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Teresa

Trova come punto in comune che tendiamo a pensare che la nostra idea è la
migliore è quella valida e se non viene accettata la molliamo, boicottiamo
denigriamo gli altri e non lo nascondiamo siamo abbastanza plateali. Ci ritiriamo

Rapporto con l’autorità ambiguo: odio i capi e allo stesso tempo voglio essere
riconosciuta.

Mi sento di fondo inadeguata, non ho una dinamica di essere perfetta.

Simone
Mi ci vuole per riconoscere che voglio essere visto dal padre soprattutto quando
questo richiede un compromesso mi arrabbio

Ho una aggressività somatica quando sento l’ingiustizia

Sento come tutti che noi abbiamo più ragione degli altri

Non voglio fare tutto da solo cerco di utilizzare la competenza dell’altro. Lo


scotto che hai da pagare quando utilizzi gli altri è che poi ti ricattano, ti fanno
incazzare e quindi ho dei cadaveri sul groppone. Il film è mio e forse questo può
falsare un po’ la cosa. Quando non so le cose e devo sfruttare le loro competenze
sono costretto a mangiare merda. (Quindi c’è sempre una dinamica di potere).
Ho un potere carismatico che uso e che però fanno presto a togliermi, ho capacità
di coinvolgere le persone su tematiche che hanno a che fare con le tematiche di
ingiustizia.

Mi ricordo che ero invidioso dei cagnolini quando ero piccolo.


C’è uno squilibrio tra il sentire troppo e non sentire. Questo non permette di
vedere la realtà bene e mandi dei messaggi confusi agli altri, non ci si può fidare
(teresa).
Il problema dei quattro è che pretendono che gli altri sentano quello che lui sta
sentendo. È una costrizione.

Luciana
Quello che mi riconosco è che ho una aspettativa molto alta, tutto deve essere
perfetto. Se non raggiungo questo target di perfezione allora niente e mollo.
Avrei potuto fare qualunque cosa con la mia energia e la mia seduzione.
Non sostengo il successo, la realizzazione, la frustrazione di non essere perfetto,
non sostengo la perfezione di essere imperfetta. Non riconosco la mia
imperfezione e proietto la perfezione nell’altro.

marco
Un dovere essere interno che è una aspettativa, che mi chiede di essere come
sono ma in realtà .
Mia madre è presente il tema che mamma non ce la faceva, e quindi io ero vorace,
ferivo la tetta di mamma e quindi non sono stato allattato. Da questo nel tempo si
è sviluppata una mia identificazione verso il paterno, io mi sento colpevole per la
mia voracità e devo essere forte per reggere la mia cattiveria e il fatto che non ce
la fa e la devo reggere, mia mamma non mi ha detto devi essere migliore, ma mi
ha chiesto di essere forte. Mi sono sempre sentito emotvo e empatico ma quello
che mi è sempre mancato è il condividere, il mettere in relazione con l’altro
l’emozione. È un problema di livello sociale. È una incapacità di renderlo
comunicazione. Mi succede che ho una sfiducia di base che gli altri possano stare
con il mio dolore.
C’è un desiderio di appartenenza al gruppo.

Erica
Ho sempre pianto, solo oggi con il distacco sto smettendo di piangere. Sono
sempre stata in contatto con il dolore quando non mi distaccavo entrando in
contatto con il corpo. Il distacco è uno strumento che mi serve per uscire dal
dolore.