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Farinata

Il personaggio di Farinata è senza dubbio uno dei personaggi più importanti del
poema dantesco, e la sua figura è descritta da Dante in modo così magnifico da
rendere insignificante e misero persino l’Inferno che lo circonda.
Dante e Virgilio sono giunti nel VI Cerchio, dove sono condannati gli ERETICI. Essi
giacciono in tombe infuocate e senza coperchio, e Dante chiede se tali anime
possano vedersi (“La gente che per li sepolcri giace / potrebbesi veder? già son
levati / tutt’i coperchi e nessun guardia face”). Virgilio, allora, gli spiega chi sono i
peccatori puniti in tale cerchio (“Suo cimitero da questa parte hanno / con Epicuro
tutt’i suoi seguaci / che l’anima col corpo morta fanno”). Il dialogo tra Dante ed il
suo maestro viene, però, bruscamente interrotto da un’anima che si alza
improvvisamente dalla sua tomba: si tratta di Manente degli Uberti, detto Farinata,
grande capo ghibellino, morto poco prima della nascita di Dante. “O Tosco che per
la città del fuoco / vivo ten vai così parlando onesto / piacciati di restare in questo
loco”: così inizia il dialogo tra Dante e Farinata. 
Abbiamo due figure a confronto: da un lato Farinata, il grande uomo, il grande
politico, ma pur sempre l’eretico; e dall’altro Dante, che al suo confronto appare
minuscolo. Fiero e superbo, ma allo stesso tempo leale e coraggioso, il
personaggio di Farinata suscita grande ammirazione nel lettore. Egli è descritto
quasi esclusivamente con termini che riguardano la sua fisicità. L’immagine
statuaria di quest’uomo grosso, orgoglioso e muscoloso domina la scena. Per un
attimo l’Inferno scompare, lasciando spazio ad un uomo che ci appare vivo, e che,
seppur morto, si interessa ancora della sorte della sua patria. Farinata è un uomo,
e come tale, è animato da forti passioni, che, nel suo caso, sono di natura politica. 
Non può non colpire il suo orgoglio eroico, il suo disprezzo, quello sguardo bieco
verso chi, come lui, è destinato alla dannazione eterna. Questi elementi ne fanno
un personaggio degno di stima e di ammirazione agli occhi del Poeta. Dante
subisce, infatti, il fascino del combattente perennemente impegnato nella lotta e
costantemente mosso dall’ardore dell’eroe. Il poeta, inoltre, condivide con Farinata
l’amor patrio e, soprattutto, entrambi hanno conosciuto la tristezza, l’angoscia e
l’umiliazione dell’esilio. La condivisione di tale infausto evento, genera una
relazione familiare tra i due, più che politica. E così l’aspetto politico viene
scavalcato da qualcosa di più forte, che avvicina ed accomuna Dante a Farinata.
Nessuna meraviglia, dunque, se la figura del grande capo ghibellino appare in tutto
il suo splendore, in tutta la sua forza, in tutta la sua paradossale vitalità. 
Tuttavia, Farinata è pur sempre un peccatore. Egli ha volontariamente rifiutato Dio,
nella convinzione della mortalità dell’anima. Il fatto di non accettare la dottrina
cristiana, e peccare di eterodossia nei confronti dell’unica verità, che è la Teologia,
risulta (e nella Divina Commedia deve risultare) più importante di qualsiasi altra
cosa, dunque non può esserci nulla in Farinata in grado di salvarlo da questa sua
empietà. Risulta, ad ogni modo, evidente il tentativo di Dante di elevare quest’uomo
al di sopra degli altri dannati, il che risulta chiaro nell’accostamento al personaggio
di Cavalcante de’ Cavalcanti che condivide la propria pena con Farinata, e che
appare, rispetto a Farinata, un piccolo ometto strisciante. L’abilità poetica di
Dante, unita alle descrizioni fisiche, ci fanno dimenticare la condizione di
dannazione eterna di cui soffre grande capo ghibellino, e sembrano avere lo scopo
di salvare quest’uomo, riesumandolo ad una dimensione terrena.