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BREVE STORIA DELLA CA’GRANDA

a cura di Nino Sambataro

www.assofrancescosforza.it
1.
SINTESI STORICA GENERALE 1

I
L’Università degli Studi di Milano ha sede nell’edificio dell’antico “Spedale dei Poveri” voluto da
Francesco Sforza duca di Milano e da sua moglie Bianca Maria Visconti in segno di gratitudine a
Dio per la conquista del Ducato.
La prima pietra fu posta solennemente il 12 aprile 1456.
L’edificio fu completato nei secoli fino all’Ottocento, sempre grazie ai lasciti e donazioni di
cittadini milanesi, che ritenevano doveroso contribuire al completamento e al funzionamento
dell’Ospedale chiamato familiarmente “la Ca’ Granda”. Fonte di introiti era anche uno speciale
giubileo (la cosiddetta “Festa del Perdono”) che si celebrava ogni due anni il 25 marzo, festa
dell’Annunciata, sotto la cui protezione l’Ospedale era posto.

II
Il progetto, affidato da Francesco Sforza all’architetto toscano Antonio Averlino detto Filerete
(1400 – 1469), fu da questi illustrato nel Trattato di Architettura 2 quale esempio di architettura più
ampio contesto di una città ideale, la Sforzinda, in cui era adombrata la Milano Sforzesca. La
pianta proposta dal Filerete, basata sul quadrato, aveva chiari riferimenti simbolici religiosi.
Lo schema che sottende l’edificio è un rettangolo formato da dieci quadrati uguali, tra i quali si
colloca in posizione centrale la Chiesa.
Le parti laterali, costituite da costruzioni con pianta a croce (crociera), quasi a ricordare la
sofferenza umana, erano destinate ai malati.
Al centro della “crociera” quattrocentesca (i cui bracci misurano 90 metri di lunghezza, metri 9 in
larghezza, metri 9 in altezza) in corrispondenza del tiburio, si trovava un altare che poteva essere
visto da tutti.
Ad ogni letto corrispondeva un piccolo armadio a muro con ribaltina, che faceva da tavolo; inoltre
per tutta la lunghezza dei bracci della crociera furono creati corridoi nei quali erano collocati
servizi igienici (chiamati destri) con soluzioni avveniristiche per l’epoca.

III
La costruzione ebbe inizio dal lato destro rispetto all’entrata del cortile. Dal quadrilatero tra la
Chiesa di S. Nazaro, la via Festa del Perdono e la via Francesco Sforza. Entro tale quadrilatero sono
quattro cortili risultanti dalla intersezione dei bracci della crociera secondo il progetto del Filerete,
che lasciò i lavori nel 1465.
Della facciata si deve al Filerete il piano terreno (1460 – 1465), mentre il piano superiore è da
ritenere opera del successore Guinforte Solari (1465 – 1481), anche se l’idea iniziale delle bifore
potrebbe essere restituita al Filerete. All’Amadeo (1447 – 1522) e alla sua scuola si deve il
compimento dell’ala verso il cortile centrale: in sostanza l’Amadeo avrebbe ideato il doppio portico,
ma non è noto a quale punto egli giungesse nella costruzione.
Questo loggiato, rimasto incompiuto, fu trasformato e ultimato da G.B. Pessina un secolo e mezzo
dopo (1625 -1634).
Comunque il Richini è ritenuto l’effettivo ideatore del grande cortile barocco, composto da una
sequenza a doppio ordine di arcate su colonne: tale cortile è infatti correntemente definito cortile

1
http://www.unimi.it/ateneo/994.htm
2
Tra il 1460 e il 1464 compose i 25 libri del Trattato di Architettura opera in volgare dedicata a Francesco Sforza e che
contiene il piano della prima città ideale compiutamente teorizzata: Sforzinda, la città è inserita in una cinta muraria a
forma di stella a otto punte (http://it.wikipedia.org/wiki/Filarete)

2
centrale o del Richini; sempre al Richini si deve la corrispondente fronte secentesca verso la via
Festa del Perdono.
La seconda crociera, a sinistra del cortile centrale, compreso il cortiletto a colonne, fu costruita dal
1686 al 1701 e fu destinata alle donne. La fronte verso il Naviglio e le altre costruzioni furono
attuate da Attilio Arrigoni; nel 1797 fu completato il perimetro esterno da Pietro Castelli.

IV
Il complesso architettonico ha rappresentato per secoli in Italia e in Europa un esempio di avanzata
struttura ospedaliera. Esso è stato adibito ad ospedale fino alla seconda guerra mondiale, durante la
quale fu quasi completamente distrutto dai bombardamenti (1943). Alla fine della Guerra, l’edificio
venne assegnato all’Università degli Studi di Milano; i lavori iniziarono nel 1949 e l’Ateneo vi pose
ufficialmente la sua sede nel 1958.

2.
GLI OSPEDALI PRIMA DELL’OSPEDALE 3
Nel Basso Medioevo la carità era diventata una vocazione anche laica, vuoi come impegno del pio
signore e dei cittadini devoti, vuoi come manifestazione di prestigio magnatizio o come
acquisizione di meriti da parte di ricchi di nuova formazione. Per molti di costoro era diventata una
forma di redenzione dai peccati. Si può dire che nella società bassomedievale i poveri erano
necessari per consentire ai nuovi ricchi – banchieri, mercanti e bottegai – di scontare, benefacendo,
le colpe che fossero alla base delle loro fortune.
Alcuni ospedali erano fondazioni antiche, anteriori all’anno Mille, strettamente legate ai luoghi di
culto – chiese e monasteri – nonché legate ai nomi di grandi ecclesiastici fondatori.
Tali, in ordine cronologico: l’ospedale di San Satiro, fondato nell’879 dell’Arcivescovo Ansperto da
Biassono e connesso all’omonimo sacello; l’ospedale di Sant’Ambrogio, fondato anch’esso in età
carolingia in quanto menzionato in un privilegio fondato da Carlo il Grosso ai monaci
dell’omonimo monastero; l’ospedale di San Raffaele, fondato nei primi anni del X sec. (906)
dall’Arcivescovo Andrea da Canziano e ubicato presso la basilica di Santa Tecla, nel centro di
Milano; l’ospedale di San Celso fondato negli ultimi anni del X secolo (996) dall’arcivescovo
Landolfo da Carcano e avente sede presso l’omonimo convento fuori le mura.
Questi primi quattro ospedali (ma il primato cronologico spetta al brefotrofio fondato nel 787
dall’arciprete della cattedrale Dateo) erano subentrati agli ancor più antichi “xenodochi”: il
vocabolo xenodokéion, xenodochio, dato alle case per “ospitare stranieri” (xeno – dokéin, venne
definitivamente abbandonato dopo l’anno Mille, quando case “ospitali” (ospitiun, hospitale) furono
dette quelle aperte non solo ai pellegrini e ai viandanti forestieri, ma anche e particolarmente a quei
viandanti precari sulla via della vita, dall’alba al tramonto, che erano i bambini e i vecchi senza
famiglia e in genere tutti i soggetti privi di risorse, senza discriminazione tra indigenza, incapacità,
infermità.
Cronologicamente posteriori, fondati dopo l’anno Mille, erano: l’ospedale di San Dionigi, fondato
nel 1023 dall’arcivescovo Ariberto da Intimiano e successivamente sviluppatosi in maniera
notevole; l’ospedale di Sant’Eustorgio, fondato nel 1068 durante l’episcopato di Guido da Velate e
viceversa vissuto di vita incerta e poi estinta; l’ospedale di San Lazzaro, fondato nel 1087 durante
l’episcopato di Anselmo da Rho per iniziativa invero più civica che ecclesiastica, stante la sua
destinazione specificatamente sanitaria quale filtro di “arresto” e “sequestro” dei “malsani”, cioè
dei lebbrosi: per questo era ubicato fuori mura, nel sobborgo rivolto verso sud e verso est, sulla
strada del ritorno dalle guerre d’Oriente dei pellegrini “crociati” a rischio di lebbra.
Un ospedale sorto successivamente era quello di San Simpliciano, fondato nel 1091, fuori
dall’omonimo monastero, dai coniugi Lanfranco e Frasia de la Pila, che avevano legato i loro beni
3
Tratto da “Gli ospedali prima dell’Ospedale”, Giorgio Cosmacini, La Ca’ Granda dei milanesi. Storia dell’Ospedale
Maggiore, Laterza, 1999

3
non ai monaci, ma ai “vicini”, cioè ai membri della vicinia o contrada (Porta Cumana o Comasina),
cioè ai boni homines del rione. Era un segnale del mutamento dei tempi. A fondare l’ospedale non
era stato un vescovo o un abate, ma una coppia di laici: si trattava dunque di una mutazione
genetica: i fondatori avevano indicato non nei religiosi del monastero, ma nei cittadini del rione, le
persone destinatarie dell’istituzione fondata. I gestori di questa appartenevano alla stessa categoria
dei fruitori: si trattava anche di una mutazione strutturale e funzionale.
Siamo ad una svolta. Gli ospedali abbaziali e vescovili erano luoghi, al tempo stesso, di cura e di
culto, con commistione fra attività sacra e attività profana.
Fondazioni per certi aspetti analoghe, laiche sebbene soggette ancora alla giurisdizione
ecclesiastica, erano gli ospedali di San Barbaba in Brolo e di Santo Stefano alla Ruota, sorti
rispettivamente nel 1145 e nel 1150 grazie alla beneficenza di Goffredo da Bussero. Nel 1558 i due
ospedali erano stati consorziati nell’ospedale del Brolo, adibito agli egrotantes pauperes (ammalati
poveri), agli infanti esposti e ai fanciulli abbandonati.
In tutto, nel 1288 Bonvesin de la Riva conta dieci ospedali.
Quanto alla distribuzione territoriale, la relativa centralità dell’ospedale del Brolo, localizzato
nell’area omonima tra il Verziere e la Chiesa di Santo Stefano, e dell’ospedale Nuovo, localizzato
in vicinanza dell’Arcivescovado, faceva da perno eccentrico a una corona di ospedali periferici che
un disegno all’evidenza provvidenziale aveva ubicato nella fascia periurbana al di là delle mura,
con riguardo ai bisogni assistenziali dei sei sestieri nei quali era suddivisa la città.
Gli statuti degli ospedali del XII sec. tendevano a sottoporre gli ospedali, e ogni questione ad essi
pertinente, all’autorità arcivescovile. In tal senso erano orientate le norme di reciproca vigilanza
dettate alle due componenti del personale ospedaliero: quella investita di compiti amministrativi e
quella investita di compiti assistenziali. Quest’ultima era ordinata secondo la regola di
Sant’Agostino. Tale regola imponeva la ricerca di Dio “in interiore nomine” attraverso voti di
povertà assoluta, dedizione obbediente, laboriosità feconda; inoltre dettava il precetto di leggere Dio
in quei “libri della natura” che sono i malati.
Nel XIII sec. gli ospedali avevano assunto un carattere misto, religioso – civile: è civile
l’amministrazione, retta da laici; è religiosa la direzione dell’assistenza: presiede all’una un collegio
di cittadini (o decani) all’altra un monaco, chiamato prelato o ministro o maestro (o maggiore),
aiutato da persone pie dell’uno e dell’altro sesso, che non sono propriamente frati e monache, ma
pur assumono un carattere religioso col titolo di conversi 4 e converse.
I fratres conversi di un ospedale erano numericamente fissati per statuto: 20 nel 1168; 50 nel 1191.
Essi erano per due terzi maculi e per un terzo femine, cioè sorores. “Suore” e “frati”, religiosi o laici
religiosamente congregati, erano tenuti ad essere assidui nell’ossequio a tutti gli infermi e
obbedienti in tutto e per tutto al loro maestro, per la cui scelta indicavano essi stessi al vescovo una
rosa di nomi. I decani dal canto loro, scelti tra i cittadini con maggiore vocazione e preparazione,
erano previsti in numero di 24, di cui 4 a turno in servizio attivo. Affiancati da un cellario o
economo, dovevano amministrare il patrimonio (redditi ed elemosine) e far quadrare il bilancio,
armonizzando le spese erogate con le necessità ospedaliere e con le disponibilità finanziarie.
I due corpi – assistenziale e amministrativo – avrebbero dovuto costituire un’anima sola. Ma nella
composizione del “capitolo” (consiglio) ospedaliero essi erano numericamente asimmetrici. I
risultati della conta richiesta per approvare o non approvare questa o quella proposta di
organizzazione o gestione anticipavano la “silenziosa vittoria” dei frati sui decani: ciò spiega perché
nel Trecento la presenza dei decani si fa sempre più sporadica, mentre cresce il potere dei “ministri”

4
Il frate converso in un convento o monastero indica una persona che pur vestendo un abito da frate non ha formulato i
voti religiosi ed è addetto ai lavori più umili, in passato era una condizione comune specialmente per le persone
illetterate che volevano entrare in convento. Lo si usa pure al femminile: monaca conversa
(http://it.wikipedia.org/wiki/Frate_converso).

4
e perché, nella seconda metà di quel secolo non troviamo più traccia dei decani; in tutti gli atti, in
tutte le adunanze capitolari, vediamo intervenire solo i frati, presieduti dal loro maestro.
Il graduale sottrarsi degli ospedali alla vigilanza amministrativa da parte degli organi di controllo e
di gestione incarnati nei decani fu uno dei maggiori nodi che vennero al pettine fra XIV e XV
secolo. Altri se ne aggiunsero: c’erano frati e suore che si astenevano dai lavori più “umili”,
delegandoli ad altri, comandati a servire non solo i poveri infermi, ma anche o soprattutto le suore e
i frati medesimi, etc. etc. Erano tutti costoro gli interpreti di una grave crisi ospedaliera.
Il sistema della carità entrò dunque in crisi. Vi era senza dubbio una crisi morale: dalla realtà
trecentesca erano ben lontane le spinte religiose che avevano animato nel passato la nascita delle
comunità ospedaliere. E vi era indubbiamente una crisi delle strutture ospedaliere tradizionali, in
parte dovuta a un’altrettanto indubbia crisi nella gestione dei patrimoni, in parte da ricercarsi nei
riflessi della crisi trecentesca sui problemi dei poveri e della povertà e nel diffondersi delle
epidemie di peste.
Il duro impatto con le ricorrenti pestilenze faceva rimarcare il totale fallimento della medicina: la
teoria medica della peste, che imputava la malattia all’aria corrotta e corruttrice, era una dottrina
campata in aria; vana era ogni pratica terapeutica e addirittura reo di lesa probità professionale era il
comportamento dei medici assenteisti, pronti alla fuga: “fuggi presto, va lontano, torna più tardi che
puoi”: la prescrizione della medicina galenica era messa in pratica dagli stessi prescrittori con un
comportamento sovente riprovevole.
La stessa assistenza caritativa ne usciva profondamente colpita, svilita.

3.
IL DUCA E L’ARCHITETTO 5
Il neo-duca, tale di fatto ancorché senza crisma imperiale (l’imperatore Federico III non gli conferì
mai il titolo), era figlio del condottiero di ventura Muzio Attendolo Sforza, denominato tale per la
sua forza erculea. Da ragazzo era stato avviato dal padre all’arte militare, militando poi al servizio
di vari committenti: il Papa, i Veneziani, i Visconti. Nel 1441, quarantenne, aveva avuto in sposa
Bianca Maria Visconti, figlia del duca Filippo Maria, e alla morte di questi aveva ricevuto dalla
Repubblica Ambrosiana il comando dell’esercito milanese, con il quale aveva sconfitto i Veneziani
a Caravaggio (14 settembre 1448). Ma poco dopo, avendo percepito una certa diffidenza nutrita
dalla Repubblica nei suoi confronti, si era accordato con Venezia e si era volto contro Milano,
dimostrando non infondati i sospetti di chi lo diceva animato dall’ambizione di succedere al suocero
defunto sul trono ducale.
Il nuovo duca dunque aveva un ulteriore obiettivo: quello della legittimazione, per cui si rendeva
necessario ampliare il consenso e ottenere il favore del popolo. A ciò non recò giovamento la
decisione di ricostruire il castello – fortezza di Porta Giovia, simbolo del potere autoritario e per ciò
atterrato durante la Repubblica; lo recò invece la decisione parallela di dare il via all’edificazione di
un grande ospedale che facesse da contraltare al nuovo castello sforzesco in fase di costruzione.
Nel 1451 fu inviata una doppia richiesta al papa Niccolò V, per avere da lui benestare e
benedizione, e a Cosimo de’ Medici, per ottenere in visione i disegni dell’ospedale di Santa Maria
Nuova, fondato nel 1288 e molto ben architettato e funzionante. La coppia ducale fece poi dono al
capitolo centrale ospedaliero di omnia palatia nostra dal Brolo al Laghetto e dei casamenti ed orti
compresi tra la chiesa di San Nazaro e la chiesa di Santo Stefano.
Su quel vasto terreno, movimentato dagli avvallamenti e da una cosiddetta montagna (un
appezzamento a panettone dove è ora il grande cortile dell’Università) doveva essere eretto,
all’interno della cerchia del Naviglio e lungo il corso di questo, l’hospitale magnum, tale non solo e
non tanto per grandiosità, ma anche o soprattutto perché da esso dovevano dipendere tutti gli altri
5
Tratto da “Il Duca e l’architetto”, Giorgio Cosmacini, La Ca’ Granda dei milanesi. Storia dell’Ospedale Maggiore,
Laterza, 1999.

5
ospedali milanesi, sia della città che dei borghi, posto sotto un’unica amministrazione, formata da
cittadini nominati dall’arcivescovo ma naturalmente graditi al duca.
Antonio Averlino, un cinquantenne (nato a Firenze nel 1400) formatosi negli anni giovanili come
scultore alla scuola del Ghiberti e reso celebre dalla scultura di una delle porte di San Pietro in
Roma, appariva come un uomo che condiva una buona dose di genio con un pizzico di sregolatezza.
Perché la scelta in pectore dello Sforza ricadesse su di lui non è dato di sapere con precisione: forse
perché il duca (nato a San Miniato nel 1401) era stato suo compagno d’infanzia, o forse perché
aveva pesato una raccomandazione medicea, o forse perché, ipotesi più probabile, era necessaria
una specifica conoscenza dei modelli ospedalieri toscani, per un’opera che si voleva modellata sugli
esempi senesi e fiorentini.
Averlino, giunto a Milano nel 1451, fu tosto impiegato nei già inoltrati lavori del castello (dove legò
il suo nome alla torre centrale) e poi preposto ai lavori del Duomo (della cui fabbrica “Antonio da
Firenze” fu direttore dal 1454 al 1459). La sua virtù principale era quella di essere versatile,
trasformandosi da scultore di grido in architetto d’ingegno, ingegnandosi ad armonizzare tra loro
criteri d’estetica, di razionalità, di funzionalità.
Però il placet di Papa Niccolò V tardava ad arrivare, restando tra le carte lasciate a giacere nella
curia romana. Fattori frenanti, in ambito ecclesiastico, erano le resistenze dei rettori dei piccoli
ospedali che dovevano essere soppressi o incorporati nell’hospitale magnum, e la contrarietà da
parte dell’arcivescovo di Milano Giovanni Visconti (1450 – 1453).
Fattori frenanti, in ambito civile, erano l’alto costo della fabbrica del castello e, più in generale, le
difficoltà economiche dello Stato sforzesco, acuite dalle vicende politico militari. Ma la pace di
Lodi (9 aprile 1454) tra Milano e Venezia, salutata come Pace d’Italia perché ad essa aderirono tutti
gli stati italiani, poneva in primissimo piano la figura dello Sforza, fautore del progetto di una lega
generale, detta “italica” o “santissima” ed equilibrata dalla rinnovata alleanza “particolare” tra
Milano e Firenze (i cui banchieri erano di primaria importanza per le finanze ducali e statali). La
pace d’Italia avrebbe assicurato al paese quarant’anni di pacifica convivenza tra ducati e
repubbliche.
Questa ottimistica atmosfera era ulteriormente accresciuta dal fatto che a Milano, dal giugno 1454,
era arcivescovo il trentunenne Carlo Sforza, l’agostiniano frate Gabriele, fratello naturale del duca:
per lui si prevedeva un lungo episcopato, con altrettanto lunga unione di intenti tra fratelli
(l’arcivescovo morì invece prematuramente nel 1457). Lo stesso ottimismo era alimentato dal fatto
che a Roma, dall’aprile 1455, era papa Callisto III (1455 – 1458), lo spagnolo Alonso de Borja
(Alfonso Borgia). Pertanto si provvedeva a organizzare, pur nella perdurante assenza del
beneplacito pontificio, la cerimonia di inaugurazione del nuovo ospedale.
Il 12 aprile 1456 fu posta la prima pietra del nuovo ospedale: del cerimoniale dà notizia lo stesso
Filerete nel suo Trattato di architettura 6 .
Il duca volle che l’erigendo ospedale si chiamasse Spedale della Anunziata perché nella festa
dell’Annunciazione cadeva la ricorrenza del ricevimento da parte sua del pieno possesso dello
Stato di Milano, e volle che nello stemma dell’ospedale fosse posta la bianca colomba (o una
tortora?) che i pittori erano soliti mettere accanto all’angelo che disse l’Ave a Maria.
La “colombina” che fa così la sua comparsa nel sigillo dell’ospedale regge un cartiglio con la scritta
a bon droit, già motto visconteo. Fu Bianca Maria a fare da tramite tra la dinastia viscontea e quella
sforzesca. Fervente devota mariana tanto da aggiungere al nome di tutti i suoi numerosi figli il
secondo nome di Maria.
Alla posa della prima pietra non seguì tuttavia l’avviamento del cantiere: Filerete fu mandato in
ricognizione a Firenze.

6
Sebbene il Filerete anticipi la data al 4 aprile, giorno in cui fu posta l’epigrafe che si può leggere ancora oggi sul lato
filaretiano (verso San Nazaro). “Il Duca e l’architetto”, Giorgio Cosmacini, La Ca’ Granda dei milanesi. Storia
dell’Ospedale Maggiore, Laterza, 1999.

6
Insomma, a sei anni dall’insediamento dello Sforza e dalla quasi contemporanea decisione di
costruire “l’ospedale grande”, questo era ancora sulla carta, in fase di progettazione. Ma, al ritorno
dalla Toscana, dopo i soggiorni a Firenze e a Siena e grazie allo studio del plastico dell’Alberti (o
del Rossellino), il Filerete fu in grado di presentare un progetto semidefinitivo.
Il “congetto”, o progetto semidefinitivo, fu dal duca incondizionatamente approvato. Intanto
perveniva da Roma il tanto atteso exequatur dal nuovo papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini, 1458-
64), con bolla del 9 dicembre 1458.
L’approvazione papale era formalmente necessaria a un’iniziativa che si collocava nel solco di una
tradizione che contemplava le opere di assistenza ospedaliera anzitutto come opere di carità. Le due
bolle pontificie, che davano anche assenso formale alla decisione del duca di abbattere la basilica di
Santa Tecla 7 per dare ampio spazio alla piazza del Duomo, erano in parte la contropartita
dell’adesione dello Sforza al progetto di Pio II, già formulato da Callisto III, di una crociata contro i
Turchi.
Del fiorentino ospedale di Santa Maria Nuova il progetto filaretiano recepiva i tre elementi
caratteristici dell’architettura ospedaliera rinascimentale: il loggiato, i cortili interni, le corsie in
forma di croce. Queste ultime – la cosiddetta “crociera” oltreché symbolum fidei, apparivano come
un simbolo della crociata contro gli infedeli bandita dal papa (a Mantova, nel 1459). Del resto, lo
schema a croce ha origini molto antiche: ad esempio il castrum romano. Ma come schema
architettonico ospedaliero esso emergeva dall’ospedale fiorentino, che proprio nel Quattrocento
veniva ristrutturato assumendo la tipologia della doppia crociera.
Sotto l’aspetto pratico, la crociera era importante per il fatto che le infermerie convergenti in croce
fornivano una visione panottica: agli assistenti l’immediato e generale controllo, ai degenti la vista
dell’altare. L’altare era posto all’incrocio dei quattro bracci, con il Crocifisso ubicato nel punto
cruciale della carità e delle cure.
Il progetto configurava l’ospedale nella forma elaborata di un grande quadrilatero rettangolo che un
ampio cortile pure rettangolare, ma a grand’asse ortogonale rispetto a quello della fabbrica
ospedaliera, divideva in due corpi simmetrici a pianta quadrata. Ciascun corpo comprendeva due
lunghe sale fra loro incrociate in modo tale da dar luogo a quattro corsie, i cui bracci delimitavano
quattro cortili anch’essi a pianta quadrata e contornati da portici. Ogni braccio della crociera era alto
quasi dieci metri, con grandi finestre che assicuravano una libera circolazione d’aria intorno ai letti,
che erano disposti in due ordini paralleli, contrapposti gli uni agli altri, con testiera appoggiate alle
pareti. Dietro queste correvano lunghi corridoi a volta, suddivisi in stanzette detti “destri”, che
fornivano a ciascun posto letto il suo locale per i servizi igienici. Al di sotto del piano terra più
cunicoli sovrapposti permettevano lo scorrimento dei liquami negli alvei di un canale che, munito di
camminamenti sui due lati per la manutenzione, traeva dall’attiguo Naviglio, e vi scaricava un
ampio volume di acque. Era improntato a quello spirito di razionalità che successivamente motivò
un po’ dovunque sia in Italia sia in tutta Europa soluzioni similari.
L’ospedale si presentava come un’opera di rottura, ispirata al modello ideale di Sforzinda, l’utopica
città immaginata dal Filerete per gli Sforza, concepita a planimetria stellare (una stella a otto punte
ottenuta facendo ruotare di 45° due quadrati sovrapposti inseriti in un cerchio) e illustrata nel
disegno urbano raffigurato nel Trattato di architettura.
In quell’utopia di città provvista di ogni cosa comoda e amena, l’ospedale figura come importante
centro funzionale, inserito in un contesto di città futura, il cui progetto era insieme tecnico,
urbanistico ed umanistico.

7
La basilica di Santa Tecla a Milano era un'antica basilica paleocristiana, oggi non più esistente se non in minime parti,
in particolare relative alla zona absidale. Le porzioni superstiti sono sotto il sagrato del Duomo di Milano e sono
visitabili. Era una basilica a cinque navate. Dai rilievi e dagli studi[1] effettuati pare avesse una lunghezza totale di 80,80
metri e una larghezza di 45,30 metri. (http://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_Santa_Tecla_a_Milano).

7
A confronto con questa utopia, la realtà era assai meno rosea: i lavori procedettero a rilento (anche
con la scusa del mancato exequatur papale). Nel 1456 – 57 furono demoliti i preesistenti edifici; nel
1458 prese timido avvio la costruzione; nel 1459 si elevarono i primi muri maestri; nel 1460 fu dato
maggiore impulso alle opere e si pose mano alla facciata; nel 1461 si appaltarono i lavori del
braccio di crociera orientato verso la facciata, lavori che vennero ultimati l’anno dopo con
successiva apertura dell’infermeria ai primi malati.
L’approvazione di papa Pio II non era stata soltanto un atto fondativo formale: era anche un atto
amministrativo articolato. Il papa infatti, benediceva e stabiliva: la costruzione di un ospedale
grande fornito di chiesa, torre campanaria e cimitero; la parrocchialità della nuova chiesa con
autonomia del relativo servizio religioso; l’aggregazione all’ospedale degli altri ospedali urbani; la
nomina a fianco del capitolo, con alta voce in capitolo, di un ducalis commissarius, luogotenente del
duca. Tale ruolo di preminenza era stato sancito dal papa su richiesta pressante dello stesso Sforza,
che nella carica di commissario, primo di una lunga serie, aveva imposto il proprio segretario e
uomo di fiducia Francesco Simonetta, detto Cicco.
Con la bolla Virgini gloriosae del 5 dicembre 1459 papa Pio II istituiva il privilegio di celebrare
annualmente e per vent’anni consecutivi un giubileo a Milano, con il perdono dei peccati concesso
ogni anno a chi, dopo essersi debitamente confessato, avesse visitato nel giorno dell’Annunciata,
cioè il 25 marzo, la chiesa dell’Ospedale Nuovo (o nel giorno dell’Assunta, cioè il 15 agosto, il
Duomo). Il giubileo fu lucrato per i primi tre anni in Ospedale e per i successivi diciassette un anno
in Duomo un anno in Ospedale. Qui era posta una cassa per le elemosine, provvista di due chiavi,
l’una in mano alla camera apostolica, l’altra in mano al Venerabile Capitolo dei deputati
ospedalieri: Camera e Capitolo si dividevano gli introiti a metà.
La prima “Festa del Perdono”, così subito detta dalla vox populi, celebrata il 25 marzo 1460, fruttò
un introito di 8.656 lire imperiali, per metà devolute dalla Camera Apostolica “all’esercito dei
cristiani contro i turchi”, per metà devolute dal Capitolo ospedaliero “all’edificazione dell’Hospitale
grande”.
Una parte dei finanziamenti era così assicurata, almeno per un ventennio. Ma intanto
incominciavano a pervenire e a infittirsi i lasciti dei primi benefattori. Tra questi menzionamo
almeno il succitato Cicco Simonetta, che nel gennaio 1459 elargì la somma di 400 fiorini d’oro,
inaugurando la serie dei componenti il capitolo – commissari, priori, deputati – che non mancarono
di essere esemplari anche in veste di donatori. Alcuni di questi, indicati negli atti testamentari come
“abitanti nello spedale”, erano tali in quantochè la condizione del beneficio da essi accordato era
che il benefattore avesse in ospedale vitto e alloggio, non diversamente da coloro che, incorsi nella
solitudine della vecchiaia non assistita, dopo una vita spesa in affari, si ritiravano dal mondo ed
entravano in convento legando a questo i propri beni con patto vitalizio; grazie anche a questi
lasciti, nel 1465 fu portata quasi a compimento la grande crociera (del solo corpo di destra, quello
dalla parte di san Nazaro).
In data 16 agosto 1465 il Filerete si licenziò. L’anno successivo, l’8 marzo 1466, il suo duca,
Francesco Sforza passava a miglior vita.

4.
LA FABBRICA DELLA SALUTE 8
I primi 30 anni del ‘500 provarono duramente la città di Milano ed i suoi abitanti; la lotta tra Impero
e Francia per il predominio sull’ex ducato sforzesco infatti provocò carestie e pesti.
Assai critico, a tal riguardo, fu il periodo 1522 – 29.
In particolare va menzionata la peste che colpì la città tra il giugno e l’agosto del 1524, per la quale
il lazzaretto di san Gregorio 9 , eretto da un decennio, non bastava più. E quella dei mesi di aprile

8
Tratto da “La fabbrica della salute”, Giorgio Cosmacini, La Ca’ Granda dei milanesi. Storia dell’Ospedale Maggiore,
Laterza, 1999.

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maggio del 1528, periodo nel quale degli ammalati ne morivano otto su dieci. Innescata dalla
penuria alimentare con malnutrizione, la pestis, descritta dal Sebellico nel suo dire latino era: una
malattia sconosciuta, non mai vista né udita prima di allora, caratterizzata da febbre alta e sudor.
Era il “male inglese” che i medici cinquecenteschi non esitavano ad ammettere di non sapere che
cosa fosse, prima di rifugiarsi nell’ipotesi che si trattasse del morbus cardiacus (febbre reumatica
cardiolesiva) descritto da Aulo Cornelio Celso quindici secoli prima.
La febbre non era, come oggi, un sintomo, inerente a questa o a quella malattia infettiva. Era invece
una malattia per se stessa, che solo un’aggettivazione polimorfa specificava.
Così c’erano febbri “giornaliere”, “perniciose”, “nervose” (con cefalea, delirio e convusioni),
“catarrali” (con tosse ed espettorato), “gastriche” (con vomito e singhiozzo), “putride” (con
meteorismo e diarrea), “coliche” (con dolori addominali) e via dicendo. Alla diagnostica di tutte
queste febbri erano adibiti due bracci della crociera dell’Ospedale Maggiore.
Con annessi chiesa, cimitero e orto – l’orto dei semplici era obbligatorio perché vi si dovevano
coltivare le erbe necessarie alla preparazione dei medicamenti vegetali detti “semplici” l’Ospedale
Maggiore consisteva in una massiccia costruzione quadrangolare con porticato perimetrale al quale
si accedeva, dall’odierno Largo Richini, salendo una gradinata. Sotto il portico, sulle pareti, c’erano
gli affreschi di Vincenzo Foppa, pittore bresciano, e sull’ingresso della crociera spiccava una
lunetta dell’Annunciazione, opera di Cristoforo Luoni.
Le quattro corsie della crociera erano destinate: una detta “delle done” e rivolta verso San Nazaro,
alle pazienti di sesso femminile e tre ai maschi, dette rispettivamente “degli scalini”, a cui si
accedeva dalla gradinata d’ingresso, “del fosso”, che proseguiva oltre l’altare centrale, in direzione
del Naviglio, e “del prato”, ortogonale alle due precedenti e diretta verso la “montagna”.
In uno dei cortili interni aveva sede la farmacia o spetiaria e alla quale era preposto uno speziale
appartenente al Collegio degli aromatori.
Nella quattro corsie si affaccendavano non più solo frati e suore, conversi e converse, ma anche
“fisici – filosofi”, cioè medici formati all’Università (generalmente di Pavia) e iscritti al Collegio
dei fisici (approvato da Ludovico il Moro nel 1497): il primo di essi fu Giovanni Castellani,
nominato nel 1464, però destinato tosto all’Ospedale di San Lazzaro per la cura degli appestati e
sostituito da Stefano Crivelli (col salario mensile di un ducato). Si affaccendavano anche chirurghi e
barbieri formati nell’ospedale medesimo. Gli uni – i medici – esercitavano la medicina “interna”,
che si interrogava sulle cause recondite dei morbi, rivolgendosi soprattutto alla terapia degli organi
interni e delle “febbri”; gli altri – i chirurghi – esercitavano la medicina “esterna”, che si rivolgeva
soprattutto alla terapia delle affezioni esterne e delle “ferite”.
La pratica chirurgica, insegnata in ospedale dai “maestri” dell’arte e appresa per imitazione –
ripetizione da serventi e infermieri, veniva esercitata con la manualità della medicina
“medicamentaria”, propria di chi impomatava e fasciava, della chirurgia “ferramentaria”, propria di
chi operava cum ferro et igne (coltello e cauterio), e della chirurgia “meccanica”, propria di chi
usava apparecchi. I ferri del mestiere, approntati nelle botteghe degli “spadari”, comprendevano le
lancette per i salassi, i rasoi, i bisturi, gli scalpelli, i martelli, le forbici, le pinze, le seghe, i trapani,
gli uncini, i cauteri. Gli apparecchi comprendevano un armamentario che andava dalle semplici
stecche da applicare con bende e chiare d’uovo (che rapprese irrigidivano il bendaggio) per
acconciare le ossa rotte, ai complessi congegni, con corde e verricelli, per ridurre deformità come il
gibbo e il collotorto. I medici ed i chirurghi erano distribuiti uno per braccio.
La cosa veramente nuova era la visita medica, una innovazione proto-cinquecentesca (o tardo-
quattrocentesca) che cambiava radicalmente la vita diurna dell’ospedale. La visita medica
quotidiana veniva effettuata al mattino, in forma collegiale, e al pomeriggio, come contro-visita,

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Il lazzaretto di Milano, insieme al Castello Sforzesco, rappresentava una delle maggiori strutture esterne alla città:
costituito da una vasta area non edificata circondata da uno splendido porticato, venne demolito nella seconda metà del
XIX secolo, con l'aumento della richiesta di lotti edificabili in città e a causa della miopia dell'amministrazione
comunale, che già ne aveva consentito uno sventramento con il nuovo tracciato ferroviario. L'ultimo gruppo di cellette
rimasto integro si trova lungo la via San Gregorio, in zona Stazione Centrale. (http://it.wikipedia.org/wiki/Lazzaretto).

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compiuta da un solo medico. Un solo medico, con diritto di vitto e alloggio in ospedale, era anche
colui che garantiva l’assistenza di notte.
I chirurgi, dal canto loro, oltre all’impegno della visita in corsia per quanto di loro competenza,
avevano il compito delle “sezioni” cadaveriche, liberalizzate dal capitolo ospedaliero con ordinanza
del 6 dicembre 1491, dopodiché le bolle papali de cadaverum sectione avevano rimosso precedenti
divieti. L’anatomia chirurgica cinquecentesca era un misto di ritualità scientifica e di tecnologia
della devozione; le “aperture” cadaveriche erano operazioni tecnico – rituali che venivano eseguite
in inverno, stagione dell’anno propizia alla conservazione dei cadaveri, e particolarmente in
quaresima, periodo penitenziale della liturgia cattolica propizio alla mortificazione, alle meditazioni
sulla morte, d’ogni tipo, anche anatomiche. La congiuntura bellico – politica dei primi decenni del
Cinquecento assicurava una larga disponibilità di cadaveri da “aprire”: i dissectores, chirurghi, e i
lectores, medici, vi leggevano come in un libro, il “libro della natura”., indispensabile per
comprendere la fabbrica del corpo umano. De umani corporis fabrica era, di lì a poco, il titolo
dell’opera di Andrea Vesalio, pubblicata nel 1543 e posta a fondamento teorico – pratico della
moderna anatomia: l’opera era il frutto dell’attività intrapresa dal medico – chirurgo fiammingo, a
partire dal 1537, in una “fabbrica ospedaliera”, l’Ospedale san Francesco di Padova.
Nella fabbrica ospedaliera milanese accanto ai chirurghi operavano i barbieri. Essi esercitavano le
mansioni del tonsor, rasor et minutor: esperti di forbici e rasoio, tosavano e radevano, così si
applicavano a minuere sanguinem, cioè a salassare nella giusta misura, togliendo via con il sangue
la “materia peccante”, funesta per la salute del corpo quanto il peccato per la salute dell’anima.
Infatti gli infermi, non appena accolti in ospedale, venivano confessati, prima di essere accettati in
corsia o smistati nei ricoveri satelliti.
Medici, chirurghi, barbieri, serventi d’ambo i sessi, cioè “fratelli” e “sorelle”, queste ultime con a
capo la “priora”, erano tutti alle dipendenze del “maestro universale” o “maestro de casa” (maggior
domo) o sescalco (siniscalco), l’officio del quale era di sovrintendere al funzionamento di tutto
l’ospedale; egli era la cinghia di trasmissione tra il capitolo dell’Ospedale (18 gentiluomini milanesi
ed un luogotenente del principe) e tutto il personale sanitario e non sanitario.
I deputati, eletti dalla città o scelti dall’arcivescovo, venivano insediati a maggio e restavano in
carica un anno, al termine del quale dodici scadevano e sei entravano a far parte, con i dodici nuovi
eletti, del capitolo successivo, onde evitare che l’ospedale si trovasse in mano a persone che non
avessero nozione delle cose fatte l’anno precedente.
C’era anche un discreto numero di personale amministrativo: due notai, un esattore delle entrate, un
architetto; e poi, tra il personale non sanitario: un dispensiere, per la distribuzione del cibo; un
governatore dei granai, un fornaio, quattro cuochi e quattro lavandaie, che attingevano direttamente
dall’acqua del Naviglio.
L’azienda agricola ed imprenditoriale che ne costituiva la base economica, garantiva le sue finanze;
il personale che abitava i suoi locali e i suoi portici, i suoi cortili ed i suoi sotterranei, ne assicurava
l’efficienza: l’efficacia delle cure, nelle corsie della crociera, la sperimentavano i malati.

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Fonti:

Giorgio Cosmacini, La Ca’ Granda dei milanesi. Storia dell’Ospedale Maggiore, Laterza, 1999.
Giorgio Cosmacini, Biografia della Ca’ Granda. Uomini e idee dell’Ospedale Maggiore di Milano,
Laterza, 2001.
Giorgio Vasari, Le vite, Newton, 2001.
AA.VV., Milano, Touring Club Italiano, 2001
www.wikipedia.it
www.unimi.it

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