Sei sulla pagina 1di 3

Qualche appunto di storia dell’economia prima di andare al cuore della questione.

Non fosse altro perché


il nocciolo è l’esito di un processo di sviluppo pregresso. Questa sorge in riferimento al fatto che Max ha
paragonato la NEP ad una misura ‘tattica’.
Quando la Russia accettò i pesanti parametri di Brest-Litovsk essa perse Polonia orientale,
Lituania, Courland (attuale Lettonia), Livonia (attuale Lituania), Estonia, Finlandia, Ucraina e
Transcaucasia. Inoltre, dovette pagare 6 miliardi di marchi alla Germania. A questo si aggiunge la perdita
di 56 milioni di abitanti (pari al 32% della sua popolazione del tempo), il 30% delle ferrovie, il 73% di
minerali ferrosi e l'89% della produzione di carbone.
L'accumulazione primitiva di matrice zarista scomparve e il proletariato era stato decimato. Senza
lo sviluppo delle forze produttive (scomparsa delle fabbriche), anche i corrispondenti rapporti di
produzione (operai industriali) scomparvero. Quindi i soviet persero i legami con il processo di
produzione perché esso diventato praticamente inesistente. Il processo rivoluzionario - il comunismo
inteso come 'movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti' - si spezzò quando i soviet furono
staccati da un movimento reale (di massa). E perché questo? Perché il processo di produzione non è stato
solo distaccato dal prodotto di questo movimento, ma la consapevolezza diretta di questo processo è
stata lacerata da coloro che ne facevano parte. Non solo perché è iniziata la fase di delega,
"rappresentativa" alla pari del giacobinismo, ma perché il vero movimento sotto i loro piedi fu cancellato.
Ecco da dove sorge il bisogno della NEP da parte di Lenin: a) assenza di accumulazione primitiva
(non è il caso nostro attuale che abbiamo abbastanza sovrapproduzione), b) distruzione delle condizioni
oggettive dello sviluppo del movimento (non è il caso nostro attuale perché il movimento si è generato
proprio a partire da tali condizioni alienate), c) mancanza delle relazioni di produzione capaci di risanare
il divario aperto dalla fine della prima guerra mondiale (non è il caso nostro attuale perché esse sono
fomentate proprio dalle contraddizioni che hanno innescato il processo).
Quindi, la NEP non fu una scelta 'tattica'. Egli fu costretto dalla distruzione delle condizioni
oggettive che, a loro volta, fecero svanire il soggetto politico (soviet). A differenza di Lenin, noi non
siamo costretti a accettare questa o quella condizione. La costrizione è, al contrario, di noi come soggetto
politico nei limiti oggettivi di sviluppo. Non abbiamo costrizioni se non dalla necessità di rompere tali
vincoli che non ci permettano di liberare la società. E, inoltre, a differenza nostra, i soviet in Russia
avevano fatto una rivoluzione. Noi non ancora. Ma la dobbiamo pianificare. Chissà se il fallimento di un
tentativo attuale di crisi non si permetta di consolidarci successivamente. Come accadde al POSDR nel
1905. Inoltre, la rivoluzione del ’17 vi era un gruppo consolidato che via via sarà sfasciato non dalla NEP,
ma da questa politica economica il dissolvimento verrà aumentato. A questo si aggiunge che essi avevano
sconfitto la sovrastruttura di Nicola II, e non poggiavano su una base capitalistica (meno che mai in una
fase di declino Occidentale che stiamo attraversando noi dal ’68 ad oggi). Al contrario, il modo di
produzione zarista era impigliato nelle maglie dei rapporti di produzione feudali.
Il debito non è, de facto, una soluzione temporanea e non si fa ricorso in casi eccezionali. Fin dalla
formazione delle prime SPA, il capitale fittizio ha cercato di eludere i limiti imposti all’accumulazione dal
ciclo del capitale costante. Il debito è presente fin dalla formazione degli Stati feudali che hanno preceduto
il capitale industriale, ma innestati col capitale mercantile. Come nel caso di Francia e Spagna. Nel primo
caso fu addirittura il responsabile della convocazione dei ‘tre stati’. Ciò che proteggerebbe i lavoratori
non è l’iniezione di liquidi, quelli verrebbero accaparrati, senza possibilità di investimento, dalle aziende
per compensare alla caduta dei profitti. A meno che non si verifichi una condizione: la nazionalizzazione
della produzione nazionale. In quel caso cesserebbe il bisogno del presupposto di classe perché
l’antagonismo al vertice è stato abbattuto. Tuttavia, ciò a sua volta suppone ci che ancora non siamo, e
ciò che ancora non abbiamo conquistato.
La protezione ai lavoratori sarebbe quella di conferirgli i valori d’uso essenziali, almeno all’inizio,
di cui ha bisogno:
1. Sottrarre alle aziende di distribuzione e produzione cibo, bevande, medicinali, e beni e servizi di prima
necessità;
2. L’abolizione della tassazione da parte statale su salariati che nella rispettiva moda statistica prevedono
che oltre il 30% del tempo di lavoro venga impiegato per riprodurre i propri bisogni necessari,
3. Riscatto incondizionato dei disoccupati e dei pensionati in termini di beni, servizi e cure (a cui vanno
aggiunti i tre blocchi sottolineati da Max),
4. Congedo immediato dell’esercito e delle forze dell’ordine (in particolare gli alti ranghi), e smistamento
delle risorse verso il basso,
5. Dichiarazione di stato di allarme con il quale snellire le restanti aree dell’apparato statale, e far confluire
le risorse verso il basso,
6. Espropriazione senza compensazione delle abitazioni (gli affittuari devono smettere i pagare il fitto e i
mutuanti devono smettere di pagare il mutuo),
7. Abolizione delle spese delle utenze (acqua, luce, gas e internet). Nessuno più deve pagare i vaglia, i
bollettini, o i contratti via carta di credito,
8. Abolizione del pagamento dei pedaggi autostradali e dei mezzi pubblici,
9. Confisca dei beni delle mafie,
10. Confisca e riqualificazione e dissodamento delle terre,
11. Divieto di circolazione delle auto se non a pieno carico,
12. Blocco e controllo della distribuzione del carburante sul territorio,
13. Conversione delle fabbriche socialmente distruttive in socialmente utili,
14. Approvvigionamento degli introiti statali del gioco d’azzardo, e di altri monopoli con successiva
chiusure di tutti i suoi canali,
15. Riduzione del 50% dei salari di tutto lo show business (attori, presentatori, registi, sportivi, ecc.),
16. Riduzione del 50% dei salari dei dirigenti pubblici e privati,
17. Riconversione in economia digitale, e eliminazione della denaro cartaceo (così da aumentare ancora
di più le contraddizioni che emergeranno a seguito del fatto dell’impossibilità dell’evasione o della
circolazione di merci ‘illegali’ o in mercati paralleli).

Per noi come proletariato, e come partito, quindi, risulta un ‘suicidio dilazionato’ quello di accettare una
delle due ipotesi (in particolare la seconda). Siamo d’accordo sul fatto che abbiamo capito il commento
precedente sul trasferimento di plusvalore, e sulle relazioni di produzione corrispondenti. Così come
siamo d’accordo che il fine ultimo di tale proposta dovrebbe fungere da ‘mezzo’, e non da ‘fine’. Tuttavia,
le condizioni materiali a cui fai riferimento nell’esempio di Lenin non sono le stesse. Il debito aumenterà
il divario tra ricchi e poveri. I prestiti soffocheranno lo sviluppo del partito. Non di quelli che sono
‘dentro’, ma piuttosto di coloro che sono ‘fuori’. Cioè di coloro i quali vanno assorbiti come forza
rivoluzionaria. Una forza che, in ultima istanza, emerge con l’acuirsi delle contraddizioni, e non con il
loro stemperamento.
Molte delle sfere subalterne puntano alla sopravvivenza immediata o una aumento
quantitativo/qualitativo dei consumi. Una volta ottenuto, tale condizione replicherà le contraddizioni
precedenti (come la separazione, ad esempio, che sta vivendo ora la società). Con l’unica differenza che
il loro appoggio ricadrà di nuovo nella passività, e la delega che faranno a noi per rappresentarli non farà
altro che innescare di nuovo il processo per ricucire la frattura creata nei loro confronti. Ma non più ad
un livello di crisi. Al contrario, ad un livello dove noi siamo stati gettati ancora più in basso e dove
aumenta la morsa, la costrizione del giogo delle classi dominanti a vari livelli a nostro sfavore. In breve,
se attueremo tale proposta: 1) La brevità e la poca intensità della misura verrà facilmente controbilanciata
negativamente dopo, 2) Peggiorerà, una volta usciti dalla crisi attuale, la condizioni dei lavoratori e delle
masse proletarie.
Infine, per quanto riguarda le premesse dell’ultima mail di Max. Credo che i limiti del mandato
assembleare debbano essere dettati non solo dai risultati finora ottenuti, ma anche dalla possibilità di
movimento futuro. Ad esempio, cosa limita a priori la fuoriuscita in piazza dei migliaia di lavoratori a
nero, precari, fantasma? Cosa limita a priori il sabotaggio degli imprenditori che stanno cavalcando la
crisi? Per quanto concerne i punti b) e c) dalla contro-risposta di Max, le risposte le ho date in questo
commento, o nei precedenti allegati in PDF. Se a tale programma ‘massimo’ – cioè di cui sto parlando –
volessimo affiancare un programma ‘minimo’ – ovvero seguire la contingenza come se fosse una necessità
ineludibile (cosa che in realtà non è), allora non potrebbe essere che l’ipotesi di troncare il Trattato sul
Funzionamento dell’Unione Europea (o quello più ‘fattibile’ di ‘sospensione’; una ‘fattibilità’ che trasuda
di ideologia, e che si muove tra le linee di classe senza lederle). Ma l’abbandono del TFUE sarebbe
possibile a patto che la gestione venga non solo vincolata, come Max afferma, ma anche indirizzata
'globalmente' rispetto ai bisogni particolari oltre quelli generali (come appare dal discorso di Roberta e
Alessandro), cosicché da non celare le contraddizioni - di cui la stragrande maggioranza della società non
è cosciente - dietro l'elargizione di beni o servizi.