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Tesi di laurea in: Teoria delle Relazioni Internazionali

Titolo: “Le alleanze nel sistema unipolare: il caso dell’Estremo Oriente”


Università degli studi di Bologna – Sede di Forlì
Corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche

Candidato: Andrea Leva


Relatore: Marco Cesa

Abstract

La tesi verte sulle alleanze nel sistema unipolare ed abbraccia il dibattito politologico sulla
persistenza degli accordi statunitensi dopo la guerra fredda. A tal fine, il lavoro è stato diviso in due
sezioni, ognuna composta da due capitoli.
La prima sezione è di carattere teorico. In primo luogo, vengono analizzati i contributi più
significativi sui temi dell’Unipolarismo e delle alleanze nelle relazioni internazionali; poi, si propone
una cornice teorica per affrontare lo studio dei casi.
Il primo capitolo fornisce una rassegna del dibattito sull’Unipolarismo, individuando gli elementi di
forza e di debolezza delle tesi sviluppate in letteratura. Gli argomenti trattati sono: il carattere
dell’egemonia, la Grand Strategy americana, gli effetti strutturali dell’Unipolarismo e le strategie
degli stati secondari.
Nel secondo capitolo, si cerca di individuare un legame più preciso tra incentivi strutturali e
comportamenti degli stati attraverso lo studio delle alleanze. Si propone di esaminare i contesti
regionali come esempi di «sottosistema con Terzo», in cui l’unica superpotenza si inserisce
sfruttando la competizione tra le potenze regionali. Le alleanze vengono considerate come strumenti
per il «controllo dell’ambiente», piuttosto che espressioni del bilanciamento di una minaccia
comune. Tale prospettiva permette di esaminare la zona liminale che caratterizza l’azione del
«Terzo». Questa figura, interponendosi fra le parti, è impegnata anche a tutelare i propri interessi
affinché gli sia conservato un posto di rilievo nell’ordine che scaturisce dal conflitto. Il mediatore, in
altre parole, cerca di divenire un Tertius gaudens, sfruttando la competizione diadica tra stati vicini
per favorire un disequilibrio a proprio favore.
La seconda parte del lavoro è di carattere empirico. Vengono analizzate le alleanze statunitensi in
Estremo Oriente poiché questa regione ha assunto particolare rilevanza al termine della guerra
fredda.
Il terzo capitolo valuta le trasformazioni dell’alleanza tra Stati Uniti e Giappone alla luce dell’ascesa
della Cina. Questo caso permette di esaminare il comportamento dell’unica superpotenza e del suo
principale alleato regionale in relazione ad una potenza emergente. Si nota che l’ascesa cinese, più
che irrigidire il rapporto tra Pechino e Washington, è fonte di preoccupazione soprattutto per Tokyo,
favorendo un maggior controllo statunitense sull’alleato.
Nel quarto capitolo si considera l’evoluzione dell’alleanza tra Stati Uniti e Corea del Sud in relazione
alla sfida nucleare nordcoreana. Questo caso consente di valutare in quale misura l’azione
destabilizzante della superpotenza possa favorire il perpetuarsi del conflitto diadico. Si rileva, infatti,
che la sfida nucleare di Pyongyang, più che rappresentare un pericolo per Washington, nasca dalla

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politica coercitiva della superpotenza, permettendo agli Stati Uniti di vincolare il raggio d’azione
sudcoreano.
I casi studio sono affrontati considerando la cornice teorica elaborata nel secondo capitolo.
L’Estremo Oriente viene esaminato come un sottosistema regionale caratterizzato da due principali
linee di conflitto diadico e dalla mediazione degli Stati Uniti. Ciò ha consentito, al termine
dell’elaborato, di avanzare alcune considerazioni, confrontando le premesse di partenza con i
riscontri delle analisi sviluppate.
In primo luogo, lo studio delle due relazioni triangolari ha mostrato che l’Estremo Oriente
presenta equilibri peculiari ed è caratterizzato da spirali specifiche di conflitto e competizione, non
riconducibili a dinamiche globali.
In secondo luogo, la tesi di Josef Joffe, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero intrapreso una
strategia bismarckiana sfruttando le rivalità regionali, si è rivelata un buon punto di partenza per
analizzare la politica americana in Estremo Oriente.
In terzo luogo, sono emersi alcuni aspetti della strategia adottata da Washington per conservare il
primato in Estremo Oriente. L’esame dell’alleanza tra Stati Uniti e Giappone ha suggerito che la
«normalizzazione» delle relazioni sino-statunitensi sia stata legata al «contenimento» di Tokyo per
opera della superpotenza. Washington, infatti, ha intrapreso una politica equilibrata nei confronti di
Pechino, utilizzando l’ascesa della Cina come uno strumento per conservare uno stretto controllo
sull’alleato giapponese. L’analisi dell’alleanza tra Stati Uniti e Corea del Sud, poi, ha suggerito che
l’azione statunitense non intenda favorire, in primis, la riconciliazione altrui. Al contrario, la politica
di Washington si è rivelata una considerevole fonte di destabilizzazione tra i due vicini in
competizione. L’unica superpotenza, infatti, ha intrapreso una politica coercitiva nei confronti della
Corea del Nord, ostacolando le politiche accomodanti di Seul ed utilizzando la minaccia del
programma nucleare nordcoreano per aumentare il controllo sull’alleato.
In base alle considerazioni svolte, può essere tratto un giudizio complessivo sugli effetti delle
alleanze statunitensi in Estremo Oriente. La superpotenza ha agito da autentico Tertius gaudens,
mostrando come un attore esterno al conflitto diadico possa trarre vantaggio dalla competizione
altrui. Gli Stati Uniti, infatti, hanno ottenuto sia potere di controllo sull’agire dei contendenti sia
ampi margini di manovra per perseguire fini particolari. Se, generalmente, la letteratura
internazionalista ha evidenziato il legame tra alleanze ed equilibrio di potenza, l’analisi ha mostrato
che occorre considerare le alleanze anche come una possibile fonte di disequilibrio nel sistema
internazionale. La posizione statunitense nei sottosistemi regionali, assicurata dall’assenza di un altro
stato di pari rango pronto ad inserirsi nelle dispute, ha favorito lo sviluppo di un particolare assetto
regionale in Estremo Oriente. L’azione della superpotenza ha mostrato che, sebbene l’intento
originale del mediatore sia il superamento del conflitto, questi possa essere interessato anche a
preservare la competizione altrui poiché fruisce di numerosi vantaggi. Gli attori regionali, d’altronde,
hanno privilegiato la relazione con Washington piuttosto che una cooperazione a spese della potenza
statunitense, migliorando così la posizione del Tertius gaudens.