 165, 176, 240, Yarbro Collins, A., 25,76,83,87,91,
249,253, 268 95, 96, 107, 127, 128, 140, 153,
182,196, 203,204, 240, 244
Thomas, R.L., 109,165,170 Yates, R., 51
Thompson, L.L., 30, 43, 65, 68, 75,
83 <95<96‫ ־‬97 Zahn, Th., 22, 60, 83, 84, 87, 100,
Thiising, W., 120 147,177,214
Tondriau, J., 66,67 Zschiezschmann, W., 69
Touilleux, P., 61 Zullig,J.,35
Trabucco, A., 195, 200, 214, 225
STUDI BIBLICI 143
Giancarlo Biguzzi è professore di Nuovo Testamento alla Pontifìcia Uni­
versità Urbaniana. Autore di saggi e contributi su vari aspetti e proble­
mi degli scritti neotestamentari, sull’Apocalisse ha pubblicato I settenari
nella struttura d ell’A pocalisse (2001).

Enigm atici sono nell’Apocalisse i testi erm etici sui quali da


sem pre si discute, m isteriose sono anche le circostanze della
sua com posizione, e sibillino suona spesso il suo linguaggio.
Lo studio che G iancarlo Biguzzi dedica agli enigm i dell’Apo-
calisse - m inuzioso e insiem e sciolto e piacevole - si fa legge­
re anche dai no n addetti ai lavori, e di capitolo in capitolo si
rivela u n ’originale introduzione allo scritto che G iovanni di
Patm os indirizzò a sette chiese dell’Asia M inore nel prim o se­
colo dell’era volgare e che con i suoi rom picapi e lati oscuri
continua a respingere e insiem e a sedurre.

SB143 € 25,80

S tu d i biblici, dir. G iuseppe S carpat 9 788839 a o 6 91o

ISBN 88.394.0691.3