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Storia del Jazz, Riassunto

Didattica generale e speciale


Università degli Studi di Padova
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STORIA JAZZ
Il J. è un genere dall’incontro tra la sensibilità musical negra e la tradizione della musica europea nelle sue
forme più varie: dai canti religiosi alle marce militari, alle operette e alla musica di danza. Dalla musica
europea il J. ha tratto in larga parte lo strumentale, il melos e l’armonia, mentre il ritmo, il fraseggio e la
sonorità provengono per lo più dalla musica africana. Il risultato di questa simbiosi tra elementi culturali
così diversi e contrastanti è stata un’arte musicale originalissima, sin dal suo primo apparire, e dotata,
forse proprio in virtù dell’eterogeneità stessa dei suoi costituenti, di una vitalità sorprendente.

Da un punto di vista strettamente musical non è facile dare una definizione unitaria del j., data la grande
varietà di forme che esso ha assunto nelle diverse fasi della sua rapidissima evoluzione. Tre elementi
caratterizzanti: un modo particolare di sentire il tempo, la tensione ritmica, che si definisce in genere
con la parola swing, la preponderanza che vi ha l’improvvisazione, alla quale consegue una grande
spontaneità e vitalità della creazione musicale; una tecnica strumentale libera dagli schemi “classici”,
specialmente nel modo di produrre il suono, in cui si rispecchia la personalità del singolo musicista. A
questi tre elementi fondamentali è stata attribuita, un’importanza diversa, e il loro vicendevole rapporto
muta continuamente.

Le origini remote del j. risalgono alle prime deportazioni di schiavi africani nell’America Settentrionale
e alle varie forma di espressione musicale scaturite dal contatto di questi con la musica europea. Le
esperienze degli spirituals, canti religiosi degli schiavi evangelizzati, e dei blues, lamenti d’amore in cui
si esprime la nostalgia della perduta libertà, gli uni e gli altri prodotti della sorprendente capacità di
assimilazione decoratrice della musicalità negra nei confronti della musica europea, costituiscono il
sostrato culturale in cui il j. affonda le sue radici più genuine. Verso la fine del 19° sec. i negri liberati delle
grandi città del Sud cominciarono a partecipare ai divertimenti alla moda: balli, feste campestri, ecc.., e a
impratichirsi degli strumento delle fanfare: corrette, tromboni, grancasse. Una prima forma di j. fu il
ragtime, musica per pianoforte composta secondo schemi europei ma suonata con spirito negro.

La città più importanti nella protostoria del j. fu senz’altro New Orleans, in particolare Storyville, il
quartiere dei “piaceri”, luogo in cui venivano in contatto i diversi gruppi razziali che popolavano la città e
dove le prime orchestre di j. trovarono impieghi meno aleatori del suonare nelle feste campestri o nei
funerali. Qui nacque lo stile detto appunto New Orleans, caratterizzato da tre linee melodiche, suonate
in genere da una cornetta (o da un tromba), da un trombone e da un clarinetto, alle quali si contrappone
una sezione ritmica composta di contrabbasso (o basso tuba), batteria, banjo (o chitarra) e, a volte, d’un
pianoforte; il primo era ancora molto vicino a quello della marcia, con accentazione sul primo e sul terzo
tempo della battuta.

Ben presto si formarono, anche orchestre di bianchi, che ebbero largo successo e che spesso si
cimentavano con quelle negre in competizioni (battles). Di solito si da il nome di Dixieland allo stile dei
bianchi, ma ben presto si formarono orchestre miste. Nel 1917, cominciò la grande migrazione dei
musicisti di new Orleans verso Chicago, dove nel decennio 1920-1930 lo stile New Orleans ebbe la sua
epoca d’oro: si ricorderanno le orchestre di Joe “King” Oliver (“K. O. Creole Jazz Band”) e, fra le
orchestre bianche la “Original Dixieland Jazz Band”, alla quale si devono le prime incisioni
discografiche di j. (la prima è del 1917), e i “New Orleans Rhythm Kings”.

Contemporaneamente, sorgeva il cosiddetto stile di Chicago, dove acquista maggiore importanza l’”a
solo”. Il più illustre rappresentante di questo stile è il trombettista Bix Beiderbecke. Verso il 1929 ebbe
inizio la seconda grand migrazione della storia del J.: da Chicago a New York. Qui nacque lo stile swing,
caratterizzato da un ritmo fortemente quaternario, con accentazione cioè di tutti e quattro i tempo della
battuta, e della predilezione per le grandi formazioni orchestrali (big bands), insieme a un atteggiamento
più “europeo” verso la musica, che, pur privando il j. di molta della sua primitiva espressività, lo rese
tuttavia più accessibile al grande pubblico.

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Successivamente, nasceva un movimento di radicale rinnovamento stilistico, che, portò il j. a concezioni
del tutto nuove, il be-bop (bop), onomatopea in cui si rispecchia l’intervallo prediletto di quinta diminuita.
Il fraseggio si fa più nervoso, frenetico, concentrato al massimo, si omette tutto ciò che è “ovvio”, si
cercano armonie più complesse e sonorità inusitate. Tutto questo non mancò di sconcertare il pubblico, e
già verso il 1950 il bop perdeva vitalità, mentre si andava affermando la tendenza detta cool jazz
(freddo), iniziata dal trombettista Miles Davis, che sperimentava forme più composte e rilassate, alla
ricerca di sonorità trasparenti, diafane. Fra i maggiori esponenti di questa corrente si ricorderanno i
pianisti John Lewis e Lennie Tristano.

Successivamente si ebbe uno spostamento del centro di gravità verso la costa occidentale americana,
dove sorse il West Coast Jazz, al quale si contrappose ben presto un East Coast Jazz, antagonisti del
hard bop.
Verso il 1960 l’influenza dominante era quella esercitata da J. Coltrane, il quale preparò, con la ricchezza
delle sue invenzioni, la via a un j. libero da ogni strettoia armonica e tematica, che si affermò nel
movimento detto free jazz, i cui maggiori esponenti sono oggi i sassofoni Ornette Coleman, Eric
Dolphy…e il pianista Cecil Taylor.

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