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Patrick Boucheron et Stéphane Gioanni (dir.

La mémoire d’Ambroise de Milan


Usages politiques et sociaux d’une autorité patristique en Italie (Ve-
XVIIIe siècle)

Éditions de la Sorbonne

Sant’Ambrogio e la memoria della Milano tardo-


imperiale durante l’età comunale
Saint Ambrose and the memory of late imperial Milan in communal Italy

Paolo Grillo

DOI: 10.4000/books.psorbonne.29388
Editore: Éditions de la Sorbonne, École française de Rome
Luogo di pubblicazione: Éditions de la Sorbonne, École française de Rome
Anno di pubblicazione: 2015
Data di messa in linea: 29 luglio 2019
Collana: Histoire ancienne et médiévale
ISBN digitale: 9791035101473

http://books.openedition.org

Notizia bibliografica digitale


GRILLO, Paolo. Sant’Ambrogio e la memoria della Milano tardo-imperiale durante l’età comunale In: La
mémoire d’Ambroise de Milan: Usages politiques et sociaux d’une autorité patristique en Italie ( Ve-XVIIIe siècle)
[online]. Paris: Éditions de la Sorbonne, 2015 (creato il 01 janvier 2020). Disponibile su Internet: <http://
books.openedition.org/psorbonne/29388>. ISBN: 9791035101473. DOI: 10.4000/books.psorbonne.
29388.
Sant’Ambrogio e la memoria della Milano
tardo-imperiale durante l’età comunale

Paolo Grillo

Sant’Ambrogio e l’Impero

N el 11 67, cinque anni dopo la distruzione decretata da Federico I


Barbarossa, Milano venne ricostruita grazie allo sforzo congiunto delle
città coalizzate nella Lega Lombarda. Una delle prime urgenze dei milanesi
appena rientrati in città fu di edificare una nuova cerchia fortificata, che
sostituisse quella demolita dalle forze imperiali. In meno di quattro anni,
forse anche grazie all’aiuto finanziario dell’imperatore d’Oriente, Manuele
Comneno, il centro urbano venne circondato da un fossato e da un terra-
pieno, dotato di sei massicce porte in muratura. In particolare, nel 1171 porta
Romana fu decorata con un ciclo di bassorilievi destinati a celebrare la rinas-
cita di Milano, che rappresentano a tutt’oggi una delle più importanti testi-
monianze dell’arte scultorea lombarda del XII secolo1.
In quell’occasione fu realizzata una delle raffigurazioni più note e contro-
verse di Ambrogio, che rappresenta l’arcivescovo nell’atto di cacciare gli
ariani dalla città. L’opera è stata oggetto di interpretazioni contrastanti,
fin dal Medio Evo, dato che all’originaria iscrizione che spiegava semplice-
mente che i soggetti raffigurati erano Ambrosius, Ariani, pochi anni dopo ne fu
aggiunta un’altra, che denotava una lettura diversa e identificava negli Ebrei i

1. Sul ciclo di bassorilievi e il suo contesto: A. M. Romanini, Arte comunale, in Atti dell’11o congresso
internazionale di studi sull’Alto Medioevo, Spoleto, 1989, vol. II, p. 23-52; A. von Hülsen-Esch,
Romanische Skulptur als Reflex der kommunalen Entwicklung im 12. Jahrhundert. Untersuchungen zu
Mailand und Verona, Berlino, 1994, M. C. Ferrari, Die Porta Romana in Mailand (1171). Bild, Raum und
Inschrift, in E. C. Lutz, J. Thali, R. Wetzel (a cura di), Literatur und Wandmalerei I. Erscheinungsformen
hoefischer Kultur ind ihre Träger im Mittelalter, Tubinga, 2002, p. 115-152; M. Bottazzi, Frater, Jacobus
abbas. Impero, cistercensi e celebrazione monumentale nel conflitto milanese (1160-1183), in Studi Medievali,
48, 2007, p. 271-306.

La mémoire d’Ambroise de Milan. Usages politiques d’une autorité patristique en Italie (ve-xviiie siècle),
sous la direction de Patrick Boucheron et Stéphane Gioanni,
Paris/Rome, Publications de la Sorbonne/École française de Rome, 2015
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profughi che, sferzati dal santo, abbandonavano Milano: Ambrosius celebs Iudeis
abstulit edes2.
Il senso del bassorilievo è stato variamente valutato dagli studiosi e la mag-
gior parte dei critici moderni non ha attribuito particolare importanza alla
scultura, considerata in sostanza eccentrica rispetto al corpus decorativo della
porta. Così, ad esempio, la Van Hulsen afferma che si tratta di una scena inse-
rita forzando il contesto, ad opera dei chierici che avevano partecipato all’ela-
borazione del programma iconografico, al fine di mandare un messaggio di
ortodossia antiereticale3. Anna Maria Romanini ha più sottilmente rilevato
un possibile parallelo fra gli eretici del IV secolo e i seguaci dell’antipapa di
nomina imperiale Callisto III, permettendo così una migliore contestualiz-
zazione dell’opera4. Patrick Boucheron ha ripreso questa spiegazione, affer-
mando che l’opera avrebbe così contribuito a creare un parallelo fra le gesta
del santo patrono e quelle dell’arcivescovo Galdino della Sala5. Suggerire un
parallelo fra Ambrogio e Galdino poteva in effetti essere fra le intenzioni degli
autori, ma è probabile che il messaggio trasmesso dal bassorilievo dovesse
essere più ampio e articolato.
Come si è già accennato, gli stessi contemporanei non avevano un’idea
chiarissima dell’interpretazione della scena, le cui due didascalie rimandano
ad altrettanti diversi momenti della vita del santo: «Ambrogio caccia gli ariani»
dalla città, per la più antica, e «Ambrogio priva i Giudei della loro sede» per
una di poco posteriore. In realtà, proprio questa apparente confusione, si
rivela determinante per comprendere il senso dell’opera. I due episodi hanno
infatti un fondamentale denominatore comune, come si può osservare leg-
gendone la descrizione nella Vita di Ambrogio di Paolino6.
Nel caso degli ariani, infatti, si narra che gli eretici erano stati autorizzati a
predicare in città da parte di Giustina, madre dell’imperatore Valentiniano II.
Quando Ambrogio aveva deciso di allontanarli dalla basilica Porziana che
era stata loro accordata, l’esercito imperiale tentò di fermarlo, ma di fronte

2. Da ultimo: G. A. Vergani, Lapide di Porta Romana, in Milano e la Lombardia in età comunale,


Milano, 1992, p. 472.
3. A. Von Hülsen, À propos de la Porta Romana de Milan : dans quelle mesure la sculpture de l’Italie
du Nord reflète-t-elle certains aspects de l’histoire communale ?, in Cahiers de civilisation médiévale, xe-xiie
siècles, 35, 1992, p. 147-153, a p. 149.
4. A. M. Romanini, Arte comunale…, op. cit., p. 26.
5. P. Boucheron, Palimpsestes ambrosiens : la commune, la liberté et le saint patron, in P. Chastang (a
cura di), Le passé à l’épreuve du présent. Appropriations et usages du passé du Moyen Âge à la Renaissance,
Parigi, 2008, p. 15-38, p. 22-23.
6. Paulini Vita Ambrosii, ed. A. A. R. Bastiaensen, in C. Mohrmann (a cura di), Vita di Cipriano,
Vita di Ambrogio, Vita di Agostino, Milano, 1975, p. 51-125.
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al sostegno popolare di cui godeva il vescovo, le truppe non osarono agire


e, anzi, simpatizzarono con i cattolici. Giustina dovette piegarsi e ritirare il
permesso7. Simile, da questo punto di vista, risulta anche il secondo episodio,
il cui il legame con la raffigurazione risulta assai meno chiaro: pure nel caso
dell’atteggiamento antigiudaico di Ambrogio si assiste alla contrapposizione
fra l’arcivescovo e l’imperatore, Teodosio in questo caso. Teodosio infatti
aveva deciso di perseguire duramente i responsabili dell’incendio di una sina-
goga, ma Ambrogio glielo proibì, ottenendo anche questa volta un successo
sul sovrano, che dovette recedere dalle sue intenzioni originarie8.
In entrambi i casi l’arcivescovo aveva affermato la superiorità della pro-
pria autorità verso quella imperiale. Quale che fosse l’evento raffigurato sul
bassorilievo, ne era possibile una lettura univoca: la città, impersonificata dal
suo santo patrono, era stata in grado di imporsi contro l’Impero nel passato
e, dunque, lo sarebbe stata anche nel futuro. Sant’Ambrogio trovava dunque
posto sull’«arco di trionfo» che i milanesi avevano eretto per celebrare la ricos-
truzione della loro città9, raffigurato nell’atto di vincere una prova di forza con
l’Impero. Se ne richiamava dunque con forza la natura di difensore della città
che l’aveva scelto quale arcivescovo, anche nei confronti dell’autorità sovrana.
Il luogo stesso, d’altronde, era particolarmente evocativo e propizio.
Torniamo ancora a Paolino da Milano: il biografo di Ambrogio ci narra infatti
che Porta Romana era stata teatro di un piccolo miracolo riguardante il santo.
Ambrogio, nell’intento di fuggire a Pavia per evitare l’ordinazione episco-
pale, si ritrovò invece inspiegabilmente ad portam civitatis quae Romana dicitur:
in quell’occasione, l’autore paragona Ambrogio proprio a una porta turrita
che, come la torre di Davide a Gerusalemme, contro Damasco, avrebbe fatto
da barriera contro la perfidia hereticorum10. Ecco che un circolo si chiude: sugli
archi di Porta Romana viene esposto il bassorilievo raffigurante Ambrogio,
il quale a sua volta è come una porta turrita che protegge Milano. Non solo
dagli eretici, ma anche dagli imperatori se è vero, come sostiene Landolfo
Seniore, che vi era la convinzione che Ambrogio avesse imposto a Teodosio
di emanare un privilegio che esimeva Milano dall’accogliere i sovrani entro le
mura11, ossia il contrario di quanto aveva ordinato Federico I nel 1158, dopo

7. Paulini Vita Ambrosii, p. 68-70. Cf. anche A. Paredi, Ambrogio, santo (334c.-397), in Dizionario
della chiesa ambrosiana, I, Milano, 1987, p. 110-118, a p. 113.
8. Paulini Vita Ambrosii, p. 80-82.
9. La definizione è di Patrick Boucheron: P. Boucheron, Palimpsestes ambrosiens…, op. cit., p. 19.
10. Paulini Vita Ambrosii, p. 62.
11. Landulfi Historia Mediolanensis, ed. L. C. Bethmann, W. Wattenbach, in Monumenta Germaniae
Historica, Scriptores, VIII, Hannoverae, 1848, p. 32-100, a p. 53.
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il successo del suo primo assedio contro la città, quando fu stabilito che i
milanesi costruissero un palazzo e lo mettessero a disposizione del sovrano12.

Milano e l’Impero
La raffigurazione di Sant’Ambrogio nel programma iconografico di Porta
Romana è però in grado di evocare anche una prospettiva più ampia. Nel
conflitto fra Milano e l’Impero di cui il santo venne fatto metafora, evocare le
azioni del patrono cittadino serviva anche a richiamare la memoria di un’epoca
in cui Milano era capitale imperiale13. Lo ha affermato esplicitamente Patrick
Boucheron, per il quale «les sculptures de Porta Romana jouent subtilement
sur la concordance des temps entre le present héroïque d’une commune en
lutte contre l’Empire et le passé glorieux d’une cité qui fut capitale d’Em-
pire14». Questo «gioco sottile» è molto evidente proprio nell’uso della figura di
Ambrogio, ma è anche il segno di un drastico mutamento nell’atteggiamento
della città verso il proprio passato.
Milano era stata eletta a sede imperiale con le riforme dioclezianee e lo
rimase per gran parte del IV secolo15. Nel Medioevo il ricordo dell’epoca
veniva nutrito soprattutto attraverso il culto del santo patrono della città, dato
che Sant’Ambrogio aveva retto la cattedra episcopale ambrosiana proprio
nell’ultimo quarto del IV secolo (374-397). Almeno tre volte all’anno — negli
anniversari dell’ordinazione episcopale (7 dicembre), del battesimo
(30 novembre) e della morte del santo (commemorata il primo giovedì suc-
cessivo alla Pasqua) — si festeggiava Ambrogio. Spesso le celebrazioni si
articolavano su più giorni e più chiese e vedevano un forte afflusso di folla16.
In quelle occasioni i Milanesi potevano dunque ascoltare la narrazione dei
conflitti e dei rapporti fra l’arcivescovo e gli imperatori nell’epoca in cui la
corte imperiale aveva la sua sede a Milano.
Come ha osservato Cesare Alzati, fino alla metà dell’XI secolo, la memoria
dell’«alto rango civile della città in età romana» era stata largamente utilizzata

12. Ottonis et Rahewini Gesta Friderici I imperatoris, ed. G. Waitz, Hannoverae/Lipsiae, 1912,
p. 222.
13. Riprendo qui, in un’altra prospettiva e con ulteriori integrazioni, alcune considerazioni già
esposte in P. Grillo, Una politica della memoria: Milano fra Roma antica, Pavia e Federico Barbarossa,
di prossima pubblicazione in Usages de l’histoire et pratiques politiques en Italie du Moyen Âge aux
temps modernes : autour de la notion de réemploi, atti del convegno di studio, Parigi, université de la
Sorbonne, 16-17 ottobre 2009.
14. P. Boucheron, Palimpsestes ambrosiens…, op. cit., p. 20.
15. Milano capitale dell’Impero romano. 286-402 d.c., Milano, 1990
16. A. Paredi, Ambrogio, santo (334c.-397)…, op. cit., p. 117.
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per rivendicare la peculiare dignità della Chiesa di Milano17. Nei decenni


successivi, però, questa attitudine andò persa e non sembra, in particolare,
aver influito sulla costruzione dell’ideologia comunale. Come ha ben osser-
vato Jorge Busch, i nuovi scrittori laici lombardi, come il bergamasco Moisé
del Brolo, autore del Liber Pergaminus, coltivarono piuttosto l’origine gallica
e longobarda delle loro patrie, trascurando i Romani o, peggio, consideran-
doli come invasori18. Il celebre esordio della cronaca dell’Anonimo Milanese
mostra chiaramente questo approccio, dato che l’autore considerava i
Lombardi gli abitanti atavici della regione — identificandoli probabilmente
con i Galli — e nominava i Romani insieme agli Unni, ai Vandali, ai Goti e ai
«Winili» fra i popoli barbarici che avevano oppresso la Lombardia e avevano
saccheggiato e distrutto Milano19. Ancora, parlando dell’Arco romano situato
presso l’omonima porta, lo stesso autore affermava che fu costruito come
simbolo di dominio e di oppressione, dopo che i Romani ebbero conquistato
la città20.
Il riferimento al passato imperiale quale momento essenziale nella storia
della città si era infatti reso problematico a causa delle tensioni legate alle
lotte patariniche e alla riforma gregoriana, che videro contrapposte le ambi-
zioni centralizzatrici della curia romana e la lunga tradizione autonoma della
cattedra episcopale milanese21. Ne nacque uno lungo scontro, durato fra alti e
bassi sino alla metà del XII secolo22, durante il quale, per i propagandisti vicini
agli arcivescovi, il vocabolo «romano» divenne un termine squalificante, che
indicava gli avversari, i nemici degli «ambrosiani23».
A complicare ulteriormente l’uso della memoria imperiale e romana di
Milano, dal 1154 scoppiò la lotta contro Federico Barbarossa, un imperatore

17. C. Alzati, Ambrosiana Ecclesia. Studi su la chiesa milanese e l’ecumene cristiana fra tarda antichità e
Medioevo, Milano, 1994, p. 4.
18. J.W. Busch, Mailand und Rom. Das antike Rom in lombardischen Geschichtsvorstellungen, in
Frühmittelalterlischen Studien, 36, 2002, p. 380-396.
19. Libellus tristitiae et doloris, ed. G. H. Pertz, in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, XVIII,
Hannover, Impensis Bibliopolii Hahniani, 1863, p. 359-382. Su questo testo, più noto come
Gesta Friderici imperatoris: J. W. Busch, Sulle tracce della memoria comunale di Milano. Le opere dei laici
del XII e XIII secolo nel «Manipulus florum» di Galvano Fiamma, in P. Chiesa (a cura di), Le cronache
medievali di Milano, Milano, 2001, p. 79-88, alle p. 81-83.
20. Libellus tristitiae et doloris…, op. cit., p. 365-366.
21. A. Ambrosioni, Milano, papato e impero in età medievale, Milano, 2003.
22. P. Zerbi, La chiesa ambrosiana di fronte alla chiesa romana dal 1120 al 1135, in Id., Tra Milano e
Cluny. Momenti di vita e cultura ecclesiastica nel secolo XII, Roma, 1978, p. 125-230; A. Ambrosioni,
Dagli albori del secolo XII alla vigilia dell’episcopato di Galdino, in A. Caprioli, A. Rimoldi, L. Vaccaro
(a cura di), Storia religiosa della Lombardia. Diocesi di Milano (1a parte), Brescia, 1990, p. 195-226.
23. J. W. Busch, Mailand und Rom, op. cit., p. 381-383.
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che nella sua azione contro le autonomie comunali intendeva richiamarsi


all’operato dei suoi predecessori romani esplicitamente menzionati:
Costantino, Valentiniano e Giustiniano24. L’appoggio di cui Federico poté
godere nei primi anni della sua azione da parte di papa Eugenio III25, dovette
contribuire al desiderio dei Milanesi di distinguersi, in quanto «Longobardi»,
dai loro nemici ora più che mai «Romani».
La situazione politica mutò però in breve tempo. In particolare, dopo la
distruzione (1162) e la ricostruzione (1167) di Milano, dato che con la contes-
tuale creazione della Lega Lombarda, le città dell’Italia centro-settentrionale
si trovarono saldamente alleate di papa Alessandro III in funzione antiimpe-
riale26. Ora l’Urbe e il suo pontefice non erano più i nemici per eccellenza e
il comune di Milano era in grado di rivitalizzare la memoria del suo ruolo in
epoca romana contro un imperatore che della memoria e della legge dell’an-
tica Roma aveva fatto uno dei suoi punti di forza propagandistici27.
Non c’è dunque da stupirsi se le sei nuove porte erette nel 117128 furono
realizzate con espliciti intenti retorici, nei quali il richiamo all’antichità aveva
un ruolo essenziale29. In primo luogo, esse riprendevano sin dalla forma il
modello classico, dato che, a differenza di quanto avveniva nella maggior parte
delle città coeve, presentavano una coppia torri che fiancheggiavano i due
fornici che permettevano di attraversarle, secondo lo schema che gli antichi
romani avevano diffuso in tutte le regioni da loro conquistate30. Ancora, le sei
nuove porte urbiche vennero rivestite di un paramento marmoreo policromo,
probabilmente tratto da quanto restava delle loro antenate della cerchia di

24. Sul rapporto fra legislazione federiciana e tradizione romana: G. Dilcher La «renovatio» degli
Hohenstaufen fra innovazione e tradizione. Concetti giuridici come orizzonte d’azione della politica italiana
di Federico Barbarossa, in G. Constable, G. Cracco, H. Keller, D. Quaglioni (a cura di), Il secolo XII:
la «renovatio» dell’Europa cristiana, Bologna, 2003, p. 253-288.
25. F. Opll, Federico Barbarossa, Genova, 1994, p. 60-61.
26. M. Pacaut, La Papauté et les villes italiennes (1159-1253), in C.D. Fonseca (a cura di), I problemi
della civiltà comunale, Bergamo, 1971, p. 33-46.
27. F. Cardini, Il Barbarossa: vita, trionfi e illusioni di Federico I imperatore, Milano, 1985.
28. A. Vincenti, Le fortificazioni di Milano e del suo territorio in epoca comunale e viscontea, in
M. Mirabella Roberti, A. Tabarelli, M. Vincenti (a cura di), Milano città fortificata, Roma, 1983,
p. 25-39.
29. M. T. Florio, «Opus turrium et portarum»: le sculture di porta Romana, in Milano e la Lombardia…,
op. cit., p. 189-192, a p. 191.
30. L’unica porta della cinta di Massimiano a tutt’oggi identificata e scavata, Porta Ticinese,
presenta infatti un ingresso a due fornici, fiancheggiato da due torri poligonali: M. David,
Indagini sulla rete viaria di Milano in età romana, in Milano ritrovata…, op. cit., p. 119-139, alle p. 126
e 128.
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Massimiano31 e sul quale, come attesta ancora oggi il caso di Porta Nuova,
vennero posti bassorilievi funerari di reimpiego risalenti al III e al IV secolo32.
Come è stato giustamente affermato, tutto ciò implicava «la volontà di rico-
noscersi nel mondo antico, di sottolineare la continuità con questo mondo
che la città risuscitata voleva rappresentare33».
La costruzione più importante fu comunque la nuova Porta Romana, con
i suoi bassorilievi e lapidi. Porta Romana in effetti era il luogo ideale per un
importante investimento ideologico. Essa evocava un rapporto diretto con
l’Urbe e con la memoria imperiale: proprio nel IV secolo, del resto, l’ingresso
alla città dal quale provenivano i viaggiatori e i magistrati provenienti da Roma
era stata oggetto di interventi edilizi volti alla costruzione di un’imponente
via porticata lunga 600 metri, che culminava nell’arco trionfale, forse eretto
dall’imperatore Graziano34.
La costruzione della porta fu celebrata con una lapide nella quale i consoli
dell’anno 1171 vengono definiti consules reipublice, con l’uso di un termine
classico, legato esplicitamente all’antichità romana35. Fino a quel momento
tale dizione non era mai stata utilizzata nella documentazione milanese,
nella quale si parlava piuttosto di consules communis oppure di consules civitatis36,
similmente a quanto accadeva nella maggior parte dei comuni dell’epoca37.
La nuova definizione era entrata da pochissimo nel lessico politico milanese,
essendo attestata per la prima volta nel trattato di pace con Como, stipulato
nel 1170 grazie alla mediazione della Lega Lombarda38, evidentemente nello
stesso clima culturale di recupero e rivalutazione del passato classico in fun-
zione antiimperiale.
Porta Romana e le sue decorazioni erano dunque espressione di un preciso
programma iconografico volto a esaltare il rapporto fra la Milano capitale

31. P. Mezzanotte, Degli antichi archi di Porta Romana, in Archivio storico lombardo, 37, 1910, p. 423-
438, a p. 428.
32. Anche a Porta Romana fu riutilizzata una lapide funeraria romana, ritrovata durante la
demolizione e poi andata smarrita: P. Mezzanotte, Degli antichi archi di Porta Romana, op. cit.,
p. 428 nota. Non si può escludere che questo materiale di reimpiego fosse già stato utilizzato
nella cerchia massimianea.
33. M. T. Florio, «Opus turrium et portarum», op. cit., p. 191.
34. D. Caporusso, La via porticata e l’arco onorario, in Milano capitale…, op. cit., p. 99.
35. La trascrizione più recente in G. A. Vergani, Lapide di Porta Romana…, op. cit., p. 472.
36. C. Manaresi (ed.), Gli atti del comune di Milano fino all’anno MCCXVI, Milano, 1919 passim.
37. Sulle denominazioni dei primi magistrati civici è ancora fondamentale O. Banti, «Civitas»
e «commune» nelle fonti italiane dei secoli XI e XII secolo, in G. Rossetti (a cura di), Forme di potere e
struttura sociale in Italia nel Medioevo, Bologna, 1977, p. 217-232.
38. C. Manaresi (ed.), Gli atti del comune…, op. cit., p. 103-107, doc. 73.
480 Sant’Ambrogio e la memoria della Milano tardo-imperiale

imperiale del III-IV secolo e la Milano cuore dello schieramento antiimperiale


degli anni Settanta del XII secolo39, alla base del quale stavano sia la conforma-
zione architettonica della porta stessa (e delle altre fortificazioni della nuova
cinta) sia alcune delle sculture che adornavano l’ingresso sud-occidentale
alla città. Su questa fu posta, infine, una lapide che celebrava esplicitamente
Milano quale secunda Roma, rendendo dunque evidente e diretto il messaggio
sottinteso dal manufatto fortificato e dalle sue decorazioni40.

Partendo da queste basi, è dunque possibile dare una spiegazione più


approfondita del significato del bassorilievo ambrosiano, inquadrandolo
in quella cosciente ripresa del passato romano della città già evidente nella
struttura della Porta. La presenza del santo è perfettamente coerente con un
programma architettonico e iconografico che voleva rimandare proprio ai
fasti di Milano nell’epoca in cui la città fu ad un tempo capitale imperiale e
sede del più importante vescovo d’Occidente. L’episodio raffigurato mos-
trava pur indirettamente Ambrogio vittorioso sull’autorità imperiale: si cele-
brava la presenza dell’Impero a Milano, ma si rimarcava anche la superiorità
dell’arcivescovo (e, conseguentemente, di tutta la città di Milano), sull’im-
peratore stesso. Il tutto rimandava dunque alla magni imperii dignitas che già
nell’XI secolo si rivendicava alla città41, ma attraverso un’ottica in cui, come
si legge nel primo libro delle Historiae Mediolanenses di Landolfo Seniore, era
Sant’Ambrogio, attraverso la sua influenza sulla corte, a «governare il mondo
intero42».

39. Sulla rapida acquisizione della leadership sulla Lega Lombarda da parte di Milano si veda
A. Haverkamp, La Lega lombarda sotto la guida di Milano (1175-1183), in Costanza 1183. Un difficile
equilibrio di poteri fra società italiana e impero, Bologna, 1984, p. 159-178.
40. Su questa lapide e le altre rivendicazioni di romanità da parte di Milano negli anni Settanta
del XII secolo, rimando a Grillo, Una politica della memoria…, op. cit.
41. Alzati, Mediolanensis ecclesia…, op. cit., p. 267.
42. Cum sanctus Ambrosius per industriam summi Romani imperii orbem terrarum regere vidisset :
(Landulfi Historia Mediolanensis…, op. cit., p. 39). Sulla realtà dell’azione universale dell’arcives-
covo: Alzati, Mediolanensis ecclesia…, op. cit., p. 14-19.
Paolo Grillo 481

Fig. 1 – Milano, Musei Civici, Bassorilievo con Sant’Ambrogio (sec. XII).