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RELAZIONI D’AMORE, CONFLITTI E COPPIE IN CRESCITA

Coppie “scoppiate”

Che il conflitto, anche quello violento, faccia parte di una relazione d’amore è un ovvietà nota a
tutti. Superati i primi mesi di conoscenza, di solito abbastanza sereni e perfino idilliaci (questo è il
regalo “magico”, ma quasi sempre illusorio purtroppo, che ci concede la fase
dell’”innamoramento”), una coppia entra in una fase diversa, di graduale stabilizzazione, raramente
di crescita, più spesso di conflitto ed involuzione. La convivenza e il matrimonio, poi, fanno venire
ancora di più “i nodi al pettine” e il conflitto prende una forma più polemica, oppure meno esplicita
e più mascherata a seconda del carattere dei conviventi. E’ auspicabile, come vedremo, che nella
coppia rimanga una certa dinamica conflittuale. Un “perfetto accordo”, infatti, di solito nasconde un
“incastro” di tipo nevrotico (tipo relazioni simbiotiche, o dinamiche del tipo dominatore/dominato o
relazioni poco investite di stampo narcisistico o rapporti sado-masochisti e così via) destinato prima
o poi ad esplodere, senza molta speranza di una possibile risoluzione pacifica del conflitto.
Gestire il conflitto di coppia solo con delle regole di buona educazione è molto difficile e comunque
è sicuramente più difficile rispetto ad altri tipi di relazioni. Nel rapporto d’amore, infatti, gli esseri
umani mettono in gioco parti di sé primitive e regredite che non osano mettere in gioco, ad esempio,
nelle relazioni d’amicizia o di lavoro. Le forti aspettative reciproche, il livello di intimità e di
appartenenza, i bisogni affettivi e sessuali rappresentano la ricchezza di una relazione d’amore, ma
spesso anche la sua condanna. In questo rapporto, infatti, le persone reagiscono naturalmente alle
delusioni con le forti emozioni impulsive della parte di sé bambina e allo stesso tempo proiettano
sul partner tutte le aspettative, le delusioni e le frustrazioni sperimentate nella prima infanzia nella
relazione coi genitori.
La maggioranza dei rapporti d’amore, dunque, ha forti tensioni conflittuali al proprio interno. Tali
tensioni si esprimono in genere sotto forma di brevi e intensi litigi, ma più spesso si manifestano nel
distacco, nell’indifferenza, nel fastidio, nella ripicca e soprattutto nella rinuncia, parziale o totale, a
quel progetto d’amore che sta (… o che almeno dovrebbe stare!) alla base di una vera relazione di
coppia.
Quanti di noi conoscono persone che hanno “imparato a gestire i conflitti” rinunciando a
comunicare col partner? Quante sono le coppie “pacificate”, ma in realtà morte e imbalsamate, al
cui interno non c’è più sufficiente stima, desiderio, affetto per l’altro, in cui sopravvive a stento una
relazione sessuale e nelle quali l’unico valore rimasto, la solidarietà (…non certo affettiva,
scomparsa da tempo in queste coppie: mi riferisco alla solidarietà economica e materiale), è spesso
messo in ombra da stati d’animo negativi di uno o di entrambi i partner?
D’altra parte i dati statistici sulle separazioni coniugali sono fin troppo eloquenti: da quando, poche
decine di anni fa, anche nel nostro paese è stato ammesso il divorzio, i coniugi si sono svincolati
dall’obbligo di restare uniti per legge e molto rapidamente ci si è avviati a raggiungere la
percentuale di separazioni dei paesi anglosassoni, all’interno dei quali il 50% delle coppie, una su
due, si separa.

E’ evidente che quando parliamo di “gestione pacifica dei conflitti”, io e gli amici che curano
questo dossier, abbiamo in mente modalità relazionali molto differenti da queste per elaborare i
conflitti. Questa analisi un po’ impietosa sul destino di moltissime coppie, in realtà, mi serve per
evidenziare l’importanza di un primo conflitto di base che ogni individuo vive dentro di sé, prima
ancora di esportarlo nel proprio rapporto d’amore: mi riferisco, cioè, al conflitto tra una modalità
magica, onnipotente, carica di aspettative illusorie di affrontare la vita adulta e le relazioni ed una
modalità invece più realistica, capace di aprirsi, anche se con fatica e con dolore, al cambiamento,
alla crescita e alla vera scoperta dell’altro.
Nell’esperienza umana l’incontro con l’altro, anche se non ne siamo consapevoli, avviene quasi
sempre in una cornice manipolatoria e confusiva. Specialmente quando siamo giovani, l’altro per
noi non è mai solo quello che appare alla nostra parte adulta: cioè un soggetto diverso da noi da
conoscere e con cui eventualmente condividere una relazione, un interesse o un progetto. L’altro, il
più delle volte, è soprattutto un oggetto su cui tentiamo di investire i nostri sogni, le nostre
aspettative e i bisogni della nostra parte bambina e su cui proiettiamo le paure, i fantasmi e le
frustrazioni del nostro passato. Nel caso dell’eventuale partner di coppia, ciò che viene investito
sono le nostre illusioni d’amore, i nostri bisogni di comprensione, di accettazione incondizionata e
di risarcimento affettivo, i nostri progetti di autonomia, di identità sociale, di realizzazione dei
nostri desideri sessuali o dei nostri bisogni di maternità o paternità e così via.
Poche persone, quando si è giovani, hanno la maturità necessaria per sottoscrivere un vero patto
d’amore. Poche coppie, cioè, sono formate da individui abbastanza maturi in grado di non farsi
condizionare negativamente da quella parte infantile magica e illusoria che, come abbiamo visto, ci
accompagna sempre nel rapporto con gli altri.
Per questi motivi, la capacità di stare bene in coppia si gioca sulla capacità dei due partner di
evolversi psicologicamente e affettivamente. In questo senso, dunque, nel complesso e tormentato
universo delle coppie, possiamo considerare il conflitto tra conservazione ed evoluzione come “la
madre di tutti i conflitti”. Come vedremo, infatti, tale conflitto è sempre presente in qualsiasi
tensione polemica, lite o grave crisi di coppia; esso è presente anche in quelle coppie che in
apparenza sembrano “pacificate”, ma che in realtà sono irrigidite in dinamiche nevrotiche. Senza
una sua risoluzione, insomma, è illusorio pensare di poter costruire una coppia “realmente pacifica e
creativa”.

Le coppie conservatrici

Le coppie conservatrici e incapaci di evolversi sono appunto quelle che si sono fatte condizionare di
più dai bisogni illusori e infantili, senza mai riuscire ad accorgersene.
C’è un repertorio quasi infinito di fantasie illusorie che uno psicoanalista si trova ad ascoltare
quotidianamente quando deve registrare l’ennesimo fallimento di un rapporto d’amore. Provo a
riportare le più frequenti: “Mi aspettavo che l’altro/a mi capisse, mi amasse, mi proteggesse”, “Mi
sono illusa di emanciparmi sposandomi presto ed andandomene di casa”, “Non avevo capito il suo
vero carattere, sembrava così gentile…non immaginavo fosse così violento ed egoista”, “Mi
credevo forte, pensavo che l’avrei cambiato/a”, “Dopo un po’ di anni di convivenza mi ero già
annoiato/a, sempre i soliti gesti ripetitivi, tutti i giorni la solita minestra!”, “Credevo che fosse
tutto rosa e fiori, non immaginavo come fosse difficile convivere con un uomo/con una donna!”,
“Lui/lei è immaturo/a, infantile, egoista”, “Non lo riconosco più, non è più quello/a di prima: è
cambiato/a!”. Quest’ultima situazione mostra una possibile via d’uscita da questo tipo di rapporto:
segnala cioè la possibilità che uno dei due membri della coppia si possa evolvere da solo
“nonostante” l’altro. In realtà, più che una “via d’uscita”, l’evoluzione di uno solo dei partner
(evoluzione che può avvenire grazie a percorsi personali affettivi, esperienziali, culturali o
terapeutici), il più delle volte, rappresenta “una via di fuga” dal rapporto e pone quindi fine alla
relazione, data anche la difficoltà di coinvolgere l’altro nel proprio cambiamento.

Gli individui che compongono queste coppie sono persone che fanno fatica ad evolversi. Essi nel
corso della propria vita non hanno acquisito una concezione matura della propria evoluzione
personale. Il loro concetto di “crescita” si limita all’idea di quella fisica e alla propria formazione
scolastica. A costoro manca la consapevolezza di una crescita psicologica, spirituale, culturale in
senso più vasto, manca soprattutto l’idea di partire da sé, dai propri limiti psicologici per evolversi
ed arricchire la propria sensibilità grazie alla conoscenza degli altri, del loro punto di vista affettivo,
psicologico e culturale. A costoro, inoltre, manca la curiosità necessaria per capire il significato
affettivo profondo delle diverse esperienze esistenziali umane. Incapaci come individui, prima
ancora di diventare coppia, di essere persone indipendenti, a costoro importa soltanto vivere al
sicuro, al riparo di un ruolo e di un’istituzione, la coppia prima e la famiglia poi, che sembrano
garantire loro protezione, sicurezza e identità. In realtà, queste relazioni riescono tutto al più ad
offrire loro una debole identità sociale e un po’ di sicurezza, non certo protezione e amore! Chi è in
uno di questi rapporti spesso si sente come intrappolato in una sorta di prigione da cui non riesce ad
uscire; sente di aver barattato il proprio sentirsi vivo e reale solo per un po’ di sicurezza, sente che a
causa della paura di restare solo/a ha rinunciato al proprio ideale di amore o anche solo alla
possibilità di sentirsi un po’ più amato.

La coppia in evoluzione

Una coppia viva non è certo formata da individui “etici e maturi” che hanno liquidato sogni,
illusioni, aspettative magiche, fantasie trasgressive per concentrasi solo su ciò che
“realisticamente” può dare l’altro nella relazione. Questa, in realtà, è solo una relazione tra persone
moraliste e spaventate dai conflitti! Una coppia viva e matura è una coppia “in evoluzione”: essa è
formata da due persone che si desiderano, che si vogliono bene, che hanno abbastanza valori e
interessi in comune, ma che hanno anche altri interessi, amicizie e passioni fuori della loro
relazione. L’elemento più importante, tuttavia, che garantisce la sopravvivenza di questa relazione e
che permette ai due partner di gestire pacificamente i conflitti, è la consapevolezza che essi hanno
dei propri limiti come individui, consapevolezza supportata da una buona capacità autocritica e da
una cultura dell’evoluzione personale che mette al primo posto come occasione personale di
crescita proprio l’incontro con l’altro, con la sua diversità personale, sessuale e culturale.
Due individui che formano una coppia di questo tipo dovranno affrontare comunque molti momenti
dolorosi nella propria vita di relazione: dovranno riconoscere la parziale illusorietà delle proprie
aspettative nei confronti dell’altro/a, i limiti del proprio carattere e di quello dell’altro, dovranno
affrontare le frequenti insoddisfazioni e tensioni che facilmente emergono nel rapporto. Gestire un
conflitto di coppia in modo creativo e pacifico, dunque, non è affatto facile, ma è possibile se i due
partner sapranno darsi un sostegno reciproco nei momenti più difficili ed è possibile soprattutto se il
comune orientamento evolutivo farà percepire ad entrambi ogni momento critico e conflittuale, non
come una smentita del proprio ideale d’amore, ma come un’occasione ghiotta per crescere, per
evolversi e per imparare qualcosa di più su di sé, sull’altro e più in generale sulla vita.
Col passare degli anni un rapporto di questo tipo è destinato a rafforzarsi, ad arricchirsi
psicologicamente e permette anche di trasferire nell’intimità sessuale quel sentimento di
comprensione e di solidarietà che è presente negli altri momenti della propria relazione.

Abilità necessarie per evolversi

Quelli che ho provato a tratteggiare fin qui sono due modelli molto diversi ed un po’ estremizzati di
relazione. Come ho ricordato all’inizio dell’articolo, tuttavia, il conflitto tra conservazione ed
evoluzione è sempre presente in ogni individuo e in ogni coppia. Proverò quindi a segnalare con
maggiore chiarezza le discriminanti più importanti che possono orientare un rapporto d’amore in
una direzione di crescita positiva.
Saper fare e saper accettare “critiche costruttive”. Questa è sicuramente la capacità più
importante che bisogna avere all’interno di una coppia per gestire bene i conflitti e per evolversi
positivamente. Richiede, tuttavia, diverse cose: prima di tutto una buona cultura evolutiva che
permetta di percepire la critica ricevuta come un dono e che renda capaci di costruire una critica in
modo che sia utile all’altro/a; poi è richiesta una grande attenzione alle parti fragili e risentite nostre
e dell’altro/a, queste parti, infatti, specialmente nei momenti di stanchezza e di vulnerabilità,
possono farci trasformare il “dono” della critica in un “arma” che ferisce chi amiamo o possono
anche farci percepire una critica ricevuta e “consegnata bene” come un’offesa mortale; infine, per
saper gestire bene la capacità critica, è necessario avere un’idea adeguata dei “tempi”, differenti per
ognuno di noi, che sono necessari per “ricevere” una critica e per evolversi (per qualcuno, ad
esempio, inizialmente può essere addirittura impossibile accettare delle critiche, anche se fatte nel
migliore dei modi; in questi casi, per aiutare una persona a cambiare e crescere è necessario volergli
bene e accettarla così com’è, per un periodo più o meno lungo, … in queste situazioni, è necessario
però anche chiedersi se si è veramente capaci di aiutarle l’altro o se non si stia invece coltivando
una pericolosa illusione del tipo “io ti salverò”!).
Saper gestire creativamente la comunicazione. La comunicazione all’interno della coppia può
migliorare se siamo in grado di adottare alcune strategie creative. Ne indico alcune tra le più
efficaci: riformulare ciò che abbiamo detto male cambiando tono e registro comunicativo (a volte
un registro comunicativo non verbale, un bacio, una carezza, è molto più efficace di tante parole!);
scusarsi quando la propria comunicazione non è stato un vero cum munus, cioè uno scambio di
doni, ma un giudizio stigmatizzante o peggio un’offesa; scegliere i tempi giusti per comunicare e, se
si è in un momento di vulnerabilità o se lo è l’altro, posticipare la discussione ad un altro momento.
Garantire un tempo per pensare e per fare “manutenzione” all’interno della coppia. Offrire a
se stessi e a chi amiamo del tempo per il benessere e per il piacere è importante, ma è altrettanto
importante, per stare bene e per fare crescere la propria relazione, predisporre delle occasioni di
riflessione comune sul proprio modo stare insieme. Tali occasioni devono essere cercate in momenti
in cui entrambi si sia tranquilli, senza che nessuno ci disturbi e possibilmente devono avvenire in
una cornice piacevole e rilassante.
Mantenere vivi nel tempo alcuni valori fondamentali per la coppia. La comprensione, il rispetto
per l’altra/o, l’autenticità, la trasparenza, l’ascolto e la solidarietà nei momenti difficili, la fiducia e
il rispetto della libertà dell’altro/a sono tutti valori indispensabili per la sopravvivenza di un
rapporto d’amore. Vi sono diversi momenti nella vita di coppia, tuttavia, in cui si rischia di
trascurare pericolosamente questi valori, ad esempio quando si lavora troppo o quando i figli sono
piccoli. Un’altra causa di deterioramento di questi valori è il condizionamento negativo che
subiamo tutti da parte della cultura edonista e narcisista che prevale oggi in occidente. Una delle
caratteristiche della cultura attuale, infatti, è proprio quella di spegnere le passioni più forti e di
portarci ad investire sugli oggetti inanimati, come ad esempio un’automobile o un bel vestito,
oppure su relazioni meno totalizzanti, come sono i rapporti con gli animali domestici o con gli
amanti. Esempi di questa tendenza sono alcune “mode” molto diffuse negli Stati Uniti come quella
del one-night-stand: persone che si incontrano per vivere una sola notte d’amore, o, peggio ancora,
come il diffuso fenomeno del black-hole: poche settimane dall’inizio della relazione uno dei due
partner sparisce improvvisamente senza alcun motivo e senza lasciare alcuna traccia di sé, cambia
indirizzo, telefono e lascia quindi alle sue spalle una sorta di buco nero.
Vivere il rapporto anche con leggerezza e giocosità. Lasciare ogni tanto nella coppia spazio alla
parte bambina non significa necessariamente solo tradire o diventare stupidi e violenti. Un rapporto
che funziona ha bisogno spesso di fantasia, libertà, gioco. Sentirsi liberi di vivere anche altre
relazioni, senza tradire chi amiamo, ci permette di continuare a scegliere giorno dopo giorno la
persona che abbiamo scelto e con cui abbiamo progettato di vivere.

Credo sia evidente il motivo per cui prima ho definito scherzosamente il conflitto tra conservazione
ed evoluzione come “la madre di tutti i conflitti”. Evolversi, infatti, significa separarsi dalle illusioni
infantili, dalla dimensione narcisistica onnipotente. Voler conservare, in questo senso, significa
invece voler restare bambini, negare la dimensione del tempo e l’idea stessa della nostra finitezza.
Fino a quando la dimensione onnipotente e narcisistica dell’individuo non viene in qualche modo
“addomesticata” e non è riportata nei sani confini dell’amor proprio, la rabbia, l’irritazione, la
permalosità, l’offesa violenta, il disprezzo e la svalutazione la faranno da padroni nella
comunicazione all’interno della coppia.
Le aspettative di cambiamento delle situazioni negative, inoltre, saranno sempre affidate all’altro o
alla speranza illusoria di un incontro “magico” al di fuori della relazione.
Un sano rapporto con la realtà, unito a buone capacità di affrontare le difficoltà che si incontrano
nel corso della vita e della crescita, invece, lungi dal far sperimentare solo frustrazioni e disillusioni,
apre realisticamente alla speranza e al benessere, ad un’idea evolutiva dell’amore, che rappresenta
una crescita ed una trasformazione positiva continua, come sembra aver intuito molto bene il poeta
Nazim Hikmet in questa bella poesia:

Il più bello dei mari

Il più bello dei mari


è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

Diego Miscioscia
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