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MODALITA’ E CONTESTI

EDUCATIVI: principi di
psicopedagogia
dell’educazione
Psicologia dell'Apprendimento
Università degli Studi di Parma
10 pag.

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PSICOLOGIA DELL’EDUCAZIONE:
MODALITA’ E CONTESTI EDUCATIVI: principi di psicopedagogia dell’educazione
CAPITOLO 1: EMOTIVITA’ E AFFETTIVITA’ COME BASI DELLO SVILUPPO
la vita prima della vita
dare la vita ad un nuovo essere dovrebbe rappresentare il più grande gesto d’amore e di altruismo che si
possa fare, purtroppo spesso accade proprio il contrario.
Quando due persone decidono di avere un bambino lo fanno pensando soprattutto a se stessi e a tutti i
cambiamenti che dovranno affrontare a livello fisico, mentale, emotivo ed economico. Non saranno più
soltanto i membri di una coppia ma diventeranno rispettivamente un padre e una madre.
Alcune volte si decide di mettere al mondo una nuova vita per i motivi più sbagliati come per esempio la
realizzazione personale oppure per risolvere crisi di coppie.
È assolutamente impensabile pretendere di prendersi cura di qualcuno se non siamo in grado di prenderci
cura innanzitutto di noi stessi.
Diversi studi hanno confermato anche il valore e l’importanza della relazione madre-bambino durante la
gravidanza per lo sviluppo del carattere e della salute psicofisica del bambino. Una madre altamente
ansiosa che deve fronteggiare molti stress durante la gravidanza, può avere un figlio aggressivo e ansioso,
mentre una madre rilassata crea con lui un legame positivo e ne favorisce la crescita armoniosa.
Il periodo della vita prenatale è il periodo più importante poiché è proprio allora che vengono gettate le
basi della salute fisica e psichica futura.

Gli stati emotivi dell’infanzia


Può accadere che ci si illuda di poter utilizzare le emozioni secondo i nostri desideri e bisogni però le
emozioni non sono controllabili.
L’ansia è uno stato emotivo che si attiva quando si percepisce un pericolo, dunque è un segnale. Il pericolo,
però in questo caso è spesso solo soggettivo, cioè immaginato dall’individuo, non reale, oggettivo poiché in
quest’ultimo caso di tratta di paura.
Se esiste qualcosa la cui pericolosità è obiettivamente dimostrata, la reazione emotiva viene chiamata
paura, se invece l’oggetto o la situazione non sono obiettivamente pericolosi la reazione viene definita
ansia o fobia.
- La paura: è una reazione di timore verso un evento esterno o una situazione che siano
obiettivamente pericolosi, oppure inoffensivi, ma tipicamente temuti da bambini, bisogna
rassicurare il bambino.
- L’ansia: è un’eccessiva reazione apprensiva alle possibili conseguenze di un evento, piuttosto che
nei confronti dell’evento di per sé. Spesso le conseguenze temute portano a uno stato emotivo
molto intenso.
- La fobia: è un’eccessiva reazione apprensiva, con tendenza a evitare un evento esterno o una
situazione che non sono obiettivamente pericolosi.
La paura, a uno stadio intenso, si può manifestare attraverso l’attacco di panico, che è caratterizzato
dall’insorgere improvviso di uno stato di intenso terrore, spesso associato a un senso di pericolo imminente
o di una minaccia.
Sindromi ansiose:
- Sindrome ansiosa da separazione: il soggetto ha una reale paura di separarsi dalla sua figura di
riferimento, al punto di rinunciare anche ad attività di piacere come giocare con i compagni o
andare ad una festa di un amico.
- Tra le sindromi ansiose è compresa anche l’ansia sociale: si tratta di un disturbo caratterizzato
dall’eccessiva timidezza nei confronti di figure poco familiari, appaiono socialmente isolati,
appartati e timorosi.

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- Sindrome ansiosa generalizzata: presenza di uno stato di eccessiva ansia e di preoccupazione
irrealistica. Diversamente da quanto accade nell’ansia sociale, i cui sintomi sono collegabili a
particolari situazioni psicosociali, la sindrome ansiosa generalizzata ha un carattere persuasivo e
non è possibile collegarla a particolari stimoli ambientali. Come il timore di arrivare tardi, di aver
sbagliato qualcosa, di non essersi comportato bene. Questi soggetti hanno una visione distorta
della realtà.

Legami di attaccamento
1. Attaccamento sicuro: è caratterizzato dalla disponibilità della madre, che offre in modo coerente e
costante il supporto ai bisogni del bambino. Consistente comportamento di accudimento, da adulti
avranno relazioni sentimentali caratterizzate da una perfetta combinazione tra eros e agape,
avranno un elevato livello di autostima, mancanza di ansietà e si sentono a proprio agio con
l’intimità che si instaura con il partner.
2. Attaccamento insicuro-ambivalente o insicuro-resistente: genitore si mostra incoerente negli
atteggiamenti verso il bambino, in alcune circostanze lo accudisce e lo tranquillizza, in altre è
assente o poco disponibile. Da adulti hanno relazioni in cui il loro amore è espresso come mania,
forte ansia, dipendenza emotiva, ipercoinvolgimento ossessivo.
3. Attaccamento insicuro-evitante: il rifiuto caratterizza la relazione, il genitore non riesce a far fronte
alle richieste del bambino e rinuncia alla relazione mantenendosi quasi costantemente su
un’asintonia comunicativa. Da adulti vivono i loro amori con uno stile che nel complesso viene
definito amore circospetto, si sentono a disagio con l’intimità, basato sull’amicizia.
4. Attaccamento disorientato-disorganizzato: caratterizzato da madri che spesso si presentano molto
concentrate su se stesse e alle prese con i loro problemi, i bambini quindi manifestano più modalità
di attaccamento e passano da una modalità all’altra senza sperimentarla completamente. Da adulti,
risultano avere bassi livelli di autostima e una qualche ansia relativa all’andamento della loro
relazione di coppia.

Reazioni di fronte alla perdita del proprio partner sia nel lutto che in una separazione o in un divorzio si
articolano in 3 fasi:
- La protesta: caratterizzata da agitazione, grida, pianto, iperattività, urla, resistenza all’offerta di
conforto, ansia, panico. Il bambino crede che attraverso le urla e il suo controllo della situazione la
persona morta o che se n’è andata, possa essere convinta a tornare.
- La disperazione: la protesta attiva, con il passare del tempo, rivelandosi inutile viene sostituita da
disperazione ovvero da un periodo di letargia, inattività, depressione, sonno, battito cardiaco
accelerato. Consapevolezza che la perdita è irreparabile.
- Il distacco: con il tempo di verifica il distacco, ci si allontana emozionalmente dalla figura di
attaccamento perduta.

CAPITOLO 2: I PRINCIPI DELL’EDUCAZIONE


Nonostante molti progressi siamo ancora lontani dal conferire un riconoscimento adeguato all’importanza
di tale periodo della vita e si dibatte ancora su quali strategie utilizzare per mettere in atto un progetto
educativo e formativo funzionale al bambino.
L’educazione comincia dall’ambiente, pertanto ogni piccolo aspetto dell’ambiente può fornire un
contributo significativo sia per il benessere emotivo che per lo sviluppo cognitivo così diventa determinante
creare ambienti idonei alla formazione.
Ciò che oggi si evidenzia è la scomparsa dell’infanzia, scomparsa voluta proprio dall’adulto con le sue scelte
scellerate dirette al considerare da subito il bambino un consumatore, un adulto che va invogliato e
condizionato negli stili di vita e nelle scelte proprio come un adulto, dunque l’espressione scomparsa
dell’infanzia intende sottolineare proprio la modificazione dell’idea di infanzia nel suo significato globale.

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Per le bambine diventare una diva dello spettacolo sembra essere il massimo delle aspirazioni, non c’è
adolescente che non abbia il suo telefonino, ciò dimostra come i media non abbiano preoccupazioni
educative, ma si pongono solo il problema commerciale di vendere i loro prodotti.
I videogiochi non possono essere gli unici giochi dei bambini, non che sia errato far giocare un bambino con
un videogioco che in alcuni casi può essere utile anche ma di sicuro il bambino per il suo sano sviluppo
avrebbe bisogno di altri stimoli che gli permettano di svolgere più funzioni.

Nel rapporto adulti-bambini la prima attenzione deve essere rivolta all’emotività, troppo spesso infatti
l’adulto cerca le soluzioni educative in strategie e protocolli che non sempre rispondono alle aspettative del
bambino, causando lo scontro generazionale che diventa conflittualità verbale o anche fisica.
Quando gli adulti pensano di essere impotenti o quando credono che i ragazzi non cercano più l’affetto dei
genitori forse commettono un errore perché proprio questi atteggiamenti possono nascondere una
richiesta di aiuto e di contatto.
Diventa sempre più determinante il rapporto scuola-famiglia e non è più tollerabile mantenere il bambino
in due realtà educative disgiunte, diviene indispensabile creare un progetto educativo basato su una
collaborazione tra le due istituzioni educative di base.
Il rapporto bambini-adulti si articola in forme affettive diverse con una vasta gamma di atteggiamenti,
espressioni dovuti anche alla capacità di trasmettere amore e alla disponibilità di cure dei genitori.
Ecco quindi l’importanza di creare una nuova alfabetizzazione emotiva, di dare cioè spazio alle emozioni.
In un progetto di educazione emotiva occorre costruire inizialmente un percorso diretto a identificare e
nominare le emozioni, successivamente bisogna insegnare a riconoscere i contenuti emotivi della voce,
delle espressioni facciali nonché del corpo e infine insegnare a comprendere le situazioni e le reazioni che
producono i diversi stati emotivi.
Molto spesso i ragazzi nonostante i sentimenti di rabbia e di dolore vivono in silenzio la propria sofferenza
emotiva, bramano l’amore, l’accettazione dei genitori, lottano per il rispetto di sé, agiscono impulsivamente
mossi da emozioni che non sanno nominare o che non capiscono.
Devono poter sperimentare l’empatia ed essere incoraggiati ad utilizzarla, per sviluppare la propria
coscienza, i ragazzi hanno bisogno di sentire dei legami emotivi forti.

Nel rapporto genitori-insegnanti l’unico obiettivo perseguito dai genitori sembra essere solo quello
didattico, quando le attività non riguardano l’andamento scolastico in termini di profitto, infatti, l’interesse
dei genitori precipita. Questo disinteresse deve essere superato e ciò è possibile solo se si fa propria la
visione del figlio-alunno in una dimensione olistica ovvero senza separare nel bambino le sfere psicologiche
fondamentali: quella cognitiva, affettiva-emotiva, sociale-relazionale.
La difficoltà maggiore di chi si occupa di educare è quella di conoscere i bisogni del bambino ma soprattutto
di sapere cosa è giusto e cosa è sbagliato, anche in termini di punizione e di gratificazione.

I confini dell’educazione
Uno dei maggiori problemi che genitori e insegnanti si trovano a dovere affrontare nella quotidianità è
quello relativo ai limiti da imporre a figli e scolari.
I bambini hanno bisogno di limiti soprattutto in una società come la nostra in cui modelli di riferimento non
sono chiari e dove i media rappresentano una realtà spesso distorta.
Genitori e insegnanti che pretendono di educare senza sbagliare compiono un grave errore, perché
impegnano tutte le proprie energie nel cercare di evitare errori e non nel far bene, quando si educa bisogna
pensare a ciò che si deve fare e non a ciò che non si deve fare.
Definire i limiti non costituisce qualcosa fine a se stesso, è invece un mezzo per la ricerca del proprio io, il
limite marca la differenza tra se stesso e l’altro, tra vicinanza e lontananza, tra noto e ignoto.
Un comportamento rispettoso nei confronti dei bambini è indispensabile, ma non va confuso con
l’accondiscendenza ad ogni costo.

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I bambini necessitano di personalità chiare e solide e la fermezza non ha nulla a che fare con grida e
rimproveri, con la violenza fisica ma implica solo chiarezza e decisione per comunicare rispetto reciproco.
Molti genitori, tuttavia, dopo aver punito i figli si sentono l’ansia di aver compromesso il proprio rapporto
con loro e in molti casi cercano di rimediare con frasi e comportamenti tendenti a ripristinare un rapporto
normale. Quando si decide di attuare un programma correttivo, questo va portato a termine senza
ripensamenti, altrimenti il bambino non riesce a capire il limite tra il comportamento sorretto e quello
errato.

La comunicazione nel processo educativo


La comunicazione è un concetto che implica la relazione interpersonale tra due o più soggetti in autonomia
reciproca, essa comporta una visione pluralistica della realtà costituita da centri d’attività vitale e
relazionale capaci e aventi il diritto di entrare in rapporto intersoggettivo.
Permette il contatto attraverso diversi codici verbali e non verbali.
Non esiste comportamento che non sia comunicativo.
Lo sviluppo del linguaggio può essere compromesso se viene a mancare la presenza attiva di chi deve stare
vicino al bambino, la comunicazione è fortemente influenzata dal contesto in cui si vive.
Nella scuola si instaurano rapporti significativi con amici.
Oggi i giovani sono tornati alla comunicazione scritta, usano internet e il telefonino, dal quale inviano
messaggi e immagini.
I messaggi sono certamente il mezzo di comunicazione per eccellenza degli adolescenti che in questo modo
si trasmettono informazioni personali.
Gli alunni apprezzano e riconoscono come maestro il docente che non solo ha competenze disciplinari ma
che sappia anche instaurare una relazione comunicativa positiva, senza difendersi dietro lo schermo del
ruolo che ha.

Il burn-out dell’educatore
Nel nostro linguaggio comune sono sempre più presenti gli anglicismi e in modo particolare da qualche
tempo li ritroviamo anche nel campo delle scienze dell’educazione, così come termini come burn-out e
mobbing fanno sempre più parte del nostro vissuto e coloro che si occupano di educazione e formazione
non possono non conoscerli perché insegnanti e genitori sono soggetti a rischio.
Helping professions: si tratta di professioni che richiedono particolari competenze e una precisa
propensione al rapporto umano e all’empatia, in queste professioni il carico emotivo ha un peso maggiore e
richiede un surplus di risorse umane per favorire processi di adattamento attivo alle problematiche
connesse allo stress lavorativo.
Il burn-out è un fenomeno complesso il cui problema di fondo è quello di riconoscere l’importanza dello
stress lavorativo e della gestione delle risorse umane. Chiarezza di intenti e gestione delle risorse umane,
questi sono gli aspetti fondamentali su cui interviene.
Il diffondersi di questo termine è dovuto all’immediatezza con cui definisce un fenomeno che si sta
rilevando di estremo interesse e preoccupazione per le conseguenze negative che comporta per educatori,
insegnanti, formatori e, questa è la novità, genitori, ovvero tutte quelle figure professionali che svolgono
una funzione che li pone al servizio degli altri (helping professions).
Il termine burn-out traducibile in italiano con bruciato, esaurito, scoppiato esprime con un’efficace
metafora il bruciarsi dell’operatore e il suo cedimento psicofisico rispetto alle difficoltà dell’attività
professionale. Esso esprime il non farcela più, il malumore e l’irritazione quotidiana, lo svuotamento, il
senso di delusione e di impotenza.
L’esaurirsi delle risorse dell’operatore che lentamente di brucia nel tentativo di adattarsi alle difficoltà del
confronto quotidiano con la propria attività lavorativa.

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La sindrome del burn-out non insorge all’improvviso comincia con i primi episodi di sconfitta fino a
diventare una debilitante condizione psicologica causata dalle frustrazioni lavorative e che conduce a una
ridotta produttività.
I sintomi sono:
- Quadro iniziale, sintomi premonitori
- Riduzione dell’impegno
- Reazioni emotive e consapevolizzazione
- Declino
- Appiattimento
- Reazioni psicopatiche
- Disperazione
Quando invece non si creano gruppi di lavoro e di formazione e si resta soli si è maggiormente vulnerabili:
proprio in una situazione siffatta il mobbing può colpire.
Il termine mobbing deriva dal verbo to mob che significa due tipi di azioni: affollarsi, accalcarsi intorno a
qualcuno o assalire, malmenare, aggredire.
Il sostantivo mob significa invece folla tumultuante, banda di delinquenti.
Indica l’aggressione del gruppo a danno di un altro del gruppo.
Il mobbing è dunque centrato sul concetto di aggressività.
Indica una forma di terrore psicologico nei confronti di uno o più insegnanti ben determinati, da parte dei
colleghi o della stessa istituzione, esso riguarda qualunque condotta impropria che si manifesta attraverso
comportamenti, atti, gesti, atti capaci di arrecare offesa alla personalità, alla dignità di una persona, di
mettere in pericolo l’impiego o di degradare il clima lavorativo.
Il mobbing a scuola si concretizza attraverso varie forme:
- Emarginazione del soggetto attraverso ostilità
- Continue critiche sull’operato
- Assegnazione di compiti umilianti
- Compromissione dell’immagine del soggetto davanti a colleghi
Tutti questi comportamenti per diventare mobbing devono mirare a discriminare, screditare o comunque
danneggiare il lavoratore nella propria carriera.

CAPITOLO 3: L’ADOLESCENTE NEL MONDO DEGLI ADULTI


L’adolescenza è sicuramente un periodo della vita critico ma anche il più emozionante.
L’adolescenza è comunque un’età di gioia in cui vengono rafforzati i rapporti affettivi, nascono gruppi,
amicizie, amori ma nello stesso tempo vengono allentati i rapporti familiari, s’innescano conflitti, litigi.
A differenza delle passate generazioni che non vedevano l’ora di crescere e diventare adulti, ora si tende a
rifugiarsi nella rassicurante dimensione del vivere alla giornata e ad affidarsi al caso.
Gli adolescenti sono iperconcreti, attenti a ciò che riguarda il qui adesso, il momento presente assume una
dimensione enorme e qualsiasi esperienza è vissuta in modo tragico poiché vivendo in modo iperconcreto
come se il mondo finisse tra un attimo, qualsiasi ostacolo diventa enorme.

L’adolescente è in continua crisi caratterizzata dal vivere contemporaneamente tre lutti:


- La perdita del corpo infantile
- La perdita del ruolo infantile
- La perdita di una visione infantile dei genitori
L’adolescenza è il momento in cui prima di iniziare una storia d’amore il ragazzo e la ragazza vivono un
momento di solitudine. In questo periodo avviene il passaggio da un tipo di esperienza irriflessiva a un altro
più consapevole, con tutto il suo carico di speranza, gioia e malinconia e paura.
Nell’innamoramento ci si perde nell’altro, che viene visto come capace di soddisfare i nostri bisogni ideali, si
desidera l’altro per l’emozione che suscita, in un gran numero di casi si rivela solo un’illusione dalla quale ci

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si risveglia con la classica frase non è la persona giusta ma la persona giusta in realtà non esiste, quello che
esiste è la possibilità o la capacità di amare le persone nella loro totalità, con i loro pregi e difetti.
L’adolescente si ritrova in un corpo nuovo con una diversa coscienza Di sé e immerso in un’altra situazione
sociale. Compare in questo periodo il desiderio sessuale vero e proprio, il corpo manda messaggi che
l’adolescente raccoglie e che lo portano a vivere in una dimensione sovraffollata di emozioni.
Non bisogna dimenticare che per ogni adolescente l’esigenza maggiore è senz’altro quella di sentirsi
padrone di se stesso, autonomo, autosufficiente, già grande e libero.
Si manifesta nell’adolescente una certa opposizione all’autorità e un’evidente volontà di voler investire
risorse emotive nel gruppo di amici in cui si riscontra una comune condizione esistenziale.

CAPITOLO 4: MODI E LUOGHI DELL’EDUCAZIONE


dimensione interculturale
I bambini e adolescenti devono imparare sempre di più a convivere in una dimensione diversa da quella
della nostra infanzia, in una società sempre più colorata e multietnica.
il termine multiculturale descrive la situazione di una società in cui molti gruppi o individui, appartenenti a
diverse culture, vivono insieme. Al termine multiculturale va associato il termine interculturale che implica
scambio, relazioni e reciprocità tra i diversi patrimoni culturali.
L’incontro con altre culture offre l’opportunità di estendere i confini della propria identità personale e
sociale, ma può anche risultare disorientante.
La soluzione consiste nel creare un’educazione che ci abitui a interagire con la diversità.
La nascita delle società multiculturali comporta la presenza di gruppi diversi sullo stesso territorio, si arriva
alla costruzione di diversi modi di acculturazione, i principali modelli sono:
- Assimilazione: ne esistono di due tipi, quello che si realizza attraverso l’assorbimento di un gruppo
da parte dell’altro e quello che si compie per fusione di più gruppi in una nuova società omogenea.
Questo modello poggia sulla convinzione che uno straniero buono è quello che fa il massimo degli
sforzi per assomigliare all’autoctono.
- Integrazione: incorpora sia il mantenimento dell’identità culturale del proprio gruppo etnico, sia il
principio di una partecipazione sempre più accentuata, di tutti i gruppi, alla vita sociale.
Il bambino extracomunitario trova difficoltà d’inserimento, non solo a causa della nuova cultura ma
soprattutto perché viene a contatto con i pregiudizi dei bambini italiani.
Per educare un bambino ad essere un soggetto capace di vivere bene con sé e con gli altri si possono
utilizzare diversi modi, tra tanti proposti gli insegnanti genitori ne possono utilizzare uno molto semplice ma
altrettanto funzionale: la narrazione delle fiabe.
Attraverso la narrazione e la lettura delle fiabe si può attivare un percorso di educazione multiculturale
utilizzando il repertorio favolistico e le storie e i personaggi della tradizione popolare, messi a confronto con
quelli di altre culture.

Lo sviluppo morale e religioso


Dai 3 ai 5 anni inizia a svilupparsi il senso morale, inteso come presa di coscienza, da parte del bambino,
della necessità di alcune norme per appropriarsi di concetti come giusto-sbagliato, buono-cattivo, vero-
falso, ai quali la sua condotta dovrà adattarsi.
Nel bambino è possibile individuare un’evoluzione verso la maturità, verso la civiltà. Il bambino è
inizialmente senza morale, dominato dal principio del piacere e solo gradualmente riesce a strutturare il
principio di realtà e a controllare, mediante la differenziazione dell’io e del super io, l’originaria carica
istintuale.
Una regola base per il bambino è quella dell’obbedienza e durante i primi anni di vita egli segue la volontà
dei genitori, la morale del bambino fino ai 5 anni resta eteronoma, cioè dipendente da una volontà esterna,
questo fino a quando, con uno sviluppo successivo, la sua morale diventa autonoma.

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L’obbedienza non è quella dell’abitudine ma quella che conduce a una maniera di dialogare tra adulto e
bambino e in cui prevalga la posizione del giusto. Portare il bambino a rispettare le regole perché condivise,
come espressione di comportamento giusto e non perché esse vengono imposte.
Nella nostra cultura un aiuto dello sviluppo morale può venire dalla religione.
Il bambino ha bisogno di punti fermi e la religione può esserne uno, il compito dell’insegnamento della
religione nelle scuole è quello di favorire nel bambino una prima esplorazione della realtà in chiave
religiosa, abilitandolo a cogliere il senso della religione cattolica o delle altre fedi, come nel caso di bambini
provenienti da altre culture e paesi.
Il ruolo genitoriale è molto importante nella famiglia, esso è lo specchio, il modello originario che ha valore
esemplare per il bambino.

La città
Da tanto ormai si sente dire che bisogna costruire le città a misura d’uomo, tuttavia il vero significato di
questa frase ancora sfugge, visto che le città vengono costruite sempre allo stesso modo, senza tener conto
delle reali esigenze dell’uomo.
La vecchia città aveva un centro e una piazza, in cui c’era spazio anche per i bambini, la nuova città ne è
sprovvista, dai centri storici sono scomparse le civili abitazioni, gli immobili trasformati in uffici, le vecchie
botteghe scomparse e al loro posto sono apparse banche, assicurazioni e fast-food.
Il centro per uffici, negozi di lusso, ristoranti e la periferia per dormire, per andare a scuola.
Sono stati individuati altri luoghi per i divertimenti dei bambini, come ludoteche, e per le case di riposo
degli anziani spostati in luoghi in cui non possono muoversi autonomamente ma distanti dal contesto
sociale. I bambini e ragazzi non sanno più camminare, oggi il centro viene attraversato solo in auto e per le
compere nascono i centri commerciali che sembrano esser diventati i luoghi di aggregazione per i teenager
piuttosto che andare al parco come una volta.

L’oratorio
L’oratorio ha un valore educativo di primaria importanza, ha sempre rappresentato un momento di
aggregazione, di formazione e crescita sociale e civile, oltre che religiosa.
L’oratorio letteralmente luogo di preghiera è un’istituzione educativa di carattere parrocchiale volta
soprattutto alla formazione dei giovani.

La didattica museale
Molto spesso le famiglie non sanno come trascorrere il fine settimana e allora si affrontano viaggi per
raggiungere i centri commerciali o le città, per fare shopping senza magari porsi il problema di fare qualcosa
di più costruttivo per i propri figli. Una proposta è quella di poter programmare una visita in un museo.
I musei sono luoghi che offrono l’opportunità di imparare ma non sono scuole, i bambini apprendono
guardandosi intorno, facendo le proprie considerazioni e scegliendo cosa vogliono guardare, leggendo le
didascalie, ascoltando i racconti.
Piaget afferma che l’esperienza dell’oggetto è fondamentale per l’apprendimento, sottolineando
l’importanza di proporre attività adatte ai diversi stadi di sviluppo dei bambini. Molte scuole non hanno
neppure le più semplici attrezzature necessarie per un insegnamento stimolante della scienza e tecnologia,
tali da spronare i ragazzi alla scoperta, rendendoli curiosi nei riguardi delle discipline scientifiche.
La collaborazione scuola-museo nasce sulla base di un progetto didattico, cioè di una struttura entro la
quale il processo di apprendimento integra il lavoro svolto in classe con l’esperienza al museo e con le
nuove conoscenze da acquisire.
Il progetto didattico si svolge in tre fasi:
1. La fase preparatoria
2. La visita al museo
3. La prosecuzione del lavoro in classe

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Il teatro come strumento educativo
In questi ultimi anni la presenza del teatro nella scuola è cresciuta sempre di più.
Nei progetti teatro-scuola l’obiettivo primario non deve essere lo spettacolo finale ma il percorso del
progetto di animazione, con le sue implicazioni pedagogiche.
L’animazione costituisce un fattore di crescita poiché permette un rafforzamento del fattore di coesione,
rappresenta uno strumento di riduzione dei conflitti ed è in grado di trasferire e trasformare l’aggressività
da motivo di conflitto verso la socializzazione.
Nel progetto teatrale si possono utilizzare le maschere, che rappresentano la personalità, così ogni bambino
nel momento in cui indossa una maschera crea un una nuova dimensione che gli permette di esprimere
emozioni, sentimenti e altro, che spesso in altri contesti non riesce a esprimere.
Anche i burattini possono essere utilizzati come strumenti per permettere al bambino di trasferire nel
burattino i propri sentimenti che in altro modo non riuscirebbe a esprimere.
Le componenti dinamiche della creatività sono:
- Immaginazione
- Produttività
- Spontaneità
- Ascolto interno
Da anni si sono imposte a livello nazionale molte compagnie teatrali formate da persone disabili, che
producono spettacoli di altissima qualità e che vogliono essere giudicate per quello che fanno e non per
quello che sono, rifiutando il marchio dell’handicap, quando questo significa pietosa partecipazione del
pubblico.

CAPITOLO 5: SESSUALITA’ E COMPORTAMENTI A RISCHIO

Solo una corretta educazione alla sessualità può identificare le qualità distintive dell’essere uomo e
dell’essere donna, presentare dei modelli positivi ai giovani e cercare di aiutarli a vivere la sessualità in
modo consapevole.
Parlare di educazione sessuale significa parlare semplicemente di educazione all’identità personale di
genere e al rapporto con l’altra identità.
La famiglia e la scuola hanno il compito di accompagnare la crescita dei ragazzi puntando fortemente sullo
sviluppo della loro personalità e della loro capacità di entrare in relazione con gli altri.
La formazione di un bambino non può essere svolta solo considerando la sfera cognitiva ma va estesa
anche a quella affettiva conferendo diritto di esistenza a emozioni, sentimenti, bisogni e desideri, così da
creare un decalogo riassumibile in quattro punti:
- Diritto a conoscere il proprio corpo
- Diritto all’apprendimento dell’ascolto dei propri sentimenti e dei sentimenti degli altri
- Diritto ad avere conferme o smentite chiare alle ipotesi
- Diritto ad apprendere come rapportarsi e come interagire all’interno di relazioni affettive.
A questi punti ne andrebbe aggiunto un quinto: un adeguato insegnamento alla lettura dei media e all’uso
di internet.
Lo sviluppo sessuale si realizza attraverso una serie di stadi che possono essere raggruppati in cinque
momenti:
- Sviluppo di un’identità maschile o femminile
- Sviluppo del ruolo sessuale
- Sviluppo del comportamento sessuale in relazione a un sistema di valori
- Sviluppo della preferenza per un partner
- Processo d’integrazione della sessualità nel personale stile di vita
Questi sono la base per l’attuazione di un corso di educazione alla sessualità.

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L’obiettivo principale dell’educazione alla sessualità nel nostro paese dovrebbe essere invece quello di
fornire ai ragazzi la possibilità di comprendere e interpretare le componenti biologiche, sociali e
psicologiche della loro sessualità.

Disabilità e sessualità
Le aspettative di amore del diversamente abile risultano spesso superiori a quanto il partener possa
immagine o sia disposto ad accettare.
Quando un portatore di handicap diventa oggetto di desiderio d’amore attinge a una delle più preziose
possibilità di ricostruzione del sé, di liberazione dall’inferiorità che gli hanno provocato i deficit biofisici e le
dinamiche di emarginazione.
Ma tutto ciò è possibile soltanto se di quel soggetto sarà stata rispettata la dignità e se gli sarà stata
conseguita l’uguaglianza delle opportunità in termini di sviluppo della personalità e di costruzione
dell’identità sociale.

I disturbi alimentari
A una sana e corretta alimentazione vengono contrapposti i più noti disturbi del comportamento
alimentare: anoressia e bulimia. Ma i disturbi alimentari sono molti di più come l’ortoressia e l’obesità.
L’anoressia: come la bulimia, colpisce preadolescenti e adolescenti, nella maggior parte dei casi colpisce
persone di sesso femminile. Il cibo acquista particolare rilevanza poiché esso è un mezzo per intervenire sul
proprio aspetto fisico, per renderlo più accettabile e desiderabile.
Spesso la sessualità ha un ruolo importante nello sviluppo dell’anoressia. Per un gran numero di
anoressiche esperienze sessuali indesiderate o problematiche innescano quella crisi di insicurezza che
scatena il meccanismo patologico delle diete.
Bulimia: rispetto alle anoressiche le bulimiche tendono a mantenere una forte identificazione con il ruolo
sessuale femminile tradizionale e rispetto alle anoressiche che evitano il sesso le bulimiche hanno una vita
sessuale molto attiva.
La bulimica è molto sensibile alle critiche e al rifiuto da parte degli uomini e inoltre si sforzano di
differenziarsi dalla madre perché la considerano debole e incapace.
Per diagnosticare l’anoressia nervosa bisogna individuare i seguenti sintomi di base:
- Paura morbosa di ingrassare
- Perdita di peso grave
- Interruzione del ciclo mestruale
Bulimia nervosa:
- Grande e ossessiva attenzione al peso e alle forme del corpo
- Frequenti abbuffate compulsive
- Vomito autoindotto
Obesità: davanti a tanti spot pubblicitari e alla nascita di tanti fast food a basso costo l’alimentazione dei
ragazzi fa assumere nell’organismo una grande quantità di grassi che non fa altro che aumentare l’obesità.
Se il bambino apprende giocando, allora si può utilizzare lo stesso gioco per insegnarli a mangiare.
In primo luogo bisogna riscoprire il piacere della cucina, anche come spazio vitale della casa.
Giocando si possono presentare al bambino tutti quegli alimenti che spesso vengono rifiutati, come le
verdure, i legumi e la frutta.
Ortoressia: un comportamento alimentare che comincia a diffondersi cioè la ricerca maniacale e la
necessità di consumare solo cibi naturali, biologicamente puri o presunti tali.
Significa appetito corretto, giusto in quanto sano e fino a qui non ci sarebbe nessun problema se questo
non divenisse una fissazione.

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Il bullismo
Sempre più spesso si sente parlare di bullismo che si manifesta in particolare nelle istituzioni educative
come la scuola. Si tratta in effetti di un atteggiamento di prepotenza.
Il problema del bullismo ora appare in tutta la sua drammaticità in ogni ordine di scuola.
Bisogna porre attenzione al comportamento manifesto di tipo aggressivo del bullo che nei suoi effetti
pratici impegna genitori, operatori scolastici, educatori poiché sono sempre più frequenti casi di bullismo
veri e propri.
La parola prepotenza suggerisce l’idea di un atto di sopraffazione ingiustificato e un po’ vigliacco di un
individuo su un altro e può richiamare alla mente di ognuno di noi episodi direttamente vissuti o sempre
più conosciuti attraverso i media.
Il bullismo è un tipo di azione che mira deliberatamente a far del male o danneggiare, spesso è persistente
ed è difficile difendersi per coloro che ne sono le vittime.
I fattori che caratterizzano il bullismo sono:
- Intenzionalità
- Persistenza
- Disequilibrio
La prepotenza è il carattere fondamentale di una relazione tra due o più persone caratterizzata dal
disequilibrio, in cui il potere del sopraffattore può derivare dalla forza fisica, dal possesso di risorse
materiali o dall’appoggio del gruppo.
Il fenomeno delle prepotenze tra i ragazzi viene spesso sottovalutato dagli adulti che tendono a vederlo
solo come ragazzate sui quali si può chiudere un occhio.
Gli alunni che subiscono nella maggior parte dei casi non raccontano l’accaduto a nessuno.
Le vittime distinte secondo Olweus:
- Vittima passiva-remissiva: soggetti ansiosi e insicuri dotati di scarsa autostima e pessimisti, in età
adulta soggetti a depressione.
- Vittima provocatrice: ansiosi e aggressivi dotati di scarsa autostima e carenza nelle abilità sociali di
base.
- Bullo aggressivo: aggressivi con forte bisogno di dominio.
- Bullo passivo: seguaci e sobillatori che non prendono iniziativa esplicita, minore autostima del bullo
aggressivo.
C’è inoltre la possibilità di fenomeni di gruppo come il contagio sociale per il quale gli individui si
comportano in maniera più aggressiva dopo aver osservato tale comportamento in altri.
La scuola per ridurre l’aggressività e tutti i problemi a essa correlati deve riacquistare quella autorevolezza
che ponga lo studente nella condizione di rispettare i compagni, gli insegnanti e l’ambiente scuola.

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