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R. Froldi - Lezioni di tossicologia forense, Giappichelli, Torino,


2011

Tossicologia forense (Università degli Studi di Macerata)

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TOSSICOLOGIA FORENSE
Capitolo I, paragrafo 1

Compiti e finalità della tossicologia forense

Il compito specifico della tossicologia forense è quello di studiare il rapporto tra uomo ed agente
tossico in relazione all’applicazione di specifici disposti di legge attraverso l’identificazione e la
valutazione delle sostanze tossiche in riferimento a peculiari fattispecie giuridiche.

Il campo applicativo della disciplina è limitato dall’aggettivazione “forense”, che circoscrive ogni
attività legata all’individuazione di sostanze tossiche al fatto che debba essere compiuta a fini di
giustizia per dare corretta applicazione tecnica a disposti di legge.

Nell’ambito della tossicologia forense possono essere distinti due momenti ben precisi:
a) l’indagine di laboratorio che porta all’acquisizione qualitativa e quantitativa del dato analitico;
b) l’interpretazione e motivazione del dato.

L’opera del tossicologo forense non si deve ritenere conclusa con l’esecuzione pura e semplice delle
analisi. Egli deve valutare, ai fini della rilevanza giuridica, l’eventuale dato prodotto dalla sostanza
tossica.

Emerge con evidenza la natura interdisciplinare della tossicologia forense, che deve attingere le vaste
conoscenze necessarie in campi diversi che vanno dalla chimica, alla farmacologia, alla biologia, alla
medicina e al diritto.

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Capitolo I, paragrafo 2

La responsabilità professionale del tossicologo forense

La figura del tossicologo forense non si identifica in un professionista che abbia acquisito un
titolo al termine di uno specifico percorso di studi o dopo aver superato un esame di abilitazione
all’esercizio professionale.

L’identificazione del tossicologo forense avviene sostanzialmente in relazione al tipo di attività che
svolge.

Vi è quindi da capire come agisca la responsabilità professionale del tossicologo forense.

In sede penale, la responsabilità professionale del tossicologo forense attiene alla sua qualifica di
perito o di consulente tecnico. Le ipotesi di reato riguardano una responsabilità esclusivamente per
dolo e non sono previste ipotesi colpose.

Difficile è valutare la responsabilità civile di comportamenti peritali e di consulenza in ambito


penale improntati a colpa con danno di una parte.

Altro problema, non risolto, nasce in merito alla custodia dei reperti. Il tossicologo forense si trova
spesso ad essere responsabili della loro custodia per tempi non definiti, dovendo affrontare notevoli
difficoltà logistiche.

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VELENO ED AVVELENAMENTO
Capitolo 2, paragrafo 2

Il concetto di veleno

Secondo alcune scuole medico-legali, si può definire veleno ogni sostanza che, introdotta
nell’organismo, cagiona malattia ed eventualmente la morte con meccanismo chimico o biochimico.

Altri autori introducono anche la limitazione che, per essere definito veleno, la sostanza debba agire
in dosi relativamente piccole.

Queste indicazioni di carattere restrittivo sono legate al dettato del codice penale, che considera il
veneficio sotto il profilo delle circostanze aggravanti dell’omicidio colposo in riferimento
all’insidiosità del mezzo. Un veleno ha, infatti, il compito di essere dissimulato nel momento in cui
viene introdotto nel corpo umano.

N.B. Il termine “veleno” non esprime un concetto assoluto, non essendo individuabile alcuna
sostanza che possa in ogni circostanza agire come tale. Non esistono infatti sostanze che abbiano di
per sé la capacità di nuocere!

L’evidente condizione che obbliga nel campo delle scienze medico-forensi ad operare su un evento
già accaduto rende la ricerca della definizione del veleno meno importante, in quanto l’interesse
principale risiede nel valutare l’effetto dell’azione tossica, cioè l’avvelenamento.

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Capitolo 2, paragrafo 3

Il veneficio

Il codice penale individua il veneficio come concetto giuridico nel momento in cui fra le
circostanze aggravanti dell’omicidio considera il caso in cui sia adoperato « un mezzo venefico od un
altro mezzo insidioso » {art. 576 c.p.} e reputa un’aggravante il fatto che un qualsiasi omicidio sia
commesso « col mezzo di sostanze venefiche ovvero con altro mezzo insidioso » {art. 577 c.p.}.

La gravità non deriva tanto dalle caratteristiche proprie del “mezzo venefico” o delle “sostanze
venefiche”, ma dalle modalità d’uso, che debbono essere tali da rendere il veleno difficile da evitare
da parte della vittima, come difficile da scoprire.

Il veneficio nel codice penale in vigono non rappresenta quindi un ipotesi di reato a se stante, ma
soltanto un’aggravante dell’omicidio.

Alcuni codici penali del 1800, come quello sardo del 1859, prevedevano invece il veneficio come
reato tipico.

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TOSSICOLOGIA FORENSE POST MORTEM


Capitolo 3, paragrafo 1

Diagnosi di avvelenamento

Il momento di incontro principale tra la tossicologia forense e la medicina è quello della diagnosi
di avvelenamento.

È evidente che la diagnosi di morte debba scaturire da una sintesi di competenze tra il tossicologo
forense ed il medico legale.

La diagnosi di avvelenamento deve quindi trovare fondamento nel convergere di una serie di
elementi di giudizio che scaturiscono dall’applicazione di più criteri: clinico, circostanziale,
anatomo-patologico, biologico e chimico-tossicologico.

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Capitolo 3, paragrafo 1.1

Criterio clinico

Il criterio clinico attiene alla conoscenze della sintomatologia presentata dal soggetto prima della
morte, in base alla quale si possa desumere uno stato di avvelenamento ed anche individuare la
qualità del veleno.

Non sempre si hanno a disposizione gli elementi di giudizio collegati al criterio clinico, essendo
frequente nell’avvelenamento che la morte sopravvenga prima che qualcuno abbia la possibilità di
osservare i fenomeni che l’hanno preceduta.

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Capitolo 3, paragrafo 1.2

Criterio circostanziale

Il criterio circostanziale, detto anche storico-anamnestico, si fonda sull’acquisizione e sulla


valutazione di tutte le notizie collegate all’evento che ha portato all’avvelenamento, generalmente
raccolte dall’autorità inquirente.

Nel criterio circostanziale confluiscono anche tutti i dati del sopralluogo. Il ritrovamento di sostanze
(es. prodotti chimici) nei pressi del cadavere può rappresentare un elemento di notevole aiuto per
l’identificazione del veleno.

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Capitolo 3, paragrafo 1.3

Criterio anatomo-patologico

Il criterio anatomo-patologico consiste nell’acquisizione di tutti gli elementi di giudizio che


provengono dall’esame esterno del cadavere e dall’autopsia.

L’esame del cadavere può anche escludere l’avvelenamento se viene trovata una causa di morte
imputabile ad eventi che nessun veleno potrebbe provocare. Nella maggior parte dei casi di
intossicazioni mortali, è probabile che i reperti anatomo-patologici non siano in grado di indicare la
causa della morte.

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Capitolo 3, paragrafo 1.4

Criterio biologico

Il criterio biologico o fisiotossico riveste un ruolo secondario nel contribuire alla diagnosi di
avvelenamento. Consiste principalmente nel valutare gli effetti provocati su cavia dal presunto
veleno isolato da materiale cadaverico.

La possibilità che l’animale da esperimento muoia, oltre che per il veleno, anche per altra causa
tossica e la maggiore affidabilità dell’indagine chimico-tossicologica nella ricerca del tossico hanno
ridotto l’importanza del criterio biologico.

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Capitolo 3, paragrafo 1.5

Criterio chimico-tossicologico

Il criterio chimico-tossicologico riguarda la ricerca del veleno nel cadavere, attraverso le


opportune indagini di laboratorio.

La dimostrazione chimica della presenza del veleno nei visceri, seppur nel contesto degli altri criteri,
rappresenta sicuramente un elemento di valutazione di estimo rilievo per il suo carattere di concreta
oggettività.

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Metodologia dell’indagine chimico-tossicologica

Capitolo 3, paragrafo 2.1

Raccolte e conservazione del materiale

Il punto di partenza dell’indagine chimico-tossicologica è la raccolta e la conservazione del


materiale biologico.

Sui prelievi necessari non si è tuttora raggiunta una posizione concorde, sia a livello nazionale
che a livello internazionale. Non vi è quindi ancora un protocollo comune.

In linea di massima vi sono:

prelievi indispensabili altri prelievi


sangue fegato rene
urine encefalo polmoni
bile capelli umor vitreo
contenuto gastrico sede di iniezione tamponi nasali
liquor

Di notevole interesse, anche sotto il profilo della ricerca di un comune protocollo, appare la
Raccomandazione europea in tema di autopsie medico legali adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio
di

 Europa nel 1999. Essa prevede che, in linea di massima, debbano essere raccolti campioni di:

a) sangue periferico c) contenuto gastrico e) fegato
b) urine d) bile f) rene


Le quantità di prelievo devono essere abbondanti, per via della complessità delle procedure
d’indagine e per non escludere la possibilità di ripetere le diverse prove.

Nelle c.d. “morti da droga” i capelli, la cui crescita è mediamente di circa 1-1,5 cm al mese, possono
fornire utili informazioni in relazione al pregresso uso delle più comuni sostanze stupefacenti che si
fissano nelle strutture cheratiniche.

Il materiale prelevato deve essere riposto in contenitori separati, preferibilmente di vetro o di


materiale plastico inerte, ermeticamente chiusi. Se le analisi non iniziano immediatamente, va
mantenuto in congelatore ad una temperatura al di sotto di -20°C.

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Capitolo 3, paragrafo 2.2

Indagine chimico-tossicologica “specifica” e “generica”

L’indagine chimico-tossicologica può avere percorsi e caratteristiche diverse.

Nel caso in cui gli elementi di giudizio raccolti attraverso gli altri criteri (circostanziale, anatomo-
patologico, clinico) inducano il sospetto che a provocare il decesso sia stato un determinato veleno,
la ricerca ha le caratteristiche di un’indagine specifica verso quel determinato obiettivo.

Quando non si hanno indicazioni specifiche sulla natura del veleno, si effettua invece un’indagine
generica, ovvero un protocollo di analisi al fine di verificare od escludere la presenza del maggior
numero possibile di composti.

È tecnicamente irrealizzabile la ricerca nel materiale cadaverico di tutte le potenziali sostanze


tossiche, in quanto il concetto stesso di veleno assume caratteristiche di relatività che non
consentono di coprire con l’analisi la globale quantità delle sostanze conosciute.

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Capitolo 3, paragrafo 2.3

Valutazione del dato negativo

L’eventualità che l’indagine generica non conduca a verificare la presenza di alcun composto nel
cadavere deve essere oggetto di valutazione.
Oltre al convincimento che non sia stato assunto alcun veleno, sono da vagliare anche altre ipotesi:
a) che la sostanza tossica non sia stata ricercata in quanto non compresa nel protocollo di analisi;
b) che attraverso i metodi generali non sia stata raggiunta una sensibilità tale da permettere il
ritrovamento della molecola esogena;
c) che la sostanza tossica abbia subito processi di trasformazione nel cadavere per cui non sia più
rintracciabile o sia indistinguibile rispetto ai componenti biologici;
d) che il veleno assunto dalla vittima sia stato completamento eliminato, evenienza che si può
verificare quando un soggetto sopravvissuto a lungo all’intossicazione acuta sia poi deceduto per
le modificazioni patologiche provocate dall’avvelenamento stesso.

Il dato negativo non può quindi essere inteso in senso assoluto, ma deve essere valutato nel contesto
di tutti gli altri criteri.

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Capitolo 3, paragrafo 2.4

Valutazione del dato positivo

Una risposta positiva, ossia il rinvenimento di un composto di natura esogena, deve essere seguita da
una corretta determinazione quantitativa, da effettuarsi con metodo specifico ed idoneo ad
ottimizzare il recupero della sostanza.

Per l’interpretazione dei dati quantitativi, al fine di valutare se i livelli nei tessuti e nei liquidi
biologici siano indicativi di assunzioni in quantità terapeutiche, tossiche o letali, si deve fare
affidamento alla letteratura che offre un’ampia casistica degli avvelenamenti.

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Capitolo 3, paragrafo 2.5

Classificazione dei veleni

I veleni possono essere classificati secondo diversi criteri. Nelle indagini su materiale biologico si
preferisce catalogare i veleni in categorie che presentino caratteristiche comuni nei riguardi delle
tecniche di analisi chimica, privilegiando così una scelta eminentemente pratica.

Una delle classificazioni usuali è la seguente:


a) veleni gassosi e veleni volatili;
b) veleni metallici;
c) veleni organici non volatili;
d) anioni tossici;
e) sostanze diverse che richiedono speciali tecniche estrattive.

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Capitolo 3, paragrafo 3

Analisi chimico-tossicologica

Lo schema di analisi dell’indagine generica chimico-tossicologica procede attraverso una ricerca


sistematica per gruppi di veleni e, all’interno dei gruppi, per sostanze analiticamente affini.

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Capitolo 3, paragrafo 3.1

Veleni gassosi e veleni volatili

Appartengono a questo gruppo veleni gassosi quali:


• monossido di carbonio;
• acido cianidrico;
• butano, etano, propano, gas anestetici;
• veleni liquidi volatili (es. alcooli, aldeidi, fenoli, solventi industriali, acetone).
I veleni di questo gruppo che rientrano nel protocollo di indagine generica sono il monossido di
carbonio, l’acido cianidrico e l’etanolo.

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Capitolo 3, paragrafo 3.2

Veleni metallici

I veleni metallici vengono isolati dai tessuti e liquidi attraverso la distruzione della matrice
biologica.

Esempi di veleni metallici sono:


• arsenico;
• mercurio;
• antimonio;
• bismuto.
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Capitolo 3, paragrafo 3.3

Veleni organici non volatili

Costituiscono il gruppo più numeroso di xenobiotici di interesse tossicologico.

I veleni organici non volatili comprendono:


• farmaci;
• droghe d’abuso;
• pesticidi.
L’analisi sistematica procede tramite una prima fase di estrazione che rappresenta il momento
fondamentale della ricerca poiché condizione la possibile successiva identificazione del veleno.

La fase separativa oscilla tra due diverse concezioni: ricorrere a pochi metodi di estrazione di
generale applicabilità o procedere attraverso un elevato numero di metodi mirati per gruppi di
composti analiticamente affini.

I vantaggi nel primo caso sono legali ad un sistema analitico non eccessivamente laborioso. Quelli
del secondo sono una maggiore capacità di isolare ed identificare il tossico, a fronte della necessità di
una complessa strumentazione.

Una volta identificato il composto organico si deve procedere alla determinazione quantitativa da
effettuarsi possibilmente attraverso una successiva indagine mirata.

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Capitolo 3, paragrafo 3.4

Anioni tossici

Gli avvelenamenti dovuti agli anioni tossici (es. clorati, ioduri, ecc.) non sono frequenti.

Il materiale di elezione da analizzare è il contenuto gastrico.

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Capitolo 3, paragrafo 3.5

Sostanze che richiedono speciali tecniche estrattive

Nel gruppo dei composti non riconducibili alle tecniche estrattive già descritte vanno
ricordate alcune sostanze di notevole interesse tossicologico:
• erbicidi dipiridilici;
• tensioattivi cationici;
• miorilassanti.
La caratteristica di tali molecole è di essere insolubili in solventi organi e quindi di rendere
necessario il ricorrere a tecniche estrattive particolari (es. colonne a scambio ionico).

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Capitolo 3, paragrafo 4

Ricerca di xenobiotici nei decessi non causati da avvelenamento

Una delle prospettive recenti più interessanti per la tossicologia forense è collegata alla possibilità di
identificare nel cadavere la presenza di sostanze esogene anche quando la morte è sopravvenuta per
cause diverse dall’avvelenamento.

Particolare attenzione va prestata ai casi di incidenti stradali. La possibilità che i conducenti o i


pedoni possano aver assunto sostanze in grado di alterarne il comportamento riveste notevole
importanza ai fini della valutazione della responsabilità.

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Capitolo 3, paragrafo 5

Monossido di carbonio

Tra le sostanze tossiche che mietono più vittime per intossicazione acuta primeggia il monossido
di carbonio (CO): un gas indolore, incolore, non irritante, che brucia con formazione di anidride
carbonica (CO2).

Le fonti di monossido di carbonio che espongono maggiormente al rischio di intossicazione sono


quelle presenti in ambienti domestici (es. stufe, caldaie, scaldabagni, cucine, camini, ecc.).

L’estrema pericolosità è data dal fatto che il gas è praticamente inavvertibile qualora sia mescolato
all’aria in dosi tossiche. Il monossido di carbonio ha inoltre un’affinità da 200 a 300 volte superiore a
quella dell’ossigeno per l’emoglobina. Esso impedisce quindi il legame tra ossigeno ed emoglobina.

I sintomi dell’avvelenamento da monossido di carbonio dipendono dalla concentrazione di


carbossiemoglobina (HbCO) nel sangue.

Particolare importanza riveste a fini giudiziari la determinazione del monossido di carbonio nei
soggetti periti per i traumi provocai da incidenti nei quali si siano sviluppati incendi. La presenza in
quantità di rilievo di HbCO nel sangue è testimonianza del fatto che il deceduto fosse vivo durante
l’incendio e sia venuto a morte successivamente. L’assenza di HbCO rappresenta la prova che il
soggetto fosse morto prima del propagarsi del fuoco.

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ALCOOL ETILICO
Capitolo 4, paragrafo 1

Generalità

L’alcool etilico è la sostanza psicoattiva d’impiego più frequente e più antico.

L’alcool è classificabile tra le sostanze voluttuarie ovvero quelle sostanze che vengono assunte perché
ritenute gradevoli e procurano sensazioni diverse dal solito e apparentemente positive (es. caffè, thé,
tabacco, ecc.).

Nella normativa italiana più volte ricorre il tema dell’abuso di alcool:


• il codice penale fa espressamente riferimento allo stato di ubriachezza da mettere in relazioni a
fatti criminosi, così da incidere sull’imputabilità;
• per il codice della strada, lo stato di ebbrezza rappresenta una grave causa di disabilità alla guida;
• l’uso di bevande alcoliche è previsto dalla legge come causa di interferenza con la sicurezza in
ambito lavorativo.

La curva alcoolemica, ovvero la curva della concentrazione ematica dell’alcool in funzione del
tempo, vede all’inizio un incremento in fase di assorbimento che dura usualmente 30-60 minuti, una
fase di equilibrio nella quale assorbimento ed eliminazione si equivalgono ed una fase di
eliminazione.

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Capitolo 4, paragrafo 2

Metodi di accertamento

Per quanto concerne il dosaggio dell’alcool etilico nel vivente i campioni di elezione sono
essenzialmente il sangue e l’aria espirata.

Per misurare la concentrazione dell’etanolo nell’aria espirata sono disponibili apparecchi


elettronici accurati, che non tengono però conto delle caratteristiche fisiologiche e patologiche del
singolo individuo.

Accanto alla determinazione dell’etanolo nel sangue quale espressione dell’intossicazione da alcool,
devono essere ricordati metodi indiretti basati su biomarcatori che possono essere utili per provare
l’abuso cronico di alcool.

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Alcool e idoneità alla guida

Capitolo 4, paragrafo 3.1

Ebbrezza da alcool

La disabilità alla guida è in stretta connessione con la concentrazione ematica di alcool.

Il limite indicativo dello stato di ebbrezza per la guida è valutato in 0,8 g/l, in quanto da questo
valore in poi aumenta in maniera esponenziale la probabilità di causare incidenti. Negli ultimi anni,
tale limite è stata abbassato al valore di 0,5 g/l.

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Capitolo 4, paragrafo 3.2

Artt. 186 e 186-bis del codice della strada

L’art. 186 c.d.s., rubricato “Guida sotto l’influenza di alcool”, afferma che « è vietato guidare in
stato di ebbrezza in conseguenza dell’uso di bevande alcooliche ».

Il legislatore ha scelto di diversificare la pena sulla base della gravità della violazione commessa,
collegandola alla concentrazione di alcool rilevata. Sono quindi previste sanzioni progressive
collegate a tre fasce di valori alcoolemici (0,5-0,8; 0,8-1,5; >1,5 g/l).

La legge 120/2010 (Disposizioni in materia di sicurezza stradale) ha introdotto l’art. 186-bis, che
prevede un tasso alcoolemico “0” (zero) per alcune categorie:
a) i conducenti con età inferiore a 21 anni;
b) per chi ha conseguito la patente da meno di tre anni;
c) per chi esercita professionalmente l’attività di trasporto di persone o di cose.

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Gli organi di Polizia stradale possono sottoporre i conducenti ad esame preliminare. La positività a
tale esame e la valutazione soggettiva di ritenere il soggetto in stato di alterazione psicofisica
connessa con l’uso di alcool, porta alla necessità di ripetere una prova con l’uso dell’etilometro
autorizzato. L’accertamento potrebbe essere eseguito accompagnando il soggetto nel più vicino
posto di Polizia. È evidente come qualsiasi ritardo nell’accertamenti potrebbe portare ad ottenere un
valore inferiore a quello che il conducente aveva al momento del controllo.

Il metodo di accertamento prescelto è quello indiretto: si determina l’alcool etilico nel sangue
attraverso il dosaggio nell’aria alveolare espirata con gli appositi etilometro ricorrendo ad un fattore
di conversione. Esso prescinde però dai fattori fisiologici e patologici degli individui.

L’analisi diretta sul sangue rappresenterebbe quindi il metodo migliore. Il problema riguarda però
alla possibilità di effettuare un prelievo coattivo i sangue alla luce dei principi costituzionali. Si
attende, in merito, un intervento del legislatore che precisi come e quando possono essere adottare
misure restrittive della libertà personale.

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Capitolo 4, paragrafo 3.3

Artt. 119 del codice della strada

La legge 120/2010 ha modificato anche l’art. 119 c.d.s., rubricato “Requisiti fisici e psichici per il
conseguimento della patente di guida”.

In riferimento alle sostanze d’abuso, le Commissioni mediche locali devono accertare che « la
patente di guida non deve essere rilasciata o confermata ai candidati o conducenti che si trovino in
stato di dipendenza attuale da alcool, stupefacenti o sostanze psicotrope né a persone che comunque
consumino abitualmente sostanze capaci di compromettere la loro idoneità a guidare senza
pericoli ».

Tali accertamenti sono lasciali alla discrezionalità delle Commissioni mediche locali, mentre sarebbe
auspicabile adottare delle linee guida che possano portare ad una uniformità di indirizzo su tutto il
territorio nazionale.

Per il primo rilascio della patente di guida, inoltre, vi è l’obbligo di esibire apposita certificazione da
cui risulti il non abuso di sostanze alcoliche e il non uso di sostanze stupefacenti e psicotrope.

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Capitolo 4, paragrafo 4

Alcool e sicurezza sul lavoro

La legge 125/2001 (Legge quadro in materia di alcool e di problemi alcolcorrelati) prevede, all’art.
15, il divieto di assunzione e di somministrazione di bevante alcooliche e superalcooliche nelle
attività lavorative che comportano elevato rischio di infortuni sul lavoro o per la sicurezza,
l’incolumità e la salute di terzi.

La tutela riguarda sia la salute del lavoratore che abusando di alcool può andare incontro a rischi,
sia la salvaguardia dei terzi che hanno rapporti con l’attività lavorativa e che possono vedere
compromessa la loro sicurezza, la loro salute e la loro incolumità a seguito della condizione di
disabilità del lavoratore causata dall’alcool.

La attività lavorative che comportano un elevato rischio di infortuni sul lavoro o per la sicurezza, la
salute e l’incolumità di terzi sono le seguenti:
a) attività per le quali è richiesto un certificato di abilitazione per l’espletamento di determinati
lavori pericolosi;
b) attività legate al controllo dei processi produttivi e alla sorveglianza dei sistemi di sicurezza negli
impianti a rischio di incidenti rilevanti;
c) attività di sovrintendenza ai lavori entro tubazioni, recipienti e simili nei quali possono esservi
gas, vapori tossici e infiammabili, polveri infiammabili o esplosivi;
d) mansioni sanitarie svolte in strutture pubbliche o private;
e) attività di vigilanza ed assistenza nelle strutture operanti nel settore dell’infanzia;
f) attività di insegnamento nelle scuole pubbliche o private di ogni ordine e grado;
g) mansioni comportanti l’obbligo della dotazione del porto d’armi;
h) mansioni inerenti attività di trasporto;
i) mansioni riguardanti produzione, confezionamento, detenzione, trasporto e vendita di esplosivi;
j) mansioni riguardanti i comparti di edilizia e delle costruzioni;
k) mansioni riguardanti la manutenzione degli impianti nucleari;
l) mansioni che si svolgono all’interno di cave e miniere.
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STUPEFACENTI
Capitolo 5, paragrafo 1

Premessa

È soltanto nella seconda metà dell’800 che l’abuso degli stupefacenti cominciò a diffondersi su larga
scala, conseguentemente allo sviluppo della società industriale.

In Italia si fa risalire agli anni ’70 il diffondersi, soprattutto tra i giovani, della droga in modo
capillare. Da allora sono stati molteplici gli interventi legislativi tendenti a combattere la piaga
sociale della tossicodipendenza.

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Interventi legislativi

Capitolo 5, paragrafo 2.1

Riferimenti normativi precedenti la legge n. 685/1975

A seguito della Convenzione Internazionale dell’Aja (1912) sul controllo del traffico di stupefacenti,
in Italia fu emanata la legge 396/1923 sulla repressione di sostanze velenose aventi azione
stupefacente.

Essa individuava come sostanze stupefacenti quelle incluse in un apposito elenco che poteva essere
integrato in sede amministrativa.

Il Codice Penale del 1931 prese in considerazione le sostanze stupefacenti individuandole però in
quelle che venivano dal giudice riconosciute tali, prevedendo delle pene per una serie di fatti quali il
commercio clandestino e fraudolento, l’agevolazione dolosa all’uso, l’abuso, la somministrazione a
minori.

La legge 1041/1954, contente la “Disciplina della produzione, del commercio e dell’impiego di


stupefacenti”. Lo scopo di questa legge era la repressione della diffusione della droga attraverso un
sistema sanzionatorio che colpiva qualsiasi ipotesi di commercio, produzione, detenzione di sostanze
stupefacenti senza fare alcuna distinzione tra le varie fattispecie e sul livello di gravità.

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Capitolo 5, paragrafo 2.2

La legge n. 685/1975: disciplina delle 



sostanze stupefacenti e psicotrope

La legge 685/1975, intitolata “Disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope. Prevenzione, cura
e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza”.

La legge inaspriva le sanzioni per trafficanti e spacciatori da un lato, dall’altro considerava il


tossicodipendente un soggetto da curare e da reintegrare socialmente.

L’art. 80 considerava non punibile chi detenesse per uso personale modiche quantità di sostanze
stupefacenti, ritenendo che fosse meglio intervenire sul piano curativo che non su quello punitivo. Il
concetto di “modica quantità” non veniva definito quantitativamente, ma la sua valutazione aveva
un carattere soggettivo variabile da caso a caso.

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Capitolo 5, paragrafo 2.3

Testo Unico sugli stupefacenti D.P.R. n. 309/1990

Un nuovo intervento legislativo arrivò con il Testo Unico degli stupefacenti, D.P.R. 309/1990,
che modifica la legge 685/1975 ribaltandone alcuni principi ispiratori.

Il T.U. introduce come discriminante fondamentale tra le sanzioni amministrative e quelle penali un
nuovo parametro: la “dose media giornaliera”.

La completa oggettività della “dose media giornaliera”, il cui valore è espresso per ogni droga con
apposito decreto del Ministro della sanità, si contrapponeva al concetto di “modica quantità” della
legge 658/1975 ancorato a valutazioni soggettive.

Nel T.U. venivano inoltre potenziate le strutture pubbliche per il recupero del tossicodipendente,
inserite nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale.

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Capitolo 5, paragrafo 2.4

Il referendum abrogativo

Con un referendum abrogativo, nell’aprile del 1993, il T.U. è stato profondamente modificato
anche sul piano dei principi ispiratori.

Venne meno la proibizione dell’uso personale di sostanze stupefacenti.

Inoltre, essendo stato abolito il concetto di “dose media giornaliera” quale elemento discriminante
tra la sanzione amministrativa e quella penale, si sarebbe potuto concludere che di fronte alla
semplice detenzione di una qualsiasi ed indeterminata quantità di stupefacenti nel contesto dell’uso
personale, il fatto dovesse essere condotto nell’ipotesi di illecito amministrativo.

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Capitolo 5, paragrafo 2.5

La legge n. 49/2006 confluita nel Testo Unico aggiornato

La legge 49/2006, confluita nel Testo Unico aggiornato, ha apportato numerose modifiche al
vigente sistema normativo.

Il sistema di classificazione è ora strutturato in due sole tabelle: la prima comprende tutte le sostanze
stupefacenti e psicotrope vietate che non hanno alcun impiego terapeutico; mentre la seconda
contiene i medicinali ed i prodotti di natura farmaceutica che possono comunque indurre nel
soggetto fenomeni di dipendenza.

Facendo venire meno quel criterio oggettivo in base al quale la gravità della sanzione dipende dalla
pericolosità della sostanza stupefacente, sotto il profilo della sanzione per tutte le sostanze incluse
nella tabella I è proposta la stessa disciplina giuridica.

Le c.d. “droghe leggere” e “droghe pesanti” vengono sanzionate allo stesso modo.

Una delle discriminanti tra sanzioni amministrative e sanzioni penali è basata nuovamente sul
parametro della quantità, ma non più sulla “dose media giornaliera”, bensì sui “limiti massimi” “ad
uso esclusivamente personale” indicati dal Decreto del Ministero della saluto.

Si è preferito azzerare la validità di un dato rigoroso (dose media giornaliera), moltiplicandolo per
un fattore che non mostra evidenza scientifica specialmente se si guarda nell’ottica dell’uso
esclusivamente personale.

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Capitolo 5, paragrafo 6

Classificazioni

Secondo il T.U. attualmente in vigore le droghe sono suddivise in due tabelle:


I. la prima contiene le sostanze stupefacenti e psicotrope vietate che non hanno alcun impiego
terapeutico;
II. la seconda i medicinali ed i prodotti di natura farmaceutica che possono indurre nel soggetto
fenomeni di dipendenza.

La tabella II prevede cinque sezioni dalla lettera A alla lettera E identificate a seconda della loro
diversa capacità di indurre dipendenza.

Altro metodo di classificazione è quello di suddividere le droghe in “pesanti” e “leggere” sulla base
della maggiore o minore pericolosità.

Una delle classificazioni più usuali è quella che vede ripartire le droghe secondo gli effetti e le


caratteristiche stupefacenti in:


• oppiacei e derivati; • allucinogeni;

• cannabis; • barbiturici e psicofarmaci;

• cocaina; • analoghi di sintesi;

• anfetamine; • sostanze volatili.



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Capitolo 5, paragrafo 7

Oppiacei e derivati

Con il termine oppiacei si indicano generalmente i prodotti naturali dell’oppio e i loro derivati.

L’oppio è il succo che si ricava dalla capsula, non ancora giunta a maturazione, di un fiore: il
papavero sonnifero.

L’oppio viene solitamente fumato in pipe, ma può essere assunto anche per via orale.

L’abuso provoca dipendenza psichica e fisica ed un progressivo decadimento fisico e psichico.

~•~•~•~

Agli inizi dell’800 viene isolata dall’oppio la morfina. Essa è la principale responsabile dell’azione
stupefacente, ma è anche un farmaco assai efficace come antidolorifico. L’abuso di morfina è stato
quasi completamente soppiantato dalla diffusione dell’eroina.

L’eroina o diacetilmorfina è un derivato semisintetico che si ottiene dalla morfina. Trae quindi
origine dal papavero da oppio.

L’eroina viene usualmente assunta attraverso l’iniezione in vena, ma è cresciuta l’assunzione tramite
le mucose nasali.

A seguito di abuso, la tolleranza e la dipendenza fisica si instaurano rapidamente, in genere entro


due settimane. In tal caso, se non si assume eroina, si è colpiti da crisi da astinenza, un vero e
proprio stato di malattia, che si attenua generalmente entro 6-7 giorni.

Alle alterazioni fisiche e psichiche dovute all’uso protratto della droga, si deve aggiungere il rischio
di danni derivati dalle condizioni di vita a cui è assoggettato il consumatore abituale e delle
cosiddette patologie collaterali (es. AIDS, epatite, ecc.).

Inoltre è frequente che, a seguito di un’assunzione di una dose eccessiva (overdose), possa conseguire
la morte per depressione respiratoria.

~•~•~•~

Un farmaco adoperato con finalità di cura, per evitare le crisi astinenziali, è il metadone.

I vantaggi del metadone rispetto ad altri farmaci risiedevano nella possibilità della somministrazione
per via orale, in una lunga durata di azione e nell’indurre effetti euforigeni non eccessivi.

L’intervento farmacologico riabilitativo della tossicodipendenza da oppiacei con farmaci


stupefacenti sostitutivi ha trovato nella nostra legislazione la sua prima regolamentazione nella
legge 685/1975.

Essa indicava i farmaci da utilizzare (metadone sciroppo) e le strutture competenti per la loro
utilizzazione e per l’organizzazione del programma terapeutico. Il trattamento doveva rientrare in
un più ampio programma di recupero psicologico, sociale e riabilitativo.

Il referendum abrogativo dell’aprile 1993 ha aperto alla possibilità che qualsiasi medico
utilizzasse dei farmaci sostitutivi nella terapia delle tossicodipendenze. Veniva meno anche la
previsione dell’uso del solo metadone sciroppo nella dipendenza da oppiacei.

Il T.U. aggiornato afferma che l’intervento prescrittivi del medico debba essere rispettoso del piano
terapeutico predisposto dai servizi pubblici per l’assistenza ai tossicodipendenti.
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Tra le terapie di disassuefazione a scalare e quelle di mantenimento, il legislatore ha evidentemente


optato per le prime. Qualsiasi prescrizione di farmaci stupefacenti costante nel tempo, non
organizzata al fine di giungere ad una disassuefazione, è punita dal T.U.

Nonostante questa chiara scelta, una circolare del Ministero della Sanità ha previsto le linee-guida
per il trattamento di mantenimento continuativo con metadone per i dipendenti da oppiacei.

La volontà della normativa è il considerare comunque la tossicodipendenza come comportamento


di disvalore sociale, bisognevole di trattamento terapeutico e riabilitativo che può avere solo lo scopo
della definitiva astensione dall’uso della sostanza.

Il trattamento di mantenimento continuativo pone degli evidenti probi di contrasto con tale finalità
in quanto si fornisce al tossicodipendente la sostanza stupefacente senza prevedere il suo abbandono
definitivo.

Alcuni interventi legislativi hanno riguardato la c.d. terapia del dolore con l’obiettivo di facilitare il
lavoro degli operatori che effettuino prestazioni di assistenza domiciliare ai malati terminali.

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Capitolo 5, paragrafo 8

Cannabis

Per cannabis si intendono tutte le preparazioni ad azione stupefacente ricavate dalla pianta di
canapa (Cannabis sativa L ).

La Tabella I del T.U., D.P.R. 309/1990 individua:


a) “foglie e infiorescenze” o “marijuana”, costituita dalle foglie e dalle sommità fiorite essiccate della
pianta;
b) “resina” o “hashish”, che consiste nella secrezione resinosa della pianta che viene raccolta,
seccata e compressa in varie forme;
c) “olio”, sostanza che si ottiene per ripetute estrazioni dalla resina.

Le preparazioni della cannabis contengono quali principi attivi i cannabinoidi. Tra i principali
troviamo il tetraidrocannabinolo (THC), il cannabinolo (CBN) ed il cannabidiolo (CBD).

La cannabis è considerata una droga leggera, induce dipendenza psichica, ma non fisica e non
provoca tolleranza.

Le preparazioni della cannabis vengono fumate con sigarette confezionate a mano o con pipe.

I consumatori della cannabis possono essere classificati in occasionali, saltuari e abituali a seconda
che consumino la droga con frequenza mensile, settimanale o quotidiana.

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Capitolo 5, paragrafo 9

Cocaina

La cocaina è estratta dalle foglie della pianta di coca (Eritroxylon Coca), che cresce sulla cordigliera
delle Ande nel Sud America.

La cocaina del mercato illecito, la c.d. “cocaina da strada”, è generalmente messa in commercio
come polvere bianca spesso diluita con una varietà di altri ingredienti.

La cocaina viene comunemente assunta attraverso le mucose nasali, ma è diffusa anche l’iniezione
in vena per via dell’intenso ed immediato effetto che si ottiene.

Ultimamente si è diffusa la pratica di trasformare la cocaina cloridrato, forma usuale con cui si trova
in commercio, in cocaina base (crack), che ha la caratteristica di poter essere fumata.

La cocaina provoca profonda dipendenza psichica non collegata a fenomeni astinenziali dovuti a
dipendenza fisica.

Gli effetti della cocaina sono collegati alla stimolazione del sistema nervoso centrale che porta ad
intensa euforia, loquacità, lucidità mentale, incremento dell’attività mentale ed attenuazione del
senso della fatica.

L’abuso abituale da cocaina conduce ad un comportamento psicotico, spesso caratterizzato da


delirio di persecuzione, che può essere accompagnato da allucinazioni visive ed uditive, stato
angoscioso, confusione mentale.

Al degrado mentale si accompagnano anche danni fisici quali epatiti, aritmie cardiache,
ipertensione, iponutrizione, sudorazione, lesioni necrotiche al setto nasale.

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Capitolo 5, paragrafo 10

Amfetamine

Le amfetamine sono un gruppo di composti sintetici che agiscono sul sistema nervoso centrale con
un effetto stimolante sia fisico che psichico.

Durante la II guerra mondiale le amfetamine sono state ampiamente usate come stimolanti dagli
eserciti degli Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Giappone nell’intento di combattere la fatica
ed incrementare il rendimento in battaglia.

L’effetto stimolanti psicomotorio contribuì a diffonderne l’uso anche nel mondo dello sport. Negli
anni ’60, il doping da amfetamine ha rappresentato il più diffuso mezzo fraudolento di
miglioramento della prestazione sportiva.

La dipendenza da amfetamine è di tipo psichico. Comporta un’elevata tolleranza e può condurre ad


un quadro di psicosi tossica simile a quello della cocaina.

La mancanza di droga provoca una forte depressione con instabilità emotiva e comportamento
violento.

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Dagli anni ’80 si è diffuso l’utilizzo di una classe di derivati delle amfetamine: i c.d. “farmaci
entactogeni”.

I più noti sono l’MDMA (“ecstasy”), l’MDA e l’MDEA, le cui caratteristiche sono quelle di unire
agli effetti psicostimolanti tipici delle amfetamine anche effetti allucinogeni.

Nel mercato clandestino, tali droghe vengono commercializzate sotto forma di compresse da
assumere oralmente.

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Capitolo 5, paragrafo 11

Allucinogeni

Il termine allucinogeni viene adoperato per indicare un gruppo di composti, alcuni naturali altri
di sintesi, che hanno in comune la capacità di provocare un particolare stato mentale di alterazione
con fenomeni allucinatori dovuti a distorsioni percettive.

Tra gli allucinogeni di origine sintetica il più noto è l’LSD (dietilammide dell’acido lisergico).

Esso provoca alterazioni della psiche i cui sintomi sono di solito collegati al manifestarsi di una
depersonalizzazione e alla sensazione di uno sdoppiamento della propria persona.

L’abuso di LSD non conduce ad una dipendenza fisica, ma può portare ad una sindrome
amotivazionale molto simile a quella prodotta dalla cannabis.

Tra gli stupefacenti sintetici ad azione psichedelica possono essere inclusi anche i farmaci
entacrogeni, ossia l’ecstasy ed i suoi omologhi.

Di crescente diffusione è la ketamina, usata come farmaco anestetico in veterinaria, in grado di


produrre effetti allucinogeni nell’uomo.

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Capitolo 5, paragrafo 12

Barbiturici e psicofarmaci

I barbiturici sono prodotti di sintesi derivati dall’acido barbiturico. Essi hanno effetti sedativi,
ipnotici ed anestetici.

Sono stati inseriti tra gli stupefacenti per la loro capacità di dare dipendenza psichica e fisica, con
conseguenti crisi di astinenza.

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Capitolo 5, paragrafo 13

Analoghi di sintesi

Negli ultimi anni la produzione clandestina di droga si è indirizzata verso la creazione di analoghi
di sintesi o “designer drugs ”, potenti droghe sintetiche ottenute a partire da stupefacenti già
inseriti negli elenchi di legge.

Gli analoghi di sintesi, pur derivando da molecole sotto controllo, presentano delle variazioni nella
struttura chimica che ne fanno dei nuovi prodotti che possono liberamente circolare per un certo
periodo, perché non ancora inclusi negli elenchi di legge.

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Capitolo 5, paragrafo 14

Sostanze volatili

Sostanze volatili oggetto di abuso sono presenti in molti prodotti commerciali come ad esempio
vernici, adesivi, collanti, benzine, accendini, estintori.

Questi prodotti hanno in comune la volatilità, ovvero la proprietà di potersi trasformare in una
forma che possa essere respirata per ottenere effetti psicotropi.

Le sostanze volatili possono essere inalate direttamente dal contenitore, per mezzo di un sacchetto di
plastica o attraverso un panno imbevuto.

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IL DOPING
Capitolo 6, paragrafo 1

Premessa

La pratica del doping consiste nell’assunzione di sostanze in grado di migliorare artificiosamente la


prestazione fisica.

I primi divieti relativi al doping si vedono negli anni ’60, sollecitati dalla morte del campione del
mondo di ciclismo Tom Simpson durante una gara al Tour de France.

~•~•~•~

Capitolo 6, paragrafo 2

Definizioni e riferimenti normativi precedenti la legge n. 376/2000

Il duplice aspetto del doping, che si configura da un lato come contrarietà all’etica sportiva in
quanto modificazione artificiale delle energie e quindi della prestazione, dall’altro come pericolosità
per la salute, pone serie difficoltà di definizione.

Nello sport è preminente l’interesse che l’atleta non usi mezzi fraudolenti per ottenere il risultato. È
invece interesse dello stato che qualsiasi cittadino che pratichi sport non usi mezzi e tecniche che
possano essere nocive alla sua salute.

Da ciò discende che l’etica è tutelata da leggi sportive, mentre nelle leggi dello Stato prevale la tutela
sanitaria.

~•~•~•~

È opportuno verificare i riferimenti normativi statali riguardanti il doping precedenti l’attuale legge.

La legislazione antidoping dello Stato prende corpo in Italia con la legge 1099/1971 “Tutela
sanitaria delle attività sportive”.

Essa rimase negli anni sostanzialmente inapplicata. Appena promulgata infatti, la tutela sanitaria
delle attività sportive venne trasferita dallo Stato alle Regioni, che di fatto sono state colte
impreparate nella fase attuativa della legge.

Riguardo il problema definitorio, la legge 1099/1971 prevedeva un’ammenda per gli « atleti
partecipanti ad attività sportive che impiegano, al fine di modificare artificialmente le loro energie
naturali, sostanze che possono risultare nocive per la loro salute ».

La portata di tale norma era di fatto vanificata dal fatto che si riconducevano tali sostanze soltanto a
quelle previste da un solo decreto ministeriale mai aggiornato.

Si è poi cercato di applicare al doping le norme relative agli “Interventi nel settore del gioco e delle
scommesse clandestini a tutela della correttezza nello svolgimento delle competizioni agonistiche”
nell’ipotesi di prefigurare il doping come frode in competizioni sportive considerandolo un atto
fraudolento volto a raggiungere un risultato diverso da quello conseguente al leale e corretto
svolgimento della competizione.

Tuttavia, nelle poche occasioni di imputazione di reato di frode sportiva a casi di doping, la
giurisprudenza ha quasi sempre disatteso la tesi estensiva.

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L’Italia ha poi ratificato la “Convenzione europea contro il doping nello sport”, aperta alla
firma a Strasburgo nel 1989.

La Convenzione impegna le parti contraenti a predisporre i provvedimenti necessari per dare effetto
a disposizioni riguardanti fondamentalmente:
a) misure destinate a limitare la disponibilità e l’utilizzazione di agenti doping;
b) l’istituzione di idonei laboratori nel territorio nazionale;
c) la predisposizione di programmi educativi di prevenzione;
d) la collaborazione con le organizzazione sportive internazionali per elaborare ed applicare ogni
adeguato provvedimento di loro competenza per la lotta al doping.

Per il problema definitorio, la Convenzione all’art. 2 recita « per “doping nello sport” si intende la
somministrazione agli sportivi o l’uso da parte di questi ultimi di classi farmacologiche di agenti di
doping o di metodi di doping ».

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Capitolo 6, paragrafo 3

L’ordinamento sportivo

Tabella delle classi di sostanze vietate e dei metodi proibiti emanata dall’Agenzia Mondiale
Antidoping (WADA-AMA) ed entrata in vigore il 1° gennaio 2010.

Sostanze sempre Metodi sempre


Sostanze proibite 
 Sostanze proibite 

proibite (in e fuori proibiti (in e fuori
in competizione in particolari sport
competizione) competizione)

Potenziamento del
Agenti anabolizzanti Stimolanti Beta-bloccanti
trasporto di ossigeno
Ormoni peptidici,
Manipolazione
fattori di crescita e Narcotici Alcool
chimica e fisica
sostanze correlate
Beta 2 agonisti Doping genetico Cannabinoidi -
Antagonisti e
modulatori degli - Glucocorticosteroidi -
ormoni
Diuretici ed altri agenti
- - -
mascheranti


Ogni classe di sostanze proibite presenta elenchi degli esempi di sostanze che non possono essere
usate.

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Capitolo 6, paragrafo 3.1

Le sostanze e i metodi dopanti

Gli agenti anabolizzanti comprendono gli steroidi anabolizzanti androgeni (es. testosterone,
nandrolone, metenolone, ecc.) e altri agenti anabolizzanti (es. clebuterolo, bambuterolo, ecc.).

Tali sostanze svolgono la funzione di aumentare e potenziare le masse muscolari, accrescono


l’aggressività agonistica e aiutano il recupero dopo intensi e protratti carichi di lavoro.

Tra gli ormoni peptidici, fattori di crescita e sostanze correlate sono inclusi l’ormone della
crescita, che sviluppa la massa muscolare, la gonadotropina coranica umana, che porta ad un
innalzamento degli steroidi anabolizzanti, la coricotropina, che determina un aumento della
concentrazione, l’insulina, che regolamenta il metabolismo glucidico, l’eritropoietina, che aumenta i
globuli rossi.

I farmaci beta-2 agonisti (es. salbutamolo, terbutalina, ecc.) possono indurre un potente effetto
sia stimolante che anabolizzante.

Gli antagonisti e modulatori degli ormoni (es. letrozolo, tamoxifene, ciclofenil, ecc.) sono
rappresentanti da farmaci che svolgono un’azione anabolizzante e sono alternativi agli steroidi.

I diuretici, ovvero farmaci in grado di favorire l’eliminazione dei liquidi dai tessuti, sono
considerati sostanze dopanti perché possono provocare una rapida perdita di peso (soprattutto negli
sport dove vi sono categorie di peso) e perché possono ridurre la concentrazione di sostanze e
farmaci proibiti.

Gli agenti mascheranti sono prodotti che hanno la capacità di compromettere l’escrezione di
sostanze vietate o di mascherare la loro presenza nelle urine.

~•~•~•~

Gli stimolanti (es. anfetamine, cocaina, ecc.) aumentano il livello di vigilanza, riducono la fatica e
possono incrementare l’agonismo e l’aggressività.

La possibilità di diminuire nell’atleta la facoltà di giudizio può essere pericolosa per sé e per gli altri.

I narcotici (es. morfina, eroina, metadone, ecc.) sono analgesici, ovvero farmaci per il trattamento
del dolore.

Le preparazioni stupefacenti della canapa contenenti i cannabinoidi hanno finalità ricreazionali


ed ansiolitiche.

I glucocorticosteroidi sono farmaci dalle capacità antinfiammatorie.

~•~•~•~

I beta-bloccanti, impiegati per ridurre il tremore agli arti, l’ansia e la frequenza cardiaca, sono
vietati nelle attività in cui sia richiesta massima concentrazione e fermezza.

Per l’alcool sono le Federazioni Sportive Internazionali a verificare se debbano essere effettuati i
controlli e possano comportare sanzioni.

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Tra i metodi proibiti riguardanti il potenziamento del trasporto di ossigeno vi è in primo


luogo il doping ematico, che consiste nella somministrazione di sangue e globuli rossi ad un atleta.

L’aumento dei globuli rossi determina un incremento dell’ossigeno veicolato e un conseguente


miglioramento delle prestazioni muscolari.

È proibita anche l’assunzione di prodotti che aumentano l’assorbimento, il trasporto o il


rilascio di ossigeno (es. emoglobina modificata, sostanze chimiche perfluoridiche, ecc.).

La manipolazione chimica e fisica consiste nell’uso di sostanze e di metodi che alterano o


tentano di alterare l’integrità e la validità dei campioni di urina utilizzati nei controlli antidoping.

Il doping genetico rappresenta l’uso non terapeutico di geni, elementi genetici o cellule che hanno
la capacità di migliorare la prestazione sportiva.

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Capitolo 6, paragrafo 4

La legge di lotta contro il doping n. 376/2000

La legge 376/2000 è intitolata “Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta
contro il doping”.

Il testo, diviso in 10 articoli, affronta l’argomento del doping dal punto di vista:

a) delle definizioni e degli ambiti applicativi:


• art. 1 - Tutela sanitaria delle attività sportive. Divieto di doping
• art. 2 - Classi delle sostanze dopanti

b) dell’organizzazione:
• art. 3 - Commissione per la vigilanza ed il controllo sul doping e per la tutela della salute nelle
attività sportive
• art. 4 - Laboratori per il controllo sanitario sull’attività sportiva
• art. 5 - Competenze delle regioni
• art. 6 - Integrazione dei regolamenti degli enti sportivi
• art. 7 - Farmaci contenenti sostanze dopanti
c) sanzionatorio:
• art. 9 - Disposizioni penali
d) finanziario:
• art. 10 - Copertura finanziaria

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Capitolo 6, paragrafo 4.1

Definizioni e ambiti applicativi

Art. 1. - Tutela sanitaria delle attività sportive. Divieto di doping


1. L’attività sportiva è diretta alla promozione della salute individuale e collettiva e 

deve essere informata al rispetto dei principi etici e dei valori educativi richiamati 

dalla Convenzione contro il doping, con appendice, fatta a Strasburgo il 16 novembre 

1989, ratificata ai sensi della legge 29 novembre 1995, n. 522. Ad essa si applicano i 

controlli previsti dalle vigenti normative in tema di tutela della salute e della regolarità 

delle gare e non può essere svolta con l’ausilio di tecniche, metodologie o sostanze 

di qualsiasi natura che possano mettere in pericolo l’integrità psicofisica degli atleti.
2. Costituiscono doping la somministrazione o l’assunzione di farmaci o di sostanze 

biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione a pratiche 

mediche non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni 

psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti.
3. Ai fini della presente legge sono equiparate al doping la somministrazione di farmaci o di 

sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione di pratiche mediche 

non giustificate da condizioni patologiche, finalizzate e comunque idonee a modificare i 

risultati dei controlli sull’uso dei farmaci, delle sostanze e delle pratiche indicati nel comma 2.
4. In presenza di condizioni patologiche dell’atleta documentate e certificate dal medico, 

all’atleta stesso può essere prescritto specifico trattamento purché sia attuato secondo le modalità
indicate nel relativo e specifico decreto di registrazione europea o nazionale ed i dosaggi previsti
dalle specifiche esigenze terapeutiche. In tale caso, l’atleta ha l’obbligo di tenere a disposizione delle
autorità competenti la relativa documentazione e può partecipare a competizioni sportive, nel
rispetto di regolamenti sportivi, purché ciò non metta in pericolo la sua integrità psicofisica.

Nel comma 1 dell’art. 1 viene affrontato il problema della duplice valenza del doping, in grado da
un lato di mettere in pericolo l’integrità psicofisica degli atleti in contrasto con la finalità dell’attività
sportiva diretta alla promozione della salute individuale e collettiva, dall’altro di alterare la regolarità
delle gare contravvenendo all’etica dello sport.

Dalla legge 376/2000 si evince chiaramente che lo sport viene visto come pratica diretta alla
promozione del benessere psicofisico e che quindi il doping rappresenta principalmente una
violazione al diritto alla salute della persona che pratica attività fisica.

I commi 2 e 3 dell’art. 1 forniscono la definizione di doping, che sostanzialmente accomuna due


differenti tipi di mezzi (le sostanze e le pratiche mediche) e due differenti fini (alterare le prestazioni
agonistiche e modificare i risultati dei controlli).

Non è importante che dalla pratica donate derivi necessariamente un miglioramento della
prestazione sportiva, ma è sufficiente che risulti alterata.

Il comma 4 dell’art. 1 prevede che il doping non sussiste qualora alla presenza di condizioni
patologiche dell’atleta documentate e certificate dal medico, all’atleta stesso può essere prescritto
specifico trattamento.

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Più volte nel testo ricorre il termine “atleta”, che ha bisogno di una sua definizione. Una possibile
definizione ci è offerta dalla Convenzione di Strasburgo, che recita: « Per sportivi si intendono le
persone [...] che partecipano ad attività sportive organizzate », coniugando così l’attività fisica con i
caratteri di regolarità ed organizzazione.
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Capitolo 6, paragrafo 4.2

Le classi delle sostanze dopanti

I farmaci, le sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e le pratiche mediche che


costituiscono doping secondo l’art. 1 sono stati ripartiti in classi, approvate con decreto del
Ministero della Salute.

L’elaborazione di tali classi ha rivestito certamente un’importanza fondamentale nel fornire


chiarezza ad alcune indicazioni di legge lasciate alla variabilità interpretativa. Ciò ha assunto
l’aspetto formale di un elenco tassativo, simile a quello delle sostanze disciplinate come stupefacenti
dal Testo Unico, D.P.R. 309/1990.

La lista è composta da cinque sezioni:


I) classi vietate;
II) principi attivi appartenenti alle classi vietate;
III) specialità medicinali contenenti principi attivi vietati;
IV) elenco in ordine alfabetico dei principi attivi e delle relative specialità medicinali;
V) pratiche e metodi vietati.

Particolarmente interessante è il comma 2 dell’art. 7 che prevede l’inserimento di utili


informazioni nel foglio illustrativo per tutte le confezioni di farmaci ricompresi nelle classi rientranti
nell’ambito del doping, in un apposito paragrafo “Precauzioni per coloro che praticano attività
sportiva”.

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Capitolo 6, paragrafo 4.3

Gli accertamenti di laboratorio

Le norme prevedono una duplice organizzazione per l’esecuzione dei controlli in laboratorio,
che potranno essere effettuati in gara e fuori gara.

Per alcune competizioni ed attività sportive, determinata dalla Commissione di vigilanza e il


controllo sul doping, le verifiche saranno svolte dai laboratori accreditati dalla WADA-AMA
(Agenzia Mondiale Antidoping); le restanti attività di controllo saranno svolte da laboratori
regionali.

Gli standard organizzativi e di funzionamento dei laboratori chiamati ad eseguire i controlli sono
omogenei, indipendentemente dal tipo di competizione ed attività sportiva in cui saranno sollecitati
ad operare.

Nell’ottica dell’applicazione dei contenuti della legge 376/2000, notevole importanza dovrà essere
data al dato quantitativo più che alla mera identificazione della molecola dopante, alla luce del fatto
che il risultato deve essere interpretato per verificare sia se la sostanza rinvenuta è idonea ad alterare
le prestazioni agonistiche, che per accertare se ne derivi un danno alla salute.

Condizione importante, al fine di accertare l’effettiva azione della sostanza, è rappresentata dal
poter sottoporre ad analisi, insieme alle urine, anche il sangue.

Relativamente ai controlli, la legge non risolve i rapporto tra essi e quelli eventualmente disposti
dalla federazione sportiva.

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Capitolo 6, paragrafo 4.4

L’organizzazione

La fase applicativa della legge 376/2000 è demandata ad una Commissione composta da 12


membri, rappresentanti del Ministero della salute, del Dipartimento delle politiche giovanili e le
attività sportive, delle Regioni e del CONI.

I compiti della Commissione sono:


a) la predisposizione delle classi di sostanze e pratiche mediche proibite;
b) la determinazione dei criteri e delle metodologie per i controlli antidoping;
c) l’organizzazione dei laboratori attraverso i quali effettuare i controlli;
d) la predisposizione di programmi di ricerca sui farmaci, sulle sostanze e sulle pratiche mediche
utilizzabili ai fini del doping nelle attività sportive;
e) il mantenimento dei rapporti con gli organismi internazionali e con il Servizio Sanitario
Nazionale.

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Capitolo 6, paragrafo 4.5

Le disposizioni penali

L’art. 9 legge 376/2000 prevede le disposizioni penali.

Le condotte che integrano il reato sono quelle di procurare ad altri, somministrare, assumere o
favorire l’utilizzo di farmaci dopanti e di adottare o sottoporsi a pratiche mediche proibite, anche
finalizzate a modificare i risultati dei controlli.

Le sanzioni penali si possono quindi erogare anche nei confronti dell’atleta.

L’art. 9 elenca inoltre le aggravanti specifiche del reato, rappresentate da tre condizioni:
a) il fatto che si sia realizzato un danno ala salute in conseguenza della condotta delittuosa;
b) il reato commesso nei confronti del minorenne;
c) l’appartenenza del colpevole al CONI o ad una struttura riconosciuta dal CONI.

L’art. 9 prevede anche l’erogazione di una pena accessoria nel caso in cui il colpevole sia persona
che esercita una professione sanitaria, indicando che alla condanna consegue l’interdizione
dell’esercizio professionale.

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TOSSICOLOGIA AMBIENTALE
Capitolo 7, paragrafo 1

Premessa

Posto che compito istituzionale della tossicologia forense è quello di studiare il rapporto tra l’uomo e
l’agente tossico in relazione a specifici disposti di legge, risulta evidente il fatto che l’inquinamento
ambientale rientra tra i compiti di interesse della disciplina.

Nell’ambito dell’inquinamento particolare interesse per la tossicologia forense rivestono i settori


relativi all’inquinamento dell’aria e dell’acqua.

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Capitolo 7, paragrafo 2

Inquinamento dell’acqua

In tema di inquinamento dell’acqua, è opportuna far riferimento all’idoneità all’uso piuttosto che
alla purezza, in modo tale che possa essere considera più o meno inquinata in relazione alla sua
utilizzazione.

Gli usi ai quali può essere destinata l’acqua possono essere così indicati:
a) acque destinate al consumo umano (acque potabili, per uso alimentare) per le quali è
condizione imprescindibile l’assenza di sostanze pericolose per la salute dell’uomo (es. agenti
patogeni, sostanze chimiche nocive);
b) acque per uso industriale che non devono contenere composti che danneggino l’impianto (es.
il formarsi di pericolosi depositi di sali di calcio);
c) acque per l’agricoltura, la cui utilizzazione per l’irrigazione è possibile solo in presenza di una
ridotta salinità per evitare danni alla produttività del terreno;
d) acque compatibili con la vita acquatica, che presuppongono la presenza di sufficiente
ossigeno disciolto per garantirne i processi biologici fondamentali.

Usualmente gli inquinanti idrici sono raggruppati in alcune categorie, secondo una classificazione
convenzionale.

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Capitolo 7, paragrafo 2.1

Sostanze che consumano ossigeno

Un bacino d’acqua, per poter garantire la vita delle piante acquatiche e delle specie animali, deve
avere sufficiente ossigeno disciolto.

Uno dei motivi principali della deossigenazione va ricercato nelle c.d. sostanze che consumano
ossigeno. Tali inquinanti, immersi nel bacino idrico, vengono decomposti da diverse specie di
microorganismi a spese dell’ossigeno disciolto.

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Capitolo 7, paragrafo 2.2

Agenti patogeni

Dal momento che organismi patogeni (es. batteri del tipo, dissenteria, colera, tetano, ecc.) presenti
nelle feci e nelle urine di soggetti malati sono normalmente eliminati nel sistema fognario, risulta di
estrema gravità l’eventuale inquinamento di scarichi fognari di acque destinate al consumo umano.

La ricerca di microorganismi pericolosi per la salute dell’uomo attraverso indagini batteriologiche è


tuttavia di difficile attuazione, per via dell’elevato numero di germi da ricercare e del fatto che i
germi sono comunque presenti in minime quantità.

Per questa ragione, si ricerca il Bacterium Coli, microorganismi che è sempre presente nelle feci.
Tramite i dati sul Bacterium Coli è possibile valutare in maniera indiretta se l’acqua sia stata inquinata
con scarichi fognari.

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Capitolo 7, paragrafo 2.3

Sostanze nutritive delle piante

La flora acquatica è condizionata nella sua crescita dalla presenza qualitativa e quantitativa di
sostanze nutritive.

Se l’arricchimento di composti necessari per lo sviluppo avviene in maniera naturale, l’aumento di


vegetazione acquatica comporta un lento e progressivo invecchiamento del bacino in un periodo di
tempo che viene valutato in millenni (c.d. eutrofizzazione naturale).

Se, invece, il processo di nutrimento subisce accelerazione dall’uomo diviene un problema di


inquinamento (c.d. eutrofizzazione antropica). Le alghe crescono molto rapidamente, consumando
ossigeno, con la conseguenza di rendere in breve tempo l’ambiente acquatico anaerobico e quindi
inidoneo alla vita. Il fondo del bacino si innalza per i depositi di materiale in decomposizione che si
accumulano. Si favorisce così una rapida trasformazione in palude.

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Capitolo 7, paragrafo 2.4

Composti organici di sintesi

I composti organici di sintesi rappresentano una vasta categorie di sostanze (es. detersivi,
pesticidi, solventi, vernici, prodotti farmaceutici, ecc.) che possono rappresentare un pericolo di
inquinamento delle acque.

Alcuni detersivi includono nella loro struttura chimica tensioattivi e polifosfati.

Le sostanze tensioattive sono responsabili della formazione di schiume che rimangono sulla
superficie del bacino idrico, divenendo esteticamente inaccettabili. Negli ultimi, in seguito a vincoli
di legge che hanno imposto che i prodotti siano biodegradabili, il problema è diminuito.

I polifosfati, contenendo un’elevata quantità di fosforo, vengono considerati i principali responsabili


del fenomeno dell’eutrofizzazione.

I pesticidi creano problemi sotto il punto di vista della biodegradabilità, ovvero la possibilità che
questi prodotti possano essere ridotti dai batteri a forme innocue in breve tempo, senza che vi sia
persistenza nell’ambiente.
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Capitolo 7, paragrafo 2.5

Petrolio

L’inquinamento da petrolio è legato principalmente ai disastri che coinvolgono navi trasporto o


pozzi petroliferi.

Gli effetti negativi della presenza del petrolio possono essere indicati nella riduzione di luce e quindi
della fotosintesi vegetale marina, diminuzione dell’ossigeno disciolto in acqua, danno agli uccelli
marini e distruzione di alghe.

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Capitolo 7, paragrafo 2.6

Sostanze chimiche inorganiche e minerali

Fanno parte di questa categoria acidi, sali inorganici e metalli pesanti, composti che possono essere
immessi nelle acque dall’attività di varie industrie.

Le acque dolci hanno un pH tendente alla neutralità. Quantità rilevanti di acidi possono alterare la
condizione di equilibrio con gravi danni per la vita acquatica e, se tali acque vengono utilizzate per
l’irrigazione, per il raccolto agricolo.

Anche la presenza di un’elevata salinità rende le acque inidonee per l’agricoltura, rappresentando
un grave danno per i raccolti e per la fertilità del terreno.

Problemi di tossicità riguardano invece i metalli pesanti, prodotti per usi industriali (es. mercurio,
piombo, arsenico, cromo, nichel, ecc.). Essi hanno la proprietà di accumularsi negli organismi
viventi, entrando nella catena alimentare fino a risultare pericolosi per l’uomo.

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Capitolo 7, paragrafo 2.7

Sedimenti

Una forma di inquinamento delle acque può essere anche attribuita ai sedimenti, ovvero i solidi
sospesi indisciplinati riconducibili al fenomeno dell’erosione.

Gli effetti dannosi dei sedimenti sono causati dal loro depositarsi sul fondo del bacino, con la
conseguenza di ridurre la popolazione di pesci e molluschi e coprire le riserve di cibo.

Riducono inoltre la quantità di luce che penetra, rallentando così il fenomeno di fotosintesi delle
piante acquatiche.

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Capitolo 7, paragrafo 2.8

Inquinamento da calore

L’inquinamento da calore è provocato dall’aumento improvviso della temperatura nel bacino,


solitamente dovuto all’immissione di una quantità di acqua più calda.

È un fenomeno generalmente collegato ai processi di raffreddamento di impianti industriali, nei


quali, avvenuto lo scambio di calore, la massa riscaldata viene immessa nel bacino.

L’aumento della temperatura comporta una diminuzione dell’ossigeno disciolto. Inoltre, poiché il
ciclo vitale di molti organismi acquatici è strettamente connesso con la temperatura dell’acqua,
l’aumento della temperatura altera il normale sviluppo della vita.

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Capitolo 7, paragrafo 2.9

Sostanze radioattive

Le acque possono essere inquinate anche da sostanze radioattive, le cui fonti possono essere
residui di lavorazione di minerali a base di uranio, rifiuti di reattori nucleari, lavoratori di ricerca,
industrie, ospedali, impianti di trattamento di combustibili nucleari, ecc.

La radioattività, oltre i limiti di tolleranza, può portare alla morte degli organismi.

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Capitolo 7, paragrafo 3

Cenni sulla normativa in tema di inquinamento delle acque

Con il Codice dell’ambiente ( D. Lgs. 152/2006 e successive modificazioni), il legislatore ha


tentato di riordinare la normativa ambientale, inserendo nel testo la disciplina dell’inquinamento
delle acque, la tutela del suolo e la lotta alla desertificazione, la gestione dei rifiuti, la tutela dell’aria.

Va ricordato che gli artt. 439 e 440 del codice penale prendono in considerazione i reati di
avvelenamento, adulterazione e contraffazione di acque destinate all’alimentazione. Sono norme
che, anche nel campo dell’inquinamento, possono essere applicate a tutela della salute pubblica e
non a tutela dell’ambiente in senso lato.

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Capitolo 7, paragrafo 4

Inquinamento dell’aria

La composizione dell’aria secca, dalla quale sia stato cioè rimosso il vapore acqueo, può ritenersi
praticamente costante per quanto concerne l’azoto e l’ossigeno, che costituiscono da soli il 99%.

Per “inquinamento dell’aria” si intendono sia tutte le modificazioni della composizione dell’aria
legate all’attività umana, che alcuni fenomeni naturali (es. decomposizione della vegetazione, attività
vulcanica, incendi, monossido di carbonio, ecc.).

Le fonti principali, non legate a fenomeni naturali, possono essere individuate nei processi
industriali, negli impianti di combustione (riscaldamento domestico, centrali termiche, inceneritori)
e nel traffico veicolare.

Negli impianti di combustione un combustibile viene fatto reagire con l’ossigeno presente nell’aria
per produrre calore e trasformarsi in anidride carbonica ed acqua. Si possono tuttavia formare nei
fumi delle sostanze inquinanti (es. ossidi di azoto, monossido di carbonio, ceneri, ecc.).

Lo stesso tipo di inquinamento proviene dai motori a scoppio, in quanto il loro funzionamento è
legato alla combustione di benzine, kerosene, gasolio.

I processi industriali possono essere anch’essi fonte di grave deterioramento della qualità dell’aria:
dall’industria petrolifera si potrà temere la presenza di idrocarburi, dall’industria chimica di solventi
e composti organici volatili, dall’industria siderurgica quella di particelle solide.

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L’esposizione prolungata a determinata concentrazioni dei più comuni inquinanti dell’aria (es. gli
ossidi di azoto, di zolfo ed il monossido di carbonio) produce certamente danni all’apparato
respiratorio dell’uomo.

Anche l’ambiente può essere danneggiato dalle sostanze immesse nell’aria: i monumenti, le strutture
in muratura e, in generale, i manufatti dell’uomo vengono corrosi e degradati.

Gli inquinati dell’aria sono divisi in 5 gruppi che rappresentano gli inquinanti primari:
a) monossido di carbonio;
b) ossidi di azoto;
c) ossidi di zolfo;
d) idrocarburi;
e) particelle solide o particolati.

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Capitolo 7, paragrafo 4.1

Effetto serra

Un fenomeno di inquinamento dell’aria molto importante e di estrema attualità è il c.d. effetto


serra, dovuto alla crescente presenza nell’aria di anidride carbonica, molecola che rischia di
provocare un aumento della temperatura del globo terrestre.

Questo gas lascia passare l’energia luminosa ad onde corte inviata dal sole sulla Terra provocando
l’effetto di riscaldarne la superficie ed assorbe una parte delle radiazioni ad onda lunga riflesse dalla
Terra, trattenendo così una parte del calore emanato.

In condizioni di equilibrio l’effetto serra è un fenomeno naturale molto importante per mantenere
una temperatura idonea alle condizioni di vita sulla terra (effetto serra naturale), ma il costante
aumento dell’anidride carbonica presente nell’aria a causa dell’attività dell’uomo può portare ad un
aumento della temperatura tale da alterare profondamente il clima terrestre (effetto serra antropico).

Alcune attività naturali portano alla rimozione dell’anidride carbonica. Tra queste, assume notevole
rilevanza la fotosintesi clorofilliana mediante la quale l’anidride carbonica viene trasformata in
carboidrati ed in ossigeno dalle piante.

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Capitolo 7, paragrafo 4.2

Riduzione dell’ozono atmosferico

Nella stratosfera è presente una certa concentrazione di ozono (O3), gas che assorbe le radiazioni
ultraviolette creando uno scudo di protezione indispensabile per la vita sulla Terra.

Negli ultimi anni sono state individuate sostanze che, introdotte nell’atmosfera, sarebbe in grado di
generare una progressiva riduzione dell’ozono (es. clorofluorocarburi, ovvero i gas usati come
propellenti per aerosol).

Il fenomeno del c.d. “buco dell’ozono”, giunto all’attenzione della comunità scientifica attorno
agli anni settanta, ha portato alla stipulazione del Protocollo di Montreal volto alla riduzione del
consumo delle sostanze dannose. Si prevede che lo strato di ozono dovrebbe ristabilirsi entro la fine
del secolo.

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Capitolo 7, paragrafo 4.3

Cenni sulla normativa in tema di inquinamento dell’aria

Con il Codice dell’ambiente (D. Lgs. 152/2006 e successive modificazioni), il legislatore ha


racchiuso tutto ciò che riguarda le norme relative alla prevenzione e limitazione delle emissioni in
atmosfera di impianti ed attività, alla disciplina degli impianti termici civili e a quella dei
combustibili nella sezione intitolata “Norme in materia di tutela dell’aria e di riduzione delle
emissioni in atmosfera”.

Accanto a tale T.U., ha continuato ad operare l’art. 674 del codice penale, rubricato “Getto
pericoloso di cose”, che vieta l’emissione di gas, vapore o fumo atti ad offendere, imbrattare o
molestare persone.

Restano in vigore gli artt. 216 e 217 del T.U. delle leggi sanitarie, che danno facoltà al sindaco
di emettere ordinanze urgenti a tutela della salute pubblica a prende di produzione di vapori, gas o
altre esalazioni insalubri provenienti dagli insediamenti industriali.

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IL RISCHIO CHIMICO IN AMBIENTE DI LAVORO


Capitolo 8, paragrafo 1

Il rischio chimico

L’interesse per la determinazione dei fattori di rischio per la salute nell’ambiente di lavoro ha
assunto grande importanza nel corso degli anni, in seguito alla crescente industrializzazione.

Per “ambiente di lavoro” si intende tutto il complesso di situazioni e fattori con i quali l’individuo
viene a contatto nel corso della sua attività lavorativa.

Il rischio chimico nell’attività lavorativa è da intendersi come tutti quei pericoli per la salute
potenzialmente connessi con l’impiego di sostanze o preparati chimici (agenti chimici), considerando
come “rischio” la probabilità che si raggiunga il potenziale nocivo nelle condizioni di utilizzazione
o esposizione e come “pericolo” la proprietà intrinseca di un agente chimico di poter produrre
effetti nocivi.

Nell’ambiente di lavoro, la maggior parte dei danni alla salute è provocata dall’introduzione di
agenti chimici attraverso le tre principali vie di accesso e di penetrazione dei tossici nell’organismo:
a) via respiratoria o polmonare: l’inalazione nei polmoni durante la respirazione è propria dei
prodotti gassosi o volativi. Questa può essere considerata la principale via di introduzione di
sostanze chimiche in ambiente lavorativo;
b) via cutanea: il rischio di esposizione per contatto cutaneo si può presentare durante le fasi di
manipolazione delle sostanze chimiche;
c) via digestiva: questa via di penetrazione presenta una minore importanza, seppur non
trascurabile, come fonte di intossicazione professionale.

Le sostanze ed i preparati chimici sono potenzialmente pericolosi sotto due punti di vista:
• possono provocare rischi infortunistici offendendo in modo traumatico la persona colpita. In tal
caso si palesa un quadro di intossicazione acuta, caratterizzata da un’esposizione all’agente
tossico di breve durata e rapido assorbimento;
• possono provocare rischi per la salute per esposizione protratta nel tempo a dosi anche minime. In
tal caso si fa riferimento agli effetti di un’intossicazione cronica, caratterizzata da assorbimento
dell’agente tossico per lungo periodo fino al raggiungimento di una concentrazione sufficiente a
scatenare le manifestazioni cliniche.

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Capitolo 8, paragrafo 2

Rischi per la salute e la sicurezza derivanti da agenti chimici alla luce del 

Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro (D. Lgs. n. 81/2008 integrato)

Il D. Lgs. 81/2008 – Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro –, integrato dal D. Lgs.
106/2009, determina i requisiti minimi per la protezione dei lavoratori contro i rischi per la salute e
la sicurezza che possono derivare dagli effetti di agenti chimici presenti sul luogo di lavoro.

Sono considerati “agenti chimici” tutti gli elementi o i composti chimici, allo stato naturale o
ottenuti, utilizzati o smaltiti, sia essi prodotti intenzionalmente o meno, siano immessi o meno sul
mercato.

Sono considerati “agenti chimici pericolosi” quelli che, anche se non classificati come tali,
possono comportare rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori a causa delle loro proprietà e del
loro modo di essere utilizzati sul luogo di lavoro.

La “valutazione del rischio chimico” è l’insieme delle operazioni tecnico-conoscitive che devono
essere eseguite per definire la presenza e l’entrale entità di rischi per la sicurezza e la salute dei
lavoratori connessi con la presenza di agenti chimici pericolosi all’interno dell’intero ciclo lavorativo.

Tra gli accertamenti previsti per la valutazione del rischio, sono indicati il controllo dell’ambiente in
cui si svolge l’attività lavorativa attraverso il monitoraggio ambientale, sia il monitoraggio biologico,
che permette di accertare l’esposizione ad un determinato tossico in matrici biologiche prelevate dal
lavoratori, sia gli effetti delle misure di prevenzione adottate o da adottare.

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Capitolo 8, paragrafo 2.1

Monitoraggio ambientale

Dalla constatazione che nell’industria è necessario avere indicazioni sulle concentrazioni di sostanze
dotate di tossicità che possono essere tollerate senza danno, è nato il concetto di massima
concentrazione permessa (MAC) e valori limite di soglia (TLV).

È infatti necessario definire fino a che punto, sopra lo zero, possa essere tollerata nell’ambiente di
lavoro l’esposizione ad una sostanza chimica senza che questa determini un’alterazione dello stato di
salute del lavoratore.

I valori limite di soglia (TLV) si riferiscono a concentrazioni nell’aria ambiente di sostanze e


rappresentano condizioni sotto le quali si deve ritenere che pressoché tutti i lavoratori possono essere
ripetutamente esposti giorno dopo giorno senza riportare effetti indesiderabili.

L’American Conference of Governmental Industrial Hygienist ha introdotto tre categorie di TLV:


a) valore limite di soglia-media ponderata nel tempo: concentrazione media ponderata nel
tempo per una giornata lavorativa di 8 ore e per 40 ore settimanali a cui quasi tutti i lavoratori
possono essere esposti senza effetti negativi;
b) valore limite di soglia-limite per breve tempo di esposizione: concentrazione media che
può essere raggiunta per un periodo massimo di 15 minuti, per non più di quattro volte al giorno
con intervalli di almeno un’ora;
c) valore limite di soglia-Ceiling per le sostanze dotate di tossicità acuta: concentrazione
che non deve essere mai superata durante tutto il turno lavorativo.

Il legislatore italiano ha previsto l’istituzione di un Comitato consultivo per la determinazione e


l’aggiornamento dei valori limite di esposizione professionale e dei valori limite biologici relativi agli
agenti chimici.

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Capitolo 8, paragrafo 2.2

Monitoraggio biologico

Il monitoraggio biologico permette di valutare con maggiore esattezza l’esposizione ad un


determinato tossico mediante la ricerca di uno o più indicatori biologici su campioni organici
prelevati sul lavoratore (es. sangue, urina, capelli, ecc.).

Attualmente, le conoscenze nel campo sono tali da consentire di proporre valori limite biologici per
un numero di agenti chimici molto inferiore a quello per cui sono disponibili i valori limite di
esposizione professionale.

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Capitolo 8, paragrafo 2.3

Le misure di prevenzione dei rischi

Le misure di sicurezza da adottare vanno progettate secondo i principi generali della prevenzione ed
in base alle priorità emerse dalla valutazione dei rischi.

La loro applicazione risponde ad una logica prevenzionistica per cui si passa progressivamente da
provvedimenti generali di prevenzione a misure sempre più particolare e specifiche di protezione.

Le misure per eliminare o ridurre al minimo i rischi derivanti da agenti chimici pericolosi possono
essere indicate in una serie di interventi, quali:
• fornitura di attrezzature idonee per il lavoro specifico;
• riduzione al minimo del numero dei lavoratori esposti;
• riduzione al minimo dell’intensità e della durata dell’esposizione;
• riduzione al minimo della quantità di agenti chimici presenti sul luogo di lavoro;
• misure igieniche adeguate;
• metodi di lavorazione appropriati.
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TOSSICOLOGIA DEGLI ALIMENTI


Capitolo 9, paragrafo 1

Premessa

Il problema dell’alimentazione è assai importante sotto due aspetti: da un lato è collegato alla salute
dell’uomo, dall’altro alla necessità di produrre cibo.

La normativa di riferimento in Italia per quello che concerne gli alimenti è la legge 283/1962,
“Disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande”.

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Capitolo 9, paragrafo 2

La conservazione dei cibi

Uno dei problemi maggiormente rilevanti riguardo l’alimentazione è quello della conservazione
dei cibi, profilo sotto il quale la scienza dell’alimentazione ha compiuto passi da gigante dal punto
di vista tecnologico negli ultimi anni.

Alcune tecniche per la conservazione dei cibi sono utilizzate da molto tempo:
a) la salagione, che consiste nell’aggiungere sale ai cibi da conservare, rendendo così impossibile la
vita di microrganismi sui cibi;
b) l’affumicazione, che ha la capacità di impedire la crescita della flora batterica;
c) la concentrazione, che prevede la diminuzione della quantità di liquido, con conseguente
diminuzione della capacità di formazione e sopravvivenza di microrganismi.

Le tecniche più importanti dal punto di vista industriale sono quelle legate alla temperatura:
d) il freddo (es. surgelati) blocca qualsiasi attività microbica;
e) con il calore, ad una certa temperatura i microrganismi non sopravvivono.

Ai fini di una perfetta sterilità si fa uso anche delle radiazioni ionizzanti, tecnica molto efficace
messa però in discussione dalla Comunità europea per via della diminuzione del potere nutritivo al
cibo dovuto alla distruzione di alcune vitamine.

Infine, altra tecnica parzialmente in disuso è quella della liofilizzazione, basata sulla sottrazione
della parte liquida dell’alimento.

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Capitolo 9, paragrafo 3

Additivi alimentari

Il settore di maggiore interesse è però quello degli additivi alimentari, cioè quelle sostanze,
normalmente non consumate come alimenti, aggiunte intenzionalmente ai prodotti alimentari per
un fine tecnologico nelle fasi di produzione, trasformazione, preparazione, imballaggio, trasporto o
immagazzinamento degli alimenti, che si possa ragionevolmente presumere diventino componenti
di tali alimenti direttamente o indirettamente.

Gli additivi alimentari sono regolai dal D.M. 209/1996, intitolato “Regolamento concernente la
disciplina degli additivi alimentari consentiti nella preparazione e per la conservazione delle
sostanze alimentari in attuazione delle direttive 94/34 CE, 94/35 CE, 94/36 CE, 95/2 CE e 95/31
CE”.

Tra le categorie di additivi alimentari previsti dal D.M. 209/1996, i può diffusi sono:
a) i coloranti: sostanze che conferiscono un colore ad un alimento o che ne restituiscono la
colorazione originaria;
b) gli edulcoranti: sostanze utilizzate per confer
c) ire un sapore dolce ai prodotti alimentari;
d) gli antiossidanti: sostanze che prolungano il periodo di conservazione dei prodotti alimentari
proteggendolo dall’ossidazione, che porta alla formazione di sostanze di odore, sapore e colore
sgradevoli;
e) i conservanti: sostanze che prolungano il periodo di conservazione dei prodotti alimentari
proteggendoli dal deterioramento provocato da microrganismi;
f) gli addensanti ed i gelificanti: sostanze che danno consistenza e aumentano la viscosità di un
prodotto alimentare.

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Capitolo 9, paragrafo 3.1

Tossicità degli additivi

Il problema più serio relativo agli additivi è quello della tossicità, cioè della capacità di alcuni di
essi di produrre danno alla salute.

La tossicità di un prodotto è legata principalmente alla quantità e alla dose. Non esiste sostanza che
sia tossica in assoluto, come non esiste sostanza che ad alte dosi non abbia un effetto tossico.

Per gli additivi, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) tiene conto di alcuni parametri:
a) la dose giornaliera ammissibile, cioè la quantità massima di un additivo che l’uomo può
assumere in un giorno senza rischi per la salute;
b) il limite di tolleranza, cioè il contenuto massimo di un additivo in un alimento.

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Capitolo 9, paragrafo 3.2

Additivi accidentali

Gli additivi accidentale sono quelli che entrano negli alimenti perché involontariamente sono
entrati nel ciclo di lavorazione (es. i metalli pesanti nei pesci) o perché contenuti nel mangime
somministrato agli animali (es. steroidi ed estrogeni).

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