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libriClassici

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A Stefano, il primo con cui ho condiviso
la passione dei librigame

Prima Edizione: Gennaio 2018


© 2001, Federico “Dj Mayhem” Bianchini per l’ideazione, il testo, la
stesura e la rielaborazione
© 2001, Gabriele Tindaro Leone per le nozioni lovecraftiane, i riferimenti
storici e bibliografici e il testo
© 2018, Federico “Dj Mayhem” Bianchini per la revisione,
l’impaginazione e la grafica di copertina
Copertina di Tombud, https://pixabay.com/en/fantasy-romantic-mystical-
fairytale-2979470/
2018 Librogame's Land, www.librogame.net

Il presente libro è da intendersi ad uso esclusivamente personale, ne è


vietata qualsiasi tipo di vendita e la modifica anche parziale

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IL CUSTODE
PARTE II

NELLA TERRA
DEI SOGNI
FEDERICO BIANCHINI
GABRIELE TINDARO LEONE

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www.librogame.net

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INDICE
1. Nella Terra dei Sogni 9
2. Baharna 33
3. I Sognatori 75
4. La Carovana 106
5. La Città dei Gatti 119
6. Dylath-Leen 176
7. Hagarg Ryonis e altre divinità 213
8. Inganok 242
9. Verso Irem 254
10. La Partita Finisce 277
11. Epilogo 296
• Appendice I: Note 307
• Appendice II: Dizionario 309
• Appendice III: Cronologia 331

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Ritengo che la cosa più misericordiosa al mondo
sia l'incapacità della mente umana a mettere in
correlazione tutti i suoi contenuti. Viviamo su una
placida isola di ignoranza nel mezzo del nero
mare dell'infinito, e non era destino che
navigassimo lontano. Le scienze, ciascuna tesa
nella propria direzione, ci hanno finora nuociuto
ben poco; ma, un giorno, la connessione di
conoscenze disgiunte aprirà visioni talmente
terrificanti della realtà, e della nostra spaventosa
posizione in essa che, o diventeremo pazzi per la
rivelazione, o fuggiremo dalla luce mortale nella
pace e nella sicurezza di un nuovo Medioevo. I
teosofi hanno intuito l'imponente grandezza del
ciclo cosmico, del quale il nostro mondo e la
razza umana costituiscono solo episodi transitori.
Essi hanno alluso a strane sopravvivenze in
termini che gelerebbero il sangue se non fossero
mascherati da un blando ottimismo. Ma non è da
loro che viene quell'unica visione di eoni proibiti
che mi agghiaccia il sangue quando ci penso e mi
fa impazzire quando la sogno.

H.P.Lovecraft, Il Richiamo di Cthulhu

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1. NELLA TERRA DEI SOGNI
Riprendemmo i sensi dopo quello che a me parve
un’eternità.
Un vago senso di nausea ci affliggeva e sentivamo
le tempie pulsare e dolere.
Io fui il primo a riaprire gli occhi e ad alzarmi, mi
guardai intorno stupito, ci trovavamo fra quelle
che sembravano rovine di un qualche palazzo,
forse un tempio: eravamo su un ampio basamento
di pietra, circondati da quel che rimaneva di un
ampio colonnato, al centro della struttura vi era un
largo blocco di una qualche pietra scura.
Feci alcuni passi, ancora stordito e confuso, e lo
spettacolo che si porse ai miei occhi aveva dello
sconvolgente: oltre, alcuni metri più in basso, si
estendeva ciò che un tempo era stata una città:
edifici parzialmente crollati e resti di mura, strade
e piazze ricoperte di detriti e invase da erbacce,
archi e obelischi fatiscenti e quello che rimaneva
di statue raffiguranti strani esseri antropomorfi;
geroglifici e strani caratteri erano incisi su molte
superfici, ma erano talmente consumati dal tempo
e dalla natura che pochi di essi erano facilmente
distinguibili dai segni dell’erosione.
Il silenzio del luogo era interrotto dai versi striduli
e gracchianti di qualche volatile e dal rumore
provocato dal vento che soffiava in mezzo agli

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alberi, portando l’odore salmastro del mare e il
brusio lontano e costante dei flutti.
Dove diavolo eravamo finiti?
La domanda mi attraversava la mente
continuamente senza trovare una risposta,
eravamo stati risucchiati dal vortice e ora ci
trovavamo in un posto fiabesco mai visto prima
d’allora, ma la paura mi attanagliava troppo per
poter gustare quel paesaggio ancestrale e
leggendario che avevo visto solo nei miei sogni.
Assaporai il vento che mi accarezzava le guance,
mi voltai nella direzione dalla quale proveniva la
brezza e, oltre un boschetto a pochi chilometri di
distanza, vidi la costa.
Dei lamenti alle mie spalle mi portarono alla
mente i miei tre amici, li vidi che si stavano
alzando guardandosi intorno confusamente.
-Tutto bene, ragazzi?- domandai loro.
–Mi sento come se mi avessero preso a pugni sulle
montagne russe-. rispose Randolph alzandosi a
fatica.
-Ma dove cavolo siamo finiti?- Interruppe Abdul.
–Ah non ne ho idea, ma di una cosa sono sicuro:
questo posto non è di certo il nostro mondo.
Guardate in alto-. indicai il cielo: era leggermente
più azzurro del normale, ma soprattutto al posto
del sole di mezzogiorno vi era una grande sfera di
colore blu.

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Se io ero terrorizzato da quella situazione, benché
nascondessi le miei sensazioni, e pure Tindiana
sembrava terribilmente preoccupato e continuava
a guardare il paesaggio circostante, Randolph era
rimasto piuttosto tranquillo, come Abdul.
-Interessante-, intervenne Carter, -mi piacerebbe
sapere dove ci troviamo-.
Tindiana continuando a guardarsi in giro, gli
rispose con una pacatezza per me inaspettata: -
Nelle Terre del Sogno. Non vedo altre possibilità,
il rito descritto da Thermogorothus nel suo libro
mirava proprio a questo: aprire un varco per
queste terre dimenticate. Solo che qualcosa è
andato storto e siamo stati risucchiati dal vortice
che si è creato-.
La sicurezza del mio amico era terrificante, e non
capivo come potevano restare calmi gli altri a
quelle parole, eravamo passati dalla padella alla
brace, e lentamente mi assaliva il terrore di restare
imprigionato per sempre in quel posto dimenticato
da Dio, per lo meno da quello in cui credevo io.
–Eh sì, deve trattarsi di un’ottima illusione. Chissà
che tipo di computer stanno usando per la realtà
virtuale?- Le parole di Randolph mi colpirono, per
un attimo avevo dimenticato che stavamo
giocando, benché non ne fossi più tanto certo da
diverso tempo.

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–Realtà virtuale? Starai scherzando spero-, ribatté
Tindiana –come puoi credere che stiamo ancora
giocando?-
-E tu non crederai veramente che ci troviamo
davvero nelle Terre del Sogno?-
-Certo che sì, forse non sei al corrente degli ultimi
avvenimenti, ma siamo stati presi a calci nelle
palle, e non era un gioco di ruolo dell’accidente!-
Il tono della discussione fra i due amici stava
diventando teso, li lasciai continuare e mi sedetti
su ciò che rimaneva del capitello di una colonna.
–Ma ti sei fuso il cervello?! Questo non è che un
videogioco in 3D. Al momento del rito ci hanno
fatto bere quella brodaglia che conteneva
certamente un narcotico, una volta messi ko ci
hanno portato in qualche luogo e infilato delle tute
e un casco per la realtà virtuale. Non ci vedo nulla
di eccezionale in tutto questo. Vorrei proprio
sapere che cosa ti prende, è da quando questa
storia è incominciata che ti comporti in modo
strano. Abbiamo deciso di giocare un gioco di
ruolo dal vivo ed è quello che stiamo facendo.
Non so tu mai io mi sto divertendo da matti-.
-Sto solo cercando di rimanere vivo e dato che
questo dovrebbe essere un gioco di ruolo ragiono
come farebbe il mio personaggio-.
-Sembra quasi che tu creda che sia tutto reale!-

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-Sembra? Come sarebbe: sembra?! Ragiona: i
quadri, per quanto ne sappiamo sono autentici,
come il loro autore e…-
Randolph lo interruppe: -Si sono documentati
bene, anche noi lo facciamo per le nostre
avventure-.
-E la camera segreta sotto la chiesa? I libri
sacrileghi? Il tunnel che conduce sotto la
basilica?-
-Ammetto che era tutto vero, probabilmente la
Confraternita del Sonno è veramente esistita, e
allora?-
-E la nostra presenza in Egitto? Non ricordo di
aver preso la nave o l’aereo per arrivarci, eppure
mi sembrava reale-.
-Devono averci narcotizzato anche in quel tunnel
per poi portaci lì di nascosto-.
-Le armi che ci hanno dato sono vere, con quei
proiettili lui ha fatto fuori un abitatore del
profondo-. disse indicandomi.
-Beh, che fosse un Abitatore lo dice lui, tra l’altro
in entrambe le occasioni in cui dice di averne visti
era buio, e anche se avesse ragione nulla mi vieta
di pensare che fosse un giocatore travestito da
abitatore, con un costume, e quando gli ha sparato
quello ha finto di morire-.
-E il luogo in cui ci troviamo?-
-Realtà virtuale-

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-Come mai io riesco a sentire gli odori che ci sono
nell’aria, a sentire col tatto le scanalature della
roccia? E scommetto che anche il mio gusto
funziona ancora-.
Tindiana raccolse dell’erba e la mise in bocca per
sputarla immediatamente.
–Come pensavo, sa di erba-. concluse, -Se si tratta
del mondo creato da un computer allora siamo
prigionieri della CIA, credo che solo loro possano
avere macchine così avanzate, può darsi che
facciamo parte di qualche esperimento, chissà?-
–Ora basta, porca t**ia!- li zittii, quel loro
continuo scambio di battute era diventato
nevrotico: -Non mi importa se questo mondo è
reale o finto, voglio solo sapere come torniamo
indietro. Voi ne avete idea?-
Ci guardammo l’un l’altro in silenzio per alcuni
secondi, dopodiché Tindiana disse: –Beh, l’unica
uscita è la Caverna della Fiamma; ma è anche
l’unica entrata, ci saremmo dovuti svegliare lì e
non fra queste rovine-.
-Vedi che ho ragione io-, lo interruppe Randolph:
–se questo fosse veramente il Reame del Sogno ci
troveremmo lì, ma essendo un mondo virtuale ci
hanno fatto iniziare da questo luogo. Inoltre, se
questo mondo è quello che crediamo, c’è pure
un’altra uscita-.
-Non vorrai…- insinuò il turco.

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-Sì, sto parlando del Kadath! Così potrò
finalmente visitarlo-. puntualizzò fregandosi le
mani, nei suoi occhi vi era la stessa luce che brilla
negli occhi di un bambino che attende con
trepidazione di scartare il regalo ricevuto.
–Credo che la Caverna di Fiamma andrà
benissimo per tornare indietro- dissi alzandomi da
terra, -non ci tengo molto ad incontrare gli Altri
Dei, sempre che siano loro che troveremo-.
-Sono d’accordo. Sei un pazzo se credi che ti
seguirò fino al Kadath-. s’aggiunse Tindy.
La discussione proseguì: Randolph riteneva che
non vi fosse alcun pericolo reale e che in ogni
caso prima sarebbe stato opportuno accertarsi
dove ci trovavamo realmente prima di prendere
decisioni definitive, ma l’opportunità che ci era
stata fornita era troppo grande per essere sprecata;
Abdul si schierò con lui, già che erano giunti fin lì
con l’avventura sarebbe stato stupido non
approfittarne, infondo era solo realtà virtuale
secondo loro; Tindiana non era d’accordo, disse
che sarebbe stato opportuno se avessero
incominciato a ragionare come Personaggi e non
come Giocatori, cercando di comprendere fino in
fondo il pericolo della loro eventuale scelta,
qualcosa in lui faceva pensare che non vi fosse più
distinzione fra i due ruoli e che tutto quello non
fosse più un gioco.

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Io ero piuttosto confuso, e preferii andare cauto e
per il momento assecondai Tindiana, continuando
a ritenere che avventurarsi alla ricerca del Kadath
sarebbe stato estremamente rischioso, senza
contare il fatto che intrigante o meno, quel gioco
era durato abbastanza.
Incominciammo ad esplorare il luogo del nostro
arrivo e dopo un po’ trovammo quello che
rimaneva di una vecchia strada, si dirigeva verso
l’interno in direzione nord – ovest.
Il paesaggio in quella direzione si perdeva in
un’ampia e fertile pianura, in lontananza, sulla
destra, vi era un grande lago, le cui rive lambivano
la via in un punto in cui iniziava una fitta foresta,
la quale a sua volta si protendeva fino alle pendici
di una massiccia montagna la cui vetta si
innalzava a tal punto da essere nascosta da oscure
nubi temporalesche, da esse giungevano, attutiti,
cupi rombi di tuono.
Ci incamminammo lungo la strada, il percorso
non era molto difficile, nonostante lo stato di
degrado e abbandono il selciato era ancora in
buone condizioni e il ritrovamento di impronte
fresche, che secondo Abdul potevano essere
attribuite a un cavallo ferrato, ci confortò sulla
presenza di altre persone in quel posto d’incubo.
–Ci rimane da scoprire se sono amici o nemici-.
fece notare Randolph.

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–Forse sono semplici conoscenti-. rispose per
scherzo il turco, ma nessuno di noi aveva al
momento la minima voglia di ridere.
Dopo quella battuta fuori luogo continuammo la
strada in silenzio e, dopo alcune ore di cammino,
trovammo un altro edificio in rovina, dalle
proporzioni più umane e confortanti, erano in
prossimità del lago e il sole stava calando.
–Non credo che manchi molto al tramonto,
propongo di accamparci qui per la notte- proposi.
–Sì, è una buona idea, useremo le rovine come
riparo-. rispose Randolph, –Ci servono solo un
fuoco e del cibo-.
-Io ho un accendino-, disse Tindiana -se qualcuno
riuscisse a pescare qualcosa nel lago si potrebbe
mangiare, sempre che vi piaccia il “cibo virtuale”-
.
-Piantala-, rispose seccato Randolph, -nonostante
tutto incomincio ad avere fame anch’io, vedrai
che se catturiamo qualcosa e lo mangiamo loro ci
nutriranno con un qualche cibo sintetico, quindi
voi due raccoglierete legna e preparerete il fuoco,
noi penseremo al cibo-.
-Sarà, ma secondo me tu hai visto troppi film di
fantascienza-.
-E tu letto troppi racconti di Lovecraft!– prima
che potessero continuare la loro discussione, io ed

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Abdul li separammo, portandoceli dietro per
eseguire i compiti stabiliti.
Io e Tindiana ci avvicinammo ai margini del
bosco, attraversando la strada, per raccogliere
rami ed erba secca.
Il luogo era strano, si sentivano i soliti rumori e
brusii tipici di ogni macchia verde: fruscio delle
foglie e dei rami mossi dal vento, battito di ali di
qualche volatile, il ronzio degli insetti, ogni tanto
versi di animali in lontananza; ma qualcosa
nell’atmosfera del posto lo rendeva stranamente
inquietante, alieno: i rami nodosi e contorti delle
piante, molte delle quali sconosciute e strane ai
nostri occhi, sembravano protendersi oltre il
margine del bosco come artigli di animali pronti a
ghermire la preda; una leggera foschia che
avvolgeva il luogo contribuiva a darne un aspetto
onirico, tanto che la luce stessa sembrava fuggire
quelle fronde, cedendo il sottobosco al dominio
incontrastato delle ombre; anche l’odore che ne
giungeva era strano, a quello dolciastro a
profumato della clorofilla e delle resine che
trasudano dalle cortecce, se ne mischiava un altro
più acre e pungente, quasi salmastro, non
prevaleva sugli altri odori, ma restava celato,
quasi nascosto.
–Ha uno strano aspetto, non vorrei dovermici
addentrare per nessun motivo-. dissi.

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–Già, ricorda il tipico bosco delle favole, pieno di
mostri in agguato, che attendono solo che qualche
sventurato viandante osi entrarvi, come la Foresta
di Fangorn-.
-Già, ma senza Ent-.
-Ad ogni modo temo che non sia opportuno
sottovalutare questo luogo. Se vogliamo tornare
indietro ognuno dovrebbe cercare d’interpretare il
suo ruolo e non essere se stesso-.
-Di questo è meglio parlarne domani mattina.
Prendiamo questa benedetta legna e andiamocene
finché c’è luce-.
Rimanendo sempre distanti dal limite più fitto
degli alberi riuscimmo a raccogliere
un’abbondante provvista di rami, trovammo anche
dell’erba secca da utilizzare come esca per il
fuoco.
Stavamo tornando presso il rudere quando
sentimmo provenire dalla riva del lago un urlo,
seguito da un verso simile ad un ululato, ma molto
più grave e profondo.
Poi nuovamente urla umane e due, tre colpi di
pistola.
Abbandonata la legna ci dirigemmo verso il punto
di origine dei rumori; mentre accorrevamo estrassi
la pistola e il fucile dallo zaino e diedi la prima al
mio amico. Giunti sul margine alto della riva
trovammo quello che cercavamo.

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In basso vi erano i nostri amici, visibilmente
pallidi e sedevano sulla spiaggia di ghiaia,
ansimanti; poco distante, sulla battigia, giaceva il
corpo senza vita della cosa che aveva ululato:
sembrava un anfibio, aveva la forma di un girino,
ai lati all’altezza del tronco vi erano due arti simili
a robuste braccia, munite di dita palmate,
terminanti in artigli; la testa era grande e
triangolare con occhi piccoli e di colore nero, o
meglio quello destro, al posto del sinistro vi era
una ferita sanguinante; la bocca senza labbra era
spalancata e metteva in mostra una doppia bianca
fila di taglianti zanne; due aperture ai lati del capo
facevano intravedere dove si trovavano le
branchie; il colore prevalente delle pelle era scura
nella parte superiore del corpo e bianco latte sul
ventre: la vista di quest’animale acquatico non
sarebbe stato di per sé shockante, ma quel essere
era lungo più di due metri.
–Ma che diavolo è successo? – esclamai
dirigendomi verso gli altri, -Tutto a posto? Siete
feriti?-
–Stiamo bene-, ci tranquillizzò Randolph, -
eravamo riusciti a prendere alcuni pesci quando
questo mostro ci ha attaccati, Abdul era ancora in
acqua, io ero girato verso di lui, ho visto la
superficie incresparsi alle sua spalle, gli ho urlato
di uscire, poi quella cosa è emersa emettendo un

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ululato, ho estratto la pistola ed ho sparato. Il
rinculo mi ha mandato per terra. L’essere
continuava a muoversi, era ferito ma stava
uscendo dall’acqua…-
-A quel punto ho estratto il pugnale e l’ho finito-.
proseguì il turco indicando l’elsa dell’arma
conficcata nella branchia sinistra, dove l’essere
non poteva vedere avvicinarsi il nemico.
–Oh Dio, ma cos’è questo schifo?- esclamai
nauseato da quella strana creatura marina.
–Aspetta, prendo il manuale, forse c’è un disegno-
. Tindiana prese il manuale del GdR e sfogliò il
capitolo riguardante le creature del mito di
Cthulhu, finché lo trovò: –Eccolo. Signori, questo
è un voonith-. ce lo presentò Tindy.
–Un cosa?- chiese Randolph
–Un voonith, un anfibio predatore che vive nelle
Terre del Sogno, o meglio nell’isola di Oriab…
ma certo, deve essere così! Questa è Oriab!
Quindi quello laggiù è il monte Ngranek-.
-Dove vi è scolpito il volto degli dei-. concluse
l’occultista, -Beh, almeno ora sappiamo dove ci
troviamo e quale strada fare per raggiungere il
Kadath-
-Ultar-. lo corressi.
–Porca miseria, per me un luogo vale un altro-,
fece Abdul –voglio solo mangiare-.

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-Potremmo usare il bestione come cena-. alla
proposta di Randolph gli altri tre lo guardarono
stupefatti.
–I francesi mangeranno anche le rane, ma cenare
con un voonith mi sembra un po’ azzardato-.
protestò Tindiana.
–Non credo, ho provato le rane e non sono male,
inoltre il pesce che abbiamo preso è insufficiente;
o soffriamo la fame, o facciamo di necessità virtù-
.
Ci facemmo così convincere a tagliare la creatura
ed a portarne un po’ alle rovine, dove all’interno
delle mura accesi il fuoco sul quale arrostimmo i
pochi pesci e l’anfibio.
Randolph lo trovò gustoso, io ed Abdul ne
assaggiammo un pezzo; lo sputai immediatamente
mentre al turco piacque; Tindiana si rifiutò
categoricamente anche di assaggiarlo soltanto.
-Il solito schizzinoso-. commentò l’occultista
indicando l’archeologo.
Dopo cena discutemmo se fosse opportuno o
meno fare turni di guardia, io proposi di fare due
turni, duranti i quali in coppia avremmo montato
la guardia: ero rimasto particolarmente turbato dal
bosco e anche il lago non mi ispirava tranquillità;
un altro voonith sarebbe potuto uscire dallo
specchio d’acqua e attaccarci durante la notte.

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Gli altri furono d’accordo e vennero scelti i turni:
prima io ed Abdul, poi Randolph e Tindiana; i
turni sarebbero durati cinque ore.
Le rovine avevano un perimetro circolare, il fuoco
fu acceso nel centro, mentre i giacigli, per chi
riposava, erano posti in un angolo, in quello
opposto ci posizionammo schiena a schiena, in
modo di poter controllare i due luoghi e tenersi
svegli a vicenda parlando, senza disturbare chi
riposava.
Al calare del sole, l’atmosfera intorno a noi
cambiò lentamente: il primo mutamento avvenne
nel bosco, lentamente si fece più silenzioso, gli
insetti, le piante e tutti gli altri animali cessarono
di emettere suoni, come se tutto il luogo fosse
stato congelato in un istante.
Poi, in lontananza, prima indistintamente, ma con
il passare del tempo in modo via, via più nitido,
s’incominciarono a scorgere delle luci, lampi ed
aloni iridescenti, simili a fuochi fatui, che
lentamente si avvicinavano al limitare degli alberi;
mentre si avvicinavano, strani rumori simili a
stridori acuiti giungevano dalle rovine.
Ci alzammo in piedi, silenziosamente, con le armi
in pugno. Intanto dal lago si era alzata una leggera
foschia che in brave tempo aveva avvolto l’intera
riva.

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Al rumore dello sciabordio delle onde, ben presto
si aggiunse il suono lugubre di alcuni voonith che
ululavano in lontananza.
Le ore passavano lentamente, ma durante tutta la
notte non accadde nulla, ciononostante i nostri
nervi furono messi a dura prova: l’attesa
interminabile che “qualcosa” potesse aggredirci, i
rumori sconosciuti e l’oscurità che ci circondava,
ebbero un effetto deleterio sia sul nostro morale
che sul nostro fisico.
Così, al mattino, giunta l’ora prestabilita,
Randolph e Tindiana svegliarono me ed Abdul, e
mentre preparavamo la colazione, quelli cercarono
di riposare per un’oretta.
Dopo mangiato discutemmo della nostra
situazione: - Non voglio sapere se questo mondo è
reale o meno, tutto questo fa parte dell’avventura,
giusto?– domandai chiaramente, gli altri
annuirono.
–Vediamo solo di fare il punto della situazione.
Primo: se siamo giunti qui, deve essere per uno
scopo preciso, altrimenti il gioco non lo avrebbe
previsto. Secondo: appurato che questa è La Terra
dei Sogni, vi siamo giunti in maniera non
convenzionale, non siamo passati dalla Caverna
della Fiamma. Terzo: abbiamo poche munizioni e
pochi viveri negli zaini; dobbiamo cercare una
città dove procurarci tutto quello che ci può

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servire. Ed ora ecco che cosa propongo: non
conoscendo il motivo della nostra presenza qui,
sarebbe meglio cercare il modo più rapido e sicuro
per tornare a casa-.
Randolph annuì ed aggiunse: -Ma se scoprissimo
perché siamo qui, forse troveremo il modo di
andarcene: finita la missione potrebbero
scollegarci dal gioco-.
-No-, intervenne Tindy -sono d’accordo con lui. È
più importante cercare un’uscita; questo mondo è
molto pericoloso, ieri ne avete avuto una
dimostrazione-.
-Ammetto di essermi preso un bello spavento, ma
questo non vuol dire nulla. Si tratta solo di una
simulazione, niente può farci veramente del male-.
-Non la penso così-. riprese l’archeologo, –rifletti
un attimo: tutto questo è iniziato come un gioco di
ruolo, ma fin da subito qualcosa è parsa strana a
tutti noi: i riferimenti ad opere di personaggi reali
e dalla vita maledetta, i documenti di sinistri
personaggi, del tutto identici a quelli originali
accettati e riconosciuti dalle autorità-.
-Si trattava sicuramente di complici, o comunque
altri che partecipavano al gioco, ce lo hanno detto
che partecipavano diverse persone, giusto?- fece
notare Abdul.
-Le armi allora? Sono vere e questo lo sapete!
Rimane un punto da chiarire, se questo è un gioco

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virtuale, chi ci assicura che nel caso uno dei nostri
personaggi dovesse morire, qualcuno non lo
uccida anche nel mondo reale, scollegandolo dal
computer e lasciando la sua mente nel
cyberspazio, se è di questo che stiamo parlando?
Vi ricordate tutte quelle morti sospette? O quelle a
cui abbiamo assistito di persona, come il ragazzo
in università, alla televisione e ai giornali le
autorità parlavano di collegamenti a strane sette e
culti esoterici, come quello dell’Ordine di Dagon
con cui abbiamo avuto a che fare. Ho visitato
alcuni siti che ne parlavano e mi sono fatto l’idea
che le vittime fossero tutte giocatori. Hai detto
bene tu-, disse rivolto ad Abdul, -il vecchio
dell’Arkham ha parlato di una campagna che
avrebbe coinvolto appassionati in tutto il mondo.
Evidentemente molti di questi hanno fallito la
propria missione e sono stati eliminati dal gioco,
in tutti i sensi. Un ultima cosa: nonostante le
tecnologie avanzate, non credo che siano in molti
a potersi permettere attrezzature virtuali in grado
di riprodurre un mondo in versione così realistica
da comprendere gli stimoli per tutti e cinque i
sensi. Se possono farlo vuol dire che hanno
abbastanza potere, influenza, da potersi permettere
di far sparire quattro persone qualunque-.

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-Senza contare le teorie di Hunter o quelle che
riguardano il nostro Lovecraft, secondo le quali
egli ha veramente visitato la Terra dei Sogni-.
-Che cosa suggerisci?- chiese freddamente il
turco.
–Fin ora non abbiamo commesso errori troppo
gravi-, gli rispose Tindiana, -e nonostante tutto
siamo riusciti a giungere fin qui, forse siamo i
primi, se non gli unici… io propongo di
continuare a giocare, forse questo è l’unico modo
per poter rimanere vivi. Sì, continuiamo la partita,
ma con una sostanziale differenza, anche voi
dovete cercare di comportarvi come farebbe il
vostro personaggio, non come giocatori, solo così
credo che potremmo avere qualche possibilità di
vittoria-.
Randolph riprese: –Quindi sei d’accordo con me,
o no? –
-No. Tu vorresti che esplorassimo questo mondo e
magari giungessimo fino al castello di Kadath.
Questo mondo è qualcosa che va al di là
dell’umana concezione e visitarlo sarebbe come
poter visitare luoghi antichi ed ancestrali come
Babilonia, Troia o Atlantide, ma è anche di una
bellezza pericolosa, letale, se non ci si muove con
attenzione. Io dico di recarci alla Caverna di
Fiamma per trovare un’uscita, se dovessimo
fallire…- si interruppe alcuni secondi fra il

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silenzio generale, come se fosse cosciente delle
conseguenze, -…tenteremo altre vie-.
-Dimenticate una cosa-, aggiunsi io attirando la
loro attenzione, -la nostra missione si era già
conclusa. Io dovevo scoprire cosa era successo a
Legnani e voi dovevate aiutarmi, l’abbiamo
scoperto e siamo stati pagati, qui finiva la nostra
missione, ma noi siamo andati avanti lo stesso,
ora: io credo che non esista una missione per noi,
siamo solo pedine in balia del Custode che ci
userà a suo piacimento. Per cui più tempo
restiamo qui, più chance avremo di fare una brutta
fine, perché i personaggi comprimari la fanno
sempre, e lo sapete-.
Riflettemmo alcuni minuti in silenzio, poi Abdul
riprese: –Per me va bene, vi confesso che mentre
ero prigioniero ho avuto paura. Meglio fare come
propone il Tindy-.
-Concordo-, aggiunsi, -questo luogo non mi piace;
inoltre vorrei evitare di recarmi sul Kadath. Vorrei
ricordarvi che perfino Randolph Carter, quello
vero, per poco non veniva ucciso da Nyar…-
Quel nome mi morì in gola, dopo tutto quello che
avevo passato non avevo molta voglia di
pronunciarlo; non in quel mondo, -…non veniva
ucciso, e lui era un sognatore molto esperto; molto
più di noi. –

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-Va bene-, concluse Randolph con una punta di
polemica, -se la maggioranza ha deciso per tentare
la via più noiosa per andarcene a me sta bene, ma
adesso incominciate ad essere ridicoli anche voi
due: che la sanità del Tindy fosse compromessa
questo l’ho sempre saputo, ma che anche voi
pensiate che tutto questo sia vero ed abbiate
timore di pronunciare il nome di Nyarlathotep,
proprio non lo credevo. Se volete mi metto ad
urlarlo, anzi lo faccio subito-.
Prima che gli altri potessero intervenire Randolph
scattò in piedi e gridò con tutto il fiato quel nome
blasfemo: -NYARLATHOTEP! Mi senti?! Noi
siamo qui!!-
Subito su quel mondo calò un silenzio irreale:
animali, piante avevano smesso di muoversi,
persino il vento era cessato e il lago era piatto e
lucido come uno specchio, nessun suono poteva
essere percepito; sembrava che tutto il mondo
fosse stato congelato in un istante; d’un tratto, in
lontananza, prima fievolmente, poi via via in
modo sempre più distinto, udirono un rumore, un
rombo greve, basso distante; un tuono che in
lontananza pareva rispondere alla sfida
lanciatagli.
Infine, lentamente, il mondo intorno a loro sembro
riprendere vita.
– Sembra venire da Nord-. notò Abdul.

29
–Dal Castello d’Onice-. Tindiana espresse il
pensiero che lo stava terrorizzando a bassa voce,
ma fu udito ugualmente dai suoi amici.
–Bella mossa, complimenti-, dissi ironicamente a
Randolph, -ci manca solo che l’hai fatto
incazzare-.
-Ma non dire boiate-.
-Vedrai, vedrai, sta attento che se continui così
farai una brutta fine-.
-Mi stai minacciando?-
-Non sono io quello che ti ha risposto con un
tuono, scemo. E ora sarebbe meglio decidere il
tragitto da seguire-. era il caso di distogliere la
mente dai pensieri che ci stavano tormentando.
Tindiana prese dallo zaino il manuale base del
gioco di ruolo del Richiamo di Cthulhu, lo aprì
alla pagina del Reame dei Sogni dove era
disegnata una mappa del territorio.
–Proseguendo lungo questa strada, oggi in serata o
domani al massimo, dovremmo giungere qui, al
porto di Baharna, dove potremo imbarcarci per
Dylath-Len, poi proseguire via terra per Ulthar, da
lì la Caverna non dovrebbe essere molto distante-.
-Già, ma hai dimenticato una cosa-, si lamentò
Randolph, -il viaggio dovrebbe durare circa un
mese-.
-Che te frega, tanto è tempo virtuale-. risposi
acidamente, quello stato di tensione emotiva

30
incominciava ad incrinare i nostri rapporti, e ciò
era decisamente controproducente.
Preparammo le nostre cose e ci rimettemmo in
viaggio lungo la strada, in direzione Nord Ovest.
Sapendo quali insidie si celavano nel fitto del
bosco e sotto l’apparenza calma della limpida
superficie del lago, cercammo di fare più strada
possibile, mantenendoci a debita distanza dall’uno
e dall’altro. Quando dovemmo fermarci per
procurare legna o acqua da bere, preferimmo
rimanere in gruppo piuttosto che separarci.
–Rimanere uniti. Regola due dell’investigatore-.
dissi.
Proseguimmo lungo la strada per tutto il giorno
facendo solo, oltre al pranzo, brevi soste per
riposarci.
Il tragitto era esposto al sole e la giornata era
particolarmente calda ed umida, ma il terreno
pianeggiante non creò particolari difficoltà,
facendo sentire meno la fatica. Il cielo era
comunque piuttosto nuvoloso, spesso ci pareva di
udire dei tuoni e di vedere lampi saettare in cielo,
ma di pioggia neanche l’ombra, mentre minacciosi
cumulonembi si addensavano sempre più sopra le
nostre teste.
–Se fossimo in un altro gioco, tipo Gi.R.S.A1,
perderemmo metà del tempo per preparare da
mangiare ogni due miglia-. Cercò di ironizzare

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Abdul, ma noi altri, provati dalla stanchezza,
evitammo di rispondergli.

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2. BAHARNA
Giunta la sera accendemmo il fuoco e
preparammo da mangiare, dopodiché
approntammo il turno di guardia come la sera
precedente.
Dovemmo affrontare così un’altra lunga notte,
intimoriti dai suoni sconosciuti che provenivano
dai luoghi che ci circondavano.
Durante il suo turno a Randolph sembrò che una
presenza si muovesse sopra l’accampamento;
cercò di individuarla, ma l’assenza della luna,
coperta dalle nubi, e una leggera foschia gli
impediva di distinguere qualunque cosa si
stagliasse contro il cielo.
Alla fine si arrese pensando che si era lasciato
suggestionare troppo dai nostri discorsi, quando
all’improvviso sentì come un risolino sommesso
alle sue spalle, si voltò e l’unica cosa che vide fu
un’ombra nera, indistinta, nell’oscurità. I contorni
gli ricordarono vagamente quelli di un demone, un
corpo umanoide magro e scarno, una lunga coda,
lunghi artigli e un capo munito di corna.
Quest’essere spalancò le ali e silenziosamente
spiccò il volo, lasciando dietro di sé l’eco di uno
sogghigno.
Il giorno seguente ci raccontò l’accaduto.
–Deve essersi trattato di un Gaunt della Notte-,
continuò –che se non ricordo male sono i servitori

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di Nodens, nemico degli Dei Antichi. Forse è un
suo modo per aiutarci. –
-Non credo-, rispose il turco -se non sbaglio il
monte Ngranek è la loro casa; un Gaunt può
essere stato attratto dal nostro fuoco ed essersi
avvicinato soltanto-.
-Sì, ma è giunto alle mie spalle, a meno di cinque
metri, perché non mi ha aggredito quando mi sono
accorto di lui?-
-Se stanotte dovesse tornare domandaglielo-.
rispose l’altro.
–Dubito che ritornerà, non questa notte almeno-.
mi intromisi, durante la discussione fra i due mi
era alzato e stavo osservando l’orizzonte a
settentrione.
–Perché ne sei così convinto?– Mi chiese
l’occultista.
-Perché oggi dovremmo raggiungere Baharna .-..
Indicai davanti a me, dove in lontananza, prima
del mare, si distinguevano le bianche mura di una
città sulla costa.
-… e i Gaunt non amano farsi vedere troppo in
giro da quelle parti-.
Più tardi ci rimettemmo in cammino, cercando di
fare meno soste possibili e giungere così in città
prima del tramonto; non sapevo se questa era
munita di mura le cui porte venivano chiuse

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durante le ore notturne, e volevo evitare di dover
passare un’altra notte allo scoperto.
Man mano che ci avvicinavamo al centro abitato
incominciammo a distinguere con maggiore
chiarezza i suoi lineamenti: le case e i palazzi si
elevavano davanti ai moli del porto, su grandi
terrazze di pietra, si potevano vedere un dedalo di
strade strette e curve ed altissime gradinate, un
grande canale passava sotto la città in una galleria
dall’ingresso di granito, esso conduceva al lago di
Yath.
Gli edifici erano bassi, uno o due piani al
massimo, completamente candidi, ricoperti da
calce bianca, per difendersi dall’eccessiva
illuminazione e calore del sole e dall’entroterra
seguivano l’andamento naturale del terreno su cui
sorgeva, digradando dolcemente verso il mare,
dove sorgeva il porto.
Verso il tardo pomeriggio giungemmo,
finalmente, alle porte di Baharna; un lungo muro
di cinta correva serpentino lungo tutto il perimetro
del centro abitato, ma la presenza di numerosi
edifici al di fuori di esso significava che da molto
tempo ormai in quei luoghi non incombevano
gravi pericoli.
Lentamente i contorni della città si delineavano: le
candide mura risaltavano in contrasto con lo
sfondo celeste del mare e del cielo; lungo la strada

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comparvero anche i primi segni della presenza
dell’uomo: campi coltivati, argini, canali, ma
ancora nessuna presenza di abitazioni.
La giornata era assolata e calda, ma la poca
umidità faceva si che il clima fosse tollerabile.
Verso mezzogiorno in prossimità di una radura
isolata scorgemmo un viandante che si stava
riposando sul ciglio della strada, mentre il suo
cavallo brucava l’erba nel prato ai margini,
nonostante il caldo l’uomo era avvolto in un
ampio mantello.
Abdul ed io rallentammo il passo, gli altri due ci
imitarono, voltandosi verso di noi per avere
spiegazioni.
–Non mi piace, – il turco stava guardando in terra,
–qui ci sono segni del passaggio recente di molti
cavalli. Sembra che si siano fermati
all’improvviso e alcuni si siano diretti nei campi,
fuori dalla strada-.
-Come fai a dirlo?- Chiese dubbioso Randolph.
–Non lo so; è come quando prima capivi e parlavi
egiziano, se stessimo giocando, direi che mi è
riuscito un tiro di Seguire Tracce-.
-Io dico che questo posto è troppo tranquillo-.
dissi, -quell’uomo non mi piace, fa troppo caldo
per indossare il mantello, probabilmente nasconde
qualcosa. Sarà meglio tenere le armi pronte-.

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Infilai la mano nella fondina, a contatto con la
rivoltella; gli altri si prepararono.
Quando arrivammo ad una decina di passi
dall’uomo incappucciato, questi si alzò in piedi e
con fare cortese si rivolse a noi: –Salve viandanti-.
Randolph rispose a nome di tutti, mentre si
fermavano: – Salve!-
-Scusatemi se vi importuno ma non sono di questi
luoghi, mi sono perso e avrei bisogno di un
informazione-.
-Mi dispiace, ma non credo che potremmo
aiutarla, siamo stranieri anche noi, e seguendo la
strada speriamo di raggiungere la prima città-.
Mentre i due parlavano, Abdul sentì un rumore
alle sue spalle e si voltò, Tindiana, che li era di
fianco, fece altrettanto: dietro di noi, a meno di un
centinaio di metri, erano comparsi due cavalieri,
anch’essi avvolti in ampi mantelli, uno di essi
aveva il cappuccio calato; il volto era teso e
preoccupato. Le loro cavalcature procedevano
molto lentamente.
-Oh davvero?- proseguì il viandante, -In questo
caso forse potrei esservi d’aiuto io, da dove
provenite stranieri?- L’uomo pronunciò urlando
l’ultima parola e scoprendosi del mantello estrasse
una spada, quello doveva essere il segnale, perché
allora i due cavalieri spronarono i loro destrieri
sguainando le spade.

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Intanto altri tre uscirono dal loro riparo, un
piccolo boschetto che si trovava più avanti sulla
sinistra.
Scattammo immediatamente buttandoci ai lati
della strada: Randolph e Tindiana da una parte, io
ed Abdul dall’altra; agendo d’istinto sparai
all’uomo che mi stava davanti, mentre questi si
avvicinava sempre più per colpirmi.
Quello cadde al suolo, come fulminato, senza
emettere gemito. Intanto, da dietro, i due cavalieri
ci erano addosso; Carter sparò anche lui,
mancando il bersaglio, ma lo sparo fece
imbizzarrire uno degli animali, il quale,
impennandosi, disarcionò il proprio uomo, Abdul
gli fu subito sopra: prima ancora di capire che
cosa stesse facendo, estrasse il pugnale e lo
pugnalò mortalmente al petto, mentre la sua
vittima si dimenava.
Il secondo cavaliere cercò di colpirlo, ma il turco
era troppo in basso e l’uomo troppo veloce perché
ci riuscisse; Tindiana, estratta la frusta, la fece
schioccare, avvolgendola intorno al collo
dell’uomo e tirò con forza. Il contraccolpo fu
tremendo per entrambi: l’assalitore venne
disarcionato, emettendo un rumore secco, come di
qualcosa che si spezzi di colpo; l’altro venne
scagliato alcuni metri più avanti, dove cadde e
giacque a terra immobile. Intanto gli altri tre

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assalitori erano quasi arrivati; presi nuovamente la
mira e sparai un secondo colpo.
Il più vicino dei tre cadde all’indietro. I rimanenti
assalitori deviarono le traiettorie dei propri
destrieri e si dettero alla fuga.
Dopo alcuni istanti, ci guardammo intorno: la
determinazione che fino a pochi istanti prima si
leggeva sui nostri volti, lasciò spazio allo
sgomento e all’incredulità.
Eravamo tutti incolumi: Tindiana si rialzò da
terra, massaggiandosi la spalla destra dolorante,
d’un tratto divenne pallido e si voltò chinandosi: il
suo stomaco non aveva retto allo spettacolo.
Abdul continuava a guardava inebetito l’uomo che
giaceva ai suoi piedi in una pozza di sangue, col
sangue che usciva copioso dalla ferita; io,
immobile fissavo la pistola, nella mia mano. Solo
Randolph sembrava calmo, sebbene visibilmente
scosso.
–Va bene, ora dobbiamo sbrigarci e far sparire i
corpi prima che qualcun altro arrivi-. disse
scuotendo il turco.
–Come diavolo è successo?- esclamai, -Come
abbiamo potuto farlo? Si può sapere?!-
-Calmati-, cercò di tranquillizzarmi Randolph -
darsi a scene di isterismo non serve a niente.
Dev’essere stata una reazione istintiva, ricordi che
poco fa avevate capito che c’era qualcosa che non

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andava? Era l’istinto. Probabilmente il computer a
cui siamo collegati sta influenzando il nostro
subconscio, costringendoci a comportarci come i
personaggi del gioco, sviluppando le nostre
abilità. È un po’ come disse il Tindy l’altro
giorno: ci stiamo trasformando nei personaggi,
tutto qui-.
-Già, hai ragione, questo spiegherebbe perché ho
fatto centro entrambe le volte senza aver mai
preso in mano un arma in vita mia!- Gli risposi,
tuttavia avevo voglia di dirgli che quella
“trasformazione” era incominciata ben prima di
venire collegati a un computer per la realtà
virtuale; già in Egitto qualcosa nel nostro modo di
comportarci stava cambiando, ma preferii tacere;
parlare avrebbe implicato dare per vere certe idee
che in quel momento cercavo di allontanare con
tutta la forza dalla mia mente.
Le parole del mio amico però non bastarono a
calmarmi, la terribile sensazione di avere ucciso
due persone, per finta o meno, era troppo grande,
e mi sentii male anch’io, tanto male.
Passò un po’ di tempo prima che mi riebbi, ci
guardarono in giro e trovammo un fosso poco
distante, uno alla volta portammo i cadaveri;
prima vi deponemmo quello a cui avevo sparato,
poi quello con la spina dorsale rotta, la cui testa
penzolava in maniera innaturale; per ultimo vi

40
deposero quello con il cuore dilaniato, mentre con
della sabbia cercavamo di far sparire le chiazze di
sangue dalla strada.
Tindiana si era ripreso pure lui, ora sedeva,
pallido, sul margine.
Randolph lo avvicinò per controllare come gli
stesse il braccio.
–Duole, ma è a posto- rispose movendo
l’articolazione -non è questo che mi preoccupa.
Anche il senso di orrore che avevo prima, mi è
quasi passato. E dire che è la prima volta che uso
una frusta!-
-Se ti può far sentire meglio, credo che ci
avrebbero ucciso se non ci fossimo difesi-. l’altro
annui; insieme si diressero verso me ed Abdul.
–Bene: ora che si fa?- Chiese Abdul.
–Quello che si fa sempre dopo essere
sopravvissuti ad uno scontro-, risposi –si
perquisiscono i corpi dei nemici e si prende ciò
che può essere utile-. i miei compari si guardarono
in volto, interdetti, dopo qualche attimo, poi,
sopprimendo un moto di disgusto dato da
quell’idea, esaminammo i corpi.
–Ehi! Questo lo conosco!- Abdul indicò uno dei
due uomini a cui avevo sparato. -È uno di quei
bastardi della loggia massonica. Che diavolo ci
faceva qui?-

41
-Dannazione, se lo avessi saputo prima lo avrei
lasciato vivere-. Dissi a denti stretti.
–Piantatela voi due-, si intromise Randolph, -se è
vero ciò che dici, spiegherebbe perché ci hanno
attaccato. Non solo, probabilmente anche molti
altri dei nostri inseguitori sono qui-.
-Già e forse hanno anche qualcuno che li aiuta-.
Fece notare Tindy, -Guardate gli abiti, hanno tutti
la stessa foggia e anche le armi, sembrano state
fatte tutte da una stessa mano, per quanto sono
simili e i cavalli erano tutti neri-.
-Io ho trovato anche questi-. mostrai due pendagli
che avevo trovato nelle tasche degli assalitori,
erano in un metallo nero, esattamente simili,
raffiguravano una stella con l’occhio dalla pupilla
fiammeggiante: il Segno degli Antichi.
–Evidentemente giungendo in questo mondo i
nostri inseguitori sono entrati in contatto con
qualcuno che li ha equipaggiati e fornito
assistenza-.
-Altri adepti?- Chiese il turco.
-Non necessariamente, dato il luogo in cui ci
troviamo-. l’archeologo preferì non spiegare quel
pensiero.
–Bene-, intervenne Randolph -tralasciamo le
ipotesi apocalittiche, prendiamo ciò di cui
abbiamo bisogno e proseguiamo il viaggio, d’ora
in poi sarà meglio essere più prudenti-.

42
Ognuno di noi prese una spada ed un mantello,
per fortuna nessuno di questi era sporco di sangue.
L’archeologo e l’occultista si impossessarono di
un pendaglio a testa, sarebbe potuto ritornare utile,
sebbene erano potenzialmente pericolosi. Inoltre i
quattro cavalli, privi dei padroni, non si erano
allontanati molto dal luogo dello scontro e non fu
difficile recuperali.
Ogni animale aveva delle sacche da viaggio
appese alla sella. Trovammo numerose monete
d’oro, d’argento e di bronzo, che dividemmo in
parti uguali; due borracce piene d’acqua e alcune
razioni di cibo; queste ultime preferimmo non
toccarle (nonostante la fame) e lasciarle come
ultima, estrema, risorsa, poiché non ci fidavamo
del tutto.
Scoprimmo, inoltre, diverse mappe riproducenti le
varie regioni dei Reami del Sogno ed una bussola.
Questi ultimi oggetti furono affidati alla custodia
di Abdul, nominato, con qualche riserva da parte
mia, guida.
Randolph e Tindy, essendo gli unici che
“sapessero” cavalcare, legarono ognuno, alla
propria, una delle altre due cavalcature. Saliti tutti
in sella riprendemmo il cammino.
Verso la sera tardi giungemmo finalmente in città:
la luce violetta del tramonto, riflettendosi sulla

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superficie candida delle case, conferiva al
paesaggio un aspetto onirico.
Era Baharna, città dell’isola di Oriab, dove noi ci
trovavamo in quel momento, essa era forse la città
più importante dell’isola, i moli di Baharna sono
in porfido, e case ed i palazzi si elevano dietro di
loro su grandi terrazze di pietra con strette strade
ed altissime gradinate, un grande canale che passa
sotto l’intera città in una galleria d’ingresso di
granito conduce al lago interno dell’isola, lo Yath.
Il centro abitato, sorgendo su delle colline a
ridosso della costa, degradava lentamente fino a
un‘insenatura, dove si trovava il porto vero e
proprio. Gli edifici, di colore bianco per difendersi
dai raggi solari, erano bassi, due o tre piani al
massimo, con ampie terrazze, e grandi e ampie
aperture per mantenere freschi i locali.
L’aria era satura dell’odore salmastro del mare,
ma ogni tanto la brezza portava un altro odore
nauseante, che irritava le narici, per questo motivo
molti abitanti bruciavano oli ed essenze
profumate, ma quell’odore continuava a
persistere, seppure attenuato e aumentava
d’intensità, mentre si avvicinavano al porto.
Le vie e le piazze erano ancora piene di gente che,
nonostante l’ora tarda, si affaccendava intorno alle
bancarelle e alle botteghe dei numerosi mercanti
che si trovavano in città; da uno di questi

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acquistarono degli abiti e delle calzature più
consone alle mode di quel mondo.
Ci dirigemmo verso il porto per cercare una
locanda dove poter consumare un pasto decente e
trovare dei giacigli confortevoli. Vagammo per un
po’ finché non ne trovammo una che sembrava
pulita e confortevole; vi erano anche delle stalle,
dove poter far riposare le cavalcature. Io e
Randolph entrammo, mentre gli altri due
badavano agli animali; uscimmo poco dopo
accompagnati da tre giovani, i quali, presi per le
briglie i cavalli, li portarono al coperto, noi
prendemmo le nostre cose ed entrammo nel
locale.
Questi non era molto grande, ma sembrava sobrio
e pulito, dalla parte opposta all’entrata vi era il
bancone, dietro il quale si intravedevano le
cucine; un grosso camino si trovava alla destra
dell’entrata, usato evidentemente per scaldare
l’ambiente, poiché nonostante fosse l’ora di cena
era spento. Una rampa di scale si trovava alla
sinistra del banco e portava ad un ballatoio, dal
quale si accedeva alle camere del piano superiore.
Non vi erano ancora molti avventori, e la maggior
parte dei tavoli erano ancora vuoti. Prendemmo
due camere doppie contigue e salimmo a
cambiarci, infatti da quando eravamo giunti a
Baharna, non pochi erano stati i passanti che si

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erano voltati al nostro passaggio, probabilmente
incuriositi dalle fogge dei loro vestiti, così aliene e
strane persino per quei luoghi.
Anche l’oste, nel vederci arrivare, era sembrato
alquanto perplesso, ma cambiò subito espressione
non appena ebbe l’anticipo per le camere.
Anche all’interno del locale il nostro arrivo
suscitò la curiosità dei pochi clienti, soprattutto
due uomini seduti ad un tavolo vicino al camino,
tanto che si lanciarono uno sguardo d’intesa,
notato con preoccupazione dagli noi tutti; inoltre
mentre salivamo le scale notai un terzo individuo,
che sedeva al bancone, pagare il conto e uscire di
corsa dal locale.
Dopo esserci lavati e cambiati scendemmo di sotto
per mangiare; ci sedemmo ad un tavolo
leggermente in disparte, due per lato, discutendo
della situazione in cui si trovavano. Io riferii agli
altri ciò che avevo visto, dichiarandomi alquanto
perplesso a riguardo del comportamento di quella
gente, soprattutto indicai i due uomini seduti
vicino al grande camino.
Il primo era grande e robusto, doveva essere alto
almeno un metro e ottanta e pesare oltre novanta
chili, per la maggioranza muscoli, dato che
sembrava avere la corporatura di un sodato, viso
perfettamente rasato, dai lineamenti quadrati e
spigolosi, lunghi capelli scuri e occhi azzurri;

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sguardo freddo e inespressivo, non lasciava
trasparire il minimo pensiero o sentimento, ma i
movimenti, lenti, misurati, apparentemente calmi,
sembravano quelli di una fiera pronta allo scatto,
quando attende, nascosta, che una preda
incautamente le si avvicini. I vestiti: stivali,
pantaloni, corpetto, il lungo e ampio mantello,
tutto era stato fatto con pelli e pellicce di animali
conciate in maniera raffinata.
Dietro la schiena, sotto il mantello si percepiva la
sagoma di qualcosa nascosto. L’uomo che gli
stava di fronte era completamente diverso: di
corporatura più piccola e meno robusta, da
apparire quasi gracile in confronto al commensale;
capelli corti di colore scuro, fronte spaziosa, con
occhi piccoli e incavati, dallo sguardo vivace,
sempre in movimento, ma non nervoso; viso
triangolare, dai lineamenti leggermente
grossolani, naso e orecchie un po’ sproporzionati,
solcato da profonde e da due grandi baffi, che
sembravano darli un età indefinita.
Era completamente avvolto da ampie, ricche e
ricamate vesti multicolori, avvolte da un’ampia
cappa. Un lungo bastone, finemente intarsiato era
appoggiato al tavolo al suo fianco. I due uomini
sembravano l’uno l’opposto dell’altro: quanto il
primo era grezzo, barbaro, freddo e crudele, altro
risultava raffinato, civile, intelligente e curioso.

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I due sembravano discutere animosamente,
rivolgendo in più di occasione, lo sguardo
all’indirizzo dei quattro amici.
-Quei due mi preoccupano-. disse Abdul.
–Non lo so-, fece Tindiana -sono solo pittoreschi.
Sembrano le comparse di film come “Hercules”,
“Conan” e “Lauwrence, d’Arabia”-.
Si intromise Randolph: –Di sicuro quello grosso è
il più pericoloso; per il resto, sono d’accordo con
te, non credo che ci causeranno guai-.
-Perché?– domandò il primo.
–Perché non credo che chi ci stia dando la caccia,
almeno che non sia stupido, manderà mai
qualcuno facilmente riconoscibile o individuabile;
quei due hanno un abbigliamento troppo
sgargiante, saranno un mercante e la sua guardia
del corpo-.
-Quindi è più probabile che il tizio che ho visto
uscire prima di gran lena dal locale possa essere
un nostro nemico-. Feci notare.
–Temo di sì,…- l’occultista stava per aggiungere
altro, quando arrivò l’oste per prendere le
ordinazioni.
–Salve, posso consigliarvi il piatto del giorno:
arrosto di buofante in salsa di mirtilli selvatici?-
annuimmo pregustando già la pietanza col
pensiero, dopo due giorni digiuno o passati a

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mangiare quel viscido anfibio avevamo addosso
una fame atavica.
–Bene. Da bere cosa preferite: vino o acqua
aromatizzata? Abbiamo dell’ottimo Nettare di
Taraben; una vera delizia, un po’ robusto, ma
placa l’arsura e fa passare la stanchezza-. a parte
Abdul tutti gli altri preferirono evitare bevande
alcoliche.
–I soliti astemi, che razza di uomini-. Si lamentò
questi.
–Il bue che dà del cornuto all’asino. Da quando ti
è permesso bere alcolici?- Ribatte Carter, l’altro
stava per replicare, quando ritornò il locandiere,
portando un vassoio con i boccali e le caraffe delle
bevande.
–Oste, vorrei farti una domanda- disse l’occultista
–vorremmo sapere fra quando parte la prossima
nave per Dylath-Leen e dove possiamo
imbarcarci-.
Il viso dell’uomo si oscurò di colpo.
-Stranieri, avete scelto il momento sbagliato per
partire. Giusto ieri mattina è giunta in porto una
trireme nera; un’imbarcazione di quel tipo non si
era mai vista da queste parti e l’avvenimento ha
inquietato non poco la gente e le autorità. Sapete,
alcuni vecchi marinai raccontavano strane e
orribili storie al riguardo di navi simili a quelle e
sui loro proprietari. Fantasie ritenute da tutti alla

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stregua di favole e che ormai pochi ricordano, ma
l’arrivo di quel vascello ha risvegliato in molti un
senso di inquietudine e di turbamento; per questo
motivo un messo del principe aveva ricevuto
l’ordine di mandarli via, con la scusa di farli
pagare una tassa molto salata sull’approdo. Ma
loro, senza nemmeno tentare di discutere il
prezzo, hanno pagato con un sacchetto pieno di
rubini. Chi li ha visto le gemme afferma che siano
fra i più grossi mai esistiti. Pare che il più piccolo
sia grande quanto il pugno di un bambino. A che
cosa brutta è l’avidità! Così è stato concesso Loro
di approdare; poi l’equipaggio è sbarcato. Una
trentina di uomini in tutto. Le peggiori facce da
pendaglio da forca che abbia mai visto. Beh, tutti
tranne tre, pare che questi ultimi siano alquanto
grotteschi. Avvolti dalla testa ai piedi da ampi
abiti scuri e pare portino strani turbanti che
terminano in un paio di corna, solo la bocca è
scoperta ed è sgradevolmente ampia. Sembra
siano piccoli di statura con le gambe e la braccia
corte e tozze. In ogni caso, sono due giorni che
stanno cercando rematori e marinai per il loro
vascello, tant’è che sono disposti a pagare un
anticipo, sempre in pietre preziose. Nonostante
tutto molti si sono precipitati per essere ingaggiati;
salgono a bordo e non scendono; il capitano del
vascello che fa servizio fino al continente non ha

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più uomini. Inoltre il tanfo che proviene da quella
nave è insopportabile, sta ammorbando quasi tutta
la città, ma molti continuano ad andarci, perché la
paga è ottima. È un fetore orribile, sembra quasi…
no, meglio lasciar perdere. Vi starò annoiando con
le mie parole. Ora vi porto il cibo-. Così dicendo
si dileguò dirigendosi in cucina.
–Caspita se è logorroico, meno male che non gli
abbiamo chiesto di raccontarci che cosa è
accaduto in città l’ultimo mese o ci avrebbe
narrato un poema epico in trenta canti-. Si lamentò
il turco.
-È informato, come ogni oste che si rispetti. E
piantala con le tue battute. Non fanno ridere-. lo
rimproverai, poi, guardando il viso assorto degli
altri due dissi: –E voi cosa avete, sembrate
preoccupati-.
-Infatti- rispose Tindiana – ma è meglio riparlarne
dopo mangiato, o mi si rovina l’appetito-.
-Già anche a me-, confidò l’occultista -potrebbero
essere…-
-Credo di sì-. tagliò corto l’atro.
Poco dopo ritornò il locandiere, portando il cibo.
–Dimenticavo di dirvi una cosa strana che è
accaduta oggi…- Abdul alzò gli occhi, guardando
il soffitto, la sua espressione era palese, ma
l’uomo fece finta di ignorarla. -…questa mattina
presto sono scesi sei uomini a cavallo (grandi

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bestie nere), avvolti da pesanti mantelli, e
correndo si sono fatti largo fra la gente, che ha
dovuto scansarsi per non essere travolta al loro
passaggio, dirigendosi fuori città, lungo la strada
principale. Poi, nel pomeriggio, sono tornati in
due. Sembravano visibilmente scossi e furiosi e
così come all’andata, anche al ritorno, sono
passati spronando le loro bestie al massimo,
seminando il panico. Infine siete giunti voi, a
cavallo di quei neri destrieri, talmente simili a
quelli altri, che all’inizio ho temuto, che voi
faceste parte dell’equipaggio di quella nave, ma a
guardarvi bene siete delle brave persone;
credetemi io per queste cose ho intuito!-
-Come?- intervenni indicando Abdul, -Non vede
che faccia brutta ha questo qui, fossi in lei non mi
fiderei molto e lo terrei d’occhio-. l’oste si
allontanò ridendo.
–Non sto’ mica scherzando, non mi fido affatto di
lui. -insistetti.
–Piantala adesso-, mi interruppe Carter, –almeno
ora sappiamo chi ci sta dando la caccia-.
–Già-, intervenne Tindiana –però mi piacerebbe
sapere se quel tizio è andato veramente ad
avvisarli del nostro arrivo-.
-Perché non glielo chiedi di persona? Sta giusto
entrando in questo istante, ed ha pure portato

52
compagnia-. indicai l’entrata del locale, che si
trovava alle spalle di Tindiana e di Abdul.
Si voltarono e videro quattro individui che si
stavano sedendo ad un tavolo vicino l’uscita.
Tre di loro avevano lunghi mantelli scuri e
malconci e visi poco raccomandabili; il quarto,
completamente avvolto in ampi abiti neri, portava
un turbante dello stesso colore, terminante in due
protuberanze simili a piccole corna; possedeva
una figura grottesca: corpo tozzo e grasso, con
estremità corte e piedi piccoli, il viso era flaccido,
con una bocca smisuratamente larga, quasi
inumana, occhi piccoli e acquosi.
Evidentemente doveva essere uno dei mercanti
della trireme nera, di cui aveva parlato il
locandiere.
Al loro ingresso in tutto il locale calò il silenzio,
anche l’oste non sembrò particolarmente felice del
loro arrivo.
Questi si sedettero vicino all’ingresso e
ordinarono da bere; sebbene dessero l’impressione
di parlare dei fatti propri, io e anche Randolph li
sorprendemmo a fissare ripetutamente con
interesse nella loro direzione.
-Bene, la situazione si è complicata - disse
laconico Tindiana.
-Il solito pessimista-. replicò Abdul.

53
–Non sono pessimista, ho solo espresso un dato di
fatto. Ora sanno dove ci troviamo, non ci vorrà
molto prima che decidano di venirci a prendere-.
Era visibilmente scosso e Randolph tentò di
calmarlo: –Innervosirsi non serve a niente. Non
credo che vogliano assalirci qui, ci sono troppi
testimoni e rischierebbero di far intervenire le
autorità; e poi sono solo in quattro uno a testa e
via!-
-Se invece decidessero di attendere e ci assalissero
mentre riposiamo?-
-Ho pensato anche a questo: stanotte ci
trasferiremo tutti, di nascosto, in una stanza,
quella che sembra la più difendibile e dormiremo
facendo i turni di guardia; mentre nell’altra
metteremo dei fagotti nel letto, per far credere che
siamo divisi. In questo modo se ci dovesse essere
pericolo saremo subito pronti a reagire. Poi
ricordati che abbiamo le armi da fuoco!-
-Vero, -lo avvisai -ma preferirei utilizzarle solo se
veramente necessario; non abbiamo molti colpi a
disposizione: quattro per lo shotgun e dieci per la
pistola-.
–Bene, io ne ho altri quattro-.
Poi, rivolgendosi a Tindiana, Randolph concluse:
–Non preoccuparti e ricorda: mai agire senza un
piano-.

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Dopo qualche tempo altri cinque individui, dal
volto poco raccomandabile, entrarono nella
taverna, lanciando un’occhiata all’avventore con il
turbante, il quale ricambiò con un cenno del capo.
I nuovi arrivati si sedettero dalla parte opposta del
locale, chiudendo in una morsa i quattro amici.
L’oste, con la scusa di portare via i piatti vuoti,
tornò da loro; era ancora più irrequieto di prima.
–Avete visto l’individuo con il turbante? È uno
dei tre di cui vi ho parlato prima. È venuto con i
suoi uomini ed ora ne sono arrivati altri…- si
interruppe con lo sguardo rivolto all’entrata, dove
erano apparsi altri due uomini.
-… stupendo, sembrerebbe che si siano dati tutti
appuntamento qui! Come se il mio fosse l’unico
locale aperto in tutta Baharna. State alla larga da
quella gente, temo che tramino qualcosa e non
sembrano farsi molti scrupoli, di qualunque cosa
si tratti… sì , arrivo subito-. dicendo questo l’oste
si allontanò, era stato chiamato al tavolo degli altri
due stranieri, dal barbaro, il cui volto si era fatto
ancore più truce.
-Ok, niente panico; adesso sì che le cose si
complicano. Sono quattordici in tutto, un po’
troppi direi-. ora era l’occultista ad apparire
preoccupato.

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–Tredici-, lo corresse Tindiana – non credo che la
Bestia abbia intenzione di intervenire in caso di
scontro-.
-Forse hai ragione, ma sono troppi comunque!-
-Di cosa state parlando? Si può sapere chi è questa
bestia?- capii che i due ne sapevano qualcosa,
probabilmente legato alle leggende di Lovecraft
su questo strano mondo, i due si guardarono per
un attimo, annuendo, quindi il primo parlò: –La
trireme nera, la cosa avvolta da vesti scure con un
turbante cornuto e la bocca larga, i grandi rubini
che usano per pagare uomini, l’odore
nauseabondo che segue la nave, tutti questi sono
elementi caratteristici delle Bestie Lunari,
immonde creature quasi antropomorfe che vivono
sulla faccia nascosta della Luna-.
–Sono molto pericolose?–
Domandò il turco. –A parte il fatto che sono
particolarmente crudeli, spietate e sadiche,
pratichino la tortura per puro divertimento e si
cibano preferibilmente di carne umana, direi che
essendo anche devoti servitori di Nyarl… del
Caos Strisciante, le renda creature molto
pericolose!–
Gli rispose Tindiana.
–Bene il piano A è fallito, qual è il B?- Chiesi.
–Ti metti anche tu a fare dell’ironia adesso?-
Anche Abdul incominciava ad essere nervoso.

56
-È l’unico modo per non farmi prendere dalla
disperazione!-
-Adesso piantatela tutti e tre-. ci zittì Randolph, -
Ho già detto che dobbiamo rimanere calmi. Qui
sono troppo numerosi, sarebbe meglio cercare di
salire in camera per poi fuggire. Salire scaglionati
non dovrebbe renderli toppo sospettosi: prima
uno, seguito dopo alcuni minuti da un secondo e
infine gli ultimi due. I primi dovranno preparare i
bagagli, quindi è meglio che salga uno per stanza:
Tindy ed Abdul; noi resteremo a coprirvi con le
armi. Una volta che saremo tutti su, ci caleremo
con le corde da una finestra; poi si vedrà dove
andare. Un’ultima cosa: se mentre siete su da soli
sentite degli spari, calatevi dalla finestra e
raggiungete l’entrata della locanda noi cercheremo
di uscire da lì-.
Mentre Randolph esponeva il suo piano, altri
avventori erano entrati nella locanda: erano in sei
e due di loro erano i cavalieri che quel mattino
erano fuggiti, erano accompagnati da uomini che
indossavano leggere armature di cuoio sopra le
vesti e portavano al fianco foderi ricamati con
spade corte; erano troppo curati e puliti per
sembrare criminali.
Uno di questi ultimi, in seguito ad un breve
scambio di parole col locandiere, si avvicinò al

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tavolo, seguito dagli altri, proprio quando
l’occultista ebbe finito di parlare.
-Salve stranieri, il mio nome è Filka, sono
capitano delle guardie cittadine ed in questa
qualità vorrei sapere se i quattro stalloni neri che
riposano nelle stalle della locanda sono vostri-.
Un imbarazzato silenzio calò nella stanza,
Randolph, visibilmente innervosito per
quell’inaspettato sviluppo si alzò in piedi per
parlare.
–Perché le interesserebbe tanto saperlo, capitano?-
-Siete accusati di aggressione e furto da questi due
uomini-. indicò i due criminali, intanto le altre
guardie si avvicinarono al tavolo sfoderando le
daghe.
–Solo furto e aggressione, niente omicidio?-
Chiesi in tono stupito.
–Cosa? Quale omicidio?-
Il capitano sembrava a sua volta stupito.
–Ma puoi stare zitto una buona volta- esclamò
Abdul –ti va sempre di fare scherzi idioti, non gli
dia retta capitano! –
Intanto lui e Tindiana si erano alzati, portandosi
lentamente dall’altro lato del tavolo, di fianco ai
due amici.
–No, non scherza, capitano-. affermò
l’archeologo, estraendo da una delle tasche il

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pendaglio della stella con l’occhio fiammeggiante.
–Sa che cos’è questo?–
Filka fissò il gioiello rubato: –Sì, è il simbolo
degli Dei Malvagi; qui è proibito insieme ai culti
che li riguardano-. dicendo questo il capitano delle
guardie fece uno strano gesto con le mani.
–Come immaginavo; capitano, sappiate che quei
signori insieme ad altri quattro ci hanno assalito
questa mattina, ma i loro compagni hanno avuto la
peggio. Ne abbiamo preso le cavalcature e frugato
i corpi prendendo alcuni oggetti, fra i quali questo
ciondolo, che portavano tutti al collo. Se avrà la
compiacenza di controllare sono convinto che ne
troverà di uguali anche addosso a loro. Su, dica ai
suoi uomini di perquisirli, non le costerà niente-.
Filka era interdetto, ma prima che potesse dire o
fare qualcosa, gli altri uomini scattarono ed
estratte le armi immobilizzarono tutte le guardie,
mentre uno di loro chiuse la porta della locanda
sprangandola.
–Come diavolo avete ricevuto l’investitura, per
corrispondenza o raccogliendo i punti delle
merendine?- Li derisi per la facilità con cui si
erano fatti disarmare.
Uno dei due cavalieri si avvicinò a loro: –Basta
così, ci avete fatto faticare molto, ma finalmente
siete in mano nostra-.

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-Fa piacere sapere di essere gente così ricercata,
ma se non sono troppo indiscreto, non credete che
ucciderci qui sia un po’ troppo pericoloso?-
Randolph cercava di guadagnare tempo per
escogitare un nuovo piano.
–Purtroppo, Mr. Carter, abbiamo l’ordine di
catturarvi vivi e portarvi sulla nave; altri
penseranno al vostro destino. A me ed al mio
amico importa solo che ci facciate ritornare
indietro; anche se confesso che dopo quanto è
accaduto oggi, ho molta voglia di farvela pagare,
infondo mi è proibito uccidervi, non menomarvi-.
-Eh no, sono stufo di perdere pezzi nei vari
giochi-. Si lamentò il Tindy.
–Ok, voi lo fate per vendetta, nobile motivo, e
anche perché vi è stato ordinato, ma gli altri, le
luride facce da pendaglio che eseguono i vostri
ordini, perché lo fanno? –
-Perché siamo pagati molto bene!– Rispose uno
degli uomini.
–Capisco, scommetto che vi hanno dato un
sacchetto pieno di rubini a testa, promettendovene
altri; si, infondo è logico: con la carne da macello
se non si è prodighi non va in battaglia; se poi
sopravvive, ci si può sempre sbarazzare di loro,
usandola come cibo. Fossi in voi non mi fiderei
molto dei vostri datori di lavoro-.

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-Non statelo a sentire-, disse il cavaliere, -pur di
non essere catturato direbbe qualsiasi cosa-.
Intanto all’altro tavolo, l’uomo vestito con abiti
sgargianti si alzò e si diresse dal locandiere, che
tremava dietro il bancone. Gettò sul tavolo un
sacchetto, dal quale provenne un suono metallico.
–Tieni, questo è per il disturbo che ti arrecheremo
fra poco-.
Uno dei criminali si avvicinò e prese il borsello
rovesciandone il contenuto: monete d’oro.
–Ehi, credo che prima di andarcene dovremo dare
una ripulita in giro, il locale sembra pieno di gente
come si deve-.
L’altro sorrise: –Credo che dovreste dare retta alle
parole dello straniero. Compiuta la vostra
missione le creature che vi comandano non vi
lasceranno vivere a lungo-.
Intanto anche il suo amico si era alzato: –Parole,
parole, bla, bla, bla. Basta discorsi lunghi. Kull
parla solamente per comandare o agisce!-
Due criminali gli si avvicinarono; uno era molto
più alto e grosso del barbaro, che gli arrivava al
petto, con le mani reggeva una grossa e pesante
scimitarra, il suo compare, più basso di lui, teneva
nella cintura lunghi e affilati pugnali. Il primo si
mise esattamente di fronte a Kull, guardandolo
dall’alto.

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–Cosa c’è Kull, la compagnia della serata non ti
soddisfa? Ma che peccato. Come pensi di darmi
ordini, bamboccio, sappi che ho ucciso gente
molto più grossa e cattiva di te!-
-Più grossa di sicuro, più cattiva non credo
proprio-.
Quindi scattò rapidamente: da sotto il mantello
estrasse una grossa ascia bipenne che calò come
un fulmine sull’uomo che li stava davanti, con un
rumore secco di ossa spezzate e tessuti lacerati
l’arma attraversò senza difficoltà il capo, poi il
petto ed infine si fermò nel ventre della vittima.
Kull istantaneamente estrasse la lama dal corpo
esanime, schizzando sangue e brandelli di carne
tutt’intorno, la sollevò con una mano urlando: –
Con quest’ascia io comando!- sferrando subito
dopo un terribile fendente contro l’altro uomo, il
quale, shockato dalla rapidità e dalla violenza del
colpo sferrato dall’avversario, era rimasto
immobile; il colpo gli staccò di netto il braccio
destro, attraversandoli la gabbia toracica da parte
a parte a parte.
Il suo amico rivolse contro il criminale che aveva
preso il borsello la palma della mano destra, ci fu
un lampo di luce e l’assalitore venne scaraventato
dall’altra parte della stanza, con un forte odore di
carne bruciata. Randolph ed io ci scambiammo
una rapida occhiata, sollevato il tavolo lo

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scagliarono contro i loro nemici, travolgendone
tre; contemporaneamente Tindiana ed Abdul
estrassero le spade, affondandole nel petto di altri
due.
Filka e i suoi uomini ne approfittarono per
recuperare le proprie armi, unendosi alla lotta.
Il cavaliere assalì me, parai il colpo con la spada,
ma a causa della violenza del fendente persi
l’arma, con una luce di trionfo negli occhi l’altro
sollevò nuovamente la lama, pronto per colpire,
ma il braccio rimase fermo; l’assalitore guardò
stupito il suo arto, la sua mano roteò l’arma
rivolgendola contro se stesso e poi sferro il colpo.
L’uomo cadde a terra senza emettere gemito, vidi
di fronte a me, un po’ distante, l’altro straniero
puntare nella sua direzione il bastone, dopodiché
sorriderli.
Intanto la Bestia Lunare, approfittando della
confusione, si stava avvicinando alla porta per
cercare di fuggire, Tindiana, accortosene, lo colpì
con la frusta, avvolgendogliela intorno ad un
braccio; questo non fermò la creatura che con uno
strattone incominciò a trascinare l’archeologo;
Kull lo raggiunse e, presa la frusta, tirò con forza,
scagliando all’indietro il mostro che cadde per
terra.
L’urto fece sì che il suo travestimento si aprisse,
rivelando a tutti la sua orribile natura: una creatura

63
disgustosa, con un grosso torse che faceva un
tutt’uno con la desta deforme e pesante, nella
quale si apriva una bocca pluridentata, mentre da
quella che poteva essere la fronte partivano
appendici tentacolari, probabilmente erano i suoi
organi sensoriali vista la mancanza di occhi, naso
ed orecchie. Due lunghe braccia nascevano dalla
testa globosa, mentre le gambe da poco più giù,
entrambi gli arti terminavano con sorte di zampe
palmate dotate di artigli atti a lacerare.
Le guardie le furono addosso, impedendole di
rialzarsi. Intanto la lotta era terminata, gli
assalitori erano tutti morti, questo soprattutto per
merito del barbaro che, a quanto pare, preferiva
non fare prigionieri.
-Vi ringraziamo dell’aiuto che ci avete dato, se
non fosse stato per voi non credo che ce
l’avremmo fatta-. Disse Randolph a nome di tutti.
–Oh niente-, rispose l’individuo che mi aveva
aiutato, –siamo sempre disposti ad aiutare dei
sognatori in difficoltà. Sapete: erano anni che non
ne vedevamo uno; poi, all’improvviso, ecco che
ne entrano quattro tutti insieme nella locanda dove
ci troviamo. La cosa ci ha incuriosito parecchio-.
-Sognatori?- domandò stupito l’occultista.
–Sì, sapete perfettamente a cosa mi riferisco, voi
non siete di questo mondo, come due dei vostri
assalitori. In ogni caso di questo è meglio parlarne

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più tardi, con più calma, limitiamoci alle
presentazioni: io sono Klarkash-Ton, alchimista e
stregone, signore di Averroigne, nel continente
orientale-.
Quindi toccò al barbaro: –Io sono Kull signore di
Valusia, del continente meridionale-.
-Bene. Questi sono: Abdul venditore di tappeti
turco e senza fissa dimora; Paul Kevin Araya,
investigatore privato; Tindiana Jones archeologo;
infine ci sono io, Randolph Carter, occultista
dilettante-.
-Randolph Carter-, disse il mago con fare stupito –
ho sentito parlare di un uomo con questo nome,
ma pensavo che fosse più alto e anche più
anziano, direi-.
-Solo omonimia, tutto qui-.
-Ok, e ora che cosa facciamo?– chiese il turco.
–Mi sembra chiaro, portiamo a termine il lavoro
iniziato-. rispose Klarkash.
Interrogarono Filka sull’accaduto; questi disse
loro che poche ore prima si erano recati presso di
lui i due cultisti, denunciando il furto di quattro
cavalli neri. Affermavano di sapere chi fossero i
ladri e dove si trovassero; in cambio di un
sacchetto di pietre preziose lui e i suoi uomini
avrebbero dovuto arrestarci e poi consegnarci a
loro.

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Gli stranieri non avevano parlato della morte dei
loro compagni perché evidentemente sapevano
che se lo avessero fatto, per quanto corrotto, un
capitano delle guardie era tenuto a investigare su
qualsiasi morte violenta in cui fossero coinvolti
dei forestieri che gli venisse denunciata, pena lo
scorticamento pubblico.
–Evidentemente non volevano complicazioni-,
concluse, -inoltre sembravano molto ansiosi di
ripartire; avevano accennato a qualcosa come
salpare di notte-.
–Sa chi erano?- gli chiese Carter.
–Sì, ormai in città tutti conoscono l’equipaggio
della galea nera; soprattutto dopo che molti
uomini si sono imbarcati ricevendo un ricco
anticipo; però non immaginavo che fra di loro ci
fosse una creatura come quella.
–Indicò la Bestia Lunare, legata e sorvegliata a
vista da due uomini. A questo punto gli altri
rivelarono ciò che sapevano su quell’essere e sui
suoi simili: sui passati commerci con i mercanti di
schiavi del continente, delle strane voci che
circolavano come sussurri a Dyath-Len sulla fine
che facevano gli uomini comprati con i rubini, del
rapimento di un viaggiatore e di come questi fu
salvato dai gatti, che sterminarono quasi tutti
quegli esseri, delle orribili storie sul cannibalismo
che l’uomo raccontò al suo ritorno.

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Il capitano della guardie, come molti altri aveva
sentito parlare di quelle storie, anni addietro,
quando era ancora un fanciullo, raccontate dai
vecchi marinai, che rimembravano i tempi passati;
come molti, una volta cresciuto aveva preferito
dimenticarle o considerarle troppo orribili per
essere vere; ma da quando era giunta in porto la
nave nera con il suo grottesco equipaggio ed il suo
nauseabondo odore di carogne, quelle storie erano
tornate ad essere sussurrate, dagli anziani.
Ora, dopo lo scontro con quei criminali e con uno
di quegli esseri prigionieri, molte delle domande
che si era fatto, trovarono risposta in quei timori
che aveva cercato di scacciare, ma continuavano a
tormentare lui e molti altri.
-Bisogna fare qualcosa sia per eliminare quelle
creature, sia per liberare i prigionieri- dissi.
–Sì, ed io ho già un’idea. Ascoltate-.
Brevemente Randolph ci espose il suo piano.
Io e Kull eravamo i più entusiasti, Klarkash e
Filka erano disposti ad fornire la loro
collaborazione, ognuno a modo suo, Tindiana
rimase in silenzio, ma dall’espressione del suo
volto si capiva che non era molto soddisfatto, solo
Abdul si dichiarò nettamente contrario,
dichiarando che piuttosto avrebbe lasciato i
prigionieri dove si trovavano, ma, essendo in

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minoranza, il barbaro ed io provvedemmo a farlo
tacere senza troppi sforzi.
Poco dopo iniziarono i preparativi: il mago e il
suo amico indossarono le vesti dei due cavalieri,
mentre il drappello di Filka lasciava la locanda,
per farvi ritorno in meno di un’ora affermando che
era tutto a posto; a quel punto noi quattro,
nascoste le armi sotto i mantelli, ci facemmo
legare le mani con nodi molto blandi, così da
sembrare prigionieri.
Usciti tutti dal locale ci dirigemmo in silenzio
verso il porto, dove non fu affatto difficile
individuare dove si trovasse la trireme nera, a
causa dell’odore nauseabondo che aumentava di
intensità man mano che ci si avvicinava al mare.
Ad un certo punto ci fermammo, il mago e il
barbaro si diressero in un vicolo scuro. Dopo
pochi minuti si riunirono al gruppo,
completamente avvolti nei manti e con i cappucci
calati sulla testa.
–Ho lanciato un incantesimo, agli occhi dei
nemici sembreremo due loro compagni-. Spiegò
Klarkash.
–Sei sicuro di aver detto la formula esatta?–
Gli chiese l’amico.
–Magari non parola per parola, ma più o meno il
senso era quello-.

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Riprendemmo il cammino ed in breve giungemmo
alla nave: la sagoma oscura si distingueva a
malapena nelle tenebre notturne e solo il tenue
bagliore di due luci, una a bordo e l’altra a terra,
presso la passerella, ne rilevava la presenza.
La seconda lanterna illuminava due figure
incappucciate che facevano la guardia.
Avanzammo con i due stranieri e Filka davanti,
seguiti da me, Randolph, Abdul e Jones, in fila per
due, scortati da una guardia per lato, mentre la
terza chiudendo il gruppo, ogni tanto cercava di
sentire alle sue spalle, un rassicurante rumore di
passi, non troppo in lontananza.
Il mago si staccò dal gruppo e si avvicinò alla
passerella.
–Finalmente li abbiamo presi, il piano ha
funzionato magnificamente-. La sua voce era
cambiata, ora sembrava quella del capo del
gruppo che li aveva assaliti.
Uno dei due uomini di guardia puntò la torcia in
faccia a Klarkash: –Bene, ma dove sono gli altri?-
-Sono rimasti alla locanda, Lui voleva assicurarsi
che nessuno degli avventori si agitasse troppo e
gli altri ne volevano approfittare per bere un
ultimo goccio prima di partire-.
-I soliti fortunati, noi qui a fare la guardia a questa
putrida nave e voi a divertirvi. Su, salite pure,

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prima lasciamo questo posto, meglio è. Inoltre
Loro sono impazienti di vedere gli ospiti-.
A questo punto Filka si fece avanti: –Un
momento, io e i miei uomini vogliamo essere
pagati; solo allora vi consegneremo i prigionieri!-
la sentinella stava per replicare quando dalla nave
giunse un pesante rumore di passi, in cima alla
passerella comparve una figura avvolta in vesti e
turbante scuri.
La sua voce are sgradevolmente bassa cadenzata e
gutturale.
–Salite pure anche voi. Vi daremo ciò che vi
spetta!- Le due guardie ci fecero passare uno ad
uno, nella fioca luce della lampada avevano
dipinto un ghigno sul volto.
Saliti a bordo un uomo si avvicinò a Kull,
reggendo una lampada che consegnò al barbaro.
–Tu porta i prigionieri di sotto-. Disse indicando
la botola in mezzo al ponte.
Kull sollevò il boccaporto della stiva e subito fu
investito da una zaffata di fetore ancora più forte
dell’olezzo che avvolgeva l’imbarcazione e che ci
costringeva a respirare a fatica. Si fermò a scrutare
l’oscurità dalla cima delle scale con la torcia.
Rimase immobile per alcuni secondi poi si voltò
di scatto: il suo viso, già pallidamente illuminato
dalla scarsa luce, deformato dall’ira e dall’orrore,
sembrava ancora più pallido. Sfoderando la sua

70
ascia, con un urlo si diresse verso il castello di
prua, dove si trovavano le due creature lunari.
-Crom guida la mia mano! Che l’acciaio si
abbeveri del sangue dei nemici!-
Calò l’arma sulla prima figura che, con un rumore
di ossa rotte, stramazzò al suolo, poi, sfruttando
l’impeto del suo slancio, si diresse contro il
secondo obbiettivo. Intanto, sfruttando lo stupore
generale, ci liberammo, impugnando le armi e
insieme alle guardie cittadine ci avventammo
sull’equipaggio.
A terra, sentendo l’urlo di guerra e i rumori di
acciaio contro acciaio, dall’oscurità erano usciti
altre guardie, precedentemente avvisate da Filka e
che avevano seguito il gruppo dalla locanda. In
breve ebbero ragione delle due sentinelle e
salirono sul ponte della nave a dare man forte ai
compagni. Sopraffatto dalla superiorità numerica
e dalla sorpresa i pochi membri dell’equipaggio
sopravvissuti si arresero.
Le due Creature erano morte, così come la metà
dei nemici ed un paio di guardie; Filka era ferito
ad un fianco, ma venne subito soccorso, Randolph
e Tindy avevano ferite di striscio e non perdevano
molto sangue, quest’ultimo poco prima si era
trovato dietro Kull, quando questi aveva sollevato
la botola della stiva, aveva solo intravisto ciò che

71
aveva sconvolto il barbaro, era pallido in volto e
scese dalla nave barcollando e si sedette sul molo.
–Ah se avessi fatto anche tu il militare ora saresti
avvezzo a certe scene e avresti lo stomaco più
forte!– Lo schernì Abdul che incuriosito si
avvicinò all’apertura.
Subito si ritrasse dirigendosi di corsa alla
balaustra per liberare lo stomaco.
–Ma non eri tu quello forte?!- Sghignazzai anche
perché la situazione pericolosa era ormai passata.
Gli insulti di risposta del turco si persero fra i suoi
gemiti.
Le guardie scesero a liberare i prigionieri
superstiti, mentre i morti vennero avvolti in
coperte e sacchi, per evitare a occhi curiosi,
svegliati dal rumore della battaglia svoltasi, una
vista raccapricciante; negli anni successivi non
pochi furono quelli che preferirono dimenticare
per non impazzire al ricordo di quella orribile
notte.
Il giorno successivo il signore della città fu
dettagliatamente informato dell’accaduto.
Sconvolto ordinò che i corpi delle due Bestie
Lunari e dei loro uomini fossero portati sulla
trireme, che questa venisse rimorchiata in un golfo
isolato e solitario dell’isola e data alle fiamme.
Da allora le acque di quell’insenatura furono
maledette, perfino i pesci scomparvero da lì.

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Alcuni narrano che nelle notti di plenilunio, in
quel luogo si odano i gemiti di persone morenti,
mentre altri affermano di aver scorto le ombre di
orribili esseri affiorare dal pelo dell’acqua.
I corpi delle vittime furono cremati, senza che
venisse permesso ai parenti di vederli, mentre gli
uomini che si erano arresi vennero impiccati, i
loro resti bruciati e le ceneri sparse nel mare. La
creatura invece venne murata viva nella più
profonda cella delle prigioni della città.
Il principe ci fece poi convocare, chiedendoci che
cosa desiderassimo come ricompensa per il
servigio reso; Carter spiegò a nome di tutti noi che
avevamo urgenza di raggiungere il continente,
evitando eventuali ringraziamenti pubblici, perché
avrebbero attirato l’attenzione dei nostri nemici.
Il monarca, in segno di riconoscenza, ci disse che,
se avessimo voluto saremmo rimasti ospiti della
locanda in cui risiedevano a spese del palazzo,
sotto la protezione di guardie fidate, in incognito e
che i suoi uomini avrebbero pensato a tutto il
necessario per il viaggio, mentre il comandante
della nave sarebbe stato felice di averli come
ospiti di riguardo.
Sulla strada di ritorno alla locanda Abdul mostrò
la sua disapprovazione per la decisione di
rimanere

73
-…in quella bettola, invece di trasferirci a palazzo,
circondati da avvenenti e procaci fanciulle, in abiti
succinti, mangiando e bevendo a sbafo-.
-Queste ultime due cose le facciamo già-, gli
rispose Randolph, –inoltre alla locanda si mangia
benissimo, è pulita e non dà nell’occhio. Per
quanto riguarda la prima si può sempre chiedere;
ma restare a palazzo ci avrebbe fatto troppa
pubblicità e come avresti dovuto imparare da solo
in certi casi è meglio essere “discreti”, almeno
finché non scopriamo chi ci vuole catturare.
Quindi vedi di stare zitto e per tutti la versione
ufficiale dell’accaduto dice che “insospettito dalla
nave il conestabile della città ha ordinato ad
alcune guardie di salire a bordo, queste sono state
assalite ma hanno avuto ragione degli aggressori,
poco dopo altre guardie venivano coinvolte in una
rissa con altri membri dell’equipaggio della galea
nera”. È chiaro? –
-Dannazione non posso neanche raccontare come
sono andati i fatti-.
-Se vuoi raccontare a qualche ragazza di come hai
rimesso la cena nel porto sei liberissimo di farlo!-
diss’io prendendo nuovamente in giro il mio
amico.

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3. I SOGNATORI
Ritornati al locale trovammo Kull che ci attendeva
di sotto, ci disse di seguirlo nella stanza del mago,
dove avremmo ricevuto delle spiegazioni e
avrebbero fornito delle risposte. Il grosso barbaro
ci fece strada salendo ai piani superiori; giunto
davanti a una porta bussò tre volte, poi due e
infine ancora tre. L’uscio si aprì ed entrammo.
La stanza era riccamente arredata con drappi e
tappeti preziosi ricamati in oro; il mago, seduto ad
un basso e largo tavolo di forma circolare,
circondato da comodi e raffinati cuscini che si
trovava al centro del locale, ci fece cenno di
accomodarsi. Ci sistemarono senza dire nulla.
–Spero che non vi dispiaccia, ma ho chiesto al
locandiere di portare la cena in camera quando
sarà l’ora; quello di cui dobbiamo discutere
richiede tempo e soprattutto la massima
discrezione-.
Annuimmo tacitamente e Klarkash proseguì
indicando delle brocche e delle coppo sul tavolo.
–Bene, prima di incominciare permettetemi di
offrirvi delle bevande: vi è del vino di Lemuria,
dono del nostro amico imperatore, vi avviso è
alquanto corposo e forte-.
-Com’è giusto che sia e non quella brodaglia
annacquata che servono qui!- intervenne il
barbaro, picchiando il pugno sul tavolo.

75
–Parole sante! – gli fece eco Abdul, prendendo
una coppa e versandoci dentro un po’ del denso e
scarlatto liquido.
–Sembra quasi sangue!– riprese fissando
interdetto il boccale.
-Per questo lo chiamiamo la Linfa di Valka! –
-Valka? E chi è?-
-La suprema divinità di Lemuria: il dio della
morte!- Il mago riprese il discorso: –Se invece
preferite evitare di ubriacarvi prima di cena potete
versarvi del tè di Zoothique!–.
Dopo che tutti i presenti si versarono da bere
continuò: –Bene, immagino che ora sia il
momento delle reciproche spiegazioni: io e Kull
abbiamo molte domande da porvi, ma immagino
che ancora più numerose siano le vostre, pertanto
incominceremo noi. Come già ebbi occasione di
dirvi, al momento del nostro incontro capimmo
subito che eravate dei sognatori, questo perché
anche noi due, un tempo lo siamo stati. Non starò
a dilungarmi su ciò che in molti anni ho appreso
sulla folle, per non dire caotica, natura degli
universi, vi basti sapere che questo mondo esiste
ed allo stesso tempo non esiste. Potrà sembrare
una contraddizione ma cercherò di spiegarmi
meglio: come ben vedete questo mondo ha una
consistenza materiale, ma contemporaneamente
sembra una copia onirica della Terra, si trova su

76
un piano di esistenza diverso ed è per qualche
strano motivo collegato al vostro mondo. Può
essere raggiunto solo tramite stati di coscienza
alterati, che comunque permettono solo di averne
delle fugaci visioni; un po’ come per gli antichi
oracoli. Ma vi sono alcuni individui,
particolarmente sensibili che, per qualche strano
motivo possono essere in grado di trasferire la
propria coscienza, riproducendo in questa
dimensione un proprio doppio, in grado di
interagire con l’ambiente, una sorta di corpo
astrale. Questa sorta di trasferimento avviene
soprattutto durante la fase del sogno. Per questo
motivo molti dei viaggiatori, chiamiamoli così,
non si rendono conto di trovarsi in un altro piano
di esistenza. Sia io che Kull siamo nati e vissuti
sulla Terra, qui siamo diventati amici di una
persona il quale era in grado non solo di visitare
regolarmente questo mondo, ma grazie ad alcuni
tomi di “arcana e obliata sapienza”, così come
amava definirli, sapeva che le sue esperienze
oniriche erano reali. In un primo momento,
pensammo che ci stesse prendendo in giro, ma
poi, diciamo che ci fornì delle “prove”. Allora
insegno anche a noi come raggiungere queste
terre, incominciammo così a vivere delle doppie
vite: qui potevamo essere tutto ciò che volevamo,
possenti guerrieri o potenti maghi, mentre nel

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mondo reale continuavamo a vivere una squallida
esistenza. Poi lentamente uno alla volta, chi a
causa della depressione, chi per un male
incurabile e chi per la semplice vecchiaia siamo
tutti e tre morti, riuscendo a trasferire i nostri
spiriti nei corpi astrali che ci eravamo creati qui-.
Ci fu una lunga pausa, interrotta da Carter: –
Volete farmi credere che voi siete dei fantasmi? O
che questo è l’Altro Mondo?-
-Non ho detto questo. Semplicemente, quando il
nostri corpi fisici sono morti, quelli astrali hanno
continuato ad esistere e le nostre anime vi ci sono
trasferite. Ormai per noi questa è la Realtà! Qui
continuiamo a provare le stesse sensazioni che
provavamo sulla Terra, odori, suoni sapori, fame,
sete, sonno, stanchezza, dolore fisico, gioia,
rabbia; credo che potremmo pure essere uccisi.
Ma questa è un esperienza che sinceramente
preferirei evitare! Capisco che per voi è difficile
da capire, tramite le mie conoscenze di magia
potrei spiegarvi nel dettagli come ciò possa
accadere, ma dubito che voi possiate
comprendere. Vi chiedo solo di fidarvi di noi e
credere in quello che vi abbiamo detto-.
Nella stanza calò nuovamente il silenzio, io, molto
turbato, guardai i miei compagni: Abdul, complice
qualche bicchiere di vino di troppo, non sembrava
molto attento; Randolph appariva sempre più

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scettico e incredulo, mentre il volto di Tindiana
era impassibile.
Alla fine Carter incominciò a narrare la nostra
storia, di come eravamo stati incaricati di indagare
sulla pazzia di Legnani, delle scoperte che
avevamo fatto su Temgohrotus, sui cunicoli
sotterranei, della nostra avventura in Egitto, della
prigionia di Abdul e del recupero del Vetro di
Leng e infine di come ci siamo “ritrovati” in quel
mondo.
Omise solo di parlare dell’Arkham dato che per
lui era solo un gioco.
–I cunicoli sotterranei? In vita ne sentii parlare,
ma non molto approfonditamente-. disse Klarkash
-Se veramente avete intenzione di recarvi a Ulthar
forse potremmo esservi utili. Vi ho già detto che
ci trasferimmo qui grazie alle conoscenze di un
nostro amico, bene lui vive proprio nella città dei
gatti; dovete sapere che periodicamente ci
riuniamo tutti e tre, ospiti a turno nella dimora di
uno di noi e per una strana coincidenza, noi due
stavamo tornando a casa dall’ultimo nostro
incontro, avvenuto proprio lì. Abbiamo fatto tappa
a Baharna per attendere i vascelli che ci avrebbero
riportato alle nostra dimore, quando abbiamo visto
attraccare la galea nera, sapendo quale male
nascondesse, decidemmo di fermarci qui, per fare
qualcosa in proposito, quando siete giunti voi.

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Dato che siete inesperti di questi luoghi vi
aiuteremo: prima che parte la nave per il
continente ci vorranno almeno otto, dieci giorni e
durante questo tempo Kull vi procurerà delle armi
e vi insegnerà a maneggiarle nel migliore dei
modi, mentre io vi procurerò erbe medicinali e
altri preparati, vi insegnerò ad usarli e scriverò
una lettera per il nostro amico, chiedendoli di
fornirvi il suo aiuto. Se c’è qualcuno che conosce
la maggior parte dei segreti delle Terre del Sogno,
questi è proprio lui-.
Continuarono a discutere ancora per diverse ore,
Carter e gli altri erano curiosi di avere
informazioni al riguardo delle terre di provenienza
dei due e questi, dal canto loro, posero alcune
domande su come fosse cambiato il mondo
(sembrava che le loro notizie più vecchie
risalissero alla fine degli anni cinquanta, primi
sessanta), poi, a tarda notte, andarono a riposare.
Il giorno successivo Kull venne a svegliarli di
buon ora e, dopo un’abbondante colazione, tutti e
cinque si recarono da un armaiolo.
–Le armi migliori sono quelle fatte su misura;–
commentò il barbaro, -inoltre dal principe ho
saputo che questo è il miglior fabbro dell’isola-.
Ognuno di noi si scelse un’arma particolare: in un
attacco di megalomania decisi di provare una
picca, ma trovandola scomoda, poco maneggevole

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e soprattutto poco occultabile, scelsi una coppia di
ronche, Randolph e Tindiana optarono per la
classica spada bastarda, cioè un arma in grado di
essere usata sia a due mani che con una singola;
solo Abdul era indeciso, prima provò un’ascia, poi
un maglio, poi uno spadone a due mani, alla fine
preferì farsi modificare quest’ultimo, rendendolo
simile a una sciabola.
–Date una spada ad un turco e lui ne farà un
coltello-. commentai ironico citando un recente
film.
I dieci giorni che precedettero la partenza furono
molto duri, ognuno di noi si allenava con delle
riproduzioni in legno dell’arma che aveva scelto,
mentre il fabbro e i suoi assistenti si prodigavano
per finire il lavoro il prima possibile.
Ogni giorno ci alzavamo all’alba e fino al
tramonto facevamo pratica di scherma e di
combattimento.
La sera, mentre Abdul ed io, continuavamo ad
allenarci, Randolph e Tindiana, venivano istruiti
da Klarkash su alcuni rudimenti di botanica e
alchimia.
Un giorno il barbaro decise di insegnarci anche il
tiro con l’arco, approntando un campo fuori dalle
mura cittadine con dei bersagli; i risultati non
furono dei più soddisfacenti: io, grazie alla mia
esperienza con le armi da fuoco, avevo almeno

81
una buona mira; Randolph ammise che altre erano
le corde che sapeva usare; Abdul si rifiutò,
volendo imparare la caccia con il falco, agli altri,
questa sembrava una idea al dir poco malsana, ma
dopo le frequenti insistenze del diretto interessato
si videro costretti ad accontentarlo, quindi venne
convocato un ammaestratore e li fu procurato un
volatile; il Tindy, in quest’occasione venne
nominato il “cecchino”, poiché dopo aver mancato
il bersaglio per 2 volte rischiò di colpire Kull e
una terza volta sparò il dardo in mezzo ai suoi
amici, fortunatamente senza fare danni.
–Proviamo a bendargli un occhio, magari prende
meglio la mira-. disse il barbaro trattenendo a
stendo la sua collera.
All’archeologo l’idea non piaceva molto, ma dopo
le minacciose pressioni del maestro accondiscese.
La mira effettivamente migliorò, pur puntando al
bersaglio colpì svariati alberi molto oltre la gittata
massima dell’arma, quattro buofanti che un fattore
stava facendo pascolare nelle vicinanze, il cane
dell’uomo che stava sorvegliando la mandria e il
detto fattore che ignaro stava espletando dei
bisogni corporali dietro a un cespuglio, venendo
ferito nell’onore, come si diceva una volta.
Ma il professor Jones, o meglio, Kull decise che
per l’incolumità dei presenti era meglio che
l’archeologo abbandonasse l’uso di armi da tiro,

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solo dopo che ebbe interferito nell’allenamento
del pennuto di Abdul: il falco dopo aver puntato
un passerotto vi si stava avventando, quando una
freccia, lanciata contro il bersaglio, per uno strano
caso, mancò l’obbiettivo e colpì in pieno i due
uccelli in volo a diversi metri d’altezza.
Dopo una rapida consulta si decise di fargli fare
pratica con la sua frusta, attrezzo con cui aveva
dimostrato maggiore dimestichezza.
–Ora avrò bisogno di un altro falco-. disse Abdul,
–Perché non provi con un tacchino? Almeno
quello è buono da mangiare. – gli risposi stufo di
quella sua pazza idea.
Il giorno prima della partenza andammo a ritirare
le armi.
–Ora sapete come sopravvivere in un campo di
battaglia-. cominciò Kull, -Se dovreste affrontare
un maestro d’armi, sarei pronto a scommettere
sulla vostra rapida sconfitta, ma contro un
qualsiasi sicario o brigante che tenterà di tagliarvi
la gola avrete sicuramente la meglio. Ricordatevi
però di mantenervi il più possibile in esercizio e di
allenarvi non appena ne avrete la possibilità. Se
avrete l’occasione di colpire per primi, fatelo e
colpite per uccidere! Se avrete la possibilità di
fermare un nemico che vi sia addosso, usando
arco e frecce, fatelo! Se avrete la possibilità di
colpire di sorpresa, anche alla schiena, il vostro

83
avversario non esitate, ne va della vostra vita;
conosco troppi cadaveri che esitavano a farlo,
affermando che tali azioni erano contrarie ai loro
principi morali o etici. Ricordate questo: chi
muore in battaglia, non è un eroe, non appartiene
né alla nobiltà, né al popolo, chi muore in
battaglia è solo un lauto pasto per i divoratori di
carogne! Solo chi rimane vivo alla fine di uno
scontro, con il minor numero di ferite è il
vincitore! Un ultima cosa: queste armi sono state
fatte appositamente per voi, dovete considerarle,
conoscerle ed usarle come se fossero parte
integrante di voi; un prolungamento dei vostri arti
e della vostra mente. Ma prima di tutto dovete
imparare a rispettare, temere ed onorare l’acciaio
di cui sono fatte. Rispettatele come rispettate voi
stessi, la vostra vita, temetele come temete il
vostro nemico ed onoratele come si fa con gli dei,
ai quali periodicamente si offrono dei sacrifici.
Solo allora vi serviranno meglio di una schiava e
vi saranno più fedeli di un’amante-.
Ormai il momento della partenza si stava
avvicinando ed anche gli ultimi preparativi
vennero ultimati; approfittando ampiamente della
riconoscenza del principe ci procurammo tutto
l’occorrente per il viaggio, evitando
prudentemente di annunciare la nostra meta:
Ulthar.

84
Solo Kull e Klarkash-Ton ne erano a conoscenza,
e come quest’ultimo aveva promesso, scrisse una
lettera, sigillandola con la ceralacca.
Doveva essere obbligatoriamente consegnata solo
al loro amico: –In città la sua dimora è quella più
frequentata dai gatti, per il resto conduce una vita
alquanto solitaria, ma è una persona molto
cordiale, vi potrete fidare di lui ciecamente-.
Il giorno seguente ci salutammo al porto, poco
prima che la nave partisse.
La navigazione fu tranquilla per i primi cinque
giorni, grazie al tempo tranquillo ed a un vento
particolarmente favorevole, l’imbarcazione
percorse quasi la metà del tragitto.
A bordo molti marinai si rallegravano di questo,
perché speravano di giungere a Dylath-Len con
almeno due giorni di anticipo sul normale.
–Dopo tanti affanni sembra quasi che gli dei ci
vogliano favorire permettendoci di giungere prima
in porto-. disse felice il capitano, mentre scrutava
l’orizzonte in compagnia dei suoi quattro ospiti di
riguardo.
–Chissà perché, ma quest’ipotesi non mi rallegra
per nulla-. commentò laconico il Tindy.
Il giorno successivo, però, un certo malumore si
diffuse fra la ciurma; interrogato al riguardo, un
anziano marinaio ci spiegò che l’imbarcazione si

85
stava avvicinando a un particolare tratto di mare,
ritenuto da tutti maledetto.
–Sul fondale non molto profondo è possibile
vedere le rovine di un’antica città, sprofondata da
talmente tanto tempo che nessuna cronaca che
narri le gesta di uomini, ne fa menzione. C’è
perfino chi afferma che alcune volte fra quelle
ciclopiche mura si aggirino strane e aliene ombre.
In passato alcune navi sono scomparse in quella
zona. Ma è la via più rapida e quella meno
frequentata dai pirati per raggiungere il
continente-. l’inquietudine aumentò fino a sera,
quando ormai si poteva avvertire nell’aria la
tensione.
Dopo il tramonto giungemmo in prossimità delle
prime rovine; grazie alla cerulea luce della luna
era possibile scorgere chiaramente il fondale,
decine di metri più in basso.
Il chiarore lunare riflesso sembrava quasi far
brillare di luce propria quegli ancestrali ruderi.
Io, Abdul, Randolph e Tindy rimanemmo tutta la
notte sul ponte per ammirare quel curioso
spettacolo.
Un paio di volte mi sembrò di scorgere qualcosa
che si muovesse fra i resti, ed addirittura seguire
la scia della nave. Lanciai un occhiata ai suoi
amici, per cercare di capire se anche loro avessero

86
visto qualcosa, o io si fosse lasciato suggestionare
dalle parole del vecchio marinaio.
Abdul non solo non sembrava essersi accorto di
niente, ma pareva pure sul punto di addormentarsi,
mentre dall’espressione del archeologo capii che
anche lui doveva aver visto quelle “ombre”,
l’occultista, invece, pareva impassibile.
Giunta l’alba andammo a riposare, la nave ormai
si era lasciata alle spalle la città sommersa e
quell’atmosfera di angoscia che prima incombeva
su di noi si era diradata come nebbia portata via
dal vento.
Il viaggio proseguì senza ulteriori indugi e dopo
altri cinque giorni di navigazione, il pomeriggio
del decimo dalla partenza, giungemmo finalmente
a destinazione: le alte torri e i pinnacoli della città
si dovevano già ad alcuni chilometri dalla costa,
fumi grigi e densi si levavano da comignoli e dai
camini dei forni industriali.
La città portuale era un ammasso di edifici, case,
torri, palazzi tutti stretti ed ammassati l’uno
sull’altro, sembravano essere stati disposti senza
alcuna logica urbanistica ed architettonica. Le
pietre di cui erano costruiti erano ormai scure e
nere come la pece per il fumo, la fuliggine e lo
sporco che aleggiavano per la malsana aria della
città.

87
Dopo aver ringraziato e salutato il capitano,
prendemmo le nostre cose, i cavalli e sbarcarono.
–Sistemiamoci in una locanda per riposarci dei
lunghi giorni passati in mare e domattina partiamo
di buon ora-. propose Carter.
-Veramente sarei del parere di partire subito-,
ribattei, -e cercare più tardi lungo la strada un
luogo dove pernottare. Ritengo che sia più sicuro,
i marinai non dovrebbero metterci molto a
raccontare che cosa è accaduto a Oriab-.
–No. Io mi rifiuto di lasciare la città se prima non
mi sono lavato, ristorato e riposato-. intervenne il
turco, -Potremmo partire benissimo, con tutta
calma, dopo colazione-.
–Io invece sono d’accordo col partire il prima
possibile-. disse infine Tindiana a mio supporto.
-Sei diventato un po’ troppo sospettoso-, riprese
Abdul, -da quando questa faccenda ha avuto inizio
non fai altro che essere diffidente, sei perfino più
paranoico del solito! Oggi o domani non cambia
nulla, ma se volete partire fate pure. Stasera io
resto qui e poi vi raggiungo con calma-.
-Sono d’accordo-, disse l’occultista, -voi due cosa
avete intenzione di fare?-
Erano fermamente decisi a non proseguire oltre, a
quel punto dovemmo accettare l’idea di cercare un
alloggio per la notte.

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–Non separarsi mai, ricordi?- dissi, -Ma domani
partiamo senza storie. E pregate che stanotte non
succeda niente-.
-Altrimenti?- rispose con tono di sfida Abdul.
-Ti sparo io nel culo prima che qualche immonda
creatura ti divori-.
-Piantatela voi due-, ci separò Randolph, -
abbiamo deciso di rimanere qui per la notte e di
partire domattina presto, ora basta-.
Tutti quei conflitti di opinioni non andavano di
certo bene in una simile situazione, il gruppo ne
risentiva, non mancava mai l’occasione per
litigare, speravo tanto che quella storia finisse
presto, altrimenti c’era da preoccuparsi.
Alla fine trovammo alloggio in una locanda non
molto distante dalle mura cittadine, dove
affittammo due camere doppie.
Dopo aver cenato io e Tindy uscimmo a fare un
giro per le vie della città.
Il luogo sembrava tranquillo, il sole era già
tramontato e le ombre si allungavano dai tetti e
dalle torri lungo i portici e le vie.
Le strade che fino a poco tempo prima erano
rumorose ed affollate di gente ora incominciavano
ad essere quasi deserte, solo dalle case
provenivano voci, grida risa e pianti.
–Come mai sei voluto uscire?- mi chiese
l’archeologo.

89
–Voglio conoscere la zone qui intorno. Nel caso di
un’evenienza potrà essere utile-.
-Non starai diventando anche tu troppo
sospettoso?-
-Sono solo prudente. Tu, piuttosto, credi ancora
che sia tutto vero?-
L’altro rimase silenzioso per alcuni istanti,
durante i quali si guardò intorno: –Credere? No,
ormai ne sono convinto! Non credo che ti faccia
piacere sentirlo, ma è così. Però su una cosa devo
dar ragione agli altri: mi sto ponendo troppi
problemi. Ho la possibilità di visitare un mondo
che ritenevo una fantasia creata da uno scrittore ed
invece di esplorarlo e scoprirne le meraviglie, non
penso ad altro che trovare un modo per tornare a
casa!-
-Sai perfettamente meglio di me quanto sia
pericoloso questo luogo: non è la Terra di Mezzo,
e nemmeno il Magnamund di Lupo Solitario. Per
non parlare poi del modo in cui ci siamo capitati,
se fossi sicuro che questo fosse solo un sogno,
sarei d’accordo con gli altri, ma dopo tutto quello
che è successo preferisco tornare a casa il prima
possibile. Non ho voglia di diventare cibo per
qualche blasfemo essere ultradimensionale o
passare il resto dei miei giorni a sbavare in una
cella imbottita, ripetendo frasi senza senso con

90
una camicia di forza addosso, come Legnani. Non
so se mi spiego-.
Il mio amico stava per rispondere quando si fermò
di colpo, si voltò a destra, scrutando in un vicolo
buio.
–Che succede? Che hai visto?-
-Mi è sembrato di vedere un gatto! O meglio, la
sua testa!-
Risi: – Beh credo che ti capiterà spesso, stiamo
andando nella città dei gatti-.
-Lo so, ma questa testa era grossa come quella di
un uomo e mi sembrava avvolta da della stoffa
azzurra!-
Dal vicolo provenne un forte tonfo, poi per un
istanze due occhi felini brillarono nell’oscurità per
scomparire subito dopo; la grandezza e l’altezza
alla quale si trovavano non potevano appartenere a
nessun gatto di normali dimensioni.
–Ok, per stasera abbiamo visto abbastanza.
Torniamo alla locanda!- suggerii.
Ripercorremmo la strada fatta prima e ritornammo
al locale, qui trovammo i nostri due amici intenti a
fare conversazione con quattro bellissime ragazze:
tutte avevano sgargianti e lunghe chiome, ognuna
di un colore differente, biondo, moro, castano e
corvino, acconciate in maniere bizzarre ed
intricate; indossavano raffinati vestiti dalla foggia

91
simile, contenenti molte trasparenze ed avevano
un trucco molto marcato.
–Ah bene, i nostri viandanti sono tornati-. disse
Abdul vedendoci.
Le ragazze vennero presentate: erano delle
mercanti provenienti dai Sette Regni che erano
giunte lì unicamente per commerciare in stoffe ed
essenze profumate. Alloggiando nella locanda da
più di una settimana si stavano annoiando, quando
scesero per cenare, Carter vedendole le aveva
salutate sorridendo, loro avevano risposto,
chiedendo se potevano sedersi al loro tavolo per
fare conoscenza, e i due avevano accettato senza
indugio.
Io e Tindy ci unimmo al gruppo sedendoci al
tavolo.
Una veloce occhiata mi bastò per vedere che c’era
già stata una suddivisione in coppie: Abdul era
affianco alla ragazza dai capelli corvini, Grimilde,
Tindy a quella rossa, Castalia, Randolph quella
bionda, Callisto e io quella castana, Morgana.
–Stavate dicendo che siete diretti a Ulthar-, disse
Callisto, -cosa vi recate a fare in una città così
strana? –
-Volevamo visitarla, nient’altro;- rispose
Ransolph, -ne abbiamo sentito parlare a lungo-.

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–In realtà dobbiamo consegnare una lettera ad una
persona-, intervenni, -ad un conoscente di alcuni
nostri amici-.
-Siete dei messaggeri?- chiese Morgana.
-No, siamo degli studiosi-, riprese Tindiana, -ci
occupiamo di cartografia, usi e costumi delle varie
popolazioni, leggende e folklore. Sapendo che
saremmo giunti in queste contrade alcuni nostri
amici ci hanno chiesto un favore-.
–Che lavoro interessante, ma immagino che vi
tenga lontani da casa molto allungo. Di dove
siete?- fece Castalia.
–Lemuria-. -Zothique-. risposero
contemporaneamente Abdul e Tindy.
Vista la situazione intervenni subito cercando di
rimediare: –Vogliono dire che noi tre siamo di
Zothique, lui è originario di Lemuria, ma fu
catturato da dei mercanti di schiavi, e una volta
liberatolo ci ha seguito nei nostri viaggi. Vedete
infatti come il suo colore della pelle sia diverso
dal nostro, i suoi lineamenti meno nobili…- Abdul
mi guardò come se volesse uccidermi, ma infondo
gli stava bene, così imparava a star zitto; le
ragazze risero.
Mentre continuavamo la conversazione sentivo
che c’era qualcosa che non andava, quelle ragazze
non mi parevano sincere o comunque avevo il
presentimento che non erano chi dicevano di

93
essere, sarà stato per l’avvenenza, per il loro modo
di fare ammiccante e civettuolo o per quella strana
sensazione, un misto fra ammirazione, desiderio e
torpore, che mi aveva colpito non appena aveva le
avevo viste.
Una sensazione che molto probabilmente aveva
colpito anche i miei amici e che sentivo crescere
ogni minuto che passava.
Vidi il Tindy passare la mano fra i capelli di
Castalia, mi sembrò che questi ultimi si
muovessero al tocco, non perché accarezzati, ma
per propria volontà, come quando un gatto
risponde alle coccole che gli sono fatte con le
fusa.
Probabilmente la stessa impressione la ebbe anche
lui, perché ritrasse la mano di scatto.
–Qualcosa non va?- chiese la ragazza.
-Niente, mi sono punto con uno dei fermagli che
porti fra i capelli-. poi lo vidi sussurrare qualcosa
all’orecchio della ragazza e lei ridacchiò
arrossendo.
Mi voltai verso Morgana, fissandole attentamente
la chioma; anche questa sembrò muoversi
impercettibilmente in modo autonomo, poi,
all’improvviso, un ricordo balenò nella mia
mente, d’un tratto capii in quale guaio ci eravamo
cacciati, cercai di impormi un certo autocontrollo,
ma incominciarono a tremarmi leggermente le

94
mani, forse eravamo ancora in tempo per salvare
la pelle, sperando che le ragazze non si
accorgessero di nulla.
D’un tratto Randolph si alzò: –Vado a ordinare
altro da bere-.
-Ti accompagno-. dissi alzandomi.
Insieme ci dirigemmo al banco: -Allora che ne
pensi delle ragazze? Io dico che ci stanno-.
commentò eccitato Randolph.
–Sei pazzo a rivelare la nostra prossima meta?-
risposi mantenendo un tono di voce basso per
evitare di farmi sentire fino al tavolo.
–Grazie a me fai la conoscenza di belle ragazze ed
è questa la riconoscenza che mi dimostri? Se non
fosse per me non solo stasera, ma in generale
sarebbero poche le ragazze che uscirebbero con il
nostro gruppo!-
Intanto ci raggiunse anche Tindiana, teneva la
destra nascosta nell’ampia manica della camicia.
–Spero che almeno tu non vorrai lamentarti?-
continuò ammiccando, –poi sai come si dice:
Rossa di capelli… -
-...attento a non finire a brandelli!- concluse
l’archeologo e capii che anche lui aveva capito
cosa stava succedendo.
–Siamo tutti in pericolo-. dicendo questo avvicinò
con la sinistra una candela che si trovava sul
bancone, poi estrasse dalla manica la destra.

95
Fra l’indice e il pollice tratteneva un’estremità di
un sottilissimo e lungo capello rosso, il resto era
avvolto intorno al suo polso, stringendolo fino a
lacerare le carni, non in profondità, ma abbastanza
per farle sanguinare; l’altra estremità del
filamento si muoveva avanti e indietro, sembrava
quasi un serpente che tenta di stritolare la mano di
colui che lo ha catturato imprigionandoli la testa
per non essere morso.
–Porca miseria…- commentai spaventato.
–Qualcuno mi dà una mano per liberarmi di
quest’affare?- chiese porgendoci il lume.
Carter aggrottò la fronte fissandogli la mano
imprigionata; io presi la candela, –Cosa devo
fare?- domandai, -Passala velocemente sul polso.
Mi raccomando-.
-Ok-. Al contatto con la fiamma il capello si
contorse, dimenandosi, proprio come un animale
ferito e lasciò la presa, liberando l’arto,
srotolandosi lungo tutta la sua lunghezza, ma
ormai aveva preso fuoco e continuò ad ardere sul
bancone.
Tutt’intorno si sparse un odore di carni bruciate.
–Dannazione ti avevo detto di fare con cautela!- si
lamentò il Tindy.
–Dannazione-. feci con disappunto.
–Beh, almeno ti ha cauterizzato la ferita-.

96
Ci voltammo verso il tavolo. Nessuno aveva
notato niente.
–L’abbiamo scampata-. tirai un sospiro di
sollievo, sembrava che le ragazze fossero molto
interessate a quello che stava raccontando Abdul.
A quella dimostrazione anche Randolph giunse
alla nostra medesima conclusione: –Sacerdotesse
degli Antichi! Avrei dovuto capirlo: da quando
quattro attraenti ragazze viaggiano
tranquillamente per lande straniere senza nessuna
scorta?- si domandò laconicamente Carter.
-Quando sono molto più pericolose di quelli che le
vorrebbero assalire-. risposi.
–Ora cosa facciamo?-
-Anche se le uccidiamo dovremo cercare di
eliminare le loro chiome, sono quelle il vero
pericolo-. disse Tindiana, -bruciandole temo che
attireremo l’attenzione-
Randolph era inorridito da ciò che sentiva dire dal
nostro amico: –Ucciderle! Bruciarle! Ma dico sei
impazzito? Dobbiamo comportarci da cavalieri,
non possiamo far loro del male, anche se ci
volessero uccidere!-
-Fanculo la cavalleria, non ricordi cosa ci ha
insegnato Kull? Io non voglio morire su questo
sasso dimenticato da Dio perché tu vuoi fare il
cavaliere-. protestai più spaventato che arrabbiato.

97
-Sì, ma Kull non c’è. Inoltre non condivido le sue
idee sulla battaglia-.
-Sentiamo: cosa propone Sir Carter?– gli chiese
un po’ ironicamente Tindiana.
–Le faremo addormentare e poi fuggiremo-.
-Per la serie: non abbiamo già abbastanza gente
che ci cerca-. ma Randolph non mi ascoltava,
stava ordinando da mangiare, dicendo all’oste di
aggiungere altre spezie, perché mai aveva
assaggiato una cucina tanto insipida.
-Inoltre ho una predilezione per i sapori forti-.
aggiunse, -e pensare che io e i miei amici, stranieri
in queste lande, abbiamo deciso di alloggiare qui
in seguito alle lodi che altri viandanti tessevano
della vostra tavola, ma dubito che in queste terre
sappiano come far esaltare i sapori!-
-Questo è scemo-, commentai nell’orecchio di
Tindiana, -alla prossima stronzata che dice gli
sparo veramente-.
-Sta buono-. mi rispose Tindy cercando di
calmarmi.
-Buono un accidente! Perché diavolo devo
continuare a rischiare la pelle per questi due che
non fanno altro che crearci nemici ovunque con le
loro minchiate?!-
Vidi che il locandiere non disse nulla, ma
l’occhiata che lanciò a Randolph prima di andare
nelle cucine fu più eloquente di mille parole.

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–Adesso gli cagherà nel piatto, e gli starà bene-.
-Spero sappia quel che faccia-.
Dopo una ventina di minuti l’oste ritornò con un
abbondante porzione di stufato in salsa, che
spandeva tutt’intorno un fortissimo odore
speziato.
-Sì, ha un buon profumo, ma chi ci assicura che
non abbiate fatto uno qualche scherzo?- insinuò
l’occultista.
L’oste prese un pezzo di pane e lo intinse nella
salsa. Il suo viso divenne rosso, incominciò a
tossire ed ansimare, da sotto il bancone tirò fuori
un’anfora e un calice che riempì fino all’orlo e
svuoto in un solo sorso.
– Contenti?- chiese.
Senza dire nulla feci un assaggio, sembrava solo
molto piccante, ed infatti la salsa lo era, molto, e
la carne tremendamente salata.
Cercai di mantenere un volto impassibile, ma una
lacrima mi tradì.
–Sì, non è male-, boccheggiai, -…ma avresti
potuto fare di meglio-.
-Bene portaci anche due caraffe di vino e
possibilmente non annacquato come l’altro-.
aggiunse Randolph.
Non appena l’uomo sparì per andare in cantina mi
avventai sull’anfora d’acqua e la svuotai
completamente con un sorso.

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–Diavolo: la carne è salatissima e la salsa
piccantissima. Mi vuoi spiegare che cosa hai in
mente?-
-Abbi la pazienza di attendere ancora qualche
attimo-.
Poco dopo il locandiere tornò recando con sé due
caraffe di vino, andando poi a servire altri clienti.
Randolph, trasse dalla borsa che portava alla
cintura, un piccolo vasetto sigillato, sul cui tappo
era scritta la parola “ozzy”; lo aprì odorandone il
contenuto: una polverina celeste.
-Sì, è questo- Poi, dopo essersi assicurato di non
essere visto dal loro tavolo, ne versò un po’ in una
delle caraffe e la coprì con un tovagliolo.
-Questo è un potente sonnifero datomi da
Klarkash. Grazie al cibo preparatoci con tanta
cura dall’oste le obbligheremo a bere parecchio,
poi quando i fumi dell’alcol avranno attenuato i
loro sensi le faremo bere il vino con il sonnifero.
Questo dovrebbe avere un effetto quasi
immediato, ma dovrebbero essere abbastanza
ubriache per non sospettare niente fino al
risveglio. Quindi attenti, dovremo mangiare come
niente fosse, cercando di bere solo il vino buono;
pertanto fate anche finta di bere, per conservarne
il più possibile. Un’ultima cosa, avvertire Abdul
sarebbe troppo rischioso, quindi non ditegli

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niente. Al massimo viaggeremo mentre lui dorme,
portandocelo dietro-.
-E se lo lasciassimo qui?- proposi, ma non ebbi
risposta.
Prendemmo un vassoio, vi sistemammo sopra le
vivande e le portammo al tavolo.
–Era ora, pensavo che foste andati e caccia mentre
facevate fermentare il vino!- Esclamò il Turco. –
Se proprio non ti piaceva la compagnia con cui ti
abbiamo lasciato, potevi venire a darci una mano,
non vedi quanta roba abbiamo preso?– risposi
mentre aiutava gli altri a fare le porzioni:
Randolph si occupava dell’arrosto, mentre Tindy
riempiva fino all’orlo i boccali di vino; subito
Carter propose un brindisi in onore del nostro
incontro. Subito dopo ne proposi uno io in onore
delle nostre affascinanti ospiti; le ragazze in un
primo momento rifiutarono il cibo con la scusa di
aver già cenato, ma accettarono comunque
qualche boccone come assaggio, che le portò a
bere altro vino; in poco tempo i calici furono
riempiti per la seconda volta e nuovamente
svuotati per un nuovo brindisi.
Passato un po’ di tempo le ragazze si unirono al
pranzo degli altri; in breve la prima caraffa di vino
giunse a metà. Abdul chiese che gli fosse passata
per riempire nuovamente il suo bicchiere, nel
farlo, “sbadatamente” la ribaltai, rovesciandone

101
quanto ne rimaneva sui suoi vestiti; fra l’ilarità
generale e le imprecazioni di quest’ultimo
Randolph propose un nuovo brindisi, riempiendo i
calici con il vino dell’altra brocca.
L’effetto del sonnifero fu graduale ma inesorabile,
nel giro di mezz’ora Abdul e le ragazze si
accasciarono sul tavolo in preda ad un
profondissimo sonno.
Quando tutti e cinque giacquero addormentati io,
Randolph e Tindiana ordinammo tre caraffe
d’acqua, che furono svuotate in meno che non si
dica.
Randolph prese la caraffa di vino e la rovesciò
sulle teste delle ragazze.
-Sembra che abbia funzionato, ma è meglio essere
prudenti-.
-Come scusa, non ne eri sicuro?- chiese allarmato
il Tindy.
–Assolutamente no! Ed ora evitiamo commenti
superflui, dobbiamo portarle di sopra prima che
qualcuno sospetti qualcosa-.
Annuimmo, infondo si trovavano pur sempre in
osteria, anche se data l’ora molto tarda non era
affollata e soprattutto la maggior parte degli
avventori si trovava nelle stesse condizione dei
loro commensali.

102
-Anche portando una ragazza a testa dovremo fare
due viaggi, lasciando qui Abdul- fece notare
Tindiana.
–Non credo che qualcuno lo possa rapire-.
sogghignai.
-Voi due portate su le ragazze-, ci ordinò
Randolph, -legatele in modo non troppo stretto mi
raccomando-. poi guardò Tindiana negli occhi: –
Soprattutto mettete loro in testa un panno; che
quello sia assicurato bene. Io rimarrò qui a
sorvegliare gli altri. Un ultima cosa: non fatevi
venire strane idee in mente!- disse Randolph
mentre recuperava la chiave della camera delle
ragazze.
Io e Tindiana prendemmo ciascuno una ragazza,
facendo passare un loro braccio dietro le spalle e
sorreggendole con il braccio destro.
In camera ad ognuna legammo braccia e gambe e
arrotolammo un panno intorno alla testa. Scesi,
prendemmo le altre due e riservando loro lo stesso
trattamento. Finito il lavoro chiudemmo
accuratamente la camera portandoci via la chiave;
scendemmo nuovamente di sotto ed esausti ci
lasciammo cadere sulle panche.
L’ora si era fatta particolarmente tarda e non
mancava molto alla chiusura del locale che era
stato abbandonato da molti avventori, i pochi che
si trovavano ancori lì o possedevano camere o si

103
apprestavano ad andarsene, alcuni completamente
ubriachi giacevano stesi sotto i tavoli e l’oste e i
suoi assistenti cercavano di farli rinvenire per non
dover far la fatica di scaraventarli di peso fuori, in
definitiva nessuno aveva badato a ciò che
avevamo fatto.
Randolph ci porse una caraffa d’acqua e dei
boccali.
–Spero che tu non ci abbia messo il sonnifero-.
commentò ironicamente Tindiana mentre si
versava da bere.
–Onestamente non mi dispiacerebbe dormire a
lungo dopo tutto il lavoro che ho fatto-, dissi, -
quelle quattro sembravano tanto carine, esili, ben
proporzionate, ma portarle a peso morto di sopra
ho fatto una gran fatica-.
-Mi dispiace ma non abbiamo ancora finito, ci
converrà trasferirci tutti in una camera, facendo
dei turni, domattina non appena aprono le porte
della città partirà la carovana per Ulthar, ritengo
sia meglio aggregarci ad essa-.
–Non sarebbe meglio viaggiare da soli? Fra tutta
quella gente potrebbero nascondersi altre insidie-.
replicai.
–Sì, lo penso anch’io, ma guardiamo i lati positivi:
non rischieremo un’imboscata, la sera potremo
permetterci pasti caldi, senza timore che il fuoco
attragga animali, cucineremo per conto nostro,

104
evitando sorprese e faremo i turni per dormire,
inoltre Abdul sarà fuorigioco almeno fino a
dopodomani e dovremmo portarcelo dietro come
un peso morto, così basterà caricarlo su un carro
con uno di noi che lo sorveglia. Infine penso che i
nostri inseguitori ritengano più logico che un
gruppo di fuggiaschi tenti di raggiungere la
propria meta percorrendo solitari sentieri poco
battuti, invece che rischiare confondendosi con la
folla. Non credete?-
–Sinceramente la prudenza mi spingerebbe a
seguire la logica dei nostri nemici, ma il pensiero
di portarmi dietro uno che ha la stessa reattività di
un sacco di patate mi fa cambiare idea. Vada per
la carovana-. conclusi.
Tindiana si limitò ad annuire.
–Bene, ora andiamo a dormire, io sarò il primo a
fare la guardia, poi tu, e infine Tindy. Ehi, dove
state andando?!- ci gridò Randolph quando
stavamo già salendo le scale. Ci fermammo e ci
voltammo verso l’occultista per sapere cosa
voleva. –Vi state dimenticando di portare di sopra
Abdul-. Io e il Tindy ci guardammo in faccia, poi
voltandosi nuovamente verso il tavolo
sorridemmo a Randolph, facendo capire al nostro
amico che se voleva che Abdul fosse portato al
piano superiore doveva farlo da solo, quindi ci
voltammo e riprendemmo a salire le scale.

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4. LA CAROVANA
Al mattino, quando Tindiana sentì che l’oste
apriva le pesanti porte del locale, ci svegliò e ci
preparammo a partire. La cosa più difficile fu
legare Abdul sul cavallo in modo che non cadesse,
non fidandosi troppo di me, Randolph preferì fare
da solo.
Dopo aver caricato i bagagli e saldato il conto ci
dirigemmo verso la piazza dalla quale, con
intervalli di venti giorni, partiva la carovana per
Ulthar.
Alla stazione di posta pagammo i biglietti e ci
unimmo al convoglio, riuscendo ad ottenere alcuni
posti su un carro guidato da uno dei responsabili
della sicurezza, un uomo di nome Robert Blake.
Caricammo Abdul sul carro insieme ai bagagli e
terminammo gli ultimi preparativi per la partenza.
Verso mezzogiorno lasciammo la città, l’ampia
strada in terra battuta costeggiava il fiume Skai.
Un alto e ampio argine in terra battuta proteggeva
la via carovaniera dall’impeto delle acque durante
il periodo delle piogge, in modo tale da poter
garantire i collegamenti fra le due città; sulla
destra il paesaggio era caratterizzato da una
pianura rigogliosa, interrotta ogni tanto da piccoli
boschetti, dove era possibile trovare della
cacciagione, o qualcuno che tendesse un

106
imboscata, come fece notare Randolph mentre la
lunga fila di carri sfilava di fronte a uno di questi.
Il mezzo di Blake, un piccolo carro scoperto al
quale era legato un secondo cavallo utilizzato per
spostamenti veloci, viaggiava nel mezzo della
carovana.
-…Niente di commestibile, trasporto corde, torce
e altro materiale che possa essere utile agli
esploratori. – ci aveva assicurato l’uomo, mentre
caricavamo Abdul.
Blake, o più semplicemente Bob, come volle
essere chiamato, si dimostrò cordiale e simpatico,
caratterizzato da un grande senso dell’umorismo,
alle volte un po’ macabro; durante quella prima
giornata di marcia avemmo modo di parlare a
lungo con lui, dai suoi discorsi capimmo che
aveva passato una vita errabonda, visitando molte
delle terre comprese fra il mare Cenerario e quello
Meridionale.
–Devono essere molti anni che vaghi per queste
terre-. commentò Randolph.
–Neanche tanti-, rispose Bob, -forse una decina,
da quando sono venuto a vivere qui. Era da molto
che volevo rivedere alcuni amici che si
trasferirono in questi luoghi molto tempo fa,
quindi non appena ne ebbi l’occasione mi…
trasferii da queste parti-.

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-Così anche tu non sei di queste parti, posso
chiederti da dove vieni?-
Bob fece finta di non aver sentito l’ultima
domanda dell’occultista, lo fissò accennando un
sorriso e poi spronò il cavallo, dicendo che andava
in perlustrazione.
Io e il Tindy assistemmo alla scena, guardammo
entrambi Randolph in silenzio, poi diedi voce ai
miei pensieri:
–Mi sono appena ricordato di una cosa che ci ha
detto Klarkash: che un sognatore esperto sa
riconoscere altri come lui quando li incontra-.
-Si, ma ha anche detto che da molti anni non ne
giungevano di nuovi-. puntualizzò Randoph.
Tindiana si intromise visibilmente turbato:
–Si, ma Blake ha affermato di non vivere qui da
molto; questo però non esclude che non possa
esservi già stato in precedenza. A parte questo c’è
qualcosa di lui che mi sfugge-.
-Pensi che possa essere pericoloso?- gli chiese
Randolph
–No, o almeno non per noi. Credo che invece
sappia molto di più di quanto voglia farci
intendere e inoltre mi ricorda qualcuno, ma non
riesco a capire esattamente chi-.
Quella sera, quando ormai ci eravamo fermati per
organizzare l’accampamento notturno, Abdul
finalmente si svegliò. Era ancora intontito dagli

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effetti della droga e si guardò intorno con aria
stralunata, domandò subito che fine avessero fatto
le ragazze e io ne approfittai per prenderlo in giro:
–Ma come, non ricordi nulla? Stanotte ci siamo
appartati ognuno con una delle ragazze. Certo,
avevamo tutti alzato un po’ il gomito, ma dal
dispiacere che si leggeva sul viso delle ragazze
questa mattina, quando ci siamo dovuti separare,
credevo che ci fossimo dati tutti da fare! La tua
soprattutto era particolarmente dispiaciuta: (in
falsetto) Mai trovai uomo che soddisfò appieno le
mie fantasie più nascoste! Ci ha detto così quando
ti siamo venti a recuperare completamente
stremato dal suo letto. Comincio a credere che tu
sia crollato a causa del troppo bere e lei sentendo i
rumori provenienti dalle altre camere abbia
mentito per non sfigurare con le amiche. Voi che
ne dite, ragazzi?–
Gli altri risero e appoggiarono il mio scherzo.
-Eh, già-, fece Tindiana, -soprattutto visto che la
mia camera era affianco alla loro e quei gemiti che
ogni tanto sentivo sembravano un po’ finti-.
–Non è vero!- esclamò in un impeto di orgoglio
Abdul, -Mi ricordo tutto invece! È che sono
talmente stanco da essere ancora un po’
intontito!–

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–Ah! Allora, è vero che ha usato su di te un grosso
fallo di bronzo per compiacerla!– lo derise
Tindiana
Prima che il turco potesse replicare Randolph ci
interruppe:
–Basta con i discorsi beceri. È pronto da
mangiare-.
Quella sera il turno di guardia venne lasciato
interamente ad Abdul, il quale ovviamente ebbe
da ridire, ma eravamo troppo stanchi per trovare la
forza di discutere e lo zittimmo sul nascere,
dopotutto aveva dormito per quasi tutto il viaggio.
Il mattino seguente la carovana ripartì all’alba, il
viaggio proseguì lento e monotono fino al
tramonto, quando ci fermammo per allestire
nuovamente il campo.
Mentre alcuni montavano le tende, altri
constatavano le condizioni del carico o
preparavano la cena. Decidemmo di dividere il
turno di guardia in due, entrambi montati a
coppie.
Il primo turno toccò a Randolph e Tindiana, poi a
me e Abdul.
A Blake, che sembrava riposare pochissimo,
spettava il compito di coordinare le varie
sentinelle del campo, pertanto avrebbe passato
quasi tutta la notte in giro per l’accampamento.
Dopo cena rimanemmo nuovamente soli.

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–Quanto ci rimane ancore di viaggio?- chiese
Abdul.
–Se non ricordo male-, gli rispose Randolph, -
dovremmo impiegare in totale una settimana, dieci
giorni al massimo-
–Così tanto? Non si potrebbe trovare il modo di
arrivare subito, coma durante le partite: fare uno,
al massimo due incontri occasionali, sai
affrontando lupi, orchi o briganti, e poi con il
master che dice: Al decimo giorno giungete
finalmente a destinazione. Vivere l’avventura in
presa diretta minuto dopo minuto è leggermente
stancante-.
-Beh, sei stanco?- lo derisi, -Mi dispiace, ma
finché viviamo l’avventura sarai costretto a farti
passare ogni minuto per quanto ti possa apparire
lento e noioso, pertanto piantala di lamentarti
come tuo solito, non sei il solo che non ne può più
di quest’attesa-.
Dopo quella frase mi sentii gli occhi degli altri
addosso e mi accorsi che forse avevo usato un
tono un po’ troppo alterato e mi scusai: -Beh,
lascia perdere, il tuo è un problema comune a tutti
noi, e ravvivarlo di continuo non fa che peggiorare
le cose-.
Dopo qualche altro minuto di silenzio diedi
nuovamente corpo ai miei pensieri.

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-E’ questa la cosa strana… voglio dire:
normalmente si tratta di scoprire cosa si cela
dietro al mistero proposto dal Custode, svelando
gli intenti degli “antagonisti”, trovando il modo
più efficace per contrastarli, no? Beh, qui ogni
volta che sembriamo essere vicini a trovare il
bandolo della matassa accade sempre qualcosa di
nuovo che sembra sviare la nostra attenzione,
dando l’impressione che per quanto ci si sforzi per
trovare il quadro d’insieme, manchi sempre
qualcosa; e questo mi preoccupa-.
-Perché?- chiese laconico Abdul.
Prime che potessi nuovamente replicare,
intervenne Tindiana:
–Perché ormai a quel punto potrebbe essere troppo
tardi. Non è detto che le nostre menti possano
sopportare quello che ci verrà rivelato, sempre che
non ci elimino prima-.
Randolph fissò il nostro amico, ma non disse
niente, l’uno sapeva perfettamente cosa pensava
l’altro e viceversa, pertanto decisero di non
proseguire oltre la discussione.
–Mi piacerebbe sapere se ci stanno ancora
inseguendo-. disse l’occultista cambiando
discorso.
–E’ probabile-. dissi e gli altri si voltarono
stupefatti verso di me che, con noncuranza, stavo
mangiando della frutta secca.

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Quando mi accorse dei loro sguardi proseguii:
–Almeno credo, dopo gli ultimi avvenimenti sono
diventato più sospettoso ed ho incominciato a
guardarmi con più attenzione intorno. Oggi ad
esempio, un paio di volte mi è sembrato scorgere
un ombra muoversi nella boscaglia ai bordi della
strada, entrambe le volte mi sono avvicinato,
sperando che si trattasse solo di qualche
animaletto, tipo un coniglio, ma quando ho
controllato, non ho trovato niente; poi la seconda
volta ne parlai con Blake, ci siamo avvicinati con
le armi in pugno, abbiamo spostato con cautela gli
arbusti ma anche questa volta niente. Dopo poco
ce ne andammo ma qualcosa in Blake era
cambiato, sembrava turbato-.
-Ecco! Vedi, le tue paranoie ci stanno contagiando
tutti-. disse scherzosamente, ma non troppo,
Randolph rivolto al Tindy che, senza badarci
troppo, mi domandò:
–Hai detto un’ombra? Che forma aveva?-
-Non saprei, l’ho vista di sfuggita, con la coda
dell’occhio… ma potrei anche essermi sbagliato-.
-Non è detto-.
-Già, magari era qualche creatura che può
diventare invisibile-. sentenziò Abdul.
-Qualunque cosa io abbia veduto o abbia creduto
di vedere sarebbe meglio tenere gli occhi aperti,
dati anche i nostri trascorsi recenti. Non credete?-

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Dopo poco Blake tornò, Tindiana e Abdul si
misero a dormire, mentre io e Randolph
montavamo la guardia.
La notte era serena, il cielo terso fiocamente
illuminato da una luna al primo quarto, la stelle
parevano più luminose del solito.
C’era un ragazzo facente parte della carovana che
intratteneva gli altri viaggiatori con storie e canti
di terre lontane e dimenticate, era un giovani dai
capelli lucenti e biondi, indossava una tunica rossa
e lacerata:
-La mia sola ricchezza sono i sogni-, diceva, -i
ricordi e le speranze di cui canto nei giardini,
quando la luna è dolce e il vento di occidente fa
mormorare i boccioli del loto-. chiedeva ad
ognuno se conosceva Aira, la città di marmo e
berillio di cui spesso decantava l’incredibile
bellezza e di cui egli era principe ereditario, ma
nessuno era stato in grado di aiutarlo nella sua
ricerca.
Più tardi nella radura che costeggiava il lato
sinistro della strada era tutto calmo, dalle altre
parti del campo non si sentivano molti rumori, lo
scoppiettio dei fuochi, il respiro pesante di alcune
persone addormentate, il fruscio delle frasche
mosse dalla brezza notturna, oltre la strada lo
scorrere del fiume ed ogni tanto la fragorosa
emissione dei maleodoranti gas intestinali del

114
turco, che aveva portato gli altri a imporli di
dormire il più lontano possibile da noi.
Ogni tanto Bob si allontanava per controllare gli
altri gruppi.
Durante uno di questi momenti, quando il primo
turno di guardia stava per terminare, una
fortissima folata di vento attraversò il campo da
un capo all’altro, tornando indietro; al secondo
passaggio, Randolph balzò in piedi indicando un
ombra nel cielo stellato, sopra di loro e urlò a
squarcia gola:
–Un Gaunt! Un Gaunt! Sveglia!! C’è un Gaunt!-
Nel campo si scatenò il panico, ma la creatura
sparì in un lampo, così come era apparsa.
Tindiana e Abdul, come tutti gli altri, furono
svegliati dalle grida, Blake giunse di corsa, aveva
avvistato anche lui l’essere e voleva assicurarsi
che stessero tutti bene, poi corse via, a controllare
il resto del campo.
Anche se il pericolo era momentaneamente
passato la veglia ricominciò con maggiore
attenzione; i nostri due amici ci diedero il
cambio, le ore sembravano scorrere con maggiore
lentezza, dopo un po’ si sentì Abdul russare
nuovamente.
–Bella guardia che fate!– commentò Randolph,
Tindiana si voltò verso di noi, ancora svegli.
–Voi dovreste cercare di riposare!-

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-Sinceramente non credo che ci riuscirei, sono
troppo scosso!- gli rispose Randolph.
-Io credo che ci riuscirei benissimo, se quello lì
non facesse tutto questo chiasso!- commentai
stizzito.
–Credete che tornerà?- aggiunsi poi.
-Per quanto spiacevole e pericoloso che possa
essere vedere un Gaunt a Oriab, credo che possa
dirsi “normale”, ma da queste parti non credo-. mi
rispose Randolph.
–Bene ora sappiamo che ci stanno seguendo-.
dissi voltandomi dall’altra parte e infilando la
testa sotto la coperta.
–Sì e spero che si limitino a questo-. terminò
Tindiana.
Nei giorni seguenti il viaggio proseguì senza
interruzioni, noi quattro continuammo a guardarci
intorno con circospezione e a fidarci poco degli
altri, ci preparavano da noi i pasti ed evitavano di
avventurarci da soli in perlustrazione.
Una mattina, mentre eravamo in viaggio, vidi
Randolph leggere attentamente il manuale del
Richiamo di Cthulhu, come se stesse cercando
qualcosa di particolare:
-Cosa cerchi?- gli domandai.
-Tu lo sai che esistono magie in grado di riportarci
a casa in un baleno?-

116
-Quelle del Gran Grimorio? Non credo siano
magie adatte a noi, lascia perdere-.
-Senti qua: Crea portale – si tratta di un
incantesimo assai potente, grazie al quale il mago
può spostarsi verso altre terre, luoghi o mondi.
Ogni singolo portale permette di raggiungere
un’unica destinazione fissa. La creazione del
Portale richiede un certo sacrificio di MAN,
calcolato in base alla distanza in km che si
intende valicare 1-.
-E noi quanto saremmo distanti dalla
Terra?…siamo in un’altra dimesione se non te ne
fossi accorto-.
-Ma sì, pensa che per andare su Yuggoth bastano
9 punti di MAN, ce ne mettiamo un paio per uno e
siamo sicuri-.
-Leggimi un po’ come funzione l’incantesimo,
sono curioso-.
-…uhm, non c’è scritto-.
-A parte che dovresti imparare l’incantesimo, il
che richiede non solo un testo dove viene
descritto, e di solito la lettura di detti testi provoca
perdita di sanità mentale, ma anche determinati
rituali, dove solitamente si sacrificano animali se
non addirittura persone. E anche se lo imparassi ci
impiegheresti dei mesi. Ascolta un cretino: lascia
perdere-.

117
Randolph sbuffò e continuò a cercare qualche
magia che potesse imparare anche lui.
Di notte continuammo ad avvistare ombre alate
alla pallida luce della luna crescente e finalmente
giungemmo in prossimità di Ulthar.
Ad un solo giorno di viaggio un altro problema
sorse: non sapevamo come si chiamasse l’amico
di Klarkash e di Kull, l’unica cosa che sapevamo
era che abitava solitario in una grande casa
signorile, non molto lontano dal tempio dei gatti.
-Ci penso io-. dissi dirigendomi da Blake, al quale
con la solita scusa di dover consegnare una
missiva per conto di alcuni amici, chiesi se
conoscesse in città una casa che corrispondesse
alla descrizione in nostro possesso, se non
addirittura il proprietario.
–Si credo di sapere di chi tu stia parlando-, mi
rispose, -si tratta di un uomo molto schivo e
riservato, si vocifera che fra tutta la popolazione
del luogo egli sia quello più caro ai gatti. Ulthar
non è molto grande e quella casa è l’unica del
genere, sembra essere uscita da un racconto
gotico-.
-Buono a sapersi, grazie-.

118
5. LA CITTA’ DEI GATTI
Poco dopo mezzogiorno una frequente presenza di
gatti ci rivelò che Ulthar era ormai prossima, la
periferia del borgo era piacevole, con case piccole
di campagna e fattorie cinte da steccati, mandrie al
pascolo, e alcuni mulini lungo un affluente del
grande fiume Skai.
Finalmente raggiungemmo Ulthar, di fronte alle
porte meridionali sul cui arco erano incisi due
Siamesi che si fronteggiavano contendendosi con
le zampe un topo.
Salutammo così Blake, il quale ci diede le ultime
indicazioni:
-Proseguite verso il centro della città, ha una
pianta circolare, non vi dovrebbe essere molto
difficile trovarlo, lì sorge il tempio dei gatti, lo
riconoscerete subito, la piazza è invasa dai felini.
La casa che cercate non dovrebbe essere molto
lontana. Bene, è stato un piacere viaggiare con
voi, spero di potervi rincontrare in futuro, che gli
dei vi proteggano-.
Abdul aggiunse a voce cosi bassa che solo io
riuscii sentirlo: –Spero proprio di no-.
Dopo che Blake ci lasciò definitivamente
varcammo le porte della città.
Ulthar era una città molto particolare, anche
rispetto a tutte le altre antiche e magnifiche che
sorgevano nel Reame dei Sogni, qui è un vigore

119
una legge che proibisce di uccidere i gatti, di far
loro del male o di parlargli solo in malo modo.
L’antico borgo era gradevole, con alti tetti a
spiovente, piani superiori che sembravano sul
punto di cadere tanto erano incurvati, comignoli e
banderuole a perdita d’occhio, e piccole stradine
di collina invase da gatti di ogni razza, età e
dimensione. Poi vi era l’alta torre del tempio che
sovrastava la cittadina, una torre coperta d’edera
che sormontava la collina più alta di Ulthar.
Lovecraft narrò di questa città nel racconto “I gatti
di Ulthar”, dove descriveva i suoi amici felini
come creature misteriose e affine alle cose
invisibili che l’uomo non potrà mai conoscere,
l’animo dell’antico Egitto, depositari di racconti
che risalgono alle città dimenticate di Meroe ed
Ophir, parenti dei signori della giungla ed eredi
dei segreti dell’Africa oscura e misteriosa.
Quando avevo letto per la prima volta quel
racconto ero riuscito soltanto ad immaginare
l’affetto che lo scrittore nutriva per quegli animali,
ritenendo “I gatti di Ulthar” solo un omaggio alle
sue care bestiole, ma quei pochi giorni che passai
ad Ulthar mi aprirono invece gli occhi si una
verità che l’uomo moderno aveva dimenticato e di
cui solo gli antichi Egizi erano portatori con i loro
scritti e le loro tombe.

120
Entrammo in una piccola piazza quadrata al cui
centro si ergeva un obelisco di marmo interamente
ricoperto di bassorilievi raffiguranti ogni genere di
felino, intento nelle più diverse attività, anche
quelle più strane per un gatto, come leggere o
conversare con una persona. Ma la decorazione
che più di ogni altra ci colpì fu un bassorilievo
raffigurante un essere antropomorfo dal corpo di
donna con testa, mani e piedi felini. La figura,
rappresentata con un incredibile realismo, aveva
dimensioni e proporzioni che imitavano quelle
umane ed era posizionata in modo da guardare
chiunque passasse attraverso la porta, la destra era
alzata come se stesse invitando ad entrare. Sotto di
essa erano incisa la scritta:
Viandante che giungi a Ulthar sii il benvenuto
qui oltre alle sacre leggi divine,
come le umane, hann valore quelle feline,
pertanto al gatto gentile ricambia il saluto
-Che cavolo vuol dire?- domandò Abdul, –che se
un gatto mi miagola contro non posso nemmeno
dargli una pedata?-
-Esatto. Pertanto per la sicurezza di tutti, sarà
meglio che eviti di farti venire strane idee in testa.
E ricordati pure che qui i gatti non si mangiano!-
Lo ammonii prendendolo sotto braccio e
sussurrandogli ad un orecchio, per non farmi

121
sentire dai diversi felini che si trovavano lì
intorno.
Intanto Randolph e Tindiana stavano fissando il
bassorilievo.
–Sembrerebbe una raffigurazione della dea della
fertilità egizia Bast- constatò il primo.
–Già, mi sembra di averla già vista in un'altra
occasione- notò il secondo.
Ci guardammo in giro, capendo il perché del
soprannome della città: non solo era sacra ai gatti,
ma ovunque posassero lo sguardo vi erano felini
delle di ogni razza e tipo e delle dimensioni più
differenti. Per le strade, invece dell’immancabile
brusio prodotto dal vociare degli uomini, vi era un
perenne miagolio, che rendeva quel posto
particolarmente alieno a orecchie non allenate.
-Mi chiedo come faccia la gente di qui a
sopportarlo-. si lamentò Abdul dopo un po’ che
stavamo girando per le vie di Ulthar alla ricerca
della piazza del tempio.
-Credo che vi siano abituati. Il problema sarà
nostro se non troviamo in fretta questo posto o una
locanda dove si possa dormire tranquillamente-
fece notare Randolph.
Svoltato a destra finalmente giungemmo al
tempio. Normalmente la prima cosa che sarebbe
saltata al occhio di un visitatore sarebbe stata
l’imponenza dell’edificio, costruito in uno stile

122
che ricordava un misto fra il classicismo e l’arte
egizia, ma anche in quel caso ciò che ci colpì fu il
numero dei felini: non vi era luogo nel quale non
vi fosse almeno un animale intento a riposarsi o a
fare qualcosa…
Ci incamminammo lungo il viottolo che passava
alla destra del tempio e sboccammo in una piccola
piazza con una fontana, qui intravedemmo, non
molto distante, una villa un po’ isolata, circondata
da un piccolo giardino recintato da un’alta
inferriata; era costruita in quello stile tardogotico,
tanto in voga in alcuni paesi anglosassoni fra la
fine dell’Ottocento e i del Novecento, sormontata
da una costruzione circolare che ricordava una
piccola torre rotonda.
Cautamente ci avvicinammo all’inferriata.
-Direi proprio che l’abbiamo trovata!- esclamai.
-E cosa ti fa pensare che sia la casa giusta?-
domandò Abdul.
-Beh, è l’unico edificio ad avere un aspetto
inquietante ed è vicino al tempio, voi che dite?–
–In effetti…-, sospirò Randolph, -ma ci conviene
trovare l’entrata e cercare di parlare con il
proprietario-. poi si voltò verso il Tindy. -Che ti
prende?-
Il nostro amico all’improvviso si era piegato
all’indietro, portando le mani all’attaccatura del
mantello.

123
-C’è qualcosa che mi sta tirando il mantello-. disse
voltandosi, vide che dietro di lui non c’era nulla,
ma sentendo il manto appesantito, sollevò l’orlo
per vederne l’interno, e trovò che un piccolo gatto
nero come il carbone vi si stava arrampicando,
conficcando le unghie nella stoffa.
Il gatto era di piccole dimensioni, sembrava quasi
un cucciolo, ma era perfettamente formato, una
gatto in miniatura, con un pelo nero come la notte
e due profondi occhi verde smeraldo.
-Ciao piccolino e tu che ci fai qui?– lo salutò
Tindiana porgendogli la mano affinché l’animale
vi salisse.
Il gatto con un miagolio di ringraziamento salì sul
suo palmo.
–Che carino-, mugolò Tindiana mentre noi
assistevamo a quella scena divertente, -chissà
perché si stava arrampicando su per il mantello?-
–Mi sa perché non aveva niente di meglio da fare,
in questa città sembra che a comandare siano solo
questi gatti-.
–Fossi in te modererei il linguaggio-, lo avvertì
Randolph, -se ti sentisse qualche gatto potrebbe
anche offendersi-.
Abdul stava per replicare quando il Tindy
l’anticipò:
–Non c’è bisogno d’aspettare: è gia successo.
Calmo piccolo è solo uno zozzone che non sa quel

124
che dice-. Infatti il gattino che teneva in mano,
come se avesse capito quello che aveva detto
Abdul, era scattato sulle zampe inarcando la
schiena, alzando la coda, soffiando, sollevando la
zampa anteriore destra minacciando di graffiarlo,
conficcando le unghie nelle carni del Tindy per
avere una presa migliore.
–Vuoi dire che ha capito quello che ho detto?– si
stupì il nostro amico.
–Non so se ha capito ho meno-, ripose il Tindy, -
una cosa è sicura: non gli stai simpatico e non
fatico a capire il perché! Ora chiedi scusa prima di
causare altri guai-.
–Ha ragione-, lo spalleggiò Randlph, -i felini di
questi luoghi sembrano dotati di particolari poteri,
ricordo che nei miei precedenti viaggi…-
–Nei tuoi precedenti viaggi? Ma se è la prima
volta che ti trovi qui…- lo interruppi.
–Si, ma questo non centra, come tu ben sai ho
visitato il Kadath, e ci sono dei racconti a mia
testimonianza…-
–Ancora con quella storia? Non eri tu, ma il tuo
omonimo, lo sappiamo benissimo-.
-Ma che ti frega, tanto è solo un gioco?- rispose
stizzito Randolph.
–Non incomincerai anche tu a credere che tutto
questo sia reale?- mi domandò Abdul che la
pensava come Randolph in proposito.

125
–Io so solo che non voglio altri guai-
Intanto il gattino nero si trovava sulla spalla destra
del Tindy ed era calmo, anzi sembrava che si
fosse divertito nel vederci discutere, mentre
mangiava un pezzo di carne affumicata che il
nostro amico gli aveva dato.
– Bene-, disse Randolph guardando l’entrata
dell’abitazione, -che ne dite di scoprire chi abita in
questa casa? –
Prima che qualcuno di noi potesse rispondere
sentimmo una voce alle nostre spalle.
–Ecco dove ti sei cacciato, piccolo Sam Perkins,
gatto dispettoso!- voltandoci ci trovammo davanti
ad un uomo vestito in modo bizzarro perfino per
la moda del luogo: indossava un aderente abito
nero, in stile fine settecento europeo,
accompagnato da un foulard bianco annodato al
collo, i boccoli di una parrucca incipriata
spuntavano da sotto un capello a tricorno e un
bastone da passeggio di mogano intarsiato, con il
pomello raffigurante la testa di un gatto, era tenuto
saldamente nella mano destra.
Fisicamente l’uomo era alto circa metro e ottanta,
magro e di costituzione longilinea, il volto era
allungato e asciutto con zigomi alti e occhi
profondi, fronte alta e spaziosa, un lieve sorriso e
un espressione che sembrava simulare

126
un’espressione di disinteresse era rivolta verso di
noi.
Il gattino, non appena vide l’uomo, saltò giù dalla
spalla del Tindy e con un paio di balzi si
arrampicò su quella dell’uomo, facendo le fusa.
L’uomo allora si rivolse a noi:
–Scusate, spero che Sam non vi abbia infastidito,
dovete sapere che è un gatto molto curioso,
soprattutto secondo i canoni felini vigenti in
questa città-.
Randolph rispose a nome del gruppo:
–No, il suo gatto non ci ha procurato nessun
disturbo, eravamo stati avvisati della particolarità
di questa città-
-Il mio gatto? Forse non vi hanno istruito molto
bene: a Ulthar nessun felino è di qualcuno, tutt'al
più decide di vivere in compagnia di qualcuno. In
ogni caso se posso fare qualcosa per voi, per
ringraziarvi di aver sopportato questo piccolo
guastafeste, dite pure-.
-Un altro dei nostri colpi di culo, fortuna che
nessuno si fa gli affari suoi, in questo mondo-. si
lamentò Abdul sottovoce.
–Che hai da lamentarti se qualcuno si mostra
gentile?- lo zittii.
-Beh-, proseguì Randolph nella conversazione, -a
dire il vero c’è un modo per aiutarci: potrebbe
dirci chi abita in questa casa?–

127
L’uomo palesò il suo stupore per quella strana
richiesta, aggrottando le sopraciglia:
–Sicuramente, quella è la sede del , ma se
posso permettermi: perché lo volete sapere?-
Randolph era perplesso – Kat, dice? Vede stiamo
cercando un uomo perché dobbiamo consegnargli
una missiva da parte di alcuni suoi amici e dalle
indicazioni avute l’abitazione dovrebbe essere
quella. Ci può dire cos’è il Kat?-
-Ora capisco. Kappa Alfa Tau è l’acronimo per
Club dei Gatti Eleganti, utilizzando l’alfabeto
greco, secondo la tradizione dei club universitari.
Ma non conoscete il nome di quest’uomo?-
-A dire il vero no, sappiamo solo che è una
persona molto riservata e che i gatti lo hanno in
molta considerazione, il che non è da poco qui ad
Ulthar-.
L’uomo sembrava sempre più turbato:
-In ogni caso non preoccupatevi, nell’edificio
abita effettivamente quello che si potrebbe
definire il guardiano, si prende cura dei membri
del Club assicurandosi che abbiano del latte in
abbondanza tutto il giorno. Anche il piccolo Sam
vi fa parte, sarà sicuramente felice di farvi parlare
con lui. Sempre se lo riterrà necessario. -
–Perché scusi-, s’intromise Abdul, -se non
dovesse ritenerlo opportuno non potremmo parlare
con lui?-

128
-Se vi dovesse ritenere pericolosi si rifiuterebbe di
presentarvelo-. rispose l’uomo come se fosse la
cosa più ovvia di questo mondo.
–Bene-, continuò Randolph, -se le cose stanno
così, credo che non ci resti che una cosa da fare,
per quanto assurda possa essere. –
-Dici che dovremmo chiedere al gatto se può
presentarci il guardiano?- domandai a Randolph,
lui alzò le spalle, così come Tindiana, mentre
Abdul ci prendeva un po’ per scemi e lo sguardo
che rivolse al cielo era molto eloquente.
-Tindy tocca a te-. dissi al mio amico.
-Io?- titubò Tindiana.
-E’ tuo il mantello su cui si è arrampicato, gli
piacerai-.
Il Tindy, visibilmente imbarazzato per quella
situazione, si schiarì la voce, fece un passo in
avanti rivolgendosi al nostro insolito interlocutore,
che fino al quel momento aveva assistito
abbastanza divertito alla discussione.
–Capisce quello che dico?- chiese Tindiana
all’uomo.
-Capisce perfettamente il linguaggio degli uomini,
anche se poi parla nel linguaggio segreto dei gatti
ignorato dalla maggior parte degli uomini, ma non
preoccupatevi, io lo conosco e vi riferirò quello
che dirà-.

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Dopo qualche attimo di esitazione il Tindy si
rivolse al gattino:
–Piccolo Sam Perkins, saresti così gentile da
poterci presentare al Guardiano del Kappa Alfa
Tau?- il gatto, seduto sulle zampe posteriori sopra
la spalla dell’uomo, con un atteggiamento fra il
solenne e il divertito, miagolò a lungo qualcosa
all’uomo.
Questi aggrottò le sopracciglia stupito:
–Ehm, dice che presenterebbe volentieri degli
amici che hanno bisogno di aiuto al segretario del
K.A.T., ma dice che degli amici si conosce il
nome, mentre voi non vi siete presentati-.
Il gatto annuiva seriamente.
-C’ha ragione!- esclamai rimproverando i miei
amici, -Non ci siamo nemmeno presentati, dai
Tindy, digli i nostri nomi-.
–Io sono il professor Henry Tindiana Jones,
archeologo, mentre i miei compagni di viaggio
sono Paul Kevin Araya, detective privato, Abdulla
Fattinlhà, mercante di tappeti e Randolph Carter,
Occultista-. Sentendo l’ultimo nome sia l’uomo
che il felino furono alquanto sorpresi.
-Randolph Carter? Quel Randolph Carter? Strano
lo facevo più alto-.
– Beh, sa…se ne dicono tante sul mio conto…-

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–Guardi che non è quel Carter che ha viaggiato in
lungo e in largo per il Reame dei Sogni, è solo un
caso di omonimia.
–Pensa un po’ ai fatti tuoi!- se la prese Randolph.
–Io non voglio rovinarti il divertimento, ma se ti
vengono degli attacchi di megalomania puoi
metterci tutti nei guai. E se poi incontriamo quello
vero? Come la mettiamo? O peggio, se
incontriamo i suoi nemici o qualcuno che ce l’ha a
morte con lui? Ci troveremmo in guai seri. Finché
ne parli con noi non c’è problema, ma con degli
estranei è meglio se ti risparmi queste uscite.
-Perché? Ad andare in giro con voi non rischio
forse di finire anch’io in grossi guai?-
–Perdonateci-, si scusò il Tindy con l’uomo, -so
che tutto questo sembra surreale, ma vi assicuro
che da noi è sempre stata la normalità-.
-Non si preoccupi, è da tanto che non mi divertivo
così; ed anche a Sam siete simpatici. Quindi-,
disse rivolgendosi al gattino, –credo che adesso
che si sono presentati, tu non faccia altri problemi
ad aiutarli, vero?- Il felino emise un altro miagolio
serio. –Hai ragione, adesso sarebbe buona creanza
che sia io a presentarmi-.
L’uomo si rivolse a noi facendo un lieve inchino
appoggiandosi con la destra il bastone da
passeggio, come un perfetto lord del diciottesimo
secolo:

131
–Gli amici e i gatti mi chiamano E’ch–Pi–El-.
-Piacere-. rispondemmo noi.
–Bene-, proseguì E’ch–Pi–El, -adesso
sembrerebbe che Sam non abbia più alcun
problema ad accompagnarvi, se lo permettete lo
farò anch’io, credo che abbiate bisogno di un
interprete-.
Randolph, anticipando accettò a nome di tutti
l’offerta.
E’ ch–Pi–El e il gatto fecero strada fino all’entrata
della casa, conducendoci attraverso uno splendido
giardino.
–Siamo sicuri che sia una buona idea fidarsi di
lui?- sussurrò Abdul per non farsi sentire, -
potrebbe essere un’altra trappola. La messinscena
di poco fa era sicuramente per scoprire i nostri
nomi!-
–Potrebbe anche darsi-, gli risposi, -ma sai anche
tu che i gatti di questo mondo hanno veramente un
loro linguaggio che può essere compreso solo da
chi vogliono loro, e noi non lo parliamo; inoltre
sembra più innocuo di certe ragazze che ci hai
fatto conoscere-.
–Di che diavolo parli? –
–Già, dimenticavo che non ti ricordi nulla.
Almeno questa volta staremo in guardia-.

132
–Appunto per questo sarà meglio che ognuno di
noi faccia attenzione a quello che dice e fa.
D’accordo?- annuimmo entrambi.
Raggiungemmo l’entrata principale: la casa
sembrava una classica riproduzione delle villette
signorili in stile neo gotico di alcune zone del
New England. Un portico sulla facciata principale,
due piani rialzati, più un solaio di forma circolare
in cima (unico particolare strano della
costruzione).
E’ch–Pi–El bussò e la porta si aprì lentamente,
senza alcun cigolio.
Comparve un grosso certosino, dal pelo cinereo,
che miagolando diede il benvenuto agli ospiti,
facendoli accomodare.
–Buon giorno Aaron-, lo salutò E’ch–Pi–El, -ho
portato alcuni ospiti amici di Sam, desiderano
parlare con il Segretario-.
Immediatamente da ogni angolo della casa decine
di felini vennero a vederci, incuriositi,
circondandoci e annusandoci.
Eravamo completamente impacciati, bloccati da
tutti quegli animali in ogni dove, un paio di grossi
tigrati saltarono addosso ad Abdul facendolo
cadere e subito venne ricoperto dagli animali.
–Non preoccupatevi-, ci rasserenò E’ch–Pi–El, -
vogliono solo studiarvi, io vado a vedere se c’è
l’uomo che cercate. Quando avranno finito seguite

133
Sam-. poi si diresse verso quello che doveva
essere il salotto.
–Lo sapevo che era una trappola-. esclamò Abdul
tirandosi su.
–Se non la pianti di lamentarti ti cospargo di pesce
crudo e ti lascio in loro balia, che ne dici?–
–Non sembrano avere cattive intenzioni-. lo
rassicurò Randolph.
–Io non mi fido-, continuò Abdul, -non è normale
avere tutti questi gatti. Inoltre sono animali…-
–Sta zitto! Questi capiscono perfettamente quello
che dici-.
Infatti i gatti si erano fermati e si erano voltati a
guardare il turco con aria di superiorità e di sfida.
Improvvisamente Sam saltò su un tavolino e
incominciò a miagolare, gli altri felini si voltarono
ad ascoltarlo, dopodiché incominciarono a
miagolare gli uni con gli altri e infine si
dispersero, trasferendosi nel salotto.
-Ora cerca di controllarti-, suggerì Randolph ad
Abdul, -ok?-
Il nostro amico annuì: -Ok, prometto di non dire
più nulla ai gatti-.
-Vorrei ricordarvi una cosa-, disse il Tindy, –in
ogni gioco di ruolo dal vivo il gruppo vincitore
non viene deciso solo dal fatto che sia riuscito o
meno a portare a termine la missione, ma anche di
come ha agito. Il motivo per cui ultimamente

134
siamo costretti ad affrontare così tanti nemici
significa che in un modo o nell’altro ci stiamo
avvicinando alla soluzione della storia. Poi,
parliamoci chiaramente, finora non abbiamo
incontrato altri investigatori e nemmeno altri
cultisti, probabilmente siamo riusciti spingerci più
avanti di tutti gli altri con la storia. Non roviniamo
tutto adesso riprendendoci o sgridandoci-.
–Il Tindy ha ragione-, lo fiancheggiò Randolph, -e
poi vedi, anche lui fingeva quando diceva di
credere alla realtà di questo mondo. Siamo entrati
tutti nelle parti dei nostri personaggi, com’è giusto
che sia. Quindi, effettivamente, se siamo avanti
con l’avventura possiamo avere la possibilità di
terminarla in fretta per tornarcene poi
tranquillamente a casa-.
Finita la discussione tutti e quattro entrammo
tranquillamente nel soggiorno, dove Sam ci stava
aspettando e dove anche gli altri gatti ci stavano
studiando sempre più incuriositi. Da lì seguimmo
il gatto lungo una rampa di scale di legno fino ad
una anticamera al primo piano.
Quindi il gattino si diresse dall’altra parte della
stanza, dove c’era una pesante doppia porta di
mogano e, miagolando, ci fece capire che eravamo
attesi dall’altra parte.
Randolph bussò e oltre la porta una voce ci invitò
ad entrare.

135
L’occultista ci lanciò uno sguardo d’intesa ed aprì
uno dei due battenti.
La nuova stanza era lo studio del K.A.T., le pareti
erano interamente occupate da librerie alte fino al
soffitto, traboccanti di tomi, al centro della stanza
vi era una grande scrivania di legno scuro con
sopra libri, fogli, un calamaio e una lampada od
olio.
Un ampia finestra occupava quasi interamente la
parete alla destra, rispetto all’entrata, sotto di essa
vi era un comodo sofà, con di fianco un tavolino
su cui vi era posta una seconda lampada. Quattro
comode poltrone erano posizionate davanti alla
scrivania, dietro ad essa, seduto comodamente su
un'altra poltrona, E’ch–Pi–El sorrideva sornione.
Si era tolto la fluente parrucca rivelando una
capigliatura castano chiara tagliata molto corta.
Dalla parte opposta della stanza, alle spalle
dell’uomo, si intravedeva un’altra porta.
Entrammo un po’ confusi e sorpresi, alcuni gatti ci
seguirono, Sam con un balzo salì sullo scrittoio,
accoccolandosi davanti a E’ch–Pi–El, il quale
incominciò ad accarezzarlo.
–Immagino sia lei il nostro amico misterioso-.
disse Randolph.
-Sì, sono io. Prego accomodatevi-. disse indicando
le poltrone.

136
Ci accomodarono un po’ sospettosi, forse Abdul
non aveva poi tutti i torti a non fidarsi.
–Spero vogliate perdonare questo mio
stratagemma da pulp magazine-, si scusò E’ch–
Pi–El, -ma questa mattina ho incontrato un mio
vecchio amico, credo lo abbiate conosciuto, si
chiama Robert Blake; egli mi ha parlato di voi e
del vostro “tranquillo viaggio”. Così decisi di
studiarvi, dovete sapere che sono una persona
molto riservata e non ricevo mai molte visite, non
volevo che i vicini incominciassero a sparlare. Ma
veniamo a noi: potrei sapere chi vi ha parlato e
mandato da me? -
Fu Randolph, come sempre, a parlare per tutti:
–Un barbaro di nome Kull e un’alchimista di
nome Klarkhas–Ton. Ho qui una loro lettera per
lei-. disse mentre prendeva la missiva dalla sua
sacca da viaggio e la porgeva al nostro ospite.
E’ch–Pi–El prese il plico e lo esaminò per alcuni
istanti, come per assicurarsi che fosse autentico,
poi, sicuro, ruppe il sigillo e incominciò a scorrere
i diversi fogli che componevano la lettera.
L’operazione durò diversi minuti, durante i quali
ci guardammo attorno, incuriositi da quella
particolare dimora.
D’un tratto mi accorsi che Randolph stava
fissando il Tindy con sguardo preoccupato, questi
a sua volta stava studiando il nostro anfitrione ed

137
aveva l’espressione di chi conosce qualcuno che
ha incontrato, ma di cui non riesce a ricordare né
il nome, né dove lo avesse visto prima.
Alla fine E’ch–Pi–El depose i fogli sul tavolo,
l’investigatore vide che erano completamente
bianchi.
Notando il nostro sguardo attonito E’ch–Pi–El si
apprestò a spiegarci:
–Ai vostri occhi questi fogli sembrano bianchi, ma
non per me. Klarkhas ha usato un inchiostro
magico, permette solo a chi è indirizzata la lettera
di leggerla. Anche il sigillo era magico, non
sareste mai riusciti ad aprirlo, ma io mi sarei
accorto del tentativo di manomissione. Sembra
comunque che non siate persone troppo curiose.
Quanto a Klarkhas, narra nel solito stile
ampolloso e ricercato di Baharna del vostro
bisogno di tornare a casa. Bene, cosa porta quattro
viaggiatori alle prime armi ad avventurarsi per le
Terre del Sogno? –
– È una storia lunga e complicata, cercherò di
riassumerla-. disse Randolph.
–Non importa, adoro le storie lunghe e complesse,
magari con strani risvolti diciamo “fuori dal
comune”, un tempo erano la mia specialità. Faccia
pure con calma, Mr. Carter e non si preoccupi del
tempo, sarete miei ospiti. -

138
–È molto gentile, ma noi dobbiamo anche
recuperare i nostri cavalli, li abbiamo dovuti
lasciare alle porte orientali-.
–Questo non è un problema-. E’ch–Pi–El si voltò
verso un grosso soriano, -Jonathan, ti
dispiacerebbe essere così gentile da andare a
recuperare le cavalcature dei nostri ospiti e
portarli ad alloggiare nel capanno della legna? – il
gatto emise un miagolio d’assenso e lasciò la
stanza.
–Non preoccupatevi, riconoscerà i vostri animali
dall’odore. Ora potete incominciare-.
Quello che seguì nelle due ore successive fu
l’ennesimo racconto esposto da Randolph
dall’incontro con Della Robbia fino al loro arrivo
a Ulthar, tralasciando alcuni dettagli inutili e
modificando alcuni particolari dell’incontro con le
quattro sacerdotesse.
E’ch–Pi–El rimase silenzioso per tutto il tempo
del racconto. Sam rimase accoccolato sulla
scrivania, mentre l’uomo carezzava un siamese;
quando l’occultista ebbe finito E’ch–Pi–El rimase
in silenzio per alcuni minuti, pensieroso. Dava
l’impressione di continuare ad esaminarci.
–Interessante-, esordì poi, -ma se devo essere
sincero, c’è qualcosa che non mi convince
appieno, soprattutto all’inizio. Scusate, ma
sembrate molto più giovani e inesperti di quanto

139
diciate. Il modo di operare di quei cultisti, anche
delle vostre amiche, i suicidi, le situazioni bizzarre
in cui siete incappati. E’ tutto molto strano,
sembra quasi che vi sia qualcuno dietro tutto
questo, credevo che certe porte fossero ormai
completamente chiuse, almeno per gli uomini…-
quest’ultima frase sembrava detta più a sé stesso
che verso di noi.
Io avevo avuto l’impressione che con quella frase
E’ch–Pi–El avesse alluso al Custode e rimasi
dubbioso se raccontare tutto quanto e dal mio
punto di vista, di certo differente da quello
“ludico” di Randolph. Mentre pensavo questo vidi
i volti dei miei amici: Abdul sembrava perplesso,
Randolph, che probabilmente aveva avuto i miei
stessi pensieri, sorrideva sarcastico, e Tindiana
sembrava dubbioso.
Il nostro ospite continuò: –Non sapete perché siete
giunti qui?-
–Ad essere sinceri… proprio no-. continuò
Randolph, -Ci hanno obbligato a partecipare al
rito per aprire il varco e poi, dopo aver bevuto una
strana pozione, abbiamo i sensi risvegliandoci in
questo mondo-.
-Se è cosi, l’unica cosa che potete… no, che
dovete fare è tornare indietro il prima possibile. Se
per voi va bene, domani vi accompagnerò alla
Grotta della Fiamma, uno degli accesi onirici di

140
questo mondo; i sacerdoti che vi risiedono sono
mie vecchie conoscenze, sapranno trovare un
modo per rimandarvi indietro. E se non dovesse
funzionare, non molto lontano da lì sorge la
Foresta Incantata, nascosti nei suoi meandri vi
sono alcuni punti di contatto con il vostro mondo.
L’unico problema sarà trovare il tempo giusto. –
–Tempo?- domandò il Tindy.
–Sì, quei varchi tendono ad essere instabili,
potreste finire in un epoca sbagliata, addirittura
un’era sbagliata e non credo che lo trovereste
piacevole-.
–Sembra quasi che parliate per esperienza diretta-.
commentai.
–Alle volte mi annoio e quando posso mi piace
viaggiare, prendendo tutte le precauzioni del caso.
Cerco di informarmi su dove e quando vado. –
–E come fate?– gli chiese Abdul.
–Beh, Come mi disse una volta Houdini: “Ogni
grande mago ha i suoi segreti, che non possono
essere insegnati neanche agli allievi!” –
–Avete conosciuto il mago Houdini?-
–A dire il vero lo vidi solo un paio di volte,
comuni amici gli avevano parlato dei miei
interessi e lui mi chiese una consulenza per un
fatto capitatogli non molto tempo prima. Era una
persona molto sicura di sé ed alle volte anche
avventata, soprattutto nell’utilizzare tecniche,

141
diciamo “non ortodosse”, per i suoi numeri. E
questo gli è costato più caro di quanto possiate
immaginare-. d’improvviso guardò un bizzarro
orologio a cucù posto sul muro. -Caspita se si è
fatto tardi! È quasi ora di cena, scusate, vado a
vedere se è tutto pronto-.
Così dicendo si alzò e uscì dalla porta principale,
accompagnato da molti gatti, solo Sam rimase a
farci compagnia.
Dopo che E’ch–Pi–El e i gatti furono usciti per
alcuni instanti regnò il silenzio.
Poi quando fummo sicuri che non potevamo
essere sentiti demmo libero sfogo ai nostri
pensieri.
–Allora che ne pensate?– domandai allungando le
gambe e portando le mani dietro la nuca.
–Io non aggiungo altro-, disse Abdul, -non mi fido
di questo tizio che parla ai gatti-.
-Beh, è quello che volevamo fin dall’inizio, no?-
fece Tindiana, -Trovare un modo per tornare a
casa, E’ch–Pi–El domani ci porterà alla Grotta di
Fiamma, e da lì potremo salire i settecento scalini
che ci separano dal mondo della veglia, il nostro
mondo-.
–Non so voi, ma per un attimo ho quasi creduto
che stesse parlando del Custode-.
Randolph sghignazzò: –Sì, ho avuto anch’io
quest’impressione… e ti assicuro ha fatto fatica

142
nel trattenermi dal ridergli in faccia.
Probabilmente voleva controllare che non
avessimo perso contatto con la realtà,
probabilmente ci stanno monitorando sentendo
quello che diciamo e si devono essere preoccupati
per le nostre continue discussioni-.
–Sì, è sicuramente la risposta più ovvia-. il volto
del mio amico non lasciava trasparire il sarcasmo
della sua frase, –Però chi ci assicura che invece di
riportarci nel mondo reale, non ci portino in
un'altra simulazione, visto che siamo in una realtà
virtuale?-
–Nessuno-, rispose Randolph, intuendo il tono di
sfida di Tindiana, -credo che l’unico modo di far
finire tutto questo sia terminare la partita, in
qualsiasi modo; e vi confesso che la cosa non mi
piace affatto, sto incominciando ad annoiarmi, i
nemici sono molto più forti di noi e non abbiamo
la conoscenza per nessun incantesimo. A questo
punto dovremmo già averne imparato qualcuno,
invece…–
-E ti lamenti!- esclamai, -Dovresti sapere meglio
di tutti che più la conoscenza di certe cose è
profonda, più ne risente la sanità mentale-.
Randolph stava per ribattere quando E’ch–Pi–El,
entrò annunciando che la cena era pronta.
Accantonammo subito la nostra discussione ed
andammo a mangiare.

143
Fu una cena molto particolare per noi che non
eravamo abituati a mangiare con intorno tutti quei
gatti, per quanto amichevoli che fossero
incutevano un certo timore tutti assieme,
osservandoci di continuo e gironzolandoci attorno.
-Vi condurrò da Nasht e Kaman-Tha-, ci disse
E’ch–Pi–El durante il pasto, -i sacerdoti barbuti il
cui tempio simile a una caverna sorge non lontano
dalle porte del mondo diurno-.
-La Caverna di Fiamma, me la ricordo-, dichiarò
sorridendo Randolph, -in effetti ci sono stato-.
Ormai stanchi di ripetergli di finirla con quella
storia del Randolph Carter di Lovecraft, sia io che
Tindiana non dicemmo nulla.
-Beh, visto che c’è stato allora avrà conosciuto i
sacerdoti del Tempio-. arguì il nostro ospite
sorridendo.
-Uhm, certo, è ovvio-. rispose Randolph, un po’
imbarazzato, accortosi finalmente che le sue
parole potevano essere un pericolo per noi tutti.
-Bene, allora conoscerà anche la strada, pensavo
di condurvi io, ma visto che lei afferma di esserci
stato e di conoscere Nasht e Kaman-Tha, non c’è
bisogno che vi ci porti, mi limiterò a ricordarvi
nelle mie preghiere-.
-Eh no, un momento!- esclamai anticipando di un
secondo Tindiana e Abdul, -Il mio amico
scherzava, caro il nostro E’ch–Pi–El, lui non c’è

144
mai stato al tempio e non conosce alcun sacerdote
barbuto, posso garantirglielo. Per cui se vuole
scusarlo e riconsiderare la sua gentile offerta di
accompagnarci le saremmo infinitamente grati-.
E’ch–Pi–El guardò per un breve istante Sam e poi
disse: -Ma certo, miei cari amici, vi accompagnerò
volentieri, solo che vi pregherei di non
appropriarvi delle imprese altrui, Randolph Carter
è un mio caro e vecchio amico, e non sarebbe
felice di sapere che qualcuno si pavoneggia delle
sue avventure senza il suo permesso-.
Tutti noi guardammo Randolph, imbarazzato: -
Ecco…io…le faccio le mie più sentite scuse, non
volevo mancare di rispetto né a lei né al suo
illustre amico, che tra l’altro stimo moltissimo-.
-Scuse accettate, mio buon amico-. E’ch–Pi–El
alzò il calice di vino e ne bevve un po’.
Eravamo ormai al crepuscolo, mi alzai da tavola
per vedere lo spettacolare tramonto sui tetti di
Ulthar dal balcone della sala da pranzo: vidi un
mare di tetti arrossati dai raggi scemanti del sole,
le strade di ciottoli e i placidi campi che si
stendevano in lontananza era colorate di un
magico e dolce colore scarlatto, poi le pareti rosa
degli abbaini si fecero purpuree, e decine di
piccole luci gialle si accesero una a una dietro le
finestre delle abitazioni. Dal tempio che dominava
con il suo campanile l’intera città echeggiò il

145
suono delle campane, presto il cielo stellato
apparve sopra i campi oltre il fiume Skai e la
musica celestiale corse lungo le strade strette e i
terrazzi fioriti di Ulthar, accompagnando canzoni
che narravano di tempi antichi, di quando il
sommo Barzai scalò l’Hatheg-Kla per vedere gli
dei danzare al chiaro di luna, ma anche di
Randolph Carter e del suo viaggio fino alla cima
del monte Kadath.
Prima di andare a dormire potemmo lavarci nel
bagno di E’ch–Pi–El, dopo aver scaldato
dell’acqua in un grosso catino la usammo per
pulirci dalla sabbia e dallo sporco accumulato in
tutti quei giorni di viaggio.
Per la notte ci dividemmo in un paio di stanze per
gli ospiti e dormimmo della grossa, soprattutto
viste le ultime notti scomode, fredde e interrotte
sempre da qualche urlo raccapricciante.
Il mattino dopo, di buon’ora, ci preparammo e,
accompagnati da un bel gruppo di gatti, seguimmo
E’ch–Pi–El lungo la strada che lasciava Ulthar per
il piccolo villaggio di Nir.
Ci incamminammo lungo la strada che
attraversava l’ampia campagna attorno ad Ulthar,
sempre con i gatti al nostri seguito, sentivamo
ogni tanto E’ch–Pi–El conversare con loro,
raccontando dove stavamo andando e a fare cosa,
mentre qualcuno (Abdul) bofonchiava qualcosa in

146
merito al fatto che avevamo lasciato i cavalli per
proseguire a piedi.
-Lo hai sentito E’ch–Pi–El-, gli disse Randolph, -i
cavalli ci saranno solo d’impaccio una volta
raggiunto il bosco, e comunque dovremmo
abbandonarli qui, non vorrai portarti dietro uno di
quei cavalli spero-.
Il nostro amico alzò le spalle, il pensiero forse gli
era passato per la testa.
Dopo un paio d’ore di cammino raggiungemmo il
grande ponte di pietra costruito sopra il fiume
Skai, un’imponente costruzione di granito
costruito in tempi antichi dai primi abitanti di
quella regione, sul suo pilastro principale di
potevano ancora vedere i lineamenti della vittima
umana che ai tempi, circa 1400 anni prima, venne
sacrificata per la costruzione del viadotto.
A mezzogiorno di trovammo a passeggiare per
l’unica strada di Nir, una via alta e angusta, stretta
tra case di pietra vecchie e appiccicate. Qui ci
fermammo per mangiare qualcosa e acquistare
alcune provviste.
Fuori dal piccolo borgo c’era la fertile campagna
con fattorie, magioni, mulini, campi coltivati,
pozzi, bestiame, allevatori e contadini.
Durante il nostro viaggio i gatti si stavano
allontanando uno ad uno per fare ritorno ad

147
Ulthar, ma un gruppetto, tra cui vi era anche Sam,
ci seguiva ancora.
Avvicinandoci sempre più alla Foresta Incantata
notavamo come il cielo stava cambiando colore,
incupendosi, all’orizzonte comparivano sparuti
gruppi di nubi minacciose, un gelido vento
proveniente da nord iniziò lentamente a sollevarsi,
e l’atmosfera inziò a farsi tetra e cinerea.
Da lontano giungevano poi strani lamenti, versi
acuti e cupe risate…
-I Gaunt-, disse E’ch–Pi–El, -è il loro tipico verso.
Ci stiamo addentrando sempre più nel loro
territorio, dobbiamo stare attenti-.
-Ancora non capisco perché ce l’abbiamo tanto
con noi-, fece Randolph, -non abbiamo fatto nulla
che possa avere offeso Nodes… almeno non
ancora-.
-Non che dirti mio giovane amico-, rispose E’ch–
Pi–El, -ma forse i sacerdoti barbuti sapranno dare
una risposta alla tua domanda-.
Durante il nostro cammino incrociammo un
pastore della zona che portava la sua mandria a
brucare sul fianco della collina, l’uomo era molto
preoccupato, ci raccontò che da diverse notti i suoi
animali venivano tormentati da creature nere, che
sembravano sorvegliare la strada che porta ai
monti. Ci mise così in guardia e ci pregò che di
non addentrarci nel Bosco Incantato.

148
Ringraziammo il pastore ma purtroppo non
avevamo molta scelta, lo salutammo e quindi
proseguimmo con il nostro viaggio.
Quando l’aperta campagna iniziò a ritirarsi
lasciando spazio prima a sparuti gruppi di alberi e
poi ad un vero e proprio intrico di alberi, tronchi,
arbusti, rami e foglie, capimmo di esserci
addentrati nel Bosco Incantato quando ormai era il
tramonto.
Sul imitare del bosco gli ultimi gatti si fermarono,
E’ch–Pi–El disse loro qualcosa, quelli risposero
con un miagolio e iniziarono a girovagare nel
prato lì attorno.
-Non vengono con noi?- domandò Tindiana ad
E’ch–Pi–El.
-I Gatti non vanno molto d’accordo con gli Zoog,
gli abitanti del bosco, e preferiscono starsene qui
ad aspettarci-. detto questo l’uomo riprese il
cammino e ci addentrammo nella foresta.
Le enormi querce erano talmente alte e le loro
chiome tanto enormi da incrociarsi l’une con le
altre, a formare un interminabile ed impenetrabile
soffitto di rami e foglie, tanto che sembrava fosse
già sera lì dentro e E’ch–Pi–El provvide ad tirare
fuori dalla sua borsa a tracolla una lampada ad
olio per illuminarci la via.
-Sembra di essere dentro la foresta di Fangorn-,
commentò Abdul con un riferimento tolkieniano, -

149
tra poco vedrete che alcune di queste querce si
muoverà o inizierà a parlare…dopotutto lo fanno
anche i gatti qui-.
-Non c’è pericolo per gli Zoog?- domandò
Randolph.
-Non per noi, - rispose E’ch–Pi–El, -gli Zoog sono
miei amici…e amici dei miei amici, tranne per
gatti, ovviamente, per cui non ci daranno fastidio,
anzi, magari ci scorteranno pure se dovessimo
incontrarli-.
Dentro il bosco c’era un forte odore di funghi, e
dei particolari funghi fosforescenti infatti,
crescevano sui tronchi degli alberi, sicché il bosco
non era al buio più completo.
Finalmente arrivammo alla Soglia del più
Profondo Dormiveglia, un enorme arco scavato
all’interno della roccia, da lì si accedeva al
Tempio di Fiamma, dove avremmo incontrato i
sacerdoti barbuti Nasht e Kaman-Nah.
Attraversammo il grande portale e ci trovammo in
un buio e profondo cunicolo che portava ad una
altissima scalinata di pietra che ci lasciò a bocca
aperta.
Salire quei settecento scalini dopo aver
camminato per una intera giornata fu di una fatica
pazzesca, solo E’ch–Pi–El sembrava non sentire
alcuna stanchezza, infatti giunse in sommità ben
prima di noi quattro.

150
Quando finalmente lo raggiungemmo ci
trovammo dentro un antico e maestoso tempio
costruito all’interno della caverna, con colonnati
di diorite, pavimento di marmo immacolato, statue
in bronzo ed argento, lastre di ossidiana e
controsoffitto in legno di quercia; proprio
all’interno del tempio ardeva un’impressionante
colonna di fuoco, attorno alla quale vi era una
cinta di pietra lavorata alta circa un metro.
-Ma da cosa è alimentata?- domandai osservando
sempre più impressionante quella colonna di
fiamme che saliva fino al soffitto.
-Dal sangue nero della terra-. rispose una grave
voce alle nostre spalle, ci voltammo e, come
sbucati dal nulla, incontrammo i due sacerdoti,
che indossavano le vesti sacre e stringevano in
mano delle aste preziose ed intarsiate, adornate
con anelli e bracciali.
-Cioè petrolio?- ridomandai.
-No, sangue nero della terra-. ribadì il sacerdote
dalla lunga barba bianca.
-Sommi Nasht e Kaman-Nah-, li salutò con
reverenza E’ch–Pi–El, -vi porgo i miei umili saluti
e quelli dei miei giovani amici che sono qui a
domandarvi benevolenza-.
Imitando E’ch–Pi–El accennammo ad un inchino
e salutammo i due sacerdoti dallo sguardo severo.

151
-Sappiamo il motivo della vostra visita-, si
pronunciò il sommo Nasht, -ci è stato
preannunciato questa notte, ma già da tempo
eravamo a conoscenza di alcuni individui che si
erano addentrati nel Reame senza il permesso del
grande Nodens. Non credevamo fossero vostri
amici, caro E’ch–Pi–El-.
-Illustrissimo amico, questi stranieri hanno aiutato
dei miei vecchi amici che anche voi conoscete,
Klarkash-Ton l’alchimista e Kull di Valusia, essi
hanno domandato il mio aiuto e i gatti mi hanno
chiesto di accompagnarli da voi. Non so quali
colpe essi abbiano commesso, e perché Nodens
sia infuriato, ma essi si sono comportati con lealtà
e cortesia sia con me, che con i miei amici e con i
gatti. Ed essi non chiedono altro che fare ritorno a
casa, nel Mondo della Veglia-.
-Non possiamo aiutarli-, esclamò Kaman-Nah, -
Nodens è furioso, come mai le cronache degli
uomini ricordino ed ha imposto che nessuno
raggiunga o abbandoni i Reami. Qualcosa di
innominabile e perverso si è steso a guardia oltre
il cancello e niente e nessuno può sfuggirgli. Se
cercaste di varcarlo andreste incontro a un destino
peggiore della morte. Non so quale crimine contro
gli Dei abbiate commesso, ma c’è chi osa
sussurrare che Il Signore dell’Abisso stia dando la
caccia a degli uomini e credo che quelli siate voi!-

152
Le parole del sacerdote ci gelarono il sangue nelle
vene, una risposta negativa non era in previsione,
nessuno di noi aveva voluto solo considerare la
possibilità che ci venisse negato di ritornare a
casa, anche perché avrebbe significato non
tornarci più…
-Mma...dovete fare qualcosa-, protestai, -dovete
intercedere per noi! Non siamo noi le persone con
cui il dio è infuriato, ci sono altri loschi individui
che sono entrati come noi nel Reame del sogno,
ed è per colpa loro se noi siamo qui! Vi prego!-
E’ch–Pi–El e i sacerdoti lessero chiaramente la
disperazione nei nostri occhi, ed un velo di pietà
calò sul loro viso: -Mi spiace, stranieri-, disse
Nasht, -Nodens non torna indietro sulle sue
decisioni, altrimenti non sarebbe la divinità che è.
Comprendiamo il vostro dolore, ma noi non
possiamo fare altro-.
-E ora che diavolo facciamo?!- esclamò Abdul
manifestando il dissenso di noi tutti.
-Calmatevi, stranieri-, ci acquietò E’ch–Pi–El, -
una soluzione la troveremo-.
-Calmatevi un accidente!- continuò il mio amico, -
Siamo noi quelli che non possono tornare indietro!
Ci avevate detto che da qui avremmo potuto farlo,
ed ora invece ci dite che non è possibile?!-
-Ha ragione, dannazione!- lo spalleggiai, -Che
diavolo dovremmo fare ora? Raggiungere il monte

153
Kadath e chiedere il permesso al Messaggero
degli Dei?! Diavolo!- mentre ci disperavamo e
alzavamo la voce, mi tolsi lo zaino di spalle e
dalla rabbia lo scagliai in terra e lo presi a calci, -
Merda! Merda!- Ma quando vidi, tra il ciarpame
che stavo disseminando sul terreno, un oggetto
che mi sarei aspettato di vedere dovunque eccetto
che di uscire dal mio zaino, ci congelammo e tutti
si zittirono.
Mi avvicinai e guardai l’oggetto che stava in terra,
i miei amici mi si affiancarono, senza dir nulla.
-Come diavolo c’è finita nel tuo zaino?- mi chiese
Randolph.
-Ah non lo so, un aiuto del master?-
-Ne dubito, sarebbe troppo forzato, e poi questo
master bara decisamente a sfavore-.
-Chi ce l’aveva l’ultima volta che l’abbiamo
vista?- domandò Abdul.
-Mi pare l’avessimo data a Marks-. fece il Tindy.
-Ma certo!- esclamai ricordarmi, -Prima che
imboccassimo il tunnel che ci portò in Egitto
Marks mi era caduto addosso, forse l’aveva fatto
apposta per infilarmi la chiave nello zaino-.
-Mai avrei detto che quell’individuo ci avrebbe
salvato-. disse il Tindy.
Mi chinai e raccolsi da terra la Chiave d’Argento,
poi la mostrai a E’ch–Pi–El e ai sacerdoti: -Bene,
signori, ora diteci come possiamo tornare a casa-.

154
I sacerdoti guardarono stupefatti l’oggetto magico
che tenevo stretto in mano, mentre E’ch–Pi–El
rideva sorpreso.
-Erano secoli che non vedevo quella chiave,
sapete?- ci disse, -Beh, non sarà facile, ma credo
che con quella avete ancora la possibilità di
tornare a casa-.
-E sarebbe?- domandò Randolph.
-Dovete raggiungere Irem-, ci disse uno dei
sacerdoti, -la Città delle Mille Colonne, in quella
città dimenticata da eoni nel deserto settentrionale,
in fondo al viale dei templi sorge un ciclopico
portone di pietra, su di esso troneggia un’enorme
mano aperta che attende solo di poter impugnare
la chiave d’argento nel suo palmo-.
-Dove si trova esattamente?- domandò Tindiana, -
Di Irem si sa poco e niente-.
-Questo mi è sconosciuto-, disse E’ch–Pi–El, -ma
forse il sommo Atal, il compagno di Barzai il
saggio, ne è a conoscenza. Egli è tutt’ora il
custode del Tempio di Ulthar. Ci conviene tornare
indietro ed interpellare il vecchio sacerdote-.
-Ma quanti anni ha?- domandai ricordarmi che già
Lovecraft lo descriveva come un uomo di circa
300 anni-.
-Nessuno lo sa con certezza, ma io credo circa
400-.
-Oh però-.

155
-Questo gioco sta diventando troppo lungo per il
miei gusti-, commentò Abdul lasciandosi cadere
in terra, -abbiamo davanti ancora settimane di
viaggio, è pazzesco! E il problema è che non
sappiamo nemmeno come lasciar perdere, dare
forfait-.
-Perché non provi a farti ammazzare?- gli suggerì
Tindiana.
-Piantatela voi due-, li separò Randolph, -
dobbiamo pensare a trovare un riparo per la notte
ora-.
-Possiamo chiedere ospitalità agli Zoog-, propose
E’ch–Pi–El, -sono già stato al loro villaggio, credo
non rifiuteranno di ospitarci, vedrete, sono
creature simpatiche-.
-Le crediamo sulla parola-. affermò Randolph
sornione.
Salutati i sacerdoti barbuti facemmo marcia
indietro e scendemmo i 700 scalini fino alla
Soglia del Sonno Profondo e di lì ci
incamminammo nuovamente nel Bosco Incantato.
Nei corridoi della foresta fittissima, fra querce
nane che sembrano tastare il terreno con i rami
grotteschi e tronchi che brillavano per la
fosforescenza dei funghi, abitavano queste timide
e furtive creature, gli Zoog. Questi conoscevano
molti ed arcani segreti del Reame dei Sogni, ma
anche di quello della Veglia, infatti il bosco

156
confinava in due punti con la nostra dimensione,
sembra che alcune misteriose sparizioni ed sinistri
eventi siano dovuti proprie ad alcune fugaci
incursioni degli Zoog nel nostro mondo.
D’un tratto E’ch–Pi–El lanciò alcuni trillanti
richiami e poi ci impose il silenzio per udire la
risposta; ci portò poi al centro del bosco dove
ricordava esserci il villaggio di quelle creature, in
un punto dove un circolo di antiche pietre coperte
di muschio evocava immemori eventi e civiltà
sconosciute. E’ch–Pi–El s’incamminò lungo un
sentiero seguendo la luce emessa dai funghi più
robusti, e giungemmo in una distesa grigioverde
dall’aspetto sinistro, al centro della quale c’era il
cerchio di pietre detto prima.
E’ch–Pi–El lanciò ancora il richiamo e d’un tratto,
nel buio attorno noi comparvero decine e decine
di occhi verdi brillanti che ci fissavano,
strisciando fuori dalle piccole tane sotterranee o
dai buchi negli alberi, le piccole creature brune ci
raggiunsero invadendo tutta la piccola radura. Ci
trovammo circondati da quelle pelose e
simpatiche creature, forse un po’ troppo curiose
ed invadenti, infatti iniziarono a tastarci, ad
arrampicarsi sui nostri zaini e le nostre gambe,
finché alcuni Zoog dal pelo grigiastro li
richiamarono.

157
-Mi sento Han Solo in mezzo agli Ewoks-.
commentò Randolph.
-Il Consiglio degli Anziani ci dà il benvenuto-, ci
riferì E’ch–Pi–El, -e ci offre ospitalità per la notte,
certo, dovremo adattarci…-
Ci sedemmo su alcuni tronchi di alberi caduti, gli
Zoog ci portarono delle zucche colme di linfa
fermentata che proveniva da un particolare albero
di origini lunari, almeno così ci disse E’ch–Pi–El.
La linfa aveva un sapore agrodolce ed era molto
nutriente, gli Zoog erano creaturine simpatiche, e
il pelo soffice li faceva sembrare ai nostri occhi
dei peluche viventi.
Stavamo ascoltando allegramente alcuni canti
degli Zoog quando un terrificante urlo squarciò
l’aria e ci ammutolì tutti quanti. Gli Zoog
sparirono all’istante dentro le loro tane, noi ci
alzammo di colpo e tirammo fuori frettolosamente
le nostre armi.
Ci fu un altro grido bestiale, ancor più vicino.
-Sono i Gaunt!- esclamò Randolph.
-Nascondiamoci, presto!- urlò E’ch–Pi–El. Il
nostro amico corse tra alcuni cespugli lì vicino,
noi lo seguimmo frettolosamente e lo vedemmo
scomparire nel terreno, avvicinandoci vedemmo
che bene nascosta dalle fronde c’era l’entrata di
una piccola grotta alta non più di un metro e
mezzo; E’ch–Pi–El ci chiamava a gran voce e noi

158
non perdemmo tempo infilandoci a testa bassa
nell’umida e stantia grotta, profonda appena
qualche metro.
Udimmo nuovamente le urla inumane dei Gaunt,
ed anche il loro sbattere di ali, dovevano essere
almeno una decina dal gran vociare che facevano,
eravamo tutti spaventati e pallidi, per poco non
eravamo finiti tra le loro grinfie.
-Credevo che Nodens fosse amichevole con gli
umani-, dissi io, -perlomeno con chi non gli
manca di rispetto-.
-Nodens vi crede colpevoli di aver violato i suoi
comandi, le sue leggi-, spiegò E’ch–Pi–El, -per
questo vi dà la caccia. Egli è solito inviare uno
stormo di Gaunt a prelevare i suoi oppositori, se
questi sono deboli, come voi, per portarli in luoghi
deserti e dimenticati per lasciarli lì morire-.
Ci sedemmo sul terreno umido e coperto di
muschio, consapevoli di passare anche una volta
una nottata molto dura.
All’alba uscimmo dal piccolo cunicolo, eravamo
tutti decisamente spossati e con le ossa tutte
indolenzite; gli Zoog tornarono immediatamente
fuori dalle tane portandoci una succulenta
colazione a base di frutta secca e di una loro
zuppa dolce.

159
-Non potreste chiedere agli Zoog se tra i loro
passaggi non ce n’è uno che porta al nostro
mondo?- domandò Abdul a E’ch–Pi–El.
-Beh, è probabile-, rispose lui, -ma è molto
pericoloso, anche se la dimensione temporale
fosse quella giusta potreste finire chissà dove, nel
deserto, in mezzo alla giungla, in qualche città a
migliaia di km dalla vostra-.
-Sarebbe certamente una situazione migliore che
non quella di attraversare il Leng-.
-Voi che ne dite?- ci domandò E’ch–Pi–El.
Io, Tindiana e Randolph eravamo perplessi, per
me valeva la pena correre il rischio, ed anche per
il Tindy, mentre Randolph si ostinava a voler
visitare la regione settentrionale del Reame.
-3 contro 1-, constatò E’ch–Pi–El, -vedo cosa
riesco a scoprire-.
Mentre noi quattro discutevamo su quella
decisione che ci avrebbe risparmiato giorni e
giorni di viaggio e pericoli, E’ch–Pi–El confabulò
a lungo con gli Zoog e a mattino inoltrato ci disse
che sapeva dove portarci.
Raccogliemmo i nostri zaini e ci rimettemmo di
nuovo in marcia seguendo E’ch–Pi–El ed alcuni
Zoog che ci accompagnavano. La Foresta
Incantata era davvero un luogo lugubre e
tenebroso, non solo per la luce che passava a
malapena dalla cima degli alberi contorti e dai

160
rami intrecciati, ma anche per gli echi lontani di
misteriosi versi, ululati saltuari di bizzarre
creature, alberi minacciosi dai rami attorti e
spinosi che si impigliavano spesso nei nostri
giubbini e nei nostri zaini, e che talvolta ci
procuravano anche dei graffi sulle guance o sulle
mani.
Dopo mezz’ora di cammino E’ch–Pi–El si fermò:
-Dobbiamo compiere una leggera deviazione-,
disse,
-qui non è sicuro-.
-Mi sembra che l’intera foresta non sia sicura-.
commentò Abdul.
-Guardate là avanti, dove le querce si diradano un
poco e capirete-.
Allungammo lo sguardo verso la direzione
indicataci dal nostro amico, dove tra i funghi più
densi del normale le querce sembravano morte e
moribonde, mentre tutt’attorno s’intravedevano i
resti marciti o coperti di muschio di altri alberi.
-Non vedo-, mi disse Tindiana, -cosa c’è?-
-Sicuro di volerlo sapere?-
-Tu che dici?-
-C’è una massiccia lastra di pietra, sormontata da
un grosso anello di metallo…-
Tindiana spalancò la bocca: -L’entrata per il
Mondo Sotterraneo dei Gug…-

161
Quella dei Gug era una delle peggiori razze di
tutte il Reame dei Sogni, un tempo queste creature
veneravano i Grandi Antichi compiendo riti
abominevoli a causa dei quali furono banditi dalla
superficie del Reame e condannati all’esilio nel
Mondo Sotterraneo. Sono esseri enormi, alti
almeno 6 metri, con enormi zampe munite di
artigli, le braccia grosse e pelose possiedono un
paio di avambracci, la testa, grossa come una
botte, ha occhi sporgenti lateralmente e una
terribile bocca munita di zanne che si apre
verticalmente dalla fronte al mento. Oltre a questo
sembra che il loro cibo preferito sia la carne
umana.
Silenziosamente e camminando adagio passammo
a debita distanza dalla lastra di pietra per evitare
che i Gug ci sentissero e che li venisse voglia di
venire a fare un salto in superficie a fare
colazione.
Dopo un’altra mezz’ora di cammino tra le querce
e i funghi fosforescenti raggiungemmo una
piccola radura in ombra, c’erano alcune pietre
disposte a formare una particolare figura che non
comprendevo.
I piccoli Zoog saltellavano attorno a noi, mentre
E’ch–Pi–El ci precedeva al circolo di pietre,
credevamo di avercela fatta quando udimmo
nuovamente i gridi acuti dei Gaunt, i rami dei

162
grossi alberi vibrare e le fronde scuotersi per i
colpi d’ala dei servi di Nodens.
Gli Zoog sparirono nuovamente rifugiandosi nei
tronchi d’albero, per noi invece la situazione era
un po’ più complessa.
-Gettatevi a terra!- urlò E’ch–Pi–El mentre
prendeva qualcosa dalla borsa di pelle che aveva
con sé. Ubbidimmo al suo ordine buttandoci sul
terreno limaccioso e muscoso quando,
d’improvviso, uno stormo di Gaunt fu sopra di
noi: erano creature immonde, nere come la notte,
la pelle era grassa e liscia come quella dei cetacei,
le corna incurvate verso l’interno, enormi ali da
chirotteri che sbattevano silenziosamente, adunchi
artigli prensili, code taglienti come rasoi, ed un
volto che non esisteva, liscio e anonimo come il
buio.
I Gaunt furono sopra di noi, udimmo E’ch–Pi–El
pronunciare arcane ed incomprensibili frasi, ma
d’un tratto, con un gemito, si bloccò di colpo: un
Gaunt l’aveva afferrato, ma l’incubo era appena
iniziato perché, uno alla volta, venimmo afferrati
anche noi dai lungi artigli dei Gaunt. Ci
aggrappammo l’un l’altro per opporre maggiore
resistenza, Abdul riuscì in qualche modo ad
estrarre la sua sciabola, ma i suoi colpi fendevano
l’aria, mentre i Gaunt sbattevano le ali sempre più
forte per innalzarci.

163
Poi, d’improvviso, dal buio del sottobosco
vedemmo arrivare un intero esercito di gatti
guidati da Sam, centinaia di felini di tutte le razze
che iniziarono a balzare addosso ai Gaunt, loro
antichi nemici, fu uno scontro memorabile:
dozzine di gatti aggrappati a quelle creature
d’incubo, che scalciavano, mordevano,
graffiavano.
I Gaunt persero la presa e noi cademmo a terra
con delle leggere ferite alle braccia, mentre quelli
battevano in ritirata verso le cime delle querce più
alte.
Non facemmo in tempo a ringraziare i nostri amici
a quattro zampe che la terra tremò d’improvviso…
-Che diavolo succede ancora?!- esclamai, poi vidi
E’ch–Pi–El, rialzatosi anche lui da terra, che
osservava gli alberi alle nostre spalle, come se
attendesse l’arrivo di un nuovo, potente, nemico.
-Andate!- ci gridò, -Sam vi guiderà fuori di qui.
Andate, questo nemico è troppo forte!
Attendetemi a Nir, vi raggiungerò là-.
-In bocca al lupo-. dissi al nostro amico, mentre,
alzatomi, aiutati i miei amici a tirarsi su e poi
seguimmo Sam e gli altri gatti fuori dalla radura,
mentre la terra si scosse ancora una volta e ancora
più forte.
I gatti ci precedettero nel sottobosco mentre il
nuovo nemico era ormai arrivato, lasciai i miei

164
amici correre a perdifiato dietro ai gatti, e mi
fermai solo un secondo dietro ad una grossa
quercia, per vedere di che portata fosse il terribile
nemico che E’ch–Pi–El stava per affrontare.
I rami e i tronchi degli alberi si piegarono in
maniera innaturale, come inchinandosi, per
lasciare passare un vecchio canuto dalla lunga
barba grigia che guidava una biga ricavata da una
gigantesca conchiglia e trainata da una coppia di
unicorni, in mano teneva una lunga verga dalla
quale scaturivano fulmini e saette: era Nodens, il
Signore del Grande Abisso.
Ero immobilizzato dalla paura per quella visione,
il cuore mi mancò di un colpo e solo l’arrivo di
alcuni gatti, che mi tiravano il bordo dei pantaloni,
mi fece ritornare alla realtà. Annuii ai felini e
ripresi a correre dietro la loro guida fuori dal
Bosco Incantato.
Dopo aver corso a perdifiato per parecchio tempo
uscimmo alla luce del giorno fuori da quella
maledetta foresta giurando che non ci avremmo
mai più messo piede. Io e miei amici ci
guardammo in faccia, eravamo tutti sozzi di
fango, muschio e sangue, per fortuna i graffi e le
ferite che avevamo riportato erano state solo
superficiali, dopotutto ci era andata bene.
Scortati dai gatti c’incamminammo lungo la strada
che conduceva a Nir, qui, nel piccolo villaggio,

165
trovammo una fontana di pietra dove ci lavammo
la faccia, il torso e le braccia, alcuni degli abitanti,
vedendo che eravamo amici dei gatti di Ulthar ci
omaggiarono con del cibo ed alcune bevande, che
consumammo sui gradini di un vecchio tempio, al
sole, mentre attendevamo il ritorno di E’ch–Pi–El.
Un paio di ore più tardi E’ch–Pi–El fece la sua
comparsa a Nir, era visibilmente provato, anche
lui piuttosto sporco e ferito, ma sembrava stesse
bene, preferì non raccontarci di cosa era accaduto
dopo che eravamo fuggiti e rispettammo la sua
decisione, l’importante era che fossimo tutti sani e
salvi.
A metà pomeriggio, eravamo nuovamente ad
Ulthar, prima di recarci al tempio E’ch–Pi–El ci
chiese di lavarci e cambiarci, non potevamo di
certo presentarci sporchi ed immaltati di fronte al
saggio Atal. Così recuperò alcune vesti di seta che
venivano confezionate proprio ad Ulthar e ce ne
fece omaggio per quei pochi giorni che saremmo
rimasti in città.
Trovammo il patriarca Atal seduto su un trono
d’avorio in una stanza decorata che si trovava
nella parte superiore del tempio, nonostante la
veneranda età era piuttosto lucido e pronto.
-Venerabile Atal-, lo salutò E’ch–Pi–El, -questi
miei amici chiedono la vostra udienza-.
-Che essi parlino, Atal li ascolta-.

166
Randolph raccontò brevemente al vecchio saggio
la nostra situazione e chiese se conoscesse
l’ubicazione di Irem, la città delle Mille Colonne.
-Sorge oltre il deserto, a nord est, oltre l’altopiano
del Leng, non troverete cartine che vi guideranno
ad essa, perché nessuno che l’ha raggiunta ha mai
fatto ritorno, e i pochi che vi sono riusciti erano
diventati pazzi dalla sete e dalle visioni
terrificanti-.
-Dovrete tornare a Dylath Lynn-, disse E’ch–Pi–
El, -e di lì imbarcarvi per il mare Cerenario, forse
troverete un vascello o un trireme diretto a nord-.
-E poi?- chiesi.
-Che Bast vi protegga, dovrete attraversare il
Leng-.
Quel nome ci raggelò.
-Avete idea di quanta strada dovremo percorrere?-
fece Abdul che come noi aveva fatto 2+2.
-Non abbiamo altra possibilità, purtroppo, se hai
una idea migliore ti ascoltiamo-. gli disse
Randolph, -E tornare al Bosco Incantato non è una
idea migliore-.
-Non c’è modo di uscire da questo gioco?-
-Renditi conto-, gli spiegò Tindiana, -che non
siamo in un gioco, questa è la realtà, in un mondo
che non è il nostro, ma si tratta sempre di realtà.
Fattene una ragione-.

167
Uscimmo dal tempio piuttosto scoraggiati, l’idea
di un viaggio del genere ci terrorizzava, troppa
strada, troppi pericoli e troppe incertezze.
-Il viaggio che vi attende-, ci disse E’ch–Pi–El, -è
decisamente lungo ed insidioso, vorrei fare
qualcosa per aiutarvi, venite con me-.
Tornammo nuovamente alla sede del KAT, E’ch–
Pi–El prese una chiave appesa al muro di entrata e
si diresse verso una porta nel sottoscala, quando la
aprì vedemmo che conduceva in una specie di
cantina, accese una lampada ad olio e discese i
gradini di pietra, noi lo seguimmo incuriositi, e
finimmo in una ampia sala sotterranea.
E’ch–Pi–El accese alcuni candelabri e la stanza
fu molto più visibile: piena zeppa di scaffali e
librerie contenenti libri, tomi e pergamene di ogni
tipo, tutto decisamente antico ed impolverato.
-Questa è la biblioteca del KAT-, disse E’ch–Pi–
El mostrandoci le migliaia di libri deposti sugli
scaffali, -ci sono libri di ogni tempo, lingua e
ragione, chissà che non ci sia qualcosa che possa
aiutarvi. Ci sono anche molti libri arcani e magici,
ma carpire i segreti e gli incantesimi da essi
sarebbe troppo lungo e faticoso, ci vorrebbero
molti mesi per imparare una sola magia, senza
contare i riti spesso immondi che bisogna
praticare-.

168
-Capito?- fece Tindiana a Randolph che insisteva
per imparare le magie.
-Posso però aiutarvi in un’altra maniera: posso
gettare un incantesimo su una vostra arma per
renderla in grado di ferite anche creature magiche,
spiritiche e divine, ma avrò bisogno dell’aiuto di
uno di voi per celebrare il sortilegio-.
-Io! Io!- esclamò Randolph tutto entusiasta, -
Potremmo incantare la tua sciabola-. disse ad
Abdul.
-Va bene-. rispose lui estraendola dal fodero.
-D’accordo-, riprese E’ch–Pi–El, -poi potrei
insegnare ad uno di voi il linguaggio dei gatti, vi
sarà molto utile-.
-Ci provo io-, dissi, -anche se sono un po’
allergico-.
-E io?- domandò Tindiana.
-A te darò un oggetto molto particolare, una pietra
con inciso un simbolo antico e potente, ti
insegnerò la formula che ti permetterà con essa di
scacciare gli Dei Antichi e quelli Primigeni, se
doveste incontrarli-.
-Beh? Che aspettiamo?- domandai mentre E’ch–
Pi–El ci fece accomodare ad una grossa scrivania
di mogano.
-Innanzitutto per incantare la spada-, disse E’ch–
Pi–El, -è necessario compiere un rito in cui
dovremo sacrificare un animale piuttosto grosso.

169
Andate da macellatore di carni, lo troverete nella
sua bottega in fondo al vicolo alla sinistra del
tempio, ditegli di portare un vitello al tempio
questa notte allo scoccare della decima ora-.
Randolph e Abdul sebbene non del tutto convinti
uscirono dalla casa e si diressero dal macellaio di
Ulthar.
-Veniamo a te-, mi disse, -imparare il linguaggio
dei gatti non sarà semplice, ti ci vorrà un po’ di
tempo, e comunque farò in modo che possa capire
le frasi più elementari. Più che un linguaggio è un
insieme di suoni particolari, su diverse scale
fonetiche, il loro linguaggio si basa sulle
vibrazioni e le frequenze d’onda del suono-.
-Mi sento già male all’idea di doverlo imparare,
ma dice che è necessario che lo faccia?-
-Ci sono diversi gatti in giro per il Reame dei
Sogni e se saprai comunicare con loro ti
riconosceranno come loro amico e ti aiuteranno,
come hanno fatto prima nel Bosco Incantato-.
-Capisco-. E’ch–Pi–El mi passò un manoscritto
sulla fonetica dei gatti piuttosto strano, l’autore si
chiamava Sam Perkins.
Intanto che mi leggevo il manoscritto E’ch–Pi–El
estrasse dalla sua bisaccia di pelle una pietra di
ossidiana, nera come la pece, sui vi era inciso uno
strano simbolo che non riuscivo a riconoscere.

170
-Questa pietra-, disse il nostro amico, -reca inciso
il simbolo dei Grandi Antichi, è stato fatto un
incantesimo su di essa, un sortilegio molto
potente, a seguito di una cerimonia molto lunga e
faticosa. Alzandola in alto e recitando una formula
nella lingua degli Antichi sarai in grado di
allontanare gli Dei Antichi e i Primigeni per un
breve arco di tempo che ti permetterà di fuggire o
di trovare un nascondiglio sicuro-.
Il Tindy osservò la pietra e la maneggiò con cura
mentre E’ch–Pi–El gli spiegava come avrebbe
dovuto utilizzarla.
Per l’intera durata del pomeriggio E’ch–Pi–El
passava da uno all’altro di noi perché
apprendessimo i suoi insegnamenti, mentre dava a
Randolph e Abdul le istruzioni per il cerimoniale
di quella notte e le parole esatte da pronunciare.
A fine giornata mi esercitavo con Sam per
comprendere la sua lingua e qualcosa
incominciavo già a capire di quella loro bizzarra
lingua.
Verso sera Tindiana, carpiti i segreti della pietra
magica, incominciò a passeggiare esaminando i
volumi tra gli scaffali impolverati della libreria di
E’ch–Pi–El, dopodiché si rivolse al nostro ospite
con un tono particolare: -Caro E’ch–Pi–El, non le
dispiace se prendo da leggere questo volume
intitolato Qanoon-e-Islam?-

171
Non appena ebbe pronunciato quel nome il
padrone di casa scattò in piedi, bianco in volto e
Sam lanciò un miagolio di paura.
–No!- esclamò come spaventato da chissà cosa, -è
un volume molto vecchio, un manoscritto
originale. Potrebbe rovinarsi, ti prego di riporlo
dove l’hai trovato-, disse poi riprendendo il
controllo, si era reso evidentemente conto di aver
avuto una reazione esagerata. -Si tratta solo di un
testo di poesie, niente di particolare, ci sono libri
ben più importanti da leggere-.
-Uhm, ok-. rispose Tindy con una punta di
delusione mentre riponeva il libro e ne cercava un
altro che potesse esserci utile ai fini del viaggio.
Intanto E’ch–Pi–El si era riseduto al tavolo e
riprese a guardare la mappa del Reame del Sogno:
-Vi attende un lungo e faticoso viaggio, per quel
che ne so Irem è situata in una zona inesplorata
del territori, sono pochi quelli che l’anno vista e
sono tornati indietro per raccontarne solo gli orrori
prima di morire di fame, sete o pazzia-.
-Avevo sentito dire che Irem è vicina in qualche
maniera alla Città Senza Nome, situata nel bel
mezzo dell’Arabia Petrea, tra le dune di sabbia e
venti di scirocco-.
-Non ne ho idea, mio buon amico-.
-So però che Randolph Carter c’è stato, o
comunque uno che conosce molte bene-.

172
-Sì, forse qualcuno che lo conosce, non ma non lui
di certo-.
-Lo sa? Da quando l’ho conosciuta ho sempre
avuto l’impressione che fosse lei Randolph
Carter…o mi sbaglio?-
E’ch–Pi–El rise: -Oh, no, non io, Randolph sarà in
giro da qualche parte, so che ultimamente era stato
visto nei dintorni di Sarnat e pochi mesi prima
nella città di Olathoe, come puoi vedere, è uno che
non sta mai fermo-.
-Già, è vero-.
Finita la nostra discussione ce ne tornammo su,
uscendo dalla biblioteca incrociai il Tindy, mi
strizzò l’occhio e mi ringraziò.
-E di che?- gli domandai.
-Niente, niente-. soprassedette lui, e così non ci
badai.
Quella notte, nel tempio, sacrificammo il vitello
con un rito antico e magico, ma che per fortuna
non aveva niente di blasfemo, assomigliava a
molti rituali pagani o tribali del nostro mondo.
Fatto scorrere il sangue del vitello sulla lama della
sciabola posta sull’altare, E’ch–Pi–El assieme a
Randolph recitò la formula in una lingua morta ed
antica, l’effetto fu molto particolare, vidi infatti la
lama di metallo assorbire lentamente il sangue che
era stato versato su di essa.

173
Al termine del rito il saggio Atal consegnò ad
Abdul la sua sciabola: -Ora, con questa arma
magica sarai in grado di ferire le creature magiche
e divine che incontrerai, ma ricorda: una volta che
la lama sarà rotta o spezzata essa perderà tutto il
suo potere-.
Andammo a letto che era notte fonda, l’idea era
quella di partire il mattino dopo, E’ch–Pi–El ci
disse che Sam sarebbe venuto con noi, e che poi
avremmo potuto lasciare in una delle tante
comunità di gatti del Reame dei Sogni.
Fu così che poco dopo l’alba, ancora assonnati, ci
rimettemmo nuovamente i nostri vestiti, che erano
stati lavati e puliti, imbracciammo gli zaini e
salutammo calorosamente E’ch–Pi–El.
-Grazie di tutto E’ch–Pi–El-, lo ringraziò
Randolph, -speriamo che i suoi insegnamenti ci
siano d’aiuto nel corso del nostro viaggio-.
-Ricordatevi di non fidarvi mai di chi vi sembra
troppo amico-, ci disse lui, -il reame è pieno di
individui subdoli e meschini, ladri e furfanti, Sam
vi sarà d’aiuto per riconoscerli prima che sia tardi.
Guardatevi sempre dalle ombre e che Bast vi
protegga quando arriverete nelle terre
settentrionali-.
Sam salutò E’ch–Pi–El e gli altri gatti, poi saltò
dentro al mio giubbino sbucando fuori solo con la
testa, e partimmo, ci eravamo uniti ad una

174
carovana di mercanti di lana e stoffa diretti a
Dylath Lynn, la nostra prossima meta.

175
6. DYLATH-LEEN
Durante il nostro viaggio con la carovana notai
Tindiana leggere di nascosto un libro che non gli
avevo mai visto prima, pensavo fosse un
manoscritto che spiegava il sortilegio della pietra,
ma non capivo perché lo nascondesse e così una
sera, vicino ad un falò glielo chiesi.
-Tindy cos’è quel libro che leggi di nascosto?-
-Oh, niente…me l’ha dato E’ch–Pi–El, è un libro
di poesie-.
-Non sarà quel libro antico che E’ch–Pi–El non
voleva che leggessi, spero-.
-No, no, questo me lo ha dato lui-.
-E allora perché fai tanto il misterioso?-
-Niente di misterioso, è che…mi vergogno…-
Sam, che era con me, disse qualcosa, capii poche
parole ma mi bastarono:
-Tindy, l’hai rubato!-
-Non è vero, E’ch–Pi–El me l’ha regalato!-
-Sam dice che non è vero. Perché l’hai rubato se è
solo un libro di poesie?- allungai la mano per
prenderglielo ma lui oppose resistenza:
-Lascialo!- esclamò.
-Lascialo tu, non vedi che si rompe?!- Sam balzò
dalla mia giacca sulla mano del Tindy e gliela
graffiò quel poco che bastò perché lasciasse la
presa.

176
-Oh, diavolo-. presi in mano il libro, il titolo era
Qanoon-e-Islam, quello del libro che E’ch–Pi–El
aveva proibito di prendere. Avendolo tra le mani
lo vidi piuttosto antico ma non così tanto da
potersi sbriciolare al solo sfogliarlo, così mi
insospettii e lo aprii…
-Tindy, dannazione, ma sei impazzito?!- esclamai
a bassa voce per non farmi sentire dagli altri.
-Che ne sai tu che non ci possa servire? Se
dovessimo trovarci in qualche dannato posto dove
serve sapere un’antica formula per aprire un
portale o per sciogliere una maledizione?
Probabilmente qua dentro troveremo la soluzione-
.
-Ecco perché E’ch–Pi–El non voleva che lo
leggessi, è il Necronomicon… quello vero,
dannazione!- ringhiai, -Potrebbero individuarci
solo per il potere oscuro che emana, è pericoloso,
troppo pericoloso, anche senza leggerlo!
Probabilmente E’ch–Pi–El lo teneva custodito
nella biblioteca per evitare che cadesse in mani
sbagliate-.
-Le nostre non sono mani sbagliate, e poi abbiamo
la pietra di ossidiana a proteggerci-.
-Non so però quanto ci proteggerà-. riconsegnai il
libro al mio amico, se aveva davvero l’intenzione
di leggerlo non potevo di certo impedirglielo,

177
sapeva benissimo rischi in cui incorreva, mi
auguravo solo che non facesse pazzie.
-Lo sai a cosa conduce la lettura di quel libro,
vero? Perdita di sanità mentale-.
-Lo faccio solo per trovare un sistema per
andarcene da questo posto il prima possibile-.
-E se impazzissi? Ci hai pensato? Potresti fare del
male a noi e a te stesso, è troppo rischioso-.
-So calcolare i miei rischi, tu pensa ai tuoi-.
-E’ proprio quello che sto facendo-. lasciai
perdere il mio amico e mi sdraiai per cercare di
dormire un poco.
Durante quelle notti udimmo spesso gli echi
lontani dei Gaunt, ma per fortuna nessun incontro,
giungemmo alle porte di Dylath Leen nel
pomeriggio del quarto giorno di viaggio, pioveva
che i Grandi Antichi la mandavano.
Individuammo la città portuale già da parecchia
distanza per via dei fumi neri che uscivano dalle
ciminiere delle fornaci fino in cielo.
Giunti alle mura annerite della città le guardie ci
lasciarono passare con tutta la carovana, fu lì che
ci separammo dai nostri compagni di viaggio per
cercare un posto per la notte.
-I cavalli non ci serviranno più-, dissi pensando
che avremmo dovuto viaggiare per mare, -
potremmo venderli e recuperare un po’ di soldi
per mangiare e dormire-.

178
-Mi spiace separami dal cavallo-, fece Tindiana
accarezzando il muso della sua bestia, -mi ci ero
affezionato-.
-Lo so, ma non c’è altra scelta. Cerchiamo uno
stalliere o un mercante di animali-.
Non fu difficile trovare un acquirente per le nostre
cavalcature, inoltre ci fecero un buon prezzo, per
lo meno a vedere il costo dei cavalli in vendita,
così intascammo un po’ di denaro per il proseguo
del nostro interminabile viaggio.
Bersagliati da quella pioggia incessante corremmo
lungo le vie di basalto fino a raggiungere l’unico
luogo accogliente di quel posto, una fetida e
caotica bettola portuale.
Entrammo dentro bagnati come pulcini e subito
gli sguardi dei presenti puntarono su di noi, il
locale era puzzolente e c’era una gran confusione
tra ubriachi che cantavano, ballerine che si
esibivano su un palco di legno instabile, e il
vociare incessante dei numerosi pescatori e
marinai che affollavano quel luogo, mentre i due
baristi, un uomo ed una donna grassa e sudicia,
servivano da bere da dietro un bancone di legno.
Trovammo vicino al muro un tavolino libero con
quattro sedie e ci sedemmo per riposare le gambe,
appoggiammo a terra gli zaini e i k-way fradici
sullo schienale delle sedie.

179
–Diavolo sono bagnato fin nelle mutande-.
sospirai.
-Almeno ti sei lavato-. commentò Abdul.
-Tu invece sei sempre zozzo-.
-Speriamo di non aver bagnato niente-, disse
Randolph controllando lo zaino, -questa pioggia
è davvero inesorabile-.
La donna grassa e sudicia si avvicinò a noi: -Che
vi porto, stranieri?-
-Io prendo una bevanda gasata, zuccherata, con
estratto di noci di cola-. rispose Randolph.
-Io una grappa al lampone-. fece Abdul.
-Un bicchiere di Porto-. disse Tindy.
-Succo di arancia-. conclusi io.
-Ok, quattro birre-.
-Potrebbe portare del latte per il nostro gattino?- la
donna annuì e se ne andò, tornò poco dopo con
quattro boccali da un litro a testa di birra, e un
piattino con del latte per Sam, pagammo e la
donna tornò a servire i banconi al banco che
reclamavano.
-Era una vita che non mi servivano un litro di
birra-. dissi afferrando il boccale per il manico.
-Mi è passata la sete-. disse Randolph.
-Non so se ti conviene non bere-, gli suggerì il
Tindy, -ho paura che potrebbero prenderla come
un’offesa, meglio starci attenti-.

180
-Beh, alla nostra-. brindò Abduhl avvicinando il
suo boccale.
-Io direi anche alla fine di questo maledetto gioco-
. aggiunsi cozzando il mio bicchiere con quello
degli altri.
Nella confusione di quel posto riuscimmo a capire
che era l’ultimo giorno in paese per la nave del
capitano Cambarro, un vecchio filibustiere di
Dylath Leen, lui e la sua ciurma dovevano partire
per un viaggio molto lungo, per vendere oro e
pietre preziosi agli abitanti di un posto molto
lontano, ed ora stavano festeggiando ubriacandosi
in compagnia di donne e amici prima della
partenza.
Mentre mi guardavo attorno scorsi lo stesso
capitano Cambarro parlare nell’orecchio ad uno
dei suoi uomini dopo aver guardato nella nostra
direzione, e quando vidi quello stesso marinaio
dirigersi verso di noi temetti per la nostra vita.
-Guai in arrivo-. la mia frase anticipò di pochi
secondi l’arrivo del marinaio, un sudicio uomo
con vistose cicatrici sul collo e la faccia.
-Ehi, stranieri, il capitano Cambarro esige che gli
mostriate il vostro rispetto visto che siete venuti
nella sua città proprio alla vigilia della sua
partenza-.
-Certo, non c’è problema-. rispose Randolph, -Tra
gentiluomini il rispetto è sempre d’obbligo-.

181
-Caschi male, straniero, qui non ci sono
gentiluomini; il capitano desidera che voi gli
cantiate una canzone per allietarlo, su quel palco-.
-Quando?-
-Ora-. il marinaio ci fece intendere che faceva sul
serio.
Ci guardammo l’un l’altro mentre ci alzavamo
domandandoci che diavolo avremmo fatto.
-Benvenuti a Dylath Leen, stranieri-. disse il
capitano quando vi ci trovammo di fronte. Era
anche lui un uomo piuttosto sporco e puzzolente,
come tutti quelli lì dentro, del resto, con cicatrici
un po’ ovunque, mi sorpresi che avesse ancora le
gambe e le mani.
-Grazie, capitano-. rispose Randolph a nome
nostro.
-Che ne dite, stranieri, di cantare qualcosa per me
e la mia ciurmaglia? Dopotutto noi vi stiamo
ospitando, sarebbe un gesto gentile da parte
vostra-.
-Ecco, è che non conosciamo le canzoni del posto-
.
-Una comune ballata andrà benissimo. Forza,
salite sul palco, da qualche parte devono ancora
esserci degli strumenti, se volete accompagnarvi
con della musica-. il capitano fece un gran sorriso
mostrando una fila di denti d’oro, un sorriso che ci

182
invitava a salire sul quel palco ed a cantare
qualcosa.
Il palco era alto una trentina di cm e grande circa
6m2, non di più.
Appoggiati al muro c’erano degli strani strumenti
musicali, Randolph, l’unico musicista del gruppo,
afferrò una specie di chitarra: -Questo è un saz o
chitarra saracena, una variante del liuto
caratterizzata dal lungo manico sul quale sono tese
le corde di metallo e disposte a coppie, è l’unica
cosa qui che assomigli alla chitarra, cercherò di
farla bastare-.
Io presi un flauto dolce, l’unico strumento che
sapessi suonare visto che a scuola mi avevano
obbligato ad acquistare e ad adoperare. Non era
come il flauto di legno che avevo a casa, era
d’osso, e con l’estremità aborale molto
pronunciata, dilatata, come facesse da piccola
cassa di risonanza.
-Io prendo questo che assomiglia ad un
contrabbasso-. disse il Tindy prendendo lo
strumento.
-Ho idea che quello sia un rebab-, disse Randolph,
-è un antenato della viella, che a sua volta è un
avo del violino-.
-Sì, ma faccio senza archetto-.
Abdul invece prese un paio di darbuka, degli
strumenti a percussione a forma di calice in

183
terracotta, la pelle tesa era di capra, incollata sui
bordi con piccoli fili intrecciati. Prese inoltre uno
sgabello e si sedette in fondo al palco con i due
darbuka davanti.
C’erano anche altri strani strumenti, come la
ghironda, la nyckelharpa, l’oud, il bendir e lo
zarb, tutti molto particolari.
-Ok-, disse Abdul, -e ora? Suoniamo a caso?-
-Perché non cantiamo la Ballata del Vecchio
Marinaio?- proposi.
-E chi la sa tutta quanta?- ribatté Abdul.
-Ma non quella originale, la canzone degli Iron
Maiden ispirata al poema di Coleridge. Ve la
ricordate?-
-Io credo di riuscirla a suonare-. disse Randolph.
-Bene, perché dovrai suonare soprattutto tu, noi
cercheremo di andare a tempo in qualche maniera.
Io magari suono il flauto nei momenti di assolo, e
canto assieme a te, le parole me le ricordo-.
-Proviamo-. disse Randolph accordando lo
strumento, poi mostrò a Tindiana il giro di basso
da eseguire, e ad Abdul il ritmo che doveva
tenere.
-In che lingua cantiamo?- domandò Abdul, -Se
cantiamo in inglese questi non capiscono nulla-.
-Ormai dovresti avere capito che qui nessuno
parla in italiano, inglese o altro-. disse il Tindy, -
Parliamo tutti la stessa lingua universale del

184
mondo dei sogni, per cui se cantiamo in inglese a
noi sembrerà di farlo in quella lingua, ma in realtà
canteremo nella lingua universale del mondo dei
sogni-.
Il vociare e i fischi del pubblico obbligarono ci
obbligarono a sbrigarci.
Randolph si sedette su una sedia con il saz, io ero
alla sua destra, il Tindy a sinistra con il rebab,
l’avrebbe suonato come un normale contrabbasso
usando solo le dita, mentre Abdul era dietro di
tutti con le sue percussioni.
-Questa-, disse Randolph al pubblico, -è la Ballata
del Vecchio Marinaio-.
Il mio amico attaccò e noi cercammo in qualche
maniera di andargli dietro:

Hear the rime of the ancient mariner,


See his eye as he stops one of three
Mesmerizes one of the wedding guests,
Stay here and listen the nightmares of the sea
And the music plays on, as the bride passes by,
caught by his spell and the mariner tells his tale

Driven south to the land of the snow and ice,


To a place where nobody's been
Through the snow fog flies on the albatross,
Hailed in God's name, hoping good luck it brings

185
And the ship sails on, back to the north
Through the fog and ice and the albatross follows
on

The mariner kills the bird of good omen,


His shipmates cry against what he's done
But when the fog clears they justify him,
And make themselves a part of the crime

Sailing on and on and North across the sea


Sailing on and on and North 'til all is calm

The albatross begins with its vengeance,


A terrible curse a thirst has begun
His shipmates blame bad luck on the mariner,
About his neck the dead bird is hung

And the curse goes on and on at sea


And the curse goes on and on for them and me

"Day after day, day after day, we stuck nor breath


nor motion
As idle as a painted ship upon a painted ocean
Water, water everywhere and all the boards did
shrink
Water, water everywhere nor any drop to drink."

186
There, calls the Mariner, there comes a ship of the
line
But how can she sail with no wind in her sails and
no tide?

See...onward she comes, onward she nears, out of


the sun
See...she has no crew, she has no life, wait but
there's two

Death and she Life in Death, they throw their dice


for the crew
She wins the mariner and he belongs to her now
Then...crew one by one, they drop down dead, two
hundred men
She...She Life in Death, she lets him live, her
chosen one

(Solo il Saz che accompagna il recitato)


"One after one by the star dogged moon, too
quick for groan or sigh
each turned his face with a ghastly pang, and
cursed me with his eye
four times fifty living men, (and I heard nor sigh
nor groan)
with heavy thump, a lifeless lump, they dropped
down one by one."

187
The curse it lives on in their eyes,
The mariner he wished he'd die
Along with the sea creatures, but they lived on, so
did he
And by the light of the moon,
He prays for their beauty not doom
With heart he blesses them, God's creatures all of
them too

Then the spell starts to break,


The albatross falls from his neck
Sinks down like lead into the sea,
Then down in falls comes the rain

(Solo strumentale)

Hear the groans of the long dead seamen,


See them stir and they start to rise
Bodies lifted by good spirits,
None of them speak and they're lifeless in their
eyes

And revenge is still sought, penance starts again


Cast into a trance and the nightmare carries on

Now the curse is finally lifted


And the mariner sights his home
Spirits go from the long dead bodies,

188
Form their own light and the mariner's left alone

And then a boat came sailing toward him,


It was a joy he could not believe
The pilot's boat, his son and the hermit,
Penance of life will fall onto him

And the ship it sinks like lead into the sea


And the hermit shrieves the mariner of his sins

The mariner's bound to tell of his story,


To tell his tale wherever he goes
To teach God's word by his own example,
That we must love all things that God made

And the wedding guest's a sad and wiser man


And the tale goes on and on and on and on...

Conclusa la canzone rimasero tutti immobili e


gelati, credevamo che ci avrebbero tagliato la gola
viste le facce, ma poi il capitano Cambarro si alzò
in piedi a battere le mani e tutti lo seguirono con
urla, fischi e applausi per un vero e proprio
tripudio. Il capitano salì addirittura sul palco ad
abbracciarci, quasi commosso. Noi ci stringemmo
le mani per l’ottimo lavoro. Poi il capitano insisté
che la cantassimo un’altra volta ed in cambio ci
avrebbe concesso di esaudire un nostro desiderio.

189
Noi che c’eravamo divertiti accettammo di buon
grado e terminata la seconda esecuzione il
capitano ci volle al suo tavolo, in mezzo a quelle
baldracche e vecchi lupi di mare.
-Allora-, ci domandò il capitano che puzzava di
birra in maniera vergognosa, -che cosa posso fare
per voi? Avete qualche desiderio? Donne?
Gioielli? Cibo? Ditemi-.
-A dir la verità, capitano-, disse il Tindy, -
avremmo bisogno di un passaggio-.
-Per dove?-
-Per l’Ooth-Nargal-. all’udire quel nome tutti
zittirono, poi il capitano scoppiò in una fragorosa
risata ed anche tutti i presenti si misero a ridere.
-Siete troppo forti voi stranieri, davvero, cosa
volete?-
-Parlo sul serio, capitano, dobbiamo attraversare il
mare Cerenario, se la sua nave è diretta in quella
direzione potreste darci un passaggio-.
-Ma che diavolo ci andate a fare lassù? Non è un
posto per dei giovani come voi. Io stesso quando
mi ci reco quelle poche volte l’anno porto con me
i migliori uomini della regione, e non tutti
ritornano indietro. Fino a Celephais non ci sono
molti pericoli, salvo sparuti gruppi di bucanieri
che però stanno ben distanti dalla nave del
capitano Cambarro, ma il mare Cerenario è
infestato da spettri di navi e galeoni, per non

190
parlare dei mostri che vi dimorano. Credetemi,
stranieri, quelle sono acque maledette. Ad ogni
modo il capitano Cambarro mantiene sempre la
sua parola, se è un passaggio per quei luoghi
dimenticati quello che volete io ve lo darò, ma a
vostro rischio e pericolo, e ad una condizione-.
-Vale a dire?-
-Che ci rallegriate la sera con le vostre canzoni-.
-Sta bene-. rispondemmo.
-Dovremmo partire per Celephais la prossima
luna, ma non abbiamo in previsione di recarci
nelle terre settentrionali, né nell’Ooth-Nargal, né
da nessun’altra parte. Comunque non è detto che
non troviate un passaggio per Inganok a
Celephais, là vi giungono spesso le navi cariche di
onice-.
-A noi va bene, la ringraziamo, capitano-.
Poi le ballerine tornarono sul palco a danzare
mentre un tizio suonava la ghironda, e noi ci
unimmo alla ciurma del capitano nel mangiare e
nel bere.
Più tardi, quando la maggior parte dei marinai
stava distesa in terra o sul tavolo ubriaca marcia,
chiedemmo all’oste se avevano una camera libera.
Ci rispose che al primo piano c’era un unico
stanzone e che se trovavamo spazio potevamo
anche metterci lì.

191
Sopra la stanza era piuttosto buia, c’erano diverse
persone che dormivano rumorosamente e l’ultima
cosa che volevamo fare era di svegliarli. Per
fortuna vicino alla porta c’era un po’ di spazio
libero, ci sdraiammo lì a terra, tutti un po’ alticci e
con il mal di testa, tanto che l’odore nauseabondo
della stanza non ci importava nemmeno. Ci
coricammo in terra usando i nostri zaini come
cuscini e ci addormentammo.
Ci svegliammo l’indomani mattina quando
qualcuno spalancò la finestra della stanza, l’aria
del mattino entrò all’interno di quel fetido luogo
portando un po’ di salubrità.
In molti si erano già alzati ed erano usciti,
c’eravamo solo noi e altre tre persone.
-Diavolo, credo di non aver mai dormito peggio in
vita mia-. esclamai alzandomi mentre mi
massaggiavo i fianchi e le spalle doloranti.
Mi avvicinai alla finestra, aveva smesso di piovere
ed ora potevo ammirare lo splendore di quel porto
di mare, pescherecci e galeoni erano ancorati ai
moli, decine di marinai e pescatori stavano già
lavorando caricando la merce e i viveri sulle navi.
Il cielo era grigio e denso di nuvole, c’era anche
un leggero vento che tirava verso il porto e
muoveva le onde vicino alla riva, l’acqua sferzava
i moli di pietra nera di Dylath Leen, presto il mare
sarebbe stato in tumulto.

192
Riuscimmo a trovare la pompa dell’acqua per
lavarci in qualche maniera, prendemmo le nostre
cose e uscimmo dalla taverna.
I fumi neri che uscivano dai comignoli delle case,
dai forni, dalle ciminiere delle industrie e delle
fucine sovrastavano la città con un’unica immensa
cappa, assente il giorno prima a causa della forte
tempesta di pioggia. Il fumo era talmente denso
che negli anni aveva reso ogni edificio, ogni
strada, ogni palazzo ed ogni torre di Dylath Leen
del colore della pece.
Immaginando di dover viaggiare per diversi giorni
sulla nave pensammo bene di recarci da un
erborista nella speranza di trovare qualche erba,
pozione o intruglio contro il mal di mare.
Dentro la piccola bottega l’erborista stava dietro al
suo bancone di vetro, dove erano in esposizione
svariati tipi di erbe, piante medicinali, pozioni ed
altro ancora, come ne erano pieni gli scaffali alle
sue spalle e gli armadietti appesi alle pareti.
-Buondì stranieri, posso esservi utile?- domandò il
commerciante vedendoci entrare.
-Buongiorno a lei-, rispose per tutti Randolph, -ci
stiamo per imbarcare con il capitano Cambarro,
credo resteremo per mare diverso tempo e nessuno
di noi ha lo stomaco…allenato, diciamo, avrebbe
qualcosa da darci da portar dietro?-

193
-Sì, credo di sì, ho qualcosa che fa al caso vostro-.
l’erborista uscì da dietro il bancone e andò ad
aprire uno degli armadietti appesi alla parete, da
dove prese quattro pacchettini di stoffa con sopra
un’etichetta. Dopodiché riprese il suo posto e poso
i quattro pacchetti sul banco.
-Ecco qua, sono fibre vegetali di una pianta che
cresce solo nei dintorni di Sarnath, aiutano a
smaltire anche i sassi, con queste digerirete prima
che possiate rimettere di stomaco. Ne basterà solo
un’oncia in un bicchiere di acqua, da prendere
subito dopo il pasto-.
-Grazie-.
Acquistammo così quelle fibre vegetali e poi ci
dirigemmo verso il molo.
D’un tratto Sam uscì dal collo del mio giubbino e
miagolò qualcosa.
-Che dice?- mi chiesero gli altri.
-Non ho capito bene-, confessai, -qualcosa a
proposito del viaggio via mare e…dei libri? Cosa
vuoi dire Sam?- il gatto miagolò ancora e mie
amici mi guardarono.
-Ho capito solo: libri bagnati-.
-Ma certo!- esclamò Randolph, -Dovendo
viaggiare via mare dovremmo pensare
all’eventualità che i nostri zaini si bagnino ed
evitare così che i nostri preziosi libri e manuali
non si bagnino. Potremmo cercare del cellophane

194
o dell’alluminio, imballeranno i pesci con
qualcosa qua al porto o no?-
-Sì, con la carta di giornale-. commentò Abdul.
Andammo a chiedere un po’ in giro e dopo una
buona mezz’ora di ricerche trovammo un
macellaio che utilizzava una pellicola ricavata da
del grasso di non so che animale per conservare la
merce fresca e ce ne vendette un po’, così
potemmo sigillare i nostri preziosi libri per il
viaggio in nave.

Tra i vari marinai che stavano caricando la merce,


i viveri e il resto sulla nave, incontrammo il
capitano Cambarro, dal volto visibilmente
contrariato, che stava indicando ai suoi uomini
dove caricare le casse.
-Buon giorno, capitano-. lo salutò Randolph.
-Che trovi di bello in questo giorno, straniero?-
rispose severamente il capitano.
-Tira una brutta aria, vero?- domandai.
-Aria di tempesta-, fece lui, -di nuovo. Ma
abbiamo rimandato la partenza già di tre giorni,
non possiamo aspettare ancora, dobbiamo partire
o qualcuno mi soffierà l’affare, e nessuno può
soffiare un affare al capitano Cambarro-.
-Capitano, quanti giorni impiegheremo per
raggiungere Celephais?- gli domandò Abdul.

195
-Di norma tra i 15 e i 20 giorni, ma temo che il
tempo ci sarà avverso, gli Dei non ci sono propizi-
.
-Già, lo sappiamo-. commentò Tindy a bassa
voce, ma il capitano, per fortuna, non lo sentì.
-Portate pure su la vostra roba, chiedete ad uno dei
miei uomini, lui vi condurrà nella vostra cabina,
starete un po’ stretti, ma tanto non avrete tempo
per dormire. Ah! Ah!- e ridendo tornò
nuovamente al lavoro inveendo su un paio di
marinai che avevano fatto cadere una cassa in
acqua.
La nave era piuttosto grande, era un tipico
vascello mercantile come quelli in uso in Europa
nel XV secolo, i marinai erano tutti indaffarati nel
loro lavoro e noi cercammo di dare il meno
fastidio possibile, anche perché quella era gente
con cui non era consigliabile avere discussioni.
Trovata la nostra piccola e stretta cabina, dove
avremmo dovuto stare in quattro, scaricammo gli
zaini e poi ritornammo in paese, a fare un ultimo
giro per le vie labirintiche di quella misteriosa
città industriale, l’unica di tutto il Reame del
Sogno.
La via principale di quella cittadina cosmopolita
era interamente occupata dai numerosi mercanti
provenienti da ogni angolo del regno, su entrambi
i lati della strada c’erano bancarelle, tende,

196
banchetti, carretti, mercanzie di ogni genere, dalle
pietre preziose alle vesti di seta o lino, dalle armi
alle erbe mediche ed alchemiche, dagli utensili più
comuni agli oggetti più strani.
C’era un gran vociare a causa del grande numero
di persone che assembravano la via ed i vicoli
limitrofi dove il mercato si estendeva, un odore di
incenso e profumi vari aleggiavano a coprire i
maleodori degli animali da soma e delle persone.
Quando passammo davanti alla bancarella di uno
strano individuo con il turbante e dalla pelle
olivastra, mi sentii tirare la manica, mi voltai di
scatto e vidi il piccolo uomo chinare il capo in
segno di saluto:
-Prego, volere comprare qualcosa? Prego, io sono
appena arrivato, venduto poco, anche voi stranieri
sembrate, solidarietà. Io avere oggetti interessanti-
.
L’uomo aveva la bancarella piena di varie
cianfrusaglie e chincaglierie, ad una prima
occhiata non aveva nulla che potesse servirci, ma
sembrava proprio il classico mercante che poteva
avere qualsiasi cosa.
-Da dove viene?- gli domandò Tindiana.
-Oh, io da nord, molto nord-. rispose l’uomo
indicando con il dito il nord.
-Quanto a nord? Inganok?-

197
-Io, stranieri, vengo da più a nord ancora-, disse a
bassa voce, -ma preferisco che non si sappia in
giro. Gente molto superstiziosa, ci sono tante
brutte storie sulle mie terre-.
-Viene dal Leng?- sussurrai.
-SShhh. Io non ho detto quel nome, straniero, e
sarà meglio che nemmeno tu lo ripeta più-.
-Ehi, quanto vuoi per questo affare?- Abdul, che
aveva un oggetto in mano, richiamò l’attenzione
del mercante.
-Oh no, amico mio, questo oggetto molto antico,
molto potente, io non potere dare ad altri che non
sia potente mago…questo artefatto è stato
costruito da un giocattolaio impazzito per un
nobile crudele che praticava arti occulte e
macabre, esso apre porte di altri mondi-
Guardai meglio quello strano cubo di metallo e lo
presi dalle mani del mio amico: -Da qua un
attimo-. osservai meglio le strane incisioni
riportate sul quel cubo e il sangue mi si gelò nelle
vene quando lo riconobbi.
–Oh, Diavolo-. lo rimisi sulla bancarella del
mercante immediatamente, -Se anche Clive
Barker è stato qui, quel cubo è uno degli oggetti
più pericolosi che esistano al mondo, ed ho già
idea di che porte apre. Meglio lasciarlo dov’è-.
-Ha delle mappe?- domandò Tindy al mercante.

198
-Certo, straniero, di tutto il Reame-. rispose
l’uomo dal naso adunco sfregandosi le mani.
-Noi stiamo cercando Irem, ma non la troviamo su
nessuna mappa, può aiutarci?-
-Oh, voi cercate la Città dalle Mille Colonne-,
fece lui, -molto lontana, molto. E non facile
arrivarci-.
-Questo è un problema nostro-.
-Voi aspettare un istante-.
Il mercante guardò dentro la sua tenda in un
vecchio baule, e dopo un paio di minuti se tornò
con una vecchia mappa ingiallita, ce l’aprì davanti
agli occhi.
-Questa mappa la disegnò mio bis-bis nonno,
unica cartina esistente delle Terre Sconosciute, su
al nord. Gli Dei non vollero che questa mappa
venisse divulgata, oscuri segreti esistono in quelle
lande desolate. Mio bis-bis nonno incontrò un
uomo che vi era stato, lo trovò quasi morente,
assetato ed affamato per il viaggio, e nel delirio
della febbre gli narrò della mitica città dalle mille
colonne, dove un enorme portale con la grande
mano scolpita attende solo di essere aperto. Per
questo Dei non vollero che mappa venisse diffusa,
per questo io avverto voi-.
Randolph prese la mappa e la osservò: -Quanto ti
dobbiamo?-

199
-Oh, io regalare voi questa mappa, ella conduce
alla morte, io non volere denaro per questo. Che
Nath-Horthath vi protegga-.
-Non so, dipende con chi sta-. rispose a bassa voce
il mio amico.
Salutammo il piccolo uomo e continuammo a
percorrere il bazar multietnico, mentre con la coda
dell’occhio mi era parso di vedere un sinistro
sorriso sulla bocca del mercante mentre ci
allontanavamo.
-Beh, finalmente un colpo di culo-. commentò
Randolph mentre camminavamo nella folla diretti
fuori da quell’ingorgo.
-Non lo so-, commentò Tindiana sospettoso, -mi è
sembrato troppo semplice. Cose del genere
accadono nei film-.
-Beh, questo è un gioco di ruolo, sarà stato un
aiuto del Custode, una volta tanto.-.. disse
Randolph.
-Ancora con sta storia?!- s’inalberò il mio amico, -
Lo vuoi capire o no che non è un gioco?! È la
realtà! La realtà, dannazione!! E io non voglio
impazzire o finire schiavo degli Altri Dei solo
perché tu ti ostini a non crederci!!-
Afferrai Tindiana cercando di calmarlo, era
furente, una vena pulsante sulla tempia, il volto
paonazzo e gli occhi fuori dalle orbite, gli
mancava solo la bava alla bocca.

200
-Randolph, anche tu-, lo rimproverò Abdul, -
avevamo detto di non contraddirlo proprio per
evitare queste scene-.
-Lo so, scusa, me ne ero dimenticato-.
Tindy intanto si era calmato, dissi agli altri due di
andare avanti intanto che lui sbolliva l’ira. Intanto
la gente lì al mercato, dopo essersi fermata per
alcuni secondi, riprese quello che stava facendo
prima di udire le urla di Tindiana.
-Sta buono-, gli dissi con voce pacata, -lo sai che è
testardo, lascialo che creda che sia solo un gioco,
presto si accorgerà che non è così-.
-Dovrebbe già averlo capito, dannazione, siamo
un gruppo, e sai bene che una catena è forte
quanto il suo anello più debole. Se Randolph si fa
fregare perché prende tutto alla leggera, come
fosse un gioco di ruolo, ci rimettiamo tutti-.
-Non accadrà, forse è scettico in maniera
esagerata, ma non è stupido, non vuole che il suo
personaggio muoia o impazzisca, per cui agirà lo
stesso nella maniera più sensata-.
-Sì, come scalare il monte Kadath-.
-Non credo ce ne sarà possibilità-.
-Preferisco che tenga tu la mappa, non si sa mai-.
-Ok, dopo me la faccio dare. Dopo tutto sono io il
detective-.

201
Tindy sorrise, sembrava essersi completamente
calmato ora. Uscimmo dalla via del mercato e
raggiungemmo gli altri nella zona del porto.

Salpammo al tramonto col vascello del capitano


Cambarro, il cielo era nuvoloso e tirava un po’ di
vento, il mare era mosso, ma si riusciva lo stesso a
navigare senza problemi. Alla partenza il capitano
e i suoi secondi praticarono alcuni atti propiziatori
sacrificando alcuni animali a non so quale divinità
e poi partimmo alla volta di Celephais.
Al secondo giorno di navigazione passammo
nuovamente sopra alla Città sommersa, la ciurma
era visibilmente preoccupata, pregava di
attraversare quelle acque il più presto possibile. Io
mi avvicinai alla balaustra e cercai di guardare
attraverso le limpide acque del mare. La città
doveva essere megalitica perché ci impiegammo
quasi un’ora per attraversarla tutta, vidi le ombre
delle piazze con fontane dalle strane forme, i tetti
di palazzi imponenti e cupole di templi, obelischi,
guglie, colonnati e statue di ogni tipo, e tra tutte
quelle antiche rovine mi era parso di vedere
ombre di strane creature che nuotavano, esseri
troppo grandi per essere pesci o normali creature
marine. Ad ogni modo non ci furono pericoli o
guai rilevanti.

202
Al settimo giorno di navigazione facemmo tappa
alla città portuale di Zakarion, sulla costa est dei
Sei Regni.
Il capitano ci disse che ci saremmo fermati per un
paio di giorni, sempre per affari e poi avremmo
salpato per Celephais, a non più di tre giorni di
navigazione.
Scendemmo anche noi a Zakarion, mentre i
marinai scaricavano alcune delle casse di merci
che erano nella stiva della nave.
In città c’era una gran agitazione per noi
inspiegabile, le persone erano restie e a parlare,
molti spiavano da dietro le persiane delle finestre,
altri confabulavano, al mercato nessuno urlava e
discuteva. Scoprimmo cosa era accaduto solo
quella sera, quando cenammo con il capitano
Cambarro. Solo il giorno prima del nostro arrivo
era salpato un grande trireme nero, la nave si era
fermata per quattro giorni e tre notti a Zakarion,
per scambiare le gemme, furono notti di tempesta,
di urla, di omicidi, le strane creature con i turbanti
comprarono gli schiavi negri di Parg, mentre le
creature che erano nella nave, ai remi, non
uscirono nemmeno a prendere aria.
Nessuno, né a Zakarion, a Dylath Leen, a
Celephais o altrove avrebbe commerciato con i
mercanti della trireme nera, ma avevano tutti

203
necessità di quelle gemme, e nessun altro
conosceva le miniere in cui si trovavano.
In quell’atmosfera ancora lugubre e tetra che gli
eventi della trireme nera aveva portato in città, la
nostra nave salpò il pomeriggio successivo alla
volta di Celephais, dove il capitano Cambarro si
recava a scambiare, per conto degli orefici e dei
mercanti di Dylath Leen, gioielli e pietre preziose,
ma anche lana di Ulthar, tessuti colorati di Hatheg
e l’avorio lavorato dai neri della Terra di Parg.

Così, dodici giorni dopo la nostra partenza da


Dylath Leen, avvistammo la splendida città di
Celephais, sin da lontano si potevano ammirare le
grandiose cupole, le guglie, le mura di marmo,
edifici splendidi adornati da statue di bronzo
addensati su strade strette e ripide, vista la costa
collinosa a ryas su cui imperava la città.
Dietro le colline s’innalzava la cresta purpurea del
Monte Tanarian al di là del quale iniziavano le
lande desolate delle Terre Proibite.
Mezz’ora più tardi l’avvistamento giungemmo al
porto, uno scalo con decine e decine di moli a cui
erano attraccate altrettante navi, velieri e galee
provenienti da tutte le parti del Reame.
Eravamo nel primo pomeriggio, i marinai
incominciarono a scaricare il resto della
mercanzia, mentre Cambarro andava a discutere

204
con altri capitani di navi che evidentemente
conosceva bene.
La città era meravigliosa ed immacolata proprio
come i racconti la descrivevano: minareti
scintillanti, mura di marmo, statue di bronzo,
giardini, ponti, colonnati, palazzi arabeschi, templi
ed altre meraviglie che in quel luogo non
potevano essere corrotti dal tempo.
Mentre stavamo ammirando il porto marmoreo
con i suoi galeoni dipinti il capitano ci avvicinò:
-Ho buone notizie per voi, stranieri-. ci disse, -Ho
appena parlato con il Capitano Flynn, un mio
vecchio amico, dice che alcuni giorni fa ha
attraccato a Celephais un galeone proveniente da
Inganok e che salperà per il nord domattina. Se è
in quelle regioni tormentate e oscure in cui vi
volete addentrare quello è il passaggio che vi
serve-.
-Inganok dice?- domandai.
-Già, so bene delle leggende che circolano su
quella città, ma i marinai con i quali ho avuto a
che fare sono sempre stati leali, anzi, erano
dispiaciuti della triste fama della loro città-.
-Dice che potremo fidarci di queste persone?-
domandò Randolph.
-Come potreste fidarvi di qualsiasi altro
sconosciuto-.

205
-Potremmo spacciarci per minatori in cerca di
lavoro-, suggerì il Tindy, -hanno sempre bisogno
di cavatori nelle miniere di onice-.
-Potrebbe essere pericoloso-. disse Abdul.
-Lo sarà comunque-, risposi, -qualsiasi scelta
faremo. Dobbiamo recarci a nord del Cerenario e
questa è la nostra unica possibilità-.
Fummo tutti d’accordo allora di spacciarci per
minatori, il capitano ci disse a quale molo recarci
l’indomani, ci salutò e ci augurò buona fortuna.
Noi lo ringraziammo e gli augurammo altrettanta
buona sorte.
Quando ci allontanammo dai moli Sam uscì con la
sua piccola testa dal mio cappuccio e lo sentii
miagolare.
-Che ha detto?- mi chiese Randolph.
-Che non può venire ad Inganok-. accarezzai la
testa del gattino, -Lo so, Sam, non è un posto per
te quello-. risposi.
-Potremmo lasciarlo dal vecchio capo dei gatti di
Celephais-. suggerì il Tindy.
-Tu che dici, Sam?- il gattino mi rispose con un
miagolio. -Dice che è un vecchio amico di suo
padre e del padre di suo padre-.
-Perfetto-. fece Randolph, -Allora lo lasceremo in
buone mani-.
Ci dirigemmo così al bazar dei macellatori di
pecore, dove viveva il vecchio e saggio gatto. Non

206
fu facile arrivarvi, Celephais era splendida quanto
labirintica, vicoli, stradine, ponti, viuzze, vicoli
ciechi, colonnati e quant’altro la rendevano un
dedalo in cui era molto facile perdersi. Ma grazie
ad alcune informazioni dateci dagli abitanti
trovammo il bazar e il gatto.
Presi in mano Sam e lo deposi a terra, perché ci
annunciasse.
Il gatto stava prendendo il sole sopra di una
piastrella d’onice, tra alcune bancarelle.
Anche se dovevo essermi ormai abituato, l’idea di
parlare con un gatto mi faceva sempre sorridere, e
di più quella di fare da traduttore per i miei amici.
Il vecchio gatto ci accolse cordialmente, alcuni
gatti gli avevano parlato di noi e del nostro
viaggio, sapeva già che saremmo salpati
l’indomani per Inganok, ci mise in guardia dalla
città d’onice ed ancor di più dall’altopiano del
Leng che si estende sopra di essa.
Dall’indomani, ci disse, saremmo stati
completamente soli, ad Inganok strisciano ombre
che nessun gatto può sopportare, in quel luogo
non avremmo udito un solo miagolio, soli in un
territorio completamente ostile, avremmo dovuto
diffidare di chiunque, anche di chi, ai nostri occhi,
fosse parso gentile e premuroso. Ma soprattutto
avremmo dovuto guardarci dal sacerdote dalla

207
maschera di seta gialla che nessuno deve
nominare.
Certi di lasciare Sam in buone mani (o zampe), lo
salutammo calorosamente e con un po’ di
tristezza, dopodiché ce ne tornammo verso il porto
in cerca di una locanda dove poter rifocillarci.
Trovammo una taverna adatta, piena di marinai e
mercanti di ogni dove, mangiammo discretamente,
non saprei dire che tipo di pesce fosse quello che
avevo mangiato, ma non sembrava né deforme, né
mutato, e il sapore era gustoso.
Dormimmo in una camera comune al piano di
sopra della locanda e il mattino dopo, rivestitici, ci
recammo al molo, verso il galeone d’ebano con
fregi dorati proveniente da Inganok.
Parlammo prima con un paio di marinai, poi col
capitano della nave, ci presentammo come
cavatori, chiedendo di poter unirci al loro ritorno
per poter andare a lavorare nelle miniere di onice
della loro regione.
Il capitano non ebbe niente da dire e ci accolse
sulla nave, molto più curata ed adornata di quella
con cui eravamo approdati a Celephais, ci venne
anche assegnata una piccola cabina tappezzata di
velluto viola.
I marinai di Inganok avevano la fisionomia
caratteristica della loro regione, ovvero naso
stretto ed adunco, occhi a mandorla, mento

208
appuntito e lobi allungati, noi diffidavamo
abbastanza e tenevamo turni di guardia la notte,
ma si rivelarono uomini cordiali ed amichevoli.
Essi stessi erano rattristati dalle voci, le storie e le
leggende sulla loro terra, erano ben consapevoli
che la vicinanza del Leng dipingeva la loro città
come un luogo buio, pericoloso e dove strisciano
inquietanti ombre.
Durante la traversata attraccammo per un giorno a
Hlanith, era, come quasi tutte le città delle Terre
dei Sogni, di una meraviglia indescrivibile: le
mura della città erano di granito e le case avevano
tetti incredibilmente aguzzi, con abbaini sorretti
da travi o intonacati, i soffitti bassi attraversati da
travi annerite e le finestre con i telai verdastri e i
vetri convessi avevano un’aria molto antica. I
moli erano di quercia, le strade ingombre di carri
trainati da buoi e mercanti che si affannavano a
gridare i pregi della mercanzia sulla porta dei
bazar.
Fu dal quinto giorno di navigazione che
incominciarono i guai, entrammo in un banco di
nebbia fitta, il vento smise di soffiare, le bussole
davano di continuo indicazioni differenti, e i
marinai iniziarono a scambiarsi timori, presagi,
ansie, preoccupazioni e paure.
Furono ore drammatiche, la nave ondeggiava in
acqua senza muoversi, la nebbia impediva di

209
vedere al di là di un palmo di naso, e strani suoni,
rumori ed ululati provenienti dagli abissi e dal
nulla che ci circondava.
Qualcuno cominciò ad accusarci di quella
situazione, i marinai sostenevano che gli Dei ci
erano contro e loro non volevano morire a causa
nostra. Il capitano, che era un uomo tutto d’un
pezzo, prese in mano la situazione, minacciando
chi avesse tentato di farci del male o di buttarci in
acqua, incoraggiò i propri uomini e pregò gli dei
che il vento tornasse a soffiare.
La temperatura iniziò a calare, la notte faceva
molto freddo, si scendeva sotto lo zero, quella
notte, durante il mio turno di guardia, salii sul
ponte avvolto in una coperta, erano solo quattro i
marinai di guardia, la nebbia era ancora fitta, c’era
solo una leggera brezza che non bastava a
gonfiare le vele. Se il vento non avesse iniziato a
soffiare in un paio di giorni avremmo dovuto
incominciare a razionare l’acqua ed il cibo.
Mi avvicinai alla balaustra di prua, scrutando il
nulla di fronte ai miei occhi, rimasi lì alcuni
minuti, poi, d’un tratto, mi parve di vedere
qualcosa, afferrai una delle lampade ad olio
appese lì vicino, ma non servì a nulla.
Rimasi ancora ad osservare e ad ascoltare, sentivo
anche un rumore particolare, l’acqua che batteva
contro qualcosa, stridio di assi…una nave!

210
-Una nave! Una nave!- urlai, subito i quattro
marinai sul ponte accorsero a prua, poi da sotto
salì il capitano e altri uomini.
Feci far silenzio e così udirono tutti il rumore
dell’avvicinarsi di un veliero, ma quando la nave
si mostrò a noi, tagliando la nebbia, la nostra gioia
mutò in terrore, e i marinai gridarono, si
disperarono, perché videro in quella nave un
terribile presagio di sventura: era un veliero dalle
vele squarciate, gli alberi marciti, deserta, silente,
buia, nessuno la guidava, nessuno la
comandava…
-Una nave fantasma…- sussurrai.
Quello che sembrò un cattivo presagio precedette
invece la messa in moto della nostra nave, infatti
il vento riprese a soffiare tra le urla di gioia
dell’equipaggio.
Ma la felicità, ancora una volta, durò ben poco,
ben presto quel vento divenne violento, iniziò a
piovere, si scatenò una vera e propria tempesta, le
onde divennero imponenti e colossali, mentre il
cielo tuonava.
La situazione degenerò, in breve tempo le onde
invasero il ponte, la tempesta strappò le vele e
abbatté uno degli alberi, i marinai urlavano,
correvano da una parte all’altra della nave, nel
vano tentativo di salvarsi, mentre il veliero iniziò

211
a curvarsi, destinato di lì a poco a rovesciarsi
completamente.
Sembrava proprio una tempesta mandata dagli
Altri Dei, piombammo in acqua assieme alla nave,
affondai nelle acque gelide del mare Cerenario,
immediatamente nuotai verso la superficie,
appena emersi respirai ad ampie boccate, lo zaino
che avevo sempre con me mi trascinava verso il
fondo, e mi tenevo a fatica a galla, ma non poteva
lasciarlo, dentro c’erano cose troppo preziose,
senza le quali non saremmo mai più tornati a casa.
Sentii i miei amici chiamarmi, mi voltai e li vidi
nuotare verso di me attaccati ad un relitto della
nave, mi aggrappai anch’io alla struttura
galleggiante e finalmente presi fiato.
-Ora sì che siamo nella merda-. bofonchiai e
mentre naufragavamo verso l’ignoto, la bufera
iniziò a placarsi.

212
7. HAGARG RYONIS E ALTRE DIVINITA’
Naufragano su una spiaggia irta di scogli, sassi
appuntiti e conchiglie spezzate, ero allo stremo
delle forze, ripresi i sensi ancora per pochi
secondi, ma quanto vidi mi riempì il cuore di
speranza, perché a poche centinaia di metri da noi
vidi giungere qualcuno in nostro aiuto, e sembrava
pure una bella ragazza…
Quando mi risvegliai mi ritrovai in una camera
non molto grande, dal pavimento e le pareti di
legno, stavo in un letto caldo, ed in altri tre letti,
nella stessa stanza, riposavamo i miei amici.
Della luce entrava dalla persiana e potevo vedere
bene la stanza, e i miei compari ronfare. Avevo un
po’ di lividi, escoriazioni e ferite varie, un po’ di
mal di testa, ma per il resto stavo a posto, ad
eccezione del fatto che ero completamente nudo
sotto le coperte.
La persiana era proprio a portata del mio lungo
braccio e allungandomi un po’ dal letto riuscii ad
aprirla, illuminando la stanza e portando dentro
l’odore del mare salato e l’aria fredda della
regione.
A poco a poco anche i miei amici si risvegliarono,
più o meno frastornati e confusi.
Mentre ci chiedevamo a vicenda cosa fosse
accaduto e dove fossimo, sentimmo dei passi nel
corridoio fuori dalla porta e poi qualcuno bussò.

213
-Avanti-. risposi mentre tutti ci coprivamo bene
sotto le coperte.
La donna che entrò nella stanza era una delle più
belle e sensuali che io avessi mai visto, senza
contare la straordinaria somiglianza con l’attrice
Angelina Jolie, almeno quanto Thaeron Marks III
assomigliava a James Woods.
-Buon giorno, ragazzi, dormito bene?- ci
domandò. In braccio aveva un cesto con una pila
di indumenti,
-Vi ho lavato i vostri vestiti, ora sono asciutti e
puliti-.
-Grazie-. rispondemmo insieme sempre con un
tono piuttosto confuso.
-Possiamo sapere chi siete, dolce fanciulla?-
domandò Randolph.
-Mi chiamo Jill, e sono la guardiana del faro-.
-Beh, credo di parlare a nome di tutti dicendole
che la ringraziamo di cuore per averci tratto in
salvo e essersi occupata di noi, toglieremo subito
il disturbo-.
-Nessun disturbo, anzi. Vivo sola da anni, qui non
viene mai nessuno, e vado a Setarn a fare compere
solo una volta al mese vista la distanza. Un po’ di
compagnia mi farebbe molto piacere-.
-Forse sarà meglio presentarci-. disse il Tindy, -Io
mi chiamo Tindiana Jones, professore e
archeologo-.

214
-Paul Kevin Araja-, feci io, -…risolvo problemi-.
-Io sono il dottor Randolph Carter, e desidero farle
i complimenti per la sua straordinaria bellezza-.
-Oh, mi fate arrossire-. rispose Jill civettando.
-Manca il turco-. mi intromisi indicando Abdul.
-Io mi chiamo Abdul e vendevo tappeti se non che
la nave è naufragata-.
-Dove eravate diretti, se posso chiedere?-
domandò la donna.
Stavo per risponderle quando Randolph mi
anticipò: -Eravamo imbarcati su una nave di
tagliapietre e cavatori diretta ad Inganok, se non
ché le acque del mare Cerenario hanno inghiottito
la nostra imbarcazione costringendoci al
naufragio, ma è una disavventura che è valsa la
pena vivere vista la fortuna che abbiamo avuto ad
incontrarla-.
Il Tindy si sporse con la testa verso di me: -Ma ci
sta già provando?- bisbigliò.
-Lo sai che per queste cose non perde mai tempo-.
-Bene, vi lascio qua i vostri indumenti, ci vediamo
di sotto-.
Appena Jill uscì di camera ci fiondammo a
rivestirci, e lo facemmo molto in fretta visto il
freddo che faceva.
Anche gli zaini si erano asciugati, speravo solo
che anche i libri e la mappa fossero ancora integri.

215
Il discorso dopo meno di un minuto si concentrò
sull’ammaliante Jill, ovviamente, ma anche
stavolta il Tindy ebbe da ridire.
-Io non mi fido-. disse in tono un po’ inacidito, -
Sembra un po’ forzato il fatto che siamo
naufragati proprio qui dove ci ha salvati una
bellissima donna tutta sola-.
-In effetti sembra un trama da film porno-.
sottolineò Abdul.
-A me sembra normale-, si difese Randolph, -fa
parte del gioco trovare almeno una donna
affascinante da corteggiare, e poi la somiglianza
con Angelina Jolie è una lampante mossa
commerciale visto che tra poco uscirà al cinema il
film di Tomb Raider. Ma siccome il Tindy è
convinto che non sia realtà virtuale, deve per forza
trovare qualcosa su cui ridire-.
-Io dico solo che in questo posto non mi fido di
nessuno, specie con chi si dimostra troppo amico-.
-Stavolta non posso dargli torto-, mi intromisi, -
siamo naufragati e Jill ci ha salvati, fino a prova
contraria sta dalla nostra parte-.
-Fate come volete, ma io vi ho avvisati-.
Poco dopo scendemmo al piano di sotto, in un
modesto soggiorno composto da un massiccio
tavolo di legno, da qualche credenza ed un
camino, Jill stava preparando il pranzo.

216
-Spero vi piaccia la zuppa con il pane secco-,
disse la donna girando il mestolo nel pentolone, -
so che non è il massimo ma ha un buon sapore,
riempie lo stomaco e scalda le budella-.
-Sarà sicuramente delizioso- la adulò subito
Randolph, -se l’ha fatto lei-.
-Beh, grazie-.
-Possiamo aiutarla in qualche modo?- le domandò.
-Beh, potete apparecchiare, nel primo cassetto in
quel mobile trovate piatti, posate e bicchieri-.
Non perdemmo tempo e apparecchiammo la
tavola.
Facemmo un lauto pasto e una piacevole
conversazione con Jill, ad eccezione delle
continue adulazioni di Randolph che facevano
imbestialire sempre più il Tindy, più preoccupato
perché ce ne andassimo da lì sani e salvi che non
di una eventuale relazione tra il nostro amico e la
nostra ospite.
Le raccontammo un po’ per uno delle nostre
vicende nel reame dei sogni, ogni tanto Randolph
si lasciava scappare qualche riferimento al mondo
reale che la ragazza però non capiva.
Le chiedemmo ovviamente la strada per Inganok,
se c’era un modo per raggiungere la città in breve
tempo, ma da lì non c’era altra strada che
costeggiare la costa e sperare di non fare brutti
incontri. Aveva comunque un carro con una zebra,

217
con il quale si recava in città per la spesa, ci
avrebbe volentieri accompagnati uno dei giorni
seguenti, quando l’avremmo lasciata per
proseguire il nostro viaggio.
Dopo pranzo Jill ci portò a fare una visita turistica
al faro situato su un promontorio di costa rocciosa.
Dall’ultimo piano dell’imponente faro
ammirammo la conformazione rocciosa
frastagliata della costa, la vegetazione a taiga, una
pineta di alberi morti situata più internamente e
che si affacciava su una sorta di piccola baia
naturale, il costone roccioso verso est nel quale si
aprivano delle grotte e su cui si stagliavano le
rovine di una antica Torre di Guardia.
Da lontano, dove il mare toccava il cielo,
provenivano echi lontani di tuoni e di mare in
burrasca, un’altra tempesta era in arrivo. Quando
scendemmo nuovamente sulla spiaggia ciottolosa,
il vento aveva già iniziato a soffiare, e l’aria aveva
quel caratteristico odore che si sente poco prima
di un violento acquazzone.
Corremmo in casa a chiudere imposte e porte,
mentre Jill portava la zebra nella stalla e chiudeva
le galline nel pollaio.
Dopo mezz’ora circa iniziò a piovere, e di brutto.
Continuò a piovere per il resto della giornata e fin
dopo cena.

218
Io persi quel tempo a controllare i libri e la mappa,
ringraziando ancora Sam per il suggerimento di
incellophanarli tutti in caso proprio che si fossero
bagnati in temporali o cadute in acqua. Erano solo
un po’ umidi, ma erano integri, grazie al cielo.
Avevo chiesto ad Jill se aveva una mappa della
zona e la confrontai con quella che avevamo noi
per studiare un percorso poco rischioso; intanto
Tindy si stava rileggendo alcuni racconti di
Lovecraft ambientati nel Reame dei Sogni, Abdul
fece un inventario dei rifornimenti da portarci
dietro visto che Jill aveva insistito perché
prendessimo le sue provviste, infatti da lì a pochi
giorni sarebbe tornata a Setarn, e Randolph
continuava a civettare con la donna che sembrava
non disdegnare le sue attenzioni.
Dopo cena andammo a dormire, l’intenzione era
quella di alzarci presto per partire, ma Randolph ci
avvertì che quella notte non avrebbe dormito in
stanza con noi raggiungendo poi Jill nella sua.
-Spero gli venga la sifilide-. disse un acido
Tindiana.
-Ci mancherebbe anche questa-. gli risposi, -Se
crede di giocare, lascia che si diverta-.
-Ho già detto che a me non da fastidio il fatto che
lui ritenga di giocare, ma solo che comportandosi
come uno sconsiderato mette a rischio la nostra
vita e il nostro ritorno a casa-.

219
-Non posso che darti ragione-.
-Domani comunque si parte presto-, disse Abdul
da sotto le coperte, -lo sveglio io a calci nel culo
se è necessario-.
Nonostante non lo lasciassimo intendere era
evidente che eravamo tutti invidiosi del nostro
amico, ma non potevamo farci proprio nulla.
Dopo un’ora che stavo disteso nel letto e non
riuscivo a prendere sonno, mi alzai e scesi al
piano di sotto, le braci del camino erano ancora
ardenti e ne approfittai per accendere di nuovo il
fuoco. Fuori pioveva ancora a dirotto. Avevo
trovato del the in polvere e misi a scaldare
dell’acqua in un pentolino per berne una tazza
calda.
Sentivo solo la pioggia battere contro i muri della
casa, e il fuoco del camino era l’unica fonte di
luce in quella notte di tenebra, eppure avevo la
terribile sensazione che le ombre sulle pareti si
ingrossassero e si ingrandissero, quasi volessero
divorare la poca luce proiettata nella stanza.
Quella anomala situazione, io da solo in quella
stanza illuminata solo da un tenue fuocherello, il
pentolino di the che bolliva, la pioggia che batteva
incessante contro la casa, mi rievocò una terribile
nostalgia di casa, soprattutto di quando tornavo a
casa le sere di inverno dall’università, con il buio,

220
la pioggia, da solo, esausto per una intera giornata
di lezioni.
Ricordavo quanto mi sentissi lontano da casa
mentre camminavo verso la metropolitana, poi
verso la stazione, poi in treno e infine lungo la via
che mi riportava alla mia abitazione, e ogni volta
mi ripetevo la frase “quant’è lunga la strada verso
casa”…mai lunga quanto lo era in quel momento.
Mi alzai e versai l’acqua calda in colino con il the
in una tazza e poi la presi in mano, riscaldandomi.
Non credevo più di essere in un gioco, ero ormai
certo di trovarmi realmente nel Reame dei Sogni,
e benché avessi sempre desiderato visitarlo, ora il
mio più grande desiderio era quello di lasciarlo al
più presto. Non eravamo molto lontani da Irem,
non più di quanto lo fossimo a Dylath Lee o a
Baharna, ma la strada era ancora lunga, piena di
pericoli e di nemici; avremmo dovuto attraversare
una zona del Leng, il cui solo nome terrorizza
chiunque, e avremmo dovuto giungere in qualche
modo alla città delle mille colonne, e affidarci ad
una leggenda…
Mi ritrovai inconsciamente a piangere, volevo
tornare a casa e volevo farlo al più presto.
Mi ero portato di sotto le mie due ronche, l’acqua
ne aveva arrugginito un po’ le lame, e così ne
approfittai per arrotarle un po’, utilizzando un
attrezzo che avevo preso da uno scaffale.

221
Poco dopo sentii qualcuno scendere le scale e mi
asciugai frettolosamente le lacrime, era Tindiana
che mi aveva raggiunto in soggiorno, dove il
fuoco del camino scoppiettava, l’espressione sul
suo volto mi fece intendere che aveva importanti
novità, e il fatto che tenesse in mano il Vobiscum
Satanas mi diede da pensare.
-Trovato qualcosa?- gli chiesi.
Il mio amico si sedette ed appoggiò sul tavolo di
legno il libro antico: -Ho tolto il libro dalla
protezione per controllare che non si fosse
bagnato, ed ho scoperto che due pagine erano state
incollate, l’umidità le ha fatte staccare e dentro ho
trovato questo. Forse tu ci capisci qualcosa-.
Tindy mi passò un vecchio foglio di carta piegato
scritto a mano con l’inchiostro, a differenza di
quel che potessi immaginare, quello che lessi
andava al di là di ogni mia più lontana previsione.

222
-Sono formule matematiche-, continuò il Tindy, -
ma non ne capisco il senso, sono troppo
complesse-.
-Non sono formule, sono una serie…una serie di
Fourier-. dissi meravigliato da quello scritto.
-Sai risolverla?-
-Non è un esercizio, di solito le serie di Fourier si
dimostrano, e da quel che mi ricordo direi che
questa sia più la definizione generale della serie-.
-Sai almeno a cosa si riferisce?-
-Qualcosa mi ricordo. Ci sono molti fenomeni
oscillatori in natura, per esempio: le onde del
mare, le maree, le pulsazioni cardiache, la corda
vibrante di una chitarra, ed altre meno evidenti
quali le molecole d'aria che con la loro
oscillazione ci permettono di percepire suoni e
rumori.
Non solo i corpi dotati di massa ma anche la luce,
le onde radio e in generale le onde
elettromagnetiche sono esempi di moti oscillatori.
223
Tutti questi tipi d'onda non trasportano materia ma
energia, basti pensare alle onde marine quando
muovono un oggetto galleggiante, questo non si
sposta in direzione delle onde ma in direzione
perpendicolare a quella delle onde, su e giù, e per
tale motivo questo tipo di onde sono definite come
onde trasversali. In genere lo studio dei fenomeni
oscillatori interessano l'acustica, l'elettrotecnica, la
meccanica delle vibrazioni, l'astronomia e molte
altre scienze e le serie di Fourier permettono di
descrivere la forma di queste onde-.
-Che senso può avere allora questo foglio?- mi
chiese il Tindy sempre più perplesso.
-Prima di capirne il senso dovremmo domandarci
come abbia fatto Thermogorothus a scriverla,
Fourier è nato nella seconda metà del 1700,
quando il nostro alchimista era già defunto-.
-Beh, forse a questo una spiegazione c’è, illogica,
ma c’è: come ben sai certe persone in stato di
trance, possessione o influenza spirituale sono in
grado di parlare lingue sconosciute e addirittura
morte. Forse Thermogorothus ha scritto questo
testo matematico in una di queste condizioni-.
-Uhm…è un’ipotesi…ma chi è che recentemente
ci ha nominato Fourier, ti ricordi?-
-…ma sì, il bibliotecario della Miskatonic
University!-

224
-Giusto. Forse Thermogorothus stava scrivendo
una serie di Fourier per descrivere un qualche
fenomeno oscillatorio, ma di cosa? Onde
elettromagnetiche? Quanti di luce? …Tachioni?-
Guardai il mio amico.
-I tachioni sono particelle teoriche che viaggiano
ad una velocità superiore a quella della luce, e
comunque cosa centrerebbero?-
-Pensiamo quadrimensionalmente:- dissi, -
sappiamo che Thermogorothus e Legione stavano
studiando i cunicoli sotterranei e i passaggi
dimensionali che conducono dal nostro a questo
mondo, forse alla base di questi varchi
dimensionali esiste un principio matematico
regolato da una serie di Fourier, forse sono creati
da delle oscillazioni tachioniche che in
determinate condizioni aprono l’ingresso tra i due
mondi. Se ci pensi bene la matematica al suo
estremo più teorico non diventa altro che filosofia,
metafisica, ontologia ed altre scienze irrazionali-.
Dei rumori al piano di sopra interruppero il nostro
discorso.
-Che diavolo era?- feci al mio amico impugnando
una delle ronche.
-Staranno facendo del sesso esasperato-.
Udimmo ancora una specie di tonfo e poi dei
rantoli, come se qualcuno si stesse dimenando sul
pavimento.

225
Io e Tindy ci guardammo: -Dici che dovremmo
andare a vedere?- mi chiese.
La situazione era piuttosto imbarazzante, eravamo
consapevoli che in ogni angolo di quel posto si
nascondeva un pericolo e quella casa non ne era
esente, ma se davvero stavano facendo del sesso
sfrenato la nostra incursione sarebbe stata a dir
poco imbarazzante.
-Ragioniamo come personaggi, tu che faresti?-
domandai al Tindy.
-Andiamo a bussare-.
Salimmo velocemente al piano di sopra con una
lampada ad olio, sentivamo ancora dei rumori
provenire dalla camera, bussammo alla porta ma
non udimmo risposta: -Tutto bene? Fate dei
rumori strani lì dentro, ci siamo preoccupati, sai
com’è, la prudenza non è mai troppa…- niente.
Insistetti: -Randolph, se non mi rispondi io entro.
Contro fino a 3…1…- sfondai con una spallata il
debole cardine della porta e la scena che ci
presentò fu di un incubo abissale: con la poca luce
alle mie spalle vidi chiaramente il mio amico
disteso sul pavimento, agonizzante e sopra di lui
una orrenda e grottesca figura taurina con scaglie
cornee e nere; aveva sei occhi verdastri e luminosi
al buio, disposti irregolarmente sul corpo, denti e
artigli lunghi e all’apparenza taglienti come rasoi.
Il mostro mi fissò per un breve istante, aprì le

226
fauci per un agghiacciante latrato e un secondo
dopo scappò dalla finestra sfondando la persiana
di legno.
Io ero paralizzato dalla paura, bianco in volto e
con il battito a mille, il Tindy per poco non svenne
e se non fosse stato per Abdul, che entrò in quel
momento nella stanza, sarebbe caduto battendo la
testa.
–Mi sa che il Tindy ha fallito il tiro sanità-. fu il
commento del nostro amico.
-E quello che diavolo era?- balbettai ancora
spaventato. –L’hai visto?-
Abdul scosse la testa: -Grazie al cielo me lo sono
perso-.
Riavuto dalla paura Tindiana soccorse Randolph
con Abdul, mentre io mi affacciai alla finestra, ma
nemmeno la luce del faro mi aiutò nella rapida
ricerca di quel mostruoso essere.
-Come sta?- domandai voltandomi.
-Ha un po’ di lividi e qualche taglio-, mi rispose
Abdul, -è piuttosto pallido e intontito, ma niente
di più-.
-Fossimo arrivati tardi lo avremmo trovato a
pezzi-. commentò Tindiana.
D’un tratto un gemito alle nostre spalle catturò la
nostra attenzione, nell’angolo della camera, al
buio, c’era distesa Jill, non sembrava ferita, solo
leggermente intontita.

227
Mettemmo la donna sotto le coperte del suo letto e
portammo Randolph nel suo.
-Qualcuno sa cosa era quella creatura?- ci
domandò Abdul.
Io scossi la testa ed anche il Tindy era dubbioso: -
C’era troppo buio, l’ho vista a malapena-.
-Forse un Gaunt?- pensai.
-No, lo escludo-, mi rispose Tindiana, -i Gaunt
non arrivano fin qua, e non si comportano a quel
modo. Forse qualche mostro che non conosciamo-
.
-Ma come diavolo ha fatto ad entrare?- mi
domandai.
-Non dalla finestra?- ipotizzò Abdul.
-La finestra l’ha sfondata lei uscendo, e dubito che
un mostro del genere possa aprire una imposta,
entrare di soppiatto in una camera e rinchiudere
senza che i due inquilini se ne accorgano-. dissi.
-Forse era vincolata a qualche oggetto-. continuò
Abdul.
-O magari il nostro occultista ha voluto dilettarsi
in qualche magia e ha sbagliato evocazione-.
aggiunse Tindiana.
-Beh, domani lo sapremo, ma sarà meglio fare lo
stesso la guardia, non vorrei che quel mostro sia
ancora qui in giro-.
-Io ne approfitterei per preparare gli zaini-. disse
Abdul.

228
-Giusto, visto che sarà difficile addormentarsi,
ormai-. affermai scendendo gli scalini, -
Metteremo le coperte nel mio zaino e in quello di
Randolph, nel tuo infilaci le provviste e le
borracce piene, mentre il Tindy metterà nel suo i
libri, la mappa, i manuali e tutto il resto-.
-Ok-.
Mentre io e il Tindy stavamo di sotto a preparare
gli zaini, Abdul cercò di coprire in qualche modo
la finestra nella camera di Jill, visto che la
creatura aveva sfondato le persiane.
-Tu non hai capito che creatura era?- domandai
nuovamente al Tindy, mentre infilavo le coperte
negli zaini.
-Non lo so-, titubò il mio amico, -era buio e ho
preso un bello spavento-.
-Io credo di averla già vista da qualche parte, per
lo meno in disegno, ma non riesco proprio a
ricordare-.
Poco dopo Abdul ci raggiunse.
-Ehi-,esclamai, -Tindy passami il manuale di base,
quello con i mostri-.
Il Tindy velocemente prese il manuale dallo zaino:
-Ti sei ricordato qualcosa?-
-Sì, credo di ricordare dentro al manuale un
disegno che assomiglia a quel mostro-.
Sfogliai il manuale velocemente, guardando le
figure di tutte le creature, e finalmente…

229
-Eccola!- esclamai, ma quando riconobbi la
creatura un brivido mi corse lungo la schiena,
perché capii che era ancora lì nella casa, con noi, -
Merda! È Hagarg Ryonis! È Jill! È lei!-
Io e i miei amici sbiancammo.
Un trambusto al piano di sopra ci fece scattare,
chiamammo il nostro amico a gran voce, salimmo
le scale in gran fretta e trovammo la porta della
nostra stanza spalancata, entrammo con le gambe
che tremavano e trovammo quella creatura
d’incubo riversa sul corpo del nostro amico,
intenta a prosciugargli la vita.
Abdul, con la sciabola in mano, si lanciò contro di
lei urlando, la lama benedetta le trapassò un
fianco, la dea mostruosa emise un urlo di dolore
che ci assordò e con una manata scaraventò Abdul
contro la parete.
Ci guardò con odio sviscerato dai suoi occhi
scarlatti disseminati per il corpo, ruggì di rabbia e
dolore tanto che mi sentii svenire, estrasse la
sciabola dal suo corpo ma prima che potesse
assalirci Tindy aveva già in mano la pietra di
ossidiana e stava recitando le antiche formule
d’esorcismo che aveva imparato.
Hagarg Ryonis, ferita, non riuscì a resistere alla
forza della pietra magica e urlando balzò fuori
dalla finestra ancora una volta, perdendosi nella
pioggia.

230
-Oh diavolo-, ansimai, -se ne è andata-. riavutomi
dallo spavento aiutai Abdul ad alzarsi, aveva
picchiato forte la testa, ma non era nulla di grave,
poi pensammo a Randolph.
Lo tirammo fuori dal letto di peso, si era svegliato,
ma non parlava, ci guardava con sguardo attonito,
frastornato.
–Forza, amico, dobbiamo fare in fretta-. gli
sussurrai.
Si rimise in piedi, ma faceva fatica a camminare,
io e Abdul lo aiutammo a scendere lentamente le
scale, mentre i sudori freddi ci colavano lungo la
schiena.
Il Tindy aveva raccolto gli zaini, uscimmo dalla
casa di soppiatto e lentamente ci allontanammo,
sollevandoci sempre più ad ogni passo.
La notte era fredda, ma la nebbia che aleggiava
sulla costa ci avrebbe coperto.
-Ehi, perché non le portiamo via il carro con la
zebra?- fece Abdul.
-Giusto-, dissi io, -aspettatemi qua, vado a
prenderlo-.
Corsi rapidamente verso la stalla, la zebra non fu
felice di essere svegliata, ma non oppose
particolare resistenza, montati sul carretto, afferrai
le redini e raggiunsi i miei amici.

231
Partimmo subito, era molta la strada che ci
separava da Inganok, e la zebra ci avrebbe aiutato
a recuperare le forze e le idee.
Dopo un po’ Randolph si riprese, balbettava
qualche parola, ma con poco senso, sembrava non
capire dove fosse o cosa stesse facendo lì, era
quasi assente, come se la sua mente fosse stata
desolata.
-Merda!- esclamò Abdul guardando il nostro
amico, -Ma che diavolo gli avrà fatto?-
-Te l’ho detto-, gli rispose Tindiana, -gli ha
prosciugato la mente, è così che fa Hagarg Ryonis
quando non fa a pezzi le sue vittime. Diciamo che
a livello del gioco di ruolo gli ha tolto quasi tutta
la sanità mentale, fossimo arrivati solo un minuto
più tardi lo avremmo trovato lobotomizzato o
addirittura morto-.
-E non possiamo fare qualcosa?-
-Ti dico di no!- esclamò spazientito Tindiana, -Se
ti dicessi che gli ha fritto i neuroni del cervello
comprenderesti meglio?-
-Un po’, sì-.
-Forse ad Inganok possiamo trovare qualcuno che
possa aiutarlo-. suggerii.
-E chi?- domandò stizzito Tindiana, -Hagarg
Ryonis gli ha prosciugato l’anima, non c’è nulla
che possiamo fare, se non riportarlo a casa ancora
integro-.

232
-Ehi, cocchiere-, mi fece Abdul, -quanto manca
ancora?-
-Secondo la mappa dovremmo arrivare ad
Inganok domani a questo passo-.
-Per cui dovremmo trovare un posto dove sostare-.
-Già, anche perché tra poco pioverà di nuovo-.
dissi guardando le nubi nere provenienti dal mare.
Un paio di ore più tardi iniziò a piovere e non
avevamo ancora trovato uno straccio di posto
dove poterci fermare, almeno senza allontanarci
dalla costa.
-Ehi!- esclamò d’un tratto Abdul alzandosi in
piedi, -C’è del fumo laggiù! Oltre quegli alberi-.
-Andiamo a vedere, ma stiamo attenti-. dissi
facendo spostare la zebra verso l’interno della
costa.
Trovai addirittura un sentiero che attraversava la
fitta pineta, seguimmo il fumo e presto trovammo
un piccolo insediamento che però non era un
villaggio né un accampamento, sembrava più un
luogo sacro, c’era un enorme tempio con un
altissimo arco ad ogiva, dei colonnati e delle
rovine di antichi luoghi di culto.
Una delle rovine poteva offrire un riparo per la
zebra ed il carro e così ci infilammo là sotto e
scendemmo a terra.
Il fumo proveniva da un falò al centro
dell’insediamento che era stato spento dalla

233
pioggia. Legammo la zebra ad una delle colonne e
poi, prendendo Randolph sotto braccio, ci
dirigemmo dentro al tempio di stile quasi gotico.
Era costruito di marmo, ma il tempo aveva
corroso le pietre e le colonne che lo adornavano, i
fregi e i capitelli in bronzo erano stati consumati
dal tempo, una cupola di pirosseniti sormontava la
volta dell’antichissimo tempio.
Varcammo la soglia per rimetterci al riparo dalla
tempesta e dentro trovammo miriadi di candele
accese in ogni dove, in terra, lungo le navate,
sull’altare, sui capitelli, su costoloni della volta, e
sulle panche di marmo cinereo.
Trovammo una piccola cappella laterale chiusa
con un portone di bronzo ancora integro e
decidemmo di riposare lì dentro, ritenendolo il
posto più sicuro, c’era anche lì un piccolo altare
adiacente al muro della cappella sul quale vi erano
accesi dei candelabri che illuminavano un
mosaico rappresentante una figura quasi umana
avvolta dalle fiamme.
-Interessante-, commentò il Tindy, -sembra che
siamo finiti in un tempio dedicato a Karakal, il
Dio del Fuoco-.
-Beh, noi vediamo di non provocare la sua ira-,
disse Abdul, -ci riposiamo e domattina ce ne
andiamo-.

234
Visto che eravamo in un luogo piuttosto appartato
decidemmo di fare i turni di guardia uno alla
volta, dando ogni tanto un occhio alla fessura
della porta di bronzo.
Mi addormentai quasi subito tanto ero stanco,
usando lo zaino come cuscino, quando fu il mio
turno Abdul mi svegliò e, a fatica, aprii gli occhi.
Uscii dal sacco a pelo e mi alzai in piedi, diedi
un’occhiata fuori dal portone, sembrava che non
ci fosse nessuno in giro, così uscii di soppiatto
dalla cappellina e camminai lungo la navata
laterale del tempio. Fuori pioveva ancora e doveva
aver albeggiato da poco, anche se il cielo era color
del piombo, arrivato al portone di ingresso
allungai le mani quel tanto che bastava per
riempirle di acqua piovana e sciacquarmi il viso.
Proprio mentre stavo per rientrare udii dei lamenti
sinistri nelle vicinanze, mi infilai il cappuccio del
k-way e andai a dare un’occhiata dietro al tempio,
da dove provenivano quei lamenti che poi capii
essere una specie di litania o canto funebre,
accompagnati dall’eco lento ed ossessivo di un
tamburo.
Il cuore mi balzò in gola quando intravidi
nell’acquazzone in gruppo di individui ammantati
ed incappucciati che si dirigevano verso il tempio
portando seco delle candele il cui fuoco non si

235
spegneva nonostante la pioggia e il vento che
soffiava.
Non persi tempo e corsi dentro il tempio a
svegliare i miei amici:
-Presto! Muovetevi! Sta arrivando un gruppo di
fanatici!- li svegliai.
I miei amici erano ancora intontiti, li aiutai a
mettere via le coperte ed il sacco a pelo, Abdul
aiutò Randolph ad alzarsi, ma era troppo tardi, gli
adoratori di Karakal erano già entrati nel tempio.
Attraverso la fessura della porta della cappella
osservavo attentamente quello che accadeva nel
tempio, vidi uno di quegli individui levarsi il
cappuccio, era un uomo anziano con una barba
lunga e grigia, si avvicinò all’altare dove vibrava
la fiamma di Karakal, e iniziò ad invocare la
divinità con parole innominabili che fecero
scatenare tuoni e fulmini nel cielo già in tempesta.
D’un tratto tutta l’assemblea seguì con un coro
greve ed immondo le parole del sacerdote, ed il
cuore mi mancò d’un battito quando, dietro di me,
Randolph si unì al coro dei seguaci di Karakal
pronunciando ad alta voce le parole della
cerimonia.
Abdul gli tappò la bocca, ma fu troppo tardi, ci
avevano sentiti…
Tutti i seguaci si voltarono dalla nostra parte,
osservandoci dal buio dei loro cappucci calati, il

236
sacerdote puntò verso di noi il suo adunco dito
pronunciando parole nella sua lingua arcana e
blasfema.
-Dannazione!- esclamai, -Stanno arrivando!-
Seppur sudando freddo Abdul sguainò la sciabola
incantata, Tindiana la sua frusta e io presi la mia
coppia di ronche… le gambe ci tremavano, ma
quella volta avremmo dovuto batterci, era
impossibile fuggire con Randolph incapace di
muoversi.
Spalancammo di colpo il portone di bronzo
quando alcuni dei discepoli di Karakal furono
davanti a noi, con il risultato di colpirli con il
massiccio portale facendoli rovinare a terra e
guadagnando tempo.
Io e Tindiana sorreggevamo Randolph uno da una
parte ed uno dall’altra, con la mano libera stretta
attorno all’impugnatura della nostra arma.
Cercammo di correre lungo la navata laterale, per
avere almeno le spalle coperte e dovendoci così
occupare solo degli altri tre fronti.
Dopo pochi metri eravamo già stati raggiunti dai
nostri nemici che, per fortuna, non erano armati se
non con delle candele.
Abdul ne infilzò uno con la sciabola, mentre io
riuscii a colpirne un secondo con un calcio mentre
ci stava saltando addosso, il Tindy ne allontanò un

237
terzo scioccando la frusta, anche se per poco non
colpì anche il sottoscritto.
Eravamo a metà della navata quando ci fu un
rombo assordante all’interno del tempio, udimmo
il sacerdote parlare nella sua lingua
incomprensibile e gli altri seguaci inginocchiarsi
verso l’altare dove, dalla fiamma sacra, si era
materializzata la figura di un uomo dai tratti
bellissimi, nudo dalla cinta in su e circondato di
fiamme: Karakal…
-Ora sì che siamo nella merda-. esclamai con voce
tremolante.
-Via!- esclamò Abdul, -Andiamo!-
Approfittando di quella interruzione ci
avvicinammo al portone d’ingresso, ma quando vi
fummo vicini esso si chiuse di colpo sbattendo e
quando ci voltammo avvistammo una palla di
fuoco giungere verso di noi.
-A terra!- gridai mentre trascinavo giù con me sia
Randolph che Tindiana.
Il globo di fuoco colpì il portone a circa tre metri
sopra le nostre teste infrangendosi con un fragore
assordante, dei calcinacci caddero dalla parete e ci
caddero addosso ferendoci leggermente.
Karakal ci parlò nella stessa lingua antica del
sacerdote, non capimmo cosa stava dicendo ma
era ovvio che era piuttosto infuriato.
-Tindy, la pietra di ossidiana, diavolo!- gli urlai.

238
Il mio amico, ancora spaventato, frugò
rapidamente nelle sue tasche mentre da alcuni
fuochi di Karakal vidi prendere forma alcuni
esseri della sua razza servitrice: erano costituiti da
fulmini sfrigolanti, le zampe, simili a quelle di un
aracnide, erano dei fulmini neri e rossi
intermittenti, i corpi piccoli e pelosi percorsi da
lampi e saette scarlatte, privi di testa, fluttuavano
a mezz’aria e non sembravano per niente
amichevoli.
-Tindy!- gridai ancora vedendoli sopraggiungere.
-Ecco!- Tindiana innalzò la pietra di ossidiana e
iniziò a pronunciare la litania oscura che dava il
potere alla pietra, mentre io aiutavo Randolph a
rialzarsi e Abdul cercava di aprire il portone
d’entrata.
La pietra fece il suo dovere e le creature di
Karakal indietreggiarono, così come il Dio stesso
che parve più piccolo di come quando era apparso.
Riuscimmo ad aprire il portone proprio mentre
Karakal lanciava un attacco, tirammo il Tindy per
lo zaino e cademmo tutti e quattro fuori sul
selciato bagnato dalla pioggia, la vampata di
fuoco della divinità colpì il pavimento d’ingresso
del tempio, pochi metri dietro di noi.
Abdul aveva preso sottobraccio Randolph che
riusciva a correre in qualche maniera, io aiutai il
Tindy a rialzarsi, ma questi, resosi conto che la

239
pietra era caduta proprio dove Karakal aveva
colpito cercò di rientrare nel tempio.
-Muoviti, Tindy!- esclamai.
-La pietra! Devo recuperarla!- vidi il Tindy
gettarsi sul pavimento ancora rovente per la
fiammata di Karakal e afferrare con la mano la
pietra di ossidiana, se non che appena la strinse
nel pugno urlò un grido di dolore tremendo e capii
che la pietra arroventata lo aveva ustionato.
Lo presi per lo zaino e li ritirai su, mentre i
seguaci di Karakal stavano correndo verso di noi,
fummo nuovamente sotto la pioggia, il Tindy
urlava di dolore mentre teneva la mano aperta
perché la pioggia gliela bagnasse.
-La pietra…- ansimava.
-Lascia perdere la pietra-, gli dissi col cuore in
gola, -ormai è inservibile-.
Stavamo per raggiungere il nostro carretto quando
vidi Abdul che un gesto eloquente mi faceva
intendere che qualcuno si era portato via la zebra.
Continuammo così a correre a perdifiato con gli
adoratori di Karakal alle calcagna, il Tindy ferito e
Randolph in quelle condizioni.
Ritornammo lungo la costa e per fortuna non ci
inseguirono più, ci fermammo dopo circa dieci
minuti, quando fummo sicuri che non li avevamo
più alle costole prendemmo fiato e medicammo il

240
Tindy, trovammo un piccolo riparo sotto alcuni
massi ciclopici che stavano lì da chissà quanto.
L’ustione del Tindy era brutta, gli era rimasto
addirittura il calco del segno degli Antichi sulla
mano quando aveva stretto la pietra arroventata.
Abdul gliela medicò in qualche maniera e gliela
fasciò per bene.
-Diavolo se ce la siamo vista brutta-. dissi mentre
cercavamo di accendere un fuocherello sulla
soglia di quel piccolo antro, -E siamo pure senza
pietra e carretto, abbiamo solo la tua sciabola ora-.
-Già-, fece Abdul, -e non credo servirà a molto.
Quanto mancherà ad Inganok?-
-A piedi credo un paio di giorni, Randolph ci
rallenta parecchio-.
-Dannazione-.
Mentre consumammo una leggera colazione la
tempesta si placò e in breve cessò di piovere, così
ne approfittammo per rimetterci in marcia.

241
8. INGANOK
Le condizioni di Randolph mi preoccupavano non
poco, il suo sguardo era assente, non parlava più,
farfugliava solo frasi sconnesse e per altro niente
rassicuranti, talvolta anche in una lingua
sconosciuta, ma che ricordava molto quella degli
Antichi.
Era pallido e camminava barcollando, come se
dovesse cadere da un momento all’altro, eppure ci
capiva, o almeno così sembrava, era ridotto
proprio male, e sarebbe anche andata peggio se
non fossimo intervenuti in tempo a liberarlo dalle
grinfie della dea. Il Tindy invece si era ripreso
abbastanza bene, la mano gli doleva ancora, ma
era sopportabile, Abdul ogni sera li riapplicava la
fasciatura e le medicazioni.
Camminavamo per sentieri fangosi tenendo la riva
del mare sempre alla nostra destra, era il nostro
unico punto di riferimento, quella regione era
arida, rocciosa, limacciosa, mancavano gli alberi,
solo arbusti, rovi e piante paludose. E alla nostra
sinistra, a nord, si stagliavano le montagne al di là
delle quali sorgeva l’altopiano del Leng, di un
orrore tale che non si può nemmeno descrivere.
Eravamo a corto di provviste e di acqua,
purtroppo non c’era altra scelta che raggiungere
Inganok e cercarne là.

242
Ci fermammo tra alcune rocce dopo tre ore di
marcia, bevemmo la poca acqua rimasta e
mangiammo quel poco pane nero che aveva
ancora Abdul nello zaino.
-E’ messo proprio male-. dissi guardando
Randolph.
-Come possiamo portarcelo dietro in queste
condizioni?- domandò Abdul, -Dobbiamo
fare ancora chissà quanta strada, se dovessimo
scalare delle rocce? O nuotare in qualche fiume o
lago?-
-Non lo so, per ora ci basta che cammini, poi
vedremo. passai un pezzo di pane a Randolph,
sebbene un po’ goffamente e sbavando riuscì a
mangiare da solo.
-Se l’è cercata-, fece Tindiana, -ci avevano
avvertito di diffidare di chiunque, anche di chi
poteva esserci amico. Ma lui no, doveva fare il
cascamorto con Jill, ed ora è ridotto così e
costringe noi a viaggiare con una palla al piede-.
-Torneremo a casa tutti e quattro-, risposi, -
nessuno molla nessuno. E tu dovresti cominciare a
calmarti un poco, siamo tutti spaventati ed esausti,
ma se perdiamo la calma sarà la fine. La ragione è
l’unica arma a nostra disposizione contro gli Altri
Dei, cerchiamo di non perderla-.
-Ok-.

243
-Quanto abbiamo ancora di viaggio?- domandò
Abdul.
-La mappa non è molto chiara-, gli risposi, -ma
non dovrebbe mancare molto ad Inganok-.
-Mi riferivo dopo, per Irem, perché è la che stiamo
andando, vero?-
-E’ l’unica via di uscita, non possiamo certo
pensare di raggiungere il Kadath e di tornare a
casa da là come niente fosse-. intervenne
Tindiana.
Io intanto avevo recuperato la mappa dallo zaino:
-Secondo la mappa ci sono una cinquantina di
chilometri tra Inganok e Sarkomand, ma ormai
l’antica città è solo un cumulo di rovine, non
troveremo che morte e desolazione andandoci. Ad
ogni modo dovremmo trovare un mezzo di
locomozione ad Inganok, un carro, dei cavalli,
qualsiasi cosa, o moriremo durante il viaggio di
stenti. Inoltre per raggiungere Irem possiamo
scegliere tra due strade, una è quella di
attraversare il deserto di sabbia, e l’altra, più
lunga, è quella di aggirarlo attraversando le terre
paludose meridionali. Qualunque scelta faremo
correremo comunque grandi rischi, ma ormai, non
credo abbia più importanza-.
-L’idea di attraversare il deserto, anche se è la via
più breve e diretta, non mi piace-. disse Abdul, -
Meglio le paludi, di certo sarà più facile trovare da

244
bere e da mangiare, e in quanto ai pericoli, come
hai detto tu, non farà questa grande differenza-.
-Tindy?- domandai al mio amico.
-Vada per le paludi, ma dobbiamo ancora arrivare
ad Inganok-.
Misi via la mappa e chiusi lo zaino: -Forza, in
marcia, non abbiamo ancora molte ore di luce,
sempre che si possa parlare di luce, con queste
nubi e questa nebbia-.
Camminammo senza sosta fino al tramonto e
finalmente avvistammo le cupole e le guglie di
Inganok, la città di onice.
Le mura erano basse ed interrotte da numerose
porte, ognuna delle quali era sovrastata da un arco
molto più alto dei bastioni e culminava nella testa
di un Dio.
All’ingresso delle mura scure una guardia, da
dietro l’inferriata di un cancello, ci fermò,
raccontammo anche a lui di essere dei cavatori
venuti in cerca di lavoro nelle miniere di onice.
-Cos’ha il vostro amico?- ci domandò vedendo
Randolph.
-Oh, è solo stanco per il viaggio-. risposi.
-Da dove venite?-
-Olathoe-. fece immediatamente Tindy, che
evidentemente si aspettava quella domanda.
-Olathoe è piuttosto lontana, ma tant’è…entrate-.

245
Il cancello di ferro battuto si aprì e potemmo
entrare nella cittadella portuale.
Percorrendo le vie e i vicoli raggiungemmo il
molo, gli edifici di Inganok erano ornati di fregi
ed arabeschi d’oro, le case erano alte e con molte
finestre, ornate su ogni lato di fiori scolpiti e
disegni arcani. Alcune erano sovrastate da cupole
a punta, altre da piramidi a terrazza su cui
affollavano minareti ancestrali.
Su una collina al centro della città sorgeva
un’imponente torre a pianta diottagonale con una
guglia che partiva dal tetto piatto, mentre da una
fila di trespoli posti lungo la cupola si
accendevano fiamme ad intervalli prestabiliti.
-Quello deve essere il tempio degli Antichi-, disse
il Tindy.
-Allora stiamoci alla larga-. fece Abdul.
A tratti risuonava il suono di una misteriosa
campana, e ogni volta gli faceva eco un
accompagnamento mistico di corni, viole e voci
che cantavano.
Il molo era la solita accozzaglia di marinai,
schiavi, navi che venivano caricate o scaricate,
voci di ogni luogo e lingua, mentre lì vicino c’era
il bazar di bancarelle, tende e banchetti di
mercanti di ogni dove che attiravano i passanti
gridando le offerte della propria merce.

246
I moli si allungavano ben oltre le mura della città
e su di essi si ammucchiavano mercanzie di tutti i
velieri, mentre a un’estremità si vedevano grandi
mucchi di onice che aspettava di essere imbarcati.
Le strade erano lastricate d’onice, le case vicino al
porto erano più basse delle altre, e sulle porte
arcuate erano incisi segni mistici dorati.
Era ormai il crepuscolo e d’un tratto la campana
del tempio vibrò su tutta la città e
l’accompagnamento musicale e vocale sorse in
risposta, tutti allora smisero di fare quello che
stavano facendo e, in rispettoso silenzio,
chinarono la testa finché l’eco del suono non si
perse definitivamente.
-È un’antica pratica religiosa-, bisbigliò il Tindy, -
lo fanno per non attirare l’ira degli Dei-.
-Per noi è ormai troppo tardi-. il sussurro
lamentoso di Randolph ci colse alla sprovvista,
non ci aspettavamo di certo che parlasse, ma
quando mi voltai vidi che aveva ancora quella
espressione assente e quel colore pallido di chi ha
ormai perso ogni cognizione.
-Oh, diavolo! Via, via di strada!- Abdul afferrò
per un braccio me e Randolph e ci tirò giù di
strada, mentre anche Tindy ci seguiva dietro una
casa, all’interno di un vicolo, senza saperne il
motivo.
-Guardate là-. ci disse Abdul da dietro il muro.

247
Mi avvicinai alla parete dell’edificio e sporsi
dall’angolo quel tanto che mi permettesse di
vedere.
-Merda…quelli non sono di Inganok-.
-No, direi di no-. mi confermò Abdul mentre
rientravo.
-Sagesse Triumphant-. avevo in effetti visto
quattro personaggi ammantati, e tra di loro avevo
riconosciuto il volto degli adepti della loggia
massonica.
-Che diavolo ci fanno qui ad Inganok?- domandò
Abdul, -Ormai credevo di non vederli più-.
-Stanno cercando la chiave d’argento, sanno che
l’abbiamo noi-. dissi.
-In qualche modo devono aver saputo che ci
stavamo dirigendo qui ad Inganok, non mi stupirei
se le persone con cui abbiamo parlato a Dylath
Leen o Celephais non fossero in combutta con
loro-.
-Questo complica le cose-.
-Non è detto-. fece Tindiana, -Se sono qui devono
aver usato un’imbarcazione, o comunque un
mezzo di trasporto, se riuscissimo a trovarlo e a
portarglielo via prenderemmo due piccioni con
una fava. Loro non sanno del nostro arrivo, siamo
in vantaggio-.
-Sì, ma questo li fermerà solo per poco-, dissi, -
loro ci cercano perché hanno bisogno della chiave

248
d’argento. Dubito però che sappiano che siamo
diretti ad Irem, è possibile che credano che siamo
diretti verso il Kadath, proprio come nel libro di
Lovecraft. Se riusciamo a fargli credere che è
proprio là che stiamo andando vi si dirigeranno
anche loro, mentre invece noi staremo da tutt’altra
parte. Il messaggero degli Dei vuole degli umani
del Mondo della Veglia? E li avrà-.
-Come facciamo?- intervenne Abdul.
-Dobbiamo trovare un sistema per fargli credere
che stiamo andando a nord, facendoci anche
vedere, in modo che ci seguano, per poi tornare
indietro dopo averli seminati, loro seguiranno le
nostre tracce ma ad un certo punto ci sarà solo
roccia, e quindi niente più impronte, e di certo non
immagineranno che siamo tornati indietro-.
-Già, ma potrebbero ucciderci prima, non l’hai
pensato?-
-Ne dubito-, fece il Tindy, -sanno che il Caos
strisciante desidera uno di noi, o addirittura tutti e
quattro, se ci uccidessero toccherebbe a loro
essere catturati-.
-Ok, come iniziamo?- chiese Abdul.
-Io direi di incominciare a fare domande in giro
sul Kadath e come raggiungerlo-, risposi, -c’è una
locanda nella zona nord di Inganok dove si
ritrovano i minatori, potremmo andare là-.
-E tu come lo sai che c’è una locanda del genere?-

249
-Lo dice nel racconto-.
Abdul non disse niente e si voltò verso Randolph:
-Tu che ne dici?-
Il nostro amico, sempre con lo sguardo perso nel
vuoto, sembrò annuire, ma non ne ero poi molto
sicuro.
-Sicuramente non passeranno inosservati quattro
stranieri che fanno domande sul Kadath-,
continuai, -poi domattina partiremo verso nord, e
sono certo che ci saranno dietro-.
-Sta facendo buio, meglio sbrigarsi-. fece Abdul.
Ci incamminammo verso la zona nord della città,
attraversando i tortuosi vicoli lastricati di onice,
passando davanti ad oscuri negozi dalle insegne
rovinate, porte vecchie ed intarlate, cancelli in
ferro battuto che davano su piccoli cortili interni
dall’erba alta e trascurata.
Ogni volta che incrociavamo un mercante gli
chiedevamo se conosceva la via per il Kadath, ma
tutte le volte ci veniva risposto di non nominare
nemmeno quel luogo, e di non sognare nemmeno
di andarci.
Trovammo la locanda dei minatori di onice dove
prendemmo una stanza per la notte ed un tavolo
per cenare, ormai il denaro scarseggiava e
dovevamo fare un po’ di parsimonia, ma fuori da
Inganok, non ci sarebbe più servito.

250
Ci spacciamo anche lì per minatori e facemmo
domande sul Leng ed il Kadath, alcuni parlarono
solo delle miniere a nord di Inganok, qualcun
altro, meno cauto, ci parlò dell’antica miniera
dove nessuno vi si è mai recato, più grande di ogni
altra e abbandonata da tempo immemorabile, dove
esistono le impronte di blocchi di dimensioni
ciclopiche, tanto che la sola vista dei vuoti da essi
lasciati riempie di terrore chiunque li veda.
Capimmo, dopo quella conversazione, che non era
il caso di proseguire oltre con le domande, gli
sguardi dei minatori non erano per niente
rassicuranti. Speravamo soltanto che l’eco delle
nostre imprudenze fosse giunto alle orecchie di
Lisa e dei suoi seguaci.
Il mattino successivo ci alzammo poco dopo
l’alba, con gli ultimi soldi rimasti comprammo
delle provviste, e noleggiammo un carretto
trainato da uno yak, che ovviamente non avremmo
più riportato indietro.
Abdul prese le redini dell’animale, mentre
aiutavamo Randolph a sedere, poi, sistematici,
partimmo verso il cancello settentrionale di
Inganok.
L’aria era molto fredda e fuori la città c’era una
cortina di nebbia che rendeva la visibilità limitata,
lontano si stagliavano le grigie montagne al di là
delle quali sorgeva il deserto gelato del Leng.

251
Dopo mezz’ora attraverso sentieri limacciosi e
ciottolosi, cercammo di capire se Lisa ed i suoi ci
stavano seguendo, le impronte del nostro carretto
erano molto evidenti su quel terreno fangoso. Ci
fermammo vicino a delle rocce, io presi il
binocolo e corsi immediatamente dietro ad uno
spuntone, la strada era un poco in salita per cui
potevo vedere indietro di parecchio. La nebbia
non era molto fitta, e col tempo si era diradata, e
così riuscii a vedere qualcuno, in lontananza, che
percorreva il nostro stesso sentiero. Non ne ero
certo, ma mi sembravano proprio loro.
Tornai immediatamente al carro: -Credo siano
loro, sono in quattro e vestiti di nero-.
-Bene, proseguiamo-, fece il Tindy, -tra non molto
dovremmo raggiungere le rocce e fingere di aver
abbandonato il carro per proseguire a piedi-.
Lo yak prese a tirare il carretto, viaggiammo per
un altro paio di ore finché il terreno fangoso non
lasciò spazio a pietre, massi e rocce.
Mentre gli altri aiutavano Randolph a scendere io
indietreggiai col binocolo di alcuni metri, per
controllare se ci erano ancora dietro, ora li vedevo
bene: -Saranno qui tra una decina di minuti-.
avvertii i miei compagni.
Lasciammo il carretto e lo yak legai ad un arbusto
lì vicino, salimmo sulle rocce per qualche metro,
fino a quando il fango sotto le suole delle nostre

252
scarpe non si fosse staccato, non lasciando così
più impronte evidenti nemmeno sulle pietre,
scendemmo lungo un costolone della roccia e, da
dietro ai dei massi, attendemmo con il cuore
palpitante, che i nostri inseguitori arrivassero.
Furono minuti interminabili, quand’ecco che
giunsero alla fine del sentiero, io guardavo la
scena per conto degli altri, ben nascosti dietro la
pietra, li vidi chiaramente osservare le nostre
tracce che salivano, e il carretto con lo yak legato
all’arbusto, non eravamo abbastanza vicini per
sentirli, ma mi sembrava proprio che fossero
convinti della nostra destinazione. Quando li vidi
iniziare a salire le pareti rocciose, feci un segno di
vittoria ai miei amici, attendemmo comunque in
silenzio per almeno altri cinque minuti, poi, una
volta sicuri di non essere più a portata di vista,
uscimmo dal nascondiglio, salimmo in fretta sul
carro e ripercorremmo a ritroso il percorso, con
molta soddisfazione per l’aver ingannato quei
maledetti cultisti.
Due ore più tardi fummo nuovamente nelle
vicinanze di Inganok, aggirammo la città dal lato
nord per dirigerci ad est, costeggiando il mare
Cerenario, fino al calare delle tenebre.

253
9. VERSO IREM
La vicinanza col mare ci aiutò nel preservare le
scorte di cibo, ci dilettammo nella pesca,
recuperando qualche strano pesce per la cena,
mentre lo yak si accontentava dell’erba che
cresceva lì attorno, mentre dai ruscelli di alcune
sorgenti dei monti a nord prendevamo l’acqua con
cui riempire le nostre borracce.
Verso il crepuscolo del terzo giorno di viaggio
avvistammo in lontananza le mura di un’antica
città: Sarkomand. La città nel tempo ormai
lontano in cui era stata giovane e fiorente, era
stata un grande porto di mare e la capitale dei
quasi-umani.
Era splendida e ricca di colonne, si ergeva tra le
rupi immense e i neri moli di basalto, mirabile con
i suoi alti templi e i palazzi scolpiti. Grandi
giardini e strade fiancheggiate da eleganti colonne
convergevano giù dagli alti dirupi, e da ciascuna
delle sei porte sormontate da sfingi si dipartivano
grandi strade che conducevano alla vasta piazza
centrale dove s’innalzavano i due enormi leoni
gemelli alati.
Entrammo nell’antica città ormai in rovina, tra le
sue colonne consumate, i sui templi diroccati, le
sue strade acciottolate, i suoi edifici decadenti e le
sue statue crepate.

254
-Fantastico-, commentò ironicamente Abdul, -una
città fantasma-.
-Meglio una città fantasma che una piena di
individui pronti a tagliarci la gola per niente-.
risposi.
-Cerchiamo un posto sicuro dove accamparci-,
suggerì Tindiana, -qualche abitazione dove non ci
crolli il tetto in testa-.
Trovammo il posto adatto poco vicino alla piazza
centrale, un piccolo caseggiato con un cortile
interno non molto grande, con un porticato di
colonne e fregi, porte con archi e pareti di granito.
Ci sistemammo all’interno di quello che doveva
essere stato un soggiorno, e preparammo il
bivacco fuori nel piccolo cortile, ci era sembrata
una buona idea quella di sistemarci in
quell’abitazione, avevamo le spalle coperte su tre
lati, e sul quarto c’era solo un piccolo arco
d’entrata, dove una volta c’era stato un cancello.
Durante la notte venni svegliato da dei strani
rumori, sembravano dei canti, o dei rimbombi, mi
alzai di colpo e vidi che Abdul non era al suo
posto, mi alzai prendendo in mano una delle mie
ronche e diedi un’occhiata fuori: tutto era calmo,
lo yak stava dormendo placidamente.
Le voci echeggiavano nella notte silente di
Sarkomand, d’un tratto sentii un rumore alle mie

255
spalle, mi voltai di scatto e vidi Abdul: -Coglione,
mi fai prendere un colpo così-. bisbigliai.
-Scusa, vieni su, devi vedere una cosa-.
Seguii il mio amico al primo piano dell’abitazione
e ci affacciamo ad una finestra che dava sulla
piazza, e la vista di ciò che vidi mi gelò il sangue
nelle vene: un gruppo di persone, una dozzina
circa, che indossava larghi sai e con il volto
coperto dai cappucci, stava celebrando un rito
arcano, alcuni stavano trasportando due bare, altri
avevano accesso un fuoco e cantavano oscure
parole irripetibili. Poco dopo presero le bare in
spalle e si diressero verso il litorale, Abdul corse
giù a prendere il binocolo per osservare la scena
da lontano, la luna emanava abbastanza luce
perché potessimo vedere. Giunti sul molo di
basalto li vidi scoperchiare le bare e tirarne fuori
due donne nude, e il cuore mi mancò di colpo
quando mi accorsi che erano vive!
Le legarono a dei pali e poi si misero a cantare e
ad inneggiare, evocando chissà quali dei, dopo
alcuni minuti, mentre le donne si dibattevano per
liberarsi vidi qualcosa che mi sconvolse in
maniera terribile, anche Abdul, che non stava
usando il binocolo, impallidì di colpo quando vide
quella creatura grande quando una montagna
uscire con parte del suo corpo dai flutti ed
afferrare con lunghi tentacoli le due misere

256
vittime, per poi ritornarsene negli abissi in cui
dimorava.
-Ecco qualcuno di avrei fatto volentieri a meno-.
sussurrai con voce tremolante.
-Idem-. mi fece eco il mio amico, anche lui
terrorizzato da quella scena.
Dopo quella visione spaventosa non ci saremmo
più addormentati e rimanemmo alla finestra a fare
la guardia, temendo che qualcuno di quei
misteriosi individui incappucciati trovasse la
nostra provvisoria dimora, ma così non fu.
Appoggiato contro una cariatide fissavo il buio
della camera vuota in cui eravamo: -Sai-, dissi al
mio amico, -realtà o finzione che sia, tutto questo
è talmente assurdo ed incredibile che vorrei avere
le parole di un poeta per poterlo descrive quando
torneremo a casa. Invece non troverò altri
aggettivi che: incredibile, splendido, celestiale o
terribile, spaventoso e terrificante-.
-Dici che ce la faremo a tornare a casa?-
-Siamo arrivati fin qui, torneremo anche a casa-.
-Già, ma con uno che è in stato catatonico e l’altro
che è sempre più pazzoide, tu l’hai sentito, ormai
sembra che deliri soltanto-.
-Non credi più che una volta finita la partita tutto
tornerà come prima?-
-No, non più. E preparati al peggio. Guarda bene
Tindy sul palmo della mano destra-.

257
-La ferita dici? Cos’ha di strano?-
-All’inizio credevo fosse solamente il segno
dell’ustione, invece gli è rimasto bene marchiato il
simbolo degli Antichi, non credo sia un buon
segno-.
-Uhm…credi possa combinarci dei guai?-
-Non lo so, forse è una semplice cicatrice, ma in
questo mondo ho imparato che segni, scritte e
incisioni di simboli arcani portano sempre male-.
-Già, e poi c’è quella storia del Necronomicon che
non mi piace per nulla-.
-Quale storia?-
-Il Tindy ha portato via dalla biblioteca di E’ch-
Pi-El il Necronomicon-.
-Cosa?!-
-E temo che l’abbia pure letto durante i nostri
viaggi con le carovane o i vascelli. Per cui tra una
cosa e l’altra sta perdendo letteralmente il senno-.
-E quindi che facciamo?-
-Lo tengo d’occhio io, ma sarà meglio non
contraddirlo e non farlo arrabbiare. Non vorrei
quel marchio non diventi un simbolo di
appartenenza ai Grandi Antichi-.
-Anche se noi lo usavamo per scacciare gli Dei
Primigeni?-
-Non proprio, quello che il Tindy ha sulla mano è
il calco di quel simbolo, l’esatto opposto. Stiamoci

258
attenti, finché sarà cosciente sarà sempre dalla
nostra parte-.
Appena albeggiò svegliammo i nostri due amici e
ci preparammo a partire.
Il viaggio che ci attendeva era ancora lungo,
c’erano diversi chilometri che ci separavano dalle
Terre Sconosciute su a nord, e per un tratto
avremmo anche dovuto attraversare l’altopiano
del Leng, che si spingeva con il suo orrore fino
alla costa orientale del continente.
Da Sarkomand in poi, sotto un cielo
costantemente buio e tempestoso, incontrammo
solo città fantasma, miniere abbandonate, campi
brulli, brughiere, sentieri limacciosi e dirupi,
alcune volte il carretto si era impantanato nel
fango ed eravamo scesi a spingere immaltandoci
fino alle ginocchia.
La notte cercavamo riparo tra delle rocce, in un
posto sicuro e nascosto, e nei turni di guardia
scorgevamo spesso strane ombre che strisciavano
nel buio della notte, da lontano arrivava l’eco
stridulo dei versi degli orribili uccelli shantak,
mentre la temperatura calava sempre più e casa
era così lontana.
Ogni giorno che passava Randolph era sempre più
assente, ormai non reagiva nemmeno più agli
stimoli, dovevamo addirittura imboccarlo perché
mangiasse, e quando parlava, anzi, bisbigliava,

259
erano solo parole oscure e prive di senso, che
parevano richiami per entità segrete e malvagie.
Se Randolph stava male, il Tindy non era conciato
tanto meglio, il suo sguardo era sempre più
spiritato, i nervi facciali sempre più tesi, non
riuscivamo a fare una normale discussione che
non esplodesse in uno scatto d’ira, mentre anche
lui, talvolta, lo udivo borbottare da solo versi
impronunciabili e maledetti.
A tre giorni dalla nostra partenza da Sarkomand
avvistammo da lontano dei fumi neri levarsi da un
villaggio ad un paio di chilometri davanti a noi.
Abdul fermò il carretto e io andai avanti con il
binocolo, ma quello che temevo si rivelò esatto: -
Uomini del Leng, dannazione!- imprecai.
Gli Uomini del Leng erano esseri crudeli e
malvagi, di umano avevano ben poco, visto le loro
zampe caprine, le corna e le dita adunche, senza
parlare degli orribili sacrifici umani che
praticavano in onore degli Dei Antichi.
-Dobbiamo aggirare il villaggio-. dissi tornando
indietro.
-Ma allungheremo di molto così-. rispose Tindy.
-Già, ma se non lo facciamo credo che finiremo
impalati ed arrostiti, nella migliore delle ipotesi-.
-Ha ragione-, mi spalleggiò Abdul, -non abbiamo
scelta-.
-Ok-. acconsentì Tindiana.

260
Aggirammo il villaggio tenendoci a debita
distanza, favoriti dal buio assoluto della notte, ma
quando ormai credevamo di essere al sicuro lo yak
si fermò di colpo.
-Che c’è bello? Fra poco potrai riposarti, dai, un
piccolo sforzo-. lo incitava Abdul, ma quello
niente, non si muoveva. Scuoteva il capo e faceva
strani versi.
-Ma che diavolo ti è preso?- lo scuoteva Abdul.
-Ha sentito qualcosa-. dissi io scendendo dal
carretto.
-A maggior ragione dovrebbe muoversi-.
-Ha paura, impietrito dalla paura-. sentivo anch’io
qualcosa lì attorno, che si muoveva tra le rocce,
potevo sentire il suo odore da lì, il suo ansimare,
la sua follia omicida. Presi le ronche in mano, con
il cuore che tumultuava a più non posso, pronto a
reagire in caso di attacco.
Ma io non sono un guerriero, non ho fatto alcun
addestramento, e così fui una preda facile per
quella creatura che saltò dal nulla proprio verso la
mia gola, furono solo i miei riflessi, costantemente
allenati dallo sport, che mi salvarono perché gli
artigli dell’essere metà uomo e metà belva, mi
graffiarono soltanto una guancia ed il collo,
mancando la giugulare di pochi centimetri, ma ora
quello stava per tornare alla carica.

261
Avevo una paura del diavolo, e solo in quel
momento capii che le armi che avevo con me non
mi sarebbero servite a nulla, non sapendole
adoperare. La creatura era piccola, tozza, le gambe
caprine irsute, il suo volto non aveva nulla di
umano, pestava lo zoccolo come un toro pronto
alla carica, e infatti caricò.
Mi saltò alla gola nuovamente con agilità felina,
mi difesi alzando le braccia per la paura e venni
travolto dalla creatura, caddi a terra con un
rantolo, e picchiai la testa, ma fu solo quello il
dolore che avvertii.
Mentre Abdul si precipitava già dal carro in mio
aiuto, sentii un piagnucolio dal corpo rivoltante
dell’essere che giaceva sopra di me, con uno
scatto me ne liberai e mi alzai in piedi, incredulo
nel vederlo a terra, sanguinante, e solo quando
Abdul mi destò chiedendomi se stavo bene, mi
accorsi che una delle ronche era sporca di sangue.
-Si è gettato contro di me e si è infilzato con la
ronca che tenevo in mano-. dissi ancora incredulo
e col cuore palpitante.
-E’ ancora vivo-, fece Abdul, -lo finiamo?-
Guardai quella creaturina mostruosa agonizzare
per la ferita al ventre, mi faceva quasi pena.
-Credo sia solo un bambino-.
-Tu dici?-
-Un adulto non ci avrebbe dato scampo-.

262
-Muoviamoci-.
-Aspetta, abbiamo ancora delle bende? Voglio
fermargli l’emoraggia-.
-Ma sei impazzito? Questo ti stava per sgozzare e
tu ora vuoi aiutarlo?-
-Portami ‘sta accidenti di benda!-
Abdul tornò con lo zaino e prese le bende: -Faccio
io, sono io quello che fa il volontario in
ambulanza-.
In un paio di minuti praticammo uno stretto
bendaggio al ventre della creatura, che cominciò
ad piangere sempre più forte.
-Andiamo, tra non molto i suoi parenti saranno
tutti qui-. dissi mentre ritornavamo al carro.
-Ti cola sangue dal collo-. mi fece notare il Tindy
quando salii sul carro.
-Già-. quel mostro mi aveva lasciato il segno dei
suoi tre artigli che cominciava a bruciare.
Grazie al cielo eravamo parecchio lontani quando
udimmo gli ululati degli uomini del Leng che
avevano trovato il ragazzo ferito.
-Ancora non ho capito perché hai voluto aiutarlo-.
borbottò Abdul sempre alla guida.
-Non lo so, non ce l’ho fatta a lasciarlo lì a terra a
morire di stenti-.
-Bah, direi che sia ora di trovare un posto per
accamparci-.

263
Non appena trovammo un posto adatto ci
fermammo a riposare, ormai facevamo turni di
guardia solo io e Abdul, viste le condizioni di
Randolph e la scarsa fiducia nei confronti del
Tindy.

Il giorno dopo, verso mezzo giorno, ci trovammo


a guadare un tortuoso e lungo fiume che passava
attraverso le colline boscose orientali.
Per fortuna c’era un ponte di legno sospeso sopra
le rapide che ci avrebbe permesso di attraversarlo.
-Sarà meglio andarci in due gruppi-, suggerì
Abdul, -non mi pare molto sicuro. Prima vado io
con il carro e lo yak, e quando arrivo di là venite
voi con Randolph-.
-Sta bene-. risposi.
Abdul si portò davanti allo yak e prese a tirarlo
per le redini, attraversando il ponte senza alcun
problema.
Poi toccò a noi, io e Tindiana sorreggevamo
Randolph, e prendemmo a camminare cautamente,
a metà percorso udii strani bisbigli provenire dalla
bocca del mio amico catatonico, avvicinai
l’orecchio: -Cosa?-
-…il caos…il caos che striscia…attento al caos
che striscia…-
-Che vuoi dire?- balbettai.

264
-Non lo sai?- fece Tindy, -Il sangue attira i
predatori-. d’un tratto mi sentii afferrare alla
caviglia e tirare giù.
Mi aggrappai alle assi del ponte mentre Tindiana
proseguiva la traversata con Randolph e Abdul
tornava indietro per aiutarmi.
Mi sentivo stringere la caviglia destra da qualcosa,
ma avevo paura di voltare il capo, ciononostante
vidi con la coda dell’occhio un enorme tentacolo
purpureo che usciva dai flutti e che cercava di
trascinarmi giù.
-Aiuto!!!- urlai con tutta la voce che avevo in
corpo. Le dita incominciavano a dolermi e sentivo
la caviglia spezzarsi stretta in quella morsa
titanica, Abdul prese la sua sciabola e troncò il
tentacolo di netto appena in tempo. Mi aiutò a
rialzarmi e poi a raggiungere l’altra sponda,
mentre zoppicavo vistosamente.
Avrei voluto rompere la faccia al mio amico, ma
mi trattenni, sapevo che non era lui, ogni tanto
c’era come un velo scuro che gli ottenebrava la
mente, per questo dovevamo stare molto attenti.
-Il Tindy è più là che qua-. mi confidò Abdul
mentre mi guardava la caviglia dolorante.
-Lo so, ma manca poco alla meta, dobbiamo
tenere duro, se va fuori di testa del tutto lo
legheremo-.

265
A fine giornata avevamo attraversato le colline e il
territorio si faceva sempre più limaccioso, ormai
eravamo vicini alle zone paludose.
Ci fermammo a dormire in un antro creato da
alcuni massi, Tindy sembrava essersi calmato,
dormiva tranquillamente affianco a Randolph,
avevamo parlato normalmente a cena, come se
niente fosse accaduto, quasi non ricordava
nemmeno quello che era accaduto sul ponte.
Il giorno dopo il terreno era talmente paludoso che
era impossibile proseguire con il carro,
staccammo così il carretto e facemmo sedere
Randolph sopra lo yak.
Attorno a noi il paesaggio era completamente
cambiato, ci trovammo ben presto in una fitta
boscaglia di alberi morti, di terre paludose,
acquitrini, e stagni di acqua salmastra.
-Ora capisco perché questo posto sulla carta è
chiamato Palude degli Alberi Morti-. commentò
Abdul, -Quanto manca ad Irem?-
-Non molto grazie a Dio-, risposi, -usciti da
questo posto orrendo avremo solo alcuni
chilometri di deserto-.
-Dici poco, speriamo di trovare una sorgente di
acqua pulita prima di arrivarci-.
-Non ci arriveremo mai-, disse il Tindy davanti a
noi, -moriremo prima-.
-Non ci contare-. gli risposi.

266
-Credete che lui non sappia dove siamo? Credete
che lui non ci veda?- continuò.
-Lo so bene, lui vede tutto e conosce tutto, non è
così?-
-Esatto-.
-Vedrai, ce la faremo, tutti e quattro-. risposi come
se stessi parlando ad un altro e non al mio amico.
–Guardaci: siamo infangati dalla testa ai piedi,
siamo feriti, esausti, affamati, assetati, terrorizzati,
ma siamo ancora in piedi, e finché uno solo di noi
quattro sarà in piedi, lo saremo tutti, te compreso-.
La palude era un terribile groviglio di alberi morti,
pozze, sabbie mobili, insetti schifosi, ombre
minacciose, acquitrini, stagni, gore sulfuree,
canneti, ma non c’era nemmeno un animale in
quel luogo dimenticato, il tutto era ancor più reso
tetro da una sottile cortina di nebbia che si alzava
da terra e dagli acquitrini.
-Non credo pescheremo granché da queste parti-,
borbottò Abdul, -ci sono solo insetti e strani anfibi
mutanti-.
-Male che vada mangeremo quelli-, sospirai, -ho
una fame che mangerei un bue-.
Dopo esserci impantanati più volte, soprattutto a
causa della stanchezza e della perdita
dell’orientamento, decidemmo di fermarci per la
notte.

267
-Come diavolo facciamo a fare un bivacco in
questo posto schifoso?- fece Abdul, stizzito.
-Non ne ho idea-, risposi togliendomi
dall’ennesima pozza di fango, -forse è meglio
fermarci a recuperare le forze e poi ripartire,
anche se è notte, prima usciamo da questo posto
fetido e meglio sarà, senza contare che qua siamo
troppo vulnerabili-.
-Sì-, affermò il Tindy, -lo credo anch’io. Meglio
prendere fiato e poi ripartire-.
-Ogni tanto ritorni in te-. gli dissi, ma lui parve
non capire-.
-Che vuoi dire?-
-Niente, lascia perdere. Piuttosto guarda come sta
il cerebroleso.
Ci fermammo tra alcuni alberi morti nei pressi di
un acquitrino, ma dopo poco che ci eravamo
seduti su un albero caduto, mi accorsi di qualcosa
di strano nell’acqua e lo feci notare ai miei amici:
-Voi non notate niente di strano?-
-Dove?- domandò Abdul.
-Lì, vicino a quelle ninfe, le vedi quelle bolle?-
-Già-, intervenne il Tindy, -è come se…-
-…qualcuno stesse respirando sott’acqua-.
conclusi io allarmato.
Dei versi striduli verso l’alto ci fecero scattare in
piedi.
-Che diavolo è?- scattò Abdul.

268
-Sembrano corvi-. risposi.
-Già, ma qua non ci sono animali, è una palude
morta-.
-Forse li ha mandati qualcuno a cercarci-. pensò
Tindiana.
-Se è davvero così, allora è meglio ripartire-. dissi
mentre stavo aiutando Randolph a risalire sullo
yak.
La nostra sosta non era durata più di venti minuti,
ma la speranza si uscire al più presto da quel
luogo tetro, fetido e morto ci dava la forza di
continuare, ormai eravamo vicini alla meta.
Proprio quando il numero degli alberi si stava
diradando, il terreno si faceva meno fangoso e la
nebbia meno densa, avvertimmo degli strani versi
gutturali, tutti intorno a noi, che ci fecero mancare
il cuore di un colpo.
-Oh, merda-. la mia esclamazione anticipò di soli
pochi secondi il primo, enorme, abitatore del
profondo che ci si parò davanti, impugnando una
fiocina. La faccia grossa, gli occhi sporgenti, la
bocca larga, la pelle squamosa e le zampe tozze e
palmate.
Ci fermammo di colpo, rabbrividendo,
immediatamente estraemmo dalle bisacce poste
sullo yak le nostre armi, per quel che potevano
fare a quei colossi altri quasi 3 metri e larghi

269
tanto, parlo infatti al plurale proprio perché ne
arrivarono altri, e ci circondarono.
Ci mettemmo tutti e tre spalla a spalla, mentre lo
yak stava immobile, terrorizzato, con Randolph in
groppa. Guardai impietrito i sei colossi anfibi che
ci circondavano, ci guardavano, ma non si
muovevano.
-Che intenzioni avranno?- balbettai, -Perché
stanno fermi?-
-Forse non ci vogliono ammazzare-, fece
Tindiana, -forse hanno l’ordine di consegnarci a
qualcuno, per portarci sul Kadath, al cospetto del
messaggero degli dei-.
-Ora siamo davvero nei guai-, disse Abdul, -non
abbiamo vie di fuga-.
D’un tratto i sei abitatori del profondo
cominciarono a marciare verso di noi,
restringendo il cerchio, le gambe mi tremavano,
stringevo le ronche in mano, ma non avrei avuto
né la forza né la capacità di colpirlo, ed i miei
compagni erano nella medesima situazione, ma
proprio quando sembrava ormai finita una grossa
pietra colpì sul capo globoso una di quelle
creature che accusò il colpo portandosi le zampe
sulla ferita.
Poi, d’improvviso, ci fu una pioggia di quelle
pietre, dirette tutto contro le teste degli abitatori,
dieci, venti, cento pietre scagliate dalla nebbia, io

270
mi gettai a terra ed i miei compagni mi imitarono,
benché non capissimo cosa stesse accadendo.
Quando la tempesta di pietre e sassi terminò, ci
rialzammo, trovando gli abitatori in terra, con la
testa sanguinante, o fracassata, poi, dalla nebbia,
uscirono un folto gruppo di uomini del Leng, tra
di loro ce n’era uno, più piccolo, con il ventre
fasciato.
Li ringraziammo con un cenno della testa e
ripartimmo subito, delle pietre non avrebbero di
certo fermato per sempre quegli esseri colossali,
senza contare che potevano essercene altri lì in
giro, e il tempo stringeva, sempre di più.
Marciammo a passo spedito verso l’uscita da
quell’intrico di melma, alberi morti, sabbie mobili,
insetti e quant’altro, se gli abitatori del profondo
erano venuti a prenderci significava che
Nyarlathotep non si era ancora scomodato e
avevamo quel vantaggio da sfruttare, poco tempo,
forse questione di pochi ma che avrebbero potuto
far la differenza.
La palude degli alberi morti lasciò spazio allo
spazio desertico che ci separava da Irem, una
vasta distesa di sabbia grigia, sassi, carcasse di
animali, sciacalli ed avvoltoi, mentre il cielo
plumbeo e nero copriva ogni raggio del sole che
cercava di attraversarlo.

271
Furono tre chilometri interminabili, con la gola
riarsa e lo stomaco vuoto, le fitte ai fianchi e le
gambe che dolevano, il sudiciume sulla pelle ed i
vestiti, e il fiato sempre più corto, ma alla fine,
avvistammo le mura, le guglie, i minareti, i
pinnacoli e le cupole di Irem, la città dalla mille
colonne.
Irem, come Sarkomand era ormai una città
fantasma, ma che conservava ancora tutto lo
splendore antico che la rese famosa agli albori del
tempo. Quando attraversammo l’arcata d’ingresso
ci trovammo di fronte ad un paesaggio celestiale:
templi, abitazioni, edifici, palazzi tutti edificati su
colonne di marmo ed alabastro, con capitelli d’oro
e d’argento, mentre le strade erano lastricate di
granito, i portoni dei templi erano di bronzo, e le
numerose statue che adornavo ogni piazza erano
di marmo immacolato.
Attraversammo il tortuoso e labirintico intrico di
vicoli e strade caratteristico di tutte le città che
avevamo visitato, ed in fondo al viale dei templi
trovammo la nostra meta, il titanico portone di
pietra con la grande mano scolpita, aperta, in
attesa della chiave d’argento.
Il cuore mi si riempì di tutte le speranze che avevo
perduto in quegli interminabili giorni che
avevamo trascorso in quelle lande maledette, ma

272
proprio quando vi eravamo vicini il terreno iniziò
a vibrare, a scuotersi, come in un terremoto.
La vibrazione fu tale da farci cadere a terra, anche
Randolph cadde dello yak, mentre l’animale,
spaventato, scappò via, in cerca di un rifugio.
D’un tratto, di fronte a noi, dalla parte opposta al
portone, la strada si alzò di alcuni metri,
esplodendo, ed un gigantesco tentacolo apparve
dal caos che si era generato in quel sisma gelando
il sangue nelle nostre vene.
Ma presto ci accorgemmo che quello in realtà non
era un vero tentacolo, ma solo un’ombra, una
gigantesca ombra proiettata da una figura umana
che comparve quando tutto si placò, una figura dal
volto enigmatico, malvagio, raggelante, che
proiettava l’ombra di un corpo amorfo con tre
gambe (zampe?) grandi come tronchi, due braccia
artigliate e un tentacolo al posto del capo.
L’inquietante quanto imponente figura di
Nyarlathotep dominava davanti a noi, aveva le
sembianze di Ny har rut hotep, ma le sue vestigia
erano ora più regali, degne di un vero faraone,
-Stupidi mortali-, disse con una voce che
proveniva dagli abissi del tempo, -credevate
davvero di poter sfuggire a me, il Messaggero
degli Dei? Qualunque cosa voi facciate,
qualunque cosa voi pensiate, non mi impedirà di
rendervi miei schiavi per l’eternità-.

273
Mentre parlava quell’orrenda figura mutava
davanti a me, vedevo ora il vecchio dell’Arkham,
ora il mercante del bazar di Dylath Lynn, ora Ny
har rut hotep, ora il volto mio e dei miei amici…
Un battito di ali e dei versi agghiaccianti
anticiparono l’arrivo di creature d’incubo alate, gli
shantak, enorme uccelli dalle scaglie al posto delle
piume e dal capo ippocefalo, talmente orrendi da
costringere a tenere gli occhi chiusi per non
guardarli.
Gli enormi shantak atterrarono proprio tra noi e
Nyarlathotep che gli aveva invocati per portarci
nell’abisso della più assoluta confusione, al centro
del quale bestemmia e gorgoglia Azathoth, il
demone sultano, nel buio più profondo e denso,
dove viscidi musi premevano da ogni parte ed
entità misteriose ridacchiavano senza mai
stancarsi.
Mi ricordai allora in quei brevi istanti di orrore di
come Randolph Carter si salvò da quel medesimo
destino, comprendendo che quello in cui si
trovava non era che un sogno, e che là, da qualche
parte, esisteva il mondo della veglia, dove il sole
splendeva alto in cielo.
Non ero certo che si trattasse tutto di un sogno, ma
se lo fosse stato davvero, io avevo con me la
chiave che mi avrebbe destato, e che ci avrebbe

274
riportati tutti a casa, Nyarlathotep o meno, questo
è quello che sarebbe accaduto.
Afferrai la chiave che pendeva dal mio collo e la
strinsi in mano, mi alzai di scatto, mentre le risa
del caos strisciante ancora echeggiavano nella
deserta Irem, e gli Shantak sbraitavano dalla loro
bocca deforme, e feci quello che nemmeno il dio
esterno si aspettava, esattamente come era
accaduto con Randolph Carter quasi ottant’anni
prima…cercai di svegliarmi.
Mi voltai verso il portone e con tutta la forza che
ancora avevo ancora lanciai la chiave verso la
mano che magicamente si serrò in una stretta
poderosa attorno all’oggetto argentato, una stretta
talmente potente che nemmeno Nyarlathotep
avrebbe potuto nulla.
L’enorme portone si spalancò liberando
un’immensa luce che spazzò via tutte le ombre
che strisciavano nei vicoli e negli angoli
dell’antica città, in modo particolare quella
enorme che era stagliata contro il tempio dedicato
ai dei primigeni appartenente al caos strisciante, al
Custode.
Ci lanciammo nella luce attraversando il portone,
e precipitammo in quello che ci parve un infinito
spazio vuoto fatto di luci, colori, suoni e odori
tanto familiari, e in quel caos mi sembrò di udire
una voce antica e potente, appartenente a qualche

275
entità ancor più antica di Cthulhu, di Azathoth e di
Nyarlathotep, che ci domandò dove volessimo
andare.
-A casa-, risposi, -riportaci a casa-.

276
10. LA PARTITA FINISCE
Finimmo il nostro viaggio dopo pochi secondi
atterrando su una strada, quando riaprii gli occhi
riconobbi quella strada: il mercato, le bancarelle,
la musica poco distante, la gente che camminava,
il ponticello sul torrente, era Borgo Sforza, e
quella era la fiera di San Giorgio che si teneva
ogni anno per le strade del nostro paese, questo
significava che eravamo stati via solo un giorno.
Le persone ci guardarono confuse, qualcuno si
avvicinò chiedendoci se avevamo bisogno di
aiuto, che ci era successo, da dove arrivavamo,
qualcuno era anche andato a chiamare i soccorsi.
Senza dire nulla mi alzai da terra, respirando a
pieni polmoni l’aria fresca del mio paese natale,
assaporando la luce di quel sole pallido stagliato
in cielo. Porsi la mano al Tindy per aiutarlo a
rialzarsi, mentre altre persone avevano aiutato
Randolph, Abdul invece si stava rialzando da solo.
Sorridevo, esausto, ma rinfrancato dall’aver
riportati tutti a casa.
-E’ finita-, dissi, -la partita è finita-. non feci in
tempo a terminare la frase che d’un tratto Abdul si
mise ad urlare, lo vidi essere sollevato da una
forza invisibile, e mentre io e Tindiana cercavamo
di aiutarlo tirandolo per le gambe e le braccia,
cominciò a sbottare sangue come una fontana
dalla bocca, poi dal torace e dal ventre, come se

277
venisse dilaniato, finché non cadde in terra,
esanime, smembrato, forse addirittura sbranato.
E mentre piangevo, sentii Tindiana dietro di me
sussurrare: -La partita non è ancora finita, ce l’ha
dimostrato così-.
Le poche persone lì attorno o erano svenute o,
come tre nordafricani con il loro banchetto, se
l’erano data a gambe.
-Dobbiamo andare-, mi fece Tindy, -se restiamo
qua arriveranno la polizia e l’ambulanza, ci
interrogheranno chiedendoci cosa è accaduto, ci
rimanderanno a casa e ci controlleranno, e non
chiuderemo più la partita-.
-Hai ragione, anche se non so ancora cosa
possiamo fare-. a malincuore lasciai i miei due
amici lì in quelle condizioni, e corsi via, mentre
una folla di curiosi si stava avvicinando e
rumoreggiava su quanto accaduto.
Trovammo che l’unico posto sicuro al momento
fosse il cimitero di Borgo Sforza, ci recammo là,
dove non c’era anima viva (in tutti i sensi), e tra le
lapidi, i loculi, le tombe, i fiori, le croci e le statue,
ci fermammo a ragionare, mentre eravamo già al
crepuscolo e la nebbia si stava già addensando
negli strati più bassi.
Seduto su una lapide anonima mi misi le mani,
ancora sporche di fango, nei capelli: -Cosa
abbiamo dimenticato? Cosa non abbiamo ancora

278
fatto?- gemetti, ormai allo stremo delle forze
psicofisiche.
-E’ un po’ che ci pensavo-, fece il Tindy, -se
ripensi alla nostra avventura, se torni indietro, ti
accorgerai che abbiamo lasciato qualcosa in
sospeso, travolti così come siamo stati dagli eventi
e delle scoperte-.
-Non c’è tempo per gli indovinelli, dannazione!-
feci stizzito.
-Ti ricordi come è iniziata la partita?-
-Certo, il Legnani che è rimasto vittima di qualche
forza liberata dai quadri di Thermogorothus…Ma
certo! I quadri! Sono loro la chiave!-
-E’ quello che credo anch’io. Abbiamo scoperto
cosa è accaduto al pittore, ma non abbiamo
riparato al danno che aveva causato. Restaurando i
quadri aveva liberato qualche sorta di entità che lo
ha reso pazzo, e solo richiudendo quelle stesse
forze nuovamente nei quadri termineremo la
partita-.
-Ma perché diavolo non me l’hai detto prima?-
-Eravamo nel Reame dei Sogni, a che diavolo
sarebbe servito? E poi pensavo anch’io che una
volta ritornati tutto si sarebbe concluso-.
-Dobbiamo tornare a casa di Legani, anche se il
solo pensiero mi da i brividi. Chissà che ne è stato
di sua figlia e dei suoi compari-.

279
-Immagino che a quest’ora siano nell’abisso dove
Azathoth bestemmia e gorgoglia-.
-Diavolo, e pensare che eravamo noi destinati a
finirci-.
-E lo siamo ancora-.
-E Marks? Che fine avrà fatto? Forse può ancora
darci una mano se si sono liberati, dopotutto se
non mi avesse nascosto la chiave d’argento nello
zaino a quest’ora saremmo stati sì nell’abisso.
Devo avere ancora il numero, vieni, cerchiamo
una cabina-.
Trovammo poco fuori dal cimitero una cabina
telefonica, composi il numero di telefono di
Marks, ma il telefonino era staccato, lasciai un
messaggio nella segreteria avvisandolo dove
stavamo andando e di raggiungerci se ne fosse
stato in grado.
Ormai non c’era tempo né di pensare ai miei
genitori in pensiero, a Randolph o ad Abdul,
dovevamo finire la partita, il più presto possibile,
se non volevamo che altre persone, o noi stessi,
perdessero la vita in maniera orribile.
Avevo nel kiodo ancora le chiavi della macchina,
al sicuro nella tasca con la cerniera, ci lavammo
mani e faccia alla fontanella nel parco davanti a
casa mia e poi prendemmo la macchina, dopo aver
gettato nel bagagliaio gli zaini sozzi e logori.

280
-Ok-, dissi mentre guidavo verso Milano zona
Navigli, -come ricacciamo dentro i quadri quelle
entità?-
-Non ne ho la minima idea-.
-Cosa?!-
-Cominciamo ad andare, qualcosa ci verrà in
mente-.
-Oh, Gesù…-
-Forse troveremo qualcosa nel libro di
Thermogorothus o in quello di Legione-.
-Già, e con ogni probabilità ci toccherà sacrificare
qualche vergine in qualche diavolo di rito
esoterico-.
-Non è da escludere-.
-Non voglio nemmeno pensarci-.
Guidavo per le strade dalle mille luci ed insegne al
neon della metropoli per eccellenza, superando
quartieri residenziali, palazzi fatiscenti, locali
notturni, vecchi palazzi del periodo fascista con
statue e bandiere, chiese dagli archi ad ogiva, con
pinnacoli, guglie e doccioni, e verso la cerchia dei
Navigli anche case e locali dai tetti incurvati, i
balconi che quasi si toccavano, piante rampicanti
che salivano per la parete più nascosta, alberi che
crescevano in piccoli cortili interni di vecchie
abitazioni, cascine dai tetti spioventi, dai chiostri
attraversati da canalicoli congiunti ai rami
principali del Naviglio.

281
-Stavo pensando-, mi diceva Tindiana mentre
sfogliava il Vobiscum Satanas, -che
Thermogorothus per intrappolare quelle entità
dentro alla tela deve aver usato una sorta
incantesimo, se riuscissi a trovarlo potremmo
riutilizzarlo-.
-E’ una cosa che potremmo fare dentro quella
casa?-
-Non lo so, dipende dall’incantesimo, di solito
servono più dei simboli mistici tracciati sul
pavimento, delle candele, e delle misture di strani
polveri o pozioni alchemiche, ed ovviamente una
complicatissima forma impronunciabile
fondamentale-.
-Tipo Klathu Velata Nichto?-
-Credo ancor più complicata, forse versi in
finlandese-.
-Fantastico-.
Eravamo quasi arrivati quando trovò qualcosa.
-Ecco-, esclamò, -forse ho trovato-.
-Ti ascolto-.
In questa pagina c’è disegnato il rito per vincolare
degli spiriti a degli oggetti, come ha fatto lui per il
quadro, noi dovremmo fare la medesima cosa-.
-Ovvero?-
-Dunque dovremmo disegnare un pentacolo in
terra e mettere il quadro al suo interno, poi
dovremmo trovare un braciere e metterci dentro

282
della polvere pirica come innesco e dell’incenso,
assieme a dell’hypericum tetrapterum, che non so
che sia…-
-E’ una pianta, l’iperico-, gli risposi, -nei secoli
scorsi si credeva che mettendola sotto al cuscino
di un indemoniato scacciasse lo spirito malvagio,
ma veniva usata anche per disinfestare case,
evitare malattie e fatture. Altro?-
-No, poi bisogna dare fuoco alla mistura. Nel
frattempo bisogna disegnare all’interno del
pentacolo i due simboli relativi al pianeta e
all’elemento a cui appartiene lo spirito. Qui c’è
scritto che Thermogorothus aveva evocato degli
spiriti di Marte a protezione dei dipinti, sono
spiriti malvagi, vendicativi e bellicosi, e a questi è
associato il simbolo del Ferro-.
-Spero che quei simboli siano disegnati sul libro-.
-Sì, sono questi-. Tindy mi mostrò il libro:

-Marte me lo ricordavo-, dissi, -ma il simbolo del


Ferro proprio no-.
-Bisogna poi porre ai cinque angoli del pentacolo
delle candele rosse. Finiti i preparativi bisogna poi
pronunciare i versi per richiamare gli spiriti al
centro del pentacolo, ed una volta richiamati
bisogna accendere il braciere e recitarne altri per
vincolarli al quadro-.
-Sembra più facile a dirsi che a farsi-.
283
-Dove troviamo l’iperico, la polvere pirica,
l’incenso e il gesso per disegnare?-
-Ti ricordi quel negozietto sull’alzaia di
Pt.Ticinese, quello della cartomante che vende
oggetti magici, pietre, piante mediche e cose del
genere?-
-Sì, può darsi che lì troviamo qualcosa se è aperto-
.
-Di solito rimane aperto fino alle 22, siamo ancora
in tempo-.
Ci fermammo in piccolo parcheggio nascosto da
alcuni platani proprio vicino a via Magolfa, dove
la strada si chiudeva. Sceso dalla macchina
avvertii subito il caleidoscopio di suoni, luci,
musica, rumori provenienti dai numerosi ristoranti
e locali vicini, quasi un mondo a parte a pochi
metri da quella vecchia casa derelitta appartenente
ai Legnani.
-Qua ci torniamo dopo-, dissi, -andiamo a
prendere l’occorrente per concludere questa danna
partita-.
Ritornammo sull’alzaia del Naviglio grande, dove
c’era un gran numero di gente che passeggiava o
che si riuniva per entrare dentro ai locali, ai bar, ai
negozi.
Mentre passavamo tra la gente per raggiungere il
negozio passammo davanti all’Arkham, o meglio,
il posto dove c’era stato l’Arkham, le serrande

284
erano abbassate, l’insegna scomparsa, sembrava
abbandonato da anni. Chiesi ad un cameriere del
ristorante adiacente che era lì fuori se sapeva nulla
di quel negozio, e lui con aria piuttosto sorpresa
mi disse che quel negozio era chiuso da anni e che
non aveva mai sentito parlare di Arkham, se non
nei fumetti di Barman.
Lasciammo perdere, non era quello il momento
per indagare su una delle tante stranezze di quei
giorni e dopo pochi minuti trovammo la bottega
che ci interessava.
Il negozio della cartomante era piccolo, in vetrina
c’erano numerose candele, strani oggetti,
pendagli, anelli e cose del genere, salimmo i due
scalini che portavano alla porta ed entrammo.
Dentro era piuttosto piccola la bottega, ma piena
di materiale dappertutto, da una porticina dietro ad
un piccolo bancone arrivò una donna di mezz’età,
con un lungo abito di seta, un foulard in testa,
grossi orecchini e numerosi bracciali e pendagli.
-Posso esservi utile ragazzi?-
-Ecco-, risposi, -noi avremmo bisogno di alcune
cose-.
-Ditemi-.
-Ci servirebbero cinque candele rosse, un piccolo
braciere o un calice di metallo, una manciata di
polvere pirica per un innesco, dei fiammiferi,
dell’incenso, dell’iperico e del gesso per scrivere-.

285
-Posso chiedervi cosa dovete fare?-
-Meglio di no-.
-Avete ragione, non sono fatti miei-. la donna
andò nel retro bottega e tornò poco dopo con tutto
il materiale, iperico compreso.
-Qualche giorno fa ho comprato un ciuffo di
iperico dall’erborista da cui mi rifornisco, non
l’avevo mai preso prima, ma ho avuto la
sensazione che qualcuno me l’avrebbe chiesto-.
-Che strano, eh?- fece il Tindy.
-Direi di no, sono una veggente se non l’avessi
capito-.
-Certo, certo-.
Mettemmo tutto in uno scatolone e pagammo la
cartomante, dopodiché ritornammo nella tetra via
Magolfa.
Nel vicolo stretto e buio che passava davanti alla
cancellata della casa mi fermai ad aspettare il mio
amico che stava recuperava il Vobiscum Satanas
dallo zaino, era strano ma la casa non mi faceva
più così paura come la prima volta, avrebbe
dovuto, ma non era così. Forse l’avventura nel
Reame del Sogno mi aveva temprato perché
avvertissi meno emozioni come la paura, la
tensione e simili.
Eppure la casa, buia e minacciosa, era forse ancor
più pericolosa della prima volta in cui vi eravamo
entrati, se era come supponeva il Tindy, le entità

286
liberate dai quadri di Thermogorothus ne avevano
ormai l’assoluto controllo, senza contare che
ancora non mi fidavo del Tindy al 100%, aveva
troppe volte dato segni di squilibrio, anche se
nelle ultime ore sembrava tornato in sé.
Il cancello del cortile era solo accostato, presi la
torcia elettrica dallo zaino e lo aprii lentamente,
avevo appena fatto un paio di passi sulla stradina
ciottolosa che sentii una macchina fermarsi
proprio davanti all’entrata, mi voltai e vidi l’auto
dei carabinieri.
-Cosa state facendo, ragazzi?- domandò
l’appuntato scendendo con il suo compagno dalla
macchina.
-Stiamo lavorando per conto del proprietario-. gli
rispose il Tindy mostrando il solito documento.
-E che a che cosa lavorate di notte in una casa
come questa? Solo a vederla mette i brividi-. fece
quello illuminando con la torcia le finestre della
vecchia casa.
-Lei non ci crederà, ma il signor Legnani ci ha
assunto proprio per sincerarci che la casa non sia
infestata, o una cosa così, è un tipo un po’
eccentrico dopo tutto-.
-Beh, davvero uno strano mestiere il vostro, ad
ogni modo non avrei tanta paura nemmeno io con
un cane come quello con me. Buon lavoro-. il
militare salì in macchina e ripartì.

287
Io e il Tindy ci guardammo confusi, non
comprendendo quella sua ultima frase, ma un
terrificante grugnito gutturale alle nostre spalle ci
raggelò il sangue nelle vene. Ci voltammo
lentamente e proprio davanti alla porta di casa, ad
una ventina di metri da noi, c’era l’ombra di
quello che sembrava un grosso cane, ma che non
era proprio un cane, dopo pochi secondi l’ombra
sbiadì fino a sparire.
-Oh, Signore-, esclamai, -hai visto?-
-Diavolo, sì-.
-E ora che facciamo? Non so te ma io là dentro
non ci entro più-.
-Non credere che io sia entusiasmato dall’idea di
entrarci, ma dobbiamo farlo, in un modo o
nell’altro. Dobbiamo scendere nello scantinato e
celebrare il rito-.
-Lo hai letto quel dannato libro? Questi non sono
fantasmi, sono spiriti, spiriti bellicosi, non so te
ma quella specie di enorme cane mi ha fatto
cagare sotto, e non ho la minima intenzione di
trovarmelo di fronte-.
-Ma se abbiamo avuto di fronte Nyarlathotep-.
-Sì, ma non ero chiuso con lui in una stanza di
10m2-.
-E allora come si fa?-
-Non c’è niente in quel libro per difendersi contro
gli spiriti?-

288
-Formule magiche intendi?-
-Perché no?-
Tindiana diede una rapida sfogliata al Vobiscum
Satanas, ma scosse la testa.
-No, per fare una cosa come quella che chiedi tu è
necessario un altro rito. Però sembra che questi
spiriti detestino l’odore dell’incenso-.
-Bene, allora accendiamo un bastoncino, forse li
terrà lontani quel tanto che basta. Dannazione, ho
già i brividi e ancora non ci sono entrato-.
-L’abbiamo fatto una volta, possiamo rifarlo-.
-Non mi piace la tua convinzione, va avanti tu con
la torcia, metti il libro nello scatolone, lo porto io.
Non avendo vie di uscita tanto vale entrare-.
tremavo ancora per l’ombra di quella specie di
cane che avevamo visto prima sparire, la casa
emanava un’aura di malvagità antica e potente da
far star male, ma eravamo ormai ad un passo dalla
conclusione, non potevo arrendermi proprio ora.
Io non sono mai stato una persona coraggiosa,
anzi, ma è anche vero che non sono mai stato un
vigliacco, non mi sono mai tirato indietro
dall’affrontare ciò che temevo, ed eccomi qui, a
farlo ancora una volta.
Il Tindy era davanti a me, con la torcia in mano,
diretto verso l’ingresso della casa, qualcosa non
mi piaceva in lui, non riuscivo a fidarmi del tutto,
quel diavolo di cicatrice che gli era rimasta sulla

289
mano a causa della pietra lo aveva lentamente
trasformato.
La porta era aperta, lentamente il Tindy la aprì, e
ci trovammo di fronte lo stretto corridoio buio che
già avevamo visto, io sudavo freddo e mi
tremavano le gambe, udivo in lontananza strani
rumori, cigolii, tonfi sinistri.
Dopo i primi passi dentro la casa l’atmosfera
lugubre era già insostenibile, mi mancava il
respiro tanto l’aria era satura di male, e a fatica
trattenni i conati che provenivano dal mio
stomaco.
-Muoviamoci, dannazione!- esclamai a bassa voce
al mio amico.
Questi andava avanti a passetti, anche lui
terrorizzato, d’un tratto, in un silenzio irreale,
udimmo una porta sbattere dal piano di sopra e un
rumore di passi affrettati che mi fecero salire il
cuore in gola. Spinsi Tindy davanti a me, in modo
che corresse giù verso il seminterrato, come se
quello potesse essere un luogo sicuro in quella
casa infernale.
Mentre correvamo giù per le scale mi aggrappai al
corrimano per non cadere ma immediatamente,
inorridito, ritirai la mano, correndo a più non
posso giù per i gradini, avvertendo la terribile
sensazione di aver toccato quella che mi era
sembrata una mano priva di dita, mentre con la

290
coda dell’occhio avevo visto i lineamenti di un
volto quasi umano, di vecchio con una lunga
barba, e gli occhi vuoti carichi di un abisso di
dolore.
Ci precipitammo dentro allo scantinato chiudendo
la porta, come se potesse servire a qualcosa.
-Presto! Facciamo presto!- esclamai
piagnucolando, -Accendi le candele e prepara il
braciere mentre io disegno il pentacolo e i
simboli!- ero agitato, costernato, sudato.
Disegnai in fretta sul pavimento con il gesso,
mentre Tindy aveva acceso le candele ed ora
potevamo vedere meglio, ma mentre stavamo
disponendo le candele ai cinque angoli udimmo
un ringhio gutturale proprio alle nostre spalle che
ci atterrì.
Quella specie di enorme cane era proprio lì
acquattato nell’ombra, che ci fissava con i suoi
occhi diabolici, e al suo fianco quello che
sembrava lo spettro di un vecchio dalla lunga
barba che con una mano reggeva un bastone
mentre l’altra era priva di dita.
Ero paralizzato dalla paura, lo spirito parlò in una
lingua antica e malvagia, con suoni parole
strozzate ed immonde, ma evidentemente
l’incenso li dava davvero fastidio, perché non si
erano ancora mossi.

291
Io, caduto in terra, arretravo strisciando
all’indietro e, senza rendermene conto, colpii il
trespolo che teneva il quadro di Thermogorothus,
che cadde in terra. Lo presi e lo gettai in mezzo al
pentacolo senza pensarci un secondo.
-Leggi la formula, Tindy, leggila!-
Scosso dalle mie parole Tindy prese il libro e
iniziò a recitare la formula:

Tuhannen vuotta olemme kulkeneet


eksyksissä, etsien kadotettua kansaamme, ja
katso!
edessämme avautuu tie jumalten kaupunkiin.2

Ci furono tremendi ululati, urla e fischi da far


accapponare la pelle, all’interno del pentacolo si
creò una spirale, un piccolo vortice, vidi
risucchiati nel mulinello volti umani e bestiali che
gridavano e cercavano di opporsi.
-Accendi il braciere!- urlai al mio amico, -
Accendilo!- Tindy prese la scatola di fiammiferi e
diede fuoco alla mistura di polveri dentro al calice
di metallo che divampò in una fiammata.
Il vortice stava risucchiando tutte le entità e gli
spiriti all’interno del pentacolo, stava
funzionando, poi il Tindy lesse il secondo
incantesimo:

292
-Ygnaiih… Ygnaiih… thflthkh’ngha…Yog
Sothoth…-
Un terribile presentimento mi accapponò la pelle,
quello non mi sembrava proprio finlandese.
-Y’btnk… h’ehye… n’grkdl’lh… Eh-y-ya-ya-
yahaah – e’yayayaaaa…ngh’aaaa… ngh’aaa..
h’yuh… h’yuh!… ff…ff…ff… Padre! Padre Yog-
Sothoth!…-
-Padre Yog Sothoth?!!- esclamai terrorizzato da
quanto stava accadendo, perché tutti i miei orribili
presentimenti si stavano concretizzando, il mio
amico mi aveva fregato, aveva sì intrappolato gli
spiriti dentro al pentacolo, ma ora li stava
sacrificando in un’evocazione a Yog Sothoth,
Colui Che è Tutto in Uno e Uno in Tutto, una
divinità malvagia spesso invocata in riti nefasti e
innominabili.
Mentre il vortice turbinava sempre più dando vita
a fulmini e saette che colpivano il soffitto di
pietra, e gli spiriti urlavano, vidi una sorta di bolla
iridescente formarsi all’interno del pentacolo e mi
gettai su Tindiana, ormai fuori di sé.
-Che diavolo stai facendo?!- esclamai sbattendolo
a terra, -Stai evocando Yog Sothoth!-
-Lasciami idiota! Devo invocare mio padre! Il mio
signore!- gridava dimenandosi.

293
Lo lasciai a terra e afferrai il Vobiscum Satanas
per leggere le formula giusta, che pronunciai in
quel caos che turbinava:
-On tullut se aika jolloin auringon pyörä veren… -
mi mancavano solo due parole e l’incantesimo
sarebbe stato concluso, ma il Tindy mi saltò
addosso proprio in quel momento facendomi
cadere, mi strinse le mani attorno alla gola,
cercando di strozzarmi, vidi uno sguardo omicida
nei suoi occhi, non era più lui ormai, sentivo le
dita della sua mano corrotta sul mio collo premere
sempre più forte.
-Ygnaiih… Ygnaiih… thflthkh’ngha…Yog
Sothoth…- riprese a pronunciare mentre la stanza
era una babilonica di lingue, urla, fischi, fulmini,
saette, vortici.
Non respiravo più, gli occhi del mio amico erano
iniettati di sangue, era ormai in totale potere dei
Grandi Antichi, cercavo di liberarmi, ma la sua
morsa era terribile, sovraumana.
Credetti che fosse ormai la fine quando vidi
un’ombra dietro il mio amico, qualcosa lo colpì
alla nuca, e lui lasciò la presa, cadendo riverso a
terra.
Tossii, alzai la testa, respirando a fatica, e vidi le
bolle iridescenti farsi sempre più grandi, portando
con loro un’intensa aura di malvagità profonda ed
antichissima.

294
-…vuodatuksesta…katkeaa…- pronunciai con
voce strozzata le ultime parole dell’incantesimo, e
il vortice prese a turbinare verso il quadro e vidi
tutti gli spiriti, le ombre, le entità cosmiche
ancestrali che avevano infestato la casa entrare
dentro al quadro nello spazio di pochi istanti, poi
tutto cessò, il quadro cadde in terra e il silenzio
ripiombò nella stanza.
Caddi nuovamente a terra, esausto, tossendo,
prima che gli occhi mi si chiusero vidi i
lineamenti confusi di una persona che conoscevo e
che ci aveva appena salvati tutti quanti, ancora
una volta.
-Ben fatto, detective-. mi disse Marks.
Non avevo più fiato per rispondere, ma riuscii a
sorridergli giusto un attimo prima di perdere i
sensi.

295
11. EPILOGO
Quando ripresi i sensi mi ritrovai in un letto di
ospedale, medicato, fasciato, pulito, al mio
capezzale trovai i miei genitori, a sentir loro avevo
dormito per un giorno intero.
Quando chiesi chi mi aveva portato in ospedale
seppi che gli stessi due carabinieri che avevamo
incontrato prima di entrare nella casa, erano
tornati nel loro giro in via Magolfa e udendo una
certa confusione provenire dalla casa avevano
deciso di entrare a vedere.
Mi trovarono riverso in terra, privo di sensi,
mentre il Tindy si stava riprendendo dal colpo
subito, ancora fuori di sé cercò di aggredire i due
militari che furono costretti con la forza a
calmarlo e ad ammanettarlo, mentre lui ingiuriava
e gridava frasi senza senso, ripetendo spesso la
parola Yog Sothoth.
Avuto l’ok dei medici venni interrogato da due
agenti della sezione investigativa della polizia che
si stavano occupando della morte di Abdul e,
ovviamente, di Randolph, Tindiana e me.
Raccontai loro a grandi linee quanto ci era
accaduto, non esagerando con i contenuti e
sempre mantenendo un certo dubbio sulla realtà di
quanto ci fosse accaduto. Ad ogni modo la mia
testimonianza venne presa più come una conferma
delle loro ipotesi visto che, mi dissero, il Tindy

296
aveva raccontato, tra un delirio e l’altro, di aver
inscenato tutto lui, per preparare la venuta del suo
signore e padrone, e per annunciare l’imminente
resurrezione di una ciclopica isola ancestrale,
R’Lyhé.
Cercai di convincerli che non era stato lui, che era
impossibile, ma non mi diedero molto ascolto, per
quel che ne sapevano avevano un colpevole che
aveva confessato, e la perizia psichiatrica di
qualche suo collega lo ha identificato come
soggetto pericoloso, schizofrenico, psicotico e
quant’altro, a quest’ora l’avranno già rinchiuso in
qualche ospedale psichiatrico cercando di sondare
la sua mente desolata e malata.
Venni considerato anch’io una vittima di quel
sotterfugio, come Randolph e Abdul, i quali
avevano pagato ad un prezzo molto più alto di me
quella pazzesca avventura, assieme a tanti altri
giovani di cui avevamo letto e sentito nei giorni
precedenti.
Quando stavo ancora in ospedale lessi da un
quotidiano questo articolo a nostro riguardo scritto
da una nota psicologa, articolo che conferma
quanto spesso si accusano la musica, i libri, i film,
i giochi di ruolo, gli scrittori, i registi, le band o i
cattivi maestri di influenzare in maniera negativa
la mente dei giovani, mentre la verità è da cercare
altrove:

297
MILANO - Dopo un mese di episodi inquietanti ed
omicidi-suicidi che hanno colpito diversi dei
giovani della nostra città, sembra che le indagini
siano giunte ad un epilogo altrettanto
agghiacciante: secondo gli inquirenti il tutto
sarebbe nato per gioco, uno di quei cosiddetti (e
maledetti) giochi di ruolo che tanto vanno di
moda ora tra i giovani assieme ai videogames,
solitamente giocati attorno ad un tavolo, con delle
schede, dei dadi ed un narratore che trascina i
giocatori in una storia, ma che stavolta è sfociata
in una caccia all’uomo, in una partita maniacale
giocata per le strade e per la città.
Non più dadi per combattere ma armi vere e
proprie, e prove di intelligenza e abilità concrete,
da eseguire sul posto, seguendo sempre una storia
ben delineata e congeniata da una mente malata e
deviata, che è riuscita con l’inganno ad attirare
decine e decine di giovani in una ragnatela dalla
quale non era più possibile uscirne fuori.
L’epilogo è giunto ieri, al termine della macabra
partita, quando sul ciglio del Naviglio, sono stati
trovati i corpi di due ragazzi, due giovani studenti
universitari, (uno morto in maniera violenta e
orribile, l’altro ritrovato in stato catatonico, la
sua mente desolata) e quelli dei loro due

298
compagni in una casa nei pressi della cerchia dei
Navigli.
Secondo la ricostruzione dei carabinieri i quattro
erano amici, ma, mentre tre erano tra le tante
vittime designate per il gioco, un quarto era la
mente geniale e diabolica di tutto quanto, che
aveva addirittura ingannato i propri amici pur di
raggiungere il suo folle scopo, come ha poi
confessato alla centrale, quello di preparare il
mondo alla venuta dei Grandi Antichi, sorta di
divinità cosmiche nate dalla penna dello scrittore
H.P.Lovecraft all’inizio del secolo.
Il giovane, nel suo racconto folle e delirante, ha
mostrato evidenti segni di squilibrio e pazzia,
affermando più volte di essere il servitore di
“Colui che è tutto in uno e uno in tutto”, e
profetizzando l’imminente avvento dei suddetti
Grandi Antichi, che coinciderà con la fine del
genere umano.
Perquisita la stanza del giovane sono stati trovati
diversi libri dello scrittore americano Lovecraft,
di Stephen King, E.A.Poe, manuali di giochi di
ruolo, vari librogame, una copia del
Necronomicon (un leggendario libro magico) e di
American Psycho, mentre nel suo computer sono
stati trovati alcuni articoli relativi al Mostro di
Firenze, al satanismo e ad Aleyster Crowley, ma
soprattutto cd, cassette, riviste e poster di gruppi

299
heavy metal quali: Black Sabbath, Iron Maiden,
Ac/Dc (Anti Christ/Death Christ, nda), Kiss
(Knights In Service of Satan, nda) Megadeath,
Slayer, Testament, Overkill, Misfits, Alice Cooper,
ed altri ancora; infine nello zaino dello stesso,
sono stati ritrovati alcuni antichi libri di cui era
stato denunciato il furto nei giorni scorsi da parte
di un piccolo ordine monastico.
Forse sembrerà il solito monito di protesta contro
una generazione con sempre meno valori, dedita
allo studio di pratiche esoteriche, ai giochi di
ruolo, ai videogames e alla musica dell’heavy
metal, ispirata dal diavolo, che quando raggiunge
l’esasperazione sfocia in episodi come quello
appena narrato e che vorremmo non accadessero
mai, ma forse i primi colpevoli siano noi genitori,
che non educhiamo i nostri figli ad avere prima di
tutto il rispetto per sé stessi e per gli altri, e che
stiamo più tranquilli quando loro, benché abbiano
ormai vent’anni suonati, invece di essere in
discoteca o al bar con gli amici, sono rinchiusi in
camera o in soffitta a lanciare dadi e a “giocare il
ruolo”, mentre nella loro mente lentamente
l’immedesimazione prende il sopravvento sull’ego
reale della persona.

Venni dimesso giusto in tempo per partecipare


allo straziante funerale del mio amico, morto di

300
una morte misteriosa quanto atroce. Era un fredda
mattina d’inverno, ricordo ancora la fitta nebbia
che creava come un muro etereo su tutto il
cimitero, tra le lapidi, i loculi e le cappelle
funebri. Non ebbi il coraggio di guardare negli
occhi, né tanto meno di porre le mie condoglianze
ai genitori del mio amico, stetti a testa bassa,
sperando che nessuno mi venisse a chiedere
qualcosa, e di fatti nessuno venne. C’erano molti
dei nostri amici che erano venuti a rendergli
l’ultimo omaggio, sentivo i loro occhi puntati su
di me, tutti lì erano convinti che io sapessi cosa
fosse successo, qualcuno probabilmente mi
incolpava dell’accaduto, dopo tutto, anche se era il
Tindy quello che aveva confessato, io ero l’unico
dei quattro che se l’era cavata.
Tornai alla tomba il giorno dopo, non c’era
nebbia, però pioveva, portai un mazzo di fiori e
glieli posi sopra la lapide dopo essermi fatto il
segno della croce.
-Mi dispiace-, dissi, -di non aver fatto in tempo a
salvarti, mi dispiace di non aver capito subito che
Tindiana stava facendo il doppio gioco, e che
ormai non era più lui, soggiogato com’era dalla
lettura del Necronomicon e dal marchio degli
Antichi. Ma ora le parole non contano più,
eravamo quattro grandi amici, ed ora
quell’amicizia è stata disintegrata completamente.

301
Tu sei morto, gli altri due passeranno il resto della
loro vita da un ospedale psichiatrico all’altro,
mentre io me la sono cavata con una banale
nictofobia e qualche seduta psichiatrica. Non era
di certo questo il premio che ci aspettavamo per la
vittoria. Spero solo che anche tu, come Kladakash
e Kull, abbia lasciato questa valle di lacrime per il
Reame dei Sogni, e forse ora stai navigando sulle
placide acque del Mare Cerenario, o scalando le
gelide vette del monte Ngranek, anche se più
probabilmente sarai tra le braccia di qualche
odalisca nell’harem di un califfo di
Zura…ovunque tu sia ora, amico mio, ti auguro
buona fortuna, prima o poi ci rivedremo, ma spero
il più tardi possibile. Addio-.
Mi infilai le mani in tasca e me ne andai via, e
mentre percorrevo il terreno ciottoloso e bagnato
del cimitero udii una voce vicina che avevo
creduto di non sentire più.
-Hai fatto un ottimo lavoro, detective-. Marks uscì
da dietro un albero e mi venne incontro.
-Non sono un detective, Marks, e la partita è
finita-. gli risposi bruscamente.
-Tu dici?-
-Non è forse così? Due dei miei amici sono
impazziti, l’altro è stato divorato da un mostro
invisibile in mezzo al mercato rionale, ed io porto
ancora sulla mia faccia i segni di questi ultimi

302
giorni, non venirmi a dire che non è finita-. risposi
con voce alterata.
-Non è morto ciò che in eterno può vivere,
detective-.
-E in strani eoni anche la morte può morire, ma
questo che vuol dire?-
-Che non puoi sconfiggere gli Altri Dei, loro ti
osservano, sanno cosa fai, dove vai, con chi sei,
proprio adesso, in questo momento, ci stanno
osservando-.
-Sì, può essere, e con questo?-
-Unisciti a noi, detective, insieme combatteremo
tutti gli adepti e i ministri dei Grandi Antichi,
distruggeremo i loro templi, impediremo i loro
immondi riti, e spezzeremo una volta per tutte le
catene che vincolano il nostro al loro mondo-.
-No, grazie, non fa per me-.
Abbassai il capo e ripresi a camminare, mentre
dietro di me Marks mi parlava un’ultima volta:
-Va pure, detective, ma ricordati che sei solo una
marionetta in mano degli Altri Dei, forse ora ti
sembra che tutto sia tornato come prima, forse per
anni non ne sentirai più parlare, ma un giorno, nel
futuro, magari quando avrai moglie e figli, loro
ritorneranno ed entreranno ancora nella tua vita e
non potrai non affrontarli-.
Mi voltai e sorrisi al vecchio uomo in nero: -
Finché sarò in vita correrò questo rischio-.

303
Quella fu l’ultima volta che vidi Thaeron Marks
III.

Ancora oggi quando dalla finestra della mia


camera guardo a nord, dove sorgono le case dai
tetti a mansarda di Borgo Vecchia, dove vi è una
distesa di comignoli, rose dei venti, banderuole,
grondaie, pinnacoli, balconi, stradine tortuose,
dove sorge il campanile del Santuario, dove, sul
confine, scorre il Naviglio, passando davanti a
vecchie cascine, antichi mulini e campi di
frumento, mi ricordo di quella spaventosa
avventura, e d’improvviso ho come la sensazione
che inquietanti ombre sorgano al crepuscolo dalle
acque limacciose, dai vecchi muri ammuffiti, dai
tetti spioventi, dai vicoli ciechi e dalle mansarde
che si incurvano quasi a toccarsi e tremo di una
paura indescrivibile, perché io so cosa vi si
nasconde in quelle ombre, ho visto cosa striscia
nel buio della notte, ne sono consapevole e la mia
mente vacilla e delira al solo pensarci.
Non sono più lo stesso da allora, da prima della
partita, e nessuno mi crede quando racconto cosa
ho visto, cosa ho toccato, che posti ho attraversato
e dai quali sono fuggito, le creature che ho
incontrato e con le quali ho parlato o che ho
affrontato, ma in fondo, non posso biasimarvi,
come è possibile credervi? Dopotutto questa è da

304
sempre la forza di queste divinità cosmiche, far
credere all’umanità che non esistono, piegandoci
così al loro volere, senza che nessuno possa
ipotizzare un loro coinvolgimento, in quanto,
semplicemente, per noi non sono reali.
Forse crederà, dottore, che sono stato fortunato,
che non sono impazzito del tutto come i miei
amici, né sono stato divorato da una creatura
invisibile, e che sono ancora in grado di pensare,
di parlare e di vivere la mia vita, ma le giuro che
non è così, io vivo ogni giorno con la terrificante
consapevolezza dell’esistenza dei Grandi Antichi,
simulacri di pietra ciechi, muti, immemori, la cui
anima nera è Nyarlathotep!

IL CUSTODE
- FINE -

305
306
APPENDICE I
NOTE
1 - Gi.R.S.A: Gioco di Ruolo del Signore degli
Anelli, pubblicato dalla Stratelibri nel 1991

2 - Traduzione delle due strofe in finlandese:


Tuhannen vuotta olemme kulkeneet
eksyksissä, etsien kadotettua kansaamme, ja
katso!
edessämme avautuu tie jumalten kaupunkiin
On tullut se aika jolloin auringon pyörä
veren vuodatuksesta katkeaa.
Per mille anni abbiamo vagato
in cerca della nostra gente dimenticata, ed
ecco!
Davanti a noi il sentiero per la città degli Dei.
E’ tempo che la ruota del sole
Sia arrestata dallo scorrere del sangue.
[Moonsorrow, Jumalten Kaupunki, album
Kivenkantaja, 2003]

Paul Kevin Araya è un personaggio del GdR Richiamo


di Cthulhu edito da Stratelibri creato da Federico
Bianchini.
Tindiana Jones è un personaggio del GdR Richiamo di
Cthulhu edito da Stratelibri creato da Gabriele Leone.

307
Randolph Carter (II) è un personaggio del GdR
Richiamo di Cthulhu edito da Stratelibri creato da
Dario Beretta.
Abdullha Fathinlha è un personaggio del GdR
Richiamo di Cthulhu edito da Stratelibri creato da Saul
Aiolfi.

Postscriptum:
La casa di via Magolfa è stata abbattuta un paio di
anni fa, al suo posto ora, come in molti lotti della
zona Navigli di Milano, stanno costruendo case
residenziali; anche la casa di via Lagrange 4 è
stata completamente restaurata ed ora non ha più
l’aspetto tetro e decadente di alcuni anni fa, per
cui, se ci passaste davanti, stentereste a
riconoscere la casa descritta in questo romanzo.
Cosa rimarrà mai della vecchia Milano gotica e
misteriosa? La Cascina Gogna di Bussero, a cui ci
siamo ispirati per la Cascina Forca di Borgo
Vecchia, è invece ancora al suo posto, decrepita e
tenebrosa come sempre (la foto in prima pagina ne
da un’idea), ma ancora più misteriosi sono i loschi
personaggi che sembra vi abitino… (novembre
2006)

308
APPENDICE II
Dizionario lovecraftiano

Non è morto ciò che può vivere in eterno


E in strani eoni anche la morte può morire
ABDUL ALHAZRED, Necronomicon

Abitatori del Profondo. Sono esseri indefinibili


appena intravisti tra le melme fetide del mare
improvvisamente ritiratosi, vaghe sembianze
squamose che avanzano con una andatura da rana,
un poco curvi ed estremamente malvagi.

Abitatori delle Sabbie. Pelle ruvida, grandi occhi,


orecchie immense distinguono questa vaga forma
di umanità. Vivono nelle sabbie sterminate del
freddo e ventoso deserto di Leng. Magrissimi,
mostrano le costole attraverso la pelle sottile, che
sembra scabbiosa, come se le sabbie del deserto vi
si incrostassero sopra.

Arkham. Antica città della Nuova Inghilterra


infestata da strani ibridi, è bagnata dal Miskatonic,
fangoso fiume dalla triste fama. Nelle sue acque,
durante una spaventosa alluvione, furono intravisti
esseri vagamente umani, rosei e forniti di ali
membranose, provenienti da lontane costellazioni.
Lungo le rive del Miskatonic ha sede l’omonima

309
Università, universalmente nota per la sua estesa
biblioteca di antichi libri proibiti.

Antichi. Razza aliena che sbarcò sulla Terra due


miliardi di anni fa, e forse provocarono
accidentalmente la nascita della vita sul nostro
pianeta. Furono loro a creare i terrificanti
Shoggoth di cui si servivano come schiavi. Dopo
interminabili guerre contro altre razze, questi
esseri anfibi furono costretti a riparare in
Antartide, alcuni milioni di anni fa; qui esiste
ancora una delle loro città, sepolta sotto un
ghiaccio perenne. Alla fine la loro civiltà fu
spazzata via dai mostri che erano stati i loro
schiavi: gli Shoggoth.

Azathoth. Signore di tutte le cose, il Grande Idiota,


Dio di tutti gli Dei. È l’amorfo, velenoso
obbrobrio che, al centro del Caos Primigenio,
bestemmia e gorgoglia cose inenarrabili. Viene
descritto anche come l’innominabile Abitatore del
Buio, e si manifesta attraverso l’orribile pietra
nera chiamata il Trapezoedro Lucente. Non può
sopportare alcuna luce, e la sua forma mostruosa e
vampiresca è accompagnata da un vento fetido. Le
cose che Egli sfiora diventano bruciacchiate e
giallastre.

310
Baharna. Città dell’isola di Oriab, dove sorge il
monte Ngranek. Nella grande isola di Oriab,
Baharna, con il suo porto, è forse la città più
importante. I moli di Baharna sono di porfido, e le
case e i palazzi si elevano dietro di loro su grandi
terrazze di pietra con strette strade e altissime
gradinate Un grande canale che passa sotto
l’intera città in una galleria dall’ingresso di
granito conduce al lago interno di Yath.

Bast (Dea Antica). Lovecraft amava molto i gatti


ed è quindi naturale che la Signora dei Gatti
avesse un posto di rilievo tra le entità dei Miti di
Cthulhu. La Dea viene raffigurata come una gatta
o come una donna dalla testa felina.

Bestie lunari. Le bestie lunari sono una razza


aliena che adora Nyarlathotep e sono solite ridurre
un schiavitù le altre razze. Se la parola sadismo ha
un qualche significato per una razza tanto aliena,
si può affermare che questi essere sono
mostruosamente crudeli, e spesso si dilettano a
torturare gli esemplari di altre specie che hanno la
sventura di cadere nelle loro grinfie.

Bosco Incantato. È uno dei rari luoghi che abbia


saltuari contatti con il mondo comune, vi si apre la
Porta del più Profondo Dormiveglia, che immette

311
nella Caverna di Fiamma. Nel folto delle enormi
querce vive il popolo degli Zoog, custode e
predatore dei profondi fosforescenti sentieri del
bosco. Talvolta, in alcune radure, si incontrano le
grandi pietre circolari postevi dai Grandi Antichi.

Caverna di Fiamma. È il tempio-caverna ove è


situato uno dei rari passaggi verso il Regno del
Sogno. Vi abitano i sacerdoti Nasht e Kaman-Nah,
che ne sono i guardiani. Dalla Caverna di Fiamma
si accede attraverso settecento scalini alla Porta
del Più Profondo Dormiveglia, e di lì al Bosco
Incantato.

Celephais. Favolosa città dai luccicanti minareti, e


dalle mura di marmo immacolato, costellato di
grandi statue di bronzo. Sullo sfondo di questa
città, guardando dalla parte del mare, dietro le
colline s’innalza la cresta purpurea del Monte
Tanarian e, dietro di esso, si aprono le vie proibite
che conducono al Mondo della Veglia e verso le
altre regioni del Sogno. Questa città sembra
sempre nuova, perché il tempo, qui, non ha il
potere di corrompere o distruggere. È sempre
stato cosi, e il turchese scintillante di Nath-
Hortath e gli ottanta sacerdoti dai setti di orchidee
sono gli stessi che la costruirono diecimila anni
orsono!

312
Città del Tramonto. Meravigliosa città meta della
ricerca di Randolph Carter. Lui l’ha
inconsapevolmente creata con i suoi sogni, ed essa
è diventata la dimora degli Dei della Terra.

Cthulhu. Il Grande Cthulhu, che attende di risalire


da R’lyeh, la città nascosta nel profondo del mare,
è una antica divinità, ora nascostamente adorata
solamente da sette misteriose. “Nella sua casa a
R’lyeh il morto Cthulhu attende sognando”, sono
le parole che iniziano un canto nefando dedicato
all’adorazione di questa mostruosa divinità. In una
piccola statuetta verdastra, fatta di una materia che
certo non è di questa Terra, è raffigurato come un
essere dalla testa rotonda irta di tentacoli, con un
corpo enorme, grottesco e squamoso, da cui
spuntano due ali rudimentali.

Dagon. Dagon, il Dio-Pesce, è l’effigie mostruosa


adorata dagli immondi abitatori dell’oceano che
vivono nei bui recessi melmosi. La loro statura è
veramente spaventosa, e Lovecraft dice che solo
la grandezza di una balena può dare un’idea delle
loro dimensioni. Nonostante ciò, sono figure
diabolicamente umane nell’insieme, e i particolari
più visibili sono le mani e i piedi palmati, e gli
occhi sporgenti.

313
Dei esterni minori. Oltre alle divinità principali,
delle quali rivela il nome e che talvolta agiscono
al servizio di Azathoth, Lovecraft accenna
all’esistenza di uno stuolo di entità
apparentemente secondarie, o comunque meno
importanti: gli Altri Dei Minori. Appartengono a
questo gruppo, tra gli altri, le divinità che danzano
intorno al Demone Sultano, e numerosi altri esseri
venerati in varie località dell’universo. Gli Altri
Dei generano mostruose larve, dalle quali possono
scaturire nuove oscene divinità.

Dei Primigeni (o della Terra). Le divinità di


questo tipo esistono soltanto nei Reami del Sogno,
sono le divinità più deboli nel pantheon dei miti, e
perfino un semplice ma saggio mortale può
risultare più potente di loro. Tuttavia essi godono
della protezione dei terrificanti Dei Esterni:
Nyarlathotep, Azathoth, Shub-Niggurrath e soci.

Dylath-Leen. Grande porto cosmopolita,


importante centro commerciale per diamanti e
pietre preziose, scalo abituale dei mercanti di
rubini provenienti dal Reame Lunare. Qui
Randolph Carter sarà rapito da degli strani
mercanti e rischierà di essere sacrificato a
Nyarlathotep.

314
Gaunt della notte (o Magri notturni). I Gaunt sono
i principali servitori di Nodens e, tra le altre cose,
ghermiscono e trascinano via gli intrusi e li
scaricano senza troppi complimenti nei luoghi più
orribili e desolati che si possano immaginare,
lasciandoveli morire. Vivono a loro volta nei
recessi più isolati del mondo, ed escono all’aperto
soltanto di notte.

Grandi Antichi. Queste ambigue divinità dormono


il loro pesante sonno lungo l’oscura via guardata
da ‘UMR-AT-TAWIL. Un sonno vago e
nebuloso, talvolta vagamente cosciente delle cose
che li circondano. Nonostante le credenze comuni
del Mondo della Veglia, Carter è sicuro che non
potrebbero mai interrompere i loro interminabili
sogni per sfogare la loro ira sull’umanità. Infatti,
compito essenziale dei Grandi Antichi è quello di
sognare, e con questo atto aprire le Porte, piuttosto
che intervenire nelle futili questioni dell’uomo.

Ghoul. I Ghoul sono ripugnanti umanoidi dalla


pelle gommosa, con zoccoli al posto dei piedi,
artigli e lineamenti canini. Comunicano tra loro
per mezzo di uggiolii e mugolii. Spesso sono
incrostati di maleodorante fango cimiteriale,
raccolto mentre si nutrono di corpi putrefatti. I

315
Ghoul sono creature orripilanti che vivono in
labirintici complessi di cunicoli sotto la superficie
di molte ignare città.

Giungla di Kled. È un profumato intrico tropicale,


in cui si ergono mirabili palazzi d’avorio, isolati e
intatti, dove una volta dimoravano favolosi
monarchi di una terra il cui nome è ormai
dimenticato. Incantesimi fatti dai Grandi Antichi
fanno sì che questi palazzi siano immuni da danni
o decadimento, perché è scritto che un giorno
potranno nuovamente servire. Alcune carovane di
mercanti li hanno intravisti da lontano, sotto
spettrali chiarori lunari, ma nessuno ardisce
avvicinarsi per via dei Guardiani che vigilano
sulla loro integrità.

Gnorri. Gli Gnorri sono dei mitici esseri barbuti e


muniti di pinne, che vivono negli irreali dirupi di
vetro che sostengono la città di Ilek-Vad. Nel
vetro lucente e profondo essi costruiscono i loro
singolari e complicati labirinti che nessuno osa
percorrere.

Gug. Un tempo i Gug veneravano alcuni Grandi


Antichi con riti e cerimonie abominevoli, a causa
dei quali furono banditi per sempre dalla
superficie dei Reami del Sogno ed esiliati nel

316
mondo sotterraneo. Ancora oggi divorano con
gusto tutti gli abitanti del mondo di superficie sui
quali riescono a mettere le loro grinfie.

Hagarg Ryonis (Dea Primigenia). Come gli altri


Dei Primigeni (o della Terra) Hagarg Ryonis si
manifesta con le sembianze di una donna di
inaudita bellezza. Le sue statue, tuttavia, la
rappresentano sempre nella forma di Colei-che-
attende, un’orrenda creatura taurina con scaglie
cornee e nere; in tale forma la Dea ha sei occhi
verdastri e luminosi, disposti irregolarmente sul
corpo, denti e artigli sono di pura ossidiana,
naturalmente taglienti come rasoi.

Hastur. È il Grande Dio degli Spazi Interstellari.


Intorno a lui vagano in folli danze le eteree schiere
delle creature cosmiche.

Hlanith. Percorrendo il grande fiume Oukranos,


attraversata la giungla di Kled, si giunge a
Hlanith, porto occidentale costruito sul bianco
granito. I suoi abitanti sono noti ovunque, nel
Reame Incantato, per la loro abilità di artigiani.
Da qui partono le grandi navi da carico per la città
di Celephais, oltre il Mare Cereneriano.

317
Inganok. È la città il cui territorio confina con il
pietroso e orribile altipiano di Leng. I suoi abitanti
hanno un po’ delle caratteristiche somatiche dei
Grandi Antichi: sono infatti vagamente
somiglianti al grande volto scolpito nel Monte
Ngranek. La gente di Inganok ha strani occhi
stretti e lunghi, le orecchie dai lunghi lobi, i nasi
sottili e i menti appuntiti. Da quei luoghi freddi e
inospitali, essi scendono verso Celephais e
Dylath-Leen su navi scure a scambiare l’onice con
le pietre scolpite, l’oro filato, e i piccoli uccelli
cangianti di Celephais. Inganok si trova parecchio
a Nord, oltre il Mare Cereneriano, in luoghi freddi
e brumosi. Arrivando dal mare, si vede di lontano
una catena di grandi montagne grigie, le stesse da
cui si ricava l’onice. Lassù, tra quelle cave, ne
esiste una, ignorata anche dai cercatori della stessa
Inganok, più grande di ogni altra e abbandonata da
tempo immemorabile. Ma se i tempi sono ormai
dimenticati, esistono però le impronte di blocchi
dalle dimensioni così prodigiose che la sola vista
dei vuoti da essi lasciati riempie di terrore
chiunque li veda. A oriente, molto lontano, oltre le
mura della città, sorgono i desolati contrafforti di
quelle invalicabili montagne dalle cime nascoste,
oltre le quali si stende l’orribile Deserto di Leng.

318
Irem. La città dalle Mille Colonne. Costruita dal
temibile genio di Shaddad nelle sabbie dell’Arabia
Petrea, e adornata di prodigiose cupole e infiniti
minareti. Alcuni dervisci affamati e nomadi
impazziti di sete erano tornati per parlare del
gigantesco portale e della Mano scolpita sulla
chiave di volta dell’arco.

Kadath. È la meta finale cui tende la ricerca di


Randolph Carter. Del Gelido Kadath è bene non
dir nulla, salvo il fatto che su di esso si trova la
dimora dei Grandi Antichi, e che per giungervi
bisogna attraversare l’orribile Deserto di Leng.

Karakal (Dio Primigenio). La tipica immagine di


Karakal lo ritrae con tratti bellissimi, sorridente,
nudo dalla cintola in su e circondato da fiamme.
In tutti i suoi templi brucia il fuoco sacro.

Kiran. La città di Kiran si trova tra il Bosco


Incantato e la giungla di Kled. È arroccata su
basse colline boscose e le sue terrazze di diaspro
digradano lente verso il fiume Oukranos. AI
centro della città s’innalza il meraviglioso palazzo
di diaspro del Re Ilek-Vad.

Lago di Yath. Questa grande distesa è situata


nell’isola di Oriab, e comunica mediante un

319
canale con la città di Baharna. Le sponde davanti
alla città sono coperte da una fitta foresta, dai cui
alberi i mercanti di Baharna ricavano un pre- giato
legno nero. Su queste sponde, dal lato più lontano,
presso una ripida terraz- zatura, si trovano le
estese rovine di una città antichissima di cui si
ignora il nome, costruita con mattoni d’argilla.

Leng. È il terribile deserto ove sorge il Kadath. Il


suo orrore è così grande che non può essere
descritto con parole umane.

Mi-Go (o Funghi di Yuggoth). I Mi-Go sono una


specie aliena. La loro colonia principale è sul
pianeta Plutone (Yuggoth nella loro lingua),
hanno installato varie colonie minerarie in alcune
regioni montuose della Terra, dove scavano per
procurarsi rari minerali.

Naraxa. È il grande fiume del continente di Ooth-


Nargal. Lungo le sue sponde, alla foce, si distende
il grande porto di Celephais.

Nath-Horthath(Dio Primigenio). Nath-Horthath è


l’antico Dio che regna su Celephais. Egli,
innumerevoli anni orsono, l’ha interamente
costruita, e perché la sua bellezza duri a sua eterna
memoria, l’ha resa incorruttibile. Nonostante

320
questa prova della sua potenza, egli accetta però
che nella sua città vengano innalzate preghiere
anche a tutti i Grandi Antichi.

Ngranek. Altissimo monte che si erge nell’isola di


Oriab. Gli stessi Grandi Antichi t avrebbero
scolpito nella sua dura roccia la loro immagine
mentre danzavano ebbri ! alla luce della Luna. Il
Ngranek sarà scalato da Randolph Carter per
vedere l’effigie mostruosa che vi si trova. Lungo
le sue pendici inferiori vivono solo i cercatori di
lava, perseguitati da strani esseri palmati, notturni
e succhiatori di sangue. Invece lassù, negli alti
picchi lavici, vi sono le orribili dimore degli
oscuri Magri della Notte, che fanno una guardia
meticolosa alla nera effigie dei Grandi Antichi.

Nodens. Il Dio del Grande Abisso. L’unico Dio


nominato tra Quelli di Prima.

Nyarlathotep, il Caos Strisciante. Nyarlathotep è


il messaggero, il cuore e l’anima degli Dei
Esterni, è l’unico di loro ad avere una vera e
propria personalità, e il suo vanto è quello di
manifestarsi in mille forme diverse. Lo scopo
principale del suo agire è causare la follia e la
perdita di sanità mentale, effetti per lui più

321
importanti e saporiti che non limitarsi a uccidere o
distruggere.

Ooth-Nargal: è il lontano continente ove sorge


Inquanok e dove ha sede il Deserto di Leng.

Oriab. È una grande isola del Mare del Sud, posta


a qualche giorno di navigazione da Thalarion. La
sua città più grande è il porto di Baharna, da cui
dista poco il Lago di Yath. Lontano, più a Sud,
sorge il nero e maestoso Monte Ngranek, rifugio
dei Magri della Notte, e immenso basamento di un
antico volto dei Grandi Antichi.

Oukranos. Grande fiume che nasce sulle


montagne che circondano il Deserto di Hatheg.
Dapprima bagna le multicolori terrazze di diaspro
di Kiran, poi, attraversata l’antica giungla di Kled,
raggiunge il porto di Hlanith, e lì sfocia nel mare
Cereneriano

Pnoth. In volo, sul dorso di un Magro della Notte,


Randolph Carter giunge nell’oscura valle di
Pnoth, interamente circondata e resa
perpetuamente buia e crepuscolare dagli altissimi
picchi di Throk. In essa, tra enormi montagne di
ossa, strisciano gli enormi Ohole. Ed è qui che da
ogni punto del Mondo della Veglia i Ghoul

322
gettano gli immondi rifiuti dei loro festini. Dalla
valle di Pnoth si giunge, salendo, all’abisso oscuro
ove vivono i Ghoul, gli strani amici di Randolph
Carter che egli ha conosciuto attraverso il pittore
maledetto Richard Pickman. L’abisso dei Ghoul è
a sua volta in comunicazione con il Bosco
Incantato, per mezzo di una enorme lastra di
pietra.

Sarkomand. È la città primordiale le cui rovine


sono rimaste a imbiancarsi all’aria per un milione
di anni, in attesa che il primo vero essere umano
vedesse finalmente la luce. Nel tempo ormai
lontano in cui era giovane e fiorente, è stata un
grande porto di mare e la capitale dei quasi-umani.
Orgogliosa e ricca di colonne, si erge tra le rupi
immense e i neri moli di basalto, mirabile con i
suoi alti templi e i palazzi scolpiti. Grandi giardini
e strade fiancheggiate da eleganti colonne
convergono giù dagli alti dirupi, e da ciascuna
delle sei porte sormontate da sfingi si dipartono
grandi strade che conducono alla vasta piazza
centrale dove s’innalzano enormi i due leoni
gemelli alati che vigilano eternamente i giardini
che portano alla Terra dei Sogni e giù verso il
Grande Abisso. Sopra Sarkomand si estende l’
Altopiano di Leng, e oscuri passaggi istoriati di

323
scene misteriose portano al monastero in cui vive
il Gran Sacerdote Che Non Deve Essere Descritto.

Serannian. Città-nuvola, bianca e marmorea,


giace nello spazio etereo, oltre il punto ove mare e
cielo si incontrano. In sogni precedenti sembra
che vi abbia regnato l’amico di Randolph Carter:
il Grande Sognatore Re Kuranes.

Shoggoth. Gli Shoggoth sono tra i mostri più


orribili del macabro universo lovecraftiano, lo
stesso arabo pazzo Abdul-Alhazred cercò di
sostenere con foga disperata sulle pagine del
Necronomicon che nessuno di questi orrori
esistesse sulla Terra, tranne che nei sogni dei folli.

Shub-Niggurath. Antica Divinità malvagia,


anch’essa dedita a riti innominabili: Il Nero Capro
dai Mille Cuccioli.

S’ngac. È chiamato “il gas violetto”. Era in


contatto con Re Kuranes, amico di Carter e
regnante sulla eterea Serannian prima, poi sulla
grande Celephais. A questo Re aveva rivelato cose
terribili sul Caos Strisciante Nyarlathotep, sul
Sultano Demonio Azathoth, e sui Grandi Antichi.
Probabilmente S’ngac appartiene a un ciclo di
Grandi Antichi di un tempo antecedente, ed è uno

324
degli ultimi esemplari degenerati di quella grande
razza.

Sona-Nyl. A un giorno di navigazione dagli


altissimi Pilastri di Basalto dell’Ovest, si incontra
il grande porto di Sona-Nyl, vigilato da due
enormi promontori gemelli di lucido cristallo che
si protendono nel Mare del Sud a guisa di freddo
arco risplendente.

Thalarion. Città demoniaca dalle mille meraviglie


ove regna il Fantasma Lathi.

Thran. Imponenti sopra ogni immaginazione sono


le mura di alabastro di questa incredibile città,
leggermente incavate in dentro e scavate in un
solo pezzo compatto con mezzi che nessun uomo
conosce, perché di esse si sa solo che sono più
antiche della memoria.

Throk. I picchi di Throk sono vicini alle pendici


del nero Monte Ngranek. Spaventosi e sinistri,
essi si innalzano nel cerchio ossessionante delle
eterne profondità senza sole; più alti di quanto
l’uomo possa calcolare, vigilano le terribili valli
ove i Dhole strisciano e si rintanano.

325
Trapezoedro Lucente (il). È una pietra ovoidale o
singolarmente sferica, del dia- metro di dieci
centimetri circa. Il cristallo è un poliedro nerastro
striato di rosso, con numerose facce irregolari.
Viene considerato come una finestra su tutto il
Tempo e lo Spazio, da quando venne foggiato nel
buio Yoggoth. Portato sulla Terra da Quelli di
Prima, fu posto nella sua strana scatola dai
crinoidi dell’Antar- tide, poi sottratto dagli
Uomini Serpente di Valusia e custodito centinaia
di millenni dopo in Lemuria dai primi esseri
umani. Passò quindi attraverso terre strane e mari
anche più strani, e si inabissò con l’ Atlantide per
poi cadere nella rete di un pescatore minoico che
lo vendette a dei mercanti dalla pelle bruna venuti
dalla Notturna Khem. Il Faraone Nephrem-Ka vi
costruì attorno un tempio con una cripta senza
finestre, e ordinò che il suo nome venisse
cancellato da tutti i docu-menti reperibili. E fra le
rovine di questo tempio esecrato -che i Sacerdoti e
il nuovo Faraone distrussero -esso dormì fino a
che la vanga di un archeologo non lo riportò alla
luce, per la dannazione del genere umano.

Ulthar. Grande città che si trova al di qua del


fiume Skai, non molto lontana dal Bosco
Incantato. A Ulthar, secondo una antica legge,
nessun uomo può uccidere un gatto: in questa città

326
essi sono particolarmente intelligenti. Sono gli
stessi gatti che Randolph Carter rincontrerà sulla
Luna; essi infatti si recano nell’enigmatico Reame
Lunare di notte, saltando dalla cima delle case più
alte.

‘UMR-AT-TAWJL. È colui che guarda la Porta, ed


è la guida per gli Altri Mondi. È colui che guiderà
i temerari oltre tutti i mondi, nell’ Abisso degli
Orrori Innominabili: gli scribi lo definiscono
“l’Essere Senza Fine”. Nell’incontro con
Randolph Carter è così descritto: “C’era anche
un’altra forma che sembrava scivolare o
galleggiare nel nebuloso livello inferiore simile a
un pavimento. La sua sagoma non era permanente,
ma suggeriva a tratti qualcosa di remotamente
precedente o parallelo alla forma umana, benché
grande circa una volta e mezzo un uomo normale.
Il suo volto e le spalle erano coperte da un panno
liscio che non era panno, e Carter non riuscì
assolutamente a vedere i due fori che avrebbero
dovuto essere gli occhi. Probabilmente non gli
occorrevano, perché sembrava appartenere a un
ordine di esseri del tutto estranei al tipo umanoide,
che per le struttura che per le facoltà”.

Urg. È un piccolo villaggio della terra di


Inquanok, nel continente di Ooth-Nar- gaI. Si

327
trova proprio prima pelle grandi montagne di
basalto e di onice, ed è un naturale punto di
ritrovo. E qui infatti che i mercanti che vanno a
Sehera e i cavatori di onice si riposano e
raccontano le storie oscure di quella terra.

Vetro di Leng. È una grande lastra ovale- di vetro


opaco. Si vuole che sia giunta i dal Deserto di
Leng o dalle lontane Iadi. È una porta che dà su
altre dimensioni, quando la si attivi pronunciando
l’orribile formula «Ph’ngui mglw’naph Cthulhu
R’lyeah wgah’ngl fthagn» e si disegni al di sotto
una stella con cinque punte. La porta si apre su
tempi e spazi estranei al nostro mondo, su recessi
remoti che però possono diventare tremendamente
vicini, su luoghi in cui mostri e deità dai nomi
orrendi si celano in attesa di sorgere ancora.

Yaddith. È un lontano pianeta, situato in una


galassia al di là della nostra, in un tempo che certo
non coincide con quello della Terra. Randolph
Carter vi giungerà attraverso le Porte apertegli da
‘UMR-AT-TAWIL e dai Grandi Antichi.

Yaddithi. Sono gli abitanti dallo strano muso di


tapiro -gelatinosi e tentacolati - che abitano il
pianeta Yaddith, dall’altra parte della Galassia.
Randolph Carter giungerà a Yaddith attraverso la

328
Porta apertagli da ‘UMR-AT-TAWIL e dai
Grandi Antichi. Là, in modo assolutamente
misterioso, avrà la facoltà di incarnarsi in uno
degli abitanti, il viscido e alieno Mago Zhauba.
Con una fantastica astronave poi, attraverso il
tempo e lo spazio, finalmente Carter tornerà alle
verdi colline della sua Terra.

Yog-Sothoth. Dimora nelle pieghe tra le diverse


dimensioni, note e ignote, che compongono
l’universo, dove si manifesta come un
conglomerato di globi iridescenti che mutano
incessantemente posizione, fluiscono gli uni negli
altri e si spaccano. È definito come Colui Che È
Tutto in Uno e Uno in Tutto, ma vede e ode
soltanto nel buio. Si tratta di una divinità malvagia
spesso invocata in riti nefasti e innominabili.

Zin. Le Grotte di Zin sono una serie di enormi e


buie aperture che si aprono nell’ Abisso
mostruoso di Pnoth, ove si celano i vendicativi
Ghast che vanno a caccia nell’oscurità di casuali
viandanti, o dei Gug villosi, o dei Ghoul.

Zura. È una città costiera situata tra Fljiry e Sona-


Nyl, famosa per gli squisiti piaceri che vi si
possono trovare.

329
BIBLIOGRAFIA
G.Pilo/S.Fusco, Presentazione in: H.P.Lovecraft -
I Miti di Cthulhu, Newton Compton ed., 1993,
Roma
S.Pettersen & L. Wills, Call of Cthulhu RPG fifth
edition, Chaosium Inc., 1997

330
APPENDICE III
CRONOLOGIA
700 d.C.
Abdulh Alhazred, il poeta pazzo di Saana, nello
Yemen, opera durante il califfato degli Ommiadi.

738
Abdulh Alhazred muore in circostanze misteriose,
secondo alcuni testimoni sembra che sia stato
divorato da un mostro invisibile in pieno giorno in
mezzo al mercato cittadino.

950
L’Al Azif, il libro scritto da Abdulh Alhazred, si
guadagna una considerevole quanto nascosta
notorietà presso gli eruditi del tempo, e viene
segretamente tradotto in greco da Teodoro Fileta
di Costantinopoli, con il titolo di Necronomicon.

1050
Il patriarca di Costantinopoli ordina il sequestro e
la distruzione del Necronomicon

1228
Olaus Wormius effettua una traduzione in latino
del Necronomicon

331
1232
Papa Gregorio IX, a cui era stata mostrata la
traduzione di Wormius, pone entrambe le
versioni, greca e latina, del Necronomicon,
nell’Index Expurgatorius.

14??
Viene stampata probabilmente a Norimberga
verso fine secolo l’edizione tedesca in caratteri
gotici del Necronomicon

15??
Verso la fine del secolo, secondo alcune fonti
intorno al 1580, secondo altre alcuni anni prima
nel 1577, nasce nel borgo di Sibbo a poche miglia
da Helsinki, Peter Tagtgren, meglio conosciuto
come Thermogorothus.

In una data ed in un luogo sconosciuti nasce


Legione, misterioso alchimista vissuto in Europa,
di probabili origini svedesi.

1607
Thermogorothus si trasferisce dall’Italia a Praga,
alla corte dell’Imperatore Rodolfo II d’Asburgo,
dove, tra gli altri, conosce un oscuro personaggio
noto con lo pseudonimo di Legione.

332
1612
Alla morte di Rodolfo II, Thermogorothus fugge
in Svezia, alla corte del re, dove rimane sotto la
protezione del cancelliere Oxenstierna

1619
In Svezia alcuni cortigiani vengono arrestati e
condannati a morte per eresia e stregoneria, fra di
essi c’è molto probabilmente il mecenate di
Thermogorothus, il quale, informato degli
avvenimenti, fugge in Germania.

1620
Thermogorothus si stabilisce a Lemgo, nella
Vestfalia, assieme a Legione, e qui scrive il suo
unico trattato di alchimia: il “Vobiscum Satanas”.

16??
In diversi periodi del XVII secolo Lemgo è teatro
di una delle più sanguinarie cacce alle streghe del
tempo.

1630 ca
Alcune streghe interrogate dalle autorità fanno
ripetutamente i nomi di Thermogorothus e
Legione, riconosciuti come alcuni fra i fuggiaschi
della corte praghese, viene inviato un drappello di

333
guardie ad arrestarli, ma giunti alla casa nella
quale i due risiedono non vi trovano alcuno. Due
guardie impazziscono durante quella
perquisizione e pochi giorni dopo una terza muore
nel sonno fra atroci sofferenze. I quadri ed il libro
di Thermogorothus vengono messi all’indice e
destinati al rogo.

1631 Agosto
Thermogorothus viene catturato da alcuni soldati
svedesi nei pressi di Dresda, riconosciuto viene
processato e arso sul rogo la notte della Vigilia di
Natale dello stesso anno

1634
Legione, sfuggito all’inquisizione, si trova a
Venezia; poco dopo questa data viene pubblicato
in Italia “La Grande Danse Macabre”, il grimorio
di cui è considerato l’autore. Il testo giudicato
blasfemo viene subito messo all’Indice dalla
Chiesa e l’editore che stampò l’opera viene
arrestato e bruciato al rogo.

1643
A Berna viene stampata una traduzione in latino
del “Vobiscum Satanas” di Thermogorothus fatta
da Legione. Dopo questa data non si hanno altre
notizie al suo riguardo.

334
1692 ca
Edmund Carter sfugge al rogo durante gli orrori di
Salem

1743 2 giugno
Nasce a Palermo Giuseppe Balsamo, conosciuto
poi con il nome di Conte di Cagliostro

1771
Balsamo si reca al Londra con la moglie Lorenza
Feliciani, qui finisce in prigione per debiti e, per
restituire le somme dovute, è costretto a lavorare
come decoratore.

1772
Balsamo si reca a Marsiglia e si cimenta nelle
vesti di taumaturgo: sembra che, dietro lauto
compenso, faccia credere ad un innamorato di
poter riacquistare il vigore fisico mediante
l’attuazione di alcuni riti magici. Scoperto
l’imbroglio, viene costretto a fuggire e a cercare
riparo in Spagna, a Venezia, quindi ad Alicante
per terminare la fuga a Cadice.

1776
Balsamo ritorna a Londra, presentandosi come
conte Alessandro di Cagliostro, dopo aver fatto

335
uso di nomi altisonanti accompagnati da fantasiosi
titoli quali conte d’Harat, marchese Pellegrini,
principe di Santa Croce: durante questo soggiorno,
insieme alla moglie, divenuta nel frattempo la
celestiale Serafina, viene ammesso alla loggia
massonica "La Speranza".

1777-80
La massoneria offre a Cagliostro ottime
opportunità per soddisfare ogni ambizione sopita.
Grazie alle vie da essa indicate e alle cognizioni
acquisite, egli riscuote successi appaganti
moralmente ed economicamente che lo portano ad
attraversare l’Europa centro-settentrionale,
dall’Aia a Berlino, dalla Curlandia a Pietroburgo e
alla Polonia. Il nuovo rito egiziano di cui
Cagliostro era Gran Cofto, affascina nobili ed
intellettuali con le sue iniziazioni e pratiche rituali
che prevedono la rigenerazione del corpo e
dell’anima. Grande risalto ha, inoltre, la figura di
Serafina, presidentessa di una loggia che ammette
anche le donne, con il titolo di regina di Saba.
Alla corte di Varsavia, nel maggio del 1780,
Cagliostro riceve un’accoglienza trionfale
tributata dal sovrano in persona: la sua fama di
alchimista e guaritore aveva raggiunto le vette più
alte.

336
1781
Cagliostro si trasferisce alla corte di Strasburgo,
dove conquista la stima e l’ammirazione del
filosofo Lavater e del gran elemosiniere del re di
Francia, il cardinale di Rohan.

1783 ca
Cagliostro, dopo alcuni viaggi a Napoli e
Bordeaux si trasferisce a Lione dove consolida il
rito egiziano, istituendo la "madre loggia", la
Sagesse triomphante, per la quale ottiene una
fiabesca sede e la partecipazione di importanti
personalità. Quasi nello stesso momento giunge
l’invito al convegno dei Philalèthes, la prestigiosa
società che intendeva appurare le antiche origini
della massoneria.

1785 ca
Cagliostro viene coinvolto nell’affaire du collier
de la reine che lo rese protagonista suo malgrado,
insieme a Rohan e alla contessa Jeanne Valois de
la Motte, del più celebre ed intricato scandalo
dell’epoca, il complotto che diffamò la regina
Maria Antonietta e aprì la strada alla rivoluzione
francese. Dopo essere stato rinchiuso alla
Bastiglia, Cagliostro viene condannato all’esilio e
fa ritorno a Londra con la moglie.

337
1786-88
Cagliostro e la moglie cercano di risollevare le
proprie sorti compiendo vari viaggi: Aix in
Savoia, Torino, Genova, Rovereto. In queste città
Cagliostro continua a svolgere l’attività di
taumaturgo e ad istaurare logge massoniche.
Giunto a Trento nel 1788, viene accolto con
benevolenza dal vescovo Pietro Virgilio Thun che
lo aiuta ad ottenere i visti necessari per rientrare a
Roma.

1789, 16 settembre
Cagliostro tenta di costituire anche a Roma una
loggia di rito egiziano, invitando a Villa Malta
prelati e patrizi romani. L’iniziativa non consegue
l’esito sperato, ma viene comunque interpretata
come una vera e propria sfida dalla Chiesa che,
attraverso il Sant’Uffizio, sorveglia con maggior
zelo le mosse dello sprovveduto avventuriero.

1789, 27 dicembre
Il pretesto per procedere contro Cagliostro viene
offerto proprio da Lorenza che, consigliata dai
parenti, rivolge al marito accuse molto gravi
durante la confessione: viene così indotta a
denunciarlo come eretico e massone. Cagliostro
scrive un memoriale diretto all’Assemblea
nazionale francese, dando la massima

338
disponibilità al nuovo governo. La relazione viene
intercettata dal Sant’Uffizio che redige un
dettagliato rapporto sull’attività politica ed
antireligiosa del "Gran Cofto": papa Pio VI, il 27
dicembre, decreta l’arresto di Cagliostro e della
moglie Lorenza.

1790
Ristretto nelle carceri di Castel Sant’Angelo sotto
stretta sorveglianza, Cagliostro attende per alcuni
mesi l’inizio del processo. Al consiglio giudicante
egli appare colpevole di eresia, massoneria ed
attività sediziose e il 7 aprile viene emessa la
condanna a morte. In seguito alla pubblica
rinuncia ai principi della dottrina professata,
Cagliostro ottiene la grazia: la condanna a morte
venne commutata dal pontefice nel carcere a vita,
da scontare nelle tetre prigioni dell’inaccessibile
fortezza di San Leo

1795, 26 agosto
Cagliostro muore per un colpo apoplettico nella
Cella del Pozzetto a San Leo.

1883, 7 Ottobre
Randolph Carter, ancora ragazzo, lascia la Tana
dei Serpenti nella incerta luce serotina; correndo
lungo il pendio roccioso e attraverso il frutteto dai

339
rami contorti, raggiunge la casa dello zio
Christopher sulle colline oltre Arkham

1927-28
Durante l’inverno alcuni funzionari del Governo
federale conducono una misteriosa inchiesta
segreta nell’antica cittadina di Innsmouth, piccolo
porto di mare nel Massachussets.

1928, 7 ottobre
Randolph Carter scompare all’età di 54 anni.

1930
In autunno Randolph Carter ritorna da un mistico
viaggio nell’ignoto.

1932
A New Orleans, città del più grande mistico,
matematico e orientalista del continente, si
provvede alla ereditaria del patrimonio di un
mistico un po’ meno insigne, nonché erudito,
scrittore e sognatore, scomparso dalla faccia della
terra quattro anni prima.

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