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Sergio Romano

Putin
e la ricostruzione
della Grande Russia
www.longanesi.it

PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA


Longanesi & C. © 2016 – Milano
Gruppo editoriale Mauri Spagnol

ISBN 978-88-304-4776-9

In copertina: Art director: Giacomo Callo;


graphic designer: Marina Pezzotta;
foto © Official portrait of Vladimir Putin, 2nd and 4th President of Russia,
Russian Presidential Press and Information Office, 2006 (photo),
Russian Photographer, (21st century);
Pictures from History / Bridgeman Images/Alinari

In copertina: art director: Giacomo Callo; graphic designer: Marina


Pezzotta; foto © Official portrait of Vladimir Putin, 2nd and 4th President
of Russia, Russian Presidential Press and Information Office, 2006
(photo), Russian Photographer, (21st century); Pictures from
History/Bridgeman Images/Alinari

Prima edizione digitale novembre 2016

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
PRESENTAZIONE

Dire Russia per molti significa dire Vladimir Putin. Da più di


quindici anni al governo di un Paese di enormi dimensioni, che si
estende dal mar Baltico al Pacifico, l’«uomo più potente del
mondo», come dal 2013 lo definisce Forbes, ha infatti impresso
il proprio marchio sulla storia recente dell’ex impero sovietico.
Non solo. Con una strategia politico-istituzionale aggressiva e
spregiudicata, che in più occasioni è parsa lontana dagli standard
delle democrazie occidentali, è diventato uno degli attori
principali sullo scenario geopolitico contemporaneo. Ma quali
sono le ragioni profonde di questo successo? Quale il segreto di
un potere così incontrastato?
Secondo Sergio Romano, che ha concluso la sua lunga e
prestigiosa carriera diplomatica come ambasciatore proprio a
Mosca, Putin si è impegnato a fondo nella ricostruzione
dell’identità russa, rinnovando un bagaglio di simboli, valori e
ideali rimasti sepolti per secoli. Consapevole del peso della
tradizione, che da Pietro il Grande al tramonto dello zarismo ha
forgiato istituzioni e culture politiche della nazione, Putin ha
saputo gestire a proprio vantaggio la memoria pubblica della
Rivoluzione d’Ottobre, rafforzando al tempo stesso il ruolo della
Chiesa ortodossa, cui ha garantito un nuovo spazio sociale. Ha
rispolverato, insomma, un’ideologia e una missione. È da queste
premesse, ci fa capire Romano in pagine documentate e
illuminanti, che dobbiamo necessariamente partire se vogliamo
capire qualcosa di più della Russia odierna e del nostro presente,
dalla guerra al terrorismo in Cecenia al conflitto con l’Ucraina
per l’annessione della Crimea, dalla dottrina militare anti-Nato
all’attuale intervento in Siria, che agita i fantasmi di una guerra
fredda collocata troppo in fretta negli archivi della Storia.
SERGIO ROMANO (Vicenza, 1929) è stato ambasciatore alla
NATO e, dal settembre 1985 al marzo 1989, a Mosca. Ha
insegnato a Firenze, Sassari, Pavia, Berkeley, Harvard e, per
alcuni anni, all’Università Bocconi di Milano. È editorialista del
Corriere della Sera. Tra i suoi ultimi libri pubblicati da
Longanesi: La quarta sponda (2005, nuova edizione 2015), Con
gli occhi dell’Islam (2007), Storia di Francia, dalla Comune a
Sarkozy (2009), L’Italia disunita, con Marc Lazar e Michele
Canonica (2011), La Chiesa contro, con Beda Romano (2012),
Morire di democrazia (2013), Il declino dell’impero americano
(2014) e In lode della Guerra fredda (2015).
a M.A.
e O’Cara
compagne di strada
LE DELUSIONI DEL GIOVANE PUTIN

Vladimir Putin e Henry Kissinger si conobbero a Pietroburgo,


verosimilmente nella prima metà degli anni Novanta quando l’ex
tenente colonnello del Kgb aveva poco più di quarant’anni (era
nato nel 1952) e l’ex segretario di Stato americano poco più di
settanta. Kissinger era a Pietroburgo per partecipare alle riunioni
di una commissione formata con il sindaco della città Anatolij
Sobčak per attrarre capitali stranieri. Putin, collaboratore di
Sobčak, era andato a prenderlo all’aeroporto e lo stava portando
in città quando Kissinger, insaziabilmente curioso, cominciò a
tempestarlo di domande sulla sua carriera. Putin gli rispose che
prima di lavorare per il Comune di Leningrado aveva lavorato
per l’Università e che prima ancora era stato «nell’esercito». «In
quale reparto?» chiese Kissinger. A Putin sembrò che fosse
meglio essere sincero e la sua risposta fu: «Ho lavorato per i
servizi segreti». Kissinger volle sapere se avesse lavorato
all’estero e, quando seppe che era stato in Germania, chiese: «Est
o Ovest?» Putin rispose: «Est» e Kissinger commentò, con una
punta di ironia: «Tutte le persone per bene hanno cominciato nei
servizi segreti. Anch’io».
La conversazione, da quel momento, divenne meno formale.
Kissinger ricordò di essere stato molto criticato, negli Stati Uniti,
per la posizione che aveva preso dopo la caduta del muro di
Berlino. «Ero convinto che l’Unione Sovietica non dovesse
abbandonare così di colpo l’Europa orientale. Stavano
cambiando rapidamente gli equilibri mondiali e pensavo che
potessero esservi conseguenze indesiderate. E ora mi
rimproverano per quelle posizioni. Si dice: ’Vedete, i sovietici se
ne vanno e tutto rimane tranquillo. E voi pensavate che fosse
impossibile’. E in effetti io pensavo che fosse impossibile.» Fece
una breve pausa e poi, quasi sovrappensiero: «Francamente
ancora oggi non capisco perché Gorbačëv ha fatto tutto questo».
Può darsi che Putin abbia corretto le parole di Kissinger per
renderle più vicine al proprio pensiero, ma sarei sorpreso se lo
avesse grossolanamente tradito. Aggiungo che il «tutto rimane
tranquillo», con cui i critici di Kissinger commentavano le sue
pessimistiche previsioni, era ovviamente sbagliato. Tra il colpo
di Stato dell’agosto 1991 e le dimissioni di Gorbačëv dalla
presidenza dell’Urss, lo Stato sovietico andò in pezzi, non
sempre pacificamente. Il colpo di grazia fu il decreto per la
dissoluzione del Partito comunista che Boris El’cin, presidente
della Repubblica russa, costrinse Gorbačëv a firmare di fronte
alle telecamere il 24 agosto. Il partito era lo Stato, la sua struttura
funzionale e la sua legittimazione ideologica. La firma del
presidente dell’Urss in calce al decreto di El’cin avallava di fatto
le dichiarazioni d’indipendenza già proclamate da alcune
repubbliche e autorizzava le altre a fare altrettanto. Vi furono
tentativi per sostituire il vincolo comunista con altri legami più o
meno confederali, ma il solo che produsse qualche risultato fu il
patto di Minsk fra Russia, Ucraina e Bielorussia, con cui nasceva
una associazione delle tre nazioni slave che sarebbe divenuta,
con altre ex repubbliche sovietiche, la Comunità degli Stati
indipendenti.
LO SMEMBRAMENTO
DELLO STATO SOVIETICO

Contemporaneamente si risvegliavano dal lungo letargo


sovietico tutti i nazionalismi della Grande madre russa: quello
dei Baltici, che furono tra i primi a proclamare l’indipendenza;
quello degli armeni, che si impadronirono del Nagorno
Karabach, una enclave armena di cui Stalin aveva fatto dono
all’Azerbaigian negli anni Venti; quello dei romeni della
Moldavia (la vecchia Bessarabia); quello degli ucraini della
Transnistria; quello degli abcasi e degli osseti del Sud in
Georgia; quello dei tatari in Crimea e quello dei ceceni nel
Caucaso settentrionale. Anche la Chiesa ortodossa ne fu
contagiata. Nel 1992 il suo ramo ucraino si staccò dal Patriarcato
di Mosca, divenne autocefalo e proclamò la nascita del
Patriarcato di Kiev.
A Mosca, intanto, stavano maturando le condizioni per una
guerra civile tra la presidenza di Boris El’cin e il Soviet Supremo
di Ruslan Chasbulatov. Quando il primo, nel settembre 1993,
sciolse il Soviet Supremo e annunciò una duplice tornata
elettorale (per il capo dello Stato e per il Parlamento),
Chasbulatov, insieme al vicepresidente Aleksandr Ruckoj, si
asserragliò con i suoi deputati nel palazzo parlamentare (la Casa
Bianca) e chiamò i suoi fedeli a una sortita armata che avrebbe
permesso l’occupazione di alcuni punti nevralgici: il municipio,
la sede dell’Agenzia Tass, il grattacielo della televisione a
Ostankino. Ma El’cin disponeva dell’esercito e non esitò a
ordinare il bombardamento della Casa Bianca. Il luogo in cui il
presidente della Repubblica, due anni prima, aveva difeso la
nuova Russia contro il Comitato degli otto golpisti, era diventato
paradossalmente il simbolo delle nostalgie sovietiche. La
battaglia di Ostankino provocò 80 morti, quella della Casa
Bianca non meno di 150.
Chi sopravvisse tuttavia sfuggì quasi sempre alla logica delle
vendette e del regolamento dei conti. I golpisti dell’agosto 1991
e i ribelli della Casa Bianca furono amnistiati dalla Duma e tutti
finirono per comportarsi come se ogni partita dovesse venire
chiusa il più rapidamente possibile, senza purghe e col minore
spargimento di sangue possibile. Gorbačëv dovette farsi da parte
e lasciare a El’cin le redini dello Stato, ma gli fu permesso di
conservare la sua dacia e di installarsi con alcun fedeli, fra cui un
consigliere di politica internazionale, Vadim Zagladin, nella sede
di una Fondazione intitolata al suo nome.
Il crollo dell’Unione Sovietica fra il 1989 e il 1991 non fu
accompagnato dall’arrivo al potere di una nuova classe dirigente.
Boris El’cin era stato segretario del partito a Sverdlovsk e più
tardi a Mosca. I nuovi arrivati erano volti noti. Il primo Premier
di El’cin, Egor Gajdar, era stato redattore capo delle pagine
economiche della Pravda. Il ministro delle Finanze Anatolij
Čubajs era un giovane comunista, laureato all’istituto di
Economia e Ingegneria di Leningrado. Viktor Černomyrdin, che
succedette a Gajdar, era un alto dirigente di Gazprom. I leader
politici che avevano sotterrato l’Urss in una foresta della
Bielorussia l’8 dicembre 1991 erano approdati alla vita politica
durante la lunga stagnazione brezneviana. Gli uomini che si
sarebbero serviti delle riforme di Čubajs per impadronirsi del
patrimonio industriale sovietico e che di lì a poco verranno
chiamati oligarchi, erano la crema del Komsomol,
l’organizzazione giovanile del partito. Evgenij Primakov, che
diventerà ministro degli Esteri nel 1996, aveva fatto la sua
carriera politica fra l’Accademia delle scienze e il Kgb.
Qualcuno, nel 1991, sostenne che gli eventi sovietici dopo le
dimissioni di Gorbačëv erano una sorta di «25 luglio russo», una
operazione gattopardesca in cui ogni mutamento serviva in realtà
a mascherare la continuità del potere per coloro che lo avevano
già esercitato.
Vi era in questo giudizio una certa forzatura. I sopravvissuti
alla scomparsa dell’Urss sapevano che non era più possibile
governare la Russia con i metodi del regime defunto.
Paradossalmente l’evento che conferì a El’cin una sorta di
legittimità democratica fu lo scontro con il Soviet Supremo di
Ruslan Chasbulatov e Aleksandr Ruckoj; una lotta per il potere
fra uomini che avevano una stessa matrice e uno stesso passato. I
russi, quando vennero chiamati alle urne, poterono fare le loro
scelte e votare per una costituzione che, con tutti i suoi vizi e
difetti, assomigliava a quella di una democrazia
semipresidenzialista europea. Furono libere elezioni? Forse
dovremo accontentarci di constatare che ebbero luogo in una
situazione in cui alcune scelte erano infine possibili. In fondo,
anche quando non era pubblicamente ammesso, tutti sapevano
che il partito era morto e il sistema sovietico era fallito.
RICORDARE E DIMENTICARE

Vi fu quindi immediatamente, dopo le dimissioni di Gorbačëv e


la scomparsa dell’Urss, un problema di memoria nazionale.
Come ricordare il passato sovietico? Che cosa fare delle migliaia
di statue, busti bronzei e marmorei, targhe e lapidi che
popolavano l’enorme spazio urbano della Russia? Esisteva un
precedente a cui era possibile, in teoria, ricorrere: quello della
sorte riservata alla tomba di Stalin quando il suo corpo fu
rimosso dal mausoleo di Lenin e sepolto dietro le mura del
Cremlino, in un Pantheon minore dove erano già sepolti, tra gli
altri Sverdlov, Kamenev, Kalinin, Ždanov, Žukov, Brežnev e
alcuni venerati stranieri come John Reed e Inessa Armand. In
quel luogo Stalin ebbe diritto a un busto, ma non fu più meta di
pubblici pellegrinaggi. A quel precedente, quindi, era possibile
ispirarsi per risolvere il problema delle statue più ingombranti.
Per alcuni giorni, tuttavia, nell’agosto del 1991, fu
impossibile impedire che alcune di esse finissero nelle mani di
una folla irriverente. Il caso più interessante fu quello del
monumento a Feliks Dzeržinskij, il «Feliks d’acciaio», come era
abitualmente chiamato, fondatore della Ceka e padre onorario di
tutti i servizi segreti dell’Unione Sovietica sino al Kgb e all’Fsb,
di cui Putin fu direttore negli anni Novanta. Il monumento
sorgeva nella piazza della Lubjanka e rischiò di sfondare il
selciato quando un gruppo di manifestanti lo ingabbiò nelle
corde e cominciò a tirare. Fu quello il momento in cui alcuni
agenti del Kgb, che sino ad allora avevano guardato la scena
dalle finestre, uscirono dal palazzo e chiamarono una gru per
aiutare i manifestanti. Forse volevano evitare danni alla ferrovia
metropolitana che correva sotto il selciato; forse sapevano che in
quel luogo, oltre alla metropolitana, vi erano le segrete del Kbg.
Caduto con l’aiuto dei suoi eredi, il padre della Ceka fu
trasportato nel giardino di un museo d’arte contemporanea (la
nuova galleria Tretjakovskaja, accanto al parco Gor’kij), dove è
ancora, insieme ad altre statue rimosse in quei giorni ma non
dissacrate. Una sorte analoga toccò alla toponomastica. Vi erano
quelli che chiedevano il ripristino dei vecchi nomi e quelli che
volevano conservare i simboli e i segni della Rivoluzione
d’Ottobre. In molti casi fu deciso che una via si sarebbe chiamata
col suo vecchio nome fino a un certo punto e col nome sovietico
da quel punto in là. Ma sul problema della memoria nella società
russa avrò occasione di tornare.
LA NUOVA COSTITUZIONE
E GLI OLIGARCHI

Dopo la breve guerra civile della Casa Bianca il passaggio alla


democrazia fu più formale che sostanziale. Il 12 dicembre 1993 i
russi votarono per una nuova costituzione, costruita con pezzi
francesi e americani, e per due Camere. La prima, Duma di
Stato, avrebbe avuto 450 membri, mentre la seconda, il
Consiglio della Federazione, sarebbe stato composto da 176
rappresentanti delle diverse entità amministrative del Paese:
oblast (regioni), repubbliche autonome, okrug (circondari), due
città federali (Mosca e San Pietroburgo), una regione ebraica (il
Birobidžan). La cornice istituzionale esisteva e sembrava
rispondere alle esigenze del Paese. Ma gli ingredienti con cui
riempirla erano ancora grezzi e acerbi. Non vi era stata una
rivoluzione democratica, voluta da forze che si erano preparate
moralmente e politicamente al mestiere del governo. Non vi era
una nuova classe politica pronta a raccogliere la sfida del potere.
Esistevano invece alcuni personaggi inquietanti privi di qualsiasi
credenziale democratica, come Gennadij Zjuganov, segretario di
un rinato Partito comunista, e Vladimir Žirinovskij, una sorta di
tribuno della plebe che si autodefiniva, paradossalmente, liberal-
democratico.
Vi era invece un nuova casta che si stava facendo strada fra le
macerie dell’economia di comando. Erano giovani brillanti,
cresciuti nel Komsomol e probabilmente destinati, prima del
crollo dell’Urss, a occupare posizioni direttive nella macchina
del partito. Quando il governo Gajdar-Čubajs decise di avviare la
privatizzazione delle imprese di Stato inviando a ogni cittadino
russo, sotto forma di buoni, una quota-parte della ricchezza
nazionale per il valore di 10.000 rubli, alcuni di essi
cominciarono a farne incetta. In breve una decina di persone
divenne proprietaria delle aziende che controllavano le principali
risorse naturali del Paese: petrolio, gas, legno, metalli, minerali.
Si chiamavano Roman Abramovič, Boris Berezovskij, Vladimir
Gusinskij, Michail Chodorkovskij, Vladimir Potanin, Oleg
Deripaska. Per fare i loro acquisti si erano indebitati con le
vecchie banche sovietiche, ma l’inflazione latino-americana, che
si abbatté sulla Russia nella prima metà degli anni Novanta,
azzerò i loro debiti. Per proteggere e investire le loro immense
ricchezze aprirono banche, fondarono giornali, crearono stazioni
televisive.
Mentre gli oligarchi si arricchivano, lo Stato, privo di
qualsiasi sostanziale gettito fiscale, diveniva sempre più povero e
dovette ricorrere al loro buon cuore per pagare gli stipendi della
funzione pubblica e delle forze armate. Alcuni di essi, per meglio
estendere il loro potere, non esitarono a invadere il campo della
politica nazionale. Nel giugno del 1996, prima di sottoporsi a un
complicato intervento cardiaco, El’cin decise di chiedere il
rinnovo del mandato presidenziale. Ma i sondaggi gli erano
sfavorevoli e vinse al secondo turno soltanto quando alcuni
oligarchi misero a sua disposizione il loro denaro e i mezzi
d’informazione di cui erano proprietari. Da quel momento gli
oligarchi non furono soltanto spregiudicati uomini d’affari che si
erano enormemente arricchiti durante la fase delle
privatizzazioni. Furono i condomini del Cremlino e i grandi
elettori del presidente. Boris Berezovskij, in particolare, divenne
segretario esecutivo della Comunità degli Stati indipendenti, una
carica che aveva una modesta sostanziale importanza, ma gli
assicurava l’accesso al Cremlino e al circolo dei familiari di
El’cin.
IL PAESE DEI CONFLITTI

Su un altro piano, il maggiore problema del nuovo Stato russo


era quello dei conflitti che agitavano le vecchie repubbliche
sovietiche e alcune regioni della grande Russia. Tutte le frontiere
erano state manipolate da Stalin e dai suoi successori per evitare
la nascita di nazionalismi locali o compiacere qualche gerarca
del partito. L’Ossezia era stata divisa fra la Russia e la Georgia.
Il Nagorno-Karabach, una provincia armena, era stato regalato
all’Azerbaigian per lanciare un segnale di amicizia alla Turchia
di Kemal Atatürk. La Crimea era stata donata all’Ucraina, nel
1956, per celebrare il terzo centenario della sua unione alla
Russia. La Transnistria (una regione popolata da russi e ucraini)
era stata trasferita alla Moldavia per diluire la popolazione
romena con una componente slava.
Tutti quei confini erano stati tracciati sulla carta geografica
quando l’unità dello Stato sovietico era ancora garantita
dall’esistenza di un solo partito, da Minsk a Vladivostok, da
Arkhangelsk alla lunga frontiera cinese. Ora, dopo la morte
dell’Urss, ogni confine era diventato un virtuale campo di
battaglia. Si combatteva per la terra in Georgia, Armenia,
Azerbaigian, ma si combatteva anche tra russi e musulmani in
Tagikistan. Fu evitata una guerra ucraina soltanto perché i due
presidenti, El’cin e Leonid Kučma, si misero d’accordo su una
formula che avrebbe permesso alla Russia di conservare per
lunghi periodi rinnovabili la base navale di Sebastopoli.
Il conflitto più pericoloso fu quello per la Cecenia. Un
generale dell’aeronautica, dislocato in una base missilistica
dell’Estonia, Džokhar Dudaev, ritornò nel Paese natale e
approfittò del caos istituzionale di Mosca, nell’estate del 1991,
per occupare con un drappello di uomini il Parlamento locale,
gettare il maggiore esponente del Partito comunista dalla finestra
e proclamarsi presidente di una repubblica sovrana. El’cin era
troppo impegnato a Mosca, in quel momento, per rincorrere i
singoli pezzi di un impero che si stava sbriciolando. Ma la
Cecenia era una porta sul Caucaso, in una zona ricca di petrolio,
e la sua indipendenza, se la Russia non fosse riuscita a
riprenderla, avrebbe contagiato altre repubbliche autonome del
Caucaso e dell’Asia centrale.
Tre anni dopo, superata vittoriosamente la grande crisi del
1992-1993, El’cin decise che il momento per riconquistare la
Cecenia era arrivato. Le operazioni militari cominciarono
nell’agosto 1994 e tutti, compresi gli americani, furono colti di
sorpresa dallo spettacolo dei mesi seguenti. Dopo la tragica
esperienza afgana, l’Armata Rossa, come si era chiamata sino a
qualche anno prima, era male addestrata, priva di un disegno
strategico, dotata di armi che non rispondevano alle esigenze del
terreno. El’cin, inoltre, dovette constatare che la guerra, se
combattuta da uno Stato democratico, era molto più scomoda e
rischiosa di una guerra combattuta da un regime autoritario. A
Mosca e in altre città le madri scesero in piazza per chiedere il
ritorno dei figli e alcune andarono a Groznyj per riportarli a casa.
Fu deciso di affidare il comando delle truppe a un generale,
Aleksandr Lebed’, che aveva combattuto in Afghanistan, si era
distinto per avere disobbedito ai congiurati durante il putsch
contro Gorbačëv ed El’cin nell’agosto del 1991, e aveva
pacificato la Transnistria qualche mese dopo. Ma Lebed’,
anziché combattere a oltranza, preferì mettersi d’accordo con il
leader ceceno Aslan Maschadov per interrompere le ostilità e
rinviare a una fase successiva la discussione sul futuro
istituzionale della regione. Era ormai chiaro che al generale russo
la politica interessava più della guerra e che intendeva usare
l’episodio ceceno per preparare la sua candidatura alla
presidenza della Repubblica contro El’cin nel 1997. Ma il
presidente, con l’aiuto degli oligarchi, rimase al Cremlino e
Lebed’, qualche mese dopo, dovette accontentarsi del
governatorato di Krasnojarsk.
L’USCITA DI EL’CIN
E L’INGRESSO DI PUTIN

L’ultimo mandato di Boris El’cin è la storia di un penoso


declino. Il vecchio avversario di Gorbačëv soffriva di gravi
disturbi cardiaci, beveva troppo, era circondato da una corte di
familiari ingordi, spesso sovvenzionati dagli oligarchi. Negli
anni in cui aveva governato la Russia non era riuscito a creare un
partito a cui affidare il compito di formare la classe politica delle
prossime generazioni. Le condizioni del Paese, nel frattempo,
potevano soltanto peggiorare. L’enorme periferia russa non era
più governata dal centro. I governatori degli oblast e dei kraj
trattenevano per sé l’intero gettito fiscale. Abbandonata dai russi,
la Cecenia era diventata una pericolosa miscela di affarismo
criminale e fanatismo religioso. Le repubbliche indipendenti del
Caucaso e dell’Asia centrale oscillavano continuamente fra la
dittatura e il caos. Larghe fasce della società rimpiangevano i
tempi in cui lo Stato sovietico garantiva un austero ma decoroso
livello di vita. La grande crisi asiatica del 1998 mise in ginocchio
ciò che ancora restava dell’economia russa.
È molto probabile che l’uscita di El’cin dalla vita politica sia
stata preparata e organizzata da alcuni consiglieri direttamente o
indirettamente collegati con l’organizzazione (Servizio federale
di sicurezza) che aveva ereditato le funzioni e i quadri del Kgb.
In un Paese dominato da oligarchi, demagoghi, ambiziosi
generali e politici inesperti, la grande famiglia dei servizi era
ancora una delle poche colonne sopravvissute al crollo del
tempio sovietico. Ancora non sappiamo con precisione perché la
scelta sia caduta su Vladimir Putin. Chi lo aveva incrociato nel
decennio precedente sapeva che era stato agente del Kgb a
Dresda, durante la Repubblica Democratica Tedesca, e che era
tornato a Leningrado dopo la morte dello Stato comunista. Si era
proposto di lavorare all’Università, e aveva preso contatto con un
professore molto noto e stimato anche negli ambienti moscoviti.
Era Anatolij Sobčak, un brillante giurista, eletto al Congresso dei
deputati del popolo nel marzo 1989 con le prime elezioni, sia
pure imperfettamente democratiche, organizzate in Russia dopo
quella dell’Assemblea costituente alla fine del 1917. Ma anziché
proseguire una carriera russa a Mosca, Sobčak, dopo gli
avvenimenti del 1991, era tornato nella sua città, ne era diventato
sindaco e aveva organizzato il referendum che le avrebbe
restituito il nome originario di San Pietroburgo.
Nella nuova organizzazione del Comune Putin era stato
incaricato delle relazioni internazionali, forse perché a Dresda
aveva imparato il tedesco. Rimase con Sobčak sino alla fine del
suo mandato, passò alcuni mesi alla ricerca di una nuova
occupazione e infine, dopo qualche promessa non mantenuta,
approdò al Cremlino come vicecapo dell’amministrazione del
presidente. Queste notizie sono in un’intervista, lunga ma avara
di dettagli, che Putin dette sulla sua vita nel 2000 a tre
giornalisti: Natalya Gevorkian, Natalya Timakova e Andrej
Kolesnikov. Il libro apparve nell’anno in cui divenne presidente
e fu scritto per dare qualche risposta alle molte domande del
mondo sull’uomo che in poco più di un anno era arrivato al
vertice dello Stato russo. Nelle risposte ai suoi intervistatori
Putin parla di sé con distacco, tratta gli avvenimenti alla stregua
di episodi casuali, frutto di circostanze imprevedibili in cui il
protagonista sembra muoversi senza calcoli, passioni e
ambizioni, con una sorta di disincantata accettazione degli
eventi. Ricorda la semplicità della vita familiare, i ricordi paterni
della seconda guerra mondiale, la scoperta del karate, gli
allenamenti in palestra, la passione per gli aeroplani, la laurea in
giurisprudenza a 23 anni, i primi contatti con i funzionari del
Kgb che andavano alla ricerca di giovani leve.
Racconta anche che la sua formazione di giovane spia aveva
avuto luogo all’Istituto Andropov della Bandiera Rossa,
passaggio necessario per chi avrebbe fatto all’estero una buona
parte del suo servizio. Non sembra che fosse stato contagiato da
ciò che ancora restava del riformismo kruscioviano. I dissidenti
non gli piacevano, ma non condivideva l’antipatia del regime per
gli artisti «irregolari». A giudicare da questo autoritratto fu uno
studente diligente, ligio, riservato.
Quando gli fu chiesto come avesse vissuto a Dresda la fine
della Repubblica Democratica Tedesca, disse: «Abbiamo
distrutto tutto: tutti i rapporti, le liste dei nostri contatti e le
informazioni sulla rete dei nostri agenti. Io ho bruciato
personalmente una notevole quantità di materiale. Abbiamo
bruciato tanta roba che la stufa è scoppiata. Bruciavamo notte e
giorno. Tutto ciò che aveva un certo valore è stato mandato a
Mosca, ma non significava più nulla in termini operativi. Tutti i
nostri contatti erano tagliati fuori. Il lavoro con le fonti
d’informazione era bloccato per ragioni di sicurezza. I materiali
furono distrutti o spediti negli archivi. E amen».
Disse anche che il palazzo dei suoi uffici, mentre il personale
russo stava bruciando gli archivi, era stato circondato da una
folla ostile; e circolò per qualche tempo la voce che Putin,
armato di pistola, fosse sceso nella strada per dire ai dimostranti
che la sede sarebbe stata difesa con le armi. Ma nell’intervista ai
tre giornalisti russi, la pistola non c’è. Raccontò di essere sceso
per spiegare ai dimostranti che il palazzo ospitava
un’organizzazione militare sovietica. Quando gli chiesero perché
le targhe delle loro automobili fossero tedesche, rispose che
usavano targhe tedesche sulla base di un accordo con le autorità
della Rdt. Quando gli chiesero quale fosse il suo ruolo, rispose
che era un interprete. Ai tre intervistatori raccontò anche di avere
convocato il «gruppo di difesa» per decidere che cosa fare. Ma i
suoi collaboratori risposero: «Non possiamo fare nulla senza
ordini da Mosca, e Mosca tace». Quella frase gli rimase impressa
nella mente: «Ebbi la sensazione che il Paese non esistesse più,
che fosse scomparso. Era evidente: l’Unione era malata, era
addirittura un malato terminale senza speranza di cura: la paralisi
del potere».
Gli fu anche chiesto se avesse sofferto per la caduta del muro
di Berlino e rispose: «In realtà pensavo che fosse inevitabile. Per
dire la verità la sola cosa che rimpiangevo era il ruolo
dell’Unione Sovietica in Europa, anche se razionalmente mi
rendevo conto che un ruolo costruito su muri e su divisioni non
può essere mantenuto. Ma avrei voluto che al suo posto si
costruisse qualcosa di diverso. Nessuno invece propose qualcosa
di nuovo, ecco quello che mi feriva. Lasciarono semplicemente
perdere tutto e se ne andarono».
L’assedio del Kgb di Dresda durò sino all’arrivo di un
contingente di soldati sovietici. Nella Repubblica Democratica
Tedesca ve n’erano ancora quattrocentomila che sarebbero
rientrati in patria dopo la riunificazione.
L’ASCESA

Era da poco a Mosca quando scoppiò la grande crisi asiatica del


1998 e il Tesoro russo dovette dichiararsi insolvente. La crisi fu
relativamente breve e il bilancio nazionale, un anno dopo, venne
salvato dagli introiti del petrolio, grazie al brusco rincaro del
greggio sui mercati internazionali. Putin, nel frattempo, era
ritornato nella sua casa madre divenendo presidente di un Kgb
che, come sappiamo, aveva cambiato nome (ma non il palazzo in
cui la Ceka si era installata sin dal 1918, dopo il trasferimento
del governo da Pietrogrado a Mosca) e aveva conservato lo
stemma di tutti i suoi predecessori: lo scudo e la spada. Vi rimase
pochi mesi perché il 9 agosto 1999 El’cin lo nominò Primo
ministro. Gli osservatori internazionali e parecchi russi si
chiesero chi fosse quel signore stempiato di poche parole e scarsi
sorrisi che era uscito da un recente passato sovietico per
approdare improvvisamente sulla soglia del Cremlino. E furono
ancora più sorpresi quando seppero alla fine di dicembre che
El’cin si era dimesso e lo aveva designato come suo successore.
Sembrò a tutti evidente che il nuovo arrivato fosse stato scelto
da chi voleva garantire a El’cin una decorosa pensione senza
strascichi giudiziari, e continuare a governare dietro le quinte. Il
Kgb nella sua nuova incarnazione? Qualche ricco oligarca?
Evgenij Primakov, che fu ministro degli Esteri e
successivamente Primo ministro fra il 1996 il 1999, non aveva
dubbi. Era convinto che dietro le dimissioni del presidente vi
fosse la Famiglia, manovrata da un gruppo di oligarchi a cui
premeva soprattutto che nessun presidente mettesse in
discussione le baronie finanziarie e mediatiche che avevano
creato all’ombra del Cremlino nell’era di El’cin. Primakov aveva
ragione. Boris Berezovskij, il più ambizioso degli oligarchi e
quello maggiormente inserito nella macchina del Cremlino, si
vantò più tardi pubblicamente di avere invitato Putin ad accettare
il nuovo incarico. Si considerava il suo grande elettore e si
lamentava di essere stato tradito. Ma se qualcuno ritenne di
potere usare Putin per i propri fini, commise certamente un
errore. Il nuovo arrivato dette l’impressione di avere sin
dall’inizio un disegno personale e di sapere, in particolare, quali
fossero le questioni da affrontare con maggiore energia.
LA CECENIA ANZITUTTO

Putin era ancora Primo ministro quando decise di agire in


Cecenia. Dopo lo pseudoarmistizio di Lebed’ e Maschadov, la
guerra era diventata sempre più insidiosa e stava contagiando le
vicine regioni caucasiche del Daghestan e dell’Inguscezia.
Allorché il più sanguinoso dei leader ceceni, Šamil Basaev,
invase il Daghestan proclamandosi protettore della sua fazione
separatista, l’esercito russo entrò a sua volta nella regione e i
ceceni, con una strategia che anticipa quella recente dello Stato
islamico, replicarono con una serie di attentati contro la
popolazione civile di alcune città russe. Le due città
maggiormente colpite furono Mosca e Volgodonsk. I morti
furono non meno di 350 e la responsabilità fu attribuita a una
nuova organizzazione terroristica chiamata Esercito di
liberazione del Daghestan.
La reazione di Putin fu immediata. L’esercito ebbe l’ordine di
conquistare Groznyi e vi riuscì con i metodi spregiudicati e
spietati delle vecchie guerre coloniali. Ma qualcuno sostenne
maliziosamente che fra l’offensiva contro la Cecenia e gli
attentati delle settimane precedenti vi fosse una inconfessabile
relazione. Boris Berezovskij, che attribuiva a se stesso una
particolare competenza nelle questioni cecene e sosteneva di
essere il migliore dei negoziatori possibili, accusò Putin e i
servizi di avere organizzato gli attentati per giustificare una
spietata operazione militare. Un senatore americano, John
McCain, raccolse l’accusa e divenne da quel momento uno dei
principali critici di Putin negli Stati Uniti. Un agente del Servizio
federale di sicurezza, Aleksandr Litvinenko, che riparò in
Inghilterra e divenne cittadino britannico, lo scrisse in un libro
finanziato da Berezovskij e pubblicato a Londra nel 2002:
Blowing up Russia: Terror from Within (Bombe in Russia: il
terrore dall’interno). La guerra cecena divenne un caso
internazionale anche grazie a una giornalista russa, Anna
Politkovskaja, che descrisse il conflitto per i lettori di Novaja
Gazeta con corrispondenze in cui si denunciava la continua
violazione di diritti umani e civili. Politkovskaja fu uccisa
nell’atrio della sua casa il 7 ottobre 2006; Litvinenko fu
avvelenato con una dose di polonio, probabilmente dai suoi
vecchi camerati, e morì a Londra il 23 novembre dello stesso
anno.
Resta da capire perché i nemici di Litvinenko si siano serviti
di un’arma «spettacolare» (il polonio) e quelli di Politkovskaja
abbiano spietatamente soppresso una giornalista. Nel primo caso
vi fu probabilmente un regolamento di conti fra due servizi che si
erano lungamente combattuti con tutti i mezzi di cui
disponevano. I servizi del Regno Unito avevano arruolato
Litvinenko, si erano impegnati a proteggerlo e gli avevano dato
quella che avrebbe dovuto essere la più sicura delle garanzie: la
cittadinanza britannica. I servizi russi volevano dimostrare che
erano in grado di «punirlo» anche nella casa del suo nuovo
padrone con la più micidiale, crudele e imprevista delle armi.
Nel secondo caso conviene ricordare che Politkovskaja non era
più una giornalista. Era diventata una coraggiosa militante dei
diritti umani in una guerra che fu, per la ferocia spietata di
entrambe le parti, una delle più sporche combattute dopo la fine
della seconda guerra mondiale. Non sapremo mai probabilmente
sino a che punto Putin fosse personalmente coinvolto nelle due
vicende.
La guerra cecena, nel frattempo, continuava a fare vittime sul
territorio russo. Il 23 ottobre 2002 un commando composto da 39
militanti ceceni s’impadronì del Teatro Dubrovka a Mosca e vi
tenne sequestrati 850 spettatori sino a quando, tre giorni dopo, le
forze di polizia usarono i gas per entrare nella sala e uccidere
tutti gli attentatori. I morti nel pubblico furono 186, i feriti quasi
700. Fra l’agosto e il settembre del 2004 vi furono due attentati.
Il 25 agosto, quasi contemporaneamente, due aerei (il primo in
volo da Mosca a Volgograd, il secondo da Mosca a Soči)
esplosero in aria provocando la morte di 89 persone. Sembra che
due donne fossero salite a bordo con una cintura esplosiva.
Una settimana dopo, il 1º settembre, una trentina di terroristi
entrarono in una scuola di Beslan, nell’Ossezia del Nord, e
sequestrarono 1200 persone. Quando i corpi speciali dettero
l’assalto alla scuola, due giorni dopo, i morti furono 300, fra cui
186 bambini, e i feriti 700. L’operazione fu rivendicata
dall’invasore del Daghestan, Šamil Basaev, il più crudele e
spericolato dei terroristi ceceni. Putin non aveva torto, sino a
qualche mese fa, quando ricordava che il terrorismo islamista
aveva colpito la Russia, proporzionalmente, più di quanto avesse
colpito l’Europa. Ma sulle vicende russe, nei giudizi europei e
americani, pesa sempre l’inconfessata convinzione che la Russia
sia condannata dalla propria storia e dalla propria cultura a
vivere orrori maggiori di quelli sofferti dai Paesi «civili»
dell’Occidente. Paradossalmente, quella tesi sembra essere
accettata da una parte della cultura russa ed è per qualche
intellettuale, come vedremo più in là, addirittura un motivo di
orgoglio.
GUERRA AGLI OLIGARCHI

Mentre ancora combatteva la sua lunga guerra cecena, Putin


aveva già vinto un’altra guerra, forse più importante per le sorti
del Paese. Aveva sgominato gli oligarchi con un argomento che
si dimostrò, nella maggior parte dei casi, imbattibile. Li convocò
al Cremlino e disse loro che avrebbero potuto continuare a
gestire i loro affari a due condizioni: pagare le tasse e smetterla
di manipolare i mezzi di informazione a loro piacimento. Putin
non aveva torto. Gli oligarchi avevano comperato una larga parte
del patrimonio industriale e minerario russo con i voucher
svalutati di Čubajs e avevano messo al riparo le loro ricchezze
con due strumenti. Avevano creato banche per trattenere
all’estero i profitti delle loro esportazioni e sfuggire al fisco
nazionale. Avevano comperato giornali e canali televisivi per
attaccare i nemici, favorire gli amici e meglio orientare secondo i
loro interessi le grandi correnti della pubblica opinione. Quando
il nuovo presidente li costrinse a scegliere, qualche oligarca si
piegò alla volontà del capo dello Stato e dovette rinunciare a una
parte dei propri beni. Altri invece cercarono di resistere.
Vladimir Gusinskij, banchiere, proprietario di industrie edili e
soprattutto di grandi mezzi di informazione, fuggì in Spagna e
poi in Israele (aveva la doppia nazionalità: russa e israeliana).
Boris Berezovskij si trasferì a Londra, dove godette per qualche
tempo della protezione britannica, e fu da allora, sino al collasso
della sua fortuna e al probabile suicidio, il maggiore nemico di
Putin nel mondo.
Il caso più interessante fu quello di un grande magnate del
petrolio, Michail Chodorkovskij. Come altri uomini d’affari
apparsi agli inizi della presidenza El’cin, Chodorkovskij usciva
dalle file del Komsomol e doveva la sua fortuna alle riforme di
Čubajs. Dopo avere fatto alcune esperienze minori era riuscito ad
acquisire il controllo di alcuni ricchi pozzi petroliferi in Siberia,
aveva fondato una società (la Yukos), era diventato uno degli
uomini più ricchi del mondo (il 16º nella lista annuale di
Forbes). Era probabilmente il più illuminato, orgoglioso e
civilmente motivato degli uomini d’affari che si erano
impadroniti della ricchezza nazionale dopo il crollo dell’Urss,
ma era anch’egli, pur sempre, un oligarca e, per di più, quello
che sembrava aspirare a un maggiore ruolo politico e civile.
Anche quando decise di mettere ordine nei suoi affari per
renderli meno opachi di quanto fossero agli inizi della sua
folgorante carriera, Chodorkovskij continuava ad avere un
partito personale in Parlamento, fatto di deputati che
dipendevano dalla sua generosità. Un lungo viaggio nella Russia
orientale per incontrare i leader politici della regione sembrò
avere fini politici piuttosto che semplicemente aziendali. Era in
Siberia quando il suo aereo dovette fare scalo a Novosibirsk per
rifornirsi di carburante. Gli uomini del Servizio federale di
sicurezza lo attendevano: circondarono l’aereo, salirono a bordo,
sequestrarono le armi delle guardie del corpo e lo arrestarono. Fu
processato, condannato a nove anni di prigionia in Siberia e
successivamente, nel 2010, ad altri sette. Molti sostennero che
Putin stava ormai usando metodi spregiudicatamente polizieschi.
Ma i ricchissimi oligarchi non furono meno pericolosi di tutti i
boiari che hanno attraversato nei secoli la storia russa.
Chodorkovskij, comunque, fu liberato dieci anni dopo, nel 2013,
grazie ai buoni uffici di un uomo, Hans-Dietrich Genscher, che
era stato ministro degli Esteri della Repubblica Federale Tedesca
negli anni in cui Putin era agente del Kgb a Dresda.
Evidentemente Putin preferiva compiacere un vecchio signore
della politica europea piuttosto che dare soddisfazione a una
campagna di stampa. Era una collaudata, pragmatica usanza
sovietica. Un prigioniero in Siberia può divenire un polo di
aggregazione per critici e dissidenti; un prigioniero liberato al
momento opportuno può essere più facilmente dimenticato, nel
volubile mondo dell’opinione pubblica occidentale, di un uomo
incarcerato sino alla morte.
Mentre gli oligarchi venivano costretti ad accettare le nuove
regole del Cremlino, esistevano nel Paese altri boiari. Erano i
governatori degli oblast e dei kraj, potenti notabili eletti
localmente che avevano trasformato la loro provincia in un feudo
personale e trattenevano per sé, con vari pretesti, il gettito delle
imposte locali. Questo federalismo russo risaliva all’epoca di
El’cin e Putin attendeva da tempo l’occasione per restaurare il
potere centrale. Decise di agire dopo l’attentato alla scuola di
Beslan in Ossezia. Fra i due problemi, quello del terrorismo
ceceno e quello delle autonomie locali, non esisteva alcuna
relazione, ma il presidente russo capì che l’eliminazione dei
governatori sarebbe stata più facilmente accettata se decisa in un
momento in cui la società russa si sentiva minacciata. Il potere
dello Stato russo ha bisogno di un forte consenso popolare, ma il
consenso è tanto più forte quanto più il leader, nei momenti
cruciali, dimostra di sapere agire con autorità e fermezza. Da
allora i governatori sono soltanto prefetti nominati dal governo e,
beninteso, scelti dal Cremlino.
L’opinione pubblica approvò la sua politica. Quelli che
rimpiangevano le garanzie del sistema sovietico assistettero con
piacere alla decapitazione degli oligarchi e furono lieti di
constatare che il governo faceva una politica sociale più generosa
e attenta alle loro esigenze. Quelli che temevano il terrorismo
islamista e la nuova criminalità videro in Putin un salutare
ritorno all’ordine. Mentre la nuova intelligencija deplorava lo
stile autoritario del presidente uscito dal Kgb e sognava una
democrazia occidentale, la grande massa dei russi salutava con
piacere il nuovo Cremlino. La Russia è troppo grande e troppo
scarsamente popolata per adattarsi felicemente a un sistema in
cui si discute, si litiga, si fanno battaglie civili per la conquista di
nuovi diritti e si accetta volentieri, per il gusto della libertà, quel
margine di litigiosità e instabilità che è quasi sempre il prezzo
della democrazia. La Russia è troppo patriottica e sospettosa del
mondo esterno per non apprezzare lo stile di un leader che vuole
riconquistare il prestigio del suo Paese nel mondo. Si danno voti
a Putin in Russia per la stessa ragione per cui Gorbačëv, il
«distruttore dell’Urss», nelle elezioni presidenziali del 1996 ebbe
lo 0,52% dei suffragi.
LA RUSSIA E LA FEDE

Boris El’cin morì dopo uno dei suoi numerosi infarti, il 23 aprile
2007. Gorbačëv rese visita alla salma, Putin presenziò alle
esequie, la bara fu accompagnata da un drappello militare in alta
uniforme al cimitero di Novodevičij dove era, da molti anni, la
tomba di Nikita Chruščëv. El’cin era stato il primo presidente
della seconda Repubblica russa e i nuovi dirigenti del Paese
capirono che valeva la pena, nell’interesse comune, dimenticare
le molte pecche del defunto e rendergli onori solenni.
Quando si parlava di religione in sua presenza, El’cin amava
definirsi un «ateo ortodosso». La Chiesa moscovita dimenticò la
prima metà della sua autodefinizione e non esitò a impadronirsi
della seconda. La salma fu esposta nella chiesa di Cristo
Salvatore, costruita con i kopeki donati dal popolo russo per
commemorare la vittoria contro Napoleone nel 1812, consacrata
nel 1883, distrutta da Stalin con enormi cariche di dinamite nel
1931 e ricostruita dal sindaco di Mosca sulle rive della Moscova
nel 2000. I visitatori furono non meno di 20.000 e Juvenalij,
metropolita di Kruticy e Kolomna, nella sua orazione funebre,
riconobbe a El’cin il merito di avere ridato la libertà ai russi e ai
credenti.
In realtà molti progressi per la libertà di culto erano già stati
fatti negli anni della perestrojka. Nel settembre 1987 era stata
annunciata la liberazione, entro la fine dell’anno, di tutti i
detenuti per motivi religiosi. Nel 1988 il Patriarcato di Mosca era
stato autorizzato a celebrare il millesimo anniversario della
cristianizzazione della Rus’ di Kiev nella Lavra della Trinità di
San Sergio, uno dei più antichi e venerati monasteri russi, a 70
chilometri da Mosca. Più tardi, nel dicembre 1989, la Chiesa
romana aveva ottenuto, insieme all’apertura di quattro
amministrazioni apostoliche, la restituzione agli uniati dei beni
assegnati da Stalin agli ortodossi ucraini dopo la fine della
seconda guerra mondiale. Nel 1990, dopo la morte del patriarca
Pimen, il Concilio dei vescovi elesse Aleksij II, vescovo di
Leningrado. Fu il primo patriarca, dopo la rivoluzione, eletto
senza alcuna interferenza del partito e delle autorità di governo.
Una delle ultime leggi dell’Unione Sovietica, promulgata il 1º
ottobre 1990, dice: «La presente legge garantisce i diritti dei
cittadini a decidere ed esprimere il loro atteggiamento verso la
religione, il diritto ad avere le convinzioni relative alla libera
professione della religione e alla partecipazione ai riti religiosi».
In altre parole, come è detto più chiaramente in un’altra parte
della legge, i cittadini hanno «il diritto di professare qualsiasi
religione o di non professarne alcuna». Da filosofia del regime
l’ateismo era diventato una facoltà tutelata dalla legge.
Ma fu El’cin, nel periodo in cui era presidente della
Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, prima della
disgregazione dell’Urss, che adottò criteri ancora più liberali
offrendo a tutte le confessioni la stessa libertà di culto e
proselitismo. La Chiesa ortodossa riconquistava così la sua
libertà, ma non quel monopolio della fede che aveva esercitato
nel periodo imperiale, e non mancò di esprimere il suo
disappunto sino a quando nel 1997, dopo molte pressioni e
nonostante le riserve di El’cin, ottenne un’altra legge. La nuova
norma riconosceva alla Ortodossia un evidente primato e si
limitava a esprimere deferenza verso il Cristianesimo, l’Islam, il
Giudaismo, il Buddismo e «le altre religioni che costituiscono
parte integrante dell’eredità storica dei popoli della Russia». La
formulazione era piuttosto confusa. Che cosa significava, in quel
contesto, «Cristianesimo»? Forse che l’Ortodossia, a cui era
dedicato l’intero Preambolo, non apparteneva alla famiglia delle
confessioni cristiane? Perché non vi era nel testo una precisa
menzione del cattolicesimo? È probabile che con quella
suddivisione si volesse creare una categoria in cui avrebbero
convissuto alla rinfusa tutti i culti cristiani diversi dalla
Ortodossia. Incidentalmente, come ricorda Giovanni Codevilla in
un’opera su Chiesa e Stato nella storia russa, la legge del 1997 fu
presentata in Parlamento da Gennadij Zjuganov, leader del
Partito comunista post-sovietico, una forza politica che è
diventata contemporaneamente nazionalista e xenofoba. Non
sarà Putin che priverà la Chiesa ortodossa del suo primato.
IL DEVOTO PUTIN

Dopo il suo arrivo al potere, Putin ha rafforzato il ruolo della


Chiesa ortodossa nel più inatteso dei modi. Mentre El’cin
riconosceva l’importanza dell’istituzione nella vita del Paese,
Putin ha recitato con apparente convinzione il ruolo del russo
devoto. Come scrive Stefano Caprio in un lungo saggio su «La
Russia del terzo millennio», Putin «non solo fa atto di presenza
alle grandi cerimonie, ma si reca regolarmente in chiesa, anche
in chiese periferiche e non di vetrina, bacia la croce, mette le
candeline davanti ai santi, si confessa e si comunica con lodevole
frequenza». Sembra addirittura che, come molti sovrani, abbia un
«padre spirituale personale (Tichon Ševkunov) a cui chiede la
benedizione per ogni impresa». A un giornalista americano che
gli chiedeva se fosse credente e portasse al collo una piccola
croce, rispose che quella croce gli era stata data da sua madre,
alla vigilia di un viaggio a Gerusalemme, con la preghiera di
farla benedire al Santo Sepolcro. Ma cominciò a portarla soltanto
quando la ritrovò intatta, dopo un incendio, fra le rovine ancora
fumanti della sauna nella sua dacia.
Si dice che abbia con il patriarca Kirill un rapporto pressoché
fraterno e qualcuno maliziosamente ricorda che vi fu un
momento, negli ultimi anni dell’Unione Sovietica, in cui erano
entrambi affiliati a una stessa istituzione. Quell’istituzione era il
Kgb, in cui Putin era tenente colonnello e Kirill, secondo le
malelingue, sarebbe stato «l’agente Michajlov». Non era
sorprendente. Molti alti prelati avevano fatto una brillante
carriera ecclesiastica e numerosi viaggi all’estero grazie al
rapporto confidenziale che avevano stretto con i servizi sovietici.
Fu opportunismo naturalmente, ma anche patriottismo, lo stesso
sentimento di cui avevano dato prova quando Stalin, dopo
l’invasione tedesca, li aveva chiamati a iniettare una buona dose
di nazionalismo nelle vene della società sovietica. Patria e fede
sono in Russia i due volti di una stessa medaglia. Nelle Tre
sorelle di Čechov, un personaggio di origine tedesca, il barone
Tuzenbach, difende così le sue appassionate riflessioni sulla vita
e sul lavoro: «Voi penserete probabilmente: ecco un tedesco che
fa il sentimentale. Ma io vi giuro che sono russo e che non so
nemmeno una parola di tedesco. Mio padre era ortodosso».
I bolscevichi trattarono la Chiesa ortodossa con straordinaria
durezza perché erano internazionalisti, atei o miscredenti. Ma
quando l’imperialismo russo divenne, nella ideologia del regime,
non meno importante del comunismo, la Chiesa fu nuovamente
indispensabile. E quando lo Stato russo corse il rischio di
affondare nel grande naufragio dell’Urss, coloro che volevano
salvarlo e restaurare la sua autorità dovettero ricorrere
nuovamente all’Ortodossia. Gorbačëv e El’cin, anche se il primo
fu battezzato alla nascita, erano cresciuti nel sistema sovietico,
ne avevano interiorizzato sin dall’infanzia le credenze e le
ricorrenze. Capirono subito che occorreva restituire alla Chiesa
lo spazio perduto, ma non potevano spingersi sino a recitare con
la necessaria compunzione la parte del devoto. Putin, invece, la
recita tanto più facilmente, quanto più la devozione diventa il
necessario complemento di un disegno ideologico.
Esistono a questo proposito episodi interessanti. Putin
approfitta spesso della religione per rinsaldare legami politici.
Nel maggio del 2016, durante un viaggio in Grecia, ha visitato il
Monte Athos dove tra i venti monasteri ortodossi vi è quello
russo di San Panteleimon: una occasione per celebrare insieme al
governo greco il millesimo anniversario della presenza russa nei
Balcani. Più recentemente, nel luglio del 2016, ha approfittato di
un viaggio molto politico in Slovenia per rendere omaggio alla
cappella ortodossa da breve tempo eretta in memoria di un
centinaio di prigionieri russi della Grande guerra, travolti da una
valanga mentre costruivano una strada sul passo del Vršič, noto
in Italia come passo della Moistrocca.
IL MITO DI SANT’ANDREA

Esiste un episodio meno recente e ancora più interessante. Nel


2003, quando Putin era da tre anni capo dello Stato, arrivò a
Mosca dal monastero di San Panteleimon, sul Monte Athos, la
reliquia del piede dell’apostolo Andrea, il fratello di Pietro,
anch’egli pescatore, che era stato, secondo il vangelo di
Giovanni, discepolo del Battista. I bizantini sostennero che era
stato chiamato all’apostolato prima di Pietro e che era quindi
«protokletos», il «primo chiamato», una sorta di stratagemma
storico per contendere a Roma il primato ecclesiastico. Grazie a
una speciale autorizzazione del patriarca di Costantinopoli la
reliquia fu esposta in altre grandi città russe – San Pietroburgo,
Vladivostok, Murmansk, Sebastopoli – e il suo itinerario disegnò
sulla immensa terra russa una croce di Sant’Andrea.
L’evento fu festeggiato come il ritorno dell’apostolo nelle
terre slave in cui, secondo la leggenda, Andrea, dopo avere
fondato la chiesa di Costantinopoli, aveva predicato durante le
sue peregrinazioni. Ma ricorda un altro evento più direttamente
collegato con la storia dello Stato russo: il giorno in cui Pietro il
Grande, reduce da un lungo viaggio europeo, volle che anche la
Russia avesse il suo apostolo e fece di Andrea, insieme a Nicola,
il santo protettore del suo Paese. L’imperatore istituì l’«Ordine
del Santo Apostolo Andrea, il Primo Chiamato», e volle che la
sua croce, in forma di X, decorasse la bandiera della Marina
Imperiale. La motivazione della sua scelta è nello Statuto del
1720 dove è detto che «l’Apostolo illuminò con il battesimo
l’origine dei nostri confini».
Questo non fu l’unico caso in cui Pietro usò un simbolo
religioso per farne la rappresentazione simbolica dello Stato. Il
sigillo di San Pietroburgo, che sventola sulle bandiere della città
(due ancore in forma di L), sarebbe ispirato dalle due chiavi che
campeggiano sul sigillo della Santa Sede. Pietro era «europeo» e
la sua città sarebbe stata, come scrissero Algarotti e Puškin, una
«grande finestra» aperta sull’Europa. Ma Andrea era stato
adorato dai principi di Kiev e il suo culto era servito ai bizantini
per contestare la primazia della Chiesa di Roma. Nel disegno di
Pietro il Grande, quindi, l’ascendenza spirituale di Andrea
avrebbe dimostrato al mondo che la Russia era l’unica legittima
erede di Bisanzio e che Mosca, quindi, era la «terza Roma»,
secondo la formula usata dal monaco Filofej in una lettera
indirizzata a Basilio III Granduca di Moscovia agli inizi del XVI
secolo.
La bandiera con la croce di Sant’Andrea sventolava ancora
sulle navi russe dell’Armata Bianca che lasciarono la Russia
bolscevica nel 1920 e trovarono rifugio nel porto tunisino di
Biserta. Gli studiosi della fine dello Stato zarista ricordano che la
bandiera fu ammainata soltanto nel 1924, quando la Francia
riconobbe l’Urss e chiese al comando russo di Biserta la resa e il
disarmo delle navi. Oggi, per volontà di Putin, la croce di
Sant’Andrea è riapparsa sulle bandiere della flotta e l’Ordine del
Santo Apostolo Andrea è nuovamente la principale decorazione
dello Stato. Non è sorprendente che esista una fotografia del
2003 in cui Putin contempla assorto, con gli occhi socchiusi, la
reliquia del piede di Andrea.
Un’altra reliquia invece ebbe una storia alquanto diversa.
L’icona bizantina della Nostra Signora di Kazan, trafugata dai
tartari a Costantinopoli in epoca imperiale, fu per molti secoli
una delle immagini più amate e venerate della religiosità russa.
Rubata da un ladro nel 1904, riapparve sul mercato antiquario
occidentale dopo la seconda guerra mondiale e fu donata dal
ricco compratore a Giovanni Paolo II. Il papa polacco manifestò
subito il proposito di restituirla alla Chiesa ortodossa e sperò che
l’offerta di un tale dono gli avrebbe permesso di fare a Mosca il
viaggio pastorale che aveva da lungo tempo desiderato. Ma il
governo russo, sensibile alla posizione della Chiesa ortodossa,
rispose che l’invito, se Wojtyła avesse desiderato visitare la
Russia, sarebbe stato rivolto al capo di uno Stato, non al leader
spirituale della Chiesa cattolica: una formula che non gli avrebbe
consentito di celebrare la grande messa popolare con cui si
conclude trionfalmente, di fronte a una enorme congregazione,
ogni viaggio papale.
La restituzione dell’icona ebbe luogo nel 2004, centenario del
furto, ma la consegna al patriarca di Mosca fu affidata al
cardinale arcivescovo di Vienna. Forse a Putin non sarebbe
spiaciuto accogliere Giovanni Paolo II. Ma non poteva ignorare
che secondo i principi della sinfonia, Chiesa e Stato, nelle
questioni vitali per l’una o per l’altro, devono agire di concerto.
PUTIN E IL PERIODO DEI TORBIDI

Esiste un altro incontro di Putin con l’antica storia russa che ha


lasciato un segno sul calendario ufficiale del Paese. Nel
novembre del 2007 apparve nelle sale cinematografiche russe un
film di Vladimir Chotinenko intitolato 1612: cronache del
periodo dei torbidi. Il film racconta lo Smutnoe Vremja, i
quindici caotici anni dall’ascesa al trono di Boris Godunov nel
1598 all’incoronazione nel 1613 di Michail Fëdorovič Romanov,
terzo del suo nome e primo della dinastia che avrebbe regnato
sulla Russia sino all’abdicazione di Nicola II nel 1917. Un anno
prima, nel 1612, quando Mosca era nelle mani degli invasori
polacchi, un esercito russo, giunto di fronte alla capitale, aveva
potuto contare su una insurrezione, all’interno della città, guidata
da un principe, Dmitrij Požarskij, e da un macellaio, Kozma
Minin. Schiacciati fra l’esercito del futuro imperatore e una
rivolta nazional-popolare, i polacchi dovettero abbandonare la
città. Il monumento che ricorda la provvidenziale alleanza fra
aristocrazia e popolo fu innalzato dopo le guerre napoleoniche
sulla Piazza Rossa, di fronte alla chiesa di San Basilio, con una
iscrizione, sullo zoccolo della statua, che dice: «Al cittadino
Minin e al principe Požarskij, la Russia grata nell’anno 1818».
Vi rimase in epoca sovietica quando la piazza ospitava le grandi
parate ideologiche del regime, e vi rimarrebbe anche il giorno in
cui la mummia di Lenin venisse rimossa dal mausoleo e sepolta
accanto alle tombe della famiglia di Vladimir Ilijč nel cimitero di
San Pietroburgo.
Il periodo dei torbidi non è soltanto uno dei numerosi episodi
di una tempestosa storia nazionale. È stato raccontato e scritto da
allora come il momento culminante di una grande resurrezione
nazionale. È la trama del Boris Godunov, il racconto teatrale di
Aleksandr Puškin. È il libretto dell’opera di Modest Musorgskij
che porta lo stesso nome. È il copione di un audace esperimento
teatrale di Vsevolod Mejerchol’d con musiche di Sergej
Prokof’ev che andò in scena nel 2007 all’Università di Princeton,
molti anni dopo la scomparsa del regista nelle purghe staliniane.
E fu anche, verso la metà dell’Ottocento, il risultato delle
ricerche storiche di Prosper Mérimée in un libro che apparve a
Parigi con il titolo Épisode de l’histoire de Russie: les faux
Démétrius.
Non sappiamo quale parte Putin abbia avuto nella scelta della
trama e nella realizzazione del film. Ma la data dell’insurrezione
antipolacca è divenuta da qualche anno la festa nazionale della
Repubblica russa. A parte i comunisti di Gennadij Zjuganov
(leader di un partito che assomiglia per certi aspetti al
Movimento sociale italiano), la Russia non celebra più la
Rivoluzione d’Ottobre. Ma la data della insurrezione antipolacca
(dopo il passaggio della Russia dal calendario giuliano al
calendario gregoriano) cade in novembre, come quella della
Rivoluzione d’Ottobre; e le celebrazioni continuano a svolgersi
sulla Piazza Rossa intorno a un monumento che sorge a pochi
metri dal mausoleo di Lenin. Putin ha modificato il copione, ma
ha lasciato intatto il palcoscenico e si è limitato a cambiare
l’ordine di entrata in scena dei protagonisti.
COME RICORDARE IL PASSATO
DI UNA NAZIONE

Il problema maggiore e più complicato per Putin in questa


laboriosa ricostruzione della storia russa è naturalmente quello di
Stalin. Come raccontare nelle scuole e nelle università la carriera
politica del «meraviglioso Georgiano», come fu descritto da
Lenin quando si incontrarono, probabilmente a Cracovia, nel
1913. Come raccontare la collettivizzazione della terra, la guerra
ai kulaki, la micidiale carestia ucraina (l’holodomor), l’esodo
forzato di popolazioni verso l’Asia centrale e la Siberia, le
purghe degli anni Trenta, il trattamento inflitto ai reduci della
seconda guerra mondiale quando una barzelletta su Stalin
costava cinque anni di lavori forzati? Come raccontare
l’Arcipelago Gulag?
Una associazione, Memorial, fondata nel 1989 con il
patrocinio di Andrej Sacharov, grande scienziato e grande
dissidente, si mise alla ricerca dei campi di lavoro, rieducazione
e punizione, delle fosse comuni in cui erano stati gettati i corpi di
quanti erano stati uccisi dalle malattie o da un colpo di pistola
alla nuca. Ma negli anni immediatamente successivi al crollo
dell’Unione Sovietica prevalse, nonostante lo zelo di alcuni
militanti della memoria, una sorta di prudenza collettiva. I
familiari delle vittime avevano sempre taciuto e continuarono a
tacere o a parlare sottovoce; forse perché gli aguzzini o i loro
discendenti vivevano spesso nell’appartamento della porta
accanto; forse perché era ancora vivo tra i vecchi il ricordo degli
orrori della guerra civile; forse perché molti considerarono
sufficiente la destalinizzazione degli anni Sessanta, quando il
corpo di Stalin era stato rimosso dal mausoleo della Piazza Rossa
e deposto lungo le mura del Cremlino. Ma quello fu un
regolamento di conti all’interno del regime, gestito da chi aveva
interesse a limitare i danni e a stendere una coltre di silenzio
sulle colpe del comunismo. Era possibile, quaranta anni dopo,
scrivere la storia della Russia senza riconoscere le colpe e le
responsabilità di Stalin? Per rispondere a questa domanda è utile
un confronto con ciò che è accaduto in altri Paesi.
LA MEMORIA DOPO IL ’68

Il problema della memoria russa non dovrebbe essere troppo


diverso da quello di altri Paesi e gruppi nazionali europei dopo la
fine della seconda guerra mondiale. Nel mondo delle democrazie
occidentali la discussione sul passato era cominciata intorno al
1968, alla fine di un decennio in cui l’Europa era ormai
interamente ricostruita e attraversava una fase di notevole
prosperità. Prima di allora tutto sembrava dimenticato o,
comunque, abbandonato alle ricerche degli storici. Gli ebrei
parlavano poco del genocidio e non perdevano occasione per
ringraziare Pio XII del modo in cui li aveva aiutati durante la
seconda guerra mondiale. Gli inglesi e i francesi avevano invaso
l’Egitto nella convinzione che il suo presidente non avesse il
diritto di nazionalizzare la società per la gestione del canale di
Suez. La Francia aveva combattuto per otto anni la guerra di
Algeria nella convinzione che fosse suo diritto restarvi. L’Italia
credeva che il suo colonialismo fosse stato particolarmente
umano e non richiedesse alcun atto di espiazione. In Germania,
dopo le epurazioni dell’immediato dopoguerra, le personalità
meno sfacciatamente compromesse col regime nazista erano
riemerse alla superficie e avevano trovato decorosi impieghi
nelle aziende private e negli uffici della Repubblica federale.
Il processo al passato e alle responsabilità di Paesi, classi
sociali o gruppi dirigenti cominciò quindi nel 1968. Per la verità
vi era stato un primo segnale qualche anno prima: il processo
Eichmann, dopo il suo rapimento in Argentina nel 1960. Ma
soltanto più tardi, con uno sguardo retrospettivo, abbiamo capito
che il processo celebrato in Israele contro uno dei principali
organizzatori del genocidio ebraico preannunciava una fase in
cui avremmo assistito a un progressivo disseppellimento di tutti i
cadaveri della storia europea. Abbiamo ascoltato da allora le
sempre più frequenti denunce dei delitti commessi
dall’imperialismo, dal colonialismo e dal razzismo negli anni o
addirittura nei secoli precedenti. Abbiamo visto film americani in
cui i pellerossa erano rappresentati come vittime del
colonialismo degli Stati Uniti. In Francia è apparso un lungo film
documentario, Le chagrin et la pitié, sulla collaborazione della
società francese con la Germania all’epoca di Vichy. È
cominciato l’interminabile processo a Pio XII che è divenuto
lungo la strada un processo alla Chiesa cattolica.
Vi era un rapporto tra questo fenomeno e gli avvenimenti
della seconda metà degli anni Sessanta? Credo di sì. Credo che la
guerra del Vietnam, la rivoluzione culturale cinese e i movimenti
rivoluzionari dell’America Latina abbiano creato una nuova
voglia di mutamenti sociali, molto simile a quella voglia di
rivoluzione che aveva agitato la società europea fra Ottocento e
Novecento. Vi sono stati Paesi, come l’Italia e la Germania, in
cui questa voglia di rivoluzione ha assunto caratteri
prerivoluzionari e ha giustificato se stessa, tra l’altro, sostenendo
che le classi al potere erano eredi delle maggiori «colpe storiche»
dell’Occidente nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento:
fascismo, nazismo, imperialismo, colonialismo, capitalismo. La
rivoluzione del ’68 fu una rivolta generazionale dei figli contro i
padri; e il miglior modo per condannare i padri fu per l’appunto
quello di addossare sulle loro spalle la responsabilità dei mali
accaduti nei decenni precedenti. Fra il processo al passato e la
voglia di rivoluzione esisteva allora un nesso evidente.
LA IDEOLOGIA DEL PERDONO:
IL CASO OCCIDENTALE

La rivoluzione del ’68 si spense progressivamente, ma il


processo al passato dei padri si allargò sino a comprendere altri
settori della società. I leader e i partiti politici se ne accorsero e
giunsero alla conclusione che il fenomeno non era più soltanto
generazionale. Occorreva quindi fare atto di contrizione.
Chiesero scusa Elisabetta II, Clinton, Chirac e anche il Premier
giapponese, pur con maggiori riserve e ambiguità. Anche la
Chiesa di Giovanni Paolo II fece altrettanto. Era un sincero atto
di contrizione? O questi leader non volevano piuttosto
sbarazzarsi di una palla al piede che impediva la loro libertà di
movimento e li costringeva a continue battaglie di retroguardia?
Questo processo ha avuto comunque una serie di effetti. In
primo luogo ha prodotto una forte accelerazione del fenomeno e
una sorta di competizione fra le diverse vittime del XX secolo.
Se gli ebrei ottengono attenzione e considerazione, perché gli
armeni non dovrebbero ottenere altrettanto? Perché nessuno
chiede perdono per ciò che è accaduto alle migliaia di italiani
trucidati nelle foibe istriane? Perché i civili uccisi nei
bombardamenti della Germania non dovrebbero essere ricordati
e compianti? Perché i figli dei tedeschi cacciati dai territori del
Reich (circa dodici milioni) non hanno diritto alla conservazione
del ricordo delle loro sofferenze? Perché altre minoranze non
dovrebbero godere di un analogo trattamento? Comincia così una
guerra delle memorie in cui ciascuno chiede il pubblico
riconoscimento del proprio dramma. Anche in Germania, dove il
passato era più imbarazzante che in qualsiasi altra nazione, un
filosofo della storia, Ernst Nolte, chiese polemicamente sulle
colonne della Frankfurter Allgemeine Zeitung perché il passato
tedesco non riuscisse a passare e suscitò con quell’articolo una
vivace «disputa degli storici».
In secondo luogo il fenomeno ha prodotto resistenze e disagio
in una parte della pubblica opinione. Quando Chirac chiedeva
scusa, in nome di chi lo faceva? Della nazione francese che
sarebbe quindi interamente responsabile? Dovremmo
concluderne che esiste il principio della responsabilità collettiva
e che tale responsabilità si trasmette da una generazione all’altra
senza diritto di prescrizione? Ma non si tratterebbe in tal caso di
una forma di razzismo? E ancora: a che cosa servono questi atti
di contrizione? A promettere che il penitente non ricadrà più
nello stesso peccato? È davvero questo che vogliono gli ebrei, gli
armeni, gli zingari, gli indios, i pellerossa, gli afroamericani? È
possibile invece che la memoria sia diventata l’arma di cui un
movimento politico si serve per screditare gli avversari?
IL CASO SPAGNOLO E QUELLO POLACCO

Il caso della Spagna sembra confermare l’esistenza di un


calendario dei pubblici pentimenti, legato al passaggio delle
generazioni, che potrebbe concernere anche la Russia. Mentre
Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia si battevano il petto e
chiedevano perdono, la Spagna, sottraendosi alla regola,
sembrava compiere la sua transizione dal franchismo alla
democrazia con una sorta di patto del silenzio che avrebbe
consentito alla nazione di entrare rapidamente, senza travagli e
processi, nell’era della modernità politica ed economica. Quale
conclusione avremmo dovuto trarre da questa differenza tra la
Spagna e il resto dell’Europa? Perché nessuno esigeva che Fraga
Iribarne, ministro franchista e successivamente governatore della
Galizia, chiedesse perdono e venisse processato, mentre richieste
del genere venivano formulate in altri Paesi del continente?
Ma ecco che trent’anni dopo anche la Spagna di José Luis
Rodríguez Zapatero cominciò a comportarsi come l’Italia, la
Francia e la Germania della fine degli anni Sessanta. Con una
importante differenza: mentre altrove il fenomeno era salito dal
basso, in Spagna veniva pilotato dall’alto. Fu il nuovo Premier
socialista che rimosse i monumenti del franchismo dalle piazze
spagnole. Fu il magistrato Baltasar Garzón che cercò di riaprire
le fosse comuni dove erano state sepolte le vittime repubblicane
della guerra civile. Anche in Spagna quindi cominciò una guerra
della memoria, parzialmente interrotta da una sentenza del
maggiore tribunale spagnolo che proibì l’apertura delle fosse
comuni.
Il caso spagnolo è interessante anche perché può servire a
spiegare ciò che è accaduto più recentemente nei Paesi
dell’Europa centrorientale che furono assoggettati a un regime di
tipo sovietico. Anche qui vi è stata una transizione dolce, fondata
su un tacito impegno a non rivangare il passato. Erich Honecker,
Primo segretario del Comitato centrale e capo di Stato della
Repubblica Democratica Tedesca, è morto in Cile. Le carte dei
servizi segreti dei Paesi comunisti dell’Europa centrale e
balcanica sono state distrutte o rese pubbliche con grande
prudenza. Ma anche qui la situazione ha cominciato a cambiare
poco meno di vent’anni dopo la caduta del muro di Berlino. Il
caso più interessante è quello della Polonia dove i gemelli
Kaczyński proclamarono la «lustracija» e pretesero di
assoggettare una parte importante della società polacca a una
specie di retrospettivo esame del sangue. Ma esistono altri
segnali interessanti, come la ricostruzione dei documenti distrutti
della Stasi grazie a uno speciale software. Rispetto a quanto
accaduto nei Paesi dell’Europa occidentale vi è tuttavia
un’importante differenza. Mentre in questi ultimi il processo al
passato nasce da uno spontaneo movimento di società, in Polonia
e in altri Paesi ex comunisti sembra essere il risultato di una
strategia politica pilotata dall’alto e diretta principalmente a
colpire i nemici.
LA CONTINUITÀ DELLA STORIA RUSSA
E STALIN

La situazione in Russia è alquanto diversa da quella di altri Paesi


europei. Se la Russia rispettasse i tempi della Spagna, il dibattito
sulla Rivoluzione d’Ottobre, su Lenin e, più generalmente, sul
comunismo dovrebbe essere iniziato da qualche anno. Ma
quando ho fatto queste considerazioni a Mosca nel corso di un
convegno organizzato dall’Istituto di storia universale
dell’Accademia delle scienze, mi è stato risposto che questo, in
Russia, non sarebbe accaduto. I governi post-sovietici avevano
già riconosciuto e deplorato le tragedie della storia, con un
particolare riferimento a ciò che era accaduto alle Repubbliche
del Baltico. E non intendevano riaprire i dossier della memoria
per cospargersi il capo di cenere. Evidentemente a Mosca aveva
prevalso la convinzione che occorresse garantire la continuità
della storia russa come un bene nazionale, senza rotture e
lacerazioni. E in questa prospettiva Stalin era indispensabile per
almeno due ragioni. In primo luogo perché aveva lasciato un
segno sulla forma dello Stato sovietico: un insieme di istituzioni
che in parte ancora esistevano e in parte suscitavano nostalgia e
rimpianto in larghi strati della società russa. In secondo luogo,
perché senza la memoria di Stalin sarebbe stato difficile
rivendicare i meriti della seconda guerra mondiale, il periodo in
cui l’Unione Sovietica aveva dato una grande prova di
patriottismo e, al tempo stesso, un contributo fondamentale alla
vittoria contro Hitler. Non è sorprendente quindi che alla vigilia
delle celebrazioni per il 70º anniversario della fine della seconda
guerra mondiale un sondaggio dell’Istituto Levada sulla
percezione dell’immagine di Stalin nella società russa registrasse
un 39% del campione che provava per la sua persona «simpatia,
rispetto e ammirazione». Il 30% era indifferente e soltanto il
20% provava «paura, ostilità e disgusto».
Putin, beninteso, non ha fatto alcunché per impedire che
Stalin, nonostante tutto, continuasse a fare parte del Pantheon
russo. Non conosceremo mai probabilmente i suoi reali
sentimenti, ma sappiamo che il dittatore è necessario al suo
disegno. La storia russa della seconda guerra mondiale non può
essere scritta senza un capitolo dedicato a Stalin. E la storia della
nazione russa non può essere scritta senza un lungo capitolo
dedicato alla seconda guerra mondiale.
L’IDEOLOGIA RUSSA E LO SPAZIO RUSSO

Resta ancora un problema. Può uno Stato russo sopravvivere


senza un credo, una fede, un’identità superiore a quella delle sue
numerose componenti etniche e religiose? La Russia si è sempre
identificata con un’ideologia. È stata «santa», erede di Bisanzio,
«terza Roma», apostolo del Cristianesimo sino al cuore
dell’Asia, protettrice dei cristiani di Oriente, unificatrice delle
popolazioni slave. E quando la rivoluzione bolscevica ha cercato
di eliminare il Cristianesimo dai suoi geni, la Russia è diventata
l’apostolo di un altro culto messianico: l’avvento del comunismo
nel mondo. Uno dei suoi intellettuali più geniali, Pëtr Jakovlevič
Čaadaev, cercò di smentire la prima di queste due
autorappresentazioni e sostenne che la Russia, a differenza degli
altri Paesi europei, non aveva una storia. Aveva lottato,
conquistato nuove terre, vinto e perduto numerose battaglie; ma
senza avere coscienza di sé, delle proprie origini e del proprio
futuro. Mentre l’Europa occidentale agiva sotto l’influenza di
alcuni grandi principi e traeva dagli eventi conclusioni morali e
intellettuali che avrebbero guidato le fasi successive della sua
storia, la Russia si era comportata come una rozza,
inconsapevole forza elementare. Il grande mito politico-religioso
che gli slavofili attribuivano al popolo russo era soltanto un
artificio, una manipolazione retorica, una bugia. La storia della
Russia, secondo Čaadaev, era iniziata soltanto nel momento in
cui Pietro il Grande le aveva imposto di essere europea. Di
studiare e apprendere l’Europa come un bambino sui banchi
della scuola, di indossare i suoi abiti, parlare delle sue idee,
abbracciare le sue tradizioni e il suo passato. Pietro «ci liberò (...)
di tutti quegli antecedenti che ingombrano le società storiche e
ostacolano il loro cammino; aprì la nostra intelligenza a tutto ciò
che esiste, fra gli uomini, di idee grandi e belle; ci consegnò
all’Occidente intero, quale i secoli lo avevano fatto, e ci diede
come storia tutta la sua storia, come avvenire tutto il suo
avvenire».
Scritta in una rivista di Mosca il 1º dicembre 1829, la prima (e
unica) lettera filosofica fece di Čaadaev il bersaglio preferito
degli slavofili. Fu criticato, attaccato, insultato e, alla fine, con
una punizione che anticipa lo stile del regime comunista contro i
suoi nemici, venne considerato ufficialmente pazzo. Rispose alla
fine della sua vita con una difesa intitolata per l’appunto,
ironicamente, Apologia di un pazzo, da cui è tratto il passaggio
che ho citato, ma non poté completarla. All’inizio di un secondo
capitolo, cominciato poco prima della morte nell’aprile del 1856
e conservato da un amico, scrisse tuttavia: «C’è un fattore che
domina in modo sovrano la nostra marcia attraverso i secoli,
percorre la nostra storia intera, ne comprende in qualche modo
tutta la sua filosofia, si produce in tutte le epoche della nostra
vita sociale e determina il loro carattere; esso è, a volta a volta,
l’elemento essenziale della nostra grandezza politica e la vera
causa della nostra impotenza intellettuale: il fattore geografico».
Quando Čaadaev scrisse queste parole, la Russia dominava
l’Ucraina, una parte della Polonia, il Baltico, il mar Nero, il
Caucaso, il Caspio, la Steppa kirghisa, il Turkestan. Si era
battuta contro la Svezia, la Polonia, l’Impero Ottomano, la
Persia, la Cina, la Francia. Era stata appena sconfitta in Crimea
dalla Turchia e dai suoi alleati europei, ma negli anni seguenti
avrebbe ripreso la sua inarrestabile marcia verso sud e verso est.
In un libro intitolato Il Grande Gioco, Peter Hopkirk ha calcolato
che l’Impero Russo, nel corso di quattro secoli, si è ampliato «al
ritmo di circa 150 chilometri quadrati al giorno, più di 50.000
all’anno».
Dall’enormità del suo spazio, quindi, occorre muovere per
cercare di comprendere la natura della Russia. Non sappiamo
come Čaadaev avrebbe affrontato il tema, ma voglio pensare che
la riflessione geografica lo avrebbe forse costretto a rivedere le
sue idee sull’assenza di una storia propriamente russa. La vera
storia dei russi, quella che li rende diversi da qualsiasi altro
popolo europeo e comparabili, anche se soltanto per certi aspetti,
ai romani e agli americani, è la storia della loro continua,
instancabile avanzata attraverso i grandi spazi dell’Europa
orientale e dell’Asia.
Lo spazio ha foggiato le loro istituzioni, condizionato la loro
cultura politica, creato quella combinazione di aggressività e di
paura che è ancora oggi il dato caratteriale della loro politica
estera. I russi hanno creato la loro identità nazionale rubando i
tratti dei popoli conquistati e di quelli da cui sono stati invasi.
Sono cristiani ed europei perché di tutti i popoli che trovarono
sulla loro strada quelli dell’Europa cristiana potevano
maggiormente offrire allo Stato russo le istituzioni e gli
strumenti di cui aveva bisogno. Ma sono contemporaneamente
svedesi, finnici, baltici, ottomani, persiani, armeni, georgiani,
azeri, tatari, uzbechi. Con una bottiglia di vino, alcune caraffe
d’acqua e due dozzine di bicchieri, Aleksandr Puškin dimostrò
una sera ai suoi amici, in un salotto di Pietroburgo, che il sangue
slavo della dinastia dei Romanov era stato progressivamente
diluito dal sangue delle principesse tedesche, sposate nel corso
dei secoli, sino a rappresentare soltanto una trecentesima parte di
quello che scorreva nel corpo di Pietro il Grande. Ma sarebbe
possibile sostenere il contrario e affermare che una dinastia slava
riuscì ad appropriarsi del sangue di una dozzina di dinastie
tedesche. Non esiste nell’età moderna un altro impero coloniale
che abbia a tal punto catturato, assorbito e usato i caratteri dei
popoli conquistati. Ma non è facile per un tale conquistatore
avere un chiaro concetto di sé e della sua funzione. In altre
parole, per esistere e governare l’immenso spazio di cui si è
impadronita, la Russia ha bisogno di una ideologia e di una
missione.
L’IDEOLOGIA DI PUTIN E GUMILËV

Non sembra facile, a prima vista, attribuire queste


preoccupazioni a Vladimir Putin. Il presidente russo ama le arti
marziali, cede spesso alla tentazione di esibire i suoi muscoli,
crede che le Olimpiadi invernali, sontuosamente organizzate a
Soči nel febbraio del 2014, possano dare lustro al suo Paese, è un
devoto fedele della Chiesa ortodossa, un buon improvvisatore di
lunghi discorsi e un compiaciuto ascoltatore di se stesso. Ma non
sembra essere la persona che trascorre il suo tempo immerso
nella storia culturale dello Stato russo. Eppure nel dicembre del
2012, in occasione del tradizionale discorso presidenziale
all’Assemblea federale del Parlamento nella sala di San Giorgio
al Cremlino, Putin disse che le sorti di un Paese, nei suoi
momenti più difficili, dipendevano in ultima analisi «dalla
volontà della nazione, dalla sua energia interiore», da quella che
Lev Gumilëv definiva «pasionarnost»: la capacità di andare
avanti e accettare il cambiamento.
È molto probabile che la grande maggioranza del pubblico
che riempiva la sala non avesse mai sentito parlare di Gumilëv e
ignorasse l’esistenza della parola «pasionarnost». I cronisti
dell’avvenimento si affrettarono a fare qualche ricerca e
scoprirono che Gumilëv era un enigmatico studioso, per molto
tempo ospite dei gulag sovietici e noto a una stretta cerchia di
persone soprattutto come il figlio di due famosi poeti: Nikolaj
Stepanovič Gumilëv e Anna Achmatova. Il padre, molto amato
anche da Raisa Gorbačëva negli anni della perestrojka, era stato
accusato di avere ordito un complotto contro Lenin e fu fucilato
nel 1921. La madre era sopravvissuta al Terrore rosso, alle
purghe degli anni Trenta, all’arresto del figlio, alle feroci
campagne denigratorie di Andrej Ždanov, segretario del partito a
Leningrado e zar della cultura sovietica in epoca staliniana. Fu
Lev, quando Achmatova attendeva in coda di fronte al carcere di
Leningrado per avere qualche avara notizia sulla sua sorte, la
ragione di un poema, Requiem, che avrebbe commosso la Russia
per molti anni. Una donna, nella coda, l’aveva riconosciuta e le
aveva detto che soltanto lei, con i suoi versi, avrebbe potuto
descrivere gli orrori di quei giorni.
Nei quattordici anni passati in prigionia (molti nel cantiere
dove si stava costruendo il grande canale del mar Bianco),
Gumilëv aveva assistito alla morte di innumerevoli compagni di
lavoro, uccisi dalla fatica, e aveva coniato la parola citata da
Putin nel suo discorso. Come osserva Charles Clover, autore di
un libro sulle teorie euroasiatiche nella cultura russa,
«pasionarnost» evoca la passione di Cristo sulla croce e quindi
una virtù del popolo russo: la sua capacità di sopportare, soffrire,
sacrificarsi. Durante la prigionia Gumilëv aveva lungamente
riflettuto sulla composizione della società russa e sulla sua storia.
Quando fu liberato, tre anni dopo la morte di Stalin, trovò un
posto nell’Istituto di geografia dell’Accademia delle scienze e si
dedicò allo studio antropologico delle popolazioni nomadiche
che avevano occupato lo spazio della Russia asiatica prima e
dopo l’invasione dei mongoli. In un libro della seconda metà
degli anni Settanta, letto in samizdat sino al 1989, descrisse la
vita e i costumi di gruppi etnici diversi, ma uniti dagli stessi
costumi sociali, dalle stesse pulsioni umane, da una stessa
combinazione di crudeltà, ferocia e solidarietà, da una
straordinaria capacità di sacrificio e sopportazione. Sono i
popoli, che gli studiosi occidentali hanno sempre collocato al
gradino più basso del progresso umano e sociale, gli eterni
bambini di una umanità adulta e civile.
Per Gumilëv, invece, quei popoli appartenevano alla Russia,
ne avevano formato i caratteri, erano indispensabili per
comprendere la sua storia. Su questa strada il figlio di Anna
Achmatova scoprì nuovamente le teorie euroasiatiche che erano
state elaborate nei circoli dell’emigrazione dopo la Rivoluzione
d’Ottobre. I protagonisti dell’euroasiatismo furono spesso
personaggi singolari, e contraddittori, intellettuali ma anche
cospiratori, sedotti da miraggi nazionalistici ma affascinati
dall’esperimento sovietico. Appartennero a quel gruppo anche
due grandi linguisti che avevano rivoluzionato gli studi della loro
materia e creato due scuole, a Vienna e a Praga. Il primo era
Nikolaj Trubeckoj, il secondo Roman Jacobson. Li univa il
desiderio di ricercare i caratteri distintivi dell’identità russa, le
radici linguistiche di una nazione che non era né europea né
asiatica, ma una sintesi delle maggiori caratteristiche dei due
continenti.
Non so se Putin abbia qualche familiarità con l’opera di un
altro intellettuale russo, più vecchio di Gumilëv. È Nikolaj
Berdjaev, filosofo e teologo cristiano, «passeggero» nel
settembre 1922 della «nave dei filosofi», un battello tedesco
carico di intellettuali che Lenin considerava potenziali nemici del
sistema sovietico e di cui ordinò la deportazione. Visse in
Francia, sino alla morte nel 1948, e fu uno dei maggiori
esponenti dell’esistenzialismo cristiano. Ma scrisse anche un
libro sulle origini del comunismo, apparso in inglese nel 1937, in
cui mise in evidenza (come Čaadaev, ma in una prospettiva più
slavofila che occidentale) le storiche originalità della Russia, il
suo grande spazio, le forti radici religiose, le influenze asiatiche,
lo spirito di sacrificio della popolazione. Ricordò che i russi
erano stati vittime dell’immensità del loro territorio, che il
carattere dispotico del governo russo era dovuto alla necessità di
organizzare un Paese che si estendeva dal mar Baltico al
Pacifico. E concluse: «In un certo senso questo è tuttora vero del
governo sovietico-comunista in cui gli interessi del popolo sono
sacrificati al potere e all’organizzazione dello Stato sovietico».
Non so se Putin si nutra di queste letture, ma è stato detto che
avesse per qualche tempo un consigliere culturale, una moderna
incarnazione di Rasputin. Si chiama Aleksandr Dugin, è nato nel
1962, è figlio di un generale dei servizi segreti e ha esordito nella
vita pubblica come un dissidente dell’estrema destra con una
forte simpatia per il pensiero nazionalista, mistico e radicale di
alcuni intellettuali europei, da Julius Evola ad Alain de Benoist.
È inquieto, volubile, continuamente alla ricerca di un ruolo, di
una teoria o di una vetrina che gli garantisca visibilità e
notorietà. Secondo Walter Laqueur, uno studioso americano di
origine tedesca, nel corso delle sue scorribande intellettuali
Dugin si sarebbe imbattuto nelle teorie etnogenetiche di Lev
Gumilëv, le avrebbe condite con un po’ di geopolitica (una
pseudoscienza che va di moda anche in Europa occidentale) e le
avrebbe somministrate al presidente russo.
Credo che Putin sia poco incline a queste fantasticherie
intellettuali. Ma gli serviva qualche teoria che permettesse di
proclamare l’originalità della Russia in un mondo dominato da
mode e modelli fabbricati in Occidente, spesso con una evidente
matrice americana. È probabilmente convinto che la Russia sia
più facilmente governabile dal Cremlino se qualcuno spiega ai
suoi cittadini la loro «originalità». Ha detto sempre più
frequentemente che la Russia «non è Europa» e queste
affermazioni, contenute nei suoi discorsi, sono state ampiamente
citate in un documento preparato dal ministro della Cultura
Vladimir Medinskij. Vi è stato anche il tentativo di compilare
una specie di antologia di testi occidentali in cui la Russia viene
denigrata e di suscitare così un nazionalismo vittimista russo. Era
dunque necessario contrapporre alla russofobia di una parte della
società occidentale una sorta di eurofobia? Putin mi sembra
troppo spregiudicato e realista per adottare queste strategie. Ma
ha dato più volte la sensazione di temere che la Russia fosse
troppo vulnerabile, troppo esposta a una eccessiva influenza
occidentale che l’avrebbe resa meno governabile. Questa
diffidenza, come vedremo, fu accentuata dalla crisi ucraina del
2004. Ma uno storico britannico, Geoffrey Hosking, crede con
ragione che il giorno in cui la Russia avesse bisogno di avere più
stretti rapporti con l’Occidente, queste teorie euroasiatiche
finirebbero nel cassetto.
LA QUESTIONE UCRAINA,
GLI ACCORDI FRA EL’CIN E KUČMA

Quando gli ucraini andarono alle urne, nell’ottobre del 2004,


occorreva sostituire Leonid Kučma, il vecchio gerarca sovietico
che aveva firmato con El’cin non solo il trattato per la creazione
della Csi (Comunità degli Stati indipendenti), ma anche gli
accordi per la divisione della flotta del mar Nero e il contratto
d’affitto rinnovabile per la base navale di Sebastopoli, in cui i
russi sarebbero stati inquilini di lungo termine. Sebastopoli era
stata greca con il nome di Cherson, romana, bizantina, genovese
e ottomana. Ma era stata rifondata dai russi nel 1783, dopo
l’annessione della Crimea, ed era stata strenuamente difesa dalla
Russia in almeno due circostanze: contro una coalizione
francese, inglese, turca e piemontese dal 1854 al 1855, contro i
tedeschi nel 1941 e nel 1942. Sebastopoli apparteneva alla
Crimea e ne aveva condiviso la sorte nel 1954, quando Nikita
Chruščëv aveva fatto dono della penisola all’Ucraina (allora
Repubblica federata dell’Urss) per festeggiare il terzo centenario
di un trattato con cui i cosacchi della regione divenivano vassalli
dell’Impero zarista. Era un dono largamente simbolico che
modificava le frontiere interne dell’Unione Sovietica senza
intaccare la sua integrità.
Quando firmarono gli accordi sulla divisione della flotta e su
Sebastopoli, Kučma ed El’cin sapevano entrambi che l’Ucraina,
nel quadro della dissoluzione dell’Urss, era il punto più delicato
e potenzialmente pericoloso. In Ucraina vi erano antichi rigurgiti
nazionalisti che riemergevano alla superficie ogniqualvolta il
potere, a Mosca, dava segni di debolezza. Ma la Repubblica
federata era troppo russa nelle sue province orientali, e troppo
legata economicamente alla Russia per aspirare a una maggiore
indipendenza che sarebbe stato possibile conquistare soltanto con
la forza.
LE ELEZIONI DEL 2004

I principali candidati alla successione di Kučma erano Viktor


Janukovič e Viktor Juščenko. Il primo era russofono e russofilo,
con una forte base elettorale nelle province orientali; il secondo,
uomo politico con una lunga esperienza bancaria, era più
«occidentale» e sensibile al nazionalismo ucraino. Al primo
turno Juščenko superò Janukovič di qualche decimo di punto, ma
nessuno dei due raggiunse e superò il 50% previsto dalla
costituzione ucraina per le elezioni presidenziali. Fu necessario
un secondo turno che si concluse, secondo la commissione
elettorale, con la vittoria di Janukovič. Ma gli osservatori
internazionali dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la
cooperazione in Europa) denunciarono numerose irregolarità e
una grande piazza centrale cominciò a riempirsi di dimostranti
che ostentavano una sciarpa arancione, potevano contare su
alcuni comfort (una branda, un panino, una tazza di tè caldo) e
sembravano fermamente decisi a manifestare pubblicamente sino
al giorno in cui sarebbe stato possibile ripetere le elezioni. La
tecnica della protesta ricordò quella adottata per le grandi
manifestazioni di Belgrado che avevano costretto il presidente
serbo Milošević a dimettersi nell’ottobre del 2000.
Naturalmente, una tale protesta sarebbe stata efficace soltanto
se avesse potuto contare sulla simpatia e sul sostegno della
società internazionale; e questo accadde quando alcune
personalità europee e americane fecero la loro apparizione in
piazza Maidan. In quelle settimane arrivarono a Kiev, uno dopo
l’altro, un ex segretario di Stato americano, Henry Kissinger, un
ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente
americano, Zbigniew Brzezinski, un senatore americano, John
McCain, il presidente polacco Aleksander Kwaśniewski, il suo
predecessore Lech Wałeşa, il presidente della Lituania Valdas
Adamkus, il responsabile della politica estera dell’Unione
Europea, Javier Solana. Il problema sembrò risolto quando la
Corte Suprema ucraina annullò i risultati del secondo turno e
ordinò la ripetizione del voto: Juščenko vinse con il 52% contro
il 44% di Janukovič e divenne presidente dell’Ucraina il 10
gennaio 2005.
La Russia non poté mettere in discussione il risultato, ma quei
pellegrinaggi a Kiev per sostenere la causa di Juščenko dovettero
sembrare a Putin una inammissibile invasione di campo. Si
voleva impedire alla Russia di esercitare la propria influenza in
un Paese che apparteneva alla sua storia politica e religiosa, in
cui una parte della popolazione parlava russo, in cui c’erano le
radici della sua identità spirituale, in cui erano state combattute
alcune delle sue più gloriose battaglie, da Poltava a Sebastopoli,
in cui era alloggiata la sua flotta del mar Nero? Si voleva attrarre
l’Ucraina nell’area atlantica? Vi fu un sondaggio a Kiev nel 2007
da cui risultò che l’84,5% delle persone interpellate aveva detto
di non essere favorevole all’ingresso del loro Paese
nell’organizzazione militare del Patto Atlantico. Ma sembra che
il sondaggio fosse stato commissionato da un giornale russo; e le
preoccupazioni di Putin crebbero, comunque, quando gli Stati
Uniti, nel 2008, approfittarono del Vertice Atlantico di Bucarest
per proporre l’ingresso dell’Ucraina e della Georgia nella Nato.
DALL’UCRAINA ALLA GEORGIA

Il riferimento alla Georgia non era casuale. Anche la Repubblica


caucasica, nel frattempo, era stata teatro di una piccola
rivoluzione che aveva preceduto quella ucraina e ne aveva
anticipato le caratteristiche. Le elezioni del 2003 sembravano
avere confermato il ruolo e la popolarità di Eduard Ševardnadze,
l’uomo politico che era stato ministro degli Esteri di Gorbačëv
negli anni della perestrojka. Ma i risultati del voto erano stati
contestati e un gruppo di oppositori, fra cui primeggiava un
giovane avvocato, Mikhail Saakashvili, si impadronì del
Parlamento. Minacciato e impaurito, Ševardnadze fu costretto a
fuggire da una porta laterale.
Non vi fu spargimento di sangue e il putsch venne chiamato
con il nome amabile di «rivoluzione delle rose». La prima
impressione fu di un fisiologico cambiamento della guardia fra
un veterano dell’Urss e la prima generazione post-sovietica. Ma
Saakashvili aveva fatto i suoi studi alla Columbia University,
aveva molte amicizie americane, fra cui il senatore John McCain,
una moglie di origini olandesi, una buona conoscenza delle
lingue straniere e un evidente desiderio di spostare il suo Paese
dall’orbita russa a quella occidentale. Il maggiore problema che
dovette affrontare, dopo la sua elezione alla presidenza della
Repubblica nel gennaio del 2004, fu quello di due enclave,
l’Abchazia e l’Ossezia del Sud, che avevano approfittato del
crollo dell’Unione Sovietica per staccarsi dalla Georgia e cercare
riparo all’ombra di Mosca. Il problema era comune ad altre
repubbliche ed era il risultato della matita rosso-blu con cui
Stalin aveva disegnato i confini interni dello Stato Sovietico.
Ogni repubblica aveva, accanto alla nazionalità dominante, una
nazionalità minore, spesso legata da rapporti di fratellanza o
cuginanza con il territorio confinante di un’altra repubblica. La
formula permetteva a Mosca di evitare che la nazionalità
dominante di ogni repubblica divenisse troppo potente, garantiva
al potere centrale il compito di proteggere le minoranze e di
intervenire come arbitro nei frequenti dissidi fra gruppi
nazionali. In Ucraina vi erano le regioni russofone della Crimea e
del Donbass. Nella Moldavia romena vi era la Transnistria,
abitata da una popolazione russo-ucraina. In Azerbaigian vi era
l’enclave armena del Nagorno-Karabach. E in Georgia vi erano
per l’appunto le due regioni dell’Abchazia e dell’Ossezia del
Sud, di cui la seconda era abitata dallo stesso gruppo etnico
dell’Ossezia del Nord, al di là del confine fra Georgia e Russia.
Nelle questioni caucasiche, in particolare, Stalin era un
insuperabile maestro. Era nato in Georgia e la sua famiglia, a
quanto pare, era osseta.
Anche Ševardnadze, il vecchio sovietico, conosceva le regole
del gioco ed era riuscito a instaurare con le due province
secessioniste una sorta di pragmatica convivenza. Il democratico
Saakashvili, invece, credette di potere contare sulla protezione
degli Stati Uniti (che mandarono in Georgia 800 addestratori
militari) e non esitò a adottare una linea più bellicosa e
provocatoria. Vi furono parecchi incidenti con forze russe
d’interposizione, soprattutto sul confine tra le due Ossezie, sino
alla notte fra il 7 e l’8 agosto 2008 quando le forze georgiane,
dopo un nutrito fuoco d’artiglieria, occuparono l’Ossezia del
Sud. Fu una breve vittoria. Molto probabilmente gli Stati Uniti
non furono colti di sorpresa. Era difficile immaginare che gli
addestratori militari presenti in Georgia non fossero informati e
non avessero avvisato le gerarchie del Pentagono. Era difficile
immaginare che il senatore McCain non fosse stato allertato dal
suo pupillo georgiano. Ma la Casa Bianca, allora occupata
ancora per qualche mese da George W. Bush, non si mosse e non
dette l’aiuto indispensabile per il buon risultato dell’operazione
tentata da Saakashvili.
L’esercito russo, invece, entrò in azione nelle ore seguenti,
cacciò i georgiani dal territorio conquistato, entrò in Georgia
sino a Gori, la città in cui Stalin era nato nel 1878. Grazie
all’intermediazione del presidente francese Nicolas Sarkozy,
nella sua veste di presidente dell’Unione Europea, vi fu un
armistizio, il 15 agosto, per la cessazione delle ostilità e il ritiro
delle truppe georgiane. Ma qualche giorno dopo, il 26 agosto, la
Russia tagliò corto e riconobbe l’indipendenza delle due
repubbliche separatiste, l’Abchazia e l’Ossezia. La decisione rese
inutile qualsiasi altro negoziato. Il desiderio di punire la Georgia
e di lanciare un chiaro messaggio al mondo prevalse sulla linea a
cui la Russia si era attenuta sino a quel momento: evitare
qualsiasi modifica dei vecchi confini sovietici.
PUTIN E LA CONSERVAZIONE
DEL POTERE

Quando scoppiò la crisi georgiana, nell’agosto del 2008, Putin


non era più presidente della Repubblica russa. Alla fine del suo
secondo mandato, nel marzo del 2004, aveva annunciato che non
avrebbe chiesto la riforma della costituzione per garantire a se
stesso un terzo mandato consecutivo. Le sue intenzioni, di cui i
russi vennero a conoscenza nei giorni seguenti, erano altre:
cedere la presidenza al suo Primo ministro, Dmitrij Medvedev,
sostituirlo nella carica di Primo ministro e riprendere la
presidenza quattro anni dopo. Era un disegno che supponeva,
nella mente dell’ideatore, la convinzione di potere controllare le
urne. Vi furono in quegli anni, in effetti, alcune elezioni che
sembrarono giustificare le sue aspettative. Si votò il 2 dicembre
del 2007 per i 450 seggi della Duma: il partito di Putin, Russia
Unita, ne conquistò 315 e il Partito comunista 57. Si votò il 4
dicembre 2011 per il rinnovo della Duma: 238 seggi a Russia
Unita, 92 al Partito comunista, qualche decina di seggi al Partito
liberal-democratico di un tribuno della plebe, Vladimir
Žirinovskij, e qualche briciola ai partiti che avrebbero avuto
maggiore diritto di chiamarsi liberali e democratici.
La Russia non era ancora una democrazia matura, ma un dato
– la popolarità di Putin – era difficilmente contestabile. Nelle
elezioni presidenziali del 2000 (le prime dopo El’cin) fu eletto
con il 52% dei voti; in quelle del 2004 con il 71,9%; in quelle del
2012 con il 64,64%. E anche i voti ottenuti da Medvedev nel
2008 (69%) erano in buona parte voti di Putin. È molto probabile
che il numero dei suffragi sia aumentato grazie allo zelo
partigiano dei Naši (una organizzazione giovanile di
propagandisti e galoppini elettorali), ma non al punto da alterare
sostanzialmente il responso delle urne. L’85% di consensi che gli
è attribuito da alcuni sondaggi è grossolanamente esagerato ed è
probabilmente dovuto all’abitudine degli intervistati a
mascherare il proprio vero giudizio con risposte gradite al potere.
È più interessante e indicativo tuttavia che in un sondaggio del
Centro demoscopico creato da un professore di sociologia, Jurij
Levada, il 55% del campione, alla domanda «Di quale
democrazia la Russia ha bisogno?» risponda: «Di una
democrazia completamente speciale, adatta alle sue tradizioni
nazionali e alle sue peculiari caratteristiche».
Putin, quindi, è certamente popolare, ed è particolarmente
rispettato quando lusinga il nazionalismo russo con
manifestazioni di forza, come nella crisi georgiana del 2008 e
nella crisi ucraina del 2014. Non è sempre facile comprendere
perché un uomo di Stato così saldamente installato al vertice del
potere dia spesso l’impressione di credersi circondato da
potenziali nemici e debba scoraggiare con ogni mezzo l’ascesa
politica di un potenziale avversario o, peggio, sbarazzarsi, di uno
scomodo critico. Quando sostituì El’cin alla presidenza della
Russia, Aleksandr Jakovlev (il più liberale fra gli amici di
Gorbačëv all’epoca della perestrojka) scrisse: «Mi piace che
rappresenti una nuova generazione capace di fare un altro passo
avanti. La sua esperienza di esponente pubblico non è ricca, ma è
stato un allievo della scuola di Sobčak delle cui valutazioni mi
fido. Nei suoi interventi ha detto molte cose sensate che
s’inquadrano nel trend delle riforme democratiche. Quanto ai
timori diffusi di un ’pugno forte’, chi vivrà vedrà. Ma se il
’pugno forte’ aiuterà a tutelare la legge, sarei senz’altro
favorevole, specie se sarà diretto a colpire lo strapotere
burocratico». Jakovlev non si faceva illusioni. Sapeva che questa
nuova generazione, prima o dopo, avrebbe cantato «le proprie
canzoni del potere» e che, passata l’euforia, si sarebbe sentita
attratta dall’autoritarismo. Ma riponeva in Putin una certa
speranza.
LA DIFFIDENZA DI PUTIN E LE SUE
ORIGINI. IL RUOLO DELLA POLONIA

Le ragioni della diffidenza di Putin per qualsiasi forma di


opposizione sono probabilmente, al tempo stesso, personali e
russe. Il presidente proviene da una organizzazione che dava per
scontata l’esistenza di nemici «telecomandati» da potenze
straniere che occorreva contrastare con tutti i mezzi disponibili,
da quelli dell’intelligence a quelli repressivi e polizieschi.
Quando fu per qualche mese al vertice dell’Fsb, dette il suo
contributo al patriottismo aziendale della vecchia Ceka con la
collocazione di una targa in bassorilievo dedicata a un suo
predecessore, Jurij Andropov: l’uomo, come ricordò Jakovlev,
che aveva partecipato alla repressione dei moti di Budapest nel
1956 e della primavera di Praga nel 1968. Ma Putin non sarebbe
così sospettoso se non appartenesse a un Paese in cui il mondo al
di là del Baltico e dei grandi fiumi ucraini è stato spesso
considerato doppiamente pericoloso: per le intenzioni malevole e
per la capacità di sedurre la società russa con le sue idee e i suoi
costumi.
Il giudizio dell’Occidente sulla patria di Putin, d’altro canto, è
sempre stato fortemente influenzato dal grande libro (quasi 800
pagine) che un nobile francese, il Marchese Astolphe de Custine,
pubblicò su La Russia nel 1839. È un resoconto brillante, acuto,
forse scritto, secondo George F. Kennan, per emulare De la
démocratie en Amérique di Tocqueville, di cui il primo volume
era apparso nel 1835. Ma è anche il libro che più di qualsiasi
altro ha trasmesso ai lettori occidentali l’immagine di un Paese
poliziesco, brutale, oppresso da una burocrazia miope e invasiva,
insensibile ai grandi temi umani e civili degli Stati occidentali.
Alcune pagine, all’inizio dell’opera, sono dedicate
all’interrogatorio che Custine e i suoi compagni di viaggio
dovettero subire alla dogana di Pietroburgo quando arrivarono
nella capitale da Kronstadt, sul golfo di Finlandia (dove avevano
ricevuto lo stesso trattamento). Le domande, anche se
ripetutamente formulate in modo diverso, erano sempre le stesse.
Perché vuole visitare la Russia? È incaricato di una missione
diplomatica? Ha scopi commerciali? Deve esaminare lo stato
politico e sociale del Paese per conto del suo governo? Quando
la stessa sorte toccò ai suoi bagagli, i poliziotti lo privarono
temporaneamente di due pistole, di un orologio portatile e di tutti
i suoi libri. Non è sorprendente. I libri hanno sempre avuto nelle
preoccupazioni dei doganieri russi un posto prioritario. Se nella
mia biblioteca non vi è La Russie en 1839, nella edizione
stampata a Bruxelles nel 1844, lo devo allo zelo di un censore
sovietico. Vivevo a Mosca, l’avevo trovata nel catalogo di una
libreria antiquaria di Bruxelles e l’avevo acquistata. Ma il pacco,
inviato per posta, non arrivò mai a destinazione.
I pregiudizi sulla Russia di Custine avevano una matrice
polacca. Nove anni prima del suo viaggio, nel 1830, quella parte
della Polonia che era stata annessa alla Russia nel Settecento, era
insorta e si era battuta coraggiosamente per riconquistare
l’indipendenza; ma i russi erano intervenuti con forze molto
superiori e le formazioni degli insorti avevano capitolato nel
novembre del 1831. I polacchi avevano sperato sino all’ultimo
momento nell’amichevole intervento della Francia, ma le loro
attese andarono deluse. Non furono delusi invece gli esuli
polacchi (fra cui Fryderyk Chopin) che arrivarono numerosi in
Francia nei mesi seguenti. Ebbero una accoglienza generosa,
divennero rapidamente i beniamini della società parigina e
contribuirono alla diffusione in Francia dell’immagine di una
Russia brutale e prepotente.
Anche l’immagine europea della Russia di Putin deve molto
alla Polonia. Jaroslaw Kaczyński, leader del maggiore partito
polacco, sembra ancora credere che nella morte del fratello Lech,
allora presidente della Repubblica, vi sia una mano russa. Lech
viaggiava a bordo di un Tupolev polacco, il 10 aprile 2010,
insieme a una numerosa delegazione ufficiale per partecipare a
una solenne cerimonia in memoria degli oltre 4000 ufficiali
polacchi uccisi dai sovietici nel maggio 1940 in una foresta della
regione di Smolensk. L’aereo era vicino alla sua destinazione
quando precipitò a causa del maltempo, forse per un errore del
pilota, e provocò la morte di tutte le 96 persone a bordo.
IL PROBLEMA DELLA NATO

Qualche anno prima, nei suoi primi viaggi all’estero, Putin aveva
suscitato negli uomini di Stato occidentali impressioni e giudizi
molto simili a quelli di Aleksandr Jakovlev. Nel 2001, dopo un
incontro con il nuovo presidente russo, George W. Bush disse di
averlo «guardato negli occhi e di avere visto la sua anima». Un
anno dopo, a Pratica di Mare (una base dell’aeronautica militare
italiana nei pressi di Roma), i leader della Nato incontrarono
Putin e si accordarono con lui per la creazione di un Consiglio
Nato-Russia. Mi sembrò allora che la Nato fosse sul punto di
trasformarsi da alleanza politica e militare contro un potenziale
nemico in una organizzazione per la sicurezza collettiva
dell’intero continente europeo. Le relazioni di Putin con alcuni
leader europei (Silvio Berlusconi e Gerhard Schröder, per
esempio) furono in quegli anni particolarmente cordiali. I
rapporti con la Francia erano altrettanto buoni. Vi fu un incontro
a Kaliningrad (la vecchia Königsberg) fra il presidente francese
Jacques Chirac, il cancelliere tedesco Schröder e Vladimir Putin
nel luglio 2005 per celebrare insieme il 750º anniversario della
città di Kant. Tre anni dopo, nel 2008, Francia e Russia
conclusero un accordo per il valore di un miliardo e 200 milioni
di euro. La Francia avrebbe costruito per la marina russa due
navi da battaglia, fra cui una portaerei della categoria Mistral.
Altre navi sarebbero state costruite negli anni seguenti.
Le relazioni cominciarono a peggiorare a mano a mano che
l’Alleanza Atlantica si allargava a nuovi membri sino a
estendersi al di là dei vecchi confini dell’Unione Sovietica. Nel
1999 la Nato aveva accolto tre Paesi che avevano fatto parte del
Patto di Varsavia (Polonia, Ungheria e Repubblica ceca) per cui
la Russia era stata in passato uno Stato-padrone. Nel 2004
entrarono nell’organizzazione la Bulgaria, l’Estonia, la Lettonia,
la Lituania, la Romania, la Slovacchia, la Slovenia; nel 2009
l’Albania e la Croazia. Quasi tutti quei Paesi erano stati sovietici
o membri del Patto di Varsavia o frazioni repubblicane di quella
Svizzera comunista che fu la Jugoslavia di Tito. Mentre scrivo, il
Montenegro è in lista di attesa.
ANCORA UNA STORIA DI MISSILI

Questo allargamento della alleanza militare avveniva mentre altri


eventi stavano ulteriormente raffreddando i rapporti con la
Russia. Nel 1972 gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica avevano
firmato un trattato con cui ciascuno dei due Paesi si impegnava a
costruire sul proprio territorio soltanto due postazioni
equipaggiate con sistemi antimissilistici e disposte in modo da
evitare che potessero assicurare la difesa dell’intero territorio
nazionale o fossero il primo tassello di un progetto destinato a
raggiungere un tale obiettivo. Il trattato stabiliva espressamente
che «ogni Stato, in tale modo, si astiene dall’impedire la capacità
di penetrazione di una rappresaglia missilistica». In altre parole,
ciascuno dei due Paesi diceva all’altro che non avrebbe fatto
nulla per diventare invulnerabile e che avrebbe sempre offerto il
fianco all’amico-nemico con cui aveva deciso di evitare la
guerra.
Ma nel giugno 2002 Bush annunciò che gli Stati Uniti non
avrebbero rinnovato il trattato al momento della scadenza. Disse
che l’11 settembre aveva cambiato il mondo e che l’America
avrebbe dovuto fare fronte a sfide alquanto diverse da quelle del
passato: «nuove minacce di terroristi e Stati canaglia che cercano
di distruggere la nostra civiltà con armi di distruzione di massa e
missili di lunga gittata». Gli Stati Uniti, da quel momento in poi,
si sarebbero difesi con nuove basi antimissilistiche da installarsi
il più rapidamente possibile. Fu detto ai russi che queste basi non
sarebbero state usate per difendere l’America dal loro Paese e fu
lasciato intendere che il principale motivo di preoccupazione era,
se mai, l’Iran. Ma il mondo non tardò ad apprendere che la
principale base europea sarebbe stata in Polonia, che vi sarebbe
stato un grande radar nella Repubblica ceca e, più tardi, una
seconda base in Romania, inaugurata nel maggio del 2016 a
Deveselu, 160 chilometri a sud di Bucarest.
Putin volle dare l’impressione che la Russia prestava fede alla
motivazione dei progetti americani e offrì l’uso di un radar russo
in Azerbaigian, certo più adatto a segnalare missili in arrivo
dall’Iran; ma gli americani lasciarono cadere la proposta. I fatti,
comunque, avrebbero dimostrato che di tutte le armi utilizzabili
contro il terrorismo i missili antimissili sono la meno efficace.
Quando si propose di creare fra la Russia e gli Stati Uniti una
nuova atmosfera (il «resetting», come lo definì Hillary Clinton,
allora segretario di Stato), Barack Obama, alla fine del suo primo
mandato, fece un passo indietro e cercò di ridimensionare il
programma per la installazione di basi antimissilistiche in
Europa centrale e nella penisola balcanica. I polacchi
manifestarono disappunto e il presidente americano sostituì il
piano originale con un programma alternativo destinato alla
intercettazione di missili di medio e corto raggio. Dovette
probabilmente tenere conto della lobby polacca negli Stati Uniti,
del Pentagono, dei gruppi di pressione dell’industria bellica e di
quella parte del Congresso per cui la Russia era ancora il vecchio
nemico della Guerra fredda.
IL MAGNITSKIJ ACT

Quali fossero gli umori del Congresso verso la Russia fu


dimostrato dal Magnitskij Act, una legge approvata dal
Congresso nel 2012. Un anno prima, nel 2011, era stato
depositato alla Camera dei rappresentanti il progetto di una legge
che avrebbe negato il visto americano a un gruppo di funzionari
russi (18 persone, quasi tutte dipendenti del ministero delle
Finanze o magistrati) e li avrebbe colpiti con alcune misure
finanziarie sino a quando il governo russo non avesse
scrupolosamente indagato «sulle circostanze della morte di
Sergej Leonidovič Magnitskij e non avesse conformato il suo
sistema giudiziario agli standard della legalità internazionale».
Magnitskij era contabile, avvocato e collaboratore di un
finanziere americano, Bill Browder, che aveva fatto
considerevoli affari sul mercato russo ed era, paradossalmente,
nipote di Earl Browder, l’uomo che fu segretario del Partito
comunista americano dopo la seconda guerra mondiale e due
volte candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Bill Browder
era stato per qualche tempo proprietario del maggiore portafoglio
straniero in Russia, ma era stato costretto a lasciare il Paese nel
2005. Qualcuno sostenne che l’espulsione era stata motivata
dalla scarsa trasparenza delle sue transazioni; altri che avesse
acceso un fascio di luce sulle malefatte finanziarie di alcuni
esponenti del sistema politico russo. Rimasto in Russia,
Magnitskij fu arrestato nel 2008. Era accusato di avere
collaborato alle frodi fiscali di Browder, ma altri sostennero che
il suo arresto era stato voluto da chi temeva di essere coinvolto
nella vicenda. Era in carcere da un anno e soffriva di pancreatite
quando fu trovato morto nella sua cella. Secondo una
ricostruzione degli eventi, Magnitskij era stato privato di cure
mediche e nell’ultimo giorno della sua vita ripetutamente
picchiato da otto guardie con un bastone di gomma. Diciotto
mesi dopo nessuno era stato chiamato in giudizio per rispondere
della sua morte e le autorità russe avevano deciso di non
procedere contro la dirigente medica del carcere.
Obama firmò l’Atto del Congresso di controvoglia nel
dicembre 2012 e la Russia reagì a sua volta con due misure:
vietò l’adozione di bambini russi negli Stati Uniti e annunciò che
non avrebbe dato visti d’ingresso a 18 americani «che avevano
violato diritti umani»: giudici, avvocati, agenti della Dea (Drug
Enforcement Administration) e il capo di gabinetto di Dick
Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti durante la presidenza
Bush.
Oggi, nel palleggio delle responsabilità, i campi sembrano
essersi invertiti. Ulteriori notizie, emerse durante un processo a
New York, avrebbero dimostrato che il denaro proveniente dalle
opache transazioni di Browder sarebbe servito per fare acquisti
immobiliari negli Stati Uniti: una notizia che sembra confermare
la tesi russa della grande frode. Avevamo assistito agli interventi
di un gruppo di pressione, capeggiato da Browder, per cui
Magnitskij era vittima di un sistema politico e giudiziario
inquinato dalla corruzione. Abbiamo assistito più recentemente
all’apparizione di un altro gruppo per cui le accuse contro
Browder erano fondate. Vi saranno altre indagini, altri processi e
altre domande a cui sarà difficile dare risposte soddisfacenti. Ma
non è difficile immaginare quale impressione abbia fatto su una
Russia eternamente sospettosa e sul suo sospettoso presidente la
legge di un Parlamento straniero che pretende di fare giustizia in
vicende accadute in un altro Paese. Ancora più sorprendente è
che il Magnitskij Act, clamorosa interferenza di uno Stato negli
affari di un altro, sia stato approvato in un Paese che non ha
ratificato il Trattato penale internazionale perché non intende
permettere che i suoi cittadini siano chiamati a rendere conto
delle loro azioni in una corte di giustizia al di fuori degli Stati
Uniti.
LA GUERRA DEI SOSPETTI

I sospetti di Putin concernevano soprattutto le Ong, le


organizzazioni non governative nate negli anni della presidenza
El’cin per la difesa di vecchi e nuovi diritti, delle libertà sessuali,
del dissenso. Dietro queste associazioni, spesso legate a società
sorelle in Occidente e comunque ispirate da modelli occidentali,
il vecchio agente del Kgb vedeva lo zampino americano e il
rischio di piazze presidiate e organizzate come quelle di
Belgrado, Kiev, Tbilisi. Era l’ultima versione di un vecchio
dramma che va periodicamente in scena quando la Russia ha
bisogno di una modernità che non riesce a realizzare con i propri
mezzi e con le proprie risorse. Deve indirizzarsi all’Occidente da
cui importa tutto ciò che le serve, dalla flottta di Pietro il Grande
alla grande rete ferroviaria di Sergej Jul’evič Vitte, dal marxismo
di Lenin alle privatizzazioni di Čubajs e Gajdar. Ma insieme alla
modernità teme di importare i veleni e le insidie della società
occidentale, tutto ciò che considera incompatibile con le sue
tradizioni e la sua concezione del potere. Non sempre Putin
aveva torto, ma vi furono certamente momenti in cui i suoi
sospetti divennero ossessioni e lo spinsero a adottare
provvedimenti che un uomo di Stato, a mente fredda, avrebbe
dovuto evitare. Giudicherà il lettore se questo sia accaduto
durante la seconda crisi ucraina o se le provocazioni occidentali
abbiano giustificato le reazioni del presidente russo.
LA SECONDA CRISI UCRAINA

I primi annuvolamenti risalgono al 2013, quando terminarono le


trattative dell’Ucraina con l’Unione Europea per la firma di un
trattato di associazione. La firma avrebbe dovuto avere luogo a
Vilnius alla fine di novembre, ma la Russia, nel frattempo, aveva
creato, insieme a due Paesi ex sovietici (Bielorussia e
Kazakistan) una Unione doganale euroasiatica che sarebbe
diventata, un anno dopo, l’Unione economica euroasiatica.
L’Uee avrebbe favorito gli scambi, il movimento delle persone e
dei capitali, la fusione tra le imprese per una migliore economia
di scala. Le sue istituzioni erano modellate su quelle dell’Unione
Europea. E, come l’Ue, anche la creatura di Putin aveva un
obiettivo politico: creare uno spazio euroasiatico che avrebbe
avuto, più o meno, le dimensioni dell’Urss. In questa prospettiva
l’Ucraina era doppiamente necessaria: la sua presenza avrebbe
favorito l’adesione di altre repubbliche ancora titubanti; la sua
assenza e la firma di un trattato d’associazione con l’Unione
Europea avrebbero regalato all’Ue e, prima o dopo, alla Nato una
terra slava, legata alla Russia da vincoli storici e religiosi. Mosca
sapeva che vi era sempre stato un nazionalismo ucraino di cui
occorreva tenere conto. Ma sapeva anche che l’Ucraina era
troppo fragile per essere davvero indipendente. Separata dalla
Russia sarebbe inevitabilmente finita nell’orbita della Polonia e
degli Stati Uniti. Furono queste riflessioni, come vedremo, che
avrebbero indotto Putin a una brusca mossa politica e, in un
secondo momento, militare.
Il presidente dell’Ucraina era allora Viktor Janukovič, rivale
di Viktor Juščenko nelle elezioni del 2005 e leader del Partito
delle regioni: una forza politica che aveva un bacino elettorale
nell’Ucraina orientale e nelle regioni russofone del Donbass. Al
bivio fra due diverse prospettive, Janukovič cercò di evitare lo
scontro e di trovare una soluzione che gli permettesse di andare
d’accordo con l’Occidente e la Russia; ma trovò resistenze su
entrambi i fronti e nel dicembre del 2013 finì per accettare i 15
miliardi di dollari e il 30% di sconto sul gas che Putin era
disposto a mettere sul piatto della bilancia per evitare la firma
dell’accordo con l’Ue. A piazza Maidan, nel frattempo, stava
andando in scena lo stesso spettacolo di dieci anni prima:
barricate, un palco per gli oratori, qualche tenda per i presidi
notturni e i generi di conforto. Non era più una semplice
manifestazione. Era una prova di forza che il governo cercò di
affrontare con un brutale uso della polizia. Ma la folla non era
meno violenta e aveva l’appoggio di alcune forze politiche, fra
cui un bellicoso partito nazionalista (il Pravij Sektor) e la
simpatia dell’Occidente. Janukovič tentò la strada della
conciliazione, chiamò l’opposizione al governo, restituì alle loro
originali funzioni i palazzi di Maidan che erano stati occupati
dalle forze di sicurezza e dai tiratori scelti, garantì l’amnistia a
tutti coloro che avevano commesso reati nel corso delle
manifestazioni, ordinò la liberazione di quelli che erano stati
arrestati, annunciò nuove elezioni.
L’accordo che avrebbe dovuto mettere formalmente fine alla
crisi fu firmato nella notte fra il 20 e il 21 febbraio 2014 da
Janukovič e dai leader dell’opposizione insieme a quattro notai: i
ministri degli Esteri di Francia, Germania, Polonia e Russia. Ma
all’alba quell’accordo era già stato stracciato. L’opposizione
radicale si era rifiutata di deporre le armi e Janukovič era fuggito
in Russia. Fu un colpo di Stato, ma anche i colpi di Stato, come
ogni altro evento internazionale, si giudicano con i criteri della
convenienza. Quello del Parlamento ucraino nella notte fra il 20
e il 21 febbraio conveniva agli Stati che preferivano trattenere
l’Ucraina nel campo occidentale e impedire che diventasse
membro dell’Unione economica euroasiatica. Pochi si chiesero
allora quanto sarebbe costato accogliere nell’Unione Europea un
Paese che era già stato salvato due volte (2008 e 2010) dal Fondo
Monetario Internazionale, era in recessione, aveva debiti per 35
miliardi di dollari sul mercato delle obbligazioni e doveva un
miliardo e 900 milioni a Gazprom, il colosso petrolifero russo.
Da Putin e dalla macchina propagandistica russa il colpo di
Stato del Parlamento fu definito fascista. La parola apparteneva
al bagaglio culturale sovietico di un ex agente del Kgb ed era,
come accade spesso, quando viene usata polemicamente,
imprecisa. Ma il Pravij Sektor, nato alla fine del 2013, era
effettivamente un partito armato, erede di quelle formazioni della
destra nazionalista che si erano costituite durante la seconda
guerra mondiale fra l’Ucraina e il Baltico. Alcune avevano
combattuto con i tedeschi e fornito uomini a una divisione delle
SS che fu chiamata «Galizia». Altre avevano formato gruppi di
resistenza e combattuto contro la Wehrmacht. Ma alla fine del
conflitto, quando l’Ucraina era diventata nuovamente sovietica,
parecchi militanti si erano dati alla macchia per combattere
contro il nuovo «occupante». Quasi tutti erano legati alla
memoria di un controverso «patriota» ucraino, Stepan Andrijevic
Bandera, che durante la guerra, per l’appunto, aveva combattuto
successivamente su tre fronti: con i tedeschi, contro i tedeschi,
contro i sovietici. Bandera era nato nella Galizia austro-ungarica
prima della Grande guerra ed era figlio di un sacerdote uniate,
come sono chiamati i cattolici di rito greco dell’Ucraina
occidentale. Ebbe un momento di grande popolarità quando
proclamò la nascita di uno Stato ucraino indipendente e alleato
della Germania nel 1941. Terminato il conflitto, riparò in
Germania occidentale e visse a Monaco di Baviera, sempre
braccato dai sovietici, sino a quando un agente del Kgb lo uccise
nell’ottobre 1959. Agli occhi di Putin, Pravij Sektor, con qualche
forzatura, era soltanto l’ennesima incarnazione di quel
nazionalismo ucraino che aveva combattuto l’Urss a fianco della
Germania.
UCRAINA: L’UNITÀ IN PERICOLO

Un nuovo fattore contribuì a rendere il clima ancora più rovente.


Non appena costituito, il nuovo governo ucraino, presieduto da
Arsenij Jacenjuk, abrogò una legge sulle minoranze linguistiche
che era stata voluta da Janukovič nel 2012. La legge prevedeva
che la lingua parlata in una regione da una percentuale della
popolazione superiore al 10% divenisse, in quella regione, lingua
ufficiale. Grazie a quella norma il russo era diventato una lingua
ufficiale della Crimea: dopo l’abolizione, il russo sarebbe stato
soltanto una parlata locale. È molto probabile che altri piani per
l’annessione della Crimea alla Russia esistessero da tempo. Ma
la nuova legge sulla lingua, per coloro che volevano la
separazione il più rapidamente possibile, fu una giustificazione
perfetta. Il Parlamento della penisola anticipò al 16 marzo 2014
il referendum previsto per una data più lontana e gli abitanti
furono chiamati alle urne per rispondere a due domande: «Sei a
favore del ricongiungimento della Crimea con la Russia come
soggetto federale della Federazione Russa?» «Sei a favore del
ripristino della Costituzione del 1992 e dello status della Crimea
come parte dell’Ucraina?» I votanti furono 1.536.290. Alla prima
domanda risposero sì 1.495.043 (97,32%), alla seconda 41.247
(2,68%).
La Russia nel frattempo aveva già mandato le sue truppe a
presidiare la penisola. Non vi furono scontri se non qualche
occasionale diverbio con i tatari, abitanti della Crimea sin
dall’Impero Ottomano. Gli Stati e l’Unione Europea protestarono
contro la violazione della sovranità ucraina e il mancato rispetto
del Memorandum di Budapest con cui la Russia, nel 1994, si era
impegnata a rispettare l’integrità della repubblica ex sovietica.
La Russia replicò che il governo di Kiev aveva stracciato
l’accordo del 21 febbraio ed era illegittimo. Come accade spesso
nelle crisi internazionali, nessuna delle due parti aveva torto. Ma
Putin aveva nelle sue mani la Crimea, conquistata con un
referendum che, pur essendo stato organizzato frettolosamente,
rifletteva i desideri della maggioranza della popolazione.
Nel bacino del Don e più generalmente nella regione a cui
Caterina II, nel 1746, aveva dato il nome di Novorossija, le cose
andarono diversamente. Le due città più vicine alla Russia e
maggiormente integrate nell’economia russa, Doneck e Lugansk,
insorsero contro l’amministrazione ucraina e si proclamarono
«repubbliche popolari», rispettivamente il 7 e il 28 aprile 2014. I
russi aiutarono indubbiamente i ribelli, ma le repubbliche non
furono riconosciute da Mosca e i soldati inviati a combattere con
gli insorti avevano uniformi anonime, senza gradi e segni
distintivi. Interrogati dai giornalisti, i portavoce del governo
russo dissero che erano volontari. Il governo ucraino denunciò la
menzogna, ma il dato più interessante era un altro. La Russia si
stava indubbiamente servendo di Doneck e Lugansk per dire alle
democrazie occidentali che non avrebbe accettato
l’incorporazione dell’Ucraina nella Nato, ma non intendeva,
almeno per il momento, creare un fatto compiuto con nuove
modifiche territoriali.
Putin aveva usato le maniere forti, ma aveva lasciato
socchiuse le porte della diplomazia. Nei due accordi di Minsk
(quelli del settembre 2014 e del febbraio 2015) Francia,
Germania, Russia e Ucraina hanno disegnato percorsi di pace,
elencato priorità, preso impegni che non sarebbero stati
mantenuti. Ogni campo era diviso fra quelli che cercavano
seriamente una intesa e quelli che lavoravano, più o meno
apertamente, perché non venisse raggiunta. Putin poteva
permettersi di aspettare. Il solo prezzo che la Russia avrebbe
pagato per questa lunga fase negoziale erano le sanzioni adottate
nei suoi confronti dai Paesi della Nato. Ma le sanzioni sono
anche una manifestazione d’impotenza e possono nuocere a chi
le impone non meno di quanto nuocciano a chi ne è vittima.
LA DIASPORA RUSSA

L’annessione della Crimea e il sostegno offerto alla popolazione


del Donbass dimostrano quale importanza Putin attribuisca alla
diaspora russa, come è chiamato l’insieme degli insediamenti
nazionali che il collasso dell’Unione Sovietica ha lasciato in
territori divenuti improvvisamente stranieri. Quando l’Unione
Sovietica, nel dicembre del 1991, fu sostituita dalla Comunità
degli Stati indipendenti, non vi era entità territoriale dell’Unione
nata dalla rivoluzione bolscevica in cui non abitasse da molti
anni una consistente comunità russa. Molti, soprattutto nelle
repubbliche dell’Asia centrale e del Caucaso, preferirono
trasferirsi nelle regioni russe. Partirono fra i primi quelli che
abitavano in Paesi dove le condizioni politiche erano
pericolosamente instabili e il regime ancora più oppressivo e
poliziesco di quello sovietico. Ma col passare del tempo la
situazione finì per normalizzarsi e le partenze divennero sempre
più rare. Oggi mancano statistiche totalmente attendibili, ma i
russi sarebbero il 5,5% dell’Uzbekistan (su una popolazione di
circa 29 milioni), il 4% del Turkmenistan (5 milioni), l’1,1% del
Tagikistan (8 milioni), l’1,4% dell’Azerbaigian (quasi 10
milioni), e un numero pressoché insignificante in Armenia. Ma
sono il 23% del Kazakistan (18 milioni), il 17% dell’Ucraina (44
milioni), l’8,3% della Bielorussia (più di 8 milioni), il 5,8% della
Moldavia (3 milioni e 600.000).
Ancora più interessante è la presenza russa nelle tre
Repubbliche del Baltico, ormai entrate nella Nato e nell’Unione
Europea. I russi rappresentano il 5,8% della Lituania (su una
popolazione di 3 milioni e mezzo), il 24,6% dell’Estonia (un
milione e 257.000), il 26,2% della Lettonia (2 milioni e
165.000). Vi fu un momento di forte tensione fra Mosca e
Vilnius nel gennaio del 1991, quando i lituani proclamarono la
loro indipendenza e Gorbačëv sembrò deciso a reagire con forza.
Ma il presidente lituano Vytautas Landsbergis, senza rinunciare
alla dichiarazione di indipendenza, disse di essere pronto a
«negoziare» e il leader sovietico sembrò accontentarsene. La
libertà, comunque, sarebbe venuta pochi mesi dopo in una
foresta della Bielorussia dove le tre Repubbliche slave avrebbero
creato la Comunità degli Stati indipendenti.
Le Repubbliche del Baltico non vollero farne parte, ma la
nuova dirigenza russa sembrò rendersi conto che non sarebbe
stato né facile né opportuno cercare di convincerle a cambiare
idea. Forse El’cin capì che il maggiore problema, nei rapporti fra
la Russia e le tre Repubbliche, era la diversa percezione di uno
stesso passato. Gli estoni, i lettoni e i lituani ricordano la
brutalità con cui i sovietici, dopo la firma del patto tedesco-
sovietico dell’agosto 1939, s’impadronirono del loro territorio,
imposero nuove istituzioni, collettivizzarono la terra, spensero il
dissenso, stroncarono qualsiasi forma di resistenza, trasferirono
al di là degli Urali una parte della popolazione e cercarono di
russificare i tre Paesi con l’arrivo di una importante
immigrazione sovietica. I russi invece ricordano che la Lituania,
dopo l’invasione tedesca dell’Urss nel giugno 1941, divenne un
satellite tedesco, che i lituani, come avrebbe detto Daniel
Goldhagen, furono nella caccia agli ebrei (erano circa 220.000)
«i volenterosi carnefici di Hitler», che i loro corpi militari
combatterono a fianco della Wehrmacht contro l’Armata Rossa;
che gli estoni seguirono, anche se su scala minore, una stessa
politica.
Quello che ha maggiormente colpito nel corso degli ultimi
vent’anni è stata, se mai, la prudenza di cui Mosca ha dato prova
nei casi in cui i cittadini russi del Baltico erano trattati come un
corpo estraneo a cui occorreva fare capire, con una certa durezza,
che i padroni erano cambiati. A Mosca sembrarono rendersi
conto che certi atteggiamenti anti-russi, là dove lo stalinismo era
stato particolarmente tirannico, rientravano nell’ordine delle cose
e dovevano essere pazientemente accettati.
Non era difficile immaginare invece che le reazioni di Mosca
sarebbero state molto diverse il giorno in cui il problema da
affrontare fosse stato quello delle comunità russe in Crimea e
nell’Ucraina occidentale. Alcuni Paesi europei (quelli che
volevano annettere l’Ucraina alla Nato) sembrano avere trattato
la questione con superficiale leggerezza. Avrebbero dovuto
chiedersi anzitutto se all’organizzazione militare dei Paesi
atlantici convenisse avere fra i soci del club un Paese in cui vi
sarebbe stata una quinta colonna russa forte di circa sei o sette
milioni di persone. Se avessero riflettuto, si sarebbero resi conto
che la migliore delle soluzioni possibili, anche e soprattutto per
gli ucraini, sarebbe stata un’Ucraina neutrale, né russa né
atlantica.
PUTIN E I BALTICI

Esiste una fondamentale differenza, quindi, fra l’Ucraina e gli


Stati baltici. Non credo che Putin voglia rimettere in discussione
la loro indipendenza. Ma nei rapporti con le tre Repubbliche del
Nord ha adottato una linea scopertamente nazionalista. Uno dei
più frequenti motivi di incidenti fra la Russia e i suoi piccoli
vicini è quello dei molti memoriali in onore dei grandi
bolscevichi e dei caduti sovietici nella seconda guerra mondiale,
costruiti nel mezzo secolo che ha preceduto il collasso dell’Urss.
Per Putin quei monumenti sono intoccabili. Se i Baltici vogliono
eliminarli o relegarli in una foresta, Putin reagisce come se fosse
stato commesso un reato di lesa maestà e lascia intendere che
certi affronti non resteranno impuniti. È accaduto ancora una
volta nel maggio del 2016 per una targa in memoria
dell’equipaggio di un aereo russo caduto in Estonia qualche anno
fa, sfregiata dalla popolazione locale.
Con l’Estonia, in particolare, gli screzi sono stati numerosi. Il
più grave è quello della tempesta cibernetica che la Russia ha
scatenato sul Paese nel 2007. Dopo la rimozione di un
monumento al soldato sovietico da una piazza di Tallinn,
l’offensiva degli hacker russi ha colpito per tre settimane la
presidenza, il Parlamento, quasi tutti i ministeri, le sedi dei partiti
politici, tre palazzi che ospitano redazioni giornalistiche,
radiofoniche e televisive, due banche e parecchie imprese del
mondo della comunicazione. Per premunirsi contro altri attacchi
l’Estonia, più recentemente, ha creato una sorta di deposito
informatico nel Regno Unito dove ha collocato tutto ciò che può
garantire la continuità di uno Stato ciberneticamente occupato da
una potenza ostile: i certificati di nascita della sua popolazione,
gli archivi dei ministeri e delle banche.
Fra l’offensiva informatica del 2007 e l’apertura del centro
londinese, Estonia e Russia hanno affrontato e superato con
maggiore realismo un’altra crisi. Nel settembre del 2014, sulla
frontiera tra Russia ed Estonia (in territorio estone secondo
Tallinn, in territorio russo, secondo Mosca), i russi hanno
arrestato un agente dei servizi estoni, Eston Kohver, lo hanno
processato per spionaggio e condannato a quindici anni di
prigione. Ma lo hanno scambiato un anno dopo con un agente
russo che gli estoni avevano catturato qualche anno prima.
LA GUERRA ELETTRONICA

Vi sono stati altri casi in cui la Russia è stata accusata di fare un


uso spregiudicato dell’arma elettronica per entrare nei sistemi di
un Paese, disturbarne il funzionamento, carpirne i segreti,
avvelenarli con un virus. Ma chi scrive ricorda l’ufficio di uno
dei maggiori scienziati spaziali nell’Unione Sovietica di
Gorbačëv. Lavorava in un palazzo dell’Accademia delle scienze
e i suoi computer erano di fabbricazione bulgara o ungherese.
Alla fine degli anni Ottanta la Russia era in ritardo di almeno una
generazione. Ma aveva un formidabile patrimonio di matematici
(erano laureati in matematica alcuni dei più ricchi oligarchi) che
le avrebbe consentito di recuperare rapidamente il tempo
perduto. Ne sono la prova, oltre al caso estone, due episodi più
recenti.
Nel dicembre del 2015, con una operazione che fu definita
«altamente raffinata», i pirati dell’informatica russa hanno
dimostrato di potere spegnere contemporaneamente una dozzina
di centrali energetiche ucraine. Più recentemente, durante la fase
che precede la scelta dei candidati alle elezioni presidenziali
americane, gli hacker russi sarebbero entrati negli archivi del
Partito democratico per leggere la documentazione accumulata
sul candidato repubblicano. Era semplice curiosità o vi era nei
servizi russi chi voleva servirsi del materiale raccolto per
favorire la candidatura di Donald Trump (un presunto amico di
Putin) contro quella di Hillary Clinton, una persona con cui il
presidente russo ha da parecchio tempo un rapporto spigoloso?
Non credo che a queste domande sia possibile dare risposte
sicure e razionali. Quando riescono a paralizzare i servizi di un
Paese, le intrusioni informatiche sono certamente prove di forza.
Ma quando saccheggiano un archivio, assomigliano alle
operazioni piratesche di una nave da corsa. Sono pesche a
strascico, nella speranza che la rete, quando verrà portata a riva,
contenga qualcosa di utile. In entrambi i casi sono anche esercizi
per la creazione di un’arma sempre più efficace e per lanciare
ammonimenti a un potenziale nemico; nel caso della Russia, a
un’alleanza occidentale che negli ultimi anni si è estesa sino a
toccare le sue frontiere. Non sembra che nell’uso di questi mezzi
alcuni Stati siano più colpevoli di altri. Gli americani hanno il
grande orecchio di Echelon, una rete satellitare creata con la
collaborazione della Gran Bretagna e di altri Paesi di lingua
inglese. E sono certamente in grado di «intossicare» una centrale
nucleare iraniana, come è accaduto, con la collaborazione di
Israele, nel 2010. Le rivelazioni di Edward Snowden, un tecnico
a contratto della Cia, passato al culto della Verità, ci hanno
rivelato quali e quanti siano gli involontari collaboratori dei
servizi americani, ascoltati a loro insaputa. Il caso della posta
elettronica di Hillary Clinton, negli anni in cui era responsabile
della politica estera degli Stati Uniti, ha dimostrato che neppure
il segretario di Stato americano si considerava al riparo da occhi
indiscreti e preferiva affidarsi a un server privato piuttosto che a
quello del suo ministero.
LA DOTTRINA MILITARE DELLA RUSSIA

La Russia di Putin, naturalmente, ha una Dottrina militare che


viene aggiornata mediamente ogni dieci anni. L’ultimo
aggiornamento è del 2010 ed è in un documento firmato da
Dmitrij Medvedev, capo dello Stato nel periodo in cui Putin
decise di scendere d’un gradino per avere diritto, quattro anni
dopo, a un altro doppio mandato. La dottrina russa punta il dito
esplicitamente contro la Nato, estesa sino alle sue frontiere, e sui
missili antimissili che gli Stati Uniti, nel 2010, non avevano
ancora installato in Romania. Dice anche che la Russia non
esiterà a usare, se costretta dalle circostanze, l’arma nucleare ed
elenca gli alleati con cui intende lavorare: le repubbliche ex
sovietiche della Comunità degli Stati indipendenti, ma
soprattutto quelli del Patto di Taškent (Russia, Armenia,
Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan) e, infine, la
Shanghai Cooperation Organization che comprende anche la
Cina. Studi occidentali, inoltre, sono giunti alla conclusione che
la Russia ha una capacità di mobilitazione molto superiore a
quella degli anni Novanta, quando le forze armate erano state
trascurate. Anche questo è uno dei risultati della presidenza
Putin.
L’ultima Dottrina russa non è più minacciosa di quella del
2000, ma si regge su un bilancio delle forze armate che è quasi
raddoppiato fra il 2010 e il 2014 (da 1000 a 1900 miliardi di
rubli) e continua a crescere. In un Paese che è stato duramente
penalizzato da due fattori – le sanzioni dopo la crisi ucraina e la
caduta del prezzo del petrolio – una tale spesa costringe il
governo a ridurre drasticamente la sua politica sociale ed espone
Putin al malumore dei suoi connazionali. Ma il ritorno della
Crimea alla madrepatria ha largamente compensato, almeno per
il momento, l’aumento del disagio sociale. A questo alludeva
forse Putin quando citò Lev Gumilëv in un discorso al Cremlino
e disse che esiste una virtù russa chiamata «pasionarnost».
LA RUSSIA IN MEDIO ORIENTE

I maggiori dividendi della politica militare del Cremlino sono


stati incassati in Medio Oriente. Quando le rivolte arabe
contagiarono la Siria, nel 2011, la Russia corse il rischio di
essere cacciata dal solo Paese della regione in cui avesse un
fedele alleato. La Turchia stava sostenendo i ribelli mentre le
democrazie occidentali, sia pure con maggiore prudenza, stavano
prendendo partito contro il regime di Bashar Al Assad. A
Washington qualcuno premeva perché anche gli Stati Uniti
adottassero, come durante le presidenze di Clinton e George W.
Bush, una linea interventista. Dopo i colossali errori del suo
predecessore, Barack Obama esitava e credette di uscire
dall’imbarazzo tracciando una linea rossa al di là della quale gli
Stati Uniti non avrebbero assistito, senza agire, ai massacri
siriani: l’uso delle armi chimiche. Ma quando le armi chimiche
furono usate, a quanto pare, nei sobborghi di Damasco, Obama
cercò disperatamente il modo per sottrarsi a un impegno di cui,
dopo gli esempi dell’Afghanistan e dell’Iraq, era impossibile
calcolare le conseguenze. Provò a coinvolgere il Congresso in
decisioni che negli Stati Uniti appartengono tradizionalmente
alla Casa Bianca, ma la via d’uscita gli fu offerta da Putin o, più
probabilmente, dal suo ministro degli Esteri, Sergej Lavrov.
Grazie ai buoni uffici della Russia, Bashar Al Assad avrebbe
rinunciato alle armi chimiche e Mosca si sarebbe adoperata
perché l’impegno assunto dalla Siria venisse rispettato. Con
quella iniziativa Putin liberava Obama dall’imbarazzo di una
scelta difficile, ma soprattutto riscattava la Russia
dall’umiliazione subita in Jugoslavia negli anni Novanta, quando
era stata esclusa dalla gestione della crisi.
Non sappiamo se le armi chimiche siano state interamente
eliminate, ma sappiamo che i russi sono da allora in Siria e non
soltanto nelle loro vecchie basi, prevalentemente marittime, di
Tartus e Latakia. Hanno cambiato il quadro strategico della
regione, hanno dimostrato di essere militarmente forti e abili,
hanno reso impossibile ogni accordo che non tenga conto dei
loro interessi, hanno dimostrato che non è possibile combattere
lo Stato islamico senza la Russia. E Putin, infine, ha
considerevolmente sollevato il morale di un esercito che non era
ancora riuscito a scrollarsi di dosso il ricordo della guerra
cecena.
LA RUSSIA DI PUTIN VISTA DA OVEST

L’intervento russo in Siria non sembra avere cambiato, se non in


peggio, la percezione della Russia in Occidente. Le ultime
manovre della Nato in Europa sono state organizzate nel giugno
del 2016. Il loro nome in codice è Anaconda 16 (un serpente
costrittore che soffoca la preda), i Paesi che hanno partecipato
sono stati più di 20 e i soldati inviati sui confini della Russia non
meno di 30.000 (di cui 14.000 americani) con un numero
imprecisato di carri armati, aerei, navi. Le esercitazioni hanno
compreso un attacco notturno con elicotteri, un lancio di
paracadutisti, la costruzione di un ponte sulla Vistola. Il loro
obiettivo, tra gli altri, era quello di integrare il comando
nazionale polacco in un contesto multinazionale: quasi una prova
generale per il giorno in cui sarebbe scoppiata una terza guerra
mondiale, non lontano dai luoghi in cui era cominciata la
seconda.
Le manovre hanno avuto luogo poche settimane prima di un
vertice a Varsavia in cui è stato deciso di aumentare lo
stazionamento di truppe occidentali in Europa orientale. Forse
l’aspetto più imbarazzante e inquietante di questa esercitazione
militare è la partecipazione di Paesi tradizionalmente neutrali:
Finlandia e Svezia. Nella sua insaziabile bulimia la Nato si
preparerebbe a inghiottire due Stati del Nord che non erano stati
coinvolti, se non marginalmente, dalla Guerra fredda.
Di fronte a tali manovre la Russia, non senza ragione, ha
lanciato grida d’allarme. Ma nei mesi precedenti le forze armate
russe avevano fatto sui loro confini occidentali circa 2000
esercitazioni militari. Per tutto il 2016 i rischi d’incidente sono
diventati sempre più numerosi: velivoli di un Paese che violano
lo spazio aereo di un altro, navi di uno Stato che scavalcano la
frontiera invisibile tra il mare aperto e le acque territoriali di un
altro Stato. Nell’ottica degli Stati maggiori queste violazioni
servono a misurare le reazioni e l’autocontrollo di un potenziale
avversario per meglio sapere dove e come colpirlo nel giorno in
cui sarà necessario. Ma sono operazioni in cui molto di ciò che
accade è lasciato al caso, all’improvvisazione, al sistema nervoso
di poche persone. Con le sue paure e la sua drammatica storia, la
Polonia ci costringe a vedere la Russia con i suoi occhi; e gli
Stati Uniti, insieme ad altri Paesi, sembrano felici di avere
ancora un nemico.
CONCLUSIONE

La Guerra fredda aveva un senso. Fu una guerra ideologica in cui


il vincitore, verosimilmente, avrebbe imposto al nemico
sconfitto, per usare parole ormai screditate dal troppo uso, la
propria filosofia e i propri valori. Può sembrare retorico, ma vi
era in quello scontro fra giganti una certa nobiltà. Due grandi
idee – la dittatura del proletariato e il capitalismo democratico –
offrivano al mondo due strade diverse verso un futuro migliore.
Le due diverse prospettive hanno creato speranze, attese,
impegno e sacrifici che non sarebbe giusto ignorare.
Oggi ogni traccia di nobiltà è scomparsa. Il comunismo è
fallito e, come accade sempre in queste circostanze, la memoria
collettiva ricorda soltanto le sue pagine peggiori: i massacri della
fase rivoluzionaria, la fame ucraina, la persecuzione del clero, le
purghe, i gulag, il lavoro coatto, i popoli trasferiti con la forza da
una regione all’altra. La democrazia capitalista non è in migliori
condizioni. Il trasferimento del potere economico dai produttori
di beni ai produttori di denaro ha enormemente allargato il
divario fra gli immensamente ricchi e i drammaticamente poveri.
Il denaro governa le campagne elettorali. Le grandi piaghe della
prima metà del Novecento – nazionalismo, militarismo, razzismo
– si sono nuovamente aperte. Il linguaggio della competizione
politica è diventato becero e volgare. Le convention americane
sono diventate un circo equestre in cui i candidati esibiscono i
muscoli della loro retorica. Il meritato riposo e un busto nel
Pantheon della nazione, che attendevano gli uomini di Stato alla
fine della loro carriera politica, sono stati sostituiti da posti nei
consigli d’amministrazione, laute consulenze e conferenze
generosamente retribuite (come i 225.000 dollari pagati da
Goldman Sachs a Hillary Clinton per un dibattito dopo i suoi
quattro anni al Dipartimento di Stato). Anziché affidarsi a leader
saggi e prudenti, molti popoli sembrano preferire i demagoghi, i
tribuni della plebe, i caudillos.
Anche Putin appartiene per molti aspetti a un club frequentato
da Erdoğan, Al Sisi, Orbán, Jaroslaw Kaczyński, Bibi
Netanyahu, Xi Jinping, Lukašenko, per non parlare dei loro
numerosi cugini in Africa e in Asia. Ma ha anche altre
caratteristiche. Deve governare un enorme spazio geografico
popolato da una moltitudine di gruppi nazionali e religiosi. È il
leader di un grande Paese che ha interessi legittimi e ambizioni
comprensibili. È responsabile di una potenza che è anche un
tassello indispensabile per l’amministrazione di un mondo
caotico e pericoloso. Possiamo deplorare molti aspetti del suo
carattere e della sua politica. Ma vedo sempre meno persone in
Occidente che abbiano il diritto di impartirgli lezioni di
democrazia. Occorrono 541 giorni per formare un governo in
Belgio. Occorrono due elezioni politiche a distanza di sei mesi
per formare un governo in Spagna. Occorrono tre commissioni
bicamerali e due riforme costituzionali approvate dal
Parlamento, ma sottoposte a referendum popolare, per cercare di
modificare la costituzione in Italia. Nell’Unione Europea sono
sempre più numerosi i cittadini che invocano il ritorno alle
sovranità nazionali, ma in alcuni Stati nazionali (Belgio, Gran
Bretagna, Spagna) la sovranità nazionale è contestata da regioni
che chiedono il diritto di secessione. Mi chiedo: la democrazia è
ancora un modello virtuoso che l’Europa delle democrazie
malate e gli Stati Uniti delle sciagurate avventure mediorientali e
del nuovo razzismo hanno il diritto di proporre alla Russia?
Dovremmo piuttosto chiederci se all’origine dell’autoritarismo di
Putin non vi sia anche la pessima immagine che le democrazie
stanno dando di se stesse.
BIBLIOGRAFIA

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Sandro Teti e Maurizio Carta (a cura di), Attacco all’Ucraina,


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INDICE DEI NOMI

Abramovič, Roman
Achmatova, Anna
Adamkus, Valdas
Al Assad, Bashar
Aleksij II (patriarca)
Algarotti, Francesco
Al Sisi, Abd al-Fattah
Andropov, Jurij
Armand, Inessa
Atatürk, Kemal

Bandera, Stepan Andrijevic


Basaev, Šamil
Basilio III
Berdjaev, Nikolaj
Berezovskij, Boris
Berlusconi, Silvio
Brežnev, Leonid
Browder, Bill
Browder, Earl
Brzezinski, Zbigniew
Bush, W. George

Čaadaev, Pëtr Jakovlevič


Caprio, Stefano
Caterina II
Čechov, Anton
Černomyrdin, Viktor
Chasbulatov, Ruslan
Cheney, Dick
Chirac, Jacques
Chodorkovskij, Michail
Chopin, Fryderyk
Chotinenko, Vladimir
Chruščëv, Nikita
Clinton, Bill
Clinton, Hillary
Clover, Charles
Codevilla, Giovanni
Čubajs, Anatolij

de Benoist, Alain
de Custine, Astolphe
Deripaska, Oleg
Dudaev, Džokhar
Dugin, Aleksandr
Dzeržinskij, Feliks

Eichmann, Adolf
El’cin, Boris
Elisabetta II (principessa)
Erdoğan, Recep
Evola, Julius

Filofej (monaco)

Gajdar, Egor
Garzón, Baltasar
Genscher, Hans-Dietrich
Gevorkian, Natalya
Giovanni Paolo II (papa)
Godunov, Boris
Goldhagen, Daniel
Gorbačëv, Michail
Gorbačëva, Raisa
Gumilëv, Lev
Gumilëv, Nikolaj Stepanovič
Gusinskij, Vladimir

Honecker, Erich
Hopkirk, Peter
Hosking, Geoffrey

Iribarne, Fraga

Jacenjuk, Arsenij
Jacobson, Roman
Jakovlev, Aleksandr
Janukovič, Viktor
Juščenko, Viktor
Juvenalij (metropolita)

Kaczyński, Jaroslaw
Kaczyński, Lech
Kalinin, Michail
Kamenev, Lev
Kant, Immanuel
Kennan, George F.
Kirill (patriarca)
Kissinger, Henry
Kohver, Eston
Kolesnikov, Andrej
Kučma, Leonid
Kwaśniewski, Aleksander

Landsbergis, Vytautas
Laqueur, Walter
Lavrov, Sergej
Lebed’, Aleksandr
Lenin, Vladimir
Levada, Jurij
Litvinenko, Aleksandr
Lukašenko, Aleksandr

Magnitskij, Sergej Leonidovič


Maschadov, Aslan
McCain, John
Medinskij, Vladimir
Medvedev, Dmitrij
Mejerchol’d, Vsevolod
Mérimée, Prosper
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Puškin, Aleksandr
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Rasputin, Grigorij
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