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Indice

Il libro
L’autrice
FastReset® Il metodo rapido di guarigione emotiva
Presentazione
Introduzione Le emozioni fanno bene?
PARTE PRIMA - Un metodo semplice e rapido per gestire le emozioni
Capire le emozioni
Una questione di sopravvivenza
La paura
La rabbia
La rinuncia
Le emozioni «sociali»
La frustrazione
Le emozioni come protezione e compensazione
Le emozioni parlano di noi
Quando la sicurezza è più forte della libertà
Che cosa vogliono le emozioni
Le convinzioni depotenzianti
Di che cosa sono fatte le emozioni
Come agisce il FastReset
Come e perché funziona il metodo
Tre passi verso la libertà emotiva
Come si applica
Esempi di focus sul proprio corpo
Esempi di focus sull’oggetto
Esempi di focus sullo stato emotivo
Un’emozione dentro l’altra
Emozioni con «effetto matrioska»
Resistenze
La libertà emotiva ci rende più forti
PARTE SECONDA - Trattare le emozioni negative, le compulsività e le dipendenze
I traumi
Focalizzazione su un particolare alla volta
Raggruppamento di tutte le fasi
Avvicinamento graduale al trauma
Allenamento alla consapevolezza
Effetti tardivi di un abuso
Un grave lutto
Paura per l’esito di un esame clinico
Trauma da separazione
L’incidente stradale
Le paure e le fobie
Come superare le paure
Innesco e mantenimento della risposta agli stimoli paurosi
Convinzioni e valutazioni incongrue
Fobia degli insetti
Paura di parlare in pubblico
Paura scolastica e vomito
Claustrofobia in treno
Paura dell’aereo e panico in galleria
Ansia, tensione e panico
Ansia utile e ansia inutile
Il disturbo ossessivo-compulsivo
Rituali ossessivi
Il disturbo d’ansia generalizzato
Il disturbo da attacchi di panico
Crisi di panico e tensioni sul lavoro
Altri disturbi d’ansia
Rabbia, odio e amarezza
Rabbia verso se stessi e rispetto
La rabbia degli altri
Rabbia e conflitto con l’autorità
Tristezza, delusione e impotenza
Delusione e tristezza per aspettative non realizzate
Colpa e vergogna
Disprezzo, biasimo e giudizio
Colpa nel chiudere una relazione
Inibizione, vergogna e colpa a causa dell’arroganza altrui
Biasimo per il comportamento aggressivo altrui
Trattamento di sintomi fisici
Mal di collo ciclico
Mal di testa frontale
Tic nervoso
Un mal di pancia molto importuno
Cisti benigna al seno
Mal di stomaco «affettivo»
Nausea e coliche in gravidanza
Sinusite incipiente
Extrasistoli e palpitazioni
Compulsività e dipendenze
Cioccolato, che passione!
Shopping compulsivo
L’equivoco del bisogno
Risposta allo stress e «craving»
Una rassicurante sigaretta
Il «peso» delle emozioni nell’alimentazione
Individuare l’emozione implicata nella «fame impropria»
Fame nervosa
Fame apparente
Uno strano appetito
Fame atavica
L’eccesso di peso come difesa
Chili di troppo e coerenza con l’immagine di sé
L’eccesso di peso per «smussare gli angoli»
Localizzazione dell’adipe e reazioni emotive inconsce
PARTE TERZA - Conoscere meglio se stessi, stare meglio con gli altri
Il perdono come chiave di liberazione emotiva
Un genitore scomodo
Perdono e giudizio
Dovere, merito, denaro e valutazione di sé
La missione
Allinearsi con se stessi
Non devo scontentare gli altri, se no mi disprezzano!
Le strategie emotive nelle relazioni
Quando «tirarsela» fa male
Arrendersi per evolvere
Lasciar andare il controllo per ottenere il cambiamento
Una bussola per trovare la libertà
PARTE QUARTA - Il FastReset in pratica
Risultati e sviluppi futuri
Il FastReset in ambito medico
Il FastReset in ambito sportivo
Il FastReset in ambito lavorativo
Le domande più frequenti
Applicare il FastReset con altre tecniche e terapie a cura di Eleonora Prazzoli
FastReset e psicopatologie gravi
Un caso di bulimia
Un caso di psicosi
Il FastReset applicato ai bambini
Postfazione di Rudy Stauder
Ringraziamenti
Copyright
Il libro

LA R A B B I A P E R U N ’ O F F E S A R I C E V U TA T I A N N E B B I A I P E N S I E R I . IL T E R R O R E D I S A L I R E S U U N A E R E O T I PA R A L I Z Z A .

Una voglia irresistibile di cibo condiziona la tua vita. Un attacco di claustrofobia ti impedisce di respirare. Chiunque abbia vissuto
un forte disagio emotivo, con tutte le conseguenze fisiche che comporta, sa che nel momento di crisi si desidera una sola cosa: che
l’emozione negativa si dissolva in un istante, facendoci tornare padroni di noi stessi. Maria Grazia Parisi, medico psicoterapeuta
ed esperta in medicine complementari, ha messo a punto uno strumento innovativo che ha risolto i problemi di centinaia di
persone e sta suscitando grande interesse anche in ambito ospedaliero. Si chiama FastReset ® e si distingue da tutti i metodi
tradizionali per una caratteristica cruciale: i risultati si ottengono in pochi minuti. Sfruttando un meccanismo fisiologico, e
applicando uno spostamento dell’attenzione che attivi la corteccia cerebrale, si possono depotenziare le emozioni negative (senza
reprimerle) modificando così il peso degli eventi passati e presenti sulla propria esistenza e rendendo gestibili persino traumi, lutti,
dipendenze, ansia, fobie. Efficace anche per molti disturbi psicosomatici, per i bambini – poiché del tutto privo di
controindicazioni – e per ottimizzare lo stato psicofisico prima di una performance sportiva, il FastReset ® è illustrato in questo
libro con precise e semplici indicazioni e con moltissimi esempi di successo. Un sistema di autogestione emotiva che fa ritrovare
sicurezza e serenità, migliorando i rapporti con gli altri, in famiglia e nel lavoro.
L’autrice

Maria Grazia Parisi è medico psicoterapeuta. Si occupa da circa venticinque anni del trattamento dei
disturbi emotivi e psicosomatici mediante la psicoterapia e l’applicazione di medicine
complementari e di tecniche di risoluzione emotiva rapida, tra cui soprattutto il FastReset ® .
Svolge da sempre anche attività di divulgazione e formazione. Collabora con riviste e testate radio-
televisive ed è autrice di libri sulla salute. Per approfondimenti www.fastreset.it
MARIA GRAZIA PARISI
FASTRESET ®
IL METODO RAPIDO
DI GUARIGIONE EMOTIVA
A mio padre e a mia madre,
che si sono risvegliati nella Luce
mentre questo libro prendeva forma.
Tra uno stimolo e una risposta vi è uno spazio. In quello spazio c’è il nostro potere di
scegliere la nostra risposta. Nella nostra risposta risiede la nostra crescita e la nostra libertà.
L’estrema libertà umana è quella di poter scegliere il proprio atteggiamento in qualunque
circostanza.

VIKTOR FRANKL
Presentazione

TEMPI inquieti i nostri. La mente, scaraventata fuori dalle sicurezze di ieri, cerca affannosamente nuovi punti di
riferimento; i precedenti hanno perso la loro stabilità, e il nostro pensiero si muove cauto, come su sabbie mobili.
E cosa avviene alle nostre emozioni? Anziché nutrirci di «vitamine d’amore», quale sarebbe il loro compito,
annaspano ora in un timore, che rende cupi i pensieri, innescando un circolo vizioso, apparentemente senza via
d’uscita.
Aumenta l’ansia anche a causa di eventi sempre più ingestibili: la crisi economica, l’inquinamento e i
cambiamenti climatici, i terremoti. E se questa fosse una nuova prospettiva del vivere?
Una prospettiva in cui sono gli eventi stessi a suggerirci i tempi con cui muoverci, a mostrarci vecchi e recenti
nodi emozionali da sciogliere e offrirci contestualmente nuovi strumenti veloci, semplici, efficaci, adatti alla
scoperta del senso e degli obiettivi della nostra esistenza. Per dare a questa nostra vita la felicità che dovrebbe essere
un nostro diritto innato.
E allora è davvero un dono prezioso incontrare un’autrice, medico del corpo e dell’anima, capace di creare un
metodo facile, veloce, efficace per gestire eventi ed emozioni; decisa a metterlo a disposizione di persone che
soffrono, aiutandole a ottenere da se stesse una guarigione vera, risolutiva, istantanea, multidimensionale. Una
guarigione che riporta armonia nel rapporto tra corpo fisico, energetico, emozionale e spirituale. Ma non solo. Maria
Grazia Parisi ne fa un libro chiaro e illuminante, destinato sia agli addetti ai lavori sia alle persone che desiderano
espandere la percezione di sé, per ampliare la propria coscienza. Un aiuto concreto, che restituisce fiducia e serenità
in questi tempi difficili.

DEDE RIVA
Presidente dell’ISPA Istituto Sperimentale
di Psicodinamica ® Applicata ® di Milano
Introduzione
Le emozioni fanno bene?

LE nostre abitudini di comportamento e di pensiero dipendono dalla valutazione, cosciente o meno, che diamo agli
eventi con cui abbiamo a che fare. Tale valutazione produce le nostre emozioni, che sono quindi le risposte che
diamo, volontariamente o, più spesso, automaticamente, a quanto succede.
Ciascuno di noi, in ogni momento della giornata e dell’esistenza, ha a che fare con le emozioni e gli umori, propri
o altrui. Non se ne può prescindere, sono l’essenza della vita. E ciascuno di noi, soprattutto per questioni di
adattamento sociale, deve anche imparare a modulare, ridurre, talvolta frustrare o contrastare l’espressione delle
proprie emozioni e dei propri impulsi, tanto che in genere si crede che la gestione delle emozioni sia sinonimo della
loro «semplice» repressione.
Niente di più antitetico all’obiettivo di questo libro. La repressione delle emozioni, che forse era il sogno di certi
vecchi metodi educativi, allontana infatti dalla conoscenza di sé e crea tensioni che spesso sfociano in disturbi anche
gravi delle normali funzioni del corpo.
Questo volume si propone di accompagnare il lettore nell’apprendimento di una nuova metodica che dà la
possibilità di «lavorare» con le emozioni proprie e altrui, trasformandole e modificando il peso degli eventi passati e
presenti sulla nostra vita.

Partiamo dall’esempio più comune che ha toccato ognuno di noi: una discussione spiacevole con il partner o con
il capo. La cosa sembra finire lì e ognuno dei due riprende le proprie attività. Ma in realtà l’emozione scaturita da
quello scontro non si esaurisce. Passiamo la mattinata a rimuginare sulle parole dette, su quello che avremmo voluto
dire, sui significati che ci sembra si nascondano dietro al seppur piccolo dissidio. Persino a livello fisico ne
risentiamo, avvertiamo magari una certa tensione allo stomaco oppure un cerchio alla testa. L’esperienza frequente è
quella di una giornata senza requie in cui non riusciamo a ritrovare serenità e lucidità. E questo è un episodio in
fondo minore che però rischia di privarci di energia e di obiettività, se non siamo in grado di gestire l’impatto
emotivo. Per questo durante il mio lavoro di psicoterapeuta – in cui le emozioni non trattate spesso causano
complicazioni ben più nocive – ho sempre cercato con determinazione e costanza metodi e approcci che aprissero
nuove strade terapeutiche.
Quello di cui vorrei trattare qui è infatti un processo di riconoscimento e rielaborazione delle reazioni emotive,
perlomeno di quelle connotate da una sorta di disfunzione, che quindi richiedono al nostro organismo molta energia
in cambio di nessun vantaggio.
Partirò da un concetto semplice e al tempo stesso di una certa portata: dobbiamo immaginare che il corpo, la
mente e l’ambiente in cui siamo immersi costituiscano un intero, un’unità funzionale interdipendente. Non ritengo
utile, perciò, studiare separatamente queste componenti, perché l’una non avrebbe senso senza l’altra. Le emozioni,
in questa visione delle cose, sono un mezzo per rispondere alle richieste di cambiamento da parte dell’ambiente,
salvaguardando al contempo le esigenze di sopravvivenza dell’organismo, cioè del corpo-mente. Niente di
romantico, come si vede, ma applicare questo approccio, a mio parere, può chiarire una serie di implicazioni che
riguardano le emozioni, altrimenti difficili da avvicinare e comprendere se non dalla persona che le vive.
L’ambiente di cui parlo non è solo quello fisico, ma anche e soprattutto quello sociale, famigliare, scolastico,
lavorativo. Le persone che ci circondano sono il nostro ambiente, e noi siamo il loro. Tutto ciò costituisce un sistema
e, secondo il funzionamento dei sistemi, ogni componente, modificandosi, modifica anche i rapporti tra gli altri. Se
vogliamo che il nostro ambiente cambi, dobbiamo cambiare noi. Viceversa, è impossibile impedire al nostro
ambiente di influire continuamente su di noi. Noi e l’ambiente siamo specchi l’uno dell’altro.
Negli ultimi decenni sono nati e si sono sviluppati ogni giorno nuovi mezzi e metodi che si affiancano alle terapie
e alle psicoterapie tradizionali. Questi approfondiscono e spesso rendono più rapidi i tempi di acquisizione della
consapevolezza di sé e ottimizzano il superamento di disturbi e problemi che coinvolgono la sfera emozionale.
Il metodo descritto in queste pagine si chiama FastReset ® (Focused Awareness Shift Technique Reprocessing
Emotional Subjective Experience Traits, o «tecnica di spostamento del focus dell’attenzione per rielaborare i tratti
dell’esperienza emotiva soggettiva») ed è tra i più semplici che io conosca. Finora non ha avuto alcun effetto
indesiderato e mi ha dato eccellenti risultati. Sfruttando un semplice meccanismo neurologico, accompagnato da un
supporto cognitivo, in pochi minuti è spesso in grado di risolvere le emozioni negative più varie, non reprimendole,
ma trasformandole in esperienze padroneggiabili con più facilità. Di facile acquisizione e alla portata di tutti,
raggiunge la sua massima efficacia alla presenza di un operatore che accompagni l’altra persona in un percorso di
risanamento delle reazioni emotive eccessive e delle convinzioni subconsce che ne limitano il potenziale e le
capacità di guarigione.
Traumi, lutti, fobie, ansia, angoscia, rabbia, tristezza, rancore, colpa e molte altre emozioni, oltre a diversi disturbi
psicofisici e molti casi di dipendenze – come illustrerò nel corso del libro – possono essere trattati in breve tempo,
facendo contemporaneamente acquisire al soggetto una maggiore e più stabile consapevolezza del suo mondo
emotivo e una migliore capacità di fronteggiare con lucidità e coraggio eventi ritenuti prima insormontabili.
Oltre a poter essere utilizzato come sistema di autogestione emozionale, il FastReset può far parte del bagaglio di
risorse di uno psicoterapeuta o di un operatore del benessere psicologico in genere. Anzi, una cosa che caldeggio
particolarmente è che non applichino questa tecnica solo gli psicologi e gli psicoterapeuti, ma anche i medici – per
esempio, in situazioni in cui il paziente sia spaventato o abbia emozioni incongrue rispetto a esami o manovre
invasive – gli insegnanti, i trainer sportivi, i genitori.
L’ho fatto provare a centinaia di persone, tra i cinque e gli ottant’anni. Non serve altro che la capacità di sentire le
proprie emozioni, possibilmente (ma non obbligatoriamente) di descriverle e di saper concentrare per pochi secondi
tutta l’attenzione su una parte del corpo.
È fin troppo semplice, a dire il vero, ma non essendomi mai posta questo problema nel proporre il mio metodo,
finora nessuno se ne è accorto!

Avvertenza

La tecnica qui descritta non può essere in alcun modo intesa come sostituto o supporto arbitrario di diagnosi e
cure mediche o psicologiche. Inoltre, il risultato della sua applicazione, anche quando eseguita correttamente, non
può essere in alcun modo garantito. Non vi sono a oggi risultati sperimentali che la possano convalidare
scientificamente, pertanto non è possibile escludere effetti avversi dovuti alla sua pratica. Quanto segue va
considerato unicamente come il risultato dell’esperienza personale e diretta dell’autrice, e chi decide di applicare i
suggerimenti qui riportati lo fa sotto la sua sola e piena responsabilità. I casi descritti corrispondono a eventi
realmente accaduti, ma i nomi dei soggetti e le circostanze sono stati volutamente cambiati.
PARTE PRIMA

Un metodo semplice e rapido


per gestire le emozioni
Capire le emozioni

Una questione di sopravvivenza

A nessuno, credo – con alcune rare e particolari eccezioni, dovute a situazioni disfunzionali –, piace provare
paura, dolore, angoscia, rabbia, impotenza, rassegnazione, delusione, tristezza. Eppure, dobbiamo farci i conti
quotidianamente. Perché la natura ha inventato queste situazioni tormentose? Per aiutarci a sopravvivere.
Le emozioni, infatti, nascono in primo luogo come risposta a cambiamenti dell’ambiente esterno o interno, che
richiedono un adattamento da parte dell’organismo, a sua salvaguardia. Un evento potenzialmente minaccioso o
disturbante – che sia una tigre con i denti a sciabola, un difficile colloquio di lavoro o l’apparizione imprevista di
nostra suocera poco importa – provoca immediate reazioni nel corpo e nella mente. Non è detto – attenzione! – che
tali attivazioni del fisico e del comportamento siano sempre le più razionali o opportune, ma rappresentano
certamente il modello di risposta biologica che la nostra specie ha messo a punto in milioni di anni per quella
circostanza.

La paura

L’emozione primaria è proprio la paura, che ha lo scopo di mobilitare le nostre risorse per proteggerci dalle
conseguenze di una minaccia. Fin qui, potrebbe essere tutto piuttosto semplice. Per noi umani, però, la faccenda è
complicata dal fatto che è sufficiente che la minaccia sia immaginata, e persino anche solo proiettata nel futuro, per
far scattare l’allarme. Non solo siamo in grado di avere paura anche di qualcosa di puramente virtuale, che esiste
soltanto nella nostra testa, riusciamo ad avere paura, con conseguenze enormi, anche di qualcosa che potrebbe essere
presente nella testa degli altri: quello che pensano di noi, per esempio. Tale meccanismo, se da un lato serve a
renderci previdenti e assennati, in certi casi può farci eccedere, gettandoci nell’ansia e nelle paure immaginarie.
Limitando la nostra libertà di scelta, per giunta.
Che cosa facciamo, per reagire alla paura? Di solito, mettiamo in atto dei comportamenti autoprotettivi, in buona
parte innati e automatici. Quello che acquisiamo con l’esperienza, diretta o mediata dalle informazioni e dagli
esempi che abbiamo ricevuto, fin dai primi vagiti, dal nostro ambiente e dai nostri simili, è piuttosto la conoscenza
di che cosa è pericoloso, disturbante o preoccupante e che cosa non lo è. Insomma, la paura è uguale per tutti, ma
non tutti imparano ad avere paura delle stesse cose.
La possibilità davvero sterminata di apprendere e poi di trasmettere alla prole modelli di classificazione degli
oggetti e delle circostanze è di sicuro vincente a livello evolutivo. Questo fa sì, infatti, che noi esseri umani siamo in
grado di adattarci a sopravvivere negli ambienti più disparati, rendendoci estremamente flessibili e quindi capaci di
colonizzarli.
Anche la comprensione dei modelli di funzionamento sociale (che cosa è lecito e che cosa è tabù; quali sono i
comportamenti giudicati congruenti con i valori del gruppo e quali no eccetera) avviene in età molto precoce, e dà
l’importante risultato di rendere l’individuo adatto ad appartenere alla comunità in cui vive, e quindi a essere accolto
e protetto.
Ovviamente, c’è un rovescio della medaglia. Quando l’apprendimento avviene senza possibilità di essere criticato
o comparato a esperienze precedenti, possiamo definirlo un condizionamento, che produrrà con ogni probabilità un
automatismo o un dogma la cui validità difficilmente verrà rimessa in discussione.
In realtà, quindi, le nostre classificazioni (di oggetti, persone, eventi, possibilità, impossibilità) derivano in buona
parte da un vero e proprio condizionamento, avvenuto in epoche in cui non potevamo contrapporre nessuna
obiezione, e che continua per tutta la vita, essendo noi perennemente sottoposti all’influenza (casuale o voluta) di
informazioni, giudizi, idee e propagande varie.
Tra queste convinzioni indotte, ci sono quelle relative a che cosa deve fare paura e anche a che cosa non deve
suscitare allarme, in quanto normale o possibile. È vero che, crescendo, molti di tali condizionamenti vengono
smentiti da esperienze successive, e saremo in grado di costruirci una nostra versione dei fatti. Spero per esempio
che, se avete raggiunto l’età della ragione, abbiate smesso di avere paura del babau, o non temiate di essere
abbandonati dalla mamma se non la vedete per qualche minuto! Ma la maggior parte degli eventi che oggi mettono
in allarme – sempre che non viviate in una nazione in guerra, o durante una carestia, o siate sopravvissuti a qualche
altra catastrofe – potrebbero essere altrettanto facili da ridimensionare, se non fosse che per qualche loro aspetto
probabilmente assomigliano a qualche cosa (o persona) che vi ha spaventato in passato.
La paura, dicevo, spinge a comportamenti autoprotettivi, volti a mantenere la sopravvivenza. In particolare, il
corpo allarmato cercherà, tramite rapidissimi cambiamenti nel sistema nervoso, di metterci in condizioni di
allontanarci, alterando in un attimo la sua biochimica e il suo metabolismo, aumentando la frequenza dei battiti del
cuore e alzando la pressione arteriosa, dilatando i vasi sanguigni delle gambe e restringendo quelli della parte
superiore del corpo – da cui il tipico pallore – per fare affluire più sangue ai muscoli che servono a fuggire. Se
scappare non è possibile per vari motivi, l’attivazione muscolare, ma anche viscerale, può permanere comunque a
livello subconscio: lo stato di allarme si traduce in una tensione fisica, che se ripetuta nel tempo può «cronicizzarsi»
e diventare una «nuova normalità».

La rabbia

La reazione di rabbia può spingere a lottare per difendere noi stessi, il nostro territorio, i nostri beni, i nostri figli,
il nostro lavoro, il nostro buon nome, la nostra immagine, le nostre scelte e i nostri valori da qualcosa che potrebbe
minacciarli o che ha già prodotto un danno. In questo senso è una risposta alla paura. Oppure, può semplicemente
indicare che qualcosa si sta frapponendo tra noi e i nostri obiettivi, impedendoci di raggiungerli. La rabbia, e quindi
il comportamento aggressivo, ci sprona anche a raggiungere la nostra meta, mettendovi la giusta energia e impegno.
Ciò non dà, ovviamente, nessuna garanzia di successo, ma è quello che la natura ci induce a fare e a sentire per
risolvere il problema.
La rabbia ha diversi «parenti», tra i quali, per esempio, il biasimo; se vogliamo, una sua variante molto più
elegante e intellettuale, anzi, squisitamente sociale: qualcuno esce dal seminato, costituendo un potenziale problema
o danno, e va corretto. Anche l’invidia può contenere una componente di rabbia: qualcuno possiede ingiustamente
più di noi, e la situazione va riequilibrata. Troviamo un’altra variante intellettuale della difesa attiva dei propri valori
nel giudizio, o meglio ancora nel pregiudizio, che può essere associato a convinzioni incongrue e all’incapacità di
perdonare.
Sono spesso le emozioni a decidere che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. Al fatto che la ragione o il torto
possono essere solo relativi ci si arriva invece attraverso il ragionamento, che spesso è impedito o fuorviato proprio
dall’ingombro delle reazioni emotive.

La rinuncia

Vediamo l’altro versante delle emozioni.


Una reazione alla paura contraria alla rabbia (che possiamo immaginare, fisicamente, come il procedere in avanti,
verso l’avversario o l’obiettivo) è il lasciar perdere, il disinteressarsi, il demordere, il sottomettersi. La fuga e la
rinuncia, in poche parole.
Queste possono assumere varie forme, a seconda della situazione, della personalità e dell’opportunità. Per
esempio, la tristezza, in tutte le sue forme e intensità, vuole in genere metterci in condizioni di accettare la dura
realtà ed evitarci di spendere altre energie in qualcosa che non ha più senso perché non c’è più, non funziona più,
non ci vuole più. È anche una richiesta di aiuto e conforto rivolta agli altri: vedendoci così tristi, si spera facciano
qualcosa per consolarci o aiutarci. Varianti della tristezza possono essere l’impotenza, la disperazione e l’angoscia,
che indicano la resa al fatto che non c’è soluzione e, anche loro, tendono a dissuaderci dall’investire altre energie
che andrebbero perdute. Perseguendo ed estremizzando la via della fuga/rinuncia si può arrivare al ritiro totale degli
«investimenti», all’apatia e all’abulia difensive.
Le emozioni «sociali»

Un discorso a parte meritano le emozioni che vogliono allontanarci dall’oggetto che le suscita, e sono imparentate
a gradi diversi con il disgusto. La sua variante sociale, il disprezzo, comprende spesso anche un po’ di rabbia, così
come la comprende l’irritazione, un misto di rabbia e disgusto.
La vergogna e la colpa sono invece sempre strettamente legate all’ambito sociale: la vergogna vorrebbe farci
nascondere o sparire agli occhi degli altri, ed è associata al sentirsi inferiori, indegni, sbagliati o inadeguati rispetto
alle regole sociali. La colpa non ha necessariamente bisogno di un «pubblico» e vorrebbe, invece, farci correggere
l’azione sbagliata; redimerci, insomma, il che non implica che chi la prova si senta sbagliato, in toto o in parte.
L’imbarazzo è la variante più lieve di queste emozioni sociali, e indica che non siamo sicuri di che cosa le regole
della comunità stabiliscano come più accettabile in quella circostanza; di solito, l’imbarazzo vuole evitarci il ridicolo
o il biasimo altrui e riscattare la nostra immagine in quel momento, ma riguarda uno specifico comportamento
contingente, non la persona in sé.

La frustrazione

Un’esperienza che può comportare tutta una gamma di emozioni e reazioni, dall’irritazione alla rabbia, dalla
delusione all’afflizione, è la frustrazione. Di solito, interviene quando non è stato possibile lottare né fuggire. È la
sgradevole sensazione che desideri, aspettative e sforzi non siano per nulla premiati, ma qualcosa o qualcuno ci
smonti con un bel «no», impedendoci di proseguire.
È parente stretta dell’impotenza e dell’angoscia che in genere l’accompagnano. Si dice che la maturità emotiva
si veda da come superiamo la frustrazione: se lasciandosi prendere dalla rabbia, e quindi manifestandola o
reprimendola, oppure decidendo di perseverare, cambiare strada, addirittura cogliere la frustrazione come
opportunità di evoluzione, arricchimento e invenzione.
A livello statistico, tra il ridurre il più velocemente possibile la sofferenza provocata dalla frustrazione e il
superarla in modo «creativo», con soluzioni innovative, un organismo tende a scegliere la strada che richiede il
minor dispendio di forze. Meglio l’uovo oggi, per intenderci.
Ma a noi umani piace anche avere la gallina domani. Per raggiungere quest’obiettivo a lungo termine, che non è
mai così scontato e automatico, occorre, infatti, molta consapevolezza e spesso anche un grande investimento di
tempo o di energia. A volte, peraltro, sembra più opportuno o comodo resistere, cioè salvaguardarsi da un ulteriore
cambiamento, in attesa di momenti migliori. Di frequente questo comportamento di resistenza è proficuo. Talvolta,
però, specie nel medio-lungo periodo, non è detto che rappresenti una strategia che porti buoni frutti, e può dare
parecchi problemi, anche fisici. L’organismo, infatti, si attrezza per resistere prediligendo la modalità «allarme
cronico», molto dispendiosa e logorante per visceri e organi.
Un classico sistema per sopportare – almeno momentaneamente – la frustrazione è usare una gratificazione, un
piacere che sostituisca o diminuisca il fastidio dell’insuccesso (cibo, sigaretta, shopping eccetera). Questo
meccanismo, naturalmente unito a molti altri fattori, potrebbe provocare l’instaurarsi di comportamenti di
compensazione e addirittura di dipendenza (vedi il capitolo «Compulsività e dipendenze»).
Tali comportamenti sono rafforzati dal senso di sollievo e di sicurezza che quella certa compensazione ha
prodotto innanzi tutto a livello fisico. Così, può instaurarsi un meccanismo che l’organismo cercherà probabilmente
di replicare ogni volta, per trarne di nuovo quel sollievo o quella gratificazione. Com’è facile capire, le situazioni di
dipendenza sono estremamente complesse dal punto di vista emotivo, perché possono contenere una compresenza di
elementi anche opposti: rabbia e colpa, vergogna e piacere, impotenza e resa, ricerca della novità e ricerca della
sicurezza.
Tra le reazioni emotive più comuni alla frustrazione troviamo la delusione, l’amarezza, la tristezza, l’impotenza,
ma può esservi anche l’invidia, il biasimo, la gelosia – sentimento molto complesso, che va scisso nelle emozioni
che lo compongono: in genere paura, rabbia, invidia, tristezza – e molte altre, secondo la personalità e le esperienze
del soggetto. Perfino i sentimenti di disprezzo o di superiorità – anch’essi, come già visto, formati da diverse
emozioni, per esempio disgusto e rabbia – possono derivare da reazioni per superare la frustrazione.
La delusione, come la tristezza, vuole farci accettare il danno o il lutto ed evitare di impiegare ulteriore tempo e
forza nella direzione che si è rivelata fallimentare. L’amarezza può contenere anche un sentimento d’ingiustizia.
Infine, il dolore può rappresentare sia la fase iniziale o acuta di qualunque emozione intensa, specie traumatica
(tipicamente, una perdita), sia l’esito di un evento che il soggetto farà bene a tenere nella sua memoria per evitare di
incorrervi nuovamente, sia lo strascico di un sentimento di lutto per un cambiamento avvertito tuttora come
inaccettabile.

Le emozioni come protezione e compensazione

Ecco uno schema riassuntivo sui ruoli difensivi e compensativi di alcune emozioni:

Paura

Proteggere o allontanare da oggetti o situazioni, reali o immaginari, potenzialmente minacciosi o disturbanti (se
presente, va trattata prima delle altre emozioni, escluso il senso di assurdità).

Ansia, allarme, tensione

Attivare o aumentare la vigilanza, la concentrazione, la lucidità per far fronte a una situazione presente o futura,
reale o ipotetica, le cui conseguenze possono essere potenzialmente disturbanti.

Preoccupazione

Ricercare o ottenere fin d’ora una soluzione o una modalità di controllo da applicare nel futuro.

Panico

Proteggersi da un evento ignoto ingestibile e percepito come annientante; uscire dalla trappola in cui ci si sente.

Angoscia (paura + impotenza)

Allontanarsi dalla situazione percepita come annientante o arrendersi all’evidenza della propria incapacità di
gestirla.

Rabbia, irritazione

Proteggere se stessi, i propri beni o valori; allontanare chi o che cosa ostacola o disturba.

Odio, risentimento (rabbia + senso personale di ingiustizia)

Come per la rabbia, e anche riportare giustizia e/o essere risarciti.

Biasimo, disprezzo, disappunto, giudizio (rabbia + disgusto)

Proteggere i propri valori e correggere gli sbagli altrui.

Disgusto, fastidio

Allontanare da sé l’oggetto che lo provoca.

Frustrazione (rabbia + impotenza)

Spinta a modificare la situazione, a trovare una nuova soluzione al fallimento subìto, oppure a prendere atto
dell’inutilità degli sforzi e cambiare strategia o obiettivo.
Impotenza, senso di vuoto, di inutilità

Prendere atto dell’impossibilità di proseguire nell’azione o di avere indietro quanto si è perso; arrendersi o cambiare
strategia.

Tristezza, delusione

Accettare il danno ed evitare d’impiegare altre energie in quello che non è andato a buon fine; farsi consolare; fare
tesoro dell’esperienza; recuperare le proprie energie per andare avanti.

Amarezza (delusione + ingiustizia)

Come per la tristezza, e ricevere giustizia.

Invidia

Riportare giustizia; stimolo a migliorare (se ammirativa); ammettere la propria incongruità o inadempienza (se
depressiva).

Vergogna (sentirsi indegni e inadeguati alle regole sociali)

Nascondersi, non essere visibili.

Colpa (sentire che il proprio comportamento è indegno o inadeguato)

Riparare il danno; redimersi agli occhi altrui; essere perdonati.

Dolore

Allarme o difesa acuta o cronica; portare l’attenzione sull’evento doloroso o sulla sua localizzazione per risolverlo o
evitare azioni incongrue e spreco di energie; memorizzare l’evento e le circostanze dolorose per non incorrervi di
nuovo e farne tesoro.

Compassione, commiserazione

Essere in grado di riconoscere i sentimenti e la situazione altrui per portare aiuto se possibile.

Autocommiserazione

Essere consolati della perdita.

Sconcerto, senso di assurdità per quanto si sta vivendo, incredulità

Proteggersi dall’impatto troppo forte con la realtà (se presente, trattare prima di tutto); riuscire a valutare,
interpretare e collocare correttamente quanto sta succedendo.

Consiglio, soprattutto a chi non è un professionista delle relazioni di aiuto, di tenere questa tabella a portata di
mano mentre lavora su se stesso con il FastReset. Questo perché, benché sicuramente incompleta, può fornire idee e
spunti su come integrare l’emozione, ovvero su come dare la giusta collocazione al ruolo biologico dell’emozione
stessa, primo passo per la sua effettiva risoluzione e trasformazione. Alla fine di ogni capitolo, comunque, troverete
suggerimenti specifici dedicati all’emozione trattata.

Gerarchia emotiva
In sintesi, in presenza di senso di assurdità o incredulità per quanto è accaduto (per esempio, riferito a un trauma) è necessario trattare questi
prima di ogni altra reazione emotiva.
Le emozioni vanno possibilmente trattate a partire da quella a più alta intensità o che crea maggiore disagio.
A parità di intensità, bisogna ricordare che la presenza di un’emozione di paura è in genere gerarchicamente più importante – e quindi va trattata
prima – di quasi tutte le altre.
Paura, rabbia, tristezza, traumi ed emozioni imparentate vanno di solito affrontate prima di quelle sociali (emozioni che possono comparire solo in
presenza di altri: biasimo, vergogna, colpa, commiserazione e così via).
Approfondiremo questo aspetto nel capitolo «Le emozioni parlano di noi».

Molte altre sono le varianti delle emozioni – e spesso sono più precisamente dei sentimenti, ovvero emozioni
complesse e perduranti –, ma in genere tutte possono essere ricondotte a una composizione delle emozioni di base.
Per esempio, il senso di abbandono o di vuoto è frequentemente assimilabile a un’angoscia impotente; la
gelosia, come accennato, può avere componenti di tristezza, paura, rabbia; il sentimento del tradimento può essere
vissuto come misto di odio, amarezza, tristezza, biasimo eccetera.
I migliori risultati nel trattare e risolvere in maniera stabile le situazioni emotivamente disturbanti con le tecniche
di rilascio emozionale – come quella che illustrerò nelle prossime pagine – si hanno quando si identificano con
precisione la/le emozioni che compongono ciò che ci sta disturbando in quel momento. Come vedremo, anche
conoscere il loro ruolo protettivo e/o compensativo può essere utile.

La mappa delle emozioni


Anche la localizzazione fisica dell’emozione è della massima importanza!
In linea di principio, si può ricordare che le emozioni legate alla paura e all’abbandono sono avvertite prevalentemente al petto e alla gola; quelle
legate alla rabbia, al disgusto, al vuoto e a questioni di potere si sentono di più nello stomaco; le convinzioni, la preoccupazione e le questioni di
principio si avvertono soprattutto alla testa eccetera.
Vi possono essere però moltissime varianti soggettive, dovute a diversità individuali nella capacità di percepire i cambiamenti neurovegetativi, che
sono i correlati fisici delle emozioni, o nella descrizione delle emozioni stesse.
Individuare dove sentiamo maggiormente l’emozione è comunque importante, oltre che ai fini stessi della tecnica FastReset, anche per monitorare
il cambiamento psicologico e per imparare a focalizzare meglio l’attenzione su quanto ci succede e quindi a gestire con più consapevolezza e
padronanza le proprie emozioni.
Le emozioni parlano di noi

Quando la sicurezza è più forte della libertà

Ve ne sarete accorti: un giorno decidete finalmente di cambiare qualcosa – dieta, attività fisica, lavoro, abitudini,
relazioni, comportamenti – e, malgrado i più onesti sforzi, l’attenzione e la buona volontà, finite, dopo un po’, per
tornare al vecchio schema.
Perché? Semplice: di solito, c’è di mezzo un meccanismo salvavita, una specie di «cintura di sicurezza» innata o
costituita da un’informazione acquisita come un dato di fatto. Non c’è stata, cioè, la possibilità di metterne in
discussione la validità perché l’organismo – come abbiamo visto – l’ha considerata, in un certo momento,
indispensabile alla sua continuità e alla sicurezza fisica, psicologica o sociale. Non abbiamo potuto farci nulla perché
probabilmente, quando questa informazione ci è stata fornita, eravamo troppo piccoli, o troppo spaventati, o
sottoposti a troppi altri stimoli per poterla analizzare con senso critico, e persino per accorgerci che era possibile
accettarla o respingerla. Ecco perché quell’informazione agisce al di sotto della nostra soglia di attenzione e
coscienza.
Forse, in molti casi questo meccanismo non sembra favorire direttamente la nostra reale sopravvivenza. Infatti,
non è necessaria la presenza di una belva che voglia fare di noi il suo pasto per obbligarci ad accendere l’ennesima
sigaretta o a mangiare l’ennesimo cioccolatino. Ma potrebbe esserci qualcosa, nella situazione che stiamo vivendo,
che a causa di una somiglianza anche vaga «impone» di ripetere un certo comportamento che in un’occasione
magari lontana ha costituito un meccanismo di salvaguardia o di immediata gratificazione. Così, per quanto
incongrue con le attuali scelte coscienti, le risposte a certi stimoli – anche subliminali – vengono mantenute,
addirittura al di là dell’apparente volontà dell’individuo.
I meccanismi difensivi e compensativi, veri stakanovisti, svolgono ventiquattr’ore al giorno un lavoro egregio, di
cui dovremmo persino ringraziarli. Sono ciò che ha permesso alla nostra specie di sopravvivere e di adattarsi alla
complessità dell’ambiente e della nostra cultura. Ma sono anche i responsabili del fatto che, per esempio, abbiamo
paura dell’ascensore, o delle farfalle, o di parlare in pubblico. O che soffriamo di allergie, emicranie da stress,
ipertensione, gastrite, colite e così via. O che abbiamo dipendenze di qualunque tipo.
Conoscendo meglio questi meccanismi difensivi, potremmo scoprire che cosa fare affinché si attivino solo
quando serve davvero, lasciandoci più libertà di scelta rispetto alle risposte emotive e quindi comportamentali e alle
loro conseguenze sulla nostra vita.
A tale scopo, devo illustrare brevemente quello che succede nel nostro cervello.
Se non siete particolarmente appassionati di neurobiologia, comunque, potete saltare il prossimo box.

Cervello ed emozioni
Le informazioni che raccogliamo attraverso i sensi dall’ambiente circostante sono veicolate a una struttura nervosa detta talamo sensoriale e da
qui smistate a un raggruppamento di centri nervosi, noti come amigdale, posti nelle profondità del cervello.
Questi centri, in collaborazione con l’ippocampo e altri circuiti complessi, provvedono in un tempo estremamente breve a decodificare gli stimoli
e a stabilire se appartengono al novero di quelli allarmanti, neutri, o piacevoli. Una volta classificati, inviano poi al sistema nervoso vegetativo, alle
ghiandole endocrine e ai muscoli (anche quelli mimici, che provocano il cambiamento dell’espressione facciale) gli ordini conseguenti: impaurirsi,
rimanere tranquilli, predisporsi a lottare, schifarsi, avvicinarsi fiduciosi, provare felicità… Le emozioni, insomma.
Tuttavia questo filtro è un po’ approssimativo; le amigdale, infatti, non vanno troppo per il sottile, perché il loro primo (e unico) comandamento è:
sopravvivere! Ciò significa badare sostanzialmente a farci evitare guai e proteggerci nell’immediato, o farci apprezzare qualcosa di cui in quel
momento potremmo avere bisogno o beneficiare, senza però prevedere le conseguenze a lungo termine.
Alle amigdale, insomma, non importa un bel niente di quanto succederà in futuro. Se per esempio dobbiamo andare in vacanza con quella certa
persona contro la quale stiamo per metterci a urlare. Se abiterà ancora nel nostro condominio. Se è pur sempre il nostro capo, o il nostro partner. Se
quella cosa che sembra tanto buona, alla lunga, sarà anche inappropriata o tossica. E a loro non importa neanche analizzare e valutare ogni
sfumatura. Intendiamoci, fanno benissimo: spesso ci salvano la vita proprio perché ci fanno reagire ai pericoli in automatico, senza porre tempo in
mezzo. Grazie a loro, prima ancora di aver capito che cosa sta succedendo abbiamo già sterzato, frenato, urlato, saltato; insomma, ci siamo salvati. È
il loro mestiere.
Nel frattempo, il talamo sensoriale manda impulsi anche alla corteccia cerebrale, dove vengono prese le decisioni volontarie, e dove si può
cercare, tra l’altro, di programmare il proprio benessere futuro, di essere accorti e diplomatici o di non farsi mettere i piedi in testa, di non cedere al
panico, di riflettere prima di rispondere. Ma la corteccia ci mette un po’ di tempo a valutare gli stimoli ricevuti, soppesa i pro e i contro di un
intervento, confronta con quanto abbiamo già vissuto e imparato, e solo poi decide. È il suo mestiere.
La corteccia, a sua volta, invia informazioni su quanto ha soppesato anche alle amigdale, potendo quindi modulare o contraddire in parte il loro
intervento. Spesso però è tardi: abbiamo già mosso qualche muscolo, azionato qualche risposta nervosa, circolatoria, respiratoria, viscerale o
mimica. 1 Abbiamo già provato l’emozione e stiamo rispondendo secondo un programma innato o consolidato dall’esperienza.
Così, in sintesi, di fronte a un evento critico il cervello potrebbe avere a disposizione una doppia versione dei fatti: il corpo che dice: «Allarme!»
mentre la mente dice: «No, calma, non è come sembra». I sistemi biologici, rapidi a reagire e collaudati da milioni di anni, in genere vincono contro
la nostra coscienza, più lenta e selettiva anche se più capace di riflettere. Ecco perché a volte diciamo: È più forte di me. Ed ecco perché, soprattutto,
nella maggior parte dei casi non siamo (più) consapevoli di questo dialogo, e compiamo scelte che crediamo volontarie o obbligate dalle circostanze,
e che invece sono automatiche.

Come dicevamo, in assenza di pericoli effettivi e concreti, ciò che di solito impedisce di compiere le scelte più
opportune e razionali e di conseguire i relativi cambiamenti reali sono automatismi inconsapevoli il cui obiettivo è di
mantenere l’adattamento sin qui realizzato.
A livello psicologico, questi salvavita automatici prendono varie forme: fobie, preoccupazioni inutili, convinzioni
autosabotanti, blocchi emotivi, condizionamenti, abitudini, pigrizie, incapacità presunte.
Persino le cose che ci hanno dato più soddisfazione e sicurezza e che non molleremmo per nulla al mondo
possono talvolta rivelarsi, in realtà, un altro aspetto di ciò che ci tiene automaticamente ancorati a un vecchio modo
di funzionare, magari ora incongruo. E anche molte delle convinzioni che abbiamo su noi stessi o sugli altri possono
essere frutto dell’intervento di una «cintura di sicurezza».

Come si può ovviare, almeno in parte, all’eccessiva sensibilità dei sistemi di allarme e alla loro insufficiente
specificità, che fa sì che le difese inconsce scattino anche in modo controproducente per il nostro benessere?
Bisogna intanto rendersi conto della loro esistenza e del loro oggetto, e operare una contemporanea disattivazione
del loro innesco automatico. E come si ottiene tutto questo? Vedrete che sarà più facile di quanto pensiate.
Seguitemi ancora per un poco, perché voglio dirvi altre cose importanti riguardo alle reazioni emotive difensive.

Che cosa vogliono le emozioni

Siamo in media più interessati a raccontare a noi stessi e agli altri perché proviamo una certa emozione, vale a
dire quale evento o persona ha prodotto in noi quella particolare reazione, anziché soffermarci a comprendere il
ruolo della reazione stessa.
In realtà, una stessa situazione potrebbe provocare reazioni diverse o opposte in momenti differenti della vita. Se
quando avevate otto anni saltare qualche giorno di scuola per un’influenza poteva avere un risvolto positivo, magari
oggi, specie se lavorate in proprio o non avete coperture assicurative, lo stesso evento potrebbe avere perso ogni
attrattiva e, anzi, generare una discreta ansia. Se il fatto che qualcuno vi soffia il parcheggio quando siete attesi da un
cliente importante è in grado di scatenarvi una rabbia invereconda, la stessa situazione mentre state facendo
pigramente shopping il sabato mattina potrebbe procurarvi solo una leggera irritazione. Insomma, la reazione
emotiva (negativa o positiva) dipende, oltre che da variabili oggettive riguardanti ciò che accade, anche dal peso
specifico che l’evento ha in quel momento.
Non è quindi tanto solo l’evento in sé a provocare un effetto, ma in buona parte la predisposizione o, spesso, il
condizionamento e l’apprendimento cui siamo stati esposti a fare la differenza nella risposta emotiva. Come la
prenderemo, insomma, dipende principalmente da come abbiamo «deciso» di prenderla, cioè dal nostro stile
esistenziale, dalla scala dei nostri valori (consapevoli o inconsapevoli che siano) e dalle conseguenti valutazioni
dell’evento che siamo in grado di dare.

Riassumendo: le reazioni emotive sono innate e universali e seguono un modello simile in ogni essere umano. Ciò
che cambia da persona a persona, da momento a momento, da cultura a cultura è ciò che impariamo a considerare
minaccioso, interessante, fastidioso, piacevole o preoccupante. E ciò che abbiamo appreso, se da un lato ci potenzia
a sopravvivere nel nostro ambiente fisico o sociale, dall’altro ci può limitare nei nostri ulteriori possibili
cambiamenti evolutivi.
Ma c’è di buono che quello che sappiamo di avere appreso possiamo anche, in moltissimi casi, riscriverlo.

Le convinzioni depotenzianti

I modi in cui un meccanismo salvavita smette di essere funzionale alla sopravvivenza e comincia a diventare
disfunzionale per il nostro benessere sono davvero infiniti. Come abbiamo detto, convinzioni e obiezioni inconsce,
fobie, dipendenze, eccessi o carenze sono tutti, alla fin fine, prodotti da meccanismi o reazioni originariamente,
istintivamente e automaticamente difensivi o compensativi.
Vi sono state senz’altro, nella nostra vita, esperienze traumatiche alle quali non abbiamo potuto rispondere, nel
momento in cui accadevano, in modo congruo o esauriente o semplicemente sensato. Spesso queste esperienze
lasciano dentro di noi tracce profonde e inconsapevoli, e sono alla base di reazioni, convinzioni, limitazioni che
neanche riconosciamo più, ma di cui soffriamo gli effetti.
Non è necessario essersi trovati in una reale situazione di pericolo. È sufficiente che un meccanismo salvavita si
sia potentemente attivato – potrebbe essere bastato uno sguardo, una parola, un gesto, un luogo, un odore, qualcosa
di allarmante ma di non pienamente accettabile e comprensibile – e che la reazione difensiva si sia attuata, e poi non
sia stata disattivata da un evento o da una scelta cosciente, ma abbia continuato a «lavorare» in modo sotterraneo.
Si tratta di un’attivazione sospesa, in cui l’energia difensiva si è mobilitata ma non è andata a buon fine. Non
abbiamo potuto, perciò, fare di quell’evento qualcosa che rimane catalogato nel nostro bagaglio di esperienze fruibili
e spendibili nel futuro.
Questo tipo di situazione determina in qualche parte di noi – nella psiche, ma anche nel corpo – una specie di
«congelamento», anch’esso difensivo. Tale meccanismo traumatico, così doloroso, fisso e decisivo per il nostro
futuro, ha la sua spiegazione: poiché non potevamo far fronte a quell’evento in quella circostanza, se non a costo di
sconquassare il nostro sistema emotivo, meglio per il momento mantenere tutto fermo, congelato, immobile.
In linea di massima l’istinto ci vuole tenere fuori dai guai o non farci sentire (troppo) dolore. Peccato che, nel
frattempo, l’energia difensiva sia comunque attivata e spesa per mantenere questo equilibrio. E non possa quindi
essere usata per scopi più proficui e per cambiamenti desiderabili.

Se siete convinti di essere una schiappa in matematica o nelle relazioni, che non troverete mai il posto di lavoro o
il partner giusto, che non vale la pena di darsi da fare (tanto siete incapaci), che siete sfortunati, che avete avuto
un’infanzia difficile, che gli altri vi soffocano, vi limitano, vi sfruttano eccetera –, sappiate che con ogni probabilità
dietro a tutto questo ci sono dei meccanismi difensivi limitanti che almeno in buona parte possono essere modificati.
Basta identificarli.
Ma non pensate che occorra scavare in chissà quali recondite profondità della psiche, per cominciare a togliersi
dai guai. In realtà, di solito il bandolo che porta a sbrogliare almeno un pezzetto della matassa è abbastanza vicino.
Bisogna però osservare e ascoltare il corpo, la reazione che ha, perché lì è depositato il segreto del salvavita
originario.
Una volta percepito come si esprime l’organismo per difenderci (con un poco di allenamento chiunque può farlo,
essendo una cosa del tutto naturale), è possibile ristrutturare quella specifica reazione di difesa. Vi tranquillizzo
subito su un particolare: se e finché quella difesa servisse ancora nella realtà e nell’attualità, non la mollerete
neanche con le tecniche che vi spiegherò. E se, una volta disattivata, dovesse servirvi di nuovo, verrà ripristinata del
tutto e in modo automatico. Con questo metodo è possibile aggiornare, ampliare e rendere più flessibili le nostre
modalità di risposta alle varie situazioni, ma il sistema principale di reazione non sarà mai modificato.
Di che cosa sono fatte le emozioni

Un’emozione è una cosa piuttosto complessa, con tante componenti:

• Il vedere, sentire, odorare, toccare, percepire o anche solo evocare mentalmente la presenza
dell’oggetto/persona/situazione che scatena l’emozione. È la componente psicosensoriale.
• L’allarme o la distensione fisica attivano il sistema cardiovascolare, che produrrà un aumento o una diminuzione
del battito cardiaco e della pressione arteriosa, e provocheranno anche cambiamenti nella respirazione, nella
salivazione, nella sudorazione, nell’emissione di succhi digestivi e di ormoni, nella contrattura o distensione di
vasi sanguigni e di visceri, nell’attivazione o distensione di muscoli, nella contrazione o dilatazione delle pupille
eccetera. È la parte emotiva viscerale o neurovegetativa.
• Una componente motoria (mimica o nel movimento dei muscoli scheletrici), che è collegata soprattutto all’area
sensoriale e neurovegetativa, e che serve a lottare, fuggire, arrendersi, esultare, comunicare agli altri quanto ci
succede.
• Lo scenario mentale, con i ricordi, le associazioni d’idee, i concetti, le immagini, le evocazioni, le proiezioni. È la
parte psicocognitiva, quella di solito più direttamente accessibile alla coscienza e più facilmente descrivibile a
parole. È quella cui ci riferiamo parlando delle nostre emozioni e che, crescendo, siamo indotti e almeno in parte
allenati a gestire; dimenticando però quanto le altre componenti, più strettamente incarnate nella fisiologia del
corpo, siano in grado di produrla e mantenerla.

È possibile che, a studiare le emozioni in modo approfondito, si troveranno anche altri elementi che le
compongono. Ciò che ho imparato è che, per evitare la reazione automatica (quella che fa dire: È più forte di me) o
quella invisibile, che si attiva alle nostre spalle, senza che ce ne accorgiamo, è necessario occuparsi di quante più
componenti possibile. Meglio se contemporaneamente.
Una cosa è certa: per lavorare in modo efficace sulle emozioni è necessario includere la partecipazione del corpo.

1. Joseph LeDoux, Il cervello emotivo, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2003.


Come agisce il FastReset

PER anni ho cercato un metodo che permettesse di sostituire le difese psichiche ormai incongrue – alla base delle
convinzioni più invisibili e perciò irremovibili – nel rispetto della fisiologia e senza forzature. Nel tempo, ho avuto
la fortuna di conoscere e applicare, oltre agli strumenti più tradizionali della professione di psicoterapeuta (le varie
forme di colloquio, le tecniche di rilassamento immaginativo e qualche tecnica ipnotica), anche vari altri eccellenti
supporti forniti dalle medicine complementari (in particolare la fitoterapia, l’oligoterapia e soprattutto la floriterapia
di Bach), amplificando le mie potenzialità terapeutiche.
Ma non ero ancora del tutto soddisfatta. Sentivo infatti che, se il corpo non veniva direttamente coinvolto nella
ridefinizione dell’atteggiamento complessivo e nella gestione delle nuove risorse a disposizione della persona, il
percorso verso il cambiamento rischiava di essere più apparente che reale, più intellettuale che emotivo, più pensato
che effettivamente vissuto. Rimanevano di frequente, e malgrado alcuni indubbi cambiamenti e miglioramenti
consci e inconsci, momenti in cui qualcosa «più forte di me» rallentava o impediva una vera emancipazione dai
vecchi schemi dimostratisi inadatti. È vero che il tempo appiana molti problemi e che ciascuno di noi dispone di
forze e capacità spesso insospettate, ma avrei voluto rispondere a questa esigenza con qualcosa di più concreto e
rapidamente efficace. E questo qualcosa, per fortuna, è arrivato. All’inizio attraverso lo studio e l’applicazione di
diverse tecniche appartenenti al novero della cosiddetta «psicologia energetica» o «tecniche energetiche», evolutesi
a partire dagli anni Novanta del secolo scorso. Finalmente, si trattava di metodi che coinvolgevano direttamente il
corpo.
I risultati, secondo le mie attese, furono ottimi, e queste tecniche, unite agli strumenti che già utilizzavo, mi
diedero generose soddisfazioni.
Il mio sogno ulteriore, a questo punto, era di avere a disposizione una tecnica ultrarapida, la più semplice
possibile, eseguibile anche in pubblico e assolutamente innocua.
La risposta mi arrivò coniugando quanto avevo appreso da queste tecniche innovative con alcune nozioni di
neurofisiologia.

Una lotta fra cervelli


Pensando, immaginando, descrivendo, vivendo o rivivendo una situazione disagevole si pongono in allerta più o meno intensa le parti del cervello
preposte alla difesa più inconscia e primordiale (per esempio le amigdale).
Un ottimo modo per arrestare questa reazione di difesa è «distrarre» il cervello coinvolgendolo in maniera più ampia e profonda, meglio se
cosciente. In poche parole occorre attivare la maggior porzione possibile di corteccia cerebrale, la sede della consapevolezza. Così i neuroni
impiegati saranno in quantità maggiore rispetto a quelli impiegati nella reazione automatica, e la loro attività sarà numericamente e qualitativamente
prevalente. Solo così l’automatismo difensivo verrà depotenziato.
Come innescare questa manovra diversiva?
Ci sono parti del corpo rappresentate in maniera più estesa sulla corteccia cerebrale perché più evolute, come le mani, per esempio, le dita o la
bocca. Questo significa che focalizzando l’attenzione su di loro si attiva massicciamente questa parte del cervello.

Come e perché funziona il metodo

Sono stata la prima cavia del FastReset: ho voluto provare su di me le intuizioni che sembravano portare alla
scoperta di come agire sulle reazioni emotive, soprattutto, come abbiamo detto, su quelle «automatiche».
Prima di farlo ho cercato di definire la sequenza da compiere una volta cominciata la reazione difensiva in seguito
a un evento spiacevole. Appena si percepisce con chiarezza lo stato emotivo disturbante si sposta volontariamente e
coscientemente l’attenzione su attività predominanti dal punto di vista neurologico (per esempio sulle mani), e si dà
così modo agli aspetti cognitivi più evoluti – non più «coperti» e influenzati dall’azione di altre istanze normalmente
più «rumorose» e predominanti – di fare all’istante una diversa valutazione della situazione. In questo modo, infatti,
viene messa in primo piano l’attività della corteccia cerebrale prefrontale, che ha la possibilità di analizzare la
situazione e di prendere decisioni sulla base di considerazioni e riflessioni integrate alla sua realtà odierna. Anche la
reazione emotiva successiva verrà quindi modificata spontaneamente, allineandosi con la nuova valutazione della
situazione.
La sostituzione della vecchia reazione standard, autonoma e inconsapevole, con una nuova ridefinizione e
integrazione della situazione prima problematica darà luogo a una sorta di spontaneo aggiornamento della riposta
emotiva, grazie alla diversa «lettura» e valutazione che, d’ora in poi, saremo in grado di dare alle stesse circostanze,
disancorandoci così dagli automatismi condizionanti.
Questo discorso, in apparenza complesso, può essere riassunto così: nel cervello, l’allarme difensivo è messo a
tacere quando qualcosa di quantitativamente e qualitativamente più cospicuo viene messo in azione. Questo
«qualcosa» potrebbe essere, per esempio, lo spostamento (d’ora in avanti lo chiamerò shift) dell’attenzione cosciente
su parti del corpo più riccamente e dettagliatamente rappresentate nella zona maggiormente evoluta del cervello
stesso, la corteccia cerebrale. L’attivazione di queste ampie zone del cervello ha un effetto di predominanza su altre
attività che si stanno svolgendo in contemporanea – per esempio, l’emozione disadattiva o quella di allarme
richiamata in precedenza –, mettendole in secondo piano. L’attività della coscienza consentirà così di aggiornare la
valutazione dell’evento e la risposta comportamentale senza doversi più conformare al vecchio standard. 2

Questo fu il mio piccolo uovo di Colombo, e ora vi racconto come potete utilizzarlo.

Tre passi verso la libertà emotiva

1. Sentire l’emozione (focalizzazione)

Quando si dice: «Ho il cuore stretto da una morsa», «Mi prudono le mani dalla rabbia», «Ho un peso sullo
stomaco», non sono solo metafore. Quando proviamo un’emozione, infatti, cioè quando il nostro essere cerca di
rispondere a ciò che succede attorno, qualcosa accade materialmente nel corpo, modificando il battito cardiaco, la
circolazione, la respirazione, la salivazione, la sudorazione, la mimica, la contrazione dei muscoli del torace,
dell’addome e degli arti.
Se siete in grado di percepire fisicamente e di osservare la vostra emozione, avete già fatto il primo e più
importante passo per comprendere, e via via cercare di aumentare, l’influsso della volontà e della coscienza sul
vostro modo di reagire.

2. Non combatterla ma integrarla (integrazione)

Quando l’emozione, ovvero la risposta dell’organismo a quello che succede o sembra stia succedendo, è
innescata, è abbastanza difficile fermarla con le buone. Anche perché, specie se supera un certo livello di intensità,
per attenuarsi necessita di un cosiddetto periodo refrattario, in cui il nostro sistema preferisce proseguire con il
programma automatico anziché ridiscutere l’opportunità di modificarlo.
Ecco perché quando vi siete trovati alle prese con qualcuno di visibilmente alterato (arrabbiato, intristito o altro)
potreste avere avuto la netta sensazione che, qualsiasi argomento aveste addotto per modificare quell’atteggiamento,
non ne avreste ricavato un bel nulla, perché l’altro neanche vi stava ascoltando.
In ogni caso, non ha senso combattere un’emozione. Anzi, di solito è controproducente, perché significa
reprimerla, cosa molto dannosa in genere, e con non poche conseguenze anche fisiche. Molto meglio cercare di
capire a che cosa serve quell’emozione, quale istinto difensivo l’ha attivata, e in qualche modo arrendersi a questo
dato di fatto, accoglierlo e integrarlo dentro di noi. Così, non sprecheremo altre energie preziose, e ci sentiremo
«interi», non con una parte che dice una cosa e un’altra che afferma il contrario.

3. Lasciare che si ristrutturi (rilascio e ristrutturazione)

Se avete svolto correttamente queste due operazioni, non vi resta che lasciare andare da questa azione difensiva
quello che oggettivamente non serve e quello che non volete più trattenere presso di voi. Anche perché si può
trattare di uno schema acquisito in modo non completamente volontario né cosciente, magari da qualcun altro.
Fatto questo, succederà una cosa fantastica: sarà la vostra stessa mente, senza sforzo, a trovare nuove soluzioni a
vecchi problemi. Come se, avendole tolto un ostacolo, potesse tornare a fare andare i suoi ingranaggi nel giusto
modo, quello più affine alla vostra componente più evoluta o razionale. Senza necessità di nuove informazioni,
senza ulteriori condizioni o condizionamenti.
A questo punto risulterà forse più facile capire la definizione di FastReset e le parole che formano l’acronimo:
Focused Awareness Shift Technique Reprocessing Emotional Subjective Experience Traits, ovvero: tecnica di
spostamento del focus dell’attenzione per rielaborare i tratti dell’esperienza emotiva soggettiva.

Per spostare dall’archivio degli eventi allarmanti a quello degli eventi neutri la situazione che ci ha scatenato
l’emozione, possiamo usare diversi modi, tutti volti a convincere l’amigdala e il sistema limbico (il filtro nervoso
preposto alle reazioni lotta-o-fuga) a farsi momentaneamente da parte e a lasciare che sia la corteccia cerebrale a
riprendere in mano la situazione.
Un buon sistema per un trattamento di de-programmazione, integrazione e rilascio emozionale consiste in questo:
rievocare l’emozione in questione focalizzando l’attenzione sui cambiamenti corporei con cui essa si esprime
(primo passo). Così facendo, risvegliamo anche le amigdale e tutto il sistema limbico, preposti alle risposte
emozionali. Ancora meglio – ma nel nostro caso ciò non è per nulla obbligatorio – se nel frattempo si riesce a
comprendere e integrare l’emozione in questione (secondo passo). Allo stesso tempo o subito dopo, staccare
l’attenzione da quanto appena descritto e portarla (shift) completamente su parti del corpo più largamente
rappresentate sulla corteccia cerebrale. Poiché ciò coinvolge molti più neuroni, il loro segnale «prevale» sulle
altre operazioni che la mente sta svolgendo. Il risultato è il capovolgimento della priorità del cervello: dalla risposta
stereotipata di allarme alla risoluzione vantaggiosa del problema.
Le zone del corpo più indicate per sfruttare questa caratteristica del sistema nervoso centrale sono le mani (e la
bocca) – gli organi più evoluti degli esseri umani, quelli le cui funzioni, il linguaggio e la manualità fine, ci
distinguono meglio da tutti gli altri animali – ma anche i piedi, conformati per la stazione eretta, sarebbero un buon
punto.
Empiricamente, ho notato che di solito, dovendone scegliere una sola, la mano meglio funzionante per condurre a
questo risultato è la sinistra, forse perché in connessione senso-motoria con l’emisfero destro e con l’amigdala
destra, maggiormente preposta – a quanto pare – all’elaborazione delle emozioni, specie negative. In alternativa,
anzi meglio ancora, si possono usare entrambe le mani in contemporanea. 3
Chi ha difficoltà a focalizzare l’attenzione su queste zone corporee, può ovviare muovendole o scuotendole
leggermente: il risultato è del tutto sovrapponibile.
Un’avvertenza importante: se si tiene contemporaneamente l’attenzione sull’emozione e/o sulle sensazioni
viscerali che provoca e sulle mani, succederà ben poco, perché così facendo il sistema d’allerta biologico viene
continuamente alimentato e non dà modo alla componente corticale di intervenire e riformulare la risposta
emozionale. Viceversa, occorre proprio realizzare uno slittamento totale dell’attenzione sulle mani o sulla zona
prescelta: così l’effetto è pieno e certo.

Come si applica

Secondo il carattere, le attitudini, le circostanze e lo stile di ciascuno, il FastReset può essere applicato con
sfumature e modalità differenti. Ho testato almeno quattro modi diversi di utilizzarlo, ma ognuno potrà sviluppare
una o più tecniche preferenziali, e personalizzare o perfezionare quelle proposte.

Una precisazione importante


Con tutte le modalità di FastReset i risultati migliori si ottengono se il soggetto si mantiene ben idratato, perciò, prima e durante una sessione, è
opportuno bere dell’acqua.
1. Focus sul proprio corpo o sull’oggetto, anche senza parole

Il FastReset funziona anche quando non c’è modo o tempo di definire a parole l’emozione in atto: l’importante è
sentirla. Per esempio, se avete appena preso uno spavento, di solito non c’è neanche bisogno di dire «Sono
spaventato» o «Questo mio spavento…»: è sufficiente (vedi gli esempi più avanti) portare l’attenzione ai
cambiamenti fisici che fanno capire quale tipo di emozione state provando, e indirizzare subito dopo tutta
l’attenzione a entrambe le mani (o perlomeno alla mano sinistra), meglio se tenute in leggera tensione muscolare, 4
per alcuni secondi, cercando di percepirle il più possibile nei dettagli. Eventualmente, si ripete questa procedura per
1-2 volte.
Com’è ovvio, se la ragione dello spavento è oggettiva e ancora presente, occorre attendere che la situazione
cambi prima di intervenire! Anche la vostra coscienza più obiettiva, in quel caso, infatti, potrebbe concordare
sull’opportunità dell’allarme in atto.
Se sentite che vi è utile, anche per accentuare l’attenzione consapevole sulla zona prescelta, mentre fate lo shift
potete contare mentalmente e lentamente. 5 Spesso, dopo alcuni secondi (in media 7-15) arriva in maniera spontanea
un sospiro o uno sbadiglio (oppure un’eruttazione, un borborigmo intestinale, o si «stappa» una narice), segno che
l’organismo ha registrato la possibilità di rilassarsi. Si può terminare poi con una frase di rilascio (vedi il paragrafo
Focus sulla consapevolezza delle proprie risposte emotive) se lo si desidera. Questa modalità si può applicare per
qualunque emozione disadattiva vissuta nel presente o rievocata tramite immagini, suoni, odori, sensazioni o
pensieri, che sia collegata o descritta attraverso le parole oppure no. Serve comunque perlomeno un «aggancio»,
fisico o mentale.

Esempi di focus sul proprio corpo


Sto per fare un importante colloquio di lavoro o un esame scolastico e, pur sapendo di essere preparata all’evento, avverto paura perché devo
parlare davanti a un pubblico. Percepisco e mi concentro sull’emozione, specie nelle sue componenti fisiche, quindi sposto tutta l’attenzione sulle
mani, finché mi arriva spontaneamente un segnale di rilascio. Eventualmente eseguo la procedura ancora 1-2 volte o finché non sento un pieno
beneficio.
Nel caso di questa paura di affrontare il pubblico, sto avvertendo una maggiore concentrazione del disagio a livello della gola e del petto. Focalizzo
quindi l’attenzione in quest’area, poi la sposto completamente sulle mie mani. Ripeto 1 o 2 volte per qualche secondo, meglio ancora fino alla
comparsa di un respiro spontaneo più profondo. In genere, ciò è sufficiente a darmi modo perlomeno di cominciare a parlare senza panico.

Maria fa un commento sarcastico su di me; provo irritazione, e la sento in particolare alla testa e allo stomaco. Focalizzo l’attenzione sui
cambiamenti fisici che avverto, poi la sposto tutta sulle mani. Ripeto 1 o 2 volte, sempre attendendo qualche secondo tra uno shift e l’altro e
possibilmente l’arrivo di un segnale di rilascio (respiro, sbadiglio eccetera). Normalmente, acquisirò da subito più padronanza di me e lucidità.
È ovvio che se, mentre applico questa sequenza, la situazione critica (in questo caso, la presenza di Maria) persistesse, all’inizio potrebbe
occorrermi una certa capacità e volontà di concentrare tutta l’attenzione su di me anziché sulla sua disturbante presenza.

Emozioni in movimento
Alcune persone fanno fatica a percepire i cambiamenti che l’emozione suscita a livello fisico, cioè trovano difficile localizzare e «sentire»
l’emozione, ma praticamente tutti sentono qual è il movimento che l’emozione farebbe naturalmente compiere loro: arretrare, avvicinarsi, colpire,
abbassarsi, girarsi, nascondersi… È sufficiente quindi chiedersi quale movimento si farebbe se la si mettesse in atto, e focalizzare l’attenzione su
quello, per cominciare il trattamento.

Esempi di focus sull’oggetto


Maria se n’è andata, ma sento che è responsabile della mia irritazione. Penso a lei, ricordando ed evocando i vari aspetti della situazione irritante
(tono di voce, parole usate, mimica, sguardo, atmosfera, odori, sapori e quant’altro può essere collegato con la mia emozione) registrati da tutti i miei
sensi. Scelgo l’aspetto che mi irrita di più in assoluto; rivolgo quindi l’attenzione contemporaneamente alla mia irritazione (la mia risposta emotiva) e
all’oggetto che me l’ha provocata. Poi sposto tutta l’attenzione sulle mani per alcuni secondi; eventualmente ripeto 1 o 2 volte, con le modalità viste
sopra.
Per esempio: sento l’irritazione alla bocca dello stomaco e alla gola, e so che l’aspetto più irritante del comportamento di Maria è stato il tono di
voce. Focalizzo quindi l’attenzione su quanto avverto a livello di stomaco e gola, e al contempo ripenso a quel tono di voce. Dopo qualche secondo,
sposto tutta l’attenzione sulle mani, ripetendo questo passaggio 1 o 2 volte, se occorre, e sempre mantenendola per qualche secondo o finché non mi
arriva un respiro profondo.
Nel caso specifico, perciò, posso fare tutto ciò solo ripensando all’evento, oppure, se lo preferisco, accompagnare la tecnica con una breve frase
(vedi il paragrafo Costruzione delle affermazioni), che mi può servire per concentrare meglio l’attenzione sull’aspetto su cui sto lavorando. Per
esempio dire: il tono di voce di Maria, oppure: il tono sarcastico di Maria, oppure: Maria è davvero irritante, vile e arrogante eccetera.
In genere, dopo questi passaggi potrei spontaneamente dare una diversa valutazione a quello che poco prima aveva avuto il potere di turbarmi.
Potrei rendermi conto di quanto la cosa sia in realtà irrilevante nella mia vita, oppure che Maria deve avere qualche problema che esprime con quel suo
particolare atteggiamento, e provare magari compassione per lei, o comunque un certo distacco emotivo anziché un coinvolgimento diretto. Potrebbe
però anche insorgere, a seconda della mia storia personale e delle circostanze, un’emozione specifica sottostante – per esempio, rabbia per l’ingiustizia
subita – che tratterò nello stesso modo.

Devo fare un prelievo di sangue, e ho una certa paura degli aghi. Osservo l’ago o lo immagino, focalizzo l’attenzione sui sintomi fisici di paura,
allarme, angoscia, poi sposto subito tutta l’attenzione sulle mani, fino a un segnale di rilascio. Ripeto una o più volte, finché sono ragionevolmente in
grado di affrontare l’evento disturbante. In alternativa, se mi trovo meglio usando le parole, posso dirmi: Questo ago malefico; Il dolore che mi
provoca l’ago eccetera.
Questa stessa tecnica si può applicare su una qualunque immagine disturbante o paurosa, una parola, un luogo o un suono fastidioso e così via.
Mi è capitato per esempio che il solo nome di una certa persona fosse sufficiente a generare in una mia paziente una situazione di estremo disagio
emotivo. In questo caso, è bastato pronunciare quel nome con enfasi un paio di volte, shiftando dopo ognuna, e dire poi la frase di rilascio, per avere
un’attenuazione insperata del disagio.
In realtà, l’autopercezione e lo shift sono l’essenza stessa del metodo FastReset, e possono essere perciò usati in esclusiva, anche all’interno di altre
tecniche o terapie.

Indicazioni di utilizzo
Questa modalità può essere utile sia come autoaiuto sia con il supporto di un operatore, in particolare nelle situazioni acute o in presenza o in
prossimità dell’evento stressante scatenante. Per esempio, è la modalità tipica da attuare per un «pronto soccorso», nei momenti di forte allarme,
subito dopo un trauma fisico o psicologico. L’operatore stesso, se è presente e se il livello di allarme del soggetto è particolarmente elevato, può
anche invitarlo a focalizzare meglio l’attenzione sulle proprie mani toccandogliele o picchiettandole gentilmente.

2. Focus sullo stato emotivo: nominare l’emozione

Come nel caso del focus sul proprio corpo, cercate di mettervi in contatto con i cambiamenti fisici che vi
informano di qual è l’emozione che state sentendo. Anche se non doveste riuscire ad avvertire chiaramente i segnali
fisici, date un nome a quanto state provando (per esempio, sapete in qualche modo che si tratta di irritazione).
Pensate e pronunciate (anche solo mentalmente) il contenuto del vostro stato emotivo, per esempio: Questa mia
irritazione per le parole/il comportamento/il tono di voce di Maria. Spostate poi tutta l’attenzione sulle mani e
percepite nei dettagli, per alcuni secondi. Eventualmente, ripetete la procedura finché non vi viene spontaneamente
un respiro più profondo o un altro segnale di rilascio. Se lo desiderate, formulate infine una frase di rilascio (vedi il
paragrafo Focus sulla consapevolezza delle proprie risposte emotive), accompagnata da un nuovo shift sulle mani.
Descrivere l’emozione equivale infatti a circoscriverla, e poiché il sistema di allarme è anche molto specifico, più
precisi saremo nel mirare, migliore sarà il risultato.
Se proprio non si riesce a dare un nome all’emozione disturbante, si può usare (tornando quindi al punto Focus
sul proprio corpo o sull’oggetto, anche senza parole) anche una frase, una metafora, una semplice immagine, un
suono, qualsiasi cosa susciti l’emozione disturbante o abbia un significato emotivamente rilevante per la persona.
Per esempio, potete utilizzare le parole che vi hanno così profondamente ferito, e pensare o riprodurre il tono di voce
che è stato impiegato. Oppure usare una frase che esprima la vostra disistima per qualcuno, o magari per voi stessi.
O ancora, un elemento della vostra vita difficile da digerire.

Esempi di focus sullo stato emotivo


Mio marito, al rientro da una festa in famiglia, mi fa notare che secondo lui sono stata poco disponibile verso mia cugina, che non vedevo da molto
tempo. Si è reso conto che forse lei avrebbe voluto fare due chiacchiere da sola con me, e ha provato anche a farmelo capire, ma io ero troppo distratta
dagli altri presenti per accorgermene. Poiché non l’ho fatto apposta, e sono molto affezionata a questa cugina, non mi sento esattamente in colpa, ma
provo un certo disagio all’idea di averle involontariamente provocato delusione o sofferenza. Mi oriento a percepire il mio stato d’animo (e soprattutto
le sue componenti fisiche), poi enuncio mentalmente: Manifesto dentro di me questo disagio per la situazione con mia cugina, che forse ho trattato
con poca sensibilità e attenzione. Segue shift dell’attenzione sulle mani; frase di rilascio e ultimo shift. Mi sento subito più sollevata, non avverto più
alcun disagio, però decido di chiamarla al più presto, proponendole di vederci da sole.

Sono nervosa perché sono in ritardo per un appuntamento importante. È sufficiente localizzare il disagio fisico ed enunciare: Sono nervosa perché
sono in ritardo! Oppure: Questo mio essere in ritardo, che mi rende così nervosa! Oppure ancora: Il mio nervosismo e il mio essere in ritardo. Segue
uno shift dell’attenzione, un’eventuale ripetizione e, se lo si desidera, una frase di rilascio e ultimo shift. È ovviamente possibile che, trattato questo
aspetto, ne emergano altri, che sono strettamente collegati con il mio iniziale disagio, o ne sono addirittura le vere cause. Per esempio: Ho paura che
quelli che mi aspettano perdano la pazienza o si offendano o pensino che non sono affidabile eccetera. Naturalmente, basterà trattare anche questi, nel
momento in cui si presentino.

Sento un groviglio di sentimenti, ma non so esattamente di cosa si tratti. Focalizzo l’attenzione sulla sensazione fisica, per esempio su qualcosa che
assomiglia a una specie di gomitolo nello stomaco, e allo stesso tempo enuncio: Questo groviglio che sento nel mio stomaco, e che non so cos’è,
seguito da un immediato shift dell’attenzione sulle mani. Se, dopo aver avuto un primo segnale di rilascio, la sensazione persiste, ripeto il tutto.
Spesso, attenuata la sensazione fisica collegata con l’emozione disturbante o poco chiara, si hanno spontanee intuizioni sulla vera portata della
situazione, o diventano più distinti i propri sentimenti e le cause di disagio più profonde; si può così procedere a trattarle direttamente.

Speravo di riuscire a finire un certo lavoro importante per oggi, ma una serie di imprevisti me l’hanno impedito. Ora provo delusione, frustrazione e
senso di colpa, ma non riesco a localizzarli bene fisicamente. Poniamo che l’aspetto più disturbante in questo momento sia la delusione: Sono delusa di
non essere riuscita nel mio intento. Segue shift dell’attenzione. Emerge poi un pensiero: Non avrei dovuto dare retta a Tizio, che mi ha fatto perdere
tempo. Segue shift. Magari ora è emersa anche un po’ di rabbia verso me stessa e verso Tizio: Rabbia verso me stessa e verso Tizio. Segue shift. A
questo punto, potrei sentire un po’ di tristezza per avere dovuto rinunciare al progetto in corso: Tristezza per non avere terminato quello che volevo.
Segue shift. Ora posso completare con una frase di rilascio l’ultimo shift e rivalutare tutta la questione, che probabilmente avvertirò cambiata nel
significato o nella sua importanza.

Non mettete limiti alla vostra fantasia. Vi invito a provare altre formule, tutte quelle che vi vengono in mente.
Sono certa che se avrete seguito le semplici premesse e istruzioni che ho cercato di illustrarvi, ne avrete comunque
beneficio.

Indicazioni di utilizzo
Questa modalità può essere usata in qualsiasi momento, in particolare come strumento di autoaiuto. È efficace sia nel caso in cui l’emozione
disadattiva sia stata causata da un evento recente, sia evocando situazioni passate. Consente un rapido ridimensionamento della tensione emotiva
collegata con le immagini disturbanti e spesso produce anche una presa di coscienza delle cause più specifiche del disagio a esse collegato. In ogni
caso, apporta maggiore lucidità, serenità e realismo rispetto alla situazione.

3. Focus sulla consapevolezza delle proprie risposte emotive

È il metodo più complesso, ma è quello che in genere preferisco. Oltre a ridurre il disagio emozionale presente,
permette anche di conoscere meglio se stessi, le proprie modalità di reazione e quelle altrui. In un tempo
relativamente breve può consentire di compiere un vero e proprio percorso di maggiore consapevolezza e di
integrazione nella propria coscienza di comportamenti prima semiautomatici, e questo senza ulteriori istruzioni o
condizionamenti esterni. In effetti è anche, finora, la modalità di applicazione del FastReset che può generare nel
modo più semplice uno stabile cambiamento dell’atteggiamento complessivo (psicologico, ma persino fisico) della
persona.
In genere, quindi, procedo in questo modo:

• invito la persona a rievocare precisamente l’emozione collegata all’evento specifico (ci interessa in questo caso
prestare attenzione alla risposta che in quel momento sta dando l’organismo, più ancora che all’evento che l’ha
suscitata);
• faccio valutare l’intensità dell’emozione (usando una semplice scala da 0 a 10 detta SUD, «Unità Soggettiva di
Disagio» o «Subjective Unit of Distress», );
• se è possibile, cerchiamo di capire quale sia il ruolo (difensivo, compensatorio, utilitaristico, trasformativo) di
quella emozione (per una traccia, vedi tabella).

A questo punto, invito la persona, mentre sta percependo l’emozione a livello fisico, a:

• affermare o pensare qualcosa del tipo: Accolgo/prendo atto di/sono grato a/… o semplicemente: Questa mia…
(nome dell’emozione) mi vuole difendere/vuole ottenere/mi serve a/mi spinge a… (vedi più avanti i suggerimenti
per comporre e utilizzare le affermazioni);
• chiedo poi di spostare subito l’attenzione su entrambe le mani (se lo desidera, contando mentalmente con
lentezza), finché non compare spontaneamente un respiro più profondo o uno sbadiglio;
• se necessario (per esempio, se il disagio di partenza è molto alto), faccio ripetere questo passaggio, con le stesse
parole usate prima oppure con una formula del tipo: Questa mia (nome dell’emozione) mi vuole difendere
da/vuole…, seguito di nuovo dallo shift dell’attenzione;
• chiedo infine, se lo valuto utile, di affermare o pensare una frase di rilascio, qualcosa del tipo: Lascio andare da
questa mia reazione di… (nome dell’emozione ed eventuali precisazioni) tutto quello che non mi serve/non mi
interessa/e non mi appartiene più. Dopo ogni affermazione o intenzione, come sempre, si sposta completamente
l’attenzione su entrambe le mani o (eventualmente) sulla sola sinistra. Si attende poi (continuando a respirare
normalmente) un respiro spontaneo più profondo, o comunque qualche secondo; dopo aver lasciato spazio a
qualche altro secondo di riposo, si procede a rivalutare l’intensità del coinvolgimento emotivo.

Una precisazione: questo si rivela un sistema interessante quando c’è tempo sufficiente per il trattamento, poiché
può richiedere un maggiore lavoro sulla propria consapevolezza e autoconsapevolezza, in una specie di percorso «a
strati» nelle proprie reazioni emotive. Io trovo sia sempre molto utile, prima o poi, interrogarsi sulle ragioni
difensive o compensative di quella certa reazione, specie se è preferenziale e in qualche modo abituale.
In realtà, comunque, ai fini del sollievo dalla reazione disadattiva, è in genere già sufficiente dichiarare di essere
disposti ad accogliere la propria emozione o prenderne atto (per esempio: Accolgo la mia reazione di rabbia
verso…) e dichiarare l’intenzione di lasciare andare la componente di questa emozione che non è più utile (Lascio
andare dalla mia reazione di rabbia tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più, shift, grazie 6).

Costruzione delle affermazioni

Per quanto concerne la costruzione delle frasi che si possono utilizzare con profitto con questa particolare
modalità di applicazione, si può ricorrere a uno schema abbastanza fisso, come quello visto sopra, o a un uso degli
enunciati più libero e «creativo».
Il primo consiste in una frase iniziale che enunci la possibilità di accogliere, comprendere e quindi integrare la
componente istintiva e difensiva dell’emozione in atto, e in una eventuale seconda frase che stabilisca la possibilità
di lasciare andare quanto di quella risposta emozionale sia ora superfluo, inutile o non più necessario. L’uso degli
enunciati, a mio avviso, è soprattutto uno strumento cognitivo utile per definire e delineare con accuratezza l’ambito
in cui si vuole lavorare e la specifica risposta allo specifico stimolo che si desidera modificare.
Nel corso del libro utilizzerò, principalmente a scopo didattico, delle frasi piuttosto standard. In realtà, al di là
della costruzione vera e propria degli enunciati, è molto importante:

• la precisione dei termini utilizzati, che devono corrispondere, o meglio, risuonare con le sensazioni, le immagini e
le reazioni attuali del soggetto. Talvolta, quando si lavora con questa tecnica mettendosi in uno stato di ascolto
profondo dell’altro, anche alla mente dell’operatore possono affiorare informazioni non banali relative allo stato
della persona che viene trattata, sotto forma di espressioni, immagini, intere locuzioni o metafore. Ovviamente, in
questo caso è bene verificare che i termini eventualmente proposti coincidano davvero con il mondo espressivo
dell’altro;
• mettere l’accento sulla reazione, non necessariamente su ciò che l’ha attivata. Quindi, con questa modalità è in
genere più utile ricercare l’effetto che un certo evento ha sulla vita di quella persona, anziché definire l’evento in
sé. Se vi ha lasciato il fidanzato (evento), in realtà quello che ci interessa di più è se la cosa vi faccia arrabbiare, vi
spaventi, vi intristisca, vi deluda, vi indigni o vi dia sollievo (reazione all’evento). O tutto questo insieme, magari!
Spesso anche questo semplice focus dell’attenzione sulla propria reazione dà luogo a un suo efficace
ridimensionamento o ricollocazione;
• riuscire a dare un senso alla reazione emotiva, cioè rispondere possibilmente alla domanda: Che cosa vuole
(farmi) fare, questa emozione? è di fondamentale importanza ai fini dell’integrazione, cioè della possibilità di
interrompere l’automatismo difensivo. Soprattutto se siete alle prime armi, quindi, conviene dedicare un po’ di
tempo a interrogarsi al riguardo (qualche spunto lo trovate nello schema, vedi qui). Quando avrete un po’ di
dimestichezza con l’integrazione delle vostre e delle altrui emozioni, non sarà difficile comporre il vostro
«alfabeto» emotivo, e sarà più immediato comporre il senso della reazione attuale.

Esempi di frasi utilizzabili


Provo risentimento verso il mio partner, per un atteggiamento secondo me ingiustificatamente irrispettoso:

• Accolgo questo mio risentimento verso il mio partner, che vuole che io ottenga d’ora in poi il suo rispetto.
• Questo mio risentimento verso il mio partner vuole farmi ottenere il rispetto che merito.
• Il mio risentimento verso il mio partner è la mia volontà di essere rispettata.
• Risentimento verso il partner; avere il giusto rispetto eccetera.

Riassumendo
La consapevolezza e la messa a nudo del meccanismo difensivo originario unite al lavoro neuronale del FastReset possono andare molto in
profondità e rivelare aspetti e dinamiche nascoste, le stesse che ci fanno «inciampare» sempre negli stessi problemi o che ci impediscono di risolverli
definitivamente.
Una modalità piuttosto raffinata ed efficace consiste quindi in questi passaggi:

• Individuare la reazione psicofisica collegata con l’emozione in atto o rievocata e discriminarla con la maggior precisione possibile (per esempio,
l’imbarazzo è diverso dalla vergogna, la delusione dalla frustrazione o dall’amarezza).
• Percepirla e possibilmente localizzarla a livello fisico, oppure usare una metafora sensoriale (per esempio: Sento una specie di palla in gola).
• Chiedere alla propria reazione difensiva a che cosa serva, da che cosa voglia difenderci o a quale cambiamento o comportamento vorrebbe
spingerci (vedi il capitolo «Capire le emozioni»).
• Frase di presa d’atto della reazione e delle sue ragioni (per esempio: Accolgo/prendo atto/sono consapevole/mi accorgo che/questa mia paura
vuole proteggermi da/evitarmi/indurmi a…) e shift dell’attenzione.
• Frase di rilascio dal compimento della funzione della reazione (per esempio: Lascio andare tutto quello che di questa reazione di… non mi serve e
non mi appartiene più) e nuovo shift dell’attenzione.
• Rivalutazione dell’emozione disturbante e dell’evento che la comportava.

Gerarchia delle emozioni

Come già accennato nel capitolo «Capire le emozioni», il peso specifico delle varie emozioni non è sempre
uguale. Può capitare, per esempio, di trattare un’emozione come il biasimo, la colpa o la rabbia, e scoprire che il
disagio a essa collegato scende di poco, malgrado la correttezza del procedimento. Questo può succedere quando è
in corso una reazione emotiva quantitativamente più forte, che non è stata presa in considerazione o citata, o anche
qualitativamente più importante.
Per esempio, in presenza di sconcerto o senso di assurdità riguardo a un evento, è quasi inutile trattare le altre
emozioni, perché lo sconcerto agisce come una sorta di veto su tutte le altre, indicando la necessità dell’organismo di
proteggersi dalla portata eccessiva e incongrua degli eventi da elaborare. Un’altra emozione che può ostacolare la
risoluzione di altre, se non individuata, è la paura, che spesso è sottostante alla rabbia, al biasimo o alla gelosia (vedi
anche il capitolo «Le domande più frequenti»).
Nella grande maggioranza dei casi, dopo il trattamento l’emozione in questione si è azzerata o si è molto
ridimensionata, ma potrebbe essere intanto emersa un’emozione sottostante o un’evoluzione dell’emozione appena
trattata. È opportuno naturalmente trattare di seguito la nuova reazione emersa (vedi esempi clinici), fino a esaurire il
carico emotivo. Avremo modificato così la valutazione e quindi l’atteggiamento complessivo della persona rispetto
alla situazione.
Il cambiamento di atteggiamento e di comportamento non sarà dunque generato da un ragionamento: se così
fosse, infatti, potrebbe essere eventualmente contraddetto dallo stato d’animo o dalle convinzioni del soggetto, ma
sarà invece il frutto spontaneo di un nuovo orientamento rispetto al problema emotivo prima esposto e, per questo,
normalmente stabile nel tempo.

Indicazioni di utilizzo
Questa modalità, più articolata e forse un po’ più complessa rispetto alle altre prima citate, può trovare il suo ruolo ottimale in un percorso di
terapia o di sostegno, dove al soggetto si affianchi un operatore. Tuttavia, persone pronte a compiere un percorso di autoscoperta e attente all’ascolto
di sé potranno trarne comunque notevoli vantaggi anche nella modalità di autoaiuto. A questi ultimi consiglio, in assenza di esperienze analoghe e
almeno nei primi autotrattamenti, di tenere a portata di mano la tabella sulle funzioni «biologiche» difensive e compensative delle emozioni del
capitolo «Capire le emozioni» e di leggere attentamente «Le domande più frequenti» (vedi qui).

Domande utili per individuare l’emozione da trattare:


• Quale emozione mi fa soffrire di più, in questo momento?
• Come vuole aiutarmi (a proteggermi, a risparmiare energie, a superare questo momento, a spingermi all’azione) questa mia emozione?

4. Attivazione volontaria di un’emozione, una risorsa


o un’attitudine o stabilizzazione di un risultato

Con il FastReset è possibile, oltre che interrompere un circuito di reazioni e comportamenti disfunzionali, anche
focalizzare l’attenzione o rafforzare nuove capacità di definizione e risoluzione degli eventi. Per esempio è possibile
formulare, con apposite frasi o immagini, situazioni che compensino le esperienze negative precedenti al trattamento
di rilascio. Così facendo, per giunta, se ne stabilizzeranno i risultati.
Come procedere?
Innanzitutto:
• eliminare l’eventuale disagio sull’argomento o sintomo presente con il trattamento di integrazione e rilascio prima
descritto, o con un’altra tecnica;
• individuare la frase-chiave, che descrive in questo caso la risorsa positiva che si vuole attivare e la capacità di
risposta migliorativa di cui d’ora in poi si vuole usufruire. La frase può descrivere per esempio una convinzione o
un comportamento potenziante al posto di quelli precedentemente eliminati con il trattamento di integrazione
emotiva e rilascio.

Esempi di frasi utilizzabili


• Permetto al mio corpo/mente eccetera di guarire definitivamente da (sintomo o problema), con tutte le sue cause e le sue conseguenze.
• Allontano da me ogni evento, fattore o interferenza, interni o esterni, passati o presenti, consci o inconsci che possano impedire o limitare questa
mia (intenzione, obiettivo, guarigione).
• Allineo/metto in risonanza/sintonizzo ogni mio pensiero, sentimento e azione con (caratteristica o immagine scelta) e incarno questo mio stato in
ogni mia intenzione, espressione, esperienza su tutti i livelli del mio essere.

Anche in questo caso, le frasi proposte sono solo un suggerimento. La vostra creatività ed esperienza vi potrà
dare altri spunti da applicare al vostro caso specifico. L’importante è usare, per definire la situazione voluta, termini
che la descrivano come presente, incontrovertibile (stiamo suggerendo una nuova prospettiva al nostro subconscio,
che vuole precisione nella definizione di ciò che è vero e reale) e positiva, ovvero possibilmente espressa come già
realizzata.

Dopo ogni frase (pronunciata o solo pensata), si ripete ovviamente lo shift e si attende qualche secondo, o meglio,
si aspetta finché il soggetto spontaneamente faccia un respiro più profondo (attenzione alla postura, è meglio che
abbia la schiena abbastanza diritta, per permettere una respirazione ottimale). 7
È fondamentale, prima di applicare questa modalità, avere esaurito tutti gli eventuali residui emozionali legati alla
tematica trattata. Se così non fosse, le frasi proposte in questa fase susciteranno una sensazione di forzatura, irrealtà,
o comunque compariranno delle obiezioni o resistenze. A quel punto, bisognerà indagare nuovamente su quanto
tralasciato, e possibilmente risolverlo!
Ricordo che è sempre meglio partire, per il trattamento di integrazione e rilascio, dalla situazione con una SUD
più elevata e, a parità di SUD, dall’immagine o dall’episodio più remoto.

Indicazioni di utilizzo
Per confermare, stabilizzare, potenziare il risultato raggiunto tramite l’integrazione delle emozioni prima disturbanti.

Un’emozione dentro l’altra

La prima volta che usai questo metodo, pochi giorni dopo averlo scoperto, fui alquanto stupita della rapidità del
risultato.
L’occasione me la diede una lettera che conteneva la notizia di una grossa seccatura amministrativa (che in
seguito si rivelò essere frutto di un errore informatico dell’ente in questione), arrivata come un fulmine a ciel sereno
e del tutto ingiustificatamente. Mentre stavo andando in studio con la metropolitana, sentii una vera e propria
angoscia al pensiero di dover affrontare quella cosa, che mi sembrava troppo grande per le mie forze.
La prima emozione che trattai con il FastReset fu, dunque, l’angoscia. Passata questa (dopo pochi secondi),
emerse un atteggiamento rabbioso verso l’assurda ingiustizia che mi stava capitando. Trattai anche quello, e di
seguito fui pervasa da una profonda tristezza e stanchezza verso tutta la faccenda. Finì presto anche questa reazione,
sempre dopo un altro breve trattamento (in totale, il tutto richiese il tempo di due o tre fermate di metropolitana) e,
giunta nel mio studio, telefonai – senza alcuna reazione accessoria, ma del mio solito umore –, al professionista che
seguiva la mia contabilità. Gli chiesi di occuparsi di quella sgradita novità, gli spedii il documento in questione e
ripresi tranquillamente e con serenità il mio lavoro. Non potevo fare ragionevolmente nient’altro, era inutile agitarsi,
ed era assai meglio delegare gli aspetti concreti a chi ne aveva capacità e competenze.

Quello che segue è un esempio di come le emozioni possono presentarsi in serie, e di come questo metodo sia in
grado di accelerare la «storia» delle nostre risposte emotive, facendocele percorrere ed elaborare in un tempo molto
più rapido, fino alla loro risoluzione naturale.

Emozioni con «effetto matrioska»


Micaela è in procinto di subire un piccolo intervento chirurgico, che però non è totalmente privo di rischi, poiché riguarda la colonna vertebrale.
All’inizio riferisce solo la paura per l’esito dell’intervento stesso (SUD=6). Usiamo queste frasi: Questa mia paura di avere qualche problema
durante o dopo l’intervento. Segue shift. Lascio andare da questa mia reazione di paura tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più. Segue
shift.
La paura provata nei riguardi di se stessa sembra ora molto ridimensionata, anzi, francamente trascurabile. Emerge però la preoccupazione, o
meglio, una sorta di angoscia, per il fratello, molto più giovane di lei. Alla morte della madre, parecchi anni prima, infatti, l’uomo aveva avuto una
grave crisi depressiva. Pur essendosi ripreso, la stessa cosa purtroppo si era ripetuta anni dopo, alla morte del padre. Il dubbio di Micaela, che in quelle
due occasioni non si era risparmiata per aiutare il fratello a uscire dalla spirale negativa, è che nel caso lei rimanesse invalida o morisse lui potrebbe
avere una ricaduta fatale.
L’emozione compare come costrizione alla gola, ma anche allo stomaco, l’intensità è 6. Vi sento anche una punta di biasimo (che molti tipicamente
localizzano fisicamente proprio allo stomaco) per la debolezza del fratello: Questa mia paura che mio fratello, se mi succede qualcosa, si lasci andare
di nuovo. Segue shift. Lascio andare da questa mia reazione di paura per mio fratello tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più. Segue
shift.
La sensazione adesso non è più descritta come paura o biasimo per il fratello, ma come un angoscioso senso d’impotenza, ed è sentito al petto e alla
gola, di intensità 9: Questa mia angoscia e impotenza per ciò che potrebbe succedere a mio fratello. Segue shift. Questa mia angoscia e impotenza
perché non posso fare niente per mio fratello. Segue shift. Lascio andare da questa mia reazione di angoscia… Segue shift.
La donna vive subito dopo un momento di forte emozione. Non è più in primo piano il fratello («Non sono io che devo proteggerlo da se stesso, è
abbastanza grande, ora»), ma adesso avverte una sensazione di colpa, su cui non si era mai soffermata in precedenza, legata alla morte della madre.
«All’epoca, non volevo ammettere che stesse così male. Andavo a trovarla in ospedale, ma non mi ero resa conto che stava per morire, così non le
sono stata vicina quanto avrei dovuto. Anni dopo, invece, quando si è trattato di mio padre, le cose sono andate ben diversamente. Ero più matura e
pronta ad accompagnarlo verso la sua dipartita.»
La sensazione di colpa ha una SUD di 7-8, e si localizza alla gola, al petto e alle spalle: Questa mia colpa per non aver saputo assistere la mamma
come ho fatto con papà. Segue shift. Questa mia colpa per non aver voluto accettare che la mamma stesse morendo. Segue shift. Prendo atto di
sentire ancora questa colpa, ma sono consapevole che ho sempre fatto del mio meglio. Segue shift.
Ho aggiunto la terza frase perché Micaela di solito esprime un forte senso del dovere, e ho pensato che accettare, almeno, di aver fatto del suo
meglio – non potendo letteralmente fare più del suo meglio – avrebbe potuto aiutarla in questa circostanza.
La donna esce dalla sessione visibilmente più sollevata, fiduciosa e senza paura per l’intervento, e anche parecchio stupita di aver scoperto che sotto
le tensioni che avvertiva ci fosse un trascurato senso di colpa.
Molto spesso, lavorando con il problema principale portato dalla persona, emergono rapidamente e chiaramente tematiche in apparenza accessorie.
In realtà, queste possono essere fortemente connesse con la questione disturbante, perciò può valere sempre la pena di esaminarle.

Spesso chi usa questo metodo, soprattutto se è un professionista, rimane meravigliato per la rapidità e la sicurezza
con cui vengono risistemate reazioni emotive solo pochi minuti prima eccessive o non funzionali. Mentre, al
contrario, la maggior parte delle persone non addette ai lavori alle quali l’ho proposto senza alcuna spiegazione
particolare l’ha accolto con assoluta spontaneità. Di fatto, è un metodo naturale, che chiunque può in gran parte
gestire da solo. Ovviamente, per situazioni complesse o stratificate, l’intervento di un operatore è auspicabile.

Resistenze

Come già discusso, il cambiamento, per quanto positivo, può essere costoso per il nostro sistema, che tende a
cercare di tirare avanti seguendo la strategia che consente il minore dispendio energetico. Spesso, inoltre, le nostre
reazioni emotive sono formate da più componenti, stratificate o attive in contemporanea, e ci può volere un po’ di
tempo e di attenzione per dipanare la matassa e trovarle tutte.
Per esempio, in un lutto possono essere compresenti la tristezza, l’angoscia, l’impotenza, la nostalgia, ma anche la
rabbia (verso chi è ritenuto responsabile, ma anche verso chi è mancato, verso Dio, verso se stessi),
l’autocommiserazione, la colpa.
In un caso, una donna la cui anziana e amatissima madre era morta in ospedale – forse anche a causa di qualche
trascuratezza da parte del personale, ma senza alcuna possibilità di provarlo –, dopo essere riuscita in parte a
ridimensionare l’angoscia che provava, mi chiese di fermarci. Non volle assolutamente liberarsi della rabbia emersa
nei confronti di uno dei medici curanti, da lei ritenuto in qualche modo colpevole d’incuria, perché sentiva che
quella rabbia l’avrebbe tenuta viva e le avrebbe dato energia per andare avanti.
È vero che la rabbia viene percepita come un flusso di energia che ci scorre nel corpo, ma è anche – almeno in un
caso come questo, dove non può portare una soluzione efficace – abbastanza inutile e, anzi, profondamente dannosa.
È comprensibile, dal punto di vista biologico, aggrapparci a qualcosa che sembra funzionare; tuttavia, alla lunga, la
stessa cosa potrebbe consumarci l’anima e prolungare all’infinito la nostra sofferenza.

Più di frequente, le resistenze che incontriamo nel cambiamento sono legate in modo più diretto a una paura o a
una convinzione che limita la nostra libertà. Abitudini, giudizi, timore di essere immeritevoli o sgraditi agli altri e
quindi abbandonati, di fallire e di non riconoscersi sono tra i volti più comuni delle nostre resistenze, che ci
impediscono di liberarci di stati d’animo e ci bloccano su vecchi schemi.
La ragione più diffusa per cui manteniamo la resistenza al cambiamento è senz’altro il vantaggio secondario, di
solito facilmente identificabile se chiediamo a noi stessi o alla persona che non riesce a modificare di molto la sua
reazione emotiva:

• che cosa ti permette di fare/evitare il tuo stato attuale?


• chi o che cosa starebbe peggio se tu cambiassi?
• chi ci guadagna dallo stare così, e che cosa ci guadagna?

Spesso la risposta vi stupirà perché gli argomenti a favore dello «status quo» parranno bizzarri, assurdi o
quantomeno infantili e controproducenti. Ma ricordiamoci che le resistenze nascono in ambito biologico, quindi
sempre da parte di quel «noi» ancestrale e poco sensibile alle lusinghe del vivere evoluto e soprattutto del rischio.
(Per chiarimenti e approfondimenti sul trattamento delle resistenze, vedi il capitolo «Le domande più frequenti»).

La libertà emotiva ci rende più forti

In fondo, quello che il FastReset e altre tecniche basate su principi simili ci fanno ottenere è di ridimensionare
l’eccesso d’importanza che siamo soliti dare a certi eventi, come se da questi dipendesse tutta la nostra vita.
Questa tecnica in particolare, a mio giudizio, non è un’anestesia, né un condizionamento. Forse può essere meglio
descritta come un parziale decondizionamento.
Nei fatti, ciò che fornisce è l’opportunità di riformulare il significato di quanto ci sta accadendo, di una nuova
visione delle cose, spontanea e personale, che in genere ha un carattere «evoluto», ovvero rappresenta, con una certa
obiettività, la miglior soluzione possibile.

2. Sperimentalmente, durante la stimolazione di agopunti e anche nella sham agopuntura («agopuntura finta», cioè eseguita su punti non significativi) si
evidenzia, tramite risonanza magnetica funzionale, la diminuzione dell’irrorazione di zone dell’amigdala in favore della corteccia prefrontale, sede della
volontà e della coscienza, la cui attività diventa quindi predominante, sia in presenza dello stimolo ritenuto allarmante sia nel riviverlo semplicemente con
la mente. Ciò può in parte spiegare l’effetto che la stimolazione di zone-chiave corporee ha nel determinare un cambiamento nella nostra percezione della
situazione e nei comportamenti conseguenti. È perciò possibile attenuare l’effetto della cascata emotiva istintiva, legata alla valutazione della situazione
secondo il semplice istinto di autoprotezione, inserendo considerazioni volontarie o cognitive dove prima era arduo o impossibile.
Inoltre, quando si riattiva l’emozione disturbante (tramite il ricordo e/o l’attenzione ai cambiamenti neurovegetativi associati), viene rilasciato
glutammato, che attiva i geni necessari per immagazzinare e recuperare i ricordi, ed è rilasciato là dove avvengono i fenomeni neurologici di
apprendimento, compresi quelli che riguardano la paura. Il GABA (acido gamma-aminobutirrico) inibisce l’azione del glutammato, e infatti i suoi agonisti
(sostanze dall’azione similare) inibiscono il condizionamento di paura, mentre i suoi antagonisti (sostanze che ne inibiscono l’azione) lo accelerano. Anche
la serotonina è certamente implicata nella possibilità di dissociare gli stimoli condizionati (appresi) dalla risposta biologica di allarme; quindi, per esempio,
nell’estinzione della risposta acquisita di paura disincentiva l’importanza dei ricordi implicati. Se non c’è questo rilascio, è probabile che l’interruzione del
circuito che disattiva l’emozione non sia del tutto efficace. L’uso contemporaneo di tapping (picchiettamento su punti specifici), massaggio, movimenti
oculari e altre focalizzazioni corporee – per esempio quella qui descritta – causa invece un rilascio globale di sostanze quali il GABA e la serotonina, oltre
a interessare, come già detto, la dinamica amigdala-corteccia prefrontale (Ronald A. Ruden, «A Neurological Basis for the Observed Peripheral Sensory
Modulation of Emotional Responses», Traumatology, vol. 11, n. 3, settembre 2005).
3. Data l’ampiezza della corteccia senso-motoria dedicata alle mani e la loro vicinanza anatomica con i centri che controllano i grandi gruppi muscolari
e le attività viscerali, conviene usarle tutt’e due, anche perché così si utilizza una vera e propria «autostrada» neurale, non si formano più di tanto nuovi
circuiti specifici e di conseguenza c’è stabilità e universalità di effetto, senza pericolo di sovrapposizioni o forzature.
4. Per esempio tenute aperte e con le dita distese, o aderenti le une alle altre, o chiudendole a pugno non troppo stretto. In realtà la tecnica può
funzionare anche con le mani rilassate, benché possa essere più facile attivarle se i muscoli sono almeno parzialmente impegnati in un’azione. Alcune
persone preferiscono anche guardarle, mentre altre «sentono» meglio le proprie mani con gli occhi chiusi: ciascuno può usare la modalità che sente propria,
e niente vieta di cambiarla, ogni tanto. In caso di forte tensione o panico, guardare le mani o invitare il soggetto a farlo può aumentare lo spostamento
dell’attenzione focalizzata, e quindi potenziarne l’effetto.
5. Questo, tra l’altro, metterebbe in azione una parte della corteccia cerebrale dell’emisfero sinistro dove risiedono le abilità che riguardano i numeri,
ampliando probabilmente ancora di più l’area di corteccia interessata e soggettivamente, in qualche caso, anche l’effetto.
6. Talvolta faccio aggiungere un «grazie» alla fine della frase di rilascio, specie quando mi sembra che il tema toccato sia molto profondo e, come in
questo caso, riguardi una componente importante dell’identità della persona. Il «grazie» non è attribuito a qualcuno in particolare, ma viene in genere
pensato come rivolto al proprio Sé, alla propria anima o all’Universo, ed esprime la gratitudine per aver individuato ed essersi liberati di un peso
particolarmente gravoso e avere l’opportunità di reintegrare le proprie energie. Se è gradito alla persona che utilizza il FastReset, lo si può aggiungere ogni
volta.
7. Non è affatto necessario focalizzare l’attenzione contemporaneamente sul respiro, anche se farlo non interferisce con il risultato. È però più facile
avere reazioni respiratorie spontanee (per esempio, come già accennato, un respiro più profondo o uno sbadiglio, segnali che l’attività nervosa complessiva
è passata dalla modalità «azione/allarme» a quella «riposo/ristoro») se il torace non è compresso ed è libero di espandersi, quindi se la postura è comoda e
la schiena tenuta abbastanza diritta. La risposta respiratoria di rilascio è frequente, ma non obbligatoria né necessaria.
PARTE SECONDA

Trattare le emozioni negative,


le compulsività e le dipendenze
I traumi

QUESTO è, a mio parere, uno degli ambiti in cui si possono avere le più grandi soddisfazioni con il FastReset. Il
trauma è, infatti, una sorta di cicatrice emozionale che continua, nostro malgrado e senza che ne abbiamo piena
coscienza, ad assorbire la nostra energia difensiva, per impedirci di provare dolore o per tenerci alla larga dalla
minaccia costituita, appunto, dall’evento traumatico. Liberarsi delle conseguenze di un trauma dà la benefica
sensazione di un recupero straordinario di energie e di una rinnovata lucidità e centratura.
Per trattare con successo i traumi, si possono usare vari metodi. Vediamone alcuni.

Focalizzazione su un particolare alla volta

Esplorando i ricordi con i cinque sensi, si parte da un elenco dei singoli momenti o degli aspetti particolari legati
al trauma che ancora fanno effetto o paura.
Immaginiamo, per esempio, che una volta abbiate avuto un piccolo incidente in moto, slittando sulla rotaia del
tram in una giornata di pioggia, e che da allora vi siano rimaste tensioni e paure collegate a quell’evento.
Vediamo che cosa potreste dover trattare:

• la paura di cadere in moto;


• la paura di guidare vicino alle rotaie del tram;
• la paura di guidare la moto quando piove;
• l’odore della pioggia, che ricorda il pericolo;
• il rumore della frenata e della caduta;
• l’esservi sentiti stupidi e incapaci perché avreste potuto evitare la caduta;
• la vergogna di essere caduti in quel modo stupido davanti a tutti;
• il dolore al braccio;
• il dolore al ginocchio;
• vedere il fanale della moto rotto eccetera.

A questo punto, date una valutazione in termini di disagio ai singoli aspetti del trauma, e cominciate a trattare per
primi quelli con un punteggio SUD più elevato.
Con ogni probabilità, vi accorgerete che non sarà sempre necessario trattare ogni singolo aspetto elencato, ma in
molti casi alcuni perderanno d’importanza dopo che avrete attenuato l’effetto di quelli inizialmente più intensi.
Però, è altresì possibile che, durante il trattamento, emergano nuovi aspetti o nuove emozioni, prima invisibili.
Per esempio, all’inizio potreste non ricordare o non dare peso alla sensazione di vergogna per essere caduti, ma una
volta mitigata la paura o l’effetto di qualche altro particolare, essa potrebbe emergere come emozione residua, e
comparire in primo piano.
Viceversa, se la valutazione SUD di un elemento non dovesse scendere per nulla, sarà necessario ricercare uno o
più aspetti sottostanti. Ritornando al nostro esempio, se la paura di cadere in moto o di guidare quando piove non
dovesse smorzarsi, sarà utile trattare un altro aspetto: magari la paura di fare di nuovo una figuraccia, o di provare
ancora il male al braccio o al ginocchio, o di danneggiare la moto, o il senso di colpa per non avere ascoltato vostra
madre che quel giorno vi aveva invitato a prendere l’auto eccetera.
In generale, vi ricordo che è meglio trattare per prime le emozioni con il punteggio più alto e, a parità di
punteggio, le paure, che hanno un impatto più diretto sulle reazioni neurovegetative di allarme e di autoprotezione
(vedi il capitolo «Le emozioni parlano di noi»).

Raggruppamento di tutte le fasi


Si può provare anche a dare a tutto l’episodio traumatico un vero e proprio titolo, che sia per voi riassuntivo e
significativo.
Per esempio, trattando quella volta che avete fatto scena muta a un esame all’università, potreste scegliere di
intitolare la scena: «Panico totale in aula».
L’importante è, in questo caso, che l’emozione associata a quel ricordo sia tuttora vivida e che sentiate un legame
abbastanza preciso tra l’immagine sensoriale dell’episodio (visiva, uditiva, olfattiva, gustativa, tattile e cenestesica,
cioè relativa a sensazioni particolari del corpo) e il titolo scelto.
Ovviamente, come sempre, cercherete di dare una valutazione quantitativa al disturbo che l’episodio vi crea, e la
ridarete dopo aver eseguito lo shift (quest’ultimo, se serve, anche più volte), al quale eventualmente farete seguire
una frase di rilascio (per esempio: Lascio andare dall’avere vissuto «Panico totale in aula» tutto ciò che non mi
serve e non mi appartiene più).
In presenza di forte angoscia, si può immaginare l’intero episodio in questione proprio come un film, e valutare il
grado di disagio provato nel rivederlo su uno schermo immaginario, che sarà tanto più lontano quanto più il ricordo
è ancora in grado di suscitare allarme.

Avvicinamento graduale al trauma

Questo metodo, presente pure in varie tecniche di psicologia energetica (denominato in genere «tecnica del
trauma lontano»), può essere utilizzato, con diverse varianti, anche in presenza di traumi molto gravi. In questo caso,
spesso la persona fa fatica anche solo a immaginare di ripercorrere l’episodio. Per permettere un avvicinamento
graduale al trattamento, è molto utile frammentare l’accaduto in vari momenti, iniziando con un punto che non crea
troppo disagio (per esempio, un momento successivo al trauma, nella fase di recupero).

La scelta del tipo di approccio dipenderà sia dalla natura e dalla gravità del trauma, sia da come i ricordi si sono
organizzati nella nostra mente. Un episodio ricco di specifici aspetti sensoriali e con diverse emozioni compresenti
potrebbe trarre beneficio dalla tecnica dell’elenco dei singoli particolari. Un episodio di facile accesso nella memoria
può essere trattato con un unico titolo, e così anche un episodio complesso ma dominato da una particolare
emozione, come la paura, la rabbia o la colpa.
Spesso è il soggetto stesso a orientare la scelta, e con un po’ di pratica non sarà difficile condurre se stessi o
l’altro verso la risoluzione ottimale. Del resto, procedendo con l’esperienza vi sarà chiaro che, al di là della tecnica
prescelta, l’importante è focalizzare l’attenzione sulla propria reazione, per poterla così modificare.

Sconcerto e assurdità
Una reazione particolare è il senso di sconcerto o di assurdità relativo all’evento vissuto come traumatico. È sempre assai utile indagare la
presenza di questo aspetto, perché finché l’organismo non ha assimilato l’episodio come davvero accaduto, ma continua a proteggersi non
collocandolo nella realtà, è impossibile modificare tutte le reazioni a esso collegate (vedi il capitolo «Le domande più frequenti»).

Allenamento alla consapevolezza

Di seguito trovate alcuni casi trattati con il metodo che ho definito «allenamento alla consapevolezza».
Il lavoro specifico che abbiamo fatto con queste persone, e che ritengo generalmente molto utile, è stato di
approfittare dell’applicazione del FastReset per cercare di percepire e attribuire il giusto ruolo protettivo o
incentivante all’emozione disturbante, dichiarandolo prima dello shift. In questo modo, si aumentano in modo
considerevole nel tempo le capacità di autoascolto, di accettazione di sé e di conoscenza delle proprie capacità e
reazioni, e si amplificano le possibilità di raggiungere man mano una sempre più grande libertà emotiva.

Effetti tardivi di un abuso


Molti anni dopo avere subìto abusi sessuali da parte di un amico di famiglia, Sonia, trent’anni, prova ancora un forte disagio al solo sentirlo
nominare o al sapere della sua presenza nei paraggi. Ecco quello che abbiamo fatto durante una sessione.
Cominciamo con l’immagine più disturbante (SUD=9), che le provoca tuttora disgusto (6) e soprattutto rabbia (10). (Ai fini del trattamento, non è
importante che io conosca questa immagine, quindi la persona la può tenere per sé.) Avendo un punteggio così alto, trattiamo per prima la rabbia, che è
percepita come un forte peso al petto. La rabbia la difende dal «cascarci di nuovo», dall’essere nuovamente vittima di situazioni del genere: Accolgo
questa mia rabbia come difesa dal cascarci di nuovo – Lascio andare da questa mia difesa di rabbia tutto quello che non mi serve e non mi appartiene
più (dopo ogni frase eseguiamo uno shift dell’attenzione sulle mani, e lo faremo anche nelle successive fasi della seduta).
Rimane il disgusto, mentre la rabbia scende a 6. Il disgusto è localizzato allo stomaco, sotto forma di una specie di palla di colore giallo, la cui
presenza dà persino nausea.
Questo disgusto da che cosa la difende? La prima cosa che viene in mente a Sonia è: «Dall’innamorarmi (in realtà, sono anni che non ha relazioni
sentimentali concrete e soddisfacenti)». Stabilito che il disgusto, quindi, la tiene lontana dai rapporti affettivi con eventuali partner, emerge che la
stessa emozione la difende anche dalla paura e dalla vergogna: Questo mio disgusto rappresenta una difesa dall’avere paura e vergogna e
dall’innamorarmi – Lascio andare da questa mia difesa di disgusto tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più.
Ora prova una sensazione di nodo alla gola. È collegata con la rabbia verso se stessa, per non essere stata più furba, più «sveglia» (all’epoca
dell’abuso aveva sette anni): Questa mia rabbia verso di me è una difesa che mi sprona a essere più furba e più sveglia – Lascio andare da questa mia
difesa di rabbia verso me stessa tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più.
La rabbia verso se stessa non è più avvertita, ma ora è in evidenza quella verso la madre, che non si è accorta di niente e non l’ha protetta. La
sensazione è alla testa: Questa mia rabbia verso mia mamma è una difesa verso me stessa – Lascio andare da questa mia reazione di rabbia verso mia
madre...
Esaurita così la rabbia verso la madre, Sonia si rende conto che un gesto abituale di suo padre (aggiustarsi il cavallo dei pantaloni da seduto) – fatto
sovrappensiero e da lei ritenuto volgare e, anzi, sconcio – la disturba al punto da farle notare che, pur amandolo profondamente, non è mai riuscita ad
abbracciarlo con lo stesso slancio, fiducia e abbandono che mette nell’abbracciare la madre. Il disgusto e la rabbia per il gesto del padre hanno una
SUD di 10: Questa mia rabbia e il disgusto verso il gesto di mio padre li accolgo come difesa dagli abusi che gli uomini commettono – Lascio andare
da questa mia difesa di rabbia e disgusto verso il gesto di mio padre...
La rabbia è diminuita, ma è rimasto un disagio più «morale» (infatti, è localizzato alla testa). La donna è ancora urtata dal gesto del padre, lo
respinge perché non vuole essere accondiscendente con quello che significa per lei: Questo mio biasimo per il gesto di mio padre mi vuole difendere
dal poter essere accondiscendente – Lascio andare da questa mia difesa di biasimo…
Ora Sonia avverte una grande tenerezza per la debolezza paterna e si sente quasi in colpa per non avergli dato l’affetto che meritava a causa di
queste piccolezze. «Mio padre non ha niente a che fare con quell’altro individuo!»
Trattiamo infine la colpa per aver provato biasimo verso il padre, un’emozione che vuole evitarle di continuare a sottrarre il proprio affetto al
genitore ingiustamente. Per finire, rivalutiamo la rabbia e il disgusto che l’immagine disturbante trattata all’inizio aveva suscitato.
Ora Sonia non prova più paura, né rabbia, né disgusto, ma quasi quasi le piacerebbe rivedere quell’uomo, per potergli dire in faccia di vergognarsi!
«Adesso sento che, se mi capitasse di incontrarlo, potrei affrontarlo a testa alta, e guardandolo dritto negli occhi, davvero! Ma so anche che non vale la
pena che io sprechi altro tempo ed energie per quello lì…»

Un grave lutto

In seguito a un grave incidente in auto avvenuto mentre stava guidando da solo su una strada pericolosa durante una vacanza con il padre, un
ragazzo muore. I soccorritori, data la zona impervia, tardano ad arrivare, e comunque confermano che anche in condizioni migliori ci sarebbero state
scarsissime possibilità di salvarlo, essendo deceduto quasi sul colpo.
Vedo Fulvio, il padre del ragazzo, un paio di mesi dopo l’accaduto.
Partiamo dall’immagine che non riesce mai a togliersi dal testa, ovvero quella del figlio esanime e sanguinante, così come era stato estratto
dall’auto. A questa immagine è ovviamente associata un’angoscia ai limiti del sopportabile, avvertita soprattutto come una schiacciante oppressione
alla testa che non recede mai. Mentre tiene in mente quell’immagine, usiamo come frase di partenza: Questa angoscia opprimente vorrebbe che io
trovassi una soluzione e che non avessi mai dovuto vivere quel momento (a ogni frase seguono shift e frase di rilascio più un ultimo shift). L’angoscia,
dopo un solo «giro», sembra diminuita; l’uomo fa addirittura fatica a mettere a fuoco i particolari dell’immagine-shock del figlio, il che è di solito
prognosticamente favorevole.
Ora è in primo piano il dolore per la perdita del ragazzo, di nuovo avvertito nella testa: Questo dolore per la perdita di mio figlio vuole impedirmi di
continuare a investire le mie energie su qualcosa che non c’è più. Anche in questo caso, il ricordo è meno vivido e doloroso di prima.
Nella sessione successiva, pochi giorni dopo, l’uomo riferisce di non avere più avuto l’immagine del figlio morto sempre davanti agli occhi. Adesso
quello che prova è dispiacere puro, indirizzato soprattutto al fatto di non poterlo più vedere, e per tutte le cose che padre e figlio hanno lasciato in
sospeso. Il dispiacere di non poterlo più vedere ha una SUD di 10: Questo mio dispiacere di non poterlo più vedere vuole farmi accettare quanto è
successo. Tratto immediatamente di seguito anche: Il rimpianto di quello che non si può più realizzare insieme, che vuole riportare indietro le energie
che avevo investito nei nostri progetti.
Lascio qualche minuto di pausa per dare modo all’organismo di rielaborare le nuove informazioni. L’uomo mi dice che ora avverte un senso di
confusione; cosa che del resto mi aspettavo, data la portata delle emozioni che stavamo trattando. Propongo di trattare questo senso di confusione,
avvertito come sempre alla testa: Questa mia confusione nella testa vuole farmi riportare le cose in un nuovo ordine.
Subito dopo, l’uomo sembra risollevato e un po’ più confortato. Uscendo, mi dice che adesso se la sente di rivedere l’ultimo filmino delle vacanze,
dove il figlio è il protagonista, anche se sa che la cosa lo farà soffrire.
Dopo un paio di settimane ci incontriamo di nuovo. Globalmente L’uomo sente di stare meglio. Riesce a occuparsi con più lucidità delle questioni
burocratiche connesse con la morte del figlio, ha ricominciato a mangiare e a dormire e si sente più vicino e interessato alle altre persone che lo
circondano. Si è sorpreso anche a scherzare con i nipotini, che non sanno ancora nulla dell’accaduto. Di questo, si è inizialmente sentito in colpa, ma
ha subito applicato da solo la tecnica imparata insieme e ha ridimensionato la cosa («Mio figlio sarebbe d’accordo nel proteggere quei bambini, per
ora, da qualcosa che non sono in grado di elaborare, almeno finché non l’avremo elaborato noi adulti»). Continua il suo percorso di uscita dal lutto,
con un’insperata serenità a sostenerlo. Si ricava anche uno spazio per piangere, eppure sente che continuare a vivere senza il suo ragazzo, sebbene
doloroso e improbo, adesso è possibile.

Paura per l’esito di un esame clinico

Giorgia è incinta da poche settimane, e deve eseguire, per la seconda volta in vita sua, un esame ginecologico invasivo (villocentesi) volto a stabilire
lo stato di salute ed eventuali patologie del feto. La gravidanza precedente, purtroppo, era stata interrotta proprio a seguito dello stesso esame, che
aveva riscontrato una grave patologia genetica, benché Giorgia non sia un soggetto particolarmente a rischio.
La donna, anche se cerca di contenersi, appare piuttosto tesa e angosciata. Individuiamo subito che la sua paura riguardo all’esame, cui si sottoporrà
tra qualche minuto, è tale che il pensiero che ha avuto finora è stato di annullarlo e di tornarsene a casa. L’emozione che sente più forte è l’angoscia,
un misto di paura e di impotenza, con una SUD di 9 e che viene percepita in particolare allo stomaco. Lavoriamo così: Questa mia reazione di
impotenza e angoscia vuole evitarmi di andare verso il dolore – shift, frase di rilascio e un ultimo shift.
Va subito un po’ meglio, e Giorgia avverte ora non tanto la paura, ma piuttosto la preoccupazione per l’esito dell’esame, di nuovo allo stomaco: La
mia preoccupazione per l’esito di questo esame vorrebbe che io avessi già ottenuto un responso positivo! – shift, ripetizione, altro shift, frase di
rilascio e ultimo shift. Giorgia è un po’ più sollevata.
Ora le chiedo se per caso se la sente di lavorare con me sul vecchio trauma, quello relativo all’esame precedente. La invito così a focalizzarsi su una
scena che riassuma il dramma vissuto. Con le lacrime agli occhi, Giorgia dà alla scena (che non mi descrive) il titolo: «Era il mio bambino!» La SUD
collegata a questa immagine è ovviamente di 10. Quindi procediamo: Ho vissuto «Era il mio bambino!» – shift, ripetizione della frase, altro shift, frase
di rilascio e ultimo shift. Vedo ora il volto di Giorgia più disteso, la sento decisamente più calma.
È rimasta, come c’era da aspettarsi, un po’ di preoccupazione per l’esito, però Giorgia avverte anche più fiducia. Le chiedo di ripensare brevemente
all’episodio traumatico: con sua grande sorpresa, è più distante, come un evento vissuto, sì, ma anche archiviato: «So che devo affrontare una prova
per me molto dura», dice, «ma ci sono, voglio guardare avanti. Adesso non ho paura, qualsiasi cosa succeda mi armerò di coraggio e l’affronterò. E
poi, per fortuna, non sono sola, c’è mio marito a sostenermi».
Il ginecologo in seguito mi ha informato che Giorgia – che durante il colloquio con lui, svoltosi qualche minuto prima di incontrarmi, gli era
apparsa piuttosto nervosa – durante l’esame era stata invece distesa e collaborativa. Tra l’altro, la villocentesi ha rivelato che ora aspetta una bambina
del tutto sana.

Trauma da separazione

Quando vedo Rosy per la prima volta, è fisicamente ed emotivamente provata. Dopo quindici anni di fidanzamento e sette di convivenza, tre giorni
prima il ragazzo di cui si dichiara tuttora innamoratissima se ne è andato all’improvviso, dicendole che non voleva più saperne di restare con lei e che
non l’amava più. A nulla sono valse le parole, le lacrime e i tentativi di riconciliazione da parte di Rosy.
In verità, mentre cerco di aiutarla a ricostruire la situazione reale, viene fuori un quadro ben diverso dall’apparente idillio che mi aveva descritto in
un primo momento, e riordiniamo insieme i segnali di malessere che in effetti il suo ragazzo non aveva mancato di dare, anche se erano rimasti
inascoltati. Così, Rosy si rende conto solo ora di aver spinto fin troppo, negli ultimi tempi, per regolarizzare la loro unione tramite il matrimonio,
malgrado il fidanzato avesse da sempre manifestato intenzioni opposte, e soprattutto per avere un bambino, che lui invece avrebbe desiderato avere più
avanti, una volta sistemata una certa gravosa situazione economica.
Anche se nella testa di Rosy si comincia a fare un po’ di chiarezza, il sentimento più forte, avvertito nello stomaco, è che tutto ciò che sta accadendo
nella sua vita sia assurdo, irreale. Le spiego che questa potrebbe essere una normale reazione difensiva dell’organismo rispetto all’impatto con una
realtà troppo sconvolgente da sopportare. Le propongo quindi di lavorare proprio con questa frase: Questa mia reazione di assurdità vuole evitarmi un
impatto troppo forte e sconvolgente con quello che è successo – shift, frase di rilascio e ultimo shift.
Subito dopo Rosy mi dice che non solo comincia a comprendere che cosa le sta capitando, e che ciò le dà sollievo, ma ora riesce ad apprezzare
meglio la rete di solidarietà e sostegno (in particolare da parte della mamma, della sorella, delle amiche) che le dà un po’ di sicurezza. Quale emozione
è apparsa? La rabbia verso me stessa, perché ho sottovalutato tante cose. Questa mia reazione vorrebbe potergli dimostrare che posso cambiare e che
lui può tornare – shift, frase di rilascio e ultimo shift.
Ora Rosy appare decisamente più calma, anzi, si dichiara «svuotata». Le faccio fare un «giro» di FastReset usando una frase ad hoc: Questo mio
senso di svuotamento serve a creare un nuovo ordine dentro e fuori di me – shift. Va meglio e, poco dopo, come mi aspettavo, Rosy esprime
finalmente anche della rabbia nei confronti dell’ex ragazzo: Questo dolore e questa rabbia per come mi ha trattata e buttata via vogliono che io faccia
tesoro di questa esperienza – shift – Questa mia reazione di rabbia vuole anche che mi venga restituito quello che avevo – shift – Lascio andare da
questa mia reazione di dolore e di rabbia per come mi ha trattata e per quanto mi è stato tolto tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più –
shift.
Chiudiamo qui la sessione. In seguito Rosy, che nel frattempo è tornata a mangiare e a dormire, si è impegnata in un approfondito esame dei suoi
errori, con grande obiettività, ben decisa a farne tesoro. «Se lui è in grado di tornare, voglio che trovi una persona diversa, più matura. E se non
dovesse tornare, vuol dire che la vita di entrambi deve andare avanti su una nuova strada. Mi manca tantissimo, ma non voglio forzare nessuno a stare
con me o a fare qualcosa di cui non è convinto, solo per farmi tacere», dichiara con sicurezza.

L’incidente stradale

Flavia è una mia carissima amica. La vedo qualche settimana dopo un incidente accadutole mentre si recava a piedi a trovare una parente. Si
accingeva ad attraversare sulle strisce pedonali una strada piuttosto trafficata, quando è stata urtata violentemente dall’auto di un anziano signore che
procedeva a velocità sostenuta, malgrado fosse vicino a un incrocio e avesse un segnale di stop. Flavia è stata sbalzata in avanti, in mezzo alla
carreggiata, e per un terribile momento è rimasta distesa sull’asfalto, mentre l’auto procedeva ancora nella sua direzione! Per fortuna, è stata
prontamente aiutata e se l’è cavata con qualche brutta ammaccatura e qualche ora in pronto soccorso. Però, da allora ha sviluppato una vera e propria
reazione fobica quando deve attraversare la strada (SUD=5), e prova un certo disagio anche al semplice trovarsi nella zona in cui le è capitato
l’incidente (SUD=7), il che le complica notevolmente la vita.
Ma qual è l’immagine, la scena o la situazione che più la disturba o la fa soffrire in questo momento? Senza dubbio quella di essere distesa
sull’asfalto, vedendo l’auto che avanza verso di lei. È una scena che le torna in mente di continuo, mettendole angoscia. L’immagine ha una SUD di 8,
perciò cominciamo da questa. Il titolo generale della scena è «Paura di morire», così procediamo in questo modo: Ho vissuto «Paura di morire» –
shift e ripetizione della frase, nuovo shift e poi: Lascio andare dall’aver vissuto «Paura di morire» tutto quello che non mi serve e non mi appartiene
più – shift.
Adesso la scena appare più sbiadita, non ha più i colori cupi di prima, sembra anche più «normale». «È successo, è vero, ma adesso sono qui, sana e
salva», commenta Flavia. L’aspetto peggiore di tutta la faccenda è ora il senso di frustrazione e di impotenza che avverte, anche fisicamente, nel
ripensare a come si è svolto l’incidente: è come se lei fosse stata una vittima passiva, senza possibilità di difendersi. Che cosa vogliono, questa
frustrazione e questo senso di impotenza? Farle prendere atto della realtà e possibilmente trovare nuove strategie e soluzioni nel futuro. Formuliamo
proprio così la frase, facciamo lo shift sulle mani e pronunciamo una frase di rilascio e un nuovo shift.
Al termine, in Flavia emerge una nuova emozione, l’autocommiserazione, accompagnata da una sorta di grosso nodo in gola. Questa emozione
vuole che lei sia consolata e coccolata: Questa mia autocommiserazione vuole che io sia consolata e coccolata – shift, frase di rilascio: Lascio andare
dalla mia autocommiserazione e dal mio voler essere consolata tutto quello che non mi serve, non mi interessa e non mi appartiene più – shift.
Il nodo alla gola si è subito sciolto. Chiedo a Flavia, per controprova, di ricordare la scena che all’inizio le metteva tanta angoscia. Adesso è
decisamente cambiato l’effetto che le fa: «Sono stata fortunata, ho anche trovato delle persone gentilissime che mi hanno aiutato! Quella scena adesso
è davvero lontana».
Che cosa è rimasto che la fa sentire a disagio all’idea di attraversare la strada? La paura per l’imprevedibilità degli altri, che mi vuole tenere al
sicuro – shift, frase di rilascio e ancora shift.
Al termine, Flavia sorride: «Ma sono io che devo essere meno distratta! Se non camminassi sempre con la testa tra le nuvole, certe cose non mi
succederebbero!»
È rimasta però ancora una reazione di allarme al pensiero di attraversare la strada, in particolare quella strada. Questa reazione di allarme vuole
aumentare la mia concentrazione e la mia presenza mentale, e ottimizzare i miei riflessi. Usiamo questa frase, facciamo poi lo shift e pronunciamo una
frase di rilascio: Lascio andare da questa mia eccessiva reazione di allarme tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più – shift. Flavia
commenta: «C’è una vocina interna che mi sta dicendo: Stai attenta, e non ti succederà niente!»
Ora la paura di attraversare la strada sembra decisamente scemata, «ma ti dirò se è davvero così quando lo faccio». C’è tuttavia ancora una vivace
(SUD=4) reazione difensiva rispetto al luogo in cui si è svolto l’incidente.
Scopro che Flavia quel giorno si è forzata ad andare a trovare la sua parente, perché quel posto non le piace per niente. Tra l’altro, proprio lì ha
subìto tempo fa un paio di furti o ha smarrito oggetti importanti. «Quel posto non mi piace, la sua energia mi respinge!» Adesso sorrido io, perché
penso sia vero l’esatto contrario, che sia Flavia a respingere quel posto, ma tengo le mie considerazioni per me. Le propongo però di pensare al luogo
in cui si è svolto l’incidente e di dichiarare: Quel posto non mi piace perché mi respinge – shift – Con tutto quello che mi è successo lì, meglio che me
ne stia alla larga! – shift. Basta questo perché io senta Flavia esclamare: «Ma certo! Il posto non c’entra nulla, sono io che sono negativa! Il fatto è che
non sono contenta che questa mia parente si sia trasferita lì. Non riesco ad accettare le sue scelte, per esempio il ragazzo con cui è andata a vivere. Ma
invece devo accettarle, le scelte altrui, devo farmene una ragione, non è giusto che interferisca».
Flavia non ha più avuto reazioni fobiche, ed è tornata ad attraversare le strade senza paure. Però mi ha anche detto che adesso, quando cammina per
strada, è molto più vigile e attenta.

Suggerimenti per trattare


la componente emotiva di un trauma
In alcuni casi (in particolare se il trauma è scomponibile in scene o momenti diversi), può essere utile indagare e utilizzare nel trattamento le
informazioni che provengono da una o più di queste componenti. Ciascuno degli aspetti così individuati potrebbe quindi essere considerato e trattato
come una normale reazione emotiva (cioè secondo lo schema: «A che cosa serve questa reazione/movimento/pensiero eccetera» – shift – frase di
rilascio – shift).

• Componenti sensoriali: si tratta di rilevare le impressioni visive, uditive, tattili, olfattive, gustative che compongono la o le immagini connesse
all’episodio traumatico. Di solito è utile iniziare, se possibile, dalle componenti con la SUD più alta tra quelle che la persona accetta di trattare.
• Componenti motorie: talvolta è possibile individuare un movimento interrotto dal trauma stesso (per esempio, un moto di difesa), o una postura
che ne riattiva il ricordo o che fa sentire più allarmati o più tranquilli rispetto al ricordo traumatico.
• Componenti viscerali: l’obiettivo è percepire e localizzare le reazioni psico-fisiche avvertite come cambiamenti delle sensazioni nel corpo:
contrazioni, distensioni, respirazione, aumento o diminuzione di temperatura, sudorazione, salivazione eccetera.
• Componenti cognitive: sono i pensieri, le associazioni mentali, le convinzioni, le credenze allarmanti o preoccupanti connesse con il ricordo o gli
effetti del trauma.

Suggerimenti per l’integrazione emotiva


• C’è un’immagine (visiva, uditiva, olfattiva, gustativa, tattile, cenestesica) che più mi ricorda il trauma?
• Ci sono luoghi, persone, situazioni che mi risultano tuttora allarmanti?
• Da che cosa cerca di difendermi questa mia reazione di (angoscia, ansia, paura, rabbia, disgusto eccetera)? Che cosa cerca di farmi fare o evitare?
• In che modo questa mia reazione tenta di farmi risparmiare energie o di impedirmi di rivivere quella situazione?
• C’è qualcosa in particolare di cui mi sono convinto da quando ho vissuto quell’episodio?
Le paure e le fobie

LA paura, se appropriata, è l’emozione primaria di sopravvivenza. Questo significa che ha una funzione protettiva
quando c’è uno stimolo pericoloso per l’individuo di una determinata specie, stimolo regolato da cause genetiche.
Per esempio, la paura del vuoto è sana e normale in un essere umano o in un quadrupede, ma sarebbe deleteria in un
volatile!
La fobia, invece, è una paura ingiustificata, esagerata e talvolta assurda, perché l’oggetto o la situazione temuti
non sono in grado di nuocere veramente al soggetto.

Come superare le paure

Alcune delle situazioni che descriverò possono essere considerate potenzialmente pericolose per la nostra
incolumità, e perciò alla base della normale paura intesa come reazione istintiva volta alla nostra sopravvivenza:

• situazioni nuove, impreviste (rischi legati all’ignoto);


• altezze (rischio di cadere);
• spazi chiusi (possibilità di rimanere intrappolati);
• spazi aperti (nessuna possibilità di ripararsi/nascondersi);
• oggetti che si muovono veloci rasoterra (predatori terrestri);
• oggetti che si muovono veloci ai margini della nostra visuale (predatori aerei);
• pericoli appresi e riconosciuti (essere minacciati con un’arma, per esempio, o vedere un veicolo procedere dritto
verso di noi a grande velocità) eccetera.

Oltre a queste situazioni, per così dire puramente fisiche e ambientali, essendo la nostra una specie che basa
molta della sua sicurezza sulla presenza amichevole e cooperante di un gruppo di propri simili, possiamo mettere nel
novero delle paure, delle fobie e delle ansie l’eventualità di essere abbandonati ed estromessi dalla cerchia sociale. 8
Come già accennato, si tratta di paure quando queste situazioni o altre analoghe sono attive e presenti, e
potenzialmente pericolose. La paura fa scattare istantaneamente le reazioni di allarme dell’organismo, approntandolo
per lottare o per fuggire, per nascondersi o per evitare il dolore.
Parliamo di fobie quando le reazioni – anche fisiche – di allarme e di paura sono esagerate rispetto alla cosa o alla
situazione che le provoca, e di ansie quando le stesse reazioni psicofisiche, seppur con diverse modulazioni,
avvengono anche solo in previsione di un pericolo, e perfino in circostanze lontane dal pericolo stesso
(approfondiremo il discorso sull’ansia nel capitolo «Ansia, tensione e panico»).
Con l’apprendimento, il condizionamento o l’abitudine, possiamo ridurre la necessità di reazioni difensive anche
di fronte a situazioni potenzialmente pericolose: per esempio, la paura di cadere andando in bicicletta viene superata
imparando le sequenze motorie o i comportamenti necessari a mantenere l’equilibrio, e così quella di nuotare, o di
guidare l’auto, o di stare da soli eccetera.
Che cos’è cambiato, quindi? Non l’evento, ma la nostra valutazione. Riconosciamo di possedere più risorse per
far fronte allo stesso evento, e l’esperienza man mano rafforza la nostra fiducia nella possibilità di trarre addirittura
vantaggio o beneficio da quella situazione.
Nel medesimo modo, è possibile superare una fobia o un’ansia. Una volta che siano state risolte, a essere cambiati
saranno la valutazione e il significato che diamo all’evento inizialmente classificato come pauroso o pericoloso.
Verranno riportate in primo piano le reali e attuali risorse e capacità che siamo in grado di utilizzare, anziché la
risposta automatica di evitamento, preoccupazione o paura che prima le stesse circostanze suscitavano.

Innesco e mantenimento della risposta


agli stimoli paurosi

Stando così le cose, come mai può succedere che, benché la situazione che stiamo vivendo non sia (più)
particolarmente minacciosa, non riusciamo a evitare di provare paura – con tutte le conseguenze del caso –, anche se
la mente cerca di convincerci del contrario?
Perché il ricordo di esperienze potenzialmente dannose, simili a quella vissuta ora, viene associato in automatico
dai centri nervosi posti nella profondità del cervello all’originale situazione di allarme, provocando un’attivazione
difensiva dell’organismo (risposta biologica di allarme).
Tutto questo accade a una velocità tale che la corteccia prefrontale – dove, lo ricordo, risiede la nostra capacità di
renderci conto precisamente di che cosa sta capitando, valutare razionalmente la questione e produrre un
comportamento adeguato – non ha ancora avuto il tempo di intervenire, bloccando o ridimensionando questo
allarme. Il corpo, cioè, comincia ad agitarsi e a esprimere la paura prima ancora che la situazione pseudominacciosa
sia del tutto chiarita.
Il problema è che, una volta partito l’allarme fisico, al cervello arrivano informazioni contraddittorie: quelle della
mente razionale, che magari pensa che non ci sia poi tutto questo pericolo, e l’attivazione allarmata del corpo. E, nel
dubbio, per salvaguardare il soggetto, l’organismo decide che è sempre meglio lasciar fare all’istinto. La risposta
biologica di allarme fornisce quindi un potente feedback al cervello confermando la presenza di un pericolo, anche
se questo è solo simile a un elemento potenzialmente dannoso o non è più tale, perché siamo cresciuti, siamo più
forti e non più così vulnerabili.

Convinzioni e valutazioni incongrue

L’associazione permanente di uno stimolo condizionato (cioè appreso) a uno incondizionato (risposta biologica di
allarme o di autoprotezione, reazione geneticamente predeterminata) genererebbe quindi le paure apprese e le
reazioni autoprotettive subconsce in genere. Una volta associati a uno stimolo incondizionato, infatti, non è
necessario che gli stimoli condizionati raggiungano la coscienza, perché si abbia una reazione di allarme o di
autoprotezione.
Così, possono essere mantenuti comportamenti semiautomatici e «irrazionali» anche per situazioni in cui essi non
sono (più) di nessun vantaggio (come nel disturbo da attacchi di panico, nel disturbo post-traumatico da stress, nelle
fobie e nel craving, l’impulso irresistibile verso un’attività ritenuta gratificante).
Una variante di questo meccanismo, che si può notare soprattutto osservando gli altri, sono le convinzioni
subconsce acquisite dal proprio ambiente. Queste, in nome dell’autoprotezione, possono indurci a valutazioni
incongrue o che limitano la nostra capacità di esplorare nuove possibilità, di assumere vantaggiose iniziative e rischi,
di prendere decisioni consapevoli e libere. Tali convinzioni o credenze così acquisite, dunque, potrebbero avere più
o meno la stessa genesi delle paure apprese e delle fobie, esprimendosi però su un piano cognitivo anziché fisico.

Per trattare proficuamente le paure, possiamo procedere in diversi modi.


Quello più semplice consiste nel fare l’elenco delle situazioni o oggetti paurosi inerenti un certo evento
disturbante, dando una valutazione dell’intensità del disagio (sempre secondo la scala SUD).
Normalmente, consiglio di partire dalle situazioni con il punteggio più alto. Attenzione: la specificità in questo
caso è spesso vincente!
Ecco un esempio dell’applicazione del FastReset in un caso di fobia degli insetti.

Fobia degli insetti


Marina è una bella ragazza di quindici anni, sportiva e studiosa. Unico cruccio: pur essendo piuttosto brava a giocare a tennis, nella bella stagione
non sempre se la sente di partecipare alle gare, perché è irrazionalmente impaurita dagli insetti, specie «quelli che ronzano» e «quelli con il corpo
peloso». Dalle api alle farfalle, alle mosche, ogni insetto che entra nel suo campo visivo o uditivo è fonte di apprensione, per non dire di terrore, e di
schifo.
Decido di procedere chiedendo a Marina di farmi l’elenco e la valutazione delle cose peggiori che sente riguardo agli insetti.
Paura degli insetti in generale = 10; paura di essere toccata = 9; paura di essere punta = 8; schifo di essere toccata = 10; paura del ronzio = 8; paura
di non sapere dove vanno = 10.
Tra quelle con il punteggio più alto, scelgo di cominciare dalla «paura di non sapere dove vanno», più specifica rispetto a quella degli insetti in
generale e dello schifo di essere toccata, sebbene anche queste ultime abbiano pari intensità. In che modo questa paura vuole proteggerla? Facendole
tenere l’attenzione sull’insetto, così da non esserne molestata. Quindi: Sono grata a questa mia paura di non sapere dove vanno, perché vuole evitarmi
di entrare in contatto con loro, e poi: Lascio andare da questa mia difesa di paura tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più (uno shift
dopo ogni frase).
Verifico subito dopo come si è modificata questa paura e le altre presenti: quella di «non sapere dove vanno» è scesa a 6-7, quella di «essere
toccata» è a 6, quella di «essere punta» è rimasta a 8, la «paura degli insetti in generale» ora è a 7.
Vorrei adesso aiutarla a trattare lo «schifo di essere toccata», che vuole evitarle di sentire le zampette su di lei. Prima però le chiedo quanto ha paura
o schifo delle zampette degli insetti. La risposta: 10! Decido perciò di lavorare con questa. Anzi, le chiedo se c’è qualche altro aspetto degli insetti che
le risulti particolarmente fastidioso. Ebbene, c’è: è il loro corpo peloso, che provoca anch’esso un disagio pari a 10. Allora: Meno male che ho questo
schifo e questa paura delle zampette degli insetti, che vogliono evitarmi di sentirmeli addosso, e: Lascio andare da questa mia reazione difensiva di
schifo e paura per le zampette degli insetti tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più (uno shift dopo ciascuna frase). Subito dopo,
semplicemente, le faccio enunciare per due volte: Il corpo peloso degli insetti, ciascuna seguita da uno shift.
Rivalutiamo ora la situazione: con grandissimo stupore di Marina, e un po’ anche mio, la paura sembra del tutto scomparsa. «Sono molto più grande
di loro, sono loro che devono avere paura di me!» dice convinta. Rimane una reazione di fastidio per la loro presenza (SUD=5) e un po’ di paura di
essere punta (4). Trattiamo quindi il fastidio: Accolgo questo mio fastidio per la presenza degli insetti, che vorrebbe che non stessero là dove sto io
(segue lo shift, la solita frase di rilascio e ancora uno shift).
Il fastidio sembra mitigato e, anzi, Marina afferma: «Se io non do fastidio a loro, probabilmente loro non mi daranno fastidio. E poi, se ci sono,
significa che sono utili anche loro, no? Oddio, forse non tutti, ma la maggior parte credo di sì», dice sorridendo.
Rimane un residuo della paura di essere punta (2-3), che trattiamo subito: Questa mia paura di essere punta vuole evitarmi il dolore e il fastidio
(seguono shift, frase di rilascio e shift).
La paura è ora scomparsa, e Marina si ricorda improvvisamente di una volta in cui, quando aveva tre o quattro anni, sua madre si era messa a urlare
per la presenza di un’ape a cui lei, curiosa, si era avvicinata, mentre era posata su un fiore giallo. «La mamma credo mi dicesse di stare lontana, perché
l’insetto poteva pungermi. Ma lo diceva urlando e con angoscia. Penso mi sia più spaventata per la sua reazione che per l’insetto, di cui forse prima
non avevo effettivamente alcuna paura». Lavoriamo infine sull’immagine ora emersa, finché diventa un buffo ricordo.
So che Marina quell’estate ha partecipato con tranquillità a un torneo di tennis, piazzandosi onorevolmente, e che non ha mai più avuto reazioni
fobiche agli insetti. Anche se non le sono ancora tutti simpatici.

Come ho cercato di spiegare, spesso dietro una fobia c’è una reazione a un trauma, che viene mantenuta a costo
di attivare delle difese anche quando non ce n’è più bisogno.
Ecco un altro esempio, direi classico: la paura di parlare in pubblico.

Paura di parlare in pubblico


Luisa, che ha già provato più volte la tecnica su altre questioni, mi chiama piuttosto agitata dal bagno adiacente all’auditorium dove si sta svolgendo
un importante congresso della sua azienda.
Come dirigente e autrice di un importante progetto, tra qualche minuto le toccherà presentare una relazione ai due-trecento colleghi presenti.
Peccato che, malgrado sia consapevole di essere in grado di farlo – almeno in teoria –, ora è letteralmente bloccata dal terrore di affrontare il pubblico,
per giunta in inglese, che pure parla in modo fluente.
Dato il poco tempo a disposizione, le chiedo solo quali siano le paure più forti: quella di essere paralizzata tanto da non spiccicare parola e di dire
cose che gli altri possano giudicare sciocchezze. Che cosa vorrebbero farle ottenere, queste paure? Evitare di affrontare quelle persone, fuggire lontano
e risparmiarsi una brutta figura!
Le propongo quindi, semplicemente, di sentire a livello fisico la localizzazione del disagio e allo stesso tempo di enunciare: Paura di essere tanto
paralizzata da non riuscire a spiccicare parola – Paura di dire un mucchio di sciocchezze – Voglia matta di fuggire via da qui – Paura di fare una
figuraccia davanti a tutti, facendo lo shift sulle mani dopo ogni frase e aspettando qualche secondo tra l’una e l’altra. Terminiamo con una frase di
rilascio: Lascio andare da tutte queste mie reazioni difensive di paura tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più – shift.
Va subito molto meglio; è però emersa, anche se le provoca un disagio minore rispetto alle altre, la paura di non essere all’altezza delle aspettative
del suo presidente. La trattiamo subito nello stesso modo: Paura di deludere il presidente – Paura di non avere più la sua stima (segue shift, frase di
rilascio e ultimo shift).
Luisa sembra ora nettamente più sollevata e si appresta a fare la sua relazione. Il giorno dopo mi richiama: è andata benissimo, ben oltre le
aspettative! È addirittura riuscita a rompere il ghiaccio con un uditorio annoiato dalle precedenti relazioni grazie a una battuta molto apprezzata. E il
presidente? Non era nemmeno presente in aula per la maggior parte del suo intervento, però aveva assistito al finale e si era poi complimentato con
lei... «Ho l’impressione che fosse più agitato di me, ecco perché è sparito per diversi minuti!» conclude con un sorriso.
La fobia di certe situazioni può portare a disturbi piuttosto invalidanti, come nel caso seguente.

Paura scolastica e vomito


Pur avendo ottimi risultati nella maggior parte delle materie, Giulio, un ragazzino di undici anni, ha veri e propri sintomi di terrore già il giorno
prima delle verifiche, specie quelle di matematica. A casa, gli esercizi gli riescono perfettamente, ma prima delle verifiche a scuola ha episodi di
diarrea, vomito, tremore, sudorazione. Insomma, vero panico.
La famiglia non mi sembra particolarmente responsabile di questo eccesso di tensione. Invece, alcuni professori paiono prenderci gusto nel mettere
in competizione tra loro gli allievi. Il ragazzo è quindi portato a pensare che se non prenderà sempre dei voti molto alti finirà per essere bocciato e
deludere così i genitori e se stesso.
Cominciamo perciò con il trattare la paura di venire bocciato (SUD=10: Questa mia paura di essere bocciato), che lascia emergere (SUD=5) la
paura che i miei genitori ci rimangano male. Bastano un paio di passaggi perché, almeno in apparenza, queste paure siano molto ridimensionate (il
ragazzo non riesce più a quantificarle, né ad avvertire fisicamente la tensione all’addome che aveva prima).
In una sessione successiva, lavoriamo sulla paura di vomitare di nuovo (SUD=9). Le ragioni di questa paura sono «che succede sempre»; anzi, il
ragazzo ritiene che: «vomitare e preoccuparmi fanno parte della mia stessa natura! È logico vomitare, visto che mi preoccupo così tanto». Dopo un
primo passaggio, la paura di vomitare è scesa a 4.
Di più ingente (SUD=10) c’è ora la paura delle espressioni matematiche. Usiamo la frase da lui suggerita: Il potere delle espressioni di farmi
vomitare, e dopo un passaggio e una frase di rilascio e un ultimo shift, il «potere malefico» delle espressioni è sceso anch’esso a 4.
Chiedo al ragazzo quale sia l’aspetto peggiore, adesso, di tutta la questione. È l’andare in confusione e non poter fare più niente. Utilizziamo una
frase proposta dallo stesso Giulio: Questa paura è che il potere malefico delle espressioni mi faccia andare in confusione e non mi faccia fare più
niente. Subito dopo, sempre riprendendo parole sue, gli suggerisco: Paura di non essere più io, di non ricordarmi più niente di quello che so.
Rivalutiamo ora la paura delle verifiche e quella di vomitare, ed entrambe si attestano su una SUD di 1.
Ci rivediamo dopo le vacanze estive, ma dalla madre avevo già ricevuto notizie confortanti: nessun problema di vomito, buoni risultati anche nelle
prove scritte di matematica. Il ragazzo stesso mi conferma che «forse mi è passata la paura delle verifiche», anche se il fatto che la scuola sia un
obbligo non gliela rende comunque particolarmente piacevole!
Mi segnala invece un altro problema, in realtà sempre legato a un eccesso di ansia da prestazione: appassionato sportivo, Giulio milita nella squadra
di calcio della scuola, nel ruolo di portiere. Purtroppo, qualche settimana prima un attaccante avversario, favorito da un terreno scivoloso, pur non
essendo particolarmente bravo è riuscito a fargli un goal del tutto inaspettato. I compagni di squadra se la sono presa con lui, commentando la cosa con
epiteti poco edificanti. Il ragazzo ne ha avuto un piccolo shock, e ripete a se stesso: «Faccio schifo!»
Trattiamo l’essere deluso da me stesso, che vuole evitarmi di sbagliare di nuovo, e passiamo da una SUD di 10 a una di 2. Gli chiedo quindi di
ricordare il momento peggiore di quell’evento infausto: «Quando tutti ridevano di me». L’emozione collegata con quel momento è la vergogna, che
vorrebbe farmi scappare a nascondermi. Quindi: Accolgo la mia reazione di vergogna quando tutti ridevano di me, che vorrebbe farmi scappare a
nascondermi. Dopo avere compiuto un passaggio con questa frase e la frase di rilascio e un altro shift, il ragazzo commenta: «Ma tutti possono
sbagliare, è umano, tutti sbagliano!» Gli suggerisco infine di ripensare il suo motto in campo, che finora è stato: «Non devo farmi fare goal»,
trasformandolo in un: «Sono qui a divertirmi a prendere i palloni!»
Preciso che a ogni frase pronunciata (in corsivo) è seguito uno shift dell’attenzione sulle mani e successivamente una frase di rilascio, del tipo:
Lascio andare da questa mia reazione di… tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più, con un nuovo shift sulle mani.
Attualmente, anche nell’ambito sportivo, per il nostro giovane amico le cose sembrano andare decisamente meglio.

Un altro classico: la claustrofobia, questa volta in treno.

Claustrofobia in treno
È mattina presto, in pieno inverno, e il treno che ho preso è strapieno di gente, anche perché quello precedente è stato soppresso.
Davanti a me è seduta una ragazza visibilmente a disagio: ha lo sguardo impaurito, è accaldata, suda, sospira. Ho l’impressione che sia piuttosto in
crisi. Le chiedo se c’è qualcosa che non va, e non fa fatica a confessarmi di essere un po’ claustrofobica, e che la calca, il caldo soffocante e i finestrini
sigillati la fanno stare malissimo. Le chiedo se ha voglia di provare a fare con me un esercizio per aiutare a rilassarsi, e lei accetta.
Ho bisogno di alcuni dati: qual è l’emozione che più la disturba ora? Un’angosciosa paura, che avverte come mancanza di fiato. Che cosa vorrebbe
farle fare questa paura, se avesse totale libertà d’azione? Scappare fuori! Certo che da un treno in corsa, con i finestrini e gli sportelli chiusi, la cosa
diventa un po’ difficile… E qual è la cosa peggiore, quella che teme o che l’angoscia di più? Morire soffocata, ovviamente! E i finestrini sigillati sono
l’aspetto che più la turba.
Ora che abbiamo tutti gli elementi, procediamo così: Accolgo questa mia reazione di paura e di angoscia che vuole evitarmi di morire soffocata qui
dentro – shift – Questa mia reazione di paura per i finestrini chiusi vuole che io esca subito da questa trappola – shift – Lascio andare da questa mia
reazione di paura, di angoscia e di soffocamento tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più – shift.
Con grande stupore della ragazza, la sua paura è nettamente scemata. Mi dice anzi che adesso le sembra di riuscire ad avvertire l’aria che entra dal
sistema di riscaldamento e circola, anche se molto calda. Non ha più paura, benché il disagio sia oggettivo e parecchi altri passeggeri si stiano
lamentando dell’affollamento. La ragazza mi ringrazia di cuore, e poco dopo scende alla sua fermata, decisamente rinfrancata.

Anche la paura dell’aereo può comprendere un importante aspetto claustrofobico. Nel caso che segue compaiono,
oltre a questo, anche delle convinzioni autosabotanti, nate inizialmente per conformarsi alle idee o alle esigenze
predominanti nel proprio ambiente di origine.

Paura dell’aereo e panico in galleria


Da alcuni anni, Walter non riesce più a prendere l’aereo, il che gli comporta parecchie difficoltà, sia sul lavoro – obbligandolo a rinunciare a
importanti meeting all’estero – sia per quanto riguarda le vacanze, trascorse necessariamente in località raggiungibili con l’automobile.
Tale fobia è in apparenza iniziata durante un lungo volo transoceanico: l’aereo ebbe un’avaria e dovette atterrare in una località intermedia per
essere riparato; poi finalmente, con molte ore di ritardo, lo ricondusse a casa. Walter al momento avvertì solo un po’ di spavento, ma quando prese
l’aereo la volta seguente fu preda di un vero e proprio attacco di panico. Da allora la paura di stare nuovamente male gli ha fatto definitivamente
rinunciare a viaggiare con quel mezzo. E non è tutto: da quel giorno, Walter trova difficile anche guidare l’auto in certe condizioni, per esempio in
galleria.
Gli chiedo quindi, per prima cosa, quale sia l’aspetto verso cui sente più disagio in questo momento: è il ricordo del panico provato in aereo, che ha
una SUD di 8 e viene avvertito in particolare come una sensazione di «blocco» del respiro. Mentre Walter rievoca nitidamente l’episodio, usiamo
queste frasi: Ho vissuto «Panico in volo» – shift e ripetizione della frase, altro shift – Lascio andare dall’avere vissuto «Panico in volo» tutto quello
che non mi serve e non mi appartiene più – shift. Adesso Walter trova più difficile sia visualizzare la scena, sia ricordare esattamente la sua reazione
fisica legata all’episodio.
Decido per ora di accantonare la questione dell’aereo e di dedicarci alla difficoltà a guidare in galleria, che ha una SUD di 7. Il problema principale,
in realtà, è la paura di rimanere intrappolato lì dentro se dovesse sentirsi male. In effetti, più che una semplice paura è una vera e propria angoscia,
contiene cioè un importante aspetto di impotenza. Formuliamo perciò così la frase: Questa mia angoscia di rimanere chiuso in trappola in galleria e in
aereo vuole che io prenda atto che non posso fare niente e vuole evitarmi di soccombere – shift, ripetizione, nuovo shift, frase di rilascio e shift. Ora
non c’è più la reazione di angoscia, ma è rimasta comunque una paura vera e propria di stare male di nuovo: Questa mia paura di ripetere quella
brutta esperienza vuole tenermi fuori dai guai! – shift, frase di rilascio, nuovo shift. La paura dell’aereo e della guida in galleria è complessivamente
scesa a 3, e Walter mi annuncia di sentire i muscoli, prima molto tesi e contratti, e il respiro, assai migliorati.
La volta seguente Walter mi dice che, anche se in tutta coscienza sente che non ha davvero più senso continuare ad avere paura delle cose su cui
abbiamo lavorato in precedenza, in realtà non si è ancora cimentato nel guidare in galleria, pur avendone avuta la possibilità.
Qual è l’emozione che lo disturba di più in questo momento? Sorprendentemente per lui, è la rabbia verso se stesso. «Sono un uomo adulto da un
pezzo, possibile che mi debba dimostrare così debole da non riuscire a superare un problema tanto banale?» Gli spiego che non è tanto questione di
forza di volontà, determinazione o maturità, quanto che è in corso una reazione difensiva automatica, istintiva e biologica, su cui stiamo appunto
lavorando. Chiedo a Walter quale paura si nasconda, a suo parere, dietro a questa rabbia verso la sua incapacità di risolvere il problema della fobia.
Ebbene, in realtà la vera paura attuale è proprio quella di sentirsi un debole! Ecco perché evita ancora di mettersi alla prova. Procediamo così: La mia
paura che non uscirò mai da questo problema e che quindi è inutile provarci vuole tenermi al riparo dal sentirmi debole, insufficiente e inetto – shift,
frase di rilascio e ancora shift.
Anche se lo vedo già più rilassato, invito ora Walter a parlarmi della convinzione che sembra avere riguardo all’essere forti o deboli, essendo un
«vero» uomo, ed ecco che cosa salta fuori: La mia convinzione che se un uomo manifesta una debolezza non è degno di rispetto vuole evitarmi di
sentirmi disprezzabile – shift, ripetizione, frase di rilascio e shift. «Bene, adesso mi disprezzo un po’ meno…» ammette subito dopo con un sorriso.
Sento che dobbiamo completare il trattamento con un lavoro sul perdono (vedi il capitolo «Il perdono come chiave di liberazione emotiva»), e
quindi gli propongo di ripetere con me alcune affermazioni, ciascuna seguita da uno shift dell’attenzione: Non mi perdono di avere manifestato questa
debolezza – Non mi perdono di avere avuto gli attacchi di panico – Non mi perdono di essermi fatto bloccare e limitare dalle mie reazioni d’ansia –
Lascio andare dalla mia pretesa di avere sempre il controllo di tutto e di essere come Superman tutto quello che non mi serve, non mi interessa e non
mi appartiene più.
Terminato questo «giro», vedo Walter nettamente più sollevato, direi quasi euforico. «Ho capito che questo dovermi dimostrare forte in ogni
circostanza è un problema ereditato dalla mia famiglia, e ci lavorerò. Peraltro, ho la sensazione che adesso potrei anche salire su un aereo senza
provare nessuna particolare paura. E lo stesso per quanto riguarda il guidare in galleria. Anzi, le vedo entrambe come cose fattibili, normali!» Il
problema, in effetti, da allora non si è più ripresentato.
Suggerimenti per l’integrazione emotiva
• Qual è l’aspetto della mia paura che sento più disturbante o peggiore?
• Se avesse via libera, che cosa vorrebbe farmi fare, ottenere o evitare, questa paura?
• Mi ricordo un episodio particolare da cui la paura o la fobia è incominciata?
• Quali altre situazioni, cose o persone della mia vita mi ricordano un certo aspetto della mia paura? (Per esempio: paura dei gatti = paura
soprattutto dell’imprevedibilità dei gatti = chi altro nella mia vita è altrettanto imprevedibile? Mio padre! = paura anche dell’imprevedibilità di
mio padre e della mia incapacità di gestirla eccetera.)

8. Nello specifico la paura di essere abbandonati è tipica del bambino o di situazioni particolari in cui tale eventualità potrebbe costituire un pericolo
oggettivo. L’ansia interviene quando c’è un’attribuzione esagerata di importanza all’ipotesi di essere estromessi, dovuta a un senso di insicurezza. La fobia
può essere legata a traumi da abbandono.
Ansia, tensione e panico

DI chi fidarsi e di chi no; quali ambienti, situazioni e persone sono sicuri e riguardo a quali occorre invece essere
prudenti, e fino a che punto: sono problemi che ciascun essere umano, in base al proprio vissuto, cerca di risolvere.
Così, se abbiamo avuto precoci esperienze in cui abbiamo imparato, direttamente o sull’esempio di qualcun altro,
a stare alla larga da certi segnali, o al contrario a fidarci in presenza di determinate condizioni, potremmo essere più
inclini a comportamenti ansiosi in particolari circostanze. Allo stesso modo, l’aver superato qualche pericolo o
difficoltà con successo e in piena sicurezza potrebbe infonderci maggiore fiducia nelle nostre risorse e apertura verso
le possibilità positive. L’equilibrio tra noi e l’ambiente si gioca proprio in questi termini, e condiziona grandemente
tutta la nostra vita e il nostro benessere, oltre che le nostre azioni presenti e future.

Ansia utile e ansia inutile

Come già detto, a differenza della paura, che emerge naturalmente alla presenza di oggetti o situazioni pericolose,
l’ansia è una reazione di allarme più facilmente legata a qualcosa di non presente né di attualmente minaccioso.
Potrei dire, per semplificare, che l’ansia è più che altro un luogo mentale, conscio o subconscio. L’attivazione fisica
avviene, per la verità, con le stesse modalità della risposta biologica di allarme, ma non è seguita da nessuna
concreta azione di lotta, fuga o nascondimento. L’azione risolutiva, cioè, rimane come a mezz’aria, insoluta. Perché?
Perché o non si riesce a identificare il «nemico» o, se si sa chi è, adesso non è qui per poterci fare i conti!
Ma allora, a che cosa serve l’ansia? Penso sia nata per proteggerci da eventi possibili o certi benché non presenti
in questo momento, e prevedibilmente pericolosi. Per esempio, se sono sicura che nella zona ci siano dei grossi
predatori o dei pericoli importanti, un po’ di ansia mi permette di avere più concentrazione sul problema, magari per
escogitare baluardi efficaci per non finire tra le loro zanne o soccombere; mi mantiene più vigile e accorta,
impedendomi comportamenti avventati, potenzialmente mortali in questa situazione. In sostanza, quindi,
l’attivazione dell’ansia cerca di tenermi al sicuro da pericoli anche prevedibili, e tuttavia per ora a me ignoti o non
precisamente conoscibili.
In effetti, le situazioni ansiogene vengono perlopiù apprese, quindi sono dovute a una qualche forma di
condizionamento. Nell’atteggiamento ansioso, però, ci può essere in teoria anche una certa componente genetica (in
una comunità di persone interdipendenti potrebbe infatti essere un vantaggio disporre di un dato numero di
«ansiosi», ovvero di individui particolarmente attenti e sensibili ai pericoli potenziali).
Comunque, la maggior parte delle persone che rispondono in modo ansioso agli eventi della vita ha
probabilmente ricevuto qualche rinforzo «positivo» da tale comportamento. Per esempio, se pre-occuparmi in
anticipo di quello che succederà tra un’ora o domani e continuare a rimuginarci sopra mi ha talvolta messo in
condizione di vantaggio, perché mi ha permesso di ipotizzare una strategia risolutiva che poi si è dimostrata
vincente, è possibile che, d’ora in poi, di fronte a situazioni simili tenderò a perpetuare il meccanismo di
preoccupazione.
Finché questo si rivela utile al benessere, oltre che alla sopravvivenza, tutto bene; se però comincerò ad applicarlo
a situazioni alle quali sarebbe meglio rispondere in altro modo, avrò sprecato le mie energie e vissuto assai male per
un certo periodo.

Il disturbo ossessivo-compulsivo

Un’estremizzazione di quest’atteggiamento di preoccupazione è il disturbo ossessivo-compulsivo, in cui si assiste


al tentativo di controllo «mentale» (ossessioni) o «agito» (azioni compulsive) di eventi che o non sono concreti – ma
semplici idee o immagini mentali (spesso traumatiche) – o comunque non sono certo controllabili con il semplice
sforzo di volontà o di consapevolezza.
Si parte, quindi, con una sorta d’intenzione o di strategia per sviare l’evento temuto – sia quando esso è noto, sia
quando è diventato addirittura metaforico – mettendo in atto delle azioni rituali che hanno inizialmente funzionato
per rinviare l’evento o sopprimere l’angoscia a esso legata; si finisce però con l’essere schiavi del rituale stesso, in
un circuito che imprigiona il soggetto, il quale ha paura del sintomo e nello stesso tempo di rinunciarvi.

Rituali ossessivi
Ogni volta che incontra una soluzione di continuità sul suo cammino – un marciapiedi, un gradino, addirittura una diversa pavimentazione – Lucia
deve fermarsi e ripetere mentalmente per intero una o più tabelline. Solo dopo questo rituale riesce a proseguire, altrimenti viene investita da
un’angoscia fortissima e ha l’irrazionale paura che, se non lo facesse, a lei o a qualcuno dei suoi cari potrebbe accadere qualche disgrazia. Poiché abita
al secondo piano, se sale in casa da sola ci mette moltissimo tempo! In alternativa, la madre o la sorella vengono a prenderla al portone. Non ricorda
quando questa storia sia iniziata, ma ha l’impressione che già alle superiori fosse un atteggiamento presente, anche se in grado più lieve.
Indagando sulla sua vita, scopro che quando aveva sedici anni (adesso ne ha trenta) il suo fidanzatino diciottenne, subito dopo una lite, le aveva
girato le spalle, era salito sulla moto e si era schiantato poche centinaia di metri più in là. Lei era accorsa, ma l’aveva trovato già morto. Un altro
episodio traumatico, di alcuni anni precedente a questo, era stata la morte improvvisa della sua più cara compagna di giochi, per una meningite
fulminante. Quello che il subconscio di Lucia aveva escogitato per evitare l’angoscia di queste morti traumatiche, di queste «cesure», della fine
improvvisa e inspiegabile di qualcosa, era opporvi la cosa più razionale, conoscibile e ovvia che avesse a disposizione a quell’età: le tabelline. Lucia
non aveva assolutamente correlato queste tragiche morti al suo disturbo, che è presto migliorato.
L’inconscio è molto creativo, non c’è che dire!

Andrea, sette anni, ci tiene a essere il primo in tutto, a scuola e nello sport. Il bambino ha sviluppato, oltre a un tic all’occhio eliminato in una
sessione (vedi il paragrafo Trattamento di sintomi fisici), un complesso rituale di «segni», ovvero di gesti sempre uguali – battere le mani, fare certe
smorfie, compiere determinate giravolte e via dicendo – che mette obbligatoriamente in atto prima di prestazioni scolastiche o sportive per lui
impegnative. Iniziati come una specie di danza propiziatoria, questi gesti sono adesso diventati la sua manovra antiansia per eccellenza, tanto che se gli
venisse impedito di farli starebbe malissimo!
Capiamo quasi subito che il rituale dei gesti lo tiene al sicuro dalla possibilità di fallire, anche se, in effetti, Andrea in alcune occasioni non ha avuto
il risultato sperato. Questo, semmai, invece che fargli perdere fiducia nel rituale e indurlo ad abbandonarlo, lo ha rafforzato ancora di più: è andata
male sicuramente perché non ci ha messo abbastanza impegno e non ha fatto le cose «perfette»!
Prendo in prestito, per trattarlo, le parole che lui stesso utilizza per spiegarmi il suo stato d’animo e le sue attuali convinzioni: I miei segni mi
tengono al sicuro dallo sbagliare e dall’essere sfortunato – shift – Se faccio perfettamente i miei segni, sono al sicuro da tutto – shift – I miei segni
sono magici e hanno il potere di farmi vincere sempre – shift – I miei segni hanno il potere solo se li faccio perfettamente – shift – Lascio andare tutto
quello che non mi serve e che non mi va più bene dalla mia convinzione che, se non faccio i segni perfettamente, non riesco a vincere – shift.
Alla fine Andrea esclama convinto: «Ma non sono i segni, sono io!» Gli è rimasto un po’ di dispiacere per non avere più bisogno dei suoi magici
«segni», che lo rendevano unico e speciale, perché solo lui era capace di farli. Abbiamo subito trattato anche questo aspetto, e Andrea da allora ha
tranquillamente rinunciato al suo rituale obbligato. Il passo successivo, ovviamente, sarà di aiutarlo a ridimensionare l’importanza esagerata che dà al
dover essere sempre il primo in tutto.

Una componente compulsiva può accompagnare una serie di disturbi del comportamento alimentare (vedi il
capitolo «Il ‘peso’ delle emozioni nell’alimentazione») o le dipendenze da sostanze (vedi il capitolo «Compulsività e
dipendenze»). Per come la vedo io, la cosa più utile da fare in questi casi è cercare di capire quale sia l’«innesco»
principale, cioè la o le emozioni sottostanti all’azione impulsiva, che rappresenta la «migliore» risposta stereotipata
a questa emozione.
Per esempio, l’azione impulsiva (mangiare, fumare, rosicchiarsi le unghie, attorcigliarsi i capelli…) è di solito
espressa in associazione, in conseguenza o in presenza di un disagio, al quale consegue la ricerca di rassicurazione,
calma o consolazione, oppure l’evitamento di angoscia, tensione o impotenza. I disagi in grado di innescare l’azione
compensatoria automatica possono essere i più vari: solitudine, noia, allarme, inquietudine, apprensione, imbarazzo,
ansia e via dicendo.

Il disturbo d’ansia generalizzato


Un’altra variante dei disturbi d’ansia è costituita dal disturbo d’ansia generalizzato, dove in genere non c’è
nemmeno un vero e proprio oggetto concreto o mentale che incarna il problema, ma rimane tutta l’attivazione
biologica (sintomi neurovegetativi accompagnati da tensione muscolare, che possono sfociare in emicranie,
palpitazioni e tachicardia, nausea, vertigini, insonnia eccetera). Dal punto di vista emotivo si riscontra una sorta di
apprensione generale – di cui il soggetto di solito non sa dare una spiegazione – e piuttosto durevole (anche intere
giornate). Spesso, in questo caso, si notano posture e atteggiamenti mimici che interferiscono con la respirazione
ottimale, e che probabilmente accompagnano o scatenano l’ansia stessa.

Il disturbo da attacchi di panico

Nel disturbo da attacchi di panico la reazione ansiosa è invece molto acuta e concentrata, e le risposte
neurovegetative possono giungere al culmine in pochi minuti, durante i quali spesso la persona ha la sensazione di
perdere completamente il controllo di sé, di svenire o di stare per morire.
Fortunatamente, anche la durata della crisi è breve, ma rimane soprattutto – ed è questo l’aspetto più invalidante –
la paura che si ripeta. Chi ne soffre, perciò, vive nell’incubo di avere un nuovo attacco di panico quando meno se lo
aspetta, e tende a ridurre moltissimo le occasioni di vita sociale, l’autonomia, le uscite, i viaggi e così via.
Anche se la maggior parte delle persone riferisce di essere presa dal panico in situazioni di apparente pieno
benessere, è facile invece che almeno i primi episodi possano essere scatenati da particolari circostanze emotive e
addirittura fisiche – per esempio, grossi sforzi – e sono sicuramente peggiorati o provocati di nuovo da specifiche
attitudini respiratorie (a gola stretta, o iperventilando, per esempio).
In alcuni casi, peraltro, il panico sembra quasi una reazione di violenta liberazione di un’azione di fuga o di
evitamento a lungo trattenuta (forse per questo sembra arrivare a ciel sereno?), cioè la parte finale, agita dal corpo, di
una tensione emotiva e fisica sotterranea, spesso del tutto inconsapevole, che trova nella risposta di panico la
possibilità di «fare qualcosa» pur di uscire dalla tensione stessa.
Nell’animale che vive in branco, il panico può essere una reazione naturale in presenza del predatore: un
comportamento e un fuggi-fuggi caotico, in effetti, possono aumentare la confusione nel campo visivo del predatore
e incrementare le probabilità di sfuggirgli. Oppure, può essere paragonato alla reazione di freezing, cioè di
«congelamento», con la quale è più facile non essere notati dai predatori sensibili al movimento.

Crisi di panico e tensioni sul lavoro


Qualche giorno prima del nostro incontro Federica, tornando in auto dal lavoro, ha improvvisamente sentito il cuore in gola, ha cominciato a sudare
e tremare e ad avere paura di svenire o addirittura di morire. Ha accostato e subito chiamato il fidanzato, che è venuto a prenderla e l’ha accompagnata
al pronto soccorso. Qui, a parte la pressione arteriosa momentaneamente un po’ più alta del normale, i medici non hanno rilevato nulla di anomalo:
insomma, Federica ha avuto «solo» un attacco di panico. Da allora, anche se l’episodio non si è più ripetuto (peraltro, sta assumendo un ansiolitico), le
è rimasta la paura che si ripresenti all’improvviso e le si è chiuso completamente lo stomaco, tanto che fa molta fatica a mangiare.
Le chiedo se ci siano stress o tensioni particolari nella sua vita e, in effetti, mi racconta che, mesi or sono, oltre al lavoro in università ha cercato di
aprire con una conoscente una piccola attività imprenditoriale. All’inizio, si sa, le cose non sono facili, ma in realtà le difficoltà incontrate sono state
molto maggiori del previsto, e il carico di responsabilità che non le competerebbero, e che però si deve comunque assumere, sta diventando gravoso.
Le persone che lavorano con lei non sono particolarmente affidabili né d’appoggio, cosicché Federica è sempre in allerta, non riesce più a rilassarsi e
vive con una preoccupazione costante. Dove la sente, ora, questa preoccupazione? Allo stomaco, che difatti è chiuso, e al respiro, che non riesce a
essere ampio e completo, ma si blocca a metà.
Chiedo a Federica di indicarmi quale sia lo stato d’animo peggiore che avverte in questo momento. È la paura di rimanere così, che mi vuole
impedire di perdere gli equilibri che ho creato. Usiamo proprio questa frase per cominciare, seguita da uno shift e da una frase di rilascio con un
nuovo shift.
La paura cede subito il posto (la sensazione ora si sposta alla testa) alla preoccupazione di non uscire facilmente dalla situazione di impasse
lavorativa, che vuole farmi trovare delle soluzioni certe ed efficaci (segue shift, frase di rilascio e ancora shift).
Risollevata un poco da questa preoccupazione, ne rimane un’altra (di nuovo allo stomaco), quella per i sintomi di allarme fisici, che vuole indurmi a
mantenere la concentrazione sul problema. Dopo aver trattato anche questa, Federica fa un respiro finalmente più pieno e profondo, e mi dice che
adesso potrebbe addirittura mangiare qualcosa!
Le chiedo se c’è ancora qualcosa che le «sta sullo stomaco»: sì, è il mio stare così, preoccupata e in allerta, che però mi vuole evitare di influenzare
negativamente gli altri intorno a me. Dopo quest’ultimo «giro», Federica mi sorride e si dice molto più alleggerita da paure e tensioni.
Ci rivediamo qualche giorno dopo: è andata molto bene, ha ricominciato a mangiare regolarmente, è anche un po’ più tranquilla riguardo
all’eventualità di avere un altro attacco di panico. Però, molto spesso è ancora in allerta, e quando le accade sente di nuovo la tensione sul respiro e allo
stomaco. Ha notato che questo succede soprattutto quando non è impegnata in qualcosa in particolare. Lavoriamo dunque con: Il mio essere in allerta
e ansiosa quando non sono impegnata vuole che io sia pronta e vigile se succede ancora qualcosa (shift, frase di rilascio e ancora shift).
La tensione ora è senz’altro diminuita, ma avverte una presenza ingombrante, di nuovo allo stomaco. Chi o che cosa può essere? D’istinto, Federica
mi risponde: «È la mia socia, Vittoria». Lasciamo un po’ di spazio alla fantasia: che cosa le dice la presenza di Vittoria nello stomaco? «Che non c’è
posto per tutt’e due!» Ecco dunque la nostra prossima frase: C’è Vittoria nel mio stomaco che mi dice che non c’è posto per tutt’e due – shift – e:
Lascio andare dalla presenza irritante di Vittoria nel mio stomaco tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più – shift. Adesso Federica sente
lo stomaco meno contratto, come se «Vittoria non spingesse più». Però rimane del fastidio e del biasimo per il comportamento «molle» e il modo di
fare inaffidabile della socia. Lavoriamo quindi con: Questo fastidio e biasimo per il modo di lavorare di Vittoria vorrebbero che si desse una
svegliata! (shift, frase di rilascio e nuovo shift). Federica sembra più serena, mi dice che oggi potrebbe riuscire a non inveire contro di lei.
La rivedo un altro paio di volte dopo le vacanze: nel frattempo le ho diminuito l’ansiolitico e dato un sostegno naturale (oligoelementi e fiori di
Bach). Ha ripreso tutte le sue normali attività, non ha più avuto paura del ritorno degli attacchi di panico, ma ha focalizzato una tensione specifica: la
paura che il suo progetto imprenditoriale fallisca, e di averci rimesso soldi, tempo e salute.
Lavoriamo su questa sensazione di paura (che ha una SUD di 8) del fallimento personale, del fallimento del progetto e di rimanere spaesata e
scoraggiata, che vuole proteggerla dall’esperienza del fallimento (shift, frase di rilascio e nuovo shift). Alla fine della sessione, Federica mi dice, con
un tono deciso: «Io voglio dare il massimo, voglio mettercela tutta. Ho fiducia, ho volontà, ho speranza. Al di là del risultato, è comunque
un’esperienza interessante e bellissima. Imparerò meglio a utilizzare i talenti della mia socia e degli altri, senza pretendere che tutto debba andare
come l’ho in mente io. È una bella sfida, ma ci credo».
Sono passati diversi mesi, da allora, e gli attacchi di panico non si sono più ripresentati. Nel frattempo, Federica ha imparato a non caricarsi di
troppe tensioni riguardo al risultato, e a occuparsi delle cose, più che a pre-occuparsi.

Altri disturbi d’ansia

Le fobie (vedi il capitolo «Le paure e le fobie») sono anch’esse considerate dei disturbi d’ansia specifici, in
quanto scatenate dall’oggetto della fobia, così come il disturbo post-traumatico da stress, la modalità con cui
l’organismo cerca di convivere con un trauma che non si è riusciti a integrare.
Ciò che quasi tutte le persone affette da questi disturbi riferiscono è di sentirsi soverchiate da sensazioni ed
emozioni che non riescono a governare, proprio perché non hanno a che fare tanto con la mente o le capacità
razionali – aggiungerei – ma sono delle vere e proprie reazioni fisiche automatiche, delle quali sappiamo ormai
praticamente tutto.

Altri specifici disturbi d’ansia – dipende dalla classificazione utilizzata – sono l’agorafobia, che spesso si
aggiunge al disturbo da attacchi di panico, e la claustrofobia.
La prima riguarda la paura provata in luoghi non familiari (supermercato, cinema, luoghi affollati, mezzi
pubblici…), dai quali non sia agevole o sia imbarazzante allontanarsi. Tipicamente, chi ne soffre tende a cercare
sempre di farsi accompagnare fuori casa da famigliari o amici, è assai allarmato se non individua subito l’uscita da
un luogo, specie se affollato, e riferisce la costante paura e/o la vergogna di sentirsi male in pubblico. Tutto questo,
come si può ben capire, limita molto la possibilità di allontanarsi da casa in autonomia e di svolgere una vita di
relazione normale. Spesso però chi ne soffre fa anche fatica a rimanere a casa da solo, sempre perché ha paura per la
propria incolumità.
La claustrofobia invece si scatena in ambienti chiusi (automobile, aereo, treno, ascensore, cinema, banca
eccetera), nei quali la persona teme, più o meno lucidamente, che presto le mancherà l’aria o rimarrà comunque
intrappolata.
Entrambe le fobie possono essere spiegate in termini biologici come modalità di risposta appropriata nell’animale
braccato o in pericolo, ma sono ovviamente incongrue nel normale svolgersi della vita quotidiana. In ambedue i casi,
inevitabilmente il momento in cui compare la paura è accompagnato anche da modifiche della respirazione e della
postura, spesso inavvertite dal soggetto, ma fondamentali per scatenare la sintomatologia.

Per quanto riguarda l’ipocondria – la paura esagerata delle malattie – possiamo definirla una variante specifica
dell’ansia dovuta all’incapacità di controllare e decidere, per mezzo della propria volontà e coscienza, quello che il
corpo fa o non fa.
L’impossibilità di fidarsi del corpo, sentito come fragile o addirittura ostile alla propria volontà, crea una
situazione paradossale, per cui l’ipocondriaco talvolta spera addirittura di farsi diagnosticare una patologia ben
definita, pur di non avere più l’ansia dell’incertezza. Ovviamente qui c’è una totale identificazione di se stessi con i
processi vigili e razionali, e una svalutazione delle capacità biologiche dell’organismo di autoregolarsi e
autoaggiustarsi.
Questo processo può accadere in seguito a qualche episodio in cui la persona abbia avuto effettivamente paura di
ammalarsi o morire, oppure semplicemente come conseguenza di una mentalità ansiosa più diffusa e di una sorta di
ipertrofica (e, noi lo sappiamo, illusoria) fiducia nelle proprie capacità di deliberare coscientemente su tutto quanto
ci debba succedere e riguardare.

Anche la paura di fare brutta figura davanti agli altri – la cosiddetta fobia sociale – può avvelenare l’esistenza,
impedendo di svolgere attività normali quali il parlare con estranei o in pubblico (vedi il capitolo «Le paure e le
fobie»), fino a far sentire il soggetto come estraniato dal novero sociale. La vergogna (vedi il capitolo «Colpa e
vergogna») è una delle emozioni che per esistere richiedono la presenza di altre persone, e serve per regolare i
rapporti sociali; ma in questo caso, ovviamente, diventa disfunzionale.

L’insonnia
Quando non è legata a particolari situazioni fisiche (problemi respiratori, neurologici, epatici, digestivi, ormonali eccetera) o ambientali (luoghi
rumorosi o comunque inadatti al sonno, interferenze elettromagnetiche), spesso l’insonnia compare in concomitanza con circostanze contingenti
particolarmente stressanti e che richiedono – volontariamente o no – un incremento della vigilanza. Per esempio, un cambiamento di mansione
lavorativa, con un aumento delle responsabilità, potrebbe far mantenere l’organismo in assetto di allarme anche in momenti in cui sarebbe utile fare
il pieno di nuove energie riposandosi.
Se l’ansia diventa uno stile di vita, anche l’insonnia può prendere piede con una certa costanza, modificando in modo assai disturbante la vita
diurna e il rendimento. Il trattamento di questo sintomo con il FastReset segue la falsariga dei disturbi d’ansia e tensione in generale, cercando per
esempio la o le cause specifiche dell’eccesso di vigilanza.

Suggerimenti per trattare la componente emotiva


delle manifestazioni d’ansia
In genere, è utile indagare e poi utilizzare nel trattamento le informazioni che provengono da una o più di queste componenti.

Componenti cognitive: sono i pensieri, le associazioni mentali, le convinzioni, le credenze allarmanti o preoccupanti connesse con l’ansia e la
preoccupazione, e spesso ne costituiscono gli «inneschi» principali.
Componenti viscerali: si tratta di percepire e localizzare le reazioni psicofisiche avvertite come cambiamenti delle sensazioni nel corpo:
contrazioni, distensioni, respirazione, battito del cuore, aumento o diminuzione di temperatura, sudorazione, salivazione eccetera. In genere, nei
disturbi d’ansia sono facilmente individuabili, anche perché sono esse stesse fonte di allarme per la persona.
Componenti sensoriali: occorre individuare le impressioni visive, uditive, tattili, olfattive, gustative che compongono la o le immagini connesse
alla situazione che innesca l’allarme. Di solito è utile iniziare, se possibile, dalle componenti con la SUD più alta tra quelle che la persona accetta di
trattare.
Componenti motorie: talvolta è possibile individuare un movimento fisico collegato al pensiero o alla sensazione allarmante (per esempio, un
moto di difesa o di fuga), o una postura che riattiva lo stato ansioso o che fa sentire più allarmati o più tranquilli. Una volta riconosciuta, si può
procedere trattando questa componente come qualunque altra reazione emotiva (per esempio: Il mio avvertire tensione alle gambe vorrebbe che io
me ne scappassi).

Suggerimenti per l’integrazione emotiva


• Che cosa vorrebbe farmi fare, ottenere o evitare questa mia reazione di ansia?
• Ci sono situazioni in corso che mi sembrano richiedere capacità di gestione o di responsabilità superiori alle mie attuali forze?
• Chi o che cosa sento collegato con la mia sensazione di tensione o allarme fisico?
• Questa reazione di ansia vuole aumentare la mia vigilanza, concentrazione, prontezza, lucidità?
• Questa reazione di ansia vuole evitarmi l’angoscia di non avere il pieno controllo di qualche aspetto della mia vita?
• Chi o che cosa ho paura che mi sfugga?
• La reazione di preoccupazione che tipo di soluzione vorrebbe potessi applicare fin d’ora?
Rabbia, odio e amarezza

LA rabbia è un sentimento normalissimo nelle opportune circostanze, come del resto tutte le nostre reazioni
difensive. Il problema è, semmai, stabilire quali siano le giuste circostanze, perché su queste intervengono tali e tanti
condizionamenti morali e sociali che è davvero difficile fare luce.
Siamo allenati fin dall’età dell’asilo, se non da prima, a imparare a gestire i nostri sentimenti aggressivi, per
evitare di essere emarginati o puniti. Più spesso, però, quello che otteniamo è di reprimere e negare le nostre vere
sensazioni, e quasi mai ci viene insegnato come integrarle, accogliendo e poi superando lo slancio biologico con una
libera scelta.

La rabbia serve a sgombrare il campo da qualcosa o qualcuno che vuole impedirci di accedere a quello che
vogliamo, oppure a proteggere da una (vera o presunta) minaccia la nostra integrità, i nostri beni, valori o figli, il
nostro futuro, il nostro onore e via dicendo.
Rimane allo stadio di irritazione quando l’entità dello stimolo produce contrarietà o interferenza nei nostri
programmi e aspettative, ma non è tale da scatenare una risposta difensiva globale.
Dal punto di vista biologico, l’aggressività predatoria dell’animale che caccia per fame non è troppo diversa da
alcune manifestazioni della nostra stessa – magari più raffinata – aggressività. Ecco perché spesso la rabbia (insieme
con l’irritazione, il biasimo e, talvolta, l’invidia, l’amarezza e la gelosia) viene avvertita nello stomaco.

L’odio e il risentimento contengono anche una componente di vendetta personale, o perlomeno di volontà di
giustizia o di risarcimento: mi hai fatto qualcosa di male, e io ti ripago con la stessa moneta (e, se mi riesce, anche di
più).

La ribellione è un sentimento che può essere assimilato alla rabbia pura, oppure, più spesso, essere vicina
all’odio, specie perché di solito chi prova ribellione reagisce al fatto di essere stato dapprima sottomesso.

Anche l’invidia e la gelosia hanno una componente di odio. L’invidia distruttiva, per esempio, vorrebbe che la
persona per cui la proviamo soffrisse, in modo da poterci consolare del fatto che la persona abbia o sia più di noi.
Benché sia un sentimento tutt’altro che nobile, e apparentemente disutile, nasce probabilmente dalla necessità di
equilibrare le risorse tra i membri di una comunità, in modo che la maggior parte degli individui possa partecipare
dei beni collettivamente, garantendo maggiori probabilità di sopravvivenza al maggior numero di soggetti.
Una sana invidia ammirativa, peraltro, ci spingerebbe a fare o dare il nostro meglio, cercando di imitare i successi
del nostro simile che è riuscito in un’impresa difficile o ammirevole.

La gelosia è un’altra miscela emotiva complicata e forse più soggettiva: c’è infatti chi semplicemente odia la
persona o l’oggetto che vede preferito a se stesso, oppure odia e al contempo ama la persona dalla quale dipende
affettivamente. Ci sono i gelosi-depressi, i gelosi-rabbiosi, i gelosi-invidiosi, per citarne solo alcune varianti.
Perciò io consiglio a chi voglia analizzare a fondo questo sentimento di provare a scomporlo nei suoi vari aspetti,
anche se il dato comune rimane la paura di perdere la sicurezza data dal possesso/vicinanza della persona amata ed
evitare l’angoscia che ne deriva. Finora ho riscontrato maggiore efficacia cercando i singoli aspetti e cominciando a
trattare per primi quelli con un punteggio SUD maggiore.

L’amarezza è una variante in cui la rabbia è più in sottofondo, e in primo piano emerge la sensazione di tristezza
per avere subìto un’ingiustizia o una sconfitta imprevista.

Se questi sentimenti sono vissuti in modo cronico, possono procurare danni non solo alla nostra capacità di
provare emozioni positive o alternative, ma alla lunga, data l’attivazione cospicua che producono nelle nostre
viscere (anche grazie alla mimica, che può influenzare direttamente l’attività neurovegetativa dell’organismo),
provocare disturbi fisici, che vengono spesso classificati come «da stress».
In effetti, probabilmente paura e rabbia sono le due emozioni che più facilmente possono indurre attivazioni
neurobiologiche e tensioni muscolari e viscerali inconsapevoli che si traducono poi in disfunzioni fisiche.

Quando la rabbia dà alla testa


La rabbia e le altre emozioni affini danno anche la sensazione di avere a disposizione una grande energia.
Ciò è dovuto all’adrenalina, che fa attivare tutto l’organismo in pochi secondi, e al fatto che questa emozione genera un afflusso maggiore di
sangue nella parte superiore del corpo e nelle braccia, cosa utilissima per predisporsi alla lotta.
Tale sensazione di forza e di potere dà letteralmente alla testa ad alcune persone, che possono trarre profonda gratificazione dalla rabbia e
giungere, senza rendersene conto, a mettersi spesso in situazioni in cui scatenarla. Una specie di doping autogeno, insomma, le cui conseguenze
possono essere molto gravi.
Talvolta si riesce a comprendere che questi soggetti cercano di compensare così certe loro insicurezze o la paura profonda di essere dominati o
sottomessi.

Rabbia verso se stessi e rispetto

Una rabbia particolare che si può provare è quella verso se stessi, ed è spesso inascoltata.
Di solito siamo arrabbiati con noi stessi per aver permesso a qualcuno di sfruttarci o opprimerci o trascurarci.
Oppure, siamo arrabbiati perché non siamo all’altezza delle nostre aspettative. Finché questa emozione è presente, è
praticamente impossibile venire a capo di quello che ci ha fatto soffrire, quindi conviene liberarsene quanto prima.
Non preoccupatevi: se decidete di trattare e smaltire questa emozione con il FastReset, smetterete di essere
arrabbiati con voi stessi, ma non verrà meno la vostra capacità di farvi rispettare, anzi, sarà decisamente rafforzata.
Molte volte, infatti, confondiamo tale capacità con la violenza e l’arroganza, quando invece in parecchi casi gli
atteggiamenti che hanno successo nel provocare e mantenere negli altri un comportamento rispettoso potrebbero
essere radicalmente diversi, o addirittura opposti. La capacità di farsi rispettare nasce in realtà dal sentirsi
rispettabili, cioè degni di rispetto, e altrettanto in grado di provare la stessa cosa per chi ci circonda.
Quando ci facciamo mettere i piedi in testa, o eccediamo nella nostra reale disponibilità, di solito stiamo
seguendo uno schema antico e spesso inconsapevole, che attribuisce al comportamento di sottomissione o di
eccessiva condiscendenza la migliore – se non l’unica – modalità a nostra disposizione per essere apprezzati o per
non essere esclusi. In pratica, è come se cedessimo rispetto di noi stessi, energie o tempo in cambio di amore,
apprezzamento o coinvolgimento, oppure allo scopo di non venire puniti o trascurati.

La rabbia degli altri

Non sono soltanto le nostre reazioni di rabbia, odio o invidia a creare sofferenza. Ci sono anche le reazioni degli
altri, con cui dover fare i conti. Chi ha problemi a gestire la propria aggressività può rendere la vita un inferno ai
famigliari, agli amici, ai vicini, ai colleghi. Giunti a questo punto della lettura, però, dovreste essere in grado di
capire più chiaramente quale può essere la genesi di questa difesa ipertrofica.
Se – come è spesso istintivo fare – reagiamo alla rabbia del prossimo con altrettanta aggressività o con paura, la
risposta aggressiva verrà mantenuta e, anzi, rafforzata. Inoltre, riguarderà sempre più da vicino la relazione stessa,
anziché il solo soggetto «aggredente», perché la nostra risposta di allarme verrà quasi sempre interpretata dall’altro
come prova di altrettanta ostilità o di non accettazione da parte nostra. Ma come fare a non cadere in questa
trappola?
Il modo migliore sarebbe quello di dare una differente lettura o interpretazione all’atteggiamento dell’altro.
Spesso, quando chi aggredisce decide di farlo (se non è in preda all’azione di sostanze o non ha gravi disturbi
psichiatrici), è perché, almeno a livello subconscio, in qualche modo ha colto, da segnali del nostro viso, dalla nostra
postura, dal tono di voce e forse anche da altri più impalpabili, che siamo predisposti a reagire alla sua emozione in
maniera compatibile con la sua espressione. In altre parole, può sentire o attendersi che risponderemo a nostra volta
all’aggressione con altra rabbia o con paura e un atteggiamento sottomesso.
Non è facile spiegare questo meccanismo, per il quale dobbiamo chiamare in causa i neuroni-specchio 9 ma forse
pure altri fattori più sottili della comunicazione non verbale. Lo stesso accade tra altre specie di mammiferi, quindi è
senza dubbio un meccanismo ancestrale, nato probabilmente per stabilire le gerarchie del gruppo: il più aggressivo
in teoria potrebbe essere anche l’individuo più grosso, forte e potente, almeno a livello muscolare. È ovvio che nel
nostro caso non è realmente così. Anzi, può capitare proprio che il più aggressivo, tra gli esseri umani, sia tale o per
abitudine e adattamento, o perché sente maggiore necessità di difendersi.
Se, viceversa, abbiamo depotenziato la sensazione di pericolo innescata dallo «show» aggressivo dell’altro e lo
leggiamo, per esempio, come un disperato tentativo di mantenere il proprio status o la propria sicurezza, spesso le
cose si ridimensionano anche sul piano della relazione e su quello concreto. È cioè possibile che il soggetto che ha
fatto il primo passo verso l’aggressione senta che non ne vale la pena, perché non otterrà ciò che vuole in quel modo.
È un’arte molto difficile, che richiede buone capacità di concentrazione e grande sangue freddo, ma si può senz’altro
imparare; partendo, naturalmente, in primis dalla risoluzione dei nostri problemi con l’espressione dell’aggressività,
nostra e altrui.
In questo, il FastReset può rivelarsi un buon supporto. Ho spesso riscontrato che coloro che subiscono
ripetutamente comportamenti aggressivi – in particolare da persone con cui hanno legami affettivi – o che li
manifestano a sproposito, quindi anche in modo controproducente, hanno quasi sempre una questione irrisolta con
l’autorità.
Il primo contatto con l’autorità sono i nostri genitori, che ci devono guidare e instradare per permetterci di avere
le informazioni e la preparazione più utili allo scopo di sopravvivere nel miglior modo possibile nell’ambiente fisico
e sociale in cui viviamo, e magari di realizzare le nostre capacità.
Ovviamente, questo può comportare regole e richieste sgradevoli o difficili da accettare per il bambino. Non è
sempre scontata la fiducia nel fatto che chi ci chiede di fare qualcosa che non avremmo voglia di fare normalmente
agisce così per il nostro bene. Anche il genitore più attento può incorrere in errori nella gestione della disciplina e
dell’istruzione dei propri figli, creando senza volerlo i presupposti per un futuro disagio esistenziale. Inoltre,
individui diversi rispondono in modi differenti allo stesso modello educativo. Per fortuna, l’esperienza, per un essere
umano, continua per tutta la vita, quindi c’è sempre spazio per rimodellarla e aggiornarne i dati a disposizione e i
comportamenti conseguenti.

Rabbia e conflitto con l’autorità


Carlo sta vivendo la dolorosa fine del suo matrimonio, che purtroppo coinvolge anche un bimbo piccolo. Con l’ex moglie hanno inizialmente
accettato – anche su consiglio dei rispettivi avvocati – di farsi aiutare da un’équipe di psicologi della famiglia per separarsi nel modo più civile
possibile, ma purtroppo entrambi hanno seri problemi di comunicazione e sono invischiati in una dinamica molto aggressiva. Questo ha condotto, oltre
che a un’interminabile serie di ripicche e vendette più o meno dichiarate – soprattutto da parte della donna – a far sì che quest’ultima, accampando le
scuse più fantasiose, abbia sistematicamente rimandato gli incontri, fino a sospenderli del tutto. E proprio mentre sembrava che le cose potessero
volgersi a favore di un accordo, specie sulla questione economica e su quella dell’affidamento del piccolo al padre nei weekend.
Qualunque tentativo da parte degli avvocati, degli psicologi e dello stesso Carlo di smuovere la donna e di tornare a parlare in termini civili e
paritari incontra una forte resistenza: ogni volta, infatti, lei afferma di essere perseguitata dall’ex marito, o di essere minacciata o svalutata come
madre. Pare non ci sia altra soluzione, agli occhi di Carlo, che fare esattamente quello che vuole l’ex moglie, sapendo peraltro che nel giro di pochi
minuti lei stessa potrebbe dire di volere esattamente il contrario. Sembra proprio una situazione di «doppio legame», ovvero: come la fai, la sbagli. Se
lui non l’accontenta, infatti, lei si sente aggredita e svalutata; se lui l’accontenta, lei trova comunque il modo di cambiare le sue richieste, dandogli
sempre del persecutore.
Sfortunatamente, non ho nessuna possibilità di contattare l’ex moglie di Carlo. La donna a quanto pare ha il tipico atteggiamento della vittima che, a
tutti gli effetti, diventa però il vero aggressore; perciò, se vogliamo sbloccare qualcosa, bisogna che sia Carlo a sviluppare un nuovo atteggiamento,
addirittura una nuova visione di tutta la faccenda.
Ho l’impressione che l’ex moglie, con i suoi modi pervicacemente ostili, sia riuscita a irretirlo, facendogli credere che, appunto, non ci sia altro da
fare che obbedirle, se non si vogliono sentire le sue urla e le sue reazioni anche fisicamente violente. C’è quindi una forte convinzione in Carlo, che
secondo me al momento blocca e limita la soluzione della questione. Ovviamente, all’inizio l’uomo non «vede» davvero nessuna alternativa e si sente
letteralmente schiacciato nell’angolo del ring. Decido di lavorare su questa sua convinzione, e usiamo proprio le sue parole: L’unico modo per non
farla urlare è che io obbedisca, e questo mi tiene al riparo dal sentirmi sbagliato – shift – Il mio obbedire per non scatenare le sue reazioni aggressive
mi tiene al riparo dal sentirmi sbagliato – shift – Lascio andare dal mio dover obbedire per non sentirmi sbagliato tutto quello che non mi serve, non
mi appartiene e non ha più senso per me – shift.
Dopo questo, Carlo ha una sorta di «illuminazione»: il comportamento dell’ex moglie è praticamente identico a quello del proprio padre! Quando il
figlio aveva sette o otto anni, l’uomo, in seguito a un licenziamento, si era molto incupito e per un certo periodo si era dedicato un po’ troppo al bere.
In quei momenti, da persona calma e cordiale che era, si trasformava in un essere urlante, aggressivo e ingestibile. Per evitare l’ira del genitore,
probabilmente Carlo aveva imparato piuttosto alla svelta a obbedire senza discutere anche alle cose più assurde, perché se osava parlare veniva
insultato o addirittura minacciato di essere picchiato. Il suo sentirsi comunque sbagliato era legato alla sensazione di impotenza di fronte
all’atteggiamento incomprensibile del padre.
Emerge ora la rabbia verso quanto ha subìto da piccolo, rabbia che trattiamo, e che vorrebbe che Carlo avesse avuto la forza di contrapporsi e di
difendersi. Sotto la rabbia, come mi aspettavo, c’è la tristezza, e sotto quella la compassione per l’uomo in quel momento così fragile e disperato.
Quando finiamo di trattare tutte queste reazioni, Carlo si sente naturalmente un po’ svuotato, ma dopo pochi minuti, ripensando all’atteggiamento
dell’ex moglie, lo sento commentare: «Eh, no, stavolta non mi faccio turlupinare. Qui è in gioco l’avvenire di mio figlio, e devo lottare per lui. Per
quanto mi riguarda, la madre può urlare quanto vuole: adesso non mi spaventa per nulla. Sono pronto ad andare fino in fondo, usando tutti i mezzi che
la legge mi dà. Non le posso fare più sconti, abbiamo perso fin troppo tempo. Non ce l’ho con lei, capisco i suoi problemi e i suoi limiti, ma ho il
diritto di salvaguardare me e il bambino dal suo orrendo modo di condurre questa nostra inevitabile separazione».
Dopo questa sessione Carlo ha ripreso le redini della situazione, manifestando con assoluta calma le sue ragioni anche davanti all’ex moglie. L’iter
della separazione, comunque difficile e doloroso, è finalmente ripreso.

Nel caso che segue, la questione è quasi speculare.


L’ex marito di Silvia sembra averle dichiarato una vera e propria guerra, condita con minacce fisiche e verbali e un atteggiamento pieno di ira,
arrogante e sempre svalutante nei suoi confronti. Anche qui c’è di mezzo un bambino, che mal sopporta le rabbiose intemperanze paterne, vissute
sempre come oscure minacce, e che ha sviluppato a propria volta un vero e proprio terrore del papà.
Per gli ex coniugi si avvicina il momento di incontrarsi in tribunale, momento che so particolarmente carico di tensione per Silvia. Le chiedo quale
sia la sua più grossa paura: è quella che l’ex marito le tolga il figlio. Una minaccia del tutto irrazionale, ma che le è stata più volte ventilata da lui, e
che blocca in Silvia qualunque capacità e velleità difensiva. Proviamo a scomporre questa paura generica, e a scoprire quali degli aspetti minacciosi
del marito le incutono maggiormente timore. Sono, nell’ordine, le minacce verbali (SUD di 10), lo sguardo (8), la vicinanza (7), il suo potere di
coercizione nei confronti del figlio (7). Da che cosa vuole proteggerla, questa paura? Dal fatto che tali minacce si possano realizzare!
Partiamo dall’aspetto peggiore, il tono di voce delle minacce verbali (chiedo a Silvia di ricordare bene quel tono e quelle parole): Prendo atto che
questa paura delle parole minacciose del mio ex marito vuole proteggermi dal fatto che si possano realizzare (shift, ripetizione della frase, nuovo
shift, poi frase di rilascio e ultimo shift). Silvia appare più tranquilla e distaccata.
C’è una scena particolare, o un particolare di una scena, che le fa ancora effetto? Sì, è la postura minacciosa dell’ex marito e una frase specifica.
Chiedo a Silvia di dare un titolo alla scena, e lei sceglie: Il minacciatore. Lavoriamo quindi con questa immagine: Ho vissuto «Il minacciatore» (shift,
ripetizione della frase, nuovo shift, frase di rilascio e ultimo shift). Ora la invito a rivedere la scena terrorizzante: non è più spaventosa come prima, e vi
assiste come dall’esterno, cioè non più in prima persona, come fosse ormai nell’archivio della memoria.
C’è però ancora un’emozione che la turba: la paura che l’ex marito obblighi il figlio a fare qualcosa che lui non vuole. Questa paura ha lo scopo di
proteggere il suo bambino dallo stare male. Lavoriamo perciò proprio con queste parole: La mia paura che il bambino sia obbligato dal padre a fare
qualcosa che non desidera vuole salvaguardarlo dallo stare male (shift, frase di rilascio e ultimo shift). Sotto la paura, che ora Silvia non avverte più,
c’è ovviamente la rabbia verso l’ex marito, rabbia che vuole proteggere il figlio dal suo comportamento nefasto e tenerlo il più possibile al sicuro –
shift.
Dopo aver trattato anche questa, vedo Silvia più risoluta, non più spaventata dall’incontrare l’ex marito in tribunale, anzi, ben decisa a rimanere
ferma sulle sue posizioni. Rimane la paura che il giudice «si sbagli» e che la ritenga non affidabile come madre. Lavoriamo con: Questa mia paura del
giudizio negativo del giudice e dell’ineluttabile, che vuole evitare che lui si sbagli su di me (shift e ripetizione della frase, nuovo shift, frase di rilascio
e ultimo shift). «Di me non m’importa molto», conclude, «il mio ex può anche insultarmi, se crede. Se il giudice ha un minimo di buonsenso, capirà
con chi ha a che fare. Ora ho più fiducia nel fatto che riusciremo a trovare quel minimo di accordo che permetta al bambino di vivere più sereno.
Questo è il mio unico obiettivo.»
Silvia ha affrontato l’aula di tribunale e l’incontro con l’ex marito con grande fermezza e determinazione. Il bambino continua a essere affidato a
lei, ed è in corso un’opera di ricucitura dei rapporti del piccolo con il padre, così che siano perlomeno civili, per evitargli altri traumi.

Suggerimenti per l’integrazione emotiva


• Chi o che cosa vuole proteggere la mia rabbia?
• Chi o che cosa si sta frapponendo tra me e i miei obiettivi?
• Chi o che cosa mi ricorda l’oggetto della mia rabbia?
• Ci sono, alla base della mia reazione di rabbia, delle aspettative deluse (da parte mia o degli altri), e quali?

9. Si tratta di cellule nervose dedicate a replicare il movimento, anche subliminale, della mimica e della postura dei nostri simili, in modo che il nostro
cervello, «mimando» letteralmente lo schema motorio dell’altro, ci renda consapevoli di che cosa sta facendo ed esprimendo l’interlocutore. Sono anche
alla base del fenomeno dell’empatia, cioè della possibilità di «sentire» lo stato d’animo di chi ci circonda, senza necessità di parole. Attraverso i neuroni-
specchio possiamo cioè cogliere i segnali non verbali che ci precisano l’emozione che l’altra persona sta esprimendo, consentendoci di prevederne in parte
le reazioni e il comportamento.
Tristezza, delusione e impotenza

PER quanto poco simpatiche queste emozioni possano sembrare, anche loro svolgono un ruolo fondamentale nel
recupero del benessere in seguito a eventi spiacevoli.
Intanto, servono a farci prendere atto che quanto è accaduto (tragedia, lutto, insuccesso) è accaduto davvero, il
che è già un grandissimo vantaggio. Sapere, infatti, che d’ora in poi dovremo vivere senza qualcosa o con qualcosa,
riadattare i nostri investimenti affettivi e pratici, le nostre abitudini, i nostri pensieri a una nuova condizione di vita è
qualcosa che può non piacerci, ma è necessario perché manteniamo il contatto con la realtà.
Inoltre, queste emozioni ci spingeranno a smettere di contare su qualcosa che non ci può più dare energia,
interesse o stimoli. Ma anche, contemporaneamente, a riprenderci l’investimento di affetto, tempo, denaro e
quant’altro, per poterlo magari in seguito reinvestire in modo più proficuo.
In terzo luogo, il fatto che queste emozioni probabilmente si leggeranno sulla nostra faccia potrebbe spingere
qualche nostro simile a cercare di consolarci.
Infine, riflettere sui motivi dell’insuccesso o della perdita potrà indurci, in futuro, a modificare le nostre
aspettative o i nostri comportamenti.

L’esperienza, per forza di cose, ci cambia: non saremo mai più la stessa persona, sia che il risultato si possa
definire positivo, sia che decidiamo, d’ora in poi, di stare lontano da episodi simili. In ogni caso, dovremmo sentirci
più forti e capaci di prima, se interpretiamo l’esperienza, appunto, come un’esperienza, e non come un errore o una
sfortuna. Lo chiameremo errore se confronteremo l’esito con le nostre aspettative, che non sono frutto della realtà,
ma di conti che facciamo nel segreto delle nostre menti, e che spesso con la realtà hanno poco a che spartire.
La tristezza può essere legata a qualcosa che semplicemente è accaduto: una perdita, un lutto, un evento che non
è possibile cambiare e che magari non abbiamo nemmeno scelto, ma che ci è comunque capitato.
Nella delusione c’è sempre, all’origine, un’aspettativa illusoria: non è andata come avevamo «deciso», o come ci
avevano convinto a credere. Perciò il problema, in realtà, non è tanto come è andata, ma l’avere avuto, anziché una
speranza, un’aspettativa.
La tristezza che accompagna una sconfitta, un fallimento o una grossa delusione può dilagare nella nostra vita e
inquinare ogni nostra iniziativa e attività, se ci siamo troppo identificati con il risultato delle nostre azioni anziché
avere accettato di trarre un insegnamento dagli errori e dagli insuccessi.
Affinché questa trasformazione della sconfitta in una nuova forza avvenga, occorre un certo grado di obiettività e
di distacco da se stessi; bisogna cioè non essere totalmente identificati con il proprio ego.

Sono abbastanza convinta che alcune situazioni di depressione nascano anche dall’avere gettato la spugna
riguardo alla propria incapacità di «avere» o «essere» qualcosa che abbiamo creduto assolutamente imprescindibile
da noi stessi; o meglio, da quello che crediamo o pretendiamo di dover essere o dimostrare.
Questa sorta di caduta può capitare a chiunque, e anche più volte nel corso dell’esistenza. E se per alcuni può
coincidere con un momento di svolta addirittura epico nella visione della propria vita e di ciò che in essa ha valore,
per altri, purtroppo – che forse non riescono ad approfittare di questo temporaneo azzeramento delle ambizioni per
lasciarsi alle spalle la necessità di nutrire l’immagine di sé che avrebbero voluto mantenere –, sarà come se la nube
della sconfitta e della resa continuasse a coprirli come un manto grigio, togliendo loro la gioia di vivere.
L’impotenza, il lutto e il cambiamento conseguente andrebbero insomma accettati e attraversati con umiltà e
coraggio, se vogliamo evitare di gettare definitivamente la nostra capacità di risposta emozionale nel gorgo
depressivo.

Se la tristezza è legata a un evento accaduto da poco, il trattamento con il FastReset ha le migliori possibilità di
essere efficace.

Emozioni sottostanti
Molte volte la tristezza è una fase di reazione sottostante ad altre emozioni, per esempio la rabbia: prima avverto la rabbia verso qualcosa o
qualcuno, poi, passata quella, può comparire la tristezza per la situazione peggiorativa a cui mi ha condotto l’evento che mi ha causato la rabbia.

Delusione e tristezza per aspettative non realizzate


Qualche settimana fa Maura ha conosciuto Paolo, l’affascinante fratello di una cara amica, giunto nella nostra città per una breve vacanza. Per lei è
stato il classico colpo di fulmine. E in effetti sembrava esserlo stato anche per Paolo, che fin da subito non le ha lesinato complimenti e si è lanciato in
infuocate dichiarazioni d’amore poche ore dopo averla conosciuta. I due hanno cominciato a frequentarsi assiduamente, almeno per tutta la prima
settimana in cui Paolo era ospite a casa della sorella, vivendo un’atmosfera magica, giocosa e un po’ folle, fitta di complicità e progetti condivisi. La
relazione sembrava andare benissimo, malgrado Paolo non avesse nascosto alla donna il suo passato sentimentale un po’ tormentato (due matrimoni
falliti e una più recente convivenza chiusa malamente).
Tornato nella sua città, per qualche tempo si sono susseguite lunghe telefonate, messaggi, e-mail, piccole sorprese reciproche. Maura ha ascoltato e
partecipato ai problemi di Paolo, lo ha consolato, prodigandosi in attenzioni, consigli e cure amorevoli. Finché, quasi bruscamente, lui ha cominciato a
diradare i contatti e a essere meno interessato e coinvolto, all’inizio dando la colpa a un sovraccarico lavorativo, ma poi lasciando intendere di essere
tornato a frequentare l’ex compagna.
L’umore di Maura, quando me ne parla, oscilla tra la delusione e la frustrazione per il comportamento di lui (SUD=9), la rabbia verso se stessa per
essere caduta in una situazione così prevedibile (SUD=7), e ancora l’irritazione perché, malgrado la testa le dica di lasciar perdere e di dimenticarlo,
continua a essere attratta da Paolo (SUD=6).
Cominciamo con l’emozione di grado più forte, la delusione, avvertita al petto e allo stomaco: Questa mia delusione per il comportamento di Paolo
vuole che io smetta di investire le mie energie e il mio tempo per lui – shift – Lascio andare dalla mia reazione di delusione tutto quello che non mi
serve, non mi interessa e non mi appartiene più – shift.
Emerge ora più forte un pensiero pieno di amarezza: Con tutto quello che ho fatto per lui! Usiamo quindi proprio queste parole, seguite da uno shift
e da una frase di rilascio e un nuovo shift. «Sono state le mie aspettative a creare questa situazione», commenta subito dopo Maura. «Ho trascurato
tutta una serie di segnali allarmanti che erano presenti già dall’inizio perché non vedevo l’ora di una relazione esaltante, un po’ fuori dalle righe, che
mi desse la scossa. Tutto sommato, è proprio quello che ho avuto!» dice con un sorriso un po’ triste.
La rabbia, compresa quella verso se stessa, non è più presente, ma sono emerse la tristezza e il senso di vuoto: Accolgo queste mie reazioni di
tristezza e di senso di vuoto che vogliono che io mi renda conto di quanto è successo, che ne faccia tesoro e che vada avanti – shift, frase di rilascio e
ancora shift.
Dopo questo passaggio, facciamo insieme il punto: Maura sente ancora un po’ di biasimo verso Paolo (SUD=3), che vorrebbe che lui non giocasse
con i sentimenti delle persone. Lo trattiamo subito. Esaurito questo, Maura fa un respiro di sollievo: «Cosa ho scampato! Meglio così, sarebbe stato
impossibile portare avanti una relazione con lui, almeno per come la intendo io».
Quanta attrazione è rimasta ancora verso Paolo? «Ora direi davvero poca», mi spiega la donna. «Anche se obiettivamente è un bell’uomo e in
apparenza pieno di fascino, il suo eccessivo narcisismo ed egoismo adesso me lo fanno sembrare un bel contenitore, ma vuoto. Anzi, uno che sfrutta
emotivamente gli altri. Ha perso tutto il suo appeal su di me. Non credo di volerci avere più a che fare. E pensare che sua sorella me lo aveva anche
detto, che Paolo è tanto bello quanto impossibile… e improponibile!»
E, stavolta, Maura lo dice ridendo.

Suggerimenti per l’integrazione emotiva


• In che modo la tristezza vuole farmi prendere atto della verità e della realtà?
• Quali sono/erano le mie aspettative?
• In che modo la sensazione di tristezza o impotenza vuole che io mi arrenda all’inevitabile e/o cambi radicalmente strategia?
• Che cosa vuole insegnarmi questa esperienza di perdita? Posso fare tesoro di quello che è successo? Posso andare avanti anche con questa
esperienza?
Colpa e vergogna

COME abbiamo visto nel primo capitolo, vi sono emozioni strettamente connesse con la vita sociale: per esempio la
colpa, la vergogna, l’invidia, la gelosia, il disprezzo. Hanno anch’esse una forte base biologica, naturalmente, ma per
esprimersi necessitano di un novero di persone collegate da forti interazioni e interessi comuni.

La colpa ha la funzione sostanziale di segnalare a noi stessi e agli altri che abbiamo preso atto di un nostro
comportamento sbagliato o controproducente per un nostro simile o la nostra comunità, e che siamo pronti a
riparare.
La vergogna, invece, indica che ci sentiamo indegni, sbagliati o ridicoli, avendo trasgredito o non essendoci
conformati a una regola sociale (riguardante in genere il comportamento sessuale o la dignità personale, per esempio
il controllo del proprio corpo); la conseguenza naturale è quella di volerci nascondere agli occhi degli altri per
sottrarci al loro disprezzo o alla loro derisione.
L’imbarazzo è una variante più lieve della vergogna, e interviene quando c’è poca chiarezza su come sia
«meglio» comportarsi in quella certa situazione sociale, che evidentemente contiene delle informazioni di ambiguità
o di eccessiva pretenziosità su quanto ci si aspetta da noi. È anche la situazione alla quale si può ovviare con più
facilità grazie all’esperienza pregressa: per esempio, scegliendo un comportamento che a livello soggettivo ci
sembra idoneo e aderendovi con slancio e autorevolezza. In sostanza, quindi, ignorando volontariamente la presenza
di regole o sanzioni sociali a quel proposito.
Chi si sente in colpa non necessariamente si vergogna; e chi si vergogna non necessariamente, perlomeno
nell’immediato, è in grado di porsi il problema di come riparare alla figuraccia.
Lo scopo di entrambe le emozioni è evitare di trovarsi nuovamente in circostanze simili e, per quanto riguarda
almeno la colpa, di farsi riammettere nel novero sociale facendo atto di pentimento e/o rimediando, se e fin dove
possibile, con azioni appropriate.

Errori non rimediabili


Vi sono colpe che non sono emendabili, e per le quali conviene semplicemente prendere atto dell’errore – anche pubblicamente, se è il caso – e
rassegnarsi a non poter riparare in alcun modo. In effetti, sono forse la maggioranza delle colpe problematiche. La tecnica del perdono di se stessi
(vedi il capitolo «Il perdono come chiave di liberazione emotiva») è in genere la più indicata in questi casi.

Disprezzo, biasimo e giudizio

E quando invece siamo noi a cercare di far sentire colpevoli o mancanti gli altri?
Anche in questo caso, ovviamente, si tratta di emozioni sociali, in cui un grosso ruolo, almeno in origine, deve
averlo giocato la necessità di instaurare un equilibrio sociale attraverso la formulazione di regole per il buon
funzionamento del gruppo e il suo mantenimento. Equità, giustizia, condivisione, rispetto e solidarietà dovrebbero
infatti essere tra le forze di coesione utili alla salvaguardia e al benessere di un maggior numero possibile di
individui nello stesso gruppo, e dunque idonee a garantire la migliore sopravvivenza.
Per fare osservare queste istanze anche a persone immature o incompetenti è utile avere dei sentimenti
«sanzionatori» da un lato, e il timore di essere socialmente sanzionati dall’altro.
Un timore ancestrale dell’essere umano è quello di essere emarginato o escluso dal proprio gruppo di riferimento;
in effetti, nei grami tempi in cui ci siamo evoluti, un uomo espulso dal proprio clan, tranne rare eccezioni, era messo
in serissimo pericolo. Ecco perché il giudizio sociale ha ancora tanto peso oggi, quando in teoria possiamo
tranquillamente sopravvivere – almeno fisicamente – senza essere sostenuti o apprezzati da nessuno in particolare.
In realtà, la nostra stessa struttura psichica, per svilupparsi in pieno, necessita di intessere e coltivare una rete
sociale e di sostegno, fondamentale nell’infanzia e nella vecchiaia, ma importante a qualsiasi età.

Liberarsi di colpa, vergogna e imbarazzo, ma anche del disprezzo o del biasimo verso qualcun altro, dà un grande
senso di leggerezza e di centratura.
In effetti, poiché l’influsso sociale su queste nostre reazioni è primario, di solito con esse viene meno
quest’ultimo, e abbiamo la bella sensazione di poter valutare cose, persone ed eventi con il nostro specifico metro di
misura, e non solo in funzione dell’adattamento alle regole imposte o vigenti nel nostro ambiente.

Emozioni sottostanti
Capita spesso, lavorando con le emozioni di colpa o vergogna, di scoprire sottostanti paure: di solito quella di essere abbandonati, emarginati, non
voluti. Invece dietro le reazioni di giudizio negativo, biasimo e disprezzo vi può essere la compassione («mi fa pena»), che va comunque trattata
ulteriormente come emozione incongrua, o l’indifferenza (anche questa merita un tentativo di trattamento).

Colpa nel chiudere una relazione


Dopo aver deciso di chiudere una relazione ormai asfittica con un collega di qualche anno più giovane, Alba si sente comunque un po’ in colpa. Da
un lato, sa che non se ne può più prescindere, perché questa storia, almeno per quanto la riguarda, si è da tempo svuotata di significato; dall’altro, ha
l’impressione che lui ci rimarrà molto male, il che la imbarazza e la frena dall’affrontare l’argomento.
Partiamo proprio dal fastidio di dover affrontare il discorso con lui, che vuole evitarmi di dover affrontare il mio imbarazzo – shift, frase di rilascio
e ultimo shift. Ora Alba non sente più il fastidio, ma mette a fuoco la colpa vera e propria che avverte perché io lo faccio soffrire, il che ha lo scopo di
redimermi – shift, frase di rilascio e nuovo shift.
La colpa, dopo averla trattata, non è più presente, tuttavia al suo posto compare la vergogna che se chiudo con lui rovino l’immagine onesta e
specchiata che gli ho dato, che vorrebbe che io non l’avessi illuso così – shift, rilascio e nuovo shift. Dopo una breve riflessione, Alba dice:
«D’accordo, forse io gli ho fatto vedere di me soprattutto quello che volevo, ma anche lui non ha mai accolto veramente i lati difficili del mio carattere.
Mi sono dipinta addosso un personaggio per piacergli, per non perdere il suo amore, però non ha funzionato. Ho sbagliato, mi dispiace. Io sono più
grande e forse l’ho capito prima, sarebbe stato giusto che avessi avuto la forza d’animo di smettere tempo fa».
Ora è più evidente la colpa per non avere avuto il coraggio di chiudere al momento giusto, di essermi tenuta una situazione di comodo – shift,
rilascio e ancora shift. Dopo questo passaggio Alba appare più sollevata, senza più dubbi di sorta, serena e decisa a lasciare l’altro finalmente libero di
allontanarsi da questa situazione soffocante e senza sbocco.
Il colloquio che hanno avuto si è svolto senza drammi, e anche se le ferite ci metteranno un po’ a rimarginarsi, tutti e due alla fine hanno tirato un
sospiro di sollievo.

Inibizione, vergogna e colpa a causa dell’arroganza altrui

Annamaria, che insegna lettere, è stata da poco trasferita in una nuova scuola. Qui ha trovato un’atmosfera davvero stimolante, in particolare perché
due colleghe si sono rivelate molto amichevoli e prodighe di consigli, grazie anche alla loro relativa anzianità di servizio presso quell’istituto.
Le due donne sono fautrici di una maggiore cooperazione tra insegnanti, e da qualche tempo hanno invitato tutto il corpo docente interessato a
partecipare a riunioni organizzative e di studio su svariate questioni legate alla didattica, di cui loro tengono il coordinamento. All’inizio queste
riunioni serali sono molto frequentate e il dibattito è spesso vivace e costruttivo, anche se non privo di polemiche. Le due colleghe, infatti, hanno una
robusta formazione teorica in ambito psicopedagogico, e male accettano che persone a loro parere meno esperte possano interferire con quella
impostazione.
Man mano, però, l’atteggiamento paternalistico e spesso arrogante con cui stabiliscono quali sono le cose «giuste» da fare e da pensare e quali
quelle «sbagliate» spegne l’entusiasmo, e crescono sempre più i malumori e le defezioni. Anche il progetto originario perde via via di significato, e
Annamaria sente un disagio crescente nel confronto con le colleghe. «Da un lato, mi dispiace che si siano fatte il vuoto intorno e che la bella iniziativa
che avevano intrapreso, impiegando anche molto tempo e fatica, stia fallendo. Dall’altro, non riesco a trasmettere loro un minimo di senso della realtà
per quello che stanno combinando. Infatti, si ostinano a pensare che siano le altre colleghe a non avere capito niente e a non sapere apprezzare quello
che loro si stanno prodigando a dare. In realtà, io credo che si sia creata una situazione troppo sbilanciata, e soprattutto che abbiano troppo bisogno di
avere ragione, perché ne venga fuori qualcosa di buono.»
Annamaria nel frattempo ha seguito anche dei corsi di aggiornamento in proprio, e, poiché ha notevoli esperienze pregresse nell’ambito del
sostegno scolastico, viene invitata dal preside e da altri docenti a tenere qualche lezione agli insegnanti del comprensorio scolastico che lo richiedono.
Ciò le provoca una leggera crisi di coscienza verso le due colleghe. «Non so come la prenderanno, mi sento quasi in obbligo di giustificarmi, di dire
che io non c’entro, che me l’hanno chiesto gli altri. Ho una irrazionale sensazione di vergogna nei loro riguardi!»
Chiedo ad Annamaria se l’atteggiamento di superiorità intellettuale che entrambe sfoggiano con lei e con gli altri, facendola sentire «stupida»,
«sbagliata» e in dovere di giustificare i suoi successi e gli apprezzamenti altrui, le ricordi qualcosa o qualcuno. Ebbene, sì: il fratello maggiore di
Annamaria, molto brillante, ma da ragazzino anche molto discolo, talvolta per estorcerle qualche favore o semplicemente per sentirsi più forte e in
gamba la umiliava con lo stesso atteggiamento! Lavoriamo quindi con il sentimento della vergogna di essere ignorante, che vuole evitarle di sentirsi
stupida, sbagliata e di essere estromessa: La mia vergogna e il mio sentirmi ignorante, stupida e sbagliata di fronte a Gemma, Claudia e a mio fratello
vogliono evitarmi di essere estromessa dal loro gruppo – shift, frase di rilascio e shift.
Va subito un po’ meglio (siamo scese da una SUD di 8 a una di 3), e per Annamaria è ancora più chiaro che è una questione di insicurezza, sì, ma
non sua: delle colleghe! «Capisco bene che per sentirsi al sicuro e inappuntabili hanno instaurato tra loro un sistema autoreferenziato, cosicché solo chi
è d’accordo con loro viene approvato, mentre tutti gli altri vengono fatti sentire incapaci o ignoranti.»
Come prevedibile, adesso Annamaria sente un po’ di rabbia verso se stessa: «Com’è possibile che io ci sia cascata?» Le spiego che, evidentemente,
l’imprinting del fratello, molto vecchio, era in qualche modo stato riattivato da un atteggiamento simile delle colleghe, anche se adesso lei è un’adulta
e una professionista stimata. Trattiamo comunque quel poco di rabbia verso se stessa, che vuole che lei non ricada più in situazioni simili, e la cosa si
esaurisce.
Ora sono però emersi due sentimenti differenti per le colleghe: di inibizione verso Gemma, la più anziana, dotata di una grande capacità dialettica
davvero difficile da contrastare, e con un modo di trattare le persone che a suo avviso non stanno agendo o pensando correttamente a metà tra il
rimprovero e la canzonatura; verso Claudia prova invece irritazione per le sue uscite arroganti, ma anche colpa quando le fa notare comportamenti che
secondo lei sono inappropriati, e questo benché la stessa Annamaria, razionalmente, sappia benissimo che non è così.
Partiamo da Claudia: La mia sensazione di colpa vuole che io sia inappuntabile e che non perda stima e prestigio ai suoi occhi – shift (segue frase
standard di rilascio e un altro shift); La mia reazione di irritazione per la sua arroganza vuole che io sia trattata con rispetto – shift (frase di rilascio e
nuovo shift). Nei confronti di Claudia, Annamaria realizza di avere cambiato prospettiva: probabilmente la collega si comporta così perché vuole
essere all’altezza di Gemma, e a sua volta non perdere la stima del personaggio più autorevole. Inoltre, ricerca l’affetto della figura più autoritaria e
«materna», che la fa sentire al sicuro. Adesso Annamaria riesce a provare piena comprensione (non compassione, perciò decido di non trattarla) nei
suoi riguardi, ed è del tutto serena.
E verso Gemma? Quello che la mette più a disagio è il tono di voce che utilizza per rampognare le colleghe: La mia reazione di inibizione verso il
suo tono di rimprovero e canzonatura vuole che io non perda prestigio e autostima – shift (segue frase di rilascio e ancora shift). Ora non c’è più la
sgradevole sensazione di blocco e di inibizione, ma è emersa, anche in questo caso – e decisamente più vivace (SUD di 9) che nel caso di Claudia –
l’irritazione per l’atteggiamento di Gemma. Annamaria ammette che la collega è sicuramente spinta da una genuina volontà di trasmettere alle altre
quello che sa, per aiutarle a migliorare; comunque non è giusto che le tratti da stupide per sentirsi superiore, e che tutti facciano le spese di questo suo
problema. «Capisco che abbia bisogno di avere sempre ragione, ma potrebbe anche usare altri modi!» Impieghiamo di nuovo la frase: La mia reazione
di irritazione verso l’arroganza di Gemma vuole che io sia trattata con rispetto – shift (ripetiamo una seconda volta, segue frase di rilascio e shift).
Ora Annamaria sorride. Non sente più nessuna difficoltà all’idea di dire, se occorre, alle due colleghe del nuovo incarico. Anzi, non vede l’ora di
informarle! Dopotutto, le stima molto dal punto di vista «tecnico», e riconosce loro anche una buona carica umana, benché espressa in modo un po’
distorto. «Però sugli argomenti di mia competenza non ammetterò interferenze. Potrei certamente ascoltarle, se hanno qualche buon suggerimento da
darmi, ma da pari a pari. Conosco bene i motivi alla base del mio e del loro atteggiamento, ora, perciò non mi fanno più effetto», conclude pacifica.

Biasimo per il comportamento aggressivo altrui

Un giorno stavo commentando con Frida, una giovane collega, il fatto che, molto spesso, più ancora che agli eventi e ai fatti in sé noi reagiamo alle
nostre idee e impressioni su di essi. Quindi, almeno in teoria, se la nostra consapevolezza fosse in grado di comprendere questo nel frangente specifico,
potremmo evitare di rispondere alla realtà con modalità che magari hanno ben poco a che fare con la realtà stessa. Evidentemente colpita dalla cosa,
anche se il concetto in sé non è certo nuovo, lei mi ha raccontato che la sera prima aveva avuto una sgradevole discussione «sul niente» con il
fidanzato; il litigio aveva rovinato l’atmosfera della cena, e anche adesso, pensando a lui, si sentiva ancora irritata e ostile. «Come avrei potuto», mi ha
chiesto Frida, «applicare quanto stiamo dicendo?»
Riflettendo insieme, le ho chiesto in primo luogo di ricordare esattamente lo stato d’animo che l’atteggiamento del fidanzato le aveva suscitato. «Ho
sentito soprattutto una sorta di biasimo verso di lui, perché spesso ha delle reazioni davvero sproporzionate di irritazione o rabbia rispetto a quanto
succede.» La reazione di biasimo era ancora presente, così ho suggerito a Frida questa frase, mentre ricordava l’espressione che il fidanzato aveva
assunto: Ti meriti di essere biasimato per questo tuo comportamento! – shift e: Lascio andare dalla mia reazione di biasimo tutto quello che non mi
serve, non mi interessa e non mi appartiene più – shift.
Frida ha ripensato alla scena, e ha constatato che in quel momento il suo biasimo non aveva nessun diritto di esistere e non aveva nemmeno senso, a
ben vedere. «È quello che penso io, che lui sia da biasimare. In realtà, è come se in quel momento lui stesse ragionando con altre priorità, altri valori
rispetto ai miei, ma chi lo dice che i miei siano migliori? Il mio biasimo si è trasformato. Ora riesco a comprendere il suo punto di vista, anche se non
mi piace affatto come si comporta. Capisco che reagisce così per difesa, perché qualcosa ha messo in dubbio il suo valore o la sua sicurezza. Il vero
problema, semmai, è proprio questo.»
Dal momento che abbiamo inquadrato meglio il problema con il fidanzato, Frida si è anche sentita più bendisposta nei suoi riguardi e pronta ad
aiutarlo, se lui glielo permetterà.

Suggerimenti per l’integrazione emotiva


• In che modo il mio senso di colpa vuole che io ripari, mi redima e venga reintegrato alla pari con i miei simili?
• Da chi o da che cosa temo di essere escluso, punito o abbandonato a causa della mia colpa o vergogna?
• Chi o che cosa mi ricorda la persona, l’oggetto o l’ambiente verso cui sento colpa o vergogna?
• In che modo il mio senso di vergogna vuole ripulire la mia immagine davanti agli occhi degli altri (per esempio, facendomi nascondere)?
Trattamento di sintomi fisici

IL sistema nervoso raccoglie le informazioni dall’ambiente esterno e da quello interno all’organismo e, istante per
istante, indica e fa compiere al corpo tutti gli aggiustamenti necessari per il suo buon funzionamento. La maggior
parte di questi aggiustamenti – per fortuna – sono totalmente inconsapevoli, altrimenti passeremmo la vita intera a
preoccuparci di ogni minima azione di ogni singola cellula. 10
In pratica, quindi – e semplificando un po’ – possiamo dire che il sistema nervoso, centrale e periferico, è
costantemente tenuto al corrente dei cambiamenti che avvengono in ogni parte del corpo, grazie a specifici sensori:
quelli propriamente nervosi posti sulla superficie di cute e mucose, nei muscoli, nei visceri ma anche, in senso lato,
per mezzo dei recettori che si trovano sulla superficie delle cellule, i quali ne modificano l’attività chimica ed
elettrica, mandando poi segnali di avvenuto cambiamento. L’organismo, dunque, compie le più idonee modulazioni
e integrazioni delle informazioni neurochimiche ed elettromagnetiche così ricevute.
Ecco perché non è possibile che un sintomo o una malattia semplicemente «accadano»; sono invece frutto di una
risposta non casuale di adattamento che, attraverso le modulazioni neuroelettrochimiche di cui sopra, investe anche i
sistemi ormonale e immunitario.
Che poi questo cambiamento sia o ci sembri sempre il più vantaggioso, come già sappiamo, è un altro paio di
maniche.

Per esempio, il sintomo del dolore ha sempre la funzione di richiamare attenzione o allarme nella zona
interessata. Il dolore può significare, in sostanza: Metti a riposo la parte lesionata finché non l’ho riparata, oppure:
Evita di rifare questa azione, perché è dannosa, oppure: Qui c’è una difesa in atto (come nel caso di
un’infiammazione o una contrattura muscolare) e via dicendo.
Le emozioni, che sono complesse risposte neurovegetative e psicocomportamentali a una determinata situazione,
comprendono – come già ribadito – anche una componente muscolare e posturale (riscontrabile per esempio
nell’atteggiamento, anche inconsapevole, di lotta o di fuga). Benché spesso l’attivazione dei muscoli interessati
rimanga inconscia e come sospesa, è comunque registrata nel sistema nervoso.
Per questo, è possibile riscontrare una sorta di «congelamento», ovvero di cronica contrattura muscolare, in
corrispondenza dell’innesco e del protrarsi di una forte reazione emotiva difensiva. Questa contrattura da un lato
continua a mimare l’azione difensiva, evidentemente ritenuta necessaria dall’organismo per la sopravvivenza o la
sicurezza, e la mantiene attiva; dall’altro lato, l’attivazione costante crea o consolida dei circuiti nervosi automatici
che allontanano tutta la questione dalla coscienza, permettendo intanto di andare avanti lo stesso, senza dover per
forza fermarsi a risolvere un problema per il quale in quel particolare momento non abbiamo né le risorse né la
capacità di imporre o scegliere una migliore risoluzione.
Insomma, seguitiamo a mimare una difesa o una compensazione perché non ne possiamo fare a meno e, per
giunta, diventiamo presto inconsapevoli di tutta la faccenda, rafforzando così, senza accorgercene, proprio il
comportamento o l’atteggiamento corporeo o mentale che ha prodotto il sintomo.

Mal di collo ciclico


Gloria soffre ciclicamente di rigidità e dolori cervicali, e da alcune settimane questi sintomi non la lasciano in pace. Si occupa di gestione delle
risorse umane in una grande azienda, ruolo che svolge con abilità e passione, e per il quale è molto apprezzata. Di famiglia certo non ricca, ma molto
sensibile alla cultura, ha ricevuto un’ottima educazione e frequentato scuole prestigiose, malgrado, appunto, le sue origini non particolarmente
abbienti. Il suo portamento è abitualmente altero ed elegante, con il collo tenuto forse un po’ troppo rigido.
Le chiedo di descrivermi il dolore: «È come se avessi un gancio attaccato alla nuca, che tira verso l’alto, e che mi rende difficile chinare la testa e
girarla». Le domando quindi se sia un periodo in cui le si chiede di «chinare la testa». Ebbene, sì: il suo capo vuole convincerla a riorganizzare alcune
sezioni dell’azienda rimuovendo un certo numero di persone. Questo, oltre che essere in contrasto con i suoi valori e principi, secondo lei non è
funzionale; sarebbe utile, al contrario, trovare nuovi finanziamenti e rilanciare l’azienda in una fascia di mercato finora sguarnita, salvando così anche
dei posti di lavoro. Il capo si è però irrigidito sulle sue posizioni, e lei, che non vuole affatto «chinare la testa», è finora l’unica a opporsi veramente a
questa scelta dolorosa.
La invito a concentrare l’attenzione dapprima sul dolore, che ha una SUD di 7, pronunciando con una certa enfasi questa semplice frase: Non posso
e non voglio chinare la testa! Dopodiché fa lo shift sulle mani, ripete la frase concentrando di nuovo l’attenzione sul dolore, segue nuovo shift e infine:
Lascio andare dal mio non potere e non volere chinare la testa tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più – nuovo shift. In pochi minuti, la
SUD è scesa, con sua grande sorpresa, a un 2 scarso.
Gloria nel frattempo si è ricordata di un episodio che aveva cancellato dalla memoria: l’ultimo anno delle scuole medie l’insegnante di lettere a cui
lei era molto affezionata e che stimava moltissimo era stata sostituita da una nuova professoressa che, appena arrivata nella sua classe – che godeva di
un’ottima fama nella scuola, grazie anche alle capacità della vecchia insegnante –, aveva cominciato a fare domande per saggiare la preparazione dei
ragazzi. Tutti avevano risposto mediamente bene, secondo Gloria, ma la nuova professoressa aveva assunto verso l’intera classe un atteggiamento
sarcastico, li aveva presi in giro e umiliati, trattandoli da ignoranti e dichiarando che la loro fama era assolutamente usurpata.
Non potendone più, Gloria, che era una delle allieve migliori, si era permessa di prendere la parola a difesa dei compagni. L’insegnante le si era
avvicinata, le aveva afferrato una ciocca di capelli sulla nuca e gliel’aveva tirata, dicendole: «Signorina, abbassa la cresta!» Fortunatamente, i
compagni si erano dimostrati molto solidali con lei, quindi il problema non era stata l’umiliazione vissuta davanti agli altri, ma piuttosto l’avere dovuto
«chinare la testa», subendo un trattamento ingiusto e arrogante. Quasi come quello che le ha riservato il suo capo!
Gloria ora si rende conto che il suo «andare sempre in giro a testa alta», il «non farsi mettere i piedi in testa» e il doversi sentire sempre
«all’altezza» della situazione – in termini negativi, il suo perfezionismo e la sua rigidità – se certamente in tempi passati l’hanno spinta a emergere e a
ottenere una formazione intellettuale e tecnica impeccabile, ora potrebbero essere diventati un peso che la schiaccia, la limita e le impedisce di tenere
un comportamento veramente libero, e anche di evolvere in senso spirituale come le piacerebbe.
Con il capo, la questione si è risolta cercando nuovi alleati tra i funzionari dell’azienda e convocando una riunione, a cui erano presenti anche i
sindacati e due possibili sponsor. In quell’occasione Gloria ha presentato, con molta grazia e capacità di persuasione, il progetto per salvare i posti di
lavoro, attribuendone il merito proprio al suo superiore. Così, quest’ultimo non solo non ha potuto dire di no, ma alla fine si è reso conto anche lui che
quella era la soluzione da sposare.
Per quanto riguarda il perfezionismo e la rigidità, Gloria ci sta ancora lavorando; mentre il mal di collo, che non si è più ripresentato con la stessa
intensità, quando inizia a comparire viene ora interpretato come un segnale che il corpo le manda nel momento in cui irrigidisce inutilmente la sua
difesa. Questo le permette di soffermarsi su quanto sta facendo in modo decisamente più consapevole.

Mal di testa frontale

Dopo una settimana molto faticosa, Marco si sveglia il sabato mattina con un violento mal di testa che prende soprattutto la fronte e parte delle
tempie, e che gli perdura sino al lunedì, quando ci vediamo.
Ascoltandolo parlare della sua attuale situazione lavorativa, mi colpisce la frequenza con cui dice «fare fronte», «fronteggiare», «controllare»,
«dominarsi». Sento una forte correlazione tra queste metafore espressive e la localizzazione del suo mal di testa, e gli propongo quindi di provare a
vedere che cosa succede applicando il FastReset al sintomo, che ha una SUD di partenza di 8.
Usiamo queste frasi, pronunciate tenendo inizialmente l’attenzione sul dolore, e dopo ognuna Marco farà lo shift dell’attenzione sulle mani: Devo
fare fronte alla situazione – La mia necessità di dominarmi e di non perdere il controllo – Il controllo della situazione e il dominio di me stesso mi
tengono al sicuro – Lascio andare dalla mia necessità di fronteggiare la situazione e di tenere le cose sotto il mio controllo tutto quello che non mi
serve e non mi appartiene più.
Il mal di testa in pochissimi minuti è completamente passato! Siamo entrambi impressionati. Marco fa un respiro di sollievo e mi dice: «In realtà, è
assolutamente inutile che io mi preoccupi di tenere sotto controllo qualcosa che non dipende da me, e neppure quello che dipende da me: ciò che
dipende da me, posso metterlo in atto al momento opportuno, ed è inutile preoccuparsene in anticipo; su quello che non dipende da me, posso
intervenire solo a cose fatte, quando la situazione si sarà definita e chiarita. Prima, non ha senso interferire, mi devo fidare delle mie capacità e delle
mie intuizioni».
Quel mal di testa non si è più ripresentato.

Tic nervoso

Andrea (lo abbiamo già incontrato nel paragrafo Il disturbo ossessivo-compulsivo) è un simpatico e vivace ragazzino di sette anni, con un tic che si
manifesta all’occhio destro quando è particolarmente agitato, stanco o nervoso. Il sintomo si presenta sempre più spesso, e nonostante vari tentativi di
eliminarlo con la sola forza di volontà, non è ancora andato via.
Ce la caviamo in questo caso in un’unica sessione, chiedendo semplicemente all’occhietto «che cosa ci vuole dire»: «Dice che è stanco!»
Utilizziamo perciò queste frasi: Il mio occhietto è stanco e me lo dice – shift – Il mio occhietto è così stanco che si chiude quando vuole lui – shift –
Adesso che l’ho ascoltato, lascio andare via dal mio occhietto stanco tutto quello che non gli serve e che non vuole più – shift.
Il tic non si è più ripetuto.

Spesso nel comportamento, nelle abitudini e nel linguaggio della persona interessata dal sintomo compaiono
chiari indizi della funzione del sintomo stesso, normalmente difensiva o compensativa.
Un po’ come per le emozioni, ci possiamo chiedere a che cosa serva o sia servito quel certo disturbo. In realtà,
data la particolarità del FastReset, non è sempre necessario questo lavoro ulteriore di comprensione dell’innesco
iniziale della reazione che lo ha determinato. Talvolta è addirittura sufficiente concentrare l’attenzione sulle
sensazioni fisiche relative al sintomo – meglio se descritte con un’immagine mentale o visiva o una metafora, ma
per molti soggetti vanno benissimo le sole percezioni cinestesiche e propriocettive – e fare poi lo shift
dell’attenzione, anche più volte, per ottenere un cambiamento.
Per esempio, si può passare dal dolore a una sensazione di rigidità o di peso, alla tensione, allo scioglimento, alla
leggerezza eccetera. Oppure, il dolore si sposta di sede, e allora va semplicemente seguito e accompagnato. Ho
spesso notato, durante questi «percorsi» del dolore, l’emersione di ricordi traumatici, prima non direttamente
accessibili, trattati i quali la sintomatologia è presto scomparsa.

Un mal di pancia molto importuno


Stavolta si tratta di una questione in famiglia.
Un mio nipotino, dopo poche settimane di asilo, purtroppo proprio a scuola ha un brutto incontro con un virus intestinale che lo obbliga – cosa che
non gli era mai successa e che pertanto gli risulta del tutto inspiegabile e sconcertante – a correre in bagno diverse volte nella stessa giornata, con
grande angoscia e umiliazione per lui, che tiene molto al decoro e alla pulizia.
Tornato a casa, lamenta mal di pancia ancora per diversi giorni, poi di nuovo, al momento di tornare all’asilo finalmente guarito, il mal di pancia si
ripresenta. Escluse le cause organiche, non resta che la questione emotiva. Decidiamo così di affrontarla usando le frasi: Questo male alla pancia che
mi fa correre in bagno anche se non voglio – shift – Questo male alla pancia che mi è venuto all’asilo e questa mia paura che quando vado all’asilo
mi ritorna – shift – Caccio via da questo mal di pancia che mi è venuto all’asilo tutto quello che non serve e che non voglio mai più: vai via! Vai via!
Vai via! – shift.
Essendo ancora piuttosto piccolo, chiedo a suo padre, mentre lavoriamo, di prenderlo in braccio e di fare lo shift insieme o, più precisamente e
praticamente, al posto del bimbo: una specie di trattamento vicario. L’ultima parte della frase finale è molto gradita al bambino, che la vuole ripetere
anche dando dei calci immaginari al mal di pancia.
Evidentemente soddisfatto del risultato, il mio nipotino qualche giorno dopo mi premia con un ritratto su cui campeggia la scritta: La zia maga che
fa passare il mal di pancia. Meglio di così!

Quando si manifesta un sintomo fisico, è comunque sempre proficuo, a mio parere, chiedersi quale sia il suo
valore difensivo/compensativo e lavorare con l’emozione o la convinzione sottostante (il sintomo è infatti spesso
considerabile come traslato viscerale dell’emozione non espressa coscientemente). Vediamone un esempio.

Cisti benigna al seno


Da alcune settimane Giulia si è accorta di un rigonfiamento doloroso al tatto, nella parte alta del seno sinistro. Alla visita medica viene ipotizzata
una cisti benigna, rimandando la diagnosi definitiva all’ecografia e alla mammografia di controllo, che saranno eseguite solo qualche settimana dopo.
Chiedo quindi alla donna, un’imprenditrice nel campo della comunicazione, chi o che cosa le venga in mente a proposito di quella cisti. Poiché il
seno è l’organo dell’allattamento (Giulia non ha avuto figli), cerchiamo insieme eventi o persone che possano rappresentare metaforici «allattamenti»
non andati a buon fine.
La prima persona che le viene in mente a cui si adatti questa metafora è il collega da poco arrivato nella sua azienda, di cui lei è la socia più anziana.
Il giovane, introdotto proprio da Giulia qualche mese addietro, si era dimostrato inizialmente entusiasta, volenteroso, intelligente, pieno di buona
volontà e spirito di iniziativa. L’unica seria pecca da lei rilevata era che il nuovo collega era sin troppo rapido nell’assimilare (e nel personalizzare
all’estremo, fino talvolta a stravolgerli) i criteri, i modelli e le idee circolanti in azienda. Giulia aveva già dovuto difendere in almeno un paio di
occasioni il suo comportamento di fronte agli altri soci, allarmati da iniziative per nulla ortodosse e da certi atteggiamenti ritenuti piuttosto superficiali
o addirittura supponenti.
«All’inizio pensavo che una persona con le sue caratteristiche di freschezza, entusiasmo e vivacità ci sarebbe servita a rinnovare la nostra immagine
sul mercato. La nostra azienda è tuttora tra le più stimate e conosciute nel settore, in cui è presente da molti anni. Ma ci poteva essere il rischio di
essere man mano considerati obsoleti o rivolti solo a un pubblico ristretto, mentre io volevo, anche attraverso il suo contributo, portare un po’ di novità
e diversificare le nostre iniziative.» A poco a poco, però, e con disagio, la donna si rende conto che la persona che lei desiderava «far crescere» e non
aveva in animo di seguire direttive e consigli, ma tendeva anzi ad appropriarsi di idee e progetti non suoi, spacciandoli anche come propri!
«Quando un nostro importantissimo cliente mi ha detto che il collega, senza consultarmi, gli aveva proposto un nuovo progetto, molto innovativo
tecnicamente e nei contenuti, e che voleva incontrare me e lui per definire meglio la questione, sono rimasta senza parole. Il progetto era un’idea solo
mia, ancora top secret, e io ne avevo informato il collega indicandoglielo semplicemente come un nuovo prodotto che andava sviluppato con cautela,
perché avrebbe potuto essere frainteso, o peggio, copiato da altre aziende, stravolgendone inoltre il significato e la portata. Insomma, era un abbozzo
per un prodotto molto ambizioso cui lavorare in team ancora per qualche mese, non una cosa da sbandierare senza informarmi e solo per farsi notare.
Mi sono veramente arrabbiata, mi sono sentita tradita e anche stupida, per non aver visto prima i segnali che dicevano che quella persona non era
assolutamente adatta a essere il mio ‘delfino’, come avevo sperato.»
Ora Giulia associa spontaneamente il dolore al seno con il sentirsi ingannata e ferita (SUD=4). Tale sentimento vuole proteggerla dal fidarsi troppo,
e far sì che rimanga in guardia: Questo mio sentirmi ferita e ingannata che mi provoca dolore nel seno sinistro vuole che io non abbassi la guardia –
shift – Lascio andare da questa mia reazione di ferita e d’inganno tutto ciò che non mi serve e non mi appartiene più – shift.
Passata la sensazione di essere ferita e ingannata, compare ora più chiaramente la paura di essere sfruttata. Questa paura vuole evitarle di usare le
proprie forze non per realizzare se stessa, ma in modo controproducente, sotto forma di un eccesso di generosità, quasi obbligata e automatica.
Trattiamo quindi questa reazione: Questa mia «generosità» compulsiva, che mi porta a svalutare me stessa per permettere agli altri di fare ciò che più
gli garba! – shift – Lascio andare da questa mia reazione di autosvalutazione e di generosità obbligata verso gli altri tutto ciò che non mi serve e non
mi appartiene più – shift.
Emergono adesso la rabbia (SUD=6) e un senso d’ingiustizia (SUD=7). Per la prima volta la donna si rende conto di essere vittima di una sorta di
equivoco e di credenza limitante che le impone di essere sempre generosa e di sostegno agli altri. «È il mio ruolo, è quello che ci si aspetta da me in
quanto donna: che io sia brava, dolce, accondiscendente e pronta al sacrificio, a mettermi da parte. Ma andate tutti al diavolo!»
Capiamo che il suo dare sostegno sempre e comunque è stato spesso una sorta di non-scelta, un automatismo, piuttosto, e che nel caso specifico
questa strategia, finora inconsapevole, risulta assolutamente conflittuale. È come se la sua capacità e volontà di «nutrire» il prossimo, data per scontata
da se stessa e dagli altri, si sia letteralmente bloccata e «inacidita». Anzi, come dice lei stessa: «Secondo me, la cisti è tutto latte inacidito!»
Il dolore, quindi, da che cosa vorrebbe proteggerla? Adesso è molto più chiaro: dal continuare a elargire questo sostegno conflittuale, da
quest’obbligo del «dare». Il dolore secondo lei porta l’attenzione sul conflitto, per risolverlo. E da che cosa voleva proteggerla questa strategia
semiautomatica (che, si rende conto a questo punto, non è per nulla nuova nella sua vita, ma si è ripetuta con molte persone, specie nelle amicizie e
nelle relazioni sentimentali)? Dal non essere considerata una «brava ragazza», soprattutto, per una sorta d’istinto materno «deviato».
Avendo messo a fuoco la questione così bene, non resta che trattare la rabbia e l’ingiustizia per essersi sentita obbligata a tale comportamento.
Usiamo la frase: Lascio andare da questo mio obbligo del «dare» tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più – shift.
Rimane ora una sensazione sgradevole, ma più circoscritta, nei confronti del collega che le ha combinato quel brutto scherzo. La donna avverte
allarme (SUD=6) e sfiducia nei confronti della rapacità di quella persona. L’allarme, ancora una volta, serve affinché lei d’ora in poi stia più in guardia
nei suoi confronti: Accolgo questa mia reazione di allarme e di sfiducia, che mi vuole proteggere dagli effetti negativi della sua avidità e rapacità –
shift – Lascio andare tutto quanto non mi serve e non mi appartiene più di questa mia reazione di allarme e di sfiducia – shift.
Ora Giulia non percepisce più il giovane collega come un pericolo, ma chiaramente sa che dovrà correre ai ripari e probabilmente allontanarlo.
«Non mi fido più, eppure non sento di dovermi giustificare o difendere per questo. Non devo dimostrargli che ho ragione. Mi sento più rilassata nei
suoi confronti, non sono più neppure irritata. Diciamo però che gli farò capire che il trattamento di favore riservatogli finora non gli è per nulla dovuto.
Penso proprio di essere nettamente in credito nei suoi riguardi! Ora bisogna agire con lucidità e tempestività…»
Tre settimane dopo, l’ecografia e la mammografia rilevano che la cisti si è del tutto riassorbita. Intanto, il collega è stato esortato da Giulia e dai soci
a cercarsi un’altra collaborazione, e diffidato dall’utilizzare le bozze del nuovo progetto a cui aveva avuto accesso.

Mal di stomaco «affettivo»

Nadia sta finendo l’università e ha un nuovo fidanzato di cui è molto innamorata, ma che purtroppo abita in un’altra città. Da qualche mese, ha
cominciato anche a soffrire di mal di stomaco. È una persona piuttosto cerebrale, non particolarmente allenata ad ascoltare le sue emozioni, ma dopo
un po’ di tempo si rende conto che c’è una correlazione tra i momenti in cui le compare la morsa allo stomaco e le situazioni emotivamente intense, ed
è questa nuova consapevolezza che la conduce da me.
Sembra subito abbastanza chiaro che alla base del disturbo ci sia una sorta di vuoto affettivo, e Nadia in effetti me lo conferma. Anzi, oltre al vuoto
(che viene avvertito, ovviamente, proprio allo stomaco, e ha una SUD di 9) c’è anche della frustrazione dovuta alla lontananza dal suo ragazzo.
Lavoriamo quindi così: Il vuoto e la frustrazione nel mio stomaco perché il mio ragazzo è lontano vogliono che io trovi un sistema per stare il più
possibile con lui – shift, frase di rilascio e nuovo shift.
Nadia mi guarda perplessa: non sente più quella sgradevole sensazione allo stomaco che perdurava da alcuni giorni! Rimane un po’ di paura di
perdere il ragazzo (SUD di 4), di rimanere sola e senza punti di riferimento e appoggi: Questa mia paura di perdere lui come riferimento e appoggio,
che vuole evitarmi di rimanere da sola – shift, frase di rilascio e nuovo shift.
Vedo ora Nadia nettamente più rilassata. «Mi devo sbrigare a finire la tesi, così poi riuscirò a stare di più con lui! Non ho dubbi sulla nostra
relazione, ma mi rendo conto che, se non ho le cose direttamente sotto il mio controllo, vado in ansia…» Nadia accetta quindi di provare a fare con me,
mediante il FastReset, un percorso per attenuare questa sua eccessiva propensione al controllo, anche rispetto a situazioni su cui è impossibile o inutile
cercarlo. Questo nostro lavoro è ancora in corso mentre ne scrivo, ma sta senz’altro producendo ottimi frutti e aumentando la capacità di Nadia di
gestire le sue emozioni, anziché negarle.

Nausea e coliche in gravidanza

Una mia giovane amica, Valentina, incinta da pochi mesi del primo figlio, mi interpella a proposito della nausea e delle coliche addominali in
gravidanza. Ha notato infatti che, finché le colleghe e la madre non hanno fatto commenti in proposito, non ne ha mai avute, ma sono bastate alcune
frasi pronunciate da loro e qualche lettura in Internet perché, nel giro di pochi giorni, cominciasse a soffrirne seriamente!
So che Valentina è molto sensibile e suggestionabile; e lo sa anche lei. Propongo quindi di usare il FastReset sulle sue convinzioni, elencandole
semplicemente e facendo uno shift dopo ogni affermazione: Tutte le donne incinte vomitano – Se voglio avere il bambino, devo vomitare – È
assolutamente normale vomitare in gravidanza – Se una non vomita in gravidanza, è un po’ strana – Lascio andare dalla mia convinzione che sia
normale e anzi opportuno vomitare in gravidanza tutto quello che non mi serve, non mi interessa e non mi appartiene più.
Valentina riemerge dal trattamento con un sorriso sereno: «Sai cosa ti dico? Non è necessario vomitare! Sì, ci può stare un po’ di fastidio perché
l’organismo si sta adattando, ma il vomito non c’entra per niente con la gravidanza!»
Bene, e le coliche? (Tra l’altro, proprio in questo momento la ragazza sente un po’ di disturbo all’addome.) Valentina ha un’intuizione: nel suo caso
potrebbero esprimere, per esempio, la tensione nel reggere «il peso» di questa gravidanza. Su sua iniziativa, usiamo queste affermazioni: Accolgo la
presenza delle coliche come sostegno per reggere il peso della gravidanza – shift – Lascio andare da questa mia reazione di coliche tutto quello che
non mi serve, non mi appartiene e non ha più senso per me – shift.
Valentina dopo questo non avverte più peso o tensione alla pancia. «Mi sa tanto che ho assunto questa gravidanza come un compito e mi sento la
portatrice di qualcosa di grande e anche di un po’ pesante, ecco perché ho avuto le coliche. Forse mi sento anche un po’ sola: non che mio marito non
ci sia, ma sta attraversando un periodo molto complicato sul lavoro, e mi piacerebbe che avesse un po’ più di tempo per parlargli delle mie sensazioni,
che mi sostenesse un po’ di più e mi stesse più vicino, insomma.»
Valentina esce dal mio studio ben decisa a chiedere al marito con dolcezza, ma anche più esplicitamente, la sua porzione di coccole e di attenzione.
Sono passate ormai circa tre settimane, e nausea e vomito da quel momento non si sono più ripresentati. Da qualche giorno, però, Valentina avverte
di nuovo la pancia gonfia. La sento anche un po’ irritata, e infatti mi conferma di essere diventata abbastanza insofferente, in particolare verso la
suocera, la cui presenza talvolta un po’ ingombrante viene vissuta piuttosto male. «Ho l’impressione di gonfiarmi di rabbia nei suoi riguardi!» mi dice.
Non ci resta, perciò, che provare a trattare la rabbia e la violenza che sente verso alcuni comportamenti della donna, che tra l’altro le ricordano certe
sue stesse incapacità. Accolgo tutta la rabbia e la violenza che mi ispira mia suocera, che vogliono proteggere me e il bambino dalla sua
incompetenza e dalla mia – shift – Lascio andare dalla mia reazione difensiva di rabbia e violenza verso l’incompetenza tutto quello che non mi
interessa, non mi serve e non mi appartiene più – shift.
Dopo qualche secondo, Valentina dichiara di essere non più arrabbiata, ma piuttosto dispiaciuta per la suocera, che è vittima di se stessa. Come va
la pancia? È già molto più rilassata! Propongo di fare un «giro» su questa sensazione di compassione: La mia compassione verso Elvira, che vorrebbe
che io la potessi aiutare – shift, frase di rilascio e nuovo shift.
«Insomma, io posso cercare di aiutarla, ma devo anche rispettare il fatto che lei non lo voglia affatto; non ha senso che io cerchi di correggerla e di
interferire, sprechiamo entrambe tempo ed energia», conclude Valentina determinata. Da allora, neppure le coliche si sono più ripresentate.

Sinusite incipiente

Vedo Sandra in una giornata assai fredda e ventosa. Entra con sollievo nel mio studio, che è abbastanza caldo, e mi dice subito: «Ho perso l’autobus
e ho aspettato un buon quarto d’ora ferma con questo freddo; e quindi domani, se non mi imbottisco subito di aspirina, mi verranno il mal di testa e la
sinusite!»
Sono abbastanza colpita dalla sicurezza della sua affermazione, e le chiedo come fa ad averne la certezza. Ovvio: le succede sempre così, da anni, se
si espone d’estate all’aria condizionata e d’inverno al vento freddo. Mi incuriosisce sapere esattamente da quando ha notato questa stretta causalità e
Sandra, dopo averci pensato un poco, mi dice che probabilmente la prima volta in cui è successo è stato durante una vacanza con l’ex fidanzato, a
zonzo in auto per l’Europa. «Faceva un gran caldo, e l’aria condizionata dell’auto era quasi sempre al massimo. Risultato: ho cominciato ad avere il
naso chiuso e mal di testa, e al ritorno ho scoperto di avere la sinusite.» Che tipo era, l’ex fidanzato? Un bravissimo ragazzo, ma un po’ freddino.
Interessante! Dico a Sandra che spesso l’organismo reagisce, anziché agli eventi in sé, alle impressioni e alle idee che abbiamo sugli eventi, e che
per il nostro cervello ancestrale probabilmente non fa tutta questa differenza essere esposti al freddo vero e proprio oppure a rapporti freddi. Sempre di
reagire al freddo si tratta… Sandra aggiunge un particolare importante: la sera prima ha avuto un bisticcio con l’attuale fidanzato, ed entrambi se ne
sono tornati alle rispettive dimore lasciandosi un po’ freddamente…
Decido che è il momento di applicare il FastReset: le propongo come prima cosa di trattare la sua convinzione che sia impossibile per lei evitare la
sinusite e il mal di testa, dopo aver preso freddo: Questa mia certezza che quando prendo freddo reagisco con il mal di testa e la sinusite vuole che io
mi protegga dagli effetti del freddo – shift e: Lascio andare da questa mia certezza e da questa mia abituale reazione difensiva al freddo tutto quello
che non mi serve e non mi appartiene più – shift.
Sandra subito nota che non è affatto detto che il suo organismo debba reagire per forza in quel modo; anzi, in realtà lei è l’unica persona ad avere
quei sintomi qualche ora dopo! Bene; e come ha reagito, quindi, finora, al freddo? Chiudendosi e irrigidendosi, anzi, in più raffreddandosi a sua volta!
Un ottimo spunto per il prossimo «giro» di FastReset: Quando sento freddo attorno a me, divento «fredda» anch’io, mi chiudo e mi irrigidisco per
difesa – shift – Lascio andare da questo mio rispondere al freddo con la chiusura e la rigidità tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più –
shift.
Sandra ora non teme più di ammalarsi in modo così automatico. Inoltre si rende conto che, almeno nelle relazioni, se avverte che tendono al
«freddo» è perché ci deve essere, anche da parte sua, una reazione inconsapevole di freddezza e chiusura, che non si sposa affatto con il suo
temperamento. «A me piacciono i rapporti calorosi, so essere capace di esprimere affetto, sostegno e vicinanza, e mi piace riceverne. Non so cosa
farmene, dei rapporti freddi!»
Usiamo proprio le sue parole per un «giro» di FastReset a sostegno della nuova consapevolezza: Io sono una persona calorosa, e porto questo
calore nelle mie relazioni – shift e ripetiamo. Sandra sembra soddisfatta di quanto è riuscita a comprendere di se stessa.
Il giorno dopo, mi arriva un suo messaggio: per la prima volta dopo tanto tempo, non le è venuto né il mal di testa né la sinusite! Inoltre, ha ricucito
immediatamente il rapporto con il fidanzato, senza fare null’altro che ricordare a se stessa di essere una persona calorosa: appena si sono rivisti, anche
lui si è subito sciolto in un grande abbraccio e le ha chiesto scusa per come si era comportato il giorno prima.

Così come vedremo nel caso delle dipendenze, se volete trattare la componente emotiva di un sintomo fisico è
spesso assai utile insistere per diverse volte e nel tempo (giorni o settimane).
A differenza di quanto accade con le paure, i traumi e le emozioni semplici, infatti – in cui la componente
cosciente è in genere evidente e la modifica dell’atteggiamento e del comportamento successivi a un solo
trattamento o a pochi è spesso definitiva –, nel caso dei disturbi fisici vi possono essere molte più componenti
inconsce, difficili da individuare e di conseguenza da trattare. Inoltre, specie se il disturbo si è installato da qualche
tempo, possono esistere più motivi di resistenza a modificare l’attuale equilibrio, benché patologico (ricordiamoci
che il cambiamento, per l’organismo, anche se vantaggioso ha comunque un costo).

Una volta «ripulito» il vostro sistema dalla necessità di esprimere il sintomo, consiglio sempre di consolidare il
risultato tramite un «giro» con un’affermazione come: «Permetto al mio corpo/mente/eccetera di guarire
definitivamente da sintomo/problema, con tutte le sue cause e le sue conseguenze»; e/oppure: «Allontano da me
ogni evento, fattore o interferenza, interni o esterni, passati o presenti, consci o inconsci, che possano impedire o
limitare questa mia intenzione/obiettivo/guarigione».

Extrasistoli e palpitazioni
Dopo che un problema ginecologico le aveva provocato un’improvvisa e cospicua emorragia, Luciana viene ricoverata d’urgenza, gravemente
anemica. Operata, deve subire anche una trasfusione. La situazione si risolve per il meglio, per fortuna, e nel giro di qualche giorno è di nuovo in piedi.
Malgrado gli esami attuali dicano che è tutto perfettamente a posto, però, le è rimasta da allora (sono passati alcuni mesi) un’attenzione abnorme al
proprio battito cardiaco. Soprattutto ogni volta che percepisce un «salto», cioè un’extrasistole, si angoscia parecchio e fatica a concentrarsi su quello
che stava facendo. «La mia paura è che il cuore si fermi, proprio come avevo temuto che facesse prima di arrivare all’ospedale», mi dice Luciana. Nel
suo ricordo, la concitazione e l’angoscia del momento del ricovero sono ancora molto vive (SUD=9), così decido di proporle di trattare quell’evento
come una scena complessiva, a cui dà il titolo: «L’incubo nero». Perciò: Ho vissuto «L’incubo nero» – shift – Lascio andare dall’avere vissuto
«L’incubo nero» tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più – shift.
Ora il disagio è sceso a 7, e riguarda in particolare l’angoscia e l’impotenza di non poter controllare l’anomalia del battito, che vogliono che io
prenda atto che non ho le redini del mio cuore – shift, frase di rilascio e nuovo shift.
Adesso si sente decisamente più leggera, la scena da cui siamo partite è più lontana e sfumata. Inoltre, mi spiega Luciana: «Il mio cuore è perfetto,
non ha mai avuto nulla; batteva così perché c’era poco sangue; perché dovrebbe darmi problemi proprio adesso?»
È rimasta però una sorta di paura per l’imprevedibilità dell’aritmia, che vuole che io abbia il pieno controllo di quello che fa il mio cuore e il pieno
controllo della mia vita – shift, frase di rilascio e nuovo shift. La paura si trasforma subito dopo in una preoccupazione per quello che fa il mio cuore
senza il mio controllo, che vuole che io abbia già una soluzione adeguata all’occorrenza – shift, frase di rilascio e nuovo shift.
Luciana dopo questi ultimi passaggi sembra molto più rilassata! Ora vede tutta la faccenda con più lucidità e distacco: «Insomma, il mio organismo
sa che cosa fa, ha cercato di salvarmi nell’emergenza, perché non dovrei fidarmi?» Io aggiungo che, in effetti, la sua volontà e la sua coscienza non
avrebbero potuto fare altrettanto bene come il suo corpo ha dimostrato in quel frangente, e Luciana stavolta è d’accordo.
Da allora, non ha più avuto un’attenzione così ossessiva e automatica per le extrasistoli, e forse anche quelle si sono presentate meno di frequente;
fatto sta che ora non le procurano più alcun disturbo.

Suggerimenti per trattare la componente emotiva


del dolore o di un sintomo fisico
Può essere utile indagare e utilizzare nel trattamento le informazioni seguenti.
Localizzazione e movimenti correlati al sintomo/dolore: difesa, offesa, ritirarsi, abbassarsi, fermarsi, obbligarsi a fare o a non fare qualcosa
eccetera.
Sensazioni: peso, tensione, oppressione; sentirsi pieno, vuoto, leggero, pesante; avvertire costrizione, sollievo...
Quando è cominciato? Circostanze, eventi, persone, pensieri, immagini, sensazioni, azioni associate.
Che cosa vuole il sintomo? Evitare, salvaguardare, mettere in evidenza, incentivare, ottenere, decidere, eliminare, allontanarsi, fermarsi,
sfuggire…

Suggerimenti per l’integrazione emotiva


• Chi o che cosa mi ricorda la sensazione fisica del mio sintomo?
• Che cosa stava succedendo, quando è cominciato?
• Ci sono situazioni problematiche riguardo alle quali sto tentando di difendermi fronteggiandole, evitandole o arrendendomi?

10. Questo è un aspetto che di solito indispettisce gli ipocondriaci, i quali vorrebbero, invece, essere tenuti al corrente delle scelte operate in
continuazione dal proprio corpo, e non tollerano che la maggior parte di esse avvengano senza che la loro volontà o coscienza ne siano informate. Può non
essere facile, nella logica dell’ansia, capire che non si tratta di un dispetto ai danni del soggetto, ma di una necessità.
Compulsività e dipendenze

SE concordiamo ormai sul fatto che le reazioni emotive nascono tutte da un’esigenza di sicurezza e di adattamento,
che senso hanno, allora, i comportamenti impulsivi, anche complessi, che mettono a rischio la nostra salute e la
nostra incolumità?
Sto parlando, naturalmente, del provare con una certa frequenza l’impulso irresistibile a fare qualcosa (bere
alcolici, abbuffarsi di cibo in quantità o di un certo tipo in particolare, usare droghe o farmaci, giocare d’azzardo o
scommettere in modo esagerato, ricercare incessantemente rapporti sessuali eccetera) di cui «dopo» ci potremmo
pentire, e che è anche soggetto a una pesante riprovazione sociale. Ma, in fondo, potrei includere nell’elenco altre
abitudini non così degne di biasimo, di cui però magari non siamo molto orgogliosi (per esempio fumare): spesso
sottovalutiamo il pericolo di dipenderne, chiamando la gratificazione che ci forniscono semplicemente piacere. La
differenza principale tra un piacere e una dipendenza sta nel fatto che il primo è rimandabile e centellinabile senza
procurare grosse scosse emotive, ma semmai amplificando il piacere successivo nel momento in cui torna possibile
accedervi. La dipendenza, invece, se non è immediatamente soddisfatta genera malessere, nervosismo, comunque
disagio e un senso di insoddisfazione crescente.
Semplificando all’estremo, sembra che dal punto di vista biochimico ci sia un gioco di sponda tra due diverse
sostanze prodotte dal cervello: la dopamina ci spinge al comportamento appetitivo, ovvero a metterci letteralmente
in moto alla ricerca di una specifica gratificazione, mentre la serotonina segnala che la soddisfazione è avvenuta e
che possiamo starcene beati a goderci il momento di pace che ne consegue. 11
Ancora una volta, è stata l’evoluzione, per garantirci la sopravvivenza, a escogitare questo sistema di farci sentire
dolore o disagio quando un bisogno compare e profonda gratificazione quando l’abbiamo correttamente soddisfatto.
Così, i tre bisogni fondamentali di qualunque essere vivente – nutrizione, sicurezza, riproduzione – sono
praticamente assicurati, perché la motivazione a espletarli è resa molto forte da questa dinamica tra sofferenza e
soddisfazione. 12
Più siamo sottoposti a ritardo o difficoltà nel soddisfare una necessità, più dopamina viene prodotta. Più rapido e
cospicuo è l’aumento della dopamina, più potente è la risposta dell’organismo: questa ci spinge a un focus sempre
più intenso sulla ricerca della gratificazione, che può comprendere anche un comportamento più impulsivo, persino
ossessivo, fino al craving. 13
In origine, questo può darci una marcia in più per ottenere ciò di cui abbiamo bisogno, controbilanciando per
esempio timidezza o pigrizia. Quando però il meccanismo è troppo spinto – non facendoci considerare le
conseguenze sull’ambiente o nel tempo del nostro agire – o inarrestabile – perché non legato direttamente alla reale
soddisfazione di bisogni primari – diventa assai controproducente.

È possibile che alcune persone siano soggette più di altre a sviluppare dipendenze e craving. In realtà, non
rispondiamo tutti allo stesso modo agli stimoli a cui veniamo sottoposti, anche per differenze genetiche o famigliari,
oltre che, naturalmente, per le esperienze che abbiamo vissuto. Questo non significa affatto che una tendenza generi
per forza un evento, né che chi non ha nel suo patrimonio genetico alcuna spinta alla compulsione o alla dipendenza
non possa, in certe condizioni, svilupparle, almeno per un certo periodo.
Lo stress cronico, per esempio, è uno degli eventi maggiormente predisponenti (tra l’altro, abbassa il tono della
serotonina), ma in realtà è anche uno dei fattori che spesso si riescono a ridimensionare. L’ambiente e l’esperienza
rimangono, a mio parere, i veri architetti della questione. E questo è un bene, perché in molti casi è possibile
intervenire in modo radicale e dissolvere questo pericoloso meccanismo.

Cioccolato, che passione!


Carla ha un carattere assai espansivo, estroverso e positivo, malgrado un passato piuttosto duro. Ultima figlia, con due sorelle molto più grandi di
lei, nell’adolescenza ha sofferto parecchio per la morte del padre e per una situazione economica infelice, dovuta anche a questa prematura scomparsa.
È stato solo con grande fatica che la donna si è affrancata dalle difficoltà economiche, ha sposato un uomo non particolarmente gradito alla famiglia
d’origine, ma che lei ama moltissimo, e ha avuto le sue soddisfazioni famigliari e lavorative.
In tutte le piccole e grandi sfide della vita, insomma, se l’è sempre cavata egregiamente. Unico neo: qualche chilo di troppo, probabilmente dovuto a
una vera e propria compulsione a trangugiare grandi quantità di cioccolato! Visto che comincia a mettere in pericolo la salute e la fa sentire a disagio
anche dal punto di vista estetico, vorrebbe tanto liberarsi di questo peso in più.
Riusciamo quasi subito a capire che la sensazione più intensa collegata con questo impulso irresistibile è la frustrazione, specie quando
accompagnata dalla dolorosa sensazione di non poter contare su un vero appoggio. In altre parole quando Carla, nonostante l’intraprendenza e gli
sforzi, non riesce in qualche cosa che le sta a cuore, o si rende conto che le sue iniziative deve mandarle avanti da sola, avverte una sorta di vuoto –
guardacaso allo stomaco – che la spinge dritta in pasticceria, malgrado i suoi buoni propositi.
Le chiedo di rammentare qualche episodio in cui è successo. Presto fatto: pochi giorni prima, Carla voleva tanto andare al cinema, ma il marito, che
accusava una grande stanchezza, non accennava a volersi muovere dal divano di casa. Frustrata da questo atteggiamento, si è ricordata in quel
momento di avere acquistato una grande scatola di cioccolatini da offrire al figlio e alla nuora, che sarebbero venuti a pranzo il giorno dopo. È andata
in cucina, ha aperto la scatola di cioccolatini e ha cominciato a trangugiarne uno dietro l’altro, pensando: Perché mai dovrei offrirli a qualcun altro?
Adesso me li mangio tutti io!
Ecco il legame tra il senso di solitudine «rabbiosa» e il cioccolato. «Quando sono in quello stato il cioccolato lo divoro con rabbia, mentre, se fossi
in pace, forse riuscirei a gustarmene giusto un pezzettino, lasciandolo sciogliere in bocca.»
Il cioccolato è associato a dei ricordi lieti (i Natali passati in famiglia, quando era ancora vivo il padre), anche se nostalgici, ma Carla trova anche un
ricordo assai meno bello: «Mio padre negli ultimi anni soffriva di diabete, quindi gli erano interdetti dolci e cioccolato. Però ho il ricordo molto vivo di
averlo sorpreso un giorno, tornando da scuola in anticipo, seduto in poltrona mentre mangiava di nascosto una grossa tavoletta di cioccolato. E non
solo: ho scoperto in seguito che ne aveva una vera scorta, e non me ne aveva mai offerto neppure un pezzetto! Mi sono sentita doppiamente tradita:
perché in quel modo si stava candidando a morire (cosa che poi è successa), e perché – ricordiamoci che ero solo una ragazzina di nove anni – non me
ne aveva mai dato neanche un po’!»
Domando a Carla quali fossero stati in quel momento i suoi sentimenti verso il padre. «Mi è caduto l’idolo, ero addolorata perché ho pensato che
non potevo più contare su di lui; mi sono sentita sola e senza appoggio.» Le chiedo di cercare di percepire questi sentimenti fisicamente: ovviamente,
sono collegati a una sensazione di sgradevole vuoto allo stomaco. Lavoriamo perciò con queste parole: Il senso di abbandono, solitudine e mancanza
di appoggio che ho nel mio stomaco, che è legato al cioccolato e a tutto quello che mio padre non mi ha voluto dare – shift – Questa mia reazione di
stomaco per aver scoperto il difetto di papà – shift – Lascio andare da questa mia reazione di stomaco al sentirmi sola, abbandonata e senza
appoggio tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più – shift.
Abbiamo lavorato ancora per qualche sessione su situazioni analoghe, in cui Carla ha ricevuto delle metaforiche «pugnalate nello stomaco»
soprattutto da una delle sorelle, dalla quale in più occasioni si è sentita tradita e non sostenuta. La compulsività non si è più presentata!
Rivedo Carla dopo l’estate, in forma strepitosa: ha perso qualche chilo, sembra ringiovanita ed è di nuovo piena di entusiasmo, come nel suo stile.

Shopping compulsivo

La mia amica Viviana ha perso la mamma, cui era legatissima, mesi orsono. Ha seguito la sua malattia con grande partecipazione e attenzione,
cercando in tutti i modi di starle vicino e di alleviarle ogni pena. Questo non le ha evitato, naturalmente, una sofferenza profondissima nel momento
del distacco.
Nello stesso periodo, si è anche conclusa una storia sentimentale con un uomo molto esigente, dipendente e pressante. Insomma, Viviana è rimasta
praticamente sola da un giorno all’altro, malgrado ci siano ancora l’anziano padre e alcuni fidati amici a sostenerla.
Mi dice che da allora ha speso molto più di quanto guadagna in vestiti, accessori e oggetti che, dopo un breve momento di eccitata soddisfazione,
non la convincono, non le piacciono quanto credeva, spesso non indossa e non guarda nemmeno. La cosa comincia a preoccuparla, e mi chiede una
mano.
Sono ottimista perché questa reazione compulsiva è iniziata solo da qualche mese, quindi forse non ha avuto il tempo di installarsi diventando un
meccanismo più profondo, e perché la gratificazione che ne ricava, alla fin fine, non è poi così grande. Inoltre, Viviana è una donna con buonissime
capacità di fare tesoro delle esperienze e ha sempre saputo superare delusioni e frustrazioni sviluppando nuove risorse e abilità. Insomma, ci sono delle
ottime premesse per una rapida risoluzione, o perlomeno per un ridimensionamento del problema.
Le domando se ha notato una sensazione o un pensiero particolare subito prima che le venga voglia di acquistare quello che lì per lì sembra fatto
apposta per lei. Sì, Viviana sente una grande eccitazione all’idea di comprarsi qualcosa di bello. A cosa le serve, questa eccitazione? A scacciare il
magone, il brutto pensiero che la mamma sia morta e la nostalgia per lei. Dove avverte queste sensazioni? Il magone, come un peso al cuore;
l’eccitazione, come senso di velocità e leggerezza al petto, che va verso la testa. Pare proprio si tratti di sensazioni opposte nello stesso luogo.
Chiedo a Viviana di ricordare e rivivere con precisione un’occasione in cui ha avvertito questa eccitazione davanti alla vetrina di un negozio, poi
usiamo queste frasi: Accolgo l’eccitazione dell’acquisto, che mi serve a scacciare la solitudine, la nostalgia e il magone – shift – Lascio andare da
questa mia reazione di eccitazione dell’acquisto, con tutte le sue cause e le sue conseguenze, tutto quello che non mi serve, non mi interessa e non mi
appartiene più – shift. Chiedo alla mia amica di concentrare di nuovo l’attenzione sulla scena dell’eccitazione davanti alla vetrina: ora è diventata
neutra, un evento normale, senza particolare attrattiva o interesse.
La rivedo dopo qualche settimana, e mi confida che non ha più avuto la compulsione a fare shopping. «D’altra parte, con tutto quello che mi sono
comprata in questi mesi posso andare avanti tranquillamente almeno per un paio d’anni, e me ne avanza anche per fare qualche regalo alle amiche!»
commenta sorridendo.

L’equivoco del bisogno

Dal punto di vista della sopravvivenza, è un’ottima cosa riuscire a rispondere in modi diversi allo stesso stimolo.
Per esempio, non ci viene in mente di mangiare tutte le volte che vediamo del cibo! L’ascolto dei bisogni naturali è
ciò che ci permette la sussistenza e il compimento della nostra esistenza. Il problema è, semmai, quando qualcosa
che assomiglia moltissimo a un bisogno viene potentemente attivato da qualcosa che non gli è attinente.
La percezione degli stimoli è in parte cosciente, ma in massima parte subconscia. È quindi possibile che
reagiamo, senza soffermarci a esaminarli più di tanto, a molti stimoli che generano reazioni emotive sotto la soglia
della nostra attenzione, fino a trovarci a compiere scelte o azioni – a essere in pieno craving, per esempio – senza
sapere bene come ci siamo arrivati.
Un passo importante è cominciare a individuare e mettere a fuoco gli stimoli, prima trascurati, che possono
innescare i comportamenti semiautomatici, e addirittura generare pensieri coscienti che in quel momento ci
sembrano «normali» e perciò non soggetti a critica, ma che in realtà perseguono l’obiettivo compulsivo. Prima
riusciamo a identificare questi stimoli-innesco e la reazione che provocano, più facile sarà rompere il meccanismo
della compulsione.
Tutte le risposte dell’organismo iniziano, infatti, con un input sensoriale. Spesso, subito prima che la complessa
riposta comportamentale cominci, c’è un periodo, più o meno breve, in cui possiamo avvertire un cambiamento nei
pensieri, nell’umore, nella postura. È il momento giusto per analizzare e fermare il craving.
Eppure, quando questo comportamento di ricerca spasmodica di ciò che desideriamo è innescato da bisogni reali
– fame, sete, riparo, accoppiamento – la natura sa come fermarlo, bilanciando la produzione di sostanze attive a
livello cerebrale che portano a esaurirlo, ovvero aumentando la produzione di serotonina quando l’obiettivo è stato
raggiunto.
Le situazioni di stress inevitabile (qualora, cioè, non sia possibile né lottare né fuggire) diminuiscono invece il
tenore di serotonina e aumentano quello relativo di dopamina, probabilmente per dare all’organismo il modo di
cercare con tutte le sue forze e capacità una soluzione. Se la situazione di stress si protrae a lungo, tuttavia, oltre a
determinare la possibilità di un aumento dei comportamenti di craving, può incentivare anche una reazione
depressiva (dovuta alla contemporanea diminuzione della serotonina e della dopamina), come una sorta di resa
incondizionata, utile però in quel momento per risparmiare energie e salvaguardare l’organismo da un eccesso di
sforzo senza remunerazione.
Purtroppo, siamo in grado di condizionare e in qualche modo ingannare il cervello continuando a bramare
all’infinito l’oggetto del craving perché non disponiamo di un programma innato per fermarlo. L’accesso alla
sostanza o al comportamento scatenanti, cioè, non essendo attinenti a un bisogno effettivo e incondizionato – ovvero
naturale – non producono abbastanza serotonina, che fornirebbe lo stop fisiologico. Il vero obiettivo perseguito dal
craving, infatti, non è tanto quel certo comportamento o quella sostanza, ma soprattutto il sollievo da sensazioni di
disagio, crisi e angoscia spesso non ben individuate. Questo sollievo però non può essere realmente ottenuto grazie a
quel particolare craving, o perlomeno non più di tanto, o solo per un breve periodo.

Risposta allo stress e «craving»

Molte patologie, tra cui le dipendenze, possono innescarsi sulla base delle difese biologiche attivate da stress
prolungati che non siamo in grado di evitare.
Non sono infatti soltanto la fame, la sete, il dolore o le minacce effettive alla nostra incolumità (i cosiddetti
stressor sistemici) a causare delle controrisposte da parte del nostro organismo. Anche gli stressor elaborati dalla
mente e direttamente accessibili alla coscienza (per esempio rabbia, preoccupazione, angoscia per l’abbandono,
colpa, gelosia, insofferenza), soprattutto se presenti in forma cronica, agiscono sul nostro organismo proprio nello
stesso modo.
Alla fine, per il corpo non c’è troppa differenza tra lo stress inevitabile dato dalla necessità di difendersi dai
predatori presenti sul territorio e quello legato al doversi presentare tutti i giorni in un posto di lavoro dove stiamo
subendo mobbing o al dover vivere con una persona che non sopportiamo più.
La risposta individuale allo stress potrebbe poi dipendere dai sistemi più sensibili alla sua azione; ciò spiega
anche perché lo stress cronico può innescare o riaccendere disturbi quali l’ossessivo-compulsivo, i deficit di
attenzione, i disturbi d’ansia, le dipendenze e il craving. 14

Se ci siamo condizionati al craving, quindi, ogni volta che saremo di nuovo esposti a un disagio sufficientemente
intenso rischieremo con ogni probabilità di ricorrere al rimedio non specifico che abbiamo imparato ad apprezzare, e
questo sempre senza che la sostanza introdotta o l’azione intrapresa abbiano realmente in sé la capacità di soddisfare
la nostra esigenza.
Per quanto riguarda la preferenza per una sostanza o un comportamento specifico, penso dipenda sicuramente,
oltre che da ovvie variabili individuali, anche dagli input che abbiamo ricevuto, cioè da dove ci siamo trovati
(famiglia, ambiente, convinzioni inconsce là acquisite, occasioni) e dal risultato ricercato.
Per esempio, se ricerchiamo più o meno consapevolmente l’appagamento dato dalla sensazione di esaltazione di
sé e della propria potenza, dell’essere «super» e speciali, preferiremo probabilmente sostanze stimolanti come la
caffeina o la cocaina, in qualche caso gli «acidi» e sostanze variamente psichedeliche, oppure ci dedicheremo al
gioco d’azzardo o alle spese pazze. Se, invece, siamo più inclini a desiderare l’appagamento prodotto dal sollievo
dalla solitudine esistenziale, è più facile ricorrere all’alcol o all’uso di droghe oppioidi, come la cannabis o l’eroina.
E, ancora, se la ricerca di sollievo è più generica, potremo ricorrere «solo» al fumo o al cibo (vedi il capitolo «Il
‘peso’ delle emozioni nell’alimentazione»).
Il gruppo sociale di appartenenza, infine, se più o meno tollerante nei confronti di queste pratiche, può costituire
un altro notevole rinforzo all’instaurarsi o al perdurare della dipendenza, e persino alla scelta della sostanza di cui
fare uso.

Come si può capire, la forza di volontà non è sempre (o forse quasi mai) in grado di modificare questo schema,
viste le potenti forze in gioco e il fatto che esse agiscono per la maggior parte sotto la soglia della nostra
consapevolezza.
Vi sono state e vi sono ancora innumerevoli terapie e tecniche per cercare di liberare le persone dalla schiavitù
delle dipendenze. Credo che il FastReset possa dare un piccolo contributo anche all’interno di altri metodi o
protocolli, perché con questa tecnica si può provare a trovare la chiave o le chiavi principali che hanno attivato il
meccanismo del craving.
Non si tratta di un lavoro facile, ovviamente, anche perché è uno dei campi in cui si incontrano le maggiori
resistenze: sembra infatti esserci in gioco qualcosa di estremamente gratificante, o di cui si può davvero credere di
non poter fare a meno, di non poter esistere senza.
In generale, per cominciare a lavorare sul craving il mio consiglio è di identificare il più dettagliatamente
possibile lo stato d’animo, le immagini mentali, i gesti che attivano il pensiero della sostanza o il comportamento
automatico. Ogni input sensoriale può essere importante: odori, rumori, circostanze, luoghi, presenze o assenze di
persone o di cose. Per alcuni, lo stato d’animo pre-craving è facilmente riconoscibile, per altri meno.
Una volta individuata la o le emozioni sotto-soglia (cioè inconsce) che lo scatenano, e anche dopo i primi
trattamenti con il FastReset, è utile monitorare per un certo periodo il loro riapparire e trattarle sul nascere. La
ripetizione, in questo caso, è quasi sempre di prassi, contrariamente a quanto accade con altre situazioni disadattive.
Vale la pena indagare a fondo i motivi «biologici» delle emozioni in gioco e dei comportamenti collegati (il loro
valore consolatorio, per esempio, o protettivo dal dolore, o dalla perdita).
In genere molte informazioni significative si possono ricavare e utilizzare proficuamente se la persona riesce a
ricordare la prima volta che ha fatto uso della sostanza: che cosa stava facendo o pensando, con chi e dov’era, quale
sensazione sgradevole stava tentando di evitare. Talvolta, sono presenti piccoli (o grandi) traumi, o situazioni
difficili da fronteggiare. Altrimenti, conviene senz’altro partire dall’attualità, cioè dalla situazione di innesco,
cercando il più possibile gli input sensoriali, ambientali ed emotivi in grado di attivare il craving e trattandoli
eventualmente uno per uno.
Una rassicurante sigaretta
Roberta ha deciso – forse più con la testa che con l’anima – di smettere di fumare. Fuma «da sempre», almeno un pacchetto al giorno, e finora non
c’è stato nulla in grado di farla desistere.
Poiché è di passaggio nella mia città e vuole provare anche questa tecnica, decido di fare con lei un po’ di FastReset a ruota libera, seguendo
semplicemente l’andamento dei suoi stati d’animo, e vedendo dove ci porteranno. Chiariamo quasi subito che, per lei, la sigaretta, oltre che un piacere,
costituisce anche un modo per sentirsi riempita e rassicurata. Chiedo perciò a Roberta di sentire questa voglia di fumare (che, peraltro, non fa nessuna
fatica ad attivare) e lavoriamo con questa frase: La mia voglia di fumare vuole che io mi senta rassicurata (segue shift, frase di rilascio e altro shift).
Ora a Roberta viene il dubbio che, in mancanza della sigaretta, non ci sarà niente in grado di rassicurarla altrettanto! La mia paura che, se smetto di
fumare, non avrò niente di altrettanto rassicurante, vuole che io continui a fumare (shift, frase di rilascio e ancora shift).
Roberta dopo questo passaggio sembra un po’ perplessa: mi dice infatti che ha la sensazione che, se smettesse di fumare, sarebbe libera, e non sa se
vuole davvero essere libera. Bene, allora procediamo con: Questo mio dubbio che senza sigaretta sarei libera, e questa mia paura della libertà. Dopo
lo shift, Roberta mi dice che forse la sua non è proprio paura della libertà, ma del vuoto che potrebbe sentire senza la sigaretta. La frase che usiamo ora
è: Questa mia paura del vuoto senza la mia sigaretta vuole che io non lo senta (shift, frase di rilascio e di nuovo shift).
Roberta prova una forte emozione: si ricorda di un episodio della sua adolescenza, di cui decide di non parlarmi per brevità, in cui la sigaretta –
forse una delle prime – ha coinciso con un momento di grande solitudine, tristezza e senso di vuoto e abbandono. «In quel periodo, mi sono attaccata
alla sigaretta come a un’amica, forse in qualche modo in quella circostanza è stata consolatoria.» Lavoriamo perciò ripetendo un paio di volte questa
frase: La sigaretta mi protegge e mi consola dai momenti di solitudine, tristezza e abbandono, e non mi fa sentire sola (shift dopo ogni ripetizione e
frase di rilascio).
Roberta a questo punto rimane un po’ in silenzio, quindi quasi sbotta: «Ma quale amica? Mi fa male alla salute, puzza, mi fa venire i denti gialli, mi
costa una fortuna! Sono arrabbiata con me e con la sigaretta!» Non ci resta che trattare questa rabbia: La mia rabbia verso la sigaretta, che mi è
indispensabile per non sentire il vuoto e la tristezza, vuole che io me ne liberi (shift, frase di rilascio e nuovo shift); La mia rabbia verso me stessa, che
ho dato alla sigaretta la capacità di farmi sentire che ho così bisogno di lei, vuole che io non mi faccia più schiavizzare (shift, frase di rilascio e nuovo
shift).
Dopo questo «giro» Roberta sembra un po’ triste: «Ho l’impressione di avere rovinato qualcosa, di avere rotto un incantesimo. Però sento che la
sigaretta non è più la stessa cosa di prima, non posso più evitare di vedere che non è una cosa positiva. Questo adesso mi rattrista, ma so che è la
verità». Facciamo un altro «giro» su questa tristezza: La tristezza della verità vuole che io veda la sigaretta esattamente per quello che è (shift, frase di
rilascio e ancora shift).
La lascio tranquilla per qualche minuto, poi la sento commentare: «In questo momento, non ho voglia di fumare; non so però come reagirò alla
prima occasione, o quando proverò una di quelle emozioni che la sigaretta mi attenuava». La invito a provare a trattare nel prossimo futuro quelle
emozioni anche da sola, visto che ormai ne conosce il meccanismo e ha capito che la sigaretta è una falsa soluzione.
Sento di nuovo Roberta circa una settimana dopo: la voglia di fumare è scemata, anche se le rimane sempre un po’ di automatismo del gesto. Mi
propone di tornare a trovarmi per aiutarla a risolverlo. Quanto alle emozioni che prima erano associate, all’istante e meccanicamente, all’accendersi la
sigaretta, probabilmente le ha anche provate, ma: «Adesso non ho più quindici anni, so cavarmela anche in altri modi se mi sento sola oppure se ho
voglia di sentire calore e affetto intorno a me!»

Suggerimenti per l’integrazione emotiva


• In quali circostanze mi compare la voglia della sostanza (o di mettere in atto un comportamento)?
• In quali luoghi e in quali orari in particolare?
• In presenza o in assenza di quali persone, situazioni, oggetti?
• A che cosa sto pensando, un attimo prima?
• Che emozioni sto vivendo, poco prima che si scateni la ricerca della sostanza (o del comportamento)?
• Dove fisicamente sento di più la mancanza di quella sostanza (o di quel comportamento)? Dove fisicamente sento di più l’appagamento, o l’idea
collegata con quell’appagamento?
• In che modo la sostanza (o il comportamento) mi dà ebbrezza, piacere, consolazione, sollievo?
• Mi ricordo la prima o le prime volte in cui ho provato il piacere della sostanza (o del comportamento)? Dov’ero, con chi ero, che cosa provavo in
quel momento?
11. Tra i fattori fisiologici che determinano un calo della serotonina, con un conseguente aumento dell’irritabilità e della spinta all’azione anche
impulsiva, oltre alle situazioni di stress cronico ci sono i bruschi sbalzi del tenore degli ormoni estrogeni (come ben sanno molte donne quando arriva il
ciclo, o in certe fasi della gravidanza e del postparto) e del testosterone (come ben sanno molti adolescenti). Lo stato più piacevole per il nostro cervello
coinciderebbe secondo alcuni con l’avere alti livelli sia di dopamina (curiosità, lucidità, chiarezza mentale, attenzione) sia di serotonina (godimento
dell’attuale situazione, nessuno stimolo saliente particolare).
12. Ronald A. Ruden, Marcia Byalick, The Craving Brain, Harper Collins, New York 2003.
13. Letteralmente «brama, voglia matta». Come già accennato, è il desiderio compulsivo, spesso incontrollabile e ossessivo, di consumare una certa
sostanza o di adempiere un comportamento ritenuto gratificante. Se non viene immediatamente soddisfatto, può provocare sofferenza psicologica e fisica,
comportamenti aggressivi, impulsività, umore depresso. Il craving aumenta inoltre la disponibilità a comportamenti a rischio pur di ottenere la ricompensa
e si può verificare anche se non c’è (più) una vera e propria dipendenza fisica, ma iniziare a innescarsi anche solo in presenza di ambienti, situazioni,
oggetti che ricordano la sostanza o il comportamento in questione.
14. Ronald A. Ruden, Marcia Byalick, op. cit.
Il «peso» delle emozioni
nell’alimentazione

UNO degli stimoli più potentemente ansiolitici e gratificanti a nostra disposizione è senz’altro il cibo.
L’istinto alimentare, che è di matrice biologica – anzi, biochimica –, è presente in noi come in tutti gli animali, ed
è programmato appositamente dalla natura per convincerci a nutrirci nelle giuste quantità e con la qualità adeguata, a
seconda delle esigenze del momento. In realtà, per noi esseri umani le cose sono estremamente più complicate,
perché l’atto di mangiare non coincide solo con il fare il pieno di carburante, ma ha infinite ragioni e sfumature
culturali ed emozionali che possono sostituirsi in gran parte all’istinto alimentare, quando non addirittura
stravolgerlo.
Molti problemi di gestione del peso, quindi, hanno origini antropologiche, sociali e famigliari, prima ancora che
personali. Quello di cui ci possiamo occupare nel nostro piccolo, però, sono proprio alcune reazioni automatiche che
spingono a ricercare nel cibo risposte a bisogni che in realtà non sono alimentari, e che favoriscono la comparsa e il
mantenimento di disturbi alimentari.
Per esempio, la «fame nervosa», che in molti casi viene intensificata o scatenata dall’eccessiva assunzione di
carboidrati semplici (zuccheri) – quindi da una precisa condizione chimico-alimentare – ha spesso anche un innesco
emozionale abbastanza riconoscibile. Tra le emozioni che più di frequente sono in grado di spingere ad alimentarsi
compulsivamente, cioè in assenza di una vera e propria fame, ci sono la frustrazione, la paura, la rabbia, la
tristezza, la noia, l’irrequietezza, l’insoddisfazione, la solitudine, o situazioni più complesse (per esempio la
ricerca di una gratificazione generica, come succede a chi torna a casa dopo una lunga e dura giornata e cerca
conforto o consolazione nel cibo). Come nelle dipendenze vere e proprie, si può strutturare una situazione stimolo-
risposta che sfugge al controllo cosciente.
Possiamo provare a interrompere il circuito automatico che conduce ad associare allo stimolo «disagio» (fisico o
emotivo, poco cambia) la risposta «conforto nel mangiare» individuando gli inneschi ambientali, i pensieri e le
associazioni mentali e le sensazioni fisiche che sono legate a questo meccanismo.

Individuare l’emozione implicata


nella «fame impropria»

Per molti, la sensazione di appetito è stabilmente confusa e sovrapposta con sensazioni di disagio di differente
origine. Per queste persone, perciò, numerose situazioni che generano paura, frustrazione, rabbia, noia, tristezza,
solitudine, ma anche, addirittura, emozioni positive come eccitazione e coinvolgimento possono essere collegate
con la sensazione di fame. A esse rispondono mangiando, per spegnerle, distrarsi, controllarle o semplicemente per
automatismo.
Come accennavo prima, questo anomalo meccanismo può avere radici famigliari o sociali molto antiche, e
precoci esperienze psicofisiche che lo convalidano e sostengono. Così, molti di noi imparano assai presto ad
attribuire al cibo il potere consolatorio e anestetico maggiore e più a portata di mano, una sorta di ansiolitico,
antidepressivo e passatempo.
Per abbandonare questo schema dannoso e limitante, la prima cosa da fare – e forse la più difficile – è individuare
i fattori emotivi implicati nel meccanismo «fame impropria». Se, come nel caso del craving (vedi il capitolo
«Compulsività e dipendenze»), sono presenti fattori ambientali e sensazioni fisiche o psichiche che innescano il
consumo di cibo come atto improprio, vanno anch’essi valutati e trattati.
Una differenza fondamentale con le dipendenze da sostanze è che del cibo ne abbiamo anche bisogno, quindi non
possiamo certo astenerci dal mangiare, mentre dall’uso di sostanze voluttuarie, ovviamente, sì.
Questo potrebbe, da un lato, complicare le cose; in realtà, poiché l’istinto alimentare è in origine biologico e
direttamente funzionale alla sopravvivenza, spesso integrando le emozioni accessorie collegate all’eccessiva
dedizione al cibo esso riemerge o si «ripulisce» in modo egregio, riportando l’attitudine a mangiare in un ambito di
normalità. Se, invece, come succede in molti casi, emergono traumi specifici in relazione all’associazione obbligata
«cibo=risposta al disagio», il lavoro andrà completato trattando e risolvendo quelli (vedi il capitolo «I traumi»).

Fame nervosa
Anna è una bella donna di circa quarant’anni, con qualche chiletto di troppo. Il suo medico, visti il risultato del più recente esame della glicemia e la
sua familiarità al diabete, le ha prescritto una dieta con pochi zuccheri e carboidrati; dovrà perdere almeno 6 o 7 chili. Purtroppo, pur con tutta la buona
volontà, spesso Anna si ritrova – come del resto le è successo praticamente sempre – ad aprire il cassetto della scrivania in ufficio e la dispensa di casa
e a mangiucchiare biscotti, merendine e cioccolato.
Le chiedo di fare mente locale per capire a che situazione o stato d’animo sia collegata questa voglia di dolce o comunque di sgranocchiare qualcosa
di buono. Dopo averci pensato un poco, emerge che è la sensazione di noia a darle il «la» per andare alla ricerca del cibo fuori pasto.
Le spiego che la noia è un segnale che il cervello lancia quando lo teniamo a corto di stimoli, e che l’irrequietezza che vi è associata vuole, appunto,
farci muovere nell’ambiente per ricercare qualcosa di nuovo da fare e da esplorare. Ognuno di noi usa le sue strategie per ovviare a questo stato
d’animo: c’è chi sente il bisogno di sgranchirsi le gambe, chi di interagire con qualcuno, chi di cambiare attività. Lei, evidentemente, aveva escogitato
come reazione alla noia una gratificazione di tipo orale, cioè il mangiare qualcosa di buono pur non avendo fame.
Alle mie parole Anna ha come un’illuminazione: si ricorda che probabilmente la prima volta in cui ha applicato questo schema è stato a ridosso
dell’esame di maturità. «Studiare tutto il giorno, spesso materie noiose, mi spingeva ogni tanto a interrompere con uno spuntino. Forse mi dava
l’illusione di più concentrazione ed energia, dopo, e soprattutto era una facile gratificazione, un vero e proprio antidoto alla frustrazione di dovermene
stare seduta lì, mentre altri miei amici erano già in vacanza.» Le chiedo di mimare fisicamente la postura e i momenti in cui si sta annoiando e sta per
scattare l’impulso ad alzarsi a mangiare qualcosa. C’è una parte del corpo dove sente più densa la presenza della noia? Ebbene sì, ed è, guarda caso, lo
stomaco, che le rimanda una sensazione di vuoto (SUD=7). Che cosa vuole, questo «vuoto da noia»? Trovare dei nuovi input gratificanti.
Quindi procediamo: Questo vuoto da noia mi vuole spingere a mangiare per trovare nuovi stimoli gratificanti – Questo vuoto da noia e il mio
volere trovare stimoli gratificanti mangiando – Lascio andare da questa mia reazione di vuoto da noia, e di mangiare per riempirlo, tutto quello che
non mi serve e non mi appartiene più (dopo ogni frase Anna fa, naturalmente, uno shift sulle mani).
Le prescrivo di ripetere il procedimento se si dovesse ripresentare il meccanismo ora chiarito.
Dopo due settimane, Anna mi chiama felicissima: ha seguito le mie istruzioni ed è da quando ci siamo viste che, ogni tre quarti d’ora alla scrivania,
sceglie volontariamente di fare uno stacco di cinque minuti. Soprattutto, quando si sente annoiata, va a farsi una passeggiatina nel corridoio, o cerca
una collega con cui fare una breve chiacchierata, o chiama la mamma o la sorella. E ha già perso più di un chilo senza fare nessuno sforzo!

Fame apparente

Una formula generica che ho sperimentato più volte alla presenza di uno stimolo di fame apparente in situazioni
in cui questa non sembrava così ragionevole (un pasto terminato da poco, per esempio), è la seguente. Prima di
applicarla cerco di far percepire e riconoscere al soggetto l’emozione sottostante, mascherata appunto da fame:

Questa mia sensazione di fame che vuole che io mangi per essere rassicurato/consolato/sentirmi stimolato/avere
energia/calmarmi/non sentirmi solo/non sentire tristezza eccetera – Lascio andare da questa mia reazione di fame
che vuole invece (…) tutto quello che non mi serve, non mi interessa e non mi appartiene più. (Segue uno shift sulle
mani dopo ogni frase.)

Finora, in tutti i casi trattati il risultato è stato assolutamente positivo e, se non c’erano aspetti ulteriori collegati
(come specifiche resistenze, paure o traumi), anche duraturo. Naturalmente, come nel caso delle dipendenze, la
ripetizione è assolutamente vantaggiosa e da perseguire, perché rafforza il circuito nervoso che promuove la corretta
interpretazione dello stimolo, anziché quella «distorta», prima quasi obbligatoria.

Uno strano appetito


La mamma di William, un vivace e studioso ragazzino di otto anni, ha fatto da qualche tempo una scoperta sconcertante: un cuscino del divano,
imbottito di gommapiuma, è stato in buona parte e metodicamente svuotato del suo contenuto, un pezzetto alla volta. Dopo un’accurata indagine,
scopre che il colpevole è proprio William, che… se lo mangia!
Preoccupata, accompagna da me il figlio. Le spiego che si tratta di un disturbo raro ma ben conosciuto, la pica, che spinge il soggetto, spesso un
bambino o una donna incinta, a mangiare impulsivamente sostanze non commestibili (polvere, terra, legno, gesso, calcinacci, spugne, sapone
eccetera). Poiché conosco abbastanza bene la famiglia di William, ed escludo che il bambino abbia disturbi psichici o deficit alimentari, provo con lui
a individuare le ragioni emotive che lo spingono a cercare soddisfazione nel mangiare la spugna.
La prima cosa che mi comunica è che la spugna è buona, una delle cose più buone del mondo, benché lui sappia benissimo che non si deve
mangiare e conosca anche i pericoli che la sua ingestione può provocare (io stessa glieli elenco). Però, quando è lì tranquillo sul divano, gli viene lo
stesso una voglia grandissima di mangiarla, e poi si sente in colpa! Lavoriamo per prima cosa proprio sulla colpa, che ha una SUD piuttosto alta (9):
Questa mia colpa quando mangio la spugna, che vorrebbe che io mangiassi altre cose – shift – Lascio andare dalla colpa di mangiare la spugna... –
shift.
Ora sembra che la colpa non lo disturbi più, è più sereno e rilassato, e più tranquillo nel parlarmi del suo comportamento. Ma che cosa ha di così
speciale, questa spugna? Lo fa sentire appagato, rilassato. Escogitiamo quindi un modo per lavorare con queste frasi, che sono tutti i pensieri che
William ha rispetto al mangiarla; tra una frase e l’altra, facciamo lo shift dell’attenzione sulle mani: Mangiare la spugna mi fa sentire benissimo –
Mangiare la spugna non mi fa sentire la noia – La spugna è la cosa più buona da mangiare – Mangiare la spugna è pericoloso, anche se mi piace così
tanto – Le belle sensazioni nella mia bocca quando mangio la spugna – La spugna continua ancora a piacermi, anche se non è da mangiare –
Mangiare la spugna mi fa sentire speciale – Sono un bambino speciale perché mangio la spugna.
William rimane per un po’ pensieroso, e io lo lascio tranquillo per qualche minuto, quindi gli chiedo come la veda, adesso, la faccenda della spugna.
Sospirando, mi dice che capisce benissimo che non si deve mangiarla, e che starà bene attento a non farlo più, perché è una cosa da bambini piccoli;
non è una cosa speciale, e nemmeno troppo intelligente. Non riesce precisamente a quantificare quanta voglia di mangiarla gli è rimasta. In apparenza,
la voglia c’è sempre, solo che sembrerebbe più in grado di gestirla.
Lo congedo così, restando in contatto con la mamma, che mi aggiorna per diverse settimane dicendomi che gli episodi di pica non si sono più
ripetuti, e che William è più sereno che mai.

Fame atavica

Paola è una mia carissima amica e collega, che vuole sottopormi un problema. Non è mai stata particolarmente filiforme, ma negli ultimi anni ha
preso diversi chili superflui, di cui proprio non riesce a liberarsi perché, dopo qualche giorno di dieta (essendo medico, è perfettamente al corrente di
tutte le migliori strategie alimentari), semplicemente la interrompe, come se fosse «più forte di lei», e riprende a mangiare con più appetito di prima.
C’è un vivido ricordo infantile (la madre si sente male, non può accompagnarla a tavola e le raccomanda con grande enfasi di «fare la brava
bambina e mangiare tutto quanto lo stesso») a cui in un primo tempo attribuisce l’origine traumatica di questa autoimposizione riguardante la necessità
di mangiare. Paola conosce bene il FastReset, e prova a trattarsi da sola. I risultati, però, non sono quelli che normalmente la tecnica produce.
Presumiamo perciò la presenza di un qualche trauma ancora più antico o forte. Quello che ci mette sull’avviso è uno strano sentimento di rabbia che
Paola avverte ora nei confronti della madre, peraltro contemporaneamente molto amata. Allora mi ricordo io stessa (conosco bene anche i suoi
genitori) che, a causa di gravi motivi famigliari, per qualche tempo la mia amica dovette essere affidata alle cure di un’altra famiglia. Paola mi
completa la vicenda: a una sola settimana dalla sua nascita, e per diversi mesi, sua madre e suo padre furono costretti ad allontanarsi da casa e lei fu
lasciata presso altre persone. Inizialmente rifiutò di nutrirsi, e fu solo grazie al temporaneo ritorno del padre, che si accorse del suo drastico
deperimento, che venne salvata da una vera e propria morte per fame!
Mi sembra un ottimo spunto, e chiedo a Paola che cosa senta, adesso, rispetto alla faccenda e, soprattutto, nei confronti della madre. Come ci
aspettavamo, è presente una grande rabbia (SUD=9) verso la madre, che ovviamente avverte nello stomaco. Usiamo queste frasi: Accolgo la mia
rabbia verso mia madre, che mi ha lasciato da sola, che vorrebbe che anche lei provasse quanto è stato angoscioso quell’abbandono – shift – Lascio
andare da questa mia difesa di rabbia verso mia madre tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più – shift. La rabbia si è subito tramutata:
«Non voglio esattamente che lei provi quell’angoscia», precisa Paola, «ma vorrei non averla provata io!»
Che cos’è rimasto nello stomaco? Una sensazione di nodo, un groviglio di sentimenti; usiamo una frase sul groviglio di sentimenti nel mio stomaco,
che vorrebbe che io potessi dipanarli e scioglierli – shift. Dopo questo «giro» emergono, tra quei sentimenti prima aggrovigliati, l’angoscia di essere
stata lasciata sola e quella di poter morire letteralmente di fame, ma anche la volontà di aggrapparsi alla vita nell’unico modo possibile, cioè
mangiando.
Paola adesso ha sufficiente materiale per poter lavorare anche da sola su questi argomenti. Sicuramente, ora il suo stomaco è libero da sentimenti
negativi, e questo mi sembra di buon auspicio per ridurre l’automatismo a cibarsi «per forza».

L’eccesso di peso come difesa

Data l’ampiezza e la complessità delle questioni inerenti al trattamento dell’obesità, accennerò soltanto al fatto
che talvolta l’aumento di peso o la necessità di mantenere un peso maggiore del necessario intervengono come
meccanismo di difesa (per esempio, tipicamente nelle donne, dall’essere considerate prede sessuali).
In questi casi può essere utile ricercare specifici traumi – non necessariamente gravissimi, ma soggettivamente
sufficienti a innescare una situazione di tensione inconscia – e conseguenti convinzioni in grado di autosabotare i
tentativi di condurre con successo le diete o di dare più voce allo stop fisiologico connesso all’assunzione del cibo.
La distorsione del meccanismo previsto dalla natura per fornirci la giusta quantità di nutrienti evitando ogni
eccesso può essere davvero cospicua, specie nel caso di soggetti cresciuti in famiglie dove lo scambio di affetto
avvenga soprattutto grazie allo scambio di cibo. Infatti questo fattore, unito ad altre condizioni particolari, può
operare come un vero e proprio condizionamento precoce, e produrre un certo grado di confusione tra l’atto di
cibarsi – necessario alla sopravvivenza – e la sensazione di conforto e sicurezza indotta dalla pancia piena.
Normalmente la sensazione di benessere legata alla sazietà e all’appagamento dovuti all’ingestione di cibo
determina la fine della ricerca del cibo stesso. Invece, in queste persone, la distorsione che si è creata arriva a
riprodurre sempre e comunque il comportamento «ricerca del cibo», in risposta a qualunque stato d’animo, in
particolare se generato da una percezione di disagio.
Spesso queste stesse persone, anche da adulte – forse perché non hanno sviluppato altre e migliori strategie per
superare la frustrazione – incontrano grande difficoltà a rendersi autonome dalle figure o dagli ambienti di
riferimento, pure quando ne avrebbero tutte le capacità e le opportunità; e ciò malgrado in specifici campi
(intellettuale o lavorativo, per esempio) possano invece condurre delle esistenze almeno parzialmente gratificanti. La
persistenza del timore di rimanere senza una reale o metaforica mamma (sostituita variamente dal cibo), che
intervenga a consolarli e proteggerli al minimo cenno di emozione disturbante o di frustrazione, può infatti rendere
inutili i tentativi di smarcarsi da una modalità tutto sommato infantile di vivere le proprie emozioni.
In casi complessi e stratificati come questi, naturalmente, l’intervento di un operatore qualificato è non solo
opportuno, ma direi talvolta indispensabile, benché il più delle volte si possa contribuire, anche mediante
l’autotrattamento, a individuare e integrare molti aspetti irrisolti.

Chili di troppo e coerenza con l’immagine di sé

Quello che segue è invece un caso abbastanza emblematico di un ruolo materno assunto ed esteso
inconsapevolmente oltre la reale disponibilità della persona, accompagnato da un moderato aumento di peso per
essere coerente con l’immagine di sé.

L’eccesso di peso per «smussare gli angoli»


Bianca è unanimemente ritenuta – in famiglia, nella sua azienda e nella sua folta cerchia di amicizie – una donna molto saggia, corretta, affabile e
seria, tanto è vero che sono in parecchi a rivolgersi a lei per chiedere consigli anche su questioni delicate e personali. In particolare, sebbene ciò non
rientri tra le sue mansioni professionali, spesso viene interpellata per sedare incomprensioni tra i colleghi e riportare la calma. Questa sua capacità,
senza dubbio determinata dal suo temperamento, in parte – come lei stessa ammette – è dovuta anche all’essere vissuta in una famiglia di persone dai
caratteri forti e irruenti, ai quali ha cercato di contrapporsi sviluppando molto precocemente la dote di indurre gli altri alla calma e al ragionamento.
Sono quindi tutti felici di avere vicino a sé questa fonte di saggezza ed equilibrio? Tutti, sì, tranne la stessa Bianca. Perlomeno dal giorno in cui si è
accorta di un legame strettissimo e inizialmente insospettato tra questo suo atteggiamento morbido e accogliente, che scatta quasi in automatico, e…
una decina di chili di troppo, con cui combatte praticamente da sempre!
Ragionando sui contrordini inconsci che le impediscono di arrivare al peso che sente «giusto» per lei, malgrado stia molto attenta all’alimentazione
e faccia attività fisica, si è resa conto che il suo corpo non può che essere «morbido», come il suo atteggiamento, ormai consolidato da decenni. Da una
persona magra, infatti – almeno nella sua fantasia – ci si può aspettare un atteggiamento secco, nervoso, irritabile, che non invoglia certo alla
confidenza o alla ricerca di consiglio e appoggio; mentre le forme accoglienti sono decisamente più consone a un comportamento materno e
contenitivo. «Insomma, ho capito che se sono ‘morbida’ in tutti i sensi, gli altri mi ascoltano, mi rispettano e mi danno credibilità e prestigio. Ho
scoperto l’irrazionale paura che, se fossi magra, verrei vista come una persona dura e spigolosa, se non addirittura instabile e isterica, e perderei il
favore di quelli attorno a me!» Un bel contrordine alla perdita di questi chili in più, non c’è che dire, e anche una sorta di «gabbia» mentale piuttosto
ingombrante.
Lavoriamo quindi subito così: Questa mia paura che se dimagrisco perdo la mia immagine di persona matura, affidabile, autorevole vuole che io
conservi il mio prestigio – shift – Questa mia paura che se dimagrisco appaio nervosa, instabile, isterica e perdo il mio ruolo e il mio ascendente –
shift – Lascio andare dalla mia paura che se dimagrisco perdo la mia immagine di persona equilibrata e saggia e il mio prestigio tutto quello che non
mi serve, non mi interessa e non mi appartiene più – shift.
Bianca riemerge dal lavoro che stiamo facendo commentando: «Non penso più che perderei forza e prestigio se fossi magra, e nemmeno che questo
mi farebbe cambiare carattere o comportamento. È possibile anzi che io abbia acquisito questa convinzione senza rendermene conto, forse da lontane
esperienze in famiglia, e che non sia una cosa veramente ‘mia’. Adesso però sono un po’ arrabbiata con me stessa, per essere caduta in questo
equivoco: quello di essere apprezzata solo se faccio star bene gli altri, o meglio se non gli genero problemi ma, piuttosto, li aiuto a risolverli. Questo
non mi ha fatto sempre bene, anche se ne ho certamente avuto dei vantaggi. Inoltre, sento che l’essermi ritagliata questo ruolo, se da un lato ha fatto sì
che io ne abbia guadagnato un certo riconoscimento da parte degli altri, dall’altro molte volte mi blocca – per esempio, quando farei bene a mandare
qualcuno al diavolo o a dirgli di arrangiarsi – perché sento come mio dovere fargli comunque da cuscinetto, ammortizzargli la vita. Anzi, è ben più di
un dovere, è quasi la mia identità. Però ciò significa anche farsi carico dei problemi degli altri più di quanto sia necessario, e usare male le mie energie.
Per non parlare dei miei cuscinetti!»
Visto che la questione è già piuttosto chiara a Bianca, le propongo di lavorare così: Questo mio sentirmi in obbligo di fare da cuscinetto agli altri e
di ammortizzargli la vita vuole che io sia riconosciuta, amata, apprezzata e stimata – shift – Lascio andare da questo mio obbligo di fare da cuscinetto
agli altri in cambio dell’essere apprezzata tutto quello che non mi serve, non mi interessa e non mi appartiene più – shift.
Dopo questo «giro», Bianca è più serena, tranquilla, e le vedo una luce diversa negli occhi. È sempre dolce, ma decisamente più determinata a
scrollarsi di dosso ruoli che ora le vanno stretti. «Adesso basta fare da mamma a tutti», mi dice. «Anche i figli devono crescere, in fondo, e soprattutto
questa ‘mamma’ si è stufata! Starò molto più attenta, d’ora in poi, a valutare le mie possibilità di intervento per aiutare gli altri e a come uso le mie
energie, adesso che so precisamente qual è la questione.»
Visto quanto profondo e radicato era il suo atteggiamento inconsapevolmente boicottante, consiglio alla donna di ripetere almeno una volta alla
settimana il FastReset sul sentirsi in obbligo di fare da cuscinetto agli altri in cambio di apprezzamento e rafforzamento della sua identità, se ne
dovesse avvertire l’opportunità. Nelle sedute successive lavoriamo su altri particolari aspetti di questo atteggiamento, di cui scopriamo ulteriori,
profonde diramazioni (vedi il capitolo «Allinearsi con se stessi). Il risultato complessivo, comunque, è che dopo circa due mesi il peso di Bianca è
sceso di quasi otto chili, con sua grande soddisfazione e, a suo modo di vedere, senza nessuno sforzo particolare.

Localizzazione dell’adipe e reazioni emotive inconsce

Un altro spunto interessante per lavorare con gli aspetti emotivi del sovrappeso può essere la localizzazione dei
cuscinetti adiposi. Spesso, infatti, ho notato che emozioni quali rabbia e risentimento vengono associate alla zona del
girovita e dell’addome, mentre i cuscinetti sui fianchi e sulle cosce sono più facilmente collegati alla sensazione di
mancanza di libertà d’azione, alla limitazione dell’iniziativa e comunque all’inibizione della propria espressività.
Quando siamo costantemente arrabbiati, irritati, risentiti, l’organismo si adegua, interpretando le nostre reazioni
come motivate da uno stato di costante lotta o di assedio, e prova a resistere il più a lungo possibile. Per ottenere
questo, può cercare di aumentare il livello di zuccheri nel sangue e di immagazzinare le riserve (cioè il grasso) nelle
zone corporee più vicine al fegato (addome e girovita), dove possono essere velocemente trasformate in energia nel
momento del bisogno.
Se, invece, il messaggio che diamo all’organismo è di inibizione delle iniziative e dei movimenti, perché ci
sentiamo «in trappola» o sottomessi, le riserve di adipe non sono da utilizzare in modo così urgente, e possono
essere collocate in zone più sensibili all’azione degli ormoni femminili (cosce, fianchi), dove costituiscono la
fisiologica riserva di energia in caso di gravidanza e allattamento.

Suggerimenti per l’integrazione emotiva


• Che cosa sto facendo, pensando, sentendo poco prima che mi venga «fame»?
• Che tipo di sensazione vado a cercare, mangiando, e dove è localizzata fisicamente? Che tipo di sensazione evito, mangiando, e dove è localizzata
fisicamente?
• Se i miei cuscinetti avessero una funzione protettiva, da chi o da che cosa mi proteggerebbero?
• Che cosa succederebbe, se improvvisamente non avessi più questa «protezione»?
• Se, all’improvviso, i miei chili di troppo mi cadessero di dosso, quali emozioni porterebbero via con sé?
PARTE TERZA

Conoscere meglio se stessi,


stare meglio con gli altri
Il perdono come chiave
di liberazione emotiva

SPESSO i processi di guarigione emotiva sono «bloccati» da eventi o parole che non siamo riusciti a perdonare.
Non c’è forse cosa più difficile, perché il perdono implica, come risultato, il non avere più la necessità di
difenderci da qualcosa o da qualcuno che in passato ci ha ferito. Tra i motivi più diffusi che ostacolano la capacità di
perdonare c’è la paura di soffrire di nuovo, che ci induce a continuare a tenere alta la guardia per proteggerci da un
dolore già sperimentato. Ci può essere anche la convinzione che, perdonando, concediamo di nuovo all’altro il
potere di nuocere. In realtà, è l’esatto contrario!
Il perdono è infatti lo scioglimento di ogni legame psichico e morale che ancora ci vincola proprio a chi
supponiamo ci abbia fatto soffrire. Quando riusciamo a perdonare, stabiliamo nel nostro intimo e garantiamo a noi
stessi che non è più possibile che il comportamento o le intenzioni dell’altro ci turbino di nuovo. Con il perdono,
cioè, riduciamo il nostro vecchio carnefice a un essere umano come tutti gli altri, e non lo ammantiamo più di
superpoteri nefasti e incontrollabili. Possiamo così vedere con obiettività e il giusto distacco anche le sue piccolezze
e le sue paure, perfino capire le sue intenzioni e motivazioni. Il risultato è, comunque, che non lo temiamo più: gli
abbiamo tolto ogni potere su di noi.
Questo non significa affatto rinunciare, se il caso lo richiede, al giusto risarcimento, morale o materiale, ma il
passaggio più importante per liberarci dell’influenza negativa dell’evento e della persona che ci hanno procurato un
danno è quello che avviene dentro di noi, nella nostra nuova capacità di visione.
Spesso non riusciamo a perdonare all’altro semplicemente di essere quello che è; lo vorremmo diverso, come
piace a noi. Questa pretesa è tanto più diffusa quanto più quella persona ci è vicina: un genitore, un figlio, il partner,
un amico. Rinunciare a questo significa, in primo luogo, rinunciare a sentirsi superiori. Rinunciare ad avere la
ragione tutta dalla propria parte ed esercitare il ruolo della vittima, o del giudice. E questo non è sempre facile, ma
quando ci si riesce è sicuramente molto bello e rigenerante.

Per applicare il perdono in modo sistematico può essere utile prendere una relazione, una persona o un evento e
fare l’elenco dei motivi di non-perdono. Per esempio: «Non riesco a perdonare al mio partner quella volta che non
mi ha difeso»; «Non riesco a perdonargli il suo disordine»; «Non riesco a perdonargli di non avere mai voglia di
portarmi fuori la sera» eccetera. Dopo ogni frase, che valuterete con la SUD, effettuate uno shift. Come sempre, può
essere una buona idea partire dalle questioni con le SUD più alte. Alla fine dell’elenco, chiudete per esempio così:
«Lascio andare ogni mia pretesa che il mio partner sia come voglio io». Se questa frase non vi suona o non vi
convince, significa che su quella persona o argomento c’è ancora qualcosa da trattare.
Un aspetto divertente che ho notato è che spesso, specie se le cose da perdonare riguardano una persona cara,
dopo aver azzerato i primi punti dolenti affiorano dentro di noi soprattutto gli elementi positivi della relazione con
lei, le cose belle che ha fatto o fa per noi, i momenti piacevoli trascorsi insieme e così via.
Lavorando in questo modo possono emergere, tra le eventuali resistenze o motivi per cui non desideriamo
veramente perdonare, dei «benefici» o vantaggi a mantenere le cose così, a non concedere il perdono. Spesso sono
ragioni che appartengono a una specie di bambino arrabbiato o spaventato che vive dentro di noi. Per esempio
potremmo pensare: In realtà mi fa comodo potermi lamentare, mi fa sentire importante, o degno di attenzione e di
amore, o in diritto di risarcimento; mi dà una specie di potere, di superiorità o di sicurezza. Con questo sistema di
solito non è difficile far saltare fuori tali resistenze e, ovviamente, liberarsene trattandole come ormai sappiamo.

Una persona fondamentale da perdonare siamo noi stessi! Non immaginate quanta sofferenza inutile deriva dal
non esserci perdonati per qualcosa o anche, semplicemente, per non essere quello che non siamo, oppure per essere
esattamente quello che siamo. Eppure, non ci può essere vera conoscenza di sé, vera evoluzione e felicità se non
abbiamo prima concepito ed espresso amore incondizionato verso noi stessi. E alla base di quest’ultimo ci deve
essere, appunto, la completa accettazione di sé, cioè il pieno perdono.
È una tecnica che consiglio caldamente, perché può costituire un passaggio privilegiato verso la libertà emotiva e
il recupero delle proprie energie evolutive. Benché sia fattibile e proficua anche in autonomia e in solitudine, molti
traggono il massimo beneficio dal lavoro sul perdono facendosi aiutare da una seconda persona, che può meglio
individuare e aiutare a risolvere gli eventuali contrordini e resistenze. Spesso suggerisco di procedere con questa
tecnica quando non si trova uno stato d’animo o un argomento preciso da trattare. La maggior parte di noi, infatti, ha
qualcosa o qualcuno che non ha mai perdonato, e questo tema è quindi un ottimo inizio per imparare man mano a
riconoscere meglio le proprie reazioni e le proprie difese.

Un genitore scomodo
Il padre di Aldo è un importante imprenditore, alle soglie della pensione. Negli ultimi anni, purtroppo, dopo alcuni investimenti sfortunati è rimasto
molto esposto finanziariamente, rischiando più volte il fallimento. Ha ovviato a questo vendendo delle proprietà immobiliari personali, e ora cerca
disperatamente un riscatto agli errori compiuti così da recuperare, secondo le sue speranze, almeno una parte del patrimonio perduto. Un giorno, Aldo
viene contattato dal padre, in cerca di concreti aiuti economici, e si sente chiedere di affidargli tutti i suoi risparmi per poterli impiegare in un nuovo
importante investimento che, a suo dire, risolleverà definitivamente le sorti della famiglia.
Aldo, che lavora nell’amministrazione pubblica, è molto scettico al riguardo e oppone parecchia resistenza, finché si fa persuadere a fungere da
garante al genitore per un mutuo bancario piuttosto ingente. Sfortunatamente, come Aldo aveva temuto, il rientro di quel denaro, anche se quasi sicuro,
va per le lunghe, e perciò lui stesso si trova a dover pagare per un prestito di cui non ha mai usufruito, e per giunta in un momento in cui avrebbe
voluto usare i suoi sudati risparmi per un importante progetto personale.
Com’è comprensibile, benché ami suo padre Aldo ha un atteggiamento molto critico e astioso nei suoi riguardi, tanto che non ha più alcuna voglia
di vederlo né di sentirlo. Questo, ovviamente, genera forti tensioni in famiglia, e fa vivere male Aldo stesso.
Gli domando per prima cosa quale sia l’emozione negativa più presente. Si tratta della rabbia verso se stesso (SUD=10), «perché continuo a dare
fiducia a mio padre». Decido di usare con lui la tecnica del perdono, e facciamo insieme l’elenco delle cose che attualmente non riesce a perdonare a
suo padre:

• non gli perdono di avere creato una situazione che danneggia noi figli;
• non gli perdono gli sbagli che ha fatto;
• di non aver pensato prima ai problemi e ai disagi in cui mi stava mettendo;
• di essere stato ingenuo, superficiale e incapace;
• di aver sopravvalutato se stesso.

Chiedo ad Aldo di pronunciare ogni frase sentendo la rabbia e l’incapacità di perdono e facendo uno shift dopo ciascuna di esse. Chiudiamo con
questa: Lascio andare dalla mia pretesa che mio padre ragioni come voglio io tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più – shift.
La rabbia verso se stesso, sebbene non trattata direttamente, è scomparsa. Ora Aldo esprime anche una visione diversa della situazione: «Quel che è
fatto non lo posso cambiare: ormai le cose sono andate così, e da lì non si torna indietro. Una serie di autocritiche, però, in realtà mio padre se le sta
facendo, e a me questo basta. Inoltre, sono sempre suo figlio, a chi altri poteva chiedere aiuto?»
Circa un mese dopo, lo rincontro: nel frattempo, ha rivisto e parlato a lungo con suo padre, alla pari. L’uomo lo ha ringraziato della sua fiducia e del
suo sacrificio, e gli ha assicurato che i primi soldi che arriveranno saranno per lui. Cosa che, in effetti, si verifica nel giro di poche settimane, con
enorme sollievo di tutta la famiglia. Il risultato più grande, comunque, è che finalmente Aldo ha rinnovato il rapporto con il genitore, e in qualche
modo ora si sente capace di una comprensione più profonda e amorevole nei suoi confronti.

Perdono e giudizio

La capacità di perdonare è strettamente legata anche a quella di non giudicare la persona che ci ha fatto soffrire o
alla quale attribuiamo la colpa del nostro stato.
Certo, la cosa migliore sarebbe giungere, anche attraverso il perdono, a una visione distaccata e serena di noi
stessi e dell’altro, evitando di mettere il tutto su un piano puramente personale, comportandoci cioè da succubi o
vittime. Le azioni, infatti, possono essere giudicate e contrastate quando apportano dolore e quindi sono in grado di
generare reazioni di rabbia o amarezza; mentre le persone, anche se non ci piacciono e non le frequentiamo (più)
volentieri, non sono mai interamente giudicabili, perché troppe sono le variabili e le informazioni che dovremmo
avere per poterlo fare.
È quindi assolutamente necessario proteggersi dagli effetti negativi delle azioni altrui, ma può non essere sempre
necessario giudicare o proteggersi dalla persona che agisce, naturalmente quando l’azione dannosa non coincida con
la volontà dell’altro di farci del male. Certo, quando siamo infuriati con qualcuno potrà sembrarci impossibile
separare il torto in sé da chi l’ha commesso, ma sforzandoci di guardare le cose da una diversa prospettiva
scopriremo che è possibile farlo.
Spesso, per esempio, mi è capitato di pensare di dover ringraziare due categorie particolari di persone: quelle che
mi hanno aiutato, perché mi hanno aiutato, e quelle che mi hanno messo in difficoltà, perché mi hanno dato modo di
tirar fuori ed esprimere risorse che altrimenti, forse, avrei ignorato di avere. Ciò non toglie che, molte volte, avrei di
gran lunga preferito fare a meno delle seconde!

In definitiva il giudizio che formuliamo parla molto più di noi stessi, dei filtri che stiamo usando e dei valori che
stiamo dichiarando, piuttosto che della persona o della situazione rispetto alla quale lo stiamo emettendo.
Il giudizio, insomma, è in primo luogo nei nostri occhi ed esprime la nostra visione di noi stessi e del mondo, e i
limiti di quest’ultima.

Suggerimenti per l’integrazione emotiva


• Che sensazione mi dà il non perdonare?
• Chi o che cosa dentro di me viene alimentato dal fatto di non perdonare?
• Che potere o diritto avverto nel sentirmi la parte lesa?
Dovere, merito, denaro
e valutazione di sé

NELLA nostra società la relazione tra il guadagno e il valore attribuito a se stessi è particolarmente stretta. Siamo
cioè abituati a pensare che chi guadagna di più «valga» di più. Questo è indubbiamente un handicap e una
convinzione autosabotante per chi pensa di valere poco, e una frustrazione per chi pensa di valere molto, ma a
questo pensiero, in realtà, non corrisponde una capacità di guadagno altrettanto ingente.
Spesso dietro la difficoltà a richiedere e ottenere il giusto compenso per il proprio impegno e il proprio lavoro ci
sono credenze riguardo il meritare e l’essere adeguati e all’altezza delle aspettative altrui. Quanto più le aspettative
sul risultato delle nostre azioni sono elevate, tanto più facilmente ci sentiremo imperfetti e quindi immeritevoli. Si
tratta di reazioni a input spesso antichi, derivanti dall’educazione ricevuta da bambini e confermate poi da successi o
insuccessi nella vita scolastica e lavorativa.
Il problema però è che, mentre è nelle nostre mani decidere di fare del nostro meglio adesso, non sempre è
altrettanto possibile governare il risultato futuro delle nostre azioni. L’idea della necessità del controllo posticipato
su eventi che non possiamo governare direttamente genera ansia, dolore e impotenza. Un risultato diverso dal
previsto produce anche una certa quota di delusione, frustrazione, rabbia o sconforto. Questo è in parte normale e
inevitabile, ma la quantità e la durata di queste reazioni dipende anche da quanto alte (e incongrue) erano le
aspettative pregresse.
L’ideale sarebbe dunque agire al meglio di sé durante e per l’azione in sé, dimenticando il risultato, e intervenire
a obiettivo raggiunto, aggiustando il tiro se occorre, o cercando di fare tesoro di quanto accaduto se l’esito è molto
lontano da quanto desiderato.
Un insegnamento che trovo piuttosto corrispondente al mio modo di vedere la faccenda merito-guadagno è che
noi in realtà veniamo apprezzati per quello che siamo, ancor più che per quello che facciamo. Certo, l’eccellenza nel
«fare» – cioè nel risultato – è indispensabile per aspirare alle più alte vette della professionalità, ma è altresì più
facile riscontrare questa eccellenza in chi svolge il suo lavoro non per mera sopravvivenza o per il solo guadagno,
ma ci mette un imponderabile quid in più: un insieme di passione, attenzione, fluidità, desiderio di rendere un
servizio agli altri, possibilmente anche divertimento. Il lavoro più giusto per noi è quello che faremmo anche se non
ci pagassero!
Ogni condizione o contrordine, conscio o subconscio, che mettiamo all’essere sicuri di «valere», «meritare» e
«avere naturalmente diritto» a vivere nell’agio e senza preoccupazioni economiche farà, ovviamente, da scomodo
contrappeso a tutti gli sforzi coscienti atti a incentivare la nostra situazione economica.
Una cosa che spesso consiglio di fare è un elenco delle tradizioni apprese, delle convinzioni radicate, dei
pregiudizi, persino dei modi di dire inerenti la ricchezza presenti nel proprio modo di pensare e di vivere. Per
esempio: I ricchi sono cattivi ed egoisti; Non si può guadagnare tanto ed essere onesti; Per fare i soldi, ci vogliono i
soldi; Se chiedo di più, i miei clienti andranno da qualcun altro; Il denaro corrompe gli animi; Se guadagno tanto,
non sarò spirituale eccetera.
A questo punto bisognerà selezionare e trattare tutte queste scomode convinzioni esattamente come se fossero
reazioni automatiche (cosa che in effetti sono, benché innestate su una base cognitiva anziché emotiva).
Altre motivazioni, naturalmente, si possono trovare nella propria storia personale: se mio padre mi ha sempre
ripetuto che non avrei mai combinato nulla di buono nella vita, potrei avere acquisito questo come un dato di fatto,
cui difficilmente riuscirò a contrapporre una soluzione diversa. Anche indipendentemente dalle mie effettive
capacità e risorse.

Altri fattori che possono generare problemi e contrordini in quest’ambito sono la presenza di convinzioni più o
meno consapevoli circa l’obbligo del contraccambio, e del legame morale o energetico che si crea con la persona o
l’ambiente che ci ha elargito qualcosa, specie se non abbiamo dovuto faticare o impegnarci troppo per conseguirla.
Però non va dimenticato che proprio le cose per cui vale la pena vivere – l’amore, l’amicizia, la bellezza, la
natura, per dirne solo alcune – sono quasi sempre gratis, non dobbiamo meritarcele e non dobbiamo pagare per
godercele! In realtà, a fare la vera differenza tra il sentirsi (ed essere) ricchi o poveri sono il saperne godere
consapevolmente, l’esserne grati e il saperle anche donare disinteressatamente. Chi è davvero più ricco dà di più, e
crea quindi dentro e fuori di sé un’immagine vincente, di generosità e traboccante abbondanza, che rende fluide e
facili le relazioni e gli scambi con persone e cose.
Tutto questo, sia chiaro, quando la generosità è un sincero moto del cuore, e non una reazione compensativa a
carenze d’altro tipo, o un modo per liberarsi la coscienza ed evitare di sentirsi in colpa per il fatto di avere più di un
altro (anche quest’ultimo punto, naturalmente, può costituire di per sé un ottimo argomento da trattare e integrare).

La missione
Mirella svolge da qualche mese un tirocinio presso una struttura privata ma convenzionata, dedicata alla cura degli anziani. Si sta specializzando
nella riabilitazione, ed è un lavoro che svolge con grande entusiasmo, senso di responsabilità e piacere. «Quando i miei vecchietti cominciano a
riacquistare un po’ di autonomia, a riprendere forza nelle braccia o nelle gambe, e vedo i loro sorrisi, proprio mi si allarga il cuore. È un lavoro
faticoso, certo, ma la soddisfazione è impagabile!»
Ecco, questo è proprio il punto dolente: per quello che fa, Mirella percepisce poco o niente. Inoltre, non sta certo a contare le ore di lavoro: prolunga
volentieri il suo impegno, se vede che la situazione lo richiede. Sta ancora imparando, è vero, ma i responsabili della struttura le hanno fatto capire che
economicamente non versano in buone condizioni, e che per ora si deve accontentare di avere ancor meno di quanto inizialmente previsto. Le hanno
anche ventilato la possibilità, terminato il tirocinio, di assumerla, ma con un contratto che le riserverà poche garanzie e, ancora una volta, un introito
sotto ai limiti della sopravvivenza. Mirella è combattuta, come si può immaginare. Non vuole certo lasciare i suoi vecchietti, eppure non può pensare
di andare avanti per molto tempo con una prospettiva economica così scarna.
Sento in lei un forte contrordine a farsi valere dal punto di vista retributivo, come se voler essere pagata per qualcosa che le dà così tanta
soddisfazione fosse quasi una colpa. Infatti, non tardiamo a scoprire che per Mirella il suo lavoro è proprio una missione, un’attività a cui si sente
chiamata da una forza più grande della sua stessa volontà, e lo svolgerebbe perfino gratis. Magnifico, a mio parere, se non fosse che, attraverso questa
missione, Mirella dovrebbe avere anche la possibilità di mantenersi! Cominciamo quindi a trattare la sua forte convinzione: Il mio lavoro è una
missione, prendere soldi sarebbe immorale – shift e: Paura che se chiedo più soldi per la mia missione mi «sporco» e svilisco il mio lavoro – nuovo
shift, frase di rilascio e ancora shift.
Subito dopo, vedo il volto di Mirella cambiare: ora è decisamente indignata! «Ma scherziamo? Quelli (i dirigenti della struttura) mi prendono in
giro! Non ci credo che non abbiano i soldi per pagare me: devi vedere con che auto vanno in giro! Gli fa solo comodo tenere persone sottopagate. Sai
cosa ti dico? Che il mio lavoro dovrebbe essere pagato ancora meglio degli altri, visto che io ci metto il cuore e l’anima a curare i miei pazienti, e
questo andrebbe compensato, in qualche modo, perché aumenta di moltissimo il valore di quello che faccio.»
Trattiamo quindi la rabbia, che ha una SUD di 5: Questa mia rabbia per essermi fatta sfruttare vuole che io reclami giustizia e valorizzi il mio
impegno e i miei sforzi anche con il giusto denaro – shift, frase di rilascio e nuovo shift. Quindi: Accolgo il mio lavoro come missione e accetto che da
esso mi arrivi il giusto sostentamento – shift.
Senza più rabbia, ma con molta calma, lucidità e determinazione, Mirella è andata a reclamare quanto pattuito, e l’ha ottenuto. Comunque, si sta già
guardando attorno per cercare una struttura più seria in cui andare a lavorare dopo il tirocinio. «I miei vecchietti li andrò a trovare come farebbe una
nipotina, ma è giusto che il mio lavoro venga rispettato», ha concluso con un bel sorriso.

Suggerimenti per l’integrazione emotiva


• Sono in grado di dare (cose materiali, affetto, attenzione) senza che me ne venga indietro qualcosa, disinteressatamente?
• Che cosa provo, quando immagino di farlo? Sollievo, apertura, gioia? Paura, allarme, dolore, rabbia, tristezza?
• Se mi succede di dare qualcosa e di non ricevere niente in cambio (o molto meno del previsto), che cosa provo? Dove, nel corpo, avverto di più
queste sensazioni o emozioni?
• Se ricevo qualcosa senza che io sia in grado di ricompensare chi me l’ha data, che cosa provo?
• Se ricevo più di quanto previsto (magari perché ho fatto qualcosa particolarmente bene), quali sono le mie sensazioni?
• Se ricevo qualcosa più degli altri, che cosa provo?
• Ci sono ricordi, immagini, suoni, sensazioni fisiche gradevoli o sgradevoli riferite a tutto ciò?
Allinearsi con se stessi

L’INTEGRITÀ , cioè il percepirsi e comportarsi come «interi», senza immaginare pezzi mancanti o sbagliati di sé, e la
coerenza con se stessi, ovvero il sapere che siamo e otteniamo da noi e dagli altri esattamente ciò con cui siamo
allineati (valori, immagini e definizioni che diamo di noi e dell’ambiente) non si possono imparare sui libri. Anche
perché la maggior parte di questi valori, immagini e definizioni non sono del tutto coscienti, ma in grandissima parte
frutto dei nostri costanti e subconsci adattamenti stratificati: uno strato fa da supporto al successivo, cosicché tutto
sembra avere una sua compattezza, anche se, in qualche sfortunato caso, ci porta lontano dalla verità, dalla bellezza
e dalla vita. Molti degli adattamenti che abbiamo messo in atto sono infatti avvenuti in nome della sicurezza, o per
reazione a qualcosa o a qualcuno. Essi non rappresentano davvero delle scelte, eppure diventano i filtri attraverso cui
guardiamo le cose e noi stessi e compiamo le scelte successive, quelle di tutti i giorni e quelle che determinano il
nostro futuro in modo più decisivo.
L’integrità di solito comporta comunque uno sforzo cosciente per essere percepita al di là e al di sopra delle
comuni apparenze. L’integrità è la nostra vera natura, e vuole solo essere manifestata. Perché ciò accada, dobbiamo
intanto sentire di averne il diritto, di essere noi stessi. Questo è probabilmente il punto più importante. Se sappiamo
di avere il diritto di essere, sentirci e comportarci come «interi», nessuno potrà pretendere il contrario. Il coraggio di
andare, se necessario, contro le idee e le aspettative altrui può nascere spontaneamente se questo diritto è sentito
come ovvio e naturale. L’integrità non manca mai di rispetto agli altri, semplicemente prende lo spazio riservato a
quella persona per sua natura, senza togliere nulla a nessuno, senza forzature. Per riuscire a sentire la nostra
integrità, talvolta è però utile o necessario un lavoro preliminare sulle abitudini di pensiero e di sentimento, e
soprattutto sulle abitudini di reazione. Spesso, una volta deposta l’importanza di mantenere queste ultime, l’integrità
si fa strada e si disvela naturalmente, senza ulteriori sforzi.

L’integrità non è come una fotografia, non si fissa una volta per tutte, ma è piuttosto un processo dinamico: siamo
sempre noi, e tuttavia cambiamo continuamente. L’integrità è come un punto di equilibrio che si sposta leggermente
o bruscamente, di pari passo con la vita. Quando siamo integri, siamo anche coerenti con il nostro essere noi stessi,
ovviamente il «noi stessi» di quel momento. La nostra coerenza interiore si manifesta all’esterno mettendoci in
risonanza con eventi, persone, luoghi che meglio rappresentano la somma dei valori, delle credenze, dei sentimenti
con cui siamo più a contatto. Parlando in termini di energie, si potrebbe dire che ciò con cui siamo coerenti è il
diapason su cui tendiamo a vibrare e ad allineare tutte le nostre manifestazioni fisiche e psichiche.
A volte capita che abbiamo un’intuizione circa la nostra integrità e coerenza, ma non siamo da subito apertamente
consequenziali in tutti i piani della nostra vita. Abbiamo ben chiara l’idea o l’immagine di ciò che ci appartiene per
natura, ma non riusciamo ad afferrarla, tali e tante sono le abitudini discordanti con essa.
In questo caso, non c’è altro da fare che incarnarla, cioè iniziare dalla fine: ovvero dal muoversi, atteggiarsi,
respirare, parlare, pensare, vestirsi, trattare se stessi e gli altri coerentemente con quello che sentiamo far parte di
noi, ma che non abbiamo ancora espresso e vissuto nel concreto.
Nessuno, per esempio, ci dice davvero quando siamo diventati grandi. È il nostro incarnare ed essere coerenti con
l’essere adulto che lo dice per noi, e gli altri ci riconoscono come tali solo quando percepiranno la nostra coerenza
con quella nuova forma. Sono i sensi che ce lo dicono; forse non solo i cinque sensi, ma anche dei sensi sottili,
un’aura o una sorta di vibrazione attorno e dentro di noi, che è cambiata.
L’unica cosa che può davvero impedirci di «essere noi stessi» sono i soliti contrordini, come le nostre convinzioni
incongrue sul non essere capaci, meritevoli o fortunati, o le solite paure e i sentimenti di impotenza che spesso
accompagnano il percorso degli esseri umani. Ma, adesso, abbiamo dei buoni strumenti per cambiare tutto questo.
Non resta che mettersi al lavoro! E presto sapremo anche che, quando allineiamo la nostra personalità con la nostra
anima – quando, cioè, accettiamo di incarnare perfettamente il nostro compito – è l’origine stessa delle paure che
viene eliminata, e percepiamo, a sostenerci, una forza più grande di noi stessi.
Non devo scontentare gli altri, se no mi disprezzano!
Abbiamo già conosciuto Bianca parlando della difficoltà a perdere peso superfluo quando questo ha l’inconscio compito di «ammortizzare» la vita.
Dopo qualche tempo, la donna mi racconta che, a seguito dei nostri ultimi colloqui, ha preso anche coscienza di sentirsi inibita e schiacciata quando
qualcuno a cui tiene (tipicamente, il marito, il figlio o un’amica) ha un atteggiamento da vittima e diventa lamentoso e «pesante». Anzi, ci rendiamo
conto che quello che sente è quasi una colpa, e quindi procediamo così: Questo mio sentirmi in colpa se vedo gli altri scontenti – shift, frase di rilascio
e ultimo shift.
«Ho capito», dice subito Bianca, «che questo è in realtà un altro aspetto della stessa questione di cui abbiamo già parlato. Solo che quella che sento
ora è una sfumatura diversa. Non più l’obbligo di ammortizzare la vita agli altri, ma qualcosa di forse ancora più antico e profondo: quello di non
scontentarli!» Quale paura si cela dietro la possibilità di scontentare le persone a lei care? Di essere disprezzata.
Sentiamo entrambe che questo tema è davvero fondamentale, non solo nella storia di Bianca, ma di molte persone in generale, specialmente donne.
Ed è un fattore che inconsciamente genera una mancanza di integrità e quindi di equilibrio e felicità. Lavoriamo quindi così: La mia paura che, se li
scontento, vengo disprezzata – shift – La mia angoscia di subire il disprezzo degli altri se non li accontento – shift – Lascio andare dalla mia paura di
scontentare gli altri e di essere disprezzata tutto quello che non mi serve, non mi interessa e non mi appartiene più – shift – Grazie.
A questo punto, mi aspetterei che Bianca provasse rabbia, ma lei, che è rimasta qualche minuto in silenzio a riflettere, in realtà è già andata
addirittura oltre questa emozione. «Anche se, visto da fuori, l’atteggiamento di vittima aggressiva da parte dei miei cari, quello che mi faceva scattare
il senso di colpa, potrebbe essere considerato infantile e quindi da biasimare, in realtà tutti quanti ne siamo ugualmente responsabili. Tutti quanti, però,
abbiamo agito finora in modo inconsapevole, non voluto: io con la mia paura di essere considerata sbagliata se non li accontento, e loro con il loro
atteggiamento infantile che pretende da me la completa disponibilità, intuendo forse la mia predisposizione a compiacerli sempre. Una bella lezione,
non c’è che dire. E ho l’impressione che questo sia veramente uno dei nodi cruciali della mia vita!»
Non ci resta, intanto, che accettare tutto questo, ammettendo anche che quanto è stato fatto finora, seppure in modo del tutto inconsapevole, ha
rafforzato questa situazione di – diciamo così – «comodo» per tutti. Bianca è comunque sollevata e rinfrancata per aver messo a fuoco la sua
corresponsabilità inconscia, e sente che è possibile non cercare di tenere per l’ennesima volta tutti quanti «a posto» e «contenti», e sotto il suo diretto
controllo, anche perché ora ha la prova che il suo potere, per fortuna, è in realtà limitato.

Suggerimenti per l’integrazione emotiva


• Chi o che cosa avrei paura di perdere o di scontentare, se dovessi veramente agire senza nessun vincolo?
• Che cosa sento di dover dimostrare, e a chi?
• Chi o che cosa non «mollerei» mai, e per paura di cosa?
• Che cosa e dove vuole portarmi il mio «credo», se io lo seguissi senza nessuna paura?
Le strategie emotive
nelle relazioni

PERCHÉ uno stesso evento luttuoso o catastrofico può essere uno spartiacque negativo per alcuni, e addirittura uno
positivo per altri?
Di fronte a una situazione difficile, che non ci piace e non ci aspettavamo, attuiamo delle strategie – a volte
consapevoli, ma sicuramente più spesso semi- o del tutto automatiche – per farvi fronte. Non sempre, però, la nostra
«arte» bene appresa del fronteggiare le difficoltà si rivela quella più utile nella attuale circostanza, e ormai i motivi
ci sono noti. Ciascuno di noi, anche a seconda delle esperienze di vita e dell’età, può infatti scegliere di applicare
una o più di queste strategie, che possono diventare quasi parte di noi, tanto spesso o inconsapevolmente le
impieghiamo.
Può sembrare strano, ma la stessa soluzione che in un certo momento della nostra vita si è rivelata vincente, e alla
quale ci siamo per questo affezionati, in un momento successivo può essere addirittura fonte di guai. Ottimale
sarebbe, invece, stabilire di volta in volta quali siano le modalità più indicate di approcciare il problema, di dargli un
peso e un significato e di attuare un congruente atteggiamento o comportamento, a seconda delle circostanze
specifiche.
Vediamo, seguendo una classificazione consolidata, quali sono le più comuni strategie di fronteggiamento (in
inglese, coping).

Il vigilante. Come abbiamo già visto, le emozioni sono universali, ma in quali ambiti è preferibile non esprimerle
ci viene insegnato dall’ambiente sociale in cui nasciamo e viviamo.
Gli individui che adottano come preferenziale la strategia del controllo e dell’autocontrollo tendono, da un lato, a
dare l’impressione di poter padroneggiare più attivamente degli altri la situazione difficile, ma talvolta ne faranno le
spese i meccanismi di reazione emotiva inconscia, per esempio attraverso le cosiddette «corazze muscolari» e le
reazioni viscerali, che possono essere anche alla base di alcuni disturbi somatici.
Inoltre, chi eccede nella strategia di controllo su se stesso e sull’ambiente circostante può ottenere, alla lunga,
l’effetto contrario, aumentando di molto i propri livelli di ansia (più informazioni ottengo, più, se desidero il
controllo su tutti gli aspetti del problema, è possibile che esse portino nuove incognite e dubbi riguardo la loro
validità) e la sgradevole sensazione di non avercelo per nulla, il controllo della situazione!

L’evitante. Far finta che il problema non esista o non sia per nulla importante è un’altra strategia difensiva che
può avere come vantaggio iniziale la sensazione effettiva che il disagio percepito sia irrilevante. A ciò consegue
anche la possibilità di non essere di peso o di non disturbare gli altri, così da non perderne la benevolenza.
Però, se protratta, questa strategia impedisce di affrontare concretamente il problema e di risolverlo e, soprattutto,
di cogliere l’opportunità per evolversi. Si rischia, cioè, di adattarsi ai problemi, anziché risolverli davvero, magari
esprimendo una buona volta il proprio disappunto, la propria rabbia e i propri desideri e obiettivi veri.

Il dipendente. Questa strategia comporta innanzitutto che, anziché focalizzare l’attenzione su come tirarsi fuori
dai guai, ci si sofferma di più sul proprio star male, sulla propria incapacità o indegnità, e si chiede per prima cosa
che intervengano altri, ritenuti più capaci, esperti o forti.
Può essere l’unica strategia possibile in caso di effettiva necessità (bambini, anziani, portatori di handicap, malati,
dopo un trauma), ma può intervenire anche in caso di immaturità o insicurezza nei propri sistemi di autogoverno, e
in soggetti tendenzialmente dipendenti da altre figure di riferimento; si sacrifica quindi la propria libertà di
autodeterminazione in nome della sicurezza.

Naturalmente, tutti questi stili hanno dei pro e dei contro. I pro consistono soprattutto nell’arginare e anestetizzare
velocemente il senso di angoscia o di impotenza che la situazione problematica può proporre. I contro sono
l’instaurarsi, man mano, di uno schema difensivo spesso sempre più rigido, che non prevede grandi alternative. Alla
lunga, cioè, le strategie usate hanno la tendenza del tutto inconsapevole a «cristallizzarsi», perché l’organismo ha
registrato che al loro uso è seguita la sopravvivenza. Questo può essere utile in qualche caso, ma spesso lascia anche
uno spazio via via più ridotto alla flessibilità, e sempre meno alternative alla nostra reattività subconscia.

Le strategie di fondo che utilizziamo per fronteggiare i problemi sono, in un certo senso, innate, proprio come le
emozioni; quello che impariamo è in quali circostanze usarle. Le istruzioni e i condizionamenti a questo riguardo ci
arrivano, fin dai nostri primi vagiti, dall’ambiente attorno a noi e dalle esperienze che ci troviamo a compiere.
Anche l’abitudine a definire in un certo modo noi stessi e i nostri sentimenti, e persino le parole che usiamo per
delimitare e descrivere i problemi sono importanti nell’individuare e poi nell’utilizzare le energie che abbiamo a
disposizione. Per esempio l’usare, parlando di sé e delle proprie capacità vere o presunte, termini assoluti come
«sempre» o «mai», oppure l’abitudine a generalizzare all’estremo quanto ci succede, può spingerci a credere che ciò
che sentiamo ora ci appartenga da sempre e per sempre, che sia quindi definitivo e assoluto, e perciò stesso
inamovibile e inesorabile.
Così, se dico: «Non sono mai capace di farmi valere», è come se firmassi la mia condanna a non cercare – e
dunque a non trovare – modi alternativi per sviluppare le mie risorse, fare nuove conquiste, accettare nuove sfide.
Sentirsi più o meno appoggiati, provare più o meno fiducia negli altri o in se stessi, ricevere ed essere capaci di
apprezzare l’altrui sostegno, affetto e guida, possono comunque fare grandi differenze nel modo in cui affrontiamo
quanto ci accade e, soprattutto, incidere sul se e come ne faremo tesoro. E questo, in un certo grado, anche
indipendentemente o quasi dalla nostra volontà e consapevolezza.

Nel caso che segue, fronteggiare la situazione è consistito in un’inconsapevole chiusura e in un irrigidimento
(forse per un eccesso di controllo), per contrastare un’atmosfera avvertita come poco amichevole. In realtà, si è
ottenuto proprio l’effetto contrario!

Quando «tirarsela» fa male


Giorgio, che si occupa da molti anni di formazione aziendale, mi annuncia di sentire un dolore, quasi una morsa, tra le spalle, ormai da giorni. Lo
descrive come un gancio che lo «tira» verso l’alto e all’indietro. Non è una cosa nuova, però, perché periodicamente questo dolore lo riassale.
Dopo qualche indagine, capiamo che potrebbe essere collegato a un disagio che gli capita di avvertire in situazioni ben precise: per esempio, quando
si tratta di fronteggiare l’imbarazzo di trovarsi in contesti nuovi, sconosciuti, che per lui rappresentano territori inesplorati. «Malgrado il lavoro che
faccio, se mi capita di affrontare ambienti molto formali e giudicanti, o che so pervasi di grande competitività, è possibile che, in qualche modo, io mi
irrigidisca, diventando più freddo e formale a mia volta; anzi, assumendo un atteggiamento quasi dottorale, accademico.» Quindi, aggiungo io,
istintivamente «te la tiri», ovvero ti dai delle arie? Giorgio si fa una risata, e deve ammettere che sì, è proprio così: come se il «tirar su la testa» o
«sentirsi una spanna sopra gli altri» lo mettesse al sicuro, rimarcasse il suo ruolo e il suo valore nell’ambiente poco amichevole in cui gli sembra di
trovarsi.
Lavoriamo perciò così: Questo mio «tirarmela» vuole farmi uscire dall’imbarazzo e far conoscere agli altri il mio valore – shift – Lascio andare
dal mio «tirarmela» tutto quello che non mi serve, non mi interessa e in cui non mi riconosco più – shift. Aggiungiamo poi: Io so portare calore,
amicizia, apertura, generosità ed empatia nel mio essere professionale – shift.
Il dolore, come mi aspettavo, è notevolmente diminuito nei minuti seguenti, e il giorno dopo completamente scomparso. Giorgio mi ha poi detto di
aver fatto caso, nelle settimane seguenti, al minimo segnale di imbarazzo nelle situazioni in cui in precedenza nasceva il dolore; a quel punto ha
semplicemente ricordato a se stesso di avere tutte quelle belle capacità che avevamo elencato insieme nella frase positiva, e da allora quella reazione
difensiva è stata solo un ricordo.
In questo caso, è stato interessante usare una metafora che per il soggetto era in risonanza con la sua esperienza, con il suo linguaggio e con il
sintomo riportato.

Arrendersi per evolvere

Non sempre, comunque, «fronteggiare» – cioè cercare di resistere o contenere con mezzi apparentemente
funzionanti la situazione problematica o a prima vista tale – è la cosa migliore.
Talvolta può essere assai utile, anziché applicare per l’ennesima volta la o le solite strategie ben conosciute e alla
fin fine inefficaci, ammettere le incapacità o ignoranze inconsce che hanno condotto noi stessi e gli altri a scelte,
azioni e condizioni che sono alla base di quanto oggi ci fa soffrire o ci va stretto. L’ammettere questa
corresponsabilità nel produrre l’attuale situazione problematica può, da un lato, farci sentire che in qualche modo
possiamo uscirne, così come ci siamo entrati, ovvero che non siamo mere vittime delle circostanze, del mondo o del
destino. Dall’altro lato, essendo questa responsabilità inconscia, non possiamo pretendere da noi stessi di risolverla
direttamente, né di sentirci più di tanto in colpa o compromessi.
In realtà, prendere atto dei limiti della nostra visione consapevole e ammettere una responsabilità inconscia ma
concreta mette fine ai nostri goffi tentativi di pretendere di fronteggiare la realtà, che è naturalmente molto più
ampia, complessa e articolata di quanto le nostre forze siano in grado di gestire.
Interrompendo l’interferenza provocata dalle nostre abitudini e strategie inconsapevoli, ci poniamo in un livello
più alto di attenzione così che può disattivarsi lo schema sottostante che ha co-creato la difficoltà o il problema. In
altre parole, rinunciando a interferire «nel solito modo» possiamo sgombrare il campo dagli ostacoli che, senza
accorgercene, noi stessi mettevamo, e lasciare semplicemente che le cose accadano e si trasformino così come è
nella loro natura. 15
Può sembrare un discorso astratto, ma è più o meno quello che già abbiamo visto accadere con l’integrazione
delle emozioni. L’accettare e il dichiarare il ruolo e la funzione difensiva o compensatoria della reazione emotiva ne
modifica già di per sé l’intensità e ne depotenzia l’eccesso o l’incongruità. Allo stesso modo, l’accettare e il
dichiarare la propria responsabilità, peraltro inconscia, depotenzia le interferenze inconsapevoli prima in atto, che
sostenevano la situazione indesiderata.

Lasciar andare il controllo per ottenere il cambiamento


Lilly mi dice, al telefono, di aver provato ad applicare il FastReset a un suo disagio ormai cronico con il compagno, ma di avere avuto finora
risultati inferiori a quanto le succede di norma. I problemi emotivi che mi ha raccontato in precedenza sono in realtà piuttosto stratificati, e consistono
in una serie di reazioni – soprattutto di rabbia e impotenza – per atteggiamenti che Lilly interpreta come mancanze di rispetto nei suoi confronti.
Abbiamo già lavorato insieme su diversi aspetti della situazione, ma quello che non sta funzionando è che Riccardo, il suo compagno, continua,
malgrado gli impegni formalmente assunti, a mantenere gli stessi comportamenti di sempre, e Lilly continua ad arrabbiarsi.
La fonte principale di stress per la ragazza è il disordine e l’incuria negli spazi comuni e nelle spese di casa, che la fanno sentire profondamente
frustrata. Nonostante tutti i suoi sforzi e la profonda analisi del perché abbia attirato nella sua vita un compagno con qualità tanto detestabili per lei,
infatti, sussiste tuttora un profondo affetto. Insomma, Lilly vuole arrivare o a non provare più fastidio per quel comportamento a suo avviso irrazionale
e infantile, o ad aiutare Riccardo a comportarsi in modo più rispettoso degli spazi e delle vite altrui.
L’unica cosa che ancora non le ho proposto di fare, in effetti, è di permettersi di «mollare», cioè di smettere di cercare di avere il controllo della
situazione. Non facile, per una persona razionale come Lilly, soprattutto perché Riccardo ha spesso dato prova di non essere particolarmente affidabile:
dice, per esempio, che porterà a termine un impegno, ma poi si dimentica o lo interrompe a metà, e quindi è Lilly a dover intervenire, se vuole che le
cose vengano fatte, il che ha ovviamente aumentato, nel tempo, i dubbi circa la serietà e la maturità del partner.
So che entrambi hanno dei validi motivi che possono spiegare il loro comportamento: Riccardo è vissuto a lungo con la madre, che si occupava di
ogni cosa, e soffre la responsabilità delle questioni concrete, anche se si ritiene (almeno in teoria) assolutamente all’altezza di compierle; Lilly ha
raggiunto molto prima la sua autonomia, e per lei l’ordine in casa o la puntualità nel pagare le bollette è una semplice questione di buon vivere, e non
si capacita dell’inconcludenza di Riccardo.
Provo, usando le sue stesse parole, a suggerirle: Mi arrendo al fatto che non posso arrivare ovunque, soprattutto a cambiare la testa di Riccardo –
Mi arrendo al fatto che abbiamo visioni e priorità diverse, e che non è in mio potere cambiarle – Mi arrendo alla mia impotenza, che vuole che mi
renda conto e accetti che non posso fare nulla – Lascio andare da tutta la mia tensione per ottenere un po’ d’ordine e dalla mia impotenza a ottenerlo
tutto quello che non mi serve, non mi interessa e non mi appartiene più (uno shift dopo ogni frase).
Il primo risultato è che Lilly ora è molto più calma e rilassata, e meglio disposta nei confronti di Riccardo: «Lo so, ho sbagliato anch’io, ma quando
siamo andati ad abitare insieme pensavo che certe cose si sarebbero risolte semplicemente parlandone e organizzandoci, e invece sembra che abbiamo
proprio due visioni del mondo differenti. Cercherò di essere più paziente, perché non voglio stressarlo, ma non voglio nemmeno fargli io da madre, né
tanto meno continuare a stare male».
Rivedo Lilly qualche settimana dopo, e pare rinfrancata. «Non so cosa sia successo, ma la sera dopo che ci siamo sentite, tornata a casa l’ho trovato
che stava sistemando un armadio. Non l’aveva mai fatto prima! Mi ha anche detto che pure a lui comincia a dare noia il disordine che c’è in soggiorno,
e che potremmo buttare via un po’ di cose inutili, insieme, e riorganizzare meglio gli spazi. Non ci potevo credere! Ho continuato a trattare le mie
reazioni negative in queste due settimane, e – anche se non voglio cantare vittoria – grazie a questo nuovo fatto di arrendermi a quello che va oltre le
mie capacità e intenzioni ho l’impressione che le cose funzionino un po’ meglio per entrambi…»
15. Una tecnica che attua con sistematicità questa analisi della propria soggettività, considerando ogni cosa vissuta come frutto della propria
responsabilità inconscia, e che si dedica poi ad affidarla – nel caso specifico – all’Universo o al Divino, è l’Ho’oponopono (espressione che letteralmente
significa «mettere le cose al posto giusto»). Di origine hawaiana, considera la mente inconscia come intrisa di infiniti condizionamenti, anche provenienti
da vite precedenti, che è possibile «ripulire» con la ripetizione di quattro semplici affermazioni dirette al Divino, significanti appunto la presa di coscienza
della propria responsabilità e insieme della propria ignoranza e incapacità a risolvere la situazione, e l’affidamento di tutto ciò e di se stessi alla Mente
Universale affinché corregga per il meglio il processo. Le affermazioni sono: Mi dispiace – Ti prego, perdonami – Grazie – Ti amo.
Una bussola per trovare la libertà

SE avete già cominciato ad ampliare e a modificare la vostra consapevolezza, magari anche attraverso la tecnica del
FastReset, saprete che il percorso non ha davvero mai fine.
Ogni volta che interrompiamo un circuito emozionale automatico, ogni volta che non utilizziamo uno schema di
reazione consolidato, ma compiamo una scelta in modo più orientato ai nostri veri obiettivi e più consapevole e ci
permettiamo, così, comportamenti e iniziative differenti rispetto a quelle appartenenti al nostro ego spaventato,
abbiamo fatto un passo in più nella libertà e nella coerenza con la nostra anima. E se riusciamo a fare ciò non solo in
modo casuale, ma ci mettiamo impegno e quel po’ di disciplina necessaria, vedremo facilmente cambiare anche gli
altri e il mondo attorno a noi. Certo, intraprendere questo percorso richiede ogni giorno di compiere un nuovo passo,
accettare una nuova sfida, rimaneggiare ciò che credevamo consolidato, togliere etichette a quanto pensavamo di
conoscere, e non si finisce mai!

Chi o che cosa ci può dire, quindi, che stiamo andando nella giusta direzione, che ci stiamo davvero scrollando di
dosso ruoli e schemi di reazione obbligati, che ci stiamo avvicinando a quello per cui siamo veramente nati?
Una delle prime cose che spesso nota chi riesce a fare un po’ di «pulizia» nei suoi vecchi schemi di reazione è
l’aumento spontaneo della presenza mentale, cioè della capacità di non identificarsi totalmente con i propri pensieri,
bensì di dirigerli, piuttosto, attraverso la consapevolezza.
Quando c’è la consapevolezza di sé, il rigirare continuamente i pensieri nella nostra testa o il dialogo mentale
incessante con cui molte volte ci identifichiamo perde di senso. Siamo più lucidi e insieme più partecipi della realtà,
meno inclini a sentirci vittime degli eventi, o degli altri, o della vita. Aumenta il nostro senso di partecipazione e di
responsabilità verso noi stessi e verso chi ci circonda. Aumenta la capacità di gustare ogni piccola cosa, di
sorprendersi e di rinnovare giorno per giorno le motivazioni che sostengono le nostre intenzioni e capacità.
Un’altra cosa che molto spesso si nota è l’aumento della creatività e della capacità di trovare soluzioni inedite a
vecchi problemi, che sempre più di frequente vengono interpretati come sfide stimolanti, oltre a una maggiore
flessibilità nell’affrontare e nel definire i propri ruoli e impegni.
Anche l’avvertire sempre più spesso momenti di profonda gioia, svincolata dal risultato dettato dalle proprie
aspettative e dall’andamento dagli eventi esterni, può essere considerato un buon indizio che il cammino verso la
realizzazione di sé è stato intrapreso.
Ma ciò che a mio avviso può dirvi, in modo ancora più diretto e talvolta plateale, che siete sulla buona strada,
sono gli eventi sincronici, le coincidenze che non sembrano solo tali, e che comunque sono piene di significato per
voi; gli incontri «magici» con persone, oggetti e situazioni che concordano con la realizzazione dei vostri desideri,
gli eventi improbabili che invece si verificano e che concordano nel condurvi dove sentite di «dover» andare.
Questo non significa, purtroppo, che il vostro cammino sarà privo di sobbalzi, battute d’arresto e resistenze, sia da
parte vostra sia da parte degli altri. Probabilmente, durante questo tragitto cambierete molte volte anche i vostri
compagni di viaggio, i vostri obiettivi, i vostri interessi, le vostre convinzioni. È inevitabile, e talvolta anche
doloroso. Ma può darsi che alla foglia che si stacca dal ramo in autunno questo non dispiaccia neanche troppo, e così
all’albero al quale era attaccata. Infatti la vita richiede, in primo luogo e inesorabilmente, di accettare il
cambiamento e possibilmente di accompagnarlo; non si può rimanere a lungo nello stesso «luogo», fisico o mentale,
quando siamo cambiati nel profondo e in qualche modo evoluti.
L’importante, in fondo, è permettersi di percorrere la propria strada, quella naturale e predisposta per ciascuno di
noi. Forse non tutti hanno questa fortuna, e forse va bene anche così; anzi, senza dubbio va bene.
Vi auguro di usare questo piccolo ma efficace strumento per aiutarvi, tra le mille altre cose che lo faranno, a
sentirvi sempre più voi stessi, nella vostra vera pelle, sul vostro vero cammino.
PARTE QUARTA

Il FastReset in pratica
Risultati e sviluppi futuri

Il FastReset in ambito medico

In strutture ambulatoriali pubbliche e private abbiamo cominciato a sperimentare queste tecniche, verificandone
l’efficacia nella diminuzione rapida dell’ansia in occasione di accertamenti clinici invasivi (per esempio,
nell’amniocentesi e nella villocentesi). I risultati, benché non ancora definitivi, sono assai incoraggianti.
Mettere il paziente il più possibile a proprio agio, con grande rapidità e senza sedarlo, in occasione di eventi che
per molti soggetti hanno una valenza ansiogena (piccoli interventi chirurgici, manovre odontoiatriche,
ginecologiche, radiologiche, ortopediche eccetera) è infatti un primo obiettivo che una tecnica così immediata,
efficace e sicura nel risolvere tensioni e reazioni esagerate può raggiungere con facilità. Inoltre, è di acquisizione
relativamente facile per un medico o per gli operatori sanitari, spesso già esperti, per forza di cose, nella gestione dei
pazienti – compresi quelli particolarmente ansiosi o spaventati – e già edotti sulle tematiche specifiche della loro
professione.
In realtà, uno dei nostri prossimi impegni sarà proprio quello di dedicarci alla formazione di operatori che
possano intervenire applicando il FastReset nell’affiancare il medico o il paziente. Pensiamo infatti che anche gli
stessi medici, o gli psicologi che già lavorano in strutture ospedaliere o ambulatoriali potrebbero essere direttamente
interessati a tenere nel loro bagaglio tecnico uno strumento semplice ed efficace come questo.

Il FastReset in ambito sportivo

Così come si può ottenere un miglioramento delle proprie prestazioni in campo professionale o di studio, anche lo
sport può costituire un ambito in cui il FastReset svolge un ruolo interessante.
La prestazione sportiva può essere infatti influenzata, oltre che dalla forma fisica vera e propria dell’atleta e dalla
preparazione tecnica, anche da qualunque emozione, conscia o inconsapevole, che ostacoli o blocchi la fluidità e il
rendimento dell’azione. Pensiamo, banalmente, a quanto la respirazione o il tono muscolare siano strettamente
interconnessi allo stato d’animo, per non parlare della loro influenza sulla precisione del movimento,
sull’accuratezza del tiro o del gesto atletico, sulla velocità e sulla resistenza.
Inoltre, emozioni quali la paura del confronto, quella di fallire, persino quella (anch’essa molto diffusa) di vincere
possono celare resistenze o contrordini dovuti a significativi condizionamenti, quando non a veri e propri traumi,
che possono essere spesso risolti o perlomeno attenuati con l’uso di questa tecnica. Non dimentichiamoci che
l’atleta, specie in campo professionistico, per la particolare natura delle sue prestazioni è soggetto a pressioni e
aspettative davvero intense, e che un’eccessiva quota di ansia può letteralmente bloccare il corpo, come estrema
reazione difensiva. E questo, specie in vista di una competizione, non è certo desiderabile.
Le modalità di applicazione del FastReset dipendono, ovviamente, dalle caratteristiche e dalla storia della
persona, prima ancora che dalla specialità atletica, anche se si possono comunque riconoscere differenze importanti
in chi pratica sport individuali e in chi invece gioca in squadra: sono profondamente diverse, per esempio, le
dinamiche presenti nella relazione con l’avversario, o il potenziale significato della vittoria o della sconfitta quando
a sopportarne la responsabilità sia un singolo oppure un gruppo di persone.
Si incontrano spesso, in questo ambito, temi quali il merito, la colpa, la vergogna, l’indegnità o la semplice
necessità di sentirsi riconosciuti in quanto «bravi» o «più bravi» degli altri. Quest’ultimo punto, apparentemente
innocuo, in realtà, se non è legato a un atteggiamento di giocoso entusiasmo ma è reattivo verso dei bisogni inconsci
di ricerca di sicurezza, può generare tensioni difficilmente gestibili dal soggetto, che vedrà nel risultato (più che
nella preparazione e nella concentrazione nell’istante stesso della prova) il suo obiettivo, e questo non farà altro che
aumentare l’ansia, in un circolo vizioso difficilmente smontabile senza intervenire.
Inoltre, dopo aver risolto i temi e le reazioni che limitano il soggetto nell’esprimere il meglio di sé, con il
FastReset è possibile anche potenziare le proprie risorse e stabilizzare i risultati ottenuti, rimarcando a livello
profondo il nuovo stato di cose e il nuovo atteggiamento complessivo verso se stessi e verso l’evento che si vuole
affrontare.
Molte delle stesse tematiche presenti in ambito sportivo, peraltro, compaiono anche nel campo dello spettacolo, e
in ogni caso ovunque vi sia il problema di esercitare un ruolo visibile e quindi giudicabile da altri e di combinare la
performance psicofisica e la padronanza di sé con i risultati attesi, agonistici o artistici. Ma, direi per fortuna, le
tecniche di FastReset si sono dimostrate, finora, in grado di contribuire a risolvere gran parte delle più comuni
situazioni problematiche in questi ambiti.

Il FastReset in ambito lavorativo

Benché finora ci siamo dedicati soprattutto all’ambito terapeutico e in particolare al singolo soggetto, un altro
progetto che ci attende è proprio quello di mettere a punto degli specifici percorsi adatti al management e alla
crescita personale anche in ambito aziendale o comunque professionale. Infatti, le dinamiche che potenziano o
boicottano, consciamente o meno, i rapporti tra colleghi, o che indeboliscono o fanno fallire una leadership, o che
tolgono o inquinano la capacità decisionale partono sempre e comunque da reazioni emotive e da problemi che
riguardano persone.
A differenza di altre tecniche attualmente utilizzate in questi ambiti, comunque, non punteremo a instillare o
installare nei soggetti in questione delle «nuove» convinzioni, benché potenzianti, né a fornire piattaforme standard
di intervento. Il nostro obiettivo, avendo uno strumento così particolare come il FastReset, è forse più ambizioso,
perché, così come abbiamo visto succedere infinite volte ai pazienti riguardo ai loro precedenti blocchi o limiti,
vorremmo che fosse la persona o il gruppo stesso a riformulare la vera nuova soluzione, oppure, come mi piace dire,
a recuperare la propria integrità e la propria visione interiore, una volta superate le pastoie del vecchio modo di
funzionare. Non ci saranno, cioè, forzature di alcun genere: a mio parere, infatti, non si può cambiare davvero modo
di pensare se non si è cambiato modo di sentire; altrimenti, sarà solo un ulteriore condizionamento che si aggiunge
agli infiniti altri ai quali siamo sottoposti, e non un vero cambiamento di stato e di prospettiva.
In questo, sono sicura che il FastReset sia uno strumento davvero innovativo, perché non parte dall’esclusione di
parti «negative», bensì dalla loro integrazione, e non pretende di trovare o applicare soluzioni prefabbricate, ma
quelle che spontaneamente emergono da un percorso di consapevolezza profonda, ottenuta in tempi normalmente
compatibili con le esigenze della vita quotidiana, e anche con quelle della vita professionale.
Le domande più frequenti

Se applico il FastReset, corro il rischio di smettere di avere delle reazioni difensive, ma in senso positivo?
Alcuni sono portati a pensare che, se rinunciamo consapevolmente alle vecchie difese che fin qui ci hanno
protetto, saremo sguarniti e più facile preda di agenti esterni (persone pericolose, eventi improvvisi e così via).
Non è affatto vero, intanto perché quasi sempre le risposte difensive che prima erano subconsce e sono poi state
evidenziate in quanto portatrici di problemi e disagi non avevano comunque una reale azione protettiva, ma solo
potenziale. In secondo luogo, le reazioni geneticamente programmate, per esempio i comportamenti che mettiamo
istintivamente in atto nelle situazioni di vera necessità o emergenza, possono essere modificate e condizionate solo
con dei training molto più cospicui e invasivi della semplice ridefinizione che il FastReset consente!
Insomma, ciò che possiamo ottenere con questa tecnica è di interrompere degli automatismi ormai inadeguati alle
nostre attuali competenze e capacità. E poiché lo facciamo innanzitutto riportando man mano a livello cosciente le
nostre reazioni abituali, abbiamo sempre noi il controllo, in tutti i passaggi.
La controprova è che, in presenza di eventi a cui per la propria incolumità o benessere è utile reagire con paura o
rabbia, queste vengono normalmente mantenute, anche se una situazione simile del passato era già stata «trattata» e
risolta (vedi oltre).

È possibile spostare l’attenzione ad altre zone del corpo che non siano le mani? E se sì, quali? L’efficacia
rimane uguale?
È assolutamente possibile fare lo shift dell’attenzione su altre parti del corpo; alcuni, per esempio, usano in
alternativa lo spostamento dell’attenzione sui chakra (i «centri di forza» secondo la filosofia e la fisiologia indiane),
oppure sui piedi, anch’essi riccamente rappresentati a livello cerebrale, o addirittura immaginano proiezioni di parti
di sé nello spazio, quindi extracorporee, o semplicemente focalizzano l’attenzione sulla consapevolezza del proprio
corpo, più o meno allargata. L’efficacia, almeno a livello soggettivo, è simile.
Credo, comunque, che in qualche caso questi shift alternativi necessitino di una maggiore capacità immaginativa
e di un certo allenamento a percepire e padroneggiare le variazioni fisiche collegate con le emozioni. Ho inoltre
notato che con questa modalità possono, in alcune persone, aumentare le rare sensazioni di «confusione» post-
trattamento a cui ho già accennato (vedi oltre). Infine, è meno facile, specie per chi non ha dimestichezza con
tecniche di visualizzazione, mantenere la concentrazione dell’attenzione durante lo shift.
La mia impressione è che questi shift alternativi inducano più o meno gli stessi cambiamenti neurofisiologici
dello spostamento dell’attenzione sulle mani o su zone molto rappresentate sulla corteccia cerebrale, ma
potenzialmente utilizzando un numero di cellule nervose di molto inferiore. Potrebbero quindi, almeno in teoria,
indurre più facilmente la creazione di nuovi circuiti nervosi specificamente addetti a questo effetto, il che non è
particolarmente desiderabile, perché si tratterebbe, in sostanza, di un nuovo condizionamento.
Inoltre, per chi volesse impiegare ogni tanto questi shift alternativi, suggerisco di usare aree corporee lontane da
quelle dove viene maggiormente percepita l’emozione che si sta trattando.
L’argomento merita senz’altro studi più approfonditi, e credo che potrebbe aprire nuovi affascinanti capitoli nello
studio delle applicazioni di queste tecniche.

C’è una postura ottimale per l’esercizio del FastReset?


Ho notato che la postura con la schiena eretta ma non rigida e gli arti rilassati e non incrociati, dà in genere i
migliori risultati. È sufficiente che la persona sia comoda; è indifferente che sia seduta, in piedi o sdraiata. Meglio,
comunque, non tenere il gomito appoggiato con forza su una superficie dura, ma lasciarlo libero o comunque
morbido.
In realtà, con un po’ di motivazione e concentrazione è possibile praticare quasi ovunque. Mi è capitato di fare
FastReset in piedi sui mezzi pubblici, e persino in bicicletta, approfittando di un semaforo rosso! Trovo però
difficile, personalmente, lavorare in ambienti troppo rumorosi, perché riducono la mia capacità di concentrazione.
Non riesco a capire se l’emozione riguardante la situazione trattata si sia modificata, perché ho l’impressione
che, finché non mi troverò realmente e di nuovo in quel frangente, non saprò che cosa sento davvero.
Questo può succedere soprattutto a soggetti molto cerebrali, poco abituati a sentire e registrare le proprie reazioni,
oppure a persone anche momentaneamente poco propense a usare l’immaginazione, soprattutto se le emozioni sono
avvertite «in testa» anziché in altre zone del corpo.
Si può proporre al soggetto di fare un «giro» supplementare su questa convinzione, usando frasi del tipo: Sono
convinto che, finché non mi ricapita, non posso sapere se la mia reazione di… è ancora presente.
Spesso, questo è servito a sbloccare positivamente la situazione, e a fare apprezzare al soggetto il cambiamento
avvenuto.
A volte, questa evenienza può indicare che la persona sta resistendo alla possibilità di accettare davvero di
percepire la questione diversamente d’ora in poi. Un’altra frase utile può perciò essere: Non sono sicuro di avere
modificato la mia reazione di…, ma lascio che il mio corpo elabori il lavoro fin qui fatto e agisca d’ora in poi con le
sue nuove coordinate.

Perché, quando tratto delle convinzioni, alcune si modificano velocemente, mentre con altre sembra non ci sia
nulla da fare?
È possibile che, anziché delle convinzioni irrazionali, nel secondo caso stiate in realtà trattando dei giudizi basati
sull’esperienza: questi, essendo già frutto di un’elaborazione razionale, e non basati su informazioni depositate nel
subconscio, non vengono modificati dal FastReset, ma solo da nuove, reali esperienze!
Per esempio: se io sono convinta che il mio vicino di casa – bizzarro, scorbutico, imprevedibile – sia matto e
quindi devo averne paura, questa potrebbe essere una convinzione, e perciò recedere almeno in parte con il
FastReset. Ma la mia esperienza oggettiva delle sue stranezze è reale, e mi fa stabilire che i comportamenti di quella
persona sono perlomeno anomali. Perciò, posso avere meno timore di lui e delle sue stranezze, d’ora in poi, ma,
sempre che lui stesso non cominci a comportarsi in modo normale, riterrò i suoi atteggiamenti comunque
strampalati, e reagirò a quelli come è necessario: magari mettendomi a sorriderne con lui, comprendendo meglio il
senso di quanto fa o facendomi valere con calma e determinazione se ledono la mia pace.
Quelle che ho definito «convinzioni», a cui bisognerebbe aggiungere «inappropriate» o «incongrue», sono in
definitiva un filtro cognitivo che viene applicato ancor prima di un’esperienza, e che impedisce l’esperienza stessa o
la traduce sempre in certi termini, associandovi un certo giudizio di valore. Normalmente, ogni convinzione di
questo tipo, creata da noi stessi o acquisita dall’ambiente, ha una valenza protettiva dalla sofferenza, dalla delusione,
dal fallimento.
È diverso, invece, se il mio attuale giudizio è fondato sull’esperienza diretta e sulla razionalità: una convinzione
di questo secondo tipo, infatti, non si fa molta fatica a sostituirla con un giudizio diverso, quando aggiornato da una
nuova esperienza che apporti nuove informazioni. Questo tipo di convinzione o giudizio non ha pertanto nessuna
attinenza difensiva o emotiva, quindi non viene modificato dal FastReset né da altre tecniche di integrazione e
risoluzione emozionale. Per esempio, se sono convinta che la mia attuale auto sia quanto di meglio c’è sul mercato
per le mie esigenze, se e quando uscirà un’auto ancora migliore non farò troppa fatica a riconsiderare le mie idee.

Quanto tempo dura l’effetto del trattamento?


In genere è definitivo, ovvero l’interpretazione dell’evento trattato è cambiata una volta per tutte, e avviene, di
conseguenza, una spontanea ristrutturazione. In realtà, se siamo sottoposti nuovamente all’identica provocazione o
stimolazione che aveva prodotto la reazione emotiva difensiva originaria, si avrà comunque – per fortuna – una
risposta emotiva congruente con la situazione, ma magari più «lucida» e in un certo modo più efficace.
A me, per esempio, è successo di trattarmi la rabbia impotente provocata da un ignoto vicino di casa, che per
circa tre ore di un sabato pomeriggio estivo in cui stavo cercando di riposare si era ostinato a suonare con la tromba
(non silenziata) sempre lo stesso motivo, che usciva da una finestra aperta. Una specie di tortura immotivata,
insomma! La rabbia mi passò all’istante, anche perché, per coincidenza, nel momento in cui mi trattai costui smise.
Ma dopo meno di un’ora la musica riprese tale e quale, e con essa la mia rabbia! Solo che stavolta non era più
accompagnata da una sensazione di angosciosa impotenza, bensì da una forte determinazione a far valere i miei
diritti. Cercai subito il numero dell’amministrazione dello stabile in cui il pervicace musicista sembrava abitare, e mi
ripromisi di telefonargli o scrivergli il lunedì. Non occorse dare seguito alle mie intenzioni, perché dopo un altro po’
la musica, con mio sommo sollievo, fu interrotta, ed evidentemente il suo esecutore venne rimesso in riga da
qualcuno nelle mie stesse condizioni d’animo. E, per fortuna, la cosa non si è mai più riproposta. Ma questo non per
merito del FastReset, direi.
Talvolta mi capita, soprattutto – mi sembra – quando rilascio tensioni emotive relative ad argomenti che
avevano avuto un grande impatto su di me, di avvertire per qualche minuto un leggero senso di confusione o, più
di rado, una leggera nausea, che passano spontaneamente. È normale? Che significato ha?
Questo è probabilmente l’unico «effetto collaterale» del FastReset e di altre tecniche che utilizzano meccanismi
neuronali analoghi. Peraltro è abbastanza raro e, appunto, più spesso collegato alla risoluzione di grossi traumi o di
emozioni molto «antiche» o di grande significato per il soggetto.
È possibile che sia dovuto a un aumento relativamente rapido della serotonina nel sistema nervoso centrale, il
neuromodulatore che tra l’altro agisce, globalmente, nel segnalare all’organismo che non occorre più avere
l’attenzione sull’azione allarmante specifica, ma che ci si può fermare, distogliere o rilassare. Questo rapido cambio
di modalità (dall’acuta vigilanza a uno stato rilassato), può essere infatti talvolta percepito come un momento di
leggero intorpidimento, tanto maggiore quanto più l’allarme precedente era stato cospicuo. Anche la sensazione di
non avere più ben chiari i dettagli di un evento traumatico potrebbe essere dovuta all’azione della serotonina, e in
questo caso spesso ha un significato molto positivo ai fini dell’estinzione della reazione di paura legata al trauma
stesso.
Se, comunque, il soggetto si dovesse sentire a disagio, gli si può proporre un nuovo shift dell’attenzione dopo
aver dichiarato a se stesso la sensazione di confusione, il cui scopo è in genere quello di riportare un nuovo ordine o
di rimettere le cose a posto (per esempio: Questa mia sensazione di confusione nella testa vuole riportare un nuovo
ordine – shift – Lascio andare da questa mia reazione di confusione… – shift). Normalmente, come si è visto, tale
sensazione dura pochi minuti e si risolve da sola, lasciando di frequente al suo posto una sensazione di benessere e
liberazione.
Inoltre, in situazioni di forte e brusco allarme la serotonina interviene per proteggere il cervello da un eccessivo
afflusso di dati da elaborare e, se viene emessa rapidamente e in grandi quantità, può anche dare nausea o stimolare
il riflesso del vomito (cosa che succede per esempio in alcuni soggetti, se vengono sottoposti senza preavviso a uno
spettacolo raccapricciante). Questo sembrerebbe utile a livello biologico per diminuire l’impatto doloroso o
disgustoso con quanto abbiamo visto e indurci ad allontanarci da quanto ci ha così fortemente colpito.
Nell’applicazione del FastReset, che è praticato in una situazione «protetta» per il soggetto, tutti questi
meccanismi sono più lievi e limitati, ma può appunto succedere, in casi molto rari, di avvertire una leggera nausea
che scompare da sola nel giro di pochissimi minuti, o tutt’al più eseguendo alcuni respiri consapevoli.

C’è un’analogia tra lo shift del FastReset e l’ancoraggio che si pratica in certe tecniche ipnotiche o nella PNL
(Programmazione Neuro-Linguistica)?
Niente affatto, si tratta di due processi molto diversi. Nel FastReset infatti, non si cerca di instaurare nuovi circuiti
nervosi specificamente «dedicati» a questa pratica o all’effetto di rilascio emotivo che si intende ottenere. Cosa che,
invece, succede quando, come nell’ancoraggio, si «ancora» letteralmente l’effetto (psichico e/o neurovegetativo) che
si ricerca a un’attivazione muscolare particolare (stringere un pugno, muovere un dito, pronunciare una parola
eccetera).
Al di là del fatto che l’ancoraggio sicuramente funziona, dopo un certo allenamento, potremmo però definirlo un
vero e proprio nuovo condizionamento, che si aggiunge agli infiniti altri che quotidianamente subiamo. Un
condizionamento con finalità positive, d’accordo, ma ogni condizionamento in un certo senso assorbe energia, non
dimentichiamolo. L’intento del FastReset è invece quello di aumentare l’autoconsapevolezza e di diminuire i fattori
di automatismo che innescano poi dei comportamenti incongrui, rimanendo il più possibile aderenti alla fisiologia.
La prova del suo essere fisiologico è che lo shift, per funzionare, non necessita di alcun allenamento, e che se fate
semplicemente lo spostamento dell’attenzione sulle mani senza avere prima attivato l’emozione su cui volete
lavorare, a livello psichico non riuscirete ad avvertire nessun cambiamento. Al massimo, poiché le mani – se usate
quelle – sono comunque coinvolte nella regolazione automatica della dinamica muscolare respiratoria e di molti altri
aspetti neuromuscolari, e il loro coinvolgimento ha sempre un’azione predominante su altre funzioni, potreste
ottenere una sorta di «reset» e di rilassamento di varie funzioni, perlopiù inconsce. E questo non lo dico io, ma i
neurofisiologi.

Ci sono situazioni o persone per le quali il FastReset non è indicato?


Presumo sia di difficile attuazione in persone che soffrono di seri problemi neurologici (demenze, gravi forme di
Alzheimer o di Parkinson, per esempio) o comunque di patologie che abbiano gravemente intaccato la corteccia
cerebrale, anche se non ci sono prove dirette di questo.
Non è facile applicarlo con bambini sotto i cinque anni, per problemi di comprensione della tecnica stessa (si può
in parte ovviare con un trattamento «vicario» o facendo loro battere le manine mentre le guardano con attenzione).
I tre principali modi per effettuare il trattamento vicario sono:

• immaginare di essere letteralmente la persona che si desidera aiutare, cercando di percepire le emozioni che ha. In
questo caso, si può applicare il FastReset esattamente come su se stessi, mettendoci emotivamente al loro posto e
usando per esempio, nella formulazione di frasi, la prima persona;
• usare la propria empatia per capire come si sente l’altra persona, rimanendo però ancorati a se stessi. Per esempio:
Accolgo la reazione di paura di Xxx, che vuole proteggerlo da… e così via;
• trattare le proprie emozioni riguardo a ciò che sappiamo l’altro sta provando: Accolgo la mia reazione di angoscia
di fronte alla paura di Xxx, che vuole farmene prendere atto eccetera. Questa è quella che personalmente
preferisco, anche perché si accorda perfettamente con la mia concezione che la responsabilità del disagio che si
manifesta in una relazione, in un ambito o in un particolare momento è pur sempre condivisa da chiunque osservi
o partecipi.

Il FastReset non è indicato mentre si fa sport o si cammina o corre velocemente, perché la fisiologica
accelerazione cardiaca è simile a quella dello stato di allarme e creerebbe un’ambiguità di informazioni nel nostro
sistema nervoso.

Quali sono i fattori più comuni di resistenza alla tecnica, cioè in quali casi essa sembra avere meno efficacia?
Una minoranza di casi (meno di 1 su 10, nella mia esperienza) può avere, in genere momentaneamente, una sorta
di refrattarietà al trattamento. Dopo uno o due passaggi, cioè, la SUD non scende o scende pochissimo. Finora ho
individuato i seguenti fattori, che si potrebbero globalmente definire «resistenze»:

1. Qualcosa di più forte


La situazione non si modifica in maniera significativa quando l’emozione o l’argomento su cui si è cercato di
lavorare è concomitante a un’emozione, stato d’animo o condizione psichica o fisica quantitativamente prevalente
(SUD maggiore della condizione che si è cercato di trattare). La logica per risolvere questo problema è individuare e
dedicarsi per prima all’istanza maggiore. Chiedetevi, per esempio: che cosa mi fa soffrire di più, in questo
momento? E siate sinceri.
Poniamo che vogliate trattare la rabbia per essere stati maltrattati da vostro padre; ma se in questo momento è più
forte e compresente il senso di colpa per questa vostra rabbia, è possibile (benché non obbligatorio) che quest’ultimo
impedisca alla rabbia di modificarsi. Quindi, ricominciate trattando l’emozione ora prevalente (che sentite di più).
Prima di procedere all’applicazione dello shift, consiglio sempre di rivalutare velocemente le varie emozioni in
corso, se nel colloquio ne sono state identificate più d’una e se sono compresenti, e di iniziare a trattare quella con
l’intensità attualmente più alta. Talvolta, infatti, un’emozione disturbante può ridimensionarsi già al solo parlarne
con un buon interlocutore, mentre altre sottostanti possono, allo stesso modo, venire a galla. Tra le emozioni che
avvertiamo sul corpo e quelle percepite prevalentemente nella testa, a parità di punteggio SUD è di solito meglio
partire dalle prime.
Spesso, una volta individuata e trattata l’emozione sottostante, anche l’emozione originaria può essere rilasciata
senza ulteriori trattamenti.
Una situazione particolare, che si verifica soprattutto in occasione di forti traumi, è la comparsa di un’emozione
di sconcerto o un senso dell’assurdo: l’evento vissuto non riesce cioè a essere creduto completamente «vero», il che
di solito rappresenta un tentativo dell’organismo di difendersi dall’impatto troppo violento con la realtà. Se è
presente, è utile trattarlo per primo, altrimenti le reazioni emotive sottostanti non saranno del tutto accessibili e
quindi il trattamento su di esse potrebbe non essere efficace.
Domande utili: C’è un’emozione che sento più forte di questa? Dove nel corpo avverto più acuto il disagio? Che
cosa succederebbe, se agissi in completo accordo alla mia attuale emozione? C’è qualcosa o qualcuno che si
dispiacerebbe se mi liberassi di questa emozione?

2. Convinzioni sottostanti
È la resistenza che può richiedere più abilità, intuito ed esperienza per essere individuata e superata, perché
spesso il motivo si trova nella storia del soggetto, ancor più che nel suo presente. Riprendendo l’esempio di prima,
se in fondo sono convinta che merito di essere maltrattata da mio padre, il dissipare le altre emozioni negative sarà
impedito o censurato dal fatto che la mia convinzione profonda non è d’accordo con il liberarmi da qualcosa che il
mio subconscio ha classificato non come un problema, ma come un dato di fatto.
Un problema, infatti, può essere risolto; un dato di fatto rimane sempre tale, è possibile solo accettarlo e adattarsi.
Una convinzione limitante o autosabotante funziona quindi, in sostanza, come un’opinione o un problema che viene
scambiato per un dato di fatto, senza possibilità di critica e dunque neanche di modifica o rimozione, almeno finché
non venga smascherata e riposizionata.
Talvolta ho notato questa tipologia di resistenza in concomitanza a diagnosi gravi o croniche di malattie fisiche o
psichiche, e anche in presenza di un problema egosintonico, cioè a tal punto integrato – apparentemente – nella
personalità del soggetto da fare in qualche modo temere che, rinunciando al sintomo, si perdono i propri riferimenti
interni. Se, cioè, sono convinta che il mio dramma o difetto o quello che mi fa soffrire mi appartiene e mi identifica
(e quindi, anche se in modo perverso, mi dà una specie di sicurezza su chi sono e quanto sono degna di
considerazione o aiuto o commiserazione), potrebbe essere difficile volervi rinunciare; sarebbe infatti, ai miei occhi,
come perdere una parte di me. In questi casi, raccomando caldamente la presenza di un operatore esterno, per essere
meglio aiutati a dirimere la questione.
Domande utili: Che cosa mi fa sentire al sicuro, mantenendo questa emozione così com’è? Che cosa rischio,
lasciando andare via da me questa emozione? Chi penserà male di me, se lascio andare questa emozione? Chi o che
cosa trae vantaggio/energia da questa mia emozione/condizione?

3. Convinzioni incongrue riguardo al risultato


Questa situazione, malgrado all’apparenza possa sembrare difficoltosa, in genere si risolve da sé,
semplicemente… provando la tecnica! Se il soggetto si dichiara scettico, trova ridicolo un aspetto della tecnica o
tutto l’insieme, di solito è sufficiente fargli eseguire uno o due «giri» dichiarando qualcosa del tipo: Questa cosa è
ridicola/assurda/non può funzionare e Lascio andare dalla mia convinzione che tutto ciò sia
inutile/assurdo/impossibile tutto quello che non mi serve più. Il tutto possibilmente con una certa enfasi, e
ovviamente usando le parole stesse che il soggetto ha espresso per dichiarare il suo scetticismo. Finora, questo
metodo ha avuto il 100% di successo.

4. Disidratazione
Come già accennato, quando l’organismo è in sofferenza, per esempio per mancanza di acqua, le informazioni
non vengono elaborate con sufficiente prontezza e profondità. Accertatevi sempre che il soggetto sia ben idratato (o
che lo siate voi stessi se vi state autotrattando).

5. Switching neurologico
È una condizione, così definita dai chinesiologi, dovuta probabilmente a una sorta di momentaneo sovraccarico
del sistema nervoso. Si riconosce perché dà luogo a uno stato di maggiore distraibilità, leggera confusione,
spossatezza. Per esempio, la persona fa più fatica del solito a distinguere la destra dalla sinistra, a contare o a parlare
fluentemente, compie lapsus verbali o motori, sembra non capire con prontezza ciò che le si dice e appare in
generale svagata, poco concentrata.
Questa condizione può essere dovuta a stanchezza, fattori ambientali (sensibilità a campi elettromagnetici,
meteoropatie), condizioni emotive, disidratazione, e si risolve in genere con questa semplice manovra: un breve ma
vigoroso massaggio con i polpastrelli di due dita sui due punti alle estremità mediali delle clavicole (quelli adiacenti
allo sterno), mantenendo con l’altra mano un contatto sull’ombelico, il tutto per il tempo di almeno 2-3 atti
respiratori completi (inspirazione + espirazione).
Un altro sistema, da me provato come parimenti efficace, è quello di tenere la lingua arrotolata sul palato,
mantenendo la bocca normalmente chiusa, sempre per il tempo di alcuni respiri completi. Un’altra possibilità
consiste nel fare eseguire a testa ferma, e quindi solo con gli occhi, un percorso a zig-zag allo sguardo, più volte
dall’alto in basso e dal basso in alto, respirando lentamente e consapevolmente.

6. Eccessiva stanchezza (condizione fisica prevalente)


Come per il versante emotivo, anche in questo caso una condizione di esaurimento o di allarme predominante può
limitare la possibilità di modificare la collocazione delle informazioni a disposizione. È come se l’organismo
«decidesse» che ha una cosa più importante da fare, cioè riposare, o resistere.
In qualche caso, quando la stanchezza aveva una forte componente psichica, sono riuscita a modificare la
situazione facendo precedere il trattamento vero e proprio da qualche semplice «giro» con frasi del tipo: Questa mia
terribile stanchezza, che vuole solo che io recuperi le mie energie e Lascio andare da questa mia reazione di
stanchezza tutto quello che non mi serve e non mi appartiene più.

7. Nessuna reale volontà


Non è una situazione frequente, per fortuna, ma può capitare, specie quando la persona si è fatta persuadere al
trattamento senza esserne veramente convinta. Oppure, semplicemente, non vuole liberarsi davvero di un’emozione
negativa in atto, perché magari ha stabilito che è profondamente giusta (questo accade soprattutto con la rabbia ed
emozioni similari, e in particolare quando la persona si aspetta un risarcimento).
In questo caso, per prima cosa bisogna escludere le questioni che toccano la libertà individuale, che ovviamente
va rispettata, lasciando libera la persona di non effettuare il trattamento. Quando però il caso lo richiede, si può
provare, per esempio, ad agire come nel caso delle convinzioni riguardanti il risultato, usando frasi quali: Non ho
nessuna intenzione di mollare la mia emozione di…, perché…
Se, poi, intuite che la persona in questione è preda di un’emozione «di risarcimento», potete provare per esempio
con la tecnica del perdono (vedi il capitolo «Il perdono come chiave di liberazione emotiva»), oppure cominciando
con le domande relative alle convinzioni sottostanti (vedi più sopra).

8. Distrazione
Anche questa situazione non è troppo frequente, ma può capitare soprattutto con i bambini e i ragazzi, per i quali
talvolta la tecnica richiede – benché brevemente – una concentrazione che taluni (per esempio, i bambini iperattivi)
possono far fatica ad applicare.
Negli altri casi, potrebbe trattarsi di nuovo di una resistenza a liberarsi delle emozioni negative, e in questo
frangente converrà procedere come in presenza di convinzioni retrostanti e anche come in caso di switching
neurologico (un sintomo dei quali è, appunto, l’eccessiva distraibilità).
Applicare il FastReset
con altre tecniche e terapie
a cura di Eleonora Prazzoli16

PERSONALMENTE , in qualità di psicoterapeuta transpersonale e gestaltica, 17 costruisco ogni intervento, sia esso
terapeutico oppure indirizzato a una maggiore conoscenza di sé (evolutivo), sulle esigenze e le caratteristiche di ogni
singola persona che si rivolge a me.
I livelli cognitivo, emozionale, somatico e spirituale, con le funzioni di memoria, capacità di prefigurarsi il futuro,
percezioni, sensazioni, sentimenti, pensieri e trascendenza, nella loro complessa interazione costituiscono gli
elementi di un’autoconsapevolezza, radicata nella coscienza del corpo. La terapia si può configurare dunque come
l’opportunità di creare un ponte tra l’esperienza corporea e il livello psichico.
Sono fermamente convinta che non sia sufficiente occuparsi dell’aspetto corporeo e poi di quello mentale,
presupponendo una connessione tra questi due livelli, ma sia necessario riuscire a mantenere unito questo binomio
corpo-psiche per sanare la scissione che ha avuto come conseguenza la disarmonia dell’individuo.

Ritengo anche che il paziente «sappia» che cosa accade dentro di sé molto meglio di quanto potrebbe saperlo il
più zelante dei terapeuti. Il nostro corpo, infatti, conserva, anche nelle situazioni di maggior sofferenza e negli stati
di rinnegamento, una forma molto profonda di autoconsapevolezza. Il paziente è dunque in grado di essere il più
efficace e attendibile informatore riguardo alla natura e al processo della sua malattia.
Il discorso diretto con le proprie componenti corporee consente al paziente l’accesso a un ridimensionamento del
proprio conflitto; dialogare con i propri organi ristabilisce infatti un vero e proprio contatto con il proprio corpo.

Il percorso che propongo è quindi un percorso di apprendimento atto a ristabilire quella fluidità dell’esperienza in
cui le dimensioni percettive, emozionali, cognitive sono fuse senza confondersi e l’orizzonte atteso consiste
nell’acquisire maggior consapevolezza tramite un allargamento della propria visione personale e un rinnovato
benessere attraverso l’esplorazione (focalizzazione), l’accettazione (integrazione) e la ristrutturazione delle proprie
emozioni o delle proprie rappresentazioni mentali.
Dopo diversi anni di utilizzo con successo di queste modalità di lavoro con il corpo, ho potuto apprezzare come
l’inserimento del FastReset porti incontrovertibilmente vantaggi straordinari, rivelandosi una tecnica duttile che può
essere inserita in qualsiasi fase di lavoro, senza intervenire significativamente sul setting. L’elemento che più mi ha
stupito all’inizio è la rapidità con cui è possibile giungere all’integrazione delle emozioni emerse. Benché il lavorare
direttamente con il corpo, che si pone come via per il contatto emotivo, porti solitamente a trasformazioni profonde
in breve tempo, il FastReset consente davvero tempi ultrarapidi, per me neppure ipotizzabili prima di avvalermi di
questa tecnica.
Appena vi sono contenuti emergenti, siano esse sensazioni corporee non ben identificate (come può accadere
nelle prime fasi di lavoro), oppure stati emotivi chiaramente riconosciuti dal paziente (nelle fasi di lavoro più
avanzate), l’applicazione del FastReset consente un rapidissimo progresso nel lavoro terapeutico. Un elemento da
non sottovalutare, inoltre, risiede nell’effetto che viene subito percepito dal paziente, che può spaziare da un senso di
alleggerimento a un maggiore rilassamento corporeo, da una diminuzione della tensione, allo stabilirsi di una
configurazione di maggior benessere.
Le tecniche da me utilizzate conducono a un contatto autentico con il proprio sé, che spesso viene raggiunto dopo
un passaggio dalle proprie «ombre»; e ciò può portare transitoriamente un’amplificazione, nonché un’esacerbazione,
del dolore profondo. Inevitabilmente, prima dell’utilizzo del FastReset, talvolta mi trovavo di fronte a un
comprensibile innalzamento delle difese del paziente, atte a fuggire lo sperimentare (ancora una volta nella propria
vita) il dolore; altre volte invece, paradossalmente, il paziente indugiava nella propria ombra, «crogiolandosi» nella
propria sofferenza. Con il FastReset ciò non accade più: i pazienti, accrescendo via via la propria consapevolezza
emotiva, è come se diventassero più «coraggiosi» rispetto al proprio malessere, in quanto esperiscono con
straordinario entusiasmo la possibilità di liberarsi da ciò che li attanaglia in tre semplici fasi.
Altro aspetto sorprendente è il fatto che i benefici ottenuti con grande rapidità si dimostrano nel tempo stabili e
duraturi, non solo dal punto di vista emotivo o rappresentazionale, ma anche somatico.

FastReset e psicopatologie gravi

Il FastReset si è dimostrato un prezioso alleato anche nel trattamento di pazienti con psicopatologie di importante
entità. Per esempio nel trattamento di pazienti con gravi disturbi alimentari, con cui ho lavorato riportando risultati
incoraggianti.
La bulimia nervosa, per esempio, è un disturbo alimentare caratterizzato da una tendenza autolesionista che si
esprime tramite un’alimentazione smodata, unita all’ossessione di tenere sotto controllo il proprio peso. Le persone
affette da bulimia instaurano una vera e propria dipendenza da cibo, paragonabile alla droga per i tossicodipendenti;
il cibo diventa infatti una sorta di anestetico che permette di non sentire la sofferenza, nonché di placare l’ansia e il
senso di vuoto interiore.

Un caso di bulimia
Ecco un esempio esplicativo di applicazione del FastReset con questo tipo di disturbo.
Federica è una donna di trentacinque anni che si rivolge a me dopo dieci anni di disturbi alimentari. In particolare, negli ultimi due la sua vita si
svolge sostanzialmente mangiando e vomitando; tale pratica non solo si rivela ovviamente dannosa dal punto di vista fisico, ma porta la paziente a un
evidente isolamento sociale e ne determina addirittura la perdita del lavoro.
All’interno del percorso psicoterapeutico, dopo aver stabilito una buona alleanza con lei, sono ricorsa al FastReset focalizzando l’attenzione sulla
consapevolezza delle proprie risposte emotive. Federica mi riferisce che, poco prima dell’abbuffata, entra «in una sorta di trance, un automatismo in
cui è impossibile pensare, e la forza di volontà è annullata».
Ripercorro con lei diverse volte i momenti che precedono la crisi bulimica e aiuto la paziente a individuare le emozioni che inizialmente non sono
accessibili. Federica riconosce «uno stato di ansia insostenibile, un senso di vuoto terrificante che va assolutamente riempito». A questo punto, applico
il FastReset suggerendo le frasi: Questo vuoto insostenibile e Accolgo il mio bisogno di riempirmi, che vuole proteggermi dall’ansia.
Simultaneamente, Federica riferisce che l’ansia che sta sperimentando si trasforma molto velocemente; ora è però in contatto con «un dolore lacerante,
un senso di disperazione» che le ricorda un pozzo buio senza fine. Tratto perciò Questo mio bisogno di riempirmi, che mi protegge dallo sprofondare
in un pozzo senza fine e che mi protegge dall’angoscia profonda. Seguono delle frasi di rilascio e uno shift, dopo le quali Federica si sente decisamente
meglio, il corpo e la postura appaiono più rilassati; la paziente mi riferisce ora di sentirsi molto stanca e ovattata, ma più serena, come «se si fossero
sciolti dei grossi nodi nella pancia e nella gola».
La settimana successiva Federica si presenta alla seduta con un aspetto decisamente meno sofferente, però, un po’ spaventata, mi dice: «Aiuto,
dottoressa, non funziona più! Ora riconosco l’ansia, ma se mangio non passa. E adesso come faccio?» In realtà, è un risultato molto importante, che ci
porta a un punto di svolta della terapia, benché delicatissimo. Accolgo perciò i timori e il disorientamento della paziente, spiegandole che sono
determinati dal fatto che il suo meccanismo di difesa, la sua modalità di autoaiutarsi nel fronteggiare l’ansia «non c’è più, è come disattivato».
Continuo quindi la terapia seguendo con particolare attenzione questa fase, e sostenendo Federica nell’esplorazione delle proprie ulteriori emozioni.
A un anno e mezzo di distanza, Federica non ha più avuto ricadute, e ha ripreso felicemente il suo lavoro e la vita sociale.
In questo caso possiamo osservare come l’applicazione del FastReset abbia effettivamente funzionato al pari di una sorta di interruttore sul
meccanismo ansia-vuoto-mi riempio di cibo. Il cibo ha così perso la sua potente ma controproducente funzione compensativa; ciò in qualche modo ha
determinato, in realtà, il fallimento della manovra difensiva della paziente, con il suo iniziale disorientamento. Federica, sostenuta poi da una buona
relazione terapeutica, ha potuto superare brillantemente questa fase delicata, liberandosi del sintomo bulimico, e andando finalmente a lavorare sulle
istanze profonde che causavano il suo malessere.

Un caso di psicosi

Un’altra esperienza molto interessante in ambito psicopatologico mi deriva dall’applicazione del FastReset con Elisabetta, una paziente di trentotto
anni affetta da disturbo psicotico, 18 in trattamento psicofarmacologico monitorato dallo psichiatra e sostenuta dagli incontri di psicoterapia.
Elisabetta, nonostante il supporto farmacologico, di tanto in tanto soffre di crisi allucinatorie accompagnate dal delirio. In tali momenti è preda di un
terrore profondo e pervasivo, difficilmente arginabile. Dopo un lungo percorso di sostegno, la paziente è stata in grado di riconoscere una sorta di
«aura» senso-percettiva che precede lo scatenarsi delle allucinazioni, e che può durare da qualche ora a diversi giorni. «Ora capisco che non è
improvviso. Prima di essere in quella paura lì, dove non capisco più niente, accade qualcosa. Ho sensazioni strane, come se tutto il mondo fosse più
veloce, o forse io rallentata, e perdo… non riesco più a stare dietro a tutto, i suoni si confondono, i colori si sovrappongono e poi sto male.» Così
Elisabetta descrive lo stato vissuto quando i suoi canali percettivi vengono sovrastati dall’amplificazione di percezioni che non trovano controllo e
contenimento, e lei si confronta con la propria intensa capacità di sentire le percezioni corporee, unita però alla difficoltà nel contenerle: le sensazioni
sembrano assumere una vita propria, diventando incombenti e incontrollabili.
L’applicazione del FastReset nella sua modalità più semplice, ovvero sulle sensazioni e (dis)percezioni corporee, determina un retrocedere di questo
stato morboso; la paziente, che visibilmente si rilassa, mi riferisce che «tutto rallenta di nuovo, non mi sto più perdendo». Contemporaneamente
all’applicazione del FastReset emergono nuovi contenuti emotivi, che Elisabetta fatica a riconoscere ed elaborare, ma che tuttavia è in grado di
contenere con il mio supporto.
Il FastReset ha contribuito (insieme con altri accorgimenti) a diminuire lo scatenarsi di violente crisi, conferendo alla paziente maggior serenità in
quanto, come lei stessa dice: «Ho un po’ più di fiducia: prima, quando iniziavano i suoni e tutto il resto, non c’era proprio niente da fare. Ora, anche se
non sempre, posso prendere in mano la mia mente e non farmela scappare».
Tali esperienze sono state per me sorprendenti; ritengo che l’utilizzo del FastReset in ambito psicopatologico, eseguito da psicoterapeuti all’interno
di un setting sufficientemente contenitivo e monitorato da psichiatri, debba essere maggiormente esplorato e possa apportare contributi interessanti.

Il FastReset applicato ai bambini

Utilizzo frequentemente il FastReset con bambini di differenti età e con i loro genitori, ottenendo risultati davvero
ottimi.
I bambini godono di una capacità di apprendimento molto veloce, e dimostrano un’innata intuitività rispetto a ciò
che è utile e sano per loro e li aiuta a stare meglio. Inoltre, le rappresentazioni mentali limitanti e i pensieri
disturbanti risultano essere meno radicate rispetto all’adulto e spesso si giunge a una risoluzione del problema in
pochissimo tempo.
Il FastReset può essere utilizzato sia per risolvere piccole paure o stati di malessere, con l’intento di mantenere un
buon equilibrio e un buono stato di salute fisica ed emotiva, sia per trasformare disagi più importanti – quali fobie,
insicurezza, ansie specifiche come il timore dell’abbandono e l’ansia da separazione, disturbi alimentari, problemi di
enuresi –, che potrebbero precludere un sano e adeguato sviluppo verso una vita adulta ricca di salute, benessere,
autostima e serenità.
In merito all’utilizzo pratico, inserisco questa tecnica all’interno del setting che creo per i bambini, mentre
giochiamo, disegniamo, creiamo delle storie.
Quasi sempre è sufficiente applicare il FastReset aiutando il bambino a focalizzare l’attenzione sulle sensazioni
del proprio corpo o sull’oggetto esterno (il compagno che tira sempre i capelli, la maestra severa…); in altri casi,
propongo di immaginare, insieme con il bambino, di affrontare la situazione problematica.
Rispetto all’età, segnalo che ovviamente per bimbi in età prescolare può risultare difficile comprendere ed
eseguire l’indicazione «sposta l’attenzione sulle mani»; è necessario aiutare il bambino a mantenere l’attenzione
sulle mani per esempio toccandogliele, o chiedendo di batterle mentre si guardano. Anche le frasi vanno calibrate
rispetto alla fase di sviluppo emotivo e cognitivo, e vanno sintonizzate utilizzando terminologie che appartengono al
lessico del piccolo paziente; per esempio, invece di «lascio andare» si possono utilizzare le locuzioni «caccio via»,
«mando lontano lontano»… Molto utile è chiedere al bimbo stesso come vuol lasciare andare una certa emozione o
uno stato di malessere: «Bene, allora questa rabbia (oppure questo mal di pancia) adesso non ci serve più, possiamo
mandarla via, dove vorresti che andasse?»

16. Psicologa dell’età evolutiva, psicologa clinica, counselor e psicoterapeuta transpersonale.


17. La Gestalt è un indirizzo di psicoterapia a orientamento umanistico sviluppatosi negli Stati Uniti a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso a
opera di Fritz Perls, e si pone come «terza via» tra psicoanalisi e comportamentismo. L’attenzione per il «mondo interno» del soggetto rimanda al recupero
del patrimonio psicoanalitico, mentre quella interattivo-relazionale esprime una derivazione e integrazione della prospettiva sistemica e costruttivista.
La psicoterapia transpersonale, divulgata da autori quali Carl Gustav Jung, Roberto Assagioli, Stanislav Grof, Ken Wilber, Charles Tart e Pier Luigi
Lattuada, è un orientamento olistico che opera per la realizzazione del Sé, il risveglio della natura intima di ogni individuo e delle sue qualità genuinamente
umane. Il termine transpersonale sta a indicare quelle aree della realtà psichica che si estendono oltre l’identificazione con la mera personalità. Questo
approccio si caratterizza, in ambito clinico e scientifico, per il particolare interesse allo studio e alla comprensione dell’esperienza interiore di ordine
trascendente.
18. La psicosi è la malattia mentale per antonomasia, caratterizzata da un ripiegamento dell’individuo all’interno di sé con conseguente caduta della
relazione con la realtà. Gli aspetti caratterizzanti della malattia, oltre alla derealizzazione (cioè la percezione distorta della realtà), sono il senso di
depersonalizzazione, la perdita dell’orientamento spazio-temporale; le funzioni dell’Io risultano disgregate e le risorse interne, seppur presenti, difficili da
far emergere.
Postfazione

VENT ’ANNI fa la buona sorte mi ha fatto conoscere la dottoressa Maria Grazia Parisi. Siamo diventate amiche e fin
dall’inizio sono stata colpita non solo dalla sua professionalità ma anche dalla sua etica, dal rispetto per il
giuramento di Ippocrate e dal suo spirito di «pioniera» della medicina. Perciò non mi meraviglio affatto che,
perseguendo tenacemente il suo spirito di avanguardia, abbia messo a punto questo straordinario metodo che,
peraltro, ho avuto la fortuna di sperimentare con successo nella tarda primavera del 2011.
Avevo infatti chiesto a Maria Grazia il suo parere su una serie di coincidenze che si verificavano da qualche mese
ed erano fonte di ansia e di paura, perché molto simili a quelle che mi erano occorse dodici anni prima e che si
rivelarono il preavviso della morte di due miei famigliari: lutti dolorosi, dei quali allora non mi aveva neppure
sfiorato il sospetto.
Maria Grazia mi sottopose al FastReset, facendomi appoggiare le mani sulla sua scrivania e rivolgendomi
domande varie. Il metodo – rivoluzionario! – mi portò, in modo inaspettato, a piangere copiosamente. E dopo le
lacrime scoprii che ansia e paura si erano dileguate.
Non è tutto: la mia sensazione da allora è che una porta si sia felicemente spalancata per la mia vita spirituale.
Dall’aprile di quest’anno mi si presentano infatti con grande frequenza coincidenze significative e feconde. Ma
perché ciò accade? mi sono chiesta. Per darmi una risposta mi sono orientata sul simbolismo dell’amigdala, quella
parte del cervello che attraverso il FastReset mi aveva liberato dall’ansia. Ma perché proprio l’amigdala? Per il fatto
che, considerando la sua forma, il suo nome significa «mandorla», frutto misterioso che custodisce un segreto
simbolico: l’essere umano dovrebbe impegnarsi nella rottura del guscio per conquistarne il seme, simbolo della
saggezza e dell’essenza spirituale. E l’amigdala è un filtro degli eventi esterni: se questi comportano emozioni
negative scatta immediatamente un automatismo difensivo, se invece comportano emozioni positive, scatta subito il
piacere.
Che cosa voglio dire? Che, probabilmente, l’esperienza con il FastReset ha definitivamente rimosso il ricordo
delle coincidenze negative, consentendo che si aprisse uno spazio meraviglioso alle coincidenze positive.
Chissà se Maria Grazia Parisi accetterà questa mia bizzarra ipotesi...
RUDY STAUDER
giornalista e scrittrice
Ringraziamenti

CHE se ne siano accorti o meno (e se ho frainteso il loro contributo, sia chiaro che è solo mia responsabilità), hanno
contribuito a quest’opera e ricevono perciò tutta la mia più profonda gratitudine: Antonio Capitani, Linda Nurra,
Tony Paradiso, Eleonora Prazzoli, Dede Riva, Rudy Stauder, Guido Tedeschi Polmonari e tutti i Maestri, i colleghi,
gli amici e i pazienti che mi hanno fornito idee, suggerimenti, spunti e consigli per sperimentare e mettere a punto
quanto qui descritto.
Dulcis in fundo, un ringraziamento extra ai miei ineguagliabili editor, Elisabetta Albieri ed Enrico Racca di
Sperling & Kupfer, che mi hanno reso non solo possibile, ma anche estremamente piacevole, dedicarmi a questo
libro.
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Fastreset ® Il metodo rapido di guarigione emotiva


Proprietà Letteraria Riservata
© 2013 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
Ebook ISBN 9788873397472

COPERTINA || ART DIRECTOR: FRANCESCO MARANGON | GRAPHIC DESIGNER: CARLO MASCHERONI

FastReset ® è un marchio registrato.

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