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CLASSICI

DELLA LETTERATURA
EUROPEA
Collana diretta da
NUCCIO ORDINE

Pontano.indb I 16/07/2019 13:05:50


I DIALOGHI
LA FORTUNA
LA CONVERSAZIONE
di Giovanni Pontano

Traduzioni, note introduttive e note ai testi


di Francesco Tateo

Appendice

LETTERE DI GIOVANNI PONTANO


A cura di Anna Gioia Cantore

BOMPIANI

Pontano.indb III 16/07/2019 13:05:51


ISBN 978-88-587-8405-1

Redazione: Luca Mazzardis


Realizzazione editoriale a cura di Netphilo Publishing, Milano

In copertina: Ritratto di Giovanni Pontano (part.),


tratto da Cristoforo Maiorana, Giovanni Pontano, De
obedientia, De principe, ms 52, v. 1475, fol. 26r.
© Biblioteca Historíca de la Universitat de València.
Cover design: Polystudio
Copertina: Zungdesign

www.giunti.it
www.bompiani.it

© 2019 Giunti Editore S.p.A. / Bompiani


Via Bolognese 165, 50139 Firenze - Italia
Piazza Virgilio 4, 20123 Milano - Italia

Prima edizione digitale: agosto 2019

Pontano.indb IV 16/07/2019 13:05:51


SOMMARIO

Introduzione di Francesco Tateo VII


Nota bibliografica LXXXI

I Dialoghi La fortuna La conversazione


Note introduttive, traduzioni e note di Francesco Tateo

I Dialoghi

Charon / Caronte 5

Antonius / Antonio 117

Asinus / L’ asino 305

Actius / Azio 367

Aegidius / Egidio 641

La fortuna

De fortuna / La fortuna 753

Pontano.indb V 16/07/2019 13:05:51


La conversazione

De sermone / La conversazione 991

Appendice
Nota introduttiva, testo e note a cura di Anna Gioia Cantore

Lettere di Giovanni Pontano 1347

Note 1455

Indice dei nomi citati nelle introduzioni e nelle note 1605

Indice dei nomi citati nei testi 1625

Profili biografici dei curatori 1639

Indice del volume 1643

Pontano.indb VI 16/07/2019 13:05:51


Introduzione di Francesco Tateo
La rinascita del latino e le forme nuove del ragionamento
(nell’umanesimo pontaniano)

1. La cultura aragonese d’Italia e il suo protagonista


Nella seconda metà del secolo XV la capitale del Regno di Napoli diven-
ne uno fra i centri più importanti della cultura umanistica, partecipan-
do con una propria fisionomia all’evoluzione che i centri culturali delle
principali città italiane, e in particolare di Firenze, Ferrara, Milano, Ve-
nezia e Roma, avevano conosciuto sin dalla metà del secolo precedente in
direzione della riscoperta dei classici. Il fenomeno coincise con l’avvento
al trono della famiglia aragonese di Spagna, che per opera del suo primo
regnante, Alfonso V re d’Aragona e I di Napoli, detto il Magnanimo per
lo stile di vita e di governo che gli fu generalmente riconosciuto, comin-
ciò ad accogliere presso di sé alcuni dei più insigni umanisti dell’epoca.
Furono presso di lui, fra gli altri, Giannozzo Manetti, che si distinse
per un famoso trattato sull’eccellenza e dignità dell’uomo (1451-1452),
Poggio Bracciolini, che tradusse per il re la Ciropedia di Senofonte, che
riguardava l’educazione del re persiano e diverrà un modello di forma-
zione del principe, Lorenzo Valla, che scrisse a Napoli l’orazione De falso
credita et ementita Constantini donatione (1440), che costituisce un singo-
lare documento polemico, su basi storiche e fi lologiche, contro il regime
temporale dei Papi, e una Historia del padre di Alfonso, re d’Aragona in
Spagna, che, nonostante l’insoddisfazione del re per la sua scarsa valenza
celebrativa, è il segno di un precipuo interesse storiografico dell’umane-
simo nel Mezzogiorno d’Italia.
La moderna riflessione sull’etica, sulla formazione del principe, sulla sto-
riografia, quale emerge da queste prove esemplari, caratterizzeranno la
cultura umanistica napoletana del sec. XV. Nell’ambito della narrativa

VII

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INTRODUZIONE

aneddotica e storiografica si distinsero due altri umanisti che illustraro-


no più a lungo e stabilmente la corte di Alfonso, quali Antonio Becca-
delli, detto il Panormita dalla sua origine siciliana, e Bartolomeo Facio,
genovese, autori rispettivamente, oltre che di dispute filologiche, il pri-
mo di un’opera sulla vita e i costumi di Alfonso il Magnanimo (De vita et
moribus Alfonsi regis) e di una storia di Ferdinando suo figlio, finalizzati
alla legittimazione e celebrazione dei sovrani aragonesi, il secondo di
una storia di Alfonso re di Napoli. Alfonso, infatti, designato dall’ultima
erede del Regno angioino, Giovanna II, aveva dovuto superare l’oppo-
sizione del pretendente, Renato d’Angiò, e in seguito l’opposizione dei
principi italiani, per insediarsi nel 1442 sul trono di Napoli e consolidare
definitivamente il dominio aragonese, che durò fino all’avvento della do-
minazione spagnola, all’inizio del secolo XVI.
Fu in una delle campagne militari condotte da Alfonso I, che nel 1447 si
presentò a lui per entrare al suo seguito Giovanni Pontano (1429-1303),
allora giovanissimo e deciso ad abbandonare Cerreto, la città umbra
presso Spoleto dove era nato e aveva già intrapreso lo studio delle huma-
nae litterae.1 La sua condizione sociale glielo permetteva, e la tradizione
familiare lo destinava a dedicarsi alla carriera letteraria, ma la perdita del
padre, ucciso in una di quelle turbolenze politiche che investivano la re-
gione governata dai pontefici romani, lo indusse a cercare altrove fortu-
na. D’allora in poi l’umanista visse all’ombra della monarchia aragonese,
compiendo fino ai livelli più alti il normale curriculum di un intellettuale
d’ingegno all’epoca dei principati, impiegato come cancelliere, come
precettore del figlio del re, Alfonso duca di Calabria, come scrittore di
epistole per la famiglia reale e infine diplomatico e segretario di Stato.
In realtà Pontano raggiunse il più alto grado della sua carriera politica
sotto il figlio del Magnanimo, Ferdinando I, Ferrante, il quale nei primi
anni del suo lungo regno (1458-1494) fu costretto ad affrontare a sua
volta, contro il nuovo pretendente, Giovanni d’Angiò, una guerra che
ebbe fine nel 1462, dovette difendersi dall’attacco dei Turchi ad Otranto
(1480-1481), condusse una spedizione militare in difesa di Ercole d’Este
a fianco del Duca di Milano contro lo schieramento di Venezia alleata
con Sisto IV (la «guerra di Ferrara» conclusa nel 1484 con la pace di
Bagnolo), ebbe a contrastare una congiura di Baroni sostenuti dal papa
Innocenzo VIII (1486). A tutte queste azioni militari Pontano partecipò,
ora più ora meno, lasciandone traccia nelle sue opere. La sua Storia della

VIII

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LA RINASCITA DEL LATINO

guerra napoletana (De bello Neapolitano) ricorda infatti importanti man-


sioni svolte già durante il primo di questi conflitti, la lirica e gli scritti
astrologici richiamano i rapporti da lui intrecciati con la cultura ferra-
rese, dove operava un poeta elegiaco come Tito Vespasiano Strozzi e
fiorivano gli studi naturalistici, e in particolare astrologici, che dovettero
avere un certo influsso sulla sua evoluzione poetica e scientifica. Infine
l’apporto diplomatico dato da Pontano alla soluzione del conflitto con
i Baroni si riflette in una delle sue memorie autobiografiche più lette-
rariamente originali, come vedremo trattando dell’Asinus. Quest’ultima
circostanza, che portò alla condanna e alla sostituzione del rinomato se-
gretario di Ferdinando, Giannantonio de Petruciis, segnò anche l’inizio
del periodo più felice della carriera politica di Pontano presso la corte
aragonese.
Sennonché le convulse vicende che si susseguirono dopo la morte di
Ferdinando (1494), cioè il breve regno di Alfonso II che abdicò in segui-
to all’invasione del suolo napoletano da parte di Carlo VIII di Francia
(1494), il rifugio in Sicilia e il ritorno di Ferdinando II, detto Ferrandino,
l’ascesa al trono di Federico III, sovrano illuminato e solidale con i let-
terati, ma che preferì allontanarsi in esilio quando Francia e Spagna si
scontrarono per la conquista del Regno, segnarono una svolta nella vita
di Pontano. Egli abbandona l’impegno politico nonostante che, dopo
la parentesi dell’occupazione francese, gli fosse offerta la possibilità di
assumere nuovamente la sua carica prestigiosa, e fa una scelta di vita
tutta dedita all’ozio letterario sulla scia di antichi modelli, come quello
dell’amato Cicerone.
Un intenso lavoro lo attende, infatti, nell’ultimo decennio del secolo,
quando porta a termine l’opera storica, i poemi naturalistici e il trattato
astrologico, la serie dei libri sull’etica, compone i due ultimi dialoghi, Ac-
tius ed Aegidius, il trattato sulla conversazione (De sermone) e il poema
georgico sulla coltivazione degli agrumi. Fra i suoi ultimi atti, la lettera
dedicatoria rivolta al vincitore spagnolo, Consalvo di Cordova, premes-
sa al trattato sulla fortuna,2 dove pur l’umanista aveva meditato intorno
alla casualità del successo privato e politico sullo sfondo della rovina del
Regno, è un estremo elogio delle virtù politiche e sociali, soprattutto la
fortezza, la prudenza e la magnanimità, che egli aveva sostenute in tutta la
sua riflessione etica svolta nelle forme del trattato e del dialogo. Del resto
il tema etico della virtù, nonostante la propensione a riconoscere il potere

IX

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INTRODUZIONE

della fortuna e del fato astrale, era al fondo della sistemazione astrologica
riguardante proprio il rapporto fra la volontà umana e la natura, e si era
trasformato in arte di vita, fino a comprendere il ludico e la facezia, e in
meditazione sull’esistenza umana e sugli affetti dell’amore, dell’amicizia e
della sodalità accademica nella sovrabbondante lirica latina.
La vasta e molteplice opera pontaniana occupa l’intero corso della domi-
nazione aragonese nel Mezzogiorno d’Italia, che più di quella angioina
si era radicata sul suolo italiano ed esprimeva le istanze della nuova cul-
tura umanistica, sebbene all’epoca di Roberto d’Angiò fosse già fiorita
una sorta di umanesimo, il cosiddetto protoumanesimo, con la presenza
in corte di uomini di lettere nativi del Regno, e soprattutto di toscani
quali Cino da Pistoia, Francesco Petrarca, Giovanni Boccaccio, Niccolò
Acciaiuoli. Dell’umanesimo aragonese l’opera di Pontano rappresenta
la punta più alta, assieme a quella, per molti versi affine, del suo gran-
de amico Iacopo Sannazaro (1457-1530), più giovane di lui e segnalatosi
invece per l’apertura verso l’umanesimo volgare nella narrativa e nella
lirica. L’opera letteraria di Pontano, tutta inscritta nel fenomeno della
rinascita del latino, in certo qual modo perfino in competizione con il
rilancio del volgare, rappresenta un momento decisivo e organico della
Rinascita, se pensiamo alla gran varietà degli argomenti trattati e alla
molteplicità delle forme derivate dalla tradizione classica e tuttavia rin-
novate all’interno del programma di restaurazione dell’antico.
All’opera letteraria si affianca, infatti, una vera e propria politica cul-
turale, se pensiamo soprattutto all’Accademia pontaniana, dovuta all’i-
niziativa di Antonio Panormita, che raccolse una sodalità di letterati
quasi in alternativa allo Studio tradizionale d’impostazione scolastica,
e divenne un punto di riferimento per lo stesso regno di Ferrante, fiero
sovrano e pur partecipe del mecenatismo umanistico, e una scuola for-
mativa per l’aristocrazia cittadina e baronale e le successive generazioni
d’intellettuali.3 L’iscrizione, cui Pontano volle affidare l’immagine del-
la sua personalità, e che egli stesso nell’Aegidius fa leggere ai visitatori
giunti a Napoli per incontrarlo, sulla torre fatta costruire vicino alla sua
casa, diceva: «egli onorò le lettere, onorò le belle arti, onorò anche i re.
Lo riverirono i giovani onesti, i vecchi onesti apprezzarono la integrità,
la lealtà, la moralità d’animo del suo signore. E infatti Gioviano Pontano,
sopravvissuto al tempo antico, fu tale. Egli visse per sé e per le Muse»
(Aegidius, 1).

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LA RINASCITA DEL LATINO

Analogamente nel De prudentia, in una pagina autobiografica che voleva


offrire un modello di saggezza, dopo aver celebrato senza falsa modestia
i suoi meriti di politico, di uomo prudente al servizio dei re in pace e in
guerra, ottenuti senza rinunciare alla sua vocazione di scrittore, scriveva
della scelta fatta negli ultimi anni:

[…] tutti condannano i tempi e accusano la fortuna, per il fatto che il successo di
Carlo Ottavo, re dei Galli, che ha occupato questo regno di Napoli, per quanto
l’abbia tenuto a stento un solo anno, mi abbia allontanato dalle faccende del re-
gno. Questa situazione mi ha indotto invece a godere della tranquillità e dell’ozio
dello spirito. Infatti sapete bene che pur avendo tentato per ben tre volte di ab-
bandonare gli impegni politici sotto il re Ferdinando, concessione mai ottenuta,
una forza nemica grazie alla divina intercessione mi ha procurato l’ozio e l’al-
lontanamento dalle cariche pubbliche. Ed in questa condizione – ripeto – godo
della mia vita trascorsa senza arricchirmi, ma occupandomi ora del mio spirito in
modo da pervenire dopo quelle tempeste in un porto molto sereno e sicuro. E in
questa condizione di ozio mi sembra di godere a pieno anche dei doni divini e di
vivere in una tale tranquillità che ora soltanto mi sembra di vivere per me stesso,
non per i re. Pertanto posso testimoniarvi in base alla mia personale esperienza
di vita che per un uomo ben radicato nei suoi principi spirituali e morali, nessun
momento è più desiderabile, più tranquillo e beato di quello in cui, allontanan-
dosi con onestà dagli affari pubblici, perviene ad una condizione di ozio, dove
poter godere del proprio spirito, vale a dire della familiarità con i superi.

D’altra parte l’interesse astrologico gli offrì l’occasione per evocare in-
direttamente il proprio carattere e il destino della propria esistenza in
taciti squarci autobiografici del poema Urania a proposito dei segni zo-
diacali che avevano accompagnato la sua nascita, il Toro nel quale era
sorto il sole il 7 maggio, l’Ariete che dovette intervenire col suo influsso
e soprattutto il Capricorno espressamente citato come ascendente nel
trattato De rebus coelestibus.4 La consapevolezza delle proprie attitudini,
l’orgoglio della propria ascesa sociale, la memoria degli ostacoli si proiet-
tano e si giustificano nella ragione universale del mondo.
Non mancò, tuttavia, di usare un registro diverso facendo delineare la
sua persona fisica, e il suo comportamento privato, con qualche accen-
to comico e un po’ di sornioneria, in uno dei dialoghi qui pubblicati
(Antonius, 69), identificandosi con un eroe d’altri tempi nel poemetto

XI

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INTRODUZIONE

eroicomico annesso allo stesso dialogo (Sertorius, vv. 547-562), e soprat-


tutto nella deformazione della beata vita solitaria, ai limiti della follia,
testimoniata dall’Asinus.

Ma la considerazione dell’umanista e del politico non può ovviamente


prescindere da quella del poeta, non solo per la sua secolare rinoman-
za, ma perché l’interesse verso la poesia lo accompagnò fino all’ultimo,
quando si preoccupò di rivedere, riordinare e scandire la produzione in
versi in vista di una pubblicazione.5 Come l’epica mitologica, naturalisti-
ca, e didascalica, il corpus dei suoi versi latini, comprendente i Carmina
(elegie, epigrammi, versi lirici e giambici), e le Eclogae, composto a più
riprese (come possono testimoniare le occasioni liete e tristi che talora
vi si riflettono) lungo tutto l’arco della vita, e stampato postumo pres-
sappoco nell’ordine voluto dall’autore nei suoi ultimi anni, rispecchia
integralmente la sua molteplice, perfino contraddittoria sensibilità e la
straordinaria varietà dell’inventiva.6 La facilitas dell’affabulatore e dello
sperimentatore di generi letterari e la pensosità del filosofo fra insegna-
mento etico e riflessione esistenziale percorrono del resto tutta la sua
poesia. La bucolica comprende l’originalissima Lepidina, serie di eclo-
ghe rustiche in forma di trionfi (Pompae), dedicate alla celebrazione di
Napoli mediante il racconto fantasioso delle nozze del dio Sebeto con la
ninfa Partenope, e altre cinque ecloghe di argomento familiare, fra cui
una dove il poeta assunse, a imitazione di Virgilio, il nome pastorale di
Meliseus, e fece descrivere agli amici travestiti da pastori il suo dolore
per la morte della moglie. A lei, cantata col nome classicheggiante di
Ariadna (Adriana), Pontano dedicò tre libri di elegie, De amore coniugali,
cui fanno quasi da pendant altri due libri di elegie che narrano l’amore
per Stella, l’Eridanus, dal nome del fiume (il Po), che bagnava la terra da
dove ella proveniva.
Egli colse, infatti, l’occasione di riferirsi, con vari toni autobiografici alla
propria vita familiare e sentimentale. Congedandosi dal poema astro-
logico, l’Urania, ribadì i propri meriti ricordando alla maniera epica le
sue opere, ma dopo aver espresso il suo dolore di padre per la figlia Lu-
cia Marzia, morta prematuramente e alla quale riservava un posto fra le
stelle come ai personaggi eroici che nel poema aveva celebrato. Alle oc-
casioni della vita affettiva e cortigiana rimandano le classiche effusioni
d’amore (Parthenopeus sive Amorum libri), gli epigrammi, di segno triste

XII

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LA RINASCITA DEL LATINO

(De tumulis, due libri di iscrizioni sepolcrali) e faceto (Hendecasyllabi


seu Baiae, due libri di carmi giocosi), gli inni sacri in forma elegiaca (De
laudibus divinis), omaggio al nipote di Alfonso, Giovanni, di cui era stato
precettore, quando intraprese la carriera ecclesiastica, i versi giambici e
lirici (Iambici, Lyra).
Nel celebrare l’amore coniugale l’inventiva pontaniana si era esercita-
ta oltretutto in componimenti che rimangono fra i versi più pregevoli
dettati dalla ricerca del linguaggio affettivo, anche per la loro influenza
sulla sperimentazione moderna della poesia latina, le Neniae (De amore
coniugali, II 8-19), ninne nanne scritte per il piccolo Lucio, quello stesso
figliuolo che anima un quadretto familiare in una pagina scherzosa dei
Dialoghi (Antonius, 69-71), e al quale sono dedicati parecchi componi-
menti e soprattutto l’ultima ecloga, il Quinquennius, una sorta di institu-
tio del fanciullo ai suoi primi passi nella vita e un carme in versi giambici
per piangere la sua morte (Iambici, IV).
Di queste testimonianze di vita privata trasfigurate dal ricordo, dal
sorriso, spesso dalla fantasia erotica o dalla mestizia, è piena la poesia
pontaniana, che in realtà era nata con un’ispirazione priapea (il Pruritus
era la prima raccolta giovanile, di cui rimangono solo alcune tracce nel
Parthenopeus sive Amores), e se troverà un’espressione più composta sarà
sempre tendenzialmente aperta alla voluptas e alla iocunditas. Questi
due aspetti del «piacere» non gli verranno meno neppure nei tardi anni,
quando seguendo il metodo della trattatistica ciceroniana e aristotelica
Pontano comporrà il primo trattato sulla conversazione come forma del
«ridere» (De sermone), che è anche una raccolta di facezie. Sul versante
della poesia gli Hendecasyllabi sono la più esclusiva e ardita celebrazio-
ne del piacere, sollecitata da un luogo mitico del divertimento, la costa
balneare di Baia, in un colloquio costante con gli amici invitati a godere
insieme a lui le gioie della vita. Nella poesia, sia bucolica, sia elegiaca, sia
lirica si affina, infatti, quella disposizione al colloquio umano, quel senso
della cultura come convergenza e scambio di sentimenti e d’idee, che
confluisce nei dialoghi, non solo in quelli che possiamo chiamare faceti,
di prevalente ispirazione ludica, ma anche in quelli dove più si manifesta
la motivazione dottrinale.
Tutta la carriera letteraria di Pontano è attraversata inoltre dall’interesse
astrologico, che coinvolge sia la sua vena poetica sia la sua vocazione di
divulgatore scientifico. Tradusse e commentò le Cento sentenze di Tolo-

XIII

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INTRODUZIONE

meo, che avevano avuto una traduzione da parte di Giorgio Trapezunzio,


uno dei dotti greci passati dal centro napoletano, autore anche di un fa-
moso trattato di retorica che influì sulla poetica pontaniana, sia per una
più corretta traduzione latina, sia per favorire con l’esposizione latina
retoricamente curata la conoscenza della difficile materia scientifica, che
nel sec. XV otteneva particolare attenzione anche da parte dei poeti.7 Un
contributo rilevante di Pontano a questa disciplina fu, infatti, il tratta-
to astrologico in tredici libri (De rebus coelestibus), completato nei tardi
anni (1495), ma anticipato da due grandi prove di poesia, sulle orme di
Ovidio e di Lucrezio, in cui la materia astrologica di origine tolemaica si
combina con la fantasia mitologica (Urania) e la materia meteorologica di
origine aristotelica assume le forme del realismo descrittivo del poema
naturalistico (Meteororum liber). Il poema sulla coltivazione degli agru-
mi (De hortis Hesperidum), una celebrazione della mitica origine della
pianta profumata che allieta la costa napoletana, come simbolo dell’eter-
na poesia, sarà ancora, fra le ultime imprese letterarie, una combinazione
d’insegnamento georgico e di fantasia poetica.
La prosa di Pontano si caratterizza per due tendenze parallele, una verso
l’analisi dell’etica e del comportamento politico, l’altra verso il piacere
della parola come forma di comunicazione, di elegante esposizione di
argomenti culturali, e verso l’osservazione degli aspetti risibili del mon-
do umano. Esse spesso s’intrecciano, come avviene in particolare nei
Dialoghi, eppur toccano i limiti estremi, apparentemente contrari, della
severità pedagogica e della satira e perfi no del gioco. I trattati mora-
li nascono, infatti, da un grande impegno pedagogico, dopo un libro
sul «principe» (1468) che corona l’opera educativa spesa nei confronti
del futuro re, Alfonso II. Pontano si dedicò alla trattatistica intorno alle
qualità della vita morale sulla scorta della sezione relativa dell’Etica ari-
stotelica per circa quarant’anni, occupandosi prima dell’obbedienza e
della fortezza quali fondamenti dell’ordine civile, da parte dei sudditi e
del sovrano, poi delle virtù che si esercitano nell’uso pubblico e privato
della ricchezza (liberalità, beneficenza, magnificenza, splendore, convi-
vialità), nell’azione politica per il bene comune (De prudentia), nella vita
morale per meritare l’onore (De magnanimitate).8 Frattanto il De sermo-
ne, attraverso l’analisi delle forme del riso nella conversazione e nel col-
laterale genere letterario della facezia, sviluppa la riflessione teorica sulla
retorica in concomitanza con il recupero dell’insegnamento ciceroniano

XIV

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LA RINASCITA DEL LATINO

(Orator e De oratore), ma con lo sguardo rivolto al metodo aristotelico


della trattazione sistematica.
Nell’ambito di tale tipica operazione umanistica si spiega la novità dei
trattatelli di metrica (De numeris poeticis) e di storiografia (De lege histo-
riae), che costituiscono il nucleo iniziale del più ampio e famoso dialogo,
l’Actius, dove è affrontato il rapporto fra la poesia epica, la storiografia e
l’oratoria forense, e del dialogo Aegidius, dove viene affrontato da ultimo
il genere dell’oratoria sacra. L’occasione è offerta dalla presenza a Napoli
del grande esponente degli agostiniani che negli anni successivi si se-
gnalerà, a Roma, per l’epidittica che nell’istituzione ecclesiastica viveva
il suo momento più fulgido. Pontano aveva concluso appena da qualche
anno la stesura del poderoso trattato astrologico9 che raccoglieva le fi la
di una lunga e varia esposizione della materia più controversa del seco-
lo,10 aveva posto termine alla narrazione della guerra napoletana degli
anni Sessanta, che rappresentava una sorta di addio al suo impegno di
segretario del principe,11 componeva frattanto tre libri sulla fortuna, ul-
tima e stravagante riflessione sulla questione morale, come il libro sulla
disumanità,12 e concepiva un poema georgico sugli agrumi attribuen-
do alla coltivazione il simbolismo della poesia,13 quando all’età di set-
tant’anni, tre anni prima di morire, offriva il suo ultimo dialogo al nuovo
amico dell’ordine degli eremitani di sant’Agostino che a Napoli aveva
conquistato l’attenzione degli accademici14 ed una grande popolarità. Il
De fortuna e l’Aegidius, un trattato e un dialogo, costituiscono l’ultimo
atto della prosa pontaniana, entrambi collegati con questo eccezionale
confronto con un protagonista del Rinascimento cristiano.

2. Dinamica dei Dialoghi


Nel loro complesso i Dialoghi di Giovanni Pontano potrebbero rappre-
sentare l’evoluzione stessa dello scrittore, uno specchio degli interessi
prevalenti che maturavano progressivamente in lui e che si manifestava-
no contemporaneamente anche nella lirica, nell’epigramma, nella buco-
lica, nel poema, e nella chiosa filologica ai testi classici. Il loro raggrup-
pamento come esempio di un ben definito genere letterario e secondo
l’ordine poi rimasto tradizionale, Charon, Antonius, Actius, Aegidius,
Asinus, deriva dalla scelta editoriale di Aldo Manuzio,15 quando negli
anni 1518-1519 raccolse le opere in prosa dell’umanista in un corpus.16
L’ordine rispecchiava quello cronologico della princeps dei primi due

XV

Pontano.indb XV 16/07/2019 13:05:52


INTRODUZIONE

dialoghi e della princeps degli altri tre.17 In effetti la composizione di


questi scritti, al di là della comune forma dialogica, risponde a modelli
diversi e si distribuisce in un lungo arco di tempo, dagli anni sessanta
del Quattrocento ai primissimi del Cinquecento,18 che sono anche gli
ultimi anni di vita dell’autore, morto nel 1503, collegandosi alla sua ri-
flessione teorica e operosità poetica che si esprimevano nel frattempo in
altre forme. E se l’ordine, per quanto riguarda i primi quattro dialoghi,
rispecchia la reale successione cronologica della loro composizione, nel
caso del dialogo collocato per ultimo hanno probabilmente influito sulla
scelta editoriale di Pietro Summonte, che ha raccolto l’eredità dell’autore
in vista della pubblicazione, o la sua tipologia singolare che quasi avalla-
va una collocazione separata, o il suo contenuto particolarmente faceto,
satirico e apologetico, che ne faceva una sorta di culmine creativo.
In realtà il susseguirsi dei dialoghi, così diversi nella struttura, dovrebbe
confrontarsi con un percorso culturale complesso e in evoluzione, che
vede accanto alla lirica maturare gli studi astrologici nella forma sco-
lastica del commentario e del trattato, quindi nella forma immaginosa
del poema, gli studi filosofici nello stile divulgativo della saggistica si-
stematica, gli studi filologici e retorici nella maniera del manuale, dello
spicilegium e del trattato. La serie dei cinque Dialoghi, che rappresenta-
no un genere in progress, comincia con l’edizione congiunta del Charon
e dell’Antonius (1491), pur scritti a distanza di un decennio, che già, a
parte il comune schema dialogico e l’apertura ad una performance che
si accentuerà nell’Asinus, risponde a modelli diversi. Infatti all’apologo
satireggiante, che prevale nel Charon, un apologo che si alterna all’imi-
tazione, finanche parodica, del dialogo dotto pervenuto dalla tradizione
antica alla letteratura umanistica,19 segue nell’Antonius la celebrazione
dell’istituto accademico accompagnato da spiritose forme di dialogo
socratico e di aneddotica faceta nel ricordo di Antonio Panormita e di
monologo buffonesco nel racconto autobiografico di un certo Suppazio.
Il primo dialogo in ordine di tempo, Charon, fu composto con ogni evi-
denza, dato anche il titolo, i personaggi e la scena, soprattutto quella del
nocchiero infernale a colloquio con il dio Mercurio nell’Ade, sulla scia
del fortunato dialogo di Luciano, che aveva avuto già un importante se-
guito nelle Intercoenales e nella sezione finale del Momus di Leon Battista
Alberti,20 come nel diffuso genere degli apologhi, a mezzo fra la rifles-
sione etica e l’impegno satirico. Eppure nella rielaborazione pontaniana

XVI

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LA RINASCITA DEL LATINO

lo spunto lucianeo di far incontrare sulla terra Mercurio e Caronte che


parlano intorno al genere umano si evolve già in una struttura più com-
plessa, e certo non immune dal suggerimento dantesco della Commedia,
perché situata questa volta proprio nell’Ade, non sulla terra come nel
dialogo di Luciano. Nell’Ade dialogano Eaco e Minosse, giudici infer-
nali, raggiunti da Mercurio che porta le nuove dalla superficie terrestre,
e vi recitano una parte anche alcune anime che hanno compiuto il loro
itinerario terreno e quindi possono rivelare tutto il bene e il male della
loro vita o riproporre la loro figura terrena, in analogia con l’impianto
del poema dantesco.21 Tuttavia, come nel modello greco, nel colloquio
del nocchiero infernale col dio e con i mitici personaggi, si rivelano sia
la sua dabbenaggine nel riflettere con spregiudicata semplicità su quanto
egli ha imparato dalla sua esperienza, sia – con la stessa meraviglia e
approvazione da parte dei saggi interlocutori – il livello di cultura da lui
raggiunto.
Il Charon risente anche dell’impatto politico e civile dell’umanista, il
quale a quell’epoca, in altra sede, si occupa di etica e di politica.22 Non è
un caso che fra le prime notizie, riferite a fatti evidentemente recenti che
emergono dal discorso, e gli incontri che Caronte racconta di aver avuto
con le anime arrivate nell’aldilà, vi siano una sciagura abbattutasi sul
Regno, il terremoto preannunciato dalla Cometa di Halley del 1456, che
fa riflettere sulla sorte umana e sulla fortuna, e la morte di uno sprege-
vole tiranno frustrato nella ricerca di un regno, e probabilmente, se non
si tratta dello stesso tiranno, di un altro trattenuto dai giudici dell’aldilà
fuori dei confini infernali per evitare che continuasse a provocare zizza-
nie.23 Se questi indizi aiutano a datare genericamente la composizione
del dialogo negli anni Sessanta,24 è ben più importante il fatto che ce ne
facciano intendere il senso, consistente nell’additare la condizione degli
uomini sottoposta all’influsso degli astri, i quali frustrano le illusioni
umane, e il male che la violenza degli uomini aggiunge alla loro già pre-
caria condizione naturale. Questo tema, che emerge già in questi anni
con lo studio del Centiloquio di Tolomeo, accompagnerà lo scrittore fino
alla tarda trattazione del De fortuna, dove, a parte la deriva bestiale cui
talora giunge la vita umana (De immanitate), viene esaminata la condi-
zione incerta e irrazionale in cui si trova ad operare l’uomo, teso con il
desiderio e la speranza verso l’acquisto dei beni esterni e della felicità,
spesso frustrato e spesso perfino inconsapevole e quindi immeritevole

XVII

Pontano.indb XVII 16/07/2019 13:05:52


INTRODUZIONE

del suo successo, come dirà il De fortuna trattando dell’uomo «fortuna-


to» sulla base dell’Etica Eudemia dello Pseudo-Aristotele.
Ma il doppio registro, colto e popolaresco, con cui si sviluppa il dialogo
di Caronte, ha già qualcosa di teatrale nella serie di scenette comiche in
cui domina la battuta ridicola, e di cui sono protagonisti grammatici e fi-
losofastri. Pontano riprenderà nei successivi dialoghi l’impostazione sce-
nica, che corrisponde anche al duplice modo di affrontare la trattazione
dell’etica da parte dell’umanista, fra il realismo ridanciano e ironico e la
colta articolazione del ragionamento.
Oltretutto, con l’accumulo vario di temi e di esiti letterari, il primo dialo-
go è già un saggio di quella virtù che Pontano teorizzerà nel De sermone,
finito di comporre intorno al 1499, dove la facezia è intesa sia come festosa
rappresentazione del ridicolo, sia come ridicolizzazione di ciò che vuol es-
sere serio, ma è soprattutto conversazione intorno agli aspetti vari dell’e-
sistenza. Pontano trova anche l’occasione di riscrivere in termini realistici
ed erotici, nel racconto sconsolato di un’anima, la novella boccacciana di
frate Alberto, già piegata nel Novellino di Masuccio alla satira antimona-
stica con crudezza dei toni;25 e insiste anche lui sull’inganno del religioso
più che sulla sprovveduta vanità della giovane. Lo scrittore costruisce
vere e proprie scenette farsesche, dove spicca la stoltezza dei gramma-
tici e dei dialettici e dominano il gioco verbale, la macchietta e la satira
della superstizione intesa nel senso più largo;26 inserisce riflessioni sulla
decadenza attuale della Grecia e dell’Italia avvertendo la débacle politica
e il pericolo turco; introduce alla fine, fra ombre di personaggi rissosi e
deprecabili, alcuni modelli vari ma in un certo senso positivi, che adom-
brano gli indirizzi filosofici dell’antichità esemplificando forme varie di
sapienza, dalla disposizione alla vita solitaria e all’onestà alla propensione
al riso, un’alternanza di stoicismo, cinismo, epicureismo sotto forma di
monologhi autobiografici che ben si adattano alla teatralità della compo-
sizione. L’enigmatica presentazione finale, sulla scena ultraterrena, di un
personaggio di origine toscana e di un personaggio di origine umbra che
quasi si confessano, lasciando al lettore la curiosità di sapere se si tratti
di allusioni specifiche o di tipizzazioni, prelude alla saggia conclusione
messa sulla bocca di Caronte, il quale riconosce nelle due posizioni etiche
due modi diversi o complementari di accedere alla felicità.
Nella forma del monologo come una sorta di auto-rappresentazione di
tipi umani, si risolve anche il dibattito intorno ad uno dei problemi etici

XVIII

Pontano.indb XVIII 16/07/2019 13:05:52


LA RINASCITA DEL LATINO

più importanti della dialogistica del Quattrocento, la ricerca del vero


bene e della vera virtù ereditata dalla trattatistica ciceroniana. Insomma,
a parte la frammentazione delle scene, che risponde alla tecnica della
rappresentazione profana come in quel dialogo giocoso che sarà ancora
l’Asinus, il Charon ha un suo interno svolgimento, che richiama le cele-
bri visite nel mondo dei morti e vi si può riconoscere un filo unitario.
L’Aldilà paganeggiante, mescolandosi con qualche elemento cristiano, si
configura anch’esso come un percorso dall’Averno ai Campi Elisi, dalla
stoltezza alla sapienza, dalla vana speranza alla probabile felicità.
Uno sviluppo del carattere dotto del dialogo, ma un evidente mutamen-
to di modello dialogico, da Luciano a Platone – si direbbe – è proprio
il dialogo composto successivamente, l’Antonius, qualche tempo dopo
la morte del Panormita, scomparso nel 1471, il quale vi viene celebrato
insieme con l’Accademia andata inizialmente sotto il suo nome e poi
conosciuta come pontaniana. L’ostentata occasionalità dei discorsi, il
passaggio dal registro faceto degli scambi verbali a quello serio della
discussione di retorica e di poetica, l’attenzione rivolta alla «varietà», che
debba necessariamente evitare gli eccessi istituzionali della disciplina
culturale e quindi la noia, accompagnano e caratterizzano lo sviluppo
in senso appunto «accademico» del genere dialogico. Di qui anche l’i-
ronia e l’autoironia attribuite al Panormita e al Pontano stesso, il quale
dichiara così il suo modello diretto, la famosa ironia socratica depositata
nei dialoghi di Platone, anche se Platone, pur citato, non è un’autorità
direttamente seguita.
Si avviava anche l’innesto, nel genere dialogico, dell’altro modello anti-
co rappresentato dalle Noctes Atticae di Aulo Gellio e dai Saturnales di
Macrobio, come riscoperta della cornice leggera applicata alla discussione
filologica, la quale diventerà un modulo della saggistica erudita e della
trattatistica del Cinquecento, dopo aver contribuito già ai tempi di Boccac-
cio a formare, mediante la cornice, il pretesto letterario della novellistica.
Nel successivo dialogo, che si apre con un esplicito riferimento crono-
logico, la pace del 1486 fra il re di Napoli Ferrante e il papa Innocenzo
VIII alla quale il nostro umanista dovette dare un apporto diplomatico
decisivo, e comunque se ne assunse il merito, c’è una vera e propria tra-
ma, quantunque semplicissima e costituita di scenette a sé stanti, per-
ché tutte sono riferite a una presunta vicenda autobiografica. La scena
iniziale della taverna, che pur presenta vari argomenti comici e satirici,

XIX

Pontano.indb XIX 16/07/2019 13:05:52


INTRODUZIONE

serve sostanzialmente ad ambientare storicamente, per dir così, la vicen-


da, e già prepara l’apparizione del protagonista, ossia dell’autore stesso,
che avviene in un secondo tempo, secondo una certa consuetudine delle
opere teatrali. Gli amici del poeta, introdotti dapprima a informare, con
le loro confidenze, del nuovo e strano caso del loro amico impazzito,
intervengono, se pur solo come spettatori e commentatori, nelle scene
seguenti, e partecipano alla fine attivamente all’esito dell’azione. Nel
Charon il demone barcaiolo era semplicemente il centro coordinatore di
un vario discorso, nell’Antonius il compianto Panormita era l’ispiratore e
il punto di riferimento ideale dei colloqui e dei ricordi; nell’Asinus Pon-
tano è, invece, il protagonista di una vicenda, per quanto esile essa sia,
mentre la natura tutta autobiografica del dialogo rappresenta un’assoluta
novità, confrontabile tuttavia con gli elementi autobiografici presenti in
tutti gli altri componimenti dialogici, perfino nel Charon, dove il perso-
naggio dell’autore è appena indirettamente menzionato, quel tanto che
basta a inserirci scherzosamente una sorta di firma (Charon, 46), ma forse
si nasconde idealmente nella raffigurazione morale delle anime con cui
si chiude l’operetta.
Questo sviluppo in senso più scopertamente «teatrale» del dialogo
avviene certo sotto la suggestione della rappresentazione in volgare e
coincide con un gusto moderno più salace e un’apertura verso toni più
popolareschi e borghesi. La riscoperta dei comici latini, e specialmente
di Plauto, di cui Pontano possedette e postillò un manoscritto,27 favorirà
oltretutto, fra poco, la nascita della commedia in volgare. Ma il merito
maggiore dell’Asinus non consiste solo nello sviluppo del dialogo in for-
ma più chiaramente performativa, nella trattazione di argomenti meno
filosoficamente o culturalmente impegnati, quanto in una particolare
unità di tono, che si afferma nonostante la molteplice trama degli inter-
venti. Pontano vi ha sviluppato, accanto ai soliti motivi della satira politi-
ca antipapale, un aspetto interessante del suo particolare umorismo, già
sperimentato nell’Antonius, quando ha presentato se stesso, in ambigue
situazioni, quale oggetto e insieme autore di divertita ironia.28 Riguarda
ancora l’umorismo e la struttura teatrale di questo dialogo il rilievo dato
all’aspetto linguistico, a quell’inventiva lessicale, alla quale già si riferi-
va Remigio Sabbadini,29 che ha riscosso recentemente un interesse più
adeguato alla riconosciuta originalità dell’opera, cui già Vittorio Rossi
attribuiva il titolo di un capolavoro.30

XX

Pontano.indb XX 16/07/2019 13:05:52


LA RINASCITA DEL LATINO

Ma la varia sperimentazione del genere dialogico da parte di Pontano, se


pensiamo al tema ricorrente della grammatica e della retorica, che talora
sembra prevalere su quello etico della trattatistica ciceroniana, rivela un
itinerario coerente riconoscibile nello stesso percorso didattico delle hu-
manae litterae. Nel Charon la questione grammaticale è ancora trasferita
nella comicità della scena scolastica (ombre di grammatici e dialettici che
si scontrano o intendono far stupire il povero Caronte con i loro cavilli),
e appartiene alla polemica umanistica contro la meschinità erudita, in
questo caso il livello elementare della normativa e della caccia all’errore;
nell’Antonius diventa una delle forme di stoltezza in cui uno spiritoso
viaggiatore come Suppazio in giro per l’Italia può imbattersi, disgustato
della rigida mentalità grammaticale, ma si solleva già a un’analisi sottile
delle formule teoriche con cui si designa il mestiere del giurista e dell’o-
ratore trattando dello status quaestionis nell’interpretazione di Cicerone e
Quintiliano, e quindi dell’imitazione poetica, una sorta di critica stilistica
sulla bocca degli accademici napoletani.31 L’ Asinus, cui si ricollegherà per
il tono la scenetta iniziale dell’Actius, riflette il momento critico in cui Pon-
tano, attraverso l’apertura verso la sperimentazione teatrale, vive l’impatto
con la lingua viva che emerge nella struttura di un latino plautineggiante,
attraverso la deformazione comica, il neologismo, l’arcaismo popolaresco
e il calco volgare32. Nei dialoghi successivi questa esperienza linguistica
diventa ragione di riflessione teorica, che investe l’etimologia, il lessico,
la sintassi, i problemi di ordine letterario, filosofico e teologico connessi.
Nel percorso dei dialoghi si applica quasi un progetto organico di edu-
cazione culturale, dagli argomenti più semplici, perfino favolosamente
proposti, ai temi più complessi, un progetto che contrasta con la disin-
voltura cui in effetti i dialoghi vogliono apparire atteggiati. Anche le
Istituzioni di Quintiliano, tanto presenti nella cultura pontaniana, co-
minciano dal livello elementare dell’insegnamento per concludersi con
l’immagine del letterato nutrito di arte letteraria e di fi losofia. I dialoghi
pontaniani ne sono un’eco e forse una metamorfosi esplicativa: anche
il punto di riferimento continuo soprattutto dell’Actius, il De oratore,
l’Orator e il Brutus ciceroniani, vuol essere il superamento del livello ele-
mentare e scolastico, per una visione del letterato completo che si forma
attraverso la poesia, la storia e la filosofia.
Infatti, a distanza di circa un decennio, dopo aver curato la pubblica-
zione, nel 1491, dei primi due dialoghi, ma non dell’Asinus che nel frat-

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Pontano.indb XXI 16/07/2019 13:05:52


INTRODUZIONE

tempo aveva composto approfondendovi il carattere scenico, satirico e


faceto, Pontano sviluppò nell’Actius, ancora in forma dialogica, gli argo-
menti attinenti alla grammatica, alla retorica e alla poetica con un più
ampio, specifico e impegnativo discorso sullo stile della poesia e della
storiografia. Egli aveva del resto coltivati a quel punto della sua carriera
di scrittore i due generi mettendo in versi eroici la materia astrologica e
in prosa una narrazione dei suoi tempi.33
Il più ampio dei suoi dialoghi nasceva come riflessione sulla metrica e
sull’arte ritmica adoperate nella poesia attraverso l’analisi principalmen-
te del verso virgiliano (De numeris poeticis) e come trattazione dello stile
storiografico (De lege historiae).34 Alla base c’erano la distinzione e la
gerarchizzazione dei generi letterari fondamentali, poesia, storiografia,
oratoria. Erano gli anni in cui arrivava oltre tutto a compimento l’im-
pegno storiografico del De bello Neapolitano con i modelli di Livio e
Sallustio, e la varietà della vena elegiaca e lirica si avviava ad essere orga-
nizzata in un corpus significativo, mentre Ovidio, Lucrezio e soprattutto
Virgilio trovavano un posto d’onore nella poesia naturalistica e didasca-
lica. Si pensi che una fra le più grandi espressioni della poesia pontania-
na, un amalgama della sua emulazione umanistica dell’antico, l’ecloga
Lepidina, si colloca nel 1495, cioè nello stesso periodo in cui si colloca
l’Actius, intitolato al Sannazaro, il poeta per eccellenza della cerchia pon-
taniana, divenuto famoso per la trasformazione del genere bucolico nella
narrativa dell’Arcadia e per la trasposizione dell’epica virgiliana nell’epo-
pea cristiana, debitamente ridotta alla squisita misura alessandrina sulle
orme di Claudiano, e arricchita di sensi teologici.
E tuttavia il più impegnativo dialogo si apre con una scena comica a
tutti gli effetti, anzi con la prova più audace che Pontano abbia tentato
sul piano dell’inventiva linguistica e della contraffazione artistica della
rusticità contadinesca.35 Ma una sottile analogia vi è anche nel rapporto,
che emerge nei dialoghi, fra il costume severo dell’Accademia e la volga-
rità popolaresca, perché come nell’Antonius, a parte la raffinata ambigui-
tà del poemetto virgiliano sulla guerra di Sertiorio, l’accademico Errico
Poderico lamenta il diffondersi degli spettacoli di piazza e dei saltim-
banchi che narrano mirabolanti gesta di guerrieri, e come nell’Asinus l’u-
manista si cala in situazioni farsesche, Azio Sincero lamenta, ad apertura
del dialogo a lui intitolato, l’ignoranza contadina e la connivenza volgare
del notaio disposto a redigere un atto controlegge e perfino empio.

XXII

Pontano.indb XXII 16/07/2019 13:05:52


LA RINASCITA DEL LATINO

L’incipit dell’Actius (Actius, 1-3), pur così diverso nel suo svolgimento
complessivo dall’Antonius e dall’Asinus, sembra evocarne qualche tono,
quando coinvolge in una dura polemica la gerarchia ecclesiastica e la
vendita delle indulgenze: l’assurda clausola di un atto notarile, mediante
il quale si vendeva una casa di campagna compresa la parte di cielo che
la sovrastava, sarebbe stato infatti inviso ai sacerdoti che hanno avoca-
to a sé il diritto di esercitare simili vendite. La polemica contro i papi
contemporanei colpevoli di simonia, Innocenzo VIII e Alessandro VI,
il primo già colpito nell’Asinus, il secondo forse diretto obiettivo delle
parole attribuite inizialmente a Sincero, ha anche la funzione di prepa-
rare con un contrasto il discorso pieno di sensibilità religiosa sui sogni,
e presago dell’argomento di poetica ampiamente svolto all’inizio della
seconda scena dello stesso Actius.
Nello stravagante incipit del dialogo, tutto linguisticamente e folclori-
sticamente impegnato, arriva a compimento anche la lettura di Plauto
testimoniata da un’attenzione di lunga durata rivolta alla filologia e so-
prattutto al lessico.36 Anzi la trattazione viene ripetutamente interrotta
dall’inserimento di questioni erudite che riguardano propriamente il
lessico, l’etimologia, la sintassi e l’uso di parti indeclinabili del discorso,
un metodo per evitare la noia di un argomento monotono ed eccessiva-
mente protratto. D’altra parte la soppressione, nel manoscritto andato
poi alla stampa, di una parte più tecnica ed elementare della trattazione
metrica è forse un segno della volontà di trovare un equilibrio ed evitare
che il modello dialogico scivolasse verso quello della trattatistica, e so-
prattutto verso l’arida e scolastica materia grammaticale.37
Solo nell’ultimo dialogo, Aegidius, che pur si è potuto leggere come il più
ideologicamente impostato verso la definizione di una tesi pacificatrice
delle inquietudini filosofiche di Pontano, emergono il ragionamento e la
dialettica delle opinioni con cui era stato rilanciato il genere dialogico
in età umanistica. Negli altri dialoghi pontaniani non c’è la dialettica
delle opinioni che questo genere letterario umanistico aveva ereditato
da Cicerone. Nel Charon il confronto è limitato allo scambio di opinioni,
sostanzialmente concordi, fra i giudici infernali e alla prosopopea delle
due ombre apparse alla fine a difendere due diversi ideali di vita e di cul-
tura, l’uno orientato in senso epicureo e l’altro stoico, mentre il dialogo
si risolve nella brevità comica del diverbio o nella varietà dei personag-
gi che si alternano sulla scena. Nell’Antonius il metodo socratico è più

XXIII

Pontano.indb XXIII 16/07/2019 13:05:52


INTRODUZIONE

evocato che attuato nel corso del dialogo, dove la varietà continua ad
imperare come metodo di trattazione gradevole, più che di confronto.
Nell’Actius i personaggi sono più attenti a passarsi la parola per variare il
discorso che per costruire una discussione dialettica. Nell’Aegidius i mo-
nologhi che si susseguono rappresentano voci diverse, non necessaria-
mente contrarie, ma animate da punti di vista diversi e dalla fisionomia
diversa degli interlocutori, facendo ricordare più da vicino il metodo del
classico dialogo umanistico consolidatosi nel Quattrocento.

3. La vita umana e il fato


Homines sperato vivunt, gli uomini vivono di speranza, anzi si nutrono di
vane illusioni: la massima pensosa e saggia con cui si presenta il Caronte
pontaniano non è solo una scherzosa reminiscenza plautina che serve a
presentare il personaggio con la sua amabile rozzezza, dal momento che
evita la letteraria e religiosa spes, creando un insolito participio (sperato)
e usando vivere nel senso di «nutrirsi» come «vivunt succo suo» di Plau-
to; né solo una pennellata per scoprire nelle crude parole del semplice
barcaiolo infernale la verità del «buon senso», pari o superiore alla fi lo-
sofia. È il leit motiv di tutto il dialogo, dove quella riflessione s’intreccia
con due problemi fondamentali dell’etica umanistica, quando riscrive in
forma classica il pensiero cristiano della miseria umana e il mistero della
provvidenza divina.
I due temi, ovviamente e variamente collegati fra loro, perché la condi-
zione umana induce alla speranza che può essere fallace, e trasformarsi
in illusione e quindi in disperazione, sono paralleli nell’etica cristiana e
nella sua riscrittura classicheggiante e talora paganeggiante dell’Umane-
simo. Le illusioni diaboliche della tradizione cristiana, che torneranno ad
essere considerate tali nella stagione controriformistica come larve fallaci,
non cessano di tormentare l’anima umanistica, attribuite all’uomo stesso
incapace di moderare i suoi desideri, o vittima dell’inconoscibile fato.
L’illusione, intesa secondo la più diffusa fede cristiana che la include fra
le tentazioni e le parvenze terrene da superare nella prospettiva dell’al-
dilà, o respinta dallo stoicismo elitario che considera la sola virtù dell’a-
nimo come difesa dal fallimento, è strettamente connessa con i problemi
dell’universo astrologico che accompagneranno Pontano fino al trattato
sulla fortuna, che è l’ultima sua opera. La frase di Caronte appartiene a
quello stesso umanesimo critico e radicale, che rappresenta la linea mi-

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Pontano.indb XXIV 16/07/2019 13:05:52


LA RINASCITA DEL LATINO

noritaria del Rinascimento, e che avrà scarsa fortuna nei secoli: Poggio,
Alberti, Pontano, variamente interessati al problema del fato e della for-
tuna, sono tutti e tre per la verità esposti ad una contraddizione fra l’u-
more pessimistico e quello in varia forma e misura costruttivo. Aprendo
la serie dei suoi dialoghi, dove il tema della fortuna e della responsabilità
umana emergerà sotto vari aspetti, Pontano sceglie la tradizione critica
della figura di Caronte per attaccare la stoltezza degli uomini, i quali non
si accorgono che le loro speranze sono illusioni e che la loro fiducia nel
futuro è destinata ad essere frustrata dal dominio assoluto della fortuna
e del caso.
Ma la verve comica con cui era concepito il dialogo capovolgeva la so-
stanziale serietà della riflessione morale con la forma letteraria del pa-
radosso e della testimonianza ideologicamente ambigua fino all’ironia.
Un tiranno si era illuso di raggiungere non si sa quale potenza, ed ora
era lì a sperar di avere almeno un posto nell’aldilà, che gli viene nega-
to, come agli ignavi della Commedia dantesca; paradossalmente, perché
in questo caso, che presuppone l’illusione pagana delle anime di veder
almeno sepolto il loro corpo, per riposare nell’Averno, triste che possa
essere, l’illusione è quella di avere almeno una pena, l’unica certezza che
il Caronte dantesco assicurava ai suoi clienti. La tragica situazione delle
anime degli ignavi e degli insepolti diventa la loro certezza. Altrove la
paganeggiante poesia pontaniana tocca perfino le corde del nichilismo.
Illusione sono, in un frammento poetico dell’Antonius (§ 72), il simbolo
antico delle Sirene:

Negli umidi antri cantan le Sirene


capovolgendo i poveri navigli,
così la vita gli uomini accarezza,
li illude e canta come una sirena,
sin quando arriva grave la vecchiaia,
o li assale la morte, e non rimane
tranne una favola nient’altro, e il nulla.

Sembra, a parte la forma, una poesia modernissima, non meno di


quell’altra che sceglie l’umile genere bucolico per avvicinarsi alla rifles-
sione sepolcrale che dirà la speranza l’ultima dea a lasciare chi muore.
L’Ecloga III di Pontano, nella quale due pastori riflettono sulla morte di

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Pontano.indb XXV 16/07/2019 13:05:52


INTRODUZIONE

un magico pastore che pur aveva salvato tante vite, esprime la disillusio-
ne per il risultato di una vita spesa bene; perfino la fama è destinata ad
estinguersi, come è ben noto che aveva voluto dimostrare Petrarca con la
costruzione dei Triumphi e la riflessione sul «tempo», che consuma ogni
cosa, nonostante la fede nell’eternità:

Non rimarranno a lungo, Sincerio, né ombra, né fama,


né ricordi, son poche le cose che sfuggono al rogo,
perché nella caligine oscura una notte le involve; …
e in terra l’osse ignude giaceranno sparse ed ignote:
e dopo, di Meone né l’ossa né il nome saranno –.
Questa è la vita, questo il culmine delle fatiche?38

Qualcosa di questa disillusione circola già nel registro faceto del Caron-
te, ma esso contiene già il nucleo di una riflessione che accompagnerà lo
studioso e poeta dell’astrologia fino al De fortuna, opera sfortunata pro-
prio perché gli uomini non vogliono sentir parlare della necessità della
fortuna e della onnipotenza del caso; preferiscono condannare come il-
lusioni le parvenze e rifugiarsi nel futuro, ossia in un’illusione che non
ha la parvenza di esserlo. Toccando il più spinoso problema della teolo-
gia, e mettendosi qua e là al sicuro con qualche concessione al concetto
di provvidenza divina, la quale avrebbe provveduto a dare all’uomo, per
favorirlo, una condizione di assoluta ignoranza di quel che lo attende,
Pontano attribuisce alla fortuna (che potrebbe pur essere una certezza
dovuta agli astri ministri di Dio) e al caso, in cui la stessa fortuna in
definitiva si risolve se essa è, come è, inconoscibile, perfino la riuscita di
quel che costituisce la sua speranza e che è un’illusione anche quando,
appunto per caso, si realizza.
Il celebratore del giusto mezzo, ossia della capacità etica di crearsi la pro-
pria fortuna, si esprimeva contro la facoltà della ragione, impossibilitata
a formulare un progetto, tanto meno a considerare probabile un’illusio-
ne: «se il caso e la fortuna procedono, come ho detto, del tutto separa-
ti dalla razionalità, nell’incertezza e nella instabilità, come potrebbe la
ragione rendere certo quel che per sua natura è incerto e instabile? E
ciò di cui non c’è certezza, il futuro, in qual modo un mortale potrebbe
conseguirlo? Ciò che non si può né sapere né comprendere prima che
avvenga, come si potrà mai evitare? Dove mai ci sarebbe l’utilità della

XXVI

Pontano.indb XXVI 16/07/2019 13:05:52


LA RINASCITA DEL LATINO

conoscenza del futuro per il genere umano? Molto meno potrà evitarsi
il fato, perché non è meno necessario un evento destinato dal fato, di
quello che, una volta avvenuto, sia avvenuto necessariamente» (Charon,
26). Insomma l’arte per eccellenza elaborata dall’uomo per conoscere
il futuro, l’astrologia, è essa stessa un’illusione. Pontano piega perfino
il pensiero ortodosso, anzi biblico, che nega all’uomo la possibilità di
conoscere il volere di Dio, al concetto tutto pagano della universalità
del fato. Attribuisce all’astrologo la follia dell’illusione, e al fi losofo la
ragione che elimina ogni possibile illusione.
Alla fine di questo percorso, però, nell’ultima pagina del trattato sulla
fortuna che sviscera tutta questa problematica, la posizione di fondo, pur
non diversa, contiene una impennata diversa dell’umanista, che passa
dalla riflessione cinica all’eroismo, secondo la contraddittoria alternanza
di epicureismo sconsolato e di resistenza stoica (non per altro ereditata
dal Leopardi paganeggiante che additerà come risvolto dell’illusione «la
vita umana e il fato»): se non ci sarà concesso di vincere scontrandoci con
la fortuna nel suo territorio e nel suo dominio, questo almeno otterremo,
che non potendo uscire vittoriosi dalla battaglia, non ne usciamo vinti
senza aver combattuto da eroi.
Il trattato pontaniano sulla fortuna portava questa conclusione piutto-
sto sconsolata, come quella di un eroe vinto in un mondo dominato da
una furia indomabile, dove è possibile solo tenersi i beni dell’animo ed
evitare nella sconfitta la vergogna, nonostante l’orazione celebrativa ini-
ziale sulla virtù vittoriosa, la dedica a Consalvo di Cordova, esempio di
virtù e di moderazione nella vittoria, con cui si apre l’opera nella forma
pervenuta alla stampa, è l’ultima pagina sicuramente scritta da Giovanni
Pontano prima di morire, fra il 14 maggio e il 17 settembre del 1503.39
Il senso del trattato, pur con qualche andirivieni, era un altro e nella
sua originaria prefazione evitava in effetti il solito topos della gloria.40
La conclusione interpretava ancora – come si vedrà – liricamente ma
genuinamente, il senso del trattato, che per essere opera di riflessione
e composta in uno stile fra scolastico e ciceroniano, rifuggiva da cadute
patetiche e nascondeva sotto la scelta insolita dell’argomento e l’energia
dimostrativa di una presenza inquietante dell’irrazionale, la denuncia
della vicenda esistenziale, anzi di quella drammatica vicenda di fine se-
colo che solo l’esplodere dell’oratoria encomiastica di marca rinascimen-
tale riusciva a mitigare.

XXVII

Pontano.indb XXVII 16/07/2019 13:05:53


INTRODUZIONE

Come si vede, il principio stesso della inconoscibilità della provviden-


za divina, che è al fondamento della nascita delle illusioni, finisce per
condurre perfino alla loro disapprovazione. È lo stesso «sapere» al di
là del dato storico, sicuro, che è un’illusione. Non è difficile scoprirvi il
sottofondo scettico di ogni crisi del pensiero. Dante, che pur partiva da
una assoluta fiducia nel libero arbitrio da una parte e nella provvidenza
dall’altra, aveva dedicato tre canti paralleli al tema del futuro, trattando
nel XX dell’Inferno dei falsi indovini che illudevano e s’illudevano, nel
XX del Purgatorio della disillusione di Ugo Capeto che vede tralignare
la sua stirpe e nel XX del Paradiso proprio dell’inconoscibilità della pre-
destinazione divina che ammette perfino la deroga al suo stesso ordine,
eludendo l’ordine dell’universo.
Un anno dopo la pubblicazione del trattato pontaniano sulla fortuna la
famosa citazione finale del Principe di Machiavelli, che potrebbe pren-
dersi come la riscrittura di una grande illusione petrarchesca in un con-
testo realistico («vertù contra furore / prenderà l’arme, et fia il combat-
ter corto: / che l’antiquo valore / ne l’italici cor non è anchor morto»),
applica disperatamente alla politica l’interpretazione ottimistica della
virtù stoica. Il fatto riguarda la stessa interpretazione del Principe, se al
di là dell’illusione romantica di leggerlo come prefigurazione dell’Unità
d’Italia, o dell’illusione storiografica di poterlo leggere come progetto al
livello dei tempi, eppur effettivamente fallito, non possa leggersi invece
come una grande illusione, perfino consapevole, al pari della canzone
petrarchesca.
La polemica del politico fiorentino contro coloro che credono all’uni-
versalità della Fortuna, e quindi alla fattibilità di un progetto sostenuto
dall’esperienza della realtà effettuale, sembra voler confutare il trattato del
Pontano appena stampato, ma sembra smentita dalla effettiva considera-
zione, presente nello stesso capitolo, della fortuna in quanto casualità, sia
nell’esempio del Valentino, sia in quello di Giulio II. L’uno infatti dimo-
strerebbe come il caso possa far fallire alla fine un grande progetto, l’altro
la riuscita positiva di un’azione compiuta senza un vero progetto; entrambi
dimostrerebbero cioè che l’immaginazione progettuale sia soggetta al fal-
limento per via della casualità, e sia sempre, in definitiva, un’illusione.41
Un’illusione era finita per essere, nell’opera di Leon Battista Alberti, la
figura dell’uomo creato su basi stoiche come un modello di perfezione e
di felicità raggiunte attraverso la rinuncia agli eccessi e ai piaceri offerti

XXVIII

Pontano.indb XXVIII 16/07/2019 13:05:53


LA RINASCITA DEL LATINO

dalla fortuna. Nell’incipit del De iciarchia, l’invito a non illudersi che la


piena dell’Arno porti ricchezza, quando invece prelude all’inondazione,
illustra la medietas di chi ben governa perché non si illude. Già Petrarca
nel De remediis utriusque fortunae aveva infatti osservato, pensando a chi
raggiunge posizioni di potere, che è più difficile difendersi dalla fortu-
na (ossia da una condizione illusoria perché la fortuna non può essere
duratura) che dalla sfortuna. Così nel Teogenio gli esempi di Genipatro,
che si accontenta di una vita modesta, e quello di Tichipedo che si illude
della stabilità della fortuna, ne gode e rischia il fallimento cadendo nella
peggiore povertà, è la più didascalica delle illustrazioni di quello stoi-
cismo difensivo, privato dell’ottimismo, che piacerà a Leopardi studio-
so di Epitteto. Tuttavia, quando l’Alberti trova lo spazio per descrivere
questo esempio di felicità vera, del sapiente che aderisce alla natura, in-
trinsecamente buona, «disprezzando e rifiutando con risoluzione tutte le
altre cose in quanto transitorie, mortali e fragili», non manca di relegare
anche la sapienza in un angolo estremamente ridotto, elitario e quindi
quasi illusorio del mondo.
In una delle più ampie Intercenali, il Defunctus, la conclusione consiste
addirittura nel banale augurio che le nefandezze umane vengano ripaga-
te nell’Aldilà con altrettanta durezza, ma in effetti l’operetta è dominata
dalla delusione di un uomo che si era illuso nella vita di avere amici
cordiali, una famiglia affettuosa, un governo di gente onesta, e che da
morto scopre l’ipocrisia, l’interesse sfacciato, il tradimento, la corru-
zione di tutti senza esclusione; che è il più vero pensiero dell’Alberti
celebratore della virtù e della natura modello di sapienza, a tal punto
da ritener fortunato chi non abbia subito l’impatto con la vita umana.
Anche i dannati più consapevoli di quella proiezione del mondo che
è l’Averno di Caronte vorrebbero non essere nati. La scienza albertia-
na dell’architettura, la «prospettiva» proposta nel trattato della pittura,
sono in effetti un modello di perfezione raggiunto solo dall’arte quando
si astrae dal contingente reale, spesso identificato col deforme. L’arte e
la virtù, non la natura, ammettono l’ottimismo e la speranza della let-
teratura didattica ispirata al metodo aristotelico, anche se sono esposte
anch’esse al fallimento.

Pontano recuperava in realtà il concetto antico della fortuna come po-


tenza autonoma, privandola della qualità divina, anzi sottraendola alla

XXIX

Pontano.indb XXIX 16/07/2019 13:05:53


INTRODUZIONE

divinità antica e cristiana, e quasi opponendola alla provvidenza come


segno di una natura irrazionale, che agisce nella sfera in cui non arriva la
bontà e la razionalità della creazione. I beni esterni dell’uomo, ma anche
quelli interni, se pensiamo non alla sfera morale, ma a quella psicologica
delle doti naturali e delle disposizioni, sono soggetti alla fortuna, che
agisce come causa (quindi come una forza reale, a dispetto di chi non
vuole riconoscerle alcuna realtà), non finale, perché ciò implicherebbe
razionalità e ordine, ma «efficiente», di cui è incerto e indifferente l’esi-
to, se lo si considera – come lo si deve considerare – indipendentemente
dalle nostre attese e dalla nostra utilità. Non è, infatti, la virtù a guidare
l’esito delle azioni e degli eventi, ma la casualità. L’etimologia del voca-
bolo (fortuna da fero = «portare») è evocata, secondo il consueto meto-
do applicato da Pontano agli altri argomenti dell’etica, per sostenere il
significato originario del concetto: nel concetto di «portare» attribuito
alla forza che trascina, sarebbe implicito il senso della casualità con cui i
beni esterni toccano o non toccano agli uomini.
Nella prefazione originaria del trattato, indirizzata ad Antonio Gueva-
ra, conte di Potenza,42 Pontano rifletteva con spregiudicatezza su questa
realtà dell’esistenza umana, anticipando l’analitica argomentazione dei
tre libri e riducendo la fortuna a casualità. La prefazione rispecchiava,
infatti, i momenti più lucidi e spietati della trattazione, quando rilevava
l’accidentalità dei caratteri fisici (si veda l’esempio della cecità e della vi-
sta potente), e perfino di doti straordinarie come la disposizione artistica
e la santità. In effetti la sostituzione di quella prefazione con l’attuale de-
dica indirizzata a Consalvo di Cordova, cioè il nuovo signore del Regno
per conto dell’Imperatore di Spagna, si potrebbe dire che falsi il senso
dell’opera, perché il motivo encomiastico non può che poggiare sui me-
riti del grande guerriero e politico e sul tema ben diverso della prudenza
vincitrice. Ma si tratta di una caduta retorica del vecchio Pontano desi-
deroso di ingraziarsi l’autorevole personaggio,43 laddove tutto il trattato,
perfino con riprese e ripetizioni caratteristiche della prosa affabulativa
dell’umanista, è proteso a ripristinare il concetto quasi pagano della for-
tuna irrazionale, che finisce con l’essere il contraltare della provvidenza.
L’obiezione subito sollevata dai lettori di formazione religiosa consisteva
appunto nella legittimità o meno di dedicare una trattazione specifica
alla fortuna, dal momento che essa può considerarsi emanazione del
fato o della provvidenza divina a seconda della prospettiva fi losofica o

XXX

Pontano.indb XXX 16/07/2019 13:05:53


LA RINASCITA DEL LATINO

teologica che s’intende far valere. In una breve pausa riflessiva, il capi-
tolo 19 del libro primo, l’intenzione di aderire ad un criterio non speci-
ficamente cristiano, e quindi di parlare da fi losofo e non da teologo, si
manifesta in tutta la sua chiarezza, con un argomento che sembrerebbe
attinto al principio della doppia verità, e che in effetti dipende dal me-
todo del razionalismo scolastico e più semplicemente dall’esigenza di
evitare lo scontro con l’ortodossia. Del resto non bisogna trascurare gli
sforzi fatti dall’autore per ricondurre il discorso a posizioni accettabi-
li nella prospettiva religiosa, sia quando riserva uno spazio al libero
arbitrio nel sistema astrologico che rischia di indurre il determinismo
astrale, sia quando riserva uno spazio alla prudenza e alla moderazione
nella concezione della casualità assoluta degli eventi. Ma anche quando
egli fa pesare, fra l’altro con moderna intelligenza e sfruttando perfino
un accenno tomistico, l’esempio del gioco dei dadi per mostrare il modo
in cui opera la fortuna,44 e di fatto mostra come molte cose avvengano
senza alcuna ragione, a meno che non intervenga l’«arte» (nel caso dei
dadi la frode), la stessa proposta di equiparare gli eventi umani ad un
gioco della fortuna rasenta la trasgressione, perché pone l’interrogativo
di quanto spazio occupi la casualità, e quanto ne conservi l’intervento
di Dio e dell’uomo.
Petrarca nel De remediis aveva negata esplicitamente l’esistenza della for-
tuna, allineandosi con la dottrina dei Padri nel respingere la credenza
popolare nel fato senza potersi esimere dal tener conto dell’ormai diffu-
so concetto;45 ma aveva parlato di «rimedi», non di virtù vittoriosa sulla
fortuna, anzi aveva considerato la buona fortuna come più pericolosa
della cattiva.46 Lo stoicismo di Seneca, che celebrava la costanza del sa-
piente quale antidoto risolutivo della sventura, era superato in Petrarca
da una considerazione essenzialmente cristiana della debolezza umana
e degli ostacoli alla virtù presenti dentro di noi.47 Coluccio Salutati nel
De fato et fortuna, ereditando il concetto stoico della fortuna in quanto
fato, aveva relegato ai margini la fortuna in quanto «caso», fra gli eventi
di nessun conto.48 Alberti non era potuto sfuggire, in qualche parte delle
Intercenali,49 al tema dell’originario condizionamento della fortuna no-
nostante la fiducia nell’industria, mentre nel Theogenius aveva sottovalu-
tato la fortuna nei confronti della virtù del saggio, padrone almeno di se
stesso, se non dei beni esterni, rinunciando ai quali, cioè al loro inganno,
il sapiente riesce vittorioso.50

XXXI

Pontano.indb XXXI 16/07/2019 13:05:53


INTRODUZIONE

Lo scandalo era proprio lì, non in una teoria nuova, ma nel fatto che
l’ampiezza della trattazione, che rifletteva il raggio d’azione attribuito
alla fortuna, il fatto che la si vedesse operare sia in negativo, sia in posi-
tivo nei nostri confronti, ma in effetti con assoluta indifferenza rispetto
alle nostre attese, al nostro impegno, alla nostra capacità e soprattutto
alla ragione morale e alla giustizia, toglieva spazio alla provvidenza, più
di quanto gliene togliesse il fato, la cui certezza era pur sempre assimi-
labile alla volontà divina e la cui incertezza o ingiustizia poteva essere
ricondotta all’imperscrutabilità della provvidenza, sebbene potesse sug-
gerire l’assurda idea della possibile ingiustizia divina. La Fortuna torna-
va ad essere un mito, nel senso di una figura, di una entità reale come
nella cultura pagana.
Il confronto con le Historiae de varietate fortunae di Poggio Bracciolini,
il dialogo che dovette essere un punto di riferimento, sia pur distante,
della riflessione pontaniana su questo medesimo argomento, aiuta ad in-
tendere la trasgressione celata sotto la forma di un ampio compendio
dei topoi tradizionali, qual è per un certo verso il nostro De fortuna.
All’autore delle Facetiae Pontano era ricorso nel costruire il proprio li-
bro di facezie, cioè il trattato De sermone; inoltre, come le Facetiae, il
trattato sulla varietà della fortuna di Poggio era un libro «diverso» nel
panorama umanistico, attento com’era agli esempi storici e ai documen-
ti di costume piuttosto che ai princìpi universali dell’etica. Oltre tutto
la considerazione della fortuna in Poggio s’intrecciava con la riflessione
politica sugli aspetti negativi dell’azione di governo, sugli svantaggi e sui
vizi dei prìncipi.51 Poggio illustrava il favor instabilis della fortuna e la
sua pervicacia in evertendis quae extulit, nel capovolgere quel che essa
stessa aveva innalzato, con l’intento tipicamente storiografico di opporsi
all’oblio dei vari e inattesi casi della fortuna e di evitare che gli uomi-
ni si affidino all’arbitrio dell’infida dea, che dopo averli sollevati come
su un palco, vestendoli in modo sontuoso perché siano bene in vista, li
fa sprofondare rendendoli ridicoli e spregevoli.52 L’exemplum di Poggio,
pur implicando l’arbitraria variabilità e l’imprevisto, non mira tanto alla
ricerca della causa, quanto a sollecitare il comportamento moderato e
accorto dell’uomo, che può farcela se si attrezza bene.53 Il ben noto pen-
siero relativo all’incertezza della fortuna era rivolto al papa Niccolò V,
dedicatario dei libri, il quale poteva esser propenso a trascurare, secon-
do la dottrina cristiana, l’incidenza pagana della fortuna, mentre essi

XXXII

Pontano.indb XXXII 16/07/2019 13:05:53


LA RINASCITA DEL LATINO

lo invitavano a considerare quella sfera dell’azione politica nella quale


domina la fortuna più che la ragione e il consiglio, e ad adoperare la
prudenza e la moderazione.
Di fronte ai pericoli della sorte Poggio accoglieva, insomma, se non il
principio stoico del rifiuto e dell’arroccamento del saggio, quello della
difesa mediante la prudenza, eppure avvertiva il richiamo realistico, che
sarà anche di Pontano, secondo cui è praticamente impossibile sottrarsi
al contatto con i beni esterni e quindi non essere in balia della fortuna,
buona o cattiva che sia. L’accettazione, da parte di Poggio, del principio
morale di Seneca, condiviso proprio perché non procedeva col metodo
della definizione ma con quello etico del consiglio, non giungeva, infatti,
al punto di fargli ammettere che il sapiente possa sottrarsi alla vicenda
della fortuna, che è poi la posizione di Alberti nel Theogenius, poiché
semmai solo la virtù e la ragione sfuggono alle frecce della fortuna, non
l’uomo nella sua integra composizione di anima e di corpo, che non può
non essere condizionato dalle forze che condizionano tutta la sua perso-
na e la sua vita.
È evidente il proposito di Poggio, attribuito oltre tutto al personaggio
che lo rappresenta nel dialogo, di scivolare dal discorso speculativo in
un discorso storiografico, ma anche l’intento di cogliere un particolare
aspetto della fortuna, quello della sua, apparente o meno, iniquitas,
la sua inevitabile «imprevedibilità», ma soprattutto quella di segno
negativo, quella cioè che rispondeva alla tradizionale considerazione
della fortuna come la ruota che capovolge la sorte felice degli uomini.
Preliminarmente, infatti, Poggio aveva escluso che si potesse parlare
propriamente di fortuna nei casi felici attribuibili, in maggiore o mi-
nore misura, alla volontà, alla virtù, dove comunque hanno parte l’at-
tesa e l’aspirazione. Aveva addotto come esempio la fortuna di grandi
uomini d’arme come Alessandro e Cesare, che avevano adoperato la
loro virtù militare in vista della vittoria; che se la vittoria aveva avuto
esiti per così dire insperati, la speranza e l’azione di quei prìncipi aveva
avuto comunque di mira quel genere di esito. Per cui l’esito favorevole
insperato equivarrebbe alla benevolenza del cielo, nulla di irrazionale.
Perfi no il famoso esempio di chi trova casualmente, e insperatamente
qualcosa che gli fa piacere, esempio introdotto da Aristotele per defini-
re l’accidente, e da Tommaso per dimostrare che in quella fortuna non
vi ha parte alcuna la virtù, era stato valutato da Poggio da un punto di

XXXIII

Pontano.indb XXXIII 16/07/2019 13:05:53


INTRODUZIONE

vista diverso da quello che sarà proprio di Pontano, che pur ricorre ad
esempi analoghi.54
Poggio, insomma, non rinuncia a distinguere la fortuna che favorisce le
azioni dell’uomo da quella che le ostacola e le stravolge, attribuendo l’u-
na ad una forza non definibile, incerta, ma comunque identificabile con
una sorta di provvidenza amica («si ritiene che vi sia una forza maggiore
e più ordinata, una forza divina che fa muovere e scorrere le cose umane
a suo piacimento, senza garantire nulla di stabile, nulla di sicuro»),55 tro-
vandola accennata in Cicerone, l’altra ad una inspiegabile forza malefica
dalla quale bisogna, finché è possibile, difendersi, ma che va comunque
conosciuta attraverso la storia, la quale ci dimostra la varietà e la variabi-
lità degli eventi quasi in una galleria di meraviglie.
È questo il punto che allontanerà Pontano, pur letterariamente propenso
come Poggio a soffermarsi sulla varietà degli accidenti e sullo stupore
che essi possono infondere, dal dialogo umanistico che lo aveva prece-
duto nel mettere in primo piano la fortuna. Pontano riconduce il discor-
so su un binario speculativo più appropriato, eliminando la distinzione
fra fortuna favorevole e sfavorevole e insistendo semmai sulla meraviglia
di quell’inspiegabile successo, che dimostra l’irrazionalità, più che la va-
rietà e la curiosità, di questo impulso della natura che agisce indipenden-
temente dai propositi umani. Se l’esito è positivo al di là delle attese della
ragione e della virtù, non per questo ragione e virtù ne hanno qualche
merito, data l’incertezza e l’irrazionalità con cui procede la distribuzione
dei beni esterni non soggetti nemmeno all’originario ordine della na-
tura, cioè della causalità astrologica, o alla provvidenza. Così Pontano
insiste, scontrandosi con un’autorevole opinione, nel definire la fortuna,
qualunque essa sia, come «causa», mera causa efficiente ed «eventizia»56
che si sottrae alla concatenazione remota delle cause; ed usa un termine
scolastico, non attestato nell’antichità e raro anche nei testi medievali
di filosofia, atto ad indicare il fortuitum, il casuale, quello che Cicerone
definiva discutendo della divinazione.57
Nel libro sul fato il discorso ciceroniano si concentra sulla differenza fra
ciò che è prevedibile e ciò che non lo è, includendo in questa seconda
categoria anche la scelta dovuta al libero arbitrio e fornendo fra l’altro
ragioni utili anche per l’ulteriore sviluppo in senso cristiano del princi-
pio fondante della morale; ma in effetti amplia il dominio della casualità,
respingendo il determinismo attribuito agli stoici,58 a Democrito, a Era-

XXXIV

Pontano.indb XXXIV 16/07/2019 13:05:53


LA RINASCITA DEL LATINO

clito, a Empedocle ed erroneamente anche ad Aristotele.59 Pontano svi-


luppa questo tendenziale ampliamento del dominio del caso confrontan-
dolo con l’azione umana, giacché, fra l’altro, solo in relazione alle attese,
ai desideri, ai propositi e alle previsioni degli uomini si può dire che le
cause siano incerte negli esiti e gli eventi siano irrazionali. Suo principale
obiettivo è quello di considerare l’uomo in rapporto con i beni esterni,
cioè il suo successo o meno,60 che è quanto dire il capriccio della fortuna,
la quale in realtà compie il suo proprio lavoro e non va giudicata in base
alla positività o negatività dei suoi esiti rispetto alle attese, giuste o non
giuste, dell’uomo. Così il caso, da essere confinato (si pensi al Salutati)
in un angolo come residuo irrazionale della vicenda umana, viene ad
occupare tutto il posto che tradizionalmente si attribuisce alla fortuna.
Né dalla fortuna si distinguerebbe la natura, a meno che non si pensasse
a quella natura ordinata che procede secondo le cause certe del sistema
astrologico. La natura, come ogni bene esterno, si comporta infatti nei
confronti dell’uomo con la stessa irrazionalità della fortuna, fornendogli
favori e disfavori indipendentemente dalla razionalità o meno di com’e-
gli agisce, perché l’esito è assolutamente estraneo alla volontà e ai modi
dell’azione umana. Ciò non contrasta, per Pontano, con la fede nella
certezza degli influssi celesti, perché questi sono stabili, ma anche mol-
teplici e complessi, e possono offrire solo un quadro generico delle si-
tuazioni, sia che si guardi alle propensioni del soggetto, sia che si guardi
agli esiti possibili.61
L’astrologia come scienza degli influssi celesti, e quindi provvista di una
qualche certezza, era assolutamente fuori dalla prospettiva di Poggio, il
quale parlava di fortuna in senso classico e generico, dubitando perfino
che se ne potesse dare una definizione. E tuttavia la posizione di Poggio,
prendendo anch’essa le distanze dallo stoicismo e non essendo propria-
mente interessata al problema morale del libero arbitrio, ma al suo esito
esterno e all’analisi dell’esistente, era già sulla strada che in certo qual
senso imbocca Pontano quando, a parte qualche concessione alle ragioni
etiche e religiose del libero arbitrio, si occupa della volontà dell’uomo in
quanto protesa alla conquista di beni esterni62 in un contesto estraneo e
spesso ostile alla sua ragione, a tal punto che talora converrebbe piutto-
sto non ascoltare il consiglio di quest’ultima.
Sconcertante osservazione che Pontano poteva far risalire perfino al
De bona fortuna esposto da Tommaso,63 dove tuttavia era in definitiva

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Pontano.indb XXXV 16/07/2019 13:05:53


INTRODUZIONE

coinvolta la provvidenza divina nella inspiegabilità di certo successo o


insuccesso. Né è utile cercar di stabilire in quale direzione del secolo
incipiente la riflessione pontaniana possa collocarsi (la considerazione
del fato astrologico troverà un riscontro nella filosofia del Pomponazzi,
nella diffusa pratica divinatoria del secolo XVI e perfino in certi per-
corsi del protestantesimo, mentre la considerazione del fortuito troverà
spazio nel naturalismo empirico e nelle pratiche magiche), ma certo essa
si collocava sulla linea dell’unico libro che nel secolo dell’Umanesimo
aveva preso come argomento specifico un concetto di cui un cristiano,
secondo l’ortodossia, non avrebbe dovuto più tener conto.64

4. L’usata compagnia: arte e virtù della facezia


La trattazione pontaniana del sermo, ossia la lingua della conversazione,
che include gli exempla in un discorso teorico, articolato in più libri, affi-
ne ai libri di etica percorsi dall’esemplificazione storica, supera l’aneddo-
tica antica, medievale e umanistica culminata nel liber confabulationum
di Poggio Bracciolini, ampiamente diffuso sotto il nome di Facetie. Que-
sta struttura dell’opera e il modo in cui vi era selezionata l’esperienza
antica e attuale della facezia in un discorso sul comportamento umano e
socievole, espressione e insieme strumento di distensione dalle cure della
vita, illumina il senso dei dialoghi del Pontano (e si direbbe perfino della
sua poesia epigrammatica che potremmo intitolare all’amicizia affabile e
civile, sia quella triste dei Tumuli, sia quella gioiosa dei Bagni di Baia), e
contribuisce alla formazione di un vero genere letterario quale i trattati
della conversazione e del comportamento del Rinascimento avanzato.
Non è quindi possibile tener separato il De sermone dal genere dei dia-
loghi, nonostante la diversa impostazione stilistica che differenzia l’o-
stentata metodicità didattica della prosa fi losofica e la disinvoltura della
prosa dialogica che insiste sulla variabilità del discorso volutamente
asistematico e affidato invece ad un’apparente casualità e perfino alla
libertà e inventiva linguistica. Il progetto di Pontano è fondamental-
mente unitario, anche se i dialoghi perseguono un modo gaio e piace-
vole di far scienza, specialmente nel Charon, nell’Antonius, nell’Asinus,
e in parte dell’Actius, e i trattati ricorrono, soprattutto nelle parti teo-
riche iniziali, alla tecnica raffinata e perfi no cavillosa delle distinzioni
e delle definizioni. Un vincolo profondo collega il problema etico della
socialità, quello artistico dell’espressione e dello stile, quello scientifico

XXXVI

Pontano.indb XXXVI 16/07/2019 13:05:53


LA RINASCITA DEL LATINO

del metodo e della classificazione dei generi. S’intende che il trattato


sull’arte della conversazione, costruito col medesimo metodo aristoteli-
co, ma rivolto quasi a completare la poetica sul versante della narrativa
di livello comico, ossia medio, in cui figurano i generi del racconto bre-
ve e della novella propriamente detta, non potesse sfuggire a figurare
anche come una serie di esempi narrativi, quasi un repertorio simile a
quello che aveva lasciato Poggio, anche lui col fine di alimentare l’arte
della conversazione.
Discutendo propriamente dell’uso consapevole, artistico, della parola,
Pontano fa emergere attraverso la discussione etimologica intorno alla
terminologia che riguarda la forma narrativa breve una serie di osser-
vazioni che pongono la facezia, quella che appare oggi come una spe-
cie minore del genere narrativo, al centro della trattazione complessiva
dell’arte del narrare. Facetia sarebbe vocabolo affine a facundia e l’arte di
usare facezie si fonda su quella virtù che con vocabolo nuovo si direbbe
facetudo, e consisterebbe nella disposizione a usare la parola evitando la
rozzezza agreste o il silenzio dei bruti e la satira pungente o la loquacità
noiosa, con una sorta di umorismo innocuo e piacevole, acuto talora ma
senza punta velenosa, con quel distacco proprio dell’arte che ha come
fine il piacere di se stessa. L’arte del narrare è inclusa dunque nella tratta-
zione della virtù, di una virtù particolare che concerne l’uso della parola
e che in quanto virtù, ossia in quanto principio di comportamento socia-
le e in largo senso politico, risponde agli stessi requisiti delle tante virtù
che pratichiamo, e che vanno definite sulla base delle materie su cui si
esercitano (la liberalità si esercita nell’uso dei beni materiali, la fortezza
nell’affrontare il pericolo, la facezia nell’uso della parola), delle diverse
categorie di persone che esercitano la stessa virtù, delle varie circostanze
in cui essa viene applicata.
Ma il particolare interesse del trattato pontaniano sulla conversazione
sta proprio nel fatto di essere il primo tentativo di concepire lo scherzo
verbale, finanche quello più breve e immediato ed apparentemente più
estraneo al sistema delle arti e al controllo dell’etica, come una parte
integrante della vita culturale, mediante l’analisi retorica e le distinzioni
tipiche della dottrina morale. Cicerone nel libro secondo del De oratore
aveva fatto dello scherzo una parte necessaria dell’orazione in quanto di-
retta a persuadere, oppure a denigrare l’avversario o ad attirare la simpa-
tia del giudice, in definitiva a rallentare la tensione del discorso oppure

XXXVII

Pontano.indb XXXVII 16/07/2019 13:05:53


INTRODUZIONE

ad introdurvi argomentazioni paradossali utili al raggiungimento dello


scopo pratico della persuasione. La trattazione che ne farà Baldassarre
Castiglione nel Cortegiano risente prima di tutto di questa funzione, data
la stretta relazione fra l’oratore e il cortigiano, ambedue impegnati in pri-
mo luogo in un compito suasivo nei confronti del giudice e del pubblico
in un caso, nei confronti del principe e della corte nell’altro. L’operazio-
ne del Pontano rappresenta un momento essenziale in questo recupero
dell’antico, perché fa un salto rispetto alla raccolta di esempi che nel Me-
dioevo fungeva solitamente da centone, da repertorio, o da catalogo, in
cui lo scherzo verbale figura insieme ad altre forme di narrazione breve
ad uso dei predicatori; si distingue da raccolte specifiche di facezie come
quella di Poggio che nel Quattrocento umanistico costituisce ancora un
repertorio sia pure ad uso del conversatore laico in ambiente spregiudi-
cato; e diventa successivamente un corredo cui attingere per le nuove
raccolte di storielle che o riprendono la tradizione classica di Valerio
Massimo o fraintendono la complessa impostazione del De sermone che
voleva essere cosa diversa da un repertorio: voleva dare cioè un esempio
in atto di come anche lo scherzo verbale costituisca un uso consapevole
della parola e vada impiegato con ponderatezza, e quindi analizzato con
i presupposti dell’arte e della norma morale.
Per far rientrare la facezia nei ranghi dell’arte, ossia delle operazioni di
quell’animale sociale che è l’uomo, bisognava dunque dimostrarne la
struttura retorica, bisognava dimostrare la sua equidistanza dagli estre-
mi del vizio, definire la fascia media entro la quale può collocarsi con le
sue molteplici varietà tipologiche. Il primo punto (ossia la considerazione
della facezia come arte, al pari dell’oratoria) richiedeva la considerazione
della topica, il sistema dei luoghi comuni, delle sedi – per così dire – dei
campi semantici e delle categorie – per dirla più fi losoficamente – da cui i
motti scherzosi si estraggono. È quello che fa l’arte; l’arte – dice espressa-
mente Pontano – non ha poca importanza negli scherzi, così correggen-
do l’opinione secondo la quale il motto sarebbe solo opera di natura, di
istinto, non tanto breve quanto immediato. Poiché l’immediatezza è una
qualità retorica anch’essa, in funzione dell’efficacia, non semplicemente
un derivato della natura, della disposizione scherzosa del motteggiatore:
l’eterno problema se prevalga la natura o l’arte nell’operazione dell’uomo
non può che risolversi nel metodo accademico ciceroniano dell’accor-
do fra due tesi contrarie. Pontano aveva due precedenti cui farà spesso

XXXVIII

Pontano.indb XXXVIII 16/07/2019 13:05:53


LA RINASCITA DEL LATINO

riferimento, quali il secondo libro del De oratore di Cicerone e il terzo


capitolo del sesto libro delle Istituzioni di Quintiliano. Sullo scambio
di battute spiritose s’intrattiene Macrobio nel libro VII dei Saturnales,
utilizzando Cicerone, dopo averlo utilizzato dichiaratamente, assieme ad
altri autori, nel libro II dedicato proprio all’uso dei motti nella conversa-
zione. Questi precedenti riguardavano il «riso», laddove Pontano inclu-
de questa trattazione nel quadro più ampio dell’uso civile della parola,
facendone una questione di ordine morale, oltre che artistico.
Ma per trovare il precedente più profondo, e quasi nascosto, dell’ope-
razione pontaniana bisogna ricordare i Rerum memorandarum libri di
Francesco Petrarca, che già sono un tentativo (giacché l’opera non fu
conclusa pur facendo della facezia proprio la sua parte più nuova) di
organizzare la materia in modo scientifico, sia pur lontano dai modi ari-
stotelici. Essa è l’opera per antonomasia più erudita di Petrarca, perché
erede delle raccolte medievali di exempla e dei repertori aneddotici, pur
accresciuta dalla selezione storiografica, ed è anche quella che mostra
più evidente la ricerca di una struttura organica che superi il frammen-
tarismo naturale da cui nasce questo genere di scritture. Sappiamo che
perfino le opere in volgare hanno in Petrarca una genesi frammentaria
prima di assumere la forma unitaria, definitiva o meno che sia.
Se, infatti, i Trionfi, che non nascondono l’intenzione originaria di di-
sporre una tematica di origine lirica in un percorso aneddotico e narra-
tivo, perfezionano la loro forma unitaria e il loro senso complessivo nel
corso della composizione, gli stessi Rerum vulgarium fragmenta, a pre-
scindere dal giudizio critico sulla loro ispirazione unitaria, variamen-
te riconosciuta sul piano estetico, assumono progressivamente la loro
forma attuale. I Rerum memorandarum libri, a prescindere dai tempi
di composizione, dalla dinamica dell’accumulazione erudita dei brani
che ne giustificano il titolo, rivelano, in realtà come le liriche del Can-
zoniere, sia nella dichiarazione iniziale, sia in momenti programmatici
successivi della raccolta, l’intenzione di una «struttura» che ne fa l’ini-
zio di un genere, o meglio una fase decisiva del genere aneddotico, di
cui è appena il caso di rammentare i precedenti classici.
La brevità con cui è steso inizialmente da Petrarca il progetto temati-
co, sia pur ampliato successivamente, fa pensare ad un pretesto, come
in Valerio Massimo, per raccogliere memorie disparate disponendole in
un articolato catalogo. In Petrarca l’origine storica delle testimonianze,

XXXIX

Pontano.indb XXXIX 16/07/2019 13:05:53


INTRODUZIONE

romane, greche, moderne, costituisce il criterio della raccolta, la sua no-


vità più evidente, di carattere ovviamente esterno. Anzi, proprio la ben
nota derivazione del proemio dell’opera complessiva dal libro ciceronia-
no che richiamava inizialmente una circostanza autobiografica per poi
delineare le virtù dell’oratore sembra ridurre l’impegno costruttivo di
Petrarca all’imitazione di un modello perfino scontato.65
L’inizio del trattato petrarchesco, infatti, pare la continuazione e in-
sieme la correzione del luogo ciceroniano dal quale prende le mosse.
Inoltre il simultaneo ricordo dell’incipit del terzo libro del De officiis,
un’opera dedicata all’esame delle virtù come il presente trattato che è
in sostanza uno speculum virtutis, aiuta Petrarca ad attribuire all’ozio
e alla solitudine un valore assoluto e positivo, come quell’unica condi-
zione in cui nel passato egli abbia veramente vissuto.66 Il paradosso di
Scipione («non ho mai vissuto meno solo di quando ero solo, e meno
ozioso di quando ero ozioso», Off., 3, 1), che tanta importanza assume-
rà nel Petrarca del De vita solitaria e del De otio religioso, viene letto
insomma quasi come una correzione semantica: l’ozio, come sarà nel
Pontano, è una virtù se inteso in una prospettiva spirituale, non un vizio
da redimere o un vuoto da riempire convenientemente; non un valore
funzionale ad altri valori, ma valore in sé, corrispondente alla «vera»
vita, da opporre sia al disvalore del vizio e allo spazio dedicato al gioco
e al divertimento, sia al negotium stesso, come si ripete negli stessi Re-
rum memorandarum libri («nemo tam demens est qui otii dulcedinem
negotiorum curis […] non praeferendam censeat», IV, 1, 2). Lo sforzo
petrarchesco di costringere l’affollarsi delle memorie in luoghi distinti e
correlati andrà letto anch’esso come un modo di recuperare e innovare,
mediante la struttura, antichi modelli, e quasi di prevedere la trattatisti-
ca dell’Umanesimo maturo.
Lo studio della presenza in Petrarca della tradizione classica e medievale
della mnemotecnica ha messo però in luce più l’atteggiamento petrar-
chesco di fronte agli exempla antichi e la sua «conoscenza» dei mecca-
nismi della memoria, che il metodo effettivo che egli ha prediletto nella
riorganizzazione dei ricordi.67 Risulta bene, però, da questa indagine che
il problema di Petrarca fosse quello di evitare l’accumulo indiscriminato
e di promuovere l’ozio della meditazione, motivo agostiniano, come con-
dizione necessaria in cui poter selezionare e ordinare: l’ozio sereno della
lettura facilita l’imprimersi dei ricordi nella mente; lo aveva già detto

XL

Pontano.indb XL 16/07/2019 13:05:53


LA RINASCITA DEL LATINO

Aristotele, che giudicava la passione e la commozione ostacoli all’inci-


dersi delle memorie nella mente.
La pur discreta correzione e integrazione dei topoi incipitari ciceroniani
da parte del Petrarca prelude ad altre oscillazioni nel costruire il sistema
delle virtù. Sono, esse, la spia dello sforzo petrarchesco da cui pur nasce
qualche disuguaglianza e oscurità, e del tacito intento di dare al trattato,
mediante la cornice dei proemi, un aspetto diverso dall’opera famosa di
Valerio Massimo. In quest’ultima la serie dei libri è limitatamente moti-
vata e talora casuale. Proprio dal coacervo del libro ottavo di Valerio il
Petrarca coglie tre argomenti disposti di seguito, che possono conside-
rarsi il nucleo originario del nuovo e particolare ordinamento dei libri
Rerum memorandarum (De studio et industria, De otio, Vis eloquentiae);
il valeriano otium, ristoro dalle fatiche e svago distinto dall’impegno at-
tivo, si collega ora in un’endiadi con la «solitudine».
«Ozio e solitudine», luogo ideale di «studio e dottrina», figurano quindi
nel primo libro come premessa di una nuova etica, in cui assume un po-
sto preminente quella stessa «prudenza» che Cicerone nel De inventione
divide in memoria intelligentia providentia (2, 52, 160) assegnando loro le
tre partizioni del tempo: passato, presente e futuro. Ma, appena accennata
nel breve proemio relativo alla memoria, la medesima divisione adombra
un’articolazione più complessa nel secondo dei Rerum memorandarum,
quando si arriva a trattare dell’Intelligenza. Il disegno dell’opera, il siste-
ma delle virtù, si carica di senso attraverso gli abbinamenti che caratte-
rizzano i titoli e il rapporto o contrasto delle distinzioni binarie (il nostro
Pontano potrebbe avervi già trovato materiale per la trattazione dei sogni
e delle previsioni astrologiche che emergono nei suoi dialoghi). Ma gli
ingeniosi a loro volta erano stati distinti dal Petrarca in ingeniosi et elo-
quentes, ossia quelli che esercitano l’ingegno nel bel parlare, e faceti, che
lo esercitano nel conciliarsi il favore degli ascoltatori con lo scherzo ver-
bale; così i sagaces cauti solertes erano stati distinti in callidi e sapientes.68
L’aggiunta della sapientia alla categoria dei sagaces cauti solertes accusa
uno sforzo costruttivo nel senso che si è detto. Petrarca precisa che si
tratta non della classica e sublime sapienza («licet non ignorem sapientie
nomen quiddam maius ac sublimius importare», R. M. II, 15, 5), ma della
sapienza comune, affine alla solertia, per non farne mancare il nome e
perché non c’era modo più opportuno per inserirla («pretereunda huius
mentio non fuerat nec alibi oportunius poteram»). L’inserimento della

XLI

Pontano.indb XLI 16/07/2019 13:05:53


INTRODUZIONE

«sapienza» nella seconda sezione dell’intelligenza, e della divinatio come


seconda sezione della providentia è dunque una consapevole, quasi espres-
sa, integrazione dello schema ciceroniano per seguire un criterio binario
così affine alle coppie e alle antitesi della lirica dello stesso Petrarca.
I casi più macroscopici sono la distinzione dell’Intelligentia in «eloquen-
za», il bel parlare, e «facezia», che diventa la parte più nuova e centrale
del trattato, assolvendo al compito di addolcire le affaticate orecchie, di
sollevare l’animo addolorato e di conciliare il favore, mediante le bre-
vi risposte di cui consta tutta l’esemplificazione relativa alla facezia nei
Rerum memorandarum libri, ma soprattutto la distinzione tra faceti e
mordaces, ossia tra la iocunditas e la provocatio, lo scomma di cui parla
Macrobio con una sorta di appendice che consiste nelle argute trovate
dei poveracci per riuscire a difendersi. Se vogliamo fare un confronto
con Boccaccio, che ovviamente fu il primo a tener presente questa arti-
colata tematica, forse contemporaneamente all’impresa petrarchesca, sia
pure con un diverso criterio nell’organizzare quel libro di memorie che
è anche il Decameron, per divenirne in seguito un vero modello, ricor-
deremo come la sesta giornata, anch’essa al centro di tutta l’opera come
lo è il petrarchesco De facetiis et salibus illustrium, prevedeva le risposte
improvvise, mordaci e difensive, sebbene tradendo la brevitas con l’am-
plificazione della cornice narrativa.
L’inserimento del capitolo De facetiis et salibus illustrium nella trama di
un trattato sulle virtù, quali sono i Rerum memorandarum libri, come svi-
luppo del discorso sull’arte del dire va considerata nella storia del genere
non tanto per quelle minime convergenze che si possono ritrovare negli
exempla inseriti, quanto piuttosto per l’intenzione di far assumere ad un
argomento lieve la dignità delle cose gravi nella più ampia categoria reto-
rica del sermo. Facetiae e sales riguardano il sermo (sermonibus nostris) e
ne sono il condimentum come gli apothemata, cioè gli απoφθεγματα di
cui parla Cicerone nel De officiis, in un contesto differente, per illustra-
re il principio del giusto mezzo, mostrando come anche nel iocus vada
osservata la ragione, che non permette né di abbandonarsi alle pertur-
bazioni dell’animo, né di rinfrancarsi col gioco, senza tener conto che
noi siamo nati per le cose serie, non per il gioco, che non dev’essere
«profusum nec immodestum, sed ingenuum et facetum» (Off. 1, 29, 103).
Per di più nel De officiis il iocus non è necessariamente connesso con la
parola, mentre Petrarca si rivolge all’argomento ben noto del De oratore,

XLII

Pontano.indb XLII 16/07/2019 13:05:53


LA RINASCITA DEL LATINO

cui si rivolgeranno poi i trattati della facezia, ma sottraendolo alla fun-


zione forense e correggendo espressamente il tiro: «nos autem hoc loco
de vita communi e de quotidianis hominum sermunculis exempla decer-
pimus». La facezia è funzione della parola come l’eloquenza. Il De ser-
mone pontaniano evocherà proprio il riferimento petrarchesco al sermo
communis, come già nel repertorio di Poggio, suggerendo al Castiglione
la trattazione della facezia come necessaria funzione del discorso comu-
ne, non forense, sia pure con un recupero classicistico del De oratore, di
cui poi il Cortegiano sarà il più legittimo erede. E frattanto la sensibilità
petrarchesca per le forme della facezia, e della loro articolazione, più
che per la materia del riso e l’argomento dell’aneddoto, ne approfondiva
l’allontanamento dal catalogo di Valerio Massimo.
Pontano, che pur assume da Cicerone anzitutto il tema del giusto mezzo,
arricchendolo della riflessione etimologica sul termine di facezia e della
classificazione tipologica del riso, echeggia chiaramente Petrarca nel di-
stinguere la sua trattazione del sermo da quella del De oratore:

Sed nos hac in parte de ea, quae oratoria sive vis facultasque sive ars dicitur,
nihil omnino loquimur, verum de oratione tantum ipsa communi, quaque homi-
nes adeundis amicis, communicandis negociis in quotidianis praecipue utuntur
sermonibus, in conventibus, consessionibus, congressionibus familiaribusque ac
civilibus consuetudinibus (De sermone, I III 1).

È un ampliamento della precisazione petrarchesca, da parte di chi de-


finiva il sermo appunto come il luogo deputato alla facezia, dopo aver
dedicato quarant’anni a classificare le virtù, illustrandole con memorie
antiche e moderne, che era stato poi il progetto completo dei non finiti
Rerum memorandarum.
Quel lavoro di Pontano, ovviamente irrobustito nella parte teorica me-
diante il modello aristotelico, veniva portato a termine proprio con que-
sta parte dell’etica dedicata all’uso faceto della parola, che in Petrarca
aveva assunto tanto rilievo, da sollevare la pars eloquentie lenior al livello
delle più dignitose virtù. Anche la distinzione fra le tipologie dei motti,
le brevi risposte, i motti mordaci, le battute liberatorie, possono aver
contribuito al concepimento dell’opera umanistica che fonda la tratta-
zione moderna della facezia, ma continua sul tracciato petrarchesco del-
la cornice etica e delle distinzioni.

XLIII

Pontano.indb XLIII 16/07/2019 13:05:54


INTRODUZIONE

Dalla considerazione della leggerezza del genere letterario aveva preso


le mosse Poggio, prevedendo l’obiezione dei dotti, che si attendono cose
gravi, in quella prefazione alle facezie che non equivale ad una impalca-
tura ma, sviluppando il tema allora più attuale della gara con il volgare
nell’esemplificazione del comico attraverso un livello sostenibile dal la-
tino risorto, richiama per contrasto le prime parole della sezione petrar-
chesca dedicata ai motti di spirito. La provocazione poggiana sembra ov-
viamente capovolgere proprio il principio dell’urbanitas e della lepidezza
tenuta entro i limiti dell’onesto, con cui Petrarca rilanciava la facezia
nella cornice di un libro de virtutibus; e tuttavia la raccolta di Poggio, con
le sue fasi di ampliamento mediante inserzioni mirate a creare e stabiliz-
zare un organismo paragonabile, ma non identificabile con un centone,
fa collocare il liber facetiarum non tanto nella serie delle raccolte medie-
vali di cui certamente è un revival capovolto, ma nella serie umanistica
iniziata da Petrarca che si distingue per la ricerca di un contesto teorico.
Il contesto del libro di Poggio è la celebrazione della conversazione, del-
le confabulationes dove le facezie trovano una ragione di essere: la lettura
continuata delle facezie è una lettura che tradisce lo spirito dell’opera, il
quale in realtà sostituisce, come ben si può prevedere, il manuale ad uso
dei predicatori, ma vuol essere in certo qual modo articolata in sezioni.
Proprio la socievolezza, la civiltà, che risale ad un’antica istanza dell’e-
tica aristotelica riscoperta, anche se non sempre praticata, nel costume
umanistico, suggerisce a Pontano di distinguere due modi di adoperare
la facezia pungente. La distinzione attinge alla classificazione sociale tra-
mandata dall’antichità, ma il cui principio di fondo, legato ad un determi-
nato assetto istituzionale, era stato abbondantemente superato da ripetu-
te prese di posizione ideologiche sulla uguaglianza antropologica e sulla
differenziazione dei livelli umani in base ai comportamenti morali. In
effetti la simbologia della distinzione fra la condizione dell’uomo libero e
la condizione del servo rimane a fondamento della concezione dell’arte.
Laudabile et honestum, liberale prorsus ac concinnum, familiariter ac
iucunde sono le formule di giudizio adoperate da Pontano per carat-
terizzare l’espressione dell’uomo faceto e il suo modo di comportarsi.
Si potrebbe dire che Pontano, in un contesto prettamente umanistico,
abbia tenuto presente, nel definire le tipologie della facezia escludendo
la violenza del «morso», il sermone oraziano e la satira di Giovenale, e
si potrebbe aggiungere che il titolo stesso del trattato sulla facezia ri-

XLIV

Pontano.indb XLIV 16/07/2019 13:05:54


LA RINASCITA DEL LATINO

chiama la denominazione più corretta delle «satire» di Orazio: sermones


vogliono dire appunto «conversazioni spiritose», rivolte a punzecchiare
ma non a mordere, a far sorridere non a muovere il riso con lo scherno,
a scoprire i difetti senza una vera pretesa di correggerli, e soprattutto a
farlo con arte. Di qui l’ulteriore differenza fra il motteggiare «urbano»
e il motteggiare «rustico», che si accosta a quello servile, e la ricerca di
un livello di facezia che colleghi in un ideale di urbanitas, ma anche di
humanitas, l’arte e la morale, ma in modo che quest’ultima sia interna alla
facezia stessa, che diventa manifestazione ed esempio di insegnamento
etico, anzi di riflessione etica, come le operette leopardiane distinte dalla
riflessione antropologica.
Il trattato pontaniano sulla conversazione sviluppa in maniera autonoma
e con un’ampia articolazione (si è visto come Petrarca lo facesse all’inter-
no di un sistema riguardante la memoria, e limitando la raccolta ad un
genere specifico di aneddotica faceta) il tentativo di concepire lo scherzo
verbale, finanche quello più breve e immediato ed apparentemente più
estraneo al sistema delle arti e al controllo dell’etica, come una parte del-
la scienza dell’uomo, mediante l’analisi retorica e le distinzioni tipiche
della dottrina morale. Cicerone nel libro secondo del De oratore aveva
fatto dello scherzo una parte necessaria dell’orazione in quanto diretta
a persuadere, oppure a denigrare l’avversario o ad attirare la simpatia
del giudice, in definitiva a rallentare la tensione del discorso oppure
ad introdurvi argomentazioni paradossali utili al raggiungimento dello
scopo pratico della persuasione. La trattazione che ne farà Baldassar-
re Castiglione nel Cortegiano risente prima di tutto di questa funzione,
data la stretta relazione fra l’oratore e il cortigiano, ambedue impegnati
in primo luogo in un compito suasivo nei confronti del giudice e del
pubblico in un caso, nei confronti del principe e della corte nell’altro.
L’operazione di Pontano rappresenta un momento essenziale in questo
recupero dell’antico, perché fa un salto rispetto alla raccolta di esem-
pi che nel Medioevo fungeva solitamente da centone, da repertorio, o
da catalogo, in cui lo scherzo verbale figura insieme ad altre forme di
narrazione breve ad uso dei predicatori; si distingue da raccolte specifi-
che di facezie come quella di Poggio che nel Quattrocento umanistico
costituisce ancora un repertorio sia pure ad uso del conversatore laico
in ambiente spregiudicato; e diventa successivamente un corredo cui at-
tingere per le nuove raccolte di storielle che o riprendono la tradizione

XLV

Pontano.indb XLV 16/07/2019 13:05:54


INTRODUZIONE

classica di Valerio Massimo o fraintendono la complessa impostazione


del De sermone che voleva essere cosa diversa da un repertorio: voleva
ribadire, dando un’ampia e articolata esemplificazione, come anche lo
scherzo verbale costituisca un uso consapevole della parola e vada im-
piegato con ponderatezza, e quindi analizzato con i presupposti dell’arte
e della norma morale.
Per far rientrare la facezia nei ranghi dell’arte, ossia delle operazioni di
quell’animale sociale che è l’uomo, bisognava dunque dimostrarne la
struttura retorica, bisognava dimostrare la sua equidistanza dagli estre-
mi del vizio, definire la fascia media entro la quale può collocarsi con le
sue molteplici varietà tipologiche. Il primo punto (ossia la considerazione
della facezia come arte, al pari dell’oratoria) richiedeva la considerazione
della topica, il sistema dei luoghi comuni, delle sedi – per così dire – dei
campi semantici e delle categorie – per dirla più fi losoficamente – da cui i
motti scherzosi si estraggono. È quello che fa l’arte; l’arte – dice espressa-
mente Pontano – non ha poca importanza negli scherzi, così correggen-
do l’opinione secondo la quale il motto sarebbe solo opera di natura, di
istinto, non tanto breve quanto immediato. Poiché l’immediatezza è una
qualità retorica anch’essa, in funzione dell’efficacia, non semplicemente
un derivato della natura, della disposizione scherzosa del motteggiatore:
l’eterno problema se prevalga la natura o l’arte nell’operazione dell’uomo
non può che risolversi nel metodo accademico ciceroniano dell’accordo
fra due tesi contrarie. I due precedenti, cui farà spesso riferimento, quali
il secondo libro del De oratore di Cicerone e il terzo capitolo del sesto
libro delle Istituzioni di Quintiliano riguardavano specificamente l’arte
del far ridere, laddove Pontano include questa trattazione nel quadro
più ampio dell’uso civile della parola, facendone una questione di ordine
morale, oltre che retorico.
Proprio la socievolezza, la civiltà, che risale ad un’antica istanza dell’e-
tica aristotelica riscoperta, anche se non sempre praticata, nel costume
umanistico, suggerisce a Pontano di distinguere due modi di adopera-
re la facezia pungente. La distinzione attinge alla classificazione sociale
tramandata dall’antichità, ma il cui principio di fondo, legato ad un de-
terminato assetto istituzionale, era stato abbondantemente superato da
ripetute prese di posizione ideologiche sulla uguaglianza antropologica e
sulla differenziazione dei livelli umani in base ai comportamenti morali.
In effetti è la simbologia della distinzione fra la condizione dell’uomo

XLVI

Pontano.indb XLVI 16/07/2019 13:05:54


LA RINASCITA DEL LATINO

libero e la condizione del servo che rimane a fondamento della conce-


zione dell’arte.
Perciò nella lettura del De sermone va posta particolare attenzione al
lessico, dove si manifesta la disinvoltura e talora spregiudicatezza di Pon-
tano nel maneggiare la lingua latina come lingua viva e perfettibile, ov-
viamente ad un livello colto. Il segno più sottile di questo livello è infatti
l’impegno posto nell’evitare la collusione col volgare, di cui il trattato sul
bel parlare in funzione del riso vuol essere emulo autonomo, non trascri-
zione. Lo sforzo di trovare una terminologia adeguata, che possa dirsi
puramente latina, nel caso di dover esprimere concetti che riflettano la
sensibilità moderna della nuova società civile, nonostante l’affinità con
l’antropologia classica, lo fa ricorrere al neologismo o allo slittamento
di significato. Facetudo e facetitas non sono classici vocaboli latini anche
se sono coniati con suffissi classici; la «cortesia» che circola per tutto il
trattato e la «conversazione» che ne è l’argomento specifico si nascon-
dono nei termini di comitas e di sermo, che possono adombrarle ma che
originariamente designano concetti non necessariamente connessi con
la giovialità della distensione o con la distensione della giovialità in am-
biente spiccatamente urbano-signorile, come avverrà con l’invenzione
del termine di «cortigiano» e di civile conversazione, che tanto devono
alla spiegazione pontaniana, spesso verbosa e ripetitiva, di quei concet-
ti. Così nel definire l’ospitalità e la convivialità moderne Pontano aveva
scartato un vocabolo di uso monastico quale conversatio e introdotto
il neologismo di conviventia, il cui corrispettivo volgare, assente al suo
tempo, non avrebbe ereditato quel senso.69 In tutto questo, nel concetto
della conversazione e del suo linguaggio come una virtù, il punto di ri-
ferimento era lo spirito dell’Accademia avviata dal Panormita, immagine
della nuova società civile.

5. Umanesimo critico
Dal prevalente spirito ironico dei primi tre dialoghi, che includono l’a-
pologo, la farsa, la caricatura, l’aneddotica, si distingue, come si è visto,
l’esposizione del sapere negli altri due, con una sostanziale adesione ai
problemi della critica e della retorica. Ma anche i primi sono percorsi
da un’intenzione critica che li rende partecipi delle più profonde e ori-
ginarie motivazioni dell’Umanesimo filologico. Eppure tutti e cinque,
a considerare l’indirizzo egemonico della cultura umanistica, colloca-

XLVII

Pontano.indb XLVII 16/07/2019 13:05:54


INTRODUZIONE

no il Pontano sulla linea «diversa» che fa capo a umanisti come Poggio


Bracciolini e Leon Battista Alberti, anche loro duplici per aver coltivato
accanto ai generi gravi della letteratura, anche quello comico al punto
da sfiorare la contraddizione. D’altra parte la critica della società, del-
le convinzioni acquisite equiparabili alla superstizione, del linguaggio
sciatto e tradizionalmente scolastico, di un rinnovato conformismo clas-
sicistico, dell’intransigenza etica ed erudita provenivano dal seno stesso
dell’Umanesimo. Analogo era l’obiettivo del campione più indiscutibile
dello svecchiamento culturale e della battaglia contro la tradizione quale
Lorenzo Valla, sottoporre a una critica nutrita di filosofia le opinioni
correnti. Eppure una certa distanza separava Pontano, a parte ragioni
contingenti, da un filologo tutto d’un pezzo, cui mancavano il sorriso
tollerante e la predilezione per la medietà.
In realtà il metodo della critica pontaniana si fonda su quello aristotelico
delle definizioni e delle distinzioni, anche se depurato di un eccessivo
formalismo. Apparentemente egli riprende l’affermazione ciceroniana
del De oratore: «Est enim finitimus oratori poeta, numeris astrictior
paulo, verborum autem licentia liberior, multis vero ornandis generibus
socius ac paene par».70 In Cicerone questa affermazione era occasionale,
introdotta per dimostrare con l’esempio più comune di un’opera poetica
che l’oratore può trattare un argomento che esula dal suo campo spe-
cifico. Il retore romano teneva particolarmente ad indicare gli aspetti
comuni delle due arti e lo faceva in termini che Pontano riprendeva da
vicino. Questi rivolge lo sguardo, nella comparazione, proprio agli aspet-
ti differenziali, che in Cicerone erano i meno importanti, approfonden-
doli e rendendoli qualitativi: «[…] verum alterius digna foro ac senatu
quaeque gravitatem satis est uti sequantur retineantque dignitatem, alte-
rius quae magnificentiam, attitudinem excellentiamque quasi quandam
ostentent» (Actius, 196).
Pontano insomma insiste sulla differenza delle due arti, che appare sem-
pre più come una differenza degli stili: «Neque enim gravitas compa-
randae admirationi satis est sola, ni magnificentia accesserit excellentia-
que et verborum et rerum […]» (Actius, 197). Sembra una distinzione
di gradi, sembra che al poeta si chieda soltanto qualcosa di più; invece
tra il «bene dicere atque apposite» e l’«excellenter dicere» esiste una
differenza assoluta. Infatti anche l’oratore potrà toccare talvolta il grado
dell’eccellenza, ma esso non sarà mai il suo compito specifico, il carattere

XLVIII

Pontano.indb XLVIII 16/07/2019 13:05:54


LA RINASCITA DEL LATINO

intrinseco della sua opera, che guarderà fondamentalmente alla oppor-


tunità, all’apposite, alla varietà come adeguamento alla varietà dei casi
per il fine pratico della persuasione. La poesia ha invece la virtù singo-
lare di imporre la propria intrinseca grandezza alle cose: «Ac tametsi
oratoris quoque est aliquando et magnifice et excellenter, tamen id non
ubique, neque semper, cum poetae hoc ipsum ubique suum sit ac pecu-
liari, etiam cum in minutissimis atque humilibus versatur rebus».
Subito dopo troviamo ripetuto quale sia l’ufficio dell’oratore, «movere et
flectere auditorem», opportunamente distinto da quello del poeta, che
consiste nel generare ammirazione. E ancora più chiara è l’indicazione
del «fine», che accompagna quella dell’officium: «cum ille pro victoria
nitatur, hic pro fama et gloria». Questo interesse alla determinazione,
oltre che dell’ufficio, del fine, nasce in sostanza dal bisogno di interio-
rizzare la ricerca sulla rispettiva essenza delle due arti, e di sottrarla a
quella confusione che proveniva dalla considerazione tradizionale della
loro comune consistenza retorica. La ricerca del fine è la ricerca della
causa finale, della essenza stessa di un fenomeno.
Pontano ne aveva coscienza già all’altezza dell’Antonius, di cui la poetica
dell’Actius può considerarsi uno sviluppo. Non per altro nell’Antonius
aveva sollevato la questione sulla precisione o meno delle definizioni
dell’oratoria, rispettivamente di Cicerone e di Quintiliano, trasformando
quello che era un problema riguardante l’estensione del concetto di ora-
tore e la perfezione della sua opera, in un problema di metodo. Cicerone
aveva dato come fine dell’oratore il «dicere apposite ad persuasionem»,
mentre Quintiliano si era fermato al «bene dicere»; opinione, quest’ulti-
ma, condivisa secondo Pontano da coloro che non vedono che per aversi
una definizione completa dell’oratore, come del dialettico, è necessario
considerare un duplice fine, nel soggetto e nell’oggetto, nell’oratore e nel
giudice, nel dialettico e nell’avversario. Il «dir bene» non avrebbe senso
se non rapportato a un suo fine specifico, che nel caso dell’oratore è il
persuadere.
Non che Quintiliano non pensasse affatto al fine ulteriore della persua-
sione: la critica di Pontano è infatti molto guardinga e propensa a consi-
derare nell’autore delle Institutiones piuttosto la mancanza pericolosa di
una ulteriore chiarificazione. Il retore latino aveva considerato l’oppor-
tunità o meno di includere il fine del bene dicere nel compito dell’oratore,
e aveva concluso per la eliminazione di esso, in quanto «erit rethorice

XLIX

Pontano.indb XLIX 16/07/2019 13:05:54


INTRODUZIONE

in oratore etiam tacente», l’oratore è tale, cioè provvisto dell’arte, anche


quando non esercita. Ma Quintiliano intendeva il fi ne come effetto, ri-
sultato: infatti aveva parlato di effectus nelle righe precedenti. In sostan-
za Quintiliano non aveva affrontato il problema di definire l’arte dell’o-
ratore in base ad un impegno finale che ne individuasse e qualificasse il
carattere. Egli esclude che sia necessario il risultato esterno della persua-
sione per giudicare la validità di un’opera oratoria, senza poi specificare
che almeno l’intenzione del persuadere debba esser presente nelle paro-
le dell’oratore. Perciò Pontano ritiene che il bene dicere di Quintiliano
avrebbe potuto includere l’arte declamatoria, mentre la precisazione di
Cicerone poteva risultare più valida ai fini di una definizione e quindi
di una reale distinzione: «[…] mihi quidem videtur Cicero tum addendo
apposite ad persuasionem tum dicendo persuadere dictione avertisse a
se id quod Quintilianus, pace eius dixerim, non modo non avertit, sed
ne quidem vidit».71
Anche Pontano considera la possibilità che eventi esterni impediscano
la sperata riuscita di un’orazione, come avviene nell’arte del medico (e
l’esempio era già nelle Institutiones), ma la constatazione gli serve per
dare evidenza alla sua nuova impostazione del problema, cui le parole
ciceroniane offrivano gli elementi e il sostegno. Il fine indicato da Cice-
rone viene assunto nelle sue possibilità polemiche, al di là delle inten-
zioni di Cicerone, il quale pur distingueva, in un passo dell’Orator, il
«perturbare animos» e il «placare animos», il persuadere ed il delectare
come compiti rispettivamente del sofista e del suo ideale di oratore, ri-
levando dell’oratoria sofistica gli elementi che l’avvicinano alla storia e
quindi alla poesia (favole, immagini, descrizioni)72. Per Cicerone quel-
la precisazione valeva a distinguere due generi diversi di oratoria, per
circoscrivere il campo della sua ricerca al genere forense, mentre per
Pontano la precisazione ciceroniana è la base per determinare l’essenza
dell’arte oratoria nel suo specifico, dalla quale debbano poi distinguersi
le arti della «poesia» e della «storia».73
È evidente in tutto questo il procedimento, affermatosi già nella tra-
dizione degli studi retorici, di trasferire il discorso fatto dai retori nel
campo specifico dell’oratoria su un piano più largo di discussione, dove
le arti vengono esaminate non solo nel loro aspetto didattico, ma nella
loro validità scientifica. Cicerone diventa l’auctor di Pontano, non cer-
to per rispetto di un canone, che era cosa assolutamente aliena dal suo

Pontano.indb L 16/07/2019 13:05:54


LA RINASCITA DEL LATINO

temperamento, ma perché esso costituiva un sostegno alla critica di


Quintiliano. Nell’autore delle Institutiones Pontano scorge più che altro
il principio di una confusione troppo a lungo protrattasi: una tradizione
di studi che, attribuendo genericamente alle belle lettere il fine di ornare
il discorso, il bene dicere attribuibile anche alla declamazione oratoria,
finiva col proporre il medesimo stile e le medesime leggi alla oratoria ed
alla poesia, riducendo anche il diletto proprio di quest’ultima ad una
esigenza pratica di insegnamento e persuasione.74
Ma un’altra problematica proposizione ciceroniana, destinata ad ave-
re una rilevante fortuna, figurava quasi di sfuggita nelle pagine del De
oratore: «poetas omnino quasi alia quadam lingua locutos».75 Il quesito,
posto ad Altilio dal Poderico, circa la legittimità di questa affermazione,
data la somiglianza, più volte asserita, tra storia e poesia, nasce appun-
to dall’attenzione che Pontano porta al problema della distinzione tra
le arti sorelle della parola. La conclusione, anche questa volta, consiste
nell’allontanare l’oratoria vera e propria, quella forense, dal linguaggio
della poesia, isolandola rispetto ad un altro tipo di oratoria che a quel
linguaggio invece si richiama, quella della storia: «Ne te igitur animi du-
bium Cicero aut minus tibi te in hoc constantem faciat, quod poetas alia
lingua usos dicat, scrupulum excute omne atque ex animo eiice deque
forensibus illum actionibus, haud de historiis locutum tibi persuadeas
velim» (Actius, 138).
Distinzione non nuova: Pontano trovava in Cicerone che il genere epi-
dittico, «demonstrativum», di oratoria si distingue da quello tipicamen-
te forense. Ma, nell’impostare il problema della determinazione dei
rispettivi ultimi fini, dei «proposita», che abbiam visto particolarmen-
te interessarlo, la sua indagine va oltre la distinzione ciceroniana, che
guardava soprattutto alle caratteristiche dello stile, ai modi della dictio.
Egli sa, come si è visto, che «dictio omnis et scriptio eo spectat, ut bene
consummateque et dicatur et scribatur»; lo ripete ora che gli interessa
precisare la distinzione tra oratoria e storia. Questa si risolve dapprima
in una distinzione di generi oratori: «alibi tamen, hoc est forensibus in
causis, ut consummate dicatur etiam ad persuasionem, alibi ad laudatio-
nem approbationemque, ut in eo genere quod demonstrativum dicitur»
(Actius, 150). Subito però si rivela l’esigenza di trovare per la storia non
un fine pratico diverso, ma anche una misura intima diversa, dalla quale
perfino la laudatio e la approbatio debbano essere illuminate nel loro va-

LI

Pontano.indb LI 16/07/2019 13:05:54


INTRODUZIONE

lore: «Atque in historia, cuius prima cum sit lex neque in gratiam loqui
neque opticere odio vera aut ea dissimulare, efficitur ut laudentur quae
sint commendatione digna, suo quidem et loco et tempore utque im-
probentur turpiter atque imprudenter facta». Quell’«atque» introduce
vigorosamente una nuova parte, essenziale, del discorso. Si attribuisce
allo storiografo una coscienza diversa nel costruire la sua dictio, una co-
scienza di ordine morale, che misura la parola in rapporto alla verità (si
parla infatti di verità come giudizio morale, non come giudizio conosci-
tivo), non all’utilità, come avviene per l’oratoria.
Posti così distintamente i compiti, i proposita, dell’oratore e dello storico,
Pontano torna ad individuare lo stile particolare di cui debba servirsi lo
storico, e lo commisura all’esigenza intima del suo compito:

[…] quod [genus] tale mihi quidem assumendum videtur quale est genus fu-
sum, lene, aequabiliter incedens, neque ita compressum ut inops videatur et
languens, neque adeo amplum ut intumescat oratio et verba ipsa quodammodo
exsiliant, utque incedat oratio, non saliat aut titubet sitque incessus ipse non
muliebris ac petulans, sed virilis et gravis (Actius, 151).

Nella delineazione di questo ideale di stile storiografico, dove non po-


che sono le indicazioni che riportano alla tradizionale descrizione dello
stile medio, Pontano si è fatto guidare dalla sua idea dell’animus dello
storico, quale prima ha indicato: equanime e sereno di fronte alla verità,
pronto alla lode opportuna come all’avveduto rimprovero. Anche lo stile
dell’oratore forense ubbidiva ad una misura, mirava ad una fusione, ad
un contemperamento degli stili, ma lì si trattava di un criterio retorico
di adattamento, qui di una vera misura morale. Perciò ogni tentativo
di ravvicinare queste arti sorelle naufraga in una radicata convinzione,
espressa da Pontano anche in forma più esplicita. Mentre si ripete che
il fine della oratoria è il persuadere, si afferma che la storia tende «ad
docendum, ad delectandum, ad movendum». Il delectare, che Cicerone
poneva come il secondo ufficio dell’oratore, da ottenersi con lo stile me-
dio, è taciuto da Pontano a proposito dell’oratore: oratore e poeta hanno
infatti in comune il movere et flectere, l’uno in vista della persuasione,
l’altro in vista di quel particolare obiettivo che è l’admiratio.76
Non risulta però altrettanto chiaro il proposito di distinguere i rispettivi
compiti dello storico e del poeta, se consideriamo che in quell’«altro

LII

Pontano.indb LII 16/07/2019 13:05:54


LA RINASCITA DEL LATINO

linguaggio» del poeta viene incluso praticamente anche quello dello sto-
rico, e che gran parte delle caratteristiche stilistiche della poesia ven-
gono esaminate a proposito dell’opera di Livio e di Sallustio. La cosa si
spiega quando pensiamo alla tradizione ciceroniana, che difendeva la
storia come opera di poesia, al fatto che Pontano tenga presente spesso
e soprattutto il poema epico come esempio di poesia, e che questa somi-
glianza venga spesso portata sul tradizionale piano dei colori retorici. Se
vediamo invece che Pontano si vanta di essersi dedicato per primo all’in-
dagine particolare della historia, tutte quelle indicazioni che intaccano, e
talvolta in modo sensibilmente profondo, tale presupposta somiglianza,
acquisteranno un altro valore.
Quando si muove sul piano di una ricerca retorica, Pontano non può fare
a meno di concordare con l’autorità degli antichi, per i quali la storia era
quasi una poesia in prosa: Cicerone aveva ben mostrato di volere dallo
storico più di quello che davano gli annalisti romani. Per convalidare
quell’antica opinione e mostrare che poesia e storia hanno «pleraque in-
ter se communia», snocciola tutto il corredo dell’insegnamento retorico
tradizionale: nell’una e nell’altra rientrano le digressioni, le descrizioni,
gli elogi, i discorsi, le amplificazioni. Anche nell’esame particolare del
racconto degli storici, Pontano cerca di far notare quanta importanza
assuma fin nella prosa storica la ricerca metrica propria dei poeti. Arriva
perfino a chiedersi: «Nonne descriptio illa Africae mera est et soluta
poetica?», a proposito di Sallustio. Più importante ancora, per il metodo
che abbiamo visto adottare da Pontano, è che egli parli di una identità
di proposito tra le due arti: «Itaque neutrius magis quam alterius aut
propositum est aut studium ut doceat, delectet, moveat, ut etiam prosit,
rem apparet eamque ante oculos ponat, ac nunc extollat aliud nunc aliud
elevet» (Actius, 121). Sono questi ultimi quei caratteri che assolutamen-
te non parevano comuni all’oratoria, e che erano attribuiti normalmen-
te dalla tradizione alla narrazione storica o mitologica, al poema come
all’opera propriamente storiografica.
Eppure il critico, insoddisfatto, aggiunge subito delle precisazioni che
sembrano mutare e perfino capovolgere il discorso. Comincia appun-
to dallo stile e ne rileva le diversità per quel che riguarda la scelta, la
collocazione delle cose e delle parole: «historia tamen est castior, illa
vero lascivior» (Actius, 122); e passando a considerare la cura dell’ornato
aggiunge: «tametsi historia cultu tantum contenta esse potest suo, eo-

LIII

Pontano.indb LIII 16/07/2019 13:05:54


INTRODUZIONE

que qui sit matrona dignus idoneusque continentiae, a fucoque abstineat


ac purpurisso, quem quidem in altera illa theatra persaepe probant». E
continua opponendo ancora «castigatior», attributo della prima, a «libe-
ralior, affectatior», attributi dell’altra.
Per comprendere la portata di queste distinzioni, anche questa vol-
ta dobbiamo riportarci al passo del De oratore, in cui si nota la libertà
maggiore della prosa retorica rispetto alla poesia nell’uso dei metri, la
libertà maggiore della poesia nell’uso delle parole. Cicerone poneva una
gradazione di possibilità di natura tutta retorica, e si riferiva a quello che
«è permesso» o meno al poeta rispetto all’oratore nei due campi diversi
del metro e della metafora: nel primo il poeta è più legato (astrictior), nel
secondo più libero (liberior). In Pontano la differenza tra una poetica
soluta, quale la storiografia, e una soggetta al metro, quale la poesia, non
comporta affatto una limitazione della seconda, perché, anzi, il metro
offre la possibilità di effetti maggiori, di una «libertà» maggiore. Egli
guardava ad una differenza più intrinseca, collegata all’effetto finale del-
le due rispettive arti. Gli attributi, nei quali parevano dapprima con-
cordare, si rivelano differenti quando si ricorre alla determinazione dei
proposita:

[…] proposito vero omnino pene aut maxime profecto differunt, cum altera veri-
tati tantum explicandae, quamvis et exornandae quoque intenta esse debeat, poe-
tica vero satis non habeat neque decorem suum servaverit nisi multa etiam aliunde
comportaverit, nunc ex parte aut vera aut probabilia, nunc omnino ficta neque
veri ullo modo similia, quo admirabiliora quae a se dicuntur appareant (ivi).

Si è visto anche come il ricorso alla veritas quale elemento fondamentale


della storia, fosse stato introdotto da Pontano proprio al momento con-
clusivo del discorso sul rapporto fra storia e oratoria, e ne avesse fatto
anche il fondamento per la determinazione dello stile proprio dello sto-
rico. L’ornamentazione, che è solo «concessa» allo storico («quamvis…
quoque»), deve quindi commisurarsi alla veritas per ottenere il suo de-
coro, ossia il suo proprio equilibrio, mentre il poeta lo troverà solo quan-
do avrà adattato all’esigenza di ammirazione ogni soggetto, superando
i limiti e del vero e del probabile. Il rapporto con la verità costituisce,
nello storico, il fondamento di uno stile casto e prudente, che richiama
il «genus lene, aequabiliter incedens». Ma nel discorso finale sull’arte

LIV

Pontano.indb LIV 16/07/2019 13:05:54


LA RINASCITA DEL LATINO

poetica, cui tende tutto il dialogo, l’ammirazione, fine della poesia, si


presenta già come congiunta intimamente con una particolare «liber-
tà», non intesa come licenza, ma come fine, come l’essenza sua stessa. A
questo principio vien riportata anche la facoltà di iniziare da un punto
qualsiasi la narrazione, che era una norma della poetica oraziana.
In questo modo la poesia, pur vista trapelare qua e là nelle varie attività
letterarie, tende ad assumere tutt’altro valore e a distinguersi. È come un
ideale che si crede poter cogliere ed invece sfugge e si ritira in una più
alta dimora. Sembrava poterla trovare nell’opera degli storici, ma in essi
è solo un tendere ad essa, un adattarne la specie ad un altro fine. Il fatto
si è che la storia, pur tanto diversa dall’oratoria e tanto simile alla poesia,
ha in comune con la prima il principio tipicamente retorico del «conve-
niente», ossia il compito di adattare lo stile ad una misura esterna, che
nell’oratoria è il caso particolare, nella storia la verità. Mentre la poesia,
pur congiungendosi ad esse per tanti aspetti, pur incontrandosi talvolta
nei fini pratici, obbedisce ad una misura diversa e vive in una condizione
di «libertà».
Non è la prima volta che Pontano si trovi nell’impasse di doversi de-
streggiare fra la logica della definizione, e quindi della distinzione delle
specie, e il criterio unificante del «genere». Nell’Antonius, dove non è po-
tuto sfuggire il suo tentativo di fondare una poetica sul principio dell’ec-
cellenza e della libertà del poeta, la questione non era isolata, ma co-
minciava da una discussione riguardante l’oratoria e la differenza fra la
logica della distinzione ciceroniana e l’equivoco quintilianeo nel definire
lo status della causa e il fine dell’oratore. L’intenzione pontaniana era di
evitare l’approfondimento del conflitto fra i due massimi autori dell’elo-
quenza e di riportare il discorso sul piano del maggiore o minore acume
nel formulare un pensiero analogo. Ma nel corso della discussione, che
rasenta il cavillo, emerge l’esigenza principale della «definizione», che
funziona anche successivamente nella critica virgiliana, apparentemente
scollata dal tema precedente come ci farebbe credere l’alternanza richie-
sta dall’istituto dialogico e accademico.77 Ma più evidente ancora, e più
vicina al problema dell’arte poetica, è la discussione dedicata nell’Anto-
nius, come si è visto, alla definizione dell’oratoria come bene dicere fina-
lizzato alla persuasione, laddove Quintiliano aveva generalizzato il bene
dicere quasi che bastasse esprimersi perfettamente per esaurire le esi-
genze dell’oratoria. Pontano fa notare attraverso il personaggio di turno

LV

Pontano.indb LV 16/07/2019 13:05:54


INTRODUZIONE

che il mero bene dicere potrebbe confondersi con la declamazione fine a


se stessa, aprendo un capitolo interessante della poetica cinquecentesca,
quando la poesia lirica verrà distinta da quella finalizzata all’utile della
persuasione o al piacevole del racconto.
Nell’Antonius la definizione della poesia oscillava fra la tacita remini-
scenza aristotelica dell’imitazione della natura, che escludeva l’imi-
tazione degli auctores (Virgilio non imitava Pindaro nella descrizione
dell’eruzione vulcanica, ma se ne distingueva perché imitava la natura
in maniera personale) e l’applicazione delle categorie retoriche di Ermo-
gene e del sublime di Longino. Ma era appunto una «definizione» della
poesia, cioè una distinzione di essa da altre arti della rappresentazione.
In questo vario discorso, nel quale Pontano appare impegnato in una
più intima distinzione delle facoltà e degli interessi letterari dell’uomo,
possiamo certo individuare lo schema sul quale egli si fonda e che si
impone alla sua mente in forza di una tradizione. L’approfondimento dei
termini di questo schema tradizionale, il carattere di ricerca nuova che
esso assume, non ci impediscono di avvertirne l’origine. La distinzione
degli stili, rimasta viva nel pensiero medievale, per quanto intaccata nei
suoi presupposti e nei suoi esiti, si rinnova certo agli occhi dell’umanista
napoletano alla lettura diretta di Cicerone: dell’Orator, soprattutto, al
quale queste pagine di Pontano spesso si richiamano e dal quale sem-
brano ricavati i termini stessi che gli servono per la descrizione dello
stile poetico.
Le fondamentali attività letterarie dell’uomo si dispongono in una scala
al cui gradino più basso troviamo l’oratoria, rispetto alla quale si leva-
no in alto la storia e la poesia. Quel ch’è rimato della teoria degli stili
è appunto solo lo schema, poiché il criterio è mutato a tal punto, che
non si potrebbe a rigore parlare più di una scala, se non tenendo pre-
sente l’entusiasmo mostrato dal critico per la poesia e il fatto ch’egli la
veda sprigionarsi come l’ultima, la più bella scoperta della sua ricerca.
In realtà i «compiti» sono diversi nell’oratore, nello storico e quindi nel
poeta, e non sussiste tra essi una relazione di gradi, quale quella che vive
al fondo della distinzione degli stili. Tuttavia sia l’oratoria che la storia
partecipano, e lo fanno in grado diverso, alla vita della poesia, proprio
come lo stile umile e il medio partecipano in misura diversa alla vita
dello stile sommo, che raccoglie nel sommo grado tutti gli ornamenti del
dire. Se pensiamo che il Pontano tiene presente, nel parlare dell’oratore,

LVI

Pontano.indb LVI 16/07/2019 13:05:54


LA RINASCITA DEL LATINO

la descrizione ciceroniana dell’oratore attico, che Cicerone introduce per


qualificare lo stile tenue, e se riflettiamo all’esame che Pontano fa dell’o-
pera di Sallustio e di Livio, nella quale egli vede a quando a quando, pur
nella forma «soluta», riflettersi la poesia, sarà evidente l’intenzione di
porre l’oratore al livello dello stile tenue, inteso anche come prosastico, e
lo storico su quello dello stile medio. La disposizione mentale dell’autore
in questa occasione si chiarisce anche con l’uso ch’egli fa dei termini
usati da Cicerone per lo stile tenue e per quello sommo, che vengono
applicati rispettivamente all’oratoria e alla poesia ed equilibrati a pro-
posito della storia.
Anche in questa occasione, però, il discorso pontaniano si rivolge ad una
considerazione più sostanziale, non tanto quantitativa delle disparità. Ciò
si verifica quando egli s’impegna nel delicato esame dei più autorevoli
testi di storia, la cui vicinanza all’oratoria e alla poesia è dichiarata con
elementi che ci illuminano sulla consistenza dell’una e dell’altra attività,
più di quel che facciano le indicazioni teoriche. Sallustio è più vicino allo
storico, Livio al poeta, non per la copia degli ornamenti, ma per la dispo-
sizione propria della loro anima che decide del carattere tipico del loro
stile: «illi curae est proprie simpliciterque expressa res, huic arcessitum
atque extrinsecus allatum aliquid tamquam excolendae formae» (Actius,
157). I caratteri del loro stile si configurano così secondo la disposizione
rispettiva: «Et lenis et fluxu tantum suo incitus placet Sallustio decursus,
at Livio altior paulo, nec tam aliquando sedatus quam plenus ac perso-
nans» (ivi). Gli attributi usati appartengono con ogni evidenza allo stile
tenue e a quello sommo, gli unici chiaramente determinabili. Quel che
importa soprattutto, però, è che la tenuità dell’uno e la pienezza dell’al-
tro non rispecchiano una misura retorica, ma rispecchiano due fonda-
mentali atteggiamenti dell’autore nei confronti dell’arte, ossia due modi
diversi di porre il rapporto tra l’arte e l’opera dello scrittore, modi che
corrispondono alle caratteristiche intrinseche rispettivamente dell’ora-
toria e della poesia. Mentre l’oratore si serve dell’arte per quel tanto che
richiede la decorosa esposizione del suo pensiero, il poeta la usa libera-
mente, la profonde, la espone sin quasi a far sì ch’essa assorbisca tutto il
suo discorso e ne divenga, per così dire, la ragione.
Un passo che rivela la disparità tra Sallustio e Livio prende lo spunto
dall’esempio della descrizione dei personaggi: «Utque alter ille virili et
senatorio incessu graditur, ac pro loco et sistit interdum gradum et tan-

LVII

Pontano.indb LVII 16/07/2019 13:05:54


INTRODUZIONE

quam prospectat longius metiturque loca singula, sic alter hic et gestit
quandoque et viribus suis laetus exultat praefertque robur et artis et
ingenii» (Actius, 157). La gravità, che pare caratterizzare lo stile sallu-
stiano in questo passo, non ha nulla a che fare con quella che rientra fra
gli attributi dello stile sommo. Qui si tratta soprattutto di prudenza e
di misura, di riflessione, di moderazione, che si contrappongono al più
libero sfogo dell’arte, quale risulterebbe nell’esempio liviano. Altra volta
si era parlato di pudore a proposito di Sallustio e la parola andava legata
al concetto di tener: «[…] pudenter tamen ac tenerrimo cum delectu»
(Actius, 134). Qui si vuol alludere al medesimo fenomeno stilistico.
Altrove tuttavia risulta più evidente e ricca di conseguenze la distinzio-
ne tra un Livio che profonde chiaramente le grazie della sua arte, e un
Sallustio che le dosa prudentemente: «Nesciam tamen quonam modo
minus haec extant in Sallustio nec tam apparent atque exposita sunt
quam in Livio, ut alter quodammodo praeseferre velit artem poeticae-
que imitationem, alter celare eam, ut tanquam in nubecula delitescat»
(Actius, 137). Questo modo di usar l’arte senza farsene accorgere era sta-
ta già dal Pontano messa in relazione con l’arte dell’oratore, di chi parla
per farsi ascoltare, e quindi perseguire il suo fine persuasivo, e a questo
fine mantener desta l’attenzione, senza voler conquistare alla bellezza di
magnifiche cose l’animo dell’ascoltatore. Ne aveva parlato, sì, a proposito
della poesia, e per quei momenti di pausa in cui debba solo intrattenersi
l’ascoltatore, ma si era espresso appunto in termini che fanno pensare al
linguaggio «sedatus», «lenis», che è anche dell’oratore: «Fluunt itaque
numeri ipsi, quibus nihil profecto lenius, ut nulla videatur ars adhibita,
nulla ipsi appareant cura temperati» (Actius, 46). Ricordiamo che Ci-
cerone aveva appunto indicata la «neglegentia diligens» come carattere
specifico dell’oratore attico.78
Svelare e quasi ostentare la propria arte sembra invece a Pontano un
carattere peculiare del poeta, se egli vi ritorna quando vuol distinguere
l’oratoria dalla poesia, le cui parole sono «alterius digna foro ac senatu
quaeque gravitatem satis est uti sequantur retineantque dignitatem, alte-
rius quae magnificentiam, altitudinem excellentiamque quasi quandam
ostentent» (Actius, 196). L’«ostentare», il «praeseferre» tornano con un
preciso valore in questo discorso, perché il Pontano sente la poesia non
solo nella excellentia, nella magnificentia ecc., come poi vedremo, ma in
ciò che essa costituisce il punto terminale di un assoluto interesse d’arte,

LVIII

Pontano.indb LVIII 16/07/2019 13:05:54


LA RINASCITA DEL LATINO

senza le guardinghe limitazioni, che possono derivare da altre esigenze


o da altri condizionamenti.
Così la teoria della distinzione degli stili, trasferita a quella dei generi,
concorre a caratterizzare i tre livelli di arte della parola che Pontano in-
tende distinguere e ai quali egli stesso si è applicato. Per Cicerone, come
per Pontano, lo stile più alto è «amplus copiosus gravis» ma soprattutto
del «sonitus» si ricorda Pontano nell’esaminare l’effetto di una partico-
lare scelta, disposizione delle vocali e degli accenti nel ritmo dell’esame-
tro, che genera l’ammirazione, e in cui consiste l’esito principe della poe-
sia. I parametri formali della prosa sorreggono anche la poetica, come
i parametri formali della poesia sorreggono la teoria della storia, che è
soprattutto stile narrativo: epica e storia, poesia e prosa costituiranno
ancora un binomio da distinguere e un’antitesi da colmare nella critica
futura alimentata dalla cultura umanistica. Frattanto Pontano s’impe-
gnava direttamente in un’opera storiografica come il De bello Neapolita-
no, non privo di influssi sulla grande storiografia del Cinquecento, quasi
a completare la serie molteplice delle sue esperienze letterarie secondo
l’orientamento universale della Rinascita.

6. La parola ornata e l’impulso poetico


Per Cicerone lo stile sommo non può costituire che un momento del
linguaggio ornato, in quanto grande è la difficoltà di reggersi su questo
«eccesso» di stile, dal quale è facile scivolare nella follia.79 A Pontano
non dispiace questo eccesso, quella follia, un nuovo genere di follia che
qualcosa potrebbe avere a che fare con il vate della tradizione classica e
biblica evocato nella riflessione di Boccaccio sulla mitologia; ma il suo
sguardo è rivolto più allo stile che al contenuto mitico. La poesia può
costituire un continuum, a differenza dello stile sommo, perché mentre
quest’ultimo si reggeva sopra una misura quantitativa, che non poteva
sempre rispondere alla varietà della materia, cui la retorica fondamental-
mente deve badare, la poesia deve invece mantenere costante l’altezza del
suo tono. Sicché, se Pontano sullo schema della teoria degli stili immagi-
na che l’oratoria e la storia partecipino in gradi diversi a quella bellezza
ch’è data in sommo grado dalla poesia, come gli stili tenue e medio par-
tecipano di quell’ornato che nello stile sommo si sviluppa in tutta la sua
ampiezza, proprio nel caso della poesia si libera da quello schema. Se me-
diocritas e variatio facevano preferire a Cicerone lo stile medio e un con-

LIX

Pontano.indb LIX 16/07/2019 13:05:54


INTRODUZIONE

temperamento dei tre stili, la mediocritas non intaccherà, per Pontano, il


carattere sublime della poesia che richiede l’eccezionalità del linguaggio
e la variatio costituirà non un criterio di contemperamento stilistico, ma
una inesausta garanzia di vivezza e novità espressiva. Un metodo essen-
zialmente retorico, che non gli ha tuttavia precluso la valorizzazione di
elementi irrazionali. L’idea del divino a conclusione dell’Actius emerge
nelle parole di Iacopo Sannazaro, il poeta per eccellenza.
La tradizione degli studi retorici valorizzava l’elemento d’arte più che
quello naturale, nonostante ingenium e ars formino un binomio inscin-
dibile. Se Cicerone spiegava la «paucitas» dei buoni oratori con la dif-
ficoltà dell’arte, non con la mancanza di uomini dalla tempra superio-
re, e auspicava l’apprendimento di quel complesso di conoscenze che
formano l’oratore, Quintiliano parlava dell’«arte» come del fondamento
essenziale dell’oratore, e la risolveva in una dottrina perfezionatrice del
naturale eloquio. Pontano trasferisce all’arte poetica questa opinione
dell’eloquenza, riducendo a mera arte il lavoro poetico, fino al punto di
trovare un limite in Cicerone e in Ovidio, per quel loro occultare l’arte,
non farla pienamente brillare nei loro scritti:

Has autem res [i vari risultati poetici] omnis praestabit ars ingenio coniuncta
et eas perficiet, ac pertinax illa et diligens cura, quae optimo cuique inesse de-
bet artifici quodque pace omnium dixerim […] et Cicero oratorum maximus
et Ovidius poetarum maxime ingeniosus nolunt ipsi quidem artem apparere
(Actius, 110).

Ma l’arte non è una tecnica da imparare, un esercizio che modifichi,


perfezioni una scomposta natura; essa è l’operazione propria della na-
tura umana, è la virtù in cui si realizza l’ingenium proprio dell’uomo.
Soltanto nell’arte poetica si rivela in pieno il valore umanamente cre-
ativo dell’ars, perché lì soltanto essa è principio e fine dell’operazione
umana, mentre nelle altre arti, che si richiamano piuttosto alla pratica,
l’ars conserva un carattere strumentale nei confronti di una opposta, o
comunque resistente natura. Continuando il discorso sulla cura estrema
che dovrebbe risaltare nella poesia, il Pontano riconosce che questo non
può approvarsi nelle arti che mirino solo alla persuasione. Nell’impegno
poetico invece tutto lo sforzo è finalizzato a che il «carmen appareat
etiam admirabile», «ut industria innotescat», «ut celebretur artificium,

LX

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LA RINASCITA DEL LATINO

dici quoque de me ut possit: eris ab illo alter» («sei tutt’altra cosa», Ac-
tius, 111).
Al fondo di questa perfino empirica determinazione dei modi per otte-
nere l’armonia poetica, opera un suggerimento platonico, quello stesso
che presiederà ad un filone notevole della speculazione rinascimentale
sull’arte, e che potrebbe confondersi con un obiettivo eminentemente
formale, se non si affermasse in netto contrasto con lo spirito gramma-
ticale. La regola d’arte è un ideale coltivato nell’anima, non una norma
sempre uguale ed esterna. È conforme a quello che per Cicerone era
l’immagine ideale della perfezione, cui l’oratoria può più o meno acco-
starsi, ma che non può realizzare del tutto, quello che era per Dante il
volgare illustre e sarà per Bembo la misura lirica petrarchesca.
Nelle discussioni riguardanti fatti particolarmente grammaticali e or-
tografici, l’atteggiamento di Pontano è quello di un umanista: anch’egli
rimanda all’autorità degli autori preferiti, all’imitazione dei buoni autori,
ma per sostenere il delectus contro la regola proposta dai grammatici,
quella libertà di scelta garantita del resto anche dalla tradizione latina.
Il discorso non è mai diretto alla definizione esclusiva, ma alla esempli-
ficazione, spesso molteplice, e invoca sempre la sensibilità del lettore, al
quale chiede di penetrare nelle ragioni estetiche dell’arte del poeta, del-
le sue scelte. Nel Charon in maniera burlesca, nell’Antonius in maniera
più diretta ma comunque ironica, la polemica antigrammaticale fa parte
della riflessione sulla stoltezza umana. Nell’Actius la polemica è rivolta
contro i grammatici che difendono con rigidezza i modelli classici, oltre
a non rendere gradevole la trattazione dottrinale: all’aridità scolastica
del manuale manca la leggerezza e la persuasività che anche l’erudizione
dovrebbe adottare. L’humanitas, infatti, coinvolge anche la forma del di-
scorso, che nel caso di Pontano è il dialogo come nel caso di altri critici
è l’epistola filologica, il colloquio a distanza.
Il problema dell’imitazione accomuna altri eminenti critici contempo-
ranei, come il Poliziano, quando sviluppano in sostanza l’antica teoria
dell’arte poetica simile al lavoro dell’ape e quindi fondata su un corredo
esistente, ma libera e varia nella scelta. Quel che conta è l’arbitrio del
poeta nei confronti della tradizione, il diritto o meno che egli abbia di
seguire un’intima ispirazione e di adattarvi le fonti letterarie che ad essa
appaiano più appropriate. La discussione riguarda anche in questo caso
il modo di applicare il principio d’imitazione, non risponde all’esigenza

LXI

Pontano.indb LXI 16/07/2019 13:05:55


INTRODUZIONE

di determinare in che cosa consista l’arte del poeta. Si dice piuttosto che
l’arte del poeta ha un suo fine, che il bello è un’idea racchiusa nella sua
anima, all’espressione del quale concorrono d’ogni parte i mezzi disponi-
bili dell’arte. Anzi un platonismo di fondo colloca l’idea, il bello, nell’in-
genium del poeta, più che al culmine di una estrema elaborazione d’arte.
La polemica antigrammaticale di Pontano mette in crisi lo stesso prin-
cipio d’imitazione. A lui non interessa se Virgilio abbia correttamente
seguito le norme dell’imitazione. Nel rispondere al parere dei gramma-
tici sulle scelte di Virgilio imitatore di Pindaro, egli respinge lo stesso
metodo di volerne valutare la correttezza, piuttosto che gli esiti rispetto
a un ideale risultato di «eccezione»: «Quid causae fuit, quid, inquam,
causae cur exponere se Virgilius maledicentiae grammaticorum voluerit
cum dicere fluviorum rex Eridanus maluit, quam Eridanus fluviorum
rex, quod per versum licebat? An quod aurium pluris faceret voluptatem
quam tetricum litteratorum iudicium?» (Actius, 41). Non si pone insom-
ma il problema dell’unità o molteplicità dei modelli, che implica sempre
l’esigenza di risolvere, a proposito della poesia, un problema eminente-
mente retorico, ma si mettono a fronte, assolutamente, la norma e l’ec-
cezione come segni di due interessi diversi, dei quali il primo esclude la
poesia, il secondo la realizza.
Nell’Antonius la questione era già stata delibata, ma piuttosto sul piano
«topico». Il test era già l’opera epica di Virgilio, confrontata con l’ode
pindarica sullo spettacolo naturale dell’eruzione vulcanica,80 dove la
critica di Gellio e Macrobio viene respinta con interessanti rilievi sulla
diretta rappresentazione del fenomeno naturale svolta dal poeta latino
al limite di una sorta di realismo, e il riconoscimento della libertà del
poeta, sulle ragioni di certe sue apparenti dimenticanze e scelte. Sono le
premesse del principio dell’inventività concessa al poeta, sciolto dall’i-
mitazione di uno o più modelli autorevoli, ma sciolto anche dalla norma
del cronista e dello storico, soggetti ad altri parametri. Modernissima,
anche se espressa entro i limiti della retorica, è la considerazione di una
sorta di «non finito» che risulterebbe efficace nella poesia, come lo è
stato nel poema virgiliano, proposto ora come esempio di come debba
comportarsi il poeta, più che come modello. Non va trascurato il fatto
che lo stesso dialogo si concluda con una sorta di esempio di emulazione
poetica con il poemetto del Sertorius, carico di reminiscenze virgiliane,
ma il più delle volte ascrivibili alla riscrittura e alla pratica intertestuale,

LXII

Pontano.indb LXII 16/07/2019 13:05:55


LA RINASCITA DEL LATINO

a cominciare dal senso generale del componimento, esempio di evoca-


zione ironica delle più mirabolanti situazioni epiche dell’Eneide.
La forma normale, che i grammatici ritengono debba osservarsi, non
viene rifiutata dunque perché risponda ad un deplorevole costume let-
terario del poeta, ma perché è poeticamente fiacca, priva com’è di quel
senso dell’eccellente ch’è proprio della poesia. Il giudizio di Pontano
si colora così dei termini più genuini della sua poetica: «Languet enim
sic versus sordescitque in ore quodammodo, consideratis praesertim et
quae statim praecedunt et quae post sequuntur dictionibus» (Actius,
41). Il giudizio si fonda sempre sulla considerazione unitaria di tutto il
contesto stilistico, quello che riguarda la compositio, non su quella di
una singola parola o di una singola espressione. Il languescere è proprio
compagno di quella tenuitas, che appare tanto spesso il contrapposto
della dignitas poetica.
Nei termini che lodano la varietà di stile dell’Eneide si defi nisce l’ideale
poetico pontaniano. Ma l’Eneide è un esempio persuasivo, non un mo-
dello, come non lo era Pindaro per Virgilio. Innanzi tutto la «pienez-
za» dell’espressione, che solo con l’artificium si può ottenere, in quanto,
come si è visto, l’espressione grammaticale, normale, naturale è di per
se stessa languida: «Quocirca implere illum maluit artificiosa verborum
commutatione». Il risultato di questo artificio, di questa commutatio
dell’ordine normale è appunto l’eccezionalità del verso, che non può
passare inosservato, ma attira l’attenzione e l’ammirazione: «Hac igitur
e commutatione versus ipse redditus est spectabilis, qui aliter ridiculus
esset atque abiiciendus». Questo essere spectabilis («nobilis» dirà altro-
ve) è una condizione continua della poesia, non un ornamento parti-
colare, è, possiamo dire, una qualità intrinseca: dovunque essa non si
verifichi, dovunque si allenti questa tensione, precipita il verso nel lan-
guore e la poesia si dissolve. E basta che si allenti quella tensione, quella
«sonoritas» che è acume espressivo, perché la poesia precipiti: «Claudit
saepenumero Virgilius plures versus sustinendo sonum illumque remo-
ratur, ne ipsa aut deliqueat sonoritas aut praecipitetur» (Actius, 42).
L’ideale della poesia si concretizza in una serie di annotazioni, di indi-
cazioni qualitative, che trovano una loro unità nel senso dell’infallibile
e mai deludente grandezza che tutte le assomma. Pontano ha scelto, nel
novero delle qualità attribuite nel passato ai testi poetici, tutte quelle
che potevano cooperare a stabilire nel verso una condizione di superio-

LXIII

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INTRODUZIONE

rità, e le ha fuse mediante un’altra qualità, che garantiva l’eterna fun-


zione di quelle: la varietà. Infatti dalla numerositas, cui si collega stret-
tamente la varietà, si generano le tre fondamentali qualità che reggono
l’eccellenza della poesia, la dignitas, la gravitas, la magnitudo (Actius, 48).
Nella numerositas, cui Pontano si riferisce continuamente come la vera
bellezza del verso virgiliano, è racchiusa l’estrema cura del poeta: il suo
«delectus», la sua opera di scelta della collocatio. E alla collocazione del-
le parole, la compositio e la dispositio sulla quale si soffermarono i primi
teorici del rinnovato gusto umanistico (si pensi al De compositione di
Gasparino Barzizza), Pontano dedicava una particolare attenzione, ope-
rando inversioni e trasposizione nel rivedere i suoi scritti, e avvertendo
l’esigenza di denominare quell’accorgimento ben noto consistente nella
ripetizione ravvicinata, incontro e/o scontro, delle lettere, l’alliteratio.81
Il procedimento analitico che permette di scoprire i pregi del poeta mo-
strando come una scelta diversa nella collocazione e nell’impiego delle
parole, pur conservandone il significato, viene sancito in una quantità di
esempi virgiliani e perfino in un discutibile esempio tratto delle proprie
redazioni della Lepidina (Actius, 104), che non saranno dimenticati da
Pietro Bembo critico del Petrarca.
Quest’opera di scelta e di collocazione è quindi diretta al fine della ad-
miratio, non tanto a quello della perfezione, che implica l’imitazione,
specialmente se pensiamo al Bembo, per il quale la scelta e la collocazio-
ne si ispirano appunto ad un criterio di perfezione, pur inteso anch’esso
come il termine di un estremo sforzo d’arte. Sicché la meta del Bembo,
differente da quella di Pontano che risiede nell’excellentia e nella admi-
ratio, trovava perfetto il tono più smorzato e piano, si direbbe di stile
«medio», dominato dal piacevole più che dal sublime. Il bembismo si
svilupperà, fino alle soglie del barocco, secondo un ideale di stile che
inclina particolarmente alla moderazione, all’equilibrio, compatibile con
la perfezione, quello che Pontano avrebbe piuttosto considerato fuori
dell’orizzonte della più autentica poetica (altro discorso è che la scelta
elegiaca, bucolica ed epigrammatica dello stesso Pontano collochi i suoi
carmi, se si escludono alcune parti dei poemi, nel genere medio).82
Così, mentre il concetto di «perfezione», più propriamente platonico di
quel che non fosse quello di excellentia pontaniano, sorto dalla stessa
esigenza di sollevare la poesia su di un piano di estrema elaborazione,
comporta necessariamente un modello, per quanto idealmente assunto, il

LXIV

Pontano.indb LXIV 16/07/2019 13:05:55


LA RINASCITA DEL LATINO

concetto di excellentia (e quello di admiratio che ne costituisce il fine), nel


senso particolare che gli dà il Pontano, richiama essenzialmente quello
di libertà inventiva. Perché l’admiratio in tanto si genera dalla gravità,
dignità e grandezza, in quanto queste ultime rappresentano una «novità»
nell’ordine comune delle cose, e conservano il loro effetto solo se la «va-
rietà» conserva fresche e vive le prerogative di ciascuna di quelle qualità.
L’ admiratio, che Pontano pone al culmine della poesia, è in stretto rap-
porto con la novitas, la capacità contenuta nella composizione del verso,
di colpire, quasi di sorprendere il lettore. E per ottener questo innanzi
tutto l’arte deve essere scoperta: tanto più colpirà, quanto più essa risal-
terà nella pagina. Un esempio lo abbiamo nella dignitas, riportata una
volta all’effetto che genera dopo uno iato, al quarto o al quinto piede, e
così nel sesto, l’esplosione di una sillaba accentata (Actius, 60).83 Appunto
questo effetto viene spiegato col fatto che «[…] novitas quasi repente
edita delectat per se et assultus ille hinc versum inchoantis, illinc ter-
minantis vocalis suam quoque vocalitatem accumulat […]». «Assurgit»,
«assultus» sono i modi di quella «novitas», cui è ordinata anche la «so-
noritas». Quest’ultima è come l’aspetto più evidente e appariscente della
gravitas, una qualità alla quale mai la poesia deve rinunciare e che si spri-
giona dal tardo procedere dei versi. La celeritas, ottenuta con successioni
di dattili, viene esclusa appunto perché genera il suono acuto, sottile, e il
verso corre leggero e privo di interesse all’orecchio dell’ascoltatore. Tale
verso è «ignobilis», aggettivo che va inteso, nel suo senso etimologico,
come «privo di attrattiva», se il verso che invece genera ammirazione
«innotescit» per l’industria del poeta, se vien lodata quella grazia che
«orationem insignit», se le qualità proprie della poesia allora sono più
poetiche, quando «extant», «apparent».
Lo sviluppo particolare che trova in Pontano l’uso e l’interpretazione di
queste qualità, appartenenti nella tradizione retorica al genus summum,
si spiega col fine della admiratio proposto alla poesia (nemmeno esso, del
resto, sconosciuto allo stile sommo, se pur inteso non come fine ultimo,
sibbene immediato e secondario). Ma nella pontaniana admiratio (termi-
ne che volutamente emula quello volgare di «meraviglia» evitando il più
consueto mirum, e riferendosi all’effetto più che al carattere dell’oggetto)
è incluso un certo senso di impressione, di commozione, che riscatta
quel che di troppo letterario poteva esserci nel concetto della estrema
cura stilistica, se non metrica, del poeta. In effetti Pontano non conce-

LXV

Pontano.indb LXV 16/07/2019 13:05:55


INTRODUZIONE

pisce quelle indicazioni, di cui abbiamo detto, come rivolte alla pura
formalità metrica, quasi a ravvivare un qualsiasi verso. La grandezza e
novità del verso procedono da una disposizione del poeta a rivolgere
l’attenzione ai momenti drammatici della vita o, soprattutto, agli aspetti
paurosi, potenti e in ogni modo eccezionali della natura. Se percorriamo
gli esempi poetici inseriti e commentati nell’Actius, ci troviamo preva-
lentemente di fronte alla trepida svolta di una battaglia o all’immagine
di una tempesta. Di lì a qualche anno avrebbe concepito il De hortis
Hesperidum, un poema georgico sulla coltivazione degli agrumi, attri-
buendo all’opera umana di abbellimento e trasfigurazione della natura il
simbolismo dell’arte poetica.84
Ma già nell’Antonius ritroviamo esempi significativi, che chiariscono
l’exuperantia poetarum con l’elenco di espressioni particolarmente ric-
che di alta emozione, a proposito del passo in cui Virgilio parla della
eruzione dell’Etna. Qui, anzi, la polemica antigrammaticale acquista
un più evidente significato, perché le esuberanti espressioni virgiliane,
censurate dai grammatici per la loro incongruenza linguistica, vengono
esaltate appunto in virtù di quella esuberanza, in cui si incontrano lo
stile sommo della poesia e la libertà inventiva del poeta.
Avviandosi alla conclusione del dialogo, Pontano riprende il problema
già toccato circa l’uso poetico di allontanarsi dalla realtà positiva. L’ ad-
miratio era già parsa, allora, la giustificazione di quell’uso e perciò il vero
era ovviamente scomparso come misura dell’invenzione: i poeti infatti
assumono per le loro composizioni cose «nunc ex parte aut vera aut pro-
babilia, nunc omnino ficta neque veri ullo modo similia, quo admirabi-
liora quae a se dicuntur appareant» (Actius, 122). Ora è la metafora che
offre all’autore la possibilità di chiarire il rapporto intimo che si pone
nell’opera del poeta tra il fine dell’admiratio e il vero: «videte, obsecro,
quibus veritatem commentis concinnaverit, quo admirabiliora cuncta
redderet». La natura, nella sua veritas, offrirà scene mirabili e forti, tali
da attrarre l’occhio del poeta, ansioso di grandezza. Ma, quand’egli do-
vrà esprimere questa sua ansia di eccellenza, adoprerà la sua arte, non
imitando la natura e cercando i termini che le convengano, ma rinnovan-
dola nella sua arte e quasi distaccandosi da essa. L’arte si pone di fron-
te alla natura non come imitatrice, ma come emula, e nell’emulazione
scopre la sua superiore qualità, la sua essenza spirituale ed umana, che
si riflette nell’effetto di gran lunga più alto cui si possa giungere con la

LXVI

Pontano.indb LXVI 16/07/2019 13:05:55


LA RINASCITA DEL LATINO

parola, il trasferimento di significato, la metafora. Questo genere di no-


vitas riappare come il principio più tipico dell’arte, in quanto, opponen-
dosi all’ordine naturale, che può essere ora il razionale e il positivo, ora
il grammaticale, scioglie il poeta dai vincoli esterni e prepara l’admiratio:
«Verba autem ipsa poetae quique vere dicuntur poetae non solum simul
compangunt aut ea novant […] verum ea transferunt, nec verba tantum,
sed orationem persaepe omnem» (Actius, 203).
La poesia didascalica del De hortis Hesperidum, di qualche anno più
tardi, sarà fondata sul frutto esotico come metafora di una eccezionale
bellezza eterna e assoluta, con un risvolto mitico pari al simbolismo. Il
poeta rimane fermo al suo più volte ribadito concetto della poesia, e gli
piace descrivere la metafora e la favola soltanto come quelle che danno
la misura dell’arte del poeta, della sua capacità di ricreare, e di colpire,
assolvendo il solo compito di rendere mirabile il proprio lavoro: «Quin
etiam et excessum et superlationem iis verbis persaepe adiiciunt a natura
penitus recedentes» (Actius, 203).
È naturale che Pontano guardasse sostanzialmente al genere epico e che
l’esigenza di adattare ad un contenuto «tragico» uno stile adeguato lo
abbia spinto a dare tanto rilievo a quei mezzi tecnici capaci di sollevare il
livello stilistico. In effetti i Carmina obbedivano ad una poetica fondata
prevalentemente sullo stile elegiaco e su quello familiare dell’ecloga; per
ritrovare invece l’applicazione dell’admiratio dobbiamo rivolgerci all’U-
rania non per nulla citata nell’Actius assieme alla Lepidina, un’ecloga che
assume eccezionalmente la misura dell’epica, o all’invenzione straordi-
naria del Sertorius, che fa rivivere il Virgilio più epico e tragico, sebbene
in una gara con quel modello aulico e con la collaterale epica volgare,
che genera la lieve e ambigua ironia dell’esagerazione. Sicché l’aver affi-
dato ad Azio Sincero Sannazaro la sua trattazione della poetica, ricono-
scendo in lui chi aveva sollevato l’ecloga ai livelli più alti dell’espressione
volgare e forse già chi avrebbe innovato l’epica mediante la più «grave»
tematica religiosa moderna ed un’estrema elaborazione dell’esametro
eroico, colloca decisamente l’autore dell’Actius nella storia dell’estetica
rinascimentale del sublime.

In effetti il discorso del personaggio di Sannazaro a conclusione dell’Ac-


tius è un elogio della poesia per la sua mirabile essenza, e se non intende
discostarsi da tutta la parte precedente dedicata alla cura e all’arte che

LXVII

Pontano.indb LXVII 16/07/2019 13:05:55


INTRODUZIONE

il poeta deve usare in funzione dell’ornato estremo richiesto dal genere


poetico, è certo un modo di valorizzare il topos dell’ispirazione, dell’irra-
zionalità e perfino della follia. Questa inclinazione del discorso estetico
era emersa appena nella critica virgiliana dell’Antonius a proposito delle
irregolarità del poeta epico, cui bisogna permettere invenzioni, incon-
gruenze e apparenti imperfezioni che diventano pregi ad una lettura più
sottile, e negli squarci iniziali dedicati al sogno e alle visioni dell’aldilà
nello stesso Actius,85 ma è interessante constatare che l’interesse scienti-
fico per l’astrologia e il relativo tema della fortuna, che riguardano pro-
priamente il naturalismo, e potrebbero sembrare il riflesso di un’altra
anima dell’umanista, vi corrispondono.
Nel riflettere sulle cause «eventizie», in cui consiste la forza della fortu-
na, è singolare l’indugio pontaniano sull’opportunità di usare termini
come «primarie», «primigenie», «principali».86 La considerazione del
movimento della natura, della sua causa immediata quale si esprime in
un impulso naturale (si ricordi che impulsus o impetus è nomenclatura
alternativa usata ripetutamente da Pontano), quello imprevedibile che
porta l’uomo al successo, che lo fa nascere disponibile a farsi trascinare
dagli eventi che lo favoriscono, e quello altrettanto imprevedibile che
è all’origine delle sue propensioni, delle sue passioni, e che equivale ad
una sorta di istinto, è il punto che distingue il trattato pontaniano dalla
tradizione e spiega nel senso più profondo in che cosa consista, su un
piano naturalistico, l’irrazionalità contenuta nella definizione iniziale
della fortuna. Il carattere più stravagante di questo discorso di Pontano
risiede nell’attribuire alla natura irrazionale, che agisce con impulso e
furore, anche effetti eccellenti e originali, mentre sembrerebbe dover
condurre alla degradazione, al vizio e alla confusione, dovrebbe essere
cioè di ostacolo alla ragione, essendone esattamente il contrario.
Concludendo la prefazione originaria al De fortuna con qualche durezza
espressiva e ambiguità, Pontano aveva tirato le somme di un discorso
paradossale che mostrava come i beni, le disposizioni psicologiche e le
scelte artistiche e morali derivassero da fattori istintivi. La distinzio-
ne fra razionalità e irrazionalità, fra natura come perfezione e materia
come imperfezione, secondo cui ci siano cose perfette che «non pro-
vengono dall’impeto, ma procedendo razionalmente e ordinatamente
tendono ad un fine, anzi ad un fi ne assoluto, mentre il procedere dei
beni di fortuna è irrazionale e i suoi esiti sono casuali, poiché non sin-

LXVIII

Pontano.indb LXVIII 16/07/2019 13:05:55


LA RINASCITA DEL LATINO

gole cause, ma più cause insieme concorrono alla fortunatio»,87 sembra


rispondere alla consueta distinzione fra due nature, se non ricalcare due
modi d’intendere la natura nella prospettiva umanistica, come ordine e
come disordine.
Si direbbe che la fortunatio, l’opera della fortuna, corra parallela al «per-
fezionamento» che è opera della natura razionale. In effetti la perfezione
di quest’ultima rimane un’ipotesi della scienza, della morale e della re-
ligione, diremmo che rimane sullo sfondo, più che costituire le premes-
se del discorso, il quale comincia vigorosamente, fin dal primo libro,
compresa la prefazione originaria, rivalutando lo spazio dell’irrazionale
e termina mettendo in serio dubbio la possibilità, da parte dell’uomo, di
far vincere la sua ragione. Molto espressiva è, a questo riguardo, la con-
clusione del trattato con quella sorta di coinvolgimento autobiografico
che abbiamo ricordato all’inizio.
Più che un’attenuazione delle posizioni estreme, emerge nel corso del
trattato il proposito di tenere insieme due posizioni apparentemente
contraddittorie, ma entrambe destinate a deludere le attese dell’uomo,
la considerazione del fato su cui si fonda la scienza astrologica e la con-
siderazione del caso, cui viene sostanzialmente ricondotta l’azione della
fortuna, e che avrebbe una sua identità come «causa», causa efficiente,
dotata d’irrazionalità, imprevedibilità e mobilità indecifrabili. Un tenta-
tivo di risolvere la contraddizione con un metodo gerarchico, collocan-
do la Fortuna al servizio del Fato, oppure considerando, sulla scorta di
Tommaso, la persona umana soggetta alle stelle per quel che riguarda il
corpo, agli angeli per quel che riguarda l’intelletto, a Dio per quel che
riguarda la volontà, e facendo di Dio l’autorità – per così dire – più per-
missiva in quanto lascerebbe l’arbitrio della scelta e se ne riserverebbe
solo la conoscenza,88 ha più che altro il fine di sostenere il più possibile
autorevolmente la dipendenza dell’uomo da una potenza che sostanzial-
mente gli sfugge.
Sembra che Pontano sia combattuto fra la necessità di non smarrire i
parametri razionali e la ricerca di una definizione che collochi la for-
tuna al di fuori di tali parametri, come un modo d’interpretare l’ir-
razionale che domina nella vita umana, l’insuccesso della ragione e il
successo dell’insipienza e della follia, il perché della distribuzione ca-
suale dei beni e delle doti, come dei vizi e delle sventure, comunque del
male e del bene, che toccano a chi non lo merita o che non ha fatto nul-

LXIX

Pontano.indb LXIX 16/07/2019 13:05:55


INTRODUZIONE

la per meritarlo. Tutto questo, accanto alla variabilità e all’incertezza,


egli chiama «fortuna» e nel trattato si sforza, fra mille condizionamenti
ideologici, di trovarle un posto suo proprio, che la tradizione le aveva
generalmente negato, un posto attivo, efficiente, che corrisponde ad una
causa, un «impulso».
Delle due prefazioni che ci sono state tramandate, come si è accennato,
la prima entrava in merito a questa interpretazione della fortuna, mentre
quella successiva si attarda sul tema encomiastico della prudenza del
Gran Capitano che sarebbe stata capace di arginare e superare i mali
e le difficoltà della guerra, insomma obbedisce al topos della virtù vin-
citrice,89 che non è l’argomento proprio del trattato, inteso a scoprire
l’irrazionalità del successo, di questa causa efficiente che agisce nella vita
dell’uomo dominando sui beni esterni fino a rendere vano, o imprevedi-
bile quanto all’esito, ogni progetto ed ogni proposito, ogni atto fondato
sulla ragione, sopravanzando spesso perfino i risultati che sembrano ot-
tenersi con l’arte e con la virtù. Il perché degli eventi, la loro prevedibi-
lità, la stessa scelta dalla quale dovrebbe essere guidata la volontà, scom-
paiono di fronte ad un mero impulsus, che è contrario alla ragione anche
quando conduce ad esiti felici, perfino nella sfera dell’arte e della prassi
etica e politica, come si vede in particolare alla fine del primo libro nei
capitoli dedicati alla figura stravagante del «fortunato». La prefazione
cominciava infatti con un’osservazione quasi provocatoria:

Io so benissimo che il desiderio di sapere è stato infuso per sorte dalla natura nel
genere umano e così l’abilità e la facoltà della parola, e tuttavia non negherò, senza
una dimostrazione, che avvenga o per impeto o per arbitrio della natura che fra
tanta infinità di uomini essa abbia concesso a Cicerone una potenza e una ricchez-
za oratoria così grande da farlo considerare un dio, o identificare con l’eloquenza
stessa; e abbia conferito a Platone e Aristotele tanta forza e robustezza d’ingegno,
tanta efficacia, tanta capacità di comprendere nella scienza della natura e nella ri-
cerca delle cause, da essere considerati indagatori e maestri unici delle cose oscure.

La questione della priorità dell’esercizio o dell’ingegno quali possibili


fondamenti del sapere viene evocata e risolta in favore dell’ingegno,90
ma come fatto di natura, di una natura che si comporta arbitrariamente,
e quindi senza ragione e casualmente nel dotare alcuni uomini di ecce-
zionali capacità.

LXX

Pontano.indb LXX 16/07/2019 13:05:55


LA RINASCITA DEL LATINO

L’esempio viene esteso alla poesia:

È il re dei poeti presso i Latini Virgilio, presso i Greci Omero. Dirai che questo
dipende dall’arte, non dalla natura, come se potessi negare che l’arte è nata
dall’imitazione di quelle cose che sono scaturite da coloro che la natura ha con-
formato in modo perfetto per compiere quelle cose in cui l’arte consiste. Come
se non fossero stati loro i primi e i migliori maestri delle discipline, che la natura
come per un capriccio ha generato e ha istruito insieme, e dopo averli generati
li ha educati; li ha sollevati dove voleva, poiché essa in ogni cosa e dovunque è
attenta e pronta a compiere quel che vuole.

Il carattere quasi eversivo di quel che Pontano ci dice, presentando il


De fortuna in pagine proemiali che forse non per caso verranno sosti-
tuite con una dedica di tipo encomiastico più consueto e che non può
avere il peso di una conversione, ma solo di una scelta opportunistica
del momento, si misura dalla successiva, paradossale comparazione fra
l’impulso della natura in quanto fortuna, e la follia che non va valutata
con il metro della ragione, tanto che il folle non verrebbe sottoposto a
giudizio, in tribunale, per quello che ha commesso.91
Il tema del furore proietta il discorso pontaniano verso sviluppi di no-
tevole importanza della riflessione cinquecentesca. Esso è già implicito
nella poetica dell’Antonius e dell’Actius pur sorretta da criteri eminente-
mente retorici, se pensiamo che la superiorità della poesia rispetto alla
storia e all’oratoria è già sviluppata in termini che richiamano il concetto
di «sublime» e comunque prevedono il fine della admiratio prossimo a
quello di «meraviglia».92 Nel De fortuna quella stessa eccezionalità della
poesia, attribuita ad un ingenium che fa parte degli inspiegabili e irrazio-
nali doni della fortuna, è accostata all’impulso, un vero e proprio furore,
al quale si affidano le sibille e dal quale vengono come trascinati al suc-
cesso alcuni uomini senza e talora contro l’uso della ragione.93

7. Un metodo per la storiografia


Il primato dello stile cui perviene la riflessione pontaniana sulla poetica
va esteso anche alla sua riflessione sulla storiografia, che nell’Actius è
rivendicata come una novità rispetto a precedenti solo abbozzati e non
sviluppati in un discorso organico. Il vanto ha qualche buon fondamen-
to, come avviene per la poetica, se consideriamo il metodo di offrire

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INTRODUZIONE

da una parte esempi concreti, non regole, di versificazione e di varietà


di effetti espressivi, e dall’altra esempi concreti di prosa narrativa e di
confronto fra risultati diversi nell’uso dei parametri storici. La profonda
trasformazione dell’insegnamento umanistico verso il metodo della let-
tura diretta dei classici trovava in effetti un ulteriore momento di consa-
pevolezza teorica e una esemplificazione pratica. La distinzione delle arti
e dei generi, che sarà compito delle future generazioni del classicismo, si
affermava in questo caso senza smarrire una profonda fede nella fonda-
mentale unità delle humanae litterae. E il metodo che garantisce l’unità
è implicito nell’impresa di dedicare un dialogo alla poesia e alla prosa
narrativa insieme. Il pensiero aristotelico che distingueva la poetica dalla
storia, ma su elementi che riguardano l’imitazione e la rappresentazione,
ossia il rapporto fra l’uomo e la natura, viene rivisitato nel senso che la
loro distinzione si attua all’interno dello stile, del significante.
Alle spalle della sistemazione operata dal Pontano dei tre generi (poe-
sia, storia, oratoria) su base prevalentemente stilistica, vi è l’operazione
compiuta da Giorgio Trapezunzio di fondere la teoria della molteplicità
degli stili trasmessa dalla Retorica di Ermogene di Tarso con la teoria
dei tre stili fondamentali, gerarchizzati (alto, medio, inferiore).94 Essa va
tenuta presente per intendere la distanza di questo criterio da quello
poco prima proposto da Antonio Panormita, e fondato sulla differenza e
gerarchia fra gli storici più rinomati dell’età classica, nonché dal criterio
diverso affermato da Lorenzo Valla, risalente al 1445-1446, che collocava
la storia all’apice delle attività culturali, ed era fondato sul rapporto della
storiografia con la cosiddetta veritas.95 Ciascuno dei due interventi, come
si è detto a proposito della cultura umanistica presso i re d’Aragona, pre-
lude ad un’impresa storiografica e ne è praticamente la giustificazione,
prendendo il posto di quel genere umanistico che possiamo chiamare
celebrazione della storia, e sviluppandolo in forma raziocinativa e, quan-
tunque non epidittica, effettivamente apologetica.96
Il fatto che in entrambi i casi si tratti di storie scritte per i regnanti,
quella del Valla per narrare le origini spagnole della dinastia fondata in
Italia da Alfonso il Magnanimo, sebbene non pervenuta alla sua naturale
conclusione con le vicende del regno attuale, e quella del Panormita per
narrare le gesta del figlio Ferdinando, interrotta al momento della sua
successione che si profi lava travagliata, è una curiosa circostanza che le
accomuna, ma che ha comunque lasciato alla storia liviana di Bartolo-

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LA RINASCITA DEL LATINO

meo Facio la prerogativa di aver celebrato per intero il regno del primo
e più indiscusso principe aragonese di Napoli.97 Da una parte una scelta
vicina al genere biografico dell’Historia Augusta, dall’altra una scelta di
sapore cesariano rappresentano esempi non riconducibili alla linea del
Trapezunzio con la sua tesi dell’ottimo Livio.
Quel che sappiamo dei rapporti fra Pontano e Panormita ci autorizza a
non escludere che il primo conoscesse l’opera mutila (o meglio giuntaci
mutila, per quanto ne sappiamo) e conservata in un solo codice dimen-
ticato, qual è il Liber gestarum Ferdinandi regis. Non insisterei sul fatto
che per due volte vi si parli di un futuro De bello Neapolitano col qua-
le lo stesso autore intendeva colmare il racconto dell’ascesa al trono di
Ferrante, per poter dire che la storia scritta da Pontano con quel titolo
si collochi volutamente nella serie delle opere celebrative della dinastia;
e non tanto perché il De bello Neapolitano del secondo maestro dell’Ac-
cademia non sembra seguire la traccia della celebrazione e non appare
il frutto di una commessa regia, quanto perché non si saprebbe come
dovesse intitolarsi altrimenti la storia di una guerra che era scoppiata nel
regno di Napoli per la successione al trono, se non Bellum Neapolitanum.
Ma se si potesse affermare che Pontano si ricolleghi effettivamente alla
storia del Panormita, dovremmo ribadire che il suo De bello Neapolitano
sia stato concepito almeno dopo la morte del maestro e quindi non subi-
to dopo la fine di quella guerra (1465).98 Egli ha invece presenti di certo
le idee del Panormita sulla storia, e se non proprio il prologo della storia
gli argomenti espressi nel prologo, che non era necessario per l’umanista
vivente alla corte di Ferdinando leggere in quel libro, perché egli poteva
ben sapere per altra via l’opinione del Panormita, così largo di esterna-
zioni nel circolo accademico. Non tutte le idee si recepiscono attraverso
la scrittura, e nell’Actius c’è un espresso riferimento a discussioni già
avvenute fra gli umanisti napoletani.
Orbene, l’opinione di Pontano sulla storiografia diverge completamente
da quella del Panormita; sembra anzi una critica di fondo alle sue idee,
pur ponendosi sulla medesima lunghezza d’onda del problema squisita-
mente stilistico da esse contemplato. Il Panormita, però, non si chiedeva
quale fosse lo stile più conforme alla narrazione storiografica, ma quali
fossero gli stili tramandati e quale si adattasse alla propria «mediocrità»:
l’argomento aveva una sua sostanza topica di modestia e, dato il per-
sonaggio, anche di ironia. Considerata la diversità dei generi, la storia

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INTRODUZIONE

degli eventi pubblici, la storia degli uomini illustri e la storia universale,


e considerata la diversità e la classifica nell’ambito di ciascun genere,
ne scaturiva un giudizio che non comportava preferenze o esclusioni:
poiché ritengo che la storia – scriveva il Panormita in una cornice tutta
cortigiana – «al di là degli altri suoi meriti immortali, sia una cosa uma-
na gradita, amabile e benevola, e che accoglie tutti quelli che le si fanno
incontro senza rifiutare nessuno […] sebbene grandi e assai illustri siano
nel campo della storia i nomi di Livio, di Sallustio e di Cesare, che sono i
sommi, non per questo Tacito, Curzio, Svetonio, di livello inferiore, sono
privati dell’onore e del pregio che loro spetta; che anzi perfi no gli uomi-
ni umili e quasi di infima condizione riscuotono il riconoscimento e la
simpatia che si meritano. Infatti leggiamo Orosio, Eutropio, Lampridio
e cerchiamo di conservarli nelle biblioteche».
Il criterio della triplice enumerazione, applicato sia ai generi che alle
specie, indica un’intenzione tutt’altro che vaga e casuale di costituire un
canone, e di segnalare la propria scelta, che in questa prefazione viene
dichiarata con l’aria sorniona (in cui si riconosce il personaggio delineato
dal Pontano nell’Antonius) di avere abbracciato il modello più modesto
fra i sommi, dal momento che la storiografia è così generosa da legitti-
mare tutte le specie, anche le più modeste. È evidente, per chi legge la
narrazione del Panormita, che il modello scelto è quello di Cesare, che
non era soltanto il terzo fra gli storici di grandi eventi pubblici, al confi-
ne con i minori, tutti e tre biografi, ma anche quello che Cicerone aveva
escluso dal canone rigoroso degli storici per aver egli scritto con elegan-
za, ma con una semplicità non propriamente degna di un genere così
retoricamente impegnativo, una serie di «commentari» e cioè di appunti
su eventi contemporanei destinati ad un futuro storiografo propriamen-
te detto.99 Cesare aveva trattato infatti una specie vicina alla biografia,
cioè al secondo grado del canone segnalato, anzi quasi un’autobiogra-
fia, parlando oltre tutto di vicende contemporanee e perciò non ancora
passate al vaglio, e sollevate dall’autorità, del «tempo». Che poi la scelta
cesariana avesse un’altra faccia, perché richiamava per un umanista la
dignità del monarca e il sistema principesco, tanto da essere il prediletto
da parte di Guarino e del principe di Ferrara, è cosa che con sensibilità
squisitamente politica riusciamo a inquadrare meglio dei contemporanei
stessi, specie attraverso l’esemplarità della famosa disputa quattrocente-
sca, implicita già in Petrarca, sulla superiorità di Cesare o di Scipione.100

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LA RINASCITA DEL LATINO

Pontano prendeva le distanze dalla scelta cesariana di chi lo aveva pre-


ceduto a capo dell’Accademia e citava espressamente Tacito e Curzio
come non adatti, per più ragioni, ad essere assunti a modello, nonostante
ben riconoscesse i loro pregi, forse anche distratto, nella ricerca dell’ot-
timo e del perfetto, dal fatto di vederli come statue mutilate e quindi
incompiute per un lettore alla ricerca di un modello esaustivo (Actius,
193-194). A maggior ragione prendeva le distanze dal Valla, dal quale lo
dividevano anche altre ragioni. Tutto fa pensare anzi proprio ad una sua
risposta polemica che incide sul criterio usato dal Valla autore delle gesta
di Ferdinando d’Aragona, un criterio anch’esso tassonomico e ternario,
ma non basato sulla supremazia dello stile. Questo scarto da parte del
Valla rispetto al più comune criterio umanistico comportava un concetto
di fi losofia come pensiero astratto e di poesia come favola, laddove la
filosofia morale veniva recuperata da Pontano come parte integrante del
giudizio storico e la poesia come dispensatrice di bellezze necessarie alla
dignità anche della narrazione storica.
Eppure il Valla, nel fare la comparazione fra le arti della scrittura («con-
fronterò dapprima i poeti con i filosofi, poi con gli storici, infine questi
con i filosofi»), dava senz’altro la palma alla storia perché «lo storico nar-
ra solo chi sia stato questo o quell’uomo, come Tucidide che raccontava
le imprese di Pericle, di Lisandro e di parecchi altri del suo tempo», piut-
tosto che narrare favole o speculare astrattamente, ma non partiva da un
ingenuo postulato. Egli valutava acutamente proprio la «difficoltà» della
ricerca, e partiva da un fondo di salutare scetticismo che gli faceva vede-
re anzitutto gli ostacoli nei difetti in cui potevano incorrere gli storici:
«Quanta onestà e quanto equilibrio sono necessari in questo impegno
per evitare di cedere all’odio, all’invidia, al terrore, e d’altro canto alla
gratitudine, alla speranza, alle preghiere, all’adulazione, all’autorità; so-
prattutto quando tratti dei ricordi tuoi personali, e di eventi accaduti
di recente, di persone con le quali sei in relazione, o dei loro parenti o
amici, cosa nella quale certamente gli storici debbono anteporsi a poeti
e filosofi». Abbiamo la più evidente eredità del discorso di Luciano, che
dimostrava la difficoltà di questo equilibrio e distacco dopo aver messo
da parte, appunto come Valla, gli storici cialtroni che vanno per vie di-
verse lontano dalla verità positiva.
La difficoltà della ricerca, che è il criterio con cui Valla distingue fra le
arti, e comunque ne definisce la differenza (è più facile ragionare e in-

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INTRODUZIONE

ventare che rispecchiare), nasconde quello che gli umanisti, derivando


il problema dalla tradizione retorica, sottintendevano o consideravano
un’ovvia precauzione, il fatto che la res non possa prescindere dalla ve-
ritas. Per Valla la veritas non è quella tramandata, ma quella da scopri-
re, che può essere perfi no inconoscibile, e comunque è resa incerta e
oscura dagli idola, esterni e interni al ricercatore, se vogliamo usare una
terminologia di là da venire. Preoccupazione, questa, non ignota a qua-
lunque storico, ma se il fi ne principale della storia è la conoscenza al fi ne
di imparare, commuoversi e dilettarsi, la sua essenza è nella narrazione
e il suo equilibrio non è solo nell’evitare l’elogio e la denigrazione, nel
giudicare serenamente, ma nel distinguersi dallo stile della persuasione,
che è dell’oratoria, e dallo stile dell’eccellenza, che è della poesia. An-
che Pontano procede per confronti fra i generi, ma nella scelta specifica
di tre fra le qualità ermogeniane segnalate dal Trapezunzio come adatte
sia pur non precipue della historia (brevitas, celeritas, claritas, dignitas,
facilitas, lenitas, magnitudo, plenitudo, pulchritudo, varietas) dimostra,
specie nel valorizzare la celeritas, un gusto particolare, una propensione
a far emergere nel confronto e nell’esemplificazione lo stile storiografico
per lui più tipico e forse a lui più caro, che è quello di Sallustio.101
Alla radice dell’Actius c’è una oscillazione fra il sistema di Ermogene
della molteplicità delle forme e il sistema classico della tassonomia stili-
stica, perché mentre il ritmo poetico è un elemento proprio della poesia
e del suo fine, che è la meraviglia, la storiografia nella comparazione con
l’oratoria che appartiene ad un livello inferiore e con la poesia che appar-
tiene ad un livello superiore, da una parte si distingue per le res e i verba
propri della narrativa, dall’altra partecipa dell’uno e dell’altro livello, in
quanto è anche ricerca di dignità e di eccellenza espressiva. Infatti viene
recuperata a proposito di Livio la famosa opinione ciceroniana che vede
la storia confinare con la poesia, e tuttavia si preferisce Sallustio per la
sua maggiore identità di storico; viene recuperata per la storia la for-
mula delle tre classiche finalità della poetica (docere, movere, delectare),
viene generalmente distinta la storia dall’oratoria102 e allo stesso tempo
riconosciuto all’oratoria un posto ragguardevole nella composizione di
quelle parti che rappresentano il parere dei protagonisti, lo scontro delle
opinioni e le intenzioni dei condottieri. Ma se Trapezunzio aveva stigma-
tizzato chi non riteneva che Cicerone avrebbe potuto essere uno storico
perfetto per lo stesso fatto di essere perfetto nell’oratoria,103 Pontano,

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LA RINASCITA DEL LATINO

pur riconoscendo la centralità, nella storiografia, di una tenzone oratoria


come quella sallustiana fra Cesare e Catone (Actius, 169), è ben lontano
dall’uniformare la figura di Cicerone a quella di uno storico.
Sfruttando anche il sistema dialogico di distribuzione delle parti, Ponta-
no evitava una trattazione pedissequa, ma il piano della discussione ha
una sua logica dimostrativa che mette in evidenza proprio l’intenzione
di distinguere e di accorpare, che è un ben noto metodo dialettico im-
piegato anche nel dialogo. Al centro figura l’esposizione delle qualità più
tipiche della storia, la brevitas e la celeritas; nella parte precedente, an-
che perché collegata con la trattazione del ritmo poetico, figura il debito
che la narrazione storica, specialmente nella cura dell’incipit, ha verso il
poema epico; nella parte finale si esamina la collusione fra l’oratoria e la
storiografia e infine, affidata al personaggio di Sannazaro, la celebrazio-
ne della poesia, originaria creatrice dell’arte e della lingua, depositaria
delle bellezze alle quali ogni arte attinge secondo il suo fine.
Un gioco di differenze e di sconfinamenti che ha alle origini la conside-
razione classica degli stili come finitimi e l’esaltazione ciceroniana della
storia come poesia in prosa o dell’oratoria come fondamento di tutte le
arti della parola, ma nel quale proprio la dimensione stilistica permette
di introdurre elementi concreti d’identità. «Brevità»,104 e specialmente
«celerità», che rispondono all’esigenza fondamentale e originaria della
narrazione come quella capace di racchiudere nel breve spazio della pa-
rola la lunghezza dell’azione, distinguono la storiografia dall’amplifica-
zione che accomuna, pur in comportamenti diversi, l’oratoria e la poesia,
entrambe bisognose di arricchire il discorso per ottenere la persuasione
e l’ammirazione.105 La medietas della storia, che col suo fluire limpido e
gradevole equivale all’arte della narrazione modernamente intesa come
informazione che commuove l’animo e lo allieta, scaturisce da un com-
plesso di suggerimenti tradizionali, ma soprattutto da un’attenzione tut-
ta pontaniana alla definizione dello stile che ne assicura la tipicità. Di qui
anche quelle brevi, quasi sfuggevoli, ma puntuali osservazioni sullo stile
di Sallustio, dove la celeritas viene distinta inequivocabilmente dall’am-
plificazione di Livio. Fermo restando che lo stesso criterio ermogeniano
non permetteva di ridurre lo stile all’applicazione di una singola qualità
e di escludere mescolanze, alternanze, collegamenti.
Ecco perché sarebbe più fruttuoso vedere fino a qual punto Pontano
nella sua opera storiografica abbia seguito questa traccia stilistica, che

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INTRODUZIONE

osservare come egli abbia ottemperato in pratica alle tradizionali norme


del racconto storico, alle quali non poteva sfuggire. La descrizione dei
luoghi, infatti, le retrospettive sulle cause, gli indugi sulla storia delle
città e su eventi trascorsi o concomitanti, su aspetti descrittivi o riflessivi,
appartengono all’arte della narrazione, e trovavano già nel Trapezun-
zio un espresso favore, accompagnato da un invito alla moderazione,
ma proprio in vista della gradevolezza del racconto, compito specifico
dello storico. Lo stesso atteggiamento che è sembrato oscillante nella
rappresentazione del re, non va ricondotto a ragioni ideologiche o all’a-
desione alla presunta realtà dei fatti, ma al modo di adeguare le notizie
di cui l’autore dispone ad un racconto vario e interessante, con una sot-
tile intenzione etica, che emerge efficacemente alla fine, quando si dice
che Ferdinando fu grande nella guerra, ma a lui mancavano le doti per
governare la pace. Una manifestazione di equilibrio, sostanzialmente, e
di distanza narrativa nell’evocare un momento eroico e felice, e perfino
nell’enunciare con pacatezza, senza amarezza satirica e quindi senza ri-
schiare di contraddirsi, un esempio positivo di fortezza, accanto ad un
esempio di governo discutibile. Il senso, si direbbe il succo del racconto,
è proprio in quella problematica sentenza finale, che rende superflua la
ricerca della collocazione cronologica dell’opera storica:

Adunque in questa città Ferdinando, una volta ritrovata la pace e aggiustate


le cose come voleva, regnò oltre trent’anni, avendo frattanto condotte con fer-
mezza molte guerre intraprese a sostegno di alleati e amici, e avendo espulso
dall’Italia mediante l’opera attiva del figlio Alfonso anche i Turchi che con as-
salto improvviso avevano occupato Otranto e buona parte del Salento. Che se
con le arti con cui all’inizio si era procurato il regno, lo avesse tenuto in pace e
tranquillità, come fu ritenuto sommamente felice, così sarebbe stato annoverato
fra i principi migliori.106

Che l’autore del De bello Neapolitano fosse anche autore di una teoria
storiografica impegnata sul piano della più moderna riflessione sulle
forme della scrittura, e consapevole di lanciare una novità, comunque
questa voglia giudicarsi fra un secolo che aveva visto la nascita della sto-
riografia civile e un secolo che dà inizio alla storiografia moderna, ha
fatto nascere ovviamente la curiosità di stabilire il loro rapporto crono-
logico. La notizia data dallo stesso Pontano che l’opera storica fosse in

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LA RINASCITA DEL LATINO

dirittura di arrivo, pronta per offrire qualche esempio della sua compo-
sizione, nel penultimo anno del secolo, non permette, a mio parere, di
andare oltre la ragionevole constatazione che i modelli antichi di Livio
e Sallustio, che Pontano invitava a leggere nell’Actius mediante e al di
là dei suoi excerpta, fossero a lui presenti durante l’elaborazione della
storia napoletana, e anzi costituissero un incentivo ad entrare con loro in
gara. Nei primi anni Novanta Pontano tirava le somme del suo impegno
naturalistico concludendo il «poema» astrologico; negli anni successivi
tirava le somme di un’esperienza storiografica che confluisce nella storia
di un evento drammatico ed esemplare del Regno, ora che quell’even-
to era passato e poteva affrontarsi, come insegnavano concordemente
sia autorevoli riflessioni antiche, sia esempi come quelli della storia di
Catilina, di Giugurta e delle guerre puniche nelle mani dei più grandi
storiografi latini, ma come proprio il disimpegno dalla pratica politica
ora permetteva o suggeriva di fare all’umanista.
È interessante osservare, conclusivamente, che il lettore di Plutarco, qua-
le si era manifestato pur nella rivisitazione ludica del Sertorius, certa-
mente intento in quegli anni conclusivi a raccogliere nel De sermone, sia
per una trattazione teorica che per una sperimentazione diretta, anche il
materiale per l’illustrazione del racconto breve, trovasse il modo di teo-
rizzare e di praticare la più classica forma narrativa, la storia, esaltandone
le qualità più tipiche, la varietà, la brevità, la velocità.

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XCVIII

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Giovanni Gioviano Pontano

I Dialoghi
La fortuna
La conversazione

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I Dialoghi

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Charon
Caronte

Nota introduttiva, traduzione e note di


FRANCESCO TATEO

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Nota introduttiva

L’antichità ha tramandato due figure sostanzialmente positive di Caron-


te, nonostante il suo profi lo di personaggio infernale e di burbero bar-
caiolo, l’una come esecutore della giustizia verso le anime dei morti che
giungono nell’aldilà, nel libro sesto dell’Eneide virgiliana, l’altra come
visitatore del mondo terreno con l’esperienza del regno dei morti, demi-
stificatore delle vanità umane, nel famoso dialogo di Luciano, destinato
ad una lunga fortuna umanistica fino almeno ad una riesumazione da
parte di Erasmo, sollecitata proprio dal dialogo di Pontano. Dante nel
libro terzo dell’Inferno aveva riprodotto la figura virgiliana insistendo
sulla burbanza del suo comportamento, la coscienza del suo mestiere e
perfino l’obbedienza al volere divino. Pontano accentua l’ironia lucia-
nea e la saggezza comunque insita nella figura dantesca, facendogli pro-
nunciare inizialmente una massima sull’inutile speranza degli uomini, e
recitare la parte di un paziente e talora impaziente spettatore delle loro
stravaganze. Il livello complessivamente comico di questo primo dialogo
pontaniano, che si distingue nella letteratura umanistica per la varietà e
ricchezza delle sue sfumature e per essere una testimonianza, si direbbe,
completa della personalità culturale dell’autore, con la sua propensione
ironica fino al riso, la sua cultura astrologica e fi losofica, la sua satira e
disposizione pedagogica, si esprime anche nell’alternanza fra facezia e
compunta riflessione morale. Erasmo, riprendendo la mitica figura infer-
nale nel suo Caronte, ne scartò il registro comico (del resto non apprezzò
nel pur molto stimato Pontano le forme di trasgressione), ma ne colse la
polemica contro la guerra e la violenza che impediscono la realizzazione
dell’ideale irenico.

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CARONTE

Mentre tutto il Caronte rivolge l’attenzione all’attuale mondo degli uo-


mini riflesso nel contesto infernale, la prima scena ci presenta due per-
sonaggi di un mondo passato in un’atmosfera di immobile idealità. Mi-
nosse ed Eaco, approfittando del loro tempo libero (un breve periodo di
pace sulla terra ha fatto giungere poche anime da giudicare nel regno dei
morti), riflettono sulla loro privilegiata condizione, e, coscienti della pro-
pria saggezza, considerano il modo migliore di impiegarla e di realizzare
così l’armonia di otium e negotium, di interessi speculativi e pratici, in
cui veramente consiste la sapienza. Le parole di Minosse con cui si apre
il dialogo hanno il sapore delle vetuste massime: «Qui magistratum, Ae-
ace, gerunt, iis nunquam sine negocio ocium esse debet».
La risposta compunta di Eaco sottolinea la prudenza di questa riflessione
e fa l’elogio della vecchiezza, come l’età più opportuna all’esercizio delle
arti dell’animo. La ripresa del concetto ciceroniano dell’otium, attribuito
nel De officiis a Scipione («nunquam se minus otiosum esse, quam cum
otiosus, nec minus solum, quam cum solus esse», «egli non si sentiva
mai meno ozioso di quando era ozioso, né mai meno solo di quando
era solo»), ha in questo colloquio una funzione particolare: Minosse ed
Eaco rappresentano appunto l’antica saggezza, sicura delle proprie forze
e fiduciosa nell’armonico incontro fra la vita contemplativa, la scienza
del bene, la vita attiva, la realizzazione della giustizia. L’identificazione
della sapienza con la vecchiezza (un motivo particolarmente caro al Pon-
tano anche quando dovrà scherzarci sopra), e a sua volta l’identificazione
della vecchiezza con la funzione «politica» («magistratum genere»), ci
conducono al concetto di «sapienza» come «prudenza», all’attività pra-
tica di chi riesce a moderare gli altri perché intimamente «moderato»
egli stesso.
L’argomento preferito dei due eletti personaggi, quando discutono fra
loro, è sempre il motivo della saggia e prudente vecchiezza del De se-
nectute ciceroniano. Nel loro secondo colloquio, prendendo lo spunto
dalla prova di cultura data insperatamente da Caronte, Eaco cerca di
scagionare la vecchiezza dal limite che generalmente le si attribuisce. A
Minosse che si rammaricava del fatto che Caronte troppo tardi si fosse
dedicato alla filosofia, egli risponde che nessuna età è abbastanza tarda
per apprendere; che anzi gli anni pongono l’uomo in una condizione di
privilegio (III 9). In realtà fra Minosse ed Eaco si rivela una divergenza di
opinioni riguardo alla condizione privilegiata della vecchiezza; ma, come

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NOTA INTRODUTTIVA

accade nell’eletta conversazione umanistica, si tratta di due opinioni che


concorrono armonicamente a costruire la verità, o una probabile verità,
mediante l’eliminazione degli eccessi e dei possibili errori. Eaco è difen-
sore ad oltranza della senilità, sospettoso verso l’impeto e l’irrazionalità
dei giovani («Maior est in illis impetus, ratio imperfectior»), e si spinge
perfino ad ammettere nell’uomo la potenzialità della sapienza infinita,
proprio in base alla considerazione che la sapienza cresca in ragione diret-
ta della vecchiaia. Solo il limite di tempo cui è soggetta la vita si oppone
(ed in ciò sarebbe stata provvidenziale la natura) all’attuazione di quella
potenzialità. Minosse, rivelandosi più cauto nel constatare la debolezza
dei vecchi, ma d’accordo nell’identificare la sapienza con la vecchiezza,
vede realizzarsi nella vita umana quel che avviene nella natura vegetale,
dove i frutti provengono dai fiori. Sicché la sapienza, frutto di una gio-
vinezza ben spesa, non ha nulla da rimproverare alla natura che le ha
posto un limite: esiste un momento in cui le forze dell’uomo, sviluppate
al massimo della loro potenzialità, non possono che interrompersi con la
morte. Il regno dei morti è la testimonianza dei limiti dell’uomo e del suo
destino. Ma è anche il luogo dove finalmente tutto ciò si rivela.
Le opinioni divergenti dei due saggi si compongono nella comune fidu-
cia e approvazione di fronte all’ordine dato dalla natura. L’inopportunità
che l’uomo raggiunga la sapienza perfetta, come ritiene Eaco, e l’oppor-
tunità che l’uomo cessi di vivere quando tutte le sue energie abbiano
ottenuto quello sviluppo che solo potevano ottenere, costituiscono due
punti di vista differenti di una medesima concezione dell’uomo, morale
l’uno (che preserva l’uomo dalla superbia), logico, o teologico, l’altro (che
distingue il finito dell’uomo dall’infinito di Dio). La natura umana consi-
ste proprio nel limite posto al suo perfezionamento, soggetta com’è alla
fortuna e alla morte, per cui il suo destino non è la conoscenza infinita
dell’universo, ossia la sapienza in senso assoluto, ma la prudenza, ossia
la capacità di valersi dell’esperienza degli anni giovanili e della matura
riflessione dell’età avanzata per l’acquisto della giustizia e della modera-
zione. Due uomini politici infatti, Solone e Catone, sono i simboli storici
della virtù e della sapienza, che è nella maturità degli anni e nel loro
uso opportuno. Perciò il secondo colloquio fra i due austeri personaggi
si conclude con la condanna della vanità degli uomini che sprecano il
tempo in vili preoccupazioni ed accusano la brevità della vita. Si riapre
così la discussione sulla insipienza dei moderni, che non conoscono la

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CARONTE

ricchezza della vera vecchiaia: è il sogno, caro agli umanisti, dell’antichi-


tà perfetta, avvertita come ideale ed eterna perfezione. Ma Minosse ed
Eaco, che rappresentano quel sogno, sembrano come estranei alla vita
che incalza con le sue meschinità ed i suoi pericoli, e non sanno opporre
che il ricordo di un mondo, il loro mondo, regolato e perfetto. È già im-
postata la problematica opposizione fra antichi e moderni in cui cova la
crisi del Rinascimento.
Tanto gravi sono le parole e seri gli argomenti di questo eletto colloquio,
da sfiorare l’ironia. Il loro compunto sentenziare, il loro modo corte-
se di approvare come ben detto quel che l’altro dice, insomma la loro
imitazione del dialogo dotto riceve un certo colore nel confrontarsi con
la rozza espressione di Caronte, col «verace» e spregiudicato parlare di
Mercurio, divinità divenuta esperta attraverso il suo continuo commer-
cio con gli uomini. Il mondo rimasto nel ricordo di Minosse e di Eaco,
vecchio e austero quanto loro, oltre ad esser dominato dalla «prudenza»,
riceve direttamente la cura della provvidenza divina, che avverte con i
segni astrologici l’uomo, perché egli possa esser pronto a premunirsi dai
mali. Nelle parole dei due si riflette un ottimismo che va dalla normale
affermazione cristiana della misericordia divina, alla fiducia nella bontà
della natura e nell’utilità dei celesti segni premonitori. È interessante che
proprio in questo dialogo sia confutata da Mercurio la possibilità e l’uti-
lità di prevedere il futuro e che proprio questa ultima soluzione costitui-
sca un vivo motivo di riflessione per il Pontano maturo, mentre la prima,
accolta come la più ortodossa, perché richiesta dalla provvidenzialità di-
vina e dal principio della armonia fra Dio e la natura, rimanga spesso un
postulato, un ideale punto di riferimento di fronte allo scomposto ed im-
prevedibile movimento delle cose. Pontano non mette a confronto le due
soluzioni, né possiamo pretendere da lui una discussione fi losoficamente
radicale: qui, come altrove, esse vivono ambedue, separatamente, ciascu-
na provvista di una sua teologica giustificazione, vere entrambe, l’una,
appunto, nel mitico mondo perfetto dei due classici personaggi, l’altra
nel mondo turbinoso attuale, dal quale giunge messaggero Mercurio
(IV 11-VIII 34). E infatti i due personaggi sono avvolti da un’atmosfera
idillica. In un momento di pausa essi appaiono su uno sfondo da egloga
pastorale, soddisfatti del grato e dotto conversare, ma paghi soprattutto
della serenità e del silenzio che offre loro la condizione di sopravvissuti.
Il momento in cui si colloca nell’Ade questa conversazione è particolar-

10

Pontano.indb 10 16/07/2019 13:05:57


NOTA INTRODUTTIVA

mente disastroso per l’umanità, una guerra cruenta e spietata, che ha sov-
vertito la naturale legge della ricerca del piacere e del rifiuto del dolore.
La guerra è un assurdo sovvertimento di valori, ma più di ogni altra folle
questa guerra suscitata dai sacerdoti, che dovrebbero attuare la volontà
divina (VIII 23). Una guerra del genere è il simbolo della decadenza del
genere umano, che ritorna alla barbarie dopo aver conosciuto una splendi-
da civiltà, che è precipitato nella follia, dopo aver conosciuto la saggezza.
La concezione della decadenza storica, forse particolarmente suggerita
dalla lettura di Sallustio, (ampiamente documentata nell’Actius), anche
lui stupito spettatore delle nefandezze di un mondo decrepito, rappre-
senta in Pontano il modo con cui si definisce in lui la coscienza della
turbinosa scena del mondo, nella quale debba inserirsi l’uomo, con la
sua aspirazione alla felicità e alla pace. Una concezione «umanistica»
della vita, che ama trasferire in un mondo passato, non nell’aldilà, le sue
più grandi aspirazioni, il suo difficile sogno di armonia e di virtù. La
conquista di quel mondo perduto si prospetta come una riconquista, una
difficile riconquista, che pare possa realizzarsi soltanto nella interiorità
dello spirito, in quell’atteggiamento di accettazione e insieme di distacco
di fronte al mondo esterno, e di dominio su se stessi, in cui consiste la sa-
pienza. L’approfondimento dei temi della «fortuna» e della «prudenza»,
nei trattati ad esse dedicati, farà scivolare il discorso sull’arte politica, la
quale consente l’uso proficuo della discrezione, pur senza assicurare il
dominio del mondo esterno.
I due temi, illusione e disperazione, ovviamente e variamente collegati
fra loro, perché la sofferenza induce il desiderio e quindi la speranza
che può essere fallace, e trasformarsi in illusione che può essa stessa a
sua volta diventar sofferenza, quale disperazione in senso etimologico,
sono paralleli nell’etica cristiana e nella sua riscrittura classicheggian-
te come quella del dialogo pontaniano. L’interrogativo circa la sorte
umana, posto in modo così verace da Caronte, rimane il sottinteso
dell’intero dialogo. Alla fine lo stesso Caronte, dopo aver fatto un’espe-
rienza molteplice della desolata condizione umana, finalmente, per aver
ascoltato le sagge e insolite parole di un’ombra, esclama con quel suo
fare ingenuo ed impetuoso: «Ac, per Plutonem, oratio ista hominum
expressit felicitatem» (XII 56). Sono le ultime parole del dialogo, pri-
ma che i versi conclusivi, ispirati ai canti funerari del rito religioso, ci
riconducano all’immaginaria scena infernale. Il problema della felicità,

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CARONTE

impossibile ma comunque affidata a quel po’ di sapienza che l’uomo


riesce a ritagliarsi, è strettamente connesso, come quello della speranza,
con quello della fortuna.
È l’incostanza ed imprevedibilità della fortuna a rendere inutile la spe-
ranza, a provocare la disillusione, il dolore, e a suggerire a Caronte la
dotta riflessione che lo fa apparire in una luce del tutto nuova ai giudici
infernali, meravigliati di trovarsi di fronte ad un barcaiolo istruito in
filosofia. «Quaenam sunt ista, Charon?», esclama allora Minosse; dopo
di che il dialogo pare allontanarsi dalla proposizione iniziale, e invece vi
ritorna appunto con l’accenno alla fortuna signora delle cose. La consi-
derazione di Caronte sembra essere marginale: così almeno il nocchiero
fa capire ai giudici impressionati della novità. Egli aveva atteso invano,
come loro, l’arrivo di qualche morto da trasportare, per aggiungere
qualcosa all’erario di Plutone; si era ingannato nella sua speranza; come
doveva essere infelice la condizione degli uomini che vivono sempre di
speranza, se questa gli si è rivelata così fallace! (I 3). Questo modo d’in-
trodurre una riflessione fondamentale quasi incidentalmente è in parte
un modo tradizionale nella tecnica del dialogo, in parte è dovuto, come
si vedrà, alla coerenza di questa curiosa figura di Caronte, che semina la
sua «filosofia», in realtà un buon senso nutrito di esperienza spicciola,
fra le pieghe del rozzo discorso (qui pare che tutto il suo interesse sia
rivolto al guadagno), ma risponde soprattutto alla spigliatezza del dialo-
go pontaniano, che ama più collegare a distanza, attraverso allusioni e
richiami, le idee, che collegarle in un discorso organico.
Il problema della felicità e quello della speranza ad esso strettamente col-
legato vengono ripresi, oltre che nella conclusione del dialogo, in quello
che potremmo chiamare il suo centro ideale, ossia il discorso fatto da
Mercurio sulla inutilità della previsione del futuro e, sostanzialmente,
sulla impossibilità di ogni previsione. Anche questa volta il discorso capi-
ta «per caso»: Mercurio, enumerando i casi di stoltezza umana sperimen-
tati nel suo ultimo viaggio sulla terra, si lascia sfuggire che gli dei hanno
fatto bene a togliere all’uomo la conoscenza del futuro, per non aggiun-
gere ai mali presenti il timore di quelli che potrebbero avvenire, ed è
indotto a spiegare perché mai gli dei lo abbiano fatto. La discussione, che
sembrerebbe il frammento di una questione astrologica, esplica il pensie-
ro formulato da Caronte nelle sue prime battute, guardato solo da un al-
tro punto di vista. Il nocchiero infernale aveva parlato di infelicità causata

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NOTA INTRODUTTIVA

dalla vana speranza di bene, aveva ribadito la «incertezza» della fortuna


ed aveva concluso con la constatazione della stoltezza umana che si affi-
da a quella incertezza. La «lezione» di Mercurio ha invece una pretesa
teologica, ma in certo qual modo pagana, una risposta al tema dibattuto
dall’etica sulla paura della morte e l’angoscia della vita, e intende spiegare
la provvidenzialità del volere divino, che ha posto l’uomo nella incertez-
za, perché non si abbandonasse, conoscendo in anticipo il buon esito di
una circostanza, né si scoraggiasse conoscendone l’esito disastroso. Ma
la volontà divina appare, in questo discorso, un modesto rimedio ad una
legge più potente della stessa divinità, che è l’inesorabilità del fato (VIII
25), equivalente all’incertezza dell’evento casuale nei riguardi della mente
umana. Gli eventi, ancorché casuali, non possono che essere necessari,
quando si siano verificati, cioè quando sono effettivamente conosciuti.
Anche Mercurio, come Caronte, tocca con particolare riguardo l’incer-
tezza della fortuna («ab omni procul ratione seiuncta, incerta, incon-
stans») e finisce col parlare della stoltezza degli uomini che si mettono ad
indagare il futuro, trascurando i limiti della loro natura, il loro officium,
che solo potrebbe dar loro soddisfazione. Il discorso verte insomma sui
limiti dell’humanitas, più che sulla sua potenza, e si dispone fra la con-
siderazione etica di uno stoicismo moderato, non vincente, al limite del
pessimistico, e una considerazione antropologica e realistica. Ma l’iden-
tità della figura mitica di Mercurio non è estranea a quella di Ermete
Trismegisto, rivelatore di verità superiori. Il suo discorso investe anche
la questione astrologica ed ha, come abbiamo già detto, delle pretese te-
ologiche, che Pontano riprenderà nella riflessione sulla fortuna, la quale
affronta appunto il motivo della difficile condizione umana, abbandona-
ta al buio dell’incertezza, ed indica la stoltezza dell’uomo nella mancata
coscienza dei propri limiti, che è poi la radice della sua infelicità.
Le beghe, i litigi, gli inganni, i mali che gli uomini procurano agli altri e
a se stessi sono considerati quali segni di una barbarie che l’uomo porta
dentro di sé, e che solo la cultura e la riflessione, la civiltà insomma,
riescono a domare. La varia rappresentazione dei difetti degli uomini
segue ovviamente il tradizionale criterio morale, con la conseguente in-
dicazione dei «peccati» dell’anima secondo le categorie teologiche; ma,
a guardar bene, il vero peccato è nella stultitia, nella amentia, nella im-
manitas, ossia nel rifiuto della norma umana, cui Pontano dedicherà uno
degli ultimi trattati morali. All’incontinenza bestiale è pari l’uso volgare

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CARONTE

dell’intelligenza, della rudimentale ed imbarbarita scienza dei gramma-


tici, della ottusa credenza popolare, per la quale non c’è in queste pagine
alcuna commiserazione.
Ma questo discorso, fatto di informazioni sulla condizione umana di cui
l’uomo stesso ha colpa per le sue cattiverie e frivolezze, ha un momento di
pausa nelle brevi scene VI e VII, che raccontano la passeggiata di Caronte
e Mercurio in un paesaggio idillico, immaginato nell’Ade. Il tema della
pausa fra occupazioni faticose è un altro motivo ricorrente nel Pontano,
che concepisce anche la poesia, e lo stesso conversare del dialogo come
un rilassamento dello spirito. Dopo questa pausa, dove allo scherzo della
sofisticata nomenclatura floreale dell’aldilà si aggiunge l’altro, carico di
sensi satirici, di contrapporre alla terra dei viventi la terra dei morti, il
dialogo procede non più col racconto delle bestialità degli uomini ma
con la rappresentazione dialogica di alcuni esemplari di stoltezza, filosofi
e grammatici. Del resto già il racconto delle catastrofi naturali, che non
hanno luogo nell’Ade, aveva un segno minaccioso per i viventi, ma un
segno ironico per i lettori, che notano il capovolgimento comico dato
da una sorta di utopia collocata in un aldilà che è un giardino, ma non
propriamente paradisiaco.
Le scene che seguono, dopo una ripresa del discorso sulla progressiva de-
cadenza del mondo (Charon VIII), soprattutto per via della superstizione,
paradossalmente, ma anche ambiguamente, nominata da Eaco già nella
scena II come politicamente utile, contengono una serie di incontri diretti
con figure simboliche della degenerazione morale (Charon, IX, XI). I ci-
nici che hanno frainteso la norma del vivere secondo natura, comportan-
dosi in modo stravagante e miserabile, e i grammatici che non capiscono i
limiti dell’erudizione e della norma linguistica, fino a dare spettacolo col
loro battibecco, e a picchiarsi. Il registro buffonesco delle scenette muove
ovviamente, il più delle volte, dal gusto dell’eccesso risibile, più che dalla
satira risentita. Ma un giusto dosaggio dei registri induce Pontano a in-
terrompere questo spettacolo buffonesco con un altro di quegli squarci
riflessivi (Charon, X), in cui il ragionamento fra i personaggi principali si
fa disteso ma pensoso, facendo emergere alcuni dei temi più scottanti del-
la scena politica contemporanea, e sensibili per l’animo di un umanista,
come la perdita della libertà della Grecia e il pericolo turco.
Offrendo con il suo dialogo dei morti uno specchio dell’umanità, e quin-
di dando organicità all’apologo, Pontano ha costruito la scena finale come

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NOTA INTRODUTTIVA

una sorta di campionario di tre religiosi laidi, un cardinale, un frate e un


prete che abusano rispettivamente di una prostituta, di più concubine e
di una vergine, e di due laici, un toscano e un umbro, l’uno scherzoso e
gioviale, ma prudente e attento a difendersi dalle noie della vita, l’altro
tutto serioso e dedito alla virtù e a frenare le passioni per contrastare la
fortuna. Vi domina, piuttosto che lo sketch dialogico, il genere narrativo,
nonostante la perfomance delle comparse, come dimostrano specialmente
l’exemplum del parroco che inganna la giovane frequentatrice della chie-
sa, dove è riscritta con insistenza sui particolari erotici la famosa novella
boccacciana di frate Alberto ripresa da Masuccio, e la vera autobiografia
del personaggio ridanciano, che oltre tutto presenta altri personaggi, va-
riando la narrazione come avviene nella Commedia dantesca. Ma importa
rilevare come in questo campionario di figure umane, e disumane, gli
ultimi due esempi di vita riflettano i due diversi ideali che ricorrono nel-
la tradizione dell’etica, l’epicureo e lo stoico, forse con un’allusione allo
stereotipo della contrapposizione fra il riso e il pianto di Democrito ed
Eraclito. Che cosa possa significare l’attribuzione esplicita dell’origine to-
scana e dell’origine umbra ai due personaggi, figure storiche o tipi umani,
non è nemmeno ipotizzabile con una qualche probabilità; ma è pensabile
che l’autore, comparso nel dialogo solo come oggetto di riprovazione, as-
sieme al Panormita, da parte di un grammatico, vi abbia coinvolto una
sua segreta intenzione, propenso com’era alla dissimulazione e all’autoi-
ronia, se fa dire a Caronte a proposito del primo che gli sembrava l’imma-
gine del vero sapiente e se faceva concludere il dialogo con il medaglione
rispettabile del secondo, un umbro come lui stesso.

NOTA AL TESTO
Il Charon e l’Antonius furono pubblicati per la prima volta insieme nel
1491 presso Mattia Moravo: IOANNIS IOVIANI PONTANI Dialogus qui Cha-
ron inscribitur … dialogus qui Antonius inscribitur (Moravo, Editio prin-
ceps). È prevedibile che l’edizione fosse curata dallo stesso Pontano, ma
non si conserva il manoscritto che dovette servire come esemplare di
stampa. Due testimoni manoscritti, mutili all’inizio e alla fine, derivano
probabilmente dalla stampa, perché ne conservano le anomalie, presen-
tano varianti errate o improbabili normalizzazioni grafiche: Biblioteca
Nazionale di Napoli, cod. VIII - G - 104 B (mutilo), Biblioteca Medicea

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CARONTE

Laurentiana, cod. Laur. Strozzi, 106 ff. 13-71. Del solo Charon esiste in-
vece nella Società di Storia Patria di Napoli un manoscritto rilegato con
altri testi (C = Fondo Cuomo 1. 6. 45, il Charon è alle cc. 259-297 di una
vecchia numerazione), non autografo, e tuttavia pregevole perché ci con-
serva l’intero dialogo in una redazione anteriore, di cui è stato ritenuto
copia, diretta o indiretta. Nonostante i sicuri fraintendimenti dovuti al
copista, o risalenti al suo antigrafo, vi sono stati riconosciuti «gli esiti di
un’attenta revisione» dell’autore quale sarebbe testimoniata dall’edizio-
ne a stampa (si veda L. MONTI SABIA, Un ignoto codice del Charon). I due
dialoghi furono ristampati nel 1501 a Venezia presso Bernardino Ver-
cellese assieme al De fortitudine e al De principe, nel 1514 a Lione presso
Bartolomeo Troth assieme ai medesimi trattati morali.
Delle edizioni moderne quella a cura di C. Previtera (GIOVANNI PONTA-
NO, I dialoghi, edizione critica, Sansoni, Firenze, 1943) comprende tutti
e cinque i dialoghi nell’ordine dato dall’Aldina, ha come testo base le
prime edizioni di ciascun dialogo, ma le corregge talora seguendo le cin-
quecentine e registrando nell’apparato le varianti. Una ristampa anasta-
tica di questa edizione accompagna la traduzione tedesca di H. Kiefer,
München, 1984. L’edizione a cura di J. Haig Gaisser (The I Tatti Re-
naissance Library, Harvard University Press, 2012) è corredata da note
critiche (pp. 348-349), quella di F. Tateo (Charon, Napoli, 2016, Antonius,
Napoli, 2015) è corredata dalla Nota al testo; alla quale si rimanda per la
presente edizione, che conserva, finché è sostenibile, il testo tramandato
dall’edizione del 1491, che è il testimone più vicino all’ultima volontà
dell’autore, vivente all’atto della pubblicazione.
Si riprodurrà quindi la princeps anche in singolarità, anomalie e forme
grafiche alternative, spesso corrette dalle cinquecentine secondo l’uso
classico o più consueto (caera per cera; coepi da capio per cepi; haerba
per herba; herebus per erebus; laenis per lenis; ferrugineae; quaercus; per
il caso particolare di cabronibus, si veda la nota al § 53), e si conserve-
rà l’accorpamento, e viceversa, di vocaboli, quando rispecchia un do-
cumentato uso pontaniano, o è più volte presente in Mo: aegreferentes,
multominus, nequam, nimisquam, operaeprecium, praeseferre, quamauda-
cissime, quamfucatissimum, quamiucundissimum, quampostea, quampri-
mum, quibuscum, sanequam, ne dum, non dum, quod nam, quot annis, se
se, ubi nam. Sono state conservate alcune singolarità, anche non costanti,
dovute allo scambio fra ti e ci che la tradizione della latinità recenziore

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NOTA INTRODUTTIVA

diffusamente conosce (internitio, speties, pernities, precium, spacio, super-


sticiosulus). Si propone limpidus in luogo di limpidum (§ 18), anomalia
difficilmente attribuibile all’autore.

R IFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Questa Nota introduttiva riprende in parte, e integra, il discorso svolto in
F. TATEO, Umanesimo etico, 1972, e l’Introduzione a PONTANO, Il dialogo di
Caronte, 2016. Sul rapporto fra i primi due dialoghi, cfr. L. GERI, Lettura
di un dittico pontaniano, 2011; per la presenza di Luciano nell’Umanesi-
mo e anche in particolare in questo dialogo del Pontano, cfr. ID., A col-
loquio con Luciano, 2015, oltre che ID., Introduzione a Pontano, Dialoghi,
2014, pp. 22-23 per quel che riguarda il breve dialogo Charon di Erasmo
e la bibliografia sulla fortuna di Erasmo in Italia. Cfr. il testo dell’operet-
ta erasmiana in ERASMO DA ROTTERDAM, Colloquia, progetto editoriale e
introduzione di Adriano Prosperi, edizione con testo a fronte a cura di
Cecilia Asso, Torino, Einaudi, 2002, pp. 993-1015. La famosa massima
di Scipione sulla opposizione, alternativa e scambio fra otium e nego-
tium, che Cicerone ricorda all’inizio del libro III del De officiis, e con la
parafrasi della quale comincia il Caronte è già presente nel Petrarca del
Secretum e del De vita solitaria e alimenta i dialoghi quattrocenteschi che
riciclano il binomio medievale della vita attiva e contemplativa, come le
Disputationes Camaldulenses di CRISTOFORO LANDINO. Analogamente va
confrontata col De senectute ciceroniano la disputa sulla vecchiaia. Gli
spunti politici del dialogo vanno messi in relazione con l’interesse pon-
taniano espresso nel suo primo trattatello, scritto nello stesso decennio,
per cui si veda l’Introduzione di G. Cappelli a PONTANO, De principe,
dove già è espresso il proposito di non svolgere una trattazione esaustiva,
come spesso si ripete nei dialoghi, e viene citato Alessandro sulla utili-
tà politica della superstizione, che ha fatto pensare ad uno dei pensieri
machiavelliani sulla religione instrumentum regni. La probabile allusione
al Corpus hermeticum, qui adombrato nella figura del sapientissimo Mer-
curio (poi espressamente richiamato nell’esposizione fatta dal Cariteo
nell’Aegidius), si mescola ad una variegata gamma di atteggiamenti critici
che coinvolgono platonismo e aristotelismo, per i quali si rimanda a L.
GERI, Introduzione a PONTANO, Dialoghi, 2014, pp. 14-31. Sulla rappre-
sentazione dell’aldilà, cfr. SCIANCALEPORE, La realtà «infernale», 2012.

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CARONTE

Il confronto con la cultura di scuola nella Napoli aragonese può illu-


minare l’atteggiamento critico del Pontano accademico e il capovolgi-
mento comico di cui egli si compiace nel Charon e poi nell’Antonius: M.
MONTANILE, Le parole e la norma. Studi su lessico e grammatica a Napoli
tra Quattro e Cinquecento, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1996;
G. A. PALUMBO, La biblioteca di un grammatico, Bari, Cacucci, 2012; e
in particolare su un episodio della polemica del grammatico Giuniano
Maio: R. R ICCIARDI, Angelo Poliziano, Giuniano Maio, Antonio Calcil-
lo, «Rinascimento», s. II, 8 (1968), pp. 277-309. Per l’atteggiamento del
Pontano di fronte alla tradizione della lingua latina cfr. J.-L. CHARLET,
Les instruments de lexicographie latine de l’époque humaniste, in Il lati-
no nell’età dell’Umanesimo, Atti del Convegno (Mantova, 26-27 ottobre
2001), a cura di Giorgio Bernardi Perini, Firenze, Olschki, 2004, pp. 167-
197, e F. TATEO, La nuova frontiera, 2006. Sulla formazione di una lingua
comica latina cfr. il libro fondamentale di R. CAPPELLETTO, La «Lectura
Plauti», 1988, anche per la conoscenza del Pontano filologo.

FRANCESCO TATEO

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Charon (incipit), 1491

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IOANNIS IOVIANI PONTANI
DIALOGUS QUI CHARON INSCRIBITUR

I
MINOS, AEACUS INTERLOCUTORES.

1. MINOS. Qui magistratum, Aeace, gerunt, iis nunquam sine negocio


ocium esse debet.
AEACUS. Prudenter atque e re dictum a te est, Minos; nam et in ocio
cogitare oportet de negocio et ubi liberior aliquanto factus est curis ani-
mus, quia tum longe maxime quid verum sit cernit, exercendus hic est,
a sene praesertim, cui non ut ineunti aetati pila et trochulus, sed rerum
optimarum cognitio atque scientia curae esse debeat.
MINOS. Scilicet non dies noctesque aut dormienti tibi aut potanti op-
tatum illud a diis optigit, nati ut sint Myrmidones, sed animum colenti
et prudenter ac pari iure moderanti populos.
AEACUS. Sunt haec, Minos, ut dicis, quae diis immortalibus tribuere
solebam, quorum erat muneris ut boni prudentesque haberemur. Eorum
ergo benivolentiam non thure et extis magis quam recte agendo, pruden-
ter consulendo, iuste imperando conciliare studebam mihi.
2. MINOS. Deorum profecto, deorum est, ut dicis, ista benignitas;
quos non hedorum sanguis aut frugum primitiae placatos faciunt, sed
innocentia, veritas, castitas, fides, continentia, quae sunt illorum mune-
ra; quibus qui utantur, iis consilia ipsi sua aperiunt seque inspiciendos

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GIOVANNI GIOVIANO PONTANO
DIALOGO

CARONTE

I
MINOSSE ED EACO, GIUDICI DELL’INFERNO.1

1. MINOSSE. Chi fa di professione il magistrato, Eaco, non dovrebbe


mai nel tempo libero stare senza un’occupazione.
EACO. Saggia e utile considerazione è la tua, Minosse. Nel tempo li-
bero bisogna pensare agli impegni che ci aspettano; e siccome quando
l’animo si è un po’ liberato dalle preoccupazioni è capace di vedere da
lontano qual è la realtà, allora specialmente bisogna esercitarlo; soprat-
tutto nel caso di un uomo anziano, al quale non sta a cuore, come ai
giovani, il gioco della palla o del disco,2 ma la conoscenza del sommo
bene e il sapere.
MINOSSE. Certamente gli dei non avrebbero soddisfatto il tuo desi-
derio di veder nascere il popolo dei Mirmidoni,3 se tu avessi trascorso
il tempo giorno e notte dormendo e bevendo, ma l’hanno fatto perché,
educando lo spirito, governavi i tuoi popoli con saggezza e giustizia.
EACO. Dici bene, è questo il tributo che offrivo agli dei immortali, per
i quali l’offerta vera consisteva nel farmi stimare come persona onesta e
saggia. Mi sforzavo, infatti, di guadagnarmi la loro benevolenza non con
gli incensi e con i sacrifici,4 più che agendo rettamente, consigliandomi
con prudenza, governando con giustizia.
2. MINOSSE. La benevolenza dei celesti, dici bene, certamente non si
ottiene a questo modo; essi non si placano col sangue dei capretti o con
le primizie dei frutti, ma con l’innocenza, con la sincerità, la lealtà, la
castità, la temperanza, che sono doni loro; a chi esercita queste virtù essi

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CHARON, II

praebent; quin, quod deorum est proprium, non abstinentes modo et


moderatos quos noverint in coelum ad se, ut scimus, evocant, verum
incontinentius qui vixerunt, dum poeniteat, dum in viam redeant, in
eos quoque clementes sunt atque benefici. Etenim Deus ille Optimus
Maximus non tam peccata ulciscitur, quam miseratur et parcit. Amat
hominum genus et, dum aut pestem illis aut tempestates immissurus est,
in iram eorum sceleribus provocatus, nunc monstris praemonet, nunc
per ostenta declarat, et eum maxime iratus est, per crinitas stellas, ut
procurationem adhibeant, qua placatus ipse sententiam mutet. Et certe
maximas fore in terris discordias et calamitates auguror. Meministi enim
ut excussa est nuper terra, ut movit ab imis usque sedibus et quam saepe!
Pessima quaedam videntur portendi mortalibus et animus mire avet.
Quamobrem, si videtur (ferias enim agimus et collega Rhadamanthus
hodierno satis est muneri), concedamus ad ripam et sub amoena cupres-
sorum umbra consideamus tantisper, dum e terris aliquis ad nos eat; ad
quod vel invitare laenis aquarum decursus potest, vel, quod nostra scire
interest quid agant homines, ut ad illorum actiones iudicia comparemus.
AEACUS. Recte, Minos, et commode; nam et mens ipsa praesagit triste
nescio quid ac periculosum imminere mortalibus, et ipse meministi nu-
per, dum in sacerdotes illos sententiam diceres, queri eos et aegre ferre
laborare Italiam seditionibus magnosque in ea legi exercitus. Quamo-
brem in pratum hoc descendamus, si placet.
MINOS. Descendamus, et, si tibi videtur, Charontem ad nos vocemus;
nam et ipse ociosus est.
AEACUS. Et ocium agit et oratio eius erudita et gravis est.

II
CHARON, MINOS, AEACUS.

3. CHARON. Equidem vel ex hoc conditionem hominum infelicem iu-


dico, quod sperato omnes victitant; quid enim eorum est spe inanius?

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CARONTE, II

rivelano i loro pensieri e si manifestano. Perché gli dei chiamano in cielo,


com’è ben noto, quelli che sanno essere stati moderati e giusti, e anche
quelli che hanno vissuto da incontinenti, purché pentiti e purché tornati
sulla retta via. Il supremo Iddio non tanto vendica i peccati, quanto usa
la misericordia e il perdono. Ama il genere umano, e quando, mosso ad
ira per la sua scelleratezza, si prepara a mandare agli uomini peste e scia-
gure, li ammonisce con presagi e lo fa capire con fenomeni miracolosi, e
quando è sommamente irato mediante le comete, affinché essi facciano
riti di espiazione per i quali si plachi e muti pensiero. Ho il presenti-
mento che certamente in questi giorni succederanno sulla terra grandi
calamità e sciagure. Ricordi come recentemente si è scossa la terra fin
dalle viscere più profonde, e con quanta frequenza?5 Un mucchio di guai
sembra che incombano sui mortali, e il mio animo è ansioso di sapere.
Perciò (siamo in vacanza, e il collega Radamanto è sufficiente a svolgere
le nostre mansioni), accostiamoci, se ti pare, alla sponda dell’Acheronte e
accomodiamoci per un poco all’ombra gradevole di quei cipressi, finché
venga da noi qualcuno dal suolo terrestre; c’invita a farlo o il leggero flu-
ire delle acque, oppure l’interesse che abbiamo di sapere gli uomini che
stanno facendo, per poter proporzionare i nostri giudizi alle loro azioni.
EACO. È un’idea giusta e opportuna, Minosse: io, infatti, ho nell’ani-
mo il presagio che non so quale pericolo pende sul capo dei mortali e tu
ricordi che, quando ultimamente hai pronunciato il verdetto su quei tali
sacerdoti, loro si lagnavano e s’indignavano per il fatto che l’Italia fosse
travagliata da ribellioni e che si stessero arruolando dei grandi eserciti.
Perciò scendiamo su quel prato, se ti va.
MINOSSE. Andiamo; e chiamiamo Caronte, giacché sta in ozio anche
lui.
EACO. Non solo sta senza far niente, ma parla, e lo fa in maniera dotta
e profonda.

II
CARONTE, MINOSSE, EACO.

3. CARONTE. Questa è veramente la ragione per cui considero infelice


la condizione degli uomini: vivono6 tutti di speranza. E che c’è di più
folle della speranza?

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CHARON, II

MINOS. Quaenam sunt ista, Charon?


CHARON. Cuia ea est oratio? Quos ego procul video? O aequissimi
animarum iudices, salvete multum, et, per Stygem, unde vobis tantum
est otii a foro ac iudiciis?
MINOS. Eadem nostri huius otii causa est quae et tui. Scis enim quam
hoc triduum nihil ad nos animarum traieceris.
CHARON. Istud ipsum mecum admirabar atque adeo indignabar, ita
spe deceptum me mea, ut in Plutonis aerarium ne collybum quidem tri-
duo hoc toto contulerim. Itaque quae vita esse potest mortalibus inter
tot ac tam varias necessitudines, quos spes tam assidue frustretur ac lu-
dat eorumque vel maximum hunc errorem esse duco, quod inter deas
spem numerant, quae humanae fortunae ancilla est, varia, inconstans,
fallax pellacissimaque et bonorum et malorum omnium? Quod modo
tyrannus declaravit, qui, dum regnum animo concipit, spe sua lusus, vix
tandem ad ripam huc pervenit, nudus, plorabundus, claudus, senili gres-
su, fallentibus vestigiis, ex tot tantisque male partis divitiis vix annulum
secum ferens.
AEACUS. Doctiorem te factum, portitor, gaudemus; et, per herebum,
egregie philosopharis!
4. CHARON. Quid ni philosopher? qui tot annos doctissimos homines,
qui trans ripam inhumati errant, disserentes audiam? Eorum ego dispu-
tationibus mirifice delector, et, ubi vacat, etiam auditor fio magnamque
ex eorum dictis voluptatem huberemque fructum capio. Quosdam
tamen ut ridiculos aegre fero et stomachor; sunt enim partim nimis
captiosi et fallaces, partim inanes et lubrici; qualis parisius sophistes,
qui nuper congressus est mecum, et, per Plutonem, quam audacissime
«Morieris, Charon» vociferabatur! Ego me, qui de mortalium non essem
numero, moriturum negabam; at ille: «Morieris» inclamabat. «Quinam
hoc fiet?» inquam. Tum ille distortis superciliis: «Charo, inquit, es; om-
nis autem caro morti est obnoxia, morieris igitur; et cum diutius vixeris,
brevi morieris». Tum ego, ut qui eius amentiam non ferrem, vix continui
quin eum in fluvium deturbarim. Quid alter? quam pene risu me confe-
cit! «Remus, inquit, Romuli frater fuit; plures istic remos habes, plures
ergo fratres tecum sunt Romuli». Hoc audito, Aeace, ita sum risu com-

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Pontano.indb 24 16/07/2019 13:05:59


CARONTE, II

MINOSSE. Che stai dicendo, Caronte?


CARONTE. Chi è che parla? Chi vedo laggiù? Salute a voi, giustissimi
giudici delle anime, e come mai, per lo Stige, vi rimane tanto tempo
libero dalle cause in tribunale?
MINOSSE. Per la stessa ragione, per cui ne rimane anche a te: sai bene
che da tre giorni non ci hai trasportato nemmeno un’anima.
CARONTE. Di ciò appunto mi stavo meravigliando, ed ero molto con-
trariato per essere rimasto così deluso nella mia la speranza, da non aver
potuto depositare nella banca di Plutone, in questi tre giorni, nemmeno
un soldo.7 Perciò mi chiedo che vita può essere mai quella dei mortali
sempre frustrati e delusi nella speranza in mezzo a tante e così varie
tribolazioni, e penso che sia il più grande dei loro errori quello di anno-
verare fra le dee la speranza, che è soltanto l’ancella dell’umana fortuna,
variabile, incostante, fallace, grande apportatrice ingannevole di tutti i
beni e di tutti i mali. Proprio questo ha dimostrato poco fa un tiranno,8 il
quale, concependo dentro di sé il proposito di giungere al regno, deluso
nella sua speranza, è riuscito a stento a giungere qua sulla riva, nudo, in
lacrime, zoppicando, con passo senile, con i piedi vacillanti, portando
con sé, di tante ricchezze male accumulate, soltanto un anello.9
EACO. È un piacere, nocchiero, vedere che sei diventato dotto; anzi,
per tutti i diavoli,10 tu fai magnificamente il fi losofo.
4. CARONTE. Come faccio a non fare il filosofo con tanti anni che sento
discorrere uomini dottissimi, i quali si aggirano sull’altra riva? Mi diverto
molto a starli ad ascoltare; e quand’è vacanza, prendo lezione da loro e
dalle loro parole ricevo un grande piacere e un bel vantaggio. Ce ne sono
di quelli, tuttavia, che sono insopportabili e irritanti, perché ridicoli; in
parte, infatti, sono capziosi e fallaci, in parte vanesi e viscidi; per esempio
quel sofista parigino, che recentemente ha attaccato briga con me e, per
Plutone, andava gridando senza ritegno: «Morirai, Caronte! Morirai!». Io
gli dicevo che non era possibile che morissi, non appartenendo al gene-
re dei mortali. Ma lui: «morirai» mi gridava. «Come potrà mai essere?»
gli dico. Lui allora, corrugando le sopracciglia, mi disse: «Sei caro, cioè
“carne”,11 ogni carne è soggetta alla morte, dunque morrai; e pur se vivrai
troppo a lungo, in breve morrai». Allora io, non potendo sopportare la
sua follia, mi trattenni a stento dal gettarlo12 nel fiume. E un altro, quanto
poco ci mancò ch’io non morissi di risate? «Remo era fratello di Romolo;
tu hai qui molti remi; dunque tu hai con te molti fratelli di Romolo». Ciò

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Pontano.indb 25 16/07/2019 13:05:59


CHARON, II

motus, ut dirumpi timuerim. Sed et tertius, cum me solventem videret:


«Audi – inquit – Charon, et disce». «Recte – inquam – hospes, admones,
nunquam enim satis quisquam didicit». «Disce – inquit ille – novum est
hoc: pa1us, inquam, est quam navigas, pa1us autem lignum est, lignum
ergo, non aquam navigas». Vix hic finierat, cum quartus quoque, aegre
ferens priorem illum argumentatum, «Et me – inquit – audi: tribus, por-
titor, manibus uteris; etenim palma manus cum sit et tribus ipse pa1mis
remiges, tribus profecto manibus uteris». Atque ferenda haec fortasse
videantur in pueris, dum ingenium acuunt; senes vero tam insigniter de-
lirantes, et eos praesertim qui de natura ac Deo disserunt, quis ferat?
Nuper supersticiosulus quidam, cum ex eo quaererem nunquid e terris
novi afferret, plures qui diem obierant revixisse; quocirca scire e vobis
vehementer cupio, qui animarum omnium tenetis numerum, an earum
aliquae aut ipsae aufugerint aut furto subreptae vobis fuerint; ego certe
scio neminem unam retro a me revectam.
AEACUS. Et priora illa, Charon, omnino contemnenda non sunt (per-
tinent enim ad quaerendam veritatem), et posteriora haec nequaquam
improbanda, quippe cum relligionem augeant. Quaedam etiam suapte
natura nobis sunt incognita.
5. CHARON. Sint ista ut dicis, quando nihil ad nos attinent; quamobrem
missa nunc faciamus. Sed, quod nunc mihi in mentem venit et admirari
nunquam ipse satis possum, si per leges vestras licet nosse, id ex te velim:
cur postquam de tyranni capite sententiam tulistis, non inter sontes eum
et scelerosos, verum trans ripam illam, ubi solus agit, relegastis?
AEACUS. Honestum sane est scire quod postulas; aequius tamen erit id
te ex Minoe quaerere, cuius illud fuit iudicium.
CHARON. Nimirum, ut alia Minois omnia, sic et hoc est cognitu di-
gnissimum. Quamobrem, optime Minos, ut cuius iudicium admiramur,
eius quoque teneamus consilium, ne gravere palam illud nobis facere.
MINOS. Et facile est docere quod postulas et ego libenter hoc fecero;
pertinet enim ad sapientiam, cuius te studiosum esse factum magnopere
laetor ac laudo. Quamobrem, ut consilium illud de relegando tyranno

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Pontano.indb 26 16/07/2019 13:05:59


CARONTE, II

udito, Eaco, fui così mosso a ridere, che temetti di scoppiare. Un terzo,
vedendomi salpare, ebbe a dire anche lui: «Stammi a sentire, Caronte,
una palude, in latino palus, è quella su cui navighi; “palo”13 è un legno,
dunque tu navighi non sull’acqua ma sul legno». Non aveva finito di dire
questo, quando anche un quarto, mal sopportando l’argomentazione pre-
cedente, disse: «Ascolta anche me: tu, barcaiolo, usi tre mani; perché,
essendo una “palma” quella della mano, e quindi tre le palme con cui
remi, non c’è dubbio che tu usi tre mani».14 Ma queste sono cose che
si potrebbero sopportare nei bambini, finché aguzzano l’ingegno;15 chi
potrebbe mai sopportare degli adulti che folleggiano in modo così visto-
so, specialmente se discutono di scienza naturale e di teologia? Recen-
temente un tipetto superstizioso,16 poiché gli chiedevo se portasse dalla
terra qualche nuova, mi disse che più di un morto era resuscitato;17 perciò
desidero ardentemente sapere da voi, che tenete il conto di tutte le anime,
se alcune di loro sono sfuggite, o vi sono state sottratte di nascosto; io so
di certo di non averne mai riportata una indietro.
EACO. Le cose che hai detto prima,18 Caronte, non sono del tutto spre-
gevoli (riguardano infatti la ricerca della verità); queste ultime non van-
no riprovate perché incrementano la religione. Ci sono cose inoltre che
per loro natura ci rimangono sconosciute.
5. CARONTE. Sia pur così come dici, ché queste non sono cose che ci
riguardano;19 per cui lasciamole stare.20 Ma mi viene in mente una cosa
di cui mai io mi meraviglio abbastanza, se in base alle vostre leggi è
consentito saperlo, ed io vorrei saperlo; come mai quel perfido tiranno,
che poc’anzi avete condannato, lo avete relegato non fra i colpevoli e gli
scellerati, sull’altra riva, dove se ne sta da solo?
EACO. È corretto voler sapere quel che chiedi; ma è più giusto che lo
chieda a Minosse, perché lo ha condannato lui.
CARONTE. Non c’è da meravigliarsi se, come tutte le altre cose che
riguardano Minosse, anche questa sia molto bene a sapersi. Sicché, gran-
de Minosse, per fare in modo che conosciamo la motivazione che ti ha
mosso a pronunciare il verdetto, che apprezziamo, non t’infastidisca
chiarircela.
MINOSSE. È facile spiegarti quel che chiedi ed io volentieri lo farò;
riguarda, infatti, la sapienza, di cui sono molto lieto che sei diventato
desideroso, e quindi ti lodo. Perciò, per farti sapere le motivazioni per
cui ho ritenuto a mio parere21 di dover relegare il tiranno, 22 eccole; oltre

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Pontano.indb 27 16/07/2019 13:05:59


CHARON, II

iuxta mecum teneas, sic habeto: praeterquam quod varius, perfidus, im-
manis et supra quam dici possit rapax fuerit, seditiosissimus omnium
mortalium et fuit et ipse confessus est, nullis adhibitis tormentis. Itaque
dies noctesque nihil unquam aut cogitavit aliud aut egit quam quomodo
lites serere, tumultus excitare, bella movere aut augere mota posset, pa-
cis ac quietis inimicus. Eum ego, cui aliena documento essent pericula,
ne inter Manes seditionem aliquando faceret, e republica esse duxi eie-
ctum urbe nostra omnique quod Lethe cingitur solo trans ripam illam
inter errantes umbras exterminare; quin et legem statuere placuit, ne cui
adire illum neve inspectare liceret a centesimo lapide.
6. CHARON. Et iuste et prudenter factum, Minos; sed quid quod sep-
timo quoque die in rubetam versus, ubi diem totum concrepuit, vesperi
ab hydro depastus interit maneque in umbram reviviscit?
MINOS. Quod fecit patitur: vorare alios suetus, ipse nunc devoratur.
CHARON. Quam iure, quam merito! Atque utinam mortalibus nota
supplicia haec essent! moderantiores illos sperarem fore minusque am-
bitiosos, nec tam alieni appetentes.
MINOS. An, obsecro, Pythagorae oblitus es? Et meminisse certe de-
bes; venit enim ad nos torrida facie, ustilato capillo, adesis naribus. Nam
dum inter mortales haec praedicat, dum suppliciorum eos horum am-
monet, igne ab nefariis adolescentibus aedibus iniecto occiditur.
CHARON. O bone Pluton, quaenam haec est tanta ingratitudo atque
immanitas? hoccine docendi atque instituendi praemium?
MINOS. Ingratissimum est genus hominum atque incontinentissimum.
Omitto poetas, qui primi de inferis vera prodiderunt, quam nunc omnes
contemnunt! Socratem veneno petierunt, virum sane optimum ac sa-
pientissimum; et profecto quae in Christum egerint nosti. Nam et lateris
et pedum eius vulnera, attrectavimus, vix credentes tantum homines fa-
cinus admittere ausos.
CHARON. Et quidem ille veritatem docebat.

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Pontano.indb 28 16/07/2019 13:05:59


CARONTE, II

al fatto di essere ingannatore, perfido, disumano e rapace aldilà di quel


che si possa immaginare, è stato, e lui stesso l’ha confessato senza che
si facesse ricorso alle torture, 23 uno dei più sediziosi di tutti i mortali.
E così giorno e notte non pensava né faceva altro se non vedere come
poter seminare litigi, provocare tumulti, far sorgere guerre, o incremen-
tare quelle già sorte, nemico della pace e della quiete. Io, al quale erano
d’insegnamento i pericoli passati dagli altri, per evitare che alla fi ne
venisse a portare la discordia e la ribellione anche qui fra i morti, ho
ritenuto che fosse nell’interesse pubblico relegarlo in esilio, fuori dalla
nostra città e da tutto quanto il territorio circondato dal Lete24 e scac-
ciarlo aldilà della riva e fra le ombre erranti. Anzi ho fatto un editto per
proibire che alcuno si potesse accostare a lui, né guardarlo fi no a dieci
miglia di distanza.
6. CARONTE. Hai agito giustamente, Minosse, e con prudenza. Ma per-
ché avviene che ogni sette giorni, cambiandosi in rospo, dopo aver gra-
cidato tutto il giorno, la sera muore mangiato da un’idra, e poi il mattino
dopo risuscita in ombra?
MINOSSE. Patisce la stessa cosa che ha fatto lui: di solito divorava gli
altri, ora è lui ad essere divorato.
CARONTE. Com’è giusto, quanto se lo merita! Magari fossero noti ai
mortali questi supplizi. Potrei sperare che diventassero meno ambiziosi,
e meno rapaci dei beni altrui.
MINOSSE. O ti sei scordato (chiedo scusa) di Pitagora? Eppure do-
vresti ricordarlo, perché se n’è venuto quaggiù con la faccia ustionata, i
capelli bruciati, il naso mezzo mangiucchiato. Ché mentre andava rive-
lando queste cose ai mortali, mentre li avvertiva di questi supplizi, gli
viene incendiata la casa, e lui ucciso da alcuni giovani scellerati.25
CARONTE. Caro Plutone, da dove provengono mai tanta ingratitudine
e crudeltà? È questo il premio di chi insegna e istruisce?
MINOSSE. Sì, il genere umano è pieno d’ingratitudine e più che mai
sfrenato. Non parlo dei poeti, i primi a far conoscere la verità sull’oltre-
tomba, come tutti ora li disprezzano! Hanno avvelenato Socrate, l’uomo
di gran lunga il più onesto e più saggio. E che cosa poi hanno fatto contro
il Cristo, lo sai; tutti abbiamo voluto toccare le ferite del suo costato e dei
piedi,26 quasi non credendo che gli uomini avessero osato commettere
un così grande delitto!
CARONTE. Eppure egli insegnava la verità.

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Pontano.indb 29 16/07/2019 13:05:59


CHARON, II

MINOS. O Charon, Charon, ignorare videris veritatem semper odio fu-


isse mortalibus; eam ex hominum coetu eiectam atque in exilio agentem
dum restituere Christus nititur, quae passus est nosti.
CHARON. Unde haec hominibus improbitas, Minos? Nam et homo
ipse fuisti et diu Cretensibus imperasti, res eorum moderatus.
MINOS. Quam mox istud; nunc illud inspice et considera, quod unum
tibi cum primis eorum declarare possit improbitatem.
7. CHARON. Expecto quod nam hoc sit.
MINOS. Audi et detestare. Nam et ipsis nunc mortalibus detestabilis-
simum videri satis scio quod Christus ab iis hominibus quos docuisset,
quibus cum tot annos innocentissime conflictatus esset, crudelissime oc-
cisus sit, a nobis vero et turbis his, quibus esset incognitus, ubi primum
visus, statim cultusque et adoratus fuerit.
CHARON. Quod quidem facinus imprimis abominor et causam nun-
quam admirari satis possum.
MINOS. Admirari desinas, si mentem ad philosophiam revocaveris;
etenim oportet memorem esse philosophantem. Et profecto dies ille
memorabilis apud Manes fuit, quo vocatus est in iudicium Stagirites
ille, qui se peripateticum agnominabat, quod de praeceptore suo par-
tim perperam sensisset, partim ingratus in eum fuisset. Hunc itaque
die dicta, cum rerum a se commentarum rationem redderet, quasi ab
initio dictionis disserere ita memini: duplicem esse hominis naturam,
alteram rationalem, alteram carentem ratione; atque hoc ipsum, quod
ratione careret, duplex esse dicebat, alterum prorsus semotum a ratio-
ne, alterum vero solere ad rationem sese adiungere eique obtempera-
re. Cupiditates igitur appetitionesque vehementes atque incompositas,
nullis adhibitis frenis, solere partem illam, quae rationis esset audiens,
ita deiicere de statu suo, ut nullum ea ad medium illud retinendum
adiumentum afferre posset: hinc ortum ducere vitia seditionesque cieri
et bella, coeteraque oriri mortalium mala; hinc veritatem molestam illis
esse, ob eamque causam nec audire nec pati eos velle, qui iusta ho-
nestaque praecipiant. Hoc itaque plane in ignem Pythagoram coniecit,
hoc Socratem veneno extinxit, hoc ipsum item Christum cruci affixit.

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Pontano.indb 30 16/07/2019 13:06:00


CARONTE, II

MINOSSE. Caronte, Caronte! sembra che tu non sappia come la verità


sia sempre stata odiosa ai mortali, mentre sai bene quante pene ha patito
Cristo, perché cercava di ricuperarla, bandita ed esiliata com’era dalla
società umana.
CARONTE. Donde proviene agli uomini tanta malvagità, Minosse? Tu
sei stato uomo, infatti, e a lungo sei stato re di Creta, governando la sua
gente.
MINOSSE. Al più presto ne parleremo. Ora considera attentamente
quella che potrebbe dirsi la prima dimostrazione della loro malvagità.
7. CARONTE. Rimango in attesa di sapere qual è.
MINOSSE. Ascolta e inorridisci. So bene che anche agli uomini sembra
ora una cosa da far inorridire, il fatto che Cristo sia stato ucciso con
tanta crudeltà da quegli stessi uomini ai quali aveva impartito i suoi
insegnamenti e con i quali per tanti anni aveva avuto a che fare in piena
innocenza; mentre da noi e da queste turbe di anime cui era del tutto
ignoto, non appena apparve27 subito fu venerato e adorato.
CARONTE. Un misfatto come questo è per me la cosa più abominevole,
e non posso sbalordirmi mai abbastanza del perché.
MINOSSE. Non rimarresti più sbalordito, se ti richiamassi alla fi lo-
sofia; chi vuol fi losofare, infatti, bisogna che abbia buona memoria.
Fu un giorno da non dimenticare nel regno dei morti, quello in cui
fu chiamato in giudizio lo Stagirita, 28 autonominatosi «peripatetico»,
con l’accusa di aver pensato male del suo maestro, 29 in parte di avergli
mostrato ingratitudine. E ricordo che lui, nel giorno stabilito, per dar
conto dei suoi ragionamenti, cominciò a discorrere in questo modo.
Diceva che la natura dell’uomo è duplice: l’una razionale, l’altra ir-
razionale; e che la parte irrazionale era duplice anch’essa: l’una del
tutto separata dalla ragione, l’altra solita ad accostarsi alla ragione e a
obbedirle. Che perciò le passioni e le voglie violente e scomposte, non
adoperando alcun freno, scacciano di solito dalla sua posizione la parte
obbediente alla ragione, a tal punto che quest’ultima non può apporta-
re alcun aiuto all’osservanza della via di mezzo: e di qui nascono i vizi,
le ribellioni, le guerre e gli altri guai dei mortali. Perciò anche la verità
riesce loro molesta, e per questo motivo non vogliono né dare ascolto
a quelli che insegnano il giusto e l’onesto, né sopportarli. Questa30 fu
la causa che fece perire Pitagora nel fuoco, che fece morire di veleno
Socrate. E analogamente fece crocifiggere Cristo. E il genere umano,

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Pontano.indb 31 16/07/2019 13:06:00


CHARON, II

Caeca igitur mortalitas suisque victa libidinibus atque in furorem acta


quem occidit nosse nec potuit nec voluit, nec, siqui bene illum norant,
tutari potuere, quippe qui admodum essent pauci: rara est enim omnis
bonitas. At Manes, quod corporibus non impedirentur, cognoverunt
illum, et, qui corporis contagione mundi atque expurgati omnino erant,
secuti etiam sunt.
8. CHARON. Et quanta cum frequentia et plausu! a corpore igitur om-
nis illa malorum origo et causa quam ab animo?
MINOS. Origo quidem tota est a corpore, verum et animus accusandus
est, qui vinci se, cum imperare debeat, sinit. Felicem te igitur, Charon,
qui corporis vinculis solutus ac liber semper fuisti, nec te aut titillantes
illae voluptates, corporum dominae, commoverunt unquam aut cupi-
ditates egerunt praecipitem, quae in hominibus infinitae quidem sunt
atque insatiabiles. Sed nos fortasse longiores sumus munerique isti tuo,
quod vacationem vix ullam patitur, impedimentum dicendo attulimus.
CHARON. An quod esse potest molestum tempus quod philosophiae
impenditur? Atque utinam succisiva haec tempora saepius darentur!
Sed tamen quantum munus hoc meum, cui deesse minimum, ut scitis,
possum, patitur, id omne ad philosophiam confero; ea laborum meo-
rum solatrix est et comes, ea solum esse me non sinit, atque a multitudi-
ne, quae me assidue circumsistit, longius etiam segregat.
AEACUS. Aciem intende, Minos; nam cum Charonte sermonem istum
dum habes, sub occidentem ipsum quasi nubem quandam eamque perquam
tenuem videre visus sum, quae, ni me oculus fallit, cogi paulatim incipit.
CHARON. Quanam e coeli regione?
AEACUS. Ab occidente, paulum ab laeva tamen.
CHARON. An tenuissimus quidam fulgor eam praecedit?
AEACUS. Praecedit.
MINOS. Bene habet. Mercurii agnosco talaria; quamobrem, portitor,
illuc in ulteriorem ripam cymbam adige. Nos hic potius Mercurium
maneamus.

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Pontano.indb 32 16/07/2019 13:06:00


CARONTE, II

divenuto cieco, sopraffatto dalle sue passioni e quasi spinto alla follia,
non volle né poté riconoscere chi mandò a morte; né quei pochi che
lo riconobbero, poterono difenderlo essendo in pochi. Invece i Mani,
ossia le anime dei morti, non essendo più impediti dal corpo, lo rico-
nobbero subito; e quelli che erano liberi dal contagio del corpo e del
tutto purificati, lo seguirono anzi in cielo.31
8. CARONTE. E con quanti applausi da parte della folla! Ordunque,
tutti i mali hanno l’origine e la causa nel corpo, piuttosto che nell’a-
nimo?
MINOSSE. L’origine è tutta dal corpo; ma anche l’animo è colpevole,
perché, mentre dovrebbe comandare, si lascia vincere. Felice te, o Ca-
ronte, che sei stato sempre libero e sciolto dai vincoli del corpo, e non
ti ha mai turbato lo stimolo dei piaceri, signori del corpo, né ti hanno
portato alla rovina le cupidigie degli uomini che sono infinite e insazia-
bili. Ma noi forse siamo un po’ troppo prolissi, e con la ciarla abbiamo
impedito il tuo ufficio, che non ammette sosta.
CARONTE. Come può mai esser molesto il tempo impiegato a discor-
rere di fi losofia? Magari avessi più spesso dei ritagli di tempo per que-
ste cose! Ma nella misura in cui me lo consente il mio compito, al quale,
come sapete, non mi posso minimamente sottrarre, io dedico tutto il
tempo libero alla fi losofia: essa è consolatrice e compagna delle mie
fatiche! essa non mi lascia star solo, e mi segrega dalla vile folla che mi
sta sempre attorno.
EACO. Attenzione, Minosse, che mentre tieni questo colloquio con
Caronte, là verso occidente mi è parso di vedere quasi una nube, molto
tenue, che, se l’occhio non m’inganna, si addensa sempre più.
CARONTE. Da quale parte del cielo?
EACO. Da occidente, ma un po’ verso la sinistra.
CARONTE. Non la precede un piccolissimo punto luminoso?
EACO. PROPRIO COSÌ.
MINOSSE. Benissimo. Riconosco i talari di Mercurio. Per cui, bar-
caiolo, spingi la tua barca sull’altra riva. Noi piuttosto aspettiamo qui
l’arrivo di Mercurio.

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Pontano.indb 33 16/07/2019 13:06:00


CHARON, III

III
MINOS, AEACUS.

9. MINOS. En, Aeace, consideras quanta sit vis institutionis? Quem


nunc philosophum videmus, qui principio remex erat! Quid ociosus age-
ret, quid si a primis annis audisset philosophos?
AEACUS. Nec animo volenti quicquam potest esse difficile, nec aetas ad
discendum tarda est ulla. Nam, quanquam adolescentiae flores magnam
praeseferunt spetiem, omnis tamen fructus est ingravescentis aetatis.
MINOS. Verissimum hoc quidem. Sed tamen, nescio quomodo, quod
nobis pueris contingebat, vehementior quidam instinctus adolescentes
impellit ad virtutem et laudem; in senibus tarda ac remissa sunt omnia.
AEACUS. Maior est in illis impetus, ratio imperfectior. In his autem,
quia ratio perfecta, vita etiam perfectior est. Adolescentulorum quoque
studium omne cum sit propter laudem, senum gratuita virtus est.
MINOS. Ita natura comparatum est, quae ab initio curam hominis ac
rationem habens, uti e floribus fruges, sic ex adolescentulorum teneritate
atque inscitia senum voluit provenire sapientiam. Meministi quod pueris
nobis studium esset, dum, nisi inviti in ludum atque ad grammaticum
non ibamus, animus omnis erat in nucibus. Delitiae nostrae catellus,
coturnix, monedula. Ex his tamen initiis vide quos uterque progressus
fecerimus. Nam et tunc ferocissimis gentibus bene vivendi leges tulimus,
et nunc Deum voluntate animis praesumus iudicandis. Itaque cum aetate
simul crescit sapientia; cuius puer studiosus esse non potest, in quo ma-
turum nihil sit. Et cum aetas omnis ad sapientiam properet, longissime
ab ea distat pueritia, quae, tenerrima eum sit, paulatim est assuefacienda.
AEACUS. Prudentissima in hoc quoque artifex natura fuit et fabricam
suam admirabili artificio composuit; nimis tamen arctos illi terminos
statuisse visa est satisque brevem vitam dedisse homini, quem ad tam
multa ac magna genuisset. Ipsi scimus quosdam, dum rerum nobis sua-
rum rationem reddunt, quantopere admirati fuerimus, quibus ad perfec-
tam sapientiam praeter tempus nihil aliud visum sit defuisse.
10. MINOS. Vide quae loquaris, Aeace, et altius rem intuere. Quae-
cunque natura fabricata est, intra certos terminos compescuit. Haberent

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Pontano.indb 34 16/07/2019 13:06:00


CARONTE, III

III
MINOSSE, EACO.

9. MINOSSE. Vedi quanta importanza ha l’educazione! Quello che ve-


diamo come un filosofo, era un semplice barcaiolo. Che farebbe nel tem-
po libero, e che cosa se fosse andato a scuola di fi losofia fin da ragazzo?32
EACO. Nulla riesce difficile a un animo volenteroso, né è mai tardi per
imparare. Che sebbene i fiori della giovinezza siano molto belli, i frutti
appartengono all’età matura.
MINOSSE. Verissimo. Eppure, non so come, un maggiore impeto spin-
ge i giovani alla virtù e alla gloria, come accadeva a noi quando eravamo
giovani; negli anziani tutti gli impulsi sono più fiacchi e più lenti.
EACO. Nei primi è maggiore l’impeto, è meno matura la ragione. Nei
secondi, però, essendo la ragione più matura, anche il modo di vivere è
più maturo. C’è anche questo, che mentre ogni ardore giovanile tende
alla gloria, la virtù negli anziani è disinteressata.33
MINOSSE. L’ha disposto la natura, che, preoccupandosi sin dall’inizio
dell’uomo, come dai fiori fa nascere i frutti, così dalla temerità e scon-
sideratezza dei giovani ha voluto che si generasse la saggezza dei vecchi.
Ricordi quando eravamo ragazzi, che non andavamo a scuola di gramma-
tica se non di mala voglia,34 e tutto il nostro interesse era rivolto a giocare
alle noci. Un cane, una coturnice, una gazza erano il nostro divertimento.
Eppure, da questi inizi vedi che progressi abbiamo fatto: allora demmo le
leggi del ben vivere a popoli ferocissimi, e ora per volontà degli dei presie-
diamo al giudizio delle anime. Perché la sapienza cresce insieme con l’età;
un ragazzo, in cui non c’è maturità, non può amare la sapienza. E mentre
ogni età si avvicina alla sapienza, quella dei ragazzi è la più lontana da
essa, ed essendo la più tenera, vi si deve assuefare a poco a poco.
EACO. Inoltre l’artefice natura è stata molto prudente ed ha fabbricato
il suo edificio con arte meravigliosa; tuttavia c’è chi si lamenta che la
natura abbia posto confini troppo brevi alla vita dell’uomo, che essa ha
pur generato per tante egregie cose. E sappiamo che ci siamo tanto mera-
vigliati di come ad alcuni, quando ci davano conto delle azioni compiute,
non pareva che fosse mancato nulla per giungere alla perfetta sapienza,
tranne che il tempo.
10. MINOSSE. Bada a quello che dici, Eaco; e osserva la cosa più in
profondità. A qualunque cosa abbia creato, la natura ha imposto deter-

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CHARON, III

cupressus hae quo cacumen extenderent, sed et his suus est crescendi
modus; habent terrae, habent maria fines suos; hominum quoque, uti
corporibus, ita et cognitioni quidam fixus est limes; quin etiam naturae
ipsius finita vis est. Atque ut octingentorum annorum hominis vita esset,
nihilo tamen plus quam nunc saperet cum octogesimum agit annum;
quod non dierum spatia, sed humani qualitas corporis efficit. Etenim
octingenario illi in tanto longiore adolescentia non maior contigisset re-
rum cognitio, quam octogenario huic in longe breviore. Nam et stirpes
et animalia quae diutius vivunt tardius fructus ac foetus proferunt; citius
quibus brevior data est vivendi meta; quodque ipsi saepe vidimus, qui
pueri nimis cito sapiunt aut non multo post diem obeunt, aut, ubi viri
evasere, multum de illo amittunt acumine et studio. Sed cum sit genus
hominum superbissimum, sua parum sorte contenti, vitae brevitatem ac-
cusant; nec intelligunt, qui plures aetates vixisse memorantur, eos nec
Solonem nec Catonem superasse virtute ac sapientia; quos ipsi causas
suas dicentes cum audissemus, aegre tulimus tale illud collegarum par
nobis a Plutone non dari. Quod autem defuisse illis tempus putes cogno-
scendo vero qui etiam coelum dimensi sunt stadiis quique parilis ne an
impar esset stellarum numerus scire tam laboraverunt? His et ocium et
vita superabundasse mihi visa est. Nam quid de iis dicendum ducas qui,
succis rerumque plurimarum temperamentis adhibitis et in unum coa-
cervatis multoque igne conflatis, faciendo auro dies noctesque ac vitam
totam conterunt? quod quidem abuti est et natura et tempore. Quid qui
commenti sunt deos inter se bellum gerere, quorum cum vulnera tum
casus alios describunt? Nonne qui nugis iis occupati fuere iure videntur
de levitate sua, quam de vitae brevitate debuisse queri?
AEACUS. Rerum simul naturam et hominum expressisti vanitatem, ut
vere, ut aperte! Et profecto ita res habet, ut qui nimio plus sapere stude-
ant, ii demum praeter coeteros desipere inveniantur. Sed cohibenda est

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CARONTE, III

minati confi ni. Questi cipressi qua avrebbero la possibilità di estendere


più in alto la loro cima, ma anche loro hanno una determinata misura di
crescita. Lo hanno le terre, lo hanno i mari il loro confi ne. E così come
il corpo umano ha un limite, un limite c’è pure alla loro conoscenza. E
perfi no la forza della natura è defi nita. E se la vita dell’uomo fosse di
ottocento anni invece che di ottanta, tuttavia a ottocento anni egli non
saprebbe più di quanto ne sa ora a ottant’anni; perché conta la qualità
del corpo umano, non la durata. Anche le piante e gli animali che vi-
vono più a lungo danno frutti più tardi, mentre li danno più presto le
piante e gli animali che hanno un termine più breve di vita. E, infatti,
a quell’uomo di ottocento anni, in una giovinezza di tanto più lunga,
non sarebbe toccata una conoscenza maggiore che a un ottuagenario
di ora, in una vita tanto più breve; e spesso vediamo che i ragazzi che
diventano troppo precocemente sapienti o muoiono non molto dopo,
o diventati grandi, perdono molto della loro intelligenza e della loro
buona disposizione. Ma siccome l’uomo è molto superbo e non conten-
to della propria sorte, si lagna della brevità della vita; senza capire che,
se ricordano qualcuno vissuto più generazioni, egli non ha superato
davvero, in virtù e saggezza, né Solone né Catone;35 li ricordiamo be-
nissimo questi due, quando si sono presentati al nostro tribunale, che
c’è dispiaciuto che Plutone non ce li avesse dati piuttosto come colleghi.
E quale tempo credi che sia mancato per conoscere la verità a coloro i
quali hanno preso le misure del cielo calcolandole in base allo stadio, e
a quelli che si sono affaticati 36 per sapere se il numero delle stelle fosse
pari o dispari? Mi pare che il tempo libero e la durata della vita siano
stati loro anche di troppo. E che riterresti si debba dire di quelli che,
adoperando succhi e miscele di moltissime sostanze e facendone un
coacervo e una fusione mediante il fuoco, perdono i giorni e le notti
della loro vita a mescere sughi di erbe e minerali diversi, per fabbricare
l’oro?37 Che è proprio un abusare della natura e del tempo. E che dire di
quelli che si sono immaginati gli dei a combattere fra loro e descrivono
le loro ferite e le loro vicende? Non ti pare giusto che chi si è occupato
di queste sciocchezze dovrebbe lagnarsi della sua scempiaggine e non
della brevità della vita?
EACO. Hai rappresentato benissimo la natura vanesia degli uomini; e
con quale schiettezza ed evidenza! Così stanno le cose, che si scoprono
alla fine essere i più sciocchi di tutti, coloro che si sforzano di sapere

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CHARON, IV

oratio considerandumque quid est quod Mercurius e tanta multitudine


vix se se queat eximere.
MINOS. Recte mones et quidem ille frequenti circumsaeptus est turba.
An, quod ex omni sint hominum colluvione, secernere umbras nititur et
earum frontes inurere, quo et genus illarum et artes et disciplina facilius
cognosci a nobis valeant?

IV
MERCURIUS, PYRICHALCUS.

11. MERCURIUS. Recede istinc tu cum venali hac plebecula. Pyrichalce,


inure hos nota illa iudaica.
PYRICHALCUS. Genus agnosco, artem scire cupio.
MERCURIUS. Foeneratores hi omnes. At vos sinistram in ripam conce-
dite; sequimini hunc. Laenones, properate; nosti qui sint et notis quibus
inurendi.
PYRICHALCUS. Artem novi, sed, ut video, gens non una est. Flandrius
hic est, germanus ille; manus ista partim illyrica est, partim italica. Hui!
quantus hispanorum numerus, quantus graecorum! Et profecto e cuivi-
sque nationis populis plurimos cum hic laenones videam, rarissimas ne-
cesse est in terris pudicas inveniri mulieres. Heus, ministri, candentem
illam laminam deproperate.
MERCURIUS. Et hos statim ustilato: pyratae sunt sardi, siculi, celtiberi.
PYRICHALCUS. Videlicet his omnibus urendae frontes naresque muti-
landae?
MERCURIUS. Ferrum expedi; dextrorsum huc vos. Hi galli sunt, farto-
res, caupones, coci, tibicines, aleones, ebriosi omnes ac stolidi.
PYRICHALCUS. Si recte memini, guttur his compungendum, clavus ce-
rebro figendus est.
MERCURIUS. Atqui nullum est Gallis cerebrum, quocirca ventres po-
tius figito. Coeteram illam multitudinem e cuiusque modi hominum ge-
nere secerni iubeto, faber, dum ego insignioris notae quosdam tanto in
populo seligo. Ecquis hic est audacia tam perdita? Vultum agnosco. Et

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CARONTE, IV

troppo di più. Ma bisogna chiudere il nostro discorso e capire perché


Mercurio abbia tanta difficoltà a liberarsi di questa folla.
MERCURIO. Giusto consiglio; effettivamente è assiepato da una folla
numerosa. Forse che si dà da fare per scegliere le ombre in tutto questo
massiccio afflusso e imprimere a fuoco il marchio sulla fronte, in modo
che si possa riconoscere più facilmente di che gente si tratta e qual è il
loro mestiere e il loro carattere?

IV
MERCURIO, PIRICALCO.38

11. MERCURIO. Via di qui, tu con quella plebaglia venale. Piricalco, a


costoro imprimerai il marchio dei giudei.
PIRICALCO. So di che gente si tratta; vorrei saperne il mestiere.
MERCURIO. Tutti quanti usurai: voi ritiratevi sulla riva sinistra. Svelti,
lenoni, andategli dietro! Tu sai chi sono, e anche che marchio usare.
PIRICALCO. Conosco il loro mestiere, ma, a quanto vedo, non è una
sola la loro provenienza: questo è fiammingo, quello germanico; e di
questo gruppo in parte provengono dall’Illiria, in parte dall’Italia. Ohé!
Che numero di spagnoli, e che numero di greci! E giacché vedo lenoni
provenienti da ogni parte del mondo,39 devo pensare che di donne one-
ste sulla terra ce ne siano rimaste pochissime! Su, garzoni, preparatemi
quella lamina incandescente.
MERCURIO. E bruciacchia subito costoro: sono pirati sardi, siciliani, e
oriundi dalla Celtiberia.
PIRICALCO. A questi altri bisognerà bruciacchiare la fronte e troncare
il naso,
MERCURIO. Procurati il coltello. Voi qui a destra. Questi sono francesi,
salumieri, osti, cuochi, trombetti, giocatori d’azzardo, tutti ubriaconi, e
stupidi.
PIRICALCO. Se ben ricordo, a questi mi pare che si debba bucare la
gola, ficcare un chiodo nel cervello.
M ERCURIO. Ma i Francesi non ce l’hanno il cervello, perciò ficcaglie-
lo nel ventre. Fabbro, fa stare da parte tutta questa folla, gente di ogni
genere, mentre io scelgo fra loro soltanto qualcuno che si distingua di
più. E questo sfrontato chi è? Dal volto lo riconosco, è proprio quello

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Pontano.indb 39 16/07/2019 13:06:00


CHARON, V

quidem sceleratissimus hic fuit, Petrus Bisuldunius celtiber. At duo illi,


post hunc qui latitant, velati puniceo galericulo, et hi perditissimi fuere
sacerdotum omnium: alter Ludovicus, Aquilegiensis patriarcha, samo-
rensis cardinalis alter. Pyrichalce, aereum his galerum capiti imprimito,
idque in primis videto, ut sit candens. Bisuldunio illi auriculas detonde-
to. Haec agito; Charon enim, ut video, hic me in portu manet manibu-
sque et capite iam pridem innuit. Accedam ad eum, ut cur accersar ex eo
cognitum habeam.

V
CHARON, MERCURIUS.

12. CHARON. Salvum te ac sospitem venisse, Mercuri, gaudeo.


MERCURIUS. Ubinam est, Charon, philosophia quam profiteris? deum
sospitem venisse gaudes, ac si nocere quippiam possit deo.
CHARON. Et deus male habitus ab hominibus fuit dum inter eos age-
ret, et coelum vereor ut securum sit, tot tam inter se dissentientibus diis;
quorum alius sacrum immittere ignem dicitur, promittere sanitatem
alius; hic bellis gaudet, pacem ille procurat; est qui caecitatem inferat,
est qui lumen restituat. Multi feriunt, nonnulli medentur; quid hoc di-
versius? Iure igitur periculosam mihi deorum vitam arbitror, in tanta
varietate ac discrepantia, praesertim cum e supremis coeli regionibus
deiectus et quidem non unus, sed magnus etiam deorum numerus ali-
quando fuisse dicatur. Quamobrem non est quare salutationem hanc
meam accuses; nam cum alia te pericula evasisse gaudeo, tam vel cum
primis magnam mihi voluptatem affert quod mulierum evaseris venefi-
cia, quae et Manes assidue vexant.
MERCURIUS. Nihil horum timendum nunc diis est, postquam desie-
runt puellas rapere.
CHARON. Consenuerunt ne coelestes, an spadones lex aliqua fieri eos
iussit?
MERCURIUS. Fuerunt illa prioribus seculis, dum Lacedaemonii nudas
virgines luctari ad Eurotam una cum adolescentulis volebant, eorum

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Pontano.indb 40 16/07/2019 13:06:00


CARONTE, V

scellerato di Pietro Bisuldunio, un celtibero.40 E quei due che vanno


nascondendosi dietro, col capo coperto dallo zucchetto rosso, anche
loro sono fra i sacerdoti più scellerati. Uno è Ludovico patriarca d’A-
quileia,41 l’altro è il cardinale samorese.42 Piricalco, a costoro stampa
a fuoco sul capo uno zucchetto di bronzo, ma che sia ben rovente. A
Bisuldunio troncherai le orecchie. Questo è quello che devi fare tu,
perché Caronte, come vedo, mi attende qui nel porto e mi fa segno con
le mani e col capo. Vado da lui per sapere perché mi sta chiamando.

V
CARONTE, MERCURIO.43

12. CARONTE. Salute, Mercurio; ho piacere che tu sia giunto qua sano
e salvo.
MERCURIO. E ora dove è andata a finire, Caronte, la fi losofia che pro-
fessi? Hai piacere che un dio goda buona salute, come se un dio potesse
subire dei guai.44
CARONTE. Veramente un dio fu maltrattato dagli uomini mentre vive-
va tra loro,45 e io temo che anche il cielo sia poco sicuro, essendoci fra
gli dei tante discordie; si dice che uno scagli l’esecrato fulmine, un altro
promette la salute; uno se la gode con le guerre, mentre un altro vuole
la pace; uno acceca, l’altro restituisce la vista.46 Molti sono quelli che
feriscono, parecchi operano guarigioni. Che c’è di più contraddittorio?
Dunque è giusto che io ritenga rischiosa la vita degli dei fra tanta varia-
bilità e discrepanza, specialmente che non ce n’è solo uno che sia stato
fatto precipitare giù dalle superne regioni del cielo,47 anzi ce ne sono pa-
recchi. Perciò non trovar da ridire su questo mio modo di salutare, ché,
mentre ho piacere che tu scampi da altri pericoli, sono immensamente
contento che tu sia scampato dagli avvelenamenti femminili, che conti-
nuamente tormentano anche il regno dei morti.
MERCURIO. Ma da parte degli dei non c’è più da temere nessuna di
queste cose, da quando non rapiscono più le ragazze.
CARONTE. Sono invecchiati o qualche legge li ha condannati a essere
eunuchi?
MERCURIO. Quelle cose succedevano nei tempi antichi, quando gli
Spartani volevano che le loro vergini lottassero nude con i giovani presso

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Pontano.indb 41 16/07/2019 13:06:00


CHARON, V

ludorum coelites et ipsi spectatores cum adessent; ac nonnunquam ad


coenas vocati merito exarsere in libidinem. Nunc vero mulieres, quod
aut clausae tenentur aut multis circumsaeptae tunicis incedunt, deos non
commovent. Lex quoque lata est, cui et dii omnes subscripsere, qua cau-
tum est, nequam mortalem cuiquam liceat immortali cognoscere.
13. CHARON. Quaenam causa ferendae legis?
MERCURIUS. Forte Iupiter in tarentinam virginem commotus cum es-
set, versus ipse in adolescentulum, dum illius os nimis efflictim suavia-
tur, quod erat quam fucatissimum, labem inde contrahit, dentisque haud
multo post de contactu illo amisit. Tum dii, aegre ferentes regem suum
esse edentulum, promulgandae legis auctores fuere.
CHARON. An, quaeso, Iupiter nunc est sine dentibus?
MERCURIUS. Minime. Nam cum renasci nequirent deo tam annoso,
elephantinos sibi faciundos curavit. Mulcta vero haec statuta est mulie-
ribus, ut venire amplius in deorum complexus non liceat; permissum
tamen est sacerdotibus, quod eorum sint ministri, ut in eum succedant
locum.
CHARON. Hoc est, credo, quare delectat diu vivere, quod nova quo-
tidie discantur. Verum ne congressus hi nostri utriusque simul munus
impediant (etenim inter navigandum multa satis commode transigemus),
scias et quid est quod ego te velim, et quid tibi facto sit opus. Ambo te
iudices, Minos, dico, et Aeacus, illic in ripa expectant, mirifice cupientes
tecum colloqui, quando triduum iam e terris advenit nemo; multa enim
verentur. Itaque aequum censeo ut, illorum praevertens imperiis, quam-
primum naviculam ascendas. Quod faciens, rem tum illis gratissimam,
tam te ipso dignam feceris, et compungendis his tempus Pyrichalco de-
deris, quod te primum curare oportet; quis enim tantos greges noverit,
ni notis quisque suis signati venerint?
MERCURIUS. Recte suades; mos eis gerendus est. Tu, si tibi videtur,
velum explica; nam a tergo laenis exortus est flatus.
14. CHARON. Perquam libenter. Hac enim ratione citius provehemur
in portum et remigandi mihi diminuetur labor.
MERCURIUS. Quam pleno velo ferimur!

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Pontano.indb 42 16/07/2019 13:06:00


CARONTE, V

l’Eurota.48 Allora i Celesti correvano anch’essi a veder quello spettaco-


lo; ed essendo invitati ai loro banchetti, naturalmente qualche volta si
lasciavano prendere dalla libidine. Ma ora le donne, poiché rimangono
chiuse in casa, o vanno tutte vestite per bene, non eccitano più gli dei.
Inoltre è stata promulgata una legge, sottoscritta da tutti i Celesti, per
cui è vietato agli immortali di congiungersi a donna mortale.
13. CARONTE. Per quale ragione s’è fatta una legge come questa?
MERCURIO. Devi sapere che Giove, innamoratosi pazzamente di una
giovane tarantina49 e trasformatosi in un bel giovane, mentre la bacia ap-
passionatamente sulla bocca, che era carica di belletto, si prese un guaio,
e a seguito di questo non molto dopo perdette i denti. E allora gli dei,
addolorati di vedere così sdentato il loro re, promulgarono quella legge.
CARONTE. Dimmi, per favore, forse Giove ora è sdentato?
MERCURIO. Assolutamente no. Ma siccome al dio così carico di anni i
denti non gli potevano rinascere, se li è fatti fare di avorio. Alle donne è
stato a sua volta proibito per legge di abbracciarsi con gli dei, e tuttavia
è stato loro concesso di abbracciarsi con i sacerdoti,50 perché sono loro
ministri e li sostituiscono.
CARONTE. Per questo, credo, è piacevole vivere a lungo, perché ogni
giorno s’impara una cosa nuova. E a evitare che i nostri incontri c’impe-
discano di assolvere i nostri impegni (giacché durante la navigazione di
molte cose potremo parlare comodamente) sappi che cosa vorrei che fa-
cessi e che cosa sarebbe necessario che faccia. Entrambi i giudici, Minos-
se – dico – ed Eaco, sono in attesa lì sulla riva, per sapere da te qual è la
ragione per cui non sta arrivando nessuno nel regno dei morti, e sono già
passati tre giorni. Pertanto ritengo giusto che, prevenendo il loro ordine,
tu monti sulla barca al più presto. Facendo questo, non solo darai a loro
un piacere grandissimo, ma anche a te quello che meriti, e a Piricalco il
tempo di bollare tutta questa gente, che è quello di cui anzitutto ti devi
preoccupare; chi potrebbe conoscere tanta gente, se non viene ciascuno
bollato dal suo marchio?
MERCURIO. Dici bene; bisogna accontentarli. Ma tu, se così ti pare,
spiega la vela; perché si è levato un certo venticello alle spalle.
14. CARONTE. Molto volentieri! In questo modo entriamo in porto più
in fretta e io durerò meno fatica a remare.
MERCURIO. Come procediamo bene col vento in poppa!

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Pontano.indb 43 16/07/2019 13:06:00


CHARON, V

CHARON. Auras sol citavit, aestivis diebus suscitari hac eadem hora
quae solent.
MERCURIUS. Quinam venti diebus his vobis flavere? Nam in terris ma-
gnam vitibus, maiorem oleis citriisque Boreas vastitatem intulit.
CHARON. Nobis Acherontius ac solito clementior.
MERCURIUS. Charon, Charon, quid quod video? crudo pisce hominem
vesci?
CHARON. Ne mirare. Cynicus hic Diogenes est.
MERCURIUS. Quid? quaeso, vivit ne in flumine?
CHARON. Vivit. Nam ripae, ut vides, altissimae cum sint, nec ipse quic-
quam omnino habeat quo haurire aquam possit, maluit hic, ubi et pisces
habeat et aquam paratissimam, quam in aliis herebi locis vitam agere.
MERCURIUS. Valentissimo utitur stomacho. Quis, quaeso, fluvidus ille
quem subinde videmus, perinde ac si mergus esset, nunc mergere nunc
emergere, quod alias vidi nunquam?
CHARON. Nihil minus ignoras: thebanus Crates est; aurum quaeritat
quod olim proiecerat.
MERCURIUS. Recte teneo. Equidem memini, cum Athenis aliquando
Panathenaeorum die essem, irrisum eum vehementer a Peripatheticis;
primum quod is rerum fines ignoraret, nec quarum rerum usus esset
bonus, easdem quoque posse fieri bonas intelligeret (etenim pecunias
usus comparari gratia, quae ut nec bonae per se sint nec malae, pruden-
tem tamen atque honestum possessorem usu ipso bonas efficere), deinde
quod male sensisset de philosophia; quem enim melius, honestius, san-
ctius quam philosophum pecunia uti posse? Denique si honeri haberet
divitias, cur non aliis potius ferendas atque utendas dedisset, quas ipse
imprudentissime in mare abiecisset, ubi nec hominibus nec piscibus usui
esse possent?
15. CHARON. Et quidem iure irrisus. Sed, quaeso, Mercuri, quando
in Athenarum mentionem incidimus, dicas cur non atheniensis populus
quas Plato tulisset leges acceperit, cuius et eloquentiam et doctrinam
(plures enim dies mecum habui disserentem) magnopere sum admiratus.
MERCURIUS. Magna illos movit ratio. Nam cum de illius legibus Kalen-
dis Graecis cum populo esset actum, ita plebs scivit: quando respublica

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Pontano.indb 44 16/07/2019 13:06:00


CARONTE, V

CARONTE. Il sole ha mosso la brezza, che di solito si leva in queste


stesse ore pomeridiane nei giorni estivi.
MERCURIO. Ma quali venti hanno soffiato da voi in questi giorni? Perché
sulla terra la bora51 ha devastato le viti, e maggiormente ulivi e agrumi.
CARONTE. Qui soffiava l’Acheronzio,52 anzi più dolce del solito.
MERCURIO. Caronte, Caronte, che vedo mai, là c’è uno che mangia
pesci crudi?
CARONTE. Non ti meravigliare: è Diogene53 cinico.
MERCURIO. E come, vive dentro il fiume?
CARONTE. Certo che sì. Perché essendo le sponde altissime, e non
avendo alcun modo per attingere l’acqua, ha preferito vivere qui piutto-
sto che altrove, nell’Erebo, dove ha a disposizione acqua e pesci.
MERCURIO. Bello stomaco resistente, il suo. E dimmi per favore, chi è
quell’altro abitatore del fiume, che s’immerge sott’acqua e poi emerge,54
e poi si tuffa come se fosse uno smergo? Una cosa del genere non l’ho
mai vista.
CARONTE. Eppure conosci anche lui. È Cratete tebano;55 va in cerca
dell’oro che un tempo aveva gettato via.
MERCURIO. Lo ricordo bene. E ricordo anche che, trovandomi una
volta in Atene alle Panatenee, fu molto preso in giro dai peripatetici,56
prima di tutto perché ignorava che le cose hanno un fine, e non riusciva
a capire che sono buone soltanto quelle cose, che sono usate a fin di bene
(ed è per usarlo a questo fine che si deve procacciare il denaro, non es-
sendo di per sé il denaro né buono né cattivo, e comunque chi lo possie-
de e sia onesto lo rende buono con l’uso stesso), poi anche perché aveva
una brutta opinione della filosofia: chi infatti se non un filosofo saprebbe
usare meglio, più onestamente e degnamente, il denaro? E infine, se le
ricchezze gli pesavano tanto, perché non le dava da portare e da usare
ad altri, invece di gettarle in mare, dove non avrebbero potuto più essere
utili né agli uomini né ai pesci?
15. CARONTE. E giustamente davvero viene deriso. Ma dimmi, Mercu-
rio, giacché è capitato il discorso sugli Ateniesi e sulla fi losofia, perché il
popolo ateniese non ha accettato le leggi proposte da Platone, di cui ho
potuto ammirare molto l’eloquenza e la dottrina, avendolo avuto vicino
e udito discutere per molti giorni.
MERCURIO. È stata una ragione seria che li ha mossi. Perché, essendosi
discusso di quelle leggi in assemblea alle Calende greche, il popolo emi-

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Pontano.indb 45 16/07/2019 13:06:00


CHARON, V

quam Plato institueret apud Germanos esset, accederet Plato ad barba-


ros. Esse apud illos Ubiorum civitatem, quae leges eas servaret; populum
Atheniensem sineret his legibus vivere quas a maioribus, sapientissimis
viris, latas accepisset. Senatus quoque consultum in haec scriptum est
verba: Quando Graeci pro recipienda Helena viroque restituenda uni-
versi coniurassent, bellum Troianis intulissent, sumptus tantos fecissent,
Graeciam omni pene nobilitate exhausissent, tot clades passi essent, non
licere Platonis leges accipi, quae mulieres communes, uxorem nemini
certam esse pudicitiamque, quae una aut certe maxima mulierum virtus
esset, nullam in civitate esse vellent. Hoc ego senatus consultum et Athe-
nis et in plerisque aliis Graeciae conventibus recitatum memini. Disci-
pulus quoque eius Aristoteles multum de illius auctoritate detraxit. Fuit
enim magistro argutior, nec tam recessit a civili consuetudine.
CHARON. Et magnae et honestae causae fuerunt. Eius igitur libri a
multis condemnantur, discipuli vero leguntur?
MERCURIUS. Quidni? et magno in honore habentur, etiam apud bar-
baros.
16. CHARON. Eram ipse fortasse, ut quidem eram, de labore fessus, et
mens aliis occupata; sed tamen visus est Aristoteles nimis obscurus et
cautus cum hac eadem in cymba quaedam ex eo quaererem. Quin etiam
licet, mecum dum loqueretur, corporis vinculis solutus viveret, nihil ta-
men certi adhuc de immortalitate animae respondebat. Post tot igitur
saecula scriptor tam argutus et subtilis non usque adeo est, ut arbitror,
intellectu facilis!
MERCURIUS. Vix risum teneas, Charon, si tibi ipse retulero quam fa-
cete rhetor argutulum quendam philosophum nuper irriserit. Nam cum
ille nimis intorquere Aristotelis sensa vellet: «Auditores, rhetor inquit,
scitote non cum philosopho mihi, verum cum sutore contentionem esse:
quod enim sutoris est proprium, dentibus alutam producere, hoc no-
ster hic in Aristotelis dilatandis dictis facit. Quocirca videndum est tibi,
philosophe, ne genuinos relinquas in corio». Hinc factum est, Charon,
tritum illud iam, bene dentatum esse theologum oportere.

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Pontano.indb 46 16/07/2019 13:06:01


CARONTE, V

se questo decreto: che Platone se ne andasse fra i barbari, visto che la


Repubblica progettata da Platone esisteva già presso i Germani;57 infatti
gli Ubii avevano una società che osservava quelle leggi; lasciasse vivere
il popolo ateniese con le leggi che i loro antenati, uomini oltremodo sa-
pienti, avevano proposte e loro avevano accettate. E fu anche emesso un
decreto secondo il quale, considerando che i Greci, per riavere Elena
e restituirla al marito, si erano tutti accordati con un giuramento per
muover guerra ai Troiani, avevano fatto tante spese, avevano spopolato
quasi tutta la Grecia della sua nobiltà, e avevano sopportato sconfitte
e sciagure, non era possibile perciò accogliere le leggi di Platone, che
prevedevano la comunione delle donne, che nessuno avesse più una mo-
glie certa, e che nella città non vi fosse più la pudicizia femminile, che
è la sola o certamente la più grande virtù delle donne. Io in persona ho
udito proclamare questa deliberazione dello Stato in Atene e in altre as-
semblee di città greche. Inoltre Aristotele suo discepolo tolse molto alla
sua autorità. Fu, infatti, più sottile del suo maestro, né si allontanò tanto
dalla consuetudine civile.58
CARONTE. Ragioni non ne sono mancate, importanti e oneste pure. I
suoi libri sono condannati da molti, mentre i suoi discepoli sono letti.59
MERCURIO. Perché no? sono tenuti anzi in grande onore, anche presso
i barbari.60
16. CARONTE. Io quel giorno ero forse, e in realtà lo ero, stanco del
lavoro e la mente era presa da altri pensieri. E tuttavia Aristotele mi sem-
brò troppo oscuro e cauto, quando in questa medesima barca gli facevo
alcune domande. Che sebbene, mentre parlava con me, viveva sciolto dai
vincoli del corpo, non mi dava ancora risposte sicure a proposito dell’im-
mortalità dell’anima.61 E ancor oggi, dopo tanti secoli, uno scrittore così
sagace e sottile, a mio parere, quanto non è affatto facile a capirsi!
MERCURIO. Non ti tratterresti dal ridere, se ti riferirò come arguta-
mente un valente retore mise in ridicolo, or non è molto, un fi losofo che
faceva il sagace. Poiché quello voleva stravolgere troppo il senso di quel
che diceva Aristotele, il retore disse: «Ascoltatori, sappiate che non è con
un filosofo che ho questa polemica, ma con un calzolaio; e, infatti, com’è
proprio del calzolaio allungare il cuoio con i denti, così fa costui quando
amplia il discorso di Aristotele: perciò, filosofo, sta accorto a non lasciare
nel cuoio i denti mascellari». E di qui nacque, Caronte, la battuta secon-
do la quale il teologo deve aver buoni denti.

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CHARON, V

CHARON. Festivissime rhetor is, sed obscuritas utrunque fortasse et


philosophum excusaverit et theologum.
MERCURIUS. Nequaquam in obscuritate omnia: verum, ut mihi vide-
tur, duplex rei huius est causa: altera, quod qui nunc philosophantur
ignorant bonas litteras, quarum Aristoteles gravis etiam auctor fuit; alte-
ra, quod dialectica corrupta fuerit a Germanis primum et Gallis, deinde
et a nostris, in eaque maximam nunc quoque ruinam faciunt.
17. CHARON. His nuper artibus me adortus est sophistes.
MERCURIUS. Videlicet ex horum erat numero et fortassis ex illorum
ordine qui fratres dicuntur.
CHARON. Recte. Nam praenomen ei frater erat.
MERCURIUS. Cautissimum itaque oportet esse te ac versutissimum
quotiens in eorum aliquem incideris. Nihil est enim quod argumentan-
do non consequantur, immo quod non extorqueant, et scin quomodo?
Ut, velis nolis, assentiendum sit eorum dictis, facileque hoc pacto effi-
ciare e Charonte asinus.
CHARON. Nimis ridiculus es qui id arbitrere; in asinum mene illos cap-
tiunculis suis versuros quasi Apuleium amatorio poculo, quem ego vix
agnovi cum hac iter faceret? Nam auriculas ac supercilia adhuc retinebat
asini. Egregie tamen philosophabatur et iucundus in disserendo erat.
Eum ego cum in aliis multis ridebam, tum in hoc, quod hordeaceum
panem siligineo praeferret. Etenim vestigia quaedam in eo reliqua erant
asinini gustus et pene subrudebat. Verum, ut ad sophistas redeam, non
est cur illos magnopere timeam, quippe qui, cognitis recte principiis,
dum bene partiar, dum vere definiam, capi ab illis nullo modo possim.
Sed dic, Mercuri, obsecro, quod nunc genus hominum in terris laetius
ac liberius vivit?
MERCURIUS. Sacordotes laetius, quos etiam in funeribus cantantis au-
dias, liberius medici, ut quibus permissum sit hominem impune occidere.
CHARON. An non capitale apud illos est parricidium?
MERCURIUS. Etiam; medicos tamen lex non modo absolvit, verum
mercedem quoque eis statuit.
CHARON. Quam inique comparatum!

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CARONTE, V

CARONTE. Spiritosissimo il retore, ma l’oscurità della disciplina po-


trebbe scusare entrambi, tanto il fi losofo che il teologo.
MERCURIO. Non è solo questione di oscurità. A me sembra, invece, che
le cause siano due. Una, che quelli che al giorno d’oggi filosofeggiano
non conoscono l’arte letteraria, di cui Aristotele è anche un valente cul-
tore; l’altra, che la dialettica è stata corrotta prima da Germani e Fran-
cesi,62 poi anche dai nostri63, e quindi in quella disciplina c’è pericolo di
cadere in un enorme precipizio.
17. CARONTE. Con questi arzigogoli poco fa mi ha assalito un sofista.64
MERCURIO. Evidentemente uno di questi qua, forse uno dell’ordine di
quelli che si fanno chiamare fraticelli.65
CARONTE. Giusto. Difatti il nome era preceduto da fra’.66
MERCURIO. Devi essere molto cauto e abilissimo tutte le volte che
t’imbatti in uno di loro. Non c’è conclusione che essi non riescano a
raggiungere, anzi a estorcere a forza di argomentazioni;67 e non lo sai68
come? volere o non volere, bisogna dire di sì a quel che dicono, sicché
facilmente in questo modo da Caronte che sei ti trovi ad essere un asino.
CARONTE. Mi fai ridere assai se pensi questo. Che io mi faccia trasfor-
mare in asino dai suoi cavilli come Apuleio col filtro amatorio?69 Io appe-
na lo riconobbi quando passò di qui, perché conservava le orecchie e le
sopracciglia di un asino.70 Tuttavia filosofeggiava ed era gradevole nella
conversazione. A me faceva ridere per molte altre ragioni, ma soprattutto
per questo, che preferiva il pane d’orzo a quello di frumento.71 Gli era ri-
masta, si vede, una traccia del gusto di un asino, e quasi quasi ragliava.72
Orbene, per tornare ai sofisti, ti dico che non c’è motivo di temerli tanto,
perché io, tenendo presente i fondamenti logici, purché faccia bene le
distinzioni e le divisioni,73 non potrei in nessun modo farmi fregare da
loro. E dimmi, Mercurio, ti prego, quale categoria di uomini vive ora
sulla terra in maniera più allegra e spensierata?
MERCURIO. I sacerdoti in maniera più allegra. Perché li senti cantare
nei funerali, i medici in maniera più spensierata, perché a loro è permes-
so uccidere un uomo e farla franca.
CARONTE. Non è punito l’omicidio con la pena capitale nel mondo
degli uomini?
MERCURIO. Certo; però la legge non ha previsto soltanto che i medici
siano assolti, ma anche che siano pagati.
CARONTE. Che legge iniqua hanno fatto!

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CHARON, V

MERCURIUS. Quinimo iure eos lex absolvit, siquidem medicus non oc-
cidit, verum qui medici utitur consilio et opera, quam quidem vel magno
conducunt precio.
18. CHARON. Igitur civiles hoc leges considerant?
MERCURIUS. Considerant; prudentissimi enim mortalium fuere qui
primi eas tulere maximamque habuere rationem civilium actionum om-
nium et publicarum et privatarum, quippe qui nullam nec vitae nec ar-
tis, nec facultatis cuiuspiam partem contempsere; nulliusque unquam
patrisfamilias tam exacta fuit domesticae rei diligentia et cura quam
horum ipsorum humanae societatis. Verum qui eas nunc interpretantur,
prudentiam in malitiam vertentes, iura venditant, leges contaminant, fas
nefasque solo discernunt precio, ut nulla homini in vita maior sit pestis
quam ubi eorum indiget patrocinio. Quocirca factum proverbium est
litis comitem miseriam esse.
CHARON. Hoc illud est, quod nuper praeco, dum eos ad praetores ci-
taret, forensis Harpyas increpitabat! Sed iam, Mercuri, colligendorum
rudentum tempus nos admonet horaque descensionis appetit. Itaque
quanquam orationis nunquam me sacietas capere potest tuae, quippe
cum idem ipse sis et eloquentissimus et humanarum divinarumque re-
rum prudentissimus, videndum tamen est ne nostrum hoc quaerendi
studium ab agendis nos rebus avocet, neve summum magistratum, qui
de adventu tam solicitus est tuo, spe ducamus longiore.
MERCURIUS. Hoc est quod mecum adeo ipse laetor, tam secundo flatu
cursum nos hunc confecisse. Et vero me ipsum expedio, ac, si tibi vide-
tur, illic ubi minime coenosum est vadum descendamus. Inde pedibus
ad praetores iter faciemus per amoenissima illa prata et secundum rivu-
lum illum, qui tam laeniter immurmurat; atque hoc non tam mea causa
(ipse enim talaribus ubi opus est utor, et in quotidiana fere sum tum
itineribus tum deambulationibus), quam tua, cui quandonam toto anno
contigit cymbam semel egredi et brevi saltem deambulatiuncula uti?
CHARON. Ut recte dicis, ut rem mihi gratam facis! Illam ipsam igitur
maxime virentem ripam teneamus; et, per Plutonem, quam fons ille lim-
pidus scaturit! Ramum illum, Mercuri, quam raptim comprehende.
MERCURIUS. Comprehendi, bene habet; continens iam nostra est.
CHARON. Licet igitur descendas, tantisper me in haerba manens, dum
paxillo illi naviculam illigo.

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CARONTE, V

MERCURIO. Anzi, la legge li assolve giustamente, perché non è il medi-


co che uccide, ma chi si serve del consiglio e dell’opera del medico, che
pagano perfino con somme alte.
18. CARONTE. E il codice civile segue questo criterio?
MERCURIO. Il criterio è questo. Furono, infatti, i più saggi dei mortali
coloro che per primi le promulgarono e tennero in massimo conto le
azioni civili, pubbliche e private, perché non trascurarono alcun aspetto
della vita, né dell’attività professionale, né dell’attitudine; e di nessun pa-
dre di famiglia fu così perfetta l’attenzione agli affari di famiglia quanto
quella di costoro alla società umana. Invece quelli che ora interpretano il
codice, trasformando la saggezza in malizia, mettono in vendita il diritto,
contaminano le leggi, distinguono il lecito dall’illecito in base al prezzo,
al punto che per un uomo nessuna peste nella vita è maggiore di quella
che sta dove si ha bisogno del loro patrocinio. Di qui il proverbio secon-
do cui non c’è lite senza miseria.74
CARONTE. A questo proverbio alludeva poco tempo fa un bandito-
re quando, citandoli in pretura, li riprovava gridando «Arpie del foro».
Oramai, Mercurio, è il momento di raccogliere le vele e si avvicina l’ora
di sbarcare. E quantunque non riesca mai a saziarmi della tua parola,
giacché sei la persona più eloquente e più dotta di verità umane e divine
che ci sia, bisogna però vedere che questo nostro amore della ricerca
non ci distragga dall’agire, e non allunghiamo troppo l’attesa del sommo
giudice che è così in ansia per il tuo arrivo.
MERCURIO. Questo è il motivo per cui mi rallegro tanto che abbiamo
fatto la traversata con un vento così favorevole. Io mi affretto, e se ti sem-
bra opportuno, scendiamo là dove il guado è meno fangoso. Poi ci reche-
remo a piedi fin dove ci aspettano i giudici, attraverso questi magnifici
prati, e lungo quel ruscelletto che mormora così dolcemente; e questo
non per me (perché io uso i talari,75 e ogni giorno sono o in viaggio o a
passeggio), ma per te, al quale in tutto un anno capita una sola volta di
uscire dalla barca e poter fare almeno una passeggiatina.
CARONTE. Perfetto; e che gran piacere mi fai! Accostiamoci dunque
a questa verde riva; e, per Plutone, come scorre limpida quella fontana!
Mercurio, acchiappati bene a quel ramo.
MERCURIO. Mi ci sono acchiappato, tutto a posto. Eccoci sulla terraferma.
CARONTE. Puoi scendere, aspettandomi un momento sull’erba, finché
lego la barca a quel palo.

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CHARON, VI

VI
CHARON, MERCURIUS AMBULANTES.

19. CHARON. Et inter graves occupationes cessatio grata est omnis et,
si qua interim voluptas offertur, ea quam est suavis! Equidem ego ita
semper duxi, voluptatem raram esse debere, ac tum maxime delecta-
re cum sit quam honestissima. Ocium vero nunquam ipse probavi, nisi
quod cum reficiendis corporibus tum levandis animis concedatur. Ne
biennio toto maiorem hac cepi voluptatem: ut blande rivus hic sussilit!
Vide quam perspicuus est, quam etiam nitido fluit alveo!
MERCURIUS. Talis Clitumnus per Umbros fertur, et quanquam multa-
rum ille est aquarum dives, hic tamen, quod gurgites nullos efficit, sed
continuo et leni currit tractu, ripas habet amoeniores et magis delectat.
Sed qualia tibi prata videntur haec, Charon?
CHARON. Quam grata florum amoenitas et quanta copia! ut halatiles
hae sunt ferrugineae!
MERCURIUS. Violas eas mortales vocant, ex his sibi coronas faciunt
multoque miscent ligustro.
CHARON. Quod est, obsecro, ligustrum?
MERCURIUS. Quod in margine illo tam candido et frequenti flore nitet.
CHARON. Albicantium nostri vocant; quam me limes ille delectat!
MERCURIUS. Et quanto in precio flos is habetur apud superos! rosam
vocant.
CHARON. Videlicet roratilem dicis.
MERCURIUS. Eam ipsam roratilem. Verum age, illuc respice; an quic-
quam totis his pratis illo tibi videatur hiacyntho pulchrius?
CHARON. Atqui, ut scias, Mercuri, flos ille lacrimulas mane mittit; hinc
moerentiolum holitores nominant.
MERCURIUS. Et apud mortales quasdam habere notas doloris dicitur.
CHARON. Itineris laborem non sensimus in tanta hac florum varietate;
cuius quod paulum admodum nescio quod reliquum videtur, eo magis
properandum censeo.
MERCURIUS. Hoc ipsum considerantis est viri, in ipsa quoque volupta-
te tempus non labi frustra sinere.

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CARONTE, VI

VI
CARONTE E MERCURIO MENTRE PASSEGGIANO.

19. CARONTE. Com’è gradita una pausa in mezzo a occupazioni fati-


cose, e se vi si aggiunge un godimento, come riesce piacevole! Io per me
ho sempre pensato che il godimento debba essere raro, e che allora ti
diverti di più, quando è il più onesto possibile. Non ho mai approvato
poi l’ozio,76 se non quello che ci concediamo per ristorare le forze fisiche
o per alleviare gli affanni dello spirito. In tutti questi due ultimi anni
non ho avuto un godimento maggiore di quello di oggi: com’è blando
il gorgoglio di questo ruscello! Vedi com’è trasparente e com’è nitido il
flusso nel suo alveo.
MERCURIO. Così scorre il Clitunno77 attraverso il paese degli Umbri;
e sebbene quello lì sia più ricco di acque, questo, siccome non produce
alcun gorgo, ma scorre sempre placidamente, ha le rive più amene e piace
di più. Come ti sembrano questi prati, Caronte?
CARONTE. Com’è ameno e pieno di fiori questo campo, e quanti ce ne
sono! Come odorano questi di color ferrigno!78
MERCURIO. I mortali li chiamano viole, di essi si fanno le corone in-
trecciandoli con un bel po’ di ligustro.
CARONTE. Qual è, per favore, il ligustro?79
MERCURIO. Quello che spicca sulla sponda, con tanti fiori candidi.
CARONTE. Da noi si chiamano «albicanzi»;80 come mi piace quella
sponda!
MERCURIO. E com’è pregiato quel fiore presso i viventi: lo chiamano
«rosa».
CARONTE. Come dire «rugiadosa».81
MERCURIO. Sì, rugiadosa. Ora guarda da questa parte: ti sembra che ci
sia in questi prati un fiore più bello del giacinto?
CARONTE. Eppure, per farti sapere, quel fiore di mattina versa lacri-
mucce, per cui gli ortolani lo chiamano «il tristanzuolo».82
MERCURIO. C’è fra i mortali chi legge in esso anche i segni del dolore.
CARONTE. In mezzo a tante varietà di fiori non abbiamo nemmeno av-
vertito la fatica: e poiché sembra che ne sia rimasta ben poca, a maggior
ragione penso che bisogna affrettarsi.
MERCURIO. È proprio dell’uomo assennato non lasciar correre inutil-
mente il tempo, anche in mezzo al godimento.

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CHARON, VII

CHARON. Atqui labor in voluptate non sentitur, et actio etiam omnis in


ipso agendi cursu est periucunda. Sed pratis iam praeteritis, umbras su-
bimus, ac, ni me oculus fallit, sub procera illa et annosa cupresso iudices
praestolantur. Quocirca, in nemore ne oberremus, defixa in cupressum
acie ad eos contendamus.

VII
MINOS, AEACUS.

20. MINOS. Quam iuvit utrunque nostrum facilis ista deambulatio! et


sessio haec quam postea suavis fuit, procul a iudiciis, procul a forensi so-
licitudine, ut dies hic (qui Cretensium ac meus maxime mos fuit) albo sit
lapillo numerandus! Et tamen cessatio ipsa nec deses fuit nec languida.
AEACUS. Imprimis me silentium beavit et concentus ille avium tam
diversarum, qui coeteris ab rebus omnibus sic avertit animum, ut nulla
interim de re alia aut soliciti fuerimus aut locuti. Quid umbrae amoeni-
tas, quid arbuscularum tam ordinata dispositio rivulique interlabentes
tam laeto, tam florido ac frondenti margine? Accessit Mercurii adven-
tus, qui omnem expectationis nostrae solicitudinem levavit, ac navigatio
tam secunda, et, ni me fallunt aures, utriusque pedum Charontis atque
Mercurii strepitum subaudire inter virgulta visus sum, et, per Plutonem,
eccos! Humilior eos excepit iuniper; iam apparent.
MINOS. Ut libenter eos video, ut Mercurii adventum gaudeo! atque
adeo nihil nostrae huic voluptati defuisse videtur, quin omni e parte nu-
meros impleverit suos. Sed quid quod Mercurius solito incedit lentior?
AEACUS. Ne vereare, expectandi Charontis it tardior gratia. Is enim
tardiusculus est, quando qui exercentur in navi brachiis quam pedibus
magis valent.

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CARONTE, VII

CARONTE. Eppure nel godimento la fatica non si avverte; anzi l’attività


nel corso stesso dell’azione è un grande piacere. Ma, attraversato il prato,
entriamo fra le ombre, e se non m’inganno, là sotto quel vecchio cipresso
i due giudici sono in attesa. Perciò con gli occhi fissi al cipresso per non
smarrirci nel bosco, cerchiamo di raggiungerli.

VII
MINOSSE, EACO.

20. MINOSSE. Com’è stata bella la passeggiata che abbiamo fatto insie-
me! E com’è stato piacevole poi sederci, lontano dalle sentenze, lontani
dalle noie del foro, tanto che questo giorno (secondo l’uso dei Cretesi e
specialmente mio)83 deve essere segnato con una pietruzza bianca. E tut-
tavia perfino la sospensione dal lavoro ci ha visto tutt’altro che inoperosi
e negligenti.
EACO. Anzitutto mi ha reso felice quel concento di uccelli così vari,
che ci ha distolto da ogni altra cosa a tal punto da non farci preoccupare
né parlare di altro nel frattempo. E che dire dell’amenità dell’ombra,
della disposizione così ordinata degli alberetti, dei rivoletti che scorrono
così piacevolmente, della sponda così piena di fiori e di fronde? Aggiun-
gi poi l’arrivo di Mercurio, che ci ha sollevato da ogni noia dell’attesa,
aggiungi la navigazione così favorevole; se l’udito non m’inganna, mi è
parso anche di udire appena84 tra i virgulti il passo di Caronte e di Mer-
curio; e, infatti, eccoli qui, per Plutone, Eccoli! Stanno dietro ad un gi-
nepro più basso, si vedono già.
MINOSSE. Come li vedo volentieri, che gioia la venuta di Mercurio! E
a tal punto sembra che nulla manchi al nostro godimento, che non ci
abbia soddisfatto completamente. Ma come mai Mercurio cammina più
lento del solito?
EACO. Non temere, lo fa per aspettare Caronte. Lui è piuttosto lento
nel camminare,85 poiché fa il mestiere del barcaiolo è più forte di braccia
che di gambe.

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CHARON, VIII

VIII
MINOS, AEACUS, MERCURIUS, CHARON.

21. MINOS. Expectatus venis atque adeo desideratus, mihique et colle-


gae huic deus sapientissimus, nuntius diligentissimus.
AEACUS. Solidissimam nobis affers adveniens voluptatem, facturus
eam oratione tua longe solidiorem.
MERCURIUS. Quod adventus vobis voluptatem attulerit meus gaudeo;
idque est mihi quamiucundissimum, et, si quid est quod ego ipse vel di-
cendo vel respondendo delectare possim amplius, id in voluntate situm
est vestra. Dicam ubi iusseritis, aut, si interrogare malueritis, responde-
bo. Imperia enim vestra utpote aequissimorum praesidum fore quam
aequissima satis scio. Quid enim uterque vestrum nisi honestissimum
exigere, praesertim a Mercurio potest? Etenim, iudices, quod dicere hic
liceat, nimis quam male de me est meritum humanum genus! Furtis me
praeficiunt ac praestigiis, qui sim vel acerrimus furum ulctor praestigia-
sque usque adeo oderim ut quotidie insecter magis. Sed cum in pleri-
sque aliis tum in hoc maxime peccant homines, quod scelerum suorum
deos tum auctores faciunt tum magistros. Mihi et diis coeteris nulla ma-
ior est quam honesti cura, atque adeo turpitudinem omnem detestatam
habemus, ut precibus hominum, quanquam honestis, tamen, si turpem
aliquem finem respectent, aures praebeamus occlusas. Quod autem, Mi-
nos, deum me appellas ac sapientissimum dicis, facis pro tua illa veteri
in me, dum inter homines ageres, observantia et cultu; tamen sic habeto,
deum esse me et e coelestium numero, ubi in coelis aut terris vagor; hic
vero apud inferos tum apparitoris, tum lictoris fungi, non dei officio. Sa-
pientissimum vero nec me, nec deorum quenquam dixeris; neque enim
tali dii indigent nomine, quippe qui labi, errare, decipi, ignorare ne-
queant. At apud mortales, qui tanta offusi sint caligine et nube, nomen
ipsum sapientis inventum est, ut ab ignorante et stulto is qui saperet di-
scerneretur; quanquam vere sapiens apud illos adhuc inventus est nemo.
Lictor igitur atque apparitor ad vos venio, vestris imperiis pariturus.

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Pontano.indb 56 16/07/2019 13:06:01


CARONTE, VIII

VIII
MINOSSE, EACO, MERCURIO, CARONTE.

21. MINOSSE. Ben arrivato; sei tanto mancato a me e al mio collega che
è qui, sapientissimo dio, il più zelante dei messaggeri.
EACO. Profondo piacere ci arreca la tua venuta, ma più profondo sarà
quando ti sentiremo parlare.
MERCURIO. Sono contento che la mia venuta vi abbia arrecato tanto
piacere; ed è anche questa per me una grandissima gioia, se io parlando o
rispondendo posso darvi un piacere ancora maggiore, fate come vi pare.
Parlerò se me lo ordinerete, oppure, se preferirete farmi delle domande,
risponderò. So bene che i vostri comandi saranno più che giusti come
quelli di comandanti giustissimi. Che cosa potete mai volere entrambi,
specialmente da Mercurio, se non qualcosa di più che onesto? E, infatti,
giudici miei, mi si consenta dire, come si è comportato male con me
il genere umano! Mi fanno patrono di furti e d’inganni,86 io che sono
perfino acerrimo punitore dei ladri e che odio gli inganni a tal punto che
giornalmente piuttosto li perseguo. Eppure gli uomini fanno molti altri
peccati e soprattutto quello di addossare agli dei le loro scelleratezze,
facendone gli esecutori e i mandanti. Io e gli altri dei non abbiamo altra
preoccupazione maggiore che dell’onesto, e a tal punto consideriamo
detestabile la turpitudine, da tener chiuse le orecchie alle preghiere degli
uomini, quantunque oneste, se riguardano tuttavia una turpe finalità.
Il fatto poi che tu, Minosse, mi abbia chiamato dio salutandomi come
sapientissimo, dimostra che anche qui ti comporti nei miei confronti con
venerazione e rispetto, come quando vivevi sulla terra; però tieni ben
fermo che io sono una divinità, ossia appartengo al novero dei celesti,
quando sto in cielo o sulla terra, mentre quando sono qui nel mondo de-
gli inferi, il mio compito è quello di araldo o di littore, e non quello di un
dio. Sapientissimo poi non dovresti chiamare né me, né alcun altro degli
dei, perché a un dio non è appropriato un attributo come questo, non
potendo sbagliare, o ingannarsi, o non sapere qualcosa. Fra i mortali,
poiché sono offuscati nella mente dalla caligine e dalla nube dell’igno-
ranza, è stato inventato l’appellativo di «sapiente» per distinguere dall’i-
gnorante e dallo stolto chi pur qualcosa sapesse, quantunque veramente
sapiente presso di loro non se n’è trovato nessuno. Io vengo dunque a voi,
come littore e araldo;87 e come tale sono pronto ai vostri comandi.

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Pontano.indb 57 16/07/2019 13:06:01


CHARON, VIII

22. MINOS. Et deum te, Mercuri, ut par est, veneramur et sapientis-


simum appellamus, quando quo te honestiori exornemus nomine non
habemus, ac tametsi lictoris fungare muneribus, nonne ipse scis etiam
inter mortales maximorum regum lictores in maximis quibusque ma-
gistratibus ius ditionemque exercere? Quamobrem et nobis ut imperes
iusque fasque est. Nostra vero interest tibi ut obediamus studeamusque
doctiores a te fieri, quando et doctrinae inventor fuisti et rerum occul-
tissimarum interpres.
AEACUS. Quod pace tua, Minos, dixerim, neque cum Mercurio con-
tendendum est tibi, qui primus et prudentiae et eloquentiae praecepta
tradiderit, neque expectatio nostra longiorem fert cunctationem; ae-
quius igitur magisque ex usu fuerit quamprimum ei causas explicare,
cur hic eum iam dudum praestolemur.
MERCURIUS. Et dei est, cui cogitationes quoque hominum notae sunt,
id non expectare dum explicetis, et Charon certiorem me solicitudinis
fecit vestrae. Principio Italia, unde ipse nunc venio, magnis quassata est
terrarum motibus permultaque oppida prostrata solo iacent. Fontes plu-
rimi partim mutarunt iter, partim exaruere. Videas editissimos montes
illic subsedisse, hic iuga maiore quadam vi suis avulsa radicibus longius
perlata magnosque hiatus factos, maiores paludes.
23. MINOS. Patiare, quaeso, Mercuri (avidiores enim sumus), inter ex-
plicandum sciscitari quaedam nos et causas ex te quaerere.
MERCURIUS. Oppidoquam libenter.
MINOS. Dicas igitur numquod saltem remedium, ne cunctae domus cor-
ruant, inventum atque adhibitum in tanta hac calamitate sit ab hominibus.
MERCURIUS. Non usquequaque firmum, sed tamen salubre pro tempo-
re. Tignis procerioribus parietes vinciunt eaque concatenant, cum quibus
quanto salubrius actum esset, si affectus suos vincirent ratione nec cogi-
tationes tam evagari sinerent! Quod singulis vix saeculis semel accidit, in
eo avertendo magnopere occupati sunt omnes; quae vero pericula ac mala
singulis pene momentis suae ipsorum nefariae cupiditates afferunt, ad ea
volentes laetique feruntur. Nocte una post aliquot etiam secula quod ad
viginti hominum millia sub tectis oppressa sunt, omnes hoc horrent incu-
santque, ac damnant naturam, quae vix scio quamobrem amplius illos fe-

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Pontano.indb 58 16/07/2019 13:06:01


CARONTE, VIII

22. MINOSSE. Noi ti veneriamo come dio e ti chiamiamo sapientissi-


mo, perché non abbiamo un appellativo più onorevole da darti, e seb-
bene adempi al compito di luogotenente, non sai che su nel mondo i
luogotenenti dei più grandi sovrani in tutte le maggiori cariche eserci-
tano il sommo potere? Perciò tu hai tutto il diritto e la facoltà di darci
degli ordini. E noi avremo tutto l’interesse di obbedirti e ascoltarti, e di
sforzarci di divenire più dotti per opera tua, perché sei stato l’inventore
della dottrina e l’interprete delle cose più segrete.88
EACO. Con tua buona pace vorrei dirti, Minosse, di non metterti in
competizione con Mercurio, con lui che fu il primo a impartire precetti
di saggezza e di eloquenza, né la nostra attesa ammette altro indugio;
sarà più giusto e più utile spiegargli al più presto perché qui da tanto
tempo lo aspettiamo.
MERCURIO. È prerogativa di un dio, al quale sono noti tutti i pensieri
degli uomini, non attendere che li esprimiate. D’altra parte Caronte mi ha
già parlato della vostra preoccupazione. In primo luogo l’Italia, di dove
ora sto venendo, è stata sconquassata da grandi terremoti,89 e molte città
giacciono prostrate al suolo. Moltissime sorgenti o hanno cambiato stra-
da, o si sono essiccate; potresti vedere lì altissime montagne sprofondate,
qui cime divelte dalle radici con una violenza mai vista trasportate più
lontano, e le grandi spaccature e le immense paludi che si sono formate.
23. MINOSSE. Abbi pazienza Mercurio, per favore, se durante il tuo
racconto ti facciamo qualche domanda (siamo avidi di sapere).
MERCURIO. Volentierissimo.90
MINOSSE. Dicci, dunque, se gli uomini hanno trovato e adoperato
qualche rimedio per evitare che le case precipitino tutte quante in così
grande disastro.
MERCURIO. Un rimedio ci sarebbe, ma non in tutti i casi sicuro, e
tuttavia valido per qualche tempo. Fermano insieme le pareti con travi
piuttosto lunghe servendosi di catene: ma come sarebbe meglio che in-
catenassero le loro passioni e non lasciassero tanto i loro pensieri vagare.
Tale accidente capita appena una volta al secolo, e tutti si danno da fare
per allontanarlo, mentre incontro ai pericoli e ai disastri che procurano
ogni momento le loro sfrenate cupidigie si lasciano andare, vogliosi e
contenti. Se dopo qualche secolo, in una notte, circa ventimila persone
rimangono schiacciate sotto i loro tetti, tutti ne hanno terrore e male-
dicono la natura, che non so come riesca a tollerarlo. Ed essi poi con

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CHARON, VIII

rat. At bella, quae unius horae momento et fere quo tannis multa hominum
millia exhauriunt, interdum regna tota populosissimasque extinguunt na-
tiones, qua non arte quaerunt? In his sese exercent; hic illis ludus, hae
delitiae sunt; summum habetur decus caput hostis affixum hastae referre.
AEACUS. Nihil profecto video eos mutasse in melius ex quo ipsi homi-
nes esse desiimus.
MERCURIUS. Vix unum.
AEACUS. Quodnam illud?
MERCURIUS. Imperitantibus vobis, viri uxores adulteras repudiabant,
at nunc ferro enecant.
MINOS. Quid Mercurium ea quaerendo fatigas, quae tute probe no-
veris? An non compertum satis habemus deteriores illos quotidie atque
in dies fieri?
24. MERCURIUS. Exequamur igitur alia. Exortus est cometes, qui, cum
gravissima bella tum regnorum portendere eversiones soleat, omnium
mentes atque animos concussit etiam futurorum metu malorum; aequis-
simeque cum illis agit deorum omnium maximus, qui non praesentibus
solum malis eos cruciat, sed futurorum metu solicitat atque hanc praeci-
pue poenam illis statuit, qui quae futura sint scire nimis quam laborant.
MINOS. Cur, oro, Mercuri, rerum eventa nescire hominem deus voluit,
quorum cognoscendorum tam sunt studiosi omnes?
MERCURIUS. Quod inutilem sciret futurorum scientiam mortalium ge-
neri.
MINOS. Quonam pacto inutile esse potest quod eventurum sit nos-
se, siquidem mala vel evitari penitus, vel ex parte saltem aliqua minui
cognita possent, bona vero ante quam evenirent ipsa etiam spe atque
expectatione mirum immodum delectarent aninum?
25. MERCURIUS. Omnis quaestio quae de consiliis habetur ac decre-
tis magni Dei profana est minimeque nobis diis permissum est ea in
vulgum depromere. Tamen sic habetote: quaecumque eveniunt, ea aut
fortuito contingere, aut fato evenire, idest divino consilio et ordine. Si
fortuito, stultum est velle homines id assequi ratione cuius ratio nulla sit;
sin fato, quanquam insita est homini scientiae cupiditas, parum tamen
capacem eum natura fecit cognoscendi futuri, cuius cognitio captum ho-
minis excedat. Etenim ut eius divinus sit animus, moles tamen corporis,

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CARONTE, VIII

quale mezzo non cercano di suscitare guerre, le quali quasi ogni anno
spengono migliaia e migliaia di vite, talvolta distruggono interi regni e
popolosissime nazioni? In queste cose si esercitano; per loro è uno scher-
zo, una delizia. Il vanto maggiore è considerato quello di portare la testa
di un nemico conficcata sull’asta.
EACO. Non vedo mutati in meglio gli uomini, da quando noi non lo
siamo più.
MERCURIO. Sì, invece, ma in una cosa sola.
EACO. E qual è questa?
MERCURIO. Quando eravate voi a regnare, i mariti ripudiavano le mo-
gli adultere, ora le fanno fuori.
MINOSSE. Perché scocci Mercurio, chiedendogli cose che tu sai bene.
Non abbiamo forse la certezza che si va di male in peggio?
24. MERCURIO. Perciò andiamo avanti. È apparsa una cometa,91 e que-
sta, essendo generalmente presagio di gravissime guerre e di sconvolgi-
menti di regni, ha colpito la mente e il cuore di tutti anche per il timore
di mali futuri; e il maggiore di tutti gli dei si è comportato in modo
giusto con loro, non solo tormentandoli con i mali presenti, ma facendoli
agitare con la paura del futuro e specialmente questa è la pena che ha
loro inflitta, di affaticarsi quanto mai per conoscere il futuro.
MINOSSE. Ti prego di dirmi, Mercurio, perché il cielo ha voluto che
l’uomo non conoscesse il futuro, quando tutti si affaticano fin troppo per
conoscere quel che avverrà?
MERCURIO. Perché sapeva che conoscere il futuro sarebbe stato inutile
al genere umano.
MINOSSE. Come mai può essere che sia inutile conoscere l’avvenire, se
i mali, a conoscerli prima, si potrebbero evitare o almeno alcuni in parte
ridurre, e i beni potrebbero far gioire il cuore in modo straordinario con
la speranza e l’attesa, prima che arrivino?
25. MERCURIO. Ogni interrogativo che riguardi la volontà divina è una
profanazione, e a noi non è concesso dalla divinità di diffonderlo. Tut-
tavia dovete sapere questo: gli eventi o sono dati dalla contingenza, o
dal fato, cioè dalla volontà ordinatrice del cielo. Se sono fortuiti, è una
cosa sciocca voler arrivare con la ragione a ciò di cui ragione non esiste;
se invece sono opera del fato, sebbene sia insito nell’uomo il desiderio
di sapere, tuttavia la natura lo ha fatto ben poco capace di conoscere il
futuro, che eccede la capacità umana. E, infatti, l’animo, pur essendo

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CHARON, VIII

cuius quasi vinculis et carcere tenetur compeditus, minus illum habilem


atque idoneum reddit, cui ipsa sese divinitas pandat; cumque eventa ipsa
bona sint aut mala, mala prius intellecta miseram afferunt solicitudinem,
nonnunquam et desperationem. Deus autem non eo consilio hominem
genuit, ut miserabiliorem quam suapte natura sit efficere illum velit fu-
turorum cognitione malorum, quae sciat evitare illum minime posse.
Bona vero, tametsi vitam iucundiorem expectando facerent, tamen qui
scierit ea sibi necessario eventura, is deses ignavusque efficietur, quip-
pe cum certum habeat eventura etiam dormienti. At Deus hominem ad
agendum comparandamque agendo virtutem creavit, aegre patiens il-
lum quiescere, nisi tantum quantum animorum levationi aut reficiendis
corporibus necessario detur; qui ne desidiosus efficeretur atque ignavus,
egestatem illi rerum omnium comitem dedit laborareque in incerto eum
voluit, dum semper eius certus labor esset. Sed his parum ipsi fortasse
contenti, media quaedam esse dixeritis, quae suapte natura ac simpliciter
nec bona sint nec mala. Media quoque haec, sive ea casu ferantur sive
fati contineantur necessitate, quod dubia appareant, satis fuerit, cum
eveniunt, providere homines ut in suam quisque utilitatem, quoad pos-
sit, vel convertat ea, vel, si minus id assequi valet, saltem hoc assequatur,
ne rebus damno sint familiaribus, et, si ne hoc quidem, ut, quam fieri
possit, minimum incommodent.
26. Igitur casus atque fortuna, ut dixi, cum ab omni procul ratione
seiuncta, incerta, inconstansque feratur, quonam modo quod natura sua
incertum sit, certum id efficere, et quod inconstans firmum reddere ra-
tio poterit? et cuius certitudo nulla est, qua id ratione futurum mortalis
quispiam possit assequi? Quae si nec sciri nec comprehendi ratione an-
tequam eveniunt possunt, evitari quonam pacto poterunt? ubi igitur ista
utilitas futurorum cognitionis erit hominum generi? Fatum vero vitari
multo minus poterit, quippe cum non secus necessarium sit quod fato
eventurum est ut eveniat, ac illud idem, postquam evenit, necessarium
est evenisse. At liberae sunt hominum voluntates: sint, dum volendi li-
bertas ista vel cum primis efficiat nihil esse utile mortalibus futuras res
nosse. Quarum cognitio quid habere potest utile, si ubi quid evenerit,
velint nec ne id homines, aut prehendere aut labi sinere in sua ipsorum

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CARONTE, VIII

divino, impedito com’è e quasi incatenato dai limiti del corpo, riduce
nell’uomo l’attitudine a cogliere la manifestazione della divinità. Inol-
tre, essendo gli eventi o positivi o negativi, quelli negativi, avvertiti in
anticipo, arrecano all’uomo una preoccupazione che lo rende infelice,
talora perfino disperato. Iddio poi non ha creato uomo con l’idea che
fosse più infelice di quello che la sua stessa natura lo faccia per via della
conoscenza di mali futuri, che sa non poter lui assolutamente evitare; ed
è così anche nel caso dei beni, perché, quantunque la loro attesa renda
più gaia la vita, tuttavia chi sapesse che arriverebbero anche se lui dor-
misse,92 diventerebbe inerte ed ignavo. Ma Iddio ha creato l’uomo per
l’azione e per acquistare la virtù attraverso l’azione, mal sopportando
che egli dorma, se non quel tanto che è necessario ad alleviare l’animo
e a ristorare le forze del corpo: e per non farlo diventare pigro e ignavo
gli ha dato per compagna nella vita la mancanza di ogni cosa, e ha volu-
to che egli faticasse nell’incertezza, purché avesse una sola certezza, la
fatica.93 Voi però, forse poco contenti della mia risposta, obietterete che
ci sono anche degli eventi, per così dire, «di mezzo», che semplicemente
non sono di per sé né positivi, né negativi. E anche gli eventi di mezzo,
sia che procedano dal caso, sia che dipendano dalla necessità del fato, e
siano evidentemente incerti, basterà che, quando sopravvengono, l’uo-
mo provveda a rivolgerli a proprio vantaggio, fino a che gli è possibile, o
almeno, se non gli è possibile, cerchi di fare in modo che non nuocciano
alla famiglia, e se nemmeno questo sarà capace di fare, finché può, che
gli diano il minor fastidio possibile.
26. E d’altra parte se il caso e la fortuna procedono, come ho detto, del
tutto separati da ogni razionalità, nell’incertezza e nella instabilità, come
potrebbe la ragione rendere certo quel che per sua natura è incerto, e
stabile ciò che è instabile? E ciò di cui non c’è certezza, il futuro, in qual
modo un mortale potrebbe conseguirlo? Ciò che non si può né sapere né
comprendere prima che avvenga, come si potrà mai evitare? Dove mai ci
sarebbe l’utilità della conoscenza del futuro per il genere umano? Molto
meno potrà evitarsi il fato, perché non è meno necessario un evento desti-
nato dal fato, di quello che, una volta avvenuto, sia avvenuto necessaria-
mente.94 Ma la volontà dell’uomo è libera: sia pure, purché si ammetta che
questo libero arbitrio rende inutile per i mortali la conoscenza del futuro.
Infatti, che utilità potrebbe esserci in questa conoscenza, se, quando una
cosa è avvenuta, la voglia o no l’uomo, non è riposto nella sua volontà

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CHARON, VIII

voluntate sit positum? Et profecto quae tam certa futuris de rebus longe
prius secernendi voluntas esse potest homini, quem sat scimus in pra-
esentibus haesitare adeo ut momento eodem nunc hanc nunc illam et
quidem contrariam itentidem probet damnetque sententiam, persaepe-
que, ante quam quid constituat certum habeat, occasio ipsa praetereat?
Verum de fato atque fortuna, Minos, hactenus. Utinam ne in scholas qui
philosophi vocantur haec ipsa introduxissent magisque se se institutos
vellent ad ea, ubi evenissent, ferenda, quam quaerendo illa tempus fru-
stra terere supraque vires intendere! Quid enim aut stultius quam homi-
nem officium hominis nolle curare, aut magis temerarium quam hunc
eundem hominem suis neglectis muneribus velle futurorum scientiam,
quae unius est Dei possessio, invadere?
27. Quamobrem redeamus ad crinitam. Hanc obstupefacti mortales
utinam tam noscerent quam admirantur! quam cum omnes metuant,
omnes tamen male ominantur regibus, quasi non privata quoque regum
mala in publicam cedant pernitiem. Equidem olim Ludis Megalensibus
Romae cum essem recitarenturque in theatro Graecorum ac Troiano-
rum res, exclamare inter recitandum e doctioribus quendam memini
nobileque hoc fudisse hexametrum:

Quicquid delirant reges, plectuntur Achivi.

Et vero ita comparatum est ut regum peccata populi plerumque luant.


AEACUS. Ipsi haec olim magis experti sumus quam nunc audita refe-
rimus, et causam requirentes inveniebamus reges idem in populis ius
habere, quod in corpore animus. Atque ut animorum perturbationes
corpus inficerent, ita et regum vitia subiectos populos. Quoniam autem
in regum mentionem incidimus, dicas velim, prudentissime Mercuri:
quae nunc eorum qui civitates moderantur vita est, qui mores, quae stu-
dia, quale imperium, quam quietus eorum status? Nam quos paucis ante
diebus pro tribunali causam dicentes audivimus non satis dignam nobis
spem dedere successorum suorum.
28. MERCURIUS. Praetereunda nunc haec arbitror; nam et illic apud
mortales de iis loqui satis tutum non est, et hic apud vos parum nunc

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CARONTE, VIII

prenderla o lasciarla andare? E di fatto quale volontà può avere l’uomo


di scegliere in anticipo fra le cose future, quando ben sappiamo che egli
esita di fronte ai casi presenti a tal punto da approvare e disapprovare
or questa or quella opinione, anzi allo stesso tempo quella contraria, e
molto spesso assume per certa una cosa prima di accertarla, e gli sfugge
l’opportunità? Ma basta a parlare di fato e di fortuna, Minosse; e così non
avessero introdotto questi argomenti nelle scuole95 quelli che si chiamano
filosofi, e volessero essere preparati un po’ di più al modo di sopportare
gli eventi, piuttosto che perdere il tempo inutilmente in questa ricerca, e
attendervi oltre le loro forze. Che c’è di più stolto del fatto che un uomo
non abbia interesse per il suo ufficio, o di più temerario del fatto che que-
sto stesso uomo, lasciate le sue occupazioni, voglia invadere la scienza del
futuro, dominio della sola divinità?
27. Torniamo perciò alla nostra cometa. Magari la gente stupefatta
cercasse di sapere che cosa sia, piuttosto che rimanere meravigliata! Ché,
mentre tutti la temono, tutti poi dicono che porta male soltanto ai re;
come se anche i malanni privati dei re non ricadessero sulla sventura dei
popoli. Ricordo di aver udito a Roma, durante le feste Megalesi,96 mentre
si recitavano in teatro le gesta dei Greci e dei Troiani, uno dei più dotti
esclamare durante la recitazione questo esametro:

Ogni follia dei re la scontano gli Achei.97

Ed è verità assodata che generalmente sono i popoli a espiare i peccati


dei re.
EACO. E noi lo abbiamo sperimentato da un bel po’ di tempo, più che
parlare per sentito dire, e cercandone la ragione scoprivamo che i re han-
no sui loro popoli lo stesso diritto che ha l’animo sul corpo e che come
i turbamenti dell’animo fanno male al corpo, così anche i vizi dei re ai
popoli. E a proposito di re, vorrei che ci dicessi, Mercurio, con la grande
esperienza che hai: che vita menano coloro che attualmente governano
le città, quali sono i loro costumi, le loro inclinazioni, il loro potere, e
quanto è tranquilla la loro posizione? Quelli che abbiamo sentito pochi
giorni fa trattare le cause presso il tribunale, non ci fanno sperare bene
dei loro successori.
28. MERCURIO. È bene lasciar stare quest’argomento, ora. Fra i mortali
parlare di loro è cosa poco sicura; qui non credo che sia proprio neces-

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CHARON, VIII

quidem necessarium esse duco; satque hoc sit nosse, quod eorum alii
partim male habent populos suos, partim ipsi male habentur a populis.
Tertium quoque portentum nimis graviter eos vexat: complures enim
dies sol radios nullos misit aerque omnis ceruleus visus est, quae res
hominum animos ad superstitionem vertit.
CHARON. Obsecro, aequissimi iudices, aequis animis patiamini quae-
dam et me e Mercurio quaerere.
MINOS. Iusque fasque est, atque (ut pro collega etiam pollicear) operae
precium fuerit te tantum philosophum audire quaerentem.
CHARON. Et habetur nunc a me vobis et referetur olim gratia. Qua-
mobrem, Mercuri, si placet, quando et his gratissimum fore ipse nosti,
explices oro quam vobis diis grata sit ista superstitio.
MERCURIUS. Nihil ea molestius.
CHARON. Qui, quaeso?
MERCURIUS. Quia ridicula cum sit superstitio, qui ea in deos utitur
illos quoque ridiculos facit.
CHARON. Mirum quod superstitionem ridiculam dicas!
29. MERCURIUS. Atqui ne dum ridicula, infelix etiam est; quae cuius
animum occupavit, nihil est eo homine miserius; cuius quaenam vita
esse potest, dum omnia pavet, cuncta formidat, quodque infelicissimum
est, dies ac noctes terit deos obtundendo, quos non multus sermo trepi-
daeque mussitationes aut excitae frigidissimis persaepe causis lacrimae,
sed honestae gravesque actiones ac rectae voluntates moveant? An, Cha-
ron, eos esse deos iudicas qui hominum gaudeant lacrimis? et bonos et
iustos et continentes, non lacrimosos Deus diligit. Etenim quid inde aut
utilitatis Deo aut honoris, ubi nudis quis pedibus templa adit? Medicis
utile fortasse. At Deus cur gaudeat hominum morbis, qui tot haerbarum
genera, quae salubres illis essent, genuerit? Atque ut verum noscatis,
nullum gravius malum homines invasit superstitione et studio ac metu
isto in deos tam inani et frigido, nec tam vera religio diis est grata quam
molesta superstitio; quae quam sit detestabilis hinc tute iudicato, quod,
tanquam caede saginemur ac sanguine, hominem homo nobis mactat,
quin et proprium fundit sanguinem.
CHARON. Facinus quam nefandissimum! An, obsecro, sceleribus his
sacerdotes ac pontifices non eunt ipsi obviam? quanquam ex omni ho-

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CARONTE, VIII

sario. Basti sapere che di essi alcuni trattano male le loro popolazioni,
altri ne vengono maltrattati. Vi è anche un terzo motivo, un prodigio,
che li stravolge: per molti giorni il sole non ha emesso raggi, mentre l’aria
tutt’intorno appariva cerulea, cosa che fa rivolgere l’animo dei mortali
alla superstizione.
CARONTE. Vi prego, voi che siete giudici tanto equanimi, concedete di
buon grado che anch’io faccia una piccola domanda a Mercurio.
MINOSSE. È cosa giusta e lecita, e (per promettere anche a nome del
collega) vale la pena ascoltare la domanda di tanto filosofo.
CARONTE. Per ora vi ringrazio e vi ringrazierò ancora. Ti chiedo di
spiegarmi, Mercurio, se non ti dispiace, poiché tu sai che anche a costoro
sarà ben gradito, quanto a voi dei riesca gradita codesta superstizione.
MERCURIO. Niente di più molesto.
CARONTE. Perché, se è lecito?
MERCURIO. Perché, essendo cosa ridicola la superstizione, chi la usa
nei confronti degli dei rende ridicoli anche loro.
29. CARONTE. Bellissimo il fatto che definisci ridicola la superstizione!
MERCURIO. Non solamente è ridicola, ma anche miserabile, perché
quando prende l’animo di qualcuno, non c’è uomo più misero di lui:
che vita può essere la sua quando di tutto ha paura, ha terrore di tutto;
e l’infelicità maggiore è questa, che consuma i giorni e le notti infasti-
dendo gli dei, i quali si fanno commuovere non da tante parole, da tre-
muli borbottii e da lacrime spremute molto spesso per cause insipide,
ma dalle nobili azioni e dalla buona volontà. O ti pare, Caronte, che la
divinità possa godere delle lacrime umane? Dio ama i buoni, i giusti, i
virtuosi, non i piagnoni. E che utilità o onore ne viene a Dio, se uno si
accosta al tempio a piedi nudi? Ai medici forse ne verrà qualche utile.
Ma perché poi Iddio dovrebbe gioire delle malattie degli uomini, lui che
ha creato tante specie di erbe per la loro salute? La verità è questa, che
nessun male invade gli uomini più grave della superstizione e di codesto
timoroso zelo, vano ed insulso, rivolto alla divinità, né alla divinità è
tanto gradita la vera religione, quanto molesta la superstizione. La quale
giudica tu stesso quanto sia detestabile, da far sì che l’uomo non solo ci
offra in sacrificio vittime umane, ma versi anche il proprio sangue per
noi, come se noi numi ingrassassimo volentieri col sangue delle stragi.
CARONTE. Nefandezze, scelleratezze! E, per favore, i sacerdoti e i
pontefici non si oppongono a queste scelleratezze? Quantunque io veda

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CHARON, VIII

minum numero atque ordine, quos ipse quotidie transveho, foedioribus


compunctum notis video neminem.
30. MERCURIUS. Nulli de vera religione sunt minus soliciti, quippe
quorum studium est ampliare rem familiarem, congerere pecuniam
atque in saginandis corporibus occupari; et cum nimis improbe avari
sint omnes, nemo coenat lautius, nemo vestit elegantius. Dudum sacer-
dos cardinalis obsonatorem suum, quod in emendo lupo pisce pecuniae
pepercisset (erat autem precium aurei sexaginta), quibus non maledictis
est insectatus? parumque abfuit quin illi domo interdixerit, ut vitae suae
parum studioso. Ac ne erres, Charon, vitam nunc, quae olim gula dice-
batur, vocant. Alter quoque sacerdos eiusdem collegii moriens exoleto
legavit aureum triginta millia.
CHARON. Utinam quibus haec audio carerem auribus! tantumne faci-
nus impunitum abire coeteri mortales sustinent?
MERCURIUS. Superstitione tenentur.
CHARON. Iam assentior nihil esse infelicius superstitione.
MERCURIUS. Quantula sunt haec! Sacrum quoque sanguinem veneno
tingunt!
CHARON. Utinam nescirem philosophiam dispudeatque talibus nunc
Deum ministris uti! Quamobrem, sapientissime Mercuri, relictis sacer-
dotibus, perge de superstitione dicere, quae mortalis omnes tam infelici-
ter vinctos atque oppressos teneat.
MERCURIUS. Primum ea in mulierculis invenitur quam maxima. Illae
ut picturam nactae sunt aliquam, ibi eam consulunt, et, ut coeteras res
taceam, si anserculum vel gallinulam pituita oceuparit, quibus tum pre-
cibus ac lacrimis illam obsecrant! pueros puellasque vix septennes nugis
his imbuunt. Sed quid de aniculis et puellis loquor, qui sciam deos soli-
citari quotidie a principibus viris, ubi falco longius evolaverit, ubi equus
pedem contors<er>it, quasi aucupes dii sint, qui accipitrum curam habe-
ant, aut tanquam fabri ferrarii equorum contusa et morbos curent atque
ex hoc quaestu rem familiarem augeant? Videas in templis affixos acci-
pitres etiam argenteos et equos et aves loquaculas.
31. CHARON. Iam, ut praedicas, nihil est homine inanius.

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CARONTE, VIII

purtroppo che, fra quanta gente che traghetto ogni giorno, non vedo
nessuno segnato da un marchio più brutto.
30. MERCURIO. Non c’è gente meno preoccupata della vera religione,
poiché tutto il loro interesse è di ampliare il patrimonio, accumulare
denaro e occuparsi d’ingrassare il ventre; e siccome sono malvagiamente
avari, nessuno cena più lautamente, nessuno veste con più raffinatezza
di loro. Di recente un cardinale, con quali imprecazioni non assalì il
suo dispensiere, perché nell’acquisto di una spigola aveva risparmiato (il
prezzo era di sessanta monete d’oro!) e non l’aveva comprata? E ci man-
cò poco che non lo cacciasse da casa. E per non confonderti, Caronte,
chiamano vita quella che una volta si chiamava gola. Un altro sacerdote
dello stesso collegio morendo ha lasciato trecento mila monete d’oro a
un relitto umano.
CARONTE. Vorrei non avere le orecchie per non sentire queste cose.
E tutti gli altri uomini tollerano che una scelleratezza di questa portata
rimanga impunita?
MERCURIO. Sono dominati dalla superstizione.
CARONTE. Ormai devo ammettere che nulla è più infausto della su-
perstizione.
MERCURIO. Questo non basta. Avvelenano anche il sangue consacrato.
CARONTE. Magari non sapessi la filosofia, e Dio dovrebbe vergognar-
si di aver tali ministri! Perciò, sapientissimo Mercurio, messi da parte
i sacerdoti, continua a parlare della superstizione, che opprime tutti i
mortali e li tiene infelicemente legati.
MERCURIO. Prima di tutto essa alberga più che mai nelle donnicciole.
Queste, come s’imbattono in un’icona dipinta, subito le chiedono con-
siglio, e per non dire altro, se un anatroccolo o una gallinella hanno
la pipita,98 con quali preghiere e lacrime la supplicano, riempiendo di
queste sciocchezze la mente di bambini e bambine di manco sette anni!
Ma che dico, anatroccoli e bambine! Lo so io come ci siano principi
che ogni giorno ricorrono alla divinità perché il falcone è volato troppo
lontano, perché il cavallo ha preso una storta alla zampa,99 quasi che gli
dei facessero i guardiani di uccelli o si occupassero come maniscalchi di
contusioni e di malattie accrescendo il patrimonio familiare mediante
questo mestiere. È uno spettacolo veder appesi sparvieri d’argento, o
cavalli, o volatili nei templi.
31. CARONTE. A sentir te, l’uomo è l’essere più sciocco di tutti.

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CHARON, VIII

MERCURIUS. Inaniora his audies: non pedes modo et manus e caera aut
metallo suspendunt tholis, sed et oscenas corporis partes, et quod me-
dico erubescunt ostendere, id ante deorum effigies collocare non pudet.
Atque ut vana illorum ingenia magis ac magis rideas, rem supra quam
dici possit inanem ac despicabilem accipe: Martinum Galli, Ispani, Ger-
mani, Itali sic colunt, ut turpe sit eius festo die ebrium ac madentem
non esse. Itaque nihil est in terris eo die vinosius, nihil petulantius. In
quodam Germaniae oppido, ubi Martini dies illuxit, statuam eius per
publica oppidani loca efferunt; qui si clarus serenusque fuerit, operae-
precium est quis suaviori possit vino Martinum inspergere. Omnes viae
plenae sunt vasculis, nullus est qui non Martinum comitetur lagenatus,
atque hac ratione per vias, porticus, templa vino ille madens fertur. At si
pluerit, nihil est Martino contemptius. Luto totus conspergitur viaeque
et cloacae in eum eluuntur. Neapoli, Campanorum urbe celebri, Maio
mense sacerdotes per urbem coronati incedunt, quasi amantes adole-
scentuli. Sed hoc quidem levius fuerit. Rem nosce dignam tamen quae
a sapientibus viris clausis auribus audiatur. Ubi omnis populus in tem-
plo convenit, de trabibus summi tecti resti deligata porcella demittitur
ac multo sapone circunlita. Adsunt agrestes ad ludum vocati. Ibi ori-
tur magna contentio, agrestibus ut ea potiantur annitentibus, qui vero
appensam illam tenent agrestium manus arte ludentibus ac nunc sub-
trahentibus funem, nunc in diversa laxantibus. Dum haec geruntur, tur-
ba ludo intenta et nunc his nunc illis plaudente, ibi quasi himber magna
vis aquarum, maior iuris atque urinae e tecto compluribus simul locis
diffunditur; agitur etiam humanis excrementis, nec prius cessatur quam
agrestes porcella vi potiti sunt. Quid igitur tibi videtur, Charon?
32. CHARON. Quod pace dixerim tua, Mercuri, non video cur haec sint
condemnanda.
MERCURIUS. Iocaris fortasse.
CHARON. Imo serio dico. Nam et illi officium suum adversus Marti-
num faciunt, utpote qui ebrii cum sint, a vini ac gentis natura minime

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CARONTE, VIII

MERCURIO. Se mi ascolti, udirai di stoltezze ancora maggiori: appen-


dono alle nicchie non solo gambe e mani di cera o di metallo, ma anche
quelle parti oscene del corpo, che si vergognano di mostrare al medi-
co.100 E per farti ridere ancora di più della loro testa vuota, ti racconterò
la cosa più sciocca e spregevole mai possibile. I Francesi, gli Spagnoli,
i Germani, gli Italiani venerano san Martino in questo modo, che nel
giorno della sua festa101 è reputata una cosa brutta non essere ebbri e av-
vinazzati. Perciò in quel giorno non c’è sulla terra maggiore ubriacatura
e sfrontatezza. In un paese della Germania, non appena spunta il giorno
di san Martino, i popolani portano la sua statua per i luoghi pubblici;
e se il giorno è chiaro e sereno, vale la pena spruzzare Martino col vino
più dolce che c’è. Tutte le strade sono piene di barilotti, non c’è nessuno
che non accompagni Martino con i fiaschi in mano e in questo modo lui
passa per le strade, i portici, i templi tutto bagnato di vino. Ma se piove,
non c’è nulla di più spregevole che san Martino: viene cosparso tutto
quanto di fango, le strade e le cloache sono ripulite per versargli tutto
addosso. A Napoli, celebre città della Campania, nel mese di maggio i
preti vanno in processione per la città con una corona in testa come ra-
gazzi innamorati. E questo sarebbe niente. Invece devi sapere una cosa
degna di non essere ascoltata dalle orecchie dei sapienti. Quando tutta
la popolazione si raccoglie nel tempio, dalle travi del soffitto calano giù
una porchetta legata con una fune e tutta spalmata di sapone. Assistono
i contadini chiamati a fare il gioco. Allora sorge una grande contesa, con
i contadini che cercano d’impadronirsi della porchetta, mentre coloro
che la tengono appesa cercano di farla sfuggire alle mani dei contadini,
ora tirando la fune, ora allentandola per farla andare di qua e di là. Men-
tre si svolge questa scena, e la folla è attenta al gioco applaudendo da una
parte e dall’altra, ecco che una gran massa di acqua come una pioggia
fatta di brodaglia e di urina si riversa da più parti del tetto; si usano
anche gli escrementi umani, e tutto non finisce prima che i contadini si
siano impadroniti della porchetta.102 Che te ne pare, Caronte?
32. CARONTE. Permetti, Mercurio, non vedo che c’è di tanto scanda-
loso in tutto questo.
MERCURIO. Vuoi scherzare?
CARONTE. Sto dicendo sul serio. Gli uni, infatti, rendono il dovuto
onore a san Martino, giacché, ubriachi come sono, non fanno altro che
adeguarsi al vino e alla razza loro, mentre gli altri che partecipano al

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CHARON, VIII

recedunt. Et hi, qui porcellam lusitant, palam faciunt aeque ac sues luto
humanum omne genus superstitionis coeno sordibusque volutari.
MERCURIUS. Fateor me rationibus istis victum.
CHARON. Hoc est philosophari, sed nescis, Mercuri, paulo ante quam
mihi animum pupugeris, ubi Campanos nominasti; nimis enim sum ve-
ritus ne de campanis dicturus esses aliquid, quarum non modo sonitum,
verum etiam nomen ipsum odi. Nam qui pati eas homines possint sane
quam miror, cum me interdum hic optundant, quarum fragor ad arbo-
rem illam usque, quae ad septem millia passuum a nobis hinc abest, per-
veniat. Noscis quam dicam arborem, Timonis fìcum; Timon enim, quod
iudices hi recordantur, cum in se dicta esset sententia, petiit dari sibi
fìcum eam et restim in loco illo solitario; habere enim odio frequentiam
hominum ac velle ibi quaestum facere carnificinum; daturam eam fìcum
quot annis magnum Plutoni portorium, lege dicta ne cui ante cognitam
causam, nisi ex ea se arbore liceret, suspendere.
MERCURIUS. Noli, obsecro, irridere homines, quod campanas tam sae-
pe pulsitent.
CHARON. Desipere me vis.
MERCURIUS. Imo sapere magis quam sapis, quanquam multum ipse
sapis; omnes homines, Charon, quanquam ventris multum, capitis cer-
te minimum habent, atque hoc, quantuluncunque est, habere nollent.
Quocirca diu quaeritantes quanam ratione facilius illud perderent, cam-
panas adinvenerunt.
33. CHARON. Bellissime, par pari retulisti. Verum ego, dum quaerendi
sum studiosior, vereor ne praetoribus, prudentissimis viris, quibus nul-
lum frustra tempus praeterit, oratio mea, si non molestior, certe longior
visa fuerit. Quamobrem dicendi fìnem faciam, si hoc a vobis impetrave-
ro, iudices, ut quod unum scire vehementer cupio, id ex Mercurio intel-
ligam; non quod mea intersit aliquid (quid enim Charonti cum hominum
levitate?), nisi quod sapientiores illos vellem.
MINOS. Tuum hoc studium, sapientia nostra est, et, per Stygem, sermo
hic, qui de superstitione est a deo habitus, rerum naturae maxime conve-
nit. Sed tamen, nescio quomodo, dum homines ipsi essemus gentibusque
imperaremus, gubernandis populis ea necessaria visa est; adeo videtur

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CARONTE, VIII

gioco della porchetta fanno chiaramente rivoltolare il genere umano nel


fango e nelle sporcizie della superstizione, come i porci nel brago.
MERCURIO. Mi dichiaro vinto; hai ragione.
CARONTE. Questo significa filosofare, ma non sai, Mercurio, che quan-
do poco fa hai nominato i Campani mi hai toccato il cuore? Ho temuto,
infatti, che ti riferissi alle campane, di cui detesto non solo il suono, ma
perfino il nome. Perché non so dirti quanto mi meraviglio del fatto che
gli uomini riescano a sopportarle, quando qui certe volte mi assordano,
perché il loro fragore arriva fino a quell’albero che dista da noi settemila
passi. Sai di quale albero parlo, il fico di Timone; egli, infatti – e i giudici
che sono qui lo ricordano – quando fu pronunciato il verdetto contro di
lui, chiese che gli si desse quel fico e una fune in quel luogo solitario:103
aveva, infatti, in odio la folla e voleva far lì il mestiere del carnefice;104
quel fico avrebbe dato ogni anno a Plutone una gabella, in forza di una
legge per la quale a nessuno fosse lecito impiccarsi se non a quell’albero
prima che si celebrasse la causa.
MERCURIO. Ti prego, non prendere in giro gli uomini perché tanto
spesso fanno suonare le campane.
CARONTE. Vuoi allora che sia scemo.
MERCURIO. Anzi voglio che tu sia più saggio di quanto sei già, e lo sei
già molto. Tutti gli uomini, Caronte, quantunque di pancia ne abbiano
molta, di testa ne hanno certamente pochissima, e questa, per piccola
che sia, non la vorrebbero avere. Perciò, dopo una lunga ricerca di come
fare per perderla, hanno inventato105 le campane.
33. CARONTE. Benissimo, ora siamo pari. Ma, se mi faccio prendere
troppo dal desiderio di farti domande, temo che ai giudici, persone pie-
ne di tanta sapienza, che per loro il tempo non scorre mai invano, le
mie parole, se non moleste, senza dubbio sembreranno troppe. Perciò la
finirò di parlare, se riuscirò ad ottenere da voi, giudici, che Mercurio mi
faccia capire una sola cosa che ardentemente desidero sapere; non che
m’interessi alcunché (che ha a che fare Caronte con la leggerezza uma-
na?), ma vorrei che essi fossero più saggi.
MINOSSE. Questo tuo desiderio corrisponde alla nostra sapienza, e,
per lo Stige, questo discorso che è stato tenuto dal dio sulla superstizione
è molto conforme alla natura. E tuttavia, non so come, quando eravamo
uomini e comandavamo sui popoli, la superstizione pareva necessaria al
governo politico; a tal punto pare che se la passino male quelle società

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CHARON, VIII

male agi cum iis civitatibus in quibus superstitio nulla est! Unde namque
tantum boni in hominum vita, ut multitudini nota esse possit vera reli-
gio? Sed perge, Charon, nihil te impedimus.
CHARON. Utar permisso, brevi tamen dicendi vobis possessionem re-
stituturus. Ne te igitur pigeat, deus, et mihi et his declarare inter tot
hominum genera, si te sors aliqua hominem fieri et inter mortales versari
ut mortalem cogeret, quem te esse hominem malles?
34. MERCURIUS. Absit a deo quaecunque necessitas. Ex hoc enim ipso,
quod deorum sum nuntius et hominum res disquiro, satis superque de-
testari possum humanam conditionem. Novi hominum labores, novi mi-
serias; quibus quid esse potest erumnosius? Iure igitur, ne dum recusem
hominis subire velle affectus, perturbationes, aegritudines, nec animi
minus quam corporis, humanam vitam miseror, ut quam omni e parte
infelicissimam iudicem; sicque habeto, Charon, quae bona huic generi
natura tribuerit, ea omnino esse quam paucissima, atque ea, quantula-
cunque sunt (sunt autem minutissima) dum vincuntur homines cupi-
ditatibus, dum perperam agunt atque eligunt, ita sane corrumpunt, ut
quae natura sunt bona, nequiter illis utentes in pernitiem suam vertant.
Verum inter tot ac tam varias hominum speties quosdam nimis quam
odi atque execror.
CHARON. Quinam sunt isti?
MERCURIUS. Iudaeorum nomen quam infensissime insector.
CHARON. Scilicet recutiri times ac foenerare.
MERCURIUS. Nequaquam, siquidem commune est illud Turcis, Mau-
ris, Syris, hoc omnibus; verum ne superstitio prorsus me miserrimum
faceret.
CHARON. Nihil habent ergo Iudaei quod ipse probes?
MERCURIUS. Vix unum.
CHARON. Quodnam est illud?
MERCURIUS. Quod nihil de sepultura curant; in pratis ac sub divo hu-
mantur. At Christianus de sepulcro quam de domo solicitus magis est.
Quid quod, perinde ae si cum mortuis bellum gerant, qui nunc vivunt
quae mortui aut ipsi sibi dum viverent sepulcra posuerunt aut testamen-
to faciunda caverunt, eiectis inde cadaveribus, ea sibi per vim occupant,
ut nec vivis nec mortuis Christianis ulla sit requies aut locus ullus suus?

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CARONTE, VIII

dove non esiste la superstizione! Ci sarebbe, dunque, e come mai è pos-


sibile, tanta perfezione nella vita umana, che alla massa sia nota la vera
religione? Ma va’ avanti, Caronte, nessun impedimento da parte nostra.
CARONTE. Approfitterò del permesso, ma per restituirvi in breve la
parola. Perciò non t’infastidisca, o dio, di dire chiaramente a me e a co-
storo, fra tanta specie di gente, se per caso ti costringessero a diventare
uomo e vivere fra i mortali, che tipo di uomo preferiresti essere?
34. MERCURIO. Mai sia un dio dovesse obbedire a una qualche neces-
sità. Per il fatto stesso che sono messaggero degli dei e mi occupo degli
affari degli uomini, sono in grado di detestare abbastanza e anche di più
la condizione umana. Conosco la fatica degli uomini, conosco le loro mi-
serie; che cosa può esserci di più tormentoso? A giusta ragione dunque,
non solo rifiuterei di voler subire le passioni dell’uomo, le sue perturba-
zioni, le sue malattie, dell’animo come del corpo, ma ho compassione
della vita umana, tanto da considerarla infelicissima sotto ogni punto di
vista; sappi questo, Caronte, che i beni dati dalla natura al genere umano
sono ben pochi e, per quanto pochi siano (e sono cose assai minute),
gli uomini stessi li guastano facendosi vincere dalle passioni, agendo e
scegliendo male, tanto da trasformare in propria rovina i beni naturali
usandoli in modo dissoluto. Ma tra tante e varie specie di uomini alcuni
ne detesto e ne aborro.
CARONTE. Chi sono costoro?
MERCURIO. Non posso vedere soprattutto i Giudei.
CARONTE. Forse perché hai paura della circoncisione106 o dell’usura?
MERCURIO. Macché! Perché la circoncisione è comune anche fra i Tur-
chi, i Mori, i Siriani; l’usura a tutti. Ma avrei timore che la loro supersti-
zione mi rendesse più infelice che mai.
CARONTE. Non hanno nulla, dunque, i Giudei che ti senta di approvare?
MERCURIO. Appena una cosa.
CARONTE. E che cos’è?
MERCURIO. Che non si danno pena per la sepoltura, e seppelliscono
sui prati e sotto il cielo, mentre un cristiano si preoccupa quasi più della
tomba che della casa. Che dire di più? come se facessero guerra anche
con i morti, i viventi occupano con la forza, disseppellendo i cadaveri, i
sepolcri che quelli si sono fatti fare spesso ancora da vivi, o hanno dispo-
sto per testamento di farseli fare. Si direbbe che i Cristiani non trovino
riposo o un posto conveniente, né da vivi, né da morti.

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CHARON, IX

CHARON. Satis cognitum habeo nihil nec Christianis nec coeteris ho-
minibus diu suum esse. Itaque recte plane facere eos iudico qui mortuis
invideant. Sed iam tempus est me hinc abire, tu vero his ut reddare.
Utinam et me sermonibus adesse his liceret! Verum muneri conceden-
dum est; plurimos enim expectare in portu video, nec committendum
ut, dum sciendi voluptate capimur, ab agendis rebus, quae quidem ne-
cessitas est, avocemur.

IX
CHARON, DIOGENES, CRATES.

35. CHARON. Salve, Diogenes, ut recte?


DIOGENES. Heroice ac magis etiam quam heroice. Heroes enim quan-
quam male assa, bubula tamen vescebantur, ego vero pisce, et quidem
crudo; quae res effecit ut magna me e parte in piscis naturam induerim.
Nam quod hominis proprium est, ambulare, id omnino dedidici, tantum
natito.
CHARON. Rem igitur mihi gratissimam feceris, si dum illuc in portum
revehor, natitans mecum serio aliquid loquere, quo laborem hunc meum
dicendo leves.
DIOGENES. Dum ne me canem appelles.
CHARON. Quid si piscicanem?
DIOGENES. Perplacet.
CHARON. Dicas igitur, obsecro, piscicanis, an eorum quae in vita ege-
ris alicuius te nunc delectet memoria.
DIOGENES. Multorum atque unius maxime.
CHARON. Nam cuius, obsecro?
DIOGENES. Dicam: cum aliquando et esurirem et algerem una nec ha-
berem unde commodius, e deo quodam ligneo igniculum mihi paravi et
coenulam eo coxi.
CHARON. Num non deus ille telum in te aliquod torsit seque est ulctus?
DIOGENES. Fumulum statim in oculos immisit, quem ego buccis pille-
oloque confestim pepuli.
CHARON. Gladiatoris hoc fuit, magis quam philosophi.

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Pontano.indb 76 16/07/2019 13:06:02


CARONTE, IX

CARONTE. Adesso so con certezza che né i Cristiani né gli altri uomini


possiedono qualcosa che duri a lungo. Perciò penso che si abbia proprio
ragione d’invidiare i morti. Ma per me è già ora di andarmene, per te di
tornare da loro. Magari potessi stare anch’io presente a questi discorsi!
Devo invece ritirarmi per adempiere al mio compito; vedo, infatti, che
sono molti quelli che aspettano nel porto, e non bisogna commettere
l’errore che, presi dal piacere di conoscere, veniamo distratti dal dovere,
che è necessario osservare.

IX
CARONTE, DIOGENE, CRATETE.107

35. CARONTE. Buon giorno, Diogene. Tutto bene?


DIOGENE. Mi sento un eroe, anzi più che un eroe. Perché gli eroi man-
giavano carne bovina, ma quasi cruda o male arrostita; io invece mangio
pesce, e per giunta crudo. E per questo è successo che abbia assunto in
parte la natura di un pesce; ho disimparato, infatti, a fare quel che è pro-
prio degli uomini, passeggiare, e mi muovo soltanto a nuoto.
CARONTE. Mi farai un grande piacere, se mentre ritorno lì, al porto, mi
accompagnerai a nuoto parlando un poco con me, sul serio, per alleviare
questa mia fatica.
DIOGENE. Purché tu non mi chiami «cane».108
CARONTE. E se ti chiamassi «pescecane»?
DIOGENE. Mi piacerebbe molto.
CARONTE. E allora dimmi per favore, pescecane: se delle tante cose
che hai fatto nella vita, te ne ricordi qualcuna con piacere?
DIOGENE. Ce ne sono molte, ma una specialmente.
CARONTE. Quale? Ti prego.
DIOGENE. Questa. Avendo fame e freddo insieme, e non sapendo
come meglio fare, mi sono preparato un bel fuocherello con un dio di
legno, e me ne sono servito per cucinarmi la cena.
CARONTE. E quel dio non ti ha lanciato un dardo per vendicarsi?
DIOGENE. Mi ha lanciato contro gli occhi del fumo, che io subito ho
scacciato sbuffando e scuotendo il berretto.
CARONTE. Ti sei comportato da gladiatore, non da filosofo.

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Pontano.indb 77 16/07/2019 13:06:03


CHARON, IX

DIOGENES. Quid mirum? Gladiatoriam didiceram. Nam cum Athenis


olim agerem Platonique in schola docenti bipedem pennatam obtulis-
sem, tum ille: «Amice Diogenes, inquit, qui tam robustos lacertos ha-
beas, noli, obsecro, ante a nobis discedere, quam te gladiatorio in ludo
dies aliquot exercueris». Tum ego didici gladium agere ac caesim ferire
et punctim.
CHARON. Qui adversus deum arte hac pugnaveris, leges quam statu-
unt poenam in eos, qui sacras res violant, arte qua declinasti?
DIOGENES. Facile id quidem fuit. Nam cum frequenti populo contra
me ageretur, tum ego: «Praetor, inquam, tu te scis me canem esse, quod
et ipse confiteor; leges autem hominem, non canem puniunt; lege igitur
mecum agere nihil tibi omnino licet». Quo dicto cum qui aderant assen-
sissent, illico me praetor absolvit.
CHARON. Quam bellissime! Cuiusnam alterius secundo tibi loco iu-
cunda est recordatio?
36. DIOGENES. Huius, quae me beat. Cum venisset ad me Alexander
egoque in dolio intus conquiescerem verererque ne discedente illo mili-
tes, quos secum comites adduxerat (erant autem quam importunissimi),
per clivum me illum devolverent, consilium coepi hoc, quod eventus
ipse comprobavit optimum: vesperi coenitaveram polentulam cauliculo-
sque cum coepa et rapum tostulum. Vires igitur omnes ventris coegi et
crepitum quantum potui ieci maximum, quo perculsi occlusis naribus
statim versi sunt in fugam.
CHARON. Igitur qui vires orientis fregere, eos tu commento isto vicisti
tam facile?
DIOGENES. Ne mirare, siquidem ex meo hoc invento commenti nunc
sunt bombardas, quibus muros urbium et, quod maius est, arces diruant.
CHARON. Igitur qui regem liberalissimum contempsisti, pauper, cre-
do, decesseris.
DIOGENES. Nemo philosophorum omnium amplius legavit testamen-
to, ut qui aliquot ante quam morerer diebus arcessierim maximum ad
me canum omnis generis numerum, eisque legaverim domos nobilitatis
ac principum omnium, caverimque ut ne per ocium voluptatibus frue-
rentur, die illos venatibus exercerent, noctu ne quietos somnos agerent,
latrando ululandoque interturbarent eos. Sed, obsecro, philosophe Cha-

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Pontano.indb 78 16/07/2019 13:06:03


CARONTE, IX

DIOGENE. Non c’è da meravigliarsi; avevo appreso il mestiere dei gla-


diatori. Infatti, quando vivevo ad Atene, e a Platone, che insegnava nella
sua scuola, mi presentai con una gallina, lui mi disse: «Amico Diogene,
se hai braccia così robuste, ti prego, non lasciarci prima di esserti eserci-
tato per qualche giorno alla scuola dei gladiatori»;109 così imparai a usare
la spada e a ferire di taglio e di punta.
CARONTE. E avendo combattuto contro un dio con l’arte che le leggi
stabiliscono come pena contro chi oltraggia le cose sacre, con quale arte
te la sei cavata?
DIOGENE. È stato facilissimo. Poiché era piena di gente la sala dove mi
processavano, dissi: «Pretore, tu lo sai che tutti mi chiamano “cane” ed
io confesso di esserlo: orbene le leggi puniscono gli uomini, non i cani;
dunque non ti è lecito procedere con me come con un uomo». Detto
questo, i presenti furono d’accordo e il pretore lì per lì mi assolse.
CARONTE. Magnifico! E qual è in secondo luogo una cosa che ti ricor-
di con piacere?
36. DIOGENE. Questa, che mi fa gioire. Venuto da me Alessandro Ma-
gno mentre io mi riposavo dentro la mia botte,110 temendo che quando
se ne fosse andato i soldati del seguito (erano, infatti, dei bricconi) mi fa-
cessero rotolare giù dal pendio, presi questa decisione, e ciò che accadde
mi dette ragione: avevo cenato la sera con polenta, cavoli, cipolla e rape
abbrustolite. Allora raccolsi tutte le forze del ventre e feci un rumore
quanto più forte potei, e loro, quando lo sentirono, si tapparono il naso
e si volsero in fuga.
CARONTE. E così, tu vincesti tanto facilmente con questa trovata chi
aveva sconfitto le armate d’Oriente?
DIOGENE. Non ti meravigliare, perché da questa mia trovata hanno
oggi preso lo spunto per le bombarde, con cui abbattono le mura delle
città e, quel che è peggio, le fortezze.
CARONTE. Sicché, se hai rifiutato le liberalità di Alessandro, sei morto
povero, credo.
DIOGENE. Mai nessun filosofo ha lasciato di più per testamento, per-
ché io alcuni giorni prima di morire feci venire intorno a me un infinito
numero di cani, di ogni genere e ho lasciato loro in eredità i palazzi dei
nobili e dei principi, e perché costoro non si abbandonassero ai piaceri
nell’ozio, ho disposto che di giorno li facessero affannare in caccia, e di
notte, abbaiando continuamente, non li lasciassero dormire in pace.111

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Pontano.indb 79 16/07/2019 13:06:03


CHARON, X

ron, nolis mihi impedimento esse, mullum video quem expiscatum volo
in coenam, et iam advesperascit. Vale igitur.
CHARON. Homo hic et vivus et mortuus contemptui omnes habet. Sed
bene habet; Craten video, eum congrediar. Et bene valeas, Crates, et
fortuna meliore utare.
37. CRATES. Nec valere recte potest cui quotidie stultitia lugenda ac
luenda sit sua, nec fortuna secunda uti qui per temeritatem illam sibi
adversam facit.
CHARON. Ecquae inveniendae pecuniae relicta est spes?
CRATES. Nihil hucusque indicii habeo.
CHARON. Cessa paulum a labore et mecum hos invise, qui maesti la-
mentantesque in portu manent.
CRATES. Satis habeo de meo quod lugeam, ne quaeram aliunde. Sed
parce, obsecro, Charon; loculos quosdam procul video super aquas ferri;
magnum hoc indicium est.
CHARON. Infelix hic miseria sua facile et alios miseros faceret. Quocir-
ca et huius et infelicium omnium fugienda est consuetudo atque familia-
ritas, qui cum ipsi nec levationem ullam nec rationem accipiant, nescio
quomodo aliorum infixam animis doloris notam quandam relinquunt.
Abeat igitur sua cum miseria; me satius erit remo incumbere, quando
ventus nihil iam velum promovet.

X
MINOS, MERCURIUS, AEACUS.

38. MINOS. Quid autem portenta sibi ista volunt?


MERCURIUS. Pestem significant et bellum.
MINOS. Bellum ne? a quibus?
MERCURIUS. A sacerdotibus.
MINOS. Ab iis igitur inferetur bellum, quos maxime deceret pacis auc-
tores esse?
MERCURIUS. Verbis pacem, coeterum rebus bellum petunt.
MINOS. Inferendi belli quaenam causa?
MERCURIUS. Ampliandi regni cupiditas.
MINOS. Horum igitur malorum causa est avaritia?

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Pontano.indb 80 16/07/2019 13:06:03


CARONTE, X

Ma per favore, filosofo Caronte, non mi dare impaccio, non vedo un


pesce che vorrei aver pescato112 per la cena. Ordunque, addio!
CARONTE. Quest’uomo ha disprezzato tutti da vivo e lo fa anche da
morto. Ma tutto è a posto! Ecco Cratete, m’incontrerò con lui. Stammi
bene, Cratete, e in più buona fortuna.
37. CRATETE. Bene non può stare uno che quotidianamente deve pian-
gere e scontare la sua scemenza, né aver buona fortuna chi se la rende
avversa per la sua temerità.
CARONTE. Non ti è rimasta dunque la speranza di ritrovare il tuo de-
naro?113
CRATETE. Finora non ho alcun segno positivo.
CARONTE. Riposati un poco, e vieni con me a vedere quelli che riman-
gono sul porto a lamentarsi tristemente.
CRATETE. Ho motivi a sufficienza per piangere su me stesso, per cer-
carne altrove. Ma, ti prego, Caronte, abbi pietà. Vedo laggiù delle casset-
te trascinate dall’acqua; è un bel segno.
CARONTE. Questo infelice con la sua miseria sarebbe capace di ren-
dere infelici anche gli altri. Perciò bisogna evitare la consuetudine e la
familiarità con lui e con tutti gli infelici, i quali, non avendo essi stessi al-
cun motivo di sollievo, non so come, lasciano negli altri impresso nell’a-
nimo un segno di dolore. Se ne vada dunque con la sua miseria; è meglio
che io mi pieghi sul remo, giacché il vento non accenna a spingere la vela.

X
MINOSSE, MERCURIO, EACO.

38. MINOSSE. Che vogliono dire i portenti di cui parlavi?


MERCURIO. Indicano peste e guerra.
MINOSSE. Guerra? da parte di chi?
MERCURIO. Dei religiosi.
MINOSSE. Da parte di quelli dunque che dovrebbero promuovere la
pace?
MERCURIO. La pace a parole, ma è la guerra che cercano.
MINOSSE. E che ragione c’è per portare la guerra?
MERCURIO. La brama di ampliare il potere.
MINOSSE. Dunque la causa di questi malanni è sempre l’avidità?

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Pontano.indb 81 16/07/2019 13:06:03


CHARON, X

MERCURIUS. Ea ipsa; quae in hoc hominum genere quanta sit dici vix
potest.
MINOS. Videlicet obliti sunt iustitiae.
MERCURIUS. Quae, obsecro, haberi potest iustitiae ratio ubi regnat
avaritia?
MINOS. Quid? quae in Italia urbes florent, eae nonne pro tuenda li-
bertate conspirant?
MERCURIUS. Earum nomine quidem libertas est, re autem tyrannis
mera; quodque alius alio magis rapere de publico studet, cives quotidie
proscribuntur, nec ratione in illis vivitur nec consilio, verum cupiditate
ac partium studio.
MINOS. O libertatem cito perituram! Quid reguli?
MERCURIUS. Mirifice dissentiunt, et, quod praesentibus solum volup-
tatibus intenti sunt, nihil sunt de futuro soliciti, nec vident haud multo
post seque suasque urbes in aliorum potestate futuras. Vana sunt eorum
ingenia, corrupti mores animique, qui nihil principibus, nihil Italicis ho-
minibus dignum concipiant.
39. MINOS. Interiit romana virtus! Et vero, Mercuri, quamvis grae-
cus ipse fui, dum considero nullos populos, gentem nullam nec fortiores
habuisse nec iustiores cives, qui etiam bene vivendi formulas nationi-
bus tradiderunt, mirum immodum commoveor tantopere non Romam
modo, verum Italiam omnem ingeniis destitutam esse ac viris.
M ERCURIUS. Caret plerunque successoribus virtus, et cum bonis aliis
caveri testamento possit, virtus in hereditatis appellationem minime
concedit. Regnorum ut principium sic etiam fi nis est; perinde enim ut
dies ortus atque occasus habent. Multum in hominum ingeniis tempus
valet, plurimum institutio. Coeterum coelestis ordo mundique conver-
siones moventque et agunt cuncta. Quas, Aeace, Graecia illa tua olim
tam clara et nobilis, quas, inquam, passa est calamitates et urbium et
ingeniorum? Quid dixi ‘passam’, quae nulla iam est? Conversus sum
ad te, Aeace, quem video iam dudum ingemiscere ac vix tenere posse
lacrimas. Ubi genus illud tuum? ubi successio tam illustris? Sed vetera

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CARONTE, X

MERCURIO. Quella, sì; e quanto sia grande nel genere umano non si
può nemmeno dire.114
MINOSSE. Della giustizia, evidentemente se ne sono dimenticati.
MERCURIO. Quale considerazione si può avere della giustizia dove re-
gna l’avidità?
MINOSSE. E come? Le città che in Italia fioriscono non si alleano per
difendere la libertà?
MERCURIO. Una libertà di nome è quella loro, ma in realtà si tratta di
mera tirannide; e poiché uno più dell’altro cerca di rubare allo stato,
ogni giorno si fa una proscrizione di cittadini, e nelle città la vita non si
fonda né sulla ragione, né sulla saggezza, ma sull’avidità e sullo spirito
di parte.
MINOSSE. O libertà destinata rapidamente a sparire! E i signori,115 che
se ne fanno?
MERCURIO. I signori sono straordinariamente in lite fra loro e poiché
sono intenti solo ai piaceri del presente, del futuro non si preoccupano
assolutamente, né si avvedono che non passerà molto tempo che loro
stessi e le loro città cadranno sotto il potere altrui. Hanno la testa vuota,
l’animo e i costumi corrotti, non sono capaci di concepir nulla che sia
degno di principi e di Italiani.
39. MINOSSE. Ogni romana virtù è morta. E quantunque io sia nato
greco, pure, se considero che nessun altro popolo, nessun’altra gente ha
avuto cittadini più forti e più giusti dei Romani, che hanno trasmesso
anche alle altre nazioni le norme morali, mi turbo straordinariamente al
pensiero che non solo Roma, ma tutta l’Italia sia rimasta priva di ingegni
e di veri uomini.
MERCURIO. Viene meno generalmente nei discendenti la virtù; e men-
tre la conservazione degli altri beni si può garantire per testamento, la
virtù non ammette l’applicazione del diritto ereditario; dei regni, come
c’è un principio, così c’è anche una fine; lo stesso avviene dei giorni, che
hanno un’alba e un tramonto; molto conta il tempo nelle menti umane,
moltissimo nelle istituzioni. Per il resto, l’ordine delle cose celesti e le
trasformazioni dell’universo muovono e determinano ogni cosa. Quali
danni di città e d’ingegni, Eaco, dové sopportare quella tua Grecia una
volta illustre e nobile? Che ho detto? dové sopportare? essa non è ormai
più nulla. Mi sono rivolto a te, Eaco, che vedo già piangere e trattenere
a stento le lacrime. Dov’è la tua stirpe famosa? Dov’è quell’illustre di-

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CHARON, X

sint ista nimis; ubi Musae illae atticae? Quid Musas requiro, cum Athe-
nae ipsae vix ullum teneant nunc vestigium, ut pene cum omni Graecia
in somnos abierint? Victor barbarus omnia possidet atque utinam pos-
sideret tantum! Verum excisae urbes sunt, deleta nobilitas, artes di-
sciplinaeque extinctae, et illa ipsa libertas triste nunc atque infelix est
servitium. Quae causa est, ut arbitror, cur paulo ante Minos ferret tam
graviter Italiam quassari bello, ne graecarum disciplinarum memoria,
quae illic quasi reliquiae quaedam servatur, funditus sublata intereat.
40. AEACUS. Et internitione generis et patriae excidio si non movear,
inique fecerim. Moveor certe. Nam quanquam nihil illa post mortem ad
nos attinent, tamen, nescio quomodo, sicut recte actorum conscientia,
ita naturalis illius amoris vis quaedam remanet generoso cuique post
mortem, quae de rebus eorum quos amavimus, qui vivi sunt habeat nos
solicitos. Sed consolatur me vel quod nihil coepit unquam quod non
idem finiat, nec ortum prorsus quicquam est quod non idem occidat
(omnia enim sub hac necessitate, quae naturae quidem lex, Dei vero vo-
luntas est, laborant), vel quod haud multis post saeculis futurum auguror
ut Italia, cuius intestina te odia male habent, Minos, in unius redacta
ditionem resumat imperii maiestatem.
MINOS. Haec ipsa me spes vehementer delectaret, ni deterrerent ea
quae deus hic paulo ante de rebus Italicis nobis retulit.
MERCURIUS. Et alia quoque multa deterrere te iure possunt; parum
etenim considerare videris quam brevis sit e Macedonia Epiroque in
Apuliam Calabriamque traiectus, quam etiam facilis in Venetiam e Dal-
matia transitus, cum paucis ante diebus magnam in Liburniae finibus
Turcae impressionem fecerint.
AEACUS. Quanquam timenda haec sunt, tamen, si vetera respicimus,
non ab Asia aut Graecia, verum a Gallis Germanisque timendum Italiae
semper fuit.
MERCURIUS. Multa fert dies, ac tametsi ubique sibi fatum constet, eius
tamen explicatio decipere hominum mentes consuevit, dum rerum con-
versiones easdem censent.
41. AEACUS. Nos, o Minos, et Graeciae calamitates et Italiae casum
satis diu flevimus, ac temperandum est nobis considerandumque quid

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CARONTE, X

scendenza? Ma lasciamo andare queste cose troppo antiche; dove sono


le Muse dell’Attica? Il barbaro vincitore116 possiede ogni cosa, e magari
possedesse soltanto! Sono state abbattute le città, è stata distrutta la no-
biltà, arti e discipline sono estinte, e la stessa libertà si è trasformata ora
in triste e misera servitù. È questa la causa, come penso, per cui poco
fa Minosse si addolorava che l’Italia fosse sconquassata dalla guerra, col
timore che la memoria delle scienze greche, ivi conservate quasi come
reliquie, venisse completamente sovvertita e spenta.
40. EACO. Se non mi commovessi al pensiero della rovina toccata alla
mia stirpe e alla mia patria, sarei ingiusto. Sebbene, infatti, dopo la mor-
te non c’importa più di nulla, tuttavia, non so come, rimane dopo la
morte in chi è stato magnanimo non solo la consapevolezza delle azioni
giuste compiute, ma anche lo slancio naturale di quell’amore, che ci fa
preoccupare di chi ancora vive e che abbiamo amato. Ma mi consolano
ora il fatto che nulla s’inizia senza avere un termine, e che nulla sorge che
anche non veda il tramonto (tutte le cose, infatti, sono soggette a questa
necessità, che è legge di natura, ma anche volontà di Dio), ora l’augurio,
che mi faccio, che dopo molti secoli l’Italia, i cui odi intestini, o Minosse,
ti turbano, tornando sotto la giurisdizione di uno solo ritrovi la maestà
del suo impero.
MINOSSE. È una grande speranza che mi riempirebbe di gioia, se non
me lo impedissero quelle notizie che il dio ci ha riferito poco fa sullo
stato dell’Italia.
MERCURIO. E molti altri avvenimenti potrebbero ancora impedirlo.
Sembra che sottovaluti quanto sia breve il passaggio dalla Macedonia
e dall’Epiro in Puglia e Calabria,117 quanto sia facile anche la traversata
dalla Dalmazia a Venezia, dal momento che pochi giorni fa i Turchi han-
no fatto una grande irruzione nel territorio della Liburnia.118
EACO. Sebbene questo sia un grave pericolo, tuttavia se richiamiamo
alla mente il passato antico, non da parte dell’Asia o della Grecia, ma da
quella dei Franchi e dei Germani l’Italia ha dovuto sempre aver paura.
MERCURIO. Molte sono le cose che apporta il tempo, e quantunque
il fato sia universalmente costante, il suo manifestarsi ha generalmente
tratto in errore la mente umana nel calcolo dei medesimi rivolgimenti
del cielo.119
41. EACO. Noi abbiamo pianto anche troppo, Minosse, delle sventure
della Grecia e della caduta dell’Italia, e bisogna moderarsi e riflettere su

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CHARON, XI

est quod magistratum deceat; et cum sciamus dei prudentia mundum


regi omnem, quid opus est de rebus humanis tam esse solicitos quas
Deus ipse moderetur?
MINOS. Sapientissime dicis; quamobrem, si tibi videtur, quando Cha-
ron iam e portu solvit, ad collegam properemus, cui, ut scimus, solitudo
semper fuit molestissima.
AEACUS. Est et alia causa quae properandum esse multo magis cogat.
Nam si, ut deus iam docuit, pestis Italiae portenditur, nostra interest
providere, ne imparati offendamur in tanta ac tam diversa morientium
multitudine.
MERCURIUS. Equidem et ego id vobis censeo faciendum, quando quae
cupiebatis ex me iam intellexistis. Atque adeo ut haec certius sciatis,
maximam hominum internitionem cum coeli inerrantiumque stellarum
cursus futuram significant, tum multa partim ex aquis, partim e terra
atque aere signa portendunt, quae hoc ipsum significare consuevere.
MINOS. Nos igitur praeimus, te ipsum cum multitudine pro tribunali
praestolaturi.
MERCURIUS. Vos praecedite; ego hic interim Charontem moror.

XI
MERCURIUS, PEDANUS ET THEANUS ET MENICELLUS, GRAMMATICI.

42. MERCURIUS. Phaselus ille nimis gravis est vectoribus remoque vix
agi potest; hoc est quod mortales usurpant, qui nimis properet, sero eum
pervenire. Sed quaenam haec est umbra, quae tam sola volitat? heus, tu,
cuius istud est simulacrum?
PEDANUS. Pedani grammatici.
MERCURIUS. Quid tibi vis tam solus?
PEDANUS. Te ipsum quaerebam, Maia genite.
MERCURIUS. Quanam gratia?
PEDANUS. Oratum venio, quaedam meo nomine ut discipulis referas;
quod te vehementer confido facturum, cum litterarum auctor atque ex-
cultor fueris.
MERCURIUS. Facile hoc fuerit; quamobrem explica quid est quod re-
feram velis.

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CARONTE, XI

quel che conviene pensare a un magistrato; e poiché sappiamo che tutto


l’universo è retto dalla saggezza divina, che bisogno c’è di preoccuparsi
delle condizioni umane che Dio in persona governa?
MINOSSE. Giustissimo. E per questo, giacché vedo là Caronte salpato
dal porto, affrettiamoci anche noi verso il nostro collega, al quale, come
sappiamo, la solitudine ha dato sempre noia.
EACO. Vi è un altro motivo che ci costringe ancora di più a far presto.
Perché se, come il dio ci ha informato, si avvicina in Italia la peste, a noi
conviene pensare a non farci cogliere impreparati in tanta e diversissima
folla di morti.
MERCURIO. Lo penso certo anch’io che dobbiate far questo, avendo già
saputo da me quello che desideravate sapere. E per averne una conferma,
considera quel che fanno presagire sia il corso del cielo e delle stelle er-
ranti, sia i numerosi segni provenienti in parte dall’acqua, in parte dalla
terra e dall’atmosfera, che di solito danno proprio questo pronostico: ci
sarà una grandissima strage di esseri umani.
MINOSSE. Noi dunque ci avviamo, per essere pronti a ricevere te insie-
me alla folla davanti al tribunale.
MERCURIO. Andate avanti; io resto qui ad aspettare Caronte.

XI
MERCURIO, E I GRAMMATICI PEDANO, TEANO E MENICELLO.120

42. MERCURIO. Quella barca è troppo carica di passeggeri121 e con il


remo a stento la si può far muovere. A questo proposito i mortali usano
il proverbio «chi troppo si affretta tardi arriva». Ma che ombra è questa,
che si aggira così sola? Ohé, a te dico! di chi sei l’ombra?122
PEDANO. Del grammatico Pedano.
MERCURIO. Che vai cercando tutto solo?
PEDANO. Cercavo proprio di te, figlio di Maia.
MERCURIO. Per quale motivo?
PEDANO. Vengo a pregarti123 di riferire da parte mia ai miei discepoli
certe cose; io sono sicuro che tu lo farai, essendo fautore e cultore delle
lettere.
MERCURIO. Sarà facile; per cui esponi quel che vuoi che io riferisca.

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CHARON, XI

PEDANUS. Virgilium nuper a me conventum dicito, quaerentique ex eo


mihi quot vini cados decedenti e Sicilia Aeneae Acestes dedisset, errasse
se respondisse; neque enim cados fuisse, sed amphoras; ea enim tempe-
state cadorum usum in Sicilia nullum fuisse; partitum autem amphoras
septem in singulas triremes accessisseque aceti sextariolum, idque se
compertum habere ex Oenosio, Aeneae vinario. Ex Hipparcho autem
mathematico intellexisse Acesten ipsum vixisse annos centum viginti
quatuor, menses undecim, dies undetriginta, horas tris, momenta duo
ac semiatomum.
MERCURIUS. Idem ego memini me ex Aceste ipso audire.
43. PEDANUS. Errasse item se quod Caietam Aeneae nutricem dixisset,
quae fuisset tubicinis Miseni mater, nec dedisse illam loco nomen quod
ibi fuisset sepulta, sed quod cum in terram descendisset legendorum
holerum gratia, fuisset illic a Silvano vim passa. Anchisae quoque nu-
tricem fuisse a Palamede raptam, cum is agrum Troianum popularetur,
excedereque tum illam annos centum et viginti fuisseque ei nomen Psi;
quae quod notam haberet quandam in fronte, hinc Palamedem litteram
ψ et formasse et nominasse.
MERCURIUS. Magna sunt haee, litterator, cognituque dignissima.
PEDANUS. Maiora ac multo digniora his audies.
MERCURIUS. Solis videlicet litteratoribus tantum sciendi studium est
post mortem?
PEDANUS. His nimirum solis; equidem et illud percuntari volui, dex-
trone an sinistro priore pede e navi descendens Aeneas terram Italiam
attigisset; ad quod poeta ipse respondit satis se compertum habere neu-
tro priore pede terram attigisse, sed sublatum humeris a remige, cui no-
men esset Naucis, atque in litore expositum iunctis simul pedibus in
arenas insiliisse; idque ex ipso remige habere se cognitum.
MERCURIUS. O diligentiam singularem!
44. PEDANUS. Illud quoque, Atlantiade, quod cum gratia fiat tua, vel
cum primis auditores meos qui sunt in Campania doctos facito, Hora-
tium fuisse abstemium, quod ex eo sum sciscitatus; vinum autem tanto-
pere ab illo laudatum in praeconis patris honorem, qui cum voce non

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CARONTE, XI

PEDANO. Di’ loro che ho trovato poco fa Virgilio, e che avendogli io


domandato quanti orci124 di vino Aceste125 desse ad Enea quando si par-
tiva di Sicilia, m’ha risposto d’aver errato, e che non erano «orci» ma
«anfore»,126 perché allora in Sicilia non erano ancora in uso gli orci; poi
che egli distribuì sette anfore per ogni singola trireme, e che vi aggiun-
se mezzo litro d’aceto;127 e che lo aveva saputo da Enosio128 cantiniere
d’Enea. Di’ loro inoltre che dal matematico Ipparco129 aveva saputo che
Aceste era vissuto centoventiquattro anni, undici mesi, ventinove giorni,
tre ore, due minuti e mezzo secondo.
MERCURIO. Ricordo di averlo udito dire anch’io dallo stesso Aceste.
43. PEDANO. E che Virgilio si era sbagliato allo stesso modo quando
aveva detto che Caieta era stata la nutrice130 di Enea; era invece la madre
del trombettiere Miseno; e che non aveva dato il suo nome a quella terra
per esservi stata sepolta, ma perché, essendo scesa a terra per coglier
legumi, era stata lì violentata da un Silvano; del resto anche la balia di
Anchise era stata rapita da Palamede,131 quando questi metteva a ferro e
a fuoco il paese dei Troiani, ed ella aveva centoventi anni, e si chiamava
Psi. E che Palamede aveva inventato la lettera ψ,132 e le aveva dato quel
nome per la cicatrice che aveva sulla fronte.
MERCURIO. Cose importanti, o grammatico, e che ben meritano d’es-
ser conosciute.
PEDANO. Ma ne udirai altre che lo meritano ancora di più.
MERCURIO. Sicché, anche dopo morti, a voi rimane, grammatici,133 tan-
to ardore di sapere.
PEDANO. A noi soltanto. Gli volli fare anche questa domanda, se sbar-
cando Enea toccasse terra prima col piede destro oppure con quello si-
nistro. Ma il Poeta mi rispose di sapere con certezza che con nessuno
dei due piedi per primo aveva toccato terra, perché, preso sulle spalle e
deposto sulla spiaggia da un barcaiolo di nome Nauci,134 aveva fatto un
salto con le due piante nello stesso tempo; e lui l’aveva saputo dal barca-
iolo in persona.135
MERCURIO. Che precisione straordinaria!
44. PEDANO. Un’altra informazione, per cortesia, o nipote di Atlante,136
dovrai dare in primo luogo ai miei allievi della Campania, che Orazio era
astemio, e io lo so, perché me lo sono fatto dire da lui. Da lui fu invece tan-
to celebrato il vino in onore di suo padre,137 che faceva il banditore, e non
essendo abbastanza potente con la voce, certamente bevendo vino aveva

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CHARON, XI

posset, potando certe vino omnes sui temporis praecones superasset.


Unum vero me ne ex ipso quidem Caesare scire potuisse, cum Galliam
describeret in tris ne an tres partes divisam scriptum reliquisset.
MERCURIUS. Demiror, cum tam ipse accuratus atque humanus fuerit.
PEDANUS. Iram id effecisse arbitror, in quam ob accusationem exar-
serat Theani litteratoris, qui eum reprehendere esset ausus quod ‘car-
ros’ non ‘currus’ dixerit. At a Tibullo Albio comiter fuisse exceptum,
cumque Pedanum me vocari dicerem, gaudio eum exiliisse, arbitratum
Pedo, in cuius agro rus habuisset, oriundum esse; atque huius rei gratia
docuisse me nomen senex apud vetustissimos Latinos communis fuisse
generis proptereaque dixisse se cum de anicula loqueretur «merito tot
mala ferre senem».
MERCURIUS. O rem nobili dignam grammatico!
PEDANUS. Lucretium quoque nimis mihi familiariter deblanditum,
quod diceret grammaticos debere a se amari propter morbi similitudi-
nem; omnis enim dementia quadam agi; propterea docuisse me nomen
illud ‘potis’ apud maiores suos etiam neutri generis vim habuisse, quo-
rum exemplo dixisset:

Nec potis est cerni quod cassum lumine fertur.

At Iuvenalem nimis me graviter obiurgasse, quod dicerem oleagina


virga pueros a me verberari solitos; oportuisse enim ferula illos percuti.
Quocirca, Arcas Deus, monitos facias verbis meis grammaticos omnes
ferula ut utantur.
MERCURIUS. Faciam libenter, o Arcadice magister. Sed quis est qui tam
te irridet a tergo? illum respice.
45. THEANUS. Ego sum Theanus grammatista.
PEDANUS. Errasti, grammaticum te, non grammatistam debuisti dice-
re. Addisce igitur.
THEANUS. Peccasti, addisce enim nondum quisquam dixit. Itaque ‘di-
sce’, non ‘addisce’ dixisse oportuit.
PEDANUS. Rursum ‘peccasti’, dicere enim, non ‘dixisse’ oportebat dici.
THEANUS. Et tu rursum item peccasti, nam non ‘oportebat’, sed ‘opor-
tuit’ dicendum erat.

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CARONTE, XI

potuto superare tutti i banditori del suo tempo. Una sola cosa, neppure
chiedendolo a Cesare stesso, son riuscito a sapere, cioè se nella descrizione
della Gallia avesse lasciato scritto che era divisa in tris o in tres partes.138
MERCURIO. Mi meraviglio, essendo stato lui tanto preciso e dotto.
PEDANO. Credo che lo abbia fatto perché era adirato per l’accusa rice-
vuta dal grammatico Teano, che aveva osato biasimarlo per avere scritto
carros e non currus.139 Riferisci che sono stato invece ben accolto da Albio
Tibullo, il quale, quando sentì che io mi chiamavo Pedano, fece un salto
di gioia, pensando che io fossi originario di Pedo, nel cui territorio aveva
un podere: e per questo mi fece sapere una cosa assai rara, che cioè senex
anticamente era di genere comune, e perciò aveva egli scritto riferendosi
a una vecchierella «merito tot mala ferre senem».140
MERCURIO. Che notizia importante, degna di un grammatico!
PEDANO. Digli che anche Lucrezio mi ha trattato con molta cordialità,
perché diceva di dover amare i grammatici per la malattia che hanno in
comune con lui;141 tutti si comportano con una certa follia; e perciò m’in-
segnò che il sostantivo potis era neutro presso i suoi antenati, portando
come esempio:

Nec potis est cerni quod cassum lumine fertur.142

Digli che invece Giovenale mi ha rimproverato, quando gli ho detto


della mia abitudine di picchiare a scuola i ragazzi con una «verga» d’oli-
vo: avrei dovuto picchiarli con una ferula.143 Dunque, o dio d’Arcadia,144
ricorda a tutti i grammatici a nome mio che usino ferula.
MERCURIO. Lo farò volentieri, maestro d’Arcadia. Ma chi c’è che ti
canzona alle spalle; vedi un po’.
45. TEANO. Sono Teano, grammatista.145
PEDANO. Hai sbagliato; avresti dovuto dire «grammatico», e non
«grammatista». Dunque appara.
TEANO. Hai fatto un errore; perché «appara» non l’ha detto ancora
nessuno: perciò sarebbe stato necessario aver detto «impara» e non «ap-
para».146
PEDANO. Hai sbagliato a tua volta: infatti, era necessario che si dicesse
«dire», e non “aver detto”.147
TEANO. E tu pure a tua volta hai sbagliato, perché si doveva dire, non
«era necessario», ma «sarebbe stato necessario».148

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CHARON, XI

PEDANUS. Prisciano caput fregisti, neque enim ‘erat’, sed ‘fuit’ dicere
debueras.
THEANUS. Prisciano pedes fregisti; ‘debuisti’ enim, non ‘debueras’.
PEDANUS. Immo ‘debueras’, non ‘debuisti’.
THEANUS. Immo ‘debuisti’, non ‘debueras’.
PEDANUS. Immo hoc.
THEANUS. Immo illud.
PEDANUS. Immo ego.
THEANUS. Immo tu.
PEDANUS. Immo bene.
THEANUS. Immo male.
PEDANUS. Hei mihi!
THEANUS. Hei tibi!
MERCURIUS. Reverentius, grammatici! verbis enim non manibus con-
tendendum vobis est, deo praesertim arbitro. Quamobrem bonis et ho-
nestis posthac verbis de litteratura contendite. Sed bene habet, tertius, ut
video, adest sive iudex sive litigator.
MENICELLUS. Ego diutius, grammaticunculi, ineptiolas ferre vestras
nequeo.
THEANUS. At ego insolentiam tuam laturus hodie nullo sum modo.
Quamobrem qui tibi tantum tribuas, Menicelle, dicas velim cur lapidem
hunc, petram vero hanc dicimus.
MENICELLUS. Videlicet quod ‘lapis’ agendi vim habeat (laedit enim pe-
dem), at ‘petra’, quod pede teratur, ad patiendi genus transiit.
46. MERCURIUS. Nihil est grammatico insulsius; vide quam hi desi-
piant, cum ‘petra’ graeca sit dictio, lapis vero fuerit a labando dictus,
tertia immutata littera, quod labent ex eo ambulantium vestigia.
THEANUS. Qui de lapide petraque hoc sentias, de manu quid mihi re-
spondes?
MENICELLUS. An non manus faciendo operi occupata aliquid semper
patitur?
THEANUS. At nunc agit cum te verbero; hem tibi!
MENICELLUS. Heu me miserum!

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Pontano.indb 92 16/07/2019 13:06:04


CARONTE, XI

PEDANO. Hai rotto la testa a Prisciano:149 non dovevi dire «si doveva»
ma «si sarebbe dovuto».150
TEANO. E tu hai pestato il piede a Prisciano: «avresti dovuto», non
«dovevi».
PEDANO. Anzi «dovevi», non «avresti dovuto».
TEANO. Anzi «avresti dovuto», non «dovevi».
PEDANO. Anzi è così.
TEANO. Anzi è il contrario.
PEDANO. Anzi è come dico io.
TEANO. Anzi non è come dici tu.
PEDANO. Invece io dico bene.
TEANO. Invece tu sbagli.
PEDANO. Ahimè.
TEANO Ahitè.151
MERCURIO. Più rispetto, grammatici! La contesa va fatta con le parole,
non con le mani, specialmente alla presenza di un dio. Perciò d’ora in
poi disputate di letteratura con le buone maniere. Stiamo proprio bene!
eccone un terzo, a quanto pare, un giudice o un litigante.
MENICELLO. Non sono disposto a sopportare più a lungo le vostre baz-
zecole, grammaticonzoli che non siete altro!
TEANO. Ed io oggi non sono disposto in alcun modo a sopportare
la tua insolenza; perciò tu, Menicello, giacché ti vanti tanto, vorrei che
dicessi perché chiamiamo questo lapis, e quest’altra petra?
MENICELLO. Evidentemente perché lapis è attivo (infatti il macigno ti
fa male al piede, «lede» il piede),152 mentre la «pietra», in quanto è calpe-
stata dal piede, assume il genere passivo.
46. MERCURIO. Non c’è essere più insulso di un grammatico. Vedi
come sono deliranti costoro; la ragione è invece questa, che «pietra» vie-
ne dal greco, mentre «lapis» deriva, con il mutamento della terza lettera,
da labo -as,153 essendo la causa per cui il piede di chi cammina scivola.
TEANO. E tu che la pensi così su lapis e petra, che mi rispondi circa la
«mano»?
MENICELLO. Non patisce sempre qualcosa, la mano, occupata a fare
un lavoro?
TEANO. Ma è attiva se ti picchio. Guai a te!
MENICELLO. Ahimè, disgraziato!

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Pontano.indb 93 16/07/2019 13:06:04


CHARON, XII

THEANUS. Quid te miserum? rationem afferas oportet cur manus cum


in pugnum coit, cum verberat, dici hic non debuerit.
MENICELLUS. Nihil mihi tecum erit amplius. Quamobrem oratum te,
Mercuri, volo, ut cum primum Neapolim in Opicos perveneris, in eo
conventu qui ociosis fieri diebus ad Arcum solet, Iovianum Pontanum
convenias verbisque commonefacias meis, posthac ut sit cautior atque
ut ‘curso’ a verbo quod est ‘curro’ deducat, non ‘cursito’. Panhormitam
quoque Antonium acriter increpitato, quod epistolutiam in diminutione
protulerit.
MERCURIUS. At ego, Menicelle, pro Antonio hoc tibi respondeo: Itali-
cam linguam non modo novas diminutiones fecisse, verum etiam augen-
tium vocum formas quasdam invenisse detractionis ac ignominiae gra-
tia. Quocirca Antonii nomine te tantum grammaticonem valere iubeo.
Tu vero, Pedane, an quid habes praeter coetera eruditione dignum tua?
PEDANUS. Unum hoc: Boetium non a Boetia, in qua ipse natus non
fuerit, dictum, sed agnomentum hoc illi fuisse a vescenda boum carne,
quod ipsius me Boetii cocus docuit.
MERCURIUS. Per Iovem, mira agnominatio! tu quid ad haec, Theane?
THEANUS. Eiiciendos haereditate Pedani liberos, eius bona publice
vendenda redibendamque auditoribus quam Pedanus ab illis acceperit
pecuniam.
MERCURIUS. Atqui ego tuis vel maxime liberis cavendum praeiudicium
hoc censeo.

XII
CHARON, UMBRAE DIVERSAE.

47. CHARON. Ascendite, infelices umbrae; quid, miserae, ante diem fle-
tis? quasi parum sit tum dolere, cum malum venerit. Tu vero, tam culta
et procax umbra, quaenam es?
UMBRA. Cipria meretrix.
CHARON. Ubi gentium quaestum fecisti?
UMBRA. Romae.
CHARON. Quis iste comes?

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Pontano.indb 94 16/07/2019 13:06:04


CARONTE, XII

TEANO. Perché disgraziato? Bisogna piuttosto che tu dica per qual


ragione, quando la mano si chiude in un pugno, quando colpisce, non
dovrebbe accordarsi al maschile (si dice, infatti, questo pugno).
MENICELLO. Con te non voglio più avere a che fare. Perciò voglio pre-
garti, Mercurio, di farmi un piacere: non appena giunto a Napoli, nella
patria degli Osci,154 in quella riunione che si suol tenere nei dì di festa
presso l’Arco,155 cerca d’incontrare Giovanni Pontano e avvertirlo a nome
mio che d’ora in poi sia più cauto, e dal verbo curro faccia derivare curso
e non cursito.156 Rimprovera duramente poi Antonio Panormita, che per
ottenere il diminutivo ha prolungato il vocabolo in «epistoluzza».157
MERCURIO. Ma io per parte di Antonio, o Menicello, ti rispondo così,
che la lingua italiana non solo ha creato nuove forme di diminutivo, ma
ha introdotto alcune forme di accrescitivo per dispregiare e offendere.
Perciò, a nome di Antonio, ti saluto come grammaticone.158 E tu, Peda-
no, che hai da aggiungere di adeguato alla tua cultura?
PEDANO. Solo questo, che Boezio159 non ha avuto il nome dalla Bo-
ezia,160 che non era il suo luogo di nascita, ma dalla carne «bovina» di
cui si cibava, secondo l’informazione che mi ha dato il suo stesso cuoco.
MERCURIO. Per Giove, che meraviglia questa etimologia! Tu che hai
da obiettare, Teano?
TEANO. Siano confiscati i beni ai figli di Pedano; siano messe all’asta
le sue case, e si restituisca161 agli allievi il denaro che Pedano ha ricevuto
da loro.
MERCURIO. Ebbene io penso che i figli tuoi debbano guardarsi più che
mai da un precedente come questo.

XII
CARONTE, VARIE OMBRE.

47. CARONTE. Imbarcatevi, ombre infelici! Perché, disgraziate, pian-


gete già prima del giudizio? Come se fosse poco dolersi quando il guaio
avverrà? E tu, ombra così graziosa e procace, chi sei?
OMBRA. La meretrice Cipria.
CARONTE. E in che paese hai esercitato il mestiere?
OMBRA. A Roma.
CARONTE. Chi ti sta appresso?

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Pontano.indb 95 16/07/2019 13:06:04


CHARON, XII

UMBRA. Sacerdos cardinalis, qui me amavit.


CHARON. Miror quomodo senem puella, meretriculam sacerdos in de-
litiis habuerit.
UMBRA. Mea illum forma, illius me aurum coepit.
CHARON. Plus igitur apud eum forma quam religio, apud te precium
quam aut senectus aut illius os valuit.
UMBRA. Aurum mihi suavissimum fuit, quo ille et oris deformitatem
et senectutem saepissime redemit suam. Ad haec, quanquam senex, sala-
cissimus tamen, utinamque sola illi fuissem satis!
CHARON. Mirum homo tam senex quod tam esset libidinosus!
UMBRA. Ego ubi primum ad eum sum arcessita, putavi me cum ado-
lescentulo coituram. At ubi aetatem vidi et os distortum, coepi queri
meque deceptam esse ab laenone inclamitare. Tum ille: «Ne, inquit,
querare, animula, nam cuius nunc tortum os fugis, haud multo post rec-
tum nervum experiere». Quod fuit; nihil enim illo tentius passa sum
unquam.
48. CHARON. Ite, infelices, in ignem coiturae aevumque illic miserri-
mum acturae. Quis tu cucullatus?
UMBRA. Frater.
CHARON. Ordo qui?
UMBRA. Non semel ex ordine in ordinem transii.
CHARON. Quae causa?
UMBRA. Facilius ut deciperem. Die mulieres audiebam peccata confi-
tentes, noctu graecabar in ganeis.
CHARON. Unde tibi suppetebat ad id pecunia?
UMBRA. E fraude et furto; decipiebam mulierculas, surripiebam sacra.
CHARON. Et fraudem et sacrilegium flammis lues. At tu tam nitida
cute atque anatino gressu, quemnam profiteris?
UMBRA. Episcopum.
CHARON. Mirum qui tam sis ventricosus!
UMBRA. Minime mirum, quippe cum huic soli studuerim in eumque
congesserim omnem ecclesiae censum meae. Quin etiam foeneravi.
CHARON. Satis igitur tibi non erat quod ex ecclesia quot annis rediret?

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Pontano.indb 96 16/07/2019 13:06:04


CARONTE, XII

OMBRA. Il cardinale che era il mio amante.162


CARONTE. Mi meraviglio di come una ragazza possa aver avuto una
relazione amorosa con un vecchio, un prete con una sgualdrinella.
OMBRA. Lui fu conquistato dalla mia avvenenza, io dal suo oro.
CARONTE. Dunque lui tenne conto della tua avvenenza più che della
religione, mentre tu del denaro più che della sua vecchiaia e della faccia
che aveva.
OMBRA. L’oro mi piaceva più d’ogni altra cosa, e con l’oro lui ha molto
spesso rimediato alla bruttezza e alla vecchiaia. Di più, per quanto vec-
chio, era lussuriosissimo, e magari gli fossi bastata io sola!
CARONTE. È straordinario che un uomo così vecchio fosse così lussu-
rioso.
OMBRA. Quando mi hanno fatto andare da lui la prima volta, credevo
di dovermi unire con un giovinetto: sicché, quando mi accorsi dell’età
e della faccia deforme, cominciai a lamentarmi e a gridare di essere
stata ingannata dal ruffiano. Ma lui mi disse: «Non lagnarti, animuc-
cia163 mia, che fra non molto proverai il nervo diritto di chi ora vorresti
fuggire per la bocca storta». E fu così: non ho subito mai un affare più
teso di così.
48. CARONTE. Andate, infelici; statevene insieme nel fuoco, per vivere
nella peggiore miseria. E tu col cappuccio,164 chi sei?
OMBRA. UN FRATE.
CARONTE. Di quale ordine?
OMBRA. Più di una volta sono passato da un ordine all’altro.
CARONTE. Per quale motivo?
OMBRA. Per ingannare più facilmente. Di giorno ascoltavo le donne
che confessavano i peccati, di notte facevo baldoria165 nei bordelli.
CARONTE. E da dove ti veniva il denaro sufficiente a far questo?
OMBRA. Dalla frode e dal furto. Ingannavo le femminelle, trafugavo
gli oggetti sacri.
CARONTE. Espierai nel fuoco frode e sacrilegio. Ma tu che hai tutta
lucida la pelle, e cammini come un’anatra, confessa chi sei?
OMBRA. Un vescovo.
CARONTE. Che pancia166 incredibile che hai?
OMBRA. Per nulla incredibile, perché a questa sola pensavo, e vi ho ac-
cumulato tutte le rendite della mia chiesa. Anzi ho anche fatto l’usuraio.
CARONTE. Dunque non ti bastavano le rendite annuali della chiesa?

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Pontano.indb 97 16/07/2019 13:06:04


CHARON, XII

UMBRA. Illud ventri satis erat, at foenus serviebat peni; complures enim
concubinas alebam et corrumpebam libenter auro maritas mulieres.
CHARON. Infelix, cui tantus sit venter ferendus pedibus adeo imbe-
cillis, infelicior, cui animus honeri, at venter penisque dii fuerint, infe-
licissimus, qui te ipsum cum minime noveris, Deum, cui ministrabas,
multominus cognoscere potueris! Abi igitur, infelicissime; sera enim po-
enitentia est tua. Tu vero quaenam demissa facie atque ore tam pudenti?
UMBRA. Infelix puella.
CHARON. Quae tam acerbi luctus est causa?
UMBRA. Utinam carerem memoria!
CHARON. Noli, amabo, spem ponere; nam si coacta quippiam peccasti,
leviore poena afficiere.
UMBRA. Miseram me! decepta fui.
CHARON. Quidnam per fraudem amisisti?
UMBRA. Virginitatem, infelix!
CHARON. Quis te decepit?
UMBRA. Senex sacerdos.
CHARON. Arte qua?
49. UMBRA. Adibam saepe templa Deum orans ut nuptiae faciles, vir
mihi foret e sententia. Ibi tum antistes me collaudare, spem bonam pol-
liceri seque mihi facilem offerre. Igitur ubi saepius me confitentem audit
et simplicitatem agnoscit meam: «Desine, inquit, filiola, virum a Deo pe-
tere, qui te innuptam esse iubeat». Tum ego: «Quia et tu id, pater, mones
et velle Deum dicis, Deo virginitatem meam do dedicoque». Tum ille
me collaudata: «Quod Deo dedisti, filia, id alicui necesse est ecclesiae
ut dices». Tum ego: «Cuinam, pater, ecclesiae prius eam dicem quam
tuae?» – «Atqui, inquit ille, quoniam oblatiunculae istius ecclesiae meae
nomine capi a me possessionem oportet, quo Deo sit acceptior, abi, filio-
la, mane ad me reditura. Etenim nocte hac Deum orabo, ut ratam istam
rectamque velit esse dicationem. Tu postquam laveris, novo induta sup-
paro ad me redi (nihil enim nisi mundum fas est nos attrectare) hocque
in primis effice, sola ac sine teste ut venias. In iis enim, quae Deus manu

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Pontano.indb 98 16/07/2019 13:06:04


CARONTE, XII

OMBRA. Quelle bastavano alla pancia, mentre l’usura serviva al pene.


Mantenevo molte concubine, e con l’oro corrompevo volentieri anche le
donne maritate.
CARONTE. Miserabile, che devi portare una pancia così grossa con
piedi così fiacchi, più miserabile ancora, che l’animo ti è stato di peso,167
mentre il ventre e il pene sono stati per te come un dio, miserabile sen-
za pari, che non hai conosciuto minimamente te stesso, tanto meno hai
potuto conoscere il dio che servivi! Va all’inferno, dunque, miserabile,
perché il tuo pentimento arriva troppo tardi. Ma tu, chi sei con questa
faccia così timida e vergognosa!
OMBRA. Una ragazza sventurata.
CARONTE. Qual è il motivo di una morte così acerba?
OMBRA. Magari non ricordassi!
CARONTE. Ti prego, non disperarti! Se hai peccato sotto costrizione,
avrai una pena più lieve.
OMBRA. Me sventurata, sono stata vittima di un inganno!
CARONTE. Che cosa hai perduto con l’inganno?
OMBRA. La verginità, sventurata che sono!
CARONTE. Chi ti ha ingannata?
OMBRA. Un vecchio prete.
CARONTE. E con quale astuzia?
49. OMBRA. Andavo spesso in chiesa a pregare Iddio che mi facesse
trovar marito, e che fosse come io lo volevo.168 Allora il parroco cominciò
a dimostrarmi169 ammirazione, a darmi speranza, a essere disponibile
nei miei confronti. Poi mi ascolta spesso in confessione e si accorge della
mia ingenuità. Mi dice: «Figliola, non chiedere più a Dio che ti faccia
trovar marito, perché Lui vuole che tu non vada sposa». Allora io: «Se
me lo consigli tu, padre, e dici che Dio così vuole, a Dio offro e consacro
la mia verginità». Allora lui mi disse «brava», aggiungendo: «L’offerta
fatta a Dio, bisogna consacrarla a una chiesa». Allora io: «E a qual chiesa
potrei io consacrarla, padre, se non alla tua?». «Bene – disse lui –; poiché
bisogna che tenga io, in mio possesso, a nome di questa mia chiesa, la
piccola oblazione, per renderla a Dio più accetta, va, figliola, e ritorna
da me domattina. Io questa notte pregherò, affinché voglia che l’offerta
sia valida e giusta. Tu, dopo esserti lavata, indossa una camicia nuova e
ritorna da me (nulla, infatti, che non sia puro ci è lecito maneggiare), e
sta attenta prima di tutto a questo, a venire sola e senza alcun testimone,

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Pontano.indb 99 16/07/2019 13:06:04


CHARON, XII

capit, nulli adhibendi sunt testes». Mane itaque ad eum ubi veni, tum ille
me in cellam induxit, in qua summi Dei posita esset statua, quam circa
magna cereorum vis erat accensa. Ubi ambo oravimus: «Filiola, inquit,
et tunicam et supparum exue; Deus enim, et coelestes omnes nudi cum
sint, nuda sibi offerri volunt». Ubi ego nuda astitissem, tum ille papillas
has pertractans: «Hae, inquit, ecclesiae meae sunt». Tum mentum manu
demulcens: «Et hoc ecclesiae est meae». Hinc genas summis delibans di-
gitis: «Filia, inquit, oris possessio non nisi ore capiunda est», meque ter
osculatus cum fuisset, «et labia haec meae sunt ecclesiae». Sic pectus, sic
ventrem ecclesiae suae esse cum dixisset, ut iacerem iussit. Iacui infelix;
tum ille genu innixus foemoraque contrectans: «Deus, ait, qui tumidula
haec foemora castigatulumque ventrem cum brachiolis his teretibus tam
venuste molliterque formasti, aspice virgunculam tuam et ista possessio-
ne laetare». Ter haec cecinit; ibi, ut omnia transigeret, id respexit quo
mulieres sumus. «Et illud, inquit, fi lia, manu capiendum est. Verum ut
oris capta est ore possessio, sic tui quoque illius meo hoc est capienda».
Utinamque tunc expirassem, misera!
CHARON. Quomodo deceptam te postea sensisti?
UMBRA. Dum ille studiosius fundum colit suum, gravida facta sum,
tandemque e partu mortua.
CHARON. Nunquid non ille te absolvit morientem?
UMBRA. Absolvit.
50. CHARON. Laeta esto. Nam iudices et ipsi absolvent. Sed heus, tu,
quid, miser, rides? crede mihi, non est nunc ridendi locus.
UMBRA. Nulla mihi est quam tibi credam pecunia.
CHARON. Talis ne tu es qui ludere Charontem velis?
UMBRA. Atqui nec talis ipse unquam lusi nec tesseris.
CHARON. Hic homo cavillatur et in moerore etiam iocari cupit. Dico
ego tibi: alium paulo post sermonem seres, ubi ad forum veneris.

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Pontano.indb 100 16/07/2019 13:06:04


CARONTE, XII

perché in quelle cose di cui Iddio s’impadronisce è necessario che non ci


siano testimoni». Il mattino dopo quando andai, com’egli mi aveva ordi-
nato, mi fece entrare in una cella, in cui era situata una statua del Signore
e intorno un gran numero di ceri accesi. Dopo fatta, entrambi, una pre-
ghiera, lui disse: «Figliola, togliti la veste e il velo; perché Iddio e i celesti
sono nudi, vogliono che le offerte che si fanno loro siano nude». Quando
fui nuda, in piedi davanti a lui, palpandomi i seni, diceva: «Questi sono
della mia chiesa»; poi accarezzandomi il mento: «pure questo è della
mia chiesa». Poi, toccandomi le guance con la punta delle dita: «Figlia –
disse – non si può prendere possesso170 della bocca se non con la bocca»;
e dopo avermi baciato tre volte: «Ed anche queste labbra sono della mia
chiesa». E dopo aver detto che il petto e pure il ventre erano della sua
chiesa, mi ordinò di mettermi distesa. Mi distesi, sventurata; e lui, pog-
giandosi sulle ginocchia171 e palpandomi le cosce diceva: «Dio, tu che hai
formato con tanta grazia e morbidezza queste cosce pienotte, e questo
ventre immacolato con questi braccini tondi, guarda la tua verginella,
e gioisci di farla tua».172 Tre volte pronunciò questa formula cantando;
poi, trascurando ogni altra cosa, rivolse lo sguardo a quella parte per
cui siamo donne, e disse: «Anche di questo, figlia, bisogna impadronirsi.
Ma come il possesso della bocca è stato preso con la bocca, così anche
il possesso di questa tua cosa deve esser preso con la mia». Magari fossi
morta allora, infelice!
CARONTE. Come poi ti accorgesti dell’inganno ricevuto?
OMBRA. Mentre lui si dava da fare con sempre più calore a coltivare il
suo podere,173 io mi ritrovai incinta, e finalmente morii di parto.
CARONTE. E quando stavi per morire non ti ha dato l’assoluzione?
OMBRA. Sì, me l’ha data.
50. CARONTE. E allora, tranquilla. Ti assolveranno perfino i giudici.174
Ma, ehi, tu, miserabile, di che ridi? Credimi, non c’è nulla da ridere in
questo posto.
OMBRA. Rido, perché non ho soldi da accreditarti.
CARONTE. Ti credi tale da poterti permettere di prenderti gioco di
Caronte?
OMBRA. Io non giocato mai, né con tali, né con dadi.175
CARONTE. Quest’uomo va cercando cavilli, e anche nel dolore ha vo-
glia di scherzare. Vedi che ti dico: agli altri asserirai cose diverse, quando
verrai nel foro.

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Pontano.indb 101 16/07/2019 13:06:04


CHARON, XII

UMBRA. Vendi in foro halium, non seri solet.


CHARON. Suavissimus hic est, ut video. Dic, quaeso, quam artem exer-
cuisti?
UMBRA. Martem ipse non exercui, sed male me Mars habuit.
CHARON. Tu me, facetissime homo, tuis istis dictis vel in risum rapis.
UMBRA. Ego, amice, ‘rapis’ nunquam sum usus, magis me delectavit
caepa et porrum.
CHARON. Videlicet suae cuique sunt voluptates.
UMBRA. Nullam ego e ‘sue’ voluptatem coepi unquam; ego ne bestio-
lam tam immundam in delitiis haberem? parce, oro, Charon, delicatior
ego fui quam reris; principes viros in iocis habui, non bestiolas, illos
mihi ludos faciebam.
CHARON. Tum tu istrio fuisti?
UMBRA. Etruria mihi patria fuit, non Istria, cui nihil aliud curae fuit
unquam quam ut nunquam dolorem, nunquam irascerer. Ut quis uxo-
rem ducebat, ridebam; efferebat quis filium, ridebam; insanibat amore
alius, ridebam. Ridebam ubi quis nimis sumptuose vestiret, nimis ma-
gnifice aedificaret, ubi praedia nimis ampla emeret. Ridebam demum
omnia. Semel autem in omni me flere vita memini, quod matre mortua,
ubi illam sepellirem terra mihi emenda in sancto fuit; tum nimis gravi-
ter hominum conditionem flevi ac de religione sum questus. Sed tamen
haud multo post dolorem hunc compressi atque ad naturam redii meque
ipsum ridere coepi, qui non et id quoque risissem.
51. CHARON. Sub huius risu latet sapientia.
UMBRA. Quid tu te tecum loqueris? audacter dic quod velis, non te
ludo amplius.
CHARON. Rem mihi gratissimam feceris, si vitae tuae genus ordine ex-
plicaveris.
UMBRA. Quod ipsum vehementer iuvat; quid enim iuvare magis aut
potest aut debet, quam ubi vitae suae cursum quis repetens nihil invenit,
cuius poenitere iure debeat? Principio cum viderem nostram rempubli-
cam ab improbis ac seditiosis civibus administrari, publicis muneribus
abstinui meque ad privatam vitam contuli, nulli rei praeterquam agro
colendo intentus; siquidem exercere mercaturam nolui, ne aut foeneran-

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Pontano.indb 102 16/07/2019 13:06:04


CARONTE, XII

OMBRA. Nel foro gli agli si vendono, non si seminano.176


CARONTE. È divertentissimo costui! Dimmi, ti predo, qual mestiere
hai trattato?
OMBRA. Non ho io trattato Marte,177 è stato Marte a trattar male me.
CARONTE. Tu, mattacchione, con queste tue facezie mi rapisci fino a
farmi ridere.
OMBRA. Io, amico, non ho mai usato rape;178 più mi sono piaciuti ci-
polla e porri.
CARONTE. È ovvio, ognuno ha i gusti suoi.
OMBRA. Non ho mai gustato carne di suino.179 Potevo mai aver caro
un animaletto così immondo? Abbi pazienza, Caronte, ti prego: ero più
raffinano di quello che pensi. Mi piaceva prendere in giro i principi, non
gli animaletti: loro sì che mi piaceva prendere in giro.
CARONTE. Dunque eri un istrione?180
OMBRA. Non l’Istria, ma l’Etruria era il mio paese di nascita; ma ho
avuto sempre un principio: non addolorarmi di nulla, non arrabbiar-
mi mai. Quando uno prendeva moglie, io ridevo; quando portava alla
sepoltura un figlio, ridevo; un altro diventava pazzo d’amore? ridevo.
Ridevo quando c’era uno che vestiva con troppo lusso, quando uno fab-
bricava181 con troppa magnificenza, quando qualcuno comprava poderi
troppo grandi. Ridevo insomma di tutto. Ricordo invece una sola volta
che piangevo, quando mia madre morì e dovetti comprare un pezzo di
terra al camposanto; allora piansi profondamente sulla condizione degli
uomini e mi lamentai della religione. Ma dopo poco riuscii a soffocare
questo dolore; ritornai alla mia natura, e cominciai a ridere di me stesso
che non avevo riso anche di questo.
51. CARONTE. Sotto il riso di costui si nasconde la sapienza.
OMBRA. Che vai borbottando fra te stesso: fammi pure le domande
che vuoi, non scherzo più con te.
CARONTE. Mi farai un piacere grandissimo, se mi esporrai in ordine
che specie di vita è la tua.
OMBRA. Questa è una cosa che mi piace; che cosa, infatti, può arrecare
maggior piacere che, ripercorrendo il corso della vita, non trovare nes-
sun motivo per cui doversi pentire? Anzitutto, vedendo il governo della
cosa pubblica sempre in mano a gente cattiva e turbolenta, mi son tenuto
lontano dalle cariche pubbliche, e mi sono ritirato a vita privata, senza
occuparmi di altro se non di coltivare i campi. Perché non ho mai voluto

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Pontano.indb 103 16/07/2019 13:06:04


CHARON, XII

dum esset aut fortuna continue timenda; nec servilem quaestum probavi
aliquem. In suburbano mihi vita fuit. Raro in urbem accedebam atque,
eo cum venissem, decretum erat mihi nemini molestiae esse, nocere nulli
nihilque molesti ex aliorum aut dictis aut factis capere. Ridens ingredie-
bar urbem, ridens exibam; ubi quem amicum aut notum videbam, salu-
tabam illum curabamque congressus nostri ut essent quam iucundissimi.
Si quam vel de nostra vel de Italiae republica facere mentionem coepis-
set, statim valere eum iubebam. Templa castus mane adibam neque cum
sacerdotibus arctiorem habere familiaritatem volui; ubi rem divinam
fecissent, abibam illico. Doctos quosdam amabam, qui non tam acuto
essent ingenio quam recto iudicio; eorum disputationes libenter audie-
bam. Si quis e notis aut familiaribus, quos habere haudquaquam multos
volui, adversi aliquid accepisset, consolabar illum meique ut similis esset
rogabam; nam et fortunae ludos ridendos esse et naturae necessitatem
nullo pacto dolendam. His actis, referebam me in suburbanum; ibi par-
tim legendo, partim deambulando aut aliquid in agro agendo dies con-
ficiebam; noctu, nisi quantum quieti dandum esset, coeterum tempus
lucubrando transigebam. Exibam interdum in quadrivia atque, ubi festi
essent dies, ibi villicos de prognosticis temporum, de natura terrae, de
insitione, de seminibus, de irrigatione deque aliis rusticae rei ministeriis
disserentes audiebam fìerique studebam eorum sermone prudentior. Et
quoniam cognoscerem res hominum tam diversis ac variis periculis esse
expositas, si quid vel in agro vel in domo adversi accidisset, ubi conditio-
nem risissem humanam, curabam arte id industriaque corrigere. Ab liti-
bus semper abhorrui et foro, convivia fugiebam; tenuissimus mihi victus
erat, non ut naturam defraudarem, sed ne multum indigerem medico; ac
ne te multis morer, ita me semper gessi ut qui non humanis me rebus, sed
illas mihi subiectas vellem.
52. CHARON. Igitur, qui omnia ridebas, de morte solicitus nunquam
fuisti?
UMBRA. Semel in omni vita de morte cogitavi, licet eam quotidie ante
oculos haberem, reputansque et quid illa vellet sibi et quod ego adversus

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Pontano.indb 104 16/07/2019 13:06:04


CARONTE, XII

fare il mercante, per evitare o di praticare l’usura, o di dover temere


continuamente la fortuna; non ho mai accettato di stare al servizio di
qualcuno. Sono vissuto nei sobborghi della città. In città andavo di rado,
e quando vi andavo ero sempre ben risoluto a non arrecar fastidi o danni
a qualcuno, ma neppure a infastidirmi per quel che gli altri dicevano
o facevano. Entravo in città ridendo, ne uscivo ridendo; se incontravo
qualche amico o conoscente, lo salutavo e mi adoperavo a che l’incontro
fosse il più allegro possibile; ma se cominciava a toccare un argomento
riguardante la politica della nostra città o dell’Italia, lo salutavo subito.
Di mattina andavo in chiesa, innocente, ma non ho voluto mai intratte-
nermi familiarmente con i preti: finita la messa, me ne andavo immedia-
tamente. Mi piaceva frequentare persone colte, che avessero non tanto
acuto ingegno, quanto retto giudizio; e quando discutevano, le ascoltavo
volentieri. Se uno dei miei conoscenti, o amici – pochi ne ho sempre vo-
luti – avesse incontrato qualche avversità, lo consolavo esortandolo a fare
come me. Bisogna ridere degli scherzi della fortuna, e non addolorarsi in
alcun modo delle necessità di natura. Fatto ciò, me ne tornavo fuori città,
e qui terminavo il giorno, ora leggendo, ora passeggiando, ora occupan-
domi di qualche lavoro campestre; la notte, tolto quel tempo che dovevo
riservare al riposo, il resto la trascorrevo studiando. Talvolta uscivo per
trattenermi nei crocicchi di campagna e, se il giorno era festivo, li ascol-
tavo, quando i contadini parlavano delle previsioni del tempo, della na-
tura del terreno, della semina, dell’innesto, dell’irrigazione e delle altre
faccende agricole, e mi sforzavo di diventare più esperto attraverso i loro
discorsi. E poiché sapevo che la vita umana è esposta a tanti e diversi
pericoli, se accadeva qualche disavventura in campagna o in casa, dopo
aver riso della condizione umana, mi preoccupavo di porvi riparo con
arte e diligenza. Mi sono tenuto sempre lontano dalle liti e dai tribunali,
ed ho evitato anche i banchetti. Il mio vitto era molto parco, per non aver
bisogno del medico; e per non trattenerti con un lungo discorso, mi sono
sempre comportato in modo da dominare sempre le cose umane, non da
esserne dominato.
52. CARONTE. Orbene tu, che ridevi di tutto, ti sei mai182 preoccupato
della morte?
OMBRA. Una sola volta in tutta la vita ho pensato alla morte, pur aven-
dola sempre davanti agli occhi, riflettendo su quello che essa volesse da
me e su quale difesa io le potessi opporre; alla fine questo rimedio sol-

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Pontano.indb 105 16/07/2019 13:06:04


CHARON, XII

eam comparare possem praesidium; unum tandem hoc mihi in animo


sedit, ut honeste tranquilleque aetatem ducendo viverem.
CHARON. Quod adversus paupertatem invenisti remedium?
UMBRA. Ut iudicarem pauperem esse nequaquam posse, qui secun-
dum naturam viveret.
CHARON. Quod adversus honores atque ambitionem?
UMBRA. Quod gravissimi casus non nisi ex alto essent loco.
CHARON. Quod adversus falsos rumores?
UMBRA. Rectam conscientiam.
CHARON. Unquam ne te movit superstitio?
UMBRA. Deum ubi perspexissem, sacerdotum mendaciis aures occlu-
debam.
CHARON. Quomodo cum invidia?
UMBRA. Qui doluerim nunquam, riderem omnia, quo pacto invide-
rem?
CHARON. Ecquando ne iratus fuisti?
UMBRA. Semel in omni vita, neque mea causa, sed quod viderem in-
nocentem hominem iniuste plecti, maledixi concivibus, quod non de
iniusto iudicio provocarent; quos ubi vidi mussitare ac tyrannorum vim
timere, statim me repressi atque ad risum redii.
CHARON. In militiam ne aliquando profectus?
UMBRA. Semel lituum audii.
CHARON. Quid? Reges ne aut regulum quempiam secutus?
UMBRA. Minime, mihi enim ipsi me, non regulis natum esse volui.
CHARON. Liberos ne suscepisti?
UMBRA. Quos statim extuli et quod bene actum cum illis iudicarem,
Deo gratias egi.
CHARON. Igitur et uxorem duxisti?
UMBRA. Non tam mea, quam parentum gratia; ea cum triennium me-
cum exegisset, morte diem obiit; ex eo celebs vixi.
CHARON. Cur non alteram duxisti?
UMBRA. Quia scirem temeritatem non semper felicem esse; et quod
bene in illa successisset, veritus sum in secunda periculum facere, meque
asserere in libertatem volui.

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Pontano.indb 106 16/07/2019 13:06:04


CARONTE, XII

tanto mi si insediò nell’animo, di trascorrere la mia vita fra l’onestà e la


tranquillità.
CARONTE. E quale rimedio hai trovato contro la povertà?
OMBRA. Quello di pensare che non possa mai essere povero chi vive
secondo natura.
CARONTE. E contro gli onori e l’ambizione?
OMBRA. Quello di pensare che le cadute più gravi sono quando si cade
dall’alto.
CARONTE. E contro le calunnie?
OMBRA. La retta coscienza.
CARONTE. La superstizione non ti ha turbato mai?
OMBRA. Una volta scoperto Iddio, chiudevo le orecchie alle bugie dei
preti.
CARONTE. Con l’invidia come ti sei regolato?
OMBRA. Come poteva sentire invidia una persona come me, che non si
addolorava mai e rideva di tutto?
CARONTE. Ti sei adirato qualche volta?
OMBRA. Una sola volta in tutta la vita, e non per qualcosa che mi ri-
guardasse personalmente, ma per l’ingiusta punizione di un innocente;
allora ho maledetto i concittadini perché non protestavano contro una
sentenza ingiusta. Ma vedendo poi che mormoravano sottovoce e avevano
paura della violenza dei tiranni, subito mi frenai tornando alle mie risate.
CARONTE. Sei mai partito in guerra?
OMBRA. Una sola volta ho udito suonare la tromba.
CARONTE. Come? Non ti sei posto al seguito di re o di regoli?
OMBRA. Mai. Ho ritenuto fermamente di esser nato per me, e non per
le regole altrui.183
CARONTE. E figli ne hai avuti?
OMBRA. Ringraziando Dio, li ho seppelliti e ho la coscienza di averli
trattati bene.
CARONTE. Dunque hai preso anche moglie?
OMBRA. Più che per me, per i miei genitori; ed è morta dopo aver vis-
suto tre anni insieme; d’allora in poi ho vissuto da solo.
CARONTE. Perché non ti sei risposato?
OMBRA. Perché sapevo che l’audacia non sempre va a finire bene; e
poiché con la prima era andata bene, ho temuto di rischiare con la secon-
da, e ho voluto dichiararmi un uomo libero.

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Pontano.indb 107 16/07/2019 13:06:04


CHARON, XII

CHARON. Quam saepe cum illa litigabas?


UMBRA. Nunquam; nam et illa virguncula ac suavis erat et ego ridere
assueram domi, non minus quam foris.
CHARON. Quid de hominum rebus sentiebas?
UMBRA. Vanitatem ac stultitiam esse omnia.
CHARON. Felicem te, qui ista noveris.
53. UMBRA. Nec felicem quenquam nec sapientem dixeris; nulli enim
tot affuere unquam bona, ut non ei plura defuerint; nec quisquam tam
sapiens habitus est usquam, ut non et illi ad veram perfectamque sapien-
tiam defuerit multum. Nam cum humanae res imperfectae sint omnes,
quid earum possit esse perfectum? cumque nihil sit in eis constans, felix
quinam esse potest, cui momento interdum adversa plurima succedant?
CHARON. Non dixi te felicem, hospes, sed felicem qui ista noveris.
UMBRA. Non ex bonorum cognitione humana existit felicitas, verum
ex eorum possessione et usu.
CHARON. At ego te et felicem ex hoc iudicaverim, quod, cum intelli-
geres neminem esse posse felicem, ita tamen ipse vixeris et sapientem,
quod in tanta hominum vanitate atque ignorantia sapientem te non mi-
nus videri nolueris quam posse esse iudicaveris. Sed quis hic est tam
molestus et impudens?
UMBRA. Noli, quaeso, ei irasci, amicissimus hic mihi fuit.
CHARON. Miror qui inter duos tam dissimilibus moribus ulla potuerit
esse familiaritas.
UMBRA. Si amici proprium est prodesse amico, hic quam in amicum
plura in me contulit. Nam tribulis meus cum esset et quotidie litigaret
cum uxore, primum docuit cavendas esse secundas nuptias, deinde, cum
nulla non in re et mihi et vicinis coeteris esset molestus, patientissimum
me reddidit mortalium omnium. An quod maius in amicum conferri ab
amico beneficium potest, quam ut recte ab illo instituatur? Iure igitur
hunc amavi et mihi amicum esse duxi.
CHARON. Ex omni parte sapientia se ostendit tua. Tu vero, molestissi-
me homo, quid tibi volebas istis moribus?
UMBRA. Quod ipse sum consecutus.
CHARON. Quod nam illud?
UMBRA. Quod, ut eram Musca, sic habebar ab omnibus.

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CARONTE, XII

CARONTE. Molte volte litigavi con lei?


OMBRA. No, mai; perché lei era come una verginella e aveva un dolce
carattere; ed io ero di solito allegro in casa non meno che fuori.
CARONTE. E quale opinione avevi della vita umana?
OMBRA. Tutta vanità e stoltezza.
CARONTE. Felice te, che lo hai capito!
53. OMBRA. Non considerare nessuno felice, né sapiente: nessuno ha
tanta abbondanza di beni, che non sian molti di più quelli che gli man-
cano; nessuno viene ritenuto così saggio, che non gli manchi molto per
possedere la vera e perfetta sapienza. Poiché, infatti, la perfezione non
è di questo mondo, che c’è che possa dirsi perfetto? E poiché di questo
mondo non è nemmeno la costanza, chi potrebbe esser felice, se improv-
visamente talora potrebbero succederti mille sventure?184
CARONTE. Non ti ho chiamato felice, straniero, ma felice di aver capito
tutto questo.
OMBRA. La felicità umana non proviene dalla cognizione, ma dal pos-
sesso e godimento dei beni.
CARONTE. Ma io ti ho ritenuto felice per questo, che, avendo capito
come nessuno possa esser felice (tuttavia tu hai vissuto così) e sapiente, in
tanta vanità e ignoranza non hai voluto sembrare sapiente meno di quanto
hai ritenuto di poterlo essere. Ma chi è quel prepotente sfacciato là?
OMBRA. Per favore, non ti adirare con lui: è stato il più caro dei miei
amici.
CARONTE. Mi meraviglio come fra due tipi così diversi possa correre
dell’amicizia.
OMBRA. Se è proprio dell’amico giovare all’amico, questi ha dato a me
più che a un amico. Essendo del mio quartiere, e litigando ogni giorno
con sua moglie, fu lui che più mi convinse a non risposarmi. Poi, siccome
faceva questione con me e con gli altri vicini per un nonnulla, mi fece di-
ventare il più paziente dei mortali. E quale beneficio maggiore un amico
può dare all’amico, che dargli insegnamenti? Quindi gli ho voluto bene
e l’ho considerato mio amico.
CARONTE. La tua sapienza si rivela dovunque. Ma tu, fastidioso come
sei, che credevi di ottenere con questo modo di fare?
OMBRA. Quello che ho ottenuto.
CARONTE. E che cos’è?
OMBRA. Di essere considerato da tutti per quel che ero, una mosca.185

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Pontano.indb 109 16/07/2019 13:06:05


CHARON, XII

CHARON. Unum illud, puto, tibi vehementer doluit, aculeis quod ca-
reres.
UMBRA. At verba mihi erant aculei, quibus ego vel vincebam culices.
CHARON. Digna tibi pro factis istis et a culicibus et a cabronibus in-
fligetur poena; verum age, hospes etrusce, quando percuntari singulos
agendo remo nimis magno est impedimento et iudices iam abisse e ripa
video, edoce in tanta multitudine si quos ipse noveris.
54. UMBRA. Geretur tibi mos: hic qui se primum offert mendacissimus
fuit omnium quos unquam viderim. Illud autem maximum iudicat men-
daciorum quibus usus est unquam, quod cum uxore (ut ex eo aliquando
audivi) nunquam se litigasse asseveraverit. Is qui eum sequitur adole-
scens in maximis vixit divitiis, senex in summam inopiam redactus est,
quippe cuius studium fuerit ex aere fumum, e fumo metallum facere.
Nam dum aurum ex fornace quaerit, sua omnia in ignem coniecit. Ter-
tius ille non modo libidinosissimus, verum etiam immanis fuit, qui nec
brutis abstinuerit. Duo illi, alter perniciosissimus assentator fuit, laeno
alter pellacissimus, quibus artibus primos sibi et ad Caesares et ad Pon-
tifices aditus fecere. At ille alius accusando maximas comparavit divitias;
cui cum praeter insimulationem ac maledicentiam nihil dulce esset, arte
hac primum apud principes locum tenuit; quae ego magis scio quod mihi
relata essent a tribulibus, quam quod nosse ea studerem. At illum tam
severa et tristi fronte et novi et suspexi utpote omnium quos ipse vide-
rim integerrimum et certe natum ad recte informandos animos; qui cum
et verbis philosopharetur et moribus, quae ipse dissereret, ea re atque
exemplo comprobabat; cuius operaeprecium fuerit audire orationem.
CHARON. Nihil est quod magis cupiam; sed quaenam illi patria?
UMBRA. Ab Umbris ducebat originem.
CHARON. Hospes Umber, adventum ad Manes tuum gratulor, tum
quod liberatus sis omnino curis iis quae mortales habeant tam male,
tum quod audire te vehementer cupio. Novi enim quantus sis philoso-
phus; quamobrem unde tibi maxime videtur exordiens, perge de virtute
dicere, dum illuc in portum deferimur.
55. UMBRA. Nec ingratum est quod postulas nec diffìcile. Et quoniam
de virtute ut dicam exigis, nescio quid audire ipse malis quam quae vis

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CARONTE, XII

CARONTE. Soltanto una cosa ti dispiaceva, penso, di non avere gli aculei.
OMBRA. Li avevo gli aculei, le parole, e con quelle superavo perfino
le vespe.
CARONTE. Per quel che hai commesso ti sarà inflitta una pena adegua-
ta da parte di zanzare e calabroni!186 Ma va avanti, forestiero toscano,
dimmi se conosci altri, in mezzo a questa gran folla, poiché interrogare
ad uno ad uno mi impedirebbe assai di maneggiare il remo, e vedo che i
giudici frattanto si sono già allontanati dalla riva.
54. OMBRA. Ti terrò contento: quello che si presenta per primo fu il
più bugiardo uomo che abbia mai conosciuto; ma ritiene che la bugia più
grossa sia stata quella di non aver mai litigato con la moglie (gliel’ho sen-
tito dire qualche volta). Quel giovinetto che lo segue ha vissuto fra gran-
di ricchezze e da vecchio si è ridotto in estrema povertà per aver posto
ogni suo sforzo a trasformare il metallo in fumo, e il fumo in metallo.187
Infatti, mentre cercava di ricavare oro dalla fornace, ha finito col gettare
nella fornace tutto il suo oro. Il terzo è stato tanto sfrenato e perfino di-
sumano, da non astenersi nemmeno dai bruti. Di quei due, l’uno è stato
fra i più rovinosi adulatori, l’altro il più infido dei ruffiani, riuscendo così
ad accedere in modo privilegiato presso Cesari e Pontefici. L’uno diven-
ne oltremodo ricco accusando gli innocenti, e non avendo a cuore se non
la simulazione e la calunnia, con quest’arte si è procurato il posto più alto
a corte; e io lo so, non perché io mi interessassi di queste chiacchiere, ma
perché me l’hanno detto i suoi compaesani. L’altro, invece, che ha un
aspetto così rigido e severo, l’ho conosciuto e ammirato come la perso-
na più integerrima che avessi mai visto, destinata certamente ad essere
un educatore di coscienze. Lui, parlando come un filosofo, attraverso il
comportamento, nei fatti e con l’esempio, dimostrava la verità di quello
che diceva. Varrà la pena sentirlo parlare.
CARONTE. Non c’è cosa che desideri di più. Ma da che paese viene?
OMBRA. Era umbra d’origine.
CARONTE. Tu che provieni dall’Umbria, mi congratulo della tua venu-
ta nel regno dei morti, sia perché ti sei liberato dalle noie che turbano
la vita umana, sia perché desidero ascoltarti. So infatti che fi losofo sei.
Perciò, da dove ti pare di dover cominciare, avvia un discorso sulla virtù,
mentre andiamo lì nel porto.
55. OMBRA. Quel che mi chiedi non mi dispiace e non è difficile. E
giacché vuoi che ti parli della virtù, non so che cosa tu preferisca ascol-

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Pontano.indb 111 16/07/2019 13:06:05


CHARON, XII

sit eius et qui capiantur inde fructus. Etenim, cum inter deos atque ho-
mines tantum intersit quantum norunt omnes, nec solum spacio, sed
natura, nonne admirabilis virtutis vis haec est, quod et deos hominibus
conciliat in vita et post mortem illorum coetui eos adiungit? Nam cum
virtus medium quoddam sit extrema quae videantur in agendo fugiens,
quae maxima illius laus est, haec certe summa est vis eius, quod eadem
haec ipsa virtus inter Deum et hominem medium tenet, quo quidem
dempto medio, nullus est ad Deum accessus, nulla quae ad illum per-
ducat via, quae et ipsa principio Deum cognoverit et qui secundum se
vixissent inter divos retulerit. Coetera cum fluxa et fragilia sint, aufer-
ri temporis momento possunt, at virtus firmum et stabile bonum est.
Quae cum nullius sit externae rei indigens, alia tamen omnia absque illa
manca sunt, hucque atque illuc incerta feruntur. Felicem igitur qui bene
agendo recteque intelligendo perfectam fuerit virtutem assecutus, qui
cupiditates compescens et quasi extra pericula positus, liber ac securus
vixerit, cumque sibi ipse lex esset, leges nequaquam timuerit et tanquam
omnia sub pedibus subiecta haberet, tutus incesserit contra populi ru-
mores, contra tyrannorum libidines, atque adversus fortunam ita steterit,
ut ingruentem eam a se repulerit, neque manum porrexerit blandienti!
56. CHARON. Quam vere et supraquam dici potest magnifice de virtute
locutus es! Ac, per Plutonem, oratio ista hominum expressit felicitatem;
quam parum tamen animo cernentes caecitate sua in perniciem magis
volentes eunt quam coacti trahuntur. Quotus enim ex his, quos innume-
rabiles quotidie transveho, non seipsum incusat? non stultitiam, quan-
quam sero, queritur suam? Quo magis, optimi hospites, vestrum utrique
gratulor, qui et in agendo et in perspiciendo veritatem sic secuti atque
adepti fueritis, ut quam a vulgi ignorantia longissime recessistis, tam
ad felicitatem proxime accessisse videamini. Sed iam, ut videtis, cursum
hunc confecimus, et me traiiciendis aliis opus est regredi, vos ut descen-
datis. Ite igitur felices, et quo animo vitam traduxistis mortem etiam
feratis, per quam iam estis immortalitatis viam ingressi. Tu vero, sapien-
tissime Mercuri, gregem hunc coge, et ubi videbitur, ad iudices propera.

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CARONTE, XII

tare se non della sua potenza e dell’utile che ne deriva. Dunque, poiché
tanta è la differenza fra Dio e l’uomo quant’è quella che tutti conoscono,
non solo di spazio ma anche di essenza, non è meravigliosa la forza del-
la virtù, dal momento che essa nella vita avvicina gli spiriti divini agli
umani, e dopo la morte aggiunge questi alla schiera di quelli? Infatti,
siccome la virtù è la via di mezzo ed evita gli estremi, e il suo merito
maggiore è proprio questo, così anche fra Dio e l’uomo la virtù è la via
mezzo; sicché se si toglie questo intermediario non è possibile accostarsi
a Dio, non c’è alcuna possibilità di accedervi, in quanto la virtù è quella
che originariamente lo ha fatto conoscere e ha ricondotto a Lui chi è
vissuto secondo i suoi principi. Essendo caduchi e fragili tutti gli altri
beni, possono svanire in un istante, mentre la virtù sola è un bene stabile
ed eterno; e mentre essa non ha bisogno di alcun sostegno esterno, ogni
altra cosa è imperfetta e vacilla nell’incertezza. Felice dunque colui che
operando bene e ragionando rettamente riesca ad attingere la perfetta
virtù, colui che frenando gli impulsi della passione e ponendosi fuori
pericolo, riesca a vivere libero e sicuro, ed essendo legge a se stesso, non
abbia timore alcuno delle leggi e quasi mettendo sotto i piedi ogni cosa,
possa camminare al sicuro dal mormorio della gente, dai capricci dei
tiranni, e sappia ergersi contro la fortuna, in modo da respingere i suoi
attacchi e non stendere la mano ai suoi allettamenti.
56. CARONTE. Com’è straordinariamente vero e bello quello che hai
detto sulla virtù! E, per Plutone, questo discorso ha spiegato in che cosa
consista la felicità umana; e tuttavia con quanta miopia costoro si lascia-
no trascinare alla rovina, e lo fanno volentieri più che costretti. Quan-
te sono infatti, fra le anime che ogni giorno trasporto, innumerevoli,
quelle che non accusano se stesse, non si lamentano della loro stoltezza,
sebbene tardi? Tanto più, ospiti illustri, mi congratulo con voi due, che
penetrando nella verità, l’avete seguita e raggiunta, da far pensare che
vi siate avvicinati il più possibile alla felicità, allontanandovi il più pos-
sibile dall’ignoranza del volgo. Ma ormai, come potete vedere, abbiamo
compiuto il cammino, e bisogna che io ritorni per traghettare altri, e che
voi discendiate. Andate felici e sopportate la morte con lo stesso animo
con cui avete trascorso la vita, perché attraverso la morte avete ormai
imboccato la strada dell’immortalità. Tu, sapientissimo Mercurio, spin-
gi questo gregge, e quando ti sembrerà opportuno, affrettati a recarti
dai giudici.

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CHARON, XII

MERCURIUS. Ego vero propero, vos sequimini.

GREX UMBRARUM NOCENTIUM.

57. Pergamus miseros visere Manes,


Flendo in lucis prodimus auras,
Flendo transigimus tempora vitae,
Tristem flendo navimus amnem.

Et quod restat iter hoc quoque flendo


Infelices conficiamus.
Minois miseris ora ferenda
Et formidata Aeacus umbra,

Spectandusque truci cum Rhadamantho.


Nos latranti Cerberus ore,
Nos et multiplici gutture serpens
Pascetque atro trux leo rictu.

GREX UMBRARUM INNOCENTIUM.

Nos Favoni lenis aura


Et virenti prata flore,
Nos beatis rura campis
Perpetuique manent tempora veris.

Mella nobis sponte manent,


Vina largo fonte sudent
Ac liquenti lacte rivi,
Grataque decutiant balsama rami.

IOANNIS IOVIANI PONTANI


DIALOGUS QVI INSCRIBITVR CHARON
FINIT FELICITER.

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Pontano.indb 114 16/07/2019 13:06:05


CARONTE, XII

MERCURIO. Sì, mi affretto; voi seguitemi.

CORO DELLE ANIME DANNATE.188

57. Andiamo a visitar l’ombre dolenti,


piangendo entriamo nell’aerea luce,
piangendo trascorriamo l’esistenza,
il tristo fiume navighiam piangendo.

E il viaggio che rimane ancor piangendo


compiamo, quali siam ombre infelici;
di Minosse la vista a patir miseri
costretti, e ancor d’Eaco il truce aspetto.

Veder dovremo il truce Radamanto,


e Cerbero latrar con le sue fauci,
ed il serpente dalle molte gole
ci mangerà, e il leon con fiero pasto.

CORO DELLE ANIME INNOCENTI.

Noi del Favonio l’aura leggera


e i verdeggianti pratelli in fiore
noi quel giardino beato attende,
e la stagione della primavera.

Pronto è quel miele che lì ci aspetta,


sgorgano i vini da un ricco fonte,
scorran di fluido latte le rive,
scuotano i rami i balsami beati.

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Pontano.indb 115 16/07/2019 13:06:05


Pontano.indb 116 16/07/2019 13:06:05
Antonius
Antonio

Nota introduttiva, traduzione e note di


FRANCESCO TATEO

Pontano.indb 117 16/07/2019 13:06:05


Pontano.indb 118 16/07/2019 13:06:05
Nota introduttiva

Questo dialogo, che più di ogni altro rivela la tendenza autobiografi-


ca, è una celebrazione dell’Accademia e del suo primo fondatore, dal
quale Gioviano ereditava la disposizione al colloquio, a un nuovo stile
di sapienza, fondato sull’ironia e sulla critica, nemico della pedanteria,
degli eccessi in ogni senso e della noia. Si apre infatti con la memoria del
Panormita e della sua scherzosa conversazione, e si chiude con la presen-
tazione autoironica di Pontano, rifondatore.
Il Panormita, scomparso nel 1471, era stato, come si è già detto, un uma-
nista di primo piano sotto il regno di Alfonso il Magnanimo, di cui aveva
esaltato il trionfo militare e le virtù civili e regali, e nel primo decennio
del regno di Ferrante, di cui aveva intrapreso a narrare le gesta e la vi-
cenda della controversa successione per legittimarne la corona. Ma era
anche ricordato come uomo di spirito, quale si riflette nella sua nutrita
corrispondenza e nelle stesse testimonianze del Pontano che lo ricorda
come un modello di conversazione nel De sermone. Del resto anche lui
aveva scritto un libro di aneddoti in onore di Alfonso il Magnanimo,
dove non mancano esempi faceti. Non per caso nel De voluptate del gio-
vane Valla aveva svolto il ruolo dell’epicureo trasgressore, e nel dialogo
ora a lui intitolato viene considerato come un maestro dalla tempra so-
cratica, dotato di una fondamentale vocazione critica, pronto a riversare
la sua sapienza soprattutto nella conversazione, e, pur senza rinunciare
talora ai toni accesi della polemica, a contenerla nei limiti della modera-
zione. I suoi amici lo ricordano quando scherzava sul gruppo accademico
chiamandolo «senatus» e si rivolgeva giocosamente ai passanti («iocans
cum praetereuntibus»), o canticchiava qualcosa che lo divertiva («secum

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Pontano.indb 119 16/07/2019 13:06:05


ANTONIO

aliquid succinens, quo animum oblectaret»). Nell’idealizzazione della


sua figura è importante appunto la correzione – per così dire – apportata
alla figura del saggio tradizionale. L’apostrofe scherzosa appare infatti
il modo più felice per avvicinare una persona, come la pausa scherzosa,
l’opportuna variazione del tema, costituiscono nei dialoghi il mezzo più
idoneo ad allontanare la stucchevolezza e a mantener vivo il colloquio.
L’eletta convivenza umana, il gusto del piacevole e del sorridente si fon-
dono concordemente con la coscienza morale, che richiede nell’uomo il
senso del proprio limite e delle proprie finalità.
Del resto anche la propensione del Panormita alla facezia e alla memo-
ria piccante («Quid enim erat laetis in rebus Antonio iucundius? Quid
rursus in turbatis atque asperis gratius?», § 1), doveva essere un modello
di moderazione, se l’accademico che nel nostro dialogo ne intesse ini-
zialmente l’elogio raccontando le sue amenità, interrompe il forestiero
che aveva equivocato commentando salacemente il rimedio dei pugliesi
agli effetti erotici del morso della tarantola, dicendo: «alla licenziosità
c’è un limite, anche nel paese degli Oschi, dove sembra che si possa dar
corso alle “oscenità”» (§ 2). Vi era in lui una sorta di remora nei confronti
del livello squisitamente satirico della critica qual è l’invettiva, per cui
preferiva talora stemperare il giudizio negativo nell’evidenza e piacevo-
lezza del racconto esemplare. Il dialogo stesso nel quale viene evocato è,
infatti, costruito come un racconto dei suoi interventi seri e faceti, una
rassegna di esempi umani evidentemente riprovevoli, ma anche ridicoli
e divertenti. Ora gli accademici che lo hanno conosciuto raccontano le
sue esternazioni, ma un rilievo egli lo avrà anche nel trattato pontaniano
sulla conversazione, dove è pur decisivo il modello di Poggio; risalgono
infatti a lui la ricerca, anche teoricamente motivata, della medietà fra lo
sconcio e l’insipido, e il gusto dell’autoironia.
Alla prima scena, infatti, nella quale il Compatre rievoca, per rispondere
al forestiero, la figura del Panormita, seguono due macchiette, quella
di un passante che si rivela un presuntuoso augure, e quella di un vec-
chio innamorato. Fra le due si apre una parentesi, che contiene il primo
accenno alla persona dell’autore: il re ha mandato un banditore ad am-
monire i graecissantes che danno noia al poeta. Si apre quindi una lunga
discussione tra Andrea Contrario, il Compatre, il Poderico ed Elisio sui
fini dell’oratoria e sui meriti della poesia virgiliana, dove si fa riferimen-
to continuo all’opinione e talvolta alle parole del Beccadelli, difensore

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Pontano.indb 120 16/07/2019 13:06:05


NOTA INTRODUTTIVA

e di Cicerone e di Virgilio. S’inserisce quindi la stravagante figura di


Suppazio, il quale racconta un suo viaggio ricco di tanti particolari ri-
cordi. Segue la scenetta in cui Lucio, il figlio del Pontano, racconta le
baruffe che avvengono in casa tra il padre e la madre, e da ultimo appare
un musico, che ricorda agli accademici, con le sue soavi composizioni,
l’ideale poetico formulato da Antonio, il maestro di tutti loro. Il dialogo
si chiude con l’arrivo di un «poeta personatus», che narra in versi al po-
polo, per la strada, la guerra di Sertorio; lo accompagna un istrione, che
prepara ed invita il pubblico all’ascolto.
L’attenzione rivolta alla «varietà», che debba necessariamente evitare gli
eccessi istituzionali della disciplina culturale e quindi la noia, accom-
pagnano e caratterizzano lo sviluppo in senso «accademico» del genere
dialogico. Di qui anche l’ironia e l’autoironia attribuite al Panormita e
di conseguenza al Pontano stesso, il quale dichiara così il suo modello
diretto, la famosa ironia socratica depositata nei dialoghi di Platone, an-
che se Platone, pur citato, non è un’autorità direttamente seguita. Di qui
anche l’aspetto di un pastiche che prevede l’inserimento sia di facezie del
Panormita, sia di un racconto di viaggio come cornice di tanti episodi
ridicoli e perfino di un apologo risalente alla tradizione aneddotica (§
68), sia di esempi poetici diversi mediante qualche pretesto narrativo.
Esempi di epigrammatica, di lirica, di bucolica, infatti, occasionalmente
inseriti come prove poetiche di un vecchio amante e di un cantore di
strada, forse con allusione alla facilitas della vena poetica della stesso
autore, quasi annunciano l’ambigua proposta finale di un poemetto epi-
co (Sertorius), che assume un senso affabilmente polemico e di diversivo
stravagante nell’ambito del dialogo faceto. Non si può dire fino a qual
punto si possa pensare all’affinità, dovuta almeno ad una cognizione
vaga e indiretta, con il Satyricon di Petronio, noto già a Poggio, dove non
mancano la figura di uno stravagante viaggiatore e l’inserzione di versi
fra cui proprio due poemetti epici.
Il ricordo delle scherzose chiacchierate di Antonio richiamano insom-
ma l’arte della conversazione esposta nel De sermone, ma ne richiama-
no soprattutto il significato etico, in occasione della viva enunciazione
dell’ideale del sapiente, quale vuol essere il dialogo stesso. Il carattere
precipuo dello «scherzo» del Panormita era nella sua «misura», nel suo
particolare livello, che non permette di confonderlo col volgare piacere
del riso.

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ANTONIO

L’Antonius, dove la critica al rigore dei grammatici raggiunge il suo cul-


mine nel racconto dell’esperienza romana del viaggiatore alla ricerca
vana della sapienza (§§ 56-68), contiene anche le più impegnate prove
filologiche di Pontano prima che nell’Actius e nell’Aegidius egli teoriz-
zasse l’arte storica, l’arte poetica e l’oratoria sacra e profana. Gli ampi
interventi di Andrea Contrario (§§ 13-25), di Elisio Calenzio (§ 26-50) e
del Compatre (§ 51-55) affrontano argomenti polemici di grande attua-
lità come la definizione dell’oratore e dello status della causa, in cui pa-
reva che Cicerone e Quintiliano fossero in contraddizione, come anche
l’imitazione poetica e la congruità delle informazioni mitiche e storiche
del poema virgiliano. In entrambi i casi la discussione, affrontata perfino
con qualche eccesso sofistico, avrà un peso nella retorica e nella poetica
del Cinquecento, e rivela notevole acribia nell’interpretazione del testo.
La controversia sul fine dell’oratore in Cicerone e Quintiliano è alla base
di due differenti concetti della poetica del Cinquecento, quello di Pietro
Bembo, che addita il decoro e la persuasione come fine del «bene scrive-
re», e quello di Girolamo Fracastoro, che afferma, nel teorizzare la poe-
tica, il primato assoluto del dicere. Del resto lo stesso Pontano applicava
nell’esposizione filosofica e astrologica lo stile e il metodo ciceroniani,
difendeva Cicerone contro i sostenitori della superiorità di Quintiliano
e l’originalità di Virgilio contro gli attacchi dei grammatici, seguendo
l’insegnamento di Giorgio Trapezunzio, il dotto greco autore del famoso
trattato di Retorica, fondato sulla teoria della perfezione di Cicerone e
Virgilio e dell’analoga perfezione di Demostene e Omero.
Più direttamente collegata con la poetica è l’analisi dei versi virgiliani
che descrivono l’eruzione dell’Etna nel racconto di Enea nel secondo
libro dell’Eneide, l’accenno alla storia romana nella profezia di Anchise
nel libro sesto. Al di là del discorso filologico che confuta l’intenzione
imitativa di Virgilio nei riguardi di Pindaro mostrando invece la diretta
esperienza del fenomeno (§ 26), e dimostra la correttezza delle notizie
storiche e mitologiche adombrate nel poema virgiliano (§ 49), la dife-
sa di Virgilio da parte di Elisio Calenzio e del Compatre che riferisce
il pensiero del Panormita sui detrattori del poeta latino, dimostra un
piglio moderno quando giustifica la poesia sulla base di categorie della
poetica, come il lessico e lo stile scelti in funzione della meraviglia. La
meraviglia è intesa, infatti, come gara con la realtà e superamento delle
impressioni comuni, l’invenzione è intesa come originalità rispetto all’i-

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NOTA INTRODUTTIVA

mitazione, l’abbozzo delle immagini è inteso come una sorta di pregio


del non finito. Considerazioni che ci conducono alla crisi del classicismo.
Una più complessa interpretazione richiede il poemetto annesso al dialo-
go Antonius, che ci permette di sondare dell’umanista napoletano anche
l’atteggiamento verso Roma nella rievocazione della storia antica. Il Ser-
torius, che Pontano introduce come travestimento in versi virgiliani del
racconto di un cantastorie venuto dalla Gallia Cisalpina a intrattenere i
popolani, ha un’ambigua identità. Pontano lo presenta come un esempio
di decadenza, che disgusta gli accademici, ma lo tollera sorridendo, se
rappresenta fra i guerrieri se stesso e i suoi amici accademici a compiere
mirabolanti imprese militari. Ed è proprio il tono del racconto, che è vir-
giliano nella forma, ma iperbolico nella sostanza della vicenda narrata,
analogamente ad un cantare cavalleresco, a mettere in luce l’ambiguità
dell’esperimento epico.
Ancora più delicata è l’interpretazione della scelta del tema. La Vita di
Sertorio di Plutarco era stata tradotta da Leonardo Bruni, né il raccon-
to dell’ultima battaglia sostenuta dal ribelle che aveva sognato di con-
quistare la Spagna dando un colpo all’Impero romano e alla sua classe
dirigente, prima di essere colto dal fato, dipende dalla vita plutarchea,
tranne che per la figura della cerva che in Pontano ha un suggestivo
sviluppo mitico. Nella prefazione il Bruni aveva giustificato la sua scelta
con l’indignazione verso chi con proterva ostinazione sosteneva che alle
gesta degli antichi combattenti fossero da preferire di gran lunga quelle
dei nostri tempi. Sertorio, celebrato come praestantissimus ac callidissi-
mus dux, sfaterebbe questa pretesa. Pontano, non solo vede in Sertorio
un grande eroe militare del passato, sventurato, e tuttavia degno di mi-
gliore destino, ma un rappresentate della «provincia» romana, non della
capitale, anzi oriundo della propria terra umbra di Norcia, il quale aveva
tenuto sotto scacco Pompeo, il console romano, legando il suo destino
alla Spagna, da dove provenivano i Re aragonesi impegnati anche loro a
contrastare la prepotenza romana. La Vita plutarchea suggeriva a Pon-
tano, infatti, la celebrazione del ribelle di Norcia con la fine triste eppur
gloriosa in terra di Spagna, piuttosto che la condanna della ribellione
con il trionfo romano.
La buffoneria dei canterini mascherati, nuovo e sgradito dono della Gal-
lia Cisalpina, confinata nella cornice, si collega con gli aspetti degradati
di umanità, di cui parla e da cui rifugge il dialogo stesso. Eppure, evo-

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ANTONIO

cando la tradizione della narrativa cavalleresca che proprio in Spagna,


dove si colloca la vicenda, aveva avuto il teatro preferito con lo scontro
mitico fra Cristiani e Saraceni, il poemetto sembra volere far dimenticare
il modello canterino e richiamare invece le lasse delle chansons, rivesten-
dole di classico paludamento. Ciò lascia ugualmente un interrogativo
sul senso di questa prova. Al di là del gioco dei nomi e della trovata per
cui le sorti della guerra sono affidate all’antenato Pontius, controfigura
dell’autore, e alla sua rudimentale arma da fuoco (vv. 547-663), non pos-
siamo fare a meno di pensare ad un travestimento della narrativa epica
medievale e popolare nelle forme di un poema classico-umanistico ispi-
rato all’impresa sfortunata del ribelle.
Nelle prime pagine spicca il motivo del «volgo» superstizioso ed osceno,
e nelle ultime il disprezzo della poesia del «volgo»; tutta la discussio-
ne letteraria è rivolta contro il «volgo» dei grammatici, e la geografia
umana d’Italia, nel racconto di Suppazio, non è che uno sguardo alle
deplorevoli consuetudini diffuse del «volgo». Come già nel Caronte, i
grammatici sono tacciati di stoltezza e di follia. I loro attributi sono «de-
menza», «furore», «cecità», «delirio»; di qui anche l’invenzione di un
termine pseudo-medico, che designa una vera e propria sindrome, «laby-
rintiplexia». Con un certo compiacimento si ricorda il paragone fatto dal
Panormita fra i grammatici ed i cani rabbiosi, contro i quali è necessario
usare la formula dello scongiuro usato in Sicilia contro quelle bestie.
Alla disumanità dei grammatici fa riscontro la volgarità della letteratura
a livello popolare, declamatoria e chiassosa, che si oppone all’elegante e
moderata poesia del lirico che intrattiene piacevolmente gli accademici.
Il lirico cantore è, con ogni evidenza, contrapposto agli istrioni giunti
alla fine e a quell’altro cantore estemporaneo, che aveva usato il metro
elegiaco per cantare l’amore della sua Mariana.
Il volgo ha una determinata fisionomia storica: l’arrivo di questi istrioni
coincide con le cattive usanze venute dalla Francia, con l’antica barbarie
deplorata dalla civiltà latina, con la poesia rozza ed immatura, che ha
finito per rovinare il gusto e spingere i letterati a riparare nella casa del
nuovo maestro dell’Accademia invocando la pungente satira di Antonio.
Si definiscono in questo motivo che è, potremmo dire, il centro idea-
le di tutto il dialogo, la rinascita del buon gusto, il ritorno alla poesia
classica come ritorno alla compostezza, alla sostenutezza espressiva, alla
maturità letteraria. La menzione di Orazio, maestro di arte poetica e di

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NOTA INTRODUTTIVA

comportamento ne è un segno. In effetti la rappresentazione dell’Acca-


demia, quale appare nell’Antonius, nasce dalla coscienza aristocratica di
realizzare la vita letteraria e culturale lì dove ormai solo può realizzarsi,
non più nelle strade, all’aperto, nel vivo contatto con gli uomini, come
era avvenuto nell’ideale stagione inaugurata da Antonio Panormita, ma
nel privato ritiro dove si raccolgono i migliori. Se pensiamo a certi dialo-
ghi cinquecenteschi, in cui acquisti importanza la cornice, come quello
del Castiglione, avvertiremo il medesimo senso di distacco, la medesima
malinconia nel richiamare in vita un passato divenuto ormai punto di
riferimento ideale. Nell’Antonins ritroviamo, per così dire, la genesi di
questo atteggiamento spirituale, perché vi cogliamo il momento in cui
nel fervore di rinnovamento culturale l’Umanesimo avverte ed accetta
coscientemente la sua funzione aristocratica.
Ma, fra l’ideale rievocazione di Antonio, con le sue parole, i suoi pensie-
ri, le sue garbate e spiritose abitudini, e l’invettiva contro l’attuale dis-
solvimento dei buoni costumi, possiamo riconoscere un nucleo di vera
rappresentazione nella parte del dialogo dedicata ad uno strano perso-
naggio, Suppazio, ed al colorito racconto della vita privata di Pontano.
Le figure degli accademici non hanno vita drammatica: in loro la sapien-
za si fa dottrina; è affidata loro la impegnata discussione sulle questioni
letterarie, il commento e l’illustrazione delle scenette e delle figure esem-
plificative che via via vengono introdotte, il ricordo della grande figura
del maestro. Gli altri personaggi hanno una vita breve, servono piuttosto
come spunto per ricollegarsi ad un aneddoto riguardante il Panormita,
per formulare un giudizio sui temperamenti e i costumi degli uomini.
Suppazio, che giunge a metà del dialogo e racconta il suo avventuroso
viaggio, pur attraverso un monologo lunghissimo realizza un vero e pro-
prio «personaggio».
Così la scena del litigio in casa Pontano, anche se raccontata dal figlio
Lucio, ha una sua motivazione drammatica: la figura del poeta, oltre
quella di sua moglie, viene delineata come quella di un «personaggio»; a
parte il fatto che lo stesso Lucio, che racconta, riceve il suo ritocco sceni-
co. Dobbiamo pensare alla struttura della rappresentazione medioevale,
per intendere nei giusti termini questi tentativi drammatici di Pontano:
in essa, infatti, il racconto aveva una parte importante e costituiva un
modo comune di poter rappresentare ciò che il tempo ed il luogo non
permettevano di fare. Ma il Pontano proprio in questa parte del dialogo

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ANTONIO

ha cercato, se pur attraverso risorse esterne e strutturali, una certa unità


di racconto drammatico: Suppazio è venuto a cercare il Pontano, ma lo
ha trovato in lite con la moglie, gelosa, che tra l’altro lo ha preso per un
ruffiano e lo mette alla porta. Suppazio torna fra gli amici e tutti si fanno
raccontare da Lucio cosa avvenga in casa. Quando la lite si è spenta, tutti
si rifugiano in casa del poeta, per sfuggire al chiasso degli istrioni.
La figura di Suppazio è espressamente collegata col motivo fondamenta-
le della «sapienza», che circola per tutto il dialogo: «video ne ego anto-
nianum sapientem [...] antonianum sapientem de sapientia disserentem
placide audiatis» (§ 55), dice il Poderico al termine del lungo discorso nel
quale il Compatre conclude l’illustrazione della polemica culturale con-
dotta dal Panormita. Fra la rievocazione del Panormita, come sapiente
socratico, e la figura «comica» che ora dovrebbe rappresentarlo si crea
un contrasto ironico, anche se Suppazio non manca di quella cultura
letteraria che poteva prevedersi nella entusiastica presentazione fatta da
Poderico: egli fa riferimento a Cicerone e a Quintiliano, usa riferimenti
biblici e conosce benissimo gli argomenti contro i grammatici. Ma nel
suo facile linguaggio di fanfarone tutto ciò acquista un sapore di scher-
zo. La sua ricerca del sapiente è in lui il capovolgimento della quête della
mitologia medievale, una ricerca senza fine e infruttuosa, dato il mondo
di sciocchi, di villani, di mascalzoni, di sporcaccioni che incontra. La
polemica antifratesca diventa, sulla bocca di Suppazio, un piccante rac-
conto sull’abuso che fanno i frati delle donne dei pescatori, mentre que-
sti ultimi vanno in mare per poi portare proprio ai frati il pesce migliore
che pescano.
Ma la sapienza è recuperata dal nuovo maestro dell’Accademia che rac-
coglie il dotto circolo degli amici che lo attendevano e si davano pensiero
per lui, come avverrà, appunto, alla conclusione dell’Asinus. Il personag-
gio Pontano è il nuovo Antonio, il più sfortunato «Antonio» dei nuovi
tempi. L’evocazione della figura di Antonio si conclude, come ogni bio-
grafia ideale, con l’accenno al modo con cui fu affrontata da lui la morte.
Gioviano di fronte alle recriminazioni ed alle batoste della moglie ride
anche lui, ed anche lui si diverte a ripetere superstiziosi scongiuri, un
carmen evomium capace di far vomitare la bile e di mitigare la rabbia.
Il più piccolo «Gioviano» che s’incontra in queste pagine dei dialoghi
è il frutto di quella propensione all’autoironia, che è anch’essa segno
di equilibrio, di sapiente misura e di civile «urbanità». Anzi Pontano

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NOTA INTRODUTTIVA

ha tentato di sviluppare questo motivo dell’autoironia nella scherzosa


rappresentazione di tutta l’Accademia attraverso l’epica narrazione finale
messa in bocca al poeta personatus e introdotta dall’aborrito «istrione».
Infatti, se nella trama del dialogo la parte metrica conclusiva costituisce
l’esempio delle cattive usanze letterarie introdotte ultimamente nella cit-
tà, in pratica il nostro poeta si diletta in questo genere di composizioni
e, seguendo anche un costume proprio dei circoli letterari, assegna ai
personaggi dell’epico racconto il nome dei suoi amici.

NOTA AL TESTO
Sui testimoni che hanno tramandato l’Antonius e sulle sue edizioni mo-
derne si veda la nota testuale al Charon col quale l’Antonius è stato pub-
blicato nel 1491 presso l’editore Moravo. Per il testo terremo presente
l’edizione a cura di F. TATEO, 2015, alla cui Nota al testo rimandiamo per
i dettagli, riprendendo e ribadendo alcune osservazioni più rilevanti per
quel che riguarda il dettato del Pontano e le lezioni discutibili.
Fra le sviste o improprietà di Mo, già corrette dalle cinquecentine e quin-
di da Previtera, hanno un posto particolare exciperet per exciperent, 5;
propie per propriae, 15, e habuisset per habuisse, 41, che non sono necessa-
riamente degli errori. Non si è ripristinata la forma corretta in una serie
di improprietà, che possono risalire all’autore perché ricorrenti. Ma la
tradizione dipendente dalla princeps ha conservato, oltre una frequente
svista quale frustra per frusta, 36, volutamente non corretta da Previtera,
classicariorum per classiariorum, 39. In base alla princeps si è conservato
l’anomalo ut qui, 18, in una citazione, e l’uso prevalente dell’enclitica -ne
staccata dal corpo della parola.
Non è sembrato opportuno uniformare l’ortografia di Mo all’uso classi-
co quando il trattato De aspiratione documenta un’opinione che la con-
valida o l’uso è costante: Annibal, Ispania, Ispani, Ispanus, herebus per
erebus, huber, hudus, istri. Viceversa si è normalizzato l’unico innitus di
Mo (Sert., 168), contraddetto nel De asp., c. 21r (hinnitus). Non si sono
eliminate, ricorrendo all’uso classico o più consueto, singolarità grafiche
che ricorrono nella latinità recenziore e nello stesso Pontano consuete,
come il dittongo improprio (laenissimi, laenito per lenissimi, lenito, 11,
69; coepit, coepisse per cepit, cepisse, 49; haerba, laenones, 58; quaercus,
quaernus, 70; loeto per leto, Sert. 197), e l’omissione del dittongo (levus

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ANTONIO

per laevus, Sert. 67, 695), oppure un’oscillazione diffusa (belua-bellua,


laetitia-laeticia, Salustius-Sallustius). Considerando, inoltre, l’uso ponta-
niano di non traslitterare sempre scrupolosamente le voci greche, pos-
sono risalire a lui forme come Amarillis, Chimera, Corynthum, Cyanea,
Erythrea, Esculapius, Harpyarum, hymeneus, Hyppoliti, Napeae, Pyreneus,
Poliphemus, Polignanicum (in una fi lastrocca popolare), Sybilla, sylogi-
smus, Zephiri.

R IFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Per la figura del Panormita si veda anzitutto G. R ESTA, Beccadelli Anto-
nio, in DBI, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1965, vol. VII,
pp. 400-406; sull’immagine che offre Pontano, cfr. F. TATEO, Memoria
e oblio del Panormita, 2011. Sul contesto culturale napoletano in cui si
definisce e si distingue l’Accademia pontaniana si veda, oltre S. FUR-
STENBERG-LEVI, The Accademia Pontaniana, 2016, e in particolare V.
LAURENZA, Il Panormita e il Pontano, 1907, M. FUIANO, Insegnamento e
cultura a Napoli nel Rinascimento, Napoli, Libreria scientifica editrice,
1970; C. DE FREDE, I lettori di umanità dello Studio di Napoli durante il
Rinascimento, Napoli, L’Arte tipografica, 1960, pp. 39-79; inoltre, i titoli
riguardanti la scuola di grammatica citati a proposito del Charon, e in
particolare sul confronto con la figura del Valla e la polemica con il Pa-
normita e il Facio, Valla e Napoli. Il dibattito filologico in età umanistica,
Atti del Convegno internazionale, a cura di Marco Santoro, Pisa-Roma,
Istituti editoriali e poligrafici internazionali, 2007. Il Panormita, assunto
come interlocutore nel De voluptate del Valla, aveva in giovinezza pub-
blicato un libro di epigrammi salaci, l’Hermafroditus, di cui Pontano
aveva seguito l’esempio nella raccolta del giovanile Pruritus (1450-1451),
recuperando in seguito i carmi meno licenziosi. Lo scandalo che ne era
seguito provocò una polemica nella quale l’autore si difese con la scusa
maliziosa che anche i grandi scrittori gravi del passato avevano avuto
esperienze trasgressive del genere, e che soprattutto i predicatori ricor-
ressero per fini morali a esempi tutt’altro che casti: cfr. lo scambio di
epistole con Poggio in F. TATEO, La «Letteratura umanistica», 19892, pp.
208-211. I luoghi del De sermone nei quali viene ricordato sono: I XVIII
3; III XVII 2; XVII 8; V II 15; VI I 2; per il suo libro di aneddoti si veda
De dictis et factis Alfonsi regis Aragonum libri IV, Basilea, 1538, e per la

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NOTA INTRODUTTIVA

celebrazione del trionfo di Alfonso: G. DISTASO, Scenografia Epica, Bari,


Adriatica, 1999, pp. 11-35, 37-47. Sulla controversia fra Cicerone e Quin-
tiliano cfr. J. MONFASANI, Episodes of Anti-Quintilianism, 1992. Per il Ci-
ceronianismo, l’atteggiamento verso i graecissantes, la critica letteraria e
filologica, e il concetto di exuperantia già presente in questo dialogo, cfr.
qui l’Introduzione generale, 4 e 5, e la Nota introduttiva all’Actius. Alle
scelte linguistiche si riferiscono le pp. 53-57 di F. TATEO, La nuova fron-
tiera, 2006. Sul Sertorius, di cui si veda la prima traduzione in metrica
barbara di AMICI, 1949, cfr. la diversa denominazione e interpretazione
del poemetto di L. MONTI SABIA, Il Bellum sertoriacum, (1997); PLUTAR-
CO, Vita di Sertorio, 11, dove in realtà il generale romano fa credere che
la sua cerva abbia una provenienza divina, e M. PADE, The Reception
of Plutarch’s Lives in Fifteenth-Century Italy, University of Copenhagen,
Museum Tusculanum Press, 2007, 1, p. 148, per la fortuna del biogra-
fo greco nel Quattrocento latino. Accenni all’atteggiamento critico di
Pontano nei confronti della Roma attuale, agli umori antiromani degli
Aragonesi e alla simpatia verso la Spagna che aveva dato a Roma i più
venerati fra gli imperatori e che attraverso Alfonso il Magnanimo aspi-
rava all’egemonia imperiale si possono leggere in F. TATEO, “Roma antica
ruina”, 2009, pp. 125-131.

FRANCESCO TATEO

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IOANNIS IOVIANI PONTANI
DIALOGUS QUI ANTONIUS INSCRIBITUR

I
HOSPES SICULUS, COMPATER NEAPOLITANUS.

1. HOSPES. Quaenam, quaeso, bone civis, antoniana est Porticus?


COMPATER. Antonium ne, hospes, requiris, an eam quae ab illo Porti-
cus Antoniana dicitur?
HOSPES. Et Porticum ipsam nosse et Antonium videre cupio; audio
enim pomeridianis horis illic conventum haberi litteratorum hominum;
ipsum autem Antonium, quanquam multa dicit, plura tamen sciscitari
quam docere solitum, nec tam probare quae dicantur quam socratico
quodam more irridere disserentes; auditores vero ipsos magis voluptatis
cuiusdam eorum quae a se dicantur plenos domum dimettere quam cer-
tos rerum earum quae in quaestione versentur.
COMPATER. Haec illa est Porticus, sane dignus tali conventu locus,
in qua desiderare nunc quidem Antonium possumus, videre amplius
non possumus. Etenim solitudo ipsa meusque hic ornatus plane tibi
declarare possunt amisisse nos Antonium; neque enim unquam dicam
mortuum quem putem vivere, quod et ipsum paucos ante quam dece-
deret dies acerrime disserentem audivimus, neque eius me mors angit,
quae vita est bonis, sed quod iucundissima eius consuetudine sapien-
tissimisque colloquiis est carendum. Quid enim erat laetis in rebus
Antonio iucundius? Quid rursus in turbatis atque asperis gratius? In-

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GIOVANNI GIOVIANO PONTANO
DIALOGO

ANTONIO

I
FORESTIERO1 SICILIANO, COMPATRE2 NAPOLETANO.

1. FORESTIERO. Per cortesia, caro cittadino, dov’è l’Accademia anto-


niana?3
COMPATRE. Stai cercando, forestiero, Antonio, o l’Accademia che da
lui ha preso il nome di «antoniana»?4
FORESTIERO. È l’Accademia che desidero conoscere, ma anche incon-
trare Antonio, perché sento dire che nelle ore pomeridiane vi si raduna-
no certi letterati, e che Antonio in persona, pur trattando molti argomen-
ti, interroga di solito più che insegnare, e non tanto dà il suo giudizio in
merito a ciò di cui si discute, quanto, secondo il metodo socratico, usa
l’ironia nella discussione;5 e alla fine fa andare a casa gli ascoltatori più
deliziati dalle sue parole, che informati sulle varie questioni.
COMPATRE. Proprio questa è l’Accademia, luogo veramente degno di
un tale raduno, dove possiamo avvertire, ora, la mancanza di Antonio,
ma non ci è più possibile vederlo di persona.6 Il deserto che vedi e il
vestiario che indosso possono farti chiaramente dedurre che, Antonio,
non lo abbiamo più; non potrei dire mai, infatti, che sia morto chi credo
ancora vivo, perché l’ho udito discutere con grande foga pochi giorni
prima che se ne andasse; né sono afflitto per la sua morte, che per gli
uomini onesti equivale alla vita, ma per il fatto di dover rinunciare al
grande piacere di stare con lui e di scambiare le idee ad altissimo livello.
Che c’era, infatti, di più piacevole della sua presenza nelle liete circo-
stanze? Che c’era di più gradito, viceversa, nei momenti di agitazione e

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ANTONIUS, I

credibilis quaedam in eius oratione vis inerat res humanas contemnen-


di ferendique fortuitos casus aequo animo, quippe cum omnia referret
ad Deum diceretque latere nos et bonorum et malorum causas. Plera-
que autem videri quae non essent mala, ut quae obiecta nobis essent a
Deo, quo humana in iis constantia fortitudoque enitesceret. Quotum
enim fortem inveniri, si quieta et secura omnia nobis forent? natos esse
homines ad comparandam virtutem, ad excolendos animos; neminem
autem sine laboribus plurimis posse hoc assequi, sed decipi opinione
nimisque demisse ac molliter nobiscum nos ipsos agere; quae fluant
aquas salubriores esse magisque probari, quae vero restagnent noxias
ac pestilentes esse. Nullum fortem agricolam cui non incalluerint ma-
nus, nec medicum bonum qui non plurimis ac maxime gravibus morbis
curandis versatus sit ipse diutius; milites ab assuetudine perpetiendo-
rum laborum exanclatisque periculis laudari; nullos denique artifices
claros evadere, praeterquam quos assiduus labor longaque exercitatio
docuisset. Optimo itaque et fortissimo cuique labores ac molestias of-
ferri a Deo eamque veluti materiam praeberi in qua sese exerceat cum
excellentia hominum coeterorum, tum imperatores ipsi, quos praeci-
pue ament et quorum virtus est prospectior, iis gravissima et pericu-
losissima quaeque demandent. Atque hanc quidem ipsam, non quae
praedam quaeritaret, maxime illustrem militiam esse. Et vero ignavi
esse, imbecilli, desidis odisse labores, fugitare molestias velleque in
ocio ac sub umbra marcescere. Sed cum Antonio optime iam actum
fuerit; ad te, hospes, potius revertar. Haec, inquam, illa est Porticus
in qua sedere solebat ille senum omnium festivissimus. Conveniebant
autem docti viri nobilesque item homines sane multi. Ipse, quod in
proximo habitaret, primus hic conspici, interim dum Senatus, ut ipse
usurpabat, cogeretur, aut iocans cum praetereuntibus aut secum ali-
quid succinens, quo animum oblectaret; ut nuper, paucos antequam
morbo aggravaretur dies, recitare eum memini, cum ego adessem una
et Herricus iste Pudericus, quem hic vides. Est autem carmen, quo
uti oppidatim dicebat Apulos, ad sanandum rabidae canis morsum;
insomnes enim novies sabbato lustrare oppidum, Vithum nescio quem
e divorum numero implorantes; idque tribus sabbatis noctu cum pere-
gissent, tolli rabiem omnem venenumque extingui. Quod carmen quia
memoria teneo, referam illud, si placet.

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ANTONIO, I

difficoltà? Dalle sue parole emergevano con incredibile forza il disprez-


zo delle cose umane e la sopportazione serena dei casi della fortuna,7
poiché tutto egli riferiva a Dio, e diceva che a noi sono celate le cause dei
beni e dei mali; che poi ci sembrano mali la maggior parte dei casi che
non lo sono, e Dio ce li manda per far meglio risaltare la costanza e la
fortezza umane. Infatti, quanti ce ne sarebbero di uomini forti, se la no-
stra vita fosse tutta serena e sicura? Gli uomini sono nati per consegui-
re la virtù, per perfezionare l’animo, e nessuno, senza moltissime pene,
può raggiungere questo traguardo,8 ma noi ci inganniamo seguendo le
false opinioni, e ci comportiamo con noi stessi con troppa indulgenza
e leggerezza: le acque correnti sono più salubri e gradevoli, quelle che
ristagnano sono nocive e pestilenti. Non v’è alcun agricoltore forte, cui
non si siano incallite le mani: e nessun medico bravo, che non abbia
lungamente praticato la cura di moltissime e gravissime malattie. Il me-
rito dei soldati sta nell’abitudine che hanno di sopportar le fatiche e di
superare i pericoli: nessuno, infine, eccelle nell’arte, senza che l’assiduo
lavoro e il lungo esercizio lo abbiano reso esperto. Agli uomini migliori
e più forti Iddio concede noie e travagli, quasi come una materia su cui
esercitarsi e superare gli altri, ché gli stessi generali affidano le imprese
più importanti e pericolose a quelli che più amano, e il cui valore è più in
vista. Sì, è questa la milizia più illustre, non quella che cerca il bottino.
E invero è proprio dell’ignavo, del debole, del pigro detestare la fatica,
evitare le noie e lasciarsi marcire nell’ozio e nell’ombra. Ma di Antonio si
è già parlato come meglio non si poteva; ritornerò piuttosto a te, forestie-
ro. Questa, ripeto, è quell’Accademia in cui egli, il più allegro fra tutti gli
anziani, soleva intrattenersi. Vi convenivano, poi, ed erano molti, lettera-
ti e nobili. Egli, abitando vicino, era il primo a farsi vedere qui, frattanto
che il senato, così lo chiamava, si riuniva, e scherzava con i passanti, o
canticchiava fra sé, per rinfrancarsi, come, non molto tempo fa, pochi
giorni prima che la sua malattia si aggravasse, ricordo di averlo udito
recitare qualcosa, presenti io ed Enrico Poderico, quello che sta qui. Si
tratta di uno scongiuro che, diceva, recitavano i Pugliesi percorrendo le
loro città, al fine di sanare il morso della cagna rabbiosa: senza dormire,
infatti, percorrevano nel giorno di sabato nove volte la città, implorando
non so quale san Vito; e, dopo aver fatto ciò per tre sabati di notte, la
rabbia se ne andava tutta e il veleno si estingueva. E poiché so a memoria
quello scongiuro, te lo ridirò, se vuoi.

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ANTONIUS, I

2. HOSPES. Atqui pergratum feceris.


COMPATER. Alme Vithe pellicane,
Oram qui tenes Apulam
Litusque polignanicum,
Qui morsus rabidos levas
Irasque canum mitigas,
Tu, sancte, rabiem asperam
Rictusque canis luridos,
Tu saevam prohibe luem.
I procul hinc, rabies, procul hinc furor omnis abesto.
HOSPES. Sane luculentum carmen et perquam facilem Apulis ipsis
deum!
COMPATER. Felicissimos omnium eos mortalium dictitare solebat An-
tonius.
HOSPES. Qui regionem incolerent tam intemperatam?
COMPATER. Etenim coeteros quidem homines, cum nulli non stulti
essent, vix stultitiae suae ullam satis honestam afferre causam posse,
Apulos vero solos paratissimam habere insaniae excusandae rationem:
araneum illum scilicet, quam tarantulam nominant, e cuius ammorsu
insaniant homines; idque esse quam felicissimum, quod, ubi quis vellet,
insaniae quem suae fructum cuperet, etiam honeste caperet. Esse autem
multiplicis veneni araneos atque in iis etiam qui ad libidinem commo-
verent, eosque concubitarios vocari; ab hoc araneo ammorderi quam
saepissime solere mulieres licereque tum illas fasque esse libere atque
impune viros petere, quod id venenum alia extingui ratione nequeat,
ut quod aliis flagitium mulieribus, id Apulis remedium esset. An non
summa haec tibi quaedam felicitas videatur?
HOSPES. Per Priapum, summa!
COMPATER. Parce, hospes, oscenis, obsecro.
HOSPES. Atqui putabam mihi in osca regione uti oscenis licere, cum
populariter audiam iurari per deorum ventres perque iecinora atque per
eam partem cuius ipsos etiam Cynicos perpuderet.
3. COMPATER. An ignoras pessimum morum auctorem populum esse?
quid enim habet quod maximo etiam iure non improbes? atque hanc

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ANTONIO, I

2. FORESTIERO. Anzi mi farai un grandissimo piacere.


COMPATRE. O san Vito pellicano9
della Puglia protettore
e della riva di Polignano,
che dei morsi riduci il furore
e la rabbia canina blandisci,
santo, tu i furori insani,
le luride fauci dei cani
la peste crudele impedisci.
Rabbia di qui va via – ogni furor di qui lontan si stia.
FORESTIERO. È davvero bello, e la divinità è molto indulgente verso i
Pugliesi.
COMPATRE. Antonio andava dicendo che essi fossero i più fortunati
del mondo.
FORESTIERO. Loro, abitando una regione con un clima così poco
mite?10
COMPATRE. Sì,11 perché gli altri uomini, pur non essendocene alcuno
che non sia stolto,12 non possono addurre una ragione abbastanza deco-
rosa per giustificare la loro stoltezza; mentre soltanto i Pugliesi hanno a
portata di mano un motivo per giustificarla: quel ragno chiamato taran-
tola,13 per il cui morso gli uomini diventano folli; grandissima fortuna,
questa, giacché uno, volendolo,14 potrebbe raggiungere anche senza al-
cun divieto il frutto agognato della propria follia. Vi sono, infatti, vari ra-
gni velenosi, e alcuni anche capaci di eccitare la libidine, che si chiamano
«concubinari».15 Da questo ragno molto spesso avviene che siano mor-
sicate le donne; ed allora, non essendo possibile estinguere quel veleno
in altro modo, è consentito loro unirsi, liberamente e impunemente, ai
maschi, di modo che, ciò che per le altre sarebbe una disonestà, per le
donne pugliesi costituisce un rimedio. Non ti parrebbe immensa questa
fortuna?
FORESTIERO. Minchia,16 immensa davvero!
COMPATRE. Ti prego, forestiero, risparmiaci le oscenità.
forestiero. Eppure credevo che nella regione degli Osci fosse lecito
dire oscenità,17 poiché sento il popolo giurare sul ventre, sul fegato degli
dei, e su quell’organo che farebbe provar vergogna anche ai cinici.18
3. COMPATRE. Non sai che il popolo è il peggior creatore di usanze?
Quale usanza ha, infatti, che non si possa biasimare con assoluta ragione?

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ANTONIUS, II

quidem iurandi impuritatem mare attulit, utinamque hoc solum a Ca-


talanis didicisset noster populus! Sicam ab iis accepimus, nec est quod
Neapoli quam hominis vita minoris vendatur; quod nisi vester Blancas,
Esculapius alter, curator accessisset, maiorem civium partem excisis au-
ribus, labiis, aut naso mutilo videres. Scortari quoque sine pudore didici-
mus atque in propatulo habere pudicitiam. Iuventus nostra lustris dedita,
quod locandis noctibus a meretricula quaeritur, ipsa die ligurit; ideoque
innocentissimus olim populus, dum a Catalonia reliquaque Ispania com-
portandis gaudet mercibus, dum gentis eius mores ammiratur ac probat,
factus est inquinatissimus. Sed, quando accusari haec possunt magis
quam corrigi nec satis est tutum, dicere de populi moribus desinamus.
Quod autem ad iusiurandum attinet, Scythas maxime laudare solebat
Antonius, quibus non per deorum capita aut corda, ut his ipsis Ispanis,
non per corpora, ut nostris, sed per convictum iurare mos esset; at Po-
enos maxime irridere, qui per triplex iurarent uxoris repudium, quippe
quam ubi ter quis repudiasset, revocare amplius in domum fas non esset.
Sed qui praeterit percunctandus est, ut Antonium iam agamus.

II
COMPATER NEAPOLITANUS, PEREGRINUS, HOSPES SICULUS COLLOCUTORES.

4. COMPATER. Heus, viator.


PEREGRINUS. Sessores, salvete.
COMPATER. Tu, ut video, de sole aestuas.
PEREGRINUS. At vos, ut sentio, de umbra frigetis.
COMPATER. Hic homo sitit, ni fallor.
PEREGRINUS. Hi madescunt, quod satis scio.
COMPATER. Heus, hospes, dic, quaeso.
PEREGRINUS. Heus, cives, tacete, obsecro.
COMPATER. At nos scire ex te quaedam volumus.
PEREGRINUS. At ego sciscitari pauca.
COMPATER. Sciscitator; vacat, atque etiam, si placet, sedeto.

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ANTONIO, II

Anche questa sconcezza di fare giuramenti è stata importata dal mare;


e magari soltanto questo il nostro popolo avesse imparato dai Catalani!
Da costoro abbiamo importato il pugnale, e non v’è cosa, a Napoli, che
costi meno della vita di un uomo. Che se non fosse venuto come medico
il vostro Blanca, Esculapio secondo,19 vedresti la maggior parte dei citta-
dini con le orecchie o le labbra sfregiate, o col naso mozzo. Abbiamo ap-
preso anche a frequentar le sgualdrine, senza ritegno, e a tenere scoperte
in pubblico le vergogne. La nostra gioventù dedita ai bordelli assapora
perfino di giorno quel che si chiede a una sgualdrina per trascorrere
una notte a pagamento. E così un popolo, che un tempo aveva spec-
chiati costumi, contento d’importar merci dalla Catalogna e dal resto
della Spagna,20 a forza di ammirare ed accettare gli usi di quella gente, è
diventato corrottissimo.21 Ma poiché queste usanze possono biasimarsi
piuttosto che correggersi, ed è un po’ rischioso, finiamola di parlare dei
costumi del popolo. Quanto al giuramento, poi, Antonio soleva lodare
moltissimo gli Sciti, perché era loro costume giurare non sul capo o sul
cuore degli dei, come questi spagnoli, non sul corpo, come i nostri, ma
sulla comunione di vita.22 Viceversa, derideva moltissimo i Cartaginesi
che giuravano sul ripudio della moglie fatto per tre volte, non essendo
più lecito riaccogliere in casa colei che era stata ripudiata tre volte.23 Ma,
per far come faceva Antonio, bisogna interrogare quel passante.

II
COMPATRE NAPOLETANO, VIANDANTE, FORESTIERO SICILIANO.

4. COMPATRE. Ehi! Tu che vai girando!


VIANDANTE. Buon giorno a voi, che ve ne state seduti.24
COMPATRE. Tu, a quanto mi pare, bruci dal sole.
VIANDANTE. E voi, come penso, state freschi all’ombra.25
COMPATRE. Quest’uomo, se non mi sbaglio, ha bisogno di bere.
VIANDANTE. Costoro hanno bevuto assai,26 lo so con certezza.
COMPATRE. Ehi, forestiero, di’ qualcosa, per favore.
VIANDANTE. Ehi, cittadini, state zitti, vi scongiuro.
COMPATRE. Ma noi vogliamo da te qualche informazione.
VIANDANTE. Ed io farvi poche domande.
COMPATRE. Domanda pure, siamo liberi; e siedi anche, se vuoi.

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ANTONIUS, II

PEREGRINUS. Ad Regem propero; ad regiam utra ducit via?


COMPATER. Utraque; sed quaenam salutandi Regis causa? hoc enim
ipsum scire cupimus, itaque vicem redde.
PEREGRINUS. Nimis quam timeo nostrae reipublicae, ne paucis post
annis occisione occidant populi.
COMPATER. Ab gladione, an a pestilentia, an a diluvione timendum
est nobis? Equidem et te siderum progressiones observasse reor, quando
astrologorum est has clades praedicere.
PEREGRINUS. Certiora affero: maxima in singulis non modo oppidis,
sed pene domibus vis est gallorum septennium; eos satis compertum est
anno septimo parere enascique basiliscos serpentes, quorum obtutu ho-
mines infecti pereant. Quod nisi a rege probe prospectum fuerit, actum
est de regni neapolitani populis; opus autem esse ut singulis in oppidis
singuli deligantur cauti et solertes viri, qui haec mala gallorum caede
procurent videantque ne quid respublica detrimenti capiat. Ego hac de
causa atque ut reipublicae prosim meae, ad Regem eo, vos valete.
5. COMPATER. Abi, bone civis deque patria benemerite. Dii boni,
quam multiplex est hominum stultitia! quam inanes cogitationes! quid
vanitatis in vita! quanta inanissimarum etiam rerum solicitudo! An est,
hospes, quod irridere hoc homine magis possis? si ridenda quam mise-
randa potius stultitia est nostra.
HOSPES. Quid, obsecro, ad haec Antonius?
COMPATER. Fabellam hic aliquam subtexuisset, qua declarare amplius
posset hominum levitatem. Calletiam olim mulierculam victum quae-
ritasse Caietae; hanc coetera vitae munera obiisse satis laboriose atque
industrie; cum autem Alfonsus rex Caietae diversaretur aliquando, vi-
deretque Calletia tum viros tum matronas, omnes denique id agere, quo
maxime modo regem honorificentissime exciperet, eam, pannis supra
pudenda convolutis, proficiscentem ad rem divinam regem et praece-
dere in pompa nudato femore et recedentem in regiam eodem habitu
reducere solitam, nullisque abduci potuisse rationibus, quin hoc honoris

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ANTONIO, II

VIANDANTE. Io vado di fretta dal re; qual è la via della reggia fra queste
due?
COMPATRE. Tutte e due. Ma qual motivo hai per andar a salutare il re?
proprio questo vogliamo sapere; ti chiedo, dunque, di contraccambiare
il favore.27
VIANDANTE. Ho grande timore che la gente di questo Stato, fra pochi
anni, sia massacrata da un massacro.28
COMPATRE. Dobbiamo guardarci dalle armi, dalla pestilenza o dal di-
luvio? certamente anche tu hai – così penso – osservato il cammino delle
stelle; giacché sono gli astrologi a predire disastri del genere.
VIANDANTE. Ora v’informo. Non solo in ogni città, ma quasi in tutte
le case, v’è una gran quantità di galli di sette anni:29 è ben noto che essi,
nel settimo anno, partoriscono, nascono serpenti basilischi, e gli uomini
periscono intossicati dal loro sguardo. Che se il re non starà attento, per
le popolazioni del regno di Napoli è la fine;30 è necessario che in ogni
città si scelgano uomini accorti e solerti che provvedano a questi mali uc-
cidendo i galli, e vedano di non far soffrire danni alla collettività. Io vado
a trovare il re per questo motivo, e per essere utile al mio paese. Vi saluto.
5. COMPATRE. Va, caro cittadino, la patria ti benedica per i tuoi meriti.
Mio Dio! Com’è varia la stoltezza degli uomini! Che pensieri vacui, e
quanta vanità nella vita! Quanta ansia anche per le cose più insignifican-
ti! C’è al mondo, forestiero, un oggetto maggiore di derisione che non
sia un uomo come questo? se la nostra stoltezza non andasse piuttosto
commiserata che derisa.
FORESTIERO. E Antonio, dimmi per cortesia, come avrebbe reagito di
fronte a cose di questo genere?
COMPATRE. Avrebbe introdotto una storiella, per meglio manifestare
la fatuità umana: c’era una volta a Gaeta una donnetta, Callezia, che per
mangiare chiedeva l’elemosina; veniva poi incontro alle altre necessità
della vita dandosi da fare con fatica e intraprendenza; soggiornando il re
Alfonso, di quando in quando, in quella città, e vedendo Callezia che sia
i signori che le signore, tutti insomma, gli facevano onore, in modo da ri-
cevere il re con il massimo onore possibile,31 lei camminava abitualmente
avanti al re, quando si recava ai riti sacri, in gran pompa con le cosce di
fuori e le vesti ravvolte fin sopra le parti intime, e lo riaccompagnava
poi alla reggia alla stessa maniera, quando ritornava, e non poté esser
distolta per nessuna ragione dal rendere questa specie di onore (così lo

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ANTONIUS, II

genere – sic enim dicebat – regem prosequeretur. Quocirca explicandis


fabellis Antonius vel improbare quippiam solebat vel laudare.
HOSPES. Bellissimum hominem! Sed praeconem hunc audiamus, qui
tantam sibi facit in populo audientiam: regium videlicet edictum. Nun-
quam vidi turgidiores buccas: puto ego hominem fermento vesci. Quos
clamores, dii boni!
6. PRAECO. Licere fasque esse Iovianum Pontanum, qui habitat in pro-
ximo, tuto egredi domo, habuisse tuto per urbem incedere, tuto etiam
de rebus latinis latinum hominem disserere; istos vero graecissantis ho-
mines atque Italograecos nihil ei maledicere, nihil incessere; non oculis,
non barba, non superciliis, non denique ulla graeca arte illudere. Hoc
regem ipsum edicere. Si quis secus fecerit, barbam ei evellere impune
licere, pilleum auferre, crepidulas eripere. Quod edictum sanctum esse
omnes sciunto idque tuba hac testor.
HOSPES. Quid, obsecro, Ioviano huic Graeci ne tam sunt infesti?
COMPATER. Quin ipse Graecorum est studiosissimus eorumque vene-
ratur disciplinas ac suspicit ingenia, nec est quod Graecos timeat. Esse
autem nostratis quosdam adolescentes eosque nuper e Graecia rediisse,
qui cum nec graece sciant nec latine, esse tamen gloriosissimos; quibus
si barbam pilleolumque ademeris, nihil omnino graecum habeant. Eos,
ait, et graecae et latinae orationis inculcatores esse; ubi cum Graecis fue-
rint, mussitare, cum Latinis autem mirum esse quam graece omnia; hinc
illos irasci et pene furere, horum timeri audaciam cervicesque insolen-
tissimas.
HOSPES. Quid? ipse didicit ne graecas litteras?
COMPATER. Eas adolescens attigit, sed in Italia; nam in Graecia magis
nunc turcaicum discas quam Graecum; quicquid enim doctorum habent
graecae disciplinae in Italia nobiscum victitat.
7. HOSPES. Satis haec novi; sed observemus pilleatulum hunc.
COMPATER. Recte mones.
HOSPES. Quidnam is succinit? at vide quam sibi placet, atque utinam
praeteriens salutaret!

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ANTONIO, II

chiamava) al sovrano. In tal modo Antonio, raccontando storielle, era


solito far vedere quel che andava o non andava bene.
FORESTIERO. Persona davvero deliziosa! Ma ascoltiamo questo ban-
ditore che attira tanta gente: un editto del re, evidentemente. Non ho
mai visto guance più gonfie: credo che quest’uomo si cibi di lievito. Dio
santo, che chiasso!
6. BANDITORE. Si dà il permesso a Giovanni Gioviano Pontano, che
abita in questi paraggi, di essere al sicuro quando esce di casa, cammina-
re al sicuro per la città, discutere con la stessa sicurezza, essendo latino,
di argomenti che riguardano la latinità, ed è proibito assolutamente a
quelli che scimmiottano i greci32 o sono italo-greci parlar male di lui,
provocarlo sia con gli occhi, sia con la barba, sia con le sopracciglia e,
infine, prenderlo in giro con qualsiasi arte greca. È il re in persona che
lo comanda. Se qualcuno farà diversamente, gli si può strappare la barba
senza rischiare alcuna pena, togliergli il cappello, sottrargli le pianelle.
Questo editto, devono tutti sapere che È stato ratificato, ed io con questo
suono di tromba lo attesto.
FORESTIERO. Come? Di grazia, non è possibile che i Greci siano così
ostili verso questo Gioviano!
COMPATRE. Anzi lui, ai Greci, è affezionato moltissimo, ne venera le
scienze, e ne ammira l’indole, e nemmeno li teme; ma ci sono alcuni
giovincelli del nostro paese,33 poc’anzi ritornati dalla Grecia, i quali, pur
nulla sapendo di greco e di latino, sono assai presuntuosi; che se togli
loro la barba o il berrettino, di greco non resta più nulla. Costoro, come
dice lui, calpestano la parlata greca e latina; quando stanno con i Greci,
farfugliano appena; con i Latini, invece, è sorprendente come non par-
lino che in greco: di qui deriva che si adirano e vanno quasi su tutte le
furie, motivo per cui se ne teme l’audacia e l’insolenza.
FORESTIERO. Come? Lui ha imparato il greco?
COMPATRE. L’ha studiato un poco, da ragazzo, ma in Italia, giacché
ora, in Grecia, impareresti piuttosto il turco che non il greco. Difatti,
tutti quanti i maestri di greco abitano da noi, in Italia.
7. FORESTIERO. Questo lo so bene. Ma vediamo che dice costui col
berrettino in testa.
COMPATRE. Buono il tuo consiglio.
FORESTIERO. Che cosa mai va recitando? Vedi un po’ come si compiace
con se stesso, e magari passando salutasse!

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ANTONIUS, III

PEREGRINUS. “ἄριστον μὲν ὕδωρ”.


HOSPES. Quid sibi haec volunt verba?
COMPATER. Rem optimam ait esse aquam.
HOSPES. An hic nos accusat ut parum sobrios? ego tam insignem iniu-
riam non feram.
COMPATER. Parce, hospes, pindarica est sententia, etiam ab Aristotele
laudata.
PEREGRINUS. “ὁ δὲ χρυσὸς αἰθόμενον πῦρ ἅτε διαπρέπει νυκτὶ
μεγάνορος ἔξοχα πλούτου”.
HOSPES. An pergit maledicere?
COMPATER. Desine commoveri, aurum laudat.
HOSPES. Heus, tu, graecanice homo, quid malam in rem non te hinc
proripis? Iudaeis aurum et foeneratoribus laudato.
COMPATER. Iram ponito, abiit. Hos ventris crepitibus similes dicebat
Antonius, nares tantum offendere, coetera ventum esse, siquidem vento-
sos esse ac putidos. Sed quando suffarcinatulus iste iam abiit, nos ab an-
toniana consuetudine aut quaerendi aliquid aut dicendi ne recedamus.
Et iam dudum video Herricum hunc dicere aliquid velle; quamobrem
dicentem audiamus.

III
HERRICUS PUDERICUS, ADOLESCENS, SENEX, HOSPES.

8. HERRICUS. Ammonuere me qui nuper praeteriere adolescentuli


neapolitanae nobilitatis, quae prope iam interiit. Etenim cum considero
iuventutem nostram praeter maiorum instituta domi ac sub porticibus
desidere, eos vero qui rempublicam amministrent publicorum oblitos
morum nihil nisi suas tantum res agere atque in privatum consulere, non
possum non deplorare nostrae nobilitatis interitum. Dii boni, Ladislao
rege quae nostrorum civium domi forisque erat industria! quam honesta
de omni virtute contentio! Certamen erat, domi ne senes aequitate atque
consilio an foris iuventus fortitudine ac fide maiore rempublicam ge-
rerent. Itaque videres seniores praesidere provintiis, moderari populos,

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ANTONIO, III

VIANDANTE. «ἄριστον μὲν ὕδωρ».34


FORESTIERO. Che vogliono dire queste parole?
COMPATRE. Dice che l’acqua È la miglior cosa.
FORESTIERO. Ci accusa forse di esser poco sobri? un’offesa così palese
non la sopporterò.
COMPATRE. Scusa, forestiero, SI TRATTA DI una massima di Pindaro,
lodata anche da Aristotele.35
VIANDANTE. «ὁ δὲ χρυσὸς αἰθόμενον πῦρ ἅτε διαπρέπει νυκτὶ
μεγάνορος ἔξοχα πλούτου».36
FORESTIERO. Sta, per caso, continuando con le sue ingiurie?
COMPATRE. Non ti agitare, fa le lodi dell’oro.
FORESTIERO. Ehi, tu che fai il greco,37 perché non te ne vai subito di
qui, alla malora? Se devi lodare l’oro, fallo con i Giudei e con gli usurai.
COMPATRE. Non ti agitare più, se n’è andato. Antonio diceva che co-
storo somigliano ai rumori del ventre; urtano solo le narici, per il resto
son come il vento, perché son vani e puzzolenti. Ma dal momento che
quest’uomo costipato38 è sparito, non ci allontaniamo dalla consuetudine
di Antonio, di far domande e di trattare qualche argomento. Ed è già
un po’ che vedo Errico qui presente, che vuol dire qualcosa. E perciò
ascoltiamo quel che ha da dirci.

III
ERRICO PODERICO,39 UN GIOVANE, UN VECCHIO, IL FORESTIERO.

8. ERRICO. Questi giovanotti che or ora son passati40 hanno fatto ve-
nire in mente la nobiltà napoletana, ch’è già quasi tutta estinta. Quando
considero, infatti, che la nostra gioventù se ne sta, trascurando l’usanza
dei nostri antenati, senza far nulla a casa e sotto i portici, che i gover-
nanti, dimentichi dei doveri politici, non si occupano di altro se non dei
propri interessi, e tengono la mente rivolta solo al privato, non posso
non deplorare la rovina della nostra nobiltà. Mio Dio! Com’erano attivi i
nostri compaesani, in patria e fuori, al tempo di re Ladislao!41 che digni-
tosa contesa nel campo di ogni virtù! Si faceva a gara per chi governasse
meglio lo Stato, i più vecchi, all’interno, con l’equità e con il consiglio, o
la gioventù fuori con il coraggio e la lealtà. Avresti visto, pertanto, i più
vecchi a capo delle province e al governo delle popolazioni, i giovani nei

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ANTONIUS, III

iuvenes in maximis rebus ac periculis regi adesse, certare qui fortiorem


navare posset operam; adolescentulos mirum immodum a primis annis
meditari patrium decus equitando, iaculando, semper aliquid agendo,
quo ipsorum apparere posset industria. Nunc placet ocium atque molli-
ties: sequimur scorta, desidemus in ganeis, alea in manibus est atque fri-
tillus, turpissima quaeque habentur in pretio. Contentio est cuius uxor,
soror, filia, pluris veneat nullumque inter ignavos fortisque discrimen,
nisi quod fortitudo odio est atque contemptui; ignavissimus quisque ma-
xime carus acceptusque multitudini; iura, pietas, decus, demum omnia
venalia. Sed me ipsum compescam revertarque ad Antonium atque hunc
qui praeterit potius adolescentem percunctabor. Amabo, unde tantum
hilaritudinis tecum affers, bone adolescens?
ADOLESCENS. Meo ab antistite.
9. HERRICUS. Obsecro, nisi praeproperas, hilaritudinis tantae nobis
rationem explica.
ADOLESCENS. Laborabat ex intestini plenioris morbo meus antistes, de
cuius salute medici cum desperassent, unus Panuntius, archiater, solam
hanc salutis relictam spem docuit, si disploso intestino animam inclusam
expederet. Eum igitur, cum diem totum deos orans contrivisset nec ali-
quid exploderet, reversus Panuntius monuit uti, corporis salute despera-
ta, pro animae salute deos fatigaret. Tum ille in deos deasque conversus,
integram fere noctem in gemitu lamentationibusque exegit, dum peccato-
rum condonationem ac vitae coelestis tranquillitatem coelites ipsos orat.
Aderat familiaris ingenio non adeo superstitioso, qui antistitis questus
precesque non satis aequo ferens animo: «Ecquae nam tandem – inquit –
pater, dementia ista est, putare deos coeli tibi particulam donaturos, qui
ne levissimi quidem pediti liberales esse voluerint?» Hac urbanitate cap-
tus antistes, cum in risum solveretur, intestinum exolvit, quo de risu in
crepitum exoluto, statim morbo liberatus est. Haec laetitiae meae causa,
haec voluptas est, qui herum salvum factum tantopere gaudeam. Is igitur

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ANTONIO, III

momenti più importanti e nei pericoli al fianco del re gareggiare a chi


fosse capace di compiere l’impresa più coraggiosa. I giovinetti, sin dai
primi anni, pensavano in modo da non dirsi alla grandezza della patria,
cavalcando, scagliando dardi, facendo sempre qualche azione che potes-
se far risaltare la loro operosità. Ora vanno di moda ozio e mollezza: an-
diamo dietro alle sgualdrine, poltriamo nelle bettole, si gioca d’azzardo
e si maneggiano i dadi, e qualunque cosa, basta che sia turpe, vien tenuta
in gran conto. Lo sforzo che si fa è quello di sapere la moglie di chi, la
figlia, la sorella di chi si possa vendere a maggior prezzo; e non c’è alcuna
differenza fra ignavi e coraggiosi, se non che il coraggio è oggetto di odio
e dispregio, e il più ignavo è il più gradito ed accetto alla massa. Il diritto,
la pietà, il decoro, tutto, insomma, ha un prezzo. Ma voglio contenermi
e tornare a parlare di Antonio; interrogherò piuttosto questo giovanotto
che sta passando. Ti prego, bel giovanotto, da che proviene mai che vai
ridendo da solo?
GIOVANE. Dal mio parroco.
9. ERRICO. Ti prego, se non vai tanto in fretta, facci sapere il motivo
di tante risate.
GIOVANE. Il mio parroco aveva l’intestino gonfio,42 e spasimava; ma
mentre i medici avevano perduta ogni speranza di guarigione, solo Pa-
nunzio, il protomedico, era dell’opinione che fosse rimasta una sola
speranza di salvezza, quella di riuscire ad espellere,43 con un’esplosione
dell’intestino, l’aria che vi stava racchiusa. Intanto, avendo lui consuma-
to tutto il giorno a pregare il cielo senza che alcun rumore venisse fuori,
Panunzio, tornando, gli diede il consiglio di pregar senza sosta il cielo
per la salute dell’anima, deponendo ogni speranza per quella del corpo.
Allora lui, rivolgendosi a tutti i santi e a tutte le sante, ha trascorso la
notte, quasi completamente, in gemiti e lamenti, a pregare il cielo di con-
cedergli il perdono dei peccati e la pace della vita celeste. Era presente
un amico intimo un po’ miscredente, il quale, non sopportando i lamenti
e le preghiere del prete: «Insomma – disse – che demenza è questa qui,44
o padre, di credere che i santi siano disposti a regalarti una particella di
cielo, quando non hanno voluto esser generosi neppure d’un lievissimo
peto?» Il parroco, colpito da questa spiritosaggine, scoppiando in una
risata, sciolse l’intestino, e con questa risata risolta in un rumore si liberò
subito dal guaio. Ecco la causa della mia allegria, questo è il mio diver-
timento: gioisco che il mio padrone sia sano e salvo. Lui, intanto, dopo

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ANTONIUS, III

post aliquot dies confirmatis ac refectis viribus, cum ludere quantillum


cupiat, Frontonillam arcessit, quam intellexit non multos ante dies facere
quaestum coepisse; me, qui scortillum nossem, rogatum mittit, uti cum
laverit leveritque, ad coenam eat. Dixi quae cupiebatis; abeo, vos valete.
10. HERRICUS. O secula, o mores! fuit, fuit olim in sacerdotibus chri-
stianis continentia et castitas, dum innocentia in honore, dum paupertas
in precio fuit. Nunc, proh pudor! quae non sentina mundior sacerdotio
est? Ecce autem qui levare dolorem hunc queas; senex praeterit, octoge-
narius, cantitans, amore insaniens; e media scilicet Valentia delatum hoc
est. Audiamus si placet.
SENEX. Ne rugas, Mariana, meas neu despice canos.
De sene nam iuvenem, dia, referre potes.
HERRICUS. Bellissimum senem! Videtis quam blande salutat fenestel-
las? quam larga etiam manu rosam spargit? quid hoc sene delirius?
SENEX. Digna Iovis thalamis, o et Iove digna marito,
Quid mirum si me, candida nympha, fugis?
HERRICUS. Etiam lacrimatur.
SENEX. Delitiae, Mariana, meae, si diggeris annos,
Iuppiter hac fiet iam ratione senex.
HERRICUS. Lepidissimam argumentationem!
SENEX. Et cani flores, orientia sidera cana;
Canaque quae torquet spicula blandus amor.
HERRICUS. Canitiem sane iuvenilem! sed compellemus hominem.
Amatissime adolescens, per eum quem colis amorem perque viridem
atque florentem aetatem tuam eamque quam deperis virginem rogatus et
nos de amoribus solicitos nostris adi atque alloquere. Equidem vel ex te
uno iudicari plane potest, recte sensisse illos qui Venerem elegantiarum
deam fecere; quid enim te, qui in Veneris contubernio vivis, elegantius?
Age, amabo, quam tibi cum amoribus tuis blande? quam e sententia?
11. SENEX. Suavissime, quippe cum decreverim, quaecunque in amo-
re hoc mihi accidant, iucundam in partem accipere; irascitur, aversatur,
contemnit, fugit, ad voluptatem refero, gravissimeque obiurgandos cen-

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ANTONIO, III

pochi giorni, riacquistate bene le forze, volendo distrarsi un pochino,45 si


fa venire Frontonilla, che, come aveva appreso, da non molti giorni aveva
iniziato a fare il mestiere; ha mandato proprio me, perché la conoscevo,
a pregarla di andare, dopo di essersi lavata e strigliata.46 Ho detto quel
che desideravate: statevi bene, io me ne vado.
10. ERRICO. Che tempi, che costumi! Vi furono, vi furono un tempo
nei sacerdoti cristiani continenza e castità, finché l’innocenza è stata te-
nuta in onore e la povertà apprezzata. Ora (vergogna!) quale sentina non
è più pulita del sacerdozio? Ma ecco, tu sei uno di quelli che potreb-
bero consolare la nostra amarezza; passa un vecchio ottuagenario che
va canticchiando, folleggiando per amore. Questa usanza, ovviamente,
proviene certo dal cuore della Valenza.47 Ascoltiamolo, se vi fa piacere.
VECCHIO. Non sprezzar le mie rughe, Marianna, né i bianchi capelli,
perché tu puoi, divina, ringiovanire un vecchio.48
ERRICO. Che vecchio simpatico! Vedete con quanta grazia saluta le
finestrelle; come sparge a larga mano fiori di rosa! C’è follia maggiore
che quella di un vecchio simile?
VECCHIO. O del talamo degna di Giove, e di maritarsi con lui,
che c’è di strano se sfuggi, candida ninfa, a me?49
ERRICO. Si lamenta fino alle lacrime.
VECCHIO. Marianna, mia delizia, se gli anni ti metti a contare,
perfino Giove, anche lui, vecchio sarà per te.
ERRICO. Spiritosissima l’argomentazione!
VECCHIO. Anche i fiori son bianchi, son bianche le stelle che spuntano,
e bianche le saette che amor suadente lancia.
ERRICO. È davvero piena di giovinezza la sua canizie! Ma rivolgiamoci
a lui, direttamente. Amabilissimo giovincello, in nome di quell’amore
che adori, della tua verde e fiorente età, della ragazza che ami perduta-
mente, dacci retta, vieni anche da noi che ci angustiamo dei nostri amori,
parla con noi. Certo, a considerare solo il tuo caso appar chiaro che fu
buona l’idea di far Venere dea dell’eleganza. Quale eleganza maggiore,
infatti, della tua? tu coabiti con Venere. Ma di’, per cortesia, come te la
passi con i tuoi amori? piacevolmente, come piace a te?
11. VECCHIO. Magnificamente, avendo deciso di prendere dal verso
buono tutto quel che mi capita in questo rapporto d’amore. Lei si adira,
volge le spalle, mostra disprezzo, se ne va? È per me una gioia. E son
del parere che vadano rimproverati severamente quelli che accusano il

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ANTONIUS, III

seo qui regnum amoris accusant, bellissimi pueri, laenissimi heri, in-
dulgentissimi dei. Hic munditias, nitorem, ornatum, leporem, comptum,
ludos, iocum, carmen, elegantiam, delitias, omnem denique vitae suavi-
tatem invenit; me, qui senex sum, aetatis huius molestiarum oblitum,
non tantum non invitum, sed volentem quoque ad suavissima quaeque
secum trahit. Sequor convivia, cantus, hymeneos, choreas, pompas, fe-
stos dies, theatra. Sed iam asserenascit: illam ego ad fenestram video,
quae me immortalium vitam agere inter mortales facit. O fulgentissi-
mum iubar ac rerum specimen!
HERRICUS. O inane et lubricum caput! Ne autem delirantem hunc se-
nem, hospes, mirere, civitas nostra tota delirium est, utinamque non tam
vere urbem hanc solam liberam esse usurpasset Antonius, in qua una
cuique quod libitum esset liceret! Sed comprimenda est oratio: Euphor-
bia transit. Assurgamus mulieri atque offam hanc Cerbero obiiciamus.
Et iam praeteriit, abiit; bene habet, salva sunt omnia. Memor es, hospes,
beluae illius quam dux Poenorum Annibal vidit in somnis, silvas, agros,
villas, oppida quaque incederet cuncta vastantem? Haec illa est belua,
nequaquam tamen ut illa somnium, sed historia et vera quidem belua.
Cives quidem coeteri aut horologium aut galli cantum secuti e somno
cubilibusque excitantur, at viciniam nostram Euphorbiae clamores ne
videre quidem somnum noctibus patiuntur, quasi dies agere quietos va-
leamus. Clamat, inclamat, frendit, dentitonat, hinnifremit, rixatur, furit;
veru, pelves, patinas iaculatur, titionatur, candelabratur: novis enim vo-
cibus novus belluae huius furor exprimendus est, atque utinam exprimi
plane posset! ancillas alias delumbat fustibus, alias mutilat gladio, has
unguibus excaecat, illas pugnis exossat; quid multis opus est? pestis qui-
dem ipsa Euphorbia pestilentior non est. Ferunt Germanos olim praedi-
care solitos se a Dite patre ortos, ego vel deierare ausim tris illas furias,
herebum quoque ipsum Euphorbia prognatos esse.
12. HOSPES. Dii, talem pestem avertite! Quid, obsecro, de hac Anto-
nius?

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ANTONIO, III

regno dell’amore, di questo fanciullo graziosissimo, di questo signore


dolcissimo, dio pieno d’indulgenza: fu lui a scoprire la leggiadria, lo
splendore, l’abbellimento, la grazia, l’acconciatura, i divertimenti, il gio-
co, la poesia, l’eleganza, la gioia, infine ogni cosa soave della vita; quanto
a me poi, che son vecchio, dimentico delle noie della mia età, è lui che
mi trascina con sé non solo non contro mia voglia, ma per mia spontanea
volontà, ai più soavi diletti. Frequento i conviti, i canti, i matrimoni, i
balli, le processioni, le feste, i teatri. Ma già l’aria si rasserena:50 vedo alla
finestra colei che, tra i mortali, mi fa vivere da immortale. O fulgidissimo
raggio ed esemplare creatura!
ERRICO. O zucca vuota e fallace! Ma non ti meravigliare, forestiero,
del delirio di questo vecchio: la nostra città è tutta un delirio; e magari
non fosse così vero quel che Antonio soleva ripetere, che è libera solo
quella città, nella quale a ciascuno fosse consentito di fare ciò che gli
piace. Ma è ora di stringere questo discorso. Passa Euforbia. Leviamoci
in piedi, e gettiamo un boccone a questo Cerbero. È già passata, è an-
data via; va bene così, siamo salvi. Ti ricordi, forestiero, di quella bestia
che devastava le selve, i campi, le ville, le città e tutto quanto, dovunque
andasse, sognata da Annibale, condottiero dei Cartaginesi?51 Questa è
quella bestia, e non si tratta di un sogno, come in quel caso, ma è sto-
ria52 e la bestia è vera. Gli altri cittadini, infatti, seguendo l’orologio o il
canto del gallo, si svegliano e si levano dal letto, ma le grida di Euforbia
non permettono nemmeno che il vicinato possa appena prender sonno
la notte, come se fossimo in grado di passare tranquillamente le ore del
giorno. Grida, schiamazza, ringhia, fa rumore con i denti, emette come
dei nitriti,53 litiga, infuria: scaglia uno spiedo, scaglia vasi e piatti come
dardi, tizzoneggia,54 candelabreggia, poiché lo straordinario furore di
questa bestia ha bisogno di essere espresso con vocaboli eccezionali; e
magari potesse essere espresso appieno! E le fantesche: ad alcune spezza
le reni col bastone, ne sfregia altre con la spada, ne acceca altre con le
unghie, ad altre rompe le ossa a forza di pugni.55 Che bisogno c’è di tante
parole? La stessa peste non è più pestifera di Euforbia. Dicono che i Ger-
mani un tempo ripetevano abitualmente che essi traevano origine dal
padre Dite, io oserei persino giurare56 che le tre Furie e lo stesso Erebo
sono stati generati da Euforbia.
12. FORESTIERO. Dio, allontana da noi una peste simile. E Antonio, di
grazia, che diceva di costei?

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ANTONIUS, IV

HERRICUS. Optime consultum iri romano Pontifici, si Euphorbia haec


in summo Alpium iugo constitueretur, cuius vociferationibus momento
eodem Germaniae, Galliae, Britanniae ad concilium arcessiri possent:
orbis enim terrarum campanam Euphorbiam esse.
HOSPES. O salsum atque urbanum hominem! Sed qui nam hi sunt
quos composito admodum gradu vultuque adeo gravi concedentes ad
nos video?
HERRICUS. Iunior ille Elisius Gallutius, suavi vir ingenio, Andreas
alter Contrarius, facundus ac praestans rhetor, gravissimi uterque viri
nostroque ex ordine, quibus advenientibus de more collegii huius assur-
gendum est.

IV
ANDREAS CONTRARIUS, COMPATER, HERRICUS, ELISIUS.

13. ANDREAS. Salutem vobis multam atque opulentam dicunt Elisii


Camenae.
COMPATER. At nos et Elisium havere et Andream opulenter salvum
esse iubemus, neque enim grammaticos adeo veremur, ut opulentiam
cum salute coniungere timeamus.
ANDREAS. O minime superstitiosum hominem! Sed ut hoc facilius
condonetur a nobis tibi, tamen ne in grammaticorum iram incidas etiam
atque etiam vide.
COMPATER. An oblitus es Antonii catellorum (hoc enim verbo uteba-
tur) eos persimiles dicentis qui de ossibus deque frustillis ac miculis, si
quae forte sub mensam decidant, rixentur? Odi ego cimicum genus sto-
machorque agrestem acerbitatem ac putidas insectationes; sed, amabo,
quinam inter vos sermones erant?
ANDREAS. Hoc ipsum agebamus, aut potius indignabamur, ab rabio-
sa eorum garrulitate tuti nihil esse, sive versiculum edideris sive episto-
lam scripseris; quorum ipsorum scriptis oculum si admoris nihil iner-
tius, nihil inconcinnius, nihil oscitatius videas, quippe cum nihil supra
grammaticum habeant. Et tamen operaeprecium est videre, neglecto
aut potius abiecto Cicerone, quantam praeseferant dicendi artem atque

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ANTONIO, IV

ERRICO. Che il Pontefice Massimo avrebbe fatto bene a riflettere57 se


non fosse il caso di porre Euforbia in cima alle Alpi, in modo che, con le
sue grida, si potesse, in uno stesso momento, convocare la Gallia, la Ger-
mania, la Britannia per il concilio, perché Euforbia faceva da campana
per il mondo intero.
FORESTIERO. Oh che uomo arguto e spiritoso! Ma chi sono costoro?
li vedo venirci incontro con passo così composto e con tanta serietà nel
volto.
ERRICO. Il più giovane è Elisio Galluccio,58 che ha un carattere amabi-
le, l’altro Andrea Contrario,59 eloquente e squisito oratore, l’uno e l’altro
uomini molto austeri e del nostro rango; al loro arrivo, secondo l’uso di
questo collegio, ci si deve levare in piedi.

IV
ANDREA CONTRARIO, COMPATRE, ERRICO, ELISIO.

13. ANDREA. La poesia di Elisio vi augura vita lunga e opulenta.


COMPATRE. E noi salutiamo Elisio,60 e auguriamo ad Andrea di essere
sano e opulento, giacché non abbiamo riguardo per i grammatici sino al
punto da temere il collegamento di opulenza e salute.61
ANDREA. Che persona priva di falsi riguardi che sei!62 Ma, sebbene
questa te la si possa perdonare piuttosto facilmente,63 vedi, tuttavia, di
non imbatterti nell’ira dei grammatici.
COMPATRE. Ti sei forse dimenticato di quando Antonio diceva che essi
assomigliano assai ai cagnetti (usava proprio questa parola),64 i quali si
litigano per le ossa e per i pezzettini di cibo e le briciole che, per caso,
finiscono sotto la tavola? Io detesto quella razza di cimici, e mi stanno
sullo stomaco la rozzezza villana e la noiosa petulanza. Ma, di grazia, di
che stavate parlando?
ANDREA. Parlavamo appunto, o piuttosto ci indignavamo, di questo,
che niente è al sicuro dalle loro chiacchiere acrimoniose, sia che si pub-
blichi appena un verso, sia che si scriva un’epistola; ma, se metti gli oc-
chi65 sui loro scritti, non ci troverai niente di più fiacco, di più maldestro,
di più tedioso,66 perché non hanno nulla, oltre la grammatica. E tuttavia
vale la pena di vedere quanta è l’arte e la scienza del dire che essi osten-
tano, una volta messo da parte o piuttosto scartato via Cicerone. Hanno

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ANTONIUS, IV

scientiam. Invasere rhetorum materiam, quorum etiam agros depopulati


quod videant acutiora quaedam, ut ipsi putant, a Quintiliano tradi, in
Ciceronem sublatis signis agmineque instructo procedunt; nec intelli-
gunt Ciceronem sic a Quintiliano laudari, ut hunc suspiciendum, hunc
imitandum esse moneat, dono quodam providentiae genitum, in quem
totas virtutes suas eloquentia experiretur, id denique non immerito con-
secutum, ut Cicero iam non hominis nomen, sed eloquentiae habeatur.
14. Quodsi loqui vera volumus, illa vel summa Quintiliani laus est,
quod divinae Ciceronis eloquentiae diligentissimus observator atque in-
spector fuerit. Quid enim quamvis acute ab eo in dicendi arte praecipi-
tur quod non e Ciceronis fonte haustum sit? quid tam rarum aut seposi-
tum ostenditur, quod non Ciceronis orationum exemplis testimoniisque
doceamur illum orantem egisse quae post a Quintiliano rhetoribusque
aliis considerata atque animadversa scriptis observanda tradantur? Ar-
guitur Ciceronis de oratoris fine sententia, quod non sit dicere apposite
ad persuasionem, sed sit solum bene dicere oratoris finis; nec vident acu-
tissimi homines duplicem in oratore finem considerandum esse, quod
Boetius quidem vidit, si non tam acutus grammaticus, at certe rerum
naturae peritissimus ac definiendi magnus artifex. Ait enim quod inter
dialecticam atque rhetoricam interest, id in materia non cerni, quippe
cum utraque thesim atque hypothesim subiectam habeat, sed in usu,
cum altera interrogatione, altera perpetua oratione utatur, ac dialecti-
ca integris sylogismis, rhetorica enthymematibus gaudeat; item in fine,
quod dialectica quae vult extorquere ab adversario conatur, rhetorica
iudici persuadere; siquidem dialecticus dialecticum tantum habet adver-
sum se constitutum, orator vero habet etiam iudicem, qui inter se atque
adversarium sententiam ferat. Quocirca oratoris finem duplici ratione
considerandum esse censet; alterum quidem in oratore ipso, in iudice
vero alterum; in ipso quidem bene dicere (quod quid est aliud quam di-

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ANTONIO, IV

invaso il territorio dei retori e, quel che è peggio, ne hanno devastato i


campi; e poiché vedono, o credono di vedere, che Quintiliano ci riferisce
qualche insegnamento un po’ più sottile, levate le insegne e disposte le
file, avanzano contro Cicerone; e non capiscono che Quintiliano loda
tanto Cicerone da esortarci ad assumerlo come unico modello, e ad imi-
tarlo come venuto al mondo quale dono della provvidenza, affinché in
lui l’eloquenza sperimentasse tutte le sue risorse,67 e che infine non senza
ragione ne è derivato che Cicerone non sia il nome di un uomo, ma della
stessa eloquenza.68
14. Che se vogliamo dire il vero, il merito più grande di Quintiliano è
proprio quello di essere stato attentissimo nell’esaminare e penetrare la
divina eloquenza di Cicerone.69 Infatti, quale lezione, anche la più sottile,
vi è nel suo insegnamento retorico, che non sia stata attinta da Cicero-
ne? Quale rarità e preziosità viene messa in evidenza da lui, da non farci
apprendere, sulla base di esempi e testimonianze dirette delle orazioni
pronunciate, che sia stato proprio Cicerone ad attuare quello che poi
Quintiliano e gli altri retori hanno trasmesso, in seguito a una riflessione
e a una valutazione, come una serie di regole da osservare? Si ritiene erro-
nea l’opinione di Cicerone sul fine dell’oratore, che non sarebbe quello di
«esprimersi con la parola in modo adatto alla persuasione», ma solamente
di «esprimersi bene con la parola»;70 e non capiscono questi, profondissi-
mi studiosi, che nell’oratore si deve considerare un duplice fine, come cer-
tamente capì Boezio,71 il quale, se non fu un grammatico tanto profondo,
fu senza dubbio esimio scienziato e grande maestro della «definizione».
Dice, infatti, che non si può distinguere la dialettica dalla retorica consi-
derando il loro argomento, poiché entrambe trattano la tesi e l’ipotesi, ma
il loro metodo, in quanto, mentre l’una procede mediante l’interrogazio-
ne, l’altra mediante il discorso continuo, e la dialettica preferisce i sillo-
gismi completi, la retorica gli entimemi.72 La stessa cosa avviene per quel
che riguarda il fine; perché la dialettica si sforza di estorcere all’avversario
le risposte che vuole, la retorica, di persuadere il giudice, se è vero che il
dialettico ha di fronte solamente un dialettico, mentre l’oratore ha anche il
giudice, che deve pronunciarsi su chi abbia ragione, lui o la parte avversa.
Per la qual cosa egli ritiene che il fine dell’oratore vada considerato in due
sensi, l’uno rispetto allo stesso oratore, l’altro rispetto al giudice: riguarda
l’oratore «esprimersi bene con la parola», che altro non è se non «usare
la parola» al fine di persuadere, mentre riguarda il giudice il fatto ch’egli

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ANTONIUS, IV

cere apposite ad persuasionem?), in iudice vero persuadere. Neque enim,


si qua impediant oratorem quominus persuadeat, dum officium suum
fecerit, iccirco finem consecutus non est, siquidem, qui officio suo co-
gnatus est finis, eum facto officio consequitur; ac tametsi eum qui extra
positus est finem non semper attingit, fine tamen suo contentus esse po-
test, sentiens artem ipsam qui suus est fine non fraudari. Etenim medici
opera cum in sanitatem intenta sit, imperatoris in victoriam, licet neuter
finem, qui extra constitutus est, nonnunquam adipiscatur, uterque ta-
men suum assequitur si alter aegrotum recte curaverit, alter exercitum
ac rem bellicam bene administraverit.
15. Duplex igitur oratoris finis est: bene dicere ac persuadere; quod
utrunque Cicero complexus est, et cum ait oratoris officium esse dicere
apposite ad persuasionem (nam qui apposite dicit bene quidem dicit,
id quod Quintiliani sententiae convenit iudicantis rhetoricae finem ac
summum esse bene dicere), et cum post subdit oratoris finem esse per-
suadere dictione, quia oratoris dictio apud iudicem est, complectitur qui
sit pro suscepta causa bene dicendi finis. Quodsi orator dicendo per-
suadet (neque enim temere a Cicerone dictum est persuadere dictione),
nec Quintiliano nec oblatratoribus his dicere opus est, quod pecunia
etiam persuadet, quod forma, quod alia etiam multa; nam nec pecunia
dicendo persuadet, nec forma; trahit enim animos hominum pecunia
rerum utilium cupiditate ac gratia, forma voluptatis. Ostendere autem
cicatrices inde susceptum est, quod insitus est homini naturaliter miseri-
cordiae affectus, qui tum videndo, tum audiendo movetur, idque consilii
prudentiaeque est agere. Quo orator cum utitur, non quidem dicendo,
sed agendo persuadere conatur, licet huiusmodi actiones oratoris pro-
prie sint, unde agere dicitur, quibus etiam verba gestumque idoneum
accommodat. Et cicatricum quidem ostentatio non multum habitura est
virium, si oratio defuerit, quae lacrimas ac misericordiam excitet. Nam
auctoritas, dignitas, aspectus, si mutus fuerit, quomodo persuadeat aut
quid persuadeat?

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Pontano.indb 154 16/07/2019 13:06:07


ANTONIO, IV

riesca a persuaderlo. Né si deve dire che, se per qualche impedimento l’o-


ratore non riuscisse a persuadere, non avrebbe conseguito il suo fine, pur
avendo adempiuto ai suoi compiti, giacché basta che egli lo abbia fatto per
dire che ha conseguito il fine relativo alla sua professione; e, sebbene non
sempre gli tocchi raggiungere il fine esterno, può tuttavia accontentarsi di
aver raggiunto il fine che gli compete, sapendo che l’arte in sé non può es-
ser privata del suo fine specifico. Lo dimostra il fatto che, essendo l’opera
del medico tesa alla guarigione, quella del condottiero alla vittoria, seb-
bene né L’uno né l’altro conseguano qualche volta il fine esterno, tuttavia
entrambi conseguono ciascuno il proprio fine, se l’uno avrà ben curato il
paziente, l’altro avrà ben guidato l’esercito in guerra.
15. Dunque è duplice il fine dell’oratore, esprimersi bene con la parola
e persuadere, e Cicerone ha contemplato tutte e due le cose, anche quan-
do sostiene che il fine dell’oratore è quello di esprimersi con la parola in
modo mirato a raggiungere la persuasione (si esprime bene, infatti, chi si
esprime in modo mirato, in accordo con l’opinione di Quintiliano, quan-
do designa il fine della retorica, anzi il suo fine sommo, come «esprimersi
bene con la parola»),73 e quando poi soggiunge che il fine dell’oratore è
di persuadere «con la parola»,74 essendo la parola dell’oratore rivolta al
giudice, la sua intenzione è quella di considerare l’obiettivo dell’espri-
mersi bene con la parola in relazione alla causa assunta. Che se l’oratore
persuade usando la parola (e non a caso la formula usata da Cicerone è
appunto questa), né Quintiliano, né questi insolenti75 dovrebbero trovare
improprio il riferimento alla «parola», obiettando che a persuadere rie-
scono anche il danaro, anche l’avvenenza e molte altre cose,76 perché né
il denaro né l’avvenenza persuadono con la parola; il denaro e il fascino,
infatti, seducono l’animo col desiderio di soddisfare l’uno l’utilità, l’al-
tro il piacere. Di qui la prassi di far vedere le cicatrici, perché nell’uomo
è insito per natura il sentimento della pietà, il quale viene suscitato sia
dalla vista sia dall’udito, e quella prassi è perciò dettata dalla saggezza
e dall’esperienza. E quando l’oratore ricorre a questo strumento, si ado-
pera a persuadere non mediante la parola ma mediante «atti» (donde la
denominazione di actio), sebbene questo genere di atti sia specificamente
dell’oratore, che vi adatta le parole e il gesto.77 Ma il mostrar le cicatrici
non avrà certo grande effetto, in assenza del discorso che susciti lacrime e
pietà. Difatti, come e di che potrebbero persuadere l’autorità, la dignità,
la vista, se l’oratore restasse muto?

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ANTONIUS, IV

16. Quod vero ad meritorum recordationem attinet, an parum tibi


loqui merita ipsa videntur, quae beneficiorum in rempublicam, quae re-
rum fortiter gestarum memoriam revocent, quae gratitudinis ammone-
ant? Etenim eorum qui diem obiere, sive amici sive inimici fuerint, cum
recordatio nos subit, quod ab iis recte aut male facta, quae in mentem ve-
niunt, loquendi vim quandam habeant, vel excitatur in nobis desiderium
vel odium renovatur. Quocirca loquuntur haec quodammodo per se, ac
nihilominus, ut iudices, ut auditores moveant, dicente indigent, qui, quo
fuerit eloquentior, eo magis commovebit. Ac mihi quidem videtur Cice-
ro tum addendo “apposite ad persuasionem”, tum dicendo “persuadere
dictione”, avertisse a se id quod Quintilianus, pace eius dixerim, non
modo non avertit, sed ne quidem vidit. Si quis enim, quod declama-
tores faciunt, nullo dato iudice causam domi fingat et utriusque, id est
suas et adversarii, partes agat, hinc accusando, illinc defendendo, huius
nimirum erit finis tantum bene dicere. Quid enim aliud in causa domi
composita, nullo vero adversario, nullo iudice, quaeretur nisi solum bene
dicere? Quo fit ut in causa ficta idem sit finis qui est in vera, bene di-
cere, neque inter fingere et apud iudicem vere agere aliquid intererit.
Quo quid magis absonum? quid magis absurdum? Hoc videns Cicero
declamatorem sic ab oratore seiunxit, ut quod unum intererat, id offi-
cium ac finem oratoris ostendendo exciperet cavillamque averteret; inter
officium autem et finem parum interesse Cicero ipse ostendit, cum docet
in officio quid fieri, in fine quid officio conveniat considerari. Videtis
quam plane per ‘officium’ expresserit finem qui in oratore consideratur,
cum «quid fieri conveniat» ait? Porro, quid facere oratorem convenit,
aut quae eius officii partes sunt, nisi bene dicere? quod quibus artibus et
quae faciendo assequi possit ipse iam tenet; per ‘finem’ vero ostenderit id
quod bene dicendo quaeritur, persuadere.
17. Nam cum ipsae hominum actiones ob finem aliquem suscipiantur
ac finis alius alium respectare videatur, finis ille quem in oratore ipso

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ANTONIO, IV

16. Per quanto poi riguarda la consuetudine di richiamare alla memoria


i meriti, ti sembra poco efficace citare i meriti capaci di far tornare alla
mente i benefici resi allo Stato, le coraggiose imprese che inducono alla
gratitudine? Ed è così, che quando si insinua in noi il ricordo di amici o
anche nemici scomparsi, quel ripresentarsi alla mente di ciò che essi hanno
fatto, di bene o di male, ha una sua certa eloquenza, e in noi viene suscitato
il rimpianto, o si rinnovella l’odio. Perciò si può dire che questi argomenti,
in certo qual modo, parlino da sé, e tuttavia, per poter commuovere il giu-
dice e gli uditori hanno bisogno di chi li esponga, e costui sarà capace di
commuovere quanto più sarà eloquente. E a me sembra veramente che Ci-
cerone, sia aggiungendo «in maniera adatta a ottenere la persuasione», sia
dicendo «persuadere con la parola», abbia evitato la difficoltà che Quinti-
liano – fatemelo dire – non solo non ha evitata, ma neppure ha percepita. Se
qualcuno, infatti, come di solito fanno i declamatori, fingesse di difendere
stando a casa sua, in assenza di un giudice, una causa, e facesse la parte di
tutti e due, cioè, quella sua e quella dell’avversario, di qua movendo l’accu-
sa, di là organizzando la difesa, il fine suo sarebbe, evidentemente, soltanto
quello usar l’eloquenza. Che altro, infatti, si potrà richiedere in una causa
costruita in casa propria, senza né avversario né giudice, se non soltanto
l’uso dell’eloquenza? Di qui la deduzione che in una causa finta il fine
sarebbe lo stesso che in una reale, cioè, l’esprimersi in modo eloquente, e
non vi sia alcuna differenza tra il fingere di farlo e trattare realmente un
processo dinanzi al giudice: una vera assurdità. Per questa considerazione
Cicerone distinse il declamatore dall’oratore,78 in modo da isolare, metten-
do in luce il compito e il fine dell’oratore, l’unica effettiva differenza, evi-
tando ogni equivoco. Lo stesso Cicerone dimostra come tra compito e fine
vi sia ben poca differenza, quando insegna che cosa convenga fare nell’e-
seguire un compito, e che cosa vada considerato da parte di chi esegue un
compito per conseguire un fine.79 Vedete con quanta chiarezza, parlando
di «ufficio», abbia rappresentato il fine che si considera nell’oratore, quan-
do dice «che cosa convenga fare»? D’altra parte, che cosa conviene fare
all’oratore, o qual è la sua funzione se non esprimersi bene con la paro-
la? Con quale metodo, e facendo che cosa l’oratore possa eseguire questo
compito, lo ha già assodato; ma poi, parlando di «fine», mostrerà ciò che
si cerca di raggiungere «esprimendosi bene con la parola», la persuasione.
17. Poiché come le azioni umane s’intraprendono per qualche fine,
e sembra ovvio che un fine sia in relazione con un altro, quel fine che

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ANTONIUS, IV

constitutum diximus, hoc est bene dicere, in alium illum finem intendit,
qui extra positus est; sicuti recte curandi finis aegroti sanitatem ac rei
bellicae bene administrandae de hoste victoriam respicit; ab illis enim
ad has est via. Etenim cum finis in rebus humanis sit, ut opinor, ad quem
cuncta referantur et cuius gratia fiunt coetera omnia, nimirum ut sit finis
oratoris bene dicere, bene dicendi ipsius finis est persuadere. Itaque si
oratorem considerare volumus ut dicentem tantum, finis eius erit bene
dicere; sin ut agentem in foro ac iudicis animum quibus potest artibus
in sententiam suam atque in causam quam agendam suscepit trahere
contendentem, Ciceronis de fine sententia erit absoluta, Quintiliani vero
manca atque imperfecta. Non considerari autem forum forensisque ac-
tionis finem ab eo qui dicit oratoris finem esse bene dicere, quamvis pau-
cis, manifesto tamen ostendemus. Quintiliani ipsius, cum de rhetoricae
nomine latine interpretando loquitur, verba haec sunt: «Nam oratoria sic
efferetur ut elocutoria, oratrix ut elocutrix; illa autem de qua loquimur
rhetorice talis est qualis eloquentia». Igitur si rhetorica eloquentia est, et
orator erit eloquens. Eloqui autem aliud non est quam bene dicere; qui
enim eloquitur bene dicit, et eloquentia erit bene dicendi sive facultas
sive ars sive scientia.
18. Quare dicere «oratoris finem esse bene dicere» eius est qui nec
susceptae in foro dictionis finem considerat, ut si quis aratoris finem di-
xerit bene arare, cum bene arandi finis sit serere, nec clientem respicit,
non secus ac si quis dixerit medici finem esse bene curare, quae definitio
aegroti ipsius, qui medicum sibi adhibuit, nullam videtur habere ratio-
nem. At qui dicit «oratoris finem esse dicere apposite ad persuasionem»
et eius qui dicit et eius pro quo dictio suscepta est rationem complecti-
tur. Quae finitio perfecta quidem est, cum et officium eius qui dictio-

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ANTONIO, IV

abbiamo detto esser riposto nell’oratore, cioè l’esprimersi bene con la


parola, tende verso quell’altro che è esterno: così come il fine del curare
in modo perfetto tende alla guarigione dell’ammalato, e il fine di con-
durre la guerra in modo perfetto tende alla vittoria sul nemico, giacché
da quei fini si parte per raggiungere la guarigione e la vittoria. E infatti,
essendoci nelle cose umane, come credo, un fine cui riferire ogni cosa e
per il quale si compiono tutte le altre azioni, non è strano che, se il fine
dell’oratore sia quello di «esprimersi bene con la parola», a sua volta
il fine di «esprimersi bene con la parola» sia il persuadere.80 E perciò,
se vogliamo considerar l’oratore solamente per il suo esprimersi con la
parola, il suo fine sarà quello di esprimersi bene con la parola; se poi lo
consideriamo per il fatto che tratta nel foro e si sforza, con le arti che
può, di guadagnare l’animo del giudice alla sua tesi e alla causa di cui ha
affrontato la difesa, l’opinione di Cicerone intorno al fine sarà perfetta,
quella di Quintiliano difettosa e imperfetta. Dimostreremo con eviden-
za, sebbene brevemente, che affermare che il fine dell’oratore sia quello
di esprimersi bene con la parola, significa non considerare il foro e il
fine dell’azione forense. Ecco le parole dello stesso Quintiliano, quando
spiega, volgendolo in latino, il termine «retorica»: «In effetti il termine
“oratoria” è formato come “elocutoria”, il termine “oratrice” come “elo-
cutrice”. Perciò il termine “retorica” di cui parliamo, equivale a quello di
“eloquenza”».81 Se, dunque, retorica equivale ad eloquenza, anche ora-
tore equivarrà ad eloquente. Ma esprimersi con eloquenza altro non è
che esprimersi bene con la parola; e l’eloquenza sarà la facoltà, l’arte o la
scienza dell’espressione perfetta mediante la parola.
18. Per cui dire che «il fine dell’oratore è quello di esprimersi con
la parola in modo perfetto»82 è proprio di chi non considera il fine di
un’orazione tenuta nel foro, né tiene conto del cliente, come se uno di-
cesse che il fine dell’aratore è quello di arare in modo perfetto, mentre
il fine dell’arare bene è il seminare, e non altrimenti che se uno dicesse
che il fine del medico è di curare in modo perfetto, definizione che non
sembra fare alcun conto dell’ammalato che si è rivolto al medico. Ma
chi dice che «il fine dell’oratore è quello di esprimersi in modo mira-
to a conseguire la persuasione»,83 contempla la ragione sia di colui che
parla, sia di colui per il quale si prende la parola dinanzi al giudice. E
questa definizione è in verità perfetta, perché non solo mostra quale sia

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ANTONIUS, IV

nem suscepit ostendat et causam, idest finem cur officium susceptum


sit, declaret. Qua tamen in re pertinaciores non erimus, ut qui honus
hoc defendendi Ciceronis adversus Quintilianum non susceperimus,
quippe qui non oblatrando, sed quaerendo modestissime oratoris finem
investigare nititur; quem quodam in loco dicentem audiamus: «Nam il-
lud genus ostentationi compositum solam petit audientium voluptatem
ideoque omnes dicendi artes aperit ornatumque orationis exponit, ut
qui non insidietur nec ad victoriam, sed ad solum finem laudis et gloriae
tendat. Quare quicquid erit sententiis populare, verbis nitidum, figuris
iucundum, translationibus magnificum, compositione elaboratum, velut
institor quidam eloquentiae, intuendum et pene pertractandum dabit;
nam eventus ad ipsum, non ad causam refertur. At ubi res agitur et vera
dimicatio est, ultimus sit famae locus». Videtis ut his verbis victoriam
quaeri, non bene dicendi laudem et gloriam ostendit? Sentitis quid dicit,
cum eventum non ad ipsum, sed ad causam referri dicit? Et quod hoc
fortasse minus apertum esset, subdit: «ubi res agitur et dimicatio vera
est, ultimus sit famae locus», docens in victoriam totis viribus incum-
bendum, quae quidem nisi persuaso iudice ac bene dicendi arte viribu-
sque eloquentiae expugnato comparari nequeat. Verum adversus gram-
maticos, istos inquam grammaticos, haec dicenda suscepimus, quorum
dentibus ut nihil mordacius sic morsibus venenosius nihil est, errasseque
non parum videri potest Antonius, qui catellorum eos persimiles ac non
canes, immo rabidas canes aut venenosas potius aspides diceret. Operae-
precium est etiam videre quibus latratibus quoque impetu in ciceronia-
nam status definitionem ferantur. Sed nolo vobis, hospiti praesertim
huic, esse molestior.
19. COMPATER. Et hospiti huic et coeteris qui assumus rem gratissi-
mam feceris, quod declarare nostrum omnium tibi abunde perspectum
in Ciceronem studium potest et hospitis tanta in te audiendo attentio.
Sed de Antonio aliter tibi persuadeas velim; narrare enim solebat gram-
maticorum rationem nullam esse praetoribus, quippe qui furentium in
numero haberentur; cumque furoris atque amentiae genera licet diversa,

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ANTONIO, IV

il compito di chi intraprende un discorso, ma ne spiega la causa, cioè il


fine per cui il compito è stato intrapreso. In una questione come questa
tuttavia non insisteremo troppo, perché non ci siamo assunti l’incarico
di difendere Cicerone contro Quintiliano, per il fatto che costui si sforza
di indagare il fine dell’oratore senza strillare, ma con una ricerca molto
discreta. Ascoltiamo un suo passaggio: «In effetti quel genere di orazio-
ne composto al solo scopo di apparire, cerca solo il piacere degli ascol-
tatori, e perciò rivela, mettendoli in mostra, tutti gli accorgimenti e gli
ornamenti del dire, perché non ha ostacoli dinanzi a sé, e non mira alla
vittoria, ma al solo fine della lode e della gloria. E perciò l’oratore, come
un bottegaio che vende eloquenza, offrirà quale oggetto di spettacolo e
di interesse qualunque cosa sarà gradita ai più per i pensieri, limpida per
la forma, piacevole per i colori, magnifica per i traslati, elaborata per la
forma compositiva, poiché la riuscita riguarda sé, non la causa. Ma quan-
do si tratta un processo ed il conflitto è reale, allora vada messa all’ulti-
mo posto la fama».84 Vedete come dimostra, così dicendo, che quel che
si cerca è la vittoria e non l’onore e la gloria dell’eloquenza perfetta?
Sentite che dice quando afferma che il successo non deve riguardare la
persona dell’oratore, ma la causa. E forse perché il concetto non era mol-
to chiaro, aggiunge: «Quando si tratta una causa e v’è un conflitto reale,
allora sia l’ultimo pensiero la gloria»; e così insegna come si debbano
compiere tutti gli sforzi al fine della vittoria, la quale non si può certo
conseguire se non quando il giudice sia stato persuaso, vinto dalla per-
fezione dell’arte oratoria e dalla forza dell’eloquenza. Ma si è affrontata
una trattazione come questa per contrastare i grammatici, quel genere
di grammatici, dico, i cui denti sono mordaci come nulla al mondo; e
sembra che Antonio abbia fatto un grosso errore quando li ha giudicati
molto simili a cagnetti, invece che a cani, anzi a cagne rabbiose, o piut-
tosto a serpenti velenosi. Vale la pena di vedere con quali latrati e con
quale impeto si avventino contro la definizione ciceroniana dello status.
Ma non voglio dar troppa noia a voi e specialmente al nostro forestiero.
19. COMPATRE. Tu farai un favore sia al nostre ospite, sia a tutti noi
presenti: te lo possono ben dimostrare l’evidente passione ciceroniana
che abbiamo e il grande interesse con il quale lui ti sta ascoltando. Ma
vorrei che avessi una diversa opinione sul conto di Antonio. Infatti era
solito osservare che i pretori non facevano alcun conto dei grammatici,
annoverandoli fra i pazzi; e che, sebbene le forme di pazzia e di demen-

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ANTONIUS, IV

comprehensa tamen a physicis essent, solam grammaticorum vesaniam


non modo incomprehensam, verum etiam incomprehensibilem esse,
quam novo quodam ficto nomine «labirynthiplexiam» vocabat. Refere-
bat enim Sybillam, nutricem suam, quotiens grammatico cuidam, qui
per id tempus Panhormi docebat, obviam fieret, carmine usam quo Si-
culi adversum canes rabidas uterentur; solas etiam grammaticorum ani-
mas post mortem non expurgari; quodque infernus eas expiandas non
caperet, statim redire in corpora ac propterea contingere ut in dies atque
in saecula grammatici dementiores essent; Platonemque hoc ipsum latu-
isse, item Virgilium Dantiumque, qui de rebus infernis ultimus scripsit.
Haec habui quae pro Antonio excusando dicerem. Tu perge, Andrea,
et ciceroniani ‘status’ defensionem adversus antonianos catellos vel tuas
potius aspides aggredere.
20. ANDREAS. Faciam eo libentius quod Herricum nostrum video ex
oratione hac, quae adversum grammaticos habita est, mirificam volupta-
tem coepisse.
HERRICUS. Dici vix potest quam me sermo iste delectet, praesertim
cum in memoriam veniat inter duos olim grammaticos gladiis actam rem
esse, dum alter alteri vitio daret quod verbo ‘impleo’ generandi casum
adiunxisset ac neuter memor esset Livii hoc ipso casu utentis libro quar-
to: «Ne ita omnia tribuni potestatis suae implerent ut nullum publicum
consilium sinerent esse». Item quinto libro: «Ipse multitudinem quoque,
quae semper ferme regenti est similis, religionis iustae implevit». Sexto
etiam casu utitur, cum ait: «Carcerem impleveritis principibus». Adeo
promiscue veteres verbum hoc et secundo et sexto casui iunxere, quod
docti illi et acuti grammatici dum ignorant, dum alter alterius sinum
atque os despuit, res ad gladios venit tandemque a grammaticis ad chi-
rurgos. Sed quae mihi multa generis huius in mentem veniunt referre
desinam, ne tibi sim impedimento; quare quod coepisti perge exequi ac
voluptate hac nos exple.
ANDREAS. Primo loco Ciceronem videamus: «Constitutio est prima
conflictio causarum ex depulsione intentionis profecta, hoc modo: fe-

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ANTONIO, IV

za, per quanto numerose, fossero state comprese dai medici, solamente la
follia dei grammatici, non solo era rimasta incompresa, ma anche incom-
prensibile, ed egli con un certo neologismo, da lui coniato, la chiamava
«labirintiplessia».85 Raccontava, infatti, che la sua nutrice, Sibilla, ogni
volta che incontrava un tale, a quel tempo insegnante di grammatica a
Palermo, ripeteva lo scongiuro usato dai Siciliani contro i cani rabbiosi.
Diceva inoltre che soltanto alle anime dei grammatici, dopo la morte,
non era concesso purificarsi, e siccome l’inferno non le accoglieva per
l’espiazione, esse tornavano subito nei loro corpi e accadeva perciò che
di giorno in giorno, e di secolo in secolo, i grammatici divenissero ancora
più folli; circostanza, questa, sfuggita a Platone, a Virgilio e a Dante, ul-
timo autore che abbia trattato dell’aldilà.86 Questo avevo da dire per giu-
stificare Antonio. Tu, Andrea, prosegui nella difesa dello status87 com’è
inteso da Cicerone, contro i cagnetti di Antonio, o, piuttosto, contro i
serpenti, come li chiami tu.
20. ANDREA. Lo farò tanto più volentieri, quanto più mi accorgo che
il nostro Errico è rimasto enormemente soddisfatto per ciò che abbiamo
detto contro i grammatici.
ERRICO. Non si può immaginare quanto piacere mi faccia sentir par-
lare di questo argomento, soprattutto perché mi ricordo che una volta si
venne fra due grammatici a singolar tenzone con le spade, perché uno
di loro accusava l’altro per la costruzione del verbo impleo col genitivo,
mentre nessuno dei due si ricordava di Livio, che nel libro quarto lo
costruisce con questo caso: «Perché i tribuni non riempissero tutto della
loro autorità, e non concedessero che vi fosse alcuna pubblica adunan-
za».88 Similmente nel libro quinto: «Egli riempì di un giusto sentimento
religioso anche la folla, che quasi sempre si adegua al potere».89 Usa an-
che l’ablativo quando dice: «Avete riempito il carcere con i prìncipi».90
A tal punto gli antichi usavano costruire indifferentemente questo verbo
sia col genitivo, sia con l’ablativo; e poiché quei dotti ed acuti grammatici
non lo sapevano,91 e si sputavano l’un l’altro addosso e in viso, si venne
alle spade, e dai grammatici si andò a finire ai chirurgi. Ma non raccon-
terò molti altri episodi del genere che mi vengono in mente; perciò va
avanti e completa il discorso che stavi facendo riempiendoci di questo
godimento.
ANDREA. Consideriamo, in primo luogo, Cicerone: «Lo stato della
causa è il primo conflitto che si produce, quando si respinge l’accusa:

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ANTONIUS, IV

cisti, non feci, aut iure feci». Deinde Quintiliani status qui sit ex ipsius
verbis intelligamus: «Statum quidam dixerunt primam causarum con-
flictionem; quos recte sensisse, parum elocutos puto. Non enim est sta-
tus prima conflictio, “fecisti, non feci”; sed quod ex prima conflictione
nascitur». Et paulo post: «Si enim dicat quis: “sonus est duorum inter se
corporum conf1ictio”, erret, opinor; non enim sonus est conflictio, sed
ex conflictione».
21. Haec uterque de status constitutionisque definitione. Nos quid
definitio ipsa sit primum videamus; quae, ut doctissimis viris placet,
«oratio est explicans quid sit id de quo est quaestio». Quocirca proprium
definitionis esse videtur explicare, hoc est distincte atque expresse de-
monstrare rei quae definitur substantiam, seu quid illud ipsum de quo
quaeritur sit. Hoc enim intellecto, ipsa res ut intelligatur oportet, siqui-
dem id quod ante definitionem erat, ut ita dixerim, confusum et com-
plicatum, ubi definitio accessit, distinctum atque explicatum cernitur.
Etenim, cum hoc ipsum nomen ‘homo’ parum expresse quid homo ipse
sit indicet, ubi dixeris hominem esse animal rationale mortale, quod erat
involutum nec satis patebat fit expressum et clarum; ipsaque substantiae
explicatio fit quotiens genus, quo quid continetur, et species illae, quae
differentiae vocantur, definitionem ipsam abunde simul constituunt;
qua hunc immodum constituta, quae confusa erant diffusius tractata
cernuntur. Ex quibus efficitur ut, genere differentiisque monstratis, sub-
stantia ipsa appareat.
22. His sic explicatis, videamus harum utra definitionum rem quae
definitur melius clariusque ostendat, cum videamus de re ipsa quae-
stionem non esse, siquidem Quintilianus ipse, qui hac definitione usi
essent, recte quidem sensisse, parum tamen elocutos putat. Ciceronia-
na, ni fallor, definitio, quod genus et differentias explicat, substantiam
profecto ipsam explicat. Nam ‘conflictio’ generis locum obtinet; omnis
enim status conflictio est, non contra; siquidem non soli oratores con-
fligunt, perinde ut non solum homo est animal, sed athletae, sed mi-
lites, sed exercitus etiam confligunt. ‘Prima’ vero cum dicitur, species
ac differentia indicatur, siquidem plures quaestionum status esse eadem
in causa possunt, quod ipse quoque Quintilianus ostendit. ‘Prima’ igi-

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ANTONIO, IV

“hai fatto ciò”, “non l’ho fatto”, oppure, “avevo il diritto di farlo”».92 Cer-
chiamo poi di capire che significa status per Quintiliano con le sue stesse
parole: «Alcuni chiamarono status il primo scontro che avviene nelle
cause, e credo che abbiano inteso correttamente, ma che si siano espressi
male. Poiché lo status non è il primo scontro, “hai fatto”, “non ho fatto”,
ma ciò che nasce dal primo scontro».93 E poco dopo: «Se qualcuno di-
cesse che il suono è lo scontro di due corpi fra loro, penso che errerebbe,
poiché il suono non è uno scontro, ma l’effetto di uno scontro».94
21. Questo dicono l’uno e l’altro intorno alla definizione dello status e
della constitutio. A noi tocca per prima cosa vedere che significa «defini-
zione». Questa, secondo il parere di quelli che più sanno, è un’espressione
che spiega che cosa sia ciò di cui si discute. Perciò sembra compito pro-
prio della definizione spiegare, cioè dimostrare, distintamente ed esplici-
tamente, l’essenza della cosa che si definisce, oppure l’argomento di cui si
discute. Inteso questo, bisogna che s’intenda l’oggetto in sé, se è vero che
l’oggetto, confuso e complesso – per così dire – prima della definizione,
si rivela distinto e chiaro una volta sopraggiunta la definizione. Difat-
ti, poiché la stessa parola «uomo» poco chiaramente indica che cosa sia
l’uomo, quando avrai detto che l’uomo è un animale mortale provvisto di
ragione, quello che era oscuro e non abbastanza evidente diviene esplicito
e chiaro; l’esplicazione dell’essenza avviene tutte le volte che il genere, di
cui un qualcosa fa parte, e quelle specie che si chiamano «differenze»,95
sono sufficienti a farne una definizione; e quando questa è così formulata,
ciò che era confuso risulta piano. Ne deriva che, solo quando il genere e
le differenze siano stati messi in evidenza, emerge l’essenza.
22. Dopo tale spiegazione, vediamo quale delle due definizioni riveli
meglio e con maggior chiarezza l’oggetto definito, giacché non è su que-
sto la questione, se teniamo conto del fatto che per lo stesso Quintiliano
chi ha fatto uso di questa definizione ha pensato correttamente, ma si è
espresso male. La definizione ciceroniana, se non mi sbaglio, rendendo
espliciti il genere e le differenze, spiega certamente qual è l’essenza. Di-
fatti lo «scontro» funge da genere, essendo ogni «stato» uno «scontro», e
non il contrario; perché, come non solo l’uomo è un essere animato, così
non soltanto gli oratori «si scontrano» ma anche gli atleti, i soldati, gli
eserciti. Ma quando aggiunge «il primo», viene ad indicare la differenza
specifica; giacché, come anche Quintiliano dimostra, nella stessa causa
vi possono essere vari «stati» processuali.96 Il «primo scontro», dunque,

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Pontano.indb 165 16/07/2019 13:06:08


ANTONIUS, IV

tur ‘conflictio’ species quaedam conflictionis est, sicuti rationale species


quaedam animalis. Deinde additur «ex depulsione intentionis profec-
ta». Quo addito plane declaratur conflictionem hinc ex intentione, illinc
ex depulsione nasci, ut intelligatur, quemadmodum non omne rationale
animal, ut Plato putat, mortale est, sic non omnem conflictionem ex te-
lorum missiliumque iaculatione ac manuum consertione, cuiusmodi mi-
litaris conflictus est, existere. Videtis ut, his in definitione simul positis,
res ipsa non implicata et in abdito posita, sed explicata atque in lucem
cernatur exposita? Contra Quintiliani definitio non solum rem ipsam
in lucem non educit, sed audientem statim turbat et cogitationem eius
ad plura ac diversa trahit. In lucem autem non exponi rem ex Quinti-
liani definitione hinc probatur, quod genus ipsum nimis remoto e loco
apparet, cum sit res, sive, ut hodie dicunt, ens; dicitur enim: «id quod
ex prima conflictione nascitur», idest res quae inde nascitur; ac tametsi
verum est quod conflictio causarum sit res, sit ens, tamen hoc ipsum
ens maxime generale est, siquidem et lapis et lignum et lana et corpus
et color et vox et forma et statura et coelum et animal et quodcunque in
naturalibus est ens ac res est.
23. Itaque genus hoc confundit magis quam explicat, dum auditoris
mentem in tam multa ac diversa rapit. Illud deinde «Quod ex prima
conflictione nascitur» magis ac magis et turbat et confundit et quasdam
quasi tenebras illorum qui audiunt mentibus offundit, ut cum dicimus:
«homo est id quod ex corpore et anima constat»; quod ipsum non modo
de bove, crocodilo, ape, serpente, pisce, accipitre, sed de arbore, haerba
fruticeque dici potest, nec aliud est dicere quam «quod animans est»,
quod genus plurima diversaque complectitur, siquidem et arbores et her-
bae et frutices animantes sunt: anima enim constant et corpore. Quod si
dicere malueris: «homo est id quod ex animali rationali mortali est», ho-
minis substantiam non solum non explicabis neque in apertum proferes,
sed rem ipsam magis ac magis implicabis. Neque enim homo solum est
ex animali rationali mortali, sed coniugium, sed familia, sed civitas, sed
humani generis societas. At dicere «homo est animal rationale morta1e»
non solum mentem non confundit, sed rem ipsam plane ostendit, idque

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Pontano.indb 166 16/07/2019 13:06:08


ANTONIO, IV

è una certa specie di scontro,97 come «razionale» è una certa specie di


animale. Poi si aggiunge: «che sorge dalla conte