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Che fare? Sappiamo che senza le condizioni oggettive non può realizzarsi nulla.

Non foss’altro perché esse


stesse sono non solo il punto di partenza, ma anche dei prodotti passati. Dall’altro lato sappiamo, altresì,
che senza le condizioni soggettive non ci sarebbe il realizzato, il prodotto del lavoro che chiamiamo
condizioni oggettive. Ancora non volta perché essi capovolgono il rapporto costante col proprio lavoro
e le sue relazioni. Media ciò che appare immediato. La contraddizione è alla base della rivoluzione.
Le rivoluzioni ‘borghesi’ a cui abbiamo assistito in Occidente avevano tali tratti di contraddizione.
Tuttavia, l’oscillazione delle forze intermedie della società, da un lato, e quelle dei rappresentati dei vecchi
modi di produzione, dall’altro, hanno fatto sì che le rivoluzioni non andassero sufficientemente avanti da
spezzare esse stesse come movimento di trasformazione per approdare su una base razionale. Una base
sotto la quale non vi poteva essere più nulla da sfruttare a vantaggio di un altro. È il caso dei Presbiteriani
nella Rivoluzione Inglese, dei Girondini della Rivoluzione Francese, della sinistra istituzionale tedesca
dell’SPD, della comunismo italiano di Togliatti, del sindacalismo francese o dell’anarchismo spagnolo del
CNT. Dall’altro, è il caso del dominio delle vecchie classi feudali europee: il papa e la gerarchia
ecclesiastica, la nobiltà e le monarchie.
Storicamente, quindi, solo in Russia si è avuto uno scoppio delle contraddizioni che hanno portato
ad una rivoluzione strictu sensu. Una rivoluzione che, tuttavia, verrà soffocata da Brest-Litovsk, dalla
‘seconda guerra mondiale’ (alias guerra civile Russa dove 21 eserciti stranieri e le forze
controrivoluzionarie russe combatterono contro la possibilità di un mondo libero) e, infine, dall’ascesa al
potere di Stalin (appoggiato da commercianti NEP, vecchie guardie zariste, grandi proprietari terrieri ed
industriali).
Ma se andiamo a vedere a quali condizioni scoppiarono le contraddizioni per innescare la
rivoluzione troviamo che assomigliano a quelle che stiamo attraversando tutt’oggi (o quasi). Da un lato
era vero che la Russia era un paese arretrato, ma dall’altro era altrettanto vero che vi era anche il più alto
numero di fabbriche di oltre 500 operai al mondo. Da un lato è vero che era estremamente povera, ma
dall’altro era altrettanto vero che tale povertà veniva organizzata. La contraddizione in Russia perse il
carattere spontaneo che ebbe nel passato per la società in generale perché venne pianificata. Una
pianificazione che può avvenire, ai fini di una rivoluzione liberatoria, solo dal basso. Al fallimento della
rivoluzione del 1905 seguì la vittoria della rivoluzione del 1917.
Le condizioni oggi sono cambiate. Se dovessimo aspettare lo stesso grado di fame che colpì la
Russia in quel periodo per poter colpire il modo di produzione ci muoveremmo estremamente in ritardo.
Benché, oggi, l’80% della popolazione mondiale vive con meno di 10 dollari dal giorno e circa il 40%
vive con meno di $5.50, non possiamo contare di aspettare affinché la contraddizione globale raggiunge
livelli proporzionalmente analoghi a quelli della Russia di circa 100 anni fa. Da un lato perché con ciò
rischieremmo di estinguerci prima di aver ottenuto livelli proporzionali analoghi al passato proprio perché
la potenza distruttiva del capitalismo è cresciuta, dall’altro perché le popolazione ai fini della
sopravvivenza inizia ad assorbire condizioni di vita e di lavoro sempre peggiori, diventando una frizione
al processo rivoluzionario.
Raoul Peck, nel suo film sulla vita di Karl Marx e i suoi legami con Engels, Jenny e la Lega dei
Giusti – prima di diventare la Lega dei Comunisti – sottolinea nella prima parte del titolo ‘il giovane’. La
rivoluzione, infatti, non può essere condotta nell’immediato da persone anziane. Tuttavia, nel mediato,
nel pensiero, nella trasmissione generazionale di istanze passate, certamente gli anziani possono
contribuire alla rivoluzione. Ma non è il caso di coloro i quali hanno ‘individualizzato’ la propria prole
insegnandogli ‘fatt’ e’ cazz’ tuoi ch’ camp’ cient’ann!’. Non fosse altro perché la sopravvivenza della specie
sarebbe sacrificata a quella dell’individuo. Così da buttare indietro l’orologio della storia all’individualismo
del cristianesimo oppure, ancora prima, a quello di età ellenistica (che rispetto al primo conserva ancora
tracce di razionalità).
Ecco il perché bisogna concentrarsi sui ‘giovani’. Dove per giovani non si intende il mero gruppo
statistico compreso tra i 15 e i 24 anni di età. Ma neppure può essere arbitrario è includere tutti coloro
che non sono ancora andati in pensione. Anche perché molti coloro che vanno in pensione dopo pochi
mesi di lavoro o che ottengono vitalizi non sono certamente a favore di una trasformazione razionale e
radicale della società. Di conseguenza, per ‘giovani’ va inteso non solo la maggior parte delle persone che
fino ai 24 anni non lavorano (oltre il 52% nel sud Italia, tra il 60% e il 75% nei paesi est europei), ma
anche coloro dai 24 ai 54 anni di età. Non fosse altro perché costituiscono il motore trainante
dell’economia (circa il 70% in Italia, e una media dei paese G7 dell’80%).
A questo va tuttavia aggiunto la considerazione particolare storica dei rispettivi paesi o aree
geografiche. Se così non fosse, allora non potremmo capire come e perché è necessario fare in modo che
le contraddizioni scoppiano con frazioni analoghe delle società per le diverse realtà storiche, o rispetto a
parametri regionali mondiali. La passività, lo spontaneismo e l’attesa certamente non aiuta nella
comprensione della contraddizione, né nella sua spinta verso l’alto affinché scoppi in una rivoluzione. Le
idee sono formate dalla lotta, ma al continuare la lotta le idee vengono di nuovo a trasformarsi, e viceversa.
Rimanere fermi, in un solo posto, non solo fisicamente ma anche intellettualmente, soffoca la rivoluzione.
La rivoluzione presuppone movimento. Movimento delle idee, movimento del corpo. Del corpo sociale
organizzato, e non dell’organismo i cui movimenti rispetto all’unità sembrano tipici di para- o tetraplegici.
Ecco il perché la spinta del partito deve andare verso quelle aree dove si incontrano più
contraddizioni (dobbiamo cercare la sovrapproduzione: di gente, di merci, di mezzi, ecc.). Ma non sono
le contraddizioni oggettive che devono incontrare i soggetti, ma al contrario sono i soggetti di tale
contraddizione che devono fare unire, e far scoppiare le contraddizioni una volta per tutte. Se fosse vero
il contrario nessuna rivoluzione potrebbe mai scoppiare perché, ad esempio, in Italia la condizione di
disoccupazione giovanile al sud non viene replicata al nord e, al contrario, i mezzi di produzione e di
distribuzione del nord non vengono replicati al sud. In questo caso, saranno i giovani disoccupati e precari del
sud che si sposteranno al nord.
Lo stesso vale con le minoranze, i precari, o gli emarginati. I gruppi ‘stranieri’ in Italia sono esigui,
apparentemente, di per sé. Ma il loro numero cresce enormemente se li uniamo alla lotta sociale dal basso
diventando qualitativamente determinanti. Inoltre, per i paesi dell’ex blocco comunista o africani, essi
potrebbero fungere da ponte rispetto ai rispettivi paesi. Così che possiamo sfruttare lo sviluppo
combinato e diseguale che Trockij scoprì studiando la Rivoluzione Messicana. L’Italia ha introiettato le
contraddizioni di altri livelli di sviluppo delle forze produttive e, allo stesso mondo, gradi di sviluppo più
retrogradi possono contare con lo sviluppo delle zone più avanzate rispetto ad esse. In questo caso mi
riferisco alla popolazione Rumena, Albanese, Ucraina e Marocchina in Italia. Ma a questa si aggiunge la
popolazione di una enorme potenza industriale relegata al secondo mondo: la Cina. I centri dove questi
vivono, producono, distribuiscono e si sviluppano sono cruciali ai fini dello sviluppo delle contraddizioni.
Lo stesso discorso, però, vale anche per gli altri paesi europei. Con connessioni possibili, sì, ma
certamente più difficili. Ad esempio, la popolazione Algerina in Francia, quella Turca in Germania, o
quella Latino Americana in Spagna. Alla distanza geopolitica (barriere fisiche come laghi, fiumi, dighe,
montagne o politiche come le dogane, i posti di blocco, la contrapposizione di esercito e forze dell’ordine,
ecc.), territoriale e logistica si affianca la vicinanza comunicativa (internet in primis), produttiva (fabbriche
localizzate in punti specifici) e soprattutto distributiva (mezzi di trasporto su rotaia e gomma in Europa,
nonché molteplici attracchi marittimi e aeroportuali per far confluire le merci). Le condizioni per far
esplodere le contraddizioni ci sono. Non fosse altro perché sono già lì, latenti, vanno solo smascherate.
Adesso è il miglior periodo per muoversi proprio perché ci forzano a rimanere bloccati. Un blocco
a libertà fittizia, a libertà social:

– Allo SME e gli Eurobond bisogna rispondere con la scissione di ogni rapporto con l’UE, con la rottura
delle relazioni bi- o multi-laterali, con l’abbandono della NATO e con il disconoscimento di qualsiasi
forma di debito. Se lo si fa attraverso i canali istituzionali, ciò potrebbe portare all’arresto del movimento
sia nel caso abbia parziale successo e si istituzionalizzi, sia nel caso di arresti e intercettazioni. Il
referendum o una mega raccolta di firme, ad esempio, non può che avvantaggiare coloro i quali non
vorranno che le contraddizioni salgano a galla. Gli dà tempo di organizzarsi, e di sfondare un movimento
nel suo farsi. Tuttavia, se ciò non trova appoggio immediato nei paesi dell’Est Europa (in primis Romania,
Ucraina, ma poi anche Bulgaria, Ungheria, Polonia, ecc.), i Balcani (prima l’Albania, per poi salire verso
la Slovenia e scendere verso la Grecia e la Turchia – che darà l’appoggio per il movimento in Germania)
e poi il Nord Africa (prima il Marocco, e poi l’Algeria che costituisce l’avamposto per la penetrazione
della lotta sul territorio francese) e poi con la Cina o si rischia di far crollare l’Italia nel fascismo perché
in fasi di declino di produzione di plusvalore, e nel mentre che le condizioni di crescita capitalistica
vengono rispristinati ai livelli anteriori, aumenta la centralizzazione individualistica, la nazionalizzazione;
oppure si rischia un nuovo stalinismo una volta purgati tutti gli elementi rivoluzionari.
- Se loro uniscono nella scissione, cioè tengono bloccata nella proprietà privata la divisione del lavoro, noi
dobbiamo dividere nell’unione, cioè riunire gli elementi divisi del lavoro per rompere la proprietà privata.
- Al tal proposito bisogna stare attenti a tutte le intercettazioni, a coloro che tentano di spezzare il
movimento (con le ‘buone’ e non le ‘cattive’), chi cercherà di corrompere di dantoniani all’interno del
partito (cioè coloro che spingono la rivoluzione in avanti nel mentre che la negano per il proprio
tornaconto), oltre al fatto che potrebbero seguire arresti o uccisioni (esposte all’inizio come morti
accidentali o ‘naturali’, e poi successivamente come esito di una emergenza). Nello Stato attuale di
negazione di diritti, e dove il coronavirus non è ancora stato risolto, anzi si è aggiunto l’hantavirus, la
definitiva negazione dei diritti (come nel caso dei paesi del secondo e del terzo mondo) e il ripristino della
corte marziale (non solo indirizzata ai militari)

Le successive idee e proposte le vorrei discutere in un altro momento, un’altra sezione o, preferibilmente,
di persona. Dobbiamo agire ora!