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Ministero Assessorato Regionale

Della Beni Culturali, Ambientali


Pubblica Istruzione e della Pubblica Istruzione

1° ISTITUTO COMPRENSIVO “ORTIGIA”


Scuola Materna-Elementare-Media

Via dei Mergulensi, 4 – Siracusa

PROGETTO DIALETTO

“Tanti patruni…. ‘na sula lingua”

Anno Scolastico 2002 - 2003

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INTRODUZIONE

SICILIA: un’isola fiera e carica di storia che è sinonimo di “Mediterraneo”.


Uno “spazio” nel quale si sono confrontate nei millenni una infinità di culture,
popoli e tradizioni.
Nella sua lunga storia la Sicilia ha avuto ben 11 dominazioni, le quali,
sovrapposte alla cultura autoctona dei primi abitanti, hanno originato
sedimentazioni e stratificazioni che hanno arricchito il patrimonio sociale e
culturale di quest’isola creando il “popolo siciliano”.
“Popolo” non perché di razza diversa, insieme di persone con caratteri
genetici e biologici simili, ma un insieme unitario per usi e costumi che hanno
determinato una memoria storica, quel segno distintivo che crea un popolo.
Di questo crocevia di civiltà vi sono un po’ ovunque ricordi e vestigia:
africane, greche, arabe e spagnole; tutto ciò ha creato una babele di tradizioni
che però hanno saputo intrecciarsi perfettamente nel corso dei secoli.
Questo è il fascino della Sicilia, colori, sapori, suoni, movimenti
appartenuti ad altre civiltà che hanno trovato su questa isola un’amalgama
perfetto che ha segnato il nostro territorio, popolo ed animo di Siciliani.

Il diamante del Padre eterno

‘Gnornu ca lu Diu patri era cuntenti “Un giorno che Dio Padre era contento
e passijava ‘n celu ccu li Santi, e passeggiava in cielo con i Santi
A lu munnu pinsau fari un prisenti pensò di fare un dono al mondo
E di li cruna si scippau un diamanti; e si tolse un diamante dalla corona;
Ci addutau tutti li setti alimenti, lo dotò di tutti i sette elementi,
Lu pusau a mari ‘n facci a lu livanti; lo posò in mare di fronte al levante:
Lu chiamaru “Sicilia” li genti, lo chiamarono “Sicilia” le genti,
Ma di l’Eternu Patri è lu diamanti! ma dell’Eterno Padre è il diamante!

(anonimo)

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CAPITOLO I

LA SICILIA
STAMPA ALLEGORICA DELLA SICILIA

A prima vista questa allegoria della Sicilia rientra nel gusto ingenuo,
infantile, della produzione dei “santini”. Osservandola più attentamente si rivela
equilibrata per struttura, ma soprattutto vivida per contenuti culturali
Ci sono tutti gli emblemi della Sicilia: la spiga, la falce, le arance, l’uva, la
palma, le pale di ficodindia. C’è infine il bastone con sulla cima la pigna.
Ecco la pigna: continua il simbolismo “della montagna”, ricettacolo di
ispirazione divina e protezione; ma ancora emblema di fecondìa e forza
generatrice.
Ecco perché ancora la pigna abbellisce le nostre case, le ville; e la sua
riproduzione costituisce soprammobile, e financo ornamento ai quattro lati degli
antichi letti di ferro.

“La Sicilia è la terra di li rosi, “La Sicilia è la terra delle rose,


binidittu lu Diu chi nni la fici! Benedetto Dio che la creò!
‘nta lu ‘nvernu produci tanti cosi, Durante l’inverno produce tante cose,
lu beni surgi di ogni paisi….” Il bene sorge da ogni paese

(anonimo)

Così cantava un ignoto poeta siciliano della nostra bella isola, terra di
rose, terra di beni… E pensava al bel cielo sempre azzurro, al clima dolcissimo,
al superbo spettacolo delle coste orientali frastagliate e portuose, alle contrade
fertilissime sempre baciate dal sole, ammantate di vigne, di ulivi e di agrumi.
Pensava a tante e a tante altre belle doti della Sicilia, per le quali essa è
stata sempre dimora ricercata ed apprezzata dagli stranieri, lodata e celebrata
da scrittori, poeti e uomini illustri.

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E Dante Alighieri, l’altissimo poeta, diceva della Sicilia, anticamente
chiamata Trinacria: “…la bella Trinacria che caliga tra Pachino e Peloro…”.
(Paradiso canto VIII).
Anche Giovanni Paolo II non è rimasto insensibile al fascino del popolo
siciliano e nel 1982 così si esprimeva “un popolo di autentici lavoratori, il cui
senso religioso ha ispirato ed orientato nei secoli la vita familiare… Un popolo
intelligente, coraggioso, inventivo, che vive in una realtà fatta insieme di
progresso e di sottosviluppo; di impegno per la pace e di violenza assurda, di
apprezzamento per la difesa per la vita e per la famiglia, ma anche di episodi di
esposizione,di morte e di odio….”
Si, bella è la nostra isola; e noi che siamo suoi figliuoli, noi che, se ce ne
distacchiamo anche per poco, ne sentiamo il dolore della lontananza, la
nostalgia, siamo proprio noi ad avere il dovere di conoscerla bene. Conoscerla
nelle sue bellezze , ma anche nelle cose meno belle, affinché con le nostre
opere e col nostro amore essa migliori sempre più.

Terra ricca, biniditta, Terra ricca, benedetta,


ca ti sciacqui ‘nta lu mari, che ti sciacqui nel mare,
cu’ ti teni cara e stritta chi ti tiene cara e stretta
terra santa t’ha’ chiamari. ti deve chiamare terra santa

Sì lu faru di li genti Sei il faro della gente


pi virtùti e puisia; per virtù e poesia;
cu’ ci veni non si penti, chi ci viene non si pente,
voli staria attàgghiu a tia; vuole stare accanto a te;

mentri chiddi ca ci stanno, mentre quelli che ci vivono,


pi ‘na strana malatia, per una strana malattia,
prima o doppu si ni vannu, prima o poi se ne vanno,
si ni vannu a la strania. se ne vanno all’estero.

Pina Cannavò - Catania

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Non si può trattare della storia dell’isola se prima non si dà uno sguardo
alla sua posizione geografica che giustifica gli eventi al cui centro essa si è
tante volte trovata.
Situata nel mezzo del Mar Mediterraneo essa si divide in due bacini,
l’occidentale e l’orientale, la Sicilia domina gli Stretti di Messina e di Tunisi, e
vicinissima come è, si presenta come il ponte naturale fra Africa e l’ Europa.
Domina quindi tutte le vie commerciali tra l’Atlantico e l’Oriente; dal che
deriva gran parte della sua importanza.
È una posizione che, a seconda dei momenti e degli eventi, può essere
definita felice o infelice.
L’uomo è stato, invece, meno generoso nei confronti dell’isola, destinata
dalla sua posizione geografica ad essere inevitabile campo di battaglia fra le
forze dell’Europa e dell’Africa e ad essere possedimento irrinunciabile per
chiunque volesse dominare il mondo mediterraneo, infatti è stata meta di
invasori, di popoli barbari, conquistatori e oggetto di ingordigia da parte di
nazioni salite a potenza, e quindi, teatro di guerre sanguinose e di rivolte contro
gli occupanti.
Un egregio scrittore Arturo Schneegans così apre un suo libro di ricordi
sulla Sicilia: ”Se mai nella tua gioventù sognasti di un paese, nel quale per tutto
l’anno regnano la primavera e l’estate,dove nell’inverno i monti sono smaltati di
fiori fragranti, dove è possibile inghirlandare di rose fiorenti l’albero di
Natale;d’un paese che ha l’aspetto di un regno favoloso,ravvivato da una
costiera dirupata,alta e illuminata dal sole,con scogli coronati di castelli librantisi
su precipizi profondi, silenziosi e oscuri, coi maestosi monasteri dei Normanni in
mezzo al verde azzurro degli oliveti,colle cupole dei Saraceni sopra città
rischiarate dalla luna,coi peristili dei templi greci e dei teatri romani
sonnecchianti in una vallata deserta o specchiandosi dall’alto nel mare eterno.
Se mai sognasti di un tal paese incantato, sappi che esso esiste anche nella
realtà, ed è la Sicilia….”

Sulla stessa scia era lo scrittore W. Ghoethe.

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“Conosci tu la terra ove i cedri fioriscono?
Splendono tra le brune foglie arance d’oro,
per il cielo azzurro spira un dolce zeffiro,
umil germoglia il mirto, alto l’alloro…”

Della Sicilia si possono scrivere mille lodi, si possono cogliere vari aspetti, tutti
suggestivi, tanti sono gli scrittori siciliani e no, che hanno cantato questa terra
mitica, aspra e serena insieme ricca di splendori, a cui la natura diede tanta
grazia e bellezza.
La nostra isola è una parte dell’Italia una delle sue più belle gemme. Smagliante
di bellezze naturali ed artistiche, notevolmente portuosa abbondante
d’inestinguibili risorse, dall’agricoltura, che costituisce l’ampia fonte della sua
ricchezza, alla pesca, agli agrumi, la Sicilia non teme di gareggiare con alcun
paese. Non sbagliava l’anonimo poeta catanese che diceva:

Senza Sicilia Italia picca cunta! Senza la Sicilia l’Italia conta poco!

Ma lo stesso anonimo aggiunge che


:
Senza Italia Sicilia si nni scanta! Senza l’Italia,si, la Sicilia non è sicura!

Sicilia Sicilia

I. I.
Li furasteri ca ‘n Sicilia sunnu I turisti che vengono in Sicilia
la guardunu ccu granni maravigghia, la guardano con grande meraviglia,
diciunu can un c’è nna tutt’u munnu dicono che non c’è né nel mondo
n’isula ch’a la nostra s’assimigghia. un isola che somiglia alla nostra

- La Conca d’Oru è chista ca straluci! - La Conca d’Oro risplende


- Sutta la nivi Mungibeddu riri! - Mongibello ride sotto la neve!
- Spanni lu Faru la so janca luci! - Il Faro diffonde la sua luce bianca
- L’Anapu scurri n menzu li papiri… - L’Anapo scorre in mezzo ai papiri

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Sicilia, Sicilia, Sicilia, Sicilia,
canta na pasturedda: canta una pastorella:
Sicilia, Sicilia, Sicilia, Sicilia,
joca na funtanedda. gioca una fontanella.
L’aria e lu suli jnchiunu Il sole e l’aria riempiono
L’arma ri puisia. L’anina di poesia.
Sicilia, Sicilia, Sicilia, Sicilia,
tu sì la patria mia! tu sei la mia patria!

II II
L’aceddi pipitianu a matinata Gli uccelli cinguettano al mattino
fra zaghiri d’aranci e minnuliti, fra la zagara d’arancio e i mandorli,
ccu la vuccida ruci nzuccarata con la voce dolce inzuccherata
cantunu comu parrunu li ziti. cantano come parlano i fidanzati.

Lu suli spunta e tutta la campagna Il sole spunta e tutta la campagna


d’oru zicchinu, pari raccamata; sembra ricamata di oro zecchino;
li picureddi supra la muntagna le pecorelle sopra la montagna
rusicanu l’irbuzza mbarsamata brucano l’erbetta fresca

Sicilia, Sicilia, ecc. Sicilia, Sicilia, ecc.

III III
L’amuri è n-focu can un fa faiddi L’amore è un fuoco senza faville
pirchì nta l’arma cuva e nun si viri: perché cova nell’anima e non si vede:
cchiù capricciusu di li picciriddi più capriccioso dei bambini
fa spacinziari ridiri e suffiri… fa spazientire, ridere e soffrire…
La picciuttedda ca ti vò cchiù beni La ragazza che ti vuole più bene
sulu n Sicilia tu la poi truvari; solo in Sicilia tu la puoi trovare;
lu cori afflittu d’amurusi peni il cuore afflitto da pene amorose
idda sultantu sapi cunsulari… solo lei lo sa consolare…

Sicilia, Sicilia,ecc. Sicilia, Sicilia, ecc.

Testo di Salvatore Grillo

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CAPITOLO II

SICILIA: POPOLI E CIVILTA’

Nella millenaria storia della nostra isola molti sono stati i popoli che
l’hanno conquistata: infatti, durante il corso dei secoli, vi incontriamo Fenici,
Cartaginesi, Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini,
Spagnoli, Austriaci, ed altri ancora.
Tutti questi popoli hanno lasciato un’impronta più o meno marcata della
loro permanenza nell’isola, non solo nell’arte e nella cultura, ma anche nel
linguaggio, negli usi e costumi, e persino nel modo di pensare ed agire.
Perché, vi chiederete, essi hanno dimostrato tutto questo interesse per la
nostra bella isola?

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Perché la Sicilia essendo posta al centro del mar Mediterraneo, offriva la
possibilità di controllare più facilmente i loro interessi commerciali o difendere
meglio le terre conquistate.
Nonostante le secolari dominazioni straniere, la nostra isola ha conservato
sempre la sua lingua che è italica; da noi sorgeva la poesia popolare italiana; e
per l’Indipendenza fitte schiere di siciliani hanno sofferto carceri e tormenti, ed
hanno versato il loro sangue.
Le stratificazioni linguistiche più notevoli che troviamo nel dialetto siciliano
sono: la greco-classica; la greco-bizantina; l’araba; la franco-latina del periodo
normanno e la catalano-castigliana del periodo aragonese e spagnolo.
I primi abitanti certi furono uomini appartenenti alla civiltà paleolitica, come
dimostrano i graffiti preistorici nella grotta dell’Addaura sul monte Pellegrino a
Palermo, e quelli della piccola “grotta dei Genovesi” nell’isola di Levanzo, una
delle isole Egadi, di fronte a Trapani. Essi risalgono a circa 20.000 anni fa.
In tempi molto più vicini a noi, circa 1000 anni prima della nascita di Cristo,
in Sicilia abitavano i Sicani e gli Elimi nella zona centro occidentale, mentre
quella orientale era popolata dai Siculi.
Intanto i Fenici, un popolo di commercianti e di navigatori che abitavano la
costa dell’attuale Libano, nel Medio Oriente, dopo aver fondato in Africa
Cartagine (presso l’odierna città di Tunisi), intensificarono i loro commerci
marittimi costituendo, nella zona occidentale dell’isola, delle basi di appoggio
che, successivamente, furono occupate dai Cartaginesi. Già nel VI secolo a.C.
Palermo era diventato un fiorente centro commerciale cartaginese.
I Fenici abitavano l’isoletta di Ortigia per pochi mesi l’anno, senza quindi
stanziamenti fissi. Il Beloch ha escluso categoricamente la presenza di Fenici
nella Sicilia orientale in tempi preellenici e sostiene che quelli che Tucidide
chiama “Fenici” altri non sono che viaggiatori e commercianti Egeo-Micenei.
Il nome di Siracusa viene fatto derivare dal dialetto fenicio: “sur” (scoglio)
e “acco” (caldo), ma i più sono propensi ad accettare la teoria di Stefano
Bisanzio, secondo il quale il nome deriva da “Syraco", come si chiamava la
palude non molto distante da Ortigia, nei pressi dei “Pantanelli”.

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E mentre i Cartaginesi si stabilivano nella parte occidentale, dove
iniziarono a costruire altri centri di importanza strategica e commerciale, alcuni
popoli della Grecia verso la metà dell’ VIII secolo (750 a.C. circa), approdavano
nell’isola che, per la particolare conformazione del territorio, chiameranno
“Trinacria”: l’isola a tre punte.
La colonizzazione greca fu di gran lunga più importante di quella fenicia
sia per estensione territoriale che per l’apporto di civiltà e cultura che fecero sì
che fu dato l’appellativo di Magna Grecia alla Sicilia e a tutti i territori dove si
stanziarono i Greci.
In breve tempo fiorirono delle splendide colonie greche come Zancle
(l’attuale Messina), Naxos, Catania, Milazzo, Lentini, Akrai (Palazzolo Acreide),
Selinunte, Gela, per non parlare delle splendide Agrigento e Siracusa, le cui
rovine, ancora oggi ci riempiono di meraviglia e di stupore.

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La civiltà greca si impose gradualmente sulle popolazioni indigene che
l’assimilarono e la trasformarono; ma i greci di Sicilia, i Sicelioti, dovettero
scontrarsi con i Cartaginesi ed i Siculi per il predominio dell’isola, e con gli
Ateniesi per il controllo ed il possesso del Mediterraneo.
La stratificazione greco- classica nel dialetto siciliano è ancora evidente
nell’uso aoristico della lingua greca,latina e araba che i siciliani fanno del
passato remoto, per indicare un fatto recentemente accaduto (glielo dissi,
invece di gliel’ho detto)
Usiamo per il condizionale che non abbiamo,il congiuntivo imperfetto es:
Se egli venisse mi farebbe piacere Si iddu vinissi mi facissi piaceri.
Traducendo dal siciliano in italiano cadiamo spesso nell’errore del doppio
condizionale Se tu verresti mi farebbe piacere..
Sono poi vocaboli greco-classici :naca (culla),sechila (bietola), cannata
(anfora),taddarita (pipistrello), bùmmulu (orciolo),timpagnu (fondo della
botte), lissa (svenimento), ammatula (invano), lollu (stupido),ciaramìra

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(tegola) putìja (negozio) sìma (riga) carpàri (attaccare) fracco (debole) magnu
(grande) e così via.
Si longu ammatula, modo di dire per indicare una persona un po’
sciocca, oppure ‘n coppu a vutti e ‘n coppu o timpagnu per dire dare ragione
una volta a uno e una volta a un altro.
A partire dal V secolo a.c. Siracusa, Agrigento, Gela, diedero i natali ai
migliori cuochi, ovunque famosi con l’appellativo di siculi coqui e furono
celebrati nell’antichità per la sontuosità delle loro mense,per la ricercatezza
della cucina, e l’arte di apparecchiare banchetti e conviti.
Tale fama durerà nei secoli a venire, tanto che ne parleranno Orazio e
Platone. Il primo di cui si abbia notizia è Epicarpo di Siracusa Nei frammenti di
una sua opera “Le nozze di Ebe”, a noi giunti, sorprendentemente si legge “di
pesci gustosissimi del mare siracusano”, e dell’epoca più adatta per consumarli;
descrive ancora una “zuppa” con ogni genere di crostacei.
Il siciliano Labdaco,nella antica Siracusa dove era fiorita una vera scuola
dell’arte in cucina (la prima “scuola alberghiera” di cui si sia sentito
parlare),divenne il maestro più rinomato del tempo. Ricordiamo Terpsione e
Miteco che nella Grecia venne definito nell’arte della cucina tanto famoso
quanto Fidia nella scultura .Cosa ci rimane della colonizzazione greca? Poca
,cosa,visto che era la Sicilia ad esportare gastronomia: forse l’uso delle olive
condite e della ricotta salata; certamente la varietà di pani, se si pensa che i
Greci ne avevano ben settantadue tipologie come la collura, a forma di
ciambella e la cudduredda; e quello di mescolare alla farina, secondo i casi,
latte, olio, erbe, aromi e spezie; e forse l’uso del forno per pane, il cui modello è
rimasto immutato nei secoli fino ai nostri giorni ed utilizzato nelle campagne
siciliane.

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Suppa a sirausàna

Ingredienti: Pesce misto, olio, capperi, prezzemolo, aglio, alloro, sedano,


pomodoro, pepe e sale.
Pulire due chili di pesce misto, tipo tordi, serrani, scorfanetti, boghe,
qualche seppiolina, se c’è un polipetto, o un paio di calamaretti.
In un tegame di coccio ( a freddo) si mette un bicchiere d’olio, quattro
spicchi d’aglio tritati, un cuoricino di sedano tagliuzzato, prezzemolo trito, una
presa di pepe, solo un pomodoro per dare colore, un foglia di alloro, due
cucchiai di capperetti, il pesce già pulito ed in ultimo qualche granchietto di

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mare, e dai e dai quello che trovi. Si aggiunge ora dell’acqua, quattro parti dolce
e una di mare, fino a coprire appena i pesci; si porta a bollore, si incoperchia e
si fa cuocere a fiamma bassa per trenta minuti. La vera zuppa è servita!

Cuddurùni

Ingredienti: Pasta di pane lievitata, broccoli, cipolla, aglio,basilico, olio,


salsa di pomodoro, formaggio(pecorino o caciocavallo), acciughe, olive nere,
sale, pepe.
La pasta di pane già lievitata viene lavorata ricavandone delle sfoglie di
meno un centimetro di spessore, e rotonde (diametro a piacere).Si prepara una
salsa di pomodoro (con cipolla, aglio e basilico) non molto cotta. Si fa lessare
un broccolo e lo si taglia a pezzetti. Si fa friggere una grossa cipolla tagliata a
fette.
In una zuppiera si uniscono la salsa, la cipolla ed i broccoli e si
aggiungono – in proporzione- pezzettini di acciughe salate, olive nere
snocciolate, formaggio tagliato a fettine, pepe, olio d’oliva e si mescola bene.
Si preleva parte di questo composto, che viene deposto su una sola metà
dei dischi di pasta: ciascun disco verrà piegato a portafoglio; in modo da
ottenere un grosso raviolo, avendo cura di arrotolare i bordi a treccia onde
evitare che si aprano durante la cottura. I dischi, messi su teglie bene oliate,
vanno passate a forno ben caldo fino a doratura della pasta.

Proverbio

Lu viddanu arrinisciutu non canusci parentatu

Il villano arricchito non conosce la parentela

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CAPITOLO III

LA SICILIA SOTTO IL DOMINIO DI ROMA

Nel III secolo a.c. , ai tempi delle guerre puniche, la Sicilia fu conquistata
da Roma e ne divenne la prima “provincia”: cioè terra conquistata con le armi. E
mentre Siracusa veniva espugnata, il più grande scienziato dell’antichità,
Archimede, malauguratamente, vi trovava la morte per mano di un oscuro
soldato romano.
La Sicilia, destinata a diventare il “granaio “ di Roma attuò una politica
colonialistica e di imposizione di tasse e tributi disinteressandosi
completamente delle esigenze locali. Inoltre, la riscossione dei tributi era
affidata a privati che, ottenuto l’appalto, esigevano enormi cifre dai piccoli
proprietari terrieri, facendo registrare episodi di malcontento, soprattutto per gli
abusi dei governatori.
In seguito la Sicilia soffrì per il malgoverno del pretore Verre, che la
spogliò di denaro e di oggetti d’arte, non risparmiando nemmeno i templi! La
veemente accusa dei siciliani contro Verre, fu sostenuta brillantemente
dall’oratore Marco Tullio Cicerone,il più illustre avvocato che Roma non abbia
mai avuto.
Di Verre si scrisse che avesse intascato più denaro lui con le estorsioni
che non lo stato romano con le tasse.
Però dopo tanti mali la Sicilia aveva perduto la sua antica floridezza.
Come ogni dominazione anche quella romana ha lasciato tracce nella
lingua siciliana in quanto questi hanno avuto rapporti di lavoro, di commercio e
culturali.
Sono di origine latina le parole fràccu (debole), magnu (grande), trappitu
(frantoio), vìviri (bere), cùsiri (cucire), faciri (fare).
I Romani lasciarono in campo gastronomico, alcune tracce. Le focacce, ad
esempio, da noi poi chiamate ‘mpanate, ossia qualcosa cotto in pane (termine
che molti autori fanno derivare dallo spagnolo empanadilla, dimenticando che

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questo termine fu ereditato dagli Iberici dalla comune lingua di Roma,Catone
financo ci darà le esatte ricette di alcune di queste focacce: la placenta, ad
esempio (fatta con farina, cacio e miele degli Iblei), un classico del tempo
tanto che è ricordata da Marziale; e dei mustaceos, i progenitori dei mostaccioli
Ci aiutarono a conoscere meglio gli asparagi, che crescono tuttora nell’isola allo
stato selvatico;ad apprezzare le lumache; a farci capire che la lepre è la
migliore carne selvatica e a mangiare la carne ben cotta e fresca ,a sfruttare
meglio le tonnare ,ed a cuocere il fegato nella rete.

Ficatu nno ‘ntrìgghiu.

Il significato letterale è fegato nella rete. La rete, chiamata nel dialetto


‘ntrigghiu o ‘ntrigliu od ancora riticedda, altro non è che la membrana di
grasso situata nella parte anteriore dell’addome del suino, Il termine deriva dal
latino trichila, cioè graticcio, per l’ analogia dell’aspetto.
Ingredienti: Fegato di maiale, rete, alloro, cipolla, pepe, sale, olio.
Acquistare 1 Kg. Di fegato di maiale, e farsi dare dal macellaio della rete.
Tagliare il fegato a tocchi. Sbollentare per un attimo la rete così diventa
elastica, quindi stenderla sul tagliere e ritagliarne dei pezzi sufficienti a
racchiudere i pezzettini di fegato:salare ,pepare e chiudere a fagottino. Se si
dispone di uno spiedo,i fegati così composti vanno infilzati alternandoli ad una
sottile fetta di cipolla e ad una foglia di alloro; altrimenti spezzettare l’alloro e
tritare la cipolla i quali, in piccole proporzioni, saranno rinchiusi dentro la rete
insieme al fegato .Nel primo caso si cuocerà allo spiedo o sulla brace (non
molta calda); oppure si friggerà a fiamma bassa in tegame o padella .Inutile
ricordare che il fegato così fatto, va mangiato caldissimo.

Risu cu l’asparàci sarvàggi (riso con gli asparagi selvaggi)

Ingredienti: 500 g. di riso violone; 600 g. di punte di asparagi spontanei,


uno spicchio d’aglio, una cucchiaiata di concentrato di pomodoro, ½ bicchiere di
vino rosso, una noce di burro, olio d’oliva, sale, pepe.

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Rosolare nell’olio lo spicchio d’aglio (che poi si getta via) con le punte più
tenere degli asparagi spontanei, i cui steli terremo da parte. Unire il concentrato
di pomodoro e rivoltare gli asparagi con la paletta di legno, spruzzare il vino
rosso, salare, pepare e far stringere fino a quando gli asparagi saranno
diventati cremosi. A parte far bollire in acqua salata gli steli degli asparagi
battuti e passati alla mezzaluna .Filtrare l’acqua insaporita ottenuta ed in questa
lessare al dente il riso, che dovrà riuscire alquanto denso. Mantecarlo con un
po’ di burro e condirlo con la crema di asparagi ottenuta.
.
Mustazzola di campagna (mostaccioli)

Ingredienti per 10 -12 persone: 1 kg. Di farina,150g. di zucchero semolato,


200 g. di strutto (oppure 400g. di margarina),latte, un cucchiaino di bicarbonato,
200 g. di miele, 200 g. di frutta secca tritata (mandorle,noci, nocciole), una
arancia non trattata, olio di mandorle (oppure olio di semi).
Setacciate la farina e impastatela con lo zucchero, lo strutto, il
bicarbonato. e qualche cucchiaio di latte.
Appena l’impasto sarà omogeneo, avvolgetelo in pellicola trasparente e
lasciatelo riposare in frigo per una ora.
Nel frattempo scaldate il miele su una fiamma molto bassa;poi
,incorporate la frutta secca tritata e la scorza d’arancia grattugiata e rimestate
con cura, fino ad ottenere un composto abbastanza consistente.
Trasferitelo su un vassoio unto d’olio di mandorle e stendetelo con la lama
di un coltello.
Quindi ritagliate dei bastoncini delle dimensioni di un dito.
Spianate la pasta in una sfoglia e ricavatene dei rettangoli; foderate le
stecche di farcia e adagiate i dolcetti in una teglia rivestita di carta da forno.
Infornate a 200° per 20-25 minuti.

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CAPITOLO IV

GLI ARABI IN SICILIA

Chi vôli diri? Che vuol dire?

Sicilianu chi vôli diri? Siciliano che cosa vuol dire?


- Duluri amicu duluri! - Dolore amico dolore!
- Custioni, sempre custioni, - Litigi, sempre litigi,
Carrabbineri e prisicuzioni. Carabinieri e persecuzione.
Nna mugghieri bedda, Una moglie bella,
‘n “amicu” trarituri un amico traditore
dui spari di lupara, due spari di lupara,
la morti, lu prituri. la morte, il pretore.
Li spini di li praini Le spine dei pruni
Chi chiamamu zarbi, che chiamiamo sorbe,
li nostri abitudini le nostre abitudini
comu chiddi di l’Arbi. simili a quelle degli Arabi.
Populu di silenziu, Popolo di silenzio,
ommini di parola; uomini di parola;
(l’esempiu di don Ascenziu) (l’esempio di don Ascenzio)
chi ti po’ dari scola. può essere di insegnamento.
Siri Sicilianu, Essere Siciliano,
vôli diri vita amara vuol dire vita amara
ti lu dicu a tia cristianu, te lo dico a te,
e a la Sicilia tutta para!... e a tutta la Sicilia intera!

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Dopo la caduta dell’impero romano, la Sicilia subì alcune invasioni
barbariche e fu costretta a sopportare violenze e guerre che la resero ancora
più povera.
Nell’827, dopo aver conquistato la Spagna, tribù arabe residenti in Tunisia
sbarcarono in Sicilia: iniziava così la sanguinosa conquista dell’isola che vedrà
cadere una dopo l’altra le città assediate e stremate dalla fame e dalle
sofferenze. Nell’ 878 ci fu la presa di Siracusa. L’assedio durò parecchi mesi;
l’occupazione del porto rappresentò la chiusura dell’ultima via d’accesso per i
rifornimenti. La popolazione riuscì a resistere parecchi giorni succhiando radici,
triturando ossa;la fame e la disperazione portò anche a casi di cannibalismo.
Il 21 Maggio 878, gli islamici irruppero in città dal forte Campana (nei pressi
dell’attuale Porta marina).L’eccidio che seguì fu degno della fama che gli
invasori da secoli si erano guadagnati; le mura furono abbattute, le case,le
chiese e i monasteri date alle fiamme.
Ma dopo il primo periodo, a differenza dei Bizantini che erano stati
scacciati precedentemente dall’isola, gli Arabi riuscirono a rendersi tollerabili
con la saggezza con cui seppero governare. Una delle mosse politiche dei
nuovi padroni fu il trasferimento della capitale da Siracusa a Palermo,seguì poi
la divisione dell’isola in tre grandi province che chiamarono valli.
La Sicilia, “giardino arabo” fu divisa in tre valli: Vallo di Noto,con capitale
Siracusa , Val Demone con capitale Messina e Vallo di Mazara con capitale
Palermo. Questa suddivisione era preferibile fosse mantenuta nel tempo,perché
meglio caratterizzava l’organicità delle etnie locali; valli che però subirono
diversamente l’influenza araba:maggiore nel Trapanese e Palermitano, minore
nella Sicilia orientale, nella via di mezzo, la Sicilia Centrale. Ogni vallo era
amministrato da un alto funzionario detto “Cadì” (giudice) o “Valì” (governatore)
che dipendevano dall’Emiro (principe) che risiedeva a Palermo, mentre
quest’ultimo, doveva render conto al Califfo d’Egitto (discendente di Maometto).

C’è lu gaìtu, e gran pena ni duna: C’è il Cadì, e ci da gran pena:


voli arrinunziu a la fidi cristiana! Vuole che rinunciamo alla fede
cristiana.

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Ma in generale il comportamento degli arabi verso i cristiani fu umanissimo e
tollerante.

Anche se privata dal privilegio di capitale dell’isola, quello di Siracusa fu il


porto più frequentato da navi e mercanti provenienti da ogni parte del
mediterraneo.
Furono rialzate le mura della città e fu costruito il castello di Marieth, sulle
rovine del palazzo di Dionisio I, nei pressi di Montedoro: di questo oggi non
esiste traccia perché, distrutto dal terremoto del 1542, non fu mai risollevato e
ogni piccola pietra venne utilizzata dagli spagnoli per la fortificazione di Ortigia.
Del passaggio arabo a Siracusa non vi è traccia, se si accettano
frammenti ceramici rinvenuti sull’area del tempio di Apollo e custoditi oggi nel
Museo Regionale di Palazzo Bellomo.

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Si possono cogliere sufficientemente analogie arabo-sicule in alcune
manifestazioni tipiche della vita quotidiana, non è necessario rifarsi a fonti di
documentazione, ma basta recarsi verso i quartieri popolari del cento storico di
Siracusa che sembrano dare il primo saluto al visitatore desideroso di scoprire
quanto ancora oggi rimanga della vita di Tunisi.
Vecchi quartieri, in cui si intrecciano vicoli tortuosi, portici su cui trovano
sfogo abitazioni non sempre confortevoli, ci portano in Africa, così come ci
portano nella terra degli arabi, il vociare delle donne con quei caratteristici suoni
gutturali peculiari della lingua araba, il loro frequente gesticolare, insomma, la
vita domestica, che come nelle città orientali, ha superato l’intimità delle pareti
domestiche per svolgersi nei cortiletti antistanti le case; quel bucato, spesso,
messo a sciorinare a termine della strada o fra casa e casa; inoltre quel
conversare, cantare, pettegolare, litigare nel corso delle faccende, tutto questo
non fa che accentuare in maniera viva e sicura il rapporto arabo-siculo.
Per quanto riguarda il modo di vestire pare che i manti neri, di cui
solevano avvolgersi le donne siciliane, quando andavano a messa o a
passeggio, usi che non sono del tutto scomparsi, soprattutto nei paesini
all’interno dell’isola, debbono attribuirsi agli arabi, precisamente potrebbe
riscontrarsi un'analogia con i camicioni e i veli che portano le donne
mussulmane.
Durante la dominazione araba si ha l’occupazione disordinata di tutti gli
spazi disponibili dell’isola, molti siciliani divennero musulmani per interesse,
perché anche se gli arabi tolleravano la religione cristiana, coloro i quali la
professavano erano costretti a pagare una tassa.
Nonostante tutto, e anche se le tasse erano elevate, questo periodo fu tra
i più floridi e rinomati per la Sicilia nella letteratura, nell’arte e nell’economia.
Le tracce lasciate dagli arabi nella cultura e nello spirito dei siciliani sono
notevolissime.
In agricoltura si sperimentarono nuove colture, come la canna da
zucchero, gli asparagi, le pesche, i fagioli, il gelso per l’allevamento del baco da
seta; fu importata la coltivazione dell’arancio e del limone, mentre si incrementò
la coltivazione del papiro da cui si ricavavano i preziosi fogli per scrivere. Si

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bonificarono vaste aree con opere di idraulica e, con razionali canalizzazioni, si
migliorarono i terreni e si diede nuovo impulso al commercio.
L’introduzione di spezie mai conosciute influenzeranno per sempre la
cucina della Sicilia; anche la cassata siciliana, uno dei vanti dell’isola, è un
invenzione araba, come araba è la tecnica della pesca del tonno con l’ausilio
delle tonnare.
Salvatore Valenti Chiaramonti in un suo poema sulle “Glorie Siciliane”
(1889) così parlava dell’immissione dell’elemento arabo nel linguaggio siciliano:

Eccu cumpostu lu linguaggiu siculu Ecco composto il linguaggio siculo,


tra li dialetti lu cchiù anticu oràculu, tra i dialetti il più antico oracolo,
quannu l’Arabu detti tantu priculu quando l’Arabo dette tanto pericolo
a la Sicilia ccu lu duru bàculu, alla Sicilia col suo spietato scettro,
purtò paroli ed un nuvellu articulu portò parole ed un nuovo articolo
chi la pronunzia fa a li strani ostàculu: la cui pronunzia riesce difficile ai
forestieri
“ddu, dda, ddi, bagaredda, gebbia, “quello, quella, quei, bacinella,
sciarrra, serbatoio, lite,
favara, fùnnacu, garifu, giara”. sorgente, fondaco, erba, giara”.

Anche se l’articolo cui accenna il buon canonico agrigentino è in realtà un


aggettivo dimostrativo e non deriva dall’arabo, le altre parole qui accennate
sono di provenienza araba.
Numerosi termini arabi sono ancora in uso nel dialetto siculo e nei nomi
delle città: zagara (fiore d’agrume), fùnnaco = funduq (locanda), gebbia =
giậbiah (serbatoio), saja (canale), sceccu (asino), sciabica (rete da pesca),
sciarra = sciarrah (rissa), giarra = giarrah (recipiente di terracotta), bagaredda
(bacinella) burnia (contenitore di terracotta) = burniah, calta (castello; da cui
derivano Caltanissetta, Caltagirone, Caltabellotta, Caltavuturo), regal (casale;
Regalbuto).

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Anche molti termini che si riferiscono al mondo agricolo e marinaro sono
arabi. Per es.: cafisu (unità di misura per liquidi corrispondente a 12/16 litri);
cantàru (unità di misura per solidi equivalente a 50/90 kilogrammi); tummino,
menzu tumminu e munneddu (unità di misura sia per il grano sia per altri
prodotti).
Nella lingua italiana sono correnti alcuni termini arabi: zenith, nadir,
algebra, zero, cifra, alchimia, alcool, ambra, anilina, ammiraglio, almanacco,
zafferano, zabaione = zabad (schiuma di acqua ed altre cose).
Anche in alcuni cognomi è evidente l’impronta araba come Badalà o
Vadalà (servo di Allah), Fragalà (consolazione di Allah), Zappalà (forte in
Allah).
La riconquista bizantina per opera di Giorgio Maniace ridarà un periodo di
pace alla città di Siracusa fino alla riconquista da parte dei Normanni.

Maniace si diede cura di restaurare le fortificazioni, il culto e gli ordini


pubblici; fino a oggi rimane il suo nome legato al castello, che sorge
nell’estremità di Ortigia. Si dice, inoltre, che egli in un’arca d’argento mandasse
a Costantinopoli il corpo di S. Lucia.
La Sicilia ricadde in mano araba, non essendo riusciti i Bizantini a
predisporre adeguate difese né ad ottenere l’appoggio del popolo.

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Il dominio arabo tuttavia non durò a lungo; l’isola fu spezzettata in vari
emirati spesso in lotta fra di loro, cosa che segnò nella seconda metà dell’XI
secolo, la perdita definitiva dell’isola.
Da questo mondo arabo cominciano a diffondersi cose nuove come: l’arte
della distillazione, l’arte di seccare fichi ed uva, introdussero esotiche spezie
provenienti dall’Oriente, quali canfora muschio ed ambra,(mai più se ne
riprenderà l’uso) zafferano, cardomono e cannella. Sono di origine araba molti
dolciumi che tanto piacevano ai dominatori e ai dominati: ad esempio le
crespelle di riso col miele, cassata, sorbetti, marzapane, cubbàita, nucatuli,
sfingi ecc.., una serie infinita di goloserie che accomunerà sempre più gli uni e
gli altri, basterà ricordare che i lukum,quei dolcetti gommosi del Medio Oriente
che si vendono oggi in Italia, hanno la stessa radice etimologica dei termini
dialettali siciliani, ancora vivi, quali liccu (goloso),e liccùmie (goloserie,
dolciumi golosi)
Però va detto e questo è importante, le influenze gastronomiche non
furono meramente accettate dai Siciliani, ma adeguate al loro gusto, adattate
alle esigenze,quasi sempre arricchite e perfezionate. Per esempio: gli Arabi
costumavano (ed ancora oggi lo fanno) prendere con le dita di una mano il riso
lessato, e con le dita dell’altra mano prelevare i pezzettini di carne, portando il
cibo alla bocca. I Siciliani modificarono tale usanza: presero il riso, ne fecero
una palla,la farcirono con la carne, e quindi – dopo averla fritta – la portarono
alla bocca, inventando così le famose arancine di riso

Crispeddi di risu

Le crespelle corrono in tutto il Siracusano quale specialità devozionale per


la festa di San Giuseppe. Diversi gli impasti, gli ingredienti, le tecniche d’uso in
ogni dove in Sicilia (sono preparate e gradite ovunque)
Ingredienti: riso, latte, farina,lievito di birra,limone, miele,olio.
Si fa lessare il riso (600 g.), con il latte fino quando sarà ben cotto. Si scola
e si fa ben raffreddare in un contenitore: qui si aggiungono le bucce di due
limoni grattugiati,600 g. di farina e 60 g. di lievito di birra sciolto in poca acqua

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tiepida. Si sbatte il composto con una frusta per 15 minuti (dovrà risultare
compatto ma non duro), quindi si fa lievitare per un’ora .Si preleva l’impasto a
cucchiaiate colme che verranno fritte in olio bollente, una alla volta:le crespelle,
divenute ben gonfie e dorate, andranno infine sgocciolate e cosparse di miele
fuso caldo.

Mucàtuli o nucàtuli.

Questo dolce sembra essere nato nel monastero di Santa Elisabetta in


Palermo, ed era tipico per Natale in tutta la Sicilia; ma ora si è localizzato nella
provincia di Ragusa. Gli etimologisti sono divisi sul termine: se farlo derivare dal
latino nucatus cioè nociato per l’uso di noci nell’impasto;oppure dall’arabo naqal
frutta secca, che già ci fa intuire quali siano alcuni ingredienti della farcia, la
quale peraltro è variabilissima da una famiglia all’altra.
Ingredienti:Farina, uova, sugna, mandorle tritate, zucchero, miele, fichi, vin
cotto, cannella.
Si prepara l’impasto con farina 1,8 kg.,4 tuorli d’uovo,sugna
200g.,zucchero 200g. e tanta acqua quanto basta per avere una pasta soda.
Da questa si tirano delle sfoglie e quindi si ricavano dei rettangolini di circa 6
per 10 cm. La farcia, che dovrà pur essa risultare soda,la si ottiene mescolando
in una terrina,ed a piacere, mandorle tritate e tostate, fichi triturati, miele, vin
cotto e cannella:con questa si farciscono i rettangolini che verranno chiusi
“appuntandoli” in due punti verso l’alto, ma non completamente(e dando
insieme la forma ad S). Si passa a forno caldo (se si vuole si possono lustrare
esternamente con zucchero, o addirittura tuffarli in una glassa).
.
Cubbàita o Giuggiuléna

Il primo nome ha la sua radice nel Kopté greco e poi nella coba latina,con
i cui nomi veniva indicata una focaccia fatta con farina e semi di
sesamo,giungendoci attraverso la lingua araba coi termini qobbait e qubbata Il
termine giuggiulèna, ci perviene dalla lingua indiana, dove il sesamo è ancora

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indicato col termine gingilli e gingil e che si trasformò, a cavallo del 1300, in
juliulena; o se si vuole dall’arabo che, sulla stessa radice, indica il seme con
giolgiolàn. Oggi nella Sicilia Orientale si chiamano indifferentemente
giuggiulena sia i semi di sesamo, sia il croccante; mentre nella Sicilia
Occidentale giuggiulèna sono i semi e cubbàita il croccante.
Ingredienti per 4 persone: 500 gr. di zucchero semolato, 150 gr. di miele,
200 gr. di semi di sesamo, olio di mandorle (o di semi), ½ limone.
Versate lo zucchero in una casseruola e fatelo sciogliere su fuoco molto
basso con 1 dl d’acqua; aggiungere il miele e tenete sulla fiamma fino a quando
il preparato avrà assunto una colorazione dorata. Aggiungete i semi di sesamo
e proseguite la cottura ancora per pochi minuti. A questo punto, rovesciate il
composto su un piano di marmo unto d’olio e livellate la superficie ad uno
spessore di circa un paio di centimetri, usando mezzo limone infilzato in una
forchetta, oppure una lama ben oleata. Lasciate intiepidire il torrone e tagliatelo
a pezzetti utilizzando un coltello unto d’olio oppure le formine per biscotti.
Con lo stesso procedimento si può preparare la cubbàita di mandorle
sostituendo i semi di sesamo con 400 gr. di mandorle sgusciate e tostate.

Arancine di riso.

Sono diffuse in tutta l’isola ma la loro culla è la Sicilia occidentale. Le


passoline e i pinoli,presenti nella ricetta palermitana, si richiamano senza
dubbio ad una cucina di derivazione araba.
Ingredienti: Riso comune 1Kg., carne di vitello tritata 600gr., passoline e
pinoli 50 gr. (oppure pisellini 200 gr. al netto), mortadella100 gr, caciocavallo
grattugiato 100 gr., primosale 200 gr.,salsa di pomodoro una tazza, vino bianco
mezzo bicchiere, estratto di pomodoro un cucchiaino, 2 uova, sale, pepe, pan
grattato 200gr circa, farina 200gr circa.
Lessate il riso come la pasta, in abbondante acqua salata. Scolatelo e
conditelo nella zuppiera con due o tre cucchiai di olio, salsa formaggio
grattugiato, pepe . Versatelo .sul marmo bagnato e lasciatelo raffreddare per
qualche ora. Soffriggete in tegame la cipolla con una noce di estratto,

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aggiungete la carne, le passoline e i pinoli e sfumate col vino. Lasciate cuocere
a fuoco basso per circa 20 minuti e a cottura ultimata aggiungete la mortadella
a pezzetti e il primosale a dadini. Per fare le arancine prendete con una
forchetta un po’ di riso spianato e disponetelo a conca sulla mano sinistra,
facendo in modo che crei un incavo abbastanza profondo dove mettere il
ripieno. Versate nell’incavo un cucchiaino colmo di carne e cercate di chiudere
l’arancina stringendo il pugno e facendo combaciare il riso dei bordi. Se
necessario utilizzate un altro po’ di riso. Modellate con le mani l’arancina fino ad
ottenere una palla rotonda e ben compatta della grandezza di un mandarino.
Passatela per la farina, uovo sbattuto e pangrattato e friggete in un tegamino
coperta d’olio. Servitele calde.

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CAPITOLO V

NORMANNI
NORMANNI E ANGIOINI

Nel secolo IX arrivarono nell’Italia meridionale, come mercenari, dei soldati


di ventura provenienti dalla Normandia. Dopo aver vinto i Bizantini e i
Longobardi, si impossessarono di quei territori. Accortosi che i governatori arabi
erano sempre in lotta tra loro, pensarono di attraversare lo stretto di Sicilia per
conquistarla.
I Normanni si dimostrarono subito liberali e tolleranti anche con i vinti; a
corte furono accolti studiosi e dotti provenienti da ogni parte del Mediterraneo.
Così facendo, i Normanni continuavano a mantenere in vita il risveglio culturale
iniziato dagli Arabi più di 250 anni prima.
Nel regno si svilupparono l’arte orafa e del corallo e la lavorazione della
seta e dei drappi.

Figghia ‘nta fascia Figlia in fasce


‘a rrobba ‘nta cascia la dote nella cassapanca

Questo proverbio nacque perché in ogni casa esisteva un telaio e non


c’era ragazza che non sapesse tessere. Quando nasceva una bambina, la
mamma cominciava già a tessere la “dote”.
Ma è con Federico II, normanno per parte di mamma, infatti era figlio di
Costanza d’Altavilla, che la Sicilia continuò ad essere il centro propulsore di
cultura, acquistò una considerevole prosperità economica e raggiunse
un’efficiente amministrazione politica.
Di tedesco Federico non aveva nulla: la sua formazione culturale e umana
era fortemente siciliana e anche se era imperatore di Germania la sua sede
preferita era la corte di Palermo.
Federico II oltre ad essere un mecenate perché proteggeva le lettere e le
arti, era un bravo poeta e insieme con altri poeti costituirono la cosiddetta
“Scuola Poetica Siciliana”.

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Tra il 1230 il 1240 fece costruire numerosi castelli in tutto il regno. Famosi
quelli costruiti in Sicilia: a Siracusa, il castello Maniace, sulla punta estrema

dell’isola di Ortigia; a Catania, il castello Ursino, ad Enna l’imponente torrione;


ed infine, il castello di Augusta, città da lui fondata.
Siracusa divenne sede della nuova diocesi, si assistette ad un fervore
edilizio per quanto riguarda i luoghi di culto, diviene una città “fedelissima”.
Ricordiamo: la chiesa di S. Giovanni Evangelista (piazza S. Giovanni)
risanata dai Normanni a causa dei danni subiti nel corso della dominazione

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araba, la chiesa di S. Giovanni Battista detta S. Giovannello (piazza del
Precursore-Giudecca), chiesa di S. Tommaso (Via Mirabella), è una delle

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pochissime chiese normanne giunte a noi, la sola in Ortigia. La chiesa di S.
Lucia al sepolcro (piazza S. Lucia). Danneggiata dalla furia araba fu ristrutturata
e probabilmente rifatta dai Normanni nel XII sec.
Con la morte di Federico II avvenuta nel 1250 scomparve una personalità
di altissimo rilievo per la Sicilia.
Meno importante fu il periodo della dominazione degli Angioini, che
succeduti dopo cruente lotte agli Svevi ebbero soltanto un breve periodo di
permanenza in Sicilia, iniziò un periodo buio, fortunatamente breve, che fu
caratterizzato da soprusi e angherie nei confronti della popolazione: le tasse
erano tanto pesanti che ancora oggi in Sicilia, per indicare persone spavalde,
prepotenti e arroganti, si dice: “e chi turnarunu i francisi?”.
Gli Angioini saranno, infatti, cacciati via con i famosi Vespri Siciliani del
1292. A tale proposito sono rimasti in uso detti come:

“lu senti a vesperi ca sona?” senti che c’è aria di rivoluzione?

“dari la mala Pasqua a unu” far passare un brutto momento a


uno

“cu di libertà è privu, odia di essiri chi è privo di libertà vuole morire
vivu”

Anche i Normanni e gli Angioini hanno lasciato tracce della loro lingua nel
nostro dialetto. Si identificano come normannismi ad esempio termini quali:
accattari (comprare), dal normanno acater, corrispondente al francese
acheter; ammucciari (nascondere), dal normanno mucher, corrispondente al
francese musser; perciari (forare), dal normanno percher, corrispondente al
francese percer; truscia (fardello), del normanno trouche, corrispondente al
francese trousse.
Si possono mettere in evidenza anche vocaboli che riportano ai costumi e
alle istituzioni della civiltà normanna, in primo luogo parole riguardanti
l’amministrazione e il diritto, quali:

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bagghiu (cortile) dal francese bail (cortile del castello); vucceri
(macellaio) da boucher, per il consumo di carne da parte degli aristocratici;
giseri (ventriglio degli uccelli) dal francese gisier, spiegabile con la falconeria,
tipico sport aristocratico.
Si possono inserire ancora termini relativi all’urbanistica, come:
vanedda (vicolo) da venelle e curtigghiu (cortile in cui si affacciano più
case) da courtil; o ancora termini di uso generale come giarnu (giallo pallido) e
giugnettu (luglio), lueri (affitto di casa), fumeri (letame).
Un terzo gruppo di termini di origine francese è quello costituito da
vocaboli appartenenti all’abbigliamento, alla cucina, all’acconciatura del capo
come:
diggiunè (colazione) da dèjeunè, redingottu (pastrano) da redingotte,
scignò (capelli posticci) da chignon.
La Sicilia ha sicuramente un obbligo nei confronti dei Normanni, quello di
aver introdotto una certa qualità di vocaboli nel suo dialetto
Ricordiamo un proverbio sull’uso del verbo perciari:

U succi ci rissi a nuci Il topo disse alla noce


dammi tempu ca ti perciu. Dammi tempo che ti foro.

Tipico è l’atteggiamento che il popolo assume (ed ha sempre assunto nei


riguardi delle istituzioni.

Ringraziamu Diu di chiddu ca ni Ringraziamo Dio per quello che ci da


duna
E a lu Re di chiddu chi ‘nni lassa e al re per quello che ci lascia

E’ accertato che sotto questa dominazione i Siciliani cominciarono a


conoscere per primi baccalà e pescestocco, importati dall’Europa del Nord,
prodotti che Spagna e Portogallo ebbero solo nel XIV sec., per poi diffondersi
ovunque. Ed i primi arrivi avvennero nel porto di Messina, dove l’ usanza si
radicò al punto che ancora oggi lo stoccu è una specialità principali della

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gastronomia messinese. La gastronomia è caratterizzata dalla preparazione di
umidi e salse, ancora non noti altrove; e si continua con l’antico uso del forno.

Pisci stoccu a missinìsa

E’ particolarmente ricercato nel Messinese dove arrivò, per la prima volta


in Europa, durante l’ invasione dei Normanni. Esiste una grande confusione nei
consumatori, non solo Siciliani, che scambiano il baccalà con lo stoccafisso e
viceversa.
E’ importante conoscere la tecnica di preparazione prima del suo
consumo .Anzitutto va battuto con un matterello, in modo da sfibrarne le carni,
quindi va messo a bagno da 4 a 6 giorni in acqua, che dovrà essere spesso
cambiata( dove praticamente raddoppierà di peso e volume), ed infine ripulita
da pinne, code, cartilagini e lisca. La pelle in genere si lascia, sia perché le
carni non si sfaldino in cottura, sia perché diano sapore.
Ingredienti: Stoccafisso già pronto a trancette, cipolla, aglio, olio, vino
bianco, polpa di pomodoro, sale, pepe, capperi, olive verdi snocciolate, carota,
sedano, pinoli, uva sultanina, patate.
In un tegame si fa rosolare in olio 1 cipolla tagliata finemente, e 2 spicchi
d’aglio tritato; a doratura si unisce un chilo di stoccafisso che si fa insaporire; si
versa mezzo bicchiere di vino bianco,e quando questo è evaporato, si
aggiungono 500 gr. di polpa di pomodoro . Si fa cuocere per un’ora; si completa
infine con l’aggiunta di patate a tocchi, una grossa manciata di olive, un
cucchiaio di capperi, una carota a tocchettini, mezzo cucchiaio di pinoli ed
altrettanto di uva passa, un cuore di sedano tagliuzzato, pepe. Si aggiusta di
sale; eventualmente si regola il liquido di cottura che dovrà risultare semidenso.

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CAPITOLO VI

GLI ARAGONESI E GLI SPAGNOLI

Se la cacciata degli Angioini costituì una delle più splendide pagine della
storia della Sicilia, essa si concluse con l’offerta della corona ad un altro
sovrano straniero, stavolta spagnolo, che raramente veniva in Sicilia e si
interessava di essa solo per ricavarne nuove tasse.
Fu questo un periodo di generale decadenza, aggravato ulteriormente da
calamità naturali, come terremoti ad eruzioni dell’Etna, carestie e pestilenze
terribili che affamarono e decimarono la popolazione. Il secolo XIV, fu
caratterizzato non solo da una cattiva dominazione, ma anche da guerre
fratricide che arrecavano lutti e miserie in tutta l’isola considerata terra di
conquista e a cui bisognava imporre tasse quanto più pesanti possibili.
Il popolo che talora tentò di ribellarsi, fu sempre sottomesso e spesso le
rivolte furono soffocate nel sangue.
Durante questa dominazione si tenta il riordino edilizio di tutti i quartieri in
Ortigia, tranne della Graziella.
La città è data in appannaggio dal re alla moglie Eleonora d’Angiò,
dotazione che istituzionalizzerà nel 1361 con la creazione della “Camera
Reginale” sorta a seguito della donazione di un vasto territorio alla regina
Costanza, figlia di Pietro d’Aragona, come dote nuziale,comprendente i comuni
di Siracusa, Lentini, Vizzini, Mineo, Paternò, Castiglione , Francavilla,
Linguaglossa, Pantelleria. Siracusa riprende il ruolo di capitale di questo “Stato
nello stato” e sarà sede del Governatore, della Magna Curia e di tutti i dignitari
regi.
Siracusa divenne un florido centro,grazie agli intensi rapporti commerciali
intrapresi con i Catalani e, soprattutto, con Amalfitani e Genovesi.
Anche il ceto più povero, se proprio non si arricchì, uscì dalla fame.

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Le nobili famiglie indigene e quelle che erano giunte dalla Spagna
investirono fortune nella realizzazione di dimore degne del loro rango,in una
sorta di gara che portò denaro ad architetti, scalpellini, muratori, carpentieri.
La felice situazione, che durerà fino al 1536, si evidenzia nel fervore
edilizio secondo lo stile chiaramontano e farà di Siracusa una delle città
privilegiate dell’impero.

Palazzo Montalto (via dei Mergulensi): simbolo della Sicilia trecentesca,


fu fatto costruire da Maciotta Mergulense nel 1397, così attesta l’edicoletta
posta sul portale.
La grazia del Rinascimento e la severità delle costruzioni militari, in questo
palazzo, sono mirabilmente fuse. Il pianoterra, come tutte le costruzioni nobiliari
trecentesche, per motivi di sicurezza, non presenta finestre, ma solo il portale,
in questo caso è definito da un ventaglio di conci, chiusi da una cornice con
curva ogivale. Nel piano nobile, il salone di rappresentazione prende luce da tre
finestre: una bifora, una trifora, e una monofora, ricche di pregiati elementi
decorativi. Meritano particolare attenzione i piccoli rosoni inseriti nelle lunette
sovrastanti ciascuna delle tre finestre: sulla trifora il rosoncino ha la forma della
stella di Davide (a sei punte), sulla monofora è a forma di croce greca
sormontata da un leone, e sulla bifora il piccolo rosone ha un traforo quadrilobo
(a quadrifoglio).
È interessante, a tale riguardo, l’ipotesi avanzata da Dario Scarfì, nel suo
“Passeggiate per Ortigia”. È possibile, per tale ipotesi, che l’ignoto architetto
abbia voluto trasmettere un messaggio di “sincretismo culturale delle tre grandi
religioni monoteiste”, o quanto meno testimoniarne la contemporanea presenza
nella cultura di Siracusa alla fine del trecento; e ciò perché “il traforo con croce
greca può assurgere a simbolo del cristianesimo, la stella a sei punte di Davide
richiama la religione giudaica, mentre il traforo quadrilobo riconduce a modelli
propri dell’architettura islamica”.
Fra i due piani è evidenziata una cornice marcapiano sostenuta da
mensole recanti lo stemma della famiglia. Le colonnine tortili sono elementi
tardo-gotici catalani.

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Il palazzo fu acquistato e ristrutturato dai Montalto nel quattrocento.

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Palazzo Chiaramonte (via Landolina): questo palazzo prende nome
dalla famiglia che nei secoli XIV e XV ebbe massima importanza nella storia
della Sicilia,è coevo al palazzo Montalto, di stile gotico-chiaramontano, è molto
sobrio e privo di eccessi, caratterizzato da archi ogivali e finestre bifore.,.
Nessuna decorazione tende ad ingentilire le colonne, cilindriche e solide. La
nobile famiglia dei Chiaramonte, di origine francese pervenne in Sicilia all’inizio
del tredicesimo secolo e si estinse nel 1392.

Palazzo della Camera Reginale (via del Consiglio Reginale 13): la


camera reginale, istituita da Federico d’Aragona nel 1302 fu ospitata in questo
palazzo situato alle spalle di piazza Archimede. Del superbo palazzo
trecentesco, oggi sopravvive solo parte della cortina muraria in cui si apre il
portale gotico-catalano cordonato (sul concio di chiave è scolpito l’Arcangelo
Gabriele). Nel 1536 quando la camera reginale fu soppressa da Carlo V, il
palazzo ospitò la prima forma di municipalità cittadina fino alla costruzione del
palazzo del Senato a Piazza Duomo.

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Palazzo Alagona d’Aragona
L’edificio presenta particolari segni architettonici tranne nel portale dove fa
spicco lo stemma gentilizio che sovrasta la chiave di volta.
Lo stemma è il più grande tra quelli delle abitazioni civili perché la famiglia
apparteneva ai Grandi di Spagna e le raffigurazioni in esso contenute dovevano
corrispondere all’importanza del Casato

Porta Marina (largo Porta marina): La costruzione faceva parte delle


fortificazioni medioevali di Ortigia ed era una delle quattro porte d’ingresso alla
città e un tempo unico accesso dal porto grande. La fitta cortina muraria è
aperta al centro da un portale a tutto sesto, senza cordonatura, sormontato
dalla elegante fattura di un’ edicoletta catalana .Gli antichi stemmi della città
che si trovano alla sua estremità raffiguranti il castello, la collocano tra le
realizzazioni quattrocentesche di stile catalano

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Il forte terremoto del 1542 provocò morte e distruzione, crollò la facciata
del duomo, il campanile, il palazzo arcivescovile.
Con la designazione di Ferdinando d’Aragona, re di Castiglia, inizia il
periodo dei Viceré per l’assenza del sovrano che vive in Spagna.

Olè, olè, alagna! Allegria, allegria!


È’ venutu lu re di Spagna È’ venuto il re di Spagna
Ha purtatu na cosa nova Ha portato una cosa nuova
Cosi cavaddu fritti ccu lova Caciocavallo fritto con le uova
Olè! Allegria!
E ancora:
Manu manuzzi, olè! Mani manine, allegria!
È vinutu lu viciarre È venuto il viceré
Ha purtatu ‘na cosa nova Ha portato una cosa nuova
Cascavaddu frittu ccu l’ova Caciocavallo fritto con le uova
Olè! Olè!

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Queste due canzonette, differenti in qualche verso, si riferiscono al tempo
lontano della dominazione spagnola in Sicilia, durata più secoli e cessata nel
1713. Allora da ogni viceré che veniva nell’isola si sperava un miglioramento di
governo; ma invano!
Ricordiamo ancora un’altra filastrocca:
Mmè, mmè, mmè! Mè, mè, mè!
Tutti li pecuri fannu mmè| Tutte le pecore fanno mè!
E lu latti è di la capra E il latte è della capra
E la mennula atturrata, E la mandorla abbrustolita,
l’acidduzzu cantaturi L’uccellino che canta
Va cantannu tutti l’uri Canta a tutte le ore
Canta supra San Giuvanni Canta sopra San Giovanni
Unni su stisi li panni Dove sono stesi i panni
Li gioy e li trizzi Le gioie e le trecce
Li trizzi incannulati: Le trecce a boccoli:
Viva Maria e la Trinitati! Viva Maria e la Santissima Trinità!

Ed ancora:

Dumani è duminica, Domani è domenica,


tagghiamu la testa a Minica. tagliamo la testa a Menica.
Minica nan ccè, Menica non c’è,
tagghiamu la testa o Rè. tagliamo la testa al Re.
U Rè è malatu, Il Re è malato,
tagghiamu la testa o surdatu. tagliamo la testa al soldato.
U surdatu fa la guerra, Il soldato fa la guerra,
cci sbattemu u culu ‘n terra. gli sbattiamo il sedere per terra.

Ciò comporterà la decadenza dell’importanza del regno di Sicilia e per


Siracusa la fine della camera del consiglio reginale.
Perdurando questo stato di cose, nel secolo XVI, in Sicilia si era diffusa
una grave insofferenza verso ogni forma di potere e verso i suoi rappresentanti.

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Ciò era dovuto non solo alla perdita definitiva dell’indipendenza isolana,
ma anche alle prepotenze dei magistrati vicereali e dei baroni e al disinteresse
del re di Spagna.
Contro i pirati saraceni i viceré fecero costruire sulle coste torri di vedetta
assieme a quelle già esistenti di Ognina, Milocca, della Cattedrale e del
Castello Maniace per respingere tempestivamente i loro assalti compiuti con lo
scopo di saccheggiare i campi e le città, e ridurre in schiavitù uomini, donne e
bambini. La paura dei Turchi, insieme alla malaria, fu la causa principale dello
spopolamento delle coste siciliane e dell’Italia meridionale in genere
Nel 1500 i Turchi erano nemici implacabili della Sicilia e dell’Italia .Rapidi e
improvvisi come sparvieri piombavano sulle coste seminando strage e
distruzione;poi dopo aver rubato a sazietà, scomparivano.
Nel 1528 una banda turca sbarcò alla Targia, si spinse fino a S. Giovanni,
incendiò la basilica dopo averla depredata dei preziosi oggetti sacri.
Numerosi sono i detti popolari a proposito di questo popolo:

Si vaju ppi terra li latri m’arrobbanu e si vaju ppi mari li Turchi mi


pigghianu.
Se vado per terra mi prendono i briganti e se vado per mare mi prendono i
Turchi.

Vaju ppi fujri e trovu Turchi.


Vado per scappare e trovo i Turchi.

Cu pigghia lu Turcu è so.


Chi prende il Turco è suo.

Lu Turcu stetti sett’anni a dari la risposta!


Il Turco aspettò sette anni prima di dare la risposta!

Intanto con Carlo V ha inizio un nuovo capitolo nella storia urbanistica di


Siracusa. Prima del 1544 anno d’inizio della costruzione delle fortificazioni

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spagnole, Ortigia era difesa nelle due estremità dal Castello Maniace e dal
castello Marieth,eretto dagli Arabi e distrutto dal violento terremoto del1542.
Due anni dopo Carlo V ordinerà all’architetto militare Ferramolino di progettare
le grandi fortificazioni di Siracusa, ma anche di Palermo, Trapani e Messina
perché la Sicilia, dopo la conquista di Otranto e di Rodi e di Tunisi da parte dei
Turchi, rappresentava l’avamposto per la difesa della cristianità e dell’impero.

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Vengono così ideate le grandi fortificazioni di Siracusa che terranno conto
dell’ormai massiccio uso delle armi da fuoco. Secondo sistemi matematici,ma
anche artistici, le fortificazioni comprenderanno un complesso di baluardi
congiunto a mura che a sua volta viene protetto da altri sistemi difensivi per
ostacolare ulteriormente l’ingresso alla città. Tutto il litorale di Ortigia e le
preesistenti fortificazioni verranno inglobate in un sistema difensivo la cui
costruzione, completata la realizzazione comprenderà: bastioni, forti, porte, il
rivellino, quattro ponti levatoi sui canali che una volta sollevati rendevano l’isola
imprendibile, Ortigia diviene una città-fortezza nella quale sarà possibile entrare
ed uscire soltanto in ore stabilite.
L’ingresso alla città fortificata iniziava dall’attuale Pozzo
Ingegnere,oltrepassato il quale si giungeva all’antica porta di Ligne, si
raggiungeva la piazza d’armi,si oltrepassava la porta Reale che introduceva in
città.
Numerosi sono gli influssi castigliano-catalani del periodo aragonese e
spagnolo e particolarmente rilevanti in Val di Noto.
Per influsso catalano si ha il siciliano abbuccari per versare, attrassari
per ritardare, accanzari per conseguire, ammurrari per arenare, assurtatu per
fortunato criscimugna per crescere, lastimiari per dolersi, muschitta per
zanzara, mutriarsi per infastidirsi, sarcire per cucire; mentre l’influsso
casigliano dà scupetta per fucile, taccia per bulletta, assumari per venire a
galla, cinisi per carbonella, mùsciulu per goloso, frazzata per coperta del letto,
picata per impiastro o detto anche per persona lenta, travirsari per
scommettere, truppicari per inciampare.
A causa della dominazione spagnola la Sicilia non conobbe il fermento
artistico culturale del Rinascimento che caratterizzò il cinquecento nel resto
d’Italia
Anche in campo culinario gli Spagnoli in questi tre secoli lasciarono più
nomi che innovazioni. Certo, sotto di loro arrivarono dopo la scoperta
dell’America pomodori, peperoni, patate, fagioli, mais, cacao, vaniglia, ananas,
tacchino .Forse fu spagnola l’abitudine di usare in maniera spesso smodata lo
zafferano ed altre spezie, od ancora la cipollata; di friggere la zucca in

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agrodolce Di certo si ebbe il pan di Spagna, elemento di sicura importazione,
che sarà utilizzato per completare la cassata: il barocchismo, tipico del tempo,
stimolerà poi i pasticceri siciliani ed arricchirla ed abbellirla con policromi canditi

Cipollata

Ingredienti:per 4 persone:1/2 bicchiere d’olio extravergine d’oliva, 2


cipolle, 1 bicchierino d’ aceto bianco,sale, pepe.
Affettate finemente le cipolle e lasciatele appassire dolcemente in padella
con l’olio e 3 cucchiai d’ acqua. Salate , pepate e versate l’ aceto; poi, tenete
sulla fiamma ancora per un minuto e spegnete.
Si utilizza per pesci e pietanze fredde.
.
Zucca gialla ad agrodolce
.
Ingredienti: Zucca gialla Kg.1,5, aceto tre cucchiai, zucchero tre cucchiai.
aglio due spicchi, menta qualche foglia, olio, sale, pepe.
Tagliate la zucca gialla a fette dallo spessore di circa mezzo centimetro e
friggetela nell’ olio, a lungo, finché non sia ben cotta. Disponete le fette in un
piatto di portata .Nell’olio rimasto in padella aggiungete lo zucchero e l’aceto,
condite con pepe e sale, riportate a bollore e versatelo sulla zucca, in modo che
bagni ogni pezzo. Guarnite la pietanza con aglio a fettine sottili e foglioline di
menta. Servite perfettamente fredda.

Pan di Spagna

Ingredienti per 6-8 persone: 6 uova, 150g. di farina00, 200g. di zucchero


semolato, un pizzico di lievito per dolci, vanillina o scorza di limone grattugiata,
sale.
Battete a lungo i tuorli con lo zucchero fino ad ottenere un composto di
colore giallo chiaro; aggiungete qualche cucchiaio di chiare montate a neve
con un pizzico di sale e incorporare lentamente la farina setacciata con il lievito

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e gli aromi, senza cessare di lavorare il composto con la frusta. Amalgamate,
infine, il resto degli albumi e versate il preparato in una teglia imburrata e
spolverizzata di farina e cuocete a 180° per 30 minuti.

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LA PAGINA RICREATIVA

Canzonette, filastrocche, scioglilingua.

1.

Trizzi trizzi tri maruzzi Trecce trecce di tre Mariucce


Tri surelli stanno ‘n casa, Tre sorelle stanno in casa,
Una prega a Santu Vitu Una prega San Vito
Pri pigghiàrisi un buonu zitu, Per trovare un buon fidanzato,
Buon zitu cucurucù! Buon fidanzato cucurucù!
Nesci fora e vattinni tu! Esci fuori e vattene tu!

2.

Bammineddu du Cartagiruni Bambinello di Caltagirone


Siti ‘mpastatu di zuccaru e meli; Siete impastato di zucchero e miele;
Di la vuccuzza vi nesci lu ventu Dalla boccuccia vi esce il vento
Pàmpina d’oru e nucidda d’argentu; Foglia d’oro e nocciola d’argento;
Di la vuccuzza vi nesci lu suli, Dalla boccuccia vi esce il sole,
Pàmpina d’oru e nucidda d’amuri! Foglia d’oro e nocciola d’amore!
L. Capuana.
3.

Supra la cipiti – cipiti rama Sopra il ramo (cip – cip)


Cc’era ‘n aceddu ca cipitiava; C’era un uccellino che cinguettava;
E ccu lu cipiti – cipiti beccu E con il becco (cip – cip)
Tutta la cuda si cipitiava. Tutta la coda tremava.

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CAPITOLO VII

GIOCHI E GIOCATTOLI D’UNA VOLTA

“ L’introduzione del gioco al mondo - scrive Villabianca - è antico quanto lo


stesso mondo .Il piacere nasce con l’uomo e perciò il gioco è nato con l’uomo”.
Il gioco è elemento primario nella vita dell’uomo, troviamo testimonianze nei
reperti di quasi tutte le culture
Certamente i bambini che abitavano e abitano i paesi poveri, dove il
bisogno primario è il cibo,l’acqua, le medicine, non avevano e non hanno
giocattoli veri e propri, costruiti cioè con questa specifica funzione, ma
giocavano e giocano anch’essi, con ciò che reperiscono,con i ciottoli dei fiumi o
con le conchiglie.
In Sicilia, un tempo i giochi erano ispirati alla semplice vita della natura,all’
agricoltura,alle arti ,ai mestieri, alla difesa, allo svago semplice; e i
giocattoli,quasi sempre costruiti dagli stessi giocatori,erano semplici oggetti
presi in casa o in campagna o in cortile e adattati con le proprie mani.
Il gioco, quindi, oltre che divertimento, era un esercizio utile per la mente e
per il corpo, implicando abilità e inclinazione e orientando verso determinati
lavori.
In questi ultimi anni, si è sentita la necessità di recuperare alcuni giochi e
giocattoli infantili d’una volta; e ciò perché si è voluto salvare la ricchezza
culturale, linguistica e logica dei giochi stessi, utilizzandoli per un armonico
sviluppo psico-fisico del ragazzo.
Il mondo infantile,durante il corso dei secoli, ha prodotto una varietà di
giochi che, con i personaggi rappresentati e le formule recitate, mettono in luce,
ognuno, aspetti morali, sociali ed affettivi specifici.
Non bisogna sottovalutare, infine, uno dei più importanti aspetti del gioco:il
contatto dell’ambiente che ci circonda, con la natura, poiché questo motivo è
stato sempre alla base dei giochi tradizionali all’aperto.
I giochi popolari fanciulleschi siciliani,hanno molteplici connotazioni:sono
espressioni della cultura tradizionale dell’isola,sono funzionali ad una

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condizione socio-economica indigente, hanno valenze magico-propiziatorie,
ripropongono valori tradizionali.
Giochi, testimoni di un’epoca che oggi sembra tanto remota e che ci fanno
rivivere i tempi in cui non si era schiavi della televisione.
E’ chiaro che quelli passati qui in rassegna non erano i soli giochi e i
giocattoli d’allora, ma erano i più caratteristici
Acidduzzu vulau vulau:
Tutti i ragazzi ricevono dal “mastro” il nome di un uccello: rinnina
(rondine), passaru (passero), cardiddu (cardellino), petturrussu (pettirosso),
ecc.. Il “mastro” dopo aver abbinato e trascritto su un foglio il nome degli uccelli
e dei compagni,apre il gioco dicendo:
“Vola vola l’aceddu:
e vola (per esempio) lu cardiddu!”.
Chi si chiama “cardiddu” deve alzarsi e ripetere: ”E vola lu cardiddu!”
Chi non si alza e non risponde nel sentire il suo nome, o si alza al nome di
un uccello che non è il suo,depone un pegno ed esce dal gioco.
Raccolti parecchi pegni,ne seguono le penitenze che vengono stabilite, di
volta in volta, dal “mastro”.
A paru e sparu:uno dei giocatori prende dalla sua tasca un pugno di fave,
mandorle o ceci o lupini;mostra il pugno pieno e chiuso al compagno e gli
chiede: paru o sparu?
Ammucciatedda (nascondino) era un gioco di gruppo ,dopo aver fatto la
conta ci si nascondeva e l’ultimo doveva liberare gli altri. Nel caso che non ci
riusciva era lui che doveva “appuzzari” (nascondere).
A nicchia ò pàlasu si giocava sospingendo,generalmente a piede zoppo,
una pietruzza dentro le diverse caselle di un disegno tracciato per terra,da sei a
otto quadratini ed essendo sormontato da un arco che poteva essere diviso in
due settori, arrivando anche a dieci spazi numerati .Chi spingeva la pietruzza
nell’ ultimo spazio, poi vi saltava in questo a gambe aperte, noto anche col
nome di Campana,Paradiso o Zuppiddu
Aquilone, cui non più corrispondono, di fatto, le tradizionali denominazioni
di stidda e cumèddia

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Carrettu (carretto) semplice giocattolo che si acquistava solitamente alla
fiera annuale. In una civiltà contadina, che aveva come quasi unico mezzo di
trasporto il carretto,non poteva mancare questo giocattolo. Se ne trovano di
piccoli e grandi, con o senza cavallo, in cui dominava il colore giallo. Con esso
si trasportavano per gioco sassi o terra.
Cavadduzzu (cavallino) giocattolo in cartapesta che poteva essere
appaiato al carretto o venduto isolatamente. A volte in certe famiglie benestanti
se ne vedevano di grandi dimensioni o a dondolo; in questi casi esso era meglio
rifinito e più elegante. In mancanza, bastava un bastone o una canna per
cavalcare, correre e far gare. Di questi ne ritroviamo attestati fin dal V sec. a.c.
e documentati da numerose raffigurazioni su stele sepolcrali o vasi figurati che
rappresentavano animali muniti di ruote, per essere trascinati dai piccoli
giocatori
Duellu (duello) Si prendevano due canne o bastoni o pezzi di legno e con
opportuni adattamenti si rendevano spade. Poi si combatteva ad imitazione di
Orlando e Rinaldo
I jochi ré chiappeddi e re buttuna ( i giochi delle pietre e dei bottoni).
E’ proprio vero quello che dicevano i nostri nonni: “’A puvirtà fa l’omu
‘ngignusu!”. La povertà rende l’ uomo ingegnoso.
Tanti ragazzi di tanti anni fa sapevano bene che i giochi confezionati
erano da considerare beni non necessari, pertanto neppure ci provavano a
chiederli ai loro genitori. P’aviri gnocu dovevano ingegnarsi utilizzando ciò che
avevano a portata di mano come le pietre.
Prettamente maschile era ‘jocu re chiappeddi. La scelta della pietra era
importante perché non doveva rompersi al contatto con il suolo; ad essa spesso
veniva attribuita la causa della sconfitta. La lavorazione della pietra, specie se
lavica, per farla diventare chiappedda era ritenuta un’arte: andava levigata da
entrambe le facce sino a farla diventare piatta e arrotondata ai margini in modo
che, una volta lanciata, potesse scivolare dolcemente e senza salti sul terreno
di gara .Molto adatte, oltre che belle,erano alcune pietre di fiume già
naturalmente schiacciate e levigate. Pur variando da quartiere a quartiere il
gioco era di una semplicità estrema, ma come quello delle bocce ,richiedeva

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capacità di lancio da parte dei giocatori. Alcune volte si sostituivano le pietre
con i bottoni.
La petra pigghila (cinque pietre) non sembra vero come sia passato tanto
tempo quando ci si trovava in strada con i compagni di gioco per fari lu toccu
(per fare la conta) , per chi doveva essere il primo a tirare le pietruzze in aria.
Allora non era come ora, non c’erano tutti i giochi che ci sono oggi e i tempi
erano più scarsi. Era uno dei passatempi preferiti dai bambini: si prendevano
cinque pietre, grandi quanto una nocciola, si gettavano in terra,poi una di
questa veniva lanciata nell’aria, il giocatore doveva essere abile a prendere
nello stesso tempo sia la pietra che era nell’aria che una di quelle a terra,poi
nello stesso modo la seconda, la terza e la quarta. Dopo con lo stesso
procedimento si dovevano afferrare due pietre per volta. Finita questa prova si
ripeteva acchiappandone prima tre e dopo una. Vinceva chi era lesto e faceva
meno sbagli. Quello che perdeva, di solito per penitenza riceveva cinque
palmate nella mano, che venivano date dal vincitore sempre gettando la pietra
in aria e riacchiappandola tra una palmata e l’altra.
Lapuni (grossa ape). Un giocatore si poneva davanti agli altri rivolgendo
loro le spalle e parando la mano destra sotto l’ascella sinistra o viceversa. A
turno, un altro giocatore affibbiava su quella mano una manata più o meno
poderosa. Poi tutti i giocatori passavano davanti la vittima imitando con la voce
o con l’indice il ronzare delle api. Se la vittima indovinava chi aveva dato il
colpo, si liberava da quella scomoda posizione;in caso contrario, doveva
restarvi ancora, in attesa che il suo posto venisse preso da un altro.
Lu viddaneddu chi chianta la fava (il contadino che pianta la fava)
I ragazzi si siedono formando un cerchio:al centro il “mastro” recita i
seguenti versi, sempre più velocemente, mimando via via i gesti che compie il
villanello, imitato dagli altri.
Lu viddaneddu chi chianta la fava, Il contadinello che pianta le fave,
Chianta tanticchia e poi si riposa, Pianta un pochino e poi si riposa,
(eseguire il gesto)
poi si metti li manu accussì; poi si mette la mano così
(incrocia le braccia)

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Lu viddaneddu chi scippa la fava, Il contadinello che coglie le fave,
quannu la scippa la scippa accusssì: quando le coglie le coglie così:
(eseguire il gesto)
scippa tanticchia e poi si riposa, coglie un pochino e poi si riposa,
poi si li metti li manu accussì; poi si mette le mani così;
e la chianta accussì, e le pianta così,
e la scippa accussì; e le coglie così;
poi si li metti li manu accussì. poi si mette le mani così.
Lu viddaneddu chi spicchia la fava, Il contadinello che sbuccia le fave,
quannu la spicchia la spicchia quando le sbuccia le sbuccia così,
accussì,
(eseguire il gesto)
spicchia tanticchia e poi si riposa, sbuccia un pochino e poi si riposa,
poi si li metti li manu accussì; poi si mette le mani così;
e la chianta accussì; e le pianta così,
e la scippa accussì e le coglie così;
e la spicchia accussì. e le sbuccia così.
(sempre più velocemente),
Lu viddaneddu chi coci la fava, Il contadinello che cuoce le fave,
quannu la coci la coci accussì, quando le cuoce le cuoce così,
(agita la mano come un ventaglio che soffia sul fuoco)
coci tanticchia e poi si riposa, cuoce un pochino e poi si riposa,
poi si li metti li manu accussì; poi si mette le mani così;
e la chianta accussì, e le pianta così,
e la scippa accussì, e le coglie così;
e la spicchia accussì, e le sbuccia così,
e la coci accussì; e le cuoce così;
poi si li metti li manu accussì. poi si mette le mani così.
Lu viddaneddu chi mancia la fava, Il contadinello che mangia le fave,
quannu la mancia la mancia accussì, quando le mangia le mangia così,
mancia rannicchia e poi si riposa, mangia un pochino e poi si riposa,
poi si li metti li manu accussì; poi si mette le mani così;

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e la chianta accussì, e le pianta così,
e la scippa accussì, e le coglie così;
e la spicchia accussì, e le sbuccia così,
e la coci accussì, e le cuoce così;
e la mancia accussì, e le mangia così,
poi si li metti li manu accussì! poi si mette le mani così.

I giocatori devono eseguire tutti gli atti indicati dal “mastro “ che diventano
sempre più veloci e, quindi, più difficili da eseguire.
Chi sbaglia paga un pegno ed esce dal gioco.
Mazza e scanneddu (bastone e bastoncino)Gioco in cui vengono
utilizzate due bacchette di diversa lunghezza, e che inizia poggiando la prima
più lunga su una o due pietre dopo aver colpito a terra e successivamente in
aria la bacchetta più corta..
Minicuccu (melicocco) E’ detto “celtis australis” in latino. Pianta che dà
frutti commestibili simili a quelli del ribes e del ligustro. Questi frutti, mediante
cannucce, venivano lanciati contro qualche persona, che poi ne restava
indignata anche a causa della loro appiccicosità. A volte veniva lanciato solo il
seme, dopo aver mangiato il frutto.
Naca, nacalora, vacanzita (culla) altalena fatta con corda e coperta o
sacco. In greco era la pelle di capra o pecora con cui si preparava la culla dei
neonati
‘Nmiminagghia o miniminagghia (indovinello) L’indovinello, è un gioco di
parole dentro il quale si nasconde qualcosa che non viene nominata.
La descrizione dell’oggetto risulta sempre vaga, tanto che colui che
ascolta, pensa ora a questa ora a quella cosa, incerto sul vero significato delle
parole. Per questo motivo, l’indovinello risulta un esercizio utile ad acuire l’
ingegno e a sviluppare la capacità riflessiva del ragazzo.
Prima che arrivasse la televisione nelle nostre case esso era considerato
un piacevole passatempo, specialmente l’inverno, quando le serate erano più
lunghe ed il freddo o la pioggia impedivano ai ragazzi di giocare all’aria aperta.

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Seduti attorno al caminetto o al braciere dentro cui magari era stata
riposta una buccia di arancia per profumare l’ambiente, i piccoli ascoltatori
ascoltavano le nonne che proponevano gli indovinelli,invitandoli poi, a trovarne
la soluzione che, spesso, faceva rimanere a bocca aperta.
Ecco alcuni indovinelli che i nostri ragazzi sono riusciti ad avere dagli
anziani:
‘U malatu è cuccatu, Il malato è coricato
i medici vannu e venunu: i medici vanno e vengono:
quann’è vunchiatu, quando è gonfio
‘u mentunu carzatu lo mettono conservato
(il pane)

C’è ‘na cascia china d’ossa C’è una cassa piena d’ossa
E ‘nto menzu ‘na pezza russa e nel mezzo una pezza rossa
(la bocca, i denti ,la lingua).

Sutta o lettu c’è ‘na munachedda, Sotto il letto c’è una monachella,
cummigghiata cu dudici mantedda, coperta con dodici mantelle,
si ppi sorti la vaju ppi tuccari, se per caso la tocco,
s’appizza all’occhi e mi fa lacrimari mi bruciano e lacrimano gli occhi
( la cipolla)

Sugnu riduttu ccu la peddi e l’ossa; Sono ridotto con la pelle e ossa
Staju appujatu a un dèbilu vastuni, sto appoggiato a un bastone,
e ni lu viernu mi stiranu l’ossa, e nell’inverno mi stirano le ossa,
ni la stati mi mìntunu a la gnuni. nell’estate mi mettono di lato.
( l’ombrello)

‘Nta l’acqua nasci, Nasce dall’acqua,


‘nta l’acqua pasci; dell’acqua si nutre;
vidennu l’acqua iddu sparisci vedendo l’acqua sparisce
( il sale)

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Orvu a centru (moscacieca)
Questo gioco,conosciuto ovunque, ha radici che si perdono nella notte del
tempo,anche se il suo destino è segnato come tutti i giochi di società che piano
piano stanno scomparendo fino a .restare solo un ricordo del passato, o
addirittura, citazione nei libri .D’ altra parte è il prezzo del progresso. Ma
torniamo al nostro gioco.
Bisognava essere in tanti, poi si procurava un fazzoletto grande, quello
che i nostri nonni chiamavano muccaturi, poi si faceva la conta, u tuccu,
recitando una filastrocca, quello che veniva fuori si bendava in modo che non
poteva vedere nulla. Dopo ci si metteva tutti a cerchio e il bendato al centro
,uno di noi lo faceva girare tondo per farlo confondere.
L’orvu a centru doveva toccare uno del cerchio e lo doveva riconoscere
al tatto. Se ci riusciva vinceva e quello riconosciuto prendeva il suo posto,
altrimenti pagava la penitenza precedentemente stabilita e ritornava a bendarsi.
Pappantoni di vilanza (Pappantoni di bilancia).Un gruppo di ragazzi si
sedeva sulla soglia di una porta che solitamente non si apriva, appoggiando
una gamba sull’altra,in modo che un piede fosse pendulo.
Un altro ragazzo, toccando uno alla volta i piedi del gruppo, con una
bacchetta, scandiva le sillabe di questa canzoncina:

Pappantoni di vilanza Pappantoni di bilancia,


Ognaduni ca oli pranza ognuno che vuole pranzi;
Pranza daveru tu pranzi davvero tu,
Pappantoni e vinci tu Pappantoni,e vinci tu
.
Il ragazzo a cui il “mastro” toccherà un piede pronunziando l’ultima sillaba,
cioè il “ tu “ finale della quartina, dovrà abbassarlo. E quando un giocatore ha
tutti e due i piedi a terra, esce dal gioco. L’ultimo subisce la penitenza che
sconterà in questo modo:
Mentre i giocatori formano un arco, egli dovrà passarvi sotto. Al primo
passaggio si griderà:” Ah,cà passa ! Alliscia, alliscia !” e l’accarezzeranno sulle
spalle; al secondo passaggio si griderà:”Ah, ca passa! Ratta, ratta!”, e si

60
metteranno a grattargli sulla schiena; al terzo passaggio, si griderà:” Ah, ca
passa! Serra, serra!”e tutti faranno finta di segarlo, infine al quarto passaggio si
griderà:” Ah, ca passa!” e si batterà leggermente il condannato sulle spalle con
il palmo della mano.
Pappantoni indicava un personaggio sciocco e bilancia l’oscillare delle
gambe al tocco della bacchetta.
Pupa (bambola) Così era generalmente detta la bambola in Sicilia e in
tutto il Sud Di semplice fattura,spesso era confezionata dalle stesse ragazze o
dalle loro mamme .Le prime bambole pervenuteci sono state ritrovate sulle rive
del Nilo, pupazzi di pezza dal corpo sgraziato,realizzate con un sacchetto di
stoffa imbottito con lana o stoffa,con i visi rozzamente dipinti e le pesanti
parrucche intrecciate di lana nera Anche in Grecia esistevano bambole di
argilla, di legno, di osso a volte con il corpo di cuoio o,di stoffa.
I Romani ereditarono tutti i giuochi di tutte le culture
Si giocava A la pappa –cucinedda, cioè il riunirsi per fare da mangiare
con le povere cose a disposizione.
Con le bambole le bimbe giocavano a li cummari cioè riproducevano tutti
gli usi che accompagnano la nascita di un bambino,anche cantando nenie e
ninne-nanne che ascoltavano dalla voce delle mamme. Queste espressioni
gentili che dalla bocca della madre escono, cullando il suo bambino, sono
ricche d’ espressioni e terminanti sempre con un ritornello.

1
A la vo’; figghia mia, figghia d’amuri Ninna nanna figlia mia d’amore
La naca ti cunzai supra lu mari La culla ti preparai sopra il mare
Vo’ e fa la vo’ Ninna nanna, ninna oh
Supra lu mari e supra la marina Sopra il mare e sopra la marina
Vui siti ‘na rusedda damaschina Tu sei una rosellina vellutata
Vo’ e fa la vo’ Ninna nanna, ninna oh

2
Palummedda janca janca Colombella bianca bianca
Chi cci porti ‘nta ‘sta lampa? Cosa porti in questa lampada?
Iò ccu portu pani e vinu Io porto pane e vino
Fazzu ‘a suppa a lu bamminu Per fare una zuppa al bambino

61
Lu Bamminu non voli ‘a suppa Il bambino non vuole la zuppa
Ca cci abbampa la vuccuzza Perché gli brucia la boccuccia
La vuccuzza è china di meli La boccuccia è piena di miele
Viva, viva San Micheli. Viva, viva San Michele

San Micheli spanna l’ali San Michele allarga le ali


San Pascali è chinu d’amuri San Pasquale è pieno d’amore
Viva, viva nostru Signori Viva, viva nostro Signore

Quattru cantuneri (quattro angoli). Gioco consistente nel disporsi ai


quattro spigoli delle case di una strada o nel cambiare il proprio posto di corsa
per impedire che un quinto giocatore lo occupi.
Scàrrica canali (scarica canale) Gioco consistente nel saltare sopra un
bambino piegato carponi e a sua volta andare sotto per essere saltato da un
altro giocatore, vinceva chi resisteva di più.
Strummula (trottola) essa è un oggetto diffuso in tutta l’isola dove ha
diversi nomi come truppeddu,truppettu, rummulu, tuppettu, saitta ed altri
nomi ancora E’ di legno ed ha una forma conica terminante con una punta
d’acciaio chiamata mùscula o chiovu e attorno al quale, si avvolge una
funicella, lazzata,che sfilandosi dalla mano del giocatore, serve a farlo roteare.
La funicella ha un’estremità sfioccata e l’altra termina con un grosso nodo
che serve a bloccarla tra il terzo e il quarto dito della mano, mentre si lancia.
All’inizio non è molto facile far girare la trottola, poi però,si ci fa la mano e
si riesce a lanciarla bene tanto che non balla mentre gira e s’addormenta, cioè
gira tanto rapidamente che sembra ferma.
Due sono i modi di giocare più comuni con la trottola:
A cù dura cchiù assai: i giocatori lanciano la trottola tutti insieme: quella
che si ferma prima delle altre, scaca e quindi appuzza, cioè resta sotto mentre i
compagni la prendono di mira con le punte delle loro trottole cercando di
colpirla.

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‘Nta manu: i giocatori lanciano la trottola insieme e tentano di farla salire
sul palmo della mano mentre gira e scagliarlo su un altro in movimento per
abbatterlo. Vince chi vi riesce.
Non si dimentichi che la trottola è tra i vari passatempi infantili uno dei più
antichi,è nominata da poeti e scrittori (Omero, Aristofane, Platone, Virgilio,
Tibullo ,Callimaco) numerosissime sono tra l’altro le raffigurazioni di giocatori di
trottola, soprattutto su vasi figurati del V sec. a.c., ma l’oggetto è noto almeno
dall’età arcaica.

Tuppi tuppi!
Alcuni fanciulli mettono in colonna, l’uno sull’altro, i pugni solo il capo –
gioco ha la mano libera colla quale sfiora lentamente, dal basso in alto , la
colonna dei pugni, mormorando.,
Acchiana, pacchiana, babbaluceddu!
Poi batte ad uno dei pugni e dice:
Tuppi tuppi!
Cu’ è?- gli rispondono
- Sta ccà Mastr’ Antuninu?
- -Cchiù supra!
Lo stesso dialogo avviene ad altre battute, finché, quando il capo- gioco
picchia al pugno più alto, alla sua domanda gli si risponde:
-Ccà sta!
E allora egli dice:
-Sarvatimi stu pani e pisci
Stati accura, si s’u mancia ‘ atta
E poi scende giù, canterellando:
-Scinni, scinni , babbaluceddu!
Arrivato giù, nuovamente batte ai vari pugni, ed avviene il solito dialogo;
all’ultimo piano invece dice:
-Datemi lu pani e lu pisci!
-‘A ‘atta s’u manciò!

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E allora, a queste parole, la colonna di pugni crolla come per incanto e
tutti i fanciulli agitano le loro mani, bisticciandosi, mostrando di cacciare il gatto:
- Chissi! Chissi! Chissi!
Questo giuoco, così descritto,con qualche diversità, è comune in tutta l’
isola
Abbiamo parlato di un tempo andato,e certe etimologie ci riportano
addirittura ad epoche preromane, altre a dominazioni come la francese e la
spagnola.

PRUVERBI VARII (PROVERBI SICILIANI)

Cu’ si ‘nnamura di capiddi e denti, si ‘nnamura di nenti


Chi si innamora di capelli e denti, si innamora di niente

La casa capi quantu voli lu patruni


La casa può ospitare nella quantità che vuole il padrone

La lingua non havi ossa e rumpi l’ossa


La lingua non ha ossa e rompe le ossa

Aria d’impurtanza, diploma di ‘gnuranza.


Aria d’importanza, diploma d’ignoranza.

La megghiu parola è chidda ca non si dici


La parola migliore è quella che non si dice

Dinaru sparagnatu, du voti guadagnatu


Denaro risparmiato, due volte guadagnato

Cu vicini e cu parenti n’accattari e vinniri nenti


Con vicini e con parenti non comprare né vendere niente

Ariu nettu non si scanta di trona


Cielo limpido non ha paura di tuoni.

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CONCLUSIONE

Da questa carrellata storica appare logica conseguenza supporre


che il nostro dialetto abbia derivazioni storiche provenienti da tutte le
dominazioni che si sono susseguite.
La principale meraviglia della storia siciliana è costituita dal fatto che,
nonostante il numero, la diversità e la durata ,e talora lunghe dominazioni,
i siciliani non sono mai diventati arabi o spagnoli, ma sono rimasti tali; e
hanno conservato fedelmente le tre caratteristiche fondamentali della loro
individualità di popolo, già perfettamente indicata da Cicerone – che
conosceva benissimo la Sicilia – nel 70 a .C – nelle tre doti specifiche
dell’intelligenza, della diffidenza e dell’ umorismo: che sono doti di cui essi
hanno dato costantemente prova nel corso dei secoli, e che tuttora
conservano pienamente
La lingua siciliana ha caratteristiche proprie inconfondibili ed ha tutti i
presupposti per far cultura,per cui merita d’essere conosciuta,
salvaguardata, studiata, insegnata, amata.
E’ una lingua che ha in sé tesori riguardanti le nostre tradizioni, la
nostra storia, la nostra civiltà mediterranea
Nella nostra lingua vi è tutto il nostro essere Essa ci caratterizza e ci
esprime appieno.

Per questo dovremmo esserne orgogliosi e gelosi

A Siracusa camminavamo nei boschi d’ aranci,


vedendo fra i tronchi splendere il mare…….
…Là voi vorreste vivere. Là, là è la gioia….
.
G. D’Annunzio

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BIBLIOGRAFIA

Acerra L. : Siracusa. Itinerari storico- artistici. Arnaldo Lombardi Editore

Correnti S. : Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità


della Sicilia .Newton & Compton Editori.

Correnti S. : Proverbi e modi di dire siciliani di ieri e di oggi. Roma 1995

Correnti S. : Storia di Sicilia . Longanesi

De Franco E. : Sicilia nostra: almanacco regionale per i fanciulli siciliani. G.


Paravia, 1925.

Emanuele e Gaetani F.M.(marchese di Villabianca): Giuochi volgari e


popolareschi. A cura di A.Manfrè, Palermo,Giada, 1992.

Giansiracusa P.- Cannarella V. : Palazzo Montalto .Treesse Editrice

Morrone Carlo: Siracusa 27 secoli di storia .Alfa Edizioni

Piccitto G. : Vocabolario siciliano. Palermo 1962

Pitrè G. : La famiglia, la casa, la vita del popolo siciliano. Palermo 1870

Pitrè G. :Giuochi fanciulleschi siciliani. Palermo 1883

Scarfì D. : Passeggiate per Ortigia. Maura Morrone Editore - 2000

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Questo testo è stato prodotto dal 1° Istituto comprensivo “ Ortigia “
Con sede in Via dei Mergulensi n° 4
Tel. 0931/ 68143 Fax 0931/ 68806
E- mail : icsortigia@ tin.it
96100 Siracusa

Nel quadro delle iniziative proposte dalla Regione Siciliana


per la sperimentazione dello studio del dialetto
alla elaborazione del testo hanno collaborato

alunni

Classi 1a A - 1a B - 3a B
Belfiore Noemi Infanti Desireè Salerno Andrea
Cappuccio Katjuscja Marciante Ernesto Siracusa Gabriele
Cassia Eleonora Marino Luigi Tantillo Nancy
Di Gregorio Antonio Piazza Aurelia Iannuzzi Valeria
Fontana Fabio Rizza Stefano Palazzo Irina
Gandolfo Giovanna Rossi Giorgio Speranza Zaira

Staff dei docenti che ha elaborato e curato la realizzazione del progetto


Carmela Drago, Margherita Canistrelli, Annunziata Scuderi,
Ermelinda Papa, Maria Bianca Ferdinandi.
Un particolare ringraziamento alla Prof.ssa Carmela Pace
Dirigente Scolastico

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INDICE
INDICE

Introduzione ……………………………………………………......... pag. 2

Capitolo I

La Sicilia ……………………………………………………………… “ 4

Capitolo II

Sicilia: Popoli e civiltà …………………………………………......... “ 9

Capitolo III

La Sicilia sotto il dominio di Roma ………………………………… “ 17

Capitolo IV

Gli Arabi in Sicilia ……………………………………………………. “ 20

Capitolo V

Normanni e Angioini ………………………………………………… “ 31

Capitolo VI

Gli Aragonesi e gli Spagnoli ………………………………………... “ 37

Capitolo VII

Giochi e giocattoli d’una volta ……………………………………… “ 53

Conclusioni …………………………………………………………… “ 65

Bibliografia …………………………………………………………… “ 66

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