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Economica Laterza

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A cura dello stesso autore
in altre nostre collane:

Fascismo e antifascismo.
Rimozioni, revisioni, negazioni
«Storia e Società»
Enzo Collotti

Il fascismo e gli ebrei


Le leggi razziali in Italia

Editori Laterza
© 2003, Gius. Laterza & Figli

Nella «Economica Laterza»


Prima edizione 2006
Seconda edizione 2008

Edizioni precedenti:
«Quadrante Laterza» 2003

Proprietà letteraria riservata


Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Finito di stampare nell’aprile 2008


SEDIT - Bari (Italy)
per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
ISBN 978-88-420-7886-9

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Il fascismo e gli ebrei
1.
Ebrei e antisemitismo
tra emancipazione, nazionalismo e fascismo

Soltanto in epoca molto recente la storiografia italiana ha comincia-


to a riflettere seriamente sulle origini e sul percorso di lungo perio-
do di un razzismo italiano, uscendo dai limiti angusti degli anni del-
la persecuzione fascista contro gli ebrei. Sicuramente questa ricerca
è stata sollecitata dal recupero, seppure così tardivo, degli studi sul-
le conseguenze delle leggi razziste del 1938 avvenuto con il rinnova-
mento di prospettiva che ha fatto seguito alla data cinquantenaria
della ricorrenza della legislazione discriminatoria, che ha coinvolto
studiosi (e non solo storici in senso stretto) e opinione pubblica in
un rinnovato e quasi inedito interesse per la questione ebraica in Ita-
lia. Essa era stata oggetto, nel 1961, del pionieristico libro di Renzo
De Felice intitolato Storia degli ebrei in Italia sotto il fascismo rima-
sto per lungo tempo un contributo isolato nel panorama della sto-
riografia, con l’eccezione di qualche ricerca di carattere essenzial-
mente locale. Negli ultimi quindici anni la sensibilità verso questo
momento della nostra storia ha subito una notevole rivitalizzazione
e abbiamo assistito e stiamo assistendo al decollo di una nuova sto-
riografia attenta a integrare organicamente e in modo sempre più av-
vertito il capitolo del razzismo e dell’antisemitismo nella storia del
fascismo come uno degli aspetti caratterizzanti della svolta più tipi-
camente totalitaria degli anni Trenta.
In questo quadro era inevitabile che si desse luogo a un duplice
processo di rivisitazione storiografica. Essa riguarda la più generale
collocazione degli ebrei nella storia d’Italia, e non solo dell’Italia uni-

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ta, sebbene sul periodo posteriore all’emancipazione sia stata con-
centrata per varie ragioni l’attenzione prioritaria, con gli studi
sull’editto albertino e soprattutto con i contributi confluiti nei due
tomi del nono volume degli einaudiani Annali della Storia d’Italia
dedicati agli ebrei (1996-97), dai quali è derivato anche l’importan-
te libro di M. Sarfatti dal titolo Gli ebrei nell’Italia fascista (2000), al
di là del più generale svecchiamento della storia degli ebrei italiani
rispetto alla pur sempre benemerita opera di Attilio Milano.
Già Attilio Milano ebbe a sottolineare i due tempi in cui avven-
ne in Italia (o almeno in buona parte della penisola) il processo
dell’emancipazione degli ebrei quando scrisse: «1791-1815: un con-
vulso quarto di secolo, in cui l’ebbrezza della equiparazione si im-
possessò anche degli ebrei italiani, li esaltò, li illuse, li tradì». Perché,
scomparsi i segni della risonanza della Rivoluzione e del ciclone na-
poleonico, la Restaurazione ripristinò buona parte dei limiti e dei di-
vieti che la presenza delle armate francesi aveva temporaneamente
abbattuto nell’Italia centro-settentrionale in territori piemontesi, lo-
renesi, austriaci e financo pontifici. Tuttavia, con la sconfitta napo-
leonica e il ritiro delle armate francesi quasi in nessuna parte dell’Ita-
lia il ripristino della situazione ad essi anteriore significò il ritorno
degli ebrei alle condizioni restrittive precedenti, poiché una prima
breccia nei loro statuti di interdizione era stata pur sempre pratica-
ta. Soltanto nella Roma papalina il ritorno del potere temporale
comportò anche che gli ebrei fossero ricacciati nel ghetto, che sa-
rebbe stato dischiuso definitivamente soltanto il 20 settembre del
1870. Quasi dappertutto aveva avuto inizio un processo di liberaliz-
zazione che la Restaurazione poté contenere ma non fare regredire,
come se le ondate egualitarie della Rivoluzione e della dominazione
napoleonica non si fossero mai abbattute sull’Italia.
L’emancipazione finale avvenne nel solco del Quarantotto italia-
no ed europeo quando erano maturate anche nella coscienza civile e
pubblica – sono del 1837 le Interdizioni «israelitiche» di Carlo Cat-
taneo – le condizioni per il pieno riconoscimento dell’equiparazione
degli ebrei agli altri cittadini degli Stati italiani nella conquista dei di-
ritti civili. Lo Statuto Albertino del 4 marzo 1848 non sancì l’ago-
gnata emancipazione ma ne costituì il presupposto. Riconosceva in-
tanto l’eguaglianza dei cittadini senza distinzione di confessione; a
questo primo riconoscimento fece seguito il 29 marzo l’editto che ri-
conosceva esplicitamente agli ebrei i diritti civili, completato nei me-

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si successivi dalla legge del 19 giugno che ne proclamava la piena in-
tegrazione anche nei diritti politici. In tal modo, con questo com-
plesso iter legislativo parallelo anche all’equiparazione di altre mi-
noranze (nel caso specifico i valdesi), si compiva anche un capitolo
della trasformazione in senso liberale del regno sabaudo. E nello
stesso tempo si stabilivano un precedente e un modello che, con le
successive annessioni al Regno di Sardegna di altri territori italiani
attraverso le guerre di indipendenza, avrebbero consentito di esten-
dere anche alle altre regioni i principi dell’emancipazione.
Si è avuta poi una totale revisione, se di fondazione non si voles-
se parlare, di una storiografia sul razzismo italiano. Ferma restando
l’autonomia concettuale e fattuale della categoria dell’antisemitismo
nelle sue diverse declinazioni (come antigiudaismo cattolico e come
antisemitismo di derivazione laico-illuministica), merito dei nuovi
studi è stato quello di consentire un approccio globale al fenomeno
del razzismo, nella complessità delle sue componenti e delle sue de-
rivazioni culturali, nel cui alveo è venuto a situarsi nel periodo fasci-
sta anche l’antisemitismo, con la radicalizzazione biologistica assun-
ta dalla persecuzione contro gli ebrei. Già la mostra bolognese La
menzogna della razza del 1994, promossa dal Centro culturale Furio
Jesi, e il successivo convegno di studi derivato dallo stesso ambito
culturale (e sfociato nei contributi del volume Nel nome della razza
uscito nel 1999 a cura di Alberto Burgio) avevano messo in eviden-
za la fecondità di approcci diversi ma convergenti alla problematica
dell’onda lunga di un razzismo italiano, sì da fare emergere negli an-
ni del fascismo non la risultante necessaria e scontata di una serie di
corposi precedenti, ma il momento di massima concentrazione e
condensazione di pulsioni, elaborazioni dottrinali ed esperienze pra-
tiche che non erano state estranee alle vicende storiche della cultura
italiana nei campi più diversi (dall’antropologia alla medicina, all’eu-
genetica, dall’etnologia alla psicologia, alla demografia, alla geogra-
fia, alla storiografia, alle scienze giuridiche). Pertanto, le leggi razzi-
ste del 1938 non potevano essere più considerate alla stregua di un
masso erratico caduto su un terreno vergine al di fuori di ogni pre-
cedente contaminazione.
Componente essenziale di tale rivisitazione era la nuova conside-
razione in cui veniva tenuta l’esperienza coloniale italiana, sulla qua-
le si erano esercitate la prime teorizzazioni razzistiche, che, alla metà
degli anni Trenta, avrebbero offerto il fondamento dottrinale alle

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normative discriminatorie delle popolazioni delle colonie africane,
facendo introiettare agli italiani la normalità e il senso comune di un
discorso razzista.
Il razzismo italiano non si qualificò in prima battuta attraverso
l’antisemitismo e ciò per il fatto, storicamente fondato, che il pre-
giudizio contro gli ebrei nella tradizione politico-culturale italiana
era di matrice essenzialmente cattolica. Esso si rifaceva cioè all’anti-
giudaismo di lunga data che alla secolare condanna del popolo dei-
cida aveva associato, in epoca più recente, l’accusa agli ebrei di pra-
ticare gli omicidi rituali, ancorché fosse sempre più difficile dimo-
strarne l’esistenza, sino alle polemiche di fine Ottocento che, sulla ri-
sonanza anche di quanto accadeva oltralpe – in Francia da una par-
te (prima e dopo l’affaire Dreyfus) e nell’Austria-Ungheria (che la
«Civiltà cattolica» definiva «corrosa dal giudaismo, peggio che una
vigna in preda alla fillossera») dall’altra – indussero autorevoli voci
della stampa cattolica ad associare in blocco il giudaismo alle eresie
dei tempi moderni, a cominciare dai famigerati «diritti dell’uomo»,
dei quali si diceva che fossero stati «inventati da’ giudei, per fare che
i popoli e i governi si disarmassero, nella difesa contro il Giudaismo»
(«Civiltà cattolica»).
Giovanni Miccoli, lo studioso che con maggiore attenzione e
competenza ha indagato le radici dell’antisemitismo della Chiesa
cattolica nella seconda metà dell’Ottocento, ha insistito nel richia-
mare la riproposizione, nel nuovo antisemitismo a cavallo tra Otto-
cento e Novecento, dei motivi dell’antica polemica cattolica contro
gli ebrei pur nella qualità nuova dell’antisemitismo di fine secolo che
aveva fra l’altro individuato «un nemico nuovo, ossia l’ebreo eman-
cipato».
Al di là della componente cattolica di un antisemitismo italiano,
gli studi più recenti hanno proposto il problema di rivedere il luogo
comune, accreditato peraltro da voci dello stesso ebraismo italiano
(Eucardio Momigliano), di una perfetta identificazione tra ebrei ita-
liani e società nazionale, che dava per scontato con l’avvenuta assi-
milazione un cammino lineare e aproblematico della componente
ebraica nella società nazionale. Viceversa, proprio la riscoperta e la
rivalorizzazione dell’identità ebraica – che ha fatto seguito anche nel
mondo ebraico italiano alle leggi razziste del fascismo e alla Shoah,
come, in misura ancora più profonda, è avvenuto nel resto d’Euro-
pa e di riflesso negli Stati Uniti d’America – ha acuito la sensibilità

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verso una rilettura della propria storia che ne mettesse in rilievo le
specificità e che, al tempo stesso, ne delimitasse la collocazione nei
rispetti dello Stato e della società italiani. Il forte anelito che spinse
gli ebrei italiani a sentirsi parte a pieno titolo della società naziona-
le, come si sarebbe dimostrato in maniera inequivocabile in occasio-
ne della prima guerra mondiale, che anche sotto questo profilo tor-
na a presentarsi come un tornante decisivo nella storia dell’Italia uni-
ta, non ne annullava in alcun modo tradizioni, cultura, istituzioni e
non solo dal punto di vista della religione e del culto, ma anche sot-
to il profilo del modo di essere nella vita civile, nel costume morale
e nel costume politico. Arnaldo Momigliano, il grande storico anti-
chista che ha scritto pagine mirabili sulla storia degli ebrei italiani,
per ricordare la complessità di intrecci, di apporti e di provenienze
di cui è fatta la loro cultura e per rivendicarne il patriottismo, non è
meno intransigente nel rivendicare il diritto degli ebrei a rimanere
tali. Ma lancia un monito anche a chi ebreo non è: a non chiudersi
nell’indifferenza di fronte al mondo ebraico. Nella prefazione alle
sue Pagine ebraiche (cfr. Bibliografia) ha scritto:

Ma qualunque cosa si scriva su quel periodo che finisce con fascisti e


nazisti collaboranti nell’inviare milioni di Ebrei nei campi di eliminazio-
ne (e ci sono tra le vittime mio padre e mia madre), una affermazione va
ripetuta. Questa strage immane non sarebbe mai avvenuta se in Italia,
Francia e Germania (per non andare oltre) non ci fosse stata indifferen-
za, maturata nei secoli, per i connazionali ebrei. L’indifferenza era l’ulti-
mo prodotto delle ostilità delle chiese per cui la «conversione» è l’unica
soluzione al problema ebraico.

La scarsa consistenza dell’antisemitismo nell’Italia liberale, se-


condo un’opinione diffusa anche tra i protagonisti di una rilettura del
rapporto tra ebrei e società italiana posteriormente al compimento
dell’unità nazionale, non autorizza tuttavia in alcun modo a esclude-
re l’antisemitismo dal novero dei problemi su cui conviene portare og-
gi la riflessione, anche perché di ricerche sistematiche su aree territo-
riali periferiche e su una stampa di provincia che ha fortemente pla-
smato il senso comune popolare ne sono state condotte molto poche,
forse appunto nella convinzione che l’antisemitismo non rappresen-
tasse un campo d’indagine fertile di risultati. Taluni sondaggi già ef-
fettuati, come quello di F. Piazza per l’area trevigiana, mostrerebbe-

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ro non solo la presenza dei consueti motivi antigiudaici anche nella
stampa cattolica di provincia ma un uso dell’antisemitismo in una for-
ma anche più diffusa, seppure meno diretta, nell’additare il giudai-
smo tra i fattori di turbamento di un equilibrio sociale in mutamento,
che trasformava i vecchi rapporti sociali delle aree rurali, attribuendo
all’avidità di denaro degli ebrei la disgregazione del tradizionale tes-
suto sociale prodotta dalla borghesia in ascesa e da una nuova circo-
lazione di flussi finanziari. Nulla di molto diverso da quanto era già
stato osservato in altre aree europee all’inizio dell’industrializzazione
che scuoteva tradizionali assetti secolari, solo che in Italia questo pro-
cesso avveniva con alcuni decenni di ritardo.
Posto che si deve tenere sempre distinta una forma di critica agli
ebrei e all’ebraismo da posizioni specificamente antisemite, ci si de-
ve domandare se è proprio vero che nell’Italia liberale la società ita-
liana fu del tutto immune da contaminazioni antisemite. Sicuramen-
te il primo argine all’antisemitismo fu posto dall’esiguo numero de-
gli ebrei residenti in Italia, tra i paesi d’Europa tra quelli rimasti al
margine dei flussi migratori ebraici, nonostante la sua posizione cen-
trale nel Mediterraneo. In effetti, se un risvolto apertamente politi-
co si ebbe nel caso del deputato liberale veneto Pasqualigo, che nel
1873 sollevò obiezioni alla nomina di un ebreo, Isacco Maurogona-
to, quale ministro delle Finanze del governo Minghetti, anticipando
critiche alla doppia lealtà nazionale degli ebrei che sarebbero diven-
tate di ordinaria amministrazione dopo la comparsa del sionismo,
una ricerca sull’antisemitismo nell’Italia liberale deve muoversi nel
terreno infido della permeabilità fra satira e critica di costume e pre-
sa di posizione politica. Si potrebbe discutere a lungo se certi ste-
reotipi e certe immagini caricaturali degli ebrei, o meglio dell’ebreo
come ideal-tipo, siano rimasti impressi soltanto nell’immaginario
popolare o se abbiano contaminato anche la classe politica; sta di fat-
to che episodi significativi come quello citato nel caso Pasqualigo
non se ne verificarono; eminenti personalità ebraiche ascesero a fi-
gure di rilievo pubblico di primissimo piano: Luigi Luzzatti come
presidente del Consiglio, Ernesto Nathan come sindaco di Roma,
Sidney Sonnino (di origine ma non di confessione ebraica perché
convertito al protestantesimo) come ministro degli Esteri, per citare
i casi più significativi a livello istituzionale, senza menzionare il set-
tore economico o quello della cultura, della scuola e della ricerca.

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Se quindi si verificarono certamente episodi di incomprensione
per la rivendicazione di una propria e specifica identità da parte degli
ebrei, l’antisemitismo come fenomeno politico in senso moderno
nell’Italia liberale si deve considerare fatto piuttosto sporadico e iso-
lato. Se è vero infatti che la formazione dell’Unità d’Italia e il risveglio
dell’ebraismo in Italia furono processi paralleli e coevi, va sottolinea-
to anche che l’influenza dello stesso antigiudaismo della Chiesa cat-
tolica risultò circoscritto a un ambito se non ristretto certamente de-
finito; esso infatti fu tra gli strumenti e le armi che la stessa Chiesa cat-
tolica usò contro la classe dirigente liberale nel processo di formazio-
ne dello Stato unitario, che minando il potere temporale della Chiesa
attirò su di sé l’anatema e la condanna del papato e del mondo eccle-
siastico, protagonisti di una radicalizzazione della polemica che non
aveva soltanto contenuti ideologici, ma che era parte della guerra
aperta della Chiesa contro lo Stato liberale, che ne aveva colpito non
già l’autorità spirituale ma l’autorità politica e gli interessi materiali.
Ciò non significa che nell’Italia liberale non vi fossero episodi di
insofferenza verso gli ebrei, i loro costumi o modi di essere, forse
neppure tanto isolati. Ma essi non ebbero la forza di diventare mo-
vimento politico. Né sappiamo se non vi sia una qualche forzatura
nel voler parlare di un «modello italiano» di emancipazione degli
ebrei (l’espressione è di Mario Toscano), attenti contemporanea-
mente a salvaguardare la propria identità, ma anche a sottolineare la
propria identificazione con le ragioni del patriottismo nazionale. In
effetti la tensione tra questi due momenti rappresenta la cifra ideale
e la molla pratica che caratterizzarono il comportamento degli ebrei
nella società italiana. Ma essi vennero il più delle volte giudicati per
il modo in cui erano descritti e percepiti dai non ebrei piuttosto che
attraverso la loro autorappresentazione. Nell’Italia liberale gli ebrei
non fecero fatica a conservare le loro tradizioni, la loro cultura, i lo-
ro rituali; fu anche l’epoca in cui la costruzione delle grandi sinago-
ghe – fra le altre quella di Firenze (1882), quella di Roma (1904), il
progetto di quella di Torino con la Mole Antonelliana (1884); quel-
la di Trieste (1912) non rientra nel novero solo perché all’epoca Trie-
ste faceva parte della duplice monarchia asburgica – rendeva espli-
cita e visibile anche nel panorama urbano la presenza su piede pari-
tario di una minoranza culturale e religiosa che l’emancipazione ave-
va restituito a un rapporto di libertà e di collaborazione con la so-
cietà circostante.

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All’approssimarsi della fine del secolo XIX la rinnovata polemi-
ca della «Civiltà cattolica» (nell’annata del 1890), con il pretesto di
denunciare le «turpitudini» dell’ebraismo, brandiva con inusitata
violenza retorica tutta la gamma dei luoghi comuni intorno alla «do-
minazione mondiale degli ebrei», all’«occulta potenza giudaica», al
«giogo usuraio degli israeliti», all’«inesorabile amore dell’oro» degli
ebrei, aggiungendo ad argomenti vecchi e consunti un linguaggio di
bassissima lega (il «morbo giudaico in Europa», Roma «più che dal-
le baionette italiane, occupata dai lacci della gran rete giudaica») per
denunciare il legame tra il giudaismo e la massoneria, che aveva tra-
sformato la menzogna dei diritti dell’uomo nella realtà dei diritti de-
gli ebrei. Un linguaggio che sembrava espressione di una battaglia di
retroguardia, ma che in realtà aveva un bersaglio concreto anche se
non immediatamente realizzabile: la fine dell’eguaglianza civile de-
gli ebrei.
Sebbene non si possa negare lo stretto parallelismo più volte af-
fermato tra formazione di una coscienza nazionale unitaria e adesio-
ne degli ebrei italiani allo spirito patriottico – addirittura con una
particolare forma di affetto, forse prima ancora che di lealtà, nei con-
fronti di Casa Savoia, da spiegare probabilmente con la risonanza e
gli effetti di quell’editto di Carlo Alberto che aprì la strada alla loro
generale emancipazione –, resta il fatto che la posizione degli ebrei
nel Regno d’Italia fu costantemente caratterizzata dalla spinta all’as-
similazione, tipica del resto di una comunità di individui relativa-
mente piccola, e d’altronde dalla pulsione a mantenere, se non a sot-
tolineare, gli elementi fondamentali della propria identità. Questo
anche perché il principio generale dell’emancipazione, se sancì an-
che il principio dell’eguaglianza degli ebrei rispetto agli altri cittadi-
ni, lasciò aperti i problemi relativi alle normative concrete attraver-
so le quali realizzare la loro completa parificazione non in quanto cit-
tadini ma in quanto ebrei. Non era cioè risolto, e non lo poteva es-
sere in partenza, il problema del loro riconoscimento come gruppo,
come collettività, ossia come minoranza, che non era soltanto un
problema interno alla comunità degli ebrei, ma anche un problema
dei rapporti tra la popolazione ebraica e la società nazionale e, so-
prattutto sul piano istituzionale, lo Stato. Il legame degli ebrei con
lo Stato liberale, che appariva tanto più naturale in quanto lo Stato
italiano nasceva in conflitto con la Chiesa cattolica, cessava di esse-
re così ovvio e naturale nel momento in cui gli ebrei rivendicavano

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la propria identità e la propria autonomia non come individui sin-
goli e cittadini isolati, ma come minoranza organizzata.
Un’organizzazione unitaria degli ebrei italiani sorse relativamen-
te tardi. Questo ritardo non era soltanto organizzativo, era un ritar-
do anche nella consapevolezza che gli ebrei stessi ebbero della ne-
cessità di darsi una fisionomia unitaria verso l’esterno, come deriva-
to di una tradizione che risaliva sicuramente alle vicende storiche de-
gli Stati preunitari, in cui diverse erano state le forme istituzionali e
le regole interne che avevano governato le Università israelitiche (co-
me allora si chiamavano quelle che sarebbero diventate le comunità),
in rapporto non soltanto a caratterizzazioni socio-economico-cultu-
rali (la Nazione di Livorno e la Comunità di Roma avevano equilibri
interni completamente diversi), ma anche ai contesti istituzionali nei
quali si erano trovate a operare (territori austro-ungarici, Regno di
Sardegna, Stato Pontificio, Granducato di Lorena e via dicendo) e
in cui le normative e i comportamenti pubblici verso gli ebrei ave-
vano accenti spesso profondamente diversi.
Come stava avvenendo anche in altre parti d’Europa come ere-
dità dell’emancipazione, anche alle Università italiane fu presente
l’esigenza di costituirsi come interlocutore nei confronti dell’auto-
rità centrale dello Stato. Ma un eventuale processo di centralizza-
zione dell’organizzazione degli ebrei aveva un duplice indirizzo e un
duplice volto: riguardava la regolamentazione delle relazioni con lo
Stato, ma riguardava anche problemi di organizzazione interna nel
rapporto intercomunitario. Nei rapporti con lo Stato l’emancipazio-
ne non aveva coperto di per sé tutti i livelli della parificazione agli al-
tri cittadini, perché sussistevano costumi e consuetudini che erano
esclusive e tipiche degli ebrei e che, in quanto emblemi della loro
identità, andavano salvaguardate: come salvaguardare nello Stato
italiano appena unificato la consuetudine del divorzio ignota a una
legislazione che era pur sempre influenzata, anche nel perdurante
conflitto con la Chiesa, dall’educazione e dalla morale cattolica? Co-
me salvaguardare il rispetto delle festività ebraiche in una società in
cui le festività erano cadenzate secondo una vecchia tradizione cat-
tolica? Dal punto di vista sociale erano queste, forse, tra le doman-
de più pressanti che si ponevano gli ebrei nel dialogo con la società,
al di là di ogni altro problema di carattere fiscale o relativo al rico-
noscimento di enti di assistenza e beneficenza. Quanto ai rapporti
interni tra le comunità, non andava affrontato soltanto il problema

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delle difformità formali ereditate negli statuti comunitari dal passa-
to; vi era un problema di diverse tendenze politico-culturali e di di-
versi orientamenti nella gestione della tradizione e del patrimonio
dottrinale-religioso, non solo dei rituali. Come giustamente è stato
osservato da tutti gli studiosi che in anni recenti hanno affrontato il
tema, poco studiato dalla storiografia, della riorganizzazione
dell’ebraismo italiano dopo l’emancipazione (T. Catalan, G. Fubini,
A. Cavaglion), la ristrutturazione delle forme istituzionali non era un
problema meramente organizzativo; essa implicava anche problemi
di ripensamento della tradizione, problemi, come spesso fu detto, di
«rigenerazione» dell’ebraismo, di aggiornamento rispetto all’evolu-
zione che era stata più accelerata in altri contesti europei.
Il punto di partenza per la definizione della nuova struttura di
rappresentanza degli ebrei italiani fu costituito dalla legge Rattazzi
del 4 luglio 1857, che aveva sancito i criteri fondativi delle Univer-
sità israelitiche in Piemonte, in Liguria, in Emilia, nelle Marche e ne-
gli ex ducati di Parma e Modena. Come sintetizza Guido Fubini, le
Università israelitiche in questione «obbligatoriamente costituite da
tutti gli ebrei residenti nella circoscrizione territoriale, erano fornite
del potere d’imposizione fiscale, amministrate da consigli eletti dai
contribuenti, sottoposte a vigilanza e tutela dello Stato; erano perciò
corporazioni come i comuni» (sottolineato da G. Fubini).
Parzialmente diversa era la regolamentazione delle comunità
(Università) della Toscana, del Veneto, del Mantovano (alle quali si
associano anche Trieste e Gorizia, impropriamente dal punto di vi-
sta dell’appartenenza statuale allora, non impropriamente dal pun-
to di vista linguistico e culturale, essendo le comunità di Trieste e di
Gorizia gravitanti verso il mondo ebraico italiano e non solo sul ver-
sante austriaco): esse dividevano con le comunità soggette alla legge
Rattazzi il carattere di corporazioni necessarie, con potere d’imposi-
zione, ma se ne differenziavano per l’autonomia di regolamentazio-
ne interna, che era lasciata alla capacità normativa dei rispettivi or-
gani delle comunità.
La tendenza ad abbandonare la tassazione obbligatoria, che era
tipica del modello di corporazione pubblica della legge Rattazzi, se-
gnò l’evoluzione delle comunità soprattutto nell’area della Toscana,
con l’unica eccezione di quella di Livorno; in tutte le altre prevalse
l’opzione per l’associazione libera con volontarietà di contribuzione.
Un regime misto caratterizzò le comunità già soggette alle normati-

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ve della legislazione austro-ungarica, prevalendo l’aspetto dell’ob-
bligatorietà di appartenenza e di contribuzione nelle comunità tra-
dizionali, e viceversa il carattere dell’associazione volontaria nelle
comunità di nuova formazione. Di carattere ancora diverso, ma con
la tendenza a sottolineare i principi della volontaria associazione, era
il caso della Comunità di Roma, la cui riorganizzazione, avvenuta
con decreto regio del 27 settembre 1883, riconosceva lo statuto ela-
borato in totale autonomia dall’assemblea degli ebrei romani, assog-
gettati a un contributo finanziario minimo dal quale erano esonera-
ti i membri di cui fosse comprovato lo stato di povertà.
Si trattò cioè di un processo di riorganizzazione nel quale, sul vec-
chio modello pubblicistico, tendeva a prevalere, nel passare dei de-
cenni, il criterio della volontarietà dell’associazione, che appariva del
resto più rispondente alle caratteristiche di Stato laico che la netta
separazione dalla Chiesa cattolica aveva imposto al nuovo Stato uni-
tario. Se convenisse o no abbandonare il principio dell’obbligato-
rietà dell’appartenenza degli ebrei alle comunità, secondo ragione di
appartenenza territoriale, cui era correlato l’obbligo per gli aderen-
ti alla contribuzione, fu oggetto incessante di controversie, nel sen-
so che i criteri della legge Rattazzi, che non si voleva estendere alle
comunità che non fossero ad essa ispirata, ma di cui non si perseguì
seriamente neppure l’abolizione, sembravano violare il principio
della libertà di coscienza dei cittadini, e quindi anche di scegliere li-
beramente la propria confessione, principio che di fatto finì per pre-
valere nei comportamenti individuali e anche nei giudicati della giu-
risprudenza e per contemperare gli apparenti rigori della legge.
La raggiunta eguaglianza dei cittadini si doveva intendere con ri-
ferimento agli individui singoli, non ai cittadini in quanto colletti-
vità, nel caso specifico in quanto minoranza. Nonostante le ripetute
affermazioni, anche in sede legislativa, dell’eguaglianza dei cittadini
indipendentemente dal culto professato, lo statuto privilegiato attri-
buito negli Stati preunitari alla Chiesa cattolica aveva degradato la
confessione israelitica al rango dei culti tollerati, con conseguenze si-
gnificative non soltanto dal punto di vista simbolico o di immagine,
ma anche sotto il profilo strettamente giuridico (a proposito per
esempio delle normative tendenti a punire l’offesa recata ai culti).
Soltanto il Codice penale unitario del 1889 superò queste disparità
parificando tutte le confessioni (a partire da quella cattolica) al ran-
go di culti ammessi e fornendo ad essi pari tutela giuridica: il punto

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più alto raggiunto nei rapporti tra lo Stato e le confessioni nell’Italia
liberale, un cammino che sarebbe stato interrotto dal Concordato
del 1929 e dal ripristino della religione cattolica come religione di
Stato, nel quadro di un più generale arretramento del percorso ver-
so la totale emancipazione che era stato compiuto dallo Statuto Al-
bertino in poi.
L’unificazione italiana non comportò immediatamente l’unifica-
zione dell’organizzazione delle istituzioni rappresentative ebraiche.
Se i congressi delle comunità, come momento di incontro e di sinte-
si tra gruppi che avevano un passato diversificato nel quale si erano
consolidate anche tendenze culturali e consuetudini rituali non sem-
pre omogenee – a Ferrara nel 1863 e a Firenze nel 1867 – tendeva-
no a sottolineare l’esigenza di pervenire a una rappresentanza cen-
tralizzata delle comunità, prevalse a lungo tuttavia la salvaguardia
gelosa dell’autonomia e delle caratteristiche delle singole potenziali
componenti. Soltanto col passaggio al secolo nuovo si fece strada
l’idea di realizzare una forma di rappresentanza collettiva non già at-
traverso un processo di centralizzazione, al quale si opponevano
spinte centrifughe più forti di ogni motivo di comunanza di obietti-
vi e di solidarietà, ma nella più liberale forma di una federazione del-
le comunità ebraiche del regno. Al primo congresso di Milano delle
comunità israelitiche d’Italia, nel novembre del 1909, fu avviato il di-
battito sulla federazione che avrebbe caratterizzato il decennio suc-
cessivo.
La lentezza del processo di chiarificazione interna dell’ebraismo
italiano, di cui la ricerca delle forme di rappresentanza unitaria fu
una delle espressioni, mise in evidenza fra l’altro il forte legame sen-
timentale e non solo che univa una parte cospicua dell’ebraismo al-
la Casa Savoia, come riflesso del debito di riconoscenza nei confronti
dello Stato e della dinastia che avevano dato il via definitivo
all’emancipazione. Un legame che simboleggiava l’identificazione
con la nazione e la volontà spesso, al di là della stessa integrazione,
di assimilazione di molti ebrei italiani. La prima guerra mondiale
avrebbe costituito uno dei banchi di prova di questo particolare mo-
do di sentire dell’ebraismo, che sicuramente trovò espressione
nell’organo più rappresentativo della stampa ebraica in Italia,
«L’educatore israelita» (fondato a Vercelli nel 1853), che a partire
dal 1874 assunse la testata del «Vessillo israelitico», destinato a rap-
presentare la voce più diffusa dell’ebraismo tradizionale in Italia. La

14
presenza negli ultimi decenni dell’Ottocento di filiali italiane dell’Al-
liance Israélite Universel (che era stata fondata in Francia nel 1860)
segnalò l’esistenza di un tenue legame con l’ebraismo europeo, ma
non ruppe il solido tessuto provinciale dell’ebraismo italiano, quale
si era sviluppato e conservato attraverso l’esperienza degli Stati preu-
nitari. Il predominio in questo contesto della componente piemon-
tese non era legato soltanto al gran numero di comunità esistenti in
quell’area (Torino, Alessandria, Casale Monferrato, Asti, Vercelli,
Cuneo), ma ovviamente al peso politico del Piemonte negli sviluppi
per l’unificazione italiana e alla maggiore continuità che nei decenni
aveva caratterizzato il loro sviluppo. L’emancipazione, come altrove
in Europa, tra le altre conseguenze comportò l’accelerazione degli
sviluppi dell’inurbamento degli ebrei italiani agevolandone, con il
nuovo dinamismo sociale, l’accentramento nelle località maggiori e
favorendo l’abbandono di quelle minori.
Due fenomeni, di segno molto distante l’uno dall’altro, interven-
nero a spingere l’ebraismo italiano verso la trasformazione e ad
acuirne la sensibilità e lo sguardo al di fuori dell’orizzonte naziona-
le. Il primo di essi era un fatto nuovo che nasceva all’interno dello
stesso ebraismo: il sionismo. Il secondo era invece espressione delle
nuove tendenze imperialiste che tardivamente caratterizzarono
l’ascesa dell’Italia dopo l’unificazione tra gli Stati conquistatori del-
la vecchia Europa: il nazionalismo italiano che, fomentando la revi-
viscenza in Italia di forme di antisemitismo, parve fare breccia
nell’ottimismo con il quale gli ebrei italiani dopo l’emancipazione
avevano creduto che fosse stata superata ogni frattura fra l’essere
ebreo e l’essere italiano e con essa anche ogni travaglio di identità,
sicché ne era risultata potenziata la spinta all’integrazione e forse più
spesso ancora all’assimilazione.
L’atto di nascita del sionismo come movimento politico per il ri-
torno degli ebrei nella terra di Sion risale alla fine dell’Ottocento,
all’epoca del primo Congresso sionistico mondiale di Basilea del
1897, un anno dopo la pubblicazione del manifesto politico di Theo-
dor Herzl, Lo Stato ebraico (Der Judenstaat). Esso era la risposta al-
la situazione nella quale si venivano a trovare gli ebrei sul finire del
secolo di fronte, da una parte, alle persecuzioni nell’Europa centro-
orientale e segnatamente nell’impero zarista, con l’evidenza dei po-
grom che attribuivano un carattere di rituale collettivo alla violenza
esercitata contro gli ebrei, e dall’altra alle reiterate manifestazioni di

15
antisemitismo anche nell’Europa occidentale, che erano culminate
in Francia nella lunga catena di azioni e controazioni scatenate in-
torno all’affaire Dreyfus. Proprio i fatti della Francia, verso la quale
nei decenni precedenti si erano rivolte forti correnti migratorie
ebraiche dall’Europa orientale, avevano rafforzato la convinzione,
che sarebbe stata espressa nel libro-proclama di Herzl, che in nes-
suna parte dell’Europa gli ebrei avrebbero potuto sentirsi al sicuro
dalla violenza della persecuzione. Il nuovo corso dell’antisemitismo
aveva convinto esponenti politici e culturali del mondo ebraico che
le forme di solidarietà e di assistenza interebraica attivate con la fon-
dazione dell’Alliance non erano più sufficienti a garantire sicurezza
agli ebrei. La ricerca dello sbocco politico concretamente operativo
appariva allo stato delle cose ineludibile. Il sionismo, come è stato
scritto, era parte del più generale processo di «politicizzazione della
società ebraica» che dappertutto in Europa si sviluppò sull’onda de-
gli sviluppi citati. L’emigrazione in Palestina faceva parte di questo
progetto, sebbene la presenza di insediamenti ebraici sulle rive del
Mediterraneo fosse ad esso anteriore.
Rispetto alle correnti europee sul continente il sionismo italiano fu
un fatto marginale; ma l’irruzione del sionismo non fu marginale per
l’ebraismo italiano. Ne fu portavoce l’organo della comunità ebraica
di Trieste, il «Corriere israelitico», che usciva in lingua italiana a sot-
tolineare pur nella città cosmopolita degli Asburgo la tendenza della
locale comunità a confrontarsi prioritariamente con il versante italia-
no. Ma che proprio da Trieste giungesse la voce del sionismo non ap-
pariva casuale: l’apertura a traffici e correnti commerciali e culturali
tipica della città adriatica ne faceva un veicolo quasi naturale di ten-
denze in cui il nazionalismo delle singole comunità tendeva a subli-
marsi nell’internazionalismo dell’utopia sionista, come cifra destina-
ta a trascendere ogni particolarismo. A partire dal 1898 la collabora-
zione al «Corriere israelitico» del giovane rabbino Dante Lattes, che
proveniva dall’Italia, in polemica con il conservatorismo e il provin-
cialismo dell’ebraismo italiano, contribuì ad accendere la polemica
all’interno dell’ebraismo e a metterne in evidenza le diverse anime che
si stavano divaricando sotto la sollecitazione della risposta da dare
all’antisemitismo; condirettore dal 1903 con Riccardo Curiel del
«Corriere israelitico», Dante Lattes sarebbe diventato uno dei prota-
gonisti assoluti del dibattito di orientamento dell’ebraismo italiano,
al di là del contributo che egli diede alla sistemazione e alla divulga-

16
zione del patrimonio dottrinale ebraico. A partire dal 1916 fu con
Adolfo Pacifici condirettore del nuovo settimanale «Israel», che sino
alla soppressione nel 1938 sarebbe rimasto tra le voci più autorevoli
del sionismo e dell’ebraismo italiano.
La presenza stessa della corrente sionista ebbe a documentare la
molteplicità di tendenze e di posizioni che animavano il dibattito
nell’ebraismo. La reazione del «Vessillo israelitico», come portavo-
ce della parte dell’ebraismo che gravitava intorno al nucleo storico
piemontese, fu sintomatica di una spaccatura che da lì in avanti
avrebbe percorso l’ebraismo italiano. Essa negava importanza e fon-
damento alle posizioni sioniste, non solo le avversava ma ne conte-
stava la legittimità; muovendosi nell’ottica dell’ebraismo italiano, ri-
tenendo l’Italia immune dall’antisemitismo, era preoccupata piutto-
sto che la rivendicazione di uno Stato nazionale ebraico, rovescian-
do in un certo senso i termini del problema, non avesse a provocare
anche in Italia la diffusione dell’antisemitismo. Era evidente soprat-
tutto in questa reazione la difesa ad oltranza dell’identificazione
dell’ebraismo con la patria nazionale, quasi che in quest’ultima ri-
siedesse la garanzia naturale e sufficiente anche dell’identità ebraica.
Viceversa per i sionisti, che nel 1901 avrebbero dato vita alla Fe-
derazione sionista italiana, altri erano i motivi che dovevano caratte-
rizzare il pensiero e l’opera dell’ebraismo italiano. Preliminare di
ogni altra presa di posizione appariva in loro il senso della solidarietà
internazionale con l’ebraismo mondiale che sembrava essere andato
perduto nella voce del «Vessillo israelitico». In secondo luogo, la sol-
lecitazione sionista contribuiva a spingere a quel rinnovamento an-
che dottrinale dell’ebraismo che in Italia non aveva sufficienti fonti
di pensiero e che poteva avvenire soltanto attingendo a un più am-
pio movimento di idee e alla ricchezza di fermenti che caratterizza-
vano soprattutto l’ebraismo dell’Europa centro-orientale. A sua vol-
ta inoltre anche il sionismo italiano presentava una molteplicità di
posizioni, da quelle più propriamente politiche, e non soltanto di ti-
po internazionalistico ma anche filosocialiste o democratico-radica-
li, a quelle prevalentemente o meramente filantropiche. Certo si è
che forse non fu un caso che negli anni Trenta fossero le personalità
ebraiche vicine al sionismo quelle che ebbero maggiore sensibilità
nei confronti dei sintomi di imminente persecuzione e di catastrofe
che si annunciavano sinistramente sugli ebrei d’Europa. Prima an-
cora che il fascismo li ponesse con le spalle al muro pretendendo che

17
sciogliessero il difficile equilibrio imposto dalla complessità di una
doppia o triplice identità – sionisti, ebrei ma non pertanto italiani –
essi stessi ne avevano assunto la consapevolezza.
Per ragioni storiche il sionismo italiano non fu necessariamente
separatista – proprio per l’avvenuta integrazione nella società nazio-
nale – se non in coloro che lo coltivarono come ideale cui dare im-
mediata realizzazione pratica, ma piuttosto una forma di solidarietà
ideale con l’ebraismo internazionale, specie nei paesi nei quali era
perseguitato (allora, al di là dell’affaire Dreyfus, si pensava soprat-
tutto ai territori dell’impero zarista).
Il crescere del nazionalismo italiano, al quale non fu estranea e in
posizione di primo piano la presenza di ebrei come Gino Arias e Pri-
mo Levi l’Italico, comportò anche per la risonanza con analoghi mo-
vimenti d’oltralpe la prima esplicita presa di posizione antisemita del
nuovo movimento politico. Negli ultimi anni le ricerche hanno ap-
profondito vari momenti nella formazione di questa componente di
un antisemitismo italiano. L’attenzione si è soffermata sull’occasione
della guerra di Libia che diede origine al primo forte sfogo contro gli
ebrei del maggior organo di stampa del nazionalismo italiano dopo
che già altre voci giornalistiche avevano attribuito le ostilità interna-
zionali all’impresa italiana sulla sponda settentrionale dell’Africa a
mene di ambienti economici ebraici. Fu un noto pubblicista naziona-
lista, Francesco Coppola, che sarebbe diventato una delle penne di
punta dell’aggressivo giornalismo fascista, che il 16 novembre 1916
sferrò un attacco in piena regola contro gli ebrei, accusandoli di spi-
rito antinazionale e di uso di valori plutocratici e di esaltazione
dell’oro, denunciando «la bancocrazia internazionale ebraica», in
due articoli apparsi sull’«Idea nazionale» del 16 e del 30 novembre
del 1916. In essi venivano rispolverati temi dell’antisemitismo tradi-
zionale (che potevano essere risonanza della «Civiltà cattolica» o del-
le teorie di Edouard Drumont) e veniva adombrata anche la tesi
dell’infiltrazione e del complotto internazionale ebraico. Un episodio
che non rimase del tutto isolato, che vide sulla stessa lunghezza d’on-
da di Coppola altri pubblicisti nazionalisti: modesto in sé e per sé,
l’episodio non poteva più essere considerato tale, essendo in effetti il
primo consistente tassello di un motivo che irrompeva ora nelle file
del nazionalismo, importando in Italia un tipo di antisemitismo poli-
tico che, se non era sconosciuto, non era tuttavia ancora entrato tra i
motivi correnti della lotta politica in Italia. Ma fu nel contesto delle fi-

18
le nazionaliste che d’ora in poi, e con ritmo crescente quanto più ci si
avvicinava alla guerra mondiale, nella polemica politica si insinuaro-
no ad opera di scrittori dell’area nazionalista (Federzoni, Oriani, Ora-
no e non solo Coppola) cenni e allusioni sempre più frequenti alle in-
fluenze ebraiche e al loro carattere antinazionale.
Il percorso dell’ebraismo italiano verso la piena parificazione fu
bruscamente interrotto dal fascismo. Ma lo fu prima ancora del
1938, anche se soltanto nel 1938 il fascismo consumò la rottura pie-
na con gli ebrei cittadini italiani. Il processo di emancipazione degli
ebrei e il suo effettivo compimento dopo l’Unità d’Italia fu conse-
guente alla separazione tra lo Stato e la Chiesa cattolica che si con-
sumò con la breccia di Porta Pia. Il punto di rottura fondamentale
dell’evoluzione in senso liberale dei rapporti tra lo Stato e le confes-
sioni religiose fu rappresentato dai Patti Lateranensi dell’11 febbraio
1929. Nel quadro della conciliazione tra lo Stato e la Chiesa, che il
regime fascista perseguì anche allo scopo di consolidare con l’ade-
sione di una Chiesa autoritaria il consenso popolare al regime, la
condizione privilegiata accordata alla confessione cattolica, che tor-
nava a diventare religione di Stato (richiamando così esplicitamente
in vita l’art. 1 dello Statuto Albertino che era caduto in desuetudi-
ne), rimetteva in discussione la posizione giuridica degli altri culti,
che erano stati posti sullo stesso piano dalle norme di tutela penale
del Codice Zanardelli del 1889. Nasceva così la formula dei culti am-
messi che erano in una ideale scala di valori gerarchicamente infe-
riori alla Chiesa cattolica, in quanto portatrice della religione di Sta-
to.
Le conseguenze dell’abbandono del principio della laicità dello
Stato andarono tuttavia oltre la sfera religiosa in senso stretto, per in-
vestire il complesso dei rapporti con le comunità appartenenti a con-
fessioni minoritarie. Infatti, nella stessa misura in cui la Chiesa cat-
tolica acquistava un diritto di interferenza e di controllo in sfere che
avrebbero dovuto essere riservate all’autorità dello Stato (per esem-
pio a proposito della nomina degli insegnanti di religione), lo Stato
si arrogava il diritto di intervenire (e di condizionarle in maniera pe-
sante) a proposito delle modalità di esercizio dei culti ammessi nel-
le fasi più diverse. Soprattutto il regime dittatoriale si arrogava il di-
ritto di modificare la legislazione esistente in materia di «culti acat-
tolici» per adeguarla alla nuova gerarchia stabilita tra le confessioni
e soprattutto al nuovo diritto pubblico, che aveva di fatto vietato il

19
libero associazionismo stabilendo un più stretto controllo dello Sta-
to su ogni realtà istituzionale che non fosse diretta emanazione del-
lo Stato stesso o della Chiesa cattolica.
In questo quadro rientrarono le norme legislative e amministra-
tive destinate a controllare i culti ammessi, che si rivelarono social-
mente onerose per il culto evangelico e in particolare per la mino-
ranza valdese, la più numerosa e la più omogenea sul territorio na-
zionale, ma soprattutto il Regio decreto del 30 ottobre 1930 (segui-
to a distanza di un anno dal relativo regolamento di attuazione) aven-
te per oggetto le comunità israelitiche e l’Unione delle comunità.
Con questo atto, intervenendo autoritariamente, lo Stato fascista po-
neva fine all’evoluzione delle comunità verso un sistema associativo
che rispettava anche l’autonomia degli ordinamenti interni delle co-
munità che lo componevano per imporre un ordinamento di tipo
centralistico, che prevedeva l’obbligatorietà di appartenenza per gli
ebrei su base territoriale e il potere di imposizione dei tributi, confi-
gurando per le comunità lo statuto di enti di diritto pubblico. Ma,
soprattutto, la nuova normativa, oltre a stabilire un forte controllo
governativo sulle comunità, ne restringeva fortemente l’autonomia
statutaria e il carattere anche di democrazia interna, accentuando an-
che nella nuova Unione delle comunità la concentrazione del pote-
re decisionale negli organismi direttivi. Tra le novità più rilevanti del
nuovo ordinamento era l’avocazione totale allo Stato del potere di
istituire o di sopprimere le comunità, che furono ridisegnate secon-
do criteri prevalentemente amministrativi, indipendentemente da
volontà di membri o da ragioni di carattere storico. In particolare,
l’elezione del presidente della comunità e la nomina del rabbino ca-
po era soggetta all’approvazione del ministro dell’Interno, cui spet-
tava anche il controllo amministrativo sulle comunità.
Sebbene non siano tuttora noti tutti i particolari che portarono
alla elaborazione delle normative del 1930-31, alla quale partecipa-
rono anche rappresentanti dell’ebraismo, sappiamo che su ogni ri-
serva che potesse essere espressa nel mondo ebraico prevalse uno
stato d’animo di sostanziale approvazione dei nuovi regolamenti.
Sporadiche voci di insofferenza antisemita da parte fascista non fu-
rono sopravvalutate, laddove si erano moltiplicate le attestazioni di
lealtà da parte di ebrei, anche di quelli sionisti, che tendevano a en-
fatizzare dichiarazioni di italianità per controbattere o addirittura
prevenire sospetti di lealtà patriottica nei loro confronti. Né sembrò

20
destare eccessiva preoccupazione l’addensarsi delle nubi in Germa-
nia e la minaccia contro gli ebrei del nazismo in ascesa, stando an-
che alle più volte sbandierate dichiarazioni di Mussolini ad Emil
Ludwig (pubblicate, nel 1932, nei Colloqui con Mussolini), in cui
non solo si negava l’esistenza di un antisemitismo in Italia, ma il raz-
zismo in generale era definito «una stupidaggine». Qualche fastidio
che era venuto dalla questione degli ebrei libici sembrava essere
compensato peraltro dalla possibilità per il regime di strumentaliz-
zare a fini di espansione mediterranea la presenza di colonie di ebrei
italiani nell’Africa settentrionale e in Medio Oriente e la stessa que-
stione della Palestina, non certo per compiacere il sionismo, ma in
funzione essenzialmente antibritannica.
Ad onta di ogni tentativo di smussare contrasti potenziali o reali
da entrambe le parti, il rapporto tra ebrei e fascismo non fu idillia-
co. L’ambiguità della politica del regime verso il sionismo come mo-
vimento capace di influenzare a livello internazionale le scelte del go-
verno non sfuggì agli antisemiti intransigenti del «Tevere» e agli ami-
ci di Giovanni Preziosi, precocemente orientati in senso filonazista.
Quando poi nel marzo del 1934 l’arresto a Torino di una cellula di
«Giustizia e Libertà», alla quale facevano capo anche numerosi an-
tifascisti ebrei, diede esca a una nuova campagna antisemita, la ten-
denza a identificare ebrei e antifascismo entrò come costante nella
polemica dell’estrema ala antisemita del fascismo. Se allora il regime
nel suo complesso non raccolse la sollecitazione a porre agli ebrei e
soprattutto ai sionisti una scelta irrevocabile, il mondo ebraico si vi-
de sottoposto a un attacco senza precedenti, che avrebbe lasciato più
di un segno. Tra i più vistosi la nascita del giornale «La nostra ban-
diera», espressione dei fascisti ebrei che suonava aspra critica alla
corrente sionista, ma anticipava la fronda anche nei confronti
dell’Unione delle comunità, che, già ostaggio del regime dopo la
riforma del 1930, diventava essa stessa teatro di lotta intestina e ve-
niva posta sulla difensiva prima ancora che l’antisemitismo fosse eret-
to tra i principi fondamentali dello Stato fascista e diventasse perciò
prassi politica ufficiale e non soltanto polemica di gruppi estremisti.
2.
Razzismo anticoloniale e antisemitismo

La legislazione contro gli ebrei del 1938 venne a collocarsi nel quadro
di un duplice sviluppo. Da una parte il potenziamento degli orienta-
menti popolazionistici che il regime fascista aveva assunto con sem-
pre maggiore decisione a partire dalla seconda metà degli anni Venti,
come condizione preliminare e non soltanto come corollario della sua
politica di potenza; dall’altra, l’avvio di una politica di tutela della raz-
za come conseguenza della conquista coloniale in Abissinia e dell’in-
contro con popolazioni africane che non poteva non porre il proble-
ma della «contaminazione» della popolazione italiana con gli indige-
ni. Se, come è stato giustamente detto, un quoziente di razzismo è im-
plicito per il fatto stesso che il rapporto coloniale comporta una dif-
ferenza gerarchica tra dominatori e dominati, nel caso specifico la vo-
lontà programmatica di affermare la superiorità della razza bianca e
della civiltà latina provocò un ulteriore slittamento verso l’adozione
di normative e di pratiche di tipo razzistico.
Gli orientamenti popolazionistici non furono inventati dal fasci-
smo; essi erano già presenti da lungo tempo in ambiti importanti del
pensiero politico e delle scienze sociali in Italia, nella stessa stregua
in cui sin dalle prime conquiste coloniali in Africa nella seconda
metà dell’Ottocento antropologi ed etnografi si erano industriati di
dimostrare non solo le differenze di razza tra bianchi e neri, ma i ca-
ratteri di superiorità della razza bianca. Questi sedimenti culturali
circolarono con tenace continuità e con le motivazioni e le prove-
nienze più diverse, fossero di matrice positivistica o di ispirazione

22
nazionalista, in settori qualificati della cultura italiana, fin quando
non si incontrarono, condizionandole, con aspirazioni e ambizioni
della politica estera del fascismo, delle sue esigenze di prestigio e dei
suoi miti di potenza.
Di questo complesso percorso possiamo ricostruire qui soltanto
i passaggi essenziali per la comprensione del discorso e l’intelligen-
za del quadro concettuale e storico-politico globale.
All’origine della tutela della stirpe, come si disse in un primo mo-
mento, si collocano motivazioni di diversa natura. Dal punto di vi-
sta politico, il primo a sollevare il problema di una tutela della po-
polazione, come fattore di creatività e di fecondazione della ric-
chezza nazionale, fu sicuramente il movimento nazionalista. Ma già
nel primo colonialismo italiano circolava un’ispirazione confusa-
mente popolazionistica allorché sulle esigenze di prestigio e di po-
tenza dell’Italia sembrava prevalere la necessità di scaricare in un ter-
ritorio coloniale il sovraccarico demografico che non era possibile
redistribuire all’interno dei confini dello Stato nazionale. Il fenome-
no migratorio tipico dell’Europa della seconda metà dell’Ottocento
che investì l’Italia tra fine secolo e primi decenni del Novecento in-
cominciò ad essere considerato non soltanto dal punto di vista
dell’alleggerimento che si conseguiva sul mercato del lavoro, ma an-
che sotto il profilo della perdita, della sottrazione di manodopera
che l’Italia subiva e viceversa dell’arricchimento che l’utilizzazione o
lo sfruttamento della manodopera italiana emigrata creava a vantag-
gio di altri paesi, in un’ottica di grande competizione internazionale
nell’età dell’imperialismo, della concorrenza industriale e commer-
ciale, della concorrenza di armamenti. I congressi nazionalisti
dell’inizio del secolo XX furono tra le sedi privilegiate in cui fu sol-
levata la polemica contro l’emigrazione come perdita non solo di ric-
chezza nazionale, ma anche di parte dell’identità nazionale stessa. Di
qui, ad imitazione e in analogia con altri paesi in condizioni demo-
grafiche simili, anche la ricerca dello sbocco verso l’esportazione
delle proprie eccedenze demografiche in aree che garantissero la
conservazione del legame nazionale tra la popolazione metropolita-
na e le masse migranti. Ossia una nuova spinta verso la conquista di
territori coloniali intesi non soltanto sul piano economico-strategico
come espressione della potenza di una nazione e del suo spirito di
dominazione, ma principalmente come luogo in cui collocare l’ec-
cesso di popolazione che non poteva trovare in patria condizioni di

23
vita sopportabile. Vale a dire le colonie come colonie di popola-
mento tipiche dell’ottica di conquista di un paese povero.
In questa stessa direzione nello spirito dell’epoca si mossero an-
che i primi passi di una eugenetica in Italia, come disciplina miran-
te in senso generico al miglioramento della stirpe prima ancora che,
con consapevole franchezza, della razza. I progressi della medicina
da una parte e delle scienze sociali in senso lato dall’altra, furono
all’origine della diffusione di una cultura eugenica, prima ancora che
questa diventasse vera e propria ingegneria genetica con precise fi-
nalità politiche. Al di là delle guerre coloniali fu la prima guerra
mondiale, con gli squilibri demografici che provocò, che ripropose
l’attualità di temi popolazionistici. La ripropose a paesi vinti come la
Germania, con alti tassi di natalità che sulla perdita dei territori co-
loniali poterono costruire anche la mistica del «popolo senza spa-
zio»; ma la ripropose anche a paesi come l’Italia che vinti non erano,
ma la cui vittoria si voleva «mutilata», che non aveva beneficiato del-
la spartizione delle colonie tedesche, ma che aveva ricompreso nel-
l’area territoriale sotto la sua sovranità consistenti nuclei di mino-
ranze nazionali di popolazioni sia tedesche che slave.
La cura per la salute della propria popolazione, che era entrata a
fare parte dei compiti di assistenza e prevenzione sociale di ogni mo-
derno apparato statale, anticipazione e prototipo di quelle che sa-
rebbero diventate le pratiche di un Welfare, in determinati contesti
cessò di essere un valore in sé per venire sempre più orientata e stru-
mentalizzata in funzione di politica di potenza. Laddove si poteva
pensare che il progresso dell’igiene, dei sistemi sanitari e della lotta
contro epidemie e malattie infettive appartenesse ai compiti di cre-
scita e di miglioramento della salute dei cittadini, riducendo anche i
costi finanziari di una cattiva situazione igienica, in determinati con-
testi la battaglia per il miglioramento della salute pubblica divenne
lotta per il miglioramento della specie con una valenza immediata-
mente politica e immediatamente utilizzabile sul terreno della sele-
zione e del potenziamento della razza, che mirava contemporanea-
mente a conseguire un duplice effetto moltiplicatore, dal punto di
vista qualitativo e dal punto di vista quantitativo (politica di poten-
ziamento demografico).
Comunque non è casuale che nella seconda metà degli anni Ven-
ti, allorché la politica estera del fascismo, preannunciando aperta-
mente una fase di espansione, optò per una soluzione africana, ri-

24
lanciò anche prepotentemente le tesi anticipate dai nazionalisti del
numero come ricchezza della nazione, il numero come base della po-
tenza militare. Lo slogan mussoliniano «Il numero è potenza», sul
quale a torto si è ironizzato, conteneva in realtà implicazioni tanto
complesse quanto minacciose. Esso era soltanto l’estrema sintesi di
una politica che, partendo da un’analisi catastrofistica delle conse-
guenze dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione, tendeva a sal-
dare intorno al caposaldo popolazionistico politica demografica, po-
litica delle migrazioni interne, lotta all’urbanesimo, politica militare
ed espansionismo, ponendo le premesse di una vera e propria poli-
tica della razza. Già la revisione della politica migratoria da parte del
regime fascista si era mossa in questa direzione, con l’affermazione
del proposito di impedire che la «razza» italiana andasse a rafforza-
re «altre nazioni demograficamente povere» (l’allusione alla Francia,
meta tradizionale di emigrazione transalpina, appare evidente) a de-
trimento della «forza della razza e dello Stato» italiani, come ebbe
ad esprimersi Dino Grandi, sottosegretario agli Esteri e tra gli arte-
fici della nuova politica antimigratoria.
Ma l’ufficializzazione e la teorizzazione più compiuta dei nuovi
orientamenti demografici è da attribuire a due testi dello stesso Mus-
solini: il discorso cosiddetto «dell’Ascensione», pronunciato alla Ca-
mera dei deputati il 26 maggio del 1927, e la prefazione che egli scris-
se nel 1928 per la traduzione italiana del libro dello statistico e de-
mografo tedesco Richard Korherr Regresso delle nascite, morte dei
popoli, che con il titolo Numero come forza fu pubblicata dal «Po-
polo d’Italia» allo scopo di darle la massima diffusione e al tempo
stesso di significarne il carattere programmatico e di orientamento
dell’indirizzo governativo.
Con questi orientamenti il regime non si limitava a esprimere un
generico rifiuto di ogni politica di controllo delle nascite, quale del
resto era portato avanti dalla cultura cattolica e da settori accademi-
ci degli studi statistico-demografici, ma anticipava i lineamenti di un
intervento e di un impegno politico fatto non più di rifiuti ma di in-
tervento attivo a sostegno delle tesi popolazioniste. Nel discorso
dell’Ascensione Mussolini preannunciò, con l’elogio della ruralizza-
zione e la critica all’«urbanesimo industriale» come causa della ste-
rilità delle popolazioni, la politica di mantenimento sulla terra delle
masse rurali, i limiti all’emigrazione e alle migrazioni verso i grandi
centri industriali, con un’enfasi propagandistica cui nei fatti non

25
avrebbero corrisposto misure e provvedimenti concreti se non entro
limiti assai ristretti, come i trasferimenti di rurali in terre di bonifica
che riguardarono poche migliaia di famiglie, mentre maggiore con-
sistenza avrebbero avuto i provvedimenti di incentivi familiari. E fu
in quella stessa occasione che, preannunciando la volontà imperiale
ed esaltando la nazione come numero, pronunciò la frase ad effetto:
«Se si diminuisce, signori, non si fa l’Impero, si diventa una colonia».
Più argomentato fu il discorso sviluppato a proposito del libro
del Korherr, che tra parentesi fu lo stesso statistico che, per conto di
Heinrich Himmler e delle SS, nel corso della «soluzione finale», re-
dasse i riepiloghi periodici sullo stato di annientamento degli ebrei.
In questa occasione Mussolini, prendendo il discorso alla larga e rie-
cheggiando toni spengleriani (Oswald Spengler del resto aveva scrit-
to la prefazione all’originale tedesco del libro), collocava la polemi-
ca contro il controllo delle nascite nel quadro della crisi e della ne-
cessità di difesa della civiltà occidentale, in termini di scontro con
razze emergenti, prendendosela fra l’altro con «l’edonismo pacifon-
daio» all’origine della scarsa propensione alla procreazione. Alla ba-
se della decadenza era l’«urbanesimo o metropolismo», che portava
la popolazione all’infecondità e alla minaccia di estinzione della raz-
za bianca: «Negri e gialli sono dunque alle porte?».
Dopo aver accennato tra le ipotesi di risposta alla crisi demografi-
ca alla possibilità del «ritorno alla terra» e avere escluso ogni politica
di neomaltusianesimo, Mussolini ricorse all’autocitazione richiaman-
do il discorso dell’Ascensione, con il quale si vantava di avere rotto il
luogo comune della «straripante natalità degli italiani»; sottolineava
anzi il crollo delle nascite nell’Italia meridionale, addirittura l’«ago-
nia demografica» di quello che era «il vivaio demografico della na-
zione». Adottando toni quasi apocalittici Mussolini tracciava un qua-
dro cupo della situazione demografica: «Tutta l’Italia cittadina o ur-
bana è in deficit. Non solo non c’è più equilibrio, ma i morti supera-
no i nati. Siamo alla fase tragica del fenomeno. Le culle sono vuote ed
i cimiteri si allargano». Per invertire la tendenza non sarebbero state
sufficienti le leggi, occorreva fare leva sollecitando «il costume mora-
le e soprattutto la coscienza religiosa dell’individuo»:

Bisogna che le leggi siano di pungolo al costume. Ecco che il mio di-
scorso va direttamente ai fascisti e alle famiglie fasciste. Questa è la pie-
tra più pura del paragone alla quale sarà saggiata la coscienza delle gene-

26
razioni fasciste. Si tratta di vedere se l’anima dell’Italia fascista è o non è
irreparabilmente impestata di edonismo, borghesismo, filisteismo. Il
coefficiente di natalità non è soltanto l’indice della progrediente potenza
della patria [...] ma è anche quello che distinguerà dagli altri popoli eu-
ropei il popolo fascista, in quanto indicherà la sua vitalità e la sua volontà
di tramandare questa vitalità nei secoli [...].
In una Italia tutta bonificata, coltivata, irrigata, disciplinata, cioè fa-
scista, c’è posto e pane ancora per diversi milioni di uomini. Sessanta mi-
lioni d’italiani faranno sentire il peso della loro massa e della loro forza
nella storia del mondo.

Come si vede, un progetto in cui addirittura sul miglioramento


della razza faceva premio il problema della quantità, il problema del
numero. Le citazioni potrebbero continuare, se non altro per dimo-
strare a partire da queste premesse la continuità di una politica. La
politica «demografica» – scriverà nella Dottrina del fascismo (1932)
– altro non era che «conseguenza di una concezione di lotta, di di-
sposizione alla guerra, di spirito antipacifista». E ancora:

Per il fascismo la tendenza all’impero, cioè all’espansione delle nazio-


ni, è una manifestazione di vitalità; il suo contrario, o il piede di casa, è
un segno di decadenza: popoli che sorgono o risorgono sono imperiali-
sti, popoli che muoiono sono rinunciatari.

Ancora nel marzo del 1934:

La potenza militare dello stato, l’avvenire e la sicurezza della nazione


sono legati al problema demografico, assillante in tutti i paesi di razza
bianca e anche nel nostro. Bisogna riaffermare ancora una volta e nella
maniera più perentoria e non sarà l’ultima, che condizione insostituibile
del primato è il numero. Senza di questo tutto decade e crolla e muore.
La giornata della madre e del fanciullo, la tassa sul celibato e la sua con-
danna morale, salvo i casi nei quali è giustificato, lo sfollamento delle
città, la bonifica rurale, l’Opera della maternità e infanzia, le colonie ma-
rine e montane, l’educazione fisica, le organizzazioni giovanili, le leggi
sull’igiene, tutto concorre alla difesa della razza (18 marzo 1934).

All’inaugurazione di Pontinia il 18 dicembre 1935, nella prima fa-


se della guerra in Abissinia, ne sintetizzava il senso con queste parole:

La guerra che noi abbiamo iniziato in terra d’Africa è una guerra di

27
civiltà e di liberazione [...]. È la guerra dei poveri, dei diseredati, dei pro-
letari.

Era chiaro che prima ancora di passare alla conquista dell’Etio-


pia per farne una colonia di popolamento il regime aveva attivato
una complessa strumentazione per controllare ma anche per orien-
tare il comportamento demografico della popolazione italiana. La
creazione dell’Opera maternità e infanzia, la tassa sul celibato, le mi-
sure di igiene e prevenzione contro la tubercolosi o altro tipo di ma-
lattie infettive, la diffusione dell’educazione fisica per il consolida-
mento della stirpe, gli incentivi alle famiglie numerose, non avevano
di mira soltanto un programma di politica e assistenza che doveva
mettere l’Italia al passo con i paesi più avanzati che avevano già rea-
lizzato questi traguardi; implicava anche una precisa politica di in-
coraggiamento della natalità in funzione dell’obiettivo del consegui-
mento di una sempre maggiore potenza nazionale attraverso l’au-
mento del numero, della popolazione, come potenziale fonte di ali-
mentazione di un arsenale bellico.
Gli studi più recenti (Carl Ipsen, ma non solo) hanno messo in
evidenza come in questo contesto anche il riordinamento dei servizi
statistici dello Stato fosse in funzione di un controllo sempre più
stretto dei comportamenti demografici, esercitando fra l’altro una
funzione di vero e proprio controllo sociale. La lotta contro l’abor-
to (che fu fra l’altro all’origine dell’invio al confino di un certo nu-
mero di ostetriche) non fu l’unico settore che finì per sfociare nella
persecuzione penale, a conferma del rapporto che di fatto venne sta-
bilito tra tutela della stirpe ed esercizio sempre più intenso del con-
trollo sociale sulla popolazione, che passava del resto anche attra-
verso le organizzazioni di massa del regime – l’Opera nazionale do-
polavoro ma anche le organizzazioni di massa giovanili e femminili
– e le istituzioni fondamentali quali la scuola, che coinvolgeva tutta
la popolazione maschile e femminile in età scolare, e il servizio mili-
tare nei confronti della popolazione giovanile maschile.
La politica demografica del regime traeva inoltre conforto, inco-
raggiamento e attivo sostegno almeno da due settori della società,
con diverso peso e con motivazioni diverse ma convergenti: da una
parte la Chiesa cattolica, dall’altra gli orientamenti natalistici di lar-
ga parte degli studi demografici e statistici e di quella parte delle
scienze umane e sociali che avevano già una qualche tradizione di in-

28
teressamento e di impegno nella crescita di una tradizione e di una
mentalità coloniale in Italia.
Al di là delle motivazioni più generali che spinsero alla concilia-
zione con la Santa Sede e con la Chiesa cattolica, non c’è dubbio che
il Concordato segnò una tappa fondamentale per consolidare il con-
senso della Chiesa al regime fascista e per mettere in evidenza in que-
sto quadro la convergenza di orientamenti che univa la Chiesa allo
Stato. Sebbene lo statalismo fascista poteva finire per minacciare la
larga autonomia che la Chiesa era riuscita a strappare con il Con-
cordato, intaccando in più punti gravemente il potere dello Stato, la
ragione politica propendeva a estendere agli atti del regime fascista
la legittimazione (che era insieme religiosa e morale) della gerarchia
cattolica. Questo fu particolarmente vero all’epoca della campagna
d’Africa, in cui allo spirito guerriero fascista si aggiunse la legittima-
zione missionaria della Chiesa, e all’epoca della guerra di Spagna, in
cui l’alleanza tra Stato e Chiesa fu se possibile ancora più stretta per
via del comune legame autoritario e antibolscevico. Ma fu vero an-
che nel caso di tutti gli incentivi alla procreazione che non potevano
che suscitare consenso nel clero, alla stessa stregua della politica ru-
ralista e della campagna contro l’urbanesimo. Manca uno studio spe-
cifico di questi aspetti del consenso del clero al fascismo, ma alcuni
indizi sul fervore patriottico con il quale il clero accompagnò non
soltanto i gagliardetti fascisti nelle guerre del duce ma anche mani-
festazioni di carattere sociale di altro tipo, come la giornata della ma-
dre e del fanciullo, i pellegrinaggi a Roma delle madri prolifiche o
l’insediamento dei coloni nelle terre di bonifica parlano in questa di-
rezione.
Roberto Maiocchi ha sottolineato come la cultura anche medica
cattolica, nell’intento di contrapporsi al razzismo neopagano di ori-
gine nordica, abbia finito per appoggiare, in opposizione a forme di
eugenetica considerate inumane, proposte di miglioramenti della
razza fortemente orientate sulla centralità della politica di natalità
destinate a costituire le premesse di

una variante del razzismo tutta italiana, costituita da una serie di temati-
che che in alcuni autori, come Nicola Pende, coesistevano in una visione
culturale organica, in altri serpeggiavano occasionalmente, ma rappre-
sentavano comunque, con una fitta trama di rinvii reciproci e rispecchia-
menti, una cultura media cui pochi sembravano sottrarsi. Era un razzi-

29
smo che vedeva con entusiasmo nelle iniziative sanitarie del regime un
progetto strategico di miglioramento della «razza italiana», che a que-
st’ultima attribuiva volentieri qualità speciali, superiori, che escludeva la
possibilità di migliorare la razza per mezzo del controllo delle nascite ed
approvava senza remore la politica nativista del regime, con tutti i suoi
corollari bellicosi e imperialisti, parlava di psicologia delle razze, dava
piena scientificità all’impiego di criteri estetici nel giudizio sul livello di
sviluppo dei gruppi umani, esaltava come pregio la varietà antropologica
delle stirpi italiche, privilegiando le tipologie rurali su quelle urbane, tro-
vava su questi temi il pieno accordo con la cultura cattolica e respingeva
con durezza le leggi razziali volute da Hitler.

Statistici e demografi favorevoli alla politica nativista non si limi-


tarono a fornire supporti per teorizzare la prolificità della popola-
zione italiana e all’occorrenza contribuire ad aumentarla; essi sposa-
rono in pieno anche la retorica del regime che operava l’equazione
prolificità uguale popoli giovani, costruendo su di essa la contrap-
posizione e la polemica con i popoli vecchi e senescenti, che erano
le più antiche democrazie e le potenze coloniali con le quali voleva
ora misurarsi l’Italia nel suo impeto di conquistare un impero. Un
obiettivo al quale volevano contribuire anche i medici e i biologi im-
pegnati in una sorta di ingegneria sulla scorta dell’endocrinologo Ni-
cola Pende, che ricomparirà tra i firmatari del Manifesto della razza,
creatore di una teoria e di una scuola di «biologia politica», che
avrebbe voluto mirare allo sviluppo di un biotipo italiano o medi-
terraneo derivante dalla polivalenza delle sue origini razziali da con-
trapporre alla razza pura vantata dal pensiero nordico. Negli imita-
tori e nei divulgatori di più basso livello questi progetti si traduce-
vano in una volgarizzazione quasi banale di esperimenti medici che
diventavano essenzialmente gli emblemi pubblicitari di una politica
di demagogico potenziamento della razza, mediante innesti endo-
crinologici destinati soprattutto a potenziare le funzioni sessuali.
Un panorama di intenzioni e di conoscenze che si arricchì ad ope-
ra dei molti esperti di africanistica che si scoprirono nel nostro pae-
se a seguito della conquista dell’Abissinia e ai quali dobbiamo una
ricca pubblicistica, in cui la proclamazione dell’inferiorità mentale,
culturale e sociale degli indigeni, dei neri, a legittimazione della mis-
sione di civiltà che l’Italia era chiamata a svolgere era il topos che ne
costituiva la cifra comune.

30
Il filone di cultura che aveva con maggiore continuità anticipato
teorizzazioni di tipo razzistico era per l’appunto quello legato
all’africanistica, in cui una tradizione alimentata soprattutto da an-
tropologi ed etnografi aveva fatto circolare, assai prima della con-
quista dell’impero, stereotipi improntati non a un generico senso di
superiorità dei bianchi sui neri ma a paradigmi di vero e proprio raz-
zismo biologico. La produzione di fotografia antropologica avviata
da Lidio Cipriani, insieme alla antropologia biometrica che era sta-
ta un altro dei suoi cavalli di battaglia, fecero di questo antropologo,
che operò essenzialmente presso l’Università di Firenze, uno dei bat-
tistrada di un razzismo fascista. Per Cipriani l’inferiorità mentale dei
negri non era dovuta a fattori di carattere culturale, pertanto non era
modificabile o migliorabile con interventi esterni, ma era determini-
sticamente legata a condizioni biologiche originarie che escludeva-
no tassativamente ogni possibilità di elevarne il livello intellettuale.
Di qui un’ulteriore ragione per avversare ogni forma di contamina-
zione razziale con gli indigeni, ma soprattutto l’affermazione cate-
gorica che ogni proposito di contribuire ad elevarne il livello cultu-
rale era destituita di ogni fondamento e di ogni credibilità. Un’af-
fermazione particolarmente interessante perché smentiva le pretese
motivazioni di una eventuale conquista africana dell’Italia ma non
rinnegava affatto le rivendicazioni dell’Italia ad una spedizione afri-
cana: l’ottica di Cipriani aveva il pregio della chiarezza nella sua bru-
talità, nel senso che essa non doveva ammantarsi come opera di ci-
viltà ma doveva presentarsi per quello che era, pura e semplice ope-
razione di conquista territoriale. A questa l’Italia era per l’appunto
legittimata proprio dall’immutabile inferiorità dei negri che faceva sì
che l’Africa dovesse essere terra di conquista e di sviluppo di popo-
lazioni più progredite, e in particolare dell’Italia. Già nel 1932 Ci-
priani aveva affermato:

L’Africa, non dimentichiamolo, non potrà mai essere degli Africani e


fra tutti i popoli del mondo l’Italiano, per ragioni etniche, per doti inna-
te e per la sua adattabilità ai climi tropicali dimostrata in ogni paese, è il
predestinato a trionfarvi. La tendenza all’espansione fu in ogni tempo
considerata «inequivocabile indice di superiorità di razza», ed oggi l’Ita-
lia ha una potenza espansiva che «è da considerarsi come una delle mag-
giori del mondo», indice di una «riconquistata giovinezza».

31
Sulla base di queste premesse all’epoca della campagna d’Abissi-
nia Cipriani poteva facilmente legittimare l’azione militare italiana
con

la necessità del mondo civile di non piegarsi a malintesi sentimentalismi


verso genti incapaci di mettere in efficienza i tesori eccezionali della loro
terra di origine, mentre ne reclamano a gran voce lo sfruttamento i biso-
gni imperiosi dell’intera umanità.

Nello zelo di diffondere le sue convinzioni sull’inferiorità intel-


lettuale dei negri coniò stereotipi così feroci nel vincolare i negri a
un livello infantile dell’umanità quanto naturali nel tono con cui ne
descriveva l’inferiorità:

Ovunque il Negro impressiona per il suo contegno da fanciullone in-


correggibile, per la sua disposizione a un’allegria infantile e a passatempi
ingenui. Sfugge quanto può dall’adoperare le facoltà mentali, per cui imi-
ta più che non ragioni, specialmente quando vive in mezzo a noi. L’im-
pulso naturale domina in lui sulla riflessione [...]. Anche negli atti indivi-
duali non si seguono concetti personali ma si adottano quelli, magari il-
logici, già esistenti nella collettività. Ogni vera critica e ogni azione inte-
sa ad aumentare il bene comune è pure inconcepibile nei Negri; mai si
metteranno, quindi, a costruire spontaneamente una breve strada per evi-
tare il disagio e magari i pericoli di un sentiero interminabile [...]. Lavo-
rare per avere la strada o il pozzo non vale, per essi, la conseguente ri-
nunzia alla gioia di cigalecciare per ore e ore su argomenti insulsi, di sal-
tare, far rumore, litigare o sollazzarsi con le donne. Hanno spiccata la me-
moria, appunto per la scarsa applicazione dei Negri della logica; perciò,
mandati in una nostra scuola superano, sì, abbastanza bene gli esami, ma
non vanno oltre le nozioni ricevute.

La loro mancanza di iniziativa e di creatività arrivava al punto che


essi stessi non avevano rispetto per modi di dominazione rispettosi,
per chi volesse ispirare loro sentimenti di eguaglianza, ma invocava-
no piuttosto padroni, il Bianco, che si mostrassero severi e inflessi-
bili, e degni pertanto di obbedienza e devozione.
Cipriani non fu certo il solo creatore e divulgatore di questo tipo
di razzismo coloniale, anche se l’avere a disposizione canali di co-
municazione verso il pubblico di prima grandezza, dalla rivista mus-
soliniana «Gerarchia» al «Corriere della Sera», e l’aura dello scien-

32
ziato e dell’accademico, gli conferirono un’autorità che fu estranea
ad altri cultori del razzismo. Sul terreno della medicina l’inferiorità
biologica dei negri fu al centro della pubblicistica antiegualitaria di
un altro accademico proveniente dal fascismo della prima ora, Gior-
gio Alberto Chiurco, docente di patologia chirurgica dell’Università
di Siena. Al pari di Cipriani, che muoveva da premesse antropologi-
che, anche Chiurco dava per scontata l’inferiorità biologica dei ne-
gri; in base a questo assunto entrambi si impegnarono in una lotta
senza quartiere contro ogni contaminazione razziale tra la razza su-
periore italiana e le razze inferiori. Mentre in Chiurco la polemica ri-
maneva a livello pubblicistico e usava e strumentalizzava la tribuna
accademica, Cipriani aveva agganci più direttamente politico-istitu-
zionali che ne fecero un vero e proprio ispiratore della politica di se-
parazione razziale.
Per Cipriani il compito di dare agli italiani una adeguata consa-
pevolezza razziale si associava all’obbligo di «difenderla da ogni in-
trusione non desiderabile». Poiché con la conquista dell’impero il
contatto diretto tra le due razze era diventato inevitabile, Cipriani si
studiò di suggerire le modalità per impedire che tra le due razze si
realizzasse qualsiasi forma di commistione; se alla fine per i residen-
ti in Africa, che evidentemente non potevano essere espulsi dal con-
tinente nero, fu escogitato il regime di apartheid, per i sudditi colo-
niali africani che si trovavano in Italia la soluzione fu individuata nel-
la espulsione dalla penisola: un provvedimento che colpiva profon-
damente gli interessati, in qualche modo inseriti nella società italia-
na e legati a persone di cittadinanza italiana di altro sesso da legami
affettivi e talvolta anche giuridici (matrimonio), ma che appariva rea-
lizzabile perché riguardava un numero assai limitato di individui. La
contemporaneità di questi fatti con l’avvio della campagna contro gli
ebrei non era certo casuale. Come scrive G. Gabrielli, «l’azione di-
venne pressante nelle grandi città, come Roma, dove la presenza di
‘negri’, che camminavano a fianco di donne bianche, che si mesco-
lavano tranquillamente alla popolazione, rappresentava una simbo-
lica spina nel fianco per il regime e per la sua campagna propagan-
distica razziale».
Lo studio medico di Chiurco, posto fra l’altro che «la razza nera
è refrattaria ad ogni evoluzione intellettuale», partiva dall’analisi del-
le patologie tipiche o congenite della popolazione africana per de-
precare ogni forma di «commistione del sangue bianco con quello di

33
colore nel ‘meticcio’ o ‘bastardo’». Ma la separazione rigida tra bian-
chi e neri doveva avere anche per Chiurco ragioni ancora più profon-
de, nella deterministica differenza e gerarchia delle razze, in base al-
la quale poteva pronunciarsi «per un’inferiorità della razza nera e
per l’esistenza di un infantilismo costituzionale nel negro [...]. La
massima differenza tra l’uomo bianco e il negro consiste nelle di-
mensioni e nella struttura del cervello»:

Il negro rimane un bambino, anche quando è vecchio e le caratteri-


stiche dominanti nella sua psiche sono di ordine infantile. Data questa
primitiva inferiorità è difficile pensare che la razza negra possa assurgere
a progresso e civiltà.

Alle diversità biologiche, che già sconsigliavano ogni incrocio


razziale, perché ne sarebbero derivate degenerazioni fisiche e psi-
chiche, Chiurco associava gli squilibri psichico-mentali dei meticci
cui era attribuita la propensione alla delinquenza, a forme di insur-
rezionismo come conseguenza del loro carattere degenere. Sulle sue
tracce altri svilupparono la necessità di combattere con ogni mezzo
«l’ibridismo nei territori coloniali» con argomenti che ripetevano af-
fermazioni, più che valutazioni, che abbiamo già incontrato in Ci-
priani e in Chiurco:

occorre specialmente nelle colonie africane stabilire una distanza netta


tra bianchi e neri; occorre difendere la razza bianca, giacché essa ha con-
tribuito alla creazione della più alta civiltà attuale, mentre gli africani ed
ancora più i meticci anziché rivelarsi suscettibili di progresso mostrano
segni palesi di tendenza al regresso.

La polemica contro la promiscuità tra indigeni e cittadini italia-


ni, contro ogni forma di mescolanza e contro ogni contaminazione
fu sviluppata su più fronti. Fu diretta anzitutto contro altre potenze
coloniali cui si rimproverava di avere chiuso la strada delle colonie
all’Italia e soprattutto di rappresentare, con i loro comportamenti
nei confronti degli indigeni, un pericolo e un tradimento della razza
bianca. Obiettivo della polemica erano principalmente la Francia e
la Gran Bretagna. Alla Francia soprattutto, la cui politica di larga na-
turalizzazione di sudditi coloniali suscitava lo sdegno del razzismo
fascista, si rivolsero gli strali della stampa e della pubblicistica, che

34
rigettavano qualsiasi modello assimilazionista considerato l’antica-
mera della corrosione e della corruzione della razza bianca e quindi
del suo degrado e della sua decadenza. Era da questa contrapposi-
zione che si voleva trarre la legittimazione dell’Italia a farsi portatri-
ce in Africa non soltanto dei propri interessi nazionali e imperiali,
ma anche dei valori di una superiore civiltà in rappresentanza
dell’Europa minacciata e tradita dalle altre potenze. Peggio degli
africani naturalizzati erano i «meticci», i «bastardi», i figli di unioni
considerate pericolose per la purezza della razza. La fobia della con-
taminazione divenne una vera e propria ossessione, nella quale, co-
me sempre, furono in primissima linea i Cipriani, i Chiurco e tanti
altri corifei del nuovo razzismo. All’assimilazionismo di Francia e In-
ghilterra la pubblicistica fascista oppose la separazione netta, la non
fraternizzazione tra cittadini italiani e indigeni, sfiorando più di una
volta il senso del ridicolo. In un manuale di storia e politica colonia-
le edito nel 1938 si poteva leggere, tra le altre piacevolezze:

Ma non devesi fraternizzare con gli indigeni, né usare del loro lin-
guaggio per accorciare le distanze o per esprimere frasi scurrili che fan ri-
dere gli ascoltatori.
Occorre sentirsi sempre distanti dagli indigeni, per conoscerli meglio.
Solo salendo sopra un campanile, voi vedrete bene il panorama del paese.
Mantenere il prestigio: ecco una norma assiomatica e permanente.

Alla degenerazione biologica della razza superiore, che sarebbe


derivata dalla contaminazione o mescolanza con razze presunte in-
feriori, teorizzata da antropologi e scienziati sociali razzisti come
quelli citati dianzi, il regime fascista avrebbe associato, nella costru-
zione di una razza superiore, il problema della conservazione del
prestigio della razza, come sintesi di un insieme di comportamenti
non immediatamente traducibili in danni biologici o fisici, ma valu-
tabili piuttosto in termini morali e sociali. Nel complesso il meticcio
non soltanto viene considerato un essere di razza inferiore ma il suo
stesso concepimento è il risultato di un impoverimento della razza
superiore per effetto della mescolanza con una razza inferiore dalla
quale la prima è stata contaminata. Gli studi degli ultimi anni hanno
messo in evidenza la diffusione di un «razzismo mixofobico»
(l’espressione è di G. Gabrielli) che cresceva al margine della con-
quista dell’Etiopia via via che si rendeva sempre più inevitabile e al

35
tempo stesso frequente il contatto tra popolazione italiana e popo-
lazioni locali.
In questo contesto cresceva «questa nuova fobia dell’incrocio
razziale» (sempre G. Gabrielli), dalla quale sarebbero scaturiti i pri-
mi provvedimenti legislativi destinati a influenzare su un piano più
generale gli orientamenti di una politica razzistica del regime, ali-
mentata dalle scoperte pseudoscientifiche cui abbiamo fatto riferi-
mento, ma soprattutto dall’enfatizzazione propagandistica che dalla
stampa d’informazione a quella più intrinsecamente fascistizzata, a
quella di costume e per l’infanzia, trasmetteva l’immagine del negro
in cui si alternava il paternalismo del mito del buon selvaggio e la
deformazione fisica del negro in cui i caratteri fisici (le labbra, i pie-
di, le mani) venivano grossolanamente ingigantiti non solo per mar-
carne l’alterità, la diversità, ma soprattutto per sollecitare nell’osser-
vatore l’orrore e il ribrezzo. Prima ancora che nelle leggi, la distan-
za doveva poggiare sulla predisposizione psicologica.
Una volta stabilito il principio di massima della distinzione tra
cittadini e sudditi, formalizzata dopo la conquista dell’impero con la
legge organica costitutiva dell’Africa orientale italiana (principio de-
stinato ad avere valenza generale per tutte le colonie) del 1° giugno
1936, essendo stabilito che suddita diventava la donna italiana che
andava sposa a un suddito e che sudditi erano i figli di padre suddi-
to, l’attività legislativa si preoccupò di regolamentare più da vicino
le relazioni interpersonali tra le due categorie di soggetti, si trovas-
sero a vivere in Africa orientale o nel territorio metropolitano. In
realtà, l’area della separazione superava di molto la sfera delle rela-
zioni interpersonali, perché investiva il campo del lavoro, dei tra-
sporti, dell’istruzione, degli alloggi, dell’urbanistica in generale se si
tiene presente come nel piano regolatore di Addis Abeba (e di altre
località) si realizzasse di fatto la separazione del quartiere italiano dai
quartieri indigeni, sicché negli studi oggi gli storici parlano senza eu-
femismi e senza reticenze di apartheid (valgano per tutti l’opera di A.
Del Boca e gli studi di N. Labanca e di una più giovane generazione
di storici). È evidentemente in contrasto con questi orientamenti in-
terpretativi la versione che ne diedero allora studiosi anche seri ma
sostanzialmente in sintonia con il regime, come quando, secondo
una forma mentis che dava per scontato che quello e non uno diver-
so dovesse essere il comportamento della parte conquistatrice, si
scriveva:

36
Informata ad una politica coloniale, non di segregazione, ma di di-
scriminazione razziale ai fini del prestigio della razza dominante di fron-
te a quella nativa dominata, la legislazione italiana sulla condizione giuri-
dica degli abitanti dell’A.O.I. trova il suo logico complemento organico
nella legislazione sui rapporti fra cittadini e sudditi (G. Mondaini).

Nei fatti, ma anche di diritto, nessun artificio retorico avrebbe


potuto smentire la realtà di un effettivo separatismo e segregazioni-
smo come connotato caratterizzante dei rapporti interraziali e inter-
personali.
Il primo provvedimento segregazionista fu il RDL 19 aprile 1937
n. 880 (che sarebbe stato convertito in legge il 30 dicembre 1937) re-
lativo alle relazioni d’indole coniugale tra cittadini e sudditi. Il testo
della legge, racchiusa in un unico articolo, era molto semplice:

Il cittadino italiano che nel territorio del Regno o delle Colonie tiene
relazione d’indole coniugale con persona suddita dell’Africa Orientale Ita-
liana o straniera appartenente a popolazione che abbia tradizioni, costumi
o concetti giuridici e sociali analoghi a quelli dei sudditi dell’Africa Orien-
tale Italiana, è punito con la reclusione da un anno a cinque anni.

Con questa disposizione si volevano affrontare almeno due pro-


blemi: la prosecuzione di un costume di convivenza con donne in-
digene di cui gli italiani residenti nelle colonie africane anche nel pe-
riodo precedente alla conquista dell’Etiopia erano stati protagonisti
(la figura del «madamato») e, di conseguenza, l’origine della pro-
creazione di «meticci». Non siamo in grado rispetto all’epoca in cui
fu emanata la norma di precisare l’entità dei due fenomeni, così stret-
tamente collegati, e di realizzarne quindi l’incidenza sociale. Non si
era ancora al divieto di ogni rapporto sessuale tra cittadini metro-
politani e sudditi dell’Africa orientale italiana, ma ne erano state po-
ste le premesse. Questa prima legge colpiva duramente con la reclu-
sione il cittadino italiano e non la «persona suddita», il nativo o la
nativa, evidentemente nella presunzione che la maggiore responsa-
bilità spettava a chi, appartenendo alla razza superiore, si abbassava
a intrattenere quel tipo di rapporto con persona di razza inferiore.
In questo contesto l’inserimento, il 17 novembre del 1938, dei Prov-
vedimenti per la difesa della razza italiana nel quadro della campagna
contro gli ebrei che proibivano il matrimonio tra i cittadini italiani

37
di razza ariana e «persona appartenente ad altra razza» perfeziona-
va e generalizzava il principio contenuto in nuce nel decreto
dell’aprile del 1937, proclamando l’illecito penale del matrimonio al-
le condizioni prescritte. La confluenza a questo punto tra legislazio-
ne razzista coloniale e legislazione antiebraica esprimeva un nesso lo-
gico e concettuale assolutamente indissociabile: erano due rami che
discendevano dallo stesso tronco. Come bene si esprime Maiocchi:
«L’immagine del negro universalmente diffusa tra gli italiani sarà il
cavallo di Troia con cui il razzismo antisemita verrà fatto penetrare
in Italia».
Il decreto dell’aprile del 1937 non era che il primo passo della co-
dificazione del razzismo contro gli indigeni. Portata ancora più am-
pia ebbe infatti la legge 29 giugno 1939 n. 1004, che prevedeva il
nuovo reato di «lesione del prestigio della razza» e prescriveva per-
tanto «sanzioni penali per la difesa del prestigio di razza di fronte ai
nativi dell’Africa italiana». Ma che cosa si doveva intendere per «le-
sione del prestigio di razza»? Era questo anzitutto, secondo la legge,
«l’atto del nativo diretto ad offendere il cittadino nella sua qualità di
appartenente alla razza italiana o, comunque, in odio alla razza ita-
liana». Le pene comminate questa volta toccavano il cittadino ma
punivano anche e in misura aggravata il nativo che avesse commes-
so reato «in circostanze lesive del prestigio della razza», peggio an-
cora se con dolo. La nuova legge non riguardava soltanto gli aspetti
delle relazioni sessuali, ma aveva un campo d’intervento pratica-
mente senza confini, sia che il cittadino si fosse piegato a un rappor-
to di lavoro alle dipendenze di un nativo, sia che frequentasse luo-
ghi (esercizi pubblici, cinematografi, ecc.) riservati ai nativi, sia che
desse pubblico scandalo mostrandosi in stato di ebbrezza in luogo
riservato ai nativi o in luogo pubblico. Reati per i quali si sarebbe do-
vuto procedere solo su querela di parte, ma che se commessi in un
contesto che ne configurava il carattere di lesione del prestigio di
razza diventavano perseguibili d’ufficio. Quello che già conosciamo
dei pronunciati della magistratura per la punizione dei reati appena
citati conferma che l’obiettivo della legge era quello di conseguire la
misura più rigorosa possibile di separazione tra cittadini e nativi,
contraddicendo peraltro alla situazione di fatto che si era creata con
l’afflusso sempre più intenso di cittadini metropolitani in Africa e
quindi con l’intensificazione necessitata di contatti con i nativi che
esponevano tutti i soggetti richiamati al rischio raddoppiato di com-

38
mettere il reato di nuova invenzione, costringendo la stessa magi-
stratura a fare le figure grottesche che ci sono descritte da talune sen-
tenze. Ma perché accennare a questa problematica in questa sede?
È necessario farlo non soltanto per ribadire il nesso tra legislazione
razzista contro gli indigeni e legislazione antiebraica, ma anche per
sottolineare il clima di fanatismo e di parossistico odio razzista che
si voleva instaurare nel paese, rendendo più credibile e quasi natu-
ralmente accettabile la lotta contro gli ebrei come gruppo minorita-
rio razzialmente diverso.
L’ultimo anello di questa catena progressiva di separazione tra
razzialmente puri e appartenenti a razze inferiori fu costruito, quan-
do ormai anche la legislazione contro gli ebrei aveva completato buo-
na parte del suo itinerario, con l’emanazione delle «norme relative a
meticci» della legge 13 maggio 1940 n. 822. Come risulta dalle sue
disposizioni, la ratio della legge consiste essenzialmente nel negare la
qualifica di cittadino al meticcio; essa anzi nega la figura stessa del
meticcio per assimilarlo in ogni circostanza al nativo. Infatti l’art. 2
della legge, che ne esprime la filosofia, prescrive che «il meticcio as-
sume lo statuto del genitore nativo ed è considerato nativo a tutti gli
effetti»; come corollario della legge il nativo non poteva essere rico-
nosciuto dal genitore cittadino né portarne il cognome, né il metic-
cio poteva frequentare scuole che non fossero quelle per nativi. In al-
tri termini, l’ossessione contro le contaminazioni razziali era giunta
al parossismo di fare scomparire la categoria stessa dei meticci, che
venivano riassorbiti in tutto e per tutto dai nativi. Ad avviso degli stu-
diosi più autorevoli l’Italia si era avviata a diventare nelle colonie la
capofila di un sistema di apartheid; se non lo diventò fu per le nu-
merose trasgressioni con le quali furono aggirate le norme segrega-
zioniste e per il semplice fatto che la breve durata dell’impero, tra-
volto dalla ribellione indigena e dalla seconda guerra mondiale, non
consentì che il sogno segregazionista avesse il tempo di realizzarsi.
3.
La campagna contro gli ebrei
Prima fase: la propaganda

Abbiamo visto come la guerra contro l’Abissinia abbia rappresenta-


to un passaggio fondamentale per la messa a punto di un indirizzo
razzistico nella politica del fascismo in relazione ai problemi dell’im-
pero e alle conseguenze che ne derivarono nei rapporti con le popo-
lazioni dei territori africani conquistati dall’Italia. Ma contempora-
neamente alla retorica dell’impero, indissociabile dalla messa a pun-
to dello statuto di apartheid per le popolazioni occupate, il regime
affrontava una fase di rilancio interno, che, passando attraverso una
sorta di rinnovamento del costume fascista, si riprometteva di dare
al popolo italiano maggiore consapevolezza della potenza nazionale
che con l’impero era stata conseguita e un senso di rigenerazione de-
stinato a dare maggiore fierezza e combattività al popolo italiano. Il
regime pretendeva di entrare in una fase nuova che doveva coinci-
dere con la costruzione, come si disse, dell’«uomo nuovo», dell’uo-
mo nuovo fascista consapevole di questa sua nuova identità. Musso-
lini in persona riteneva di poter infondere al popolo italiano il colpo
d’ala che ne dovesse esaltare le virtù guerriere e sferzare soprattutto
la borghesia, che si era adagiata sui ritmi del quieto vivere, nella spe-
ranza di attrezzarla per affrontare un nuovo ciclo di avventure e di
realizzazioni.
Al di là dell’appena conclusa impresa africana, era lo stesso con-
testo internazionale sul quale aveva pesato l’isolamento nel quale la
guerra d’Africa aveva posto l’Italia che sollecitava una sorta di ten-
sione e di preparazione permanente in armi. L’inizio della guerra di

40
Spagna, a un paio di mesi dalla conclusione ufficiale delle operazio-
ni contro gli eserciti del Negus, ma non certo dalla «pacificazione»
dell’Etiopia, intervenne a sottolineare una sorta di stato di all’erta
permanente, di ininterrotta tensione politica ed ideologica. La guer-
ra di Spagna contribuì a meglio definire la contrapposizione degli
schieramenti che era già stata anticipata in occasione della campa-
gna africana allorché l’Italia si trovò a fronteggiare le sanzioni della
Società delle Nazioni attraverso il ruolo diverso (talvolta vero e pro-
prio gioco delle parti) che vi svolsero Francia e Inghilterra. Al di là
dello scontro tra potenze, la Spagna esaltò ulteriormente lo scontro
tra il fascismo e le democrazie occidentali, tanto più che di fronte al-
la guerra civile si andò cementando il fronte unito di Italia e Ger-
mania con la creazione dell’Asse. Fu in questo contesto che l’inci-
piente propaganda contro gli ebrei si fuse e si potenziò con la pole-
mica contro la democrazia come sistema (prima ancora che contro
le democrazie come Stati e come potenze) considerata, con un ripe-
scaggio di vecchi temi dell’antigiudaismo cattolico ottocentesco, fi-
glia di tutti i mali e le eresie generati dalla Rivoluzione francese, la
massoneria, il socialismo, il comunismo.
L’antisemitismo fascista è sicuramente figlio di questa temperie e
di questa congiuntura. Se i provvedimenti legislativi ed amministrati-
vi contro gli ebrei furono adottati a partire dal 1938, come si vedrà nel
capitolo prossimo, è sicuramente nel corso del 1937 che Mussolini e
il regime pervennero alla decisione di dare avvio anche in Italia all’an-
tisemitismo di Stato, ossia alla campagna programmata e sistematica
contro gli ebrei. L’addensarsi nel corso del 1937 di una consistente se-
rie di manifestazioni pubblicistiche, se non si può considerare pura
emanazione di una centrale pianificatrice, non si può valutare nep-
pure alla stregua di una coincidenza puramente casuale: quelle mani-
festazioni erano espressione infatti di un clima di cui elementi vicini
al regime andavano percependo il montare e la consistenza, sicché es-
se venivano a trovarsi in sintonia con una svolta potenziale del regi-
me, di cui anticipavano prese di posizione o alla quale fornivano ar-
gomentazioni e consenso. Per questo l’addensarsi di queste manife-
stazioni nel corso del 1937, al di là della mera occasionalità, non può
non essere considerato il sintomo di una situazione in via di evoluzio-
ne, comunque, di umori che già circolavano nel paese.
D’altronde la personalità di alcuni degli autori delle iniziative pub-
blicistiche alle quali facciamo riferimento è di per sé significativa del

41
fatto che le loro prese di posizione non si potessero considerare sol-
tanto come alcune tra le tante o collocate a un livello meramente pri-
vato. E ciò va detto in primo luogo per la più rilevante tra di esse, la
riflessione su Gli ebrei in Italia di Paolo Orano, apparsa appunto pres-
so l’editrice Pinciana nella primavera dell’anno XV dell’era fascista
(1937). Proveniente dal sindacalismo rivoluzionario, fattosi esponen-
te della tradizione cattolico-nazionalista del primo fascismo, Paolo
Orano era tra i più autorevoli rappresentanti di una cultura fascista.
Fecondo esaltatore e divulgatore del pensiero di Mussolini, rettore
dell’Università per stranieri di Perugia, una delle roccaforti politico-
propagandistiche per la diffusione del fascismo e insieme per la con-
quista di consensi presso pubblici stranieri, collaboratore di «Gerar-
chia», del «Popolo d’Italia» e di numerose altre testate di punta del
giornalismo di regime, Orano non era personaggio i cui interventi po-
tessero passare inosservati. C’è da pensare che quando lo pubblicò, il
suo libro fungesse come qualcosa di più di un semplice ballon d’essai
in previsione della campagna razziale. Soltanto una ricerca accurata
sulla genesi di questo lavoro potrebbe consentire di stabilirne l’esat-
ta collocazione nel quadro della campagna antiebraica.
Quali eventi particolari indussero Orano a riaprire un problema
ebraico in Italia e a riproporre con forza la necessità di mettere gli
ebrei con le spalle al muro costringendoli a riconoscere l’incompati-
bilità tra identità ebraica e identità nazionale italiana? Sembra diffi-
cile poter attribuire l’origine del libro unicamente alla periodica po-
lemica contro il progetto inglese di Stato ebraico in Palestina alla lu-
ce dello sconvolgimento dell’equilibrio mediterraneo provocato dal-
la rottura dello status quo mediterraneo della guerra d’Africa. Il sot-
tinteso prevalente di un appello a serrare le file ne riporterebbe l’ori-
gine a motivazioni tutte interne al fascismo e agli equilibri di ten-
denze nel suo ambito, senza che sia possibile sciogliere il dilemma se
si volesse colpire una minaccia attuale del sionismo o strumentaliz-
zarne semplicemente il presunto pericolo per fini interni.
Il libro o libello di Paolo Orano muoveva dalla denuncia della ri-
vendicazione di una identità separata ebraica per pervenire a una va-
lutazione riduttiva se non apertamente denigratoria (o svalutativa)
dell’ebraismo italiano. Per questa via l’autore perveniva alla conclu-
sione di intimare agli ebrei di integrarsi interamente nella società na-
zionale e nella religione di Stato o di subire le conseguenze (peraltro
ancora non specificate) del loro separatismo. Una delle prime ragio-

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ni che ad avviso dell’autore legittimavano una simile richiesta risiede-
va anzitutto nella «legittima difesa del patrimonio nazionale nostro in
ogni campo e manifestazione, al centro del quale sta l’immensa opera
della Chiesa che è tutta romana, tutta italiana» e nella convinzione che
l’ebraismo italiano non aveva dato nella storia d’Italia un contributo
rilevante, a differenza di quanto era accaduto con la cultura tedesca o
con quella francese («Il genio ebraico si sarà speso per la Germania,
per la Francia, per l’Inghilterra. Per l’Italia, no»).
Tutto ciò autorizzava a parlare agli ebrei italiani «con franchez-
za, con estrema decisione». Il messaggio era rivolto in particolare al
sionismo e al suo organo «Israel» che si stampava a Firenze, che si
adoperava per «tener vivo il senso della razza, della religione, della
tradizione», ciò che giustificava le preoccupazioni degli italiani pro-
prio nel momento in cui si presentava con caratteri di attualità il pe-
ricolo della creazione di «un altro stato nel bacino orientale del Me-
diterraneo, già così irto di complicazioni e pericoli», con evidente al-
lusione al sorgere di un eventuale Stato ebraico in Palestina, che non
poteva non costituirsi come creatura della Gran Bretagna. Ne deri-
vava fra l’altro il pericolo che l’Italia «colonialmente imperiale in
Africa» fosse spinta dal sionismo ad assumere un atteggiamento osti-
le agli arabi e in genere alle popolazioni musulmane. Ma il messag-
gio di Orano non era rivolto soltanto agli ebrei e ai sionisti, esso vo-
leva rivolgersi direttamente anche al regime che aveva fin qui «la-
sciato che gli ebrei d’Italia s’infervorassero per l’impresa sionistica,
mettendo in valore negli ultimi tempi il risentimento dei correligio-
nari di Germania, anche in questo caso con la più beata indifferen-
za a quelli che possono essere e sono gli svolgimenti politici dei rap-
porti tra Germania nazista ed Italia fascista». Insomma Orano stri-
gliava il regime per un eccesso di tolleranza, che trascurava anche le
responsabilità della «ostentazione del razzismo ebraico» nell’«ac-
camparsi dell’antisemitismo tedesco».
Era un forte rimprovero alle azioni mancate del fascismo che do-
veva servire per battere ora il tasto dell’urgenza della soluzione del
dilemma. «Dico che in Italia l’ebreo per uscire di settarismo semiti-
co, deve tenersi esclusivamente alla politica dei sentimenti e delle
manifestazioni, il che equivale a dire senza tante sinuosità di parole,
fare il fascista e nient’altro. Se la sente e la vive da sionista, non è fa-
scista, a meno che alla dichiarazione faccia immediatamente seguire
l’imbarco per Erez Israel ed il suo trapiantamento con tutta la fami-

43
glia nella terra per l’ebraizzazione della quale tanto si dà da fare nel
bel paese d’Italia».
Si potrebbe sottilizzare sulla confusione implicita in tutto il di-
scorso di Orano tra sionisti ed ebrei: in realtà, l’obiettivo dello scrit-
tore sembra quello di colpire l’ebreo in quanto tale sottolineandone
in ogni modo l’estraneità alla nazione italiana, indipendentemente
dalle strumentali polemiche contingenti (l’essere al soldo degli in-
glesi o fare i burattinai del «governo ebraico di Francia, con a capo
Leone Blum»). Insomma «l’ebraismo risulta come la principale for-
za perturbatrice delle società europee», al punto che non bastavano
più neppure le dichiarazioni di lealismo dei «bandieristi» o di Etto-
re Ovazza, nei quali resisteva ancora un residuo di «separatismo»
ebraico che andava pur esso liquidato: perché rivendicare le loro be-
nemerenze patriottiche separatamente dal resto degli italiani?
A questo punto dai moniti si passava alle minacce. «Non v’è bi-
sogno di spendere troppe parole per far capire agli ebrei ebreizzan-
ti sionisti [...] che cosa significa in Italia il regime concordatario e to-
talitario fascista. Ogni proselitismo che non abbia per finalità l’ac-
crescimento del sentimento patrio è reato. Ogni partecipazione ad
imprese extranazionali, come il sionismo, è un affronto fatto al sa-
crosanto esclusivo dovere di vivere e pensare e lottare e sacrificarsi
per gli sviluppi dell’Italia imperiale fascista».
Agli ebrei italiani si poneva il dilemma di dissociarsi dagli ebrei
del resto del mondo o di subire un nuovo ghetto:

Gli ebrei d’Italia si trovano nella necessità di separare la loro respon-


sabilità da quella dei correligionari di tutti gli altri paesi [...]. L’ebraismo
europeo è antifascista e sovversivo [...]. Gli italiani di religione ebraica
debbono dunque fare intendere di schierarsi contro tutti i correligionari
d’Europa.

Non possono avere alcuna pretesa gli ebrei d’Italia proprio per il
«contributo modesto» che hanno dato alla storia e alla cultura ita-
liana. Ad essi si può chiedere solo di allinearsi e basta, di cessare di
aiutare i profughi tedeschi, di rompere ogni legame con la politica
britannica.

Ogni dichiarazione [...] di obbedienza, di fedeltà, di consenso alla Pa-


tria, fuori della potente recisa tangibile separazione degli ebrei italiani

44
dall’ebraismo mondiale e quindi dal sionismo e quindi dall’antinazismo,
altro non è che una ipocrita e paurosa ostentazione.

L’attacco di Orano non era più soltanto all’ebraismo come tale e


al singolo ebreo: esso coinvolgeva l’ebraismo istituzionalizzato at-
traverso le comunità, alle quali si chiedeva di diventare null’altro che
cellule di educazione e di propaganda fascista. Nessuno fino allora
aveva osato porre il problema in questi termini e per questo non è
pensabile che l’intervento di Orano fosse espressione di una estem-
poranea sortita individuale e non di un sondaggio di regime volto a
saggiare la tenuta e le reazioni dell’ebraismo italiano, ma anche le
reazioni della società italiana nel suo complesso. Diretta era dunque
la chiamata in correità delle comunità: «Per le comunità è arrivato il
giorno del redde rationem […]. È il problema che deve essere aboli-
to» era la conclusione neppure tanto sibillina dello scrittore fascista.
Il libello di Paolo Orano era una dichiarazione di guerra a tut-
to campo nei confronti degli ebrei italiani. Voleva colpire i sionisti
di «Israel», ma colpiva in maniera forse anche più dura gli ebrei fa-
scisti della «Nostra bandiera». Se per «Israel» fu relativamente fa-
cile confutare le tesi di Orano, una dichiarazione indiretta che esse
non rappresentavano l’opinione di un privato qualunque, che co-
munque non era portavoce del plauso che in organi ufficiali del re-
gime fu riservato loro, fu la recensione sul «Popolo d’Italia». Essa
attesta che era già avvenuto un cambiamento sostanziale della linea
del regime verso la questione ebraica, e ciò indipendentemente dal
fatto che la linea d’attacco proposta da Orano sul terreno preva-
lentemente politico-religioso-culturale rispondesse all’impostazione
razzista che sembra si possa convincentemente attribuire a Musso-
lini già in quest’epoca. Restava comunque il fatto che l’esito finale
delle due diverse impostazioni – costringere gli ebrei a dissociarsi
da ogni posizione coincidente con espressioni dell’ebraismo inter-
nazionale e annullare quindi ogni segno di una loro autonoma iden-
tità – tendeva a convergere verso l’annullamento della sopravvi-
venza dell’ebraismo come soggetto autonomo. Naturalmente, il
prevalere, come sarebbe avvenuto, dell’impostazione razzista
avrebbe portato questo annullamento alle estreme e più radicali
conseguenze perché, se di questione razziale doveva trattarsi, non
sarebbe bastata alcuna dichiarazione di abiura o di rinuncia a mo-
dificare la sostanza dell’ebraismo.

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Ma ancora più imbarazzante la campagna lanciata da Orano do-
veva rivelarsi per gli ebrei fascisti che dall’inizio del 1936 erano im-
pegnati nella lotta interna all’ebraismo italiano per il controllo
dell’Unione delle comunità. Se l’appello di Orano poteva coincide-
re in buona parte con il programma che uno dei leader bandieristi,
Guido Liuzzi, aveva enunciato sin dall’anno precedente in una pub-
blicazione dall’eloquente titolo Per il compimento del dovere ebraico
nell’Italia fascista – in cui l’unico sottile filo di dissenso rispetto alle
enunciazioni di Orano poteva essere la fiacca conferma della solida-
rietà con gli ebrei perseguitati (e l’allusione era allora generalmente
intesa alla Germania, e non poteva essere diversamente, con riferi-
mento a quanto si stava verificando nella Germania nazista) – Etto-
re Ovazza, già condirettore della «Nostra bandiera» e autore di un
libello dal titolo Sionismo bifronte (uscito nel 1935) – in cui, ripren-
dendo gli articoli che era andato scrivendo sul giornale bandierista
aveva anticipato dall’interno dell’ebraismo alcuni dei principali temi
della polemica di Orano – cercava di conciliare ebraismo, patriotti-
smo e fascismo senza riuscire a dare convincente espressione all’au-
tonomia dell’ebraismo. Per certi aspetti la polemica antisionista dei
bandieristi era ancora più violenta di quella di Orano, anche se non
poteva agitare nei confronti del sionismo l’arma delle minacce che il
regime avrebbe potuto trasformare, come sarebbe avvenuto, in stru-
menti ben altrimenti operativi.
Ma che in quello stesso frangente (all’alba del 1937) si costituis-
se il Comitato degli italiani di religione ebraica, che tendeva ad es-
sere molto di più di una semplice corrente all’interno dell’ebraismo
italiano, in quanto si poneva come organismo tendente a contestare
l’autorità stessa dell’Unione delle comunità e a porsi come alternati-
va alla struttura tradizionale dell’ebraismo italiano, era il segno non
solo di una crisi profonda che attraversava l’ebraismo, ma anche di
quanto l’attacco fascista stesse facendo breccia al suo interno; né si
può interpretare il nuovo organismo come un espediente difensivo
per proteggere l’ebraismo italiano dagli annunciati mali peggiori.
Era sicuramente una traduzione istituzionale del programma dei
bandieristi in un estremo tentativo di rendere credibile la saldatura
tra ebraismo e fascismo e, non volendo credere a radici autoctone di
un antisemitismo italiano, per ricercare e rigettare unicamente verso
l’esterno, appunto nell’internazionalismo sionista, la matrice politi-
ca e culturale dell’antisemitismo e quindi anche di un antisemitismo

46
italiano. Il fatto che questa corrente riuscisse a conquistare la mag-
gioranza in alcune delle più importanti comunità ebraiche (a Roma,
a Torino, a Firenze, a Venezia, a Livorno) confermava l’avvenuta
spaccatura dell’ebraismo italiano e certamente anticipava una incri-
natura della possibile capacità di difesa di fronte a un eventuale e a
questo punto prevedibile attacco frontale del regime.
Le reazioni nel mondo ebraico alle pressioni e al nuovo corso im-
presso dai bandieristi sono significative non solo dello sbandamen-
to che si stava diffondendo nell’ebraismo, ma anche della mancanza
di consapevolezza delle conseguenze che potevano maturare nella
politica governativa. Se da una parte era evidente l’ormai quasi com-
pleta identificazione dei bandieristi con posizioni come quelle di
Orano – Ovazza non aveva risparmiato in questo senso riconosci-
menti al libello di Orano affermando che riguardo al sionismo ave-
va scritto pagine «mirabili e definitive» – altrettanto evidenti erano
l’imbarazzo e la prudenza con i quali si muovevano le comunità e
l’Unione delle comunità, al punto da sollecitare lo stesso giornale
«Israel» ad auspicare maggiore incisività, «maggiore vivacità» da
parte dell’Unione e nei suoi rapporti con le singole comunità: una
sorta di invito ad uscire allo scoperto e a pronunciare una parola
chiara.
La crisi interna dell’ebraismo si approfondiva parallelamente
all’intensificarsi della propaganda antisemita. In questo stesso anno
1937 vide la luce, ad opera della casa editrice della rivista di Prezio-
si, una nuova ristampa di quel fortunato falso storico che furono I
«Protocolli» dei «Savi Anziani» di Sion, che in Italia non si ristampa-
vano dal 1921. La nuova edizione era accompagnata da una intro-
duzione di uno degli astri teorici del razzismo italiano, Julius Evola.
Non sappiamo esattamente il contributo che questo testo diede alla
diffusione del mito e delle menzogne sul complotto dell’Internazio-
nale ebraica; la terza edizione, che fu stampata all’inizio del 1938, si
attestò sul trentacinquesimo migliaio, che per il mercato italiano era
comunque una buona quota. Pur essendo consapevoli che anche di
recente la magistratura svizzera, in un processo che aveva attratto
l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, aveva negato l’auten-
ticità dello scritto che dall’inizio degli anni Venti era uno dei testi sa-
cri di qualsiasi campagna antisemita, i promotori della nuova ri-
stampa dichiaravano disinvoltamente secondario il problema della
sua autenticità per sottolinearne viceversa la veridicità nel merito.

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Furono indubbiamente i Protocolli il veicolo per la diffusione nel
mondo di quel «piano della guerra occulta» che si attribuiva all’ebrai-
smo internazionale, per scardinare l’ordine della società esistente e le
strutture capillari tradizionali di quest’ordine a cominciare dalla fa-
miglia. Nella sintesi che ne faceva Evola «una tattica occulta guida, al-
lo stesso fine, i conflitti internazionali più decisivi, la finanza ebraica
arma oculatamente il militarismo, mentre dall’altra parte l’ideologia
ebraico-massonica del liberalismo e della democrazia prepara oppor-
tuni schieramenti». Non si sa bene per quale sottile astuzia della ra-
gione la centrale della finanza ebraica internazionale aveva allestito la
messa in scena della stessa Rivoluzione russa per preparare e per assi-
curare, attraverso il crollo della Russia, il trionfo della potenza
dell’ebraismo. In quello stesso 1937 Evola aveva dato alle stampe Il
mito del sangue. Ora, fra l’altro – contrariamente a qualche equivoco,
diffuso probabilmente da chi non lo ha letto, su questo filosofo del
razzismo italiano – con il suo razzismo «spirituale», Evola non rap-
presenta in alcun modo l’antesignano di una versione edulcorata del
razzismo antisemita al confronto con il biologismo del razzismo nazi-
sta: il razzismo spirituale del quale parla Evola vuole partire appunto
dal dato biologico, che gli pare ancora troppo rozzo e deterministico,
per sublimarlo e portarlo a pieno compimento «sul piano dello spiri-
to», ossia sul piano metafisico. In tal modo Evola intendeva poten-
ziare e nobilitare, e non già attenuare, il razzismo, avvolgendolo in una
nebulosa filosofeggiante e scrostandolo di quel tanto di ruvido antro-
pologismo che, a suo modo di vedere, lo rendeva poco appetibile an-
che agli occhi di un paganesimo latino che a suo modo era anch’esso
figlio dell’ipocrisia della tradizione cattolica.
Il fascino dell’occulto, che fu comune a tutte le interpretazioni
esoteriche del fascismo e del nazismo, fu certo alla base della fortu-
na della tesi cospirazionista che era al centro dei Protocolli, la cui di-
vulgazione più che al vecchio testo di Nilus fu affidata ai sunti e ai
compendi che ne compilarono tutti gli organi di una stampa di pro-
vincia che li utilizzò quasi a mo’ di romanzo di appendice, con tutte
le varianti locali del caso.
Chi non aveva bisogno della ristampa dei Protocolli per dare sfo-
go al suo antisemitismo era Giovanni Preziosi, che paradossalmente
assumerà funzioni ufficiali nell’apparato di persecuzione degli ebrei
soltanto all’epoca della «soluzione finale», nel quadro dello sterminio
fisico degli ebrei, come cervello della lotta antiebraica nella RSI. Re-

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sta ancora da capire e da spiegare perché Preziosi, che con la sua an-
zianità nella campagna contro gli ebrei che datava almeno dalla pri-
ma guerra mondiale si poteva considerare un precursore, non fu uti-
lizzato istituzionalmente dal regime né prima né durante l’attuazione
delle leggi razziste. Si può pensare a un gioco delle parti: Preziosi era
al posto giusto già prima del 1938; era il direttore di una delle voci più
becere e sbracate e più incontrollate e incontrollabili di un vecchio an-
tisemitismo, la «Vita italiana», e a buon diritto poteva vantare di es-
sere stato un antesignano, l’alfiere ante litteram dell’antisemitismo. Il
suo radicalismo antiebraico è probabilmente all’origine della sua
mancata valorizzazione a livello istituzionale nella fase di attuazione
delle leggi. Come battitore libero, ma autorizzato, come inevitabil-
mente era, dato che in regime fascista nulla poteva avvenire nel cam-
po della stampa che non fosse accetto in sede ufficiale, Preziosi era
probabilmente più utile al regime che come uomo di apparato o di
rappresentanza; la sua polemica infatti poteva andare anche oltre i li-
miti che la peraltro incerta diplomazia di regime cercava di imporre,
collocandosi in prossimità assai vicina ai filonazisti alla Farinacci del
«Regime fascista»: la linea ufficiale del regime ne risultava così più
moderata e al tempo stesso si ostentava il volto di una sorta di dialet-
tica interna nella quale spettava a Mussolini fungere da arbitro, da me-
diatore e moderatore.
Non ufficializzando il radicalismo verbale di Preziosi il regime
conseguiva un doppio risultato: verso l’esterno agiva da moderatore,
verso l’interno dell’area del partito e delle organizzazioni collaterali
giovanili e sindacali apriva una valvola di sfogo per le posizioni più ra-
dicali che pertanto non venivano respinte, lasciando intendere che la
politica ufficiale avrebbe potuto evolvere anche in quella direzione.
Per quanto sappiamo finora, Preziosi agiva più come eminenza grigia
che come diretto interprete della politica del regime. Ed egli certo non
aveva bisogno di essere incoraggiato dalla ristampa dei Protocolli,
perché se c’era uno che aveva da sempre introiettato la mentalità co-
spirazionista questo era Preziosi, che già dietro l’Aventino aveva visto
la mano della massoneria, dietro la Lega dei diritti dell’uomo e il suo
antifascismo «la capitolazione incondizionata della Francia in mano
dei giudei», dietro la «detronizzazione del Kaiser» in Germania
l’«opera degli ebrei il giorno in cui egli non fu più utile alla loro cau-
sa», ebrei dietro la Repubblica di Weimar, ebrei dietro la Rivoluzio-
ne bolscevica, ebrei dietro «la Lega delle Nazioni che è composta in

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prevalenza assoluta di ebrei e massoni, [che] è lo strumento maggio-
re dell’ebraismo nel mondo e seconderà tutti i piani giudaici»; in ma-
no alla «piovra ebraica» gli Stati Uniti d’America, «il libero paese di
Giorgio Washington, divenuto, attraverso le sette segrete e l’alta ban-
ca, il feudo d’Israele». L’elenco potrebbe continuare all’infinito, poi-
ché dietro ogni evento della politica mondiale, fosse l’elezione presi-
denziale di Roosevelt, le sanzioni della Società delle Nazioni contro
l’aggressione dell’Italia all’Etiopia o la guerra di Spagna, per fermar-
ci agli eventi anteriori al 1938, era sempre in agguato come protago-
nista diretto o ispiratore il giudaismo internazionale. La presenza del-
la congiura ebraica internazionale era per Preziosi una vera e propria
ossessione. Il contributo di Preziosi all’antisemitismo italiano non
consistette in alcuna elaborazione dottrinale se non nella costanza e
nella tenacia con la quale non cessò mai di declinare il tema dell’insi-
dia della cospirazione ebraica; la sua azione fu perciò, e a maggior ra-
gione lo sarà dopo il 1938 e soprattutto dopo l’inizio dell’avventura
bellica, eminentemente denunciatoria, sempre alla caccia nelle uni-
versità o nelle prefetture, nelle forze armate o nel giornalismo, nella
vita economica o nella giustizia di cognomi ebraici da mettere alla go-
gna e in prospettiva da cacciare, senza troppe sottigliezze per i molti
errori nei quali non poteva non incorrere nel suo disordinato censi-
mento. Ma per lui era meglio contare un ebreo in più (anche se non lo
era) che uno in meno. La sua non era l’elaborazione, per aberrante che
potesse essere, di una dottrina razzista, ma la pratica di un metodo
propagandistico. Sicuramente dalla tradizione della «Vita italiana» il
futuro organo ufficiale del razzismo fascista («La difesa della razza»)
mutuerà il metodo delle rubriche di denuncia della presenza degli
ebrei nei vari settori della vita culturale, sociale, economica della so-
cietà italiana.
Nell’agosto del 1937 Preziosi aveva pubblicato nella «Vita italia-
na» una sorta di decalogo – Dieci punti fondamentali del problema
ebraico – che voleva costituire la sintesi dell’ostinata campagna che
per vent’anni – come egli stesso scriverà – aveva martellato nella te-
sta dei suoi lettori e che si riprometteva di continuare «con la stessa
tenacia, senza odio e senza rancore».

1. Ebrei fedeli alla loro tradizione ve ne sono molto di più di quanti si


supponga e si lasci supporre. In buona parte, questa fedeltà concerne un
modo d’essere [...] l’ebreo della tradizione.

50
2. Esiste ed opera una Internazionale Ebraica [...].
3. Gli Ebrei sono d’accordo nell’affermare l’immutabilità e l’inaltera-
bilità di questa «essenza». L’Ebreo resta ebreo qualunque sia la naziona-
lità con la quale si rivesta. L’Ebreo resta ebreo qualunque sia il suo cre-
do politico. L’Ebreo resta ebreo perfino quando si fa cristiano [...].
4. La razza, nell’Ebreo, è lungi dall’essere un puro dato biologico e
antropologico. La razza è la legge [...].
5. La legge non è nella sola Bibbia. È un grosso errore pensare che
l’ebraismo finisca con l’antico Testamento, questo fa tutt’uno col Talmud
[...].
6. La legge ebraica afferma una differenza fondamentale tra l’Ebreo e
il resto dell’umanità [...]. All’Ebreo viene dalla sua legge promesso il do-
minio universale [...].
7. Il Regnum ebraico non è astratto e sovraterreno, ma deve realizzarsi
in questa terra e avere alla sua testa una stirpe ben precisa. E finché ciò
non avverrà, gli ebrei «debbono considerarsi come esiliati e prigionieri».
Dunque essi conseguono un dominio che non sia l’assoluto dominio, do-
vranno accusare un tormento, una indegnità, e dovranno considerare co-
me violenza e ingiustizia ogni legge che non sia la loro. La loro legge ri-
conosce solo all’Ebreo il diritto alla ricchezza.
8. Questi i termini della «vera giustizia», la quale sancisce tanto un di-
ritto, quanto un dovere, per l’Ebreo, il promuovere ogni avversione, ogni
rivolta contro ogni dominante forma d’ordine e di civiltà non ebraica,
qualunque essa sia. La logica stessa della legge impone di distruggere tut-
to, con ogni mezzo, per spianar la via al Regnum d’Israele [...].
9. È miopia vedere nell’azione sovversiva e rivoluzionaria esercitata
incontestabilmente in tutti i campi e in tutti i tempi da elementi ebraici,
qualcosa avente principio e fine a sé stesso [...]. La verità invece è che per
effetto dell’ideale complessivo, l’Ebreo coscientemente o istintivamente
distruttore, è soltanto lo strumento del Regnum; il quale presuppone l’eli-
minazione di qualsiasi altro ordine e di qualsiasi altra civiltà.
10. Risulta da questi nove punti fondamentali il decimo punto, e cioè
che la gran parte delle posizioni dell’antisemitismo restano al disotto del
vero problema: l’idea della razza, della nazione, della contro-rivoluzione,
dell’antibolscevismo e dell’anticapitalismo colpirà questo o quel settore
del fronte ebraico, ma non ne raggiungerà mai il centro. L’antisemitismo
non sorge a pieno, che quando si impugni l’idea di Impero, e alla volontà
di Impero covata da Israele si opponga un’altra volontà di Impero di
uguale dignità e universalità. Ed è l’idea di Roma, l’unico punto saldo di
riferimento che la storia occidentale può offrirci a questo proposito.

Al di là di ogni altra elucubrazione, al punto 3 era chiaramente

51
enunciata l’impostazione razzista del problema ebraico la cui solu-
zione pertanto non poteva consistere che nella distruzione dell’ebrai-
smo stesso o, se si accettava l’esistenza di uno Stato ebraico, nella re-
legazione e nell’isolamento degli ebrei entro la cerchia dei suoi confi-
ni. Anche per Preziosi non era possibile cessare di essere ebrei, il da-
to biologico essendo un dato non modificabile né con un cambia-
mento comportamentale, né con una conversione di carattere reli-
gioso.
Diverso dallo stile di Preziosi nella campagna contro gli ebrei si
mobilita un altro dei giornalisti di regime, esponente di un giornali-
smo d’assalto, Telesio Interlandi. Sin dalla metà degli anni Venti, do-
po essere stato redattore dell’«Impero», Interlandi, sempre per vo-
lere personale di Mussolini, diventa direttore del nuovo quotidiano
fascista della capitale, «Il Tevere», giornale con qualche velleità in-
tellettuale (annovera fra gli altri tra i suoi collaboratori Luigi Piran-
dello), nel quadro della controffensiva fascista dopo il delitto Mat-
teotti, destinato non tanto a fornire l’informazione quotidiana quan-
to a fungere da voce di punta polemica di un fascismo aggressivo im-
pegnato più che sul versante politico in senso stretto (dove del resto
operava con ben maggiore autorità «Il Popolo d’Italia») sul versan-
te della cultura e del costume. La cosa interessante nel contesto del
nostro discorso è che l’antisemitismo appartenne sin dall’origine al
repertorio polemico del giornale, come abbiamo già visto nel capi-
tolo 1 a proposito degli arresti torinesi del 1934. Non può meravi-
gliare pertanto che il nome di Interlandi, che dal 1933 aveva affian-
cato al «Tevere» il settimanale di cultura «Quadrivio», si ponesse in
prima fila nella fase del più massiccio concentramento giornalistico
che fece da battistrada alle leggi del 1938.
Come nel caso di Preziosi, anche l’antisemitismo di Interlandi
muoveva da ascendenze cattoliche che presto si saldarono con una
oltranzista visione razzista, di cui «Il Tevere», che rappresenta fra
l’altro una fonte cospicua di una iconografia razzista di tipo coloniale
oltre che antisemitica del periodo del fascismo, si fece portavoce par-
ticolarmente almeno a partire dalla guerra d’Etiopia. Giornalista
senza scrupoli e scrittore spigliato, Interlandi non portò alcun con-
tributo originale all’antisemitismo dal punto di vista concettuale; fu
soprattutto un divulgatore dalla penna facile dei suoi slogan più
estremistici, anticipando le qualità che lo avrebbero predestinato

52
all’avvio della politica della razza a diventare direttore della «Difesa
della razza».
Nel coro delle voci che agitavano la questione ebraica non poteva
mancare, al di là della commistione della tradizione antigiudaica del
cattolicesimo italiano con il nuovo razzismo di marca fascista, la pre-
senza di voci autenticamente cattoliche. Di provenienza cattolica del
resto era stato uno dei primi libelli apparsi nell’atmosfera che prelu-
se al dispiegamento in grande stile dell’antisemitismo fascista come
antisemitismo di Stato, quello di Alfredo Romanini intitolato Ebrei –
Cristianesimo – Fascismo (1936). Anche nelle posizioni dell’antigiu-
daismo cattolico si riflettevano atteggiamenti diversi, da quelli preva-
lentemente discendenti dall’ispirazione tradizionale della Chiesa, che
tendevano a mantenersi al livello della polemica religiosa più tradi-
zionalista e al più a ribadire la priorità dei privilegi acquisiti nel 1929
dalla Chiesa cattolica e a contenere quindi nei limiti allora stabiliti la
sfera di libertà delle comunità religiose minoritarie, a quelli già imbe-
vuti di contaminazioni razziste che nella loro espressione più com-
piuta furono rappresentati dai cosiddetti clerico-fascisti. Una corren-
te che andava anche oltre la forte condanna del giudaismo e della sua
identificazione con il bolscevismo, fatta propria anche dalla «Civiltà
cattolica» soprattutto a margine e per influenza della guerra civile in
Spagna, per approdare a conclusioni che in nulla differivano da quel-
le del razzismo più esasperato sul piano biologico.
Una variante appunto di queste teorie era il libello di un pubbli-
cista cattolico, uno di quelli che a buon diritto si possono definire
clerico-fascisti, Gino Sottochiesa, che recava il titolo, già di per sé si-
gnificativo di una visione occulto-cospirazionista, Sotto la maschera
d’Israele (1937). A dispetto della sua pretesa scientificità («Voglia-
mo sottoporre questa ‘merce’ [la questione ebraica] all’esame dei
Raggi X, usando all’uopo degli apparecchi scientifici alla bisogna,
epperciò infallibili») e del suo proposito di fare opera di «smasche-
ramento» («Questi apparecchi di precisione, che non sono stati fab-
bricati all’estero, si chiamano: chiarezza latina, giustizia fascista e in-
transigenza cattolica. Tutti portano la marca d’origine romana, in-
confondibile e inimitabile. Si potrà mai dare una garanzia maggiore
e migliore di questa?»). L’autore procede per assiomi e per punti fer-
mi, dove nulla sembrerebbe doversi dimostrare ma tutto è già dato
per dimostrato. Nel suo radicalismo antiebraico, che ha il solo sco-
po di affermare che l’ebraismo è principalmente anticristianesimo e

53
anticattolicesimo, l’autore polemizza essenzialmente con Paolo Ora-
no, che avrebbe l’ingenuità di combattere i sionisti e non gli ebrei in
quanto tali, e con la «Civiltà cattolica», che dimostra altrettanta in-
genuità nel ritenere che la conversione possa cambiare la natura de-
gli ebrei, la quale invece essendo fondata razzisticamente tale è de-
stinata a rimanere deterministicamente.
Non potendo seguire tutti i passaggi della trattazione di Sotto-
chiesa ci limitiamo a riferire almeno i punti fermi dai quali egli pren-
de le mosse.

1. L’Ebraismo costituisce, come sempre ha costituito e costituirà, una


nazione vera e propria, avente in sé tutti i requisiti e le prerogative ine-
renti al concetto classico e storico di «ente nazionale», anche se i com-
ponenti della nazione ebraica sono, per effetto della diaspora (dissemina-
zione), dispersi in tutto il mondo. Questa categorica affermazione deve
levare di mezzo e spezzare una delle più ostinate maschere dell’Ebraismo
contemporaneo, che tende a definirsi soltanto una religione, negando a
sé il carattere indelebile di nazione.
2. Gli Ebrei sono veri e propri stranieri (quando non sono, come qua-
si sempre avviene, addirittura dei nemici) nei singoli Stati che li ospitano,
anche se godono i benefici di una perfetta cittadinanza, e coprono posti
di governo o d’autorità, ed anche se abiurano o abdicano alla loro con-
genita essenza psico-fisica israelitica: poiché il principio razzista ebraico
è di un atavismo insradicabile, insito nel sangue e nello spirito di ogni cir-
conciso. Per questo, anche gli Ebrei viventi in Italia, non uno escluso, so-
no Ebrei come tutti gli altri.
3. L’Ebraismo, pur essendo una nazione-religione a sé (il jehovismo),
tendente secondo una sua fermissima millenaria missione ad una sua pro-
pria costituzione statale indipendente (in ciò tutti gli Ebrei sono sionisti,
anche quelli che dicono di non esserlo), per la sua messianica presunzione
di considerarsi il «popolo eletto», destinato a conquistare tutti i popoli e
tutte le religioni, è essenzialmente internazionalista e intimamente antina-
zionale, con un programma politico-sociale spiccatamente comunista.
4. L’Ebraismo – sia come religione negante il messaggio evangelico
dell’Uomo-Dio, sia come concezione politica e sociale – è la quintessen-
za dell’anti-cristianesimo e dell’anti-cattolicesimo.
5. Il Sionismo attuale – quale realizzazione di uno Stato ebraico in Pa-
lestina sotto l’egida dell’Inghilterra – è lampante e indiscutibile anti-ita-
lianità, non solo, ma anche sentinella avanzata del bolscevismo sulla
sponda orientale del Mediterraneo: quindi grave minaccia per la civiltà
cattolico-europea e inimicizia costituzionale per il Fascismo. E poiché il

54
Sionismo è essenzialmente religione, il suo pericolo e le sue minacce so-
no ancora più manifesti. (Però è grave errore quello di credere che tutto
il problema ebraico debba essere riguardato e sciolto nei soli aspetti del
Sionismo, considerando ingenuamente gli Ebrei che amano mascherarsi
di anti-sionisti come esseri innocui, cioè privi del loro congenito caratte-
re ebraico).

Seguendo la falsariga dell’autore la questione ebraica rischiava di


apparire senza soluzione; in particolare, duro era l’attacco dell’auto-
re a tutti i modi di approccio alla questione da parte del cattolicesi-
mo, che si scontravano con la realtà ineludibile della natura razzista
degli ebrei; tutto il testo non era altro che una dura filippica contro
le ingenuità o le illusioni dei cattolici filoebrei rispetto ai quali Sot-
tochiesa si ergeva a denunciatore dell’infiltrazione ebraica all’inter-
no dello stesso cattolicesimo e a campione dell’ortodossia rispetto al-
le deviazioni filogiudaiche del cattolicesimo. Collaboratore di vec-
chia data del «Tevere» e di «Quadrivio», Sottochiesa non forniva al-
cuna soluzione del problema ma escludendo tutte le soluzioni pro-
poste (la repressione violenta, l’assimilazione, la conversione) giun-
geva alla conclusione interlocutoria che l’avvio alla vera soluzione
consisteva nell’aver preso chiara consapevolezza della sostanza del
problema secondo i punti fermi sopra riferiti. E non meraviglierà,
sulla base di queste premesse, ritrovare pochi mesi dopo il medesi-
mo autore tra i collaboratori della «Difesa della razza», e come era
prevedibile tra le sue voci più estremistiche.
Abbiamo segnalato le produzioni pubblicistiche più rappresen-
tative che, prima ancora della ufficializzazione della campagna con-
tro gli ebrei, contribuirono a diffondere il pregiudizio razzista e ad
anticipare, ne fossero o no consapevoli gli autori o i responsabili di
singole testate giornalistiche, il clima in cui anche per iniziativa di-
retta del Ministero della Cultura popolare (come ormai si chiamava
l’organismo deputato al controllo centralizzato della carta stampata
sotto qualsiasi forma) si sarebbe sistematizzato il fuoco concentrico
della propaganda sul problema della razza. Come già abbiamo anti-
cipato nel capitolo precedente, sull’onda della conquista dell’impe-
ro il trionfalismo razzistico che mise alla berlina l’immagine degli
africani, deturpandone e irridendone le fattezze per dare l’evidenza
fisica della loro inferiorità, fu un tramite formidabile per inoculare
in un pubblico generico, benpensante, non particolarmente colto né

55
sofisticato, animato da senso d’ordine e da spirito di sudditanza al
potere politico e ai modelli di una lealtà indiscussa agli stereotipi del-
la tradizione cattolica, l’assorbimento del discorso razzista come na-
turale prodotto della nuova presenza coloniale dell’Italia. E in que-
sta cornice l’immagine deformata del negro si sovrapponeva facil-
mente ai caratteri fisici deformati dell’ebreo proveniente da una vec-
chia tradizione iconografica di una stampa apparentemente minore.
Come fu mostrato nel 1994 alla già citata mostra bolognese La
menzogna della razza, dalla quale ha tratto origine una nuova stagio-
ne di studi sul razzismo italiano, il regime colse in pieno l’opportu-
nità di convogliare verso gli obiettivi razzistici e l’aggressione agli
ebrei le diffuse testate della stampa satirico-umoristica. Ne apprezzò
evidentemente le possibilità di penetrazione verso un pubblico po-
polare che si nutriva di satire e bozzetti di costume e di quotidianità
in cui attraverso la barzelletta – sfruttando quindi un linguaggio che
spesso ben si può definire subliminale – senza alcuna drammatizza-
zione anzi con la bonarietà del sorriso si trasmettevano messaggi per
nulla bonari e tranquillizzanti, talvolta addirittura truci. Le possibi-
lità grafiche, tipiche di questo genere di stampa popolare, offrivano
l’occasione di esasperare i tratti fisici dell’ebreo, per marcarne la di-
versità ma soprattutto per esprimere in maniera concentrata su un
determinato dettaglio rappresentato in forma deturpata o abnorme
l’indecenza morale oltre che fisica dell’individuo così stigmatizzato.
Attraverso questo tipo di stampa furono pertanto veicolate immagi-
ni repellenti che nel caso degli africani erano evidenziate già dal co-
lore stesso della pelle (l’evidenza del nero era già di per sé un fatto-
re che doveva mettere sull’avviso il lettore), mentre nel caso del-
l’ebreo l’attenzione era catturata generalmente dalla sottolineatura
delle fattezze del naso. La rappresentazione del diverso attraverso la
creazione o l’attivazione di meccanismi psicologici assolutamente
banali doveva indurre il lettore a provare repulsione e scherno per il
soggetto rappresentato e a interiorizzare le linee guida del discorso
razzista.
Al di là quindi della grande stampa, che sarebbe scesa in campo
in maniera organica a fiancheggiamento delle tappe della costituzio-
ne attraverso la legislazione dell’antisemitismo di Stato, la diffusio-
ne di un razzismo più spicciolo, più becero e banale insieme, contri-
buì ad abbattere resistenze di educazione e di costume e ad aprire la
strada all’accettazione anche tacita delle discriminazioni razziali. Un

56
terreno appena sfiorato ancora dalle ricerche che stentano ad accet-
tare la realtà che fogli che hanno inciso sul costume degli italiani, co-
me «L’Italiano» di Longanesi, o «Il Selvaggio» di Maccari, non so-
no stati innocui protagonisti di stravaganze provinciali ma anche
compartecipi dispensatori di veleno razzista, per non dire del «Gior-
nalissimo» di Interlandi che va collocato tra i battistrada veri e pro-
pri del razzismo fascista specificamente antisemita. Su un terreno
meno culturalizzato «Il travaso delle idee», il «Marc’Aurelio», «Il
Bertoldo», per citare i più noti, vanno ricordati nella vasta galassia
che popolò il sottobosco della stampa fascista contribuendo alla dif-
fusione del verbo razzista.
4.
La campagna contro gli ebrei
Seconda fase:
dal censimento alle leggi razziste

Il censimento degli ebrei del 22 agosto 1938, come si evince dal con-
testo un atto prettamente politico e non certo un provvedimento di
carattere amministrativo, se poté apparire verso l’esterno un fulmi-
ne a ciel sereno, interveniva in realtà in una situazione in cui si pro-
filava chiaramente la volontà del regime di assumere una iniziativa
di rilievo sulla questione ebraica. La campagna di stampa del 1937
non si esauriva in una operazione meramente propagandistica, an-
che se probabilmente non era ancora chiaro allo stesso Mussolini
quale potesse essere lo sbocco operativo dell’operazione. Quando il
16 febbraio 1938 la stampa di regime pubblicò la nota della «Infor-
mazione diplomatica» n. 14, contenente la prima esplicita pubblica
presa di posizione di Mussolini sulla questione, il regime rivelò an-
che tutta la sua ambivalenza e la sua contraddittorietà. A rileggere
oggi questo documento risulta difficilmente comprensibile quale
gioco esso si ripromettesse negando e affermando nello stesso tem-
po la volontà di inaugurare una politica nuova nei confronti degli
ebrei. Abbiamo già accennato al contesto soprattutto internaziona-
le che accompagnò la svolta in Italia; abbiamo sempre sostenuto,
contrariamente a quanto generalmente si scrive, che l’inaugurazione
della politica antiebraica in Italia non derivò da alcuna pressione te-
desca, essa fu una decisione autonoma del regime fascista nel tenta-
tivo di rivitalizzare il regime all’interno, approfittando di una con-
giuntura internazionale che ne agevolava le mosse.
Non furono pressioni tedesche a spingere Mussolini a lanciare la

58
sua crociata antiebraica, ma certamente egli fu condizionato dal
montare di una situazione di generalizzata persecuzione che al di là
della Germania, dove dopo le leggi di Norimberga del 1935 il pro-
cesso di segregazione civile e di emarginazione degli ebrei aveva vis-
suto una accelerazione e una radicalità sconosciuta da altri paesi,
coinvolgeva non solo l’Austria, destinata di lì a poco a fornire nuo-
vo campo di espansione al razzismo nazista, ma anche la Romania,
la Polonia e, da data ancora anteriore, l’Ungheria. L’Italia fascista
voleva dimostrare di non essere seconda a nessuno e l’invenzione
dell’ebreo come nemico fornì l’occasione per additare il nemico in-
terno e offrire un bersaglio alle componenti più estremistiche del fa-
scismo, strette nelle contraddizioni del neonato impero che non ave-
va risolto nessuno dei problemi che affliggevano la società italiana,
nella quale aveva inserito anzi gli stimoli alla contaminazione razzia-
le provocando lo spettro del meticciato. La campagna contro gli
ebrei serviva al regime anche per uscire dal vicolo cieco nel quale
l’Italia si era cacciata con l’impresa africana, nella quale il successo
militare era largamente controbilanciato dall’isolamento internazio-
nale con l’unica via di salvezza verso la Germania nazista. Mai come
adesso l’aspra polemica contro la democrazia poteva coprirsi con le
parole d’ordine antisemite: Francia, Inghilterra e Stati Uniti d’Ame-
rica venivano identificati come gli agenti del complotto giudaico in-
ternazionale destinato a soffocare i popoli giovani, l’Italia fascista cui
più tardi sarà associata la Germania nazista. Non a caso era stato ri-
spolverato il vecchio falso dei «Protocolli» dei «Savi Anziani» di Sion,
ristampato, come abbiamo già visto, nel 1937 da Giovanni Preziosi
con la prefazione di Julius Evola.
Che cosa si affermava nell’«Informazione diplomatica» n. 14? In
primo luogo veniva smentito che in qualche modo il governo fasci-
sta fosse in procinto di varare «una politica antisemita» prendendo
misure conformi in tutti i campi; questo tuttavia non significava che
esso si disinteressava degli ebrei perché anzi confermava di volere
«vigilare sull’attività degli ebrei venuti di recente nel nostro paese e
di far sì che la parte degli ebrei nella vita complessiva della Nazione
non risulti sproporzionata ai meriti intrinseci dei singoli e all’impor-
tanza numerica della loro comunità». Se una direttiva sembrava di
poter dedurre dal testo citato era l’attenzione a che nella presenza
pubblica degli ebrei non venisse superata una soglia pari al rappor-
to proporzionale esistente tra di essi e la popolazione italiana nel suo

59
complesso. Smentendo ovviamente il diniego di voler assumere
provvedimenti contro gli ebrei si poteva dedurre che intenzione del
regime fosse, come era già avvenuto in altre situazioni europee cita-
te, di affermare una linea basata sull’ipotesi proporzionalistica, che
avrebbe comunque rappresentato una forma grave di limitazione dei
diritti degli ebrei. In realtà, non si trattava soltanto degli ebrei di re-
cente insediamento in Italia: si trattava di dare una visibilità agli
ebrei italiani per poterne affermare l’estraneità alla razza e quindi
operarne la separazione, la segregazione. Al di là di ogni tentativo di
mascherare i connotati dell’estraneità degli ebrei sotto altre fumose
categorie, il razzismo fascista rivelava ben presto il suo carattere raz-
zistico-biologistico.
Il governo fascista nei suoi tentennanti approcci alla questione
ebraica procedette lungo un doppio binario: da una parte prepara-
va concreti provvedimenti amministrativi e normativi per la loro se-
parazione, dall’altra mobilitava la propaganda per la preparazione di
un qualche testo capace di dare un fondamento teorico al nuovo raz-
zismo. Se Bottai come ministro dell’Educazione nazionale fu il più
solerte ad anticipare la separazione tra ebrei e non ebrei – già il 12
febbraio 1938 chiese alle università di censire gli ebrei stranieri e
quelli italiani nei corpi studenteschi e in quelli docenti – il 13 luglio
il cosiddetto Manifesto della razza, alla cui stesura non fu estraneo lo
stesso Mussolini come è opinione pressoché concorde di tutti gli ese-
geti, codificò per la prima volta il nucleo forte di una teoria della raz-
za italiana.
Questo testo, che fu presentato come Manifesto degli scienziati
razzisti e che recò la firma di «un gruppo di studiosi fascisti, docen-
ti nelle Università italiane», era stato predisposto «sotto l’egida del
Ministero della Cultura popolare», si presentava come decalogo de-
stinato a stabilire i fondamenti storico-antropologici di un dispositi-
vo normativo, prescindendo da ogni rigorosa impostazione scienti-
fica e piegando lo stesso sviluppo storico della popolazione italiana
(e meglio sarebbe dire delle popolazioni italiane) ad una profonda
manipolazione pur di consentire la rappresentazione di un percorso
lineare tale da permettere che si potessero tracciare le conclusioni
categoriche che venivano prospettate.
Premesso che «le razze umane esistono» (n. 1), che «il concetto
di razza è concetto puramente biologico» (n. 3), il Manifesto si av-
venturava in una temeraria disquisizione sull’origine ariana della po-

60
polazione italiana per pervenire all’affermazione dell’esistenza di
una «razza italiana» pura:

4. La popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà


è ariana.
Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra
penisola: ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L’origine
degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse raz-
ze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell’Eu-
ropa.
5. È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi sto-
rici.
Dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri note-
voli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale del-
la nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la com-
posizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per
l’Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa
di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d’Italiani di og-
gi rimontano quindi nell’assoluta maggioranza a famiglie che abitano
l’Italia da un millennio.
6. Esiste ormai una pura «razza italiana».
Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologi-
co di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione, ma
sulla purissima parentela di sangue che unisce gli italiani di oggi alle ge-
nerazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di san-
gue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.

Quasi che non fosse bastata l’affermazione del principio razzista,


il Manifesto ne voleva addirittura retrodatare l’adozione come se fos-
se stato iscritto nei principi del fascismo da sempre proprio nella sua
accezione biologica, che complicava anche il tentativo di differen-
ziare il razzismo italiano da quello tedesco:

7. È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti.


Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del raz-
zismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai
concetti di razza.
La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di
vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La
concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e
l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Ita-

61
lia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e
gli Scandinavi sono la stesa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani
un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi
caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze ex-
tra-europee, questo vuol dire elevare l’Italiano ad un ideale di superiore
coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.

Dovendosi considerare «pericolose le teorie che sostengono l’ori-


gine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comu-
ne razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche»
(n. 8), al contrario si affermava che

9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana.


Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo del-
la nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba
della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del
resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia.
Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimila-
ta in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diver-
si in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli italiani.

In coerenza con il carattere di specificità della razza italiana e con


i suoi connotati europei bisognava impedire la contaminazione con
qualsiasi razza fuori dall’ambito europeo: «Il carattere puramente
europeo degli Italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza
extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria ci-
viltà degli ariani» (n. 10).
Nella documentazione ufficiale fascista non vi è altro testo che si
sia così fortemente esposto sul terreno dell’affermazione biologistica
del problema razziale. Neppure la Dichiarazione sulla razza del Gran
Consiglio del fascismo del 6 ottobre 1938, cui spettò la prefigurazio-
ne dei provvedimenti che il governo si accingeva a decretare per por-
re al bando gli ebrei sotto il profilo normativo, si sarebbe spinta a tan-
to, continuando a privilegiare una motivazione prettamente politica,
ossia il coinvolgimento dell’ebraismo mondiale nell’antifascismo,
quasi che le leggi antiebraiche dovessero rappresentare una forma di
ritorsione contro l’impegno antifascista degli ebrei. Anche una simi-
le impostazione era storicamente mal posta, perché non si poteva
identificare l’ebraismo, né quello italiano né quello internazionale,
con l’antifascismo tout court; essa però poteva essere più plausibile

62
agli occhi dell’italiano medio cresciuto nel clima fascista. Al di là quin-
di di ogni insufficienza sul terreno della costruzione del paradigma
scientifico, che veniva del resto smentito dalla facilità con la quale il
potere politico si arrogava il diritto di operare discriminazioni ed ec-
cezioni a seconda delle opportunità politiche, la motivazione politica
della lotta contro gli ebrei implicava una elasticità e una flessibilità
nell’applicazione del principio che sconfinava nell’esercizio puro e
semplice dell’arbitrio. Ne risultava pertanto ulteriormente esaltato
l’elemento della strumentalità che presiedette all’intera campagna
della razza, soprattutto via via che, procedendo l’avvicinamento alla
Germania nazista, il processo di galvanizzazione e di rivitalizzazione
all’interno dello spirito fascista, della costruzione come si volle dire
dell’«uomo nuovo» e della nuova sferzata nei confronti della borghe-
sia italiana, si rivelava funzionale alla preparazione psicologica della
guerra. Come spesso accade nella storia, la creazione del nemico in-
terno era uno degli ingredienti necessari per alzare il livello della ten-
sione all’interno e per mantenerla in uno stato costante di allerta.
A conferma che la svolta razzista del regime non era un fatto su-
perficiale bisogna ricordare che neppure l’apparato dello Stato fu
immune, né poteva esserlo, da un pesante coinvolgimento nel pro-
cesso di «arianizzazione» in atto. L’apparato istituzionale, che già
aveva costituito l’ossatura delle strutture repressive del regime, si
dotò di nuove articolazioni destinate all’ampliamento delle funzioni
persecutorie dello Stato. Andando ben oltre i compiti di controllo
demografico e di tutela della stirpe, tipico portato dalla tradizione
nazionalista del fascismo, il Ministero dell’Interno creò quella che si
può definire la centrale operativa ed anche il cervello politico desti-
nato a studiare e ad attuare i provvedimenti razzisti.
Il 17 luglio 1938 l’Ufficio centrale demografico del Ministero
dell’Interno cambiava nome e competenze diventando la nuova Di-
rezione generale per la demografia e la razza (nota agli esperti come
Demorazza), dotata di un più largo spettro di competenze e di un rag-
gio operativo molto maggiore, in relazione appunto all’ampliamento
dell’oggetto della sua attività, una sorta di sezione specializzata del
Ministero dell’Interno che presiedette soprattutto all’elaborazione
legislativa dei provvedimenti in gestazione, sotto la guida di un an-
tropologo razzista, Guido Landra, e sotto la supervisione del sottose-
gretario agli Interni Guido Buffarini Guidi, che sarà anche uno dei
principali elementi di raccordo e di continuità della legislazione con-

63
tro gli ebrei all’epoca della Repubblica sociale italiana. Un secondo
spezzone dell’articolazione istituzionale che fu specificamente pre-
posto allo studio della questione razziale fu l’Ufficio studi del proble-
ma della razza, creato nell’agosto presso il gabinetto del ministro del-
la Cultura popolare, alle dipendenze del ministro Dino Alfieri. Que-
sta seconda struttura, sebbene non avesse compiti immediatamente
operativi, ma dovesse muoversi essenzialmente nel campo degli studi
e della propaganda, negli anni immediatamente successivi si sviluppò
attraverso una rete di strutture dipendenti, i Centri per lo studio del
problema ebraico, che soprattutto negli anni della guerra svolsero
(principalmente a Firenze, a Trieste, a Milano), un ruolo non secon-
dario di strumento di pressione in direzione dell’inasprimento della
propaganda e della campagna contro gli ebrei.
L’investimento propagandistico nella campagna razziale fu una
componente di primo piano dell’intera operazione, come del resto
abbiamo già visto dalle prime anticipazioni citate nel capitolo pre-
cedente. Al di là di quella che fu la capillarità della campagna diffu-
sa attraverso la stampa quotidiana, di carattere nazionale come di
quella periferica, il regime varò anche una serie di organi specializ-
zati nella specifica caccia agli ebrei. Al di là delle testate tradiziona-
li («Vita italiana», «Giornalissimo») l’organo più diffuso fu certa-
mente il quindicinale «La difesa della razza», il cui primo numero
uscì il 5 agosto del 1938, sotto la direzione di Telesio Interlandi, se-
gretario di redazione Giorgio Almirante. Il carattere ufficioso di
questa pubblicazione, cui collaborarono molti autori della stampa
fascista e i più noti scrittori antisemiti, fu sottolineato dallo stesso mi-
nistro dell’Educazione nazionale Bottai, che ne raccomandò con ap-
posita circolare la diffusione in ogni ordine di scuole, dalle elemen-
tari all’università e che convalidò per questa via il carattere capillare
che si intendeva dare alla diffusione delle parole d’ordine e dei miti
razzisti usando proprio i canali delle istituzioni scolastiche e degli en-
tusiasmi giovanili. Del resto, gli studi più recenti stanno mettendo in
evidenza l’importanza che nella campagna per la razza fu attribuita
alle organizzazioni giovanili del Partito fascista, allo scopo di ali-
mentare una leva della popolazione interamente imbevuta del nuo-
vo credo razzista.
A questo primo organo di stampa fecero seguito «Il diritto razzi-
sta», il cui primo numero apparve nel maggio-giugno del 1939, di-
retto da Stefano Maria Cutelli, che prestava sin dal sottotitolo («Ri-

64
vista italo-germanica del diritto razziale») particolare attenzione al-
la collaborazione con la parte tedesca; e, dal marzo del 1940, «Raz-
za e civiltà», che si distinse dai precedenti per il suo carattere uffi-
ciale. Pubblicata infatti dal Ministero dell’Interno, era la «Rivista
mensile del Consiglio superiore e della Direzione generale per la de-
mografia e la razza» e ne era direttore il responsabile di quella Dire-
zione generale Antonio Le Pera. Organo di consultazione ufficiale,
registrava anche le novità nel campo dell’attuazione della legislazio-
ne dando conto degli orientamenti della magistratura.
Abbiamo accennato alla strumentazione propagandistica di cui si
attrezzò il regime per significare come lo Stato totalitario cercasse di
fare introiettare l’ideologia razzista parallelamente alla concreta
emanazione e attuazione delle misure contro gli ebrei. La prima di
queste, al di là dell’apparenza innocua, fu l’attuazione del censi-
mento degli ebrei effettuato a partire dal 22 agosto 1938 allo scopo
di contare (ma di fatto soprattutto di schedare) il numero degli ebrei
che si trovavano in Italia, come presupposto per l’emanazione di una
speciale normativa. Il censimento fu preannunciato sin dal 5 agosto;
suo scopo non era una astratta operazione conoscitiva, ma come è
stato scritto, «gli ebrei d’Italia vennero accuratamente individuati,
contati, schedati» (Sarfatti).
Non quindi una operazione politico-amministrativa neutrale, ma
una operazione destinata a precostituire il campo di intervento e i
soggetti nei cui confronti avrebbe dovuto scattare il provvedimento
persecutorio. Nascondere il carattere politico dell’iniziativa era pres-
soché impossibile, data l’eccezionalità della categoria che veniva
chiamata in causa, non essendo previsto il coinvolgimento di alcun
altro gruppo di cittadini. Ciò che il sottosegretario Buffarini Guidi
aveva confidato in via riservata ai prefetti, essere cioè l’operazione
«eminentemente politica», non poteva non apparire anche nei con-
fronti del pubblico. È vero che nell’amministrazione si cercò di fare
passare inosservato il complesso delle operazioni che comportava
l’atto censuario, ma in pubblico non se ne potevano evitare forme di
notorietà anche banali, perché rozzi e banali furono anche i mezzi di
accertamento, come il mandare vigili urbani o carabinieri a interro-
gare portinai o custodi di abitazioni circa la residenza di ebrei, sulla
base di elementi del tutto approssimativi – i più frequenti l’assonan-
za di cognomi ebraici – che provocarono molte irate reazioni da par-
te dei soggetti presi di mira, che protestavano la loro estraneità

65
all’ebraismo. L’avere demandato, come del resto era normale, le
operazioni del censimento ai comuni coinvolse un notevole numero
di dipendenti comunali, che si videro stretti al regime da una sorta
di complicità; questo fu uno tra i non ultimi risultati anche psicolo-
gici del censimento, che ebbe tra i suoi effetti anche quello di pre-
parare la popolazione alla segregazione e all’isolamento degli ebrei
dal resto della società.
Date le intenzioni proporzionalistiche del regime, il censimento
apparentemente avrebbe potuto avere lo scopo di effettuare la regi-
strazione più precisa possibile degli ebrei residenti in Italia; d’altra
parte, la campagna scandalistica che era già stata sollevata intorno
alla presenza degli ebrei può suggerire che con i dati del censimen-
to si volesse mettere la popolazione italiana dinanzi a un risultato che
dimostrasse inconfutabilmente la presenza di un numero rilevante di
ebrei, sì da creare consenso intorno a norme discriminatorie attra-
verso l’enfatizzazione di un pericolo che in passato non era stato av-
vertito.
Poiché gli ebrei non erano sfuggiti all’ultimo censimento della
popolazione del 1931, ci si doveva rendere ragione perché mai fos-
se necessario un ulteriore e separato censimento. Due circostanze
oggettive potevano renderlo plausibile: da una parte la presenza di
molti ebrei stranieri entrati in Italia dopo il 1933, ossia dopo l’av-
vento del nazismo, che aveva reso il nostro paese destinazione di
transito o addirittura di residenza per gli ebrei che erano costretti a
lasciare la Germania (paradossalmente, nel 1938, proprio l’anno del-
le restrizioni razziali in Italia, decine di migliaia di ebrei erano stati
costretti a espatriare anche dall’Austria, a seguito dell’Anschluss);
dall’altra, il fatto che il censimento del 1931 registrava gli ebrei in
quanto appartenenti a una confessione diversa da quella cattolica,
non ne implicava la registrazione sotto altri profili (quello per l’ap-
punto «razziale») che interessavano ora nella prospettiva della legi-
slazione in gestazione. La cifra di 47.825 ebrei registrata nel censi-
mento della popolazione italiana del 1931 era stata presumibilmen-
te alterata da movimenti successivi; l’incertezza dei dati e ancor più
di talune stime rendeva plausibile che si volesse procedere ad un ul-
teriore accertamento, anche se a questo punto era chiaro che questo
non si sarebbe risolto unicamente in una constatazione di carattere
statistico. Erano le circostanze stesse in cui doveva svolgersi il censi-
mento che rischiavano di rendere poco attendibili i dati, poiché era

66
prevedibile che nell’imminenza del varo di misure tendenti a limita-
re i diritti degli ebrei, che erano nell’aria, non tutti gli ebrei che si
trovavano in Italia, soprattutto quelli stranieri, avrebbero risposto
all’invito ad autodichiarare la loro presenza. Gli elenchi degli iscrit-
ti alle singole comunità ebraiche di cui il Ministero dell’Interno en-
trò in possesso non rispecchiavano che parzialmente i dati richiesti,
poiché non tutti gli ebrei, segnatamente quelli stranieri e soprattut-
to tra questi ultimi quelli di più recente immigrazione, erano iscritti
alle comunità.
Un esempio di come fosse complesso l’accertamento dei dati, di
come questi ultimi derivassero da fonti diverse, sì da ingenerare no-
tevoli confusioni, fu soprattutto la proliferazione di elenchi di ebrei
che nasceva vuoi dall’applicazione talora di criteri difformi nella lo-
ro registrazione, vuoi dall’emulazione che si era creata nella pluralità
di organismi preposti alla rilevazione degli ebrei, con dimostrazioni
di eccessi di zelo ed esibizioni conformistiche da parte dei diversi
settori dell’amministrazione o addirittura delle federazioni fasciste,
come confermato da tutti gli studiosi che hanno affrontato la tema-
tica del censimento (in particolare F. Levi per Torino, S. Bon per
Trieste e F. Cavarocchi per Firenze, ai cui studi si rinvia in Biblio-
grafia).
Due caratteristiche ancora sono da segnalare a proposito di que-
sto censimento: l’estensione dell’appartenenza ebraica al di là dei
consueti dati censuari in modo da ricostruire genealogie e gruppi fa-
miliari ben al di fuori di regole comunitarie o di gruppo; la segnala-
zione di appartenenza al PNF e di benemerenze patriottiche, che in-
dicano come, al di là del mero dato statistico-conoscitivo, con la rac-
colta dei dati si volevano prefigurare le condizioni di attuazione del-
la legislazione in gestazione, vale a dire la strumentalizzazione im-
mediata delle notizie così acquisite.
Nel complesso, il numero degli ebrei che si trovavano a risiedere
nel territorio del Regno d’Italia all’atto del censimento risultava es-
sere, secondo il risultato definitivo reso noto alla fine di ottobre del
1938, di 58.412 unità, delle quali 48.032 italiani e 10.380 stranieri re-
sidenti in Italia da oltre sei mesi, senza entrare nel dettaglio della la-
boriosa enucleazione di categorie e sottocategorie, confermando co-
munque che «in sostanza negli anni Trenta gli ebrei d’Italia costi-
tuivano poco meno dell’1,1 per mille della popolazione complessiva
residente nel paese» (Sarfatti).

67
Nella graduatoria delle località a maggiore presenza ebraica sul
complesso del totale della popolazione, venivano nell’ordine Roma
(12.799), Milano (10.219), Trieste (6.085), Torino (4.060), Livorno
(2.332), Firenze (2.326), Genova (2.263), Venezia (2.189), e così via
in ordine decrescente; mentre nel rapporto con la popolazione loca-
le la graduatoria vedeva una diversa scala gerarchica: in testa Trieste
(con 25 per mille di popolazione ebraica), seguita da Livorno (18 per
mille), da Roma (11 per mille), da Milano (9 per mille), da Venezia
(8 per mille), da Firenze (7 per mille), da Torino (6 per mille), da Ge-
nova (3 per mille).
Ancora nel mese di agosto il regime aveva confermato l’intenzio-
ne di procedere all’introduzione di misure per ridimensionare la pre-
senza degli ebrei nelle attività pubbliche in Italia: apparentemente si
tornava a riproporre il criterio proporzionalistico e addirittura a fis-
sare la proporzione nell’un per mille, secondo quanto veniva reso
pubblico con la «Informazione diplomatica» n. 18 diffusa il 5 ago-
sto. Un testo la cui importanza è generalmente rapportata ad una af-
fermazione-chiave – «discriminare non significa perseguitare» – si-
curamente attribuibile a Mussolini in persona, che a mio avviso non
riflette tanto l’orientamento programmatico che ormai si voleva da-
re alle norme speciali per gli ebrei in arrivo quanto la preoccupazio-
ne di tranquillizzare gli ambienti ebraici e soprattutto l’opinione
pubblica internazionale. Come la lesione dei diritti degli ebrei po-
tesse fuoriuscire da una forma di persecuzione, per tenue che potes-
se essere, non era in alcun modo possibile intuire; una interpreta-
zione benevola delle parole di Mussolini le potrebbe fare ricondur-
re alla persistente incertezza di orientamenti che ancora regnava sul-
le modalità da seguire e che certo non sarebbe stata sciolta dall’esi-
to definitivo del censimento di imminente attuazione, che non
avrebbe recato novità sensazionali a proposito della dimensione
quantitativa del problema ebraico in rapporto all’Italia.
Il programma di misure che il governo intendeva varare sarebbe
stato esposto nella già ricordata Dichiarazione sulla razza del Gran
Consiglio del fascismo, resa nota il 6 ottobre 1938, che avrebbe fat-
to giustizia, fra l’altro, di ogni congettura sull’ipotesi proporzionali-
stica. Ma prima ancora di questa data, prima ancora cioè che si in-
travedesse la prospettiva di un organico insieme di misure di politi-
ca razzista, una anticipazione quasi improvvisa ne fu fornita all’ini-
zio di settembre da due provvedimenti di natura diversa ma conver-

68
genti nella direzione di marcia. Un Regio decreto-legge del 5 set-
tembre 1938 (n. 1390) intitolato Provvedimenti per la difesa della raz-
za nella scuola fascista, con la firma del ministro Bottai, e il Regio de-
creto-legge del 7 settembre (n. 1381) relativo a Provvedimenti nei
confronti degli ebrei stranieri. Il secondo dei decreti-legge stabiliva in
primo luogo il «divieto agli stranieri ebrei di fissare stabile dimora
nel regno, in Libia e nei Possedimenti dell’Egeo»; in secondo luogo
la revoca della cittadinanza italiana concessa a «stranieri ebrei po-
steriormente al 1° gennaio 1919»; in terzo luogo l’obbligo per gli
stranieri ebrei che alla pubblicazione del decreto si trovassero nel re-
gno, in Libia o nei Possedimenti dell’Egeo o che vi fossero insediati
posteriormente al 1° gennaio 1919 di abbandonare questi territori
entro sei mesi, dopo i quali se non avessero ottemperato all’obbligo
previsto sarebbero stati espulsi.
Come si vede, un provvedimento drastico destinato a incidere
non soltanto sui rifugiati ebrei in data recente, profughi dalla Ger-
mania nazista o da altri paesi dell’Europa centro-orientale, ma anche
su quanti risiedevano ormai in Italia da due buoni decenni. Un prov-
vedimento che annullava di colpo una tradizione di liberalità e di asi-
lo politico che si era sviluppata parallelamente al processo di eman-
cipazione degli ebrei italiani. Se per gli ebrei italiani si prospettava
un futuro di separazione civile, per gli stranieri che avevano cercato
in Italia un soggiorno di transito o ancor più una seconda patria,
l’espulsione rappresentava la fine di molte speranze, l’abbandono di
una relativa sicurezza e talvolta della ricostruzione di una esistenza
personale o professionale. L’illusione che per breve tempo poteva-
no avere nutrito di contare sul territorio italiano se non altro come
tappa di transito trasformò il loro soggiorno nel «rifugio precario»
che è stato ricostruito nell’ampio studio omonimo di Klaus Voigt,
che con il passare degli anni rischiò di trasformarsi sempre più in una
vera e propria trappola.
Oggi non si può non leggere con un senso di raccapriccio nel Phi-
lo-Atlas del 1938, il «manuale per l’emigrazione ebraica» predispo-
sto dagli ebrei tedeschi nelle strette del nazismo per informare i cor-
religionari della possibilità di espatriare, una rapidissima notazione
relativa all’Italia in cui si dice lapidariamente che dopo la legislazio-
ne del 1938 l’Italia non offriva più alcuna possibilità di espatriarvi...
Ancora più significativo, il decreto-legge Bottai sulla scuola sta-
biliva l’esclusione con effetto immediato dall’insegnamento nelle

69
scuole statali o parastatali, in ogni ordine e grado, di «persone di raz-
za ebraica»; il divieto di iscrizione alle stesse scuole di alunni di raz-
za ebraica. Al divieto quindi di iscrizione degli ebrei alla scuola pub-
blica faceva riscontro l’espulsione in massa degli insegnanti ebrei
nella loro totalità, infrangendo peraltro, con gesto nel complesso
chiarificatore, ogni illusione proporzionalistica. Contestualmente
era proclamata la decadenza dei membri ebraici dalle Accademie e
dagli istituti di cultura. A fine settembre un ulteriore decreto-legge
(23 settembre n. 1630) stabiliva la creazione nelle scuole elementari
statali di sezioni speciali per gli alunni ebrei e la facoltà delle comu-
nità ebraiche di istituire proprie scuole elementari.
Il fatto che i provvedimenti per la scuola abbiano preceduto
ogni altra misura, al di là della separatezza che veniva a creare nei
confronti della componente ebraica della società, non può non por-
re all’interprete qualche punto interrogativo. Perché la serie delle
misure antiebraiche fu aperta proprio da quelle relative alla scuo-
la? È stato detto talvolta che ciò fu dovuto ad esigenze pratiche,
perché bisognava raccordarsi con l’apertura dell’anno scolastico.
Personalmente ritengo che la scelta dei tempi rispondesse a tutt’al-
tro criterio, obbedisse cioè a una logica molto più interna alla di-
namica del regime. Incidere sulla scuola significava incidere su un
settore istituzionale di carattere e di rilevanza strategica. Una simi-
le decisione voleva indicare il ruolo prioritario che il regime attri-
buiva alla scuola come istituzione portante della trasformazione po-
litico-culturale di cui la campagna per la razza era parte integrante.
Cominciare dalla scuola – e ciò spiega quello che spesso viene de-
finito semplicisticamente lo zelo del fascista Bottai – voleva dire
porre in primo piano l’immagine e la missione dell’uomo fascista,
che era stato sempre l’obiettivo di un processo globale di rigenera-
zione dal punto di vista della società italiana, voleva dire puntare
sulla mobilitazione di quei settori della società, in primo luogo i
giovani, che si presumeva, e non sempre a torto, fossero maggior-
mente sensibili alle istanze volontaristiche e alle spinte giovanilisti-
che che il regime intendeva alimentare. Al di là del tentativo di umi-
liare una categoria di cittadini appartenente a una minoranza che
nelle sue tradizioni culturali aveva la spiccata tendenza a collocarsi
al di sopra della media di istruzione della generalità della popola-
zione italiana, l’intervento sulla scuola va visto come il tentativo di
coinvolgere un settore chiave della società in un processo di mobi-

70
litazione e di trasformazione di lunga durata, nonché di grande ri-
sonanza politica ed anche emotiva.
La scelta della scuola significava quindi la possibilità di utilizza-
re anche per la circolazione del verbo razzista una struttura di capil-
lare diffusione, che penetrava in ogni angolo del paese. E come i do-
cumenti anagrafici dovevano recare la stigmata, il segno «di razza
ebraica», altrettanto le pagelle scolastiche dovevano recare l’indica-
zione «di razza ebraica». I testi scolastici furono resi conformi alla
svolta razzista e la difesa della razza entrò a formare parte integran-
te del Primo e soprattutto del Secondo libro del fascista, che circola-
vano in tutte le scuole sin dalle prime classi della scuola elementare,
insieme alle riviste che propagandavano le colonie e le glorie milita-
ri del regime.
Il decreto-legge sulla scuola fu l’anticipazione di una più organi-
ca normativa che sarebbe stata emanata a partire dal novembre suc-
cessivo. Ma già all’inizio di ottobre la Dichiarazione sulla razza che il
Gran Consiglio del fascismo rese nota al termine delle sue riunioni
del 6 e 7 ottobre prefigurò il quadro organico degli interventi di im-
minente emanazione. Senza riprendere le pseudoteorie del Manife-
sto della razza, la dichiarazione del Gran Consiglio, premesso che «il
problema ebraico non è che l’aspetto metropolitano di un problema
di carattere generale», inquadrandolo così nel più generale proble-
ma del razzismo con allusione precisa all’impero e alle colonie, sta-
biliva il seguente complesso di orientamenti e di provvedimenti:
1) divieto di matrimonio tra italiane e italiani e appartenenti a raz-
ze non ariane;
2) l’espulsione degli ebrei dal Partito nazionale fascista (che sa-
rebbe stata resa effettiva il successivo 19 novembre);
3) il divieto per gli ebrei di «essere possessori o dirigenti di azien-
de di qualsiasi natura che impieghino cento o più persone» o «esse-
re possessori di oltre cinquanta ettari di terreno»;
4) il divieto di prestare servizio militare;
5) l’allontanamento dagli impieghi pubblici;
6) speciale regolamentazione per l’accesso alle professioni.
Come si vede si veniva a creare per gli ebrei uno status che li pri-
vava dei diritti politici e che ne limitava fortemente i diritti civili: da
qui alla revoca di fatto e di diritto dell’emancipazione il passo era
molto breve.
Per la prima volta il Gran Consiglio del fascismo cercava di ri-

71
spondere al quesito: chi è ebreo? Nell’accezione del legislatore fa-
scista:

a) è di razza ebraica colui che nasce da genitori entrambi ebrei;


b) è considerato di razza ebraica colui che nasce da padre ebreo e da
madre di nazionalità straniera;
c) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da un ma-
trimonio misto, professa la religione ebraica;
d) non è considerato di razza ebraica colui che è nato da un matri-
monio misto, qualora professi altra religione all’infuori della ebraica, al-
la data del 1 ottobre XVI (1938).

Dalle sanzioni che colpivano gli ebrei venivano esonerate una se-
rie di categorie di ebrei di cittadinanza italiana che si fossero resi be-
nemeriti per cause patriottiche e per particolare devozione fascista:

1. famiglie di caduti nelle quattro guerre sostenute dall’Italia in que-


sto secolo: libica, mondiale, etiopica, spagnola;
2. famiglie dei volontari di guerra nelle guerre predette;
3. famiglie di combattenti nelle guerre citate insigniti della Croce al
merito di guerra;
4. famiglie dei Caduti per la Causa Fascista;
5. famiglie dei mutilati, invalidi, feriti della Causa Fascista;
6. famiglie di fascisti iscritti al Partito negli anni 1919-1922 e nel se-
condo semestre del 1924 e famiglie di legionari fiumani;
7. famiglie aventi eccezionali benemerenze da accertare da una appo-
sita commissione.

Tra le altre disposizioni che facevano da corollario a questi princi-


pi vale la pena di ricordare il riconoscimento del diritto alla pensione
per gli ebrei che fossero allontanati dai pubblici impieghi; l’autoriz-
zazione alla creazione di scuole medie ebraiche, oltre alle scuole ele-
mentari di cui già il decreto-legge del 5 settembre sulla scuola aveva
consentito la formazione; la conferma del «libero esercizio del culto
e l’attività delle comunità ebraiche secondo le leggi vigenti»; l’even-
tualità «anche per deviare la immigrazione ebraica dalla Palestina» di
«una controllata immigrazione di ebrei europei in qualche zona
dell’Etiopia», eventualità che sarà ben presto revocata dal governo fa-
scista. La Dichiarazione, a proposito dell’ultima eventualità prospet-
tata, conteneva infatti una condizione che si può considerare anche

72
una chiave di lettura dell’intero documento: «Questa eventuale e le
altre condizioni fatte agli ebrei – vi si affermava – potranno essere an-
nullate o aggravate a seconda dell’atteggiamento che l’ebraismo as-
sumerà nei riguardi dell’Italia fascista». Era un ricatto rivolto
all’ebraismo italiano perché ribadisse la sua lealtà al regime fascista
ma anche la riproposizione, quale motivazione politica (non razziale)
dei provvedimenti contro gli ebrei, dell’essere stato «l’ebraismo mon-
diale […] l’animatore dell’antifascismo in tutti i campi» («Tutte le
forze antifasciste fanno capo ad elementi ebrei: l’ebraismo mondiale
è in Spagna, dalla parte dei bolscevichi di Barcellona»).
Erano così poste le basi concrete, e non più soltanto propagan-
distiche, di quella che Mussolini stesso avrebbe definito nel discor-
so di Trieste del 18 settembre «una politica di separazione» nei con-
fronti degli ebrei. Il 17 novembre 1938 il già citato Regio decreto-
legge n. 1728, recante il titolo Provvedimenti per la difesa della razza
italiana, unificava in un primo corpo normativo i principi che erano
stati anticipati nella Dichiarazione del Gran Consiglio, riprendendo-
ne talora alla lettera le formulazioni.
Il capo I del RDL era dedicato alle norme matrimoniali, con le qua-
li il regime invadeva pesantemente la sfera privata dei cittadini che ve-
niva subordinata in maniera crescente al processo di omogeneizza-
zione della società in atto e in funzione della svolta sempre più aper-
tamente totalitaria che era stata impressa al sistema politico dalla con-
quista dell’impero e dagli orientamenti che ne erano derivati anche
sul terreno delle relazioni internazionali dell’Italia. In base al decre-
to, non solo era vietato il matrimonio tra il cittadino italiano di razza
ariana e persona appartenente ad altra razza, ma anche il matrimonio
tra cittadini italiani e persone di nazionalità (leggi: cittadinanza) stra-
niera era soggetto a limitazioni, in quanto era subordinato «al pre-
ventivo consenso del Ministro per l’interno», quando non si trattasse
di dipendenti delle amministrazioni pubbliche ad ogni livello per i
quali il matrimonio con stranieri era semplicemente vietato.
Il capo II, Degli appartenenti alla razza ebraica, riprendeva la de-
finizione di appartenente alla razza ebraica già formulata nella Di-
chiarazione del Gran Consiglio con una serie di ulteriori specifica-
zioni concernenti la riduzione della capacità giuridica per gli appar-
tenenti alla razza ebraica: non solo non potevano prestare servizio
militare, ma non potevano esercitare l’ufficio di curatori di minori o
di incapaci non appartenenti alla razza ebraica, di essere proprieta-

73
ri o gestori di aziende interessanti la difesa nazionale o che impie-
gassero cento o più persone, essere proprietari di terreni con estimo
superiore a cinquemila lire, essere proprietari di fabbricati urbani
con imponibile superiore a ventimila lire; l’ebreo poteva essere «pri-
vato della patria potestà sui figli appartenenti a religione diversa da
quella ebraica»; gli ebrei non potevano avere alle loro dipendenze
domestici cittadini italiani di razza ariana. A loro volta essi non po-
tevano prestare servizio alle dipendenze di nessuna amministrazio-
ne pubblica civile e militare (dello Stato, del PNF, di province e co-
muni, di enti parastatali, di banche di interesse nazionale, di istituti
di assicurazione, ecc.).
Il pacchetto dei provvedimenti di novembre comprendeva una se-
rie di disposizioni di legge destinate a fare il punto di determinate si-
tuazioni o all’attuazione dei principi generali già sanciti in preceden-
za. Tra i più importanti fu certo il Regio decreto-legge del 15 novem-
bre 1938 (n. 1779) Integrazione e coordinamento in unico testo delle
norme già emanate per la difesa della razza nella scuola italiana; la no-
vità più rilevante era rappresentata dalla possibilità per coloro che
fossero già stati iscritti negli anni passati all’università di continuare e
concludere i propri studi universitari, ferma restando la proibizione
per i cittadini di razza ebraica di procedere a nuove iscrizioni. Nelle
settimane successive un apposito RDL 22 dicembre 1938 (n. 2111) re-
golava il «collocamento in congedo assoluto» (ossia il pensionamen-
to) del personale militare delle Forze armate di razza ebraica.
All’inizio del nuovo anno un nuovo Regio decreto-legge 9 feb-
braio 1939 n. 126 concerneva le norme d’attuazione dell’art. 10 del
RDL 17 novembre 1938 n. 1728 relative ai limiti di proprietà im-
mobiliare e di attività industriale e commerciale per i cittadini italia-
ni di razza ebraica. Oltre a prevedere analiticamente le modalità per
l’alienazione delle quote di patrimoni immobiliari eccedenti le quo-
te consentite e per l’amministrazione delle aziende soggette ai limiti
previsti dalla legge, il nuovo decreto-legge creava un apposito ente,
l’Ente di gestione e liquidazione immobiliare (EGELI), per la ge-
stione e la vendita dei beni facenti parte delle eccedenze immobilia-
ri, mentre demandava ai Consigli provinciali delle Corporazioni la
gestione dei vincoli relativi alla partecipazione di cittadini di razza
ebraica ad aziende industriali e commerciali.
Ancora il 21 novembre del 1938 un Regio Decreto a firma del re
(n. 2154) stabiliva modifiche allo statuto del PNF, prescrivendo

74
l’inammissibilità dell’iscrizione al partito dei cittadini italiani «con-
siderati di razza ebraica».
Infine, riguardava direttamente la condizione giuridica degli
ebrei, in quanto ne prevedeva la «arianizzazione», la legge 13 luglio
1939 n. 1024, che conferì al ministro dell’Interno la facoltà di di-
chiarare «la non appartenenza alla razza ebraica anche in difformità
delle risultanze degli atti dello stato civile». Questa disposizione, che
andava ben oltre l’esonero delle persone di riconosciuti meriti pa-
triottici dai vincoli imposti ai cittadini di razza ebraica, in quanto
prevedeva addirittura la possibilità di dichiarare la non appartenen-
za alla stessa, conferiva al ministro dell’Interno un enorme potere di-
screzionale al limite dell’arbitrio, che poteva e fu effettivamente usa-
to strumentalmente in base a meri criteri di opportunità politica, al
tempo stesso in cui aprì il varco a influenze esterne, a fenomeni di
corruzione che permisero a chi poteva, disponendo di adeguati mez-
zi economici, di sottrarsi al trattamento che fu inflitto a chi non era
in grado di sfuggire ai rigori della legge. A tale decisione fu preposta
una commissione presieduta da un alto magistrato (Gaetano Azzari-
ti, che sarebbe stato in seguito presidente della Corte costituzionale
della Repubblica).
A distanza di qualche mese l’ultimo atto della legislazione contro
gli ebrei fu compiuto con l’emanazione della legge 29 giugno 1939
n. 1054 relativa alla Disciplina dell’esercizio delle professioni da parte
dei cittadini di razza ebraica. L’esercizio delle professioni era sogget-
to a una serie di complicati distinguo. Il caso più chiaro era quello
del divieto in assoluto di esercitare la professione di notaio e quella
di giornalista (a quest’ultima potevano accedere soltanto i cittadini
di razza ebraica che fossero stati «discriminati», ossia gli apparte-
nenti alle categorie benemerite che potevano godere di motivi di eso-
nero dai vincoli imposti alla generalità degli ebrei).
L’esercizio della maggior parte delle attività professionali (medi-
co-chirurgo, farmacista, veterinario, ostetrica, avvocato, procuratore,
patrocinatore legale, commercialista, ragioniere, ingegnere, architet-
to, chimico, agronomo, geometra, perito agrario, perito industriale)
era consentito agli ebrei «discriminati» previa iscrizione in «elenchi
aggiunti» in appendice ai normali albi professionali; era consentito ai
non discriminati, che decadevano comunque dagli albi, se iscritti in
elenchi speciali. Tutti comunque potevano continuare ad esercitare
l’attività professionale esclusivamente a favore di persone apparte-

75
nenti alla razza ebraica; e ad essi in ogni caso non potevano essere
«conferiti incarichi che importino funzioni di pubblico ufficiale», né
per conto di enti pubblici. Seguiva la specificazione di una serie di
funzioni che i cittadini di razza ebraica non avrebbero potuto co-
munque assolvere (non potevano essere amministratori giudiziari, né
revisori ufficiali dei conti, né essere iscritti negli albi speciali per
l’infortunistica). Infine, secondo il generale principio di separazione
che doveva vigere tra ebrei e società italiana, era «vietata qualsiasi for-
ma di associazione e collaborazione professionale tra i professionisti
non appartenenti alla razza ebraica e quelli di razza ebraica». Come
dovrebbe risultare evidente dalla lettera della legge, le categorie dei
professionisti, che rappresentavano una cospicua componente della
popolazione ebraica, furono di fatto strangolate, ossia messe nell’im-
possibilità di procurarsi i mezzi della sussistenza. Al danno economi-
co si univa l’umiliazione dell’abbandono da parte dei clienti, che si co-
lorava inevitabilmente di una sorta di ostracismo sociale. Come nel ca-
so di altre forme di esclusione (per esempio nel campo delle attività
culturali ed educative), nel caso di professioni altamente qualificate
la declassazione subita si trasformava in una forma di colpevolizza-
zione, come se il soggetto colpito dal divieto di esercitare la propria
professione (in una società come quella italiana circoscrivere le pre-
stazioni professionali soltanto entro la cerchia dei cittadini dichiarati
di razza ebraica significava di fatto generalmente la cessazione di una
attività lavorativa) dovesse espiare la colpa di avere invaso un terreno
che gli era improprio.
Un ultimissimo divieto colpì attività professionali esercitate da
ebrei nel corso della guerra, un paio di anni successivamente all’ema-
nazione del corpo principale delle disposizioni limitative che abbia-
mo illustrato. È da presumere che in quest’ultimo caso fosse pre-
sente una dose in più di spirito demagogico, con attenzione sia al ge-
nere di attività esercitato, sia alle contingenze generali – la congiun-
tura bellica – in cui veniva a cadere, vale a dire l’esclusione degli
ebrei, italiani e stranieri, compresi quelli che fossero stati discrimi-
nati, da «qualsiasi attività nel campo dello spettacolo» (legge 19 apri-
le 1942 n. 517) del resto già esclusi da questa attività in via ammini-
strativa. Venivano colpite non soltanto pubbliche rappresentazioni
ma ogni forma di riproduzione visiva o acustica di autori od esecu-
tori ebrei. L’art. 3 della legge rivelava lo spirito persecutorio che pre-
siedeva a questo ulteriore divieto:

76
È vietato utilizzare in qualsiasi modo per la produzione dei film, sog-
getti, sceneggiature, opere letterarie, drammatiche, musicali, scientifiche
ed artistiche, e qualsiasi altro contributo, di cui siano autori persone ap-
partenenti alla razza ebraica, nonché impiegare e utilizzare comunque
nella detta produzione, o in operazione di doppiaggio o di postsincro-
nizzazione, personale artistico, tecnico, amministrativo ed esecutivo ap-
partenente alla razza ebraica.

Il complesso di una così articolata legislazione antiebraica non


può non indurre a qualche considerazione. La prima constatazione
è che nel momento in cui il regime fascista varò il suo sistema di
apartheid, come già era avvenuto per le legislazioni coloniali, l’Italia
non era seconda a nessun altro paese per la meticolosità e la severità
delle misure che venivano imposte agli ebrei. Nel complesso, più se-
vera era all’epoca soltanto la legislazione emanata dal regime nazio-
nalsocialista in Germania, anche se talune norme italiane appariva-
no addirittura più severe e vessatorie delle corrispondenti norme te-
desche. Uno studioso, Valerio Di Porto, che ha operato di recente
una comparazione puntuale tra la legislazione italiana e quella tede-
sca, ha convalidato una osservazione di questo tipo: non esiste in
Germania una norma sull’espulsione generalizzata degli ebrei stra-
nieri come quella italiana del settembre 1938; analogamente l’espul-
sione degli ebrei dalle scuole in Germania seguì un percorso molto
più graduale che non in Italia.
Naturalmente, pur non potendosi in alcun modo ammettere che
la legislazione italiana sia definibile più blanda di quella tedesca, bi-
sogna tenere conto delle circostanze di regime e di ambiente, oltre
che delle tradizioni storiche e culturali che fecero sì che le conse-
guenze della legislazione razzista fossero, sicuramente fino al 1943,
meno devastanti per la popolazione ebraica in Italia, non per la co-
scienza civile degli italiani, di quanto non avvenne in Germania.
Inoltre, la consistenza relativamente esigua della popolazione ebrai-
ca in Italia esercitò nei fatti in più circostanze una funzione modera-
trice: le violenze, le vie di fatto contro gli ebrei sino al 1943 rimase-
ro fatti sporadici, le offese alle sinagoghe (a Trieste, a Ferrara) non
assunsero il volto dei roghi che illuminarono le città tedesche e ne
modificarono addirittura il paesaggio urbano, cancellando i segni
tangibili della presenza ebraica attraverso la distruzione dei suoi edi-
fici rappresentativi e dei suoi simboli. Né agli ebrei italiani fu impo-

77
sta la stella gialla o altro segno distintivo, sebbene non fossero man-
cate neppure nell’entourage fascista intenzioni e richieste in questa
direzione. Quanto più sporadica fu la violenza fisica tanto più pene-
trante fu la violenza della separazione, l’umiliazione inflitta con la
decapitazione della capacità giuridica, con la deformazione stessa
della propria identità implicita anche nella possibilità per i figli di pa-
dre ebreo e di madre ariana di abbandonare il cognome paterno e di
assumere quello materno (cfr. legge 13 luglio 1939 n. 1055), un prov-
vedimento che dopo il 1943 avrebbe contribuito a mimetizzare al-
cuni ebrei e ad agevolarne il salvataggio, ma che sul momento non
dovette avere effetti psicologici, morali e sociali meno problematici
dell’abiura o di una conversione operata per mera convenienza. Non
è vero che i drammi della grande storia non si riverberino in una in-
finità di drammi personali e privati.
Una seconda considerazione riguarda il clima di passività e di
omertà che la dittatura aveva creato in Italia, al di là della fascia di
consenso convinto che esistette intorno al fascismo. La pubblicazio-
ne recente ad opera della Camera dei deputati, per iniziativa dell’al-
lora presidente Violante, dei facsimili dei protocolli verbali delle se-
dute della Camera dei deputati (non ancora Camera dei fasci e del-
le corporazioni) e del Senato del Regno, che convertirono in legge i
decreti-legge sulla razza attraverso l’unanimità (al Senato per la ve-
rità con qualche voto contrario, essendovi ancora fra l’altro qualche
senatore ebreo di nomina regia) di un parlamento ormai fascistizza-
to, mostra il totale asservimento al regime del ceto politico domi-
nante e al tempo stesso il coinvolgimento negli atti che di fatto re-
vocavano l’emancipazione accordata agli ebrei dallo Statuto Alber-
tino della stessa istituzione monarchica, il cui capo regnante, Vitto-
rio Emanuele III, aveva controfirmato e promulgato le norme limi-
tative dei diritti volute da Mussolini e dal regime fascista.
Vedremo nel capitolo seguente con quale accanimento ammini-
strativo l’apparato burocratico dello Stato si industriò non solo di da-
re attuazione alle norme legislative che erano state approvate, ma ad-
dirittura di peggiorare le condizioni degli ebrei inventando sempre
nuove vessazioni. Se già questa circostanza sarebbe sufficiente a sfa-
tare la leggenda della blanda applicazione della legge da parte della
pubblica amministrazione, l’esperienza di chi ha fatto la ricerca oltre
che negli archivi centrali dell’amministrazione, in quelli delle ammi-
nistrazioni periferiche sta a dimostrare esattamente il contrario: lo ze-

78
lo nella trasmissione degli ordini e delle prescrizioni dal centro alla pe-
riferia attivò una sorta di competizione e scatenò una fantasia perse-
cutoria che non denota tanto l’adesione convinta di prefetti, questori
e podestà alle direttive del centro quanto un conformistico adegua-
mento che spesso dalla periferia suggeriva alla stessa amministrazio-
ne centrale la creazione di sempre nuovi ostacoli alla sopravvivenza e
alla libera circolazione degli ebrei, quasi che questi fossero diventati
oggetti di caccia libera nei confronti dei quali, decaduta ogni garan-
zia giuridica, fosse possibile esercitare il tiro al bersaglio.
La lotta contro gli ebrei recava l’impronta personale di Mussoli-
ni. Il suo inserimento nella polemica contro la borghesia italiana con-
siderata pigra, imbelle e impari ai compiti che il fascismo le pro-
spettava per il futuro, impari soprattutto al suo destino imperiale,
doveva servire a galvanizzare un popolo che non aveva ancora pre-
so coscienza della sua dimensione imperiale. C’era in lui probabil-
mente, nella fase di accostamento alla politica del Terzo Reich, co-
me l’imperativo della necessità di scrollarsi un senso di inferiorità.
Impose alle forze armate italiane il cosiddetto «passo di parata» che
doveva competere con quello tedesco perché gli sembrava che sol-
tanto in tal modo si potesse uscire da un senso di «inferiorità fisica»
e dare dimostrazione plastica, fisica della propria forza. Del pari nei
confronti della borghesia, ebbe a dire, «altro cazzotto nello stomaco
è stata la questione razziale». Riscopriva le origini romane del razzi-
smo del popolo italiano e si mostrava convinto che «siamo ariani di
tipo mediterraneo, puri». Ai consiglieri nazionali del Partito fascista
alla fine di ottobre del 1938 propose il volto feroce dell’italiano raz-
zista, lanciando uno slogan che sarebbe finito presto come motto su
tutta la stampa quotidiana a disprezzo delle incomprensioni e delle
resistenze che incontrava il razzismo: «Bisogna reagire contro il pie-
tismo del povero ebreo». Spinse la campagna d’odio contro gli ebrei
pur essendo perfettamente consapevole di ciò che stava avvenendo
in Germania. All’indomani dei pogrom del 9 novembre 1938, secon-
do quanto annotava Ciano nel suo Diario alla data del 12 novembre,
«il Duce [è] sempre più montato contro gli ebrei. Approva incondi-
zionatamente le misure di reazione adottate dai nazisti. Dice che in
posizione analoga farebbe ancora di più». Una notazione interes-
sante che sta a significare che Mussolini ben conosceva le implica-
zioni della lotta contro gli ebrei e che se quindi la intraprese era di-
sposto ad affrontarla anche nei suoi aspetti più brutali.

79
5.
Le leggi contro gli ebrei e la società italiana

Nel capitolo precedente ci siamo limitati a descrivere il quadro for-


male delle disposizioni normative che modificarono la condizione
giuridica degli ebrei italiani e degli ebrei stranieri residenti in Italia.
Per comprendere tuttavia fino in fondo quale fu la condizione degli
ebrei dopo l’emanazione delle leggi razziste è necessario tenere con-
to di una serie di fattori che vanno al di là del dettaglio legislativo.
Tanto più se non si considera soltanto la loro condizione giuridica
in senso stretto, ma si tiene conto anche della condizione psicologi-
ca oltre che di quella sociale nella quale vennero a trovarsi gli ebrei.
Dal punto di vista psicologico, una delle osservazioni nelle quali ci
si imbatte con maggiore frequenza è la testimonianza e la constata-
zione che la quasi totalità degli ebrei fu colta dalla campagna razzia-
le quasi di sorpresa, come se si trattasse di un fulmine a ciel sereno.
Soltanto pochi osservatori attenti della realtà internazionale, quali
potevano essere di sicuro i redattori del settimanale sionista «Israel»,
potevano avere la consapevolezza di una minaccia che aleggiava al-
meno dal 1933 su tutta l’Europa.
Lo stato d’animo della generalità degli ebrei italiani può essere
espresso bene da questa testimonianza resa a molta distanza di tem-
po dai fatti (nel 1989) da Luciana Nissim Momigliano, che condivi-
se con Primo Levi la deportazione ad Auschwitz:

Nell’autunno del 1938 furono emanate le leggi razziali. Questo ci ar-


rivò addosso come un fulmine, come un terremoto catastrofico; eravamo

80
del tutto impreparati. Sembra tuttora incredibile che le cose siano anda-
te così, che prima non abbiamo avuto nessuna paura, nessun sospetto...
eppure leggevamo i giornali e ascoltavamo la radio, dove intanto, negli
ultimi anni, erano cominciate le campagne diffamatorie e intimidatorie
sempre più violente contro i «giudei», come oramai eravamo indicati [...]
eppure avevamo ben visto arrivare nelle nostre città ebrei profughi da al-
tri paesi, spaventati e in condizione di grande bisogno, che bisognava aiu-
tare, certo, ma che non destavano una grande simpatia. Sembrava un de-
stino toccato ad altri, ma da cui noi saremmo stati preservati (Una fami-
glia ebraica tra le due guerre).

La Nissim a Torino e Mario Tagliacozzo a Roma registravano im-


pressioni pressoché analoghe:

Ai primi di settembre ero a Roma e qui, lontano dai miei, appena tor-
nato al mio lavoro, mi colpì come un fulmine la notizia, appresa dai gior-
nali della sera, dei primi provvedimenti contro gli ebrei che condannava-
no alla perdita della cittadinanza gli stranieri che l’avevano acquistata e vie-
tavano agli italiani gli studi e l’esercizio dell’insegnamento (Tagliacozzo).

Questo senso della sorpresa accomunò non solo ebrei e non


ebrei, ma anche gli ebrei che facevano semplicemente parte della co-
munità e quelli che invece vi rivestivano cariche rappresentative.
Sebbene non si disponga ancora di uno studio analitico sulle reazio-
ni dell’Unione delle comunità, alcuni studi parziali e locali consen-
tono di anticipare che gli organismi dirigenti dell’Unione non per-
cepirono o almeno non diedero segno di percepire pienamente la
portata della lesione che veniva inferta allo statuto giuridico degli
ebrei. Prevaleva forse l’illusione che i limiti posti al pieno dispiega-
mento dei diritti di cittadinanza degli ebrei potessero essere di ca-
rattere transitorio, semplice omaggio alla congiuntura internaziona-
le, come se passato quel momento tutto potesse tornare come prima.
L’Unione delle comunità si attrezzò unicamente per una azione di-
fensiva, quasi soltanto per evitare il peggio, senza fare alcun passo
che potesse mettere in pericolo la sopravvivenza sua e delle comu-
nità, soprattutto senza rischiare di entrare in collisione con il regime,
dal quale pure gli ebrei venivano infamati e diffamati, nei cui con-
fronti presumibilmente la maggioranza degli ebrei si era fino allora
riconosciuta. Salvo infatti una attiva minoranza di ebrei particolar-
mente motivati e politicizzati in senso antifascista, si deve ritenere

81
che il resto della popolazione ebraica italiana non avesse avuto mo-
tivi di dissociarsi dagli orientamenti generali del resto della popola-
zione. La prudenza nell’accogliere le leggi non era quindi un fatto di
tattica o di astuzia politica ma l’espressione di un inserimento e di
una consonanza con gli orientamenti politici del paese. Prevaleva
certamente uno stato d’animo che consigliava di ottemperare leal-
mente alle disposizioni governative nella speranza che un simile
comportamento potesse mitigare i rigori delle misure limitative.
Alla metà del 1938 l’allarme per gli ebrei doveva essere evidente.
Pur dopo il Manifesto della razza l’organo dei sionisti «Israel», che
pur aveva seguito con intelligenza e puntualità il montare della per-
secuzione in Europa, volle continuare a credere che il fascismo ita-
liano si sarebbe distinto dal razzismo tedesco e che effettivamente,
come aveva detto Mussolini, discriminare non significava persegui-
tare. Pur avendo colto con prontezza che le misure divisate anche
per l’Italia significavano «il tramonto dell’eguaglianza civile», il gior-
nale faceva appello alla tutela con dignità dell’ebraismo e a mante-
nere fede ai suoi valori e al suo spirito, con uno speciale richiamo
all’unità degli ebrei, con allusione diretta alla frattura con gli ebrei
fascisti, che a metà novembre sarebbero stati i protagonisti dell’as-
salto fisico alla sede di «Israel», che offrì al prefetto di Firenze il pre-
testo per chiudere il giornale e spegnere quella che restava l’unica
voce pubblica e indipendente dell’ebraismo italiano. Ancora più le-
galitaria fu la reazione dell’Unione delle comunità, che perfino do-
po il Manifesto del 13 luglio esternò la piena e assoluta fedeltà degli
ebrei italiani a Mussolini, un gesto con il quale cercò di dare visibi-
lità alla politica con la quale essa tentava di controbattere la propa-
ganda fascista che accusava gli ebrei di essere anti-italiani e antifa-
scisti, ostentando al contrario lealtà e consonanza con il regime. Un
atteggiamento che non rifletteva soltanto, come generalmente viene
intesa, una linea prudente di attendismo, ma che rispecchiava sicu-
ramente anche una reale spaccatura esistente all’interno delle co-
munità tra le componenti filofasciste e quelle che assegnavano prio-
rità alla fedeltà ai valori e agli ideali dell’ebraismo, anche a costo di
entrare in conflitto con il regime.
Non per tutti gli ebrei lo stupore di sentirsi minacciati da un gior-
no all’altro comportò un atteggiamento di attesa. Vittorio Pisa, un
ebreo fiorentino, percepì «la mazzata che, a tradimento, nella peg-
giore malafede, si è voluta, in modo proditorio, infergere», con

82
profonda depressione, come l’annuncio di una «morte lenta», tanto
più acuta e dolorosa in lui che era stato mosso da sentimenti di civi-
smo patriottico. Una rottura profonda nel suo animo e nella sua
identità di ebreo ma anche di cittadino ligio ai doveri nazionali quan-
to a quelli della sua tradizione religiosa da essere indotto a mettere
sulla carta i suoi pensieri, ad avviare un Diario il 20 agosto 1938, al-
la vigilia del censimento degli ebrei, di cui avvertì immediatamente
il significato fuori dall’ordinario. Un ebreo che avvertì il dramma che
stava per scatenarsi anche sulla comunità italiana, come atto facente
parte delle ombre che si stavano allungando sull’Europa, fu Vittorio
Foa, che dal carcere dove scontava una pesante condanna per anti-
fascismo indirizzò ai suoi familiari alcune delle considerazioni più
lungimiranti che sia dato leggere nelle testimonianze di quell’epoca.
Si era illuso che il regime avrebbe proceduto con gradualità, ma ora
le notizie che gli giungevano dalla stampa gli significavano l’esigen-
za di «bruciare le tappe»; ai suoi (agli ebrei) rivolgeva l’esortazione
a comportarsi con dignità e con realismo al tempo stesso: «Questi
provvedimenti – scriveva il 5 settembre 1938 – in sé e per sé non vi
toccano direttamente ma non fatevi illusioni che verrà anche la vo-
stra volta, preparatevi spiritualmente all’eventualità che si renda ne-
cessario od opportuno di fare fagotto». Nei giorni del patto di Mo-
naco l’ipoteca della Germania nazista non rendeva più rosee le pre-
visioni: «Ho gran paura – notava il 28 settembre – che in caso di
guerra la persecuzione antisemita si faccia assai più grave e arrivi a
delle restrizioni della libertà personale suscettibili di pericolosi svi-
luppi». Dal contesto delle considerazioni che Foa veniva sviluppan-
do nella sua corrispondenza familiare era chiaro che per lui ci si tro-
vava soltanto all’inizio di un percorso che era destinato a diventare
sempre più aspro e proibitivo.
Le conseguenze immediate per gli ebrei furono, al di là dello sbi-
gottimento, un senso di solitudine e, via via che il tempo passava e
che le norme diventavano realtà anche nella vita quotidiana, di iso-
lamento. Vi fu certo solidarietà, ma non così diffusa come si potreb-
be pensare. Vi fu più solidarietà operativa in un momento successi-
vo, quando fu in gioco anche la vita degli ebrei, che non di fronte al-
la loro declassazione e segregazione civile. L’indignazione che colpì
molti semplici cittadini allo spettacolo immondo della stampa asser-
vita al regime che rovesciava infamie e menzogne sugli ebrei spesso
non generò gesti concreti di solidarietà ma un prudente ritiro nel

83
proprio particulare. In tal modo il regime aveva raggiunto un dupli-
ce effetto intimidatorio, nei confronti degli ebrei ma anche nel gros-
so pubblico dei non ebrei.
Una osservatrice acuta dalla parte dei non ebrei, Ernesta Bittan-
ti-Battisti, in pagine di diario uscite postume a distanza di decenni,
così registrò gli avvenimenti di allora:

In autunno, l’apparire dei decreti anti-ebraici in Italia. La grande mas-


sa ne è sbalordita. Non comprende. La stampa che è tutta statale, e vuo-
le avere uno spirito antiebraico, dà uno spettacolo pietoso ributtante di
incongruenze, contraddizioni, spropositi storici, nefandezze da sciacalli
(approva, per esempio con enfasi, la soppressione d’una casa editrice,
soppressione che ha condotto l’onesto editore ebreo al suicidio) [allude
al suicidio di Angelo Formiggini, N.d.A.]. Lo spettacolo di un pagliaccio
ubriaco. Ma dalli, dalli, dalli, il senso di diffidenza e di odio si appicci-
cherà, si diffonderà (a nostra vergogna) forse. Non mancano già i pappa-
galli e i malvagi.
Giudizi. In alcuni, esecrazione (ed io esecro). Ci ributtano indietro di
parecchi secoli. La legge è un reagente, che fa affiorare negli ariani i più
bassi istinti e mette in evidenza deficienze, ignoranze e risuscita gli odi su-
perstiziosi... Politica da cannibali...
La reazione degli italiani ariani:
Uno: Pubblica: nessuna protesta.
Due: Privata: si dice di preghiere presentate da qualche personalità, o
non accolte o a cui si fecero promesse non mantenute di poi.
Tre: Obbedienza supina agli ordini di cancellare i nomi anche insigni
degli Ebrei da associazioni di cultura, di studio, d’affari, da ogni associa-
zione insomma. Un professore uscito dall’adunanza di un Istituto di alta
cultura, in cui si erano in quel giorno cancellati i nomi di illustri israeliti
ebbe a dire: «eppure eravamo tutti contrari». Alla nostra osservazione del
perché avessero ciò fatto, ebbe a rispondere: «siamo tutti pecore» (così
ridotti dopo sedici anni di regime assolutista).

Per inquadrare la condizione in cui vennero a trovarsi gli ebrei


non basta fare riferimento al quadro normativo contenuto nelle leg-
gi citate. La loro situazione va considerata alla luce della assai densa
produzione di normativa gerarchicamente minore ma non meno vin-
colante ad opera dell’amministrazione, che non fu affatto distratta e
poco solerte nell’attuazione e nell’integrazione delle norme. Una
semplice elencazione dei divieti nei quali incappavano gli ebrei può
dare l’idea di come ciò che era loro consentito si riducesse a ben po-

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ca cosa. Che una delle loro reazioni fosse pertanto quella di pensare
di emigrare non per astratta fedeltà all’ideale sionista ma per una esi-
genza di dignità e di libertà è anche troppo comprensibile.
La produzione amministrativa delle normative citate fu solo in
minima parte diretta all’attuazione delle norme di legge, meno an-
cora ad attenuarne la portata. Viceversa il carattere autonomo che
ebbe questa forma di produzione normativa, sia che integrasse le
norme generali sia che ne fosse indipendente, non fece che accre-
scere ed estendere il cumulo di divieti che incombevano sugli ebrei,
paralizzandone di fatto ogni attività al di là di quanto già disposto in
sede legislativa.
Gli ebrei non potevano esercitare l’attività di portierato, il com-
mercio ambulante o ricevere l’autorizzazione per l’esercizio delle se-
guenti attività commerciali: agenzie d’affari, di brevetti e varie; com-
mercio dei preziosi; esercizio arte fotografica; mediatorato, piazzisti,
commissionari; esercizio tipografie; vendita oggetti antichi e d’arte,
antiquariato; commercio libri; vendita oggetti usati; vendita articoli
per bambini; vendita apparecchi radio; vendita carte da gioco; atti-
vità commerciale ottica; deposito e vendita carburo di calcio; rice-
vere la licenza di pescatore dilettante; impiegare gas tossici; gestire
esercizi pubblici di mescita alcoolici, raccolta rottami metallici e me-
talli; raccolta lana da materassi; essere ammessi all’esportazione di
canapa e all’esportazione di prodotti ortofrutticoli; vendita di og-
getti sacri, vendita di oggetti di cartoleria, raccolta di rifiuti, raccol-
ta e vendita indumenti militari fuori uso; ottenere licenze per scuo-
le di ballo e per scuole di taglio; esercitare noleggio film; non pote-
vano «prestare la loro opera in qualità di conducenti di autoveicoli
da piazza o da rimessa presso le ditte esercenti pubblici servizi»; non
potevano «ricorrere alla pubblicità sulla stampa nazionale» né all’in-
serzione di avvisi mortuari; non potevano comparire negli elenchi te-
lefonici; non potevano esercitare nessuna attività nel settore dell’in-
dustria alberghiera («Il divieto deve estendersi anche ai mestieri più
umili: uomo di fatica, facchino, ecc.»); né esercitare il mestiere di af-
fittacamere; gli ebrei non potevano avere rapporti di affari o di for-
niture con amministrazioni pubbliche, né ricevere concessioni di ri-
serve di caccia; né detenere apparecchi radio; né recarsi in località
marine o di villeggiatura; non potevano essere soci di cooperative;
né esercitare attività nel settore del credito e delle assicurazioni; «gli
ebrei, in omaggio al principio della separazione delle razze, sono sta-

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ti eliminati da tutti i sodalizi aventi carattere culturale, morale, spor-
tivo, sociale, ecc.»; «agli appartenenti alla razza ebraica, anche se di-
scriminati, non possono essere rilasciati permessi per ricerche mine-
rarie»; né possono essere amministratori di case o condomini anche
parzialmente di proprietà di ariani, né essere iscritti «negli elenchi
dei commercianti di leganti idraulici, lampade, pile tascabili e mar-
mi»; né può essere rilasciato loro il brevetto di pilota civile, né con-
cessa l’autorizzazione per l’allevamento di colombi viaggiatori; né
essere soci di consorzi agrari provinciali; né, se non discriminati, es-
sere iscritti all’albo nazionale dei commercianti grossisti di tessili; ad
essi non possono essere rilasciate licenze per guida, interprete e cor-
riere; né licenze per porto d’armi; né svolgere attività in agenzie di
viaggi e turismo; non poteva essere consentito di confezionare e ven-
dere uniformi militari; né di essere addetti a uffici propaganda di
aziende alberghiere; di gestire uffici di copisteria; di esercitare il
commercio degli stracci non di lana; era vietato l’accesso ai locali adi-
biti alle vendite all’asta.
Il settore nel quale fu più immediatamente visibile l’esito della
persecuzione fu il settore della cultura e segnatamente della scuola.
Mentre infatti l’emarginazione dell’attività commerciale degli ebrei
avvenne gradualmente in rapporto a non concessioni di licenze o a
trasferimenti patrimoniali più o meno fittizi, utilizzando tutti gli
strumenti che le stesse norme prevedevano per tentare di aggirarle o
per attenuarne l’impatto, nel caso della scuola il divieto subitaneo
della frequentazione da parte degli alunni ebrei si riverberò imme-
diatamente su una pluralità di famiglie, che non erano soltanto quel-
le degli ebrei colpiti ma anche quelle dei compagni di scuola dei
bambini cui era stato precluso l’accesso o quello delle classi dalle
quali scomparivano gli insegnanti ebrei. Nelle memorie di ebrei ita-
liani l’impatto delle leggi sulla scuola rimane uno degli eventi più
traumatici. E al tempo stesso uno degli eventi più ricchi di prospet-
tive in un panorama così poco rassicurante era rappresentato dalla
reazione delle comunità e dal loro impegno nel sostenere le scuole
ebraiche. L’iniziativa di potenziare le scuole ebraiche non era nata
dalle comunità, essa derivava quasi di necessità dal divieto di acces-
so alla scuola pubblica per i bambini ebrei, ma fu merito delle co-
munità avere accolto, dove era possibile, questa opportunità e non
limitarsi ad accettare la frequenza separata dei bambini ebrei nelle
sezioni speciali delle scuole pubbliche, ma solo per le scuole ele-

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mentari, come scuola (allora) dell’obbligo. Già la frequentazione
della scuola media o avveniva attraverso la scuola ebraica o non sa-
rebbe stata altrimenti possibile. Tra le motivazioni che spinsero fa-
miglie di ebrei italiani ad emigrare all’estero vi fu anche la motiva-
zione della necessità di consentire ai figli di proseguire gli studi e di
accedere a livelli superiori di istruzione. «Le leggi razziali – ha scrit-
to Luciana Nissim – avevano un articolo particolarmente crudele: i
ragazzi ebrei non potevano più frequentare le scuole pubbliche».
A tutt’oggi non sappiamo esattamente quanti insegnanti ebrei fu-
rono esclusi dalle scuole elementari e medie e quanti alunni ebrei. Ab-
biamo le cifre però analitiche per singole località, non per il comples-
so del territorio italiano. Sul «Giornale della scuola media» fu pubbli-
cato un elenco di presidi e docenti espulsi dagli istituti di insegnamen-
to secondario comprendente un totale di 177 insegnanti. Dall’unico
studio complessivo seppure provvisorio possiamo trarre l’informazio-
ne che entro la fine del 1938 esistevano (tra scuole di più antica for-
mazione e scuole istituite a seguito della legislazione razzista) 23 scuo-
le elementari ebraiche (ad Alessandria, Ancona, Bologna, Ferrara, Fi-
renze, Fiume, Genova, Livorno, Mantova, Milano, Modena, Napoli,
Padova, Pisa, Parma, Rodi, Roma, Torino, Trieste, Venezia, Vercelli,
Verona, Viareggio); 14 scuole medie e commerciali (a Bologna, Ferra-
ra, Firenze, Genova, Livorno, Milano, Modena, Padova, Rodi, Roma,
Torino, Trieste, Venezia, Vercelli) (D. Fishman).
La creazione e il potenziamento delle scuole ebraiche fu il risul-
tato di un notevole sforzo delle comunità e di un impegno finanzia-
rio assolutamente straordinario, che fu possibile nelle comunità che
potevano disporre di maggiori mezzi; spesso concentrare i mezzi sul-
la scuola, a parte il significato morale e sociale che questo compor-
tava come messaggio attraverso la continuità di un sistema educati-
vo che vi era implicito, significava esaurire in questo investimento
ogni altra possibilità operativa delle comunità, per cui si trattava di
una opzione di forte impatto. Benché limitate da forti restrizioni –
nell’uso dei testi, dei locali, nella disponibilità degli insegnanti – le
scuole ebraiche non solo rappresentarono un nucleo assai impor-
tante di aggregazione e di vita associativa; esse furono anche, nelle
situazioni più fortunate, scuole di buon livello, poiché in esse finiro-
no per rifluire fra l’altro molti dei docenti universitari che erano sta-
ti cacciati dai ranghi più elevati degli istituti di istruzione. Altrove le
difficoltà non furono irrilevanti.

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Nei Ricordi di un ebreo bolognese Giancarlo Sacerdoti racconta:
«Il mio maestro era Formiggini, di mestiere commerciante di vini e
che era stato pregato di espletare le funzioni di maestro nella scuola
ebraica perché sul mercato a Bologna si trovavano pochi maestri
ebrei».
Più complessa, se non altro per le implicazioni, fu la situazione in
cui le leggi razziste gettarono le università italiane. Ciò che interessa
sottolineare non è soltanto, come generalmente si tende a fare,
l’espulsione dei docenti, ma il coinvolgimento generale che alle uni-
versità si richiese nel senso di farsi parte attiva nel processo di raz-
zizzazione della società e della cultura. Così come la deriva del raz-
zismo coloniale si era espressa anche nella diffusione di insegna-
menti universitari ispirati al razzismo (sul piano giuridico, come su
quello storico o medico, demografico e antropologico), altrettanto
avveniva adesso con la lotta contro gli ebrei; non bastava cacciare gli
ebrei dall’università, bisognava dimensionare insegnamenti tradizio-
nali, fossero l’antropologia o la demografia, al nuovo verbo antise-
mita, inserire la bonifica della razza come opera più generale di bo-
nifica della cultura tra gli insegnamenti universitari, istituire corsi di
razzismo, di biologia e geografia delle razze e via dicendo. Il terzo li-
vello di questi interventi riguardò il potenziamento in funzione tipi-
camente razzista di strutture esistenti che si prestavano quasi per de-
finizione a trasformarsi in punte di diamante del credo razzista. Non
solo le discipline storico-letterarie, compresa l’antichistica, furono
piegate a deformazioni e a retoriche manifestazioni razzistiche recu-
perando attraverso la romanità origini razzistiche primordiali, ma ar-
cheologia e antropologia, scienze naturali e medicina furono mobi-
litate per dare un fondamento scientifico al razzismo biologico e al-
la riesumazione di modelli antropometrici della peggiore tradizione
positivistica.
Così come era già avvenuta la contaminazione tra cultura e pro-
paganda, ora la manipolazione della scienza, con la complicità di
pseudoscienziati del livello dei firmatari del noto Manifesto della raz-
za, rischiava di confondere anche scienza e propaganda. In partico-
lare l’organizzazione dei giovani universitari fascisti fu orientata a di-
ventare l’avanguardia di una aggressiva propaganda razzista sfrut-
tando energie ed entusiasmi giovanili, nonché la possibilità offerta ai
giovani di emergere nella stampa universitaria e di precostituirsi, at-
traverso un attivo protagonismo, carriere politiche.

88
La semplice elencazione dei docenti espulsi dalle università può
offrire di per sé la dimostrazione dell’offesa che le leggi razziste fe-
cero alla cultura italiana ma anche della gravità dei vuoti che esse
crearono nel tessuto scientifico. L’elenco dei professori ordinari e
straordinari comprende almeno 96 nominativi tra i quali alcuni di ri-
conosciuto prestigio internazionale; a questi bisogna aggiungere
l’elenco dei professori incaricati, degli assistenti di ruolo e volontari
e dei liberi docenti, le categorie di più difficile rilevazione, che pro-
babilmente ammontano a qualche centinaio, se soltanto i liberi do-
centi risulterebbero essere un paio di centinaia. Ed è soprattutto in
base a queste ultime categorie, in buona parte di precari o di docen-
ti non ancora inseriti stabilmente nell’università, che si dovrebbe
computare il danno subito dallo sviluppo scientifico in Italia con
l’aver troncato la maturazione piena di un ricco potenziale scientifi-
co, al di là del fatto che molti dei cosiddetti precari erano già delle
presenze che contavano nel mondo degli studi: basti pensare, tra i
tanti, a due psicoanalisti, Enzo Bonaventura, professore incaricato a
Firenze, e Cesare Musatti, professore incaricato a Padova, quest’ul-
timo fortunatamente poi «discriminato». Vale a dire che il computo
delle perdite non va fatto solo sottolineando la quantità degli espul-
si ma valutandone anche la qualità.
Fu colpito il settore umanistico; tra i cultori di studi storici i no-
mi di Giorgio Falco, di Attilio Mario Levi, di Gino Luzzatto, di Ar-
naldo Momigliano, di Alberto Pincherle; tra i cultori di filologia,
glottologia e letteratura, quelli di Santorre De Benedetti, Benedetto
Terracini, Mario Fubini e Attilio Momigliano; tra gli storici dell’ar-
te Paolo D’Ancona; tra i geografi Roberto Almagià; tra i cultori di
discipline filosofiche Ludovico Limentani e Rodolfo Mondolfo; tra
i giuristi Tullio Ascarelli, Federico Cammeo, Giorgio Del Vecchio,
Benvenuto Donati, Mario Falco, Emilio Finzi, Marcello Finzi, Ugo
Forti, Alessandro Graziani, Alessandro Levi, Enrico Tullio Lieb-
mann, Adolfo e Renzo Ravà, Cino Vitta, Edoardo Volterra.
Nel settore scientifico le perdite furono più o meno della stessa
entità, se non ancora più rilevanti, trattandosi in taluni casi di setto-
ri di avanguardia o in via di sperimentazione. Tra fisici e matemati-
ci: Guido Ascoli, Tullio Levi Civita, Ettore Del Vecchio, Federico
Enriques, Gino Fano, Guido Fubini, Beppo Levi, Arturo Maroni,
Giulio Racah, Bruno Rossi, Beniamino ed Emilio Segre, Alessandro
Terracini, Giorgio Tedesco.

89
Tra le specializzazioni mediche: Alberto e Maurizio Ascoli, Ma-
rio Camis, Mario Donati, Carlo Foà, Enrico Emilio Franco, Amedeo
Herlitzka, Giuseppe Levi, Ugo Lombroso, Guido Nelli, Maurizio
Pincherle, Ettore Ravenna, Cesare Sacerdote, Tullio Terni, Vittore
Zamorani.
Tra economisti e statistici: Gino Arias, Riccardo e Roberto Bachi,
Gustavo Del Vecchio, Marco Fanno, Bruno Foà, Renzo Fubini,
Giorgio Mortara.
E tanti altri, senza volere stabilire gerarchie di valore, tanto per
esemplificare e segnalare l’entità dell’incidenza che l’epurazione raz-
zista ebbe sui quadri scientifici e quindi anche sulla possibilità della
loro riproduzione. In realtà gli studi che ormai sono stati compiuti
su alcune delle principali università (in primo luogo Bologna, Pado-
va, Firenze, Trieste e parzialmente per altre sedi), sebbene siano an-
cora lontani dall’offrire un quadro completo di ciò che avvenne nel
mondo universitario, sono sufficienti per rendere conto delle conse-
guenze devastanti del meccanismo messo in opera dal ministro Bot-
tai e da questi portato a conclusione con un accanimento politico e
burocratico pari soltanto a quello messo in atto dai funzionari del
Ministero dell’Interno. Ad una analisi ravvicinata fra l’altro non può
non dare nell’occhio la relativa indifferenza con cui si realizzò
l’espulsione dei docenti e l’arrivismo con il quale generalmente, con
poche lodevoli eccezioni, i posti lasciati forzatamente liberi dagli
espulsi furono prontamente occupati da nuovi docenti che non eb-
bero scrupolo a succedere ai loro più sfortunati colleghi.
In realtà, l’attività nel campo dell’istruzione e dell’università non
può essere dissociata dal lavoro sottile di penetrazione propagandi-
stica esercitata dal centro verso la periferia, in cui da una parte veni-
va incoraggiata e stimolata la produzione di una pubblicistica ispi-
rata a dottrine e stereotipi razzistici, dall’altra veniva operata la co-
siddetta «bonifica» dei testi di autori e di argomento ebraici. La proi-
bizione nella scuola secondaria e a livello universitario dei testi di au-
tori ebrei, indipendentemente da ogni valutazione di merito dei con-
tenuti, si prestava fra l’altro a operazioni di sciacallaggio culturale.
Al tempo stesso, la censura che si abbatteva sugli autori ebrei, peg-
gio ancora poi se ebrei e stranieri, portava alle estreme conseguenze
la crescente intolleranza xenofoba che fu parte del cosiddetto «stile
Starace», versione non soltanto macchiettistica e caricaturale dei ri-
chiami alle specificità della razza e dei costumi italici. La subordina-

90
zione delle autorizzazioni a tradurre autori stranieri ed ebrei alle pre-
scrizioni del Ministero della Cultura popolare tuttavia non riuscì a
impedire totalmente che negli anni Trenta si diffondessero anche in
Italia autori di grandi letterature, di quella nordamericana in parti-
colare ma in parte anche di quella tedesca degli anni Venti e dell’ini-
zio degli anni Trenta così invisa ai nazisti, mentre meno si conobbe
in Italia della grande letteratura tedesca dell’emigrazione. Tutto ciò
fece parte del processo di graduale isolamento verso l’esterno che ca-
ratterizzò la cultura italiana di quegli anni e della sua progressiva
provincializzazione. Il livellamento culturale fece parte integrante
del processo di omogeneizzazione della società, fu tra i canali dell’in-
tegrazione sempre più passiva in un sistema preordinato dall’alto e
dell’acquiescenza collettiva.
Nel cumulo di divieti che si addensò sugli ebrei non c’era solo la
volontà separatista ad ogni costo. Neppure sui campi da tennis era
possibile la compresenza di ebrei e di «ariani». C’era la volontà di
umiliarli e di sottolineare il disprezzo per le loro aspirazioni cultura-
li, sino a culminare nel grottesco divieto per gli ebrei di mettere pie-
de nelle biblioteche pubbliche (circolare del Ministero dell’Istruzio-
ne nazionale del 17 febbraio 1942), quasi a voler recidere anche gli
ultimi legami per gli ebrei con quel mondo culturale al quale pur ave-
vano dato un contributo così rilevante.
Agli intellettuali, agli scienziati, agli accademici ebrei non rimase
che l’alternativa tra la morte civile in patria o l’emigrazione. Chi poté
scelse l’emigrazione, che per uomini di cultura e di scienza affermati
era comunque una scelta privilegiata, al di là degli ovvi disagi di qual-
siasi sradicamento e delle difficoltà di un nuovo radicamento, perché
legata alla prospettiva sicura di una collocazione nel paese di nuova
destinazione. La citazione di alcuni casi di intellettuali che scelsero
questa opzione ha carattere meramente esemplificativo. Neanche su
questo aspetto derivato dalla persecuzione possediamo uno studio
esauriente. Seguire le vicende personali di tutti coloro che furono cac-
ciati dall’università è meno semplice di quanto a prima vista non si
possa pensare, perché significherebbe operare una ricostruzione bio-
grafica per la quale soltanto in parte vengono in aiuto le carte degli ar-
chivi delle università: bisognerebbe seguire capillarmente ogni per-
corso individuale. Per questo spesso ci si limita a fare i nomi delle per-
sonalità più note. Tra di essi i fisici Emilio Segre e Bruno Pontecorvo,
i matematici Guido Fubini, Alessandro Terracini, Enrico Volterra.

91
Enzo Bonaventura emigrò in Palestina, Arnaldo Momigliano in Gran
Bretagna, Emilio Servadio in India, il sociologo Renato Treves e il fi-
losofo Rodolfo Mondolfo in Argentina, i musicisti Vittorio Rieti e Ma-
rio Castelnuovo-Tedesco negli Stati Uniti.
Credo che sia giusto, nel considerare la perdita secca che la cul-
tura italiana subì con questa emorragia di cervelli, tener conto anche
di quanti non sarebbero mai più tornati, come è stato opportuna-
mente suggerito da Roberto Finzi: e molti non tornarono non sol-
tanto perché nel 1945 non vi fu un provvedimento generalizzato di
reintegrazione nei ruoli, ma anche perché l’indifferenza che aveva
accompagnato nell’ambiente accademico e scientifico la loro espul-
sione non incoraggiò in alcun modo il desiderio di ripristinare un le-
game la cui rottura aveva provocato ferite non sanabili.
Approssimativa rimane a tutt’oggi la valutazione degli ebrei italia-
ni che abbandonarono il nostro paese dopo il 1938, a prescindere
dall’ulteriore e più periglioso esodo che ebbe inizio dopo l’armistizio
dell’8 settembre 1943 alla volta generalmente della Svizzera. Verosi-
mile appare la stima che circa 6.000 siano stati gli ebrei che dopo
l’emanazione delle leggi razziali presero la via dell’estero. Chi emigrò
in Francia alla prova dei fatti si trovò un rifugio soltanto temporaneo
per le vicende che avrebbero presto coinvolto la Francia nella guerra
mondiale e nell’occupazione nazista; più stabile fu il nucleo di chi si
recò in Gran Bretagna, ma il gruppo dell’emigrazione seguì direttrici
tradizionali dell’emigrazione italiana: l’America del Nord e l’Ameri-
ca Latina. Gli Stati Uniti accolsero circa un terzo del totale di tutti gli
emigranti e non soltanto per essere il paese che offriva oggettivamen-
te le migliori possibilità di collocamento ma perché i numerosi nuclei
di emigranti di generazioni precedenti avevano creato basi di acco-
glienza che non esistevano altrove, se non in Argentina, in Brasile e in
paesi europei come la Francia, che tuttavia non erano più mete possi-
bili. Nuova fu anche la meta della Palestina, la cui scelta era determi-
nata da una opzione fortemente ideologica in una generazione di
adepti del sionismo nei quali la persecuzione aveva rafforzato la con-
vinzione nella necessità di creare lo Stato ebraico come difesa e forma
di salvezza contro la minaccia e la realtà della diffusione in Europa
dell’antisemitismo come legge di Stato.
Altrettanto grave fu la ferita inferta al ceto medio ebraico, che co-
me abbiamo visto in precedenza costituiva il nucleo centrale della
popolazione ebraica italiana, dalle restrizioni stabilite per l’esercizio

92
dell’attività professionale. Né gran sollievo recarono alla categoria le
discriminazioni previste per coloro ai quali erano riconosciute par-
ticolari benemerenze patriottiche, ossia ai discriminati. Infatti, gli
obblighi burocratico-amministrativi imposti anche ad essi e i forti
oneri finanziari previsti per l’iscrizione negli albi speciali non rende-
va la condizione dei discriminati molto migliore di quella degli altri,
per i quali, fossero medici o avvocati, la ridotta clientela ebraica non
poteva rappresentare una sufficiente fonte di reddito. Per giunta la
facoltà attribuita ai clienti non ebrei di revocare il mandato agli av-
vocati ebrei prima ancora che fosse decisa la loro sorte rappresentò
un’ulteriore limitazione delle loro possibilità di sussistenza. Anche
nel caso degli appartenenti alle singole professioni non possediamo
per il complesso dell’epurazione dati certi di carattere nazionale, per
la mancanza di ricerche su scala complessiva, per l’incertezza delle
fonti, per le insidie rappresentate dalle fonti giornalistiche. Queste
ultime infatti tendevano nelle pagine cittadine dei quotidiani locali
ad enfatizzare demagogicamente l’invasione degli ebrei nelle attività
lavorative, equivocando in più casi sui cognomi ebraici o prospet-
tando proporzioni esagerate della quota degli ebrei nei singoli setto-
ri professionali al solo scopo di fare da cassa di risonanza alla pro-
paganda antiebraica e di legittimare le espulsioni. Le ricerche locali
hanno confermato i limiti delle informazioni che è stato possibile ac-
quisire. Premesso che per gli ebrei stranieri non sussisteva più alcu-
na possibilità di esercitare alcuna attività professionale, essendo sta-
ti privati del permesso di soggiorno o essendo stata revocata loro la
cittadinanza, che era condizione preliminare per l’iscrizione agli al-
bi, la loro epurazione si deve considerare radicale e totale.
Qualche esempio per documentare l’avvenuta epurazione nelle
sedi locali senza tuttavia poter verificare l’incidenza delle esclusioni
rispetto al complesso dei professionisti delle diverse categorie nelle
rispettive circoscrizioni, posto che secondo i dati ufficiali forniti dal
sottosegretario Buffarini Guidi i professionisti ebrei rappresentava-
no con circa 5.200 unità il gruppo sociale più forte nella composi-
zione della popolazione ebraica italiana. A Bologna le ricerche di
N.S. Onofri danno per espulsi dall’albo 14 medici, mentre altri 6 ri-
sultano tra i discriminati. Per quanto riguarda gli avvocati gli espul-
si furono 14, i discriminati 6, con incertezza sul loro status nell’av-
venire, quando in tempo di guerra molte delle discriminazioni ven-
nero revocate. Di altre categorie (ingegneri, commercialisti, farma-

93
cisti) non si conoscono i dati, ma soltanto il nome di qualche singo-
lo professionista espulso.
Per Torino, secondo quanto scrive F. Levi, «dal materiale a di-
sposizione risulta che ‘con decorrenza dalla fine del mese di febbraio
1940-XVIII’ erano stati cancellati dall’albo 15 medici tra Torino e
Alessandria, mentre uno solo, poiché discriminato, veniva iscritto
nell’elenco aggiunto; 10 ragionieri; 4 giornalisti ed un pubblicista; 37
ingegneri; 30 avvocati e procuratori, di cui 25 nella sola circoscri-
zione del tribunale di Torino ed i restanti tra Casale Monferrato ed
Alessandria».
A Firenze furono radiati dagli albi professionali (come scrive A.
Minerbi) 22 avvocati, 14 ingegneri, 20 medici e 4 farmacisti.
La ricerca compiuta per Trieste da S. Bon offre qualche elemen-
to in più, trattandosi fra l’altro dell’insediamento ebraico in assolu-
to più consistente sul territorio italiano nel rapporto tra popolazio-
ne complessiva e quota di popolazione ebraica. Ora a Trieste l’epu-
razione per la stessa ragione ebbe un’incidenza particolarmente rile-
vante: furono radiati dall’albo 22 avvocati, 4 furono discriminati, pa-
ri al 12,6 per cento di tutti gli avvocati che esercitavano nel comune;
55 medici (pari al 23,60 per cento) più 6 discriminati; 30 ingegneri,
pari all’8,40 per cento. Cifre che indicano da una parte la forza del-
la popolazione ebraica e del ceto dei professionisti ebrei, dall’altra il
vuoto che la loro epurazione (tenendo conto anche di quanto av-
venne in altri settori, come quello assicurativo, tipici dell’economia
della città giuliana) creava nella vita sociale e culturale di Trieste.
L’incidenza quantitativa dell’epurazione nei settori professionali
presenta come è ovvio un esito assai differenziato, non solo da set-
tore a settore ma anche da città a città, in base al contesto economi-
co-sociale e al peso relativo della componente ebraica nel quadro cit-
tadino. La creazione della categoria dei «discriminati» non alterò so-
stanzialmente l’incidenza dei provvedimenti epurativi. A parte il ten-
tativo che con le discriminazioni era stato compiuto di dividere gli
ebrei in ebrei «buoni» e in ebrei «cattivi», a seconda che presentas-
sero requisiti più o meno graditi al regime, smentendo così appa-
rentemente la rigidità del principio biologico e privilegiando una op-
zione tipicamente ideologica, l’ambiguità di cui era circondato
l’ebreo discriminato comportò spesso per i professionisti conse-
guenze altrettanto negative. Soltanto nei casi di ebrei discriminati
che fecero gesti particolarmente ostentati di fedeltà al regime e quin-

94
di di clamorosa rottura con i loro correligionari, con ostentate abiu-
re, conversioni o aperte e fattive prese di posizione a favore del re-
gime, la discriminazione mise i soggetti che ne erano stati interessa-
ti al riparo da ogni contestazione. Altrimenti anche i discriminati fu-
rono coinvolti nell’atmosfera di isolamento che aveva accompagna-
to la sorte dei non discriminati. Più che l’incerta identità dei discri-
minati a respingerli al margine della vita sociale contribuiva proba-
bilmente l’aura di incertezza che gravava su di essi, privilegiati ri-
spetto agli altri ebrei ma al tempo stesso additati come beneficiati dal
regime e ancora una volta quindi esibiti come cittadini che fruivano
di uno status particolare. Le vicende stesse della loro iscrizione in al-
bi speciali erano la conferma dello status particolare nel quale veni-
vano congelati. La più parte certo non poteva prevedere che la loro
discriminazione sarebbe stata esibita come titolo di merito dopo la
liberazione da funzionari che avevano qualcosa da farsi perdonare
per i loro trascorsi politici quando non fossero stati coinvolti nella
RSI che avrebbe annullato ogni privilegio di discriminazione.
Una valutazione sull’impatto che le leggi contro gli ebrei volute
dal fascismo ebbero sulla società italiana non può prescindere dal
prendere in considerazione l’atteggiamento che di fronte ad esse as-
sunse la Santa Sede e per essa la Chiesa cattolica. Sul piano genera-
le la considerazione dell’atteggiamento della Santa Sede non può
non partire da alcune premesse che storicamente avevano connota-
to la posizione della Chiesa verso l’ebraismo da una parte e verso il
regime fascista dall’altra. Non vi è dubbio che il regime fascista nel
prendere decisamente posizione contro gli ebrei tenne conto di quel-
la che era una consolidata tradizione cattolica di antigiudaismo: tra-
dizione tipicamente e meramente elaborata sul piano religioso, che
non si era limitata tuttavia a sottolineare le divergenze sul terreno
teologico e della dottrina ma che aveva associato nella polemica con-
tro il mondo moderno l’ebraismo alla massoneria, al socialismo, in-
fine al bolscevismo, con uno sconfinamento dal terreno meramente
religioso che aveva portato all’avvicinamento a precise posizioni po-
litico-culturali quali quelle espresse dai movimenti e poi dai regimi
di tipo fascista.
La concezione autoritaria dello Stato e in particolare le tendenze
corporative e la condanna della lotta di classe avevano spianato la
strada ad una forte convergenza di opinioni e di obiettivi con una
Chiesa fortemente autoritaria e gerarchizzata, che nella frontiera

95
dell’antibolscevismo aveva trovato una linea di forte consonanza con
il regime fascista e con il regime nazionalsocialista. Soprattutto nei
confronti di quest’ultimo la consonanza fu incrinata dalle tendenze
esclusivistiche e dall’intransigenza a coprire tutti gli spazi della so-
cietà senza i limiti di reciproco rispetto che nel fascismo italiano fu-
rono posti dal Concordato del 1929. La tendenza esplicita nel na-
zionalsocialismo di fare del razzismo una sorta di religione di un
nuovo paganesimo fissò il limite dell’incontro tra l’antisemitismo na-
zista e l’antigiudaismo della Chiesa cattolica. La Santa Sede non con-
testava al Terzo Reich la possibilità che lo Stato adottasse determi-
nati provvedimenti a carico degli ebrei, contestava il nuovo pagane-
simo nella misura in cui finiva per incidere anche sulle chiese cri-
stiane e in particolare su quella cattolica, limitandone l’esercizio del
culto, lo sviluppo dell’organizzazione ecclesiale e della rete di pro-
selitismo, le basi patrimoniali e le forme di propaganda e di espres-
sione attraverso la stampa. L’enciclica Mit brennender Sorge di papa
Pio XI del marzo del 1937 va letta in questa chiave, non come con-
danna in generale del nazionalsocialismo e tanto meno dell’antise-
mitismo. Oggi è noto d’altra parte che una più ferma ed esplicita
condanna dell’antisemitismo che era stata prevista da parte di Pio XI
nel marzo del 1938 non fu diramata per i contrasti interni alla ge-
rarchia e per ragioni di opportunità politica in presenza sia di forti
residui di antisemitismo cattolico che ne avrebbero impedito una ri-
cezione pacifica e generalizzata all’interno della stessa istituzione ec-
clesiale sia di preoccupazioni politiche. Un pronunciamento del ge-
nere avrebbe sicuramente prodotto una frattura in quella conver-
genza con le dittature fasciste che aveva avuto uno dei suoi momen-
ti più esaltanti nella guerra di Spagna e per l’Italia, certamente, nel-
la guerra contro l’Abissinia.
Restava il fatto che di fronte a misure apertamente razzistiche co-
me quelle che il Reich nazista aveva già adottato sin dal 1933 e con-
validato con le leggi di Norimberga del 1935, la cultura cattolica, co-
me ha ben rilevato G. Miccoli, aveva ben scarsi strumenti e ben scar-
se argomentazioni, dal momento che di fronte alle distinzioni tal-
volta anche troppo sottili tra un antisemitismo e l’altro alla prova dei
fatti ben scarse alternative il mondo cattolico aveva prodotto. E d’al-
tronde, nelle file dello stesso cattolicesimo non mancavano i fautori
di un antisemitismo estremo sino alla prefigurazione, e siamo a metà
degli anni Trenta!, di soluzioni estreme. Siamo per l’appunto alle po-

96
sizioni dei clerico-fascisti, che allora in Italia sembravano battere con
il loro radicalismo anche le tesi estreme della propaganda fascista,
perché non si limitavano ad agitare lo spettro della congiura inter-
nazionale ebraica, ma, come farà Gino Sottochiesa nel già citato li-
bello Sotto la maschera d’Israele, anticiperanno la conclusione che
nessuna soluzione di una questione ebraica era possibile, né con la
conversione al cattolicesimo, dato il fondamento biologico
dell’ebraismo, né con l’emigrazione in Palestina: è esagerato conclu-
dere che per costoro l’unica soluzione non poteva che essere l’estin-
zione fisica della popolazione ebraica?
Ciò che ostava ad una decisa presa di posizione contro la persecu-
zione razziale in Germania era anzitutto la forte riserva mentale per-
sistente nei confronti dell’ebraismo mondiale, e del resto espressa
esplicitamente, in base alla quale permaneva nel pensiero dei cattoli-
ci la convinzione nella natura distruttiva dell’ebraismo e l’arriére-pen-
sée nell’esistenza di una sia pure involontaria congiura internaziona-
le dell’ebraismo. La seconda ragione che frenava qualsiasi presa di po-
sizione a favore dell’eguaglianza degli ebrei era che seppure nel mon-
do cattolico non era auspicata una nuova persecuzione, le polemiche
e le insofferenze contro la presenza degli ebrei e talvolta la denuncia
contro la loro super-rappresentatività in alcuni settori facevano de-
durre che almeno una parte del mondo cattolico non avrebbe visto di
cattivo occhio forme di limitazione della presenza degli ebrei. Non
erano auspicate violenze materiali ma non vi erano obiezioni sostan-
ziali a porre argini alla loro presunta invadenza. Una posizione che
psicologicamente e culturalmente non poteva preparare certo i cat-
tolici ad una reale opposizione a misure discriminatorie.
Un atteggiamento che nessuno meglio di Miccoli ha saputo co-
gliere nella sua essenza:

La memoria storica dei ghetti, delle discriminazioni, delle umiliazio-


ni, delle espulsioni degli ebrei ad opera della Chiesa e dei cristiani, gli an-
cor freschi ricordi delle accese campagne antisemite che avevano carat-
terizzato il costituirsi e l’organizzarsi in termini di massa dei movimenti
cattolici tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, produ-
cono effetti in qualche modo paralizzanti. Opera profondamente nella
cultura ecclesiastica un atteggiamento verso la propria storia tutto apo-
logetico e giustificazionistico, che sa riconoscere errori, colpe e deviazio-
ni di singoli, ma resta incapace di prendere le distanze o giudicare nega-

97
tivamente una linea che era stata della Chiesa nel suo complesso («Studi
storici», 1988, 4).

Nell’estate del 1938, in preparazione delle misure contro gli ebrei,


era chiaro che il regime aveva interesse a premunirsi sul versante del-
la Chiesa garantendosi se non il consenso quanto meno la non oppo-
sizione alle eventuali misure discriminatorie. Ancora alla fine di luglio
(il 28) Pio XI aveva ribadito l’ostilità della Chiesa al razzismo con ri-
ferimento esplicito agli sviluppi nella Germania nazista ma indiretta-
mente anche all’Italia; il Diario di Ciano in queste settimane riporta
ripetutamente l’eco sia dei malumori di Mussolini nei confronti della
Chiesa, sia dei tentativi compiuti per evitare uno scontro aperto sulla
questione, in un momento in cui il contenzioso con la Chiesa attra-
versava un passaggio particolarmente delicato con la minaccia di un
nuovo conflitto per l’Azione cattolica. Indirettamente dovette influi-
re nel senso di moderare le ostilità della Chiesa l’intrecciarsi di que-
stioni così diverse, che fu strumentalizzato dal regime per ottenere co-
me compenso per le concessioni che esso era disposto a fare sull’Azio-
ne cattolica una maggiore prudenza della Chiesa nella questione
dell’antisemitismo. A metà agosto, nel quadro di un accordo più com-
plessivo con la Santa Sede, il governo fascista rassicurò pubblica-
mente la Santa Sede sulla moderazione degli orientamenti del regime,
richiamando del resto in forma subdola e strumentale i precedenti
della politica ecclesiastica («Quanto agli ebrei, non saranno ripristi-
nati i berretti distintivi, di qualsiasi colore, né i ghetti, e molto meno
non vi saranno confische di beni. Gli ebrei in una parola, possono es-
sere sicuri che non saranno sottoposti a trattamento peggiore di quel-
lo usato loro per secoli e secoli dai Papi»).
Ma ciò che soprattutto premeva al regime era che gli organi ec-
clesiastici, stampa compresa, si astenessero dal prendere pubblica-
mente posizione sull’argomento. Un obiettivo che per quanto al mo-
mento si sa fu nel complesso raggiunto, lasciando tutte le ombre di
ambiguità che rimanevano non esplicitate dal silenzio da parte della
Chiesa. Naturalmente, questo non avrebbe impedito che nei mesi
successivi un autorevole esponente dell’estremismo fascista, decisa-
mente impegnato nel promuovere la svolta apertamente filonazista
come Roberto Farinacci, assumesse nei confronti della Chiesa un at-
teggiamento apertamente ricattatorio e si richiamasse alla tradizione
di intransigenza antiebraica della Chiesa non tanto e non soltanto

98
per sottolineare come in fondo la politica fascista non facesse che
rendersi erede di istanze tradizionali della Chiesa, ma soprattutto
per ammonire la Chiesa a non interferire in questioni politiche, con
una allusione neppure troppo criptica a non porre ostacoli al corso
della politica fascista nelle sue tappe di avvicinamento alla Germa-
nia nazista.
Dal complesso di una pluralità di manifestazioni della stampa e
dell’autorità ecclesiastica si è autorizzati a concludere che la Chiesa,
senza rinunciare a punti di vista tradizionali della cultura cattolica
che riflettevano giudizi e pregiudizi contro gli ebrei, manifestava av-
versione all’antisemitismo nella versione che ne aveva tradotto il raz-
zismo nazista ma non escludeva che potesse consentire, come dimo-
strava il plauso a misure recenti del governo ungherese, a forme di
discriminazione (per esempio nel senso della presenza proporziona-
le degli ebrei in determinate attività) che non sfociassero in una le-
gislazione speciale o in pesanti persecuzioni. Come ciò fosse possi-
bile, e se già questo non rappresentasse una contraddizione inestri-
cabile, non faceva parte delle riflessioni nel mondo cattolico.
Se ne deve dedurre anche che comunque la Chiesa aveva rinun-
ciato a considerare che la questione dell’antisemitismo così come ve-
niva presentata dal fascismo potesse rappresentare un motivo di
scontro frontale con il regime; se anche la Chiesa, se non altro per le
più complesse implicazioni politiche non poteva identificarsi con i
pronunciamenti del regime, né interamente con il Manifesto degli
scienziati, per le ambiguità che permanevano tra la dimensione spi-
rituale e quella biologica, tuttavia sembrava volersi impegnare a so-
stenere la linea che puntava a sottolineare come specificità di un an-
tisemitismo italiano l’assenza del rozzo biologismo e del risvolto pa-
gano che era sotteso al razzismo nazista.
L’affermazione contenuta nell’indirizzo di Pio XI a un gruppo di
pellegrini belgi in visita a Roma il 6 settembre 1938, «L’antisemiti-
smo è inaccettabile», rifletteva certamente una radicata convinzione
del pontefice, ma non rispecchiava altrettanto sicuramente il punto
di vista della gerarchia vaticana e di cerchie influenti del mondo cat-
tolico. L’avvio a partire dal settembre della legislazione discrimina-
toria pose la Santa Sede dinanzi non più alla previsione di una pos-
sibile normativa ma alla necessità immediata di prendere atto della
sua emanazione e di valutare se essa rispettasse i principi su cui era
stato fondato l’accordo del 16 agosto. La Santa Sede non espresse al-

99
cuna protesta per l’emanazione delle leggi, si preoccupò viceversa di
far sì che dalle sue conseguenze fossero esclusi gli ebrei convertiti
(che un rigoroso principio razziale non avrebbe dovuto prendere in
considerazione essendo la scelta religiosa ininfluente), mettendo co-
sì l’accento sulla questione religiosa. Non è possibile in questa sede
entrare in dettagli tecnici complicati; basti dire che la questione ca-
pitale per il Vaticano era rappresentata dai matrimoni misti in cui
uno dei coniugi fosse di religione cattolica (convertiti compresi). La
Santa Sede si sentiva legittimata a intervenire dalla lettera del Con-
cordato, per cui la sottrazione della questione alla sua competenza
avrebbe rappresentato, secondo la lettera dei documenti vaticani,
«una grave vulnus al Concordato», capace di provocare «tristissime
conseguenze» nelle relazioni tra lo Stato e la Chiesa. L’intervento
della Santa Sede ottenne parziali modifiche a favore degli ebrei bat-
tezzati e dei figli battezzati di matrimoni misti, senza riuscire a im-
porre gli emendamenti sistematici che erano nei suoi voti, così come
parziale successo ebbero i passi compiuti per ottenere in singoli ca-
si l’esonero dai divieti imposti dalla legge. Del resto, lo sappiamo, es-
sa si illuse di limitare il danno cercando di fare collimare le leggi del-
lo Stato fascista con i principi della tradizione cattolica. Morto Pio
XI il nuovo pontefice lasciò cadere l’ipotesi del suo predecessore di
una condanna di principio dell’antisemitismo nazista; l’enciclica
«mancata» confermò la linea degli aggiustamenti possibili evitando
ogni scontro frontale.
Un cenno infine è necessario dedicare alla sorte degli ebrei stra-
nieri, che si identifica in buona parte con quella di coloro che dopo il
1933 erano giunti in Italia dalla Germania nazista e poi dall’Austria,
annessa al Reich nel marzo del 1938, e che è stata studiata da Klaus
Voigt (cfr. Bibliografia). Secondo i dati ufficiali, nell’ottobre del 1938
si trovavano in Italia 9.699 ebrei con cittadinanza straniera; di questi
presumibilmente poco meno di un terzo era rappresentato da citta-
dini tedeschi. Il decreto di espulsione del 7 ottobre 1938 colpì tutti i
rifugiati indiscriminatamente, ma in particolare i cittadini tedeschi
che se restituiti al Reich potevano rischiare di finire in campo di con-
centramento. Per costoro e per gli ebrei che fuggivano in misura cre-
scente dall’Austria e da altri paesi dell’Europa centro-orientale l’Ita-
lia – come sottolinea il già citato manuale per gli ebrei che si accinge-
vano ad emigrare a cura delle organizzazioni di soccorso ebraiche te-
desche – cessava di rappresentare un approdo sia pure temporaneo;

100
rimase soltanto via di transito (soprattutto attraverso il porto di Trie-
ste) per chi avesse scelto più lontane mete oltremare. La possibilità
che i movimenti degli ebrei in cerca di vie di esodo fossero agevolati
dalle autorità di polizia dipendeva spesso dalle autorità locali; conte-
stualmente al crescere dei comportamenti discrezionali di queste ul-
time crebbero anche i casi di tentativi di espatri illegali, per esempio
verso la Francia, o di permanenze clandestine di ebrei che rifiutava-
no di rendere nota la loro presenza in Italia per timore di essere espul-
si o anche soltanto perché la loro registrazione non avrebbe recato lo-
ro alcun vantaggio, non essendo più possibile stabilire alcun rappor-
to di lavoro. Spesso essi rinunciarono anche a iscriversi alle comunità
ebraiche di pertinenza territoriale e rinunciarono all’assistenza che
esse si sforzavano di dare anche agli stranieri per il timore di rivelare
la loro presenza. Una situazione non solo psicologicamente comples-
sa, che accrebbe il senso di insicurezza dei singoli e l’atmosfera di so-
spetto di cui le autorità di polizia circondavano le pratiche relative ai
soggiorni e agli espatri degli stranieri.
6.
La guerra e l’ulteriore progressione
dell’emarginazione degli ebrei

All’approssimarsi dell’ingresso in guerra dell’Italia si moltiplicarono


le avvisaglie che facevano prevedere che il coinvolgimento nel con-
flitto avrebbe comportato quasi automaticamente un inasprimento
della pressione persecutoria contro gli ebrei. In questa direzione
muoveva innanzitutto l’inasprimento della campagna di stampa con-
tro gli ebrei, che diventarono uno dei bersagli preferiti. Su di essi in-
fatti, sulla congiura dell’Internazionale giudaica e sulle trame degli
ebrei nelle democrazie plutocratiche furono scaricate le responsabi-
lità per lo scatenamento del conflitto con la promessa (o la profezia)
che a pagare il prezzo del conflitto avrebbero dovuto essere gli ebrei.
Nessun altro che Giovanni Ansaldo, pubblicista di regime e diretto-
re del «Telegrafo» di Livorno, il foglio della famiglia Ciano, alla vi-
gilia dello scatenamento del conflitto mondiale denunciava la pro-
paganda di guerra di cui era protagonista l’ebraismo e ammoniva
macabramente gli anglo-americani «che se in un giorno nefasto voi
vi lascerete indurre da loro a una guerra vendicatrice contro gli Sta-
ti autoritari, sappiatelo: sono i vostri figli quelli che marceranno [...]
che faranno biancheggiare di ossari tutti i campi di battaglia del
mondo», presentando gli ebrei come «gli Isaia da strapazzo» che
non si sarebbero esposti direttamente nel conflitto ma avrebbero fat-
to fare ad altri la guerra per conto loro, riesumando l’immagine del-
la viltà degli ebrei che tramano nell’oscurità, che manipolano le al-
trui coscienze e ne strumentalizzano le disponibilità. E dopo il di-
scorso minaccioso di Hitler del 30 gennaio 1939 ne riecheggiava la

102
profezia secondo cui se si fosse pervenuti alla guerra mondiale ne sa-
rebbe sortita «la più tragica sentenza che sia mai stata pronunciata»
contro gli ebrei, ossia la distruzione completa della razza ebraica.
Così come non poteva non essere «un sozzo ebreo come Blum», cor-
responsabile della guerra, responsabile principale della disfatta fran-
cese e comunque una delle «figure-simbolo contro le quali incanala-
re gli attacchi rivolti verso l’ebraismo internazionale» (F. Balloni).
La prosa di Giovanni Preziosi, sicuramente il più accanito dei li-
bellisti antisemiti, che martellava dalla sua rivista «La vita italiana»
senza sosta il suo odio contro gli ebrei, non fu seconda nella denuncia
delle responsabilità per la guerra. «E la guerra ebrea è venuta» pote-
va trionfalmente annunciare il 15 settembre 1939 dalla sua rivista:

1. La guerra è stata preparata in America dall’ebraismo che ha nel go-


verno dell’Inghilterra i suoi maggiori strumenti europei: uomini che la
stampa dominata dall’alta finanza ebraica fa passare per «ottimi inglesi»,
presentando la loro politica come autentica politica inglese.
2. La prima e più grande responsabilità – dopo quella di Roosevelt –
della «guerra ebraica» spetta perciò all’Inghilterra [...].
3. La guerra, voluta e preparata dal giudaismo è stata scatenata per
opera della Polonia, che ospita in Europa il maggior numero di ebrei e
dove l’ebraismo, dominatore ora come non mai, ha avuto come inflessi-
bile strumento quel colonnello Beck, che l’organo ebraico «Jewish Daily
Post» fin dal 28 luglio 1935 vantava con queste parole: «Il colonnello
Beck è noto come ebreo». [Preziosi non sapeva o fingeva di non sapere
che il ministro degli Esteri polacco Beck era talmente poco ebreo che ave-
va insistentemente chiesto alla Società delle Nazioni che alla Polonia fos-
sero attribuite colonie in Africa per potervi espellere per l’appunto gli
ebrei polacchi, N.d.A.].
4. L’odio ebraico contro la Polonia ebbe le più atroci e calunniose ma-
nifestazioni proprio nella politica dell’Inghilterra [...]. Quando la Polo-
nia ebbe al governo uomini designati dell’ebraismo (primo fra tutti il co-
lonnello Beck) l’Inghilterra diventò la sostenitrice della Polonia presen-
tata come angelo di pace. Nel pensiero degli uomini di fiducia dell’ebrai-
smo inglese, la Polonia doveva diventare, una volta sparita la Cecoslo-
vacchia, il paradiso degli ebrei nel centro di Europa [...].
6. Hore Belisha, l’agitato ministro ebreo della «guerra ebrea» scatena-
ta dall’Inghilterra è, assieme a Churchill e ad Eden, il maggior sostenitore
della guerra «fino in fondo»; perché in essa vede la vendetta d’Israele.
7. Tutto il mondo sa quale è stata in un ventennio l’opera costante ed
ammonitrice di Mussolini per evitare fino all’ultimo momento questa

103
guerra: tutto il mondo sa pure che anche la Francia aveva all’ultima ora
acceduto alla proposta di Mussolini, tendente non solamente a risolvere
il conflitto tra Germania e Polonia, ma ad affrontare l’intollerabile ingiu-
stizia di Versaglia. È stato il «no» della inflessibilità giudaica dell’Inghil-
terra che ha deciso la guerra minuziosamente preparata.

Le citazioni alle quali ho fatto ricorso non sono che piccolissimi


frammenti ed esempi di una pubblicistica che con l’approssimarsi
della guerra si era andata infittendo e che si deve considerare lo sfon-
do sul quale si sarebbe sviluppata la propaganda di guerra allo scopo
di demonizzare l’ebreo, di fare convergere su di esso le ostilità della
popolazione e di potenziarne la qualità di bersaglio, non più soltanto
come nemico interno ma ora anche come nemico esterno. E non bi-
sogna pensare soltanto a quanto veniva scritto sui giornali: la propa-
ganda passava attraverso la radio, che trasmise alcuni dei più subdo-
li messaggi e dei più squallidi propagandisti; passava attraverso i ma-
nifesti affissi sui muri per le strade, attraverso le cartoline pubblicita-
rie appese nei mezzi di trasporto, nelle circolari dirette agli uffici e al-
le scuole e via dicendo. Un’opera capillare e sottile di diffamazione
degli ebrei che doveva servire ad alimentare l’ostilità verso di loro e a
far sì che la popolazione canalizzasse nei loro confronti malumori e
insoddisfazioni e facesse da coro alle misure restrittive che il regime
si apprestava a varare per penalizzare ulteriormente gli ebrei. Nel cor-
so del conflitto questo tipo di propaganda sarebbe divenuto sempre
più frequente e dal punto di vista del regime insostituibile per addos-
sare agli ebrei anche i rovesci militari dell’Italia fascista, incapace e im-
possibilitata di fare qualsiasi autocritica del suo malgoverno e del suo
avventurismo politico-militare. Su questo risvolto della propaganda
a guerra inoltrata avremo modo di ritornare.
Che il regime avvertisse l’esigenza di enfatizzare la responsabilità
degli ebrei per la guerra si può evincere anche dalla durezza dei
provvedimenti che furono adottati per accentuarne ed accelerarne
l’emarginazione. Non ci consta che esso potesse temere forti reazio-
ni di opinione pubblica proprio nel momento in cui si cercava di
compattare il consenso intorno all’entrata in guerra; c’è da pensare
piuttosto che fare la faccia feroce contro gli ebrei potesse servire a
vieppiù cementare la solidarietà intorno al fascismo mettendo alla
berlina i simboli dello schieramento avverso. I cortei degli studenti
e delle scolaresche che venivano portati a manifestare a favore

104
dell’entrata in guerra incontravano talvolta sulla loro strada le sina-
goghe delle città italiane: i manifestanti potevano anche non sapere
che cosa esse rappresentassero nella realtà, ma i funzionari del regi-
me le additavano come simbolo di quel potere occulto dal quale si
voleva scaturissero le trame contro l’Italia e contro la pace.
Poco sappiamo ancora sulla genesi dei provvedimenti che alla vi-
gilia dell’entrata in guerra sfociarono nelle prime misure di restrizio-
ne della libertà personale degli ebrei. La cosa certa è che il 16 maggio
1940 il Ministero dell’Interno predispose una prima circolare che pre-
vedeva in caso di guerra l’internamento dei sudditi di Stati nemici, se-
condo una norma di carattere generale che rientrava negli usi di tutti
gli Stati belligeranti; il fatto nuovo di un provvedimento del genere è
che in esso fosse esplicitamente contemplato l’internamento di «tutti
gli ebrei stranieri», come categoria a se stante, della quale veniva per-
tanto sottolineato il trattamento particolare. In successive circolari il
Ministero dell’Interno istruiva le prefetture sulla necessità di proce-
dere all’internamento anche di una parte almeno degli ebrei italiani.
Il 27 maggio si prescriveva infatti che «in caso di emergenza oltre ebrei
stranieri di cui a precedenti circolari sarà necessario internare quegli
ebrei italiani che per la loro pericolosità fosse necessario allontanare
da abituali loro residenze». Si doveva procedere entro dieci giorni al-
la compilazione dei relativi elenchi, salvo poi formulare separate pro-
poste per i «casi che presentano effettivo pericolo per ordine pubbli-
co». Il 6 giugno una ulteriore circolare telegrafica sembrava interpre-
tare in senso estensivo il concetto della «pericolosità» degli ebrei da
proporre per l’internamento, in quanto «pericolosità ebrei italiani in-
ternare deve essere esaminata anche nei riguardi loro capacità propa-
ganda disfattista et attività spionistica». Sappiamo ancora che il 26
maggio il sottosegretario Buffarini Guidi comunicava al capo della
polizia Bocchini che «il duce desidera che si preparino dei campi di
concentramento anche per gli ebrei, in caso di guerra».
Sappiamo anche che ebrei stranieri ed ebrei italiani avrebbero
dovuto essere internati in campi di concentramento o comunque in
luoghi di internamento differenziati. Gli ebrei stranieri erano desti-
nati ad appositi campi di concentramento, gli ebrei italiani sarebbe-
ro finiti con altri elementi considerati pericolosi, ossia generalmente
con uomini dell’antifascismo. La decisione di considerare gli ebrei,
stranieri o italiani, come gruppo a se stante derivava evidentemente
dagli orientamenti assunti nel momento stesso in cui era stata vara-

105
ta la prima legislazione razzista; l’internamento e l’invio nei campi di
concentramento sotto questo profilo era la coerente prosecuzione (e
forse anche la normale e inevitabile conclusione) di quell’indirizzo;
l’aggravamento della pressione sugli ebrei in concomitanza con lo
stato di guerra aveva anche una indubbia valenza propagandistica,
in consonanza con l’inasprimento della guerra psicologica che vede-
va gli ebrei più che mai sul banco degli accusati (Poliakov parlereb-
be di capro espiatorio).
L’enfatizzazione della pericolosità degli ebrei, almeno per quanto
riguardava gli italiani, faceva parte di questo complesso: non vi era og-
gettivamente nessun motivo per mandare gli ebrei in campo di con-
centramento; togliere dalla circolazione alcuni (molti o pochi) dei lo-
ro esponenti serviva tuttavia da una parte per sottolineare un perico-
lo potenziale – la presunzione della loro pericolosità più che la con-
statazione di fatti concreti rivolti contro il regime – dall’altra, a usare
la leva dell’intimidazione contro il complesso della popolazione
ebraica; infine, a concentrare su di loro l’odio e l’odiosità che si dove-
va riservare, con tanto maggiore animosità che non verso il nemico
esterno, al nemico interno. Al di là della questione razziale in senso
stretto, non va neppure sottovalutato il significato che la creazione
delle nuove strutture concentrazionarie significava per l’evoluzione
dello Stato di polizia in Italia e per lo sviluppo delle strutture del ter-
rore e della repressione. Non basta dire che il sistema concentrazio-
nario in Italia era meno rigido di quello nazista in Germania (un con-
fronto che al limite potrebbe risultare fuorviante), bisogna rilevare
piuttosto come rispetto alla tradizione anche di uno Stato autoritario
e delle strutture dello stesso Stato di polizia in Italia il passaggio alla
fase concentrazionaria rappresentasse un salto di qualità di notevole
spessore. Solo in parte infatti si può considerare che il campo di con-
centramento fosse una dilatazione della colonia di confino come è si-
curamente dimostrabile nel caso del campo di Pisticci.
Il più grande dei campi di concentramento (è questa la denomi-
nazione ufficiale di tali siti) per ebrei stranieri fu quello di Ferra-
monti di Tarsia, in provincia di Cosenza, che incominciò a funzio-
nare il 29 giugno 1940. Come è stato ripetutamente messo in luce,
soprattutto dal suo maggiore storico Carlo S. Capogreco, Ferra-
monti, oltre ad essere il più importante in assoluto dei campi di con-
centramento in Italia, fu anche uno dei pochi che furono apposita-
mente costruiti come tali, secondo la tipologia del campo di barac-

106
che mutuata dai campi per prigionieri di guerra, e che non sfrutta-
rono strutture preesistenti (vecchie caserme o fabbriche o comun-
que edifici dismessi) come avvenne nella maggioranza dei casi. Le ri-
cerche attestano che i luoghi definiti come campi di concentramen-
to furono sicuramente 51 come luoghi di internamento collettivo,
mentre oltre 250 furono le località del cosiddetto «internamento li-
bero», più vicine per la loro disciplina al tradizionale confino di po-
lizia e non necessariamente legate alla formula dell’internamento
collettivo. Nati come campi per ebrei molti di essi, in relazione alle
esigenze e al decorso della guerra, finirono per ospitare deportati
provenienti da aree (principalmente quelle balcaniche) cadute sotto
dominazione italiana, ma anche ebrei ed antifascisti italiani.
Questa categoria di campi era sottoposta alla giurisdizione del Mi-
nistero dell’Interno, che vi esercitava le sue funzioni attraverso unità
dei corpi di polizia; ma nel corso del conflitto sorsero anche altri cam-
pi, al di là degli appositi campi per prigionieri di guerra, che furono
posti sotto la giurisdizione del Ministero della Guerra e delle Forze
armate e che furono destinati all’internamento di militari e civili dei
territori occupati catturati come partigiani o nelle azioni di rastrella-
mento intraprese per tentare di ristabilire l’autorità italiana in zone
nelle quali questa era stata contestata dalla ribellione delle popola-
zioni locali. Il più grande di questi campi fu quello di Renicci in pro-
vincia di Arezzo, che in un secondo momento fu omologato ai campi
gestiti dal Ministero dell’Interno. Le circostanze legate all’evoluzione
della situazione interna e militare durante il conflitto fecero sì che in
prosieguo di tempo le rigide distinzioni tra i vari tipi di campi si an-
dassero attenuando, creando margini di permeabilità tra le diverse ca-
tegorie dei soggetti destinati all’internamento; l’unica categoria che in
linea di massima sembra avere conservato sino all’ultimo la sua indi-
vidualità è quella dei prigionieri di guerra, anche se il carattere ideo-
logico che assunse il conflitto coinvolse talora anche queste categorie,
se non in una sistematica violazione delle convenzioni internazionali
che proteggevano i prigionieri, nel gioco delle opposte propagande
che miravano a reclutare ciascuna per il proprio schieramento gli sta-
ti d’animo e la solidarietà dei prigionieri.
Uno sguardo all’elenco dei campi di concentramento per ebrei
consente di osservare immediatamente come essi fossero concentra-
ti essenzialmente nell’area centro-meridionale della penisola, con
una forte concentrazione tra la Toscana, le Marche e l’Abruzzo, la

107
Campania e la Puglia, in località lontane dai confini settentrionali del
regno e in linea di massima anche da una rete di comunicazione di
facile accessibilità, a sottolineare la preoccupazione, probabilmente,
di tenere i soggetti considerati pericolosi fuori dalla possibilità di
mantenere stretti contatti con l’esterno se non a prezzo di faticosi
spostamenti da parte dei familiari, nel caso degli internati italiani.
Raggruppati per provincia l’elenco dei campi dei quali ci stiamo
occupando dà luogo a questa elencazione:

Parma 2 (Montechiarugiolo; Scipione-Salsomaggiore); Firenze 2


(Bagno a Ripoli; Rovezzano-Montalbano); Arezzo 2 (Civitella della
Chiana; Renicci-Anghiari); Ancona 2 (Fabriano; Sassoferrato); Ma-
cerata 4 (Urbisaglia; Petriolo; Pollenza; Treia); Perugia 1 (Colfiorito-
Foligno); Roma 1 (Castel di Guido); Littoria 2 (Ponza, Ventotene);
Rieti 1 (Farfa Sabina); Frosinone 1 (Fraschette-Alatri); Teramo 7 (Ci-
vitella del Tronto, Corropoli, Isola del Gran Sasso, Nereto, Notare-
sco, Tortoreto, Tossiccia); Pescara 1 (Città Sant’Angelo); Chieti 6
(Chieti, Casoli, Istonio, Lama dei Peligni, Lanciano, Tollo); Campo-
basso 6 (Agnone, Boiano, Bonefro, Casacalenda, Isernia, Vinciatu-
ro); Avellino 3 (Ariano Irpino, Monteforte Irpino, Solofra); Salerno
1 (Campagna); Foggia 2 (Manfredonia, Tremiti); Bari 2 (Alberobel-
lo, Gioia del Colle); Matera 2 (Pisticci, Montalbano Jonico); Cosen-
za 1 (Ferramonti-Tarsia); Messina 1 (Lipari); Palermo 1 (Ustica).

È possibile che questa elencazione ripresa dalle ricerche di Ca-


pogreco allo stadio del 1993 sia suscettibile di ulteriori integrazioni.
Di sicuro regna ancora qualche incertezza sull’attribuzione della
qualifica di campo di concentramento dato il gran numero di loca-
lità d’internamento sparse in tutta la penisola. Minore incertezza re-
gna nelle categorie delle persone soggette alla restrizione della li-
bertà personale cui si riferiva la normativa ministeriale: gli ebrei stra-
nieri in blocco, una parte di quelli italiani; gli zingari italiani per i
quali sin dal giugno del 1940 risulterebbero adottati provvedimenti
restrittivi («est indispensabile che tutti zingari siano controllati dato
che in istato libertà essi riescono facilmente sfuggire ricerche aut
prove appunto per loro vita girovaga» si ribadiva in una circolare mi-
nisteriale del settembre) posto che per quelli stranieri era stata pre-
vista l’espulsione; gli antifascisti dei quali spesso veniva distinta la
particolare categoria degli «allogeni», ossia degli appartenenti a mi-

108
noranze nazionali soggette alla sovranità italiana (sono così general-
mente indicati gli slavi della Venezia Giulia, mentre gli slavi cattura-
ti e rastrellati nella Jugoslavia sconfitta caddero sotto altre fattispe-
cie); tra gli antifascisti una sottocategoria fu rappresentata dagli ele-
menti già condannati dal tribunale speciale, per i quali alla scadenza
della pena si valutò l’opportunità di non lasciarli in libertà ma di pro-
lungarne l’isolamento dalla società; i sudditi di Stati nemici.
Quanti furono gli ebrei internati in Italia? Gli ebrei stranieri, i
quali tutti, senza eccezione, avrebbero dovuto entrare in campo di
concentramento furono alcune migliaia. Quanti dei circa 4.000 ebrei
stranieri che risultavano ancora in Italia nel maggio del 1940 finiro-
no in campo di concentramento? Neppure su questo aspetto posse-
diamo statistiche sicure, anche perché apparentemente in definitiva
il campo di concentramento avrebbe potuto essere un luogo più si-
curo, posto come era sotto protezione sia pure del nemico; di fatto
però rimase pur sempre un numero di ebrei stranieri che preferì af-
frontare la clandestinità, non denunciando la propria presenza, tal-
volta nella segreta speranza prima o poi di potere lasciare l’Italia. Si
potrebbe cercare di fissare il numero approssimativo degli internati
sommando gli ospiti dei singoli campi ma anche questo è un calco-
lo di non facile realizzazione, date le variazioni che il numero degli
internati subì negli anni e la pluralità di forme dell’internamento che
spesso non consente di distinguere anche all’interno dello stesso nu-
cleo familiare la posizione di ciascuno.
Sappiamo che all’apice del suo sviluppo, nell’estate del 1943, il
campo di Ferramonti dovette ospitare intorno a 2.000 internati, ma
non sappiamo quanti esattamente ne siano transitati da Ferramonti.
Degli ebrei stranieri almeno un contingente fu vittima di vera e pro-
pria deportazione dall’Italia: gli ebrei libici (alcuni di cittadinanza in-
glese) che furono trasferiti sul territorio italiano al momento dell’ab-
bandono dell’ex colonia italiana, un trasferimento del quale forse
non conosceremo mai la ragione: ostaggi per eventuali scambi di pri-
gionieri per trattative di pace? Comunque sia, agli ebrei stranieri che
venivano rinchiusi in campo di concentramento in Italia, taluni già
reduci da esperienze nei campi di concentramento nazisti e comun-
que al corrente della sorte riservata ai loro correligionari sotto la do-
minazione tedesca, l’internamento in Italia appariva il meno peggio
che potesse capitare. Uno stato d’animo che si può esemplificare con
le parole delle memorie dell’ebrea polacca Maria Eisenstein:

109
Speravo che Mussolini non avrebbe consegnato gli ebrei stranieri a
Hitler. Così non ci sarebbe stato da temere che l’internamento in Italia.
Questo non m’incuteva troppo spavento. Ne ero anzi un po’ curiosa. Non
poteva essere peggio del carcere e infine anche nel carcere non si stava
poi tanto male [...] Comunque, di fronte alla morte sicura che mi aspet-
tava in Germania, il campo non era che uno scherzo – per quanto certo
non molto gradevole.

Gli ebrei italiani che finirono nei campi di concentramento o


all’internamento libero in Italia furono molto meno. Neppure di es-
si si conosce la cifra esatta; da una statistica del Ministero dell’Inter-
no dell’autunno del 1942 risulterebbero a quella data 233; ma quan-
ti effettivamente subirono il provvedimento? Le ricerche degli ulti-
mi anni ridimensionano fortemente le cifre che furono fatte nei de-
cenni passati. Oggi le stime si attestano, secondo criteri diversi di va-
lutazione e sulla base di riscontri documentari lacunosi, su un nu-
mero variabile tra le 300 e le 400 unità.
Qualche notizia in più si può precisare sulla qualità degli inter-
nati: chi erano? Si trattava di ebrei che avevano già subito misure di
isolamento (confino di polizia) anteriormente alle leggi razziali per
antifascismo e soprattutto ebrei che venivano sospettati di compor-
tamenti disfattisti e antifascisti in relazione allo stato di guerra, ossia
persone nei cui confronti l’attenzione della polizia era stata acuita
dall’eccezionalità dell’evenienza bellica e dalla presunzione di peri-
colosità che l’inasprimento della persecuzione aveva fatto montare
intorno ad essi, specie quando si trattasse di personalità di rilievo in-
tellettuale, quali Leone Ginzburg, sul cui relegamento al confino
possediamo la testimonianza della moglie Natalia; Carlo Alberto Vi-
terbo, membro autorevole della comunità fiorentina e dell’Unione
delle comunità; Bruno Pincherle, medico e autorevole personalità
dell’antifascismo triestino al pari dell’avvocato Ugo Volli; Edgardo
ed Ezio Volterra, noti commercianti anconetani, Mario Paggi, noto
esponente della classe forense a Milano, Raffaele Cantoni, autorevo-
le esponente della comunità fiorentina o i numerosi venditori am-
bulanti livornesi e romani, con i quali si volevano colpire gli strati più
popolari della popolazione ebraica dai quali non ci si poteva atten-
dere certo particolari infatuazioni patriottiche.
Quali erano le condizioni di vita nei campi e quale lo spirito de-
gli internati? Le ricerche in corso, benché avviate con enorme ritar-

110
do rispetto agli studi generali sulla storia del regime fascista, hanno
consentito nell’ultimo decennio di fare luce con sufficiente appros-
simazione su quello che si può considerare un vero e proprio siste-
ma concentrazionario nell’Italia fascista. Sebbene la tardiva ricerca
di testimonianze dirette dei soggetti che furono vittime dell’interna-
mento abbia ostacolato una più puntuale ricostruzione, gli archivi,
soprattutto quelli periferici locali, si sono rivelati singolarmente ric-
chi di documentazione, sia di quella ufficiale relativa alle normative
generali sia di quelle attinenti alla prassi amministrativa e di gestio-
ne delle situazioni locali. Alcuni dati trascendono tuttavia la dimen-
sione locale e si possono considerare caratteristici di condizioni più
generali. L’arresto di alcune migliaia di ebrei stranieri di condizione
disomogenea – vi erano fra di essi professionisti e commercianti co-
stretti ad abbandonare la propria attività e quindi ad affrontare cre-
scenti difficoltà economiche ed esistenziali ed ebrei in transito
dall’Italia alla ricerca di una via di emigrazione, cittadini stranieri o
apolidi che speravano di intraprendere in Italia gli studi che non era-
no consentiti loro nei paesi d’origine – alimentò il grosso della po-
polazione dei campi di concentramento in Italia; molti di costoro
prima di arrivare ai campi di concentramento conobbero le carceri
italiane, essendo stati arrestati quando i luoghi destinati al loro in-
ternamento non erano stati ancora allestiti.
La precarietà delle loro condizioni fu aggravata dalla precarietà
delle strutture, improvvisate in locali che non erano stati previsti per
alloggiarvi persone ma il più delle volte solo per esercitarvi attività
produttive (ex fabbriche, ex mulini, magazzini e via dicendo); nel ca-
so degli stranieri il non avere un retroterra familiare o solidi legami
in loco peggiorava sensibilmente la condizione personale, dovendo
gli internati provvedere in genere economicamente al proprio so-
stentamento o potendovi provvedere soltanto con il modesto com-
penso che potevano ricevere per il servizio che rendevano all’auto-
gestione, per così dire, del campo. La restrizione della libertà perso-
nale era resa più o meno dura dal comportamento dei comandanti e
delle guarnigioni dei singoli campi; dove era consentito un limitato
contatto con le popolazioni locali il controllo della polizia si faceva
più stringente, per cui le possibilità di aggiustamenti e accomoda-
menti che rendessero la condizione di cattività più tollerabile incon-
travano maggiori ostacoli. Nel caso degli ebrei italiani internati il
sentimento generalizzato era l’umiliazione subita con la perdita del-

111
la libertà personale e soprattutto con la separazione della loro sorte
da quella degli altri cittadini italiani, senza che spesso vi fosse alle
spalle dell’internamento una consapevole attività di opposizione al
regime per cui fosse chiaro al soggetto colpito il rapporto che era già
stabilito nei suoi confronti da parte dell’autorità. L’offesa della pro-
pria dignità di ebreo e di cittadino era pertanto intesa in maniera par-
ticolarmente sensibile da chi era stato colpito dal provvedimento
senza che vi fosse nulla di specifico da imputargli. I più difesero con
orgoglio la propria dignità e la propria identità di ebrei, cercando an-
che di assolvere ai precetti religiosi che non rappresentavano soltan-
to un fattore di soddisfazione personale ma anche un modo di co-
municazione di una appartenenza e di riconoscimento di una iden-
tità collettiva.
L’esperienza più complessa e per certi aspetti più matura dell’in-
ternamento degli ebrei in Italia fu sicuramente quella vissuta nel
campo di Ferramonti di Tarsia, il quale, sebbene alla vigilia della ca-
duta del regime fascista ne fosse stato previsto il trasferimento verso
le regioni settentrionali, in base al criterio di tenere i luoghi dell’in-
ternamento lontani dal teatro di guerra, visse fortunosamente e for-
tunatamente la vicenda paradossale di trovarsi vicinissimo alla linea
del fronte, allorché gli anglo-americani dopo lo sbarco in Sicilia
all’inizio di settembre del 1943 misero piede sull’estremità meridio-
nale della Calabria. La rotta delle forze tedesche costrette a una ra-
pida ritirata dalla punta dello stivale della penisola italiana fu la sal-
vezza del campo di Ferramonti, il primo ad essere liberato dagli al-
leati, al quale fu risparmiata la sorte dei campi dell’area centro-set-
tentrionale che finirono quasi sempre per rappresentare il supporto
logistico e operativo della fase più atroce della persecuzione dopo l’8
settembre del 1943.
Nel 1942 il regime si ricordò che avrebbe potuto fare partecipa-
re allo sforzo bellico anche gli ebrei, una situazione paradossale per-
ché era stato il regime stesso nel suo proposito di escludere gli ebrei
dalla società italiana ad esonerarli dal servizio militare. Allo scoppio
della guerra almeno un paio di centinaia di ebrei italiani e forse più,
a giudicare dalle testimonianze custodite presso l’Archivio centrale
dello Stato, scrissero alle autorità e al duce in persona per esternare
la loro volontà di annunciarsi come volontari per combattere nelle
file delle patrie forze armate. Si trattava di persone che avvertivano
l’umiliazione di sentirsi esclusi dalla partecipazione allo sforzo col-

112
lettivo e che con questo atto di volontario sacrificio cercavano anche
di ottenere una riabilitazione e il reinserimento nella compagine na-
zionale, senza che il loro gesto, certo frutto del superamento di resi-
stenze interne e di orgoglio ferito, trovasse alcuna comprensione e
alcuna concessione da parte del regime. Ora perciò la chiamata per
il lavoro obbligatorio da parte dello stesso regime nel momento del-
le difficoltà non poteva non avere un sapore di beffa. La prima di-
sposizione in proposito fu presa dalla Demorazza il 6 maggio 1942.
In tale data con circolare ai prefetti del Regno la Demorazza stabili-
va: «Con disposizione ministeriale odierna appartenenti razza ebrai-
ca anche se discriminati di età dai diciotto ai cinquantacinque anni
compresi sono sottoposti precettazione a scopo di lavoro».
Al testo di questa comunicazione impartita dal sottosegretario
Buffarini Guidi fecero seguito le disposizioni di attuazione, che pre-
vedevano la mobilitazione per il lavoro degli ebrei, uomini e donne,
compresi nelle fasce d’età indicate. L’11 maggio una successiva cir-
colare specificava i principi guida della precettazione:

L’avviamento al lavoro degli ebrei precettati sarà attuato dal prefetto


man mano che si presenti l’opportunità, tenendo presente, per quanto
possibile, le seguenti disposizioni di principio che hanno ispirato le di-
sposizioni razziali e con le opportune cautele di ordine politico: a) gli
ebrei devono lavorare separatamente dagli ariani ed in nessun caso avere
alle loro dipendenze lavoratori ariani; b) nell’impiego degli ebrei al lavo-
ro debbono essere tenute presenti le disposizioni limitative contenute
nelle leggi e nelle disposizioni razziali in vigore ed in special modo le li-
mitazioni che interessano l’apprestamento bellico et la difesa del territo-
rio nazionale.

Di fatto come del resto specificato in ulteriori disposizioni (cir-


colare 5 agosto 1942 della Demorazza), gli ebrei potevano essere im-
piegati unicamente – salvo «eccezioni specificamente indicate» – «a
lavori manuali, salvo previo accertamento – in casi dubbi – della lo-
ro idoneità fisica». Gli ebrei da precettare dovevano appartenere al-
le classi di leva dal 1910 al 1922 compreso, ossia ebrei «che avreb-
bero avuto obblighi militari se non fossero intervenute le disposi-
zioni razziali».
Vedremo nei fatti come l’obbligo al lavoro per gli ebrei dal pun-
to di vista del contributo allo sforzo produttivo dell’apparato belli-

113
co italiano sia stato praticamente nullo, anche perché le disfunzioni
della mobilitazione bellica dell’Italia avevano origini ben più profon-
de ed erano organiche al rapporto tra potere politico e potere eco-
nomico nel regime fascista. Del resto, fu proprio il martellamento
propagandistico che accompagnò l’improvvisa scoperta degli ebrei
come risorsa da coinvolgere nella mobilitazione bellica a sottolinea-
re il significato meramente demagogico-propagandistico del loro im-
piego. Così come agli ebrei era stata rinfacciata la responsabilità per
lo scatenamento della guerra, ora agli ebrei veniva rinfacciata la lo-
ro assenza dallo sforzo bellico, come se a tenerli lontano dagli ob-
blighi imposti al resto delle componenti della società non fosse sta-
to lo stesso regime che ora si scandalizzava della loro assenza. Tra le
molte citazioni dalla stampa che si potrebbero riportare ne sceglia-
mo una da un giornaletto fascista di provincia, la «Maremma» di
Grosseto, il cui linguaggio particolarmente becero rende bene i toni
di esasperazione propagandistica e diffamatoria di cui fu circondata
l’operazione della precettazione:

I contingenti di ebrei precettati dal servizio del lavoro sono stati de-
stinati a soddisfare alla prestazione obbligatoria attraverso l’esecuzione di
lavori manuali. La tribù d’Israele prende contatto col piccone e la vanga
e apprende di quale onesto sudore è santificata la fatica dell’uomo. Sono
tra i precettati banchieri, mercanti, usurai, intermediari, cioè i più tipici
esemplari dell’organizzazione economica giudaica, che ha sempre igno-
rato la funzione, nobile e faticosa, del produttore, per approfondire quel-
la, più comoda e redditizia, dello speculatore. Coloro che superficial-
mente vanno ancora cianciando dell’intelligenza degli ebrei, non hanno
certamente mai riflettuto su questo sapiente aspetto della loro funzione
economica. L’ebreo non è un produttore. Ha, nella ricchezza dei popoli,
la funzione del fungo. È sostanzialmente un parassita che traffica sulla ric-
chezza prodotta dal resto dell’umanità, traendone i maggiori profitti ed i
migliori guadagni.

Nei fatti gli ebrei soggetti alla precettazione erano invitati ad au-
todenunciarsi: la loro registrazione avveniva presso gli uffici comu-
nali, spettava poi alle prefetture estrarre da queste registrazioni le li-
ste dei precettabili e provvedere alla loro assegnazione al posto di la-
voro. Dato lo scarso esito della precettazione, se ne può concludere
che questa nuova operazione di registrazione servì essenzialmente ad
aggiornare le liste sulla presenza degli ebrei in Italia; fu cioè una ul-

114
teriore operazione di controllo sociale, destinata in anni a venire a
fornire dati aggiornati agli uffici che furono addetti alla predisposi-
zione delle deportazioni.
Le notizie che possediamo con provenienza di diverse parti d’Ita-
lia sono concordi nel sottolineare l’esito quantitativamente esiguo
della precettazione per le ragioni più diverse. Dappertutto una del-
le prime obiezioni che fu mossa contro i nuovi provvedimenti vessa-
tori era la considerazione che date le caratteristiche della popolazio-
ne ebraica si trattava di persone poco adatte per attitudini e per
struttura fisica a lavori manuali pesanti, quali quelli per i quali si vo-
levano impiegare gli ebrei (lavori di sterro o di argini del Tevere co-
me a Roma, di bonifica come a Firenze, lavori agricoli o di manu-
tenzione di opere idrauliche o di generica manovalanza altrove). In
taluni casi la precettazione distoglieva ebrei cui era stato consentito
di continuare a lavorare in considerazione della loro particolare
competenza da posti di lavoro in cui erano stati considerati insosti-
tuibili. La confusione si sommò all’approssimazione, alla larghezza
con cui furono accordati esoneri per insufficienze fisiche e valuta-
zioni sulla non idoneità delle persone interessate a ricoprire i ruoli ai
quali dovevano essere destinate. Nonostante il fatto che la stessa
Unione delle comunità si fosse resa disponibile per favorire l’impe-
gno al lavoro degli ebrei, nella convinzione presumibilmente di con-
tribuire alla loro reintegrazione nella società nazionale, il bilancio
dell’operazione fu pressoché fallimentare.
Al di là dei molti dubbi che nascevano dai nuovi provvedimenti,
come è attestato dalla pioggia di chiarimenti che le autorità periferi-
che furono costrette a chiedere ai ministri competenti, i nuovi im-
pegni imposti dalla precettazione ponevano un nuovo vincolo a ca-
rico degli ebrei, incidendo sulla libertà di movimento di quanti non
si trovassero in campo di concentramento o in località di interna-
mento. Inoltre, come notavano alcune prefetture, tenere gli ebrei se-
parati dai lavoratori «ariani», come era prescritto dalle disposizioni
preliminari, non sempre era facile né possibile; la contraddittorietà
degli ordini di partenza era tale che in molti casi si rinunciò a servir-
si della manodopera degli ebrei per il semplice fatto che non c’era-
no lavori che potessero adattarsi alla loro situazione. E d’altra parte
gli ebrei, impiegati, professionisti o commercianti, che erano stati av-
viati al lavoro rendevano inevitabilmente troppo poco perché si giu-
stificassero le procedure, ivi compresa la loro sorveglianza, necessa-

115
rie per garantirne l’inoltro al lavoro. Comunque si guardasse e si con-
siderasse la questione, la natura politica dei provvedimenti era suffi-
ciente a rivelarne il carattere punitivo, non era in alcun modo ade-
guata a giustificarne un impiego nel campo produttivo, e per l’im-
provvisazione con cui il personale avrebbe dovuto essere avviato al
lavoro e per il suo scarso rendimento, che pose fra l’altro il proble-
ma dei parametri da adottare per corrispondere il compenso al la-
voro prestato e più spesso non prestato. Oltre tutto, ma questa è una
considerazione di carattere generale che riguarda le caratteristiche
della mobilitazione civile dell’Italia in guerra, vi fu anche la difficoltà
di impiegare gli ebrei derivante dal fatto che, a differenza che in al-
tri paesi coinvolti dallo sforzo bellico, in Italia non vi era carenza di
manodopera, tutt’altro. Del lavoro degli ebrei non c’era bisogno, ma
far fare agli ebrei la figura degli speculatori e degli strangolatori del-
la nazione era una carta propagandistica che nelle sconfitte militari
del regime e nella crisi incipiente del fronte interno valeva la pena di
essere giocata.
Nella sostanza furono poco più di diecimila – secondo le stime
più attendibili fondate su una documentazione sicuramente lacuno-
sa – gli ebrei che furono effettivamente mandati al lavoro coatto, ri-
manendo largamente imprecisato il numero di coloro che avrebbe-
ro dovuto essere precettati; fra l’altro, pur essendo comminato il de-
ferimento ai tribunali militari di quanti si sottraessero all’obbligo del
lavoro, lo stato di confusione in cui già versavano il paese e l’ammi-
nistrazione, lo sfollamento delle grandi città e l’incipiente dispersio-
ne della popolazione ebraica contribuirono a rendere ancora più
precario l’accertamento di quanti sarebbero stati tenuti a ottempe-
rare all’ordine di autodenuncia.
Le disposizioni del maggio-agosto del 1942 furono tuttavia sol-
tanto una tappa interlocutoria sulla via della mobilitazione degli
ebrei. La loro condizione subì infatti un nuovo giro di vite alla vigi-
lia del crollo del regime fascista, allorché fu decretata la mobilita-
zione totale degli ebrei, compresi gli appartenenti a famiglie «miste»,
per il lavoro obbligatorio e contestualmente il loro internamento in
campi di concentramento a sottolineare la natura delle loro presta-
zioni come lavoro forzato. Nel mezzo della crisi del regime, ormai
esplosa apertamente, una nuova campagna contro gli ebrei additati
come il nemico interno responsabile di ogni sciagura: il Ministero
delle Corporazioni faceva appello alla mobilitazione di tutti gli ita-

116
liani, solo che mentre per i non ebrei il servizio del lavoro doveva si-
gnificare una forma di partecipazione corale e collettiva allo sforzo
della nazione in guerra, per gli ebrei veniva ancora una volta ribadi-
to il carattere punitivo del nuovo onere che veniva loro imposto. Era
allargata la fascia delle classi chiamate al lavoro obbligatorio, che
comprendeva ora le annate dal 1907 al 1925, come informava il 20
giugno 1943 il Ministero delle Corporazioni. Ma il fatto veramente
nuovo era rappresentato dalla decisione adottata alla fine di giugno
di avviare gli ebrei al lavoro in speciali campi sotto sorveglianza
dell’autorità di polizia, veri e propri campi di concentramento de-
stinati a sanzionare in maniera non più soltanto simbolica la defini-
tiva esclusione degli ebrei dalla società italiana con la loro fisica re-
legazione al di fuori di ogni contatto con il resto della popolazione
italiana, quasi un’anticamera dei campi di sterminio.
Il sistema concentrazionario sino allora riservato agli ebrei stra-
nieri e ad una minoranza degli ebrei italiani si avviava a diventare la
dimora normale per tutti gli ebrei. Lo stato di guerra aveva chiuso
infatti ogni possibilità di lasciare l’Italia non solo per gli ebrei stra-
nieri ma anche per quelli italiani. Ma lo stato di guerra e le vicende
belliche avevano aperto anche altre aree di contatto tra lo Stato ita-
liano e il regime fascista e le minoranze di ebrei che si trovavano nei
territori progressivamente entrati sotto il controllo dell’Italia a se-
guito delle operazioni belliche. Ciò avvenne anzitutto nella zona
d’occupazione italiana in Francia; successivamente l’Italia si trovò a
dover affrontare il problema dell’atteggiamento da assumere verso
gli ebrei nel territorio della Grecia invasa; infine, fu la volta dei ter-
ritori della Jugoslavia, invasa e smembrata dalle forze dell’Asse. E
dappertutto il confronto non fu soltanto tra gli italiani e gli ebrei nei
rispettivi territori d’occupazione, ma tra italiani e tedeschi.
Se fino all’8 settembre del 1943 sul territorio metropolitano la so-
vranità dell’Italia non consentì influenze esterne dirette nei rappor-
ti tra lo Stato italiano, il regime fascista e gli ebrei, nei territori d’oc-
cupazione il confronto e talvolta la collisione con la politica nazista
finì per diventare ineludibile e inevitabile. In linea di massima è ve-
ro che le forze armate e la diplomazia italiana non condivisero la po-
litica persecutoria, il cui obiettivo ultimo sarebbe stato lo sterminio,
attuata dai tedeschi. Ma di una sistematica opposizione dell’Italia al-
la politica nazista non si può parlare; di fatto il comportamento de-
gli italiani offriva una alternativa alla politica dei nazisti, ma non era

117
nelle intenzioni del governo italiano operare in contrapposizione
frontale nei confronti della politica del Terzo Reich. Troppe oscilla-
zioni caratterizzarono al riguardo l’atteggiamento fondamentalmen-
te opportunistico, in particolare di Mussolini.
Vero è anche che bisogna distinguere fattispecie diverse, come ri-
sulta del resto dagli studi sin qui condotti. Bisogna distinguere in
particolare tra la sorte degli ebrei cittadini italiani che si trovavano
in territorio sotto controllo tedesco, nel Reich ma soprattutto nei ter-
ritori da esso occupati; e nel caso di questi ultimi bisogna distingue-
re ancora tra i territori occupati nell’Europa occidentale e i territori
occupati nell’Europa centro-orientale. Il problema si pose in con-
creto per il Ministero degli Esteri italiano allorché l’inasprimento
delle misure antiebraiche adottate dai tedeschi nella Francia occu-
pata, nella primavera del 1942, propose agli organismi consolari il
problema se questi provvedimenti – tra i quali l’imposizione della
stella gialla – potessero applicarsi anche agli ebrei cittadini italiani.
Fu in questa occasione che le autorità italiane fecero valere il princi-
pio che ancorché di ebrei si trattasse, si trattava comunque di citta-
dini italiani e sotto questo profilo l’Italia non poteva accettare che
suoi cittadini venissero privati della protezione giuridica derivante
dall’esercizio della sovranità italiana. Per sottile che possa apparire
la motivazione, era chiaro che la tutela agli ebrei italiani non derivò
da una presa di posizione contraria all’antisemitismo ma dall’affer-
mazione nei confronti dei tedeschi delle prerogative della sovranità
italiana.
Fu così che, consapevole di non poter forzare la situazione, il Di-
castero degli esteri del Reich dovette acconsentire ad esonerare gli
ebrei cittadini italiani sia dall’imposizione della stella gialla, sia dal-
la deportazione verso l’Est dell’Europa a condizione che l’Italia
provvedesse entro il 31 marzo del 1943 a richiamarli in patria e a rim-
patriarli. In teoria, come avvenne nel caso della Francia e del Belgio,
una procedura analoga avrebbe potuto essere adottata anche per gli
ebrei cittadini italiani che si trovavano nei territori occupati dell’Eu-
ropa centro-orientale, del Governatorato generale della Polonia di-
sintegrata e dei territori baltici. Di fatto, l’impossibilità di accertare
quanti e dove fossero i cittadini ebrei italiani presenti in quest’area,
sia per l’assenza di uffici consolari italiani, sia per le condizioni di ge-
nerale confusione che in questi territori si erano verificate impedì
che si potesse realizzare una soluzione analoga.

118
Diversa ancora si prospettò la situazione per quanto riguardava
la Grecia, ossia un territorio sottoposto alla duplice occupazione ita-
liana e tedesca. La questione riguardò in particolare la grossa comu-
nità ebraica di Salonicco, all’interno della quale vi era anche un con-
sistente nucleo di ebrei italiani che vi si erano stabiliti come titolari
di investimenti e di imprese economiche. Allorché ebbero inizio le
deportazioni da Salonicco nel marzo del 1943 il Consolato italiano
(per opera del benemerito console Zamboni) sollevò il problema
della tutela dei cittadini italiani sostenendo, con l’appoggio del Mi-
nistero degli Esteri, che una lesione arrecata a cittadini italiani, an-
corché ebrei, avrebbe significato ledere gli interessi economici
dell’Italia in un’area nella quale essa, e non solo per motivi di pre-
stigio, era particolarmente sensibile alla tutela della propria presen-
za. Ma già prima le autorità tedesche avevano aperto un contenzio-
so con il governo italiano perché sospettavano che ebrei greci desti-
nati alla deportazione tentavano di sottrarsi a questa sorte facendo
la richiesta di acquisire la cittadinanza italiana.
Dall’Italia il Ministero degli Esteri si preoccupò di salvaguardare
la posizione degli ebrei cittadini italiani ma si impegnò anche a tute-
lare la posizione di coloro la cui richiesta di cittadinanza fosse in sta-
to di avanzata evasione delle procedure richieste. Essendosi le auto-
rità italiane impegnate a rimpatriare i cittadini italiani, il cui richia-
mo in Italia avrebbe dovuto avvenire entro il 15 giugno 1943, il con-
tenzioso finì per riguardare soltanto i casi di coloro che avevano fat-
to richiesta di cittadinanza. Seguì un duro braccio di ferro tra auto-
rità consolari e diplomatiche italiane in Grecia e autorità tedesche:
l’Italia salvò tutti i propri cittadini, tranne un numero incerto di es-
si che già erano stati deportati, e riuscì a coprire un limitato numero
di ebrei che avevano richiesto la cittadinanza tra continue contesta-
zioni dei tedeschi, fin quando il sopraggiungere dell’armistizio dell’8
settembre diede partita vinta ai tedeschi che non incontrarono più
ostacoli nei loro criminosi disegni.
Diversamente si prospettava la sorte degli ebrei non cittadini ita-
liani nelle zone sotto occupazione dell’Italia. Agli ebrei che già vi ri-
siedevano si aggiunsero nel corso del tempo ebrei che in esse afflui-
vano per salvarsi dalle deportazioni che stavano verificandosi nella
Francia o nelle aree della penisola balcanica sotto occupazione te-
desca. La tendenza generale dei comandi militari italiani e delle au-
torità civili italiane fu quella di non consegnare gli ebrei che si rifu-

119
giavano sotto la protezione dell’Italia ai tedeschi, delle cui intenzio-
ni come di quelle dei loro alleati (sicuramente degli ustascia in Croa-
zia) non si facevano illusioni: la deportazione e la scomparsa nel nul-
la di migliaia di persone per le autorità italiane sul posto non erano
un mistero (ed altrettanto inverosimile è che esse non ne avessero
informato le rispettive centrali romane). Gli ebrei che si trovarono
su territorio amministrato dagli italiani ebbero generalmente salva la
vita, ma non si sottrassero a misure restrittive, a maggior ragione poi
quando entrassero nel territorio dello Stato italiano perché in tal ca-
so ricadevano automaticamente sotto le leggi e i provvedimenti che
dopo l’entrata in guerra dell’Italia ne avevano ordinato l’interna-
mento in campo di concentramento. Molti si salvarono proprio per
questa ragione, come accadde nel caso fortunato e peraltro fortuito
degli ebrei greci e slavi che furono internati a Ferramonti; ma per al-
tri il campo di concentramento finì per diventare una trappola, co-
me nel caso dei cittadini della ex Jugoslavia che furono rinchiusi
nell’isola di Arbe annessa all’Italia: qui, a parte le dure condizioni di
vita che determinarono una elevata mortalità tra gli internati, l’ar-
mistizio del 1943 ne consentì la cattura da parte dei tedeschi, che ne
ordinarono la deportazione nei campi di sterminio.
Come abbiamo già detto, in linea di massima le autorità militari
e civili italiane rifiutarono la consegna ai tedeschi degli ebrei rifu-
giatisi sotto la loro protezione. Nel comportamento degli organismi
italiani, i quali viceversa non erano affatto teneri nei confronti della
repressione del movimento partigiano e degli atti terroristici e di sa-
botaggio delle popolazioni occupate, ebbero influenza determinan-
te la mancanza di una tradizione di antisemitismo militante nella po-
polazione italiana, l’estraneità ad una pratica di razzismo biologico
e la scarsa convinzione dei militari di dovere combattere la guerra
anche come guerra di razza; il razzismo anche delle forze armate ita-
liane era piuttosto rivolto contro le popolazioni slave, come retaggio
di tipo nazionalista e istanza incorporata nei più generali obiettivi
balcanici dell’imperialismo italiano.
A ciò si aggiunse come motivo di risentimento alle pressioni dei
tedeschi lo scatto d’orgoglio nazionale che spingeva a differenziarsi
dal comportamento dei tedeschi e a salvaguardare l’onore e le pre-
rogative nazionali rifiutandosi di sottomettersi alle imposizioni del
potente alleato. Allo stato attuale della documentazione si può af-
fermare che in linea di massima le centrali ministeriali romane co-

120
prirono un comportamento che in loco nasceva dalla sensibilità e dal
senso di umanità di uffici e comandi. Tanto più sorprendente appa-
re perciò il nulla osta con il quale Mussolini in persona il 21 ottobre
1942 aveva acconsentito alla consegna ai tedeschi degli ebrei croati
che si erano rifugiati nella zona controllata dagli italiani proprio per
sfuggire alle persecuzioni naziste. Una decisione che non teneva con-
to di alcun principio di umanità ma che rispondeva soltanto a un ci-
nico e strumentale gioco di Realpolitik e di equilibri nei rapporti con
tedeschi ed ustascia. Era evidente che il non volere assumere una po-
sizione di principio neppure in una materia così delicata non poteva
non rendere l’atteggiamento dell’Italia sempre più debole e sempre
meno in grado di contenere le pressioni tedesche.
Ciò che avveniva nei territori occupati, dove la vicinanza ai tede-
schi rendeva più chiare ed esplicite le situazioni, consente anche di
chiarire se e che cosa il governo fascista sapeva della «soluzione fi-
nale», ossia del fatto che il Terzo Reich aveva condannato gli ebrei
d’Europa allo stermino fisico, nel momento stesso in cui con l’ina-
sprirsi delle condizioni belliche il regime alzava il tiro della persecu-
zione nei confronti degli ebrei all’interno del Regno d’Italia. Non
sappiamo ancora se e quando il governo italiano ebbe notizia della
conferenza di Wannsee del 20 gennaio 1942, che nel coordinare la
deportazione degli ebrei nei campi di sterminio dell’Est europeo
contemplava anche il rastrellamento degli ebrei dai paesi alleati e sa-
telliti della Germania, a cominciare dall’Italia. Che il governo fasci-
sta non sapesse quale sorte era riservata agli ebrei nell’area control-
lata dal Terzo Reich è affermazione che oggi nessuno storico serio
potrebbe sostenere con un minimo di attendibilità. Il governo fasci-
sta sapeva. Si può discutere soltanto se conosceva tutti i dettagli del-
lo sterminio pianificato e dove si arrestavano le sue conoscenze.
Le notizie sulla tragica situazione degli ebrei nell’Europa occu-
pata trapelarono ben presto attraverso le vie più diverse; se e in qua-
le misura vi fossero comunicazioni per così dire ufficiali da parte del
Terzo Reich è motivo per un ulteriore approfondimento delle ricer-
che. Ma il flusso delle notizie è un fatto incontrovertibile. La prima
fonte era la stampa internazionale e quella tedesca, non solo la stam-
pa anglo-americana interessata a mettere sotto accusa la Germania
ma anche quella neutrale. È impensabile che al governo italiano e ai
suoi servizi d’informazione potessero sfuggire notizie di questo tipo.
Così come è impensabile che gli stessi corrispondenti di guerra ita-

121
liani soprattutto sul fronte orientale non avessero sentore di quello
che stava accadendo. Curzio Malaparte, che visitò il ghetto di Var-
savia e che ne ha lasciato un racconto crudo e allucinato (lo si può
leggere in Kaputt), era intimo del conte Ciano, per cui non è assolu-
tamente credibile che non gli avesse fatto cenno di ciò che aveva vi-
sto di persona. E spigolando tra le corrispondenze di guerra si po-
trebbe accertare che non si trattava di conoscenze isolate. Seppure
certi fatti non assumevano il rilievo dell’interesse principale essi tut-
tavia affioravano.
Un secondo canale di informazione, che aveva un pubblico po-
tenzialmente anche più largo, fu rappresentato dalle testimonianze
scritte e orali dei militari italiani che furono mandati sul fronte orien-
tale e che avevano dovuto attraversare la Polonia. Un solo esempio:
nelle lettere di soldati pubblicate da Nuto Revelli nell’Ultimo fronte
ve ne sono alcune in cui si fa cenno degli ebrei ai lavori forzati lun-
go le linee ferroviarie e delle condizioni miserevoli nelle quali erano
ridotti. A livello più basso erano testimonianze analoghe a quelle che
provenivano da personaggi più autorevoli e ufficiali. Nei Taccuini
che Alberto Pirelli redasse all’epoca si parla ripetutamente degli «ec-
cessi» dei tedeschi contro gli ebrei, si considera anzi la loro politica
antiebraica da una parte come uno dei motivi delle ostilità delle po-
polazioni contro l’occupazione tedesca, dall’altra come uno degli
ostacoli ad eventuali trattative di pace con gli anglo-americani. E se
Alberto Pirelli non era un privato qualunque, nella circolazione di
uomini d’affari o di semplici cittadini all’interno dell’Europa sotto-
messa alle potenze dell’Asse informazioni di questa natura erano
tutt’altro che infrequenti. A livello di contatti militari proprio l’espe-
rienza dei territori d’occupazione nel contatto diretto con i tedeschi
portava ad acquisire conoscenze e informazioni che certo non resta-
vano isolate proprio per la novità e l’abnormità delle situazioni che
rivelavano: anche qui l’ipotesi che nulla trapelasse all’infuori della
cerchia degli addetti ai lavori non fa parte della vita reale. Forse cer-
te cose non si scrivevano nelle lettere, ma nei contatti diretti con fa-
miliari e amici e attraverso racconti confidenziali trapelava molto più
di quanto la censura ufficiale non volesse che si conoscesse.
A livello ufficiale esistevano altri canali d’informazione anche più
diretti e autorevoli. Tra questi, anche senza voler entrare qui nel me-
rito della questione dei silenzi della Chiesa e di Pio XII, non posso-
no non essere ricordati i canali ecclesiastici: certamente la Santa Se-

122
de ebbe l’informazione più completa e per certi aspetti più diretta di
ciò che stava accadendo specialmente in Polonia, come dimostrano
gli stessi documenti pubblicati nella serie di atti sulla seconda guer-
ra mondiale, e non è pensabile che dati i rapporti con il governo ita-
liano nulla di tutto ciò filtrasse all’esterno. Nel marzo del 1943 Al-
berto Pirelli riferisce che il cardinale Maglione, segretario di Stato
della Santa Sede, gli avrebbe confidato: «Quanto alle atrocità com-
messe in Polonia e dappertutto contro gli ebrei, le prove che abbia-
mo sono terrificanti». Una affermazione che tra l’altro smentirebbe
le ripetute asserzioni della Santa Sede che in Vaticano non si aveva
una informazione sufficientemente attendibile di ciò che stava avve-
nendo agli ebrei.
Altro importante canale di informazione fu ovviamente quello di-
plomatico. Ne abbiamo già accennato a proposito della questione
della sorte degli ebrei cittadini italiani in aree sotto occupazione te-
desca. Ma al di là di questa questione che implicava direttamente cit-
tadini italiani, gli sviluppi della lotta contro gli ebrei furono oggetto
di informazione per il governo italiano nel quadro dei problemi più
generali dell’alleanza. Non sappiamo ancora se il governo fascista fu
esattamente informato della conferenza di Wannsee, al di là di quan-
to, come vedremo fra breve, Himmler in persona riferì a Mussolini.
Ma all’inizio di febbraio del 1943 (esattamente il 3 febbraio) l’am-
basciatore a Berlino Alfieri inviava a Ciano, ministro degli Esteri per
pochi giorni ancora prima della sua sostituzione agli albori della cri-
si del regime, un agghiacciante rapporto in cui ripercorrendo le tap-
pe della lotta contro gli ebrei, «nel momento in cui il problema ebrai-
co in Germania sembra essere ‘risolto’», forniva una serie di notizie
sulla progressione dei provvedimenti antiebraici sino alle colossali
«evacuazioni» di ebrei dall’autunno del 1940, che davano luogo alla
considerazione che «più non giunse notizia degli evacuati». Il lin-
guaggio del documento era esplicito pur tra ovvie reticenze. Si dice-
va infatti nella parte finale:

E se alla fine del 1942, secondo dati forniti da fonte attendibile si cal-
colava che di ebrei in Germania ve ne fossero ancora 35.000, di cui 25.000
nella sola Berlino (più circa 30.000 altri, sposati con ariani, donne in mag-
gioranza), ormai di «stelle gialle» quasi più non se ne vedono, né a Berli-
no, né a Vienna, né a Francoforte, le tre città tedesche in cui più nume-
rose erano le comunità israelitiche [...].

123
Sulla sorte ad essi riserbata, come su quella cui sono andati e vanno in-
contro gli ebrei polacchi, russi, olandesi ed anche francesi, non possono
nutrirsi molti dubbi. Mentre queste autorità non hanno fatto e non fanno
mistero degli scopi prefissi (e così Rosenberg, in un discorso tenuto alla fi-
ne dello scorso anno al Congresso del fronte tedesco del lavoro, ha con-
fermato la volontà di sterminare appieno la razza ebraica, qualificandone
lo sterminio totale come azione umanitaria, perché tale da risanare i popoli
europei) consta che i ghetti di Lublino e di Varsavia sarebbero andati ra-
pidamente svuotandosi, sia per le epidemie e la fame, che per le esecuzio-
ni. La fonte cui ho già accennato riferiva giorni fa che dei 600.000 ebrei riu-
niti nel solo ghetto di Varsavia, un quartiere ove prima abitavano meno di
centomila persone, ne sarebbero rimasti solo 53.000 [...].
Per il fanatismo che caratterizzava tale azione, non appare probabile
che l’attuale estremo bisogno di manodopera della Germania possa in-
fluire sulla sorte degli ebrei tedeschi ancora in vita o su quella degli altri
sopravvissuti, cittadini dei paesi occupati dal Reich.

Il governo fascista non poteva dire di non essere informato. Se


mai non avesse avuto altre informazioni (cosa che è assolutamente
da escludere) sin dall’ottobre del 1942 Mussolini disponeva di una
informazione diretta che gli era stata fornita personalmente dal ca-
po delle SS, Himmler, principale responsabile con gli uomini del
Servizio di sicurezza, dello sterminio. L’11 ottobre 1942 Himmler in
visita a Roma tra gli altri problemi illustrò a Mussolini, come riferì
nel suo resoconto al Ministero degli Esteri del Reich, anche lo stadio
della «questione ebraica», nei termini che egli stesso descrisse:

Gli ebrei sono stati deportati da tutta la Germania e dai paesi da noi
occupati, perché essi sono ovunque responsabili di sabotaggio, di spio-
naggio e di resistenza, come delle formazioni di bande. In Russia abbia-
mo dovuto fucilare un rilevante numero di ebrei, uomini e persino don-
ne, poiché colà anche le donne ed i bambini erano divenuti informatori
dei partigiani. Il Duce da parte sua confermò che questa era l’unica pos-
sibile soluzione. Dissi al Duce che abbiamo deportato in campo di con-
centramento gli ebrei colpevoli politicamente e che altri ebrei abbiamo
impiegato in oriente per la costruzione di strade: ivi la mortalità è senza
dubbio molto alta, poiché gli ebrei nella loro vita mai avevano lavorato.
Gli ebrei più vecchi furono portati in ospizi a Berlino, Monaco e Vienna.
Gli altri ebrei in età avanzata furono condotti nella cittadina di There-
sienstadt, che serve come ghetto-ospizio per gli ebrei: là essi ricevono le
loro pensioni e possono disporre della loro vita in tutto e per tutto se-

124
condo i loro gusti; per vero essi là litigano tra di loro nel modo più viva-
ce. In oriente mentre noi tentavamo di far passare ai russi una parte de-
gli ebrei, attraverso le brecce del fronte, spesso i russi stessi sparavano su
tali colonne di ebrei, dimostrando palesemente anch’essi di non volerli.

Menzogne a parte, anche Himmler aveva detto abbastanza perché


ci si dovesse domandare se non fosse in atto lo sterminio sistematico
degli ebrei. Ma non consta che il governo dell’Italia fascista, la mag-
giore alleata della Germania nazista, abbia fatto alcunché per denun-
ciarne o mitigarne la sorte. Davvero l’Italia si può chiamare «fuori dal
cono d’ombra dell’olocausto», come vorrebbero autorevoli storici
(De Felice)?
7.
Continuità e salto di qualità:
l’occupazione tedesca
e la Repubblica sociale italiana

L’occupazione tedesca dell’Italia all’atto dell’annuncio dell’armisti-


zio concluso con Gran Bretagna e Stati Uniti l’8 settembre del 1943
sorprese gli ebrei italiani e quelli stranieri che si erano rifugiati in Ita-
lia senza che essi si fossero resi conto nelle settimane del governo Ba-
doglio del pericolo che una rottura dell’alleanza con la Germania
avrebbe potuto rappresentare per la loro sorte. Ben pochi avevano
realizzato la possibilità che anche l’Italia fosse ricompresa nell’area
operativa della «soluzione finale». Se la maggioranza degli ebrei ita-
liani si salvò, in una misura sicuramente superiore a quanto accadde
ad altre comunità dell’Europa occidentale, ciò fu dovuto in parte a
ragioni casuali, in parte maggiore alle molteplici possibilità di sot-
trarsi alle razzie dell’occupante create dalle diverse forme di aiuti in-
dividuali o istituzionali, ai quali accenneremo più avanti, non certo
alla mancanza di iniziativa e di zelo del nuovo apparato fascista re-
pubblicano, che viceversa tenne a sottolineare, tra gli elementi di
continuità con la fase passata del regime del ventennio, l’ulteriore
esasperazione della campagna contro gli ebrei, che faceva parte al-
tresì dei fattori costitutivi di un vero e proprio processo di nazifica-
zione del fascismo di Salò.
Sotto questo profilo si può anticipare sin d’ora che senza la col-
laborazione attiva delle autorità politiche e di polizia della RSI la de-
portazione degli ebrei dall’Italia verso i campi di sterminio non sa-
rebbe stata assolutamente possibile. Se si eccettua infatti la razzia nel
ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, che fu volutamente eseguita da-

126
gli organi della polizia tedesca senza coinvolgere reparti italiani, la
maggior parte degli interventi contro gli ebrei furono opera con-
giunta delle forze occupanti e dei servizi italiani, i quali ultimi as-
sunsero essi stessi non di rado l’iniziativa, mossi da servilismo verso
i tedeschi, da avidità affaristica soprattutto nella rapina dei beni
ebraici o da vero e proprio fanatismo razzista.
Prima ancora di ripercorrere le misure politico-amministrative
con le quali la RSI sottolineò il suo intervento nella questione ebraica
è opportuno ricordare come l’antisemitismo abbia rappresentato uno
dei punti programmatici anche del nuovo fascismo repubblicano e un
capitolo rilevante nella pubblicistica e nella propaganda della RSI, co-
me ha rilevato di recente Luigi Ganapini nel suo libro sulla Repub-
blica delle Camicie nere. Radicato o meno che fosse nella cultura fa-
scista, nel momento di rifondazione e di rilegittimazione del fascismo
repubblicano l’antisemitismo tornò ad essere una carta spendibile per
la definizione dei connotati del fascismo di Verona. Anche indipen-
dentemente dal Manifesto di Verona, che tuttavia di fatto rappresentò
i principi di una costituzione materiale della RSI, le parole d’ordine
antisemite entrarono a pieno titolo nel patrimonio politico-ideologi-
co con il quale il fascismo di Salò si poneva non solo in continuità con
il vecchio fascismo ma anche in polemica con quella parte della tradi-
zione fascista di cui si auspicava la rigenerazione e la rivitalizzazione
al di fuori dei compromessi con la monarchia e appunto con i circoli
massonici e giudaici, che erano accomunati nella congiura che aveva
colpito a morte il fascismo del ventennio.
Se è vero che Mussolini stesso vi fece cenno solo di sfuggita, ve-
ro è che la questione razziale fu ripresa dalla stampa neofascista, e
quindi in un contesto in cui parlare di queste cose assumeva un ri-
svolto particolarmente minaccioso, almeno sotto un duplice profilo.
Da una parte l’esaltazione della razza tornava a rappresentare uno
dei fattori di specificità del nuovo fascismo italiano, anche senza bi-
sogno di attribuirgli necessariamente un connotato biologico;
dall’altra, tornava a proporre una delimitazione, una scelta di schie-
ramento, la proposizione in negativo di ciò da cui ci si doveva di-
stanziare, di ciò a cui ci si doveva opporre e contrapporre.
Si tratta di motivi che affiorano nella stampa quotidiana e spesso
con tono ancora più becero e rozzo nella stampa di provincia; nelle
collane di propaganda collocate presso grandi editori (per esempio
Mondadori, presso cui ricomparve anche come autore il nome di

127
Preziosi); nei manifesti della RSI. Più che mai in questo momento il
richiamo alla razza, proprio per la sua intangibilità, per la sua inde-
terminatezza, rappresenta qualcosa di mistico e di mitico al tempo
stesso; per le giovani reclute della RSI, giovani che non avevano un
passato politico ma che nascevano alla politica nel momento stesso
del loro arruolamento per imbracciare un fucile, la razza diventava
un obiettivo per il quale poteva valere la pena di combattere, vale a
dire che la nuova fiammata di razzismo della RSI era anche il risvol-
to del vuoto di altri valori. Erano troppo giovani per avere l’orgoglio
di rivendicare la continuità con il vecchio fascismo; il mito della raz-
za con quanto di misterioso e di religioso comporta aveva una forza
d’attrazione, che spesso si sommava alla retorica della romanità,
identificata come l’archetipo della razza italiana. Il problema della
razza faceva parte della ricerca di nuova identità da parte del fasci-
smo di Salò e il tentativo di conferirle connotati distintivi rispetto al
razzismo tedesco, nel quale pure si riconosceva una sorta di prima-
zia, sottolineava l’importanza che ebbe per certi settori della RSI la
funzione del razzismo come collante ideologico, come strumento di
aggregazione e di coesione. L’identificazione dell’antisemitismo con
la lotta contro sfruttamento e terrorismo, secondo semplificazioni ti-
piche della propaganda, era un argomento in più a favore della sua
strumentalizzazione a largo raggio quasi sempre per definire ciò cui
ci si opponeva piuttosto che ciò per cui ci si batteva.
Dopo la liberazione di Roma la vita nel «regno del Sud» fu rap-
presentata essenzialmente come una parte d’Italia alla mercé di or-
de straniere, in cui spesso primeggiava l’orrore per la figura defor-
mata del negro, simbolo di tutte le nefandezze di una civiltà inferio-
re che insozzava la razza italica e al tempo stesso di tutte le manife-
stazioni considerate degeneri della cultura contemporanea, a co-
minciare dalla musica. L’invasione del jazz fu uno dei motivi più dif-
fusi e simbolici della violenza che subivano gli italiani costretti all’oc-
cupazione anglo-americana.
In questo contesto si operava quindi la saldatura tra la prima e la
seconda fase del razzismo fascista. Sin dal Manifesto di Verona del
Partito fascista repubblicano della metà di novembre del 1943 gli
ebrei furono espulsi dalla società italiana; non erano più soltanto, co-
me sino all’armistizio dell’8 settembre, cittadini limitati fortemente
nei loro diritti e nel principio di eguaglianza: essi furono drastica-
mente privati della cittadinanza italiana e in quanto «stranieri» fu at-

128
tribuita loro la cittadinanza degli Stati nemici in guerra con l’Italia.
Una vera e propria dichiarazione di guerra contro gli ebrei, il cui si-
gnificato demagogico-strumentale era anche troppo evidente, ma le
cui conseguenze nel quadro dell’occupazione dell’Italia da parte del-
la Wehrmacht non potevano sfuggire agli ispiratori di quella dichia-
razione. Cittadini nemici, gli ebrei erano privati dunque di qualsiasi
tutela giuridica da parte dello Stato italiano ed erano pertanto total-
mente consegnati alla mercé dei tedeschi.
L’ordinanza di polizia del 30 novembre 1943 con la quale Buffa-
rini Guidi, ministro dell’Interno della RSI, dispose il raduno degli
ebrei, compresi coloro che in passato avevano fatto parte della cate-
goria dei cosiddetti «discriminati», in campo di concentramento,
non poteva rappresentare perciò alcuna salvaguardia per la loro vi-
ta. Le uniche eccezione all’internamento erano previste per gli am-
malati gravi, per i vecchi al di sopra dei settant’anni, per gli appar-
tenenti a famiglia mista. Tutto ciò sulla carta, perché nei fatti nessu-
no fu risparmiato, i vecchi e gli ammalati furono prelevati da case di
riposo e ospedali, membri di famiglie miste deportati al pari degli al-
tri. Quale fosse in realtà lo spirito animatore dell’ordinanza del 30
novembre emerse chiaramente dai commenti con i quali la stampa
della RSI accompagnò la sua pubblicazione. Per fare solo uno degli
esempi più clamorosi, sul «Corriere della Sera» del 1° dicembre
1943 si poteva leggere un commento del seguente tenore:

La questione razziale è stata posta dal recente Consiglio dei ministri


in termini di assoluta chiarezza. Essendo stati gli ebrei dichiarati nemici
dell’Italia, ovvie erano le conseguenze della decisione. Non solo essi non
dovevano essere più lasciati liberi di circolare nel nostro paese, e quindi
di nuocere con ogni mezzo alla causa nazionale, ma si doveva procedere
altresì alla confisca dei loro beni [...]. Essi andranno a confortare il disa-
gio dei sinistrati dai bombardamenti aerei [...].
È alla tribù d’Israele che risale la maggior parte delle responsabilità di
questa guerra. Impossessatasi delle leve di comando dell’economia mon-
diale, essa ha premeditato l’aggressione e il soffocamento dei popoli pro-
letari, scatenando un conflitto universale il cui scopo è quello di dissan-
guare l’Europa e dischiudere le porte del potere assoluto alla razza elet-
ta [...].
Ma non solo questo beneficio ritrarrà l’Italia che si riorganizza per il
combattimento dai provvedimenti ora adottati. Mentre si procederà alle
retate e all’isolamento di questi irriducibili nostri nemici c’è da prevede-

129
re una diminuzione non indifferente dello spionaggio e degli atti terrori-
stici. I fili di molte congiure e tradimenti si spezzeranno come per incan-
to. Il livore e l’oro ebraico avranno cessato di nuocere. E sarà tanto di gua-
dagnato per la patria e per le sue fortune.

Come si vede, tornavano più che mai in primo luogo gli slogan
che avevano rigettato sugli ebrei la responsabilità per la guerra e ora
anche per la sconfitta, nel quadro dello stereotipo del complotto che
ancora una volta sembrava fatto apposta per agitare lo spettro di un
nemico tanto più incombente quanto più invisibile.
L’affermazione diffusa nel dopoguerra dagli eredi di Buffarini
Guidi secondo la quale l’ordinanza del 30 novembre aveva il doppio
obiettivo di «evitare che gli ebrei potessero essere rastrellati dai te-
deschi» e «comunque per poter trovare il modo di rimandare la de-
finitiva soluzione del problema ebraico dopo la cessazione delle osti-
lità», nei fatti non trovò alcuna conferma; fu vero anzi il contrario. Il
raduno degli ebrei nei campi di concentramento dei quali era previ-
sta la creazione in ogni provincia, si rivelò essere soltanto una trap-
pola che ne facilitò la cattura da parte dei tedeschi, poiché nessuna
opposizione fu mossa dalle autorità della RSI alla richiesta dei tede-
schi di consegnare gli ebrei nelle loro mani. Di fatto, inoltre, il prov-
vedimento segnò anche la fine della discriminazione, ossia delle nor-
me che avevano in qualche modo attenuato il rigore della persecu-
zione nei confronti degli ebrei cui fossero stati riconosciuti determi-
nati requisiti o determinate benemerenze di carattere patriottico,
con la sopravvivenza sulla carta di pochissime eccezioni. Le maglie
della persecuzione si facevano sempre più strette, come vedremo a
proposito delle misure patrimoniali che il più delle volte altro non
furono che un mero e ulteriore strumento vessatorio.
Anche al di là del fatto che il progetto di costituzione della RSI,
che peraltro non sarebbe mai stato emanato, elaborato da un mode-
rato del neofascismo repubblicano, quale era ritenuto il ministro
Carlo Alberto Biggini, elevava a rango costituzionale la condizione
di minorità giuridica e di inferiorità razziale degli ebrei, la questione
razziale fu appannaggio degli elementi più radicali del fascismo re-
pubblicano. Furono essi che promossero anche la riorganizzazione
delle strutture preposte alla caccia agli ebrei. La ricomparsa alla te-
sta della campagna contro gli ebrei di Giovanni Preziosi non si può
considerare casuale. Certo il più convinto fautore dell’assimilazione

130
della condizione degli ebrei italiani a quella degli ebrei tedeschi qua-
le era stata configurata dalle leggi di Norimberga, ora peraltro esse
stesse superate dal meccanismo in pieno svolgimento della «soluzio-
ne finale», Giovanni Preziosi fu posto a capo dalla metà di maggio
del 1944 del neoistituito Ispettorato generale per la razza della RSI,
creato con decreto legislativo del duce in data 18 aprile 1944 n. 171,
alle dirette dipendenze di Mussolini come capo del governo.
Neppure Preziosi tuttavia, per ragioni probabilmente interne ai
rapporti di potere al vertice neofascista, riuscì a fare approvare i suoi
progetti di una nuova legge sulla razza di carattere esplicitamente
biologistico in cui voleva introdurre anche la categoria del meticcia-
to. Sebbene il «Corriere della Sera» avesse già annunciato l’emana-
zione dei nuovi provvedimenti razziali, la loro sorte non risulta an-
cora interamente chiarita. A questo proposito inoltre va anche smen-
tita l’ipotesi (avanzata da Buffarini Guidi figlio e fatta propria a suo
tempo anche da De Felice) secondo la quale i più brutali provvedi-
menti contro gli ebrei sarebbero dovuti alla gestione Preziosi. Qua-
le che sia l’accentuazione promossa da Preziosi al rigore della perse-
cuzione, non si possono scaricare su di lui tutte le responsabilità del
nuovo corso di Salò, che era stato preannunciato sin dall’inizio di ot-
tobre del 1943, parecchie settimane prima del rientro in Italia di Pre-
ziosi dal suo temporaneo soggiorno in Germania dove si era recato
dopo il colpo di Stato del 25 luglio insieme alla pattuglia degli irri-
ducibili del fascismo.
L’11 ottobre del 1943 il «Corriere della Sera» (e negli stessi gior-
ni altri organi di stampa), nel comunicare che erano state ripristina-
te le norme antiebraiche abrogate dopo il 25 luglio (in realtà nulla
era stato ancora abrogato, si trattava casomai di sospensione di ap-
plicazione di provvedimenti antiebraici, ipotesi peraltro ancora tut-
ta da verificare), annunciava l’imminente adozione di nuovi provve-
dimenti destinati a «mettere definitivamente gli ebrei in condizione
di non potere più nuocere agli interessi nazionali».
Accanto alle misure di internamento in campi di concentramen-
to disposte da Buffarini Guidi, e in qualche caso addirittura antici-
pate da zelanti funzionari fascisti (questo fu certamente il caso del
prefetto della RSI di Grosseto), il nucleo più consistente di provve-
dimenti emanati dalle autorità della repubblica neofascista riguarda
l’inasprimento delle misure patrimoniali a carico degli ebrei. Non ri-
teniamo, contrariamente a quanto suggerito a suo tempo da De Fe-

131
lice, che l’accanimento patrimoniale contro gli ebrei possa essere
considerato un risvolto capace di controbilanciare il comportamen-
to «umano» dal punto di vista del trattamento degli ebrei come per-
sone. Se si considera che, al contrario di quanto era avvenuto con i
provvedimenti patrimoniali del 1939, con le Nuove disposizioni con-
cernenti i beni posseduti dai cittadini di razza ebraica (come suonava
il decreto legislativo del duce, 4 gennaio del 1944, n. 2) non si trat-
tava più di porre limitazioni qualitative e temporali (trattandosi di
semplici sequestri) ai beni posseduti dagli ebrei ma di affermare la
loro giuridica incapacità ad essere in alcun modo titolari di beni pa-
trimoniali, si trattasse della proprietà o della gestione totale o par-
ziale di aziende, della proprietà di terreni o fabbricati, del possesso
di titoli o di altri valori di qualsiasi specie o della proprietà di «beni
immobiliari di qualsiasi natura», dei quali tutti veniva decretata la to-
tale confisca, la loro valutazione non può prescindere da una consi-
derazione globale della condizione nella quale venivano a trovarsi gli
ebrei. Essi come erano stati privati della cittadinanza, bene non so-
lo giuridico ma anche morale, venivano ora spogliati anche di ogni
pur minimo mezzo di sostentamento, di strumenti produttivi come
delle suppellettili del vivere quotidiano, come di semplici indumen-
ti; venivano privati cioè di qualsiasi possibilità di autonoma esisten-
za, ad offendere la loro dignità di persone ma quasi anche ad antici-
pare macabramente la loro sorte, nel senso che nella prospettiva del-
la loro distruzione fisica a nulla sarebbero loro servite le povere e
piccole cose della quotidianità. Non ci soffermeremo qui su altre
conseguenze che scaturirono da questi provvedimenti né sulla rior-
ganizzazione che essi comportarono in vista del mutamento di obiet-
tivi dell’Ente di gestione e liquidazione immobiliare (cui provvide un
nuovo decreto legislativo del duce del 31 marzo 1944), né sullo sca-
tenamento di rapaci appetiti per impossessarsi dei beni sottratti agli
ebrei di cui diedero prova organismi del fascio piuttosto che privati
speculatori o gli stessi componenti di vere e proprie bande fasciste
che, ne fossero deputate o no, si arrogavano pretestuosamente il di-
ritto di procedere alla confisca dei patrimoni ebraici, la cui aliena-
zione avrebbe dovuto essere realizzata per il tramite del citato ente
liquidatore.
Anche in questo caso l’ipotesi avanzata da De Felice che la con-
fisca dei beni ebraici fosse «un espediente per procurare alle casse
esauste della RSI un po’ di ossigeno» non appare in alcun modo

132
plausibile, tanto meno convincente. Per quanto per i soggetti diret-
tamente colpiti rappresentassero il totale spossessamento, i provve-
dimenti non risulta che avessero portato alla confisca di colossali for-
tune. Il gran numero di decreti di confisca – poco più di 5.000 – pub-
blicati sulla «Gazzetta Ufficiale» della RSI di per sé ha scarso signi-
ficato, tanto più che le procedure previste per i diversi passaggi
dell’operazione non furono rispettate che soltanto parzialmente; più
che la dimensione dei beni espropriati esso attesta lo zelo persecu-
torio dell’amministrazione e la funzione demagogica dell’intera ope-
razione, finalizzata a stigmatizzare e a bollare nell’ebreo il profitta-
tore ai danni della nazione.
Anche dietro questi provvedimenti si nascondeva, al di là del ge-
nerico intento persecutorio, la volontà di umiliare gli ebrei, enfatiz-
zandone la totale impotenza. Un paio di esempi dai verbali di confi-
sca a carico di privati può servire a convalidare le nostre osservazio-
ni; nel caso specifico si tratta di verbali di confische eseguite in pro-
vincia di Pavia (che riprendiamo dal contributo di M. Fusina citato
in Bibliografia).
Primo esempio:

Confisca a favore dello Stato di beni mobili di proprietà del Signor


Arias Roberto di Emilio di razza ebraica.

IL CAPO DELLA PROVINCIA DI PAVIA

visto il verbale n. 48 della Stazione Carabinieri di Rivanazzano relati-


vo al sequestro dei beni mobili di proprietà dell’ebreo Arias Roberto di
Emilio, già sfollato a Rivanazzano ed attualmente latitante;
visto l’art. 8 del decreto legislativo del Duce del 4 gennaio 1944 n. 2;

decreta:

Art. 1 – I beni mobili esistenti nel comune di Rivanazzano depositati nei


locali dei coniugi Lombardi in Via Leidi n. 4 di proprietà Arias Roberto
di Emilio, figuranti nell’allegato elenco che fa parte integrante del pre-
sente decreto, sono confiscati a favore dello Stato.
Art. 2 – I beni mobili di cui all’allegato elenco sono messi a disposizione
dell’Ente di Gestione Immobiliare.
Art. 3 – Comanda a tutti gli Ufficiali Giudiziari che ne siano richiesti e a
chiunque spetti, di mettere in esecuzione la presente disposizione al pub-

133
blico Ministero, di darvi assistenza, ed a tutti gli Ufficiali della Forza Pub-
blica di concorrervi, quando ne siano legalmente richiesti.
Art. 4 – Il presente decreto è immediatamente eseguibile e sarà pubbli-
cato nella Gazzetta Ufficiale.

Pavia, 2 marzo 1944 – XII.


Il capo della Provincia.

Inventario dei beni mobili di proprietà dell’ebreo Arias Roberto di


Emilio, e di Ascoli Amelia nato il 3.2.1906 a Genova, domiciliato a Mila-
no già sfollato a Rivanazzano, attualmente irreperibile.

2 comò con tre cassetti 2 pompette per clistere


e uno specchio 1 retina filo per capelli –
2 guardaroba stile Novecento 1 portacipria
2 pettiniere con specchio stile 1 pigiama da uomo
Novecento 1 lavandino di porcellana
2 coppie di letti matrimoniali 1 portalavandino in ferro
Novecento, con relative reti 8 paia scarpe usate bambino
metalliche 2 paia scarpe usate donna
4 comodini in legno stile 3 paia sandali per uomo
Novecento 1 paio ciabatte usate
4 materassi di lana in ottimo stato 2 paia di soprascarpe di gomma
1 materasso crine per bambino bianche
3 pezze di tela per sottomaterassi 1 paio di pattini a rotelle –
2 paia pantofole 1 ombrellino
4 vasi da notte 1 tavolino con cassetti
1 copriletto pesante con frange 1 scatola traforo con relativi
1 lettino legno per bambino attrezzi
1 cuscino lana per letto 1 divisorio per baule
3 pezze di tela per letto 5 lenzuola bianche di tela
1 copriletto per letto – 4 federe per cuscini – 1 trapunta
un giubbetto bambino 2 coperte di lana – 1 sedia legno
1 paio di scarpe usate bambino 2 collarini bianchi per bambini
1 cappello feltro da donna 20 camicie per bambini
1 striscia tendine uso centrino 17 magliette per bambini
1 collarino tipo marinara 2 mutandine per bambini –
per bambino 8 fasce bambini
1 ferro per permanente da donna 5 tendine copriculla
1 spazzola capelli 3 vestitini per bambini
1 macchinetta sicurezza 20 paia calze bambini
per barba 3 cuffie bambini

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2 sottoveste donna 2 paia di guanti di pelle in cattivo
2 pelli coniglio conciate stato
1 busto di gomma per donna 3 canottiere – 1 paio ghette
2 cappelli per signora 1 portacenere – 1 scatola lamiera
1 cinghia per pantaloni rotta 1 portasigarette argento, piccolo
1 paio di giarrettiere per signora 1 paia mutandine lana
2 vasetti per cipria – 3 centrini 1 buffet cucina con due cassetti
1 borsetta per signora in tre parti
8 asciugamani 1 tavolino con un cassetto
50 colletti per camicia 4 sedie di legno – uno sgabello
2 camicie da uomo 1 tavolo per cucina con due
1 fodera per materassi cassetti a marmo sovrastante
2 cappelli da uomo usati 2 fornelli elettrici
1 camicia da notte 1 ampollina per olio e aceto
1 fodera per materasso – 4 piattini sottotazze – 3 quadri
30 stracci a muro
1 tendina – 8 federe per cuscini 1 coperchio sottopentola di
1 cappello da signora – amianto
10 centrini 1 forma per pasticcini –
1 paio di guanti bianchi 1 mattarello – 3 padelle di ferro
1 scialle di seta – 1 sciarpa di seta 1 barattolo di latta con coperchio
1 tovaglia per caffè – 1 borsa di tela – un tovagliolo
2 accappatoi 1 catinella di ferro smaltato –
2 vestitini per bambini 1 paiolo
1 cappottino per bambino 4 coltelli da tavola – 4 forchette
3 tovagliolini per caffè 1 apriscatolette – 5 cucchiai
1 vestito a giacca blu per signora 1 coltello trinciante – 1 cacciavite
5 federe per materassi in colore 1 schiumarola
1 sottoveste (pagliaccetta) 1 coperta in cattivo stato
1 cappellina 1 colapasta – 1 pentola
1 macchina cinematografica 1 coperchio
2 cappelli da donna 1 pezza di tela per stirare
1 scatola di carte varie 1 guantiera in legno
e corrispondenza 1 portapacchi per bicicletta
38 bavaglini 1 morsetto – 1 bicchiere
1 ventriera elastica per donna infrangibile
5 camicie da uomo – 1 tovaglia in cattivo stato
3 pagliaccette 6 bicchierini per liquori –
1 camicetta da donna 1 caffettiera napoletana
9 grembiuli – 1 costume da 1 spiritiera di metallo – 1 porta
bagno – 1 sottoveste maionese di porcellana
2 maglie 1 cucchiaio per dette

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2 bicchieri di alluminio 1 cestino di vimini
1 zuccheriera di bachelite 1 recipiente di zinco – 1 macinino
1 cavaturaccioli – 2 taglieri – 1 per caffè
colino per tè 1 guantiera – 5 piatti sottocoppe
1 caffettiera alluminio 1 grattugia – 4 tazze da caffellatte
2 ferri da stiro – 1 graticola 1 scatolone per cappelli
1 portauova – 1 sottoferro da
2 valige
stiro
1 grembiule – 1 paio di zoccoli 6 casseruole di vario tipo
2 fornellini di terracotta e dimensione
1 tovaglia ricamata – 1 pentola – 6 piatti comuni – vari
4 tovagliolini stracci
1 scatola di legno – 1 tegame vari involti cartacei
di terracotta recipienti in vetro

Secondo esempio:

Confisca a favore dello Stato di beni mobili di proprietà della Signo-


ra Giuliana Morel in Baquis di razza ebraica.

IL CAPO DELLA PROVINCIA DI PAVIA

visto il verbale del 2 febbraio 1944 della Stazione Carabinieri di Go-


diasco relativo al sequestro del mobilio di proprietà della sig. Giuliana
Morel in Baquis, esistente in una stanza presa in subaffitto dalla sig. Dal-
lera Emilia di Francesco e ceduta dalla sig. Coda Maria residente a Go-
diasco, regione Boascaiolo, di razza ebraica:
visto l’art. 8 del decreto legislativo del Duce del 4 gennaio 1944 n. 2;

decreta:

Art. 1 – I beni immobili esistenti a Godiasco, regione Boascaiolo, di pro-


prietà della sig. Giuliana Morel in Baquis e qui appresso elencati, sono
confiscati a favore dello Stato:

1 lastra marmo 1 fondale per letto e 3 sponde


5 piccole piastre marmo letto
(una rotta) 7 cappelli usati
2 quadri nessun valore 1 lettino azzurro
3 tavole da cucina 10 divisori legno per armadio

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28 divisori legno parte dei mobili Cassa con due specchi vetri
1 lettino per bambina salotto
1 seggiolone – 1 cassetto Cassa n. 6 marmi – cassa n. 8
9 divisori legno per armadio specchi
1 tavolo salotto – 2 comodini Cassa n. 10 specchi – 2 seggiolini
1 rete metallica letto bambino 2 tavolinetti salotto – 2 elastici
1 stufa – 2 abatjour 12 poltrone – 1 panca – Cassa 5
2 carrozzelle marmi
1 tavolinetto con 4 cassetti
Cassa n. 2 specchi mobili – Cassa
1 pagliericcio mobile
n. 7 specchi
8 divisori legno armadio
smontato Buffet sala in 4 pezzi – Cassa 9
1 paravento – 2 assi per letto specchi
11 ometti da bambina 8 sedie foderate pelle – 1 sofà
1 fondo armadio Un mobile scrivania
7 sgabelli – 1 comò 2 armadini per camera bambina
1 cassa di ante per armadio 1 tavolo sala da pranzo
Cassa chiusa 2 specchi 2 scatole. Contenenti oggetti vari
Armadio cucina in due pezzi di biancheria usata

Art. 2 – I beni mobili di cui sopra sono messi a disposizione dell’Ente di


Gestione Immobiliare.
Art. 3 – Comanda a tutti gli Ufficiali Giudiziari che ne siano richiesti e a
chiunque spetti, di mettere in esecuzione la presente disposizione, al pub-
blico Ministero, di darvi assistenza, ed a tutti gli ufficiali della Forza Pub-
blica di concorrervi, quando ne siano legalmente richiesti.
Art. 4 – Il presente decreto è immediatamente eseguibile e sarà pubbli-
cato nella Gazzetta Ufficiale.

Pavia 2 marzo 1944. XII


Il Capo della Provincia

Il capitolo delle spoliazioni patrimoniali non può non conclu-


dersi con un cenno alla spoliazione premeditata dei beni non più dei
singoli ma delle comunità. In articulo mortis, quasi a sottolineare la
continuità e la persistenza della linea antisemita, il 16 aprile 1945 un
ultimo decreto del Consiglio dei ministri della RSI, nello stabilire lo
scioglimento di tutte le comunità, che nel frattempo avevano subito
la chiusura e il saccheggio ad opera di tedeschi e fascisti, ne decre-
tava altresì la confisca dei beni, contestualmente allo scioglimento di
tutte le istituzioni di assistenza e di beneficenza ebraiche. Un ultimo

137
particolare, questo, che conferma a nostro avviso come non è possi-
bile separare la privazione ai danni degli ebrei di ogni bene patri-
moniale dalla minaccia diretta portata ora alla loro esistenza fisica.
Un altro modo per ribadire che per loro non vi erano vie di scampo,
talché l’odiosità di questi provvedimenti doveva risultarne esaltata,
non certo diminuita.
Infine, paradossalmente, il capitolo più noto di questa storia è
quello della deportazione degli ebrei dall’Italia. Più noto, se non al-
tro, perché l’abnormità dell’evento lo ha portato in primo piano al
di là di esperienze personali destinate a confondersi con le tante mil-
le altre esperienze di un popolo sopraffatto dalla guerra, dalla scon-
fitta, dall’oppressione interna e dalla occupazione straniera. Ma se la
vicenda dell’ebreo che si nasconde, che si rifugia in campagna o in
montagna, o si arruola tra i partigiani si può confondere con le vi-
cende anonime di tanti altri italiani, la vicenda della deportazione,
nel novanta per cento dei casi senza ritorno, non può confondersi
con nessun’altra né passare in alcun modo inosservata. Se è vero
quanti tra i pochi superstiti hanno raccontato, compreso quel testi-
mone e interprete d’eccezione che è stato Primo Levi, che al ritorno
in patria ebbero la sgradevole sensazione che nessuno volesse ascol-
tarli né immedesimarsi nella loro sofferenza: ebbene, proprio questa
è la conferma che il non voler condividere la loro esperienza non era
soltanto un sintomo del disagio della memoria ma piuttosto un se-
gno della percezione che era accaduto qualcosa di così grave e ine-
dito di cui non si era pronti a elaborare i significati e le conseguen-
ze. Se gli ebrei erano stati divisi dalla società italiana dalle leggi del
fascismo, essi rischiarono di restare divisi dalla società italiana anche
dopo la deportazione e lo sterminio di molti di essi per il rifiuto del-
la popolazione italiana di farsi carico della responsabilità per la loro
sorte, che non era rigettabile unicamente e semplicisticamente sui te-
deschi, questione sulla quale torneremo nel capitolo conclusivo di
questo libro.
L’estensione all’Italia della «soluzione finale» fu una conseguen-
za quasi automatica dell’occupazione da parte della Wehrmacht. La
continuità delle strutture istituzionali e della normativa antiebraica
dal fascismo del ventennio alla RSI rappresentò per le forze d’occu-
pazione un supporto non sappiamo quanto inaspettato che ne age-
volò enormemente l’operato. L’occupazione rese possibile ai tede-
schi di realizzare la deportazione degli ebrei dall’Italia, che all’epo-

138
ca del protocollo di Wannsee (gennaio 1942) non era realizzabile per
l’esistenza dei rapporti d’alleanza tra Italia fascista e Germania nazi-
sta. Dopo l’8 settembre ogni remora venne meno; se per altri aspetti
dei rapporti con l’«alleato occupato», secondo la felice definizione di
L. Klinkhammer, la dura realtà della presenza della Wehrmacht fu
in qualche modo nascosta da qualche stratagemma formale, nel ca-
so della caccia agli ebrei non furono usati particolari riguardi. I te-
deschi non ne parlavano apertamente, essi si limitavano ad operare,
lasciando il palcoscenico propagandistico ai fascisti di Salò, tutt’al
più nei loro manifesti rivolti alla popolazione compariva il ghigno del
giudeo-bolscevico, a suggerire sullo sfondo l’immagine del nemico,
volutamente truce e deformata per poter giustificare la ferocia
dell’intervento repressivo e dello sterminio.
La creazione di un apparato tedesco per l’attuazione in Italia del-
la «soluzione finale» impegnò le autorità d’occupazione sin dalle pri-
me settimane della loro presenza in Italia. Si trattava di una struttu-
ra non integrata nel complesso sistema dell’occupazione ma desti-
nata a operare con quasi totale autonomia rispetto ad ogni altra ar-
ticolazione di potere, alle dipendenze dirette unicamente del capo
supremo delle SS e della polizia del Reich Himmler, del servizio di
sicurezza e dei suoi rappresentanti in Italia (generale Harster, con se-
de in Verona).
Come era avvenuto in altri territori occupati anche in Italia la po-
tenza occupante trasferì un apparato terroristico che era esemplato
sull’articolazione interna usuale a quanto accadeva nel Terzo Reich.
Al di là tuttavia dell’esperienza particolare nelle deportazioni degli
ebrei che esponenti dei vertici della polizia tedesca in Italia avevano
già acquisito in altre parti d’Europa prima di arrivare da noi, parti-
colare menzione va fatta dei quadri della polizia che furono insedia-
ti in aree particolari. Il sistema d’occupazione infatti assunse tipolo-
gia e rilievo particolare nelle due aree delle cosiddette Zone specia-
li d’operazione delle Prealpi e del Litorale Adriatico. La zona delle
Prealpi comprendeva le province di Trento, Bolzano e di Belluno; il
Litorale Adriatico comprendeva le province italiane di Udine, Trie-
ste, Gorizia, Fiume e Pola più la provincia di Lubiana, vale a dire la
zona della Slovenia annessa all’Italia dopo l’aggressione alla Jugo-
slavia dell’aprile del 1941. La creazione delle speciali zone d’opera-
zione era giustificata militarmente con la collocazione delle aree no-
minate nell’area di confine e di transito lungo la frontiera nord-

139
orientale d’Italia, dal Brennero all’Adriatico, come aree di passaggio
verso la linea del fronte tra la parte meridionale del Reich e la peni-
sola balcanica.
Strategicamente dopo il collasso delle forze italiane la Wehrmacht
mirava a stabilire un controllo senza soluzione di continuità destina-
to a tenere le forze anglo-americane più lontane possibile dalla parte
meridionale dei Reich e ad impedire al tempo stesso il dilagare della
guerriglia dei partigiani slavi garantendo le vie di comunicazione alle
forze tedesche verso il teatro di guerra dei Balcani. Ma la motivazio-
ne della creazione delle Zone speciali d’operazione non si esaurì nel-
la loro funzione strategica. Essa rispondeva anche a precisi obiettivi
politico-territoriali. La creazione in queste zone di una speciale am-
ministrazione civile tedesca, con lo scopo di sostituire le autorità te-
desche a quelle italiane, comprese quelle della Repubblica sociale, ri-
spondeva all’obiettivo politico di predisporre a guerra finita il pas-
saggio di queste aree alla sovranità del Reich. La vecchia provincia ita-
liana di Bolzano era destinata a ritornare in seno al Grande Reich an-
nullando anche il compromesso per le opzioni degli alto-atesini di lin-
gua tedesca che il regime nazista aveva dovuto concludere nel 1939
con il regime fascista. A maggior ragione nell’area della vecchia Ve-
nezia Giulia, segnata dal grave conflitto di nazionalità provocato dal-
le sopraffazioni fasciste ai danni delle minoranze slave annesse al Re-
gno d’Italia nel 1918, i tedeschi si atteggiarono a difensori delle na-
zionalità offese dal fascismo alimentando il miraggio di una rivitaliz-
zazione del porto di Trieste e in generale del suo hinterland nel senso
più lato attraverso la riaggregazione delle vecchie province asburgi-
che al Grande Reich germanico, facendo leva tra l’altro su mai sopite
nostalgie filoaustriache. La nomina delle amministrazioni civili in cui
prevaleva la presenza di funzionari di origine austriaca e l’aggrega-
zione di fatto delle due zone d’operazione alle dipendenze rispettiva-
mente di Gauleiter del Tirolo (Franz Hofer come Supremo commis-
sario per la zona delle Prealpi) e della Carinzia (Friedrich Rainer co-
me Supremo commissario per il Litorale Adriatico) stava a sottoli-
neare l’inserimento organico delle due aree all’interno dello spazio
politico e amministrativo del Terzo Reich, che qui più che altrove si
riservava mano libera, sottraendo questi territori alla sovranità della
Repubblica di Salò.
Ciò comportò che anche nella loro strutturazione le forze di po-
lizia in queste aree conservassero una autonomia operativa affatto

140
particolare. In ciascuna di esse infatti fu insediato un Capo superio-
re delle SS e della polizia, che consentì l’esercizio di un livello per-
secutorio particolarmente intenso. Rilevante soprattutto fu l’inse-
diamento nel Litorale Adriatico, come capo supremo delle SS e del-
la polizia, del generale delle SS Odilo Globocnik (cui fu sottratta pe-
raltro la giurisdizione della provincia di Lubiana), reduce dallo ster-
minio e dal saccheggio degli ebrei (Aktion Reinhard) nella Polonia
occupata dai tedeschi. Oltre quindi ad essere anch’egli esponente di
primo piano della componente austriaca del vertice nazista, Glo-
bocnik arrivò a Trieste come uno dei principali esperti dell’assassi-
nio in massa, portandosi dietro buona parte dei quadri che avevano
lavorato con lui alla «soluzione finale» nel contesto dell’Aktion
Reinhard, rendendo ragione delle pratiche terroristiche delle quali si
rese responsabile, avendo fra l’altro sotto la sua giurisdizione la sor-
veglianza della Risiera di S. Sabba, vero e proprio campo di stermi-
nio e non soltanto campo di concentramento di transito, secondo la
catalogazione ufficiale.
Nel complesso dell’area occupata la caccia agli ebrei fu affidata,
secondo lo schema usuale nel Reich, all’Ufficio IV B della centrale del-
la Sicurezza del Reich attraverso gli inviati diretti di Eichmann che ad
essa era preposto. Sin dall’inizio di ottobre del 1943 era giunto in Ita-
lia il colonnello delle SS Theo Dannecker (che con Kappler sarebbe
stato il protagonista diretto del rastrellamento del ghetto di Roma del
16 ottobre). All’inizio di gennaio del 1944 a Dannecker subentrò co-
me responsabile della deportazione lo Sturmbannführer delle SS Frie-
drich Bosshammer. Alle sue dipendenze, ufficialmente come «esper-
ti consulenti per la questione ebraica» presso i comandi locali della
polizia di sicurezza, agirono gli ufficiali preposti ai comandi di Firen-
ze, di Genova, di Milano, di Roma, di Torino, di Bologna, di Padova,
Parma, Perugia, Venezia (oltre che a Bolzano e a Trieste, come ab-
biamo visto in un diverso contesto). Come si vede una rete di uffici ca-
pillari, che oltre a servirsi della collaborazione di altre specialità della
polizia tedesca contava soprattutto sulla collaborazione e degli appo-
siti settori dell’amministrazione italiana e dei reparti delle forze di po-
lizia e delle unità militari della RSI. Nei fatti, la collaborazione delle
autorità e degli uffici (di prefettura, ma anche di quelli comunali) del-
la RSI risultò essenziale per agevolare il compito dei tedeschi, soprat-
tutto nell’individuazione e nel rastrellamento degli ebrei, per i quali
risultò spesso indispensabile la possibilità di disporre delle liste del

141
censimento del 1938, e degli aggiornamenti effettuati in occasione di
accertamenti successivi (denuncia di beni patrimoniali, precettazio-
ne per il servizio del lavoro) che erano stati predisposti anteriormen-
te all’armistizio del 1943.
Se si eccettua il caso delle vittime della razzia di Roma del 16 ot-
tobre 1943, che furono immediatamente spediti ad Auschwitz, la
maggior parte degli ebrei che furono rastrellati furono inoltrati nei
campi di sterminio dopo avere sostato nei campi di concentramen-
to allestiti in Italia. Almeno in parte i tedeschi, al di là dei nuovi cam-
pi di concentramento provinciali previsti dall’ordinanza di Buffari-
ni Guidi, si servirono di strutture concentrazionarie già esistenti in
Italia prima ancora dell’armistizio, anche se talvolta, come nel caso
del più importante campo di raccolta in Italia, quello di Fossoli, uti-
lizzarono strutture che erano state allestite non per l’internamento
di civili ma per prigionieri di guerra alleati.
Le prime manifestazioni di ostilità contro gli ebrei avvennero già
nella prima settimana dell’occupazione: alla metà di settembre del
1943 si ebbero gli eccidi di ebrei che si erano rifugiati nella zona del
Lago Maggiore (la cui presenza fu presumibilmente segnalata ai te-
deschi da delatori) e la deportazione degli ebrei da Merano (il 16 set-
tembre), con una operazione la cui precocità non può non essere
messa in relazione alla situazione particolare che si era venuta crean-
do nella provincia di Bolzano. Anche da Trieste già nel mese di ot-
tobre ebbero luogo due invii ai campi di sterminio di ebrei rastrella-
ti poco più di un mese dopo l’occupazione.
La retata di Roma del 16 ottobre che fu certamente la più rilevan-
te compiuta in assoluto in Italia, anche per l’alta concentrazione di
ebrei esistente nel ghetto di Roma, rimase anche la più spettacolare di
queste operazioni, sia per il carattere dimostrativo e intimidatorio che
le conferirono le stesse dimensioni, sia perché ancora apparentemen-
te al di fuori di un piano sistematico di rastrellamento e deportazione,
non ancora coordinato con le autorità e i servizi della RSI.
Se si eccettua la presenza di una serie di minori luoghi di raccol-
ta si può concludere che il via libera alla deportazione sistematica va
messo in rapporto con la creazione dei quattro principali campi di
arresto e di transito allestiti dalle autorità tedesche e generalmente
gestiti con la collaborazione di reparti della polizia fascista.
I quattro campi di concentramento e di transito (ossia di smista-
mento verso la deportazione) furono istituiti a Borgo S. Dalmazzo,

142
in provincia di Cuneo, a Fossoli nei pressi di Carpi (in provincia di
Modena), alla Risiera di S. Sabba alla periferia di Trieste, a Gries al-
la periferia di Bolzano. Il campo di Borgo S. Dalmazzo, che fu de-
stinato principalmente ad accogliere gli ebrei che dalla Francia oc-
cupata avevano cercato di spostarsi verso l’Italia confidando in un
trattamento meno rigido di quello imposto dai tedeschi, fu anche
quello che ebbe la vita più breve: aperto nel settembre del 1943, do-
po l’armistizio italiano, fu chiuso nel novembre del 1943 e riutilizza-
to tra la fine del 1943 e il febbraio del 1944 in base ai provvedimen-
ti della RSI allorché gli ebrei italiani che vi furono rinchiusi furono
trasferiti a Fossoli per essere deportati ad Auschwitz.
Il campo di Fossoli fu quello dal quale partì il contingente più nu-
meroso alla volta della deportazione: poco meno della metà di tutti
gli ebrei deportati dall’Italia transitò da Fossoli. Utilizzando le strut-
ture di un preesistente campo per prigionieri di guerra gestito
dall’esercito italiano, dopo l’armistizio il campo di Fossoli fu riuti-
lizzato da tedeschi e fascisti: preso in consegna all’inizio (dicembre
1943) da militi della RSI, a partire dal marzo del 1944 passò agli or-
dini diretti dei tedeschi, che lo mantennero in vita per il transito di
ebrei (diversa sorte ebbero prigionieri politici e persone razziate per
il lavoro forzato) sino all’agosto del 1944, allorché in seguito presu-
mibilmente all’avvicinarsi del fronte appenninico trasferirono gli in-
ternati che non erano stati ancora deportati in Germania e una par-
te della guarnigione nel nuovo campo di Gries-Bolzano, più lontano
dal fronte ma anche assai più vicino al valico del Brennero in dire-
zione dei campi di concentramento e di sterminio. Esso fu attivo per-
tanto sino all’arrivo delle forze alleate alla fine di aprile del 1945.
Il campo che ebbe maggiore continuità di esistenza fu quello del-
la Risiera di S. Sabba che entrò in attività nell’autunno del 1943 e
funzionò ininterrottamente sino alla vigilia della liberazione di Trie-
ste, alla fine di aprile del 1945. La Risiera di S. Sabba ebbe caratte-
ristiche che lo qualificarono certamente al di là della mera funzione
di transito; fu l’unico dei campi allestiti nell’area dei confini dello
Stato italiano del 1939 dotato di un forno crematorio, a conferma
che in esso fu massacrato un numero ingente di prigionieri (un paio
di migliaia?); gli ebrei ivi uccisi furono per quanto sappiamo una mi-
noranza, la più parte delle vittime essendo costituita da antifascisti
italiani, sloveni e croati. Dal gran numero di trasporti che presero le
mosse da Trieste, poco meno della metà di tutti i convogli partiti

143
dall’Italia, se ne deve concludere che la maggior parte degli ebrei che
vi transitarono furono mandati nei campi di sterminio.
Questo panorama dei principali campi di concentramento allesti-
ti in Italia non esclude, oltre alla presenza di campi minori, spesso al-
lestiti in apprestamenti provvisori o casuali e comunque non nella for-
ma tipica del campo di concentramento con filo spinato e baracche,
che altre deportazioni siano avvenute senza necessariamente passare
per uno dei quattro principali campi di raccolta e di transito; ciò vale
soprattutto per quanti venivano arrestati occasionalmente e in linea
di massima individualmente in occasione di razzie e di rastrellamenti
alla disperata ricerca di braccia da lavoro da inviare in Germania. Nei
mesi dell’occupazione tedesca la caccia all’ebreo faceva parte del re-
pertorio di angherie e di vessazioni che qualsiasi unità di forze di po-
lizia italiane o tedesche poteva permettersi; sappiamo che la cattura
di un ebreo poteva rappresentare una particolare benemerenza (e co-
me tale ricompensata) per chi ne fosse entrato in possesso, anche se
non è provato che esistessero taglie generalizzate con generose offer-
te in denaro o in generi alimentari preziosi (come il sale) per allettare
l’attività di zelatori e delatori come invece avveniva sistematicamente
per la cattura dei prigionieri di guerra alleati, che erano evasi dai cam-
pi di prigionia dopo l’armistizio e che venivano considerati partico-
larmente pericolosi come potenziali membri di bande partigiane, nel-
le quali apportavano il contributo di una esperienza nell’uso delle ar-
mi e della tattica militare che spesso i primi partigiani di estrazione pu-
ramente politica non avevano. Fu comunque il proliferare di specia-
lità della polizia fascista che legittimò ogni sorta di arbitrio, anche al
di fuori delle procedure stabilite, nella cattura degli ebrei, ridotti a res
nullius e a soggetto di competizione nei furti e nelle rapine anche di
vite umane da parte delle più diverse unità.
Dalla deportazione furono colpite tutte le comunità italiane:
nell’ordine Roma, Milano, Trieste, Firenze. Se si volessero segnala-
re le province più colpite si potrebbe indicare, sulla scorta dei dati
forniti dalle ricerche del Centro di documentazione ebraico con-
temporaneo (CDEC), la tabella a fronte, con l’avvertenza che in que-
sti dati non sono compresi gli ebrei stranieri arrestati in Italia dei
quali è rimasta spesso sconosciuta l’identità.
È appena il caso di avvertire che il dato per provincia non riflette
necessariamente la dimensione delle comunità locali, perché bisogna
tenere conto degli spostamenti individuali, di intere famiglie o grup-

144
Deportati secondo le province di arresto

Alessandria 48 Gorizia 34 Pistoia 77

Ancona 3 Grosseto 34 Ravenna 22

Aosta 12 Imperia 43 Reggio Emilia 18

Arezzo 28 Jugoslavia 39 Rieti 15

Ascoli Piceno 33 L’Aquila 26 Roma 1.694

Asti 45 La Spezia 8 Rovigo 39

Belluno 32 Latina 1 Savona 10

Bergamo 39 Livorno 33 Siena 17

Bologna 109 Lucca 108 Sondrio 62

Bolzano 38 Macerata 63 Teramo 157

Brescia 21 Mantova 44 Torino 253

Chieti 21 Milano 300 Trento 13

Como 113 Modena 70 Treviso 28

Cremona 2 Novara 20 Trieste 554

Cuneo 383 Padova 55 Udine 39

Ferrara 71 Parma 70 Varese 173

Firenze 302 Pavia 15 Venezia 230

Fiume 225 Pescara 1 Vercelli 24

Forlì 11 Piacenza 5 Verona 45

Frosinone 15 Pisa 16 Vicenza 44

Genova 153 Pola 7 Viterbo 11

Dato ignoto 585

TOTALE 6.806

145
pi che si verificarono soprattutto dopo l’armistizio del 1943, allorché
la maggior parte degli ebrei dovette abbandonare le proprie residen-
ze e cercare rifugio altrove. Tenendo conto di questa non indifferen-
te variabile i dati, che peraltro non si possono considerare definitivi
in assoluto, conservano tuttavia anche con questi limiti una loro rap-
presentatività rispetto alle realtà territoriali cui si riferiscono.
La deportazione degli ebrei non fu concentrata entro date ri-
strette ma fu un fenomeno che accompagnò tutto il periodo dell’oc-
cupazione tedesca. Sebbene le principali razzie (a Roma, a Firenze,
a Trieste) siano state consumate nei primi mesi dell’occupazione en-
tro la fine del 1943, la cattura e la deportazione degli ebrei furono
uno stillicidio che come altre forme di violenza, da quelle apparen-
temente meno rilevanti alle grandi stragi, contrassegnarono la quo-
tidianità della vita sotto l’occupazione. Diari e testimonianze di ebrei
danno ragione della condizione di paura e di terrore, in cui, bracca-
ti, erano costretti a vivere e a cercare rifugi sempre nuovi, fronteg-
giando le incognite di una situazione piena di insidie e di tranelli.
La stragrande maggioranza degli ebrei deportati dall’Italia fu in-
viata ad Auschwitz; i pochi scampati ad Auschwitz furono quelli che
si trovarono nella condizione narrata da Primo Levi, che sopravvis-
se perché le sue qualità professionali indussero i tedeschi ad adibir-
lo al lavoro forzato, o coloro che furono risparmiati nelle ultime set-
timane di lager dall’ordine di Himmler di sospendere le uccisioni in
massa, o dal trasferimento in altri lager meno famigerati a conclu-
sione delle spaventose marce della morte con cui fu fatto evacuare il
campo di sterminio prima che arrivasse l’Armata rossa.
Altri lager ai quali furono avviati ebrei deportati dall’Italia furono
Bergen Belsen, Ravensbrück, Buchenwald, Flossenbürg. Ma ebrei
italiani furono liberati anche in altri campi (Dachau, Mauthausen,
ecc.) ai quali erano stati inviati dopo l’evacuazione di Auschwitz
all’inizio del 1945.
I campi in Italia non furono campi di sterminio in senso stretto:
il loro compito era di servire come anticamera dello sterminio. Gli
eccidi di ebrei ebbero luogo prevalentemente fuori dai campi di con-
centramento: i più rilevanti furono quelli di Meina e di altre località
nell’adiacenze del Lago Maggiore nelle prime settimane dopo l’ar-
mistizio, quello delle Fosse Ardeatine, in cui, tra gli altri, perirono
73 ebrei e quello che a Pisa vide protagonista, in circostanze parti-

146
colarmente efferate, il presidente della comunità ebraica Pardo Ro-
ques e altri sette suoi correligionari.
Il numero totale delle vittime – tenendo conto dei morti in depor-
tazione e delle vittime di eccidi – tra quanti risiedevano in Italia am-
monta, secondo le ricerche del CDEC a 6.291; 837 furono i deporta-
ti sopravvissuti. A questi dati si devono aggiungere gli ebrei delle iso-
le del Dodecanneso, allora sotto sovranità italiana, che furono depor-
tati e pressoché totalmente uccisi per un complesso di 1.820 persone
(di cui 180 sopravvissuti). Questo significa che negli anni tra il 1943 e
il 1945 furono uccisi circa il 20-22 per cento degli ebrei che si trova-
vano in Italia all’atto dell’armistizio. Comparate con altre situazioni
dell’Europa centro-occidentale, le perdite di ebrei nell’Italia furono
sicuramente inferiori a quelle di altri paesi: in Francia scomparve un
terzo degli ebrei, in Olanda due terzi di tutti gli ebrei ivi residenti. Si
può cercare di chiarire come mai l’ebraismo italiano ha subito perdi-
te relativamente meno elevate di altre comunità?
Nonostante la preesistenza dei provvedimenti contro gli ebrei del
regime fascista, le perdite relative subite dagli ebrei in Italia sono do-
vute ad un insieme complesso di fattori. In primo luogo è da richia-
mare ancora una volta l’alto livello di assimilazione e di integrazione
degli ebrei italiani che favorì in ogni modo la possibilità di trovare
soccorso presso le componenti della società italiana, indipendente-
mente da opzioni o simpatie politiche, per il fatto stesso di essere in-
seriti in maniera indissociabile e spesso attraverso parentele e matri-
moni misti nel tessuto della società italiana. Naturalmente, ciò vale
meno per gli ebrei stranieri, soprattutto nei casi in cui questi non fos-
sero a conoscenza della lingua italiana o in cui prevalesse un senso
di diffidenza verso l’ambiente circostante.
In secondo luogo il salvataggio di un gran numero di ebrei fu do-
vuto al concorso di molti aiuti, non soltanto al diffuso intervento in-
dividuale di molti, che servì a controbilanciare lo zelo delatorio o pre-
datorio di tanti altri. Non si possono generalizzare situazioni positive,
come se tutti avessero aiutato gli ebrei, ma è sicuro che non furono po-
chi coloro che rischiavano per senso di solidarietà umana. Anche nel-
la pubblica amministrazione vi furono funzionari che si attivarono
per impedire ulteriori vessazioni o addirittura per sottrarre i perse-
guitati alla loro sorte, sia che ne favorissero la fuga sia che cercassero
di coprirne l’origine. Tuttavia non si possono assumere i casi esem-
plari di funzionari che non ottemperarono ad ordini ritenuti ingiusti

147
o inumani per dare una patente di benemerenza alla pubblica ammi-
nistrazione come tale. Non si tratta di questo, se non altro perché sa-
remmo immediatamente smentiti dai molti funzionari di polizia o da-
gli appartenenti a corpi militari che furono parte attiva nella cattura e
nella deportazione degli ebrei. Nell’ambito inoltre della pubblica am-
ministrazione molti comportamenti ambivalenti, che si rivelarono
provvidenziali per i soggetti colpiti furono determinati dalle incer-
tezze stesse della situazione e dalla prospettiva della sconfitta della
RSI al seguito della Germania nazista che induceva i più avvertiti a va-
lutare le conseguenze di un inevitabile redde rationem a guerra finita.
Molti perseguitati furono aiutati non per senso di umanità ma per tor-
naconto personale di chi avrebbe dovuto imporre loro una legge cri-
minale: una condizione tipica di epoche di grandi incertezze in cui la
sorte di ogni individuo, dall’una e dall’altra parte della barricata, è af-
fidata al buon senso e alla necessità di salvaguardare elementari ga-
ranzie esistenziali. Non si tratta certo di fare l’elogio della cosiddetta
«zona grigia», ma di valutare in quale misura la presenza di tanti com-
portamenti ambivalenti permise che nelle loro pieghe trovassero ri-
fugio (non di rado dietro compenso) persone in pericolo che spesso
non avevano altre sponde o altre possibilità cui affidarsi.
Diversa, al contrario, è la problematica degli aiuti organizzati di
estrazione sociale e culturale assai diversa, laica o ecclesiastica. La
forma primordiale di aiuto fu quella che nacque all’interno delle co-
munità ebraiche o collateralmente ad esse, come eredità di una vec-
chia tradizione di solidarietà e di forme associative destinate a fare
argine al fronte delle persecuzioni, contando non su un semplice pat-
to di mutuo soccorso ma su una comunanza e omogeneità di ideali
destinata a cementare la consapevolezza di una comunanza di desti-
no, in cui forte era l’influenza del sionismo. Fu su questa base che
sin dalla fine del 1939 con la collaborazione dell’Unione delle co-
munità nacque la DELASEM (Delegazione assistenza emigrati) che
aveva lo scopo di assistere gli ebrei stranieri in Italia e di agevolarne
il transito per recarsi fuori d’Italia (specialmente in America e in Pa-
lestina). Non a caso la sede dell’organizzazione fu stabilita a Geno-
va, data la funzione di transito oltremare che assolveva il porto ligu-
re. Dopo l’8 settembre l’organizzazione dovette passare nell’illega-
lità e di fatto si trasformò in una struttura per il salvataggio degli
ebrei non solo stranieri ma anche italiani, ora a loro volta minaccia-
ti non più soltanto nei diritti ma nella stessa esistenza fisica. Sebbe-

148
ne l’epicentro dell’organizzazione rimanesse a Genova alcune dira-
mazioni periferiche della DELASEM (come quelle di Firenze o di
Milano) assunsero rilevanza particolare nell’opera di assistenza e
soccorso, più che mai ora, nel momento in cui non si trattava più di
favorire prioritariamente l’espatrio degli ebrei ma di consentirne la
sopravvivenza, di concerto con le autorità ecclesiastiche, che si fece-
ro carico della gestione dei beni e degli impegni di soccorso dell’or-
ganizzazione, in special modo a Firenze e a Genova, confidando nel-
la protezione di alti prelati (a Firenze il cardinale Dalla Costa) parti-
colarmente impegnati nell’opera di soccorso agli ebrei.
Questo che fu il punto di sutura tra l’organizzazione di soccorso
nata dall’iniziativa autonoma dell’ebraismo e le strutture della Chiesa
cattolica mise in evidenza il peso che ebbe all’epoca dell’occupazione
nazista l’aiuto prestato agli ebrei dal complesso delle organizzazioni
ecclesiastiche. A prescindere dalla più complessa problematica legata
all’atteggiamento della Santa Sede e in particolare di Pio XII nei con-
fronti del nazismo e dello sterminio degli ebrei, tuttora una delle que-
stioni più controverse ancora aperte nella discussione sul genocidio,
problematica che non è possibile richiamare in questa sede se non per
rinviare alla bibliografia specialistica in cui compaiono oggi eccellenti
documentazioni e ottimi studi critici, più semplice ma con questo me-
no ricco di implicazioni può essere il discorso sull’aiuto recato dalle
strutture ecclesiastiche. Il riferimento non va fatto sulla diffusa rete
parrocchiale esistente in tutto il paese, se non altro pensando alle re-
sistenze conservatrici di un ambiente in cui altrettanto diffuso era sta-
to il pregiudizio antigiudaico. Se è vero che l’attività caritativa non co-
nobbe confini, vero è anche che la disponibilità del basso clero a dare
soccorso alle vittime della guerra (come con generica allusione si di-
ceva) – profughi, rifugiati fuggiti dalle loro case o scampati ai bom-
bardamenti, soldati sottrattisi alla prigionia o addirittura prigionieri
alleati – non era e non poteva essere illimitata. Particolari categorie di
indigenti – e tali erano con i prigionieri alleati certamente gli ebrei, ita-
liani o stranieri che fossero – correvano e facevano correre particolari
pericoli; occuparsi di loro era particolarmente rischioso.
Abbiamo già visto come nella Santa Sede esistessero, ancora
nell’estate del 1943, remore alla liquidazione delle leggi razziali per
via di mai sopiti pregiudizi; tanto più necessario apparve perciò usa-
re tutte le precauzioni possibili. Non risulta documentato alcun in-
tervento generale della Santa Sede a favore del soccorso agli ebrei;

149
alla richiesta di aiuto rivolta dagli stessi ebrei alle strutture ecclesia-
stiche autorevoli prelati diedero risposta positiva (certamente i car-
dinali di Firenze, di Genova, di Torino) delegando loro collabora-
tori a mantenere i contatti e a seguire con attenzione la causa degli
ebrei. Più che al salvataggio individuale le strutture ecclesiastiche fu-
rono impegnate in forme di assistenza collettiva in istituzioni (pre-
valentemente conventi, ospizi, opere di assistenza e di beneficenza)
capaci di essere maggiormente protette dall’irruzione di fascisti e te-
deschi, come sicuramente nei conventi romani più o meno adiacen-
ti al Vaticano, o comunque coperti dall’extraterritorialità. Ma dap-
pertutto in Italia l’ospitalità nei conventi fu generosa quanto possi-
bilmente silenziosa. Nella stessa Roma la Santa Sede, che pure non
avrebbe espresso alcuna protesta alla deportazione del Portico d’Ot-
tavia, non mancò di dare il suo contributo alla raccolta dell’oro per
soddisfare la ricattatoria richiesta rivolta dai tedeschi alla comunità
ebraica il 26 settembre 1943, a sottolineare le oscillazioni di un com-
portamento che voleva (o forse si illudeva) essere di solidarietà, ma
non di identificazione, con i perseguitati, di soccorso ma non al prez-
zo di scontrarsi con l’autorità tedesca. Naturalmente, le numerose ir-
ruzioni della polizia nazista in luoghi ecclesiastici furono una effica-
ce arma intimidatoria per tenere in scacco iniziative in cui il corag-
gio dei singoli riscattò spesso il silenzio dell’istituzione.
Non va dimenticato infine che una quota relativamente alta di
ebrei, secondo stime attendibili intorno alle 5.000 persone, riuscì a
mettersi in salvo rifugiandosi in Svizzera, non soltanto dall’Italia set-
tentrionale ma anche dall’area centrale subappenninica. La via della
fuga in Svizzera non era né sicura né indolore. Essa fu certamente fa-
cilitata dopo l’armistizio del ’43 dalla flessibilità delle autorità svizze-
re, che in altri momenti e su altri versanti non furono altrettanto aper-
te nei confronti dell’arrivo di profughi, subendo il ricatto e le pressio-
ni della vicina Germania nazista. Come è ovvio, i rischi maggiori per
chi tentava la via per raggiungere la Svizzera venivano corsi nel cam-
mino sino alla frontiera svizzera, spesso alla mercé di contrabbandie-
ri, che conoscevano i passaggi illegali ma che si facevano pagare per i
loro servizi un autentico salario della paura; in numero meno cospi-
cuo furono gli ebrei, in genere intere famiglie con le difficoltà che ne
derivavano quando si trattava di percorrere transiti impervi o di mon-
tagna, che poté servirsi di piste e di coperture della Resistenza attra-
verso i collegamenti che erano stati stabiliti tra l’Italia e la Svizzera.

150
8.
Il bilancio della tragedia
Gli ebrei in Italia dopo il 1945

La liberazione dal fascismo e dall’occupazione tedesca comportò


dappertutto anche la ripresa della vita dell’ebraismo italiano, che era
stata così duramente oppressa dalle leggi razziste prima e dalla perse-
cuzione fisica negli anni dell’occupazione nazista e della Repubblica
sociale. Dappertutto sul territorio liberato tra i primi atti del governo
militare alleato e degli organismi del CLN vi fu la riapertura delle co-
munità israelitiche e del tempio, che erano stati chiusi all’atto dell’oc-
cupazione.
L’abrogazione delle leggi razziali era tra le condizioni politiche
delle clausole dell’armistizio concluso tra il governo Badoglio e le
forze armate anglo-americane, tra i provvedimenti generali destina-
ti a realizzare lo smantellamento delle strutture dello Stato fascista.
Ma questa era una dichiarazione di carattere politico la cui reale at-
tuazione implicava, data la larga proliferazione non solo legislativa
ma anche e soprattutto amministrativa delle normative contro gli
ebrei, l’intervento dello Stato e della pubblica amministrazione ai
più diversi livelli e nei settori più disparati. L’abrogazione automati-
ca delle leggi razziali fu in buona parte riservata ai principi generali;
essa si risolse già prima dell’abrogazione formale soprattutto nella
pratica di cessazione dell’applicazione delle leggi; ma nella più par-
te dei casi, dove si trattasse di ripristinare diritti che erano stati ne-
gati e dove fossero in gioco reintegrazioni patrimoniali, la reale abo-
lizione degli effetti delle discriminazioni poté avvenire semplice-
mente con nuove procedure (provvedimenti amministrativi, atti del-

151
la magistratura e simili) che restituivano ai soggetti che ne erano sta-
ti privati diritti, prerogative e attribuzioni anche patrimoniali. Non
vi fu alcun atto solenne che riconoscesse il torto commesso dallo Sta-
to italiano ai danni di tanti cittadini e di tanti individui anche al di
fuori della cittadinanza che da quei provvedimenti erano stati colpi-
ti. Soltanto la Costituzione repubblicana, tra le norme in polemica
con il passato fascista, nella solenne affermazione del principio di
eguaglianza all’art. 3 (ma anche altrove: dall’art. 2 all’art. 13, all’art.
17, al 18, al 21, all’art. 33) volle riaffermare il principio negato dal fa-
scismo della piena eguaglianza dei cittadini al di là di status sociale,
confessione o, con discutibile espressione, razza.
All’indomani della Liberazione l’iter per l’abrogazione delle leg-
gi antiebraiche era appena abbozzato. Vi fu una colpevole inerzia
delle forze politiche, che sin dall’epoca del primo governo Badoglio
non avevano avvertito la sensibilità del significato che una forte pro-
clamazione avrebbe potuto dare anche in senso polemico come se-
gnale di rottura con il passato regime. Neppure allorquando la di-
chiarazione di guerra della Germania marcava le distanze dalla stes-
sa Repubblica sociale, segno probabilmente di resistenze dell’appa-
rato burocratico o di riserve degli ambienti cattolici a procedere al-
la totale abrogazione delle leggi. Bisognò arrivare al 20 gennaio 1944
perché il governo Badoglio adottasse il primo provvedimento abro-
gativo generale, la cui attuazione definitiva in tutti i particolari che
avevano inondato i comparti più disparati dell’amministrazione do-
veva protrarsi per molti decenni ancora, come hanno messo bene in
evidenza gli studi puntuali di Mario Toscano.
Ma l’abrogazione delle normative non era che uno solo degli aspet-
ti dell’eredità che le discriminazioni del fascismo avevano lasciato nel
mondo ebraico italiano, sconvolto moralmente e materialmente. Il
rientro di quanti avevano lasciato le loro residenze abituali per sfug-
gire alle persecuzioni nelle sedi originarie si confrontò immediata-
mente con il censimento di coloro che non sarebbero tornati più dal-
la deportazione nei campi di sterminio; al censimento delle vittime si
aggiungeva il dissesto che era stato prodotto nella proprietà dei beni
patrimoniali, individuali o collettivi delle comunità, sui quali a loro
volta si erano esercitati furti e asportazioni mirati (oggetti rituali, pa-
trimoni librari) o rapine a titolo individuale, soprattutto di oggetti
d’arte o comunque spendibili sul mercato antiquario, ad opera di fun-
zionari o agenti addetti alla confisca dei beni degli ebrei.

152
La fine dell’incubo, secondo l’immagine più generalmente cor-
rente con la quale si suole descrivere come fu percepita la Libera-
zione dagli ebrei sopravvissuti, non costituì automaticamente la fine
delle traversie materiali, individuali o familiari, soprattutto per i mol-
ti che non trovavano più le case che avevano dovuto abbandonare,
molte distrutte dai bombardamenti, altre sequestrate dalle autorità
fasciste e assegnate ad altre categorie di profughi o di sinistrati che
ritenevano di avere diritto di rimanervi. Una vicenda che fa parte del
più generale disordine del dopoguerra, ma che nel caso degli ebrei
assumeva un colore particolare per essere stati essi a loro volta le pri-
me vittime di una persecuzione che attendeva risarcimento.
Il dissesto materiale e morale nel quale si era venuta a trovare la so-
cietà italiana non consentiva sul momento che si palesasse la consa-
pevolezza storica delle tragedie personali e del trauma collettivo che
aveva subito l’ebraismo italiano, anche perché soltanto alla conclu-
sione della seconda guerra mondiale incominciò a maturare la perce-
zione della dimensione che aveva assunto la «soluzione finale» in una
prospettiva che non fosse quella della sorte individuale dei singoli
ebrei che ne erano stati coinvolti. Nel caso dell’Italia, poi, l’alta per-
centuale degli ebrei che si erano salvati enfatizzò immediatamente
l’opera dei molti che per convinzione o per convenienza si erano pre-
stati ad azioni di soccorso, contribuendo a rendere meno visibile e me-
no separata la sorte dei molti ebrei che rientravano alle loro sedi. In-
completo rimase per molti anni il censimento di coloro che erano sta-
ti deportati e che non tornarono dai campi di sterminio: degli ebrei
deportati poco più del dieci per cento rientrò in Italia, sempre
astraendo dagli ebrei stranieri, dei quali non è possibile stabilire se
non in casi rari neppure una cifra approssimativa, trattandosi spesso
di persone rifugiatesi in Italia e catturate prima ancora che potessero
in qualche misura entrare a fare parte di un tessuto connettivo in cui
fossero riconosciuti, assorbiti e protetti. Gli ebrei che dopo la Libe-
razione sostarono in Italia nei campi profughi o che furono raccolti
tra le displaced persons provenivano il più delle volte da tutte le parti
d’Europa e transitavano dall’Italia nella speranza di proseguire per al-
tre mete; fossero la Palestina o gli Stati Uniti d’America.
Oggi conosciamo cifre approssimative attendibili degli ebrei de-
portati dall’Italia, dei deceduti e di coloro che sono sopravvissuti. An-
che le ultime cifre pubblicate nella nuova edizione del Libro della me-
moria (del 2001) per conto del Centro di documentazione ebraica

153
contemporanea da Liliana Picciotto sono suscettibili di ulteriori pre-
cisazioni via via che le ricerche renderanno possibile l’acquisizione di
altre notizie. La cosa non deve meravigliare; è essenzialmente grazie
all’attività degli organismi di ricerche e di studio dell’ebraismo italia-
no che è stato possibile tentare il censimento delle perdite da esso su-
bite, prima per l’instancabile attività del colonnello Massimo Adolfo
Vitale, alto esponente dell’Unione delle comunità, che fu preposto al
primo Centro di ricerche degli ebrei deportati, successivamente con
le forze del CDEC. Senza quest’opera di ricerca, cresciuta con l’avvio
di grandi processi a carico dei responsabili dello sterminio (dal pro-
cesso Hoess a quello Bosshammer, celebrato in Germania nella se-
conda metà degli anni Sessanta con specifico riferimento fra l’altro al-
le deportazioni dall’Italia), non saremmo oggi in grado di dare una di-
mensione quantitativa allo sterminio, posto che non risulti vi sia stata
alcuna indagine specifica da parte di organismi dello Stato italiano per
venire a conoscenza della sorte degli ebrei italiani. Vogliamo anche
aggiungere che nella attività giudiziaria svolta nel dopoguerra per i
reati di collaborazionismo, quale che sia il giudizio che sulla punizio-
ne di detto crimine e sulla amnistia che ne seguì si voglia dare, scar-
sissima visibilità ebbe il problema della deportazione e dell’uccisione
degli ebrei. Forse il solo processo in cui questo specifico problema eb-
be una parte rilevante fu quello a carico dell’ex ministro degli Interni
della Repubblica di Salò Buffarini Guidi. In altri processi la vicenda
degli ebrei compare incidentalmente: una circostanza che segnaliamo
per sottolineare come a questi eventi non venisse data a cavallo della
Liberazione una attenzione specifica, così come non lo era stata nep-
pure nella definizione legislativa del reato di collaborazione con il te-
desco invasore, rimasta allo stato più generale possibile, talché era
possibile comprendervi tutto ma anche nulla. Anche qui una consi-
derazione che, proiettata in una riflessione sulla costruzione di una
memoria della persecuzione degli ebrei, delle responsabilità del regi-
me fascista e della consapevolezza di ciò che fu fatto agli ebrei, por-
rebbe più punti interrogativi (ed esclamativi) di quanto non contri-
buirebbe a dare ragione di questi silenzi e di queste sottovalutazioni.
A fronte dei circa 40.000 ebrei che vivevano in Italia prima dell’8
settembre del 1943, il dato più recente di 6.806 deportati dal territo-
rio metropolitano (di cui 5.969 deceduti e 837 sopravvissuti) e di
1.820 deportati dal Dodecanneso (di cui 1.641 deceduti e 179 so-
pravvissuti) sta a indicare l’incidenza del 15 per cento di perdita sec-

154
ca che la compagine dell’ebraismo italiano aveva subito. Tutte le prin-
cipali comunità ne uscirono sconvolte, a cominciare da Roma per fi-
nire a Trieste, le comunità che in proporzione avevano subito le deci-
mazioni più rilevanti. Quando, dopo la ricostituzione dell’Unione
delle comunità, il centro romano avviò la raccolta delle notizie da tut-
te le comunità periferiche per fare il primo bilancio della bufera che
si era abbattuta sull’ebraismo italiano, le risposte avrebbero potuto
riecheggiare il senso di tante testimonianze personali, dalle quali ri-
sultava che nulla era rimasto come prima, che tutto avrebbe dovuto
avviarsi per un cammino nuovo.
Ma, come era naturale, gli effetti della persecuzione non si pote-
vano esaurire con la Liberazione. Molte reazioni che non avevano
potuto manifestarsi nel momento in cui il primo imperativo era quel-
lo di mettersi in salvo, si manifestarono dopo. Per molti la fine
dell’incubo non significò la fine dell’incertezza, un traguardo di si-
curezza assoluta. La sensazione che il processo di reintegrazione sa-
rebbe stato lungo e dall’esito in definitiva non scontato fu certo alla
base della scelta di chi, sotto l’impressione degli eventi, optò per
l’emigrazione in Palestina. Lo Stato d’Israele non esisteva ancora e
l’afflusso in Palestina avveniva in buona parte sfidando le autorità in-
glesi: le storie avventurose dell’Exodus e il terrorismo ebraico di que-
gli anni, rivolto contro gli inglesi più che contro gli arabi, sono fatti
comuni anche a questa fase dell’emigrazione italiana. Nell’incertez-
za del dopoguerra, sugli ebrei che uscivano dal tunnel della perse-
cuzione forte fu il fascino esercitato dalla Palestina, non solo perché
era la Terra Promessa della Bibbia; forte era anche il fascino del kib-
butz, in cui si doveva inverare l’aspettativa ideale e ideologica di un
avvenire comunitario, un ideale socialista in cui si sarebbero fusi
l’identità ebraica e la formazione di una nuova società, come aveva-
no sognato I ragazzi di Villa Emma, dei quali ci ha raccontato Klaus
Voigt. Prima che fosse ufficialmente creato lo Stato di Israele, l’emi-
grazione era clandestina; Mario Toscano ha ricostruito la funzione
di transito che l’Italia ebbe in quegli anni, non soltanto come punto
di partenza di ebrei italiani, ma anche degli ebrei che provenendo da
tutta l’Europa sconvolta dal genocidio speravano di rifarsi una nuo-
va e definitiva patria in Palestina. Quanti furono gli ebrei italiani che
in questo frangente presero la via di Gerusalemme? Non ci consta
che esistano cifre precise, si possono calcolare probabilmente in
qualche centinaio.

155
Dopo il 1948 si ebbe una accelerazione di questo movimento:
non pochi ebrei partirono volontari dall’Europa – anche dall’Italia –
per combattere al fianco di Israele nella prima guerra contro gli ara-
bi. Non li muoveva spirito antiarabo né solo nazionalismo israelia-
no: era ancora vivo l’internazionalismo sionista e soprattutto l’idea-
le socialista e l’utopia che Israele avrebbe potuto diventare uno Sta-
to diverso dagli altri. Le sue origini e le ragioni della sua esistenza
erano così originali e singolari che secondo molti volontari Israele
avrebbe dovuto costituire il modello non solo di una società nuova
ma anche di un nuovo Stato. Alcuni di coloro che erano accorsi in
Israele tornarono in patria delusi, perché ciò che non vi avevano tro-
vato era proprio la sostanza utopica per la quale erano partiti; altri,
i più, vi rimasero perché sulle aspettative utopiche prevalse il reali-
smo politico che imponeva comunque di difendere l’esistenza del
nuovo Stato. Un momento essenziale della dialettica che sempre
avrebbe continuato a caratterizzare il rapporto tra l’ebraismo italia-
no e lo Stato d’Israele.
Ma la gioia dell’avvenuta liberazione non fu accompagnata da
una sollecita iniziativa riparatrice attraverso la quale si manifestasse
la convinzione e la consapevolezza per lo Stato di dovere risarcire
non solo danni materiali ma soprattutto l’offesa e la violenza mora-
le che erano state inflitte a decine di migliaia di cittadini. Anche am-
messo (ma non concesso) che il problema della reintegrazione degli
ebrei nei loro diritti risultasse un problema relativamente seconda-
rio a fronte della mole di problemi con i quali aveva a che fare il pae-
se uscito dalla guerra, dall’occupazione e dalla divisione anche terri-
toriale che ne aveva lacerato le articolazioni amministrative, le cro-
nache ci rimandano il senso della grande burocratica freddezza con
la quale fu affrontato il problema della reintegrazione e delle prati-
che risarcitorie. La riassunzione nei pubblici uffici di coloro che ne
erano stati cacciati si realizzò con estenuante lentezza, con incom-
prensioni, incompetenza e spesso malcelata compartecipazione da
parte di funzionari che spesso erano gli stessi che avevano eseguito
le pratiche di allontanamento di colleghi o avevano sovrainteso ai
provvedimenti cautelativi in materia patrimoniale e che ora, nel pas-
saggio dal regime dittatoriale a quello democratico, si trovavano a
gestire pratiche reintegratrici o restitutorie con la stessa indifferenza
burocratica con la quale avevano obbedito a regimi e logiche non so-
lo diverse ma esattamente opposte.

156
La stessa volontà dei governi democratici si rivelò fiacca e poco di-
sponibile a compiere gesti politici di una qualche pubblica rilevanza,
lasciandosi condizionare dall’inerzia, dalle dilazioni e dalle lungaggi-
ni procedurali di una amministrazione che non avvertiva sensibilità
per il problema e non riusciva a vedere al di là delle pratiche buro-
cratiche il dramma che era stato vissuto da migliaia di persone che era-
no costrette adesso a una nuova odissea burocratica. Non solo le nor-
me reintegratrici apparivano largamente deludenti, ma anche quan-
do, come nel caso della legge del 16 gennaio 1978 n. 1, si erano spin-
te a prevedere perfino il risarcimento del «pregiudizio morale» che
l’applicazione delle normative fasciste aveva comportato, ebbero at-
tuazione parziale, contraddittoria o addirittura nulla. Se lo spazio
consentisse di elencare la casistica delle domande di giustizia rimaste
inevase o anche dei provvedimenti giudiziari con i quali si tentò di ri-
spondere nei casi in cui i soggetti interessati tentarono di forzare giu-
dicati a loro favore, avremmo una immagine desolante del livello di
astrattezza e non solo di insensibilità e di non senso con il quale si mos-
sero le articolazioni dello Stato. Alla proliferazione delle normative
fasciste corrispose una proliferazione uguale e contraria di normative
abrogative e soprattutto di provvedimenti singolari per la sanatoria
dei casi specifici. Nessun provvedimento reintegrativo o risarcitorio
ebbe carattere automatico, ma il peggio fu che la rivendicazione di di-
ritti lesi dovette realizzarsi attraverso difficoltà non sempre sormon-
tabili o procedure arcaiche che non tenevano conto della assoluta ec-
cezionalità degli eventi che erano stati alla base dello sconvolgimento
di situazioni giuridiche e di fatto come quelle che erano all’origine di
tante vicende della popolazione ebraica.
Qualche fatto simbolico servì a riproporre al di là dei casi indivi-
duali l’attenzione nei confronti di una collettività che era stata lesa
nel suo essere minoranza e come tale menomata, come nel caso
dell’assegnazione dei beni di cui non era più possibile individuare i
legittimi proprietari scomparsi nei campi di sterminio all’Unione
delle comunità ebraiche, in quanto destinataria simbolica in rappre-
sentanza del popolo ebraico. Ma si trattò di fatti pur sempre isolati
che non implicarono quel più generale atto di pubblico riconosci-
mento dei torti commessi in passato che sarebbe stato auspicabile da
parte dello Stato democratico, secondo la prassi tipicamente italiana
di annegare anche gli spunti innovativi nella palude della continuità
e del continuismo.

157
Neppure le reintegrazioni o i risarcimenti patrimoniali avvennero
con alcuna forma di automatismo (se non per quanto riguarda la di-
chiarazione di nullità delle alienazioni di beni immobili avvenute in
condizioni di palese violazione di ogni regola e in condizioni di mani-
festa turbativa di ogni realistica contrattazione); in questi casi le peri-
pezie dei proprietari per rientrare in possesso di quanto loro appar-
teneva furono ancora più complicate. Quando vi fossero stati passag-
gi di proprietà fittizi per aggirare la legge persecutoria poteva essere
relativamente facile dare la dimostrazione dell’accaduto, sempre che
le parti che si erano prestate ad operazioni fittizie o a fungere da pre-
stanomi riconoscessero di aver partecipato a contratti che avevano es-
senzialmente la funzione di copertura e non pretendessero di avere
acquisito esse passaggi patrimoniali di cui intendevano fare valere il
riconoscimento e facessero quindi resistenza in giudizio.
Apparentemente più facile avrebbe dovuto essere il problema
della restituzione dei beni confiscati con decreti della Repubblica di
Salò, per mezzo delle prefetture o di altri uffici a ciò deputati, per i
quali venivano stesi verbali di sequestro (come abbiamo visto nel ca-
pitolo precedente). Nei fatti, se le restituzioni avvennero per i beni
immobili (immobili urbani generalmente, meno frequentemente po-
deri agricoli), fossero essi o no passati dalla gestione dell’EGELI,
molto più aleatoria fu la questione per i beni mobili che furono espo-
sti all’alto livello di arbitrarietà con cui gli stessi funzionari preposti
ai sequestri, in combutta con affaristi grandi o piccoli, si diedero a
furti e rapine o per appropriarsene personalmente o, soprattutto nel
caso di beni di valore artistico o antiquariale, per farne commercio e
trarne lucro e arricchimento. Molti oggetti d’arte e di antiquariato fi-
nirono al mercato nero, entrarono in circuiti più o meno commer-
ciali, interi patrimoni furono dispersi; molti beni furono rintracciati
e i proprietari poterono rientrane in possesso, ma molti altri finiro-
no nel nulla attraverso mille rivoli, che contribuirono a distruggere
con i patrimoni le memorie familiari di cui essi erano traccia e testi-
monianza. La ricerca di ciò che era stato razziato non significava sol-
tanto ricostituire sostanze patrimoniali, aveva anche un valore affet-
tivo o sentimentale, significava ricostituire le tessere di un patrimo-
nio di costume e di civiltà, ricostituire il tessuto familiare, civile e so-
ciale di una minoranza.
Il censimento sistematico di ciò che fu depredato agli ebrei giun-
se tardivamente. Ciò significava che tardivamente la società aveva

158
preso coscienza del debito che essa aveva contratto con la minoran-
za ebraica. Soltanto nel 1998 il governo italiano, conformandosi a un
quadro di iniziative internazionali, ha provveduto a insediare una
Commissione «per la ricostruzione delle vicende che hanno caratte-
rizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei
da parte di organismi pubblici e privati». Nell’aprile del 2001 la
commissione, presieduta dall’onorevole Tina Anselmi, ha consegna-
to un Rapporto generale, nel quale non solo sono state ricostruite le
diverse procedure adottate per il sequestro dei beni ebraici in senso
lato, ma è stata ampiamente esaminata la casistica che con molte di-
versificazioni si è verificata sull’intero territorio nazionale prima e
dopo l’8 settembre del 1943, nelle diverse fasi del regime fascista, il
regime del ventennio e la Repubblica di Salò, il comportamento del-
le autorità fasciste e di quelle tedesche. La Commissione non si è
astenuta infine dall’affrontare anche il problema delle restituzioni,
né dal dare una sua valutazione non strettamente tecnica su questo
problema, procedendo sì «con il necessario rigore scientifico non di-
sgiunto da una forte carica emotiva e da una irrinunciabile tensione
morale». Come si legge ancora nel Rapporto generale, a questo pro-
posito la Commissione rilevava che «non vi è dubbio che l’impianto
legislativo sulle restituzioni risulta sufficientemente tempestivo ed
ampio ma questo giudizio, oggettivamente positivo, va temperato
ove si pensi che non poche vittime non ritrovarono più i loro beni e
che molte di esse soffrirono a causa delle lunghezze e della com-
plessità delle procedure. D’altra parte, il principio di uguaglianza,
riaffermato con la Liberazione, trovò nelle sue concrete applicazio-
ni resistenze notevoli, dovute alla impronta rilevante rilasciata da
vent’anni di fascismo nelle strutture del paese. È stato fatto giusta-
mente notare che, di fronte al problema dell’applicazione concreta
di questo principio, notevolmente diverso fu il comportamento dei
tre poteri tradizionali dello Stato, potere legislativo, giudiziario ed
esecutivo. Infatti, le resistenze, poco sensibili in sede legislativa e
parlamentare, ove più forte era la pressione dei partiti antifascisti, fu-
rono invece notevoli sia nella giurisprudenza che nell’amministra-
zione».
E a illustrazione dello spirito con il quale ha lavorato la Commis-
sione valgano le parole con le quali l’onorevole Anselmi conclude
l’introduzione al Rapporto generale conclusivo:

159
Desidero concludere con una considerazione finale. Gli aspetti mate-
riali della spoliazione dei beni degli ebrei e della loro restituzione sono
certamente importanti ma essi non ne costituiscono l’aspetto essenziale.
Prima di essere un affare di denaro, la spoliazione è stata una persecu-
zione il cui obiettivo finale era l’annullamento morale e quindi lo stermi-
nio. Nessuna storia saprà raccontare ciò che uomini e donne hanno vis-
suto quotidianamente con il conseguente peso d’angoscia, di umiliazione
e di miseria. Certamente è questo il debito che si deve pagare, che è sta-
to pagato in tutte le guerre e di cui molti hanno sofferto. Ma nel nostro
caso ciò è avvenuto in attuazione di leggi e di regolamenti discriminatori
che hanno violentemente isolato una parte della nostra popolazione per
il solo fatto della loro nascita. È questa una vicenda senza precedenti che
non deve mai più accadere; che non accadrà se ciascuno di noi, da oggi,
non legittimerà in nessun modo la violazione dei diritti umani che devo-
no essere a fondamento della società e delle leggi del nostro paese.

Credo che meglio non si potesse esprimere, non soltanto l’ispira-


zione del lavoro della Commissione ma anche lo spirito con il quale si
devono affrontare anche problemi come quello delle restituzioni e dei
risarcimenti patrimoniali, per la somma di sofferenze e di lacerazioni
di vissuti che sottintendono, e di cui i beni patrimoniali non sono che
un’espressione esteriore, spesso l’unica tangibile alla quale sia affida-
ta la memoria di ciò che è andato irrimediabilmente distrutto.
Il lavoro della Commissione Anselmi non poteva da solo colma-
re la lacuna di un intervento dello Stato che rendesse consapevolez-
za critica delle violazioni dei diritti commesse sotto il fascismo e del
ritardo e della parzialità degli atti di riparazione che furono compiuti
dopo la Liberazione. I ritardi ripetutamente richiamati nell’acquisi-
zione di una coscienza vigile e sempre presente nei confronti degli
accadimenti del passato hanno avuto molteplici matrici, non esclusa
neppure la stessa formazione di una memoria ebraica affiorata len-
tamente dopo una prima fase in cui la vicinanza delle sofferenze sug-
gerì in molti di coltivare il silenzio tra le pratiche con le quali lenire
un ricordo ancora troppo oppressivo e troppo invadente. Uno stato
d’animo che non fu tipico solo del mondo ebraico, ma che coinvol-
se nell’immediato dopoguerra molta parte della popolazione. A ri-
leggere oggi testimonianze e memorie di coloro che tornavano dai
campi di concentramento e, più raramente, dai campi di sterminio,
ancora più impressionante appare la constatazione che molti di loro
ebbero a fare allora, della sensazione che le loro storie non interes-

160
sassero nessuno, che la gente non volesse sentire le storie orrende
che essi avevano da raccontare o che addirittura sperava di potere
dimenticare al più presto.
Anche per i fortunati sopravvissuti al campo di sterminio il ritor-
no non fu una festa, spesso fu solo la continuazione di una tragedia,
che solo il trascorrere del tempo aiutò a superare. Al di là dell’in-
comprensione dei più, ciascuno si portava dietro un suo personale
dramma. C’era chi aveva perduto tutti i suoi cari e ne era consape-
vole; chi non era a conoscenza della sorte degli altri componenti la
famiglia, rimaneva sino al ritorno sospeso tra l’ignoranza e la spe-
ranza, per cogliere l’amara verità al termine del faticoso viaggio di ri-
torno. E non pochi che avevano perduto tutto il mondo dei loro af-
fetti, e anche gli amici, assaliti dalle domande di chi salvatosi in pa-
tria chiedeva notizie dei loro congiunti, al pensiero di dovere comu-
nicare notizie terribili, spesso di prima mano per avere assistito alla
tragica fine segnata dalle «selezioni» dei campi di sterminio, erano
travolti da un senso di colpa, come se chi domandava li colpevoliz-
zasse per il fatto di essere sopravvissuto – «perché io e non loro?» –
o come se essi stessi avessero a caricare su di sé la colpa di essere riu-
sciti a salvarsi. Pochissime delle tante testimonianze che possediamo
esprimono la gioia o la soddisfazione per avercela fatta. Nei più pre-
valeva l’ansia delle incognite che avrebbero trovato al ritorno e che
in molti casi li avrebbe rigettati nel vuoto che era stato fatto intorno
a loro. Per molti ebrei lo «spaesamento» che fu comune a tutti i re-
duci dal lager si tradusse in qualcosa di molto più profondo e radi-
cale del disorientamento vissuto nel trasferimento dalla realtà allu-
cinata del lager alla realtà del ritorno a casa, anche se costellata di ro-
vine, di lutti, di difficoltà materiali; il segno delle sofferenze e delle
umiliazioni subite sino al limite di ciò che era umanamente com-
prensibile e concepibile non poteva in alcun modo facilitare un sen-
so di riambientamento e di riadattamento in una realtà che appariva
completamente deformata dalle conseguenze della guerra e in cui
anche gli altri avevano da esibire i loro guai, che nella incomparabi-
lità delle esperienze, perché spesso erano solo storie di bombarda-
menti, di sfollamento e di mercato nero, allargavano ulteriormente
la distanza che li separava dai reduci, i cui racconti apparivano tan-
to abnormi quanto fuori dal mondo.
In Primo Levi probabilmente l’impressione che gli altri non vo-
lessero ascoltare o addirittura credere alla realtà dell’esperienza da

161
lui vissuta, la paura di non essere creduto non dovette mai venire me-
no sino ad apparirgli alla fine irrevocabile e insopportabile. Nella si-
tuazione italiana la voglia di dimenticare fu certamente pur se in-
consapevolmente alimentata anche dalla soddisfazione con la quale
si potevano vantare le esperienze e i meriti della Resistenza, la cui en-
fatizzazione finiva per coprire tutti gli spazi della memoria. Il prag-
matismo della ricostruzione non fece molte concessioni ai sentimen-
talismi e alle pause necessarie per riflettere su se stessi e sul proprio
passato, per guardarsi intorno e riconoscere i propri vicini, interro-
garsi su chi fossero e da dove venissero. La fretta di scrollarsi di dos-
so un passato scomodo, pur se comprensibile, finì per obliterare
ogni doveroso esame di coscienza.
Ma anche la voglia di dimenticare degli ebrei, che nascondeva in-
sieme il desiderio di cancellare se non di negare la sofferenza e l’aspi-
razione a reintegrarsi più rapidamente possibile nel corpo nazionale
e sociale, per superare il momento psicologicamente così difficile da
sopportare dell’emarginazione, spinse nella stessa direzione. La for-
te rivendicazione di identità anche da parte dell’ebraismo italiano
appartiene a un periodo successivo e come riflesso di un analogo
processo verificatosi in un più ampio ambito internazionale. Allora
anche gli ebrei sembravano volersi costringere a credere di essere
usciti solo da un brutto sogno. Frutto e testimonianza, se si vuole an-
che a livello storiografico, di questa fase fu uno dei primissimi testi
sulle leggi razziali, la Storia tragica e farsesca del razzismo fascista di
Eucardio Momigliano, apparsa nel 1946, testimonianza di un ebreo
italiano che anziché storicizzare l’esperienza del fascismo crede di
potere esorcizzare la persecuzione contro gli ebrei rigettandone tut-
te le responsabilità sui tedeschi, secondo un meccanismo comune a
molte memorie di ebrei per i quali la crudeltà degli accadimenti po-
steriori all’8 settembre del 1943 aveva cancellato gli anni dal 1938 al
1943, come se prima dell’armistizio non fossero esistite per gli ebrei
limitazioni di diritti e di libertà e come se le condizioni create prima
dell’8 settembre non avessero predisposto le circostanze che avreb-
bero consentito e agevolato il passaggio alla fase della «soluzione fi-
nale». È stato giustamente osservato come nella memoria ebraica lo
sterminio sia stato frequentemente associato alla Resistenza, vuoi per
dare un senso a ciò che poteva apparire inesplicabile, vuoi a fine con-
solatorio, per ribaltare ogni responsabilità dello sterminio sui tede-
schi e, mettendo in risalto l’aspetto positivo del comportamento de-

162
gli italiani, allontanare ancora una volta lo spettro delle loro corre-
sponsabilità e per questa via passare sotto silenzio la matrice tutta in-
terna, fascista, delle leggi razziste e in definitiva minimizzare le re-
sponsabilità di un antisemitismo italiano.
Nel ritorno con la Costituzione repubblicana del 1948 allo Stato
laico dopo l’opzione confessionale sancita dal Concordato del 1929,
si ripropose il problema di restituire uguaglianza di trattamento alle
confessioni religiose e di ribadire per questa via che il culto profes-
sato dai singoli cittadini non doveva in alcun modo incidere sulla lo-
ro eguaglianza dinanzi alla legge. Nel momento in cui la Costituzio-
ne repubblicana recepiva nel suo ordinamento i Patti Lateranensi si
poneva il problema della loro revisione e soprattutto il problema di
garantire l’attuazione del principio costituzionale secondo cui «Tut-
te le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge»
(art. 8).
Dopo la revisione del 1984 del Concordato con la Santa Sede, fu
aperta la stagione delle intese tra lo Stato e le altre confessioni reli-
giose che per quanto riguarda l’ebraismo sfociò nell’intesa del 27
febbraio 1987.
L’abrogazione delle leggi razziali e la ricostituzione dell’ebraismo
dopo la Liberazione implicava anche lo smantellamento dell’organiz-
zazione comunitaria di ispirazione autoritaria imposta alla comunità
ebraica dopo il Concordato del 1929 con lo statuto del 1930. Nel nuo-
vo clima di libertà quello statuto autoritario era incompatibile con il
principio dell’autonomia dell’organizzazione del mondo ebraico.
L’Unione delle comunità che rinasceva dalle rovine della dittatura era
una associazione risultante dalla libera scelta delle sue componenti e
non dall’imposizione di uno Stato che intendeva controllare da vici-
no l’organizzazione comunitaria. A differenza che per il passato, il ca-
rattere di libera associazione delle comunità venne sottolineato prin-
cipalmente dalla volontarietà dell’adesione degli ebrei, e non già
dall’obbligatorietà del loro inquadramento secondo le regole dello
Stato autoritario, rendendo definitiva quella che è stata caratterizza-
ta come la «fuoriuscita dal regime autoritario-giurisdizionalistico»
(Mazzamuto). Lo statuto dell’ebraismo italiano approvato nel di-
cembre del 1987 da un congresso straordinario dell’Unione delle co-
munità, contestualmente all’intesa con lo Stato italiano del 27 feb-
braio 1987, si può considerare il punto di arrivo del lungo processo di
ricostituzione dell’ebraismo dopo il fascismo.

163
Oggi gli ebrei residenti in Italia risultano circa 35.000. L’accorpa-
mento dei centri ebraici minori nelle sedi comunitarie principali fu
conseguenza della dispersione provocata dalle persecuzioni e dalla
riaggregazione in base alle caratteristiche anche socio-economiche
dei nuovi aderenti; al declino di vecchie comunità duramente colpite
dai contraccolpi di guerra e occupazione (Trieste e Venezia in primo
luogo), faceva riscontro lo sviluppo rinnovato di Roma e Milano, epi-
centri della vita politica e dello sviluppo economico del paese.
Questi i dati esterni di uno sviluppo che fu accompagnato anche
da un intenso dibattito culturale e religioso all’interno del mondo
ebraico, attraversato da complesse istanze e anche da vistose con-
traddizioni sulla via della riscoperta e della ridefinizione di una iden-
tità ebraica, come ci illustra il contributo di Amos Luzzatto al volu-
me einaudiano sulla storia degli ebrei in Italia.
Presupposto della nuova vita comunitaria era comunque una re-
golamentazione dei rapporti con lo Stato italiano diversa da quella
che era stata imposta nel 1930. Al di là della rivendicazione alla pro-
pria autonomia organizzativa, ciò che interessava principalmente
agli organismi rappresentativi delle comunità era la garanzia del ri-
conoscimento da parte dello Stato dell’effettiva eguaglianza delle
confessioni, rimuovendo lo squilibrio introdotto dalla normativa del
1930. Allo Stato veniva chiesta la tutela del diritto alla libertà reli-
giosa e al libero esercizio del culto, il riconoscimento delle festività
ebraiche, il carattere opzionale dell’insegnamento religioso nelle
scuole pubbliche, il riconoscimento delle scuole ebraiche e il rispet-
to delle istituzioni comunitarie e della loro democrazia interna, la tu-
tela per la conservazione dei cimiteri ebraici, il rispetto delle pre-
scrizioni alimentari, il riconoscimento degli effetti civili del matri-
monio ebraico, per citare soltanto le voci più rilevanti del conten-
zioso che avrebbe impegnato il negoziato tra l’Unione delle comu-
nità israelitiche e lo Stato.
L’intesa firmata nel febbraio del 1987 (diventata legge 8 marzo
1989 n. 101), pur lasciando insoddisfatte alcune istanze delle comu-
nità che non furono recepite integralmente dai negoziatori dello Sta-
to, ha comunque posto le relazioni con la rappresentanza ufficiale
dell’ebraismo su basi interamente nuove a complemento di quanto
già sancito nel dettato costituzionale. In particolare, l’intesa ricono-
sceva la specificità delle comunità, le quali «in quanto istituzioni tra-
dizionali, dell’ebraismo n Italia, sono formazioni sociali originarie

164
che provvedono, ai sensi dello statuto dell’ebraismo italiano, al sod-
disfacimento delle esigenze religiose degli ebrei, secondo la legge e
la tradizione ebraiche».
Una seconda intesa fu stipulata il 6 novembre 1996 tra il gover-
no della Repubblica italiana e l’Unione delle comunità ebraiche ita-
liane a modifica e integrazione dell’intesa del 27 febbraio del 1987.
Questa seconda intesa regola la questione della partecipazione
dell’Unione delle comunità, al pari delle altre confessioni religiose,
«alla ripartizione della quota pari all’8 per mille dell’imposta sul red-
dito delle persone fisiche» liquidata dagli uffici sulla base delle di-
chiarazioni annuali, rimasta in sospeso all’epoca dell’intesa del 1987.
Con questo atto l’Unione delle comunità si impegna a destinare
le somme devolute dallo Stato «con particolare riguardo alle attività
culturali, alla salvaguardia del patrimonio storico, artistico e cultu-
rale, nonché ad interventi sociali ed umanitari volti in special modo
alla tutela delle minoranze contro il razzismo e l’antisemitismo».
In tale modo l’Unione delle comunità veniva a usufruire dell’aiu-
to finanziario dello Stato senza che ne risultasse in alcun modo in-
taccata la sua autonomia di decisione e di gestione.
Bibliografia ragionata

1. Per la storia degli ebrei in Italia


Alla classica e sempre utile opera di A. Milano, Storia degli ebrei in Italia,
Einaudi, Torino 1963 (ristampata nel 1992 con introduzione di A. Cava-
glion) va affiancata oggi la ben più matura e articolata opera a più voci a
cura di C. Vivanti, Gli ebrei in Italia, Einaudi, Torino 1996-97, 2 tomi,
vol. XI degli Annali della Storia d’Italia, che copre il lungo arco cronolo-
gico dalle origini di una presenza ebraica ai nostri giorni. In particolare,
per quanto riguarda la storia contemporanea, dal tomo II dell’opera a cu-
ra di C. Vivanti citeremo singoli contributi nei diversi paragrafi della Bi-
bliografia.
Le considerazioni di A. Momigliano citate nel testo sono tratte dalla
raccolta di saggi a cura di S. Berti Pagine ebraiche, Einaudi, Torino 1987.
La problematica dell’emancipazione (e dei suoi immediati antece-
denti) è stata oggetto nell’ultimo decennio di vari convegni di studio, i cui
contributi sono riprodotti nelle raccolte degli atti: La questione ebraica
dall’illuminismo all’impero (1700-1815), a cura di P. Alatri e S. Grassi,
Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1974; Stato nazionale ed emancipa-
zione ebraica, a cura di F. Sofia e M. Toscano, Bonacci, Roma 1992; In-
tegrazione e identità. L’esperienza ebraica in Germania e Italia dall’Illu-
minismo al fascismo, a cura di M. Toscano, Angeli, Milano 1998.
Affronta specificamente l’emancipazione concessa da Carlo Alberto
nel 1848 il libro di G. Arian Levi e G. Disegni, Fuori dal ghetto. Il 1848
degli ebrei, prefazione di G. Neppi Modona, Editori Riuniti, Roma 1998.
Per il periodo postunitario numerosi contributi si trovano nel vol. IV
della serie «Italia Judaica», Gli ebrei nell’Italia unita 1870-1945, Ministe-

167
ro per i Beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i beni archivistici,
Roma 1993. Un excursus degno di essere ancora letto offre M. Michaelis,
nel saggio L’ebraismo italiano dallo statuto albertino alla legislazione raz-
ziale nel volume a cura di F. Del Canuto, Israel. «Un decennio» 1974-1984.
Saggi sull’ebraismo italiano, Carucci, Roma 1984, pp. 251-274.
Tra gli studi particolari segnaliamo: M. Molinari, Ebrei in Italia: un
problema di identità (1870-1938), prefazione di G. Spadolini, La Giunti-
na, Firenze, 1991; D. Bidussa, A. Luzzatto, G. Luzzatto Voghera, Oltre
il ghetto. Momenti e figure della cultura ebraica in Italia tra l’Unità e il fa-
scismo, introduzione di L. Mangoni, Morcelliana, Brescia 1992; A. Cava-
glion, Felice Momigliano (1866-1924). Una biografia, Il Mulino, Bologna
1988; F. Del Canuto, Il movimento sionistico in Italia dalle origini al 1924,
Fed. Sionistica Italiana, Milano 1972; S. Della Seta, D. Carpi, Il movi-
mento sionistico, in Gli ebrei in Italia cit., tomo II, pp. 1321-1368. All’im-
portante rassegna critico-informativa di M. Toscano, Gli ebrei in Italia
dall’emancipazione alle persecuzioni, apparsa nel 1986 nella rivista «Sto-
ria contemporanea», pp. 905-956, bisogna affiancare la raccolta di studi
dello stesso autore con il titolo Ebraismo e antisemitismo in Italia. Dal
1848 alla guerra dei sei giorni, Angeli, Milano 2003.
Due studi su realtà locali specchio di problematiche più generali: S.
Caviglia, L’identità salvata. Gli ebrei di Roma tra fede e nazione. 1870-
1983, Laterza, Roma-Bari 1996; G. Maifreda, Gli ebrei e l’economia mi-
lanese. L’Ottocento, Angeli, Milano 2000.

2. Alle origini di una questione razziale in Italia


Non esiste una storia generale del razzismo in Italia; esistono oggi le pri-
me ipotesi di lavoro in questa direzione, come nei contributi a cura di A.
Burgio e L. Casali, Studi sul razzismo italiano, Dipartimento di discipline
storiche dell’Università di Bologna, Clueb, Bologna 1996, e nel catalogo
dell’importante mostra a cura del Centro Furio Jesi, La menzogna della
razza. Documenti e immagini del razzismo e dell’antisemitismo fascista,
Grafis, Bologna 1994.
Tra i contributi generali ad una storia delle origini del razzismo ita-
liano si devono annoverare due opere molto diverse: il libro di R. Maioc-
chi, Scienza italiana e razzismo fascista, La Nuova Italia, Firenze 1999, che
confuta l’ipotesi dell’inesistenza sino al 1938 di una tradizione razzista
nella cultura italiana, risalendo alle radici ottocentesche di teorizzazioni
razziste nella medicina, nell’eugenetica, nella demografia, nell’antropolo-
gia derivanti generalmente dall’esperienza coloniale; e gli atti di un im-
portante convegno sul razzismo nelle sue diverse declinazioni (principal-

168
mente sul razzismo coloniale, sull’antisemitismo e sull’antislavismo),
pubblicati da A. Burgio, Nel nome della razza. Il razzismo nella storia
d’Italia 1870-1945, Il Mulino, Bologna 1999.
Tra i contributi particolari sono da segnalare almeno: C. Pogliano,
Scienza e stirpe: eugenica in Italia (1912-1939), in «Passato e Presente»,
1984, 5, pp. 61-97; F. Cavarocchi, La propaganda razzista e antisemita di
uno «scienziato» fascista: il caso di Lidio Cipriani, in «Italia contempora-
nea», giugno 2000, 219, pp. 193-225.
Consideriamo ora separatamente le due principali componenti del
razzismo italiano:

a) Razzismo coloniale
Partiamo da opere generali come quelle di L. Goglia e F. Grassi, Il co-
lonialismo italiano da Adua all’impero, Laterza, Roma-Bari 1981 e so-
prattutto di N. Labanca, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale ita-
liana, Il Mulino, Bologna 2002, per arrivare ai contributi più specifici e
particolari di A. Del Boca, Le leggi razziali nell’impero di Mussolini, in Il
regime fascista. Storia e storiografia, a cura di A. Del Boca, M. Legnani,
M.G. Rossi, Laterza, Roma-Bari 1995, pp. 329-351; N. Labanca, Il razzi-
smo coloniale italiano, in Burgio, Nel nome della razza cit., pp. 145-164;
A. Triulzi, La costruzione dell’immagine dell’Africa e degli africani nell’Ita-
lia coloniale, in Burgio, Nel nome della razza cit., pp. 165-182. Gli im-
portanti studi di G. Gabrielli saranno citati più avanti, a proposito della
politica specificamente fascista.
Della tradizione di uso e abuso dell’immagine fotografica delle popo-
lazioni africane per definirne i caratteri fisici di razza inferiore da parte
dell’antropologia coloniale danno testimonianza numerose pubblicazio-
ni illustrate, tra le quali citiamo solo per un primo approccio Sì e no pa-
droni del mondo. Etiopia 1935-36. Immagini e consenso per un impero, a
cura di A. Mignemi, Istituto storico della Resistenza in provincia di No-
vara, Novara 1982.
Da ultimo l’intreccio di colonialismo e razzismo riaffiora nello studio
di G. Monina, Il consenso coloniale. Le società geografiche e l’Istituto co-
loniale italiano (1896-1914), Carocci, Roma 2002.

b) Antisemitismo
Relativamente scarsi sono gli studi sui primordi di un antisemitismo
italiano di derivazione prevalentemente, ma non esclusivamente, cattoli-
ca. Tra gli studi più recenti segnaliamo: M.T. Pichetto, Alle radici
dell’odio. Preziosi e Benigni antisemiti, Angeli, Milano 1985: R. Taradel,
B. Raggi, La segregazione amichevole. «La Civiltà cattolica» e la questione
ebraica 1850-1945, Editori Riuniti, Roma 2000.

169
Una pista di ricerca meno frequentata segnalò oltre un trentennio fa
A.M. Canepa, Emancipazione, integrazione e antisemitismo liberale in Ita-
lia. Il caso Pasqualigo, in «Comunità», giugno 1975, 174, pp. 166-203.
Cenni su spunti antisemiti, specie nella stampa cattolica, si trovano in
molte opere relative a comunità ebraiche locali; pochi gli studi specifici,
tra i quali citiamo F. Piazza, L’antisemitismo tra Otto e Novecento nel Tre-
vigiano, Istituto per la storia della Resistenza e della società contempora-
nea della Marca trevigiana, Treviso 1996.
Mai come in questo caso la vicenda italiana va inserita nella temperie
dell’epoca e nel più vasto contesto europeo, per cui è necessario richia-
mare alcune delle opere generali più significative, quali L. Poliakov, Sto-
ria dell’antisemitismo, vol. III, Da Voltaire a Wagner, La Nuova Italia, Fi-
renze 1975; L. Poliakov, Il mito ariano. Le radici del razzismo e dei nazio-
nalismi, prefazione di E. Collotti, Editori Riuniti, Roma 1999; G.L. Mos-
se, Il razzismo in Europa dalle origini all’Olocausto, Laterza, Roma-Bari
1980; R. Finzi, L’antisemitismo. Dal pregiudizio contro gli ebrei ai campi
di sterminio, Giunti, Firenze 1997.
Una antologia italiana di testi fornisce R. Piperno, L’antisemitismo
moderno, prefazione di R. De Felice, Cappelli, Bologna 1964.
Un fondamentale saggio monografico ha scritto G. Miccoli, Santa Se-
de, questione ebraica e antisemitismo fra Otto e Novecento, in Gli ebrei in
Italia cit., tomo II, pp. 1371-1576 (e bibliografia ivi citata).

3. Il fascismo e gli ebrei dalle origini agli anni Trenta


Collochiamo qui le due opere principali sulla condizione giuridica degli
ebrei, al di là della cronologia che abbraccia un periodo ben più ampio,
per la rilevanza delle ripercussioni del Concordato del 1929 e della rifor-
ma dello statuto delle comunità ebraiche che per primi intaccarono i
principi di eguaglianza e la tradizione di emancipazione: G. Fubini, La
condizione giuridica dell’ebraismo italiano dal periodo napoleonico alla re-
pubblica, La Nuova Italia, Firenze 1974, prefazione di A.C. Jemolo, ora
ristampata in edizione riveduta e ampliata da Rosenberg & Sellier, Tori-
no 1998; G. Disegni, Ebraismo e libertà religiosa in Italia. Dal diritto alla
diversità, Einaudi, Torino 1983.
Per alcuni aspetti del dibattito degli anni Venti e Trenta si vedano: R.
Moro, Le premesse dell’atteggiamento cattolico di fronte alla legislazione
razziale fascista. Cattolici ed ebrei nell’Italia degli anni venti (1919-1932),
in «Storia contemporanea», 1988, 6, pp. 1013-1120; R. Moro, Le Chiese,
gli ebrei e la società moderna: l’Italia, in «Storia e problemi contempora-
nei», VII, 1994, 14, pp. 7-22; B. Diporto, «La Rassegna mensile di Israel»

170
in epoca fascista, in «La Rassegna mensile di Israel», 1995, 1, pp. 7-60; G.
Valabrega, Per la storia degli ebrei sotto il fascismo: prime notizie su «Da-
var» (1934-1938), in «Il movimento di liberazione in Italia», 1972, 107,
pp. 101-120; G. Valabrega, Prime notizie su «La nostra bandiera» (1934-
1938), in Gli ebrei in Italia durante il fascismo, vol. I, Federazione giova-
nile ebraica d’Italia, Torino 1961, pp. 21-33; V. Marchi, «L’Italia» e la
«questione ebraica» negli anni trenta, in «Studi storici», XXXV, luglio-
settembre 1994, 3, pp. 811-849; L. Ventura, Ebrei con il duce. «La nostra
bandiera» (1934-1938), Zamorani, Torino 2002; V. Piattelli, La percezio-
ne del nazismo e l’assistenza ai profughi dalla Germania attraverso le pagi-
ne di «Israel», in Razza e fascismo. La persecuzione contro gli ebrei in To-
scana (1938-1943), a cura di E. Collotti, vol. I, Carocci, Roma 1999, pp.
81-103; F. Biagini, Mussolini e il sionismo 1919-1938, prefazione di A.
Donno, M & B Publishing, Milano 1988.

4. L’impero, la lotta al meticciato e le prime leggi razziste


Poco prima dello scatenamento della campagna contro gli ebrei, la con-
quista dell’Etiopia offrì l’occasione per dare corpo alle prime normative
concretamente razziste e segregazioniste. Il peso della componente colo-
niale nel razzismo italiano era già stato sottolineato da L. Preti, Impero fa-
scista, africani ed ebrei, Mursia, Milano 1968, sin dalla prima formulazio-
ne del suo libro nel 1965. La sua rilevanza nel periodo del fascismo è sta-
ta richiamata successivamente con forza dagli studi che accompagnarono
l’organizzazione della mostra La menzogna della razza, citata in prece-
denza. Anche la campagna contro gli ebrei avrebbe mutuato da questo fi-
lone del razzismo una serie di temi, in particolare l’ossessione della «con-
taminazione» e quindi della perdita di sostanza della «razza» italiana che
sarebbe derivata da mescolanze di popolazioni di ceppi diversi. Agli stu-
di già richiamati alla voce Razzismo coloniale nel paragrafo 2 di questa Bi-
bliografia è bene aggiungere, sul piano generale, G. Rochat, Il coloniali-
smo italiano, Loescher, Torino 1973 e, sotto il profilo più analitico, i se-
guenti contributi di G. Gabrielli: Prime ricognizioni sui fondamenti teori-
ci della politica fascista contro i meticci, in Studi sul razzismo italiano cit.,
pp. 61-88; Un aspetto della politica razzista nell’impero: il problema dei
«meticci», in «Passato e Presente», 1997, 41, pp. 77-106; L’Africa in giar-
dino. Appunti sulla costruzione dell’immaginario coloniale, Grafiche Za-
nini, Anzola dell’Emilia 1999.
Per le fonti legislative, fondamentale rimane la raccolta di G. Mon-
daini, La legislazione coloniale italiana nel suo sviluppo storico e nel suo
stato attuale (1881-1940), 2 voll., ISPI, Milano 1941.

171
5. La campagna contro gli ebrei
Segnaliamo in questo paragrafo alcuni dei testi principali prodotti dalla
pubblicistica fascista, ovviamente molto più numerosa di quanto non
possa risultare dalle nostre citazioni e in buona parte veicolata dalla stam-
pa quotidiana e periodica.
Uno dei testi canonici e più diffusi fu rappresentato dal noto falso I
«Protocolli» dei «Savi Anziani» di Sion, attribuito all’Internazionale
ebraica, già presentato in edizione italiana da G. Preziosi nel 1921 e ri-
spolverato in terza edizione da «La vita italiana», Roma 1938, con intro-
duzione di J. Evola. A seguire: di P. Orano, si veda Gli ebrei in Italia, Pin-
ciana, Roma 1937 e Inchiesta sulla razza, Pinciana, Roma 1938; R. Fari-
nacci, La Chiesa e gli ebrei, Soc. ed. «Cremona nuova», Cremona 1938;
T. Interlandi, Contra Judaeos, Tumminelli, Roma-Milano 1938; G. Sot-
tochiesa, Sotto la maschera d’Israele, La Prora, Milano 1937 (espressione
dell’estremismo antisemita dei clerico-fascisti); G. Marro, Caratteri fisici
e spirituali della razza italiana, Istituto nazionale di cultura fascista, Roma
1939; L. Franzi, Fase attuale del razzismo tedesco, I.N.C.F., Roma 1939;
G. Preziosi, Giudaismo, bolscevismo, plutocrazia, massoneria, Mondado-
ri, Milano 1943.
Non esiste uno studio generale sul razzismo nella stampa fascista; a
complemento delle nostre segnalazioni si può consultare A. Goldstaub,
Rassegna bibliografica dell’editoria antisemita nel 1938, in 1938. Le leggi
contro gli ebrei, fascicolo monografico della «Rassegna mensile di Israel»,
1988, 1-2, pp. 409-433.
Scarsa attenzione all’impegno della stampa, non solo quotidiana, nel-
la campagna razziale dedicano incomprensibilmente gli studi sulla stam-
pa nel periodo fascista. Ne richiama viceversa l’impegno la documenta-
zione prodotta nella Menzogna della razza cit.
Ampia trattazione viceversa del ruolo della stampa quotidiana, del
Partito fascista e dei GUF si trova nei contributi della parte II dell’opera
Razza e fascismo cit., che prendono in considerazione le principali testa-
te su scala regionale.
Pochi anche gli studi sui pubblicisti citati e su altri scrittori antiebrai-
ci: G. Mughini, A via della Mercede c’era un razzista, Rizzoli, Milano 1991
(su Interlandi); F. Rasera, Gino Sottochiesa, scrittore roveretano, cattolico
fascista antisemita. Appunti per un’indagine, in «Materiali di lavoro»,
1988, 1-4, pp. 191-211; S. Duranti, Un medico al servizio della campagna
razziale: Giorgio Alberto Chiurco, in «Italia contemporanea», 2000, 219,
pp. 249-262; A. Calò, Stampa e propaganda antisemita del regime fascista
prima delle leggi razziali (1936-1938) nel già citato volume a cura di F. Del
Canuto, Israel. «Un decennio» 1974-1984, pp. 115-163.

172
6. Le leggi contro gli ebrei. La prima fase della persecuzione
(1938-1943)
La storiografia italiana ha acquisito con lentezza e ritardo la gravità della
legislazione fascista contro gli ebrei. Le tappe di questa presa di coscien-
za sono riflesse nelle tre opere principali che ne hanno segnato il cammi-
no: E. Momigliano, Storia tragica e grottesca del razzismo fascista, Mon-
dadori, Milano 1946; R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fasci-
smo, introduzione di D. Cantimori, Einaudi, Torino 1961; M. Sarfatti,
Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, To-
rino 2000, rielaborazione e ampliamento del contributo dello stesso au-
tore all’opera Gli ebrei in Italia cit., tomo II.
Riflesso della travagliata rielaborazione cui l’autore stesso ha sotto-
posta la propria opera sono le diverse edizioni della citata Storia degli
ebrei italiani di R. De Felice, dalla quale già nell’edizione del 1988 scom-
pariva l’introduzione di Cantimori, mentre in successive edizioni l’auto-
re modificava ulteriormente la prospettiva storiografica di partenza, che
aveva avuto il merito a suo tempo di dare inizio agli studi critici sull’ar-
gomento. Tra i molti studi di M. Sarfatti è ancora da ricordare la minuta
analisi della genesi della legislazione nel volume Mussolini contro gli ebrei.
Cronaca dell’elaborazione delle leggi del 1938, Zamorani, Torino 1994.
Un altro libro di M. Sarfatti, Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di
oggi, Einaudi, Torino 2002, è un agile profilo informativo-documentario.
Il percorso della storiografia è ricostruito nel contributo di E. Collot-
ti Il razzismo negato, in Fascismo e antifascismo. Rimozioni, revisioni, ne-
gazioni, a cura di E. Collotti, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 355-376.
Tra le opere generali occupa un posto particolare M. Michaelis, Mus-
solini e la questione ebraica, Comunità, Milano 1982, che colloca la que-
stione sullo sfondo delle relazioni italo-tedesche.
Diverse pubblicazioni riproducono la legislazione e le normative am-
ministrative fasciste; tra di esse particolare rilievo assume 1938. Le leggi
contro gli ebrei, il fascicolo già citato della «Rassegna mensile di Israel».
Riproduce il facsimile dei lavori parlamentari (Camera dei fasci e delle
corporazioni e Senato del Regno) che portarono all’emanazione dei de-
creti-legge del settembre e del novembre del 1938 il volume La persecu-
zione degli ebrei durante il fascismo. Le leggi del 1938, Camera dei depu-
tati, Roma 1998, prefazione di L. Violante.
Documentazione diversa raccoglie, a cinquant’anni dalle leggi razzia-
li, il volumetto Discriminazione e persecuzione degli ebrei nell’Italia fasci-
sta, a cura di U. Caffaz, Consiglio regionale della Toscana, Firenze 1988.
Nel dicembre 1978, per i quarant’anni delle leggi fasciste, la rivista «Il
Ponte» ha pubblicato un numero speciale dal titolo La difesa della razza.

173
Analizza la prassi giurisprudenziale M.R. Lo Giudice, Razza e giusti-
zia nell’Italia fascista, in «Rivista di storia contemporanea», 1983, 1, pp.
70-90.
Nel 1994 la mostra La menzogna della razza, promossa, come s’è det-
to, dal Centro Furio Jesi di Bologna, proponendo una vasta gamma di ti-
pologie sul razzismo italiano, ha rilanciato anche gli studi sulle conse-
guenze delle leggi razziali soprattutto nelle diverse realtà locali; si cfr. al
riguardo l’importante catalogo La menzogna della razza cit.
Un’ottima antologia critico-documentaria presentano A. Cavaglion,
S.P. Romagnani, Le interdizioni del Duce. A cinquant’anni dalle leggi raz-
ziali in Italia (1938-1988), A. Meynieri, Torino 1988 (nuova edizione am-
pliata Claudiana, Torino 2002).
Appartengono agli inizi di una storiografia critica i tre Quaderni del
Centro di documentazione ebraica contemporanea Gli Ebrei in Italia du-
rante il fascismo, a cura di G. Valabrega, Torino-Milano 1961-63.
La dimensione comparata è sottolineata in La legislazione antiebraica
in Italia e in Europa. Atti del Convegno nel cinquantenario delle leggi raz-
ziali, Camera dei deputati, Roma 1989; e soprattutto nello studio di V. Di
Porto, Le leggi della vergogna. Norme contro gli ebrei in Italia e Germa-
nia, prefazione di F. Margiotta Broglio e U. Caffaz, Le Monnier, Firenze
2000.
Le ripercussioni delle leggi fasciste sugli ebrei emigrati in Italia dalla
Germania nazista dopo il 1933 sono oggetto della minuziosa ricerca di K.
Voigt, Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, La Nuova Ita-
lia, Firenze 1993-96 (il primo volume si arresta al decreto di espulsione
degli ebrei stranieri del settembre del 1938).
Sulle ripercussioni dell’entrata in guerra dell’Italia e sull’apertura dei
campi di concentramento per ebrei si veda: «Pericolosi nelle contingenze
belliche». Gli internati dal 1940 al 1943, a cura di S. Carolini,
A.N.P.P.I.A., Roma 1987; I campi di concentramento in Italia. Dall’inter-
namento alla deportazione (1940-1945), a cura di C. Di Sante, Angeli, Mi-
lano 2001; C.S. Capogreco, I campi di concentramento fascisti per gli ebrei
(1940-1943), in «Storia contemporanea», 1991, 4, pp. 663-684; C.S. Ca-
pogreco, Internamento, precettazione, mobilitazione forzata: l’escalation
persecutoria degli ebrei italiani dal 1940 al 1943, in «Qualestoria», 1995,
1-2, pp. 1-15; C.S. Capogreco, Ferramonti. La vita e gli uomini del più
grande campo d’internamento fascista (1940-1945), prefazione di L. Pic-
ciotto Fargion, introduzione di V. Cappelli, La Giuntina, Firenze, 1987;
R. Ropa, La mobilitazione totale degli ebrei al servizio del lavoro (1943),
in Razzismo italiano cit., pp. 109-139; N. Caracciolo, Gli ebrei e l’Italia
durante la guerra 1940-45, prefazione di R. De Felice, con un saggio di M.
Toscano, Bonacci, Roma 1986.

174
Una accurata ricerca locale presentano ora S.Q. Angelini, O. Guidi,
P. Lemmi, L’orizzonte chiuso. L’internamento ebraico a Castelnuovo di
Garfagnana 1941-1943, Maria Pacini Fazzi Edizioni, Lucca 2002, a com-
plemento del lavoro di V. Galimi, L’internamento in Toscana, in Razza e
fascismo cit., vol. I, pp. 511-560.
Nella scuola e per la scuola è nato il libro a cura di S. Brunetti e F. Le-
vi, C’era una volta la guerra. Racconti e immagini degli anni 1935-1945,
Zamorani, Torino 2002.
Infine, tra le riflessioni suggerite dall’introduzione delle leggi razzia-
li, poche sono le testimonianze che possiamo considerare coeve: tra di es-
se la più significativa è il diario di E. Bittanti-Battisti, pubblicato cin-
quant’anni dopo: Israel-Antiisrael (Diario 1938-1943), Manfrini, Trento
1986. Tra autobiografia e riflessione storica si veda F. Coen, Italiani ed
ebrei: come eravamo. Le leggi razziali del 1938, Marietti, Genova 1988,
mentre La parola ebreo di R. Loy (Einaudi, Torino 1997), si pone tra au-
tobiografia e narrazione letteraria.
Le reazioni degli ebrei sono generalmente consegnate ai testi memo-
rialistici, sui quali ci soffermeremo a conclusione della presente Bibliogra-
fia, oltre che nella maggior parte degli studi su comunità locali che citere-
mo fra poco. Ma almeno un testo va ricordato per l’accuratezza della rico-
struzione biografico-psicologica e per la ricchezza della problematica che
evoca al di là del caso personale: F. Levi, L’identità imposta. Un padre ebreo
di fronte alle leggi razziali di Mussolini, Zamorani, Torino 1996.
Tra le testimonianze più singolari, più ricche e più attente a tutte le
implicazioni della persecuzione di parte ebraica spiccano le considera-
zioni sviluppate sul piano storico e giuridico nei carteggi dal carcere di V.
Foa, Lettere della giovinezza. Dal carcere 1935-1943, a cura di F. Monte-
vecchi, Einaudi, Torino 1998, almeno a partire dal 24 giugno del 1938.
Tra i molti studi particolari sulle conseguenze delle leggi, indichiamo
alcuni settori che risultano indagati in maniera più approfondita ed omo-
genea, mentre molti aspetti restano ancora nell’elenco dei desiderata del-
la ricerca: per fare un solo esempio, non possediamo ancora studi com-
plessivi attendibili sull’epurazione dei pubblici dipendenti, se non per un
comparto relativamente circoscritto (l’università), e tanto meno sulle
espulsioni dalle libere professioni non in quanto abbiano colpito singoli
individui ma come espressione di politica nazionale e delle categorie.
Ciò premesso, segnaliamo i seguenti contributi:
– sulle reazioni dei cattolici e l’atteggiamento del Vaticano: B. Boc-
chini Camaiani, Ricostruzione concordataria e processi di secolarizzazione.
L’azione pastorale di Elia Dalla Costa, Il Mulino, Bologna 1983; B. Boc-
chini Camaiani, Chiesa cattolica italiana e leggi razziali, in «Qualestoria»,
1989, 1, pp. 43-66; G. Miccoli, Santa Sede e Chiesa italiana di fronte alle

175
leggi antiebraiche del 1938, in «Studi storici», 1988, 4, pp. 821-902; R.
Moro, Le premesse dell’atteggiamento cattolico di fronte alla legislazione
razziale fascista cit.; R. Moro, Le Chiese, gli ebrei e la società moderna:
l’Italia cit.; P. Zovatto, P.A. Passolunghi, La reazione cattolica al razzismo
fascista (1938), in «La scuola cattolica», 1976, 104, pp. 47-81;
– sull’incidenza della persecuzione nei confronti del mondo cultura-
le italiano: Conseguenze culturali delle leggi razziali in Italia, Accademia
nazionale dei Lincei, Roma 1990 ed ivi il contributo di E. Garin, Fasci-
smo, antisemitismo e cultura italiana (pp. 9-24); Cultura ebraica e cultura
scientifica italiana, a cura di A. Di Meo, Editori Riuniti, Roma 1994; G.
Fabre, L’elenco. Censura fascista, editoria e autori ebrei, Zamorani, Tori-
no 1998; G. Israel, P. Nastasi, Scienza e razza nell’Italia fascista, Il Muli-
no, Bologna 1998; A. Capristo, L’espulsione degli ebrei dalle accademie
italiane, Zamorani, Torino 2002.
In particolare, per quanto riguarda l’incidenza sulle università, si ve-
da: L’Università dalle leggi razziali alla Resistenza, a cura di A. Ventura,
CLEUP, Padova 1996 (ed ivi soprattutto la ricerca di A. Ventura, Le leg-
gi razziali all’Università di Padova); R. Finzi, L’università italiana e le leg-
gi antiebraiche, Editori Riuniti, Roma 1997; F. Cavarocchi, A. Minerbi,
Politica razziale e persecuzione antiebraica nell’ateneo fiorentino, in Razza
e fascismo cit., tomo I, pp. 467-510; G. Turi, L’Università di Firenze e la
persecuzione razziale, in «Italia contemporanea», 2000, 219, pp. 227-248;
G. Tanti, L’applicazione delle leggi razziali a Pisa: il caso dell’Università,
in Gli ebrei di Pisa (secoli IX-XX) a cura di M. Luzzati, Pacini, Ospeda-
letto 1998, pp. 381-390.
Molti sono oggi gli studi di carattere locale sulle vicende degli ebrei
in realtà anche minori; come sempre, senza alcuna pretesa di completez-
za, ci limitiamo a segnalare i contributi che consideriamo di maggiore in-
teresse: L. Garbini, Ancona 1938-1940. Note e percorsi di ricerche sull’an-
tisemitismo delle istituzioni, in «Storia e problemi contemporanei» (An-
cona), 1994, 14, pp. 37-57; N.S. Onofri, Ebrei e fascismo a Bologna, Gra-
fica Lavino, Bologna 1989; A. Guarnieri, Fonti per lo studio della Comu-
nità israelitica ferrarese durante il fascismo, in «Storia e problemi con-
temporanei», 1994, 14, pp. 81-94; A. Minerbi, La comunità ebraica di Fi-
renze (1931-1943), in Razza e fascismo cit., tomo I, pp. 115-222; F. Cava-
rocchi, Il censimento del 1938 a Firenze, in Razza e fascismo cit., tomo I,
pp. 433-465; L. Parodi, Gli ebrei di Genova nel 1938: demografia di una
comunità, in «La Rassegna mensile di Israel», 1988, 1-2, pp. 305-333; P.L.
Orsi, La comunità ebraica di Livorno dal censimento del 1938 alla perse-
cuzione, in Ebrei di Livorno tra due censimenti (1841-1938). Memoria fa-
miliare e identità, a cura di M. Luzzati, Belforte, Livorno 1990, pp. 203-
224; P.L. Orsi, La demografia dell’ebraismo pisano (1938-1944), in Gli

176
ebrei di Pisa cit., pp. 391-400; V.A. Leuzzi, M. Pansini, F. Terzulli, Fasci-
smo e leggi razziali in Puglia. Censura, persecuzione antisemita e campi di
internamento (1938-43), Progedit, Bari 1999; F. Del Regno, Gli ebrei a
Roma tra le due guerre mondiali: fonti e problemi di ricerca, in «Storia con-
temporanea», 1992, 1, pp. 5-69; F. Levi, L’ebreo in oggetto. L’applicazio-
ne della normativa antiebraica a Torino 1938-1943, Zamorani, Torino
1991; S. Bon, Gli ebrei a Trieste 1930-1945. Identità, persecuzione, rispo-
ste, Libreria editrice goriziana, Istituto regionale per la storia del movi-
mento di Liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Gorizia 2000; P. Sereni,
Della comunità ebraica a Venezia durante il fascismo, in G. Paladini, M.
Reberschak (a cura), La Resistenza nel Veneziano. La società veneziana tra
fascismo, resistenza, repubblica, 2 voll., Comune di Venezia, Venezia
1985, vol. I, pp. 503-540; Gli ebrei a Venezia 1938-1945. Una comunità
tra persecuzione e rinascita, a cura di R. Segre, Il Cardo, Venezia 1995.
Sulle scuole ebraiche: D. Fishman, Una risposta ebraica alle leggi: l’or-
ganizzazione delle scuole, in «La Rassegna mensile di Israel», 1988, 1-2,
pp. 335-364; A. Minerbi, La scuola ebraica tra nazionalizzazione e perse-
cuzione, in «Contemporanea», 1998, 4, pp. 703-730; 1938 – La scuola
ebraica di Livorno: un’alternativa alle leggi razziali, a cura di Comunità
ebraica di Livorno - Fondazione Primo Levi, Livorno 1997; B. Levi
Schreiber, Le leggi antirazziali e la scuola media ebraica di Trieste, in
«Qualestoria», 1989, 1, pp. 115-120; La scuola media ebraica di Trieste ne-
gli anni 1938-1943. Storia e memoria, Lint, Trieste 1999.
Infine l’atteggiamento dell’Italia nei confronti degli ebrei nelle zone
d’occupazione italiane durante la seconda guerra mondiale attende an-
cora una adeguata sistemazione critica complessiva. Per il momento si
possono vedere: per la Francia, L. Poliakov, J. Sabille, Gli ebrei sotto l’oc-
cupazione italiana, Comunità, Milano 1956; per le aree balcaniche, J.
Steinberg, Tutto o niente. L’Asse e gli ebrei nei territori occupati (1941-
1943), Mursia, Milano 1997; L. Picciotto Fargion, Italian Citizens in Na-
zi-Occupied Europe: Documents from the Files of the German Foreign Of-
fice, 1941-1943, in «Simon Wiesenthal Center Annual», VII, s.a. (ma
1990), pp. 93-141; Judenverfolgung in Italien, den italienisch besetzten
Gebieten und in Nordafrika, United Restitution Organization, Frankfurt
a. M. 1962. Una testimonianza dalla ex Jugoslavia tutta a favore dell’Ita-
lia offre M. Shelah, Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Eser-
cito italiano e gli Ebrei in Dalmazia (1941-1943), a cura A. Biagini e R. To-
lomeo, SME, Ufficio Storico, Roma 1991.
Una prima revisione critica complessiva compie ora D. Rodogno, Il
nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista
in Europa (1940-1943), prefazione di Ph. Burrin, Bollati Boringhieri, To-
rino 2003, cap. XI, in particolare pp. 439 e sgg.

177
Le citazioni dei documenti nel testo risalgono agli ultimi volumi del-
la serie IX dei Documenti diplomatici italiani, per il periodo del regime
fascista. In essi si trova ora anche il resoconto di Himmler della visita a
Mussolini dell’ottobre del 1942, pubblicato in origine nella rivista «Il
Movimento di Liberazione in Italia», aprile-giugno 1957, 47, pp. 49-52.
Le note di Pirelli sono citate da A. Pirelli, Taccuini 1922-1943, a cura
di D. Barbone, Il Mulino, Bologna 1984.

7. L’occupazione tedesca, la Repubblica sociale italiana


e la «soluzione finale» in Italia
Il salto di qualità che la persecuzione degli ebrei registrò dopo l’armisti-
zio del 1943 e l’occupazione tedesca dell’Italia è oggetto di tutti gli studi
sulla persecuzione degli ebrei lungo l’intero arco di tempo dal 1938 al
1945, come in primo luogo nei lavori di R. De Felice e M. Sarfatti già ci-
tati nel paragrafo 6 della Bibliografia. Una serie di studi riguardano spe-
cificamente il periodo 1943-45. Strumento indispensabile per la ricerca è
il lavoro di R. Ropa, L’antisemitismo nella Repubblica sociale italiana. Re-
pertorio delle fonti conservate all’Archivio centrale dello Stato, prefazione
di L. Casali, Patron, Bologna 2000; una introduzione all’ampia letteratu-
ra con particolare riferimento agli studi e alla memorialistica in lingua ita-
liana si trova in Shoah e deportazione. Guida bibliografica, a cura di E. Col-
lotti e M. Baiardi, Amministrazione provinciale di Firenze, Firenze 2001.
Tra gli studi specifici uno sguardo generale offre: G. Mayda, Ebrei
sotto Salò. La persecuzione antisemita 1943-45, Feltrinelli, Milano 1978;
il libro dello stesso G. Mayda Storia della deportazione dall’Italia 1943-
1945. Militari, ebrei e politici nei lager del Terzo Reich, introduzione di
N. Tranfaglia, Bollati Boringhieri, Torino 2002, riguarda per una buo-
na metà la deportazione degli ebrei. Su di essa ancora: B. Mantelli, De-
portazione dall’Italia (aspetti generali), in Dizionario della Resistenza, Ei-
naudi, Torino 2000, vol. 1, pp. 124-140, e nella stessa opera L. Picciot-
to, Deportazione razziale: la persecuzione antiebraica in Italia, 1943-45,
ivi, pp. 141-147.
Un primo tentativo di valutazione delle deportazioni fu compiuto da
G. Donati, Ebrei in Italia: deportazione, Resistenza, Tip. Giuntina, Firen-
ze 1980, con la collaborazione del Centro di documentazione ebraica
contemporanea. Frutto delle ricerche dello stesso Centro è la monumen-
tale opera di L. Picciotto, Il Libro della memoria. Gli Ebrei deportati
dall’Italia (1943-1945), Mursia, Milano 2002, che nella edizione citata ag-
giorna i dati della prima versione del 1991: un’opera che al pari di alcu-
ne grandi opere prodotte all’estero cerca di restituire un nome e un vol-

178
to ad ognuna delle vittime, assolvendo a un compito di ricostruzione sto-
rica assai rigoroso e a un altrettanto imperativo dovere di memoria; in es-
sa si trova inoltre l’elaborazione statistica del censimento delle vittime al-
la luce delle ultime ricerche.
Sulle deportazioni da vedere ancora la ricerca di I. Tibaldi, Compagni
di viaggio. Dall’Italia ai Lager nazisti. I «trasporti» dei deportati. 1943-
1945, Angeli, Milano 1994.
L’argomento ritorna ovviamente in tutte le opere generali sull’occu-
pazione tedesca in Italia. Sui campi di transito per l’avvio ai campi di ster-
minio si vedano i contributi nel volume Spostamenti di popolazione e de-
portazioni in Europa. 1939-1945, Cappelli, Bologna 1987. Sull’organizza-
zione dell’apparato terroristico tedesco si veda C. Gentile, L. Klinkham-
mer, Gegen die Verbündeten von einst. Die Gestapo in Italien, in Die Ge-
stapo im Zweiten Weltkrieg, a cura di G. Paul e K.M. Mallmann, Primus
Verlag, Darmstadt 2000, pp. 521-540; E. Collotti, L’occupazione tedesca
in Italia con particolare riguardo ai compiti delle forze di polizia, in I cam-
pi di concentramento in Italia cit., pp. 251-268.
Sull’antisemitismo della RSI sono da vedere ancora: L. Picciotto Far-
gion, The Anti-Jewish Policy of the Italian Social Republic (1943-1945), in
«Yad Vashem Studies», XVII, 1996, pp. 17-49; M. Sarfatti, Le «carte di
Merano»: la persecuzione antiebraica nell’Italia fascista, in «Passato e Pre-
sente», 1994, 32, pp. 119-127; G. Buffarini Guidi, Le vere verità. I docu-
menti dell’archivio segreto del ministro degli Interni Guido Buffarini Gui-
di dal 1938 al 1945, Sugar, Milano 1970; L. Garibaldi, Mussolini e il pro-
fessore. Vita e diari di Carlo Alberto Biggini, Mursia, Milano 1983; L. Ga-
napini, La repubblica delle Camicie Nere, Garzanti, Milano 1999; D. Ga-
gliani, Brigate nere. Mussolini e la militarizzazione del Partito fascista re-
pubblicano, Bollati Boringhieri, Torino 1999.
Traccia un profilo generale S. Zuccotti, L’Olocausto in Italia, prefa-
zione di F. Colombo, Mondadori, Milano 1988; la stessa autrice è torna-
ta di recente sull’argomento per sottolineare l’aiuto prestato agli ebrei dal
clero cattolico nel quadro di un contesto più ampio: S. Zuccotti, Il Vati-
cano e l’Olocausto in Italia, Bruno Mondadori, Milano 1999.
Tra le conseguenze della radicalizzazione della persecuzione vi fu il
coinvolgimento nella deportazione dei «misti», come documentano Ga-
briella, Marisa e Giuliana Cardosi, Sul confine. La questione dei «matri-
moni misti» durante la persecuzione antiebraica in Italia e in Europa (1935-
1945), Zamorani, Torino 1998.
La geografia della deportazione non si esaurisce negli studi già citati
su singole comunità (quali quelli di S. Bon, R. Segre, L. Picciotto); per la
parte specifica relativa alla deportazione vanno segnalati altri lavori. Per
la deportazione da Roma almeno: L. Picciotto Fargion, L’occupazione te-

179
desca e gli ebrei di Roma. Documenti e fatti, Carucci, Roma 1979; G. De-
benedetti, 16 ottobre 1943, prefazione di A. Moravia, Sellerio, Palermo
1963 (1a ed. 1945); F. Coen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei
di Roma, La Giuntina, Firenze 1993; La resistenza silenziosa. Leggi raz-
ziali e occupazione nazista nella memoria degli ebrei di Roma, a cura di M.
Impagliazzo, prefazione di E. Toaff, Guerini e Associati, Milano 1997.
Per le deportazioni dal Litorale Adriatico vanno ricordati almeno: San
Sabba. Istruttoria e processo per il Lager della Risiera, a cura di A. Scal-
pelli, ANED-Lint, Trieste 1995; M. Coslovich, I percorsi della sopravvi-
venza. Storia e memoria della deportazione dall’Adriatisches Küstenland,
Mursia, Milano 1994; A. Walzl, Gli ebrei sotto la dominazione nazista. Ca-
rinzia, Slovenia, Friuli-Venezia Giulia, Istituto friulano per la storia del
movimento di Liberazione, Udine 1990.
Tra i molti altri studi sulla deportazione sono da segnalare almeno: F.
Steinhaus, Ebrei/Juden. Gli ebrei dell’Alto Adige negli anni trenta e qua-
ranta, prefazione di S. Wiesenthal, La Giuntina, Firenze 1994; C. Villa-
ni, Ebrei fra le leggi razziste e deportazioni nelle province di Bolzano, Tren-
to e Belluno, Società di studi trentini di scienze storiche, Trento 1996.
Per i transiti da Fossoli si rinvia ora a S. Duranti, L. Ferri Caselli, Leg-
gere Fossoli. Una bibliografia, introduzione di L. Casali, E. Collotti, Giac-
ché, La Spezia 2000.
Un utile repertorio informativo-storiografico è rappresentato dal vo-
lume a più voci Un percorso della memoria. Guida ai luoghi della violen-
za nazista e fascista in Italia, a cura di T. Matta, Electa, Milano 1996.
Per gli eccidi di ebrei si veda M. Nozza, Hotel Meina. La prima strage
di ebrei in Italia, Mondadori, Milano 1993; C. Forti, Il caso Pardo Roques.
Un eccidio del 1944 tra memoria e oblio, Einaudi, Torino 1998; A. Por-
telli, L’ordine è stato eseguito. Roma, le Fosse Ardeatine, la memoria, Don-
zelli, Roma 1999.
Importante per il periodo considerato è la problematica dell’aiuto re-
cato agli ebrei perseguitati sia ad opera di enti ecclesiastici, sia nel qua-
dro di iniziative assistenziali, sia ad opera di privati, una casistica que-
st’ultima consegnata soprattutto alla memorialistica o alle testimonianze
dirette, per cui le nostre citazioni si riferiscono prevalentemente a forme
di assistenza organizzata in continuità o meno con iniziative avviate già
prima del settembre del 1943: S. Sorani, L’assistenza ai profughi ebrei in
Italia (1933-1947). Contributo alla storia della Delasem, Carucci, Roma
1983; M. Leone, Le organizzazioni di soccorso ebraiche in età fascista
(1918-1945), Carucci, Roma 1983; R. Paini, I sentieri della speranza. Pro-
fughi ebrei, Italia fascista e la «Delasem», Xenia, Milano 1988; S. Antoni-
ni, Delasem. Storia della più grande organizzazione ebraica italiana di soc-
corso durante la seconda guerra mondiale, introduzione di A. Cavaglion,

180
De Ferrari, Genova 2000; K. Voigt, Villa Emma. Ragazzi ebrei in fuga,
1940-1945, La Nuova Italia, Firenze 2001.
Molti dei contributi citati in precedenza relativi all’atteggiamento del-
la Chiesa cattolica contengono notizie relative ad azioni di soccorso.
Nell’ambito degli aiuti vanno valutati anche i comportamenti di espo-
nenti dell’amministrazione, un settore in cui più che mai è necessaria l’in-
dividuazione di quanti osarono rischiare per aiutare i perseguitati senza
che ciò possa offrire alibi ai molti che si adeguarono ed eseguirono con
zelo o passivamente ordini spesso contrari ai più elementari principi di
umanità. Questo fu il caso rievocato con una enfasi non necessaria nel vo-
lume Giovanni Palatucci. Il poliziotto che salvò migliaia di ebrei, a cura del
Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Polizia di Stato, Roma 2002; in
un contesto molto diverso, fuori d’Italia, operò il protagonista del libro
di E. Deaglio, La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca, Feltrinelli,
Milano 1991.
Non ultimo dettaglio nella radicalizzazione dell’antiebraismo di Salò
fu la decisione di procedere alla spoliazione totale dei beni ebraici, por-
tando a compimento il processo di parziale esproprio avviato sin dal
1938. L’argomento, ad analogia di quanto è avvenuto in altri paesi euro-
pei ai fini dell’indennizzo dei patrimoni ebraici confiscati, è stato ogget-
to in Italia di un’ampia ed accurata indagine ad opera di una commissio-
ne nominata dal governo e presieduta dall’onorevole Tina Anselmi, che
ha redatto una relazione conclusiva di notevole valore storico-documen-
tario, la quale al di là dell’oggetto specifico dell’indagine getta uno sguar-
do complessivo sull’intera vicenda della persecuzione degli ebrei. Il testo
– Rapporto generale, Presidenza del Consiglio dei ministri. Dipartimento
per l’informazione e l’editoria, Roma, 2001 – è pubblicato dalla Com-
missione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in
Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di or-
ganismi pubblici e privati.
Gli studi principali in materia sono: A. Scalpelli, L’Ente di Gestione e
Liquidazione Immobiliare: note sulle conseguenze economiche della perse-
cuzione razziale, in Gli ebrei in Italia durante il fascismo, cit., a cura di G.
Valabrega, vol. II, pp. 92-112; F. Levi, L’applicazione delle leggi contro le
proprietà degli ebrei (1938-1946), in «Studi storici», 1995, 3, pp. 846-862;
La casa e le cose. La persecuzione degli ebrei torinesi nelle carte dell’EGE-
LI. 1938-1945, a cura di F. Levi, Compagnia di San Paolo, Torino 1998;
A. Minerbi, L’esproprio dei beni ebraici in Toscana, in Razza e fascismo
cit., tomo I, pp. 561-572; E. Basevi, I beni e la memoria. L’argenteria de-
gli ebrei: piccola «scandalosa» storia italiana, introduzione di A. Luzzatto
e R. Finzi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001; S. Bon, La spoliazione dei
beni ebraici. Processi economici di epurazione razziale nel Friuli-Venezia

181
Giulia. 1938-1945, Grafica Goriziana, Gorizia 2001; M. Fusina, L’antise-
mitismo italiano attraverso i decreti di confisca dei beni (1938-1945), in
«Storia e problemi contemporanei», dicembre 2001, 28, pp. 87-109.

8. La memorialistica ebraica
Per quanto riguarda infine la memorialistica ebraica, è d’obbligo in pri-
mo luogo ricordare l’opera di un testimone di eccezione, Primo Levi, i
cui libri sono molto di più di semplici ricordi, indissociabili da una forte
tensione morale e dalla riflessione etico-storica; in questo contesto ricor-
diamo soprattutto Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 1958; La tregua,
Einaudi, Torino 1963; I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986, testi
tutti raccolti nel primo volume delle Opere. Una guida e introduzione cri-
tica alla memorialistica è offerta dal libro di A. Bravo, D. Jalla, Una mi-
sura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione dall’Italia (1944-
1993), Angeli, Milano 1994; un aggiornamento sulle memorie in Shoah e
deportazione. Guida bibliografica cit., pp. 79 e sgg.
Segnaliamo una selezione di diari e memorie di ebrei italiani o vissu-
ti in Italia: E. Artom, Diario (gennaio 1940 – febbraio 1944), Centro di do-
cumentazione ebraica contemporanea, Milano 1966; M. Ascoli, Ausch-
witz è di tutti, Lint, Trieste 1988; E. Bruck, Chi ti ama così, Marsilio, Ve-
nezia 1974; A. Carpi, Diario di Gusen: lettere a Maria con 75 disegni
dell’autore, Einaudi, Torino 1993; T. Ducci, Un Tallét ad Auschwitz, La
Giuntina, Firenze 2000; M. Eisenstein, L’internata numero 6, Tranchida,
Milano 1994; D. Klein, Vivere e sopravvivere. Diario 1936-1945, Mursia,
Milano 2001; L. Millu, Il fumo di Birkenau, La Giuntina, Firenze 1986;
L. Nissim Momigliano, Una famiglia ebraica tra le due guerre, in L’ascol-
to rispettoso, Raffaello Cortina, Milano 2001, pp. 3-32; B. Piazza, Perché
gli altri dimenticano. Un italiano ad Auschwitz, Feltrinelli, Milano 1956;
G. Sacerdoti, Ricordi di un ebreo bolognese: illusioni e delusioni. 1939-
1945, Bonacci, Roma 1983; E. Salmon, Diario di un ebreo fiorentino.
1943-1944, La Giuntina, Firenze 2002; R. Segre, Venti mesi, Sellerio, Pa-
lermo 1995; S. Segre, Il mio ghetto, Garzanti, Milano 1987; V. Segre, Dia-
rio di un ebreo fortunato, Bompiani, Milano 2000; S. Spizzichino, I. Di
Nepi Olper, Gli anni rubati. Le memorie di Settimia Spizzichino reduce dal
Lager di Auschwitz e Bergen Belsen, Comune di Cava de’ Tirreni, Cava
de’ Tirreni 1996; M. Tagliacozzo, Metà della vita. Ricordi della campagna
razziale 1938-1944, Baldini & Castoldi, Milano 1998; G. Tedeschi, C’è un
punto della terra... Una donna nel Lager di Birkenau, La Giuntina, Firen-
ze 1988; E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, Mondadori, Milano

182
1987; A. Zargani, Per violino solo. La mia infanzia nell’Aldiqua. 1938-
1945, Il Mulino, Bologna 1995.

9. Dopo il 1945
Per le vicende degli ebrei in Italia dopo il 1945, si vedano i seguenti la-
vori: L’abrogazione delle leggi razziali in Italia (1943-1987). Reintegrazio-
ne dei diritti dei cittadini e ritorno ai valori del Risorgimento, prefazione
di G. Spadolini, a cura e con introduzione di M. Toscano, Senato della
Repubblica, Roma 1989; Disegni, Ebraismo e libertà religiosa in Italia cit.;
Fubini, La condizione giuridica dell’ebraismo italiano cit.; Fondazione
Centro di documentazione ebraica contemporanea, Il ritorno alla vita: vi-
cende e diritti degli ebrei in Italia dopo la seconda guerra mondiale, a cura
di M. Sarfatti, La Giuntina, Firenze 1998; Istituto romano per la storia
d’Italia dal fascismo alla Resistenza, La memoria della legislazione e della
persecuzione antiebraica nella storia dell’Italia repubblicana, Angeli, Mila-
no, 1990; M. Toscano, La «Porta di Sion». L’Italia e l’immigrazione clan-
destina ebraica in Palestina (1945-1948), Il Mulino, Bologna 1990.
Altri contributi rilevanti si possono trovare nei saggi di S. Mazzamu-
to, Ebraismo e diritto dalla prima emancipazione all’età repubblicana, e di
A. Luzzatto, Autocoscienza e identità ebraica, entrambi nel più volte cita-
to vol. IX degli Annali della Storia d’Italia Einaudi, Gli ebrei in Italia, to-
mo II, rispettivamente alle pp. 1765-1827 e 1829-1900; infine G.
Schwarz, Gli ebrei italiani e la memoria della persecuzione fascista (1945-
1955), in «Passato e Presente», 1999, 47, pp. 109-130.
Appendice
1.
DICHIARAZIONE SULLA RAZZA
DEL GRAN CONSIGLIO DEL FASCISMO
DEL 6-7 OTTOBRE 1938

Il Gran Consiglio del Fascismo, in seguito alla conquista dell’Impero, di-


chiara l’attualità urgente dei problemi razziali e la necessità di una co-
scienza razziale. Ricorda che il Fascismo ha svolto da sedici anni e svolge
un’attività positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo
della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente com-
promesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imba-
stardimenti.
Il problema ebraico non è che l’aspetto metropolitano di un proble-
ma di carattere generale.
Il Gran Consiglio del Fascismo stabilisce:
a) il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi apparte-
nenti alle razze camita, semita e altre razze non italiane;
b) il divieto per i dipendenti dello Stato e da Enti pubblici – perso-
nale civile e militare – di contrarre matrimonio con donne straniere di
qualsiasi razza;
c) il matrimonio di italiani e italiane con stranieri anche di razze aria-
ne, dovrà avere il preventivo consenso del Ministero dell’Interno;
d) dovranno essere rafforzate le misure contro chi attenta al prestigio
della razza nei territori dell’Impero.

187
Ebrei ed ebraismo
Il Gran Consiglio del Fascismo ricorda che l’ebraismo mondiale – specie
dopo la abolizione della massoneria – è stato l’animatore dell’antifasci-
smo in tutti i campi e che l’ebraismo estero o italiano fuoriuscito è stato
– in taluni periodi culminanti come nel 1924-25 e durante la guerra etio-
pica – unanimamente ostile al Fascismo.
L’immigrazione di elementi stranieri – accentuatasi fortemente dal
1933 in poi – ha peggiorato lo stato d’animo degli ebrei italiani, nei con-
fronti del Regime, non accettato sinceramente, poiché antitetico a quella
che è la psicologia, la politica, l’internazionalismo d’Israele.
Tutte le forze antifasciste fanno capo ad elementi ebrei; l’ebraismo
mondiale è, in Spagna, dalla parte dei bolscevichi di Barcellona.

Il divieto d’entrata e l’espulsione degli ebrei stranieri


Il Gran Consiglio del Fascismo ritiene che la legge concernente il divieto
d’ingresso nel Regno, degli ebrei stranieri, non poteva più oltre essere ri-
tardata, e che l’espulsione degli indesiderabili – secondo il termine mes-
so in voga e applicato dalle grandi democrazie – è indispensabile.
Il Gran Consiglio del Fascismo decide che oltre ai casi singolarmente
controversi che saranno sottoposti all’esame dell’apposita commissione
del Ministero dell’Interno, non sia applicata l’espulsione nei riguardi de-
gli ebrei stranieri i quali:
a) abbiano un’età superiore agli anni 65;
b) abbiano contratto un matrimonio misto italiano prima del 1° otto-
bre XVI.

Ebrei di cittadinanza italiana


Il Gran Consiglio del Fascismo, circa l’appartenenza o meno alla razza
ebraica, stabilisce quanto segue:
a) è di razza ebraica colui che nasce da genitori entrambi ebrei;
b) è considerato di razza ebraica colui che nasce da padre ebreo e da
madre di nazionalità straniera;
c) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da un ma-
trimonio misto, professa la religione ebraica;
d) non è considerato di razza ebraica colui che è nato da un matri-
monio misto, qualora professi altra religione all’infuori della ebraica, al-
la data del 1° ottobre XVI.

188
Discriminazione tra gli ebrei di cittadinanza italiana
Nessuna discriminazione sarà applicata – escluso in ogni caso l’insegna-
mento nelle scuole di ogni ordine e grado – nei confronti di ebrei di cit-
tadinanza italiana – quando non abbiano per altri motivi demeritato – i
quali appartengano a:
1) famiglie di Caduti nelle quattro guerre sostenute dall’Italia in que-
sto secolo: libica, mondiale, etiopica, spagnola;
2) famiglie dei volontari di guerra nelle guerre libica, mondiale, etio-
pica, spagnola;
3) famiglie di combattenti delle guerre libica, mondiale, etiopica, spa-
gnola, insigniti della croce al merito di guerra;
4) famiglie dei Caduti per la Causa fascista;
5) famiglie dei mutilati, invalidi, feriti della Causa fascista;
6) famiglie di Fascisti iscritti al Partito negli anni ’19-20-21-22 e nel
secondo semestre del ’24 e famiglie di legionari fiumani;
7) famiglie aventi eccezionali benemerenze che saranno accertate da
apposita commissione.

Gli altri ebrei


I cittadini italiani di razza ebraica, non appartenenti alle suddette cate-
gorie, nell’attesa di una nuova legge concernente l’acquisto della cittadi-
nanza italiana, non potranno:
a) essere iscritti al Partito Nazionale Fascista;
b) essere possessori o dirigenti di aziende di qualsiasi natura che im-
pieghino cento o più persone;
c) essere possessori di oltre cinquanta ettari di terreno;
d) prestare servizio militare in pace e in guerra.
L’esercizio delle professioni sarà oggetto di ulteriori provvedimenti.
Il Gran Consiglio del Fascismo decide inoltre:
1) che agli ebrei allontanati dagli impieghi pubblici sia riconosciuto il
normale diritto di pensione;
2) che ogni forma di pressione sugli ebrei, per ottenere abiure, sia ri-
gorosamente repressa;
3) che nulla si innovi per quanto riguarda il libero esercizio del culto
e l’attività delle comunità ebraiche secondo le leggi vigenti;
4) che, insieme alle scuole elementari, si consenta l’istituzione di scuo-
le medie per ebrei.

189
Immigrazione di ebrei in Etiopia
Il Gran Consiglio del Fascismo non esclude la possibilità di concedere,
anche per deviare la immigrazione ebraica dalla Palestina, una controlla-
ta immigrazione di ebrei europei in qualche zona dell’Etiopia.
Questa eventuale e le altre condizioni fatte agli ebrei, potranno esse-
re annullate o aggravate a seconda dell’atteggiamento che l’ebraismo as-
sumerà nei riguardi dell’Italia fascista.

Cattedre di razzismo
Il Gran Consiglio del Fascismo prende atto con soddisfazione che il Mi-
nistro dell’Educazione Nazionale ha istituito cattedre di studi sulla razza
nelle principali Università del Regno.

Alle Camicie Nere


Il Gran Consiglio del Fascismo, mentre nota che il complesso dei pro-
blemi razziali ha suscitato un interesse eccezionale nel popolo italiano,
annuncia ai Fascisti che le direttive del Partito in materia sono da consi-
derarsi fondamentali e impegnative per tutti e che alle direttive del Gran
Consiglio devono ispirarsi le leggi che saranno sollecitamente preparate
dai singoli Ministri.

2a.
PROVVEDIMENTI PER LA DIFESA DELLA RAZZA
NELLA SCUOLA FASCISTA
(RDL 5 SETTEMBRE 1938-XVI, N. 1390)

Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re
d’Italia Imperatore d’Etiopia,
visto l’art. 3 n. 2, della legge 31 gennaio 1926-IV, n. 100;
ritenuta la necessità assoluta ed urgente di dettare disposizioni per la
difesa della razza nella scuola italiana
(omissis)

Art. 1. – All’ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qual-


siasi ordine e grado e nelle scuole non governative ai cui studi sia ricono-
sciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebrai-

190
ca, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormen-
te al presente decreto; né potranno essere ammesse all’assistentato uni-
versitario, né al conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza.

Art. 2 – Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciu-
to effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica. [...]

VITTORIO EMANUELE
Mussolini – Bottai – Di Revel
Visto, Il Guardasigilli: Solmi

2b.
INTEGRAZIONE E COORDINAMENTO IN UNICO TESTO
DELLE NORME GIÀ EMANATE
PER LA DIFESA DELLA RAZZA
NELLA SCUOLA ITALIANA
(RDL 15 NOVEMBRE 1938-XVII, N. 1779)

Art. 1 – A qualsiasi ufficio od impiego nelle scuole di ogni ordine e gra-


do, pubbliche e private, frequentate da alunni italiani, non possono esse-
re ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in
graduatorie di concorsi anteriormente al presente decreto; né possono es-
sere ammesse al conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza.
Agli uffici ed impieghi anzidetti sono equiparati quelli relativi agli isti-
tuti di educazione, pubblici e privati, per alunni italiani, e quelli per la vi-
gilanza nelle scuole elementari.

Art. 2 – Delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, let-


tere ed arti non possono far parte persone di razza ebraica.

Art. 3 – Alle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche o private, frequen-


tate da alunni italiani, non possono essere iscritti alunni di razza ebraica.
È tuttavia consentita l’iscrizione degli alunni di razza ebraica che pro-
fessino la religione cattolica nelle scuole elementari e medie dipendenti
dalle Autorità ecclesiastiche.

Art. 4 – Nelle scuole d’istruzione media frequentate da alunni italiani è


vietata l’adozione di libri di testo di autori di razza ebraica.

191
Il divieto si estende ai libri che siano frutto della collaborazione di più
autori, uno dei quali sia di razza ebraica; nonché alle opere che siano com-
mentate o rivedute da persone di razza ebraica.

Art. 5 – Per i fanciulli di razza ebraica sono istituite, a spese dello Stato,
speciali sezioni di scuola elementare nelle località in cui il numero di es-
si non sia inferiore a dieci.
Le comunità israelitiche possono aprire, con l’autorizzazione del Mi-
nistro per l’educazione nazionale, scuole elementari con effetti legali per
fanciulli di razza ebraica, e mantenere quelle all’uopo esistenti. Per gli
scrutini e per gli esami delle dette scuole il Regio provveditore agli studi
nomina un commissario.
Nelle scuole elementari di cui al presente articolo il personale potrà
essere di razza ebraica; i programmi di studio saranno quelli stessi stabi-
liti per le scuole frequentate da alunni italiani, eccettuato l’insegnamento
della religione cattolica; i libri di testo saranno quelli di Stato, con op-
portuni adattamenti, approvati dal Ministro per l’educazione nazionale,
dovendo la spesa di tali adattamenti gravare sulle comunità israelitiche.

Art. 6 – Scuole d’istruzione media per alunni di razza ebraica potranno


essere istituite dalle comunità israelitiche o da persone di razza ebraica.
Dovranno all’uopo osservarsi le disposizioni relative all’istituzione di
scuole private.
Alle scuole stesse potrà essere concesso il beneficio del valore legale
degli studi e degli esami, ai sensi dell’art. 15 del R. decreto-legge 3 giu-
gno 1938-XVI, n. 928, quando abbiano ottenuto di far parte in qualità di
associate dell’Ente nazionale per l’insegnamento medio: in tal caso i pro-
grammi di studio saranno quelli stessi stabiliti per le scuole corrispon-
denti frequentate da alunni italiani, eccettuati gli insegnamenti della reli-
gione e della cultura militare.
Nelle scuole d’istruzione media di cui al presente articolo il persona-
le potrà essere di razza ebraica e potranno essere adottati libri di testo di
autori di razza ebraica.

Art. 7 – Per le persone di razza ebraica l’abilitazione a impartire l’inse-


gnamento medio riguarda esclusivamente gli alunni di razza ebraica.

Art. 8 – Dalla data di entrata in vigore del presente decreto il personale


di razza ebraica appartenente ai ruoli per gli uffici e gli impieghi di cui al
presente art. 1 è dispensato dal servizio, ed ammesso a far valere i titoli
per l’eventuale trattamento di quiescenza ai sensi delle disposizioni ge-
nerali per la difesa della razza italiana.

192
Al personale stesso per il periodo di sospensione di cui all’articolo 3 del
R. decreto-legge 5 settembre 1938-XVI, n. 1390, vengono integralmente
corrisposti i normali emolumenti spettanti ai funzionari in servizio.
Dalla data di entrata in vigore del presente decreto i liberi docenti di
razza ebraica decadono dall’abilitazione.

Art. 9 – Per l’insegnamento nelle scuole elementari e medie per alunni di


razza ebraica saranno preferiti gli insegnanti dispensati dal servizio a cui
dal Ministro per l’interno siano state riconosciute le benemerenze indivi-
duali o familiari previste dalle disposizioni generali per la difesa della raz-
za italiana.
Ai fini del presente articolo sono equiparati al personale insegnante i
presidi e direttori delle scuole pubbliche e private e il personale di vigi-
lanza nelle scuole elementari. [...]

VITTORIO EMANUELE
Mussolini – Bottai – Di Revel
Visto, Il Guardasigilli: Solmi

3.
PROVVEDIMENTI PER LA DIFESA DELLA RAZZA ITALIANA
(RDL 17 NOVEMBRE 1938-XVII, N. 1728)

Capo I
Provvedimenti relativi ai matrimoni

Art. 1 – Il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona


appartenente ad altra razza è proibito.
Il matrimonio celebrato in contrasto con tale divieto è nullo.

Art. 2 – Fermo il divieto di cui all’art. 1, il matrimonio del cittadino ita-


liano con persona di nazionalità straniera è subordinato al preventivo
consenso del Ministro per l’interno.
I trasgressori sono puniti con l’arresto fino a tre mesi e con l’ammen-
da fino a lire diecimila.

193
Art. 3 – Fermo sempre il divieto di cui all’art. 1, i dipendenti delle Am-
ministrazioni civili e militari dello Stato, delle Organizzazioni del Partito
Nazionale Fascista o da esso controllate, delle Amministrazioni delle Pro-
vince, dei Comuni, degli Enti parastatali e delle Associazioni sindacali ed
Enti collaterali non possono contrarre matrimonio con persone di nazio-
nalità straniera.
Salva l’applicazione, ove ne ricorrano gli estremi, delle sanzioni pre-
viste dall’art. 2, la trasgressione del predetto divieto importa la perdita
dell’impiego e del grado.

Art. 4 – Ai fini dell’applicazione degli articoli 2 e 3, gli italiani non regni-


coli non sono considerati stranieri.

Art. 5 – L’ufficiale dello stato civile, richiesto di pubblicazioni di matri-


monio, è obbligato ad accertare, indipendentemente dalle dichiarazioni
delle parti, la razza e lo stato di cittadinanza di entrambi i richiedenti.
Nel caso previsto dall’art. 1, non procederà né alle pubblicazioni né
alla celebrazione del matrimonio.
L’ufficiale dello stato civile che trasgredisce al disposto del presente
articolo è punito con l’ammenda da lire cinquecento a lire cinquemila.

Art. 6 – Non può produrre effetti civili e non deve, quindi, essere tra-
scritto nei registri dello stato civile, a norma dell’art. 5 della legge 27 mag-
gio 1929-VII, n. 847, il matrimonio celebrato in violazione dell’art. 1.
Al ministro del culto, davanti al quale sia celebrato tale matrimonio,
è vietato l’adempimento di quanto è disposto dal primo comma dell’art.
8 della predetta legge.
I trasgressori sono puniti con l’ammenda da lire cinquecento a lire
cinquemila.

Art. 7 – L’ufficiale dello stato civile che ha proceduto alla trascrizione de-
gli atti relativi a matrimoni celebrati senza l’osservanza del disposto
dell’art. 2 è tenuto a farne immediata denunzia all’autorità competente.

Capo II
Degli appartenenti alla razza ebraica

Art. 8 – Agli effetti di legge:


a) è di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza
ebraica, anche se appartenga a religione diversa da quella ebraica;

194
b) è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di cui
uno di razza ebraica e l’altro di nazionalità straniera;
c) è considerato di razza ebraica colui che è nato da madre di razza
ebraica qualora sia ignoto il padre;
d) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da geni-
tori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, appartenga al-
la religione ebraica, o sia, comunque, iscritto ad una comunità israelitica,
ovvero abbia fatto, in qualsiasi altro modo, manifestazioni di ebraismo.
Non è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di na-
zionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, che, alla data del 1° ot-
tobre 1938-XVI, apparteneva a religione diversa da quella ebraica.

Art. 9 – L’appartenenza alla razza ebraica deve essere denunziata ed an-


notata nei registri dello stato civile e della popolazione.
Tutti gli estratti dei predetti registri ed i certificati relativi, che ri-
guardano appartenenti alla razza ebraica, devono fare espressa menzione
di tale annotazione.
Uguale menzione deve farsi negli atti relativi a concessioni o autoriz-
zazioni della pubblica autorità.
I contravventori alle disposizioni del presente articolo sono puniti con
l’ammenda fino a lire duemila.

Art. 10 – I cittadini di razza ebraica non possono:


a) prestare servizio militare in pace e in guerra;
b) esercitare l’ufficio di tutore o curatore di minori od incapaci non
appartenenti alla razza ebraica;
c) essere proprietari o gestori, a qualsiasi titolo, di aziende dichiarate
interessanti la difesa della Nazione, ai sensi e con le norme dell’art. 1 del
R. decreto-legge 18 novembre 1929-VIII, n. 2488, e di aziende di qua-
lunque natura che impieghino cento o più persone, né avere di dette
aziende la direzione né assumervi comunque, l’ufficio di amministratore
o di sindaco;
d) essere proprietari di terreni che, in complesso, abbiano un estimo
superiore a lire cinquemila;
e) essere proprietari di fabbricati urbani che, in complesso, abbiano
un imponibile superiore a lire ventimila. Per i fabbricati per i quali non
esista l’imponibile, esso sarà stabilito sulla base degli accertamenti ese-
guiti ai fini dell’applicazione dell’imposta straordinaria sulla proprietà
immobiliare di cui al R. decreto-legge 5 ottobre 1936-XIV, n. 1743.
Con decreto Reale, su proposta del Ministro per le finanze, di con-
certo coi Ministri per l’interno, per la grazia e giustizia, per le corpora-

195
zioni e per gli scambi e valute, saranno emanate le norme per l’attuazio-
ne delle disposizioni di cui alle lettere c), d), e).

Art. 11 – Il genitore di razza ebraica può essere privato della patria pote-
stà sui figli che appartengano a religione diversa da quella ebraica, qua-
lora risulti che egli impartisca ad essi una educazione non rispondente ai
loro principi religiosi o ai fini nazionali. [...]

Art. 13 – Non possono avere alle proprie dipendenze persone apparte-


nenti alla razza ebraica:
a) le Amministrazioni civili e militari dello Stato;
b) il Partito Nazionale Fascista e le organizzazioni che ne dipendono
o che ne sono controllate;
c) le Amministrazioni delle Province, dei Comuni, delle Istituzioni
pubbliche di assistenza e beneficenza e degli Enti, Istituti ed Aziende,
comprese quelle di trasporti in gestione diretta, amministrate o mante-
nute col concorso delle Province, dei Comuni, delle Istituzioni pubbliche
di assistenza e beneficenza o dei loro Consorzi;
d) le Amministrazioni delle aziende municipalizzate;
e) le Amministrazioni degli Enti parastatali, comunque costituiti e de-
nominati, delle Opere nazionali, delle Associazioni sindacali ed Enti col-
laterali e, in genere, di tutti gli Enti ed Istituti di diritto pubblico, anche
con ordinamento autonomo, sottoposti a vigilanza o a tutela dello Stato,
o al cui mantenimento lo Stato concorra con contributi di carattere con-
tinuativo;
f) le Amministrazioni delle Aziende annesse o direttamente dipen-
denti degli Enti di cui alla precedente lettera e) o che attingono ad essi,
in modo prevalente, i mezzi necessari per il raggiungimento dei propri fi-
ni, nonché delle società, il cui capitale sia costituito, almeno per metà del
suo importo, con la partecipazione dello Stato;
g) le Amministrazioni delle banche di interesse nazionale;
h) le Amministrazioni delle imprese provate di assicurazione.

Art. 14 – Il Ministro per l’interno, sulla documentata istanza degli inte-


ressati, può, caso per caso, dichiarare non applicabili le disposizioni de-
gli articoli 10 e 11, nonché dell’art. 13, lett. h):
a) ai componenti le famiglie dei caduti nelle guerre libica, mondiale,
etiopica e spagnola e dei caduti per la causa fascista;
b) a coloro che si trovino in una delle seguenti condizioni:
1) mutilati, invalidi, feriti, volontari di guerra o decorati al valore nel-
le guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola;

196
2) combattenti nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola, che
abbiano conseguito almeno la croce al merito di guerra;
3) mutilati, invalidi, feriti della causa fascista;
4) iscritti al Partito Nazionale Fascista negli anni 1919-20-21-22 e nel
secondo semestre del 1924;
5) legionari fiumani;
6) abbiano acquisito eccezionali benemerenze, da valutarsi a termini
dell’art. 16.
Nei casi preveduti alla lettera b), il beneficio può essere esteso ai com-
ponenti la famiglia delle persone ivi elencate, anche se queste siano pre-
morte.
Gli interessati possono richiedere l’annotazione del provvedimento
del Ministro per l’interno nei registri di stato civile e di popolazione.
Il provvedimento del Ministro per l’interno non è soggetto ad alcun
gravame, sia in via amministrativa, sia in via giurisdizionale.

Art. 15 – Ai fini dell’applicazione dell’art. 14, sono considerati compo-


nenti della famiglia, oltre il coniuge, gli ascendenti e i discendenti fino al
secondo grado.

Art. 16 – Per la valutazione delle speciali benemerenze di cui all’articolo


14 lett. b), n. 6, è istituita, presso il Ministero dell’interno, una Commis-
sione composta dal Sottosegretario di Stato all’interno, che la presiede,
di un Vice Segretario del Partito Nazionale Fascista e del Capo di Stato
Maggiore della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale.

Art. 17 – È vietato agli ebrei stranieri di fissare stabile dimora nel Regno,
in Libia e nei Possedimenti dell’Egeo. [...]

VITTORIO EMANUELE
Mussolini – Ciano – Solmi – Di Revel – Lantini
Visto, Il Guardasigilli: Solmi

197
4.
NORME RELATIVE AI LIMITI DI PROPRIETÀ IMMOBILIARE
E DI ATTIVITÀ INDUSTRIALE E COMMERCIALE
PER I CITTADINI ITALIANI DI RAZZA EBRAICA
(RDL 9 FEBBRAIO 1939-XVII, N. 126)

Titolo I: Limitazioni della proprietà immobiliare

Capo I
Disposizioni generali

Art. 1 – Le limitazioni della proprietà immobiliare, stabilite dall’art. 10,


lettera d) ed e), del R. decreto-legge 17 novembre 1938-XVII, n. 1728, si
determinano cumulando separatamente i terreni ed i fabbricati urbani si-
ti nel territorio del Regno e costituenti il patrimonio immobiliare dei cit-
tadini italiani di razza ebraica alla data di entrata in vigore del presente
decreto.

Art. 2 – Si comprendono nel patrimonio immobiliare, soggetto alle limi-


tazioni di cui all’articolo precedente i beni posseduti:
a) a titolo di proprietà piena e di proprietà nuda;
b) a titolo di concessione enfiteutica.
Non è computato il diritto di concedente enfiteutico, salvo il caso del-
la devoluzione previsto alla lettera b) del primo comma dell’art. 45.

Art. 3 – Non si comprendono nel patrimonio immobiliare di cui all’art. 1:


a) gli immobili adibiti ad uso industriale e commerciale quando il pro-
prietario o enfiteuta sia anche il titolare dell’azienda alla quale gli immo-
bili stessi sono destinati;
b) i fabbricati appartenenti ad imprenditori edili e costruiti a scopo di
vendita;
c) i beni per i quali alla data dell’entrata in vigore del presente decre-
to vi siano in corso procedure di esecuzione immobiliare.
Ai beni menzionati alle lettere a) e b) del precedente comma si appli-
cano le norme del titolo II.

198
Art. 4 – La parte di patrimonio immobiliare eccedente i limiti consentiti
ai cittadini italiani di razza ebraica, deve essere trasferita all’Ente indica-
to nell’art. 11 in conformità alle disposizioni di questo decreto.

Art. 5 – Fino alla definitiva determinazione dei beni immobili compresi


nei limiti di cui all’art. 10 del R. decreto-legge 17 novembre 1938-XVII,
n. 1728, i cittadini di razza ebraica non possono compiere alcun atto di
alienazione a titolo gratuito od oneroso o di costituzione di ipoteca, rela-
tivamente ai beni immobiliari di cui al primo comma dell’art. 2.
Se però ricorrono esigenze e circostanze particolari, il Ministro per le
finanze può autorizzare il compimento degli atti predetti, prescrivendo le
opportune cautele.
Degli immobili eventualmente alienati con l’autorizzazione del Mini-
stro per le finanze sarà tenuto conto, per quanto è possibile, nella forma-
zione della quota consentita.
Gli atti compiuti, in violazione del disposto del primo comma, sono
improduttivi di effetti, rispetto ai beni che risulteranno eccedenti la quo-
ta di patrimonio immobiliare consentita dal citato decreto 17 novembre
1938-XVII, n. 1728.
Le locazioni stipulate in ordine ai beni medesimi posteriormente all’en-
trata in vigore del presente decreto e senza la preventiva autorizzazione
dell’Ente di cui all’art. 11, avranno validità limitatamente all’anno in corso
al momento dell’acquisto del bene locato da parte dell’Ente predetto ed os-
servate in ogni caso, quanto ai termini di disdetta, le consuetudini locali.

Art. 6 – In deroga alle disposizioni degli articoli 4 e 5, il cittadino italia-


no di razza ebraica può fare donazione dei beni ai discendenti non con-
siderati di razza ebraica, ovvero ad Enti od Istituti che abbiano fini di
educazione od assistenza.
La donazione di questi beni può anche essere fatta al coniuge che non
sia considerato di razza ebraica.
Le donazioni debbono essere fatte nel termine perentorio di centot-
tanta giorni dall’entrata in vigore del presente decreto.
Le donazioni stesse perdono ogni efficacia se non sono state accetta-
te entro novanta giorni dall’atto di donazione.

Art. 7 – Le procedure esecutive immobiliari iniziate contro cittadini italia-


ni di razza ebraica, anteriormente all’entrata in vigore del presente decre-
to, saranno proseguite con le norme vigenti secondo la natura del credito.

Art. 8 – Dalla data dell’entrata in vigore del presente decreto, le azioni


esecutive immobiliari contro cittadini di razza ebraica potranno essere

199
iniziate e definite con le norme vigenti secondo la natura del credito su
ogni bene del patrimonio immobiliare del debitore:
a) per tributi dovuti allo Stato, alle province ed ai comuni;
b) per contributi esigibili con le norme stabilite per la riscossione del-
le imposte dirette;
c) per crediti ipotecari iscritti anteriormente all’entrata in vigore del
presente decreto;
d) per crediti di data certa anteriore all’entrata in vigore del presente
decreto aventi privilegio speciale sull’immobile.
In ogni altro caso, alla data dell’entrata in vigore del presente decre-
to fino alla definitiva determinazione dei beni compresi nella quota con-
sentita e in quella eccedente, l’autorizzazione alla vendita non potrà es-
sere concessa, rimanendo in conseguenza sospesi, fino a tale determina-
zione, i procedimenti esecutivi iniziati.
Avvenuta la definitiva ripartizione dei beni nelle due quote anzidette,
cesserà di diritto, in ordine ai beni compresi nella quota eccedente, ogni
effetto giuridico dei procedimenti esecutivi.
Per i beni compresi nella quota consentita, le azioni esecutive si svol-
geranno in base alle norme vigenti, secondo la natura del credito.
Per l’accertamento della qualità di ebreo del debitore si osserveranno
le norme dell’articolo seguente.

Art. 9 – Ai fini dell’applicazione di quanto è disposto nel secondo com-


ma e seguenti dell’articolo precedente, il creditore istante, nei procedi-
menti esecutivi iniziati dopo l’entrata in vigore del presente decreto, de-
ve presentare un’attestazione del competente ufficio dello stato civile dal-
la quale risulti se vi sia o no, nei riguardi del debitore, annotazione di ap-
partenenza alla razza ebraica o annotazione di provvedimento di discri-
minazione.
Nel caso che non risulti dall’attestazione anzidetta l’appartenenza del
debitore alla razza ebraica, il procedimento esecutivo è proseguito e de-
finito, senz’altre indagini, con le norme vigenti secondo la natura del cre-
dito; egualmente è definito con le norme ordinarie nel caso di avvenuta
discriminazione.

Art. 10 – Alle procedure fallimentari contro cittadini italiani di razza


ebraica si applicano le norme ordinarie anche per quanto riguarda la ven-
dita dei beni immobili e cessa, dalla data della dichiarazione del falli-
mento, l’applicazione delle disposizioni dell’art. 4, salvo quanto è dispo-
sto nell’art. 45, del primo comma, lettera d). [...]

200
5.
ORDINANZA DI POLIZIA DEL 1° DICEMBRE 1943
(O 30 NOVEMBRE)

Ministero dell’Interno
Telegramma circolare cifrato spedito ore 9 del 1°-12-1943
Precedenza assoluta

A tutti i capi delle Province

«Comunicasi, per la immediata esecuzione, la seguente ordinanza di


polizia che dovrà essere applicata in tutto il territorio di codesta provincia:

1° Tutti gli ebrei, anche se discriminati, a qualunque nazionalità appar-


tengano, e comunque residenti nel territorio nazionale debbono essere in-
viati in appositi campi di concentramento. Tutti i loro beni, mobili ed im-
mobili, debbono essere sottoposti ad immediato sequestro, in attesa di es-
sere confiscati nell’interesse della Repubblica Sociale Italiana, la quale li de-
stinerà a beneficio degli indigenti sinistrati dalle incursioni aeree nemiche.

2° Tutti coloro che, nati da matrimonio misto, ebbero in applicazio-


ne delle leggi razziali italiane vigenti, il riconoscimento di appartenenza
alla razza ariana, devono essere sottoposti a speciale vigilanza degli orga-
ni di polizia.
Siano per intanto concentrati gli ebrei in campi di concentramento
provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento specia-
li appositamente attrezzati.

IL MINISTRO
F.to Buffarini Guido»

201
6.
DECRETO LEGISLATIVO DEL DUCE
(4 GENNAIO 1944-XXII, N. 2)
NUOVE DISPOSIZIONI CONCERNENTI I BENI POSSEDUTI
DAI CITTADINI DI RAZZA EBRAICA

Il Duce della Repubblica Sociale Italiana capo del Governo


Decreta:

Art. 1 – I cittadini italiani di razza ebraica o considerati come tali ai sen-


si dell’art. 8 del decreto-legge 17 novembre 1938, n. 1728, ancorché ab-
biano ottenuto il provvedimento di discriminazione di cui all’art. 14 del-
lo stesso decreto-legge, nonché le persone straniere di razza ebraica, an-
che se non residenti in Italia, non possono nel territorio dello Stato:
a) essere proprietari, in tutto o in parte, o gestori, a qualsiasi titolo, di
aziende di qualunque natura, né avere di dette aziende la direzione, né
assumervi comunque l’ufficio di amministratore o di sindaco;
b) essere proprietari di terreni, né di fabbricati e loro pertinenze;
c) possedere titoli, valori, crediti e diritti di compartecipazione di
qualsiasi specie, né essere proprietari di altri beni mobiliari di qualsiasi
natura.

Art. 2 – I debitori di persone di razza ebraica, ed i detentori di beni di


qualsiasi natura appartenenti, in tutto o in parte, a persone di razza ebrai-
ca, devono presentare al Capo della Provincia competente per territorio,
in ordine di singoli beni, denuncia scritta dalla quale risultino: l’importo
dei debiti, il nome del creditore o del proprietario, la natura e l’ammon-
tare dei titoli e dei valori e la sommaria descrizione dei beni.
La denuncia deve essere fata entro 30 (trenta) giorni dalla data di ap-
plicazione del presente decreto e, per le obbligazioni sopravvenute, en-
tro trenta giorni dalla data in cui queste siano sorte o divenute liquide.
Sono tenuti alla denuncia di cui sopra le persone fisiche di naziona-
lità italiana, che hanno la residenza o il domicilio nel territorio dello Sta-
to e tutti gli enti di natura privata ivi comprese le società commerciali, le
associazioni e gli enti di fatto di nazionalità italiana, che hanno la loro se-
de principale nel territorio dello Stato.
Sono inoltre tenuti alla stessa denuncia, anche quando non ricorrono
le condizioni prevedute nel comma precedente, le persone fisiche o giu-

202
ridiche qualunque sia la loro nazionalità, per i beni appartenenti a per-
sone di razza ebraica, da esse detenuti nel territorio dello Stato, e per i
debiti verso dette persone, afferenti ad attività commerciali da esse ivi
esercitate.

Art. 3 – Le Amministrazioni dello Stato degli enti pubblici che siano de-
bitori di persone di razza ebraica e che detengano beni appartenenti a
persona di razza ebraica e qualunque autorità che comunque debba di-
sporre a favore delle persone stesse il pagamento di somme o la consegna
di beni, debbono darne immediata comunicazione scritta al Capo della
provincia competente ai sensi dell’art. 2, e tenere in sospeso i pagamenti
e le consegne in attesa del provvedimento da parte dello stesso Capo del-
la provincia.

Art. 4 – Gli istituti e le aziende di credito che hanno scomparti in impianti


fissi di sicurezza, dati in locazione a persone di razza ebraica, sono tenu-
ti a darne immediata notizia al Capo della provincia entro trenta giorni
dalla data di entrata in vigore del presente decreto.
Le disposizioni del presente articolo si applicano anche ad ogni spe-
cie di deposito chiuso esistente presso Istituti o aziende di credito ed in-
testato a persone di razza ebraica.
Dalla data di entrata in vigore del presente decreto, l’apertura degli
scomparti locati presso Istituti o aziende di credito di cittadini italiani di
razza ebraica, come il ritiro o l’apertura degli altri depositi chiusi intesta-
ti ai cittadini stessi, non può farsi se non nei modi stabiliti dal successivo
art. 10.

Art. 5 – È vietato alle persone di nazionalità italiana, le quali siano debi-


trici, a qualunque titolo, di somme di denaro verso persone di razza ebrai-
ca, ovunque queste si trovino, ovvero siano tenute alla consegna, a favo-
re di dette persone, di titoli, valori, ogni modo di adempimento delle ob-
bligazioni, in attesa di provvedimento di cui all’art. 8 del presente decre-
to.
È vietata del pari alle persone di nazionalità italiana la consegna di be-
ni, da esse detenuti appartenenti a persone di razza ebraica, salva la di-
sposizione di cui al citato articolo 8.
Eguale divieto si applica agli stranieri per i beni appartenenti a per-
sone di razza ebraica, da essi detenuti nel territorio dello Stato.
In attesa dei provvedimenti di cui all’art. 10 del presente decreto è
inoltre vietato di procedere all’apertura degli scomparti in impianti fissi
di sicurezza dati in locazione a persone di razza ebraica presso Istituti od
aziende di credito.

203
Art. 6 – È nullo qualsiasi atto concluso posteriormente alla data del 30
novembre 1943, che abbia per effetto il trasferimento di proprietà dei be-
ni appartenenti a persona di razza ebraica, ovvero la costituzione sui be-
ni stessi di diritti reali, od anche la locazione di tali beni con pagamento
anticipato del canone per oltre un anno.
Questa disposizione non si applica per gli atti compiuti dall’Ente di
Gestione e Liquidazione Immobiliare, né per i trasferimenti a causa di
morte per successioni apertesi prima dell’entrata in vigore del presente
decreto, né per quelli effettuati per ordine delle Autorità.
Su proposta dell’Intendente di Finanza, il Capo della provincia può
dichiarare nulle, con apposito decreto, le donazioni avvenute ai sensi
dell’art. 6 del decreto-legge 9 febbraio 1939, numero 126, nonché gli at-
ti di trasferimento di beni di pertinenza ebraica conclusi anteriormente al
1° dicembre 1943, qualora, da fondati elementi, le donazioni od i trasfe-
rimenti risultino fittizi e fatti al solo scopo di sottrarre i beni ai provvedi-
menti razziali.
Avverso il decreto del Capo della provincia è ammesso ricorso al Mi-
nistro dell’Interno entro trenta giorni da quello della notifica del decre-
to stesso.
Sui ricorsi della specie decide il Ministro dell’Interno, d’intesa con
quello delle Finanze, con provvedimento non soggetto ad alcun gravame,
né in via amministrativa, né in via giurisdizionale.

Art. 7 – I beni immobiliari e le loro pertinenze, i beni mobiliari, le azien-


de industriali e commerciali e ogni altro cespite esistente nel territorio
dello Stato, di proprietà dei cittadini di razza ebraica o considerati come
tali ai sensi della legge 17 novembre 1938, n. 1728, ancorché i cittadini
stessi abbiano ottenuto il provvedimento di discriminazione di cui all’art.
14 della legge citata nonché quelli di proprietà di persone straniere di raz-
za ebraica, anche se non residenti in Italia, sono confiscati a favore dello
Stato e dati in amministrazione all’Ente di Gestione e Liquidazione Im-
mobiliare. [...]

Quartier Gen., 4 gennaio 1944 – XXII


MUSSOLINI

204
7.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
DELLA COMMISSIONE PER LA RICOSTRUZIONE
DELLE VICENDE RELATIVE ALL’ACQUISIZIONE
DEI BENI DEI CITTADINI EBREI
DA PARTE DI ORGANISMI PUBBLICI E PRIVATI
(APRILE 2001)

Nello svolgimento dei lavori, la Commissione ha sempre avvertito la ne-


cessità di dare una misura quantitativa alle spoliazioni avvenute, nella con-
sapevolezza che qualunque disamina storico-politica, qualunque sempli-
ce anche se esaustiva ricostruzione normativa, qualunque analisi sia pure
minuta dei meccanismi delle spoliazioni sarebbero risultate certamente
utili ed importanti ma solo limitatamente sufficienti se non avessero con-
tribuito a dare dimensione ed uno spessore al danno subito da un gruppo
di italiani e di stranieri dolorosamente colpiti dalle «leggi razziali» italiane.
L’esigenza di dare un riscontro quantitativo al fenomeno indagato è
stata sollecitata d’altra parte dalla impressionante vastità delle spoliazio-
ni, avvenute nell’arco di ben sette anni, dovute a disposizioni legislative
nettamente differenziate dei due periodi 1938-1943 e 1943-1945 e co-
munque decisamente più gravi nel secondo periodo.
Analizzando sinteticamente le varie tipologie di spoliazione ed una se-
rie di risvolti economici della legislazione persecutoria, la Commissione
ha considerato rilevanti ai fini della propria indagine:
– le varie limitazioni di proprietà stabilite dalla legislazione 1938-1939
con il conseguente esproprio da parte dello Stato delle quote «eccedenti»;
– i sequestri avvenuti in base all’ordinanza del 30 novembre 1943, n.
5, di Buffarini Guidi;
– le confische di tutti i beni mobili ed immobili conseguenti al decre-
to del duce del gennaio 1944;
– i furti, i saccheggi, le razzie avvenuti in varie parti del Paese e ai po-
sti di frontiera;
– il danno economico gravissimo per gli ebrei costretti a vivere in clan-
destinità per sfuggire alla deportazione;
– l’incalcolabile danno derivante dalle progressive limitazioni al lavo-
ro ed alle attività professionali e imprenditoriali.
Era giusto e doveroso tenere presente, nel corso della ricerca, il qua-
dro generale dei danni derivanti dal complesso di questo sistema perse-
cutorio.

205
Su alcuni di questi aspetti significativi riferimenti precisi sono conte-
nuti nei vari capitoli del Rapporto, ma in questa sede è apparso comun-
que opportuno fornire un quadro minimo essenziale.
Per i beni eccedenti confiscati in base alla legge del 1939, indicazioni
sufficientemente precise si rilevano dalla documentazione dell’Egeli. Il
bilancio della gestione beni ebraici 1939, allegato alla relazione del 1945,
informava che il conto degli immobili trasferiti all’Egeli ammontava com-
plessivamente a £. 55.454.680,44.
Di non facile quantificazione sono i beni sottratti in forza di decreti
emanati dai capi delle province a seguito dell’ordinanza del 30 novembre
1943. In molti casi – salvo che per quella parte di beni assegnata, in alcu-
ne città, alle banche delegate dall’Egeli e gestita quindi da quelle in regi-
me sequestratario – si ebbe una gestione diretta o indiretta dei beni da
parte dell’autorità prefettizia, spesso al di fuori di precisi meccanismi pro-
cedurali. Questo fenomeno interessò diverse province ed è ampiamente
trattato in modo particolare nel capitolo su Firenze.
Nella prospettiva segnalata, maggiore rilievo assumono i riferimenti
quantitativi rilevati nella serie archivista Servizio beni ebraici del Mini-
stero delle finanze e di cui si fa cenno nei capitoli «Fonti archivistiche» e
«Banche dati elaborate presso l’Archivio centrale dello Stato». Utilizzan-
do i ragionamenti svolti in questa sede può fondamentalmente ritenersi
che i decreti di confisca siano stati, come risulta da una relazione
dell’Egeli, almeno 7.847. Dalla schedatura analitica di 7.187 decreti re-
periti risulta che l’operazione di confisca coinvolse 46 province, non me-
no di 8.000 cittadini e 230 ditte. Mancano i dati quantitativi dei 660 de-
creti non trovati.
Solo pochi decreti contengono riferimenti puntuali al valore dei beni
e non è stato possibile pertanto elaborare una quantificazione attendibi-
le del patrimonio confiscato e del conseguente danno. La relazione al bi-
lancio dell’Egeli del 1945, infatti, non riporta il valore dei beni, ma solo
calcoli relativi ai costi e ricavi derivanti dalla gestione. Può essere peral-
tro indicativa a questo proposito la relazione del ministro delle Finanze
al duce del 12 marzo 1945. Questa forniva dati sul valore dei beni confi-
scati alla data del 31 dicembre 1944, quando l’invio dei decreti non era
ancora ultimato e anzi mancavano molte province tra quelle più impor-
tanti per numero di ebrei e per beni da essi posseduti, «a causa della com-
plessità dei relativi accertamenti ai quali si stava peraltro provvedendo
con la maggiore possibile accortezza e urgenza». Si precisava che, per
quanto riguarda il valore dei beni confiscati, lo stesso poteva essere pre-
cisato solo per alcune categorie mentre per altre, pur totalizzanti impor-
ti ingenti (mobilio, preziosi, biancheria, merci varie), dati sicuri poteva-
no essere ottenuti solo in fase di realizzo.

206
Limitatamente alle confische eseguite fino alla fine del 1944, i depo-
siti bancari in contanti ammontavano comunque all’importo complessi-
vo di £. 75.089.047,90; i titoli di Stato a £. 36.396.831 (valore nominale);
i titoli industriali e diversi, valutati secondo il listino di fine dicembre, a
£. 731.442.219. I beni immobili erano stati valutati in base ai criteri sta-
biliti ai fini dell’imposta sul patrimonio comportando, per i terreni, un to-
tale di £. 855.348.608 e per i fabbricati di £. 198.300.0031.
Non è invece quantificabile il danno subito a seguito di furti e sac-
cheggi. Nel Rapporto è stato inserito un capitolo su questo argomento,
ma senza alcuna pretesa di pervenire ad una valutazione quantitativa og-
gettivamente impossibile. Tenendo conto delle varie testimonianze rac-
colte, considerato che praticamente tutti gli ebrei furono costretti ad ab-
bandonare le proprie case, valutato che taluni fiduciari non si rivelarono
tali concorrendo all’opera di razzia, è realistico ritenere che il fenomeno
assunse una dimensione assai vasta.
Al di là dei richiami normativi sui divieti di attività lavorativa, la Com-
missione non è stata in grado di quantificare i risvolti economici indotti
dalle disposizioni in materia anche perché, nello specifico, non si con-
cretava una forma di spoliazione di beni in senso stretto. Sarebbe risul-
tato d’altra parte difficile pervenire ad una quantificazione complessiva
del danno, ma appare assolutamente ovvio ritenere che questo fu ingen-
tissimo poiché vennero meno le primarie fonti di reddito.
La Commissione ha ritenuto di completare il proprio lavoro formu-
lando indicazioni sulla successiva fase di restituzione dei beni. Se com-
plessa e di non facile ricostruzione è stata la fase delle spoliazioni, ancor
meno agevole è stata ed è una ricostruzione completa della fase delle re-
stituzioni. A fronte, infatti, dell’imponente numero dei decreti di confi-
sca sono stati rinvenuti solo pochi corrispondenti verbali di restituzione.
Le restituzioni sono avvenute in seguito a singoli decreti di revoca o sul-
la base di disposizioni di carattere generale. Manca comunque una serie
archivistica organica che attesti l’avvenuta restituzione dei beni confisca-
ti o sequestrati che – in base alle disposizioni normative – doveva avve-
nire su domanda dell’interessato.
Indicazioni generali sulla restituzione dei beni risultano dalla docu-
mentazione dell’Egeli. Nel Rapporto questo aspetto è stato affrontato in
un capitolo «L’abrogazione delle leggi razziali: l’Egeli e le restituzioni».
In una delle appendici allegate al Rapporto si è ritenuto di inserire anche

1 Va rilevato che la relazione segnala 6.768 decreti «ripartiti come appresso: be-

ni immobili e mobili n. 2.590 decreti; deposti presso terzi, n. 2.996 decreti; azien-
de, n. 182 decreti» cioè, in totale, 5.768 decreti (esiste evidentemente una differenza
nei totali).

207
un elenco di restituzioni dei saldi attivi di gestione, pur nella consapevo-
lezza del suo carattere parziale e, quindi, meramente esemplificativo.
Tuttavia per poter compiutamente riferire sul tema delle restituzioni
si dovrebbe ricostruire la situazione dei beni sequestrati, per i quali le
fonti individuate consentono di avviare una sia pur parziale indagine; co-
noscere il destino dei beni asportati con la forza o rubati; si dovrebbe il-
luminare la vicenda dolorosa di beni appartenuti a deportati, vittime di
eccidi e che non ebbero la possibilità di reclamare direttamente la resti-
tuzione; si dovrebbe approfondire il capitolo delle difficoltà con cui i le-
gittimi proprietari poterono rientrare in possesso dei beni in presenza di
un apparato pubblico e di una burocrazia che non sempre compresero la
eccezionalità e la gravità della vicenda delle spoliazioni; si dovrebbe per
contro approfondire quale peso ebbe il ricorso a forme risarcitorie di ca-
rattere generale come, ad esempio, i risarcimenti per danni di guerra.
La legislazione restitutoria, riparatoria e risarcitoria dell’immediato
dopoguerra fu sufficientemente tempestiva, ma non esente da gravi limi-
ti, come ad esempio nel caso del dcps 11 maggio 1947, n. 364 («Succes-
sione delle persone decedute per atti di persecuzione razziale dopo l’8
settembre 1943, senza lasciare eredi successibili») che si rivelò di fatto di
assai difficile applicazione. Nel 1955 verranno estese ai perseguitati raz-
ziali le provvidenze stabilite a favore dei perseguitati politici mentre con
1. 16 gennaio 1978, n. 17, si stabilisce che la «qualifica di ex-perseguita-
to razziale compete anche ai cittadini italiani di origine ebraica che, per
legge oppure in base a norme e provvedimenti amministrativi anche dal-
la RSI intesi ad attuare discriminazioni razziali, abbiano riportato pre-
giudizio fisico o economico o morale. Il pregiudizio morale è comprova-
to anche dalle avvenute notazioni di ‘razza ebraica’ sui certificati anagra-
fici»; peraltro ciò concerneva le persone e non i loro beni.
Nonostante le richiamate difficoltà; nonostante le accertate lungaggi-
ni; nonostante le interpretazioni spesso restrittive delle norme giuridiche
da parte degli organi consultivi; nonostante gli inevitabili contenziosi nei
casi in cui i beni immobili erano stati alienati, si ha motivo di ritenere che
l’opera di restituzione dei beni a favore di beneficiari non scomparsi in
deportazione fu quasi sempre completa per gli ex perseguitati che si atti-
varono in tal senso e limitatamente ai beni che non andarono razziati, di-
spersi o distrutti.
La mancata restituzione dei beni riguardò soprattutto quelli non re-
clamati dagli aventi diritto o dai loro eredi. In ciò influirono verosimil-
mente: l’ignoranza di proprietà appartenenti a parenti uccisi in deporta-
zione; l’espulsione o l’emigrazione di ebrei che non ebbero più occasio-
ne o motivo per curare i propri interessi; il peso della tragedia sofferta che
influenzò negativamente l’azione di recupero di beni materiali. Questa fa-

208
scia di mancate restituzioni non fu certo secondaria ma, in ogni caso, per
quante restituzioni poterono avvenire, esse non annullarono le conse-
guenze economiche delle limitazioni di proprietà e delle spoliazioni ma
ancor più le sofferenze morali che ad esse si accompagnarono.
È certo, comunque, che, proprio a seguito del lavoro svolto dalla
Commissione e dopo aver individuato alcune precise linee di ricerca, una
ricognizione più attenta di fatti e circostanze fino ad ora sconosciuti po-
trebbe consentire di raggiungere su questo argomento elementi conosci-
tivi più certi e definiti.
A questo riguardo, rinviando al Rapporto generale per un quadro più
dettagliato, la Commissione ritiene utile fornire una sintesi esemplifica-
tiva.
Le proprietà espropriate in base alla legge del 1939 vennero retroces-
se ai proprietari o, comunque, si addivenne a una definizione del con-
tenzioso.
Relativamente ai beni sequestrati e confiscati nel 1943-1945, la cui re-
stituzione fu affidata all’Egeli anche per la parte dei beni sequestrati, ri-
mane da approfondire l’indagine per i beni sequestrati con gestione extra
Egeli. È stata accertata, nel complesso, la mancata restituzione di un grup-
po di beni mobili (gioielli, libretti di risparmio, certificati azionari, ecc.)
per un valore complessivo di almeno £. 2.095.498 (anni 1943-1944), suc-
cessivamente incamerati dallo Stato o, qualora non aventi più valore, di-
strutti. È stata inoltre evidenziata una questione concernente beni confi-
scati rimasti in deposito presso le banche, analizzata nel capitolo «L’abro-
gazione delle leggi razziali: l’Egeli e le restituzioni» e in quello relativo
all’«Indagine nel settore bancario». Nello scarso carteggio dell’Egeli si
menzionano un ammontare di «circa £. 4.000.000» di depositi di denaro e
titoli di Stato e «n. 6.550 azioni industriali di valore imprecisato» già og-
getto di confisca e «non reclamati» (con riferimento, parrebbe, al 1950) dai
proprietari ebrei e detenuti dalle banche: al riguardo è necessario un ap-
profondimento che possa comportare una compiuta ricostruzione delle
successive evoluzioni della vicenda.
Sempre relativamente ai beni immobili e mobili sequestrati e confi-
scati nel 1943-1945, non è stato possibile quantificare l’ampiezza e il va-
lore delle incompletezze nelle restituzioni: case rese senza mobilia, mo-
bilia resa senza contenuto, oggetti di ogni tipo scomparsi, distrutti o de-
teriorati, beni venduti all’epoca a valori di stima assai ribassati, ecc.
Per tutti i beni gestiti, l’Egeli dopo la guerra ha chiesto ai perseguita-
ti il pagamento delle spese di gestione sostenute dagli istituti gestori, de-
stando le vivaci rimostranze dei perseguitati.
È stata accertata la vendita all’asta da parte dell’Arar (Azienda rilievo
alienazione residuati) a beneficio dello Stato di oggetti d’argento per va-

209
rie centinaia di chilogrammi, compreso almeno un gruppo di oggetti
asportati a un ebreo.
Si è riscontrata una generale mancanza di documenti relativa ai beni
sequestrati nelle dogane a ebrei che lasciavano la penisola.
Gli elementi raccolti indicano che non vi furono polizze che siano sta-
te liquidate (nel loro valore intero o di riscatto), forzosamente e definiti-
vamente all’Egeli o ad altri enti della RSI. Nel capitolo sull’«Indagine nel
settore delle assicurazioni» si illustra dettagliatamente la questione di po-
lizze-vita non liquidate ai legittimi beneficiari.
Non è stata condotta un’indagine sistematica sull’eventuale presenza
nei musei pubblici e privati di opere d’arte asportate a ebrei. La Com-
missione interministeriale per il recupero delle opere d’arte ha assicura-
to che di tale eventualità non vi è alcuna attestazione nella propria docu-
mentazione («archivio Siviero»).
Oltre agli auspicati approfondimenti rimangono da accertare due si-
tuazioni particolari: quella dei depositi presso la Cassa depositi e presti-
ti, «non reclamati» da ebrei, o loro eredi, deportati o emigrati e quella del
risparmio postale.
In stretta aderenza con quanto sopra posto in evidenza, sensibile al-
tresì alla necessità di dare una continuità ed una prosecuzione futura al
proprio lavoro, la Commissione auspica che il Governo e, anche attra-
verso di esso, organismi pubblici e privati forniscano ulteriori contributi
conoscitivi alla vicenda delle spoliazioni e al significato storico e morale
che essa ha avuto.

La Commissione raccomanda in particolare:

a) In materia di archivi
1. Che l’Archivio costituito presso la Commissione venga conservato
unitariamente presso l’Archivio centrale dello Stato e posto celermente
in consultazione favorendone quanto più possibile l’accesso agli interes-
sati e agli studiosi.
2. Che le Soprintendenze archivistiche curino che i responsabili degli
Archivi pubblici e privati evitino di scartare documentazione concernen-
te aspetti anche minori o semplicemente amministrativi della persecuzio-
ne degli ebrei o documentazione concernente altre minoranze anche se
non perseguitate, favorendone la consultazione nello spirito delle nuove
norme sulla protezione dei dati personali.

b) In materia di ricerche
Premesso che la Commissione ha cercato di fornire un quadro cono-
scitivo ampio e notevolmente articolato, resta sempre augurabile arric-

210
chire questo quadro approfondendo singoli settori di interesse nel solco
e utilizzando le piste di ricerca già aperte dalla Commissione. Si racco-
manda in particolare:
1. Che il Governo affidi ad un ufficio della Presidenza del Consiglio
l’incarico di dare continuità al lavoro della Commissione:
– raccogliendo documenti, corrispondenza e quanto perverrà ancora
all’attenzione della Commissione dopo che la stessa avrà ufficialmente
chiuso i propri lavori;
– mantenendo i rapporti con le amministrazioni dello Stato e con gli
organismi pubblici e privati già a suo tempo interessati al lavoro della
Commissione per integrare le informazioni acquisite (pubbliche ammini-
strazioni, banche, assicurazioni) ovvero attraverso supplementi di inda-
gine per i quali appaiono tuttora necessari taluni approfondimenti (risar-
cimento danni di guerra, risparmio postale e depositi presso la Cassa de-
positi e prestiti, investimenti azionari);
– promovendo una indagine più circoscritta su quanto è accaduto ai
beni degli ebrei nelle varie regioni dell’area mediterranea che tra il 1938
e il 1943 erano sotto il controllo italiano.

c) In materia di risarcimenti individuali


1. Che il Governo, anche alla luce delle risultanze emerse dal lavoro
della Commissione e secondo modalità che riterrà più opportune, renda
sollecitamente possibili i risarcimenti individuali alle vittime di sequestri,
confische e furti avvenuti negli anni 1938-1945 e nell’ambito della perse-
cuzione antiebraica. E ciò in collegamento con i beneficiari aventi titolo
e gli organismi che li rappresentano.

d) In materia di conservazione della memoria e di promozione educativa


1. Che le istituzioni pubbliche e private operanti nel settore culturale
e scientifico sviluppino la ricerca storica sulla persecuzione antiebraica
fascista e nazista in Italia;
2. Che il Governo, avvalendosi anche di strutture pubbliche e priva-
te già operanti in questo campo:
– sostenga esperienze didattiche e divulgative su tale tema ampliando
questi interventi ai temi del genocidio e del razzismo dell’età contempo-
ranea;
– sostenga tutte le iniziative che, anche attraverso la conservazione
della memoria delle vittime della Shoà in Italia, operano per creare una
coscienza civile ed una attitudine permanente e consapevole al rispetto
dei diritti personali e sociali.
Indici
Indice dei nomi*

Alfieri, Dino, 64, 123. Bonaventura, Enzo, 89, 92.


Almagià, Roberto, 89. Bosshammer, Friedrich, 141, 154.
Almirante, Giorgio, 64. Bottai, Giuseppe, 60, 64, 69-70, 90.
Ansaldo, Giovanni, 102. Buffarini Guidi, Glauco, 131.
Anselmi, Tina, 159-160. Buffarini Guidi, Guido, 63, 65, 93,
Arias, Emilio, 133-134. 105, 113, 129-131, 142, 154.
Arias, Gino, 18, 90. Burgio, Alberto, 5.
Arias, Roberto, 133-134.
Ascarelli, Tullio, 89. Camis, Mario, 90.
Ascoli, Alberto, 90. Cammeo, Federico, 89.
Ascoli, Amelia, 134. Cantoni, Raffaele, 110.
Ascoli, Guido, 89. Capogreco, Carlo Spartaco, 106, 108.
Ascoli, Maurizio, 90. Carlo Alberto di Savoia, 10.
Azzariti, Gaetano, 75. Castelnuovo-Tedesco, Mario, 92.
Catalan, Tullia, 12.
Bachi, Riccardo, 90. Cattaneo, Carlo, 4.
Bachi, Roberto, 90. Cavaglion, Alberto, 12.
Balloni, Federica, 103. Cavarocchi, Francesca, 67.
Beck, Jósef, 103. Chiurco, Giorgio Alberto, 33-35.
Belisha, Hore, 103. Churchill, Winston, 103.
Biggini, Carlo Alberto, 130. Ciano, famiglia, 102.
Bittanti-Battisti, Ernesta, 84. Ciano, Galeazzo, 79, 98, 122-123.
Blum, Léon, 44, 103. Cipriani, Lidio, 31-32, 34-35.
Bocchini, Arturo, 105. Coda, Maria, 136.
Bon, Silva, 67, 94. Coppola, Francesco, 18-19.

* L’Indice non presenta i nomi contenuti nella Bibliografia ragionata e nell’Ap-


pendice.

215
Curiel, Riccardo, 16. Gabrielli, Gianluca, 33, 35-36.
Cutelli, Stefano Maria, 64. Ganapini, Luigi, 127.
Ginzburg, Leone, 110.
Dalla Costa, Elia, cardinale, 149. Ginzburg, Natalia, 110.
Dallera, Emilia, 136. Globocnik, Odilo, 141.
D’Ancona, Paolo, 89. Grandi, Dino, 25.
Dannecker, Theo, 141. Graziani, Alessandro, 89.
De Benedetti, Santorre, 89.
De Felice, Renzo, 3, 125, 131-132. Harster, Wilhelm, 139.
Del Boca, Angelo, 36. Herlitzka, Amedeo, 90.
Del Vecchio, Ettore, 89. Herzl, Theodor, 15-16.
Del Vecchio, Giorgio, 89. Himmler, Heinrich, 26, 123-125,
Del Vecchio, Gustavo, 90. 139, 146.
Di Porto, Valerio, 77. Hitler, Adolf, 30, 102, 110.
Donati, Benvenuto, 89. Hoess, Rudolf, 154.
Donati, Mario, 90. Hofer, Franz, 140.
Dreyfus, Alfred, 6, 16, 18.
Drumont, Edouard, 18. Interlandi, Telesio, 52, 57, 64.
Ipsen, Carl, 28.
Eden, Anthony, 103.
Eichmann, Adolf, 141.
Kappler, Herbert, 141.
Eisenstein, Maria, 109.
Klinkhammer, Lutz, 139.
Enriques, Federico, 89.
Korherr, Richard, 25-26.
Evola, Julius, 47-48, 59.

Falco, Giorgio, 89. Labanca, Nicola, 36.


Falco, Mario, 89. Landra, Guido, 63.
Fanno, Marco, 90. Lattes, Dante, 16.
Fano, Gino, 89. Le Pera, Antonio, 65.
Farinacci, Roberto, 49, 98. Levi, Alessandro, 89.
Federzoni, Luigi, 19. Levi, Beppo, 89.
Finzi, Emilio, 89. Levi, Fabio, 67, 94.
Finzi, Marcello, 89. Levi, Giuseppe, 90.
Finzi, Roberto, 92. Levi, Mario Attilio, 89.
Fishman, Daniel, 87. Levi, Primo, 80, 138, 146, 161.
Foà, Bruno, 90. Levi, Primo, l’Italico, 18.
Foà, Carlo, 90. Levi Civita, Tullio, 89.
Foa, Vittorio, 83. Liebmann, Enrico Tullio, 89.
Formiggini, maestro, 88. Limentani, Ludovico, 89.
Formiggini, Angelo, 84. Liuzzi, Guido, 46.
Forti, Ugo, 89. Lombroso, Ugo, 90.
Franco, Enrico Emilio, 90. Longanesi, Leo, 57.
Fubini, Guido, 12, 89, 91. Ludwig, Emil, 21.
Fubini, Mario, 89. Luzzatti, Luigi, 8.
Fubini, Renzo, 90. Luzzatto, Amos, 164.
Fusina, Matteo, 133. Luzzatto, Gino, 89.

216
Maccari, Mino, 57. Pirelli, Alberto, 122-123.
Maglione, Luigi, cardinale, 123. Pisa, Vittorio, 82.
Maiocchi, Roberto, 29, 38. Poliakov, Léon, 106.
Malaparte, Curzio (pseud. di Curzio Pontecorvo, Bruno, 91.
Suckert), 122. Preziosi, Giovanni, 21, 47-50, 52, 59,
Maroni, Arturo, 89. 103, 128, 130-131.
Matteotti, Giacomo, 52.
Maurogonato, Isacco, 8. Racah, Giulio, 89.
Mazzamuto, Salvatore, 163. Rainer, Friedrich, 140.
Miccoli, Giovanni, 6, 96-97. Rattazzi, Urbano, 12-13.
Milano, Attilio, 4. Ravà, Adolfo, 89.
Minghetti, Marco, 8. Ravà, Renzo, 89.
Momigliano, Arnaldo, 7, 89, 92. Ravenna, Ettore, 90.
Momigliano, Attilio, 89. Revelli, Nuto, 122.
Momigliano, Eucardio, 6, 162. Rieti, Vittorio, 92.
Mondaini, Gennaro, 37. Romanini, Alfredo, 53.
Mondolfo, Rodolfo, 89, 92. Roosevelt, Franklin Delano, 50, 103.
Morel, Giuliana, in Baquis, 136. Rosenberg, Alfred, 124.
Mortara, Giorgio, 90. Rossi, Bruno, 89.
Musatti, Cesare, 89.
Mussolini, Benito, 21, 25-26, 40-42, Sacerdote, Cesare, 90.
45, 49, 52, 58, 60, 68, 73, 78-79, 82, Sacerdoti, Giancarlo, 88.
98, 103-104, 110, 118, 121, 123- Sarfatti, Michele, 4, 65, 67.
124, 127, 131. Segre, Beniamino, 89.
Segre, Emilio, 89, 91.
Nathan, Ernesto, 8. Servadio, Emilio, 92.
Nelli, Guido, 90. Sonnino, Sidney, 8.
Nissim Momigliano, Luciana, 80-81. Spengler, Oswald, 26.
Starace, Achille, 90.
Onofri, Nazario Sauro, 93.
Orano, Paolo, 19, 42-47, 54. Tagliacozzo, Mario, 81.
Oriani, Alfredo, 19. Tedesco, Giorgio, 89.
Ovazza, Ettore, 44, 46-47. Terni, Tullio, 90.
Terracini, Alessandro, 89, 91.
Pacifici, Adolfo, 17. Terracini, Benedetto, 89.
Paggi, Mario, 110. Toscano, Mario, 9, 152, 155.
Pasqualigo, Francesco, 8. Treves, Renato, 92.
Pende, Nicola, 29-30.
Piazza, Francesco, 7. Violante, Luciano, 78.
Pincherle, Alberto, 89. Vitale, Massimo Adolfo, 154.
Pincherle, Bruno, 110. Viterbo, Carlo Alberto, 110.
Pincherle, Maurizio, 90. Vitta, Cino, 89.
Pio XI, papa, 96, 98-100. Vittorio Emanuele III, re d’Italia, 78.
Pio XII, papa, 122, 149. Voigt, Klaus, 69, 100, 155.
Pirandello, Luigi, 52. Volli, Ugo, 110.

217
Volterra, Edgardo, 110. Washington, Giorgio (George), 50.
Volterra, Edoardo, 89.
Volterra, Enrico, 91. Zamboni, Guelfo, console, 119.
Volterra, Ezio, 110. Zamorani, Vittore, 90.
Indice del volume

1. Ebrei e antisemitismo tra emancipazione,


nazionalismo e fascismo 3

2. Razzismo anticoloniale e antisemitismo 22

3. La campagna contro gli ebrei.


Prima fase: la propaganda 40

4. La campagna contro gli ebrei. Seconda fase:


dal censimento alle leggi razziste 58

5. Le leggi contro gli ebrei e la società italiana 80

6. La guerra e l’ulteriore progressione


dell’emarginazione degli ebrei 102

7. Continuità e salto di qualità: l’occupazione tedesca


e la Repubblica sociale italiana 126

8. Il bilancio della tragedia.


Gli ebrei in Italia dopo il 1945 151

219
Bibliografia ragionata 167
1. Per la storia degli ebrei in Italia, p. 167 - 2. Alle origini di
una questione razziale in Italia, p. 168 - 3. Il fascismo e gli ebrei
dalle origini agli anni Trenta, p. 170 - 4. L’impero, la lotta al
meticciato e le prime leggi razziste, p. 171 - 5. La campagna
contro gli ebrei, p. 172 - 6. Le leggi contro gli ebrei. La prima
fase della persecuzione (1938-1943), p. 173 - 7. L’occupazione
tedesca, la Repubblica sociale italiana e la «soluzione finale» in
Italia, p. 178 - 8. La memorialistica ebraica, p. 182 - 9. Dopo il
1945, p. 183

Appendice 185
1. Dichiarazione sulla razza del Gran Consiglio del Fascismo del
6-7 ottobre 1938, p. 187
2a. Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista
(RDL 5 settembre 1938-XVI, n. 1390), p. 190
2b. Integrazione e coordinamento in unico testo delle norme già
emanate per la difesa della razza nella scuola italiana (RDL 15
novembre 1938-XVII, n. 1779), p. 191
3. Provvedimenti per la difesa della razza italiana (RDL 17 no-
vembre 1938-XVII, n. 1728), p. 193
4. Norme relative ai limiti di proprietà immobiliare e di attività
industriale e commerciale per i cittadini italiani di razza ebraica
(RDL 9 febbraio 1939-XVII, n. 126), p. 198
5. Ordinanza di polizia del 1° dicembre 1943 (o 30 novembre),
p. 201
6. Decreto legislativo del duce (4 gennaio 1944-XXII, n. 2). Nuo-
ve disposizioni concernenti i beni posseduti dai cittadini di raz-
za ebraica, p. 202
7. Considerazioni conclusive della Commissione per la ricostru-
zione delle vicende relative all’acquisizione dei beni dei cittadi-
ni ebrei da parte di organismi pubblici e privati (aprile 2001), p.
205

Indice dei nomi 215