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POMPEI

Domus Gladiatori
Crollata
http://www.guidepompei.it/escursioni/pompei/

Pompei
Appuntamento con la guida all’ ingresso della zona archeologica per ripercorrere le
strade dell’antica cittadina…

… passando attraverso luoghi pubblici e privati , sacri e profani, nel tentativo di


ricostruire la vita quotidiana di 2000 anni fa.
Tariffe

Tariffe Audioguide: € 2,50 a persona

Ingresso Scavi Pompei : € 11,00 (intero);€ 5,50 (ridotto 18-25 anni); Gratuito meno 18 e
oltre 65 anni

Orari Scavi Pompei

Dal 1° novembre al 31 marzo: tutti i giorni dalle 8.30 alle 17.00 (ultimo ingresso: ore 15.30).

Dal 1° aprile al 31 ottobre: tutti i giorni dalle 8.30 alle 19.30 (ultimo ingresso: ore 18.00)

Giorni di chiusura: 1° gennaio, 1° maggio, 25 dicembre

Alcune informazioni su Pompei

Pompei Antica città ai piedi del Vesuvio assai fiorente nel periodo romano.
La sua distruzione avvenne nel 79 d.C. in seguito alla famosa eruzione del vulcano che la
ricoprì di lapilli e ceneri. Le prime esplorazioni archeologiche ebbero luogo verso la metà
del ‘700.

La città, a pianta ellittica, era divisa da un regolare reticolo di strade intersecantisi ad


angolo retto. Le case erano prevalentemente a due piani, con giardino o cortile interno e
decorate da rivestimenti architettonici e pitture del più alto interesse.

Il Foro, vasta piazza rettangolare, rappresentava il fulcro della vita politica religiosa ed
economica cittadina, vi sorgevano i principali edifici pubblici. Sono presenti due teatri: il
Teatro Piccolo, una costruzione dell’80-75 a.C. che era destinata alle audizioni musicali e
a rappresentazioni di mimi; il Teatro Grande, capace di 5.000 spettatori, che risale all’età
ellenistica (200-150 a.C.).
Tra le numerose abitazioni di notevole bellezza, la Casa dei Vettii è uno dei più
interessanti esempi di casa di ricchi mercanti,
mentre la Villa dei Misteri è forse la più
importante costruzione di Pompei. Motivo
principale del suo interesse è il ciclo di pitture
del I secolo a.C. che decora la Sala del Grande
dipinto. Numerosi altri edifici meritano una
particolare attenzione. Tra questi si ricordano: la
Casa del Menandro, la Casa di Loreius
Tiburtinus, la Casa degli Amorini dorati, la Casa
del Fauno, la Villa di Diomede, l’Anfiteatro.
Pompei: Architetto Irlando,
Nessun Allarmismo.

LANCIAMO VERO ALLARME


(ASCA) - Napoli, 1 dic 2010 - ''Non vogliamo fare alcun allarmismo. Quello che lanciamo e'
un vero e proprio allarme per l'area archeologica di Pompei che, dai dati in nostro
possesso, e' compromessa all'80%''. Così l'architetto Antonio Irlando, responsabile
dell'Osservatorio Patrimonio Culturale, intervistato dall'Asca dopo i crolli avvenuti
questa mattina.

Lungi dal voler addebitare responsabilità e colpe specifiche, Irlando spiega che, allo stato
attuale, ''sono a rischio intere 'insulae' (un gruppo di case delimitato da quattro strade
viene definito con il termine latino 'insula', attuale 'isolato', ndr). La pioggia di questi
giorni ha solo amplificato anni di politica di conservazione inesistente che hanno
riguardato sia la gestione ordinaria della Soprintendenza sia quella commissariale''.

Una trascuratezza, in sostanza, che va imputata a tutti i governi ed alle istituzioni


competenti; uno status che l'Osservatorio Patrimonio Culturale si impegna a mettere in
luce per far fronte alle reali criticità del sito archeologico che vanta l'area visitabile più
grande del mondo.
Il quadro tratteggiato da Irlando, che oggi ha visitato gli scavi e l'area interessata dal
crolli, e' sconfortante: ''Non dobbiamo parlare di muri che crollano ma di intere 'insulae'
a rischio crollo. Questo per un motivo semplicissimo. La malta che tiene insieme le pietre
un po' alla volta si deteriora.

Basterebbe di volta in volta utilizzarne altra e rimettere a posto la singola pietra caduta.
Ma se si lascia cadere una pietra oggi, un'altra domani.... inevitabile che si arrivi ai crolli''.
La questione, insomma, riguarda la manutenzione ordinaria di un sito vecchio di 2000
anni e si concentra in particolare nelle aree chiuse al pubblico. ''Uno dei muri crollati
questa mattina, quello del 'piccolo lupanare' - sottolinea Irlando - si trova all'interno della
nona Regio, una zona completamente abbandonata dal terremoto del 1980, chiusa al
pubblico tranne che per l'area delle terme centrali''.

Se si calcola che gli Scavi di Pompei si estendono su un'area di 65 ettari e sono suddivisi
in Nove Regioni, ciascuna composta in media da una quindicina di 'insulae', si capisce che
il problema va davvero risolto curando una pietra dopo l'altra.
Pane e fichi
La Pompei biologica conservata al fresco
Nella città vesuviana è stata allestita una camera
climatizzata per custodire e studiare i reperti
organici e vegetali, come semi, frutti e pane,
sopravvissuti all’eruzione del 79 d.C.

Il pane fatto a Pompei, i noccioli di pesca


ritrovati intatti a Scafati, i fichi e le pesche
carbonizzati sotto la cenere dell’eruzione del 79
d.C. Sono questi i reperti naturalistici, organici e
vegetali (erbe, semi, frutti, legni, frammenti di
tessuti, ossa e denti di animali, corna, conchiglie)
provenienti dalle antiche città sepolte dal
Vesuvio, conservati dapprima nei depositi del
Una forma di pane carbonizzata
ritrovata a Pompei Museo Archeologico di Napoli che sono stati
trasferiti in un’apposita camera climatizzata del
Laboratorio di Ricerche Applicate della
Soprintendenza speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei.

Dichiara il soprintendente archeologo, Pietro Giovanni Guzzo: «È sempre stato motivo di


stupefatta meraviglia la conservazione di esili testimonianze organiche: quasi che la furia
della natura abbia voluto risparmiare, più che quanto eretto dall’uomo, piuttosto i propri
frutti. Sembra questo uno dei paradossi ai quali la più che bisecolare esperienza nella
conoscenza delle antiche città sepolte dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d. C. ci ha
assuefatti. E dai quali si ricavano sempre nuovi spunti di ricerca e di critica storica».
I reperti ritrovati nelle aree vesuviane sono estremamente delicati, anche perché sono
soggetti a carbonizzazione biologica o in alcuni casi a combustione, a seconda delle
caratteristiche delle diverse coperture piroclastiche che li hanno conservati. Per questo
motivo non devono subire sbalzi di temperatura e di umidità. Devono essere infatti
costantemente conservati a una temperatura di 18 gradi centigradi e con il 35 per cento
di umidità.

«Questi fragili reperti, una volta riportati alla luce – spiega Anna Maria Ciarallo, direttrice
del Laboratorio – corrono il rischio di scomparire, dopo essersi conservati sotto le ceneri
e i fanghi vulcanici per quasi due millenni. Attraverso il Laboratorio di ricerche applicate
si è provveduto a perseguire il modo di conservazione più consono a garantirne la durata
nel tempo, all’interno di una strategia di attività, di opere, di interventi che, in
quest’ultimo quindicennio, ha privilegiato la conservazione all’ampliamento degli scavi».
Il Laboratorio, inaugurato nel 1994, è una delle strutture d’avanguardia della
Soprintendenza. Istituito con fondi del Consiglio Nazionale delle Ricerche per studiare gli
ambienti naturali del 79 d. C. e tutti i reperti ritrovati sui luoghi dell’eruzione, il
laboratorio ha intrapreso collaborazioni con numerose università italiane e straniere.
Nella camera climatizzata sono custoditi i reperti venuti alla luce a partire dal 1950 e
conservati finora nei depositi di Pompei, Oplontis,oltre ad alcuni campioni provenienti da
Ercolano. Da oggi tutti i reperti vengono raccolti insieme in un catalogo unico delle
specie vegetali, in cui convergono tutti i ritrovamenti dagli scavi passati e da quelli più
recenti.
Tutte le attività a cui il Laboratorio si è dedicato in questi anni sono di tipo conservativo,
concentrate principalmente sulla protezione e il restauro dei reperti, soprattutto per la
ricostruzione degli ambienti naturali dell’area vesuviana prima dell'eruzione del 79 d.C. Il
laboratorio ha condotto anche lavori di recupero degli orti, degli aromi e delle spezie
utilizzate a Pompei nel I secolo d.C. A fine maggio è stata inaugurata una mostra
documentaria dal titolo “Condimenta et medicamenta: dalla farmacia di casa alla
tavola”.

Lo spirito che anima la ricerca e la conservazione di questi materiali viene pienamente


espresso nelle parole del soprintendente Guzzo: «Non reputiamo che conservare sia
impresa meno nobile dello scavare: solo considerando che non si può degnamente
conservare se l’oggetto delle cure non sia stato conosciuto, criticato, ricollocato nel suo
contesto originario, paragonato con realtà simili, o difformi, così da comprendere
appieno l’animus di coloro che lo
eressero. E quegli antichi nostri
progenitori vivevano circondati dai
frutti di natura che l’eruzione ci ha
conservato, e che il tempo ha
progressivamente corroso: così che
conservarne quanto rimane
contribuisce a restituirci, al meglio
possibile, l’interezza e l’originarietà
del piccolo mondo antico delle città
sepolte».

Fichi ritrovati a Pompei


Al Museo Archeologico Nazionale
di Napoli: La Pittura Pompeiana
Dopo alcuni anni di chiusura riaprono al pubblico la Collezione Affreschi e la Collezione
Farnese (dal prossimo settembre) del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Nella
prima sono raccolti più di 400 affreschi restituiti dalle città vesuviane distrutte
dall’Eruzione del 79 d.C.; la seconda, che nasce nel 1500 ad opera di Alessandro
Farnese, futuro papa Paolo III, costituisce la più grande raccolta storica di statue
antiche al mondo.

La collezione degli affreschi da Pompei, staccati dal sito dalla metà del XVIII fino a tutto
il XIX secolo ed, in casi eccezionali, anche nel corso del Novecento, è stata sottoposta a
restauri. Viene presentata oggi nella mostra “Pittura pompeiana” dal 29 aprile al Museo
Archeologico Nazionale di Napoli, in un allestimento nuovo cronologico e tematico, che
contestualizza inoltre alcuni affreschi come quello della Casa di Meleagro e della Casa
dei Dioscuri.

La collezione delle pitture del Museo costituisce un eccezionale documento della pittura di
età romana, nella sua evoluzione e varietà, a partire dal II stile, poiché le pitture di I stile,
non essendo figurate, non vennero mai staccate per le raccolte museali.

Nella galleria del post, alcune pitture appartengono al IV stile, quello caratterizzato dal
gusto per le architetture scenografiche, prive però della profondità illusionistica del II
stile. Vengono ripetuti i quadri mitologici come quelli di Perseo ed Andromeda. Tra i
temi preferiti anche gli amori di Marte e Venere, conosciuti in oltre trenta copie, o le
imprese di Ercole, o ancora la storia di Didone abbandonata, che ricorre in cinque
quadri pompeiani ispirati ad uno dei più noti soggetti iconografici desunti dal mito
delle origini di Roma celebrato nell’Eneide. Il tema figurativo del IV stile non si
esaurisce però solo nella rappresentazione mitologica. Sono stati ripresi soggetti
diversi, tra questi anche i bambini. Tema a parte quello del paesaggio, con scene
idilliache di mitologia o di animali.

Ci sono poi pitture degli altri stili, alcuni ritratti dipinti e le nature morte. La mostra
termina il 31 dicembre 2010
Marte e Venere (dettaglio) - Pompei, Casa di Marte e Venere/Casa delle Nozze di Ercole

Marte e Venere - Pompei,


Casa di Marte e Venere/Casa delle Nozze di
Ercole

Achille a Sciro (dettaglio) - Proveniente da Pompei,


Casa dei Dioscuri - IV stile tardo
Achille a Sciro - Proveniente da Pompei,
Casa dei Dioscuri - IV stile tardo

Perseo e Andromeda - Pompei,


Casa dei Dioscuri - IV stile tardo

Enea ferito - Pompei, Casa di Sirico –

IV stile Seconda metà del I secolo d.C.


Alcesti e Admeto –

Pompei, Casa del Poeta Tragico - 50/79 d.C.

Teseo liberatore –

Da Pompei, Casa di Gavius Rufus - IV stile

Sacrificio di Ifigenia –

Pompei, Casa del Poeta Tragico –

45/79 d.C
Casa di Marco Lucrezio Frontone – Wikimedia

Exedra
Casa di Marco Lucrezio Frontone – Wikimedia

Tablinium
Casa di Marco Lucrezio Frontone – Wikimedia

Tablinium 2
Casa di Marco Lucrezio Frontone

Triclinium
I GRAFFITI
http://catalepton.altervista.org/tag/pompei/

Vanitas pompeiana
Un mosaico tira l’altro. Accogliamo dunque anche questa celebre allegoria in Secondo
stile (opus vermiculatum, 47×41 cm, dal triclinio della bottega 5,2 della I Regio, ora al
Museo Archeologico Nazionale di Napoli, inv. 109982).

Su una ruota a sei raggi è posata una farfalla; corona l’insieme un teschio umano (forse
modellato sul teschio di una scimmia), a sua volta sovrastato da un archipendolo
(libella) che regge a sinistra una porpora con scettro, a destra una veste lacera con
bastone e bisaccia.
Credidi me felem vidisse
Dunque i Romani non tenevano gatti in casa? Bettini permettendo, le cose sembrano un
po’ diverse, almeno a giudicare da questo mosaico pompeiano (dalla Casa del Fauno,
ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli). Da Pompei proviene anche un altro
mosaico gattesco (forse: potrebbe anche trattarsi di una lince).

Per inciso, questa “Natura morta con gatto” sembra anticipare il sottogenere di cui ho
già riportato esempi sei-settecenteschi. Poligenesi: gli scavi di Pompei, si sa, iniziarono
nel 1748.

La questione è complicata dall’affettuoso dilettantismo con cui si tratta, di solito, la


storia felina: sarà vero che i legionari romani trafugavano gatti dall’Egitto? Sarà vero
che a Pompei non sono mai state trovate ossa di gatto? Chi ha ipotizzato che i gatti
siano fuggiti prima dell’eruzione?

Mi piacerebbe scoprire le fonti dei vari siti felinofili (che non cito: ci pensano loro a
copincollarsi a vicenda). A sentir loro, pare che “l’imperatore Ottaviano Augusto scrisse
per la sua gatta”:

la mia gatta dal pelo


lungo e dagli occhi gialli,
la più intima amica della
mia vecchiaia, il cui
amore per me sgombro
da pensieri possessivi,
che non accetta obblighi
più del dovuto… Mia
pari così come pari agli
dei, non mi teme e non
se la prende con me,
non mi chiede più di
quello che sono felice di
dare… Com’è delicata e
raffinata la sua bellezza,
com’è nobile e
indipendente il suo
spirito; come
straordinaria la sua abilità di combinare la libertà con una dipendenza restrittiva.

Non sono le Res gestae Divi Augusti, non è Svetonio. Chissà da dove salta fuori questa
citazione.
Cave canem
“Ceterum ego dum omnia stupeo, paene resupinatus crura mea fregi. Ad sinistram enim
intrantibus non longe ab ostiarii cella canis ingens, catena vinctus, in pariete erat pictus
superque quadrata littera scriptum “CAVE CANEM”.

(Petronio, Satyricon, 29, 1)

Mosaici di questo tipo sono relativamente frequenti a Pompei, con o senza l’iscrizione; è
vero che Petronio descrive un affresco, ma il confronto è fin troppo ovvio.
La Domus dei Gladiatori crollata

Dopo il crollo di Pompei,


quanti siti a rischio in Italia?
http://www.artsblog.it/post/6607/dopo-il-crollo-di-pompei-quanti-siti-a-rischio-in-italia

pubblicato: martedì 09 novembre 2010 da nabis

Il crollo della Domus dei Gladiatori a Pompei ha gettato nello sconforto molti italiani.
Sembra quasi il simbolo di un paese non soltanto senza possibilità di andare avanti,
ma anche incapace di preservarsi. Come era prevedibile, nei giorni successivi al
crollo, nel mondo della politica si fa a gara a scaricare sugli altri le responsabilità
dell’accaduto.
Il Pd con Di Pietro sta preparando una mozione di sfiducia nei confronti del Ministro
Bondi, il quale, difeso dalla Gelmini e da Sgarbi, dice che la responsabilità è della
Sovrintendenza (peraltro nominata da lui ed oggi commissariata). La stessa Ministra
dell’Istruzione ha dichiarato che sarebbe servita una gestione manageriale, ma
dall’estero i giornalisti di The Guardian avvertono: “Per favore, non privatizzate
Pompei!”. Nel frattempo, lo scrittore napoletano Erri De Luca, propone a mo’ di
provocazione di ricoprire nuovamente l’intera area di cenere, perché “non ce la
meritiamo […] e in questo modo almeno potremo trasmetterla ai posteri”.

Un fatto è certo, la casa di Pompei, una volta di proprietà del gladiatore Marco
Lucrezio Frontone, le cui vittorie e i cui amori erano rappresentati nei graffiti della
facciata, non tornerà mai più come prima. Intanto in questi giorni molti altri
monumenti del Belpaese sono stati inseriti nell’elenco delle opere a rischio
instabilità dalla onlus Italia Nostra. Tra questi le 2 Torri a Bologna, la Cupola del
Brunelleschi a Firenze e la Domus Aurea a Roma, che, come ricorderete, aveva
subito il crollo di alcune gallerie secondarie lo scorso marzo e tornerà visitabile
soltanto tra due anni
www.pompeisepolta.com : IL CONTENUTO DEL SITO

La Storia
degli Scavi
All’eruzione del 79 d.C., che seppellì interamente la città, circa altre settanta ne
sono seguite, fino a quella recente del 1944. La configurazione della montagna,
durante la grande eruzione, si modificò; dal monte Somma, spaccandosi, nacque il
monte Vesuvio che, con le successive eruzioni, vide triplicarsi la grandezza del
cratere. Per secoli di Pompei non si seppe più nulla, se ne era persa persino
l’ubicazione. I primi indizi dei futuri ritrovamenti si ebbero nel 1628: durante alcuni
lavori condotti nella valle del Sarno, emersero dei ruderi che incuriosirono gli
scienziati dell’epoca. Ma fu oltre un secolo dopo che iniziarono ad Ercolano, e circa
dieci anni più tardi a Pompei, gli scavi regolari voluti da Carlo III di Borbone, re delle
Due Sicilie.

A Pompei i lavori iniziarono intorno al 1748, nella zona della


Civita, che allora si riteneva fosse Stabia, alternandosi a
soste dovute ad altri ritrovamenti ad Ercolano, e
proseguendo per lo più senza un piano determinato e senza
un preciso metodo, effettuati da prigionieri alla catena e da
ragazzi in tenera età. La documentazione si limitava alla
riproduzione grafica degli oggetti scavati, senza alcun
interesse per i dati di scavo.

La ricerca era mirata solo al reperimento di materiale per i musei o per decorare i
palazzi reali, mentre gli edifici scavati, una volta spogliati delle opere d’arte,
venivano lasciati senza alcuna cura alle intemperie.

Con lo scoppio della rivoluzione in Francia iniziarono anche a Napoli i primi moti
rivoluzionari e l’attività degli scavi diminuì sensibilmente e solo con Giuseppe
Bonaparte prima e Gioacchino Murat dopo, ripresero con maggiore ampiezza e con
maggiore impiego di manodopera.

Si tentò di individuare il perimetro dell’intera città per


conoscerne l’estensione, e l’interesse si spostò dal mero
recupero di oggetti preziosi alla conoscenza dell’architettura e
dell’urbanistica.
Con la nascita del Regno d’Italia, nel 1861, i Savoia dimostrarono subito di non
sottovalutare il prestigio derivante dai ritrovamenti pompeiani. Per volere del nuovo
re vennero iniziati scavi sistematici: fu nominato alla direzione Giuseppe Fiorelli,
professore di archeologia all’Università di Napoli dal 1860 al 1863, quindi direttore
generale delle Antichità e Belle Arti del Regno d’Italia, che divise la città in regioni e
isole numerando tutte le case, sistema in uso ancora oggi.

Il Fiorelli adottò un metodo scientifico, con giornale di scavo, rilevamenti, schedatura


degli oggetti, e impiegò oltre cinquecento operai nel lavoro. A lui si deve l’invenzione
del metodo di riempire con gesso i vuoti lasciati dalle vittime nel banco di cenere
indurita, che fornisce una specie di matrice da cui si ricavano le impronte dei corpi
colti nel momento stesso della morte, con effetti drammatici di notevole intensità.

Anche il sistema di portare via tutti gli oggetti dall’area di scavo venne abbandonato:
le pitture e i mosaici furono in maggioranza lasciati sul
posto; le case scavate vennero ricoperte con tetti che
riproducevano la disposizione antica e costituivano un
riparo contro il degrado.

Gli anni che seguirono furono i migliori: si allargano le ricerche verso est e verso la
Porta di Nola, vengono riportate alla luce numerose case, di cui si consolidano le
strutture e si restaurano le pitture sul luogo. Dal 1924 al 1961 la direzione delle
ricerche è affidata a Amedeo Maiuri alla cui figura è legato l’approfondimento storico
della città; egli, per primo, vuole conoscere le fasi precedenti della città,
approfondendo l’esplorazione agli strati più antichi nelle zone più vitali, quali il Foro,
i templi, le mura.

Nell’ultimo trentennio è andata alternandosi ad una modesta esplorazione l’attività di


conservazione e di salvaguardia, di primaria importanza per questo luogo unico al
mondo.
Le Origini
Pompei fu edificata su un altopiano ad un’altezza media di circa 30 m. sul livello del
mare, formato da una colata lavica preistorica. Posta alla foce del fiume Sarno (a
quel tempo navigabile), la città era destinata a diventare il porto dei centri campani
privi di uno sbocco sul mare.

Il nome può derivare dall’osco pompe (cinque), quasi ad indicare una riunione di
cinque villaggi, oppure dal greco pempo che significa “spedire”, a sottolineare il fatto
che era un importante porto commerciale in grado di rifornire soprattutto di prodotti
agricoli (olio e vino) diversi scali del Mediterraneo.

Molto presto Pompei avvertì l'influenza di due popolazioni di


civiltà superiore, stabilite in Campania sin dal VII sec. a.C.: i
Greci di Cuma e gli Etruschi di Capua. Questi ultimi
succedettero ai Greci tra il 530 e il 474 a.C. quando si
spinsero anche sulla costa, occupandola, e diventarono una
grande potenza del Mediterraneo. I Greci, debellati
nuovamente gli Etruschi con l’aiuto dei Siracusani, tennero Pompei fino al 438,
quando alcune popolazioni sannitiche appartenenti allo stesso ceppo degli antichi
Osci invasero tutta la Campania. Risale a questo periodo l’espansione della città da
9,3 a 63,5 ettari di territorio, estendendosi così su tutto il costone lavico.

Nel IV sec. a.C. le popolazioni sannitiche che vivevano sui monti dell’Appennino
effettuarono nuove invasioni a discapito degli stessi Sanniti, ormai
totalmente urbanizzati, della pianura e della costa. Questi per
l’occasione (intorno al 300) furono costretti a ristrutturare le mura
urbane in calcare del Sarno. Anche Roma, chiamata in aiuto dai
Sanniti di Capua, prese parte a questi avvenimenti (guerre sannitiche:
343 – 290 a.C.), uscendone vittoriosa e divenendo così padrona
assoluta di tutto il territorio campano. Pompei ricavò da questa
situazione una notevole spinta positiva nel commercio e nell’arte.
Risale infatti a questo periodo l’impiego massiccio del tufo di Nocera, soprattutto per
gli edifici pubblici che furono in parte ristrutturati, in parte costruiti ex – novo.
La Colonia
Nell’80 a.C. Silla inviò a Pompei suo nipote per trasformare il Municipio in Colonia,
attribuendole il nome di COLONIA CORNELIA VENERIA POMPEIANORUM e
ascrivendola alla tribù Menenia. Con l’avvento di Augusto, nel 27 a.C., ebbe inizio
per Pompei un periodo di progressiva romanizzazione; arrivarono infatti nuove
gentes filoaugustee che si fecero promotrici del culto di Roma.

Una vera fortuna per la città fu l’allacciamento dell’acquedotto di Serino fatto


costruire da Agrippa, genero di Augusto, per la sua flotta
stanziata a Capo Miseno. Verso la fine dell’impero di
Caligola, nel 40 d.C., si verificò una crisi a Pompei, che
sembrò risolversi con l’avvento di Nerone e la vita della
città dovette procedere tranquillamente fino al 59 d.C., quando scoppiò
nell'Anfiteatro la sanguinosa rissa tra Nucerini e Pompeiani, che portò Nerone a
sospendere le manifestazioni per ben dieci anni.
Nel 62 d.C. un catastrofico terremoto colpiva Pompei ed altre città
della Campania, tra cui Ercolano. Pompei subì molti danni; infatti al
momento dell’eruzione vulcanica che la seppellì completamente
erano ancora in atto restauri e ricostruzioni. Poco dopo mezzogiorno
del 24 agosto 79 d.C., i pompeiani videro una nube a forma di pino
aleggiare sul Vesuvio; subito dopo il gigantesco tappo di lava
solidificata che ostruiva la bocca del cratere esplose sotto la spinta
dei gas e volò in aria frantumandosi e trasformandosi in lapilli che si depositarono
sulla città per un’altezza variabile tra 2 e 6 metri e per un raggio di 70 km.
La Casa
Pompei consente di seguire l’evoluzione della casa italica e romana a partire dal IV
– III sec. a.C., trovando il suo schema più puro nella cosiddetta Casa del Chirurgo
dove si evidenzia, tra i pochi rifacimenti, un nucleo originario costituito da ambienti
coperti gravitanti intorno all’atrio (atrium o cavum ædium), un cortile interno
illuminato da una apertura centrale nel tetto.

L’inclinazione delle tegole è disposta verso l’interno della casa per


convogliare, attraverso l'apertura centrale (compluvium), le acque
pluviali in un bacino sottostante (impluvium), provvisto di due fori:
uno collegato, attraverso un canaletto, con una cisterna per la
tesaurizzazione delle acque di gronda, l’altro con l’esterno per lo
smaltimento delle acque eccedenti.

L’atrio dell’antica casa italica, tutta chiusa all’intorno da alte mura come una
fortezza, era il centro d’irradiazione della vita domestica, il luogo dove il pater
familias consumava i pasti seduto intorno alla mensa con la famiglia e gli schiavi e
dove la domina sedeva a filare con le ancelle e provvedeva ai lavori del focolare.
Nell’atrio, infatti, aveva posto la cucina ovvero il focolare, per cui si suppone che dal
fumo che anneriva le pareti di questo ambiente si chiamò atrium (da ater, nero).

All’atrio si accedeva attraversando un vestibolo


(vestibulum) e, dietro la porta d’ingresso, uno
stretto corridoio in salita (fauces).

La porta d’ingresso (ianua) era di legno a due o più battenti (fores o valvæ) ruotanti
su cardini disposti sulla soglia e sull’architrave. Ai lati della fauce e dell’atrio si
aprivano piccoli ambienti adibiti a camere da letto (cubicula) e due spazi aperti
(alæ); diametralmente opposto all’ingresso si scorgeva il tablino (tablinum),
fiancheggiato da uno stretto corridoio (andron) che portava all’hortus e ad uno o due
spazi laterali, con funzione di stanza di soggiorno, di dispensa o di cucina.

Il triclinio (triclinium) compare nella casa italica insieme al costume greco di desinare
sdraiati, collocandosi solitamente in una delle stanze laterali del tablino. La mensa
tricliniare (cartibulum) era posta al centro di tre letti (medius, summus, imus lectus)
per consentire ai convitati sdraiati su di essi di deporvi le stoviglie e prendere i cibi. Il
peristilio (peristylium) è l’elemento di importazione principale della nuova moda
architettonica greco – ellenistica; attorno ad esso si sviluppano ambienti di
soggiorno o di ricevimento: l’exedra e gli oeci.

L’incremento demografico verificatosi durante l’impero e la crisi degli


alloggi conseguente ai danni provocati dal terremoto del 62 d.C.,
determinarono uno sviluppo verticale delle case ad uso abitativo, anche
se comunque, essendo Pompei sempre una cittadina di provincia
(anche se nodo di importanti traffici commerciali), la casa pompeiana
continuò ad essere percepita come unità abitativa al servizio di un solo
nucleo familiare.

Gli interni della casa pompeiana erano arredati con pochi mobili; oltre a vari tipi di
sedie e sgabelli troviamo molti letti con funzioni diverse: una specie di sofà su cui ci
si sdraiava per studiare (lectus lucubratorius), il letto per i convitti (lectus tricliniaris),
quello per dormire (lectus cubicularis).

Gli armadi pesanti (armaria) erano poggiati a terra, avevano la forma dei nostri ed
erano provvisti di chiavi e serrature. Per nessun oggetto però, Pompei offre un
campionario così cospicuo e vario come per i mezzi di riscaldamento e di
illuminazione: bracieri, lucerne ad olio, lucernieri, candelabri, lavorati il più delle volte
con notevole estro artistico in cui si tradisce un deciso acceso gusto alessandrino.

Largamente usati per la suppellettile da cucina e da mensa


furono materiali come la terracotta, il vetro, il bronzo: l’impiego
del metallo era soprattutto per casseruole, ramaioli, tazze, colini,
mestoli, mentre la terracotta era usata per anfore, mortai, imbuti,
secchi. Non mancano esempi di vasellame in argento: coppe a
calice, tazze, coppe a tronco di cono, bicchieri, vassoi da
portata, scodelle, cucchiai.

Il giorno era diviso in dodici ore diurne (hora prima, secunda, tertia, ecc.) e dodici
notturne, divise, queste ultime, in quattro periodi detti vigiliæ di tre ore ciascuno,
corrispondenti ai turni di guardia delle sentinelle. Le tre date principali erano: le
calende (il primo giorno del mese), le none (il 5 del mese) e le idi (il 15 del mese). Il
raggruppamento dei giorni in settimane cominciò a diffondersi durante l’età
imperiale: i giorni presero il nome dagli astri.
Il Municipio
L’Italia unificata era poggiata su due categorie di città: i Municipi e le Colonie. Il
Municipio era una città una volta libera, poi vinta da Roma, alla quale era lasciata
una modesta autonomia interna e i cui abitanti erano equiparati in tutto o in parte ai
romani. La Colonia era una diretta filiazione di Roma, governata da cittadini di
Roma. Colonie e Municipi si vennero sempre più unificando eccetto sul piano
giuridico ed avevano ordinamenti interni e vita municipale non dissimili.

Per questa ragione si parla di ordinamenti municipali di Pompei anche


se la città non fu un Municipio bensì una Colonia, ordinata da uno
statuto, non pervenutoci, che regolava la vita pubblica e
amministrativa. La legge era promulgata da un magistero incaricato dal
Senato di Roma ed era incisa su tavolette di bronzo esposte al
pubblico. Gli abitanti di tutto il territorio formavano il populus che aveva
il compito di eleggere i magistrati municipali.

Un rilievo interessante aveva il bilancio del Municipio: le entrate ordinarie


provenivano da redditi derivanti dai beni municipali (terreni, edifici, pascoli, boschi),
da servizi (acqua, bagni pubblici), da pedaggi su strade e ponti, da dazi.

Le entrate straordinarie erano costituite da donazioni e lasciti. Ma se modeste erano


le entrate, altresì lo erano le spese che riguardavano la manutenzione di edifici
pubblici, acquedotti, ecc.

Il Consiglio (Ordo Decurionum) era l’organo supremo della città,


deteneva il potere politico e amministrativo e aveva la funzione di
controllo su tutti gli altri settori della vita pubblica. Era composto da
un numero stabilito dallo statuto, in genere oscillante, nelle varie
città, tra gli 80 e i 100 membri ed era presieduto da due duoviri. I
componenti del Consiglio (decurioni) restavano in carica a vita e godevano di
determinati privilegi e onorificenze, come quella di indossare una toga ornata con
una fascia purpurea, o il diritto di occupare i migliori posti negli
spettacoli e a sedere sul bisellium.

Dopo i duoviri e di grado inferiore, vi erano gli ædiles, cioè due


duoviri con potestà edilizia: erano addetti al controllo della vita
cittadina, delle vie, degli edifici pubblici, del mercato, dei pesi, organizzavano
spettacoli e giochi pubblici; avevano dei collaboratori che li assistevano nelle loro
funzioni. Una delle cariche che nella vita pubblica rivestiva un ruolo molto
importante era quella del sacerdozio. Molto spesso era il primo gradino per
accedere alle cariche pubbliche e alla vera e propria magistratura. Difatti, a Pompei
non c’è stato un sacerdote che non sia diventato magistrato.

La sede ufficiale del Consiglio era la Curia, ubicata nel Foro, ma le sedute si
potevano svolgere anche in altri luoghi, convocate dai magistrati supremi che la
presiedevano. Per la loro validità dovevano essere presenti i due terzi dei membri
aventi diritto al voto; quest’ultimo poteva essere palese o, raramente, segreto.
Il Vesuvio
Il Vesuvio è uno dei più famosi vulcani della Terra e con la sua forma caratteristica
(è un monte gemino o bicipite) conferisce al paesaggio del golfo partenopeo un
aspetto inconfondibile. Il Vesuvio è formato da un cono tronco, il Monte Somma
(1132 m la Punta del Nasone) e da un cono più piccolo, il cono Vesuviano (o
Vesuvio propriamente detto), che sorge dal fondo del cratere del Somma e
raggiunge l’altezza di 1281 m.. Tra il cono vesuviano e il Somma si apre una valle,
la Valle del Gigante, che a nord ha il nome di Atrio del Cavallo e ad est di Valle
dell’Inferno.

Nell’antichità il vulcano era noto solo per i suoi vini eccellenti;


infatti, sulle anfore vinarie pompeiane ricorre spesso la scritta
Vesvinum o Vesuvinum, cioè vino del Vesuvio. Prima del 79 d.C. il
Vesuvio doveva essere costituito da un unico cono, come
testimoniano tre affreschi (uno di Ercolano e due di Pompei);
quello rinvenuto nella Casa del Centenario, infatti, rappresenta un monte isolato,
probabilmente il Vesuvio, ai piedi del quale si trova Bacco ricoperto da un enorme
grappolo di uva nera.

Della violenta eruzione del 79 d.C. che seppellì le città di Ercolano, Pompei e
Stabia, abbiamo solo testimonianze poetiche, ma nessuna di cultori di scienze
naturali. Due soli uomini, Seneca e Plinio il Vecchio, avrebbero potuto fornire esatte
e competenti informazioni, ma Seneca era morto nel 65 (ma ha lasciato notizie
precise del terremoto del 5 febbraio del 62) e Plinio fu una delle vittime della
catastrofe. Da allora si sono susseguite diverse eruzioni più o meno intense, fino
alla più recente del 1944.

Al Vesuvio si può accedere dai tre paesi di Ercolano, Torre del


Greco e Torre Annunziata (Boscotrecase) attraverso strade che
poi convergono sulla strada del Vesuvio. La strada più comoda è
quella che parte da Ercolano: si percorre un tratto del cosiddetto
Miglio d’oro, perché punteggiato da numerose ville costruitevi nei
secoli XVIII e XIX, e di qui si sale, tra frutteti e vigneti (che producono il rinomato
vino Lacryma Christi) attraversando colate di lava fino ad arrivare all’Osservatorio
Vesuviano, una costruzione del 1845, dal quale si segue giorno per giorno la vita del
vulcano. Fino al 1984 dalla Stazione Inferiore della Seggiovia in 6 minuti si poteva
salire fino alla Stazione Superiore, situata sotto l’orlo del cratere; i lavori per la
costruzione della nuova seggiovia sono stati interrotti e mai più ripresi: adesso il
cratere si può raggiungere solo a piedi lungo un sentiero. Di qui si spalanca un
panorama immenso e affascinante sulla costa e il mare, dal golfo di Gaeta alla
penisola sorrentina e a Capri.
La Famiglia
Fondamento della società pompeiana fu sempre la famiglia in cui era profondo il
sentimento religioso. Il padre di famiglia era il sacerdote degli Dei domestici e
grandissima era la sua autorità, in origine assoluta: egli solo poteva parlare ed agire
in nome della famiglia intera; per la legge egli era il solo proprietario dei beni della
famiglia, poteva persino vendere i figli o decretarne la morte. Godeva anche di
autorità indiscussa sulla servitù e sulla moglie.

Alla donna veniva tolta ogni forma di indipendenza: era sottoposta


alla tutela del padre prima e del marito dopo e se orfana a quella del
parente più stretto tra i maschi adulti della famiglia. Tuttavia in tempi
più recenti la donna usufruì di una certa forma di indipendenza fino ad
essere onorata e considerata matrona della casa: accompagnava il
marito ai giochi e ai teatri e per le vie le si cedeva il passo.

La donna si sposava molto giovane e con un uomo scelto, il più delle volte, dai
genitori, rinunciando alla religione del proprio focolare per quella del focolare del
marito; i diritti che il padre aveva su di lei si trasferivano al cittadino che la prendeva
in moglie. L’uso prevedeva un fidanzamento, durante il quale i futuri coniugi si
scambiavano promessa di matrimonio a cui faceva seguito il dono dell’anello da
parte dello sposo alla sposa.

Un neonato entrava a far parte della famiglia solo dopo la cerimonia di purificazione
(dies lustricus) che liberava il bambino dalle impurità del parto;
contemporaneamente il pater gli imponeva il prænomen. In questa occasione
speciale, equivalente alla moderna cerimonia del battesimo, il piccolo riceveva da
genitori e parenti, piccoli doni (crepundia) che gli venivano messi con una catenella
intorno al collo. Non rara era l’usanza di non riconoscere i figli, soprattutto se questi
erano deformi o femmine.

Era antica costumanza romana affidare per i primi anni


l’educazione dei bambini alle madri; diventati più grandi venivano
affidati al padre che insegnava loro il proprio mestiere, sia che
fosse un artigiano, un contadino, un commerciante, sia che rivestisse qualche carica
nella pubblica amministrazione.
L’educazione scolastica si riduceva agli elementi del leggere, dello scrivere, del far
di conti e ad un po’ di letteratura.

I pompeiani amavano la buona cucina: era uso mangiare tre volte al giorno.

Di buon mattino facevano la prima colazione (ientaculum),


verso il mezzogiorno si consumava, tra un’occupazione e
l’altra, una fugace seconda colazione (prandium) basata, per
lo più, sugli avanzi della sera precedente; la cena, pasto
principale costituito da tre portate, nella casa dei ricchi era molto sontuosa. Il più
famoso ingrediente della cucina pompeiana era il garum, ottenuto attraverso la
decomposizione delle carni di pesci grassi (sgombro, sardine, anguille, salmone,
tonno), aromatizzato con erbe quali il finocchio, il sedano, la menta. L’unica
bevanda, oltre all’acqua, era il vino, spesso mescolato con miele e perfino acqua di
mare e aromatizzato con resina e pece; un vino molto decantato era il vitis Holconia.
L’Educazione

Il sistema di educazione dei pompeiani non doveva essere molto


diverso da quello di Roma, essendo la città di Pompei romana fin
dall’80 a.C.. In questa città prevalentemente commerciale doveva
essere diffuso il livello di istruzione, almeno in relazione al saper
leggere, scrivere e far di conto. In epoca preromana, i bambini
erano affidati esclusivamente alle madri che gli infondevano i
principi delle relazioni sociali e della morale.

Con l’evolversi dei tempi, sin dalla fine della Repubblica, la maggior parte dei
pompeiani affidava il figlio ad un maestro, di solito greco, o lo mandava a scuola
(ludus litterarius).

La Scuola
L’istruzione era considerata un fatto privato, quindi chi la desiderava doveva
provvedervi a suo completo carico. Spesso il maestro non disponeva di aule, allora
al mattino, raccolti gli allievi, li conduceva in un luogo pubblico aperto quale il Foro o
il Campus e sotto gli ampi porticati di tali edifici teneva la propria lezione. La
didattica era quella di far esercitare la memoria, imporre cioè l’apprendimento
mnemonico del maggior numero possibile di cose; il maestro era solito far ricorso
alla frusta (vapula).

Le famiglie molto ricche potevano invece permettersi un pedagogus che di solito era
uno schiavo greco che doveva badare all’istruzione del ragazzo dai sei, sette anni
fino ai sedici; inoltre doveva assisterlo in tutte le cose alle quali non potevano
attendere i genitori.

L’arredamento della scuola pompeiana era molto


semplice: alcuni sgabelli per gli alunni, la cathedra o sella
per il maestro, elementi didattici come figurazioni o rilievi
e magari carte geografiche. L’orario delle lezioni era di circa sette ore giornaliere,
suddivise in cinque ore antimeridiane e due pomeridiane, effettuate dopo una breve
pausa per il prandium.

L’insegnamento elementare consisteva in un quinquennio,


durante il quale, oltre a leggere e a scrivere, si praticava dettato, il
calcolo con l’abaco o i calculi (sassolini che servivano per
l’addizione), nozioni musicali, di storia, geografia, narrazione.
All’età di dodici anni cominciava, sotto la guida del grammaticus,
la scuola che noi chiamiamo media, dove si studiava la
grammatica, che poteva essere latina, o greca e latina. Oltre alle lingue nel ludus
grammaticus si studiava storia, geografia, fisica, astronomia, aritmetica e
geometria.

Gli studi potevano proseguire con il rhetor (professore di eloquenza): i giovani si


preparavano alla vita pubblica allargando la propria cultura con lo studio di testi
classici, tra i quali si dava la massima importanza ai prosatori che “aiutavano ad
apprendere”, con la metodica, la difficile arte del dire.

Chi voleva proseguire gli studi oltre le scuole di retorica, per lo studio delle scienze o
della filosofia doveva recarsi nei grossi centri di Atene, Alessandria, Rodi, Efeso,
Pergamo, Apollonia, Napoli e Marsiglia.

Per quanto riguarda gli strumenti di studio, i libri venivano trasportati in un


apposita cartella (capsa) e conservati sotto forma di rotoli (volumen, da
volvere) in armadi detti bibliothecæ (bibliopola era il libraio). Le tavolette
cerate erano spalmate con cera mista a pece e servivano per esercitazioni
scolastiche: si incideva la cera con lo stilus, un’asticciola metallica
appuntita con, sull’altra estremità, una piccola spatola rotonda o piatta che
serviva per cancellare le lettere già tracciate e restituire alla cera
l’uniformità della superficie.

Era diffuso anche l’uso del papiro, ricavato dal midollo del papirus (pianta acquatica
della Valle del Nilo). L’inchiostro (ottenuto con fuliggine, resina, pece, feccia di vino,
nero di seppia, con aggiunta di sostanze gommose) era di durata indefinita; ce lo
hanno dimostrato i papiri ercolanensi, che rimasti sepolti sotto uno strato di cenere
durante l’eruzione del 79 d.C., sono tornati alla luce (in età borbonica) privi di
consistenza e quasi carbonizzati, ma ancora recanti chiari i segni della scrittura su
essi tracciata.
L’indagine archeologica oggi non è in grado di affermare se
Pompei fosse un centro della cultura nel senso vitale e
propulsivo della parola. La scoperta delle tavole cerate di Cecilio
Giocondo del 1875 è rimasto un fatto eccezionale, prescindendo
dalla cosiddetta Villa dei Papiri della vicina Ercolano. Non è stata
trovata in Pompei una biblioteca pubblica: vi erano invece,
alcune raccolte di libri appartenenti a privati. Le iscrizioni pompeiane diventano
allora, la fonte precipua di informazione sulla cultura in questa città: in particolare, le
iscrizioni graffite costituiscono un orientamento preciso per l’individuazione del gusto
letterario e del tipo di educazione scolastica che veniva impartita.
Le Elezioni
Il momento più importante per la vita pubblica era quello delle elezioni,
caratterizzato dalla partecipazione qualificata ed attiva dei cittadini, anche di coloro
che non avevano diritto al voto. Per aprire la campagna elettorale bisognava
attendere che i candidati avessero manifestato la loro volontà di concorrere per
quelle cariche al magistrato incaricato di presiedere lo scrutinio, e che i nomi fossero
pubblicati.

Solo allora poteva iniziare la campagna delle


raccomandazioni elettorali che era la parte più viva, più
dinamica e più sentita dagli elettori e che di fatto
coinvolgeva enormi masse di cittadini. Non vi era
preclusione per nessuno anche perché i mezzi di comunicazione erano limitati: oltre
alla propaganda orale e alle raccomandazioni, non rimanevano infatti che le scritte
murali o i manifesti, dipinti sui muri con vernice rossa o nera su uno strato di
intonaco.

La propaganda elettorale trovava ambiente favorevole nelle taverne e thermopolia,


dove davanti ad un piatto caldo si discuteva meglio sui meriti di un candidato. Le
scritte elettorali sono state rinvenute per la maggior parte lungo le vie più importanti,
nelle zone più trafficate o sui muri delle case dei cittadini più influenti; la maggior
parte dei manifesti che sono giunti a noi appartengono all’ultimo periodo di vita di
Pompei, cioè agli anni che vanno dal 62 al 79 d.C.

Per quanto riguarda le votazioni, avevano diritto al voto tutti i cittadini liberi e di
sesso maschile senza distinzione di censo e di ceto sociale. La città era divisa in
circoscrizioni elettorali, che non erano altro che i quartieri; il cittadino,
il giorno stabilito per le votazioni, si recava nel Foro dove c’era un
edificio, il Comitium, già suddiviso in settori, e ordinatamente votava
nella sezione a cui apparteneva. Il voto veniva espresso per iscritto
su una tavoletta cerata; ultimate le votazioni si procedeva allo spoglio
e i risultati venivano resi noti, sezione per sezione, al presidente
dell’assemblea elettorale che provvedeva a riunirli e a proclamare gli
eletti per ciascuna delle cariche. Vinceva chi fosse stato designato nel maggior
numero di sezioni, quindi non bastava avere il maggior numero di voti in assoluto,
per essere eletti, ma bisognava piuttosto assicurarsi il successo in più sezioni.
Il Commercio
La vita commerciale a Pompei era molto attiva: lo testimonia la presenza di
numerose botteghe, taverne, officine ed osterie, che fanno supporre una
produzione, oltre che sufficiente al fabbisogno della città, destinata anche
all’esportazione.

Uno dei prodotti maggiormente destinati all’esportazione era il


garum, una salsa di origine orientale, che veniva ricavata
lasciando fermentare al sole gli intestini di alcuni pesci
(sgombro, tonno, murena), che si trasformavano in una sorta di
crema, che veniva successivamente setacciata con l’ausilio di
canestri di vimini. Una volta confezionata, veniva posta
all’interno di giare e venduta.

Dato l’elevato numero di panifici presenti a Pompei, si presuppone che anche il


pane fosse un prodotto esportato nei paesi vicini. Nei mulini erano presenti diverse
mole, manovrate da buoi o da schiavi, che macinavano il grano per ottenere la
farina, che veniva impastata e manipolata fino ad ottenere le forme volute (di solito
delle ciambelle), cotte nei forni a legna ed esposte sui banchi di vendita.

Anche le anfore con il Vesuvinum, il vino prodotto con le uve locali, erano
esportate in Spagna, in Gallia e in Britannia.

Le tabernæ e officinæ corrispondevano alle attuali botteghe e laboratori di


produzione: si fabbricavano stoffe, oggetti di feltro e tessuti, che venivano utilizzati
per confezionare toghe, tuniche, mantelli e nastri. Le lavanderie e le tintorie erano
denomina fullonicæ e vi si lavavano i panni, con vapori di zolfo e altri particolari
ingredienti nell’acqua; per tinteggiare si adoperavano recipienti speciali. I panni
venivano poi asciugati al sole e stirati, pressandoli con il torchio.

Importante nella città era anche l’industria della lana, fornita dalle pecore dei monti
Lattari, che veniva venduta in un apposito mercato all’aperto.

Pompei aveva anche un porto, del quale non si conosce l’esatta


conformazione, dove attraccavano le navi per sbarcare il loro
carico, che, su piccole imbarcazioni, arrivava all’interno della piana
risalendo il corso del fiume Sarno.
La Religione
Pompei era una zona di grossi traffici, in quanto occupava una posizione topografica
di strategica importanza ai fini delle relazioni commerciali con altri popoli. Questa
stessa posizione favoriva lo sviluppo di un ambiente cosmopolita e quindi una
fioritura e una mescolanza di religioni diverse.

Oltre i primi culti osco – sannitici e italici, i pompeiani amavano Ercole che
ritenevano fondatore e protettore della propria città e al quale fin
dal VI sec. a.C. avevano dedicato il Tempio Dorico del Foro
Triangolare. Ad Ercole, come nume tutelare della città e protettore
delle vigne dell’agro vesuviano, i pompeiani avevano associato
Bacco; il suo culto era molto vivo nelle città ma soprattutto nelle
campagne, dove veniva invocato per la prosperità dei vitigni,
fonte prima di guadagno e di ricchezza per l’economia
pompeiana.

A Dioniso (nome greco del dio del vino) erano dedicati i giardini, dove la sua
presenza veniva vissuta quotidianamente attraverso i simboli del suo culto
(ghirlande di edera, uva, maschere satiriche) e le immagini delle divinità boschive
del suo corteggio (Satiri, Sileni, Fauni, Ninfe).

Un posto privilegiato nella sensibilità religiosa dei pompeiani occupava


Venere, primitiva divinità campana legata all’agricoltura; era conosciuta
nella città come Venus Synthrophos e Venus Physica, attributi di
matrice naturalistica e fu assimilata alla Venus Felix di Silla, divinità
protettrice della gens sillana, quando nell’80 a.C. il dittatore prese il
potere in Pompei e assegnò alla città il nome di Colonia Cornelia
Veneria Pompeianorum.

L’adesione alla sovranità di Roma si esprimeva invece attraverso il culto della triade
capitolina: Giove, Minerva e Giunone. Giove, col nome di Jupiter Optimus Maximus
era riverito nel monumentale Tempio di Giove Capitolino installato nel Foro. Anche
Giunone era venerata nel Capitolium, ma le tracce del suo culto non sono altrettanto
evidenti.
Non minore era l’attaccamento dei pompeiani per Minerva, che era stata consacrata
quale protettrice della corporazione dei fulloni e fin dall’età sannitica era ritenuta
patrona delle porte della città. Era venerata nel Capitolium, ma anche alcune pitture
testimoniano la devozione per questa dea. Vivo era anche il culto di Apollo, che fu
diffuso in Campania, in Etruria e a Roma dai greci di Cuma.

Tollerati furono a Pompei anche i culti orientali, specie quello di


Iside, protettrice dei marinai; verso la fine del II sec. a.C. a questa
divinità egizia era stato dedicato un tempio che fu distrutto dal
terremoto del 62 e successivamente ricostruito su pianta italica. Il
culto isiaco ebbe un numero considerevole di fedeli ed era vissuto dai devoti
attraverso cerimonie quotidiane e feste periodiche.

Un posto importante nel cuore del pompeiano occupava il culto dei lari, ossia la
religione che egli viveva quotidianamente nel rispetto degli antenati e delle divinità
che sentiva più vicine alla sua sensibilità, venerate con piccole offerte davanti al
larario e nel sacrario della sua casa. I lari sono antiche divinità latine che, secondo
una teoria, prima custodi del podere, sarebbero più tardi diventati protettori dello
stato e quindi della casa.

Alcune scritte in lingua ebraica, come la famosa Sodoma e Gomorra, qualche


statuina e tracce di onomastica di origine ebraica fanno pensare altresì ad una
presenza giudaica nella città. Testimonianze concrete,
oggettivamente certe, di una presenza cristiana a
Pompei non si hanno, almeno stando alle diverse
interpretazioni di graffiti, scritti e oggetti che sembrano
chiamare in causa i cristiani. Anche la certezza della
matrice cristiana del crittogramma del Pater Noster, il
famoso quadrato magico graffito nella Casa di Paquio
Proculo e su una colonna della Palestra Grande,
(formato da cinque parole di cinque lettere, leggibile in
tutti i sensi, le cui lettere, scomposte e ricomposte, formano due volte l'espressione
Pater Noster) è venuta meno a seguito delle serrate critiche degli studiosi.

Nonostante quanto detto, presenze cristiane a Pompei teoricamente non sono da


escludere, potendosi esse riconnettere direttamente all’esistenza di gruppi giudaici
nella valle del Sarno, i quali per primi furono in grado di recepire il messaggio
cristiano.
I Morti
Fin da epoca sannitica (425 – 80 a.C.) i pompeiani commemoravano i loro morti con
il rito della sepoltura. Le tombe di questo periodo sono ad inumazione, quasi tutte a
fossa, una sola è a camera. E’ nell’età romana (80 a.C.)
che le necropoli pompeiane diventano monumentali per la
grandiosità dei mausolei che si sviluppano lungo le strade
poste al di fuori delle varie porte della città.

Prevale in questo periodo il rito funebre dell’incinerazione; le ceneri, disposte in urne


di terracotta, di marmo e talora di vetro, erano collocate in tombe monumentali in
gusto ellenistico e romano a nicchia, a camera, a tempietto, a mausoleo circolare, a
podio, a forma di altare o di esedra circolare (schola), a triclinio funebre.

Nel mondo romano si usava, avvenuto un decesso, accompagnare in processione il


defunto all’ultima dimora vestendo abiti neri o scuri (toga pulla).

Presso il luogo della sepoltura veniva consumato un pasto che


simbolicamente si offriva agli dei e al defunto, ma che doveva anche
avere una funzione catartica per i familiari ed i conoscenti
contaminati dall’accompagnamento funebre.

La varietà dell’architettura funeraria della necropoli pompeiana non


trova alcun riscontro nelle necropoli di altre città campane, la qual cosa testimonia
l’estrema diversità di gusti e di estrazione sociale dei cittadini di Pompei.
I Giochi
I pompeiani non esitavano a confessare il grande amore per i giochi d’azzardo; ne
erano stati appassionati in tutti i tempi. Molto spesso le
locande dissimulavano nel retrobottega una vera e propria
bisca in cui ogni giorno dell’anno si potevano fare scommesse
e gettare i dadi.

Ci si serviva per giocare di due tipi di dadi: i tali, di forma oblunga e con solo quattro
facce numerate e i tesseræ, comuni dadi a sei facce. I dadi venivano lanciati da un
recipiente (fritillus) e lo scopo era di ottenere il punteggio più alto (venus). Si giocava
anche a navia aut capita (testa o croce), par impar (pari e dispari), micatio (l’attuale
gioco della morra).

Un gioco molto tollerato era il tric – trac: si giocava su di una tavola su cui erano
segnate dodici linee intersecantesi tra di loro e occorrevano pedine ognuna delle
quali aveva da una parte motivi mitologici assieme ad un numero. Le pedine
(calculi) dovevano muoversi sulle linee secondo il punteggio ottenuto gettando i dadi
e gli ossicini.

I giochi dei bambini pompeiani non erano dissimili da quelli dei


bambini moderni: si giocava con piccole spade (ensiculum), con
carrettini e cavallini trainati con spago; diffusissimo era il gioco della
moscacieca e delle noci.

I piccoli pompeiani imitavano anche gli adulti: si giocava a fare i


soldati, i giudici, i magistrati e le signore.
Gli Sport
Nel pomeriggio i pompeiani, dopo una giornata di intenso lavoro, si svagavano
recandosi agli stabilimenti termali che erano aperti da mezzogiorno al tramonto.

Le vaste disponibilità dei locali davano anche la possibilità di praticare esercizi


ginnici e sportivi prima del bagno; dopo, si potevano fare
massaggi per attivare la circolazione o per pulire meglio la
pelle con unguenti profumati. Alle terme accedevano sia
uomini che donne e anche se avevano reparti separati per
il bagno, potevano non solo conversare ma anche fare esercizi ginnici insieme.

I giovani e gli atleti si esercitavano alla lotta, al pugilato, alla corsa, al salto, al
pancrazio nella Palestra Sannitica e nella Palestra Grande. Il vincitore di queste
competizioni era festeggiato e riceveva vari premi: palme, corone, vasi, bacilli di
bronzo.
Il Tempo Libero
Oltre che alle terme, a Pompei ci si poteva divertire a teatro. Gli spettacoli dovevano
essere molteplici, sia per il fatto che sono state rinvenute numerose pitture che
ornavano le pareti e che rappresentavano spettacoli teatrali, sia per il fatto che
Pompei aveva due teatri: quello Piccolo, destinato ad
audizioni musicali e poetiche in genere, e quello Grande,
per la rappresentazione di tragedie, commedie e satire. Il
titolo e l’autore delle commedie, oltre ad essere
propagandati dagli araldi e da avvisi pubblicitari, erano
anche annunciati prima dello spettacolo dal prolugus, che dava un breve sommario
della produzione.

Ma lo spettacolo che più appassionava i pompeiani era quello delle lotte gladiatorie
che si svolgevano nell’Anfiteatro, le quali ebbero origine in Campania. I gladiatori,
reclutati da impresari tra schiavi e criminali, venivano allenati in scuole o ludi e
mandati nell’arena con la promessa, in caso di vittoria, della libertà. Il combattimento
tra gladiatori non era l’unico spettacolo che si svolgeva nell’arena, vi erano anche
quelli degli uomini contro le belve o di animali domestici contro bestie feroci.

Il calendario dei giochi era molto vasto e il maggior numero di spettacoli si aveva nel
periodo che va da febbraio a luglio. Vi erano festività
stabilite come quelle celebrate in onore di Apollo (Ludi
Apollinares), o festività per avvenimenti straordinari come
l’inaugurazione di statue che richiedevano la preparazione di giochi e combattimenti
finanziati da duoviri o da ædiles.

Tuttavia, la festa più importante al tempo dei romani, e dunque dei pompeiani, era
quella dei Saturnali (corrispondente al nostro carnevale), in onore del Dio Saturno,
una delle più antiche divinità agricole dell’Italia centrale, il cui nome pare derivi dal
latino Sator (seminatore), che venne poi fuso col greco Crono.

Il terzo giorno dei Saturnali si teneva un sacrificio davanti al Tempio di Saturno, con
un banchetto al quale partecipavano solo schiavi, che in quel giorno godevano di
piena libertà; essi vestivano gli abiti del padrone ed erano serviti a tavola dai padroni
stessi e mangiavano e bevevano quanto piaceva a loro. Usanza per via della quale,
almeno un giorno all’anno, quella tanto maltrattata classe di uomini aveva modo di
dimenticare la propria miseria.
Durante i Saturnali ci si vestiva in modo speciale, con un elegante vestitino leggero
tutto ricamato (syntesis), si chiudevano le scuole e i tribunali, si
sospendeva ogni dibattito ed ogni esecuzione contro i colpevoli;
nelle case si procedeva al sacrificio di una porchetta lattante, si
accendevano candele per simboleggiare il sole che riappare dopo
l’inverno perché dopo i Saturnali le giornate tornano ad allungarsi.

E’ facile immaginare come si riempissero osterie e thermopolia: grandi bevute di


vinum, mangiate di pizza alla napoletana (senza pomodori, non ancora conosciuti),
di salsiccia, di varie vivande accompagnate da garum, cipolle (cepæ) e cavoli
(brassicæ). Insomma, era tutta una festa di gioia per le città del mondo romano e
perciò anche per Pompei, soprattutto per le classi popolari.
L’Erotismo
Il sesso a Pompei era vissuto senza inibizioni, come in tutte le culture in fase di
evoluzione, proprio perché era considerato del tutto naturale. Il Fallo era visto come
simbolo di fertilità, abbondanza e buona sorte; era simboleggiato vicino alle fontane
o, a forma di campanello (tintinnabulum), appeso fuori dalle case per tenere lontano
il male.

Sono numerosi, inoltre, i graffiti e le pitture erotiche in


determinate case (Lupanare), dove erano presenti diverse celle
con i letti a muro, all’interno delle quali si tenevano gli “incontri
amorosi” dei pompeiani con le prostitute.

Le prostitute erano suddivise in caste: le delicatæ e le famosæ


erano ragazze colte, capaci di intrattenere i clienti più raffinati; le lupæ attiravano i
clienti con una specie di ululato; le bustuariæ esercitavano la professione nei pressi
dei monumenti funebri; le scorta erratica erano le passeggiatrici vaganti; le blitidæ
erano prostitute da osteria; c’erano anche le gallinæ, le forarie, le quadrantarie, le
diabolaiæ.

Recenti studi hanno dimostrato come la prostituzione fosse uno dei settori su cui si
basava l'economia pompeiana. Infatti, oltre che nei luoghi a ciò deputati, la
prostituzione si esercitava anche nelle terme, nei teatri ed in molte case private,
dove le famiglie facevano esercitare le proprie schiave (o schiavi, visto che la
prostituzione era anche maschile).
Affreschi del Lupanare
Affreschi del Lupanare
Regio I

Casa del Citarista


E’ una delle più signorili abitazioni di Pompei del periodo romano; prende il
nome dalla statua bronzea di Apollo Citaredo (ora nel Museo Archeologico
Nazionale di Napoli). E’ il risultato della fusione di due case già spaziose e
presenta due atri e tre peristili, riccamente decorati con quadri figurati, e
abbelliti da gruppi di animali in bronzo adattati a getti di fontana.

Casa del Larario di Achille


Il larario è completamente rivestito di fini decorazioni; notevole è il
fregio sotto la volta del piccolo ambiente, composto da centinaia di
minuscoli frammenti: su un fondo azzurro intenso, si susseguono, a
bassorilievo in stucco, alcune raffigurazioni relative all’ultimo canto
dell’Iliade. Data la presenza di molteplici scheggioni di calcare
gessoso ammassati nel peristilio, si suppone che la casa fosse in ristrutturazione
quando la catastrofe colpì la città.
Fullonica di Stephanus
E’ una lavanderia (fullonica) tipica pompeiana, con bottega a
pianterreno ed abitazione al primo piano. Era adibita al lavaggio, alla
tintura ed alla stiratura dei panni. Nell’ingresso restano avanzi del
torchio per la stiratura (pressorium). L’originario impluvio dell’atrio fu
trasformato in una vasca. Il lavaggio e la tintura avveniva nei piccoli
ambienti sul fondo del giardino dove ci sono vasche
intercomunicanti e vaschette per il pestaggio; infatti le stoffe,
immerse in liquidi sgrassanti, venivano pestate con i piedi (saltus fullonici). Gli
operai avevano a disposizione una cucina ed una piccola latrina.
Casa del Criptoportico
La casa prende il nome da un lussuoso corridoio coperto (criptoportico), che
nell’ultimo periodo della città venne adibito a deposito, come dimostra il
rinvenimento di una sessantina di anfore vinarie. Il corridoio sotterraneo a tre ali fu
creato per passeggiare, quando fuori era maltempo. Il proprietario fece ricopiare alle
pareti una pinacoteca.

La decorazione mostra uno zoccolo a meandro ed una parete a grandi lastre rosse
(ortostati) inquadrate da erme; nella parte alta sono dipinte scene della
guerra di Troia, dalla Peste nel campo acheo fino ai Giochi funebri in
onore di Patroclo. Al centro della parete di fondo si trovava la
raffigurazione della fuga di Enea da Troia con il padre Anchise ed il
figlioletto Iulo. Tale scena costituiva l’anello di congiunzione fra il mito
greco e la storia di Roma; fu infatti a seguito della caduta di Troia e
della fuga di Enea verso le coste del Lazio che il figlio Iulo fondò Alba
Longa, dalla quale sarebbe sorta Roma. La stessa storia costituisce il tema
principale dell’Eneide di Virgilio.

Nell’abitazione è presente un piccolo impianto termale privato. Nel


giardino della casa si rinvennero numerosi calchi fra i quali quello di
una madre che protegge la figlia e quello di uno schiavo con un
ceppo alla caviglia.
Casa dei Casti Amanti
La casa dei Casti Amanti deve il suo nome ai motivi dei quadri che mostrano
amanti riuniti a convito. Si tratta di una casa – bottega, con un panificio sul lato della
strada ed abitazione all’interno. Il grande panificio è dotato di forno con macine.
In una stalla che si apriva sul vicolo a meridione sono stati trovati gli scheletri dei
muli utilizzati per i carichi delle granaglie. L’abitazione mostra eleganti pitture. In un
salone la decorazione era ancora in corso d’opera proprio
il giorno dell’eruzione, pertanto vi compaiono parti
complete e parti in preparazione con graffiti e disegni
preparatori (sinópie); sotto la volta crollata sono state rinvenute delle coppette di
colore, un fornellino ed un compasso. Si è riusciti a ricostruire il disegno delle aiuole
nel giardino grazie ai fori lasciati dalle recinzioni di canne.
Casa del Menandro
Questa casa, come quella degli Amorini Dorati, apparteneva a Quinto Poppeo,
della influente famiglia dei Poppei, imparentati con l’imperatrice Poppea Sabina.
Nell’angolo a destra dell’atrio è posto un larario in forma di tempietto.
Sull’atrio si apre una sala decorata con quadri del ciclo iliaco: Ulisse
che strappa Cassandra dal Palladio (ma è Aiace nella versione
omerica), Cassandra, il Cavallo di Troia e Laocoonte. Il giardino
(peristilium) è chiuso da un parapetto decorato con aironi. Sul lato
nord si apre l’oecus a fondo verde, chiuso in alto da un fregio con il
ratto delle donne dei Lapiti da parte dei Centauri.

Al centro del pavimento, un quadretto a mosaico raffigura pigmei sul Nilo.


Sul fondo del giardino, vi sono una biblioteca, un sacello domestico ed un’esedra
rettangolare inquadrata da due ad abside. Nell’esedra centrale sono dipinti due
poeti seduti: quello che declama è Menandro e l’altro era, probabilmente, Euripide.
Le esedre ad abside sono decorate con Artemide e con Afrodite.

Il sacello domestico contiene un larario in muratura sul quale sono posti i calchi dei
ritratti in legno degli antenati (imagines maiorum). Sul lato orientale del giardino vi
sono le sale di ricevimento. Al centro si apre un immenso salone (oecus triclinare).
La casa è dotata di un piccolo quartiere termale. Nella stalla (equile) è esposta la
ricostruzione di un carro agricolo (originali solo le parti in ferro e
in bronzo). Una cassa con 118 pezzi di argenteria per un peso di
24 chili, venne nascosta nei sotterranei della casa. Gli argenti
sono esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Casa dell’Efebo
E’ la tipica dimora del ceto medio mercantile, arricchito dai traffici commerciali.

Si compone dell’aggregato di più case comunicanti, con tre porte di


accesso. Il triclinio presenta un prezioso emblema in intarsio marmoreo
(opus sectile) al centro del pavimento, e nel giardino si trova un gran
dipinto di Marte e Venere, con un larario addossato al castellum aquæ.
Una scaletta conduceva ad una piccola abitazione connessa, avente un
altro ingresso sulla strada sottoposta. La casa deve il suo nome alla
statua bronzea dell’Efebo (Museo Archeologico Nazionale di Napoli), copia di un
originale greco del V sec. a.C., che il proprietario dell’abitazione, P. Cornelio Tegete,
adattò a portalampada (lychnophoros).

Casa di Paquio Proculo


La casa è attribuita al panettiere (pistor) Paquio Proculo, che
divenne duoviro di Pompei. Stando alla diffusa propaganda
elettorale era il cittadino più influente del quartiere. Il pavimento è
tutto un tappeto a mosaico; il disegno all’ingresso mostra un cane
attaccato ad un battente di porta, mentre quello nell’atrio è
suddiviso in pannelli con diversi animali. Gli ambienti signorili e gli
alloggi si aprono sul giardino di fondo. Nell’esedra si rinvennero
gli scheletri di sette fanciulli.
Casa del Sacerdos
Amandus
Notevole il triclinio, adorno di una bella decorazione e quadri rappresentanti
Polifemo e Galatea, Perseo e Andromeda, Ercole nel giardino
delle Esperidi, Dedalo e Icaro. Nel piccolo peristilio è stato
ricavato il calco della radice dell’unico grande albero che
l’ombreggiava.

Casa del bell’Impluvio


Anche questa casa si trovava in corso di restauro dopo il terremoto del
62; presenta un grandioso atrio e il tablinium, una ricca decorazione del
bacino dell’impluvio, rivestito di mosaico e intarsio in marmo policromo e,
in un cubicolo, una scena di gineceo.

Casa del Bracciale d'Oro


Nel triclinio della casa è stato ritrovato in frammenti e ricomposto un affresco di
giardino che mostra un’incannucciata incorniciata, con una lussureggiante
vegetazione riprodotta con cura minuziosa, all’interno della quale volano e si posano
uccelli di ogni tipo; in alto è appeso un oscillum di marmo,
rotondo.

Gli oscillum sono grandi tondi in marmo, che venivano appesi in


modo da oscillare, appunto, e da essere visibili da ambedue i
lati; molto usati nella ornamentazione, erano decorati con figure
a rilievo. Se ne sono trovati molti a Pompei, in gran parte di
soggetto dionisiaco; una variante è l’oscillum a forma di pelta o di mezzaluna, che
era lo scudo preferito delle Amazzoni e di Dioniso, ornato di sottili rilievi, con teste di
grifoni sulle punte del crescente.
Casa del Frutteto
Due cubicoli di questa casa con le pareti interamente dipinte, conservano la
riproduzione di due piante di limone cariche di frutti; inoltre, in altri dipinti, si possono
riconoscere l’arancia e la limetta.

Si è dimostrato che le riproduzioni di frutta dei dipinti pompeiani


sono strettamente veristiche e, quindi, hanno un indiscusso
valore documentario. Ne risulta che la storia comunemente
accettata della diffusione degli agrumi è inesatta: gli storici sono
concordi nell’affermare che gli agrumi furono portati dall’India in
Africa dagli Arabi, che furono i primi a coltivarla in Sicilia nel X
secolo; i Crociati la diffusero poi in Italia. Ma, a quanto pare,
piante di limone, di limetta e di arancio erano acclimatate e coltivate in Campania fin
dal I secolo d.C..

Panificio di Sotericus
Il panificio (pistrinum) di Sotericus, su Via dell’Abbondanza, è uno dei più grandi di
Pompei. Il nome del proprietario appare sulle iscrizioni
riportate sulle anfore. Oltre alle macine, azionate da muli, si
conservano il forno e l’impastatrice.

Orto dei Fuggiaschi


Il piccolo portico era usato come vestibolo di questa casa, dove si trovavano dei
vigneti per la coltivazione della vite e la produzione del vino.

Nel 1961 furono trovati le tracce di alcune vittime dell’eruzione, circa tredici persone
che si erano rifugiate nel vestibolo mentre piovevano lapilli e cenere; lì morirono
soffocati uno dopo l’altro. Dagli spazi lasciati vuoti dai corpi sotto
lo strato di cenere furono ricavati dei calchi, secondo il metodo
del Fiorelli, che rappresentano uno dei più drammatici esempi
della morte di Pompei e del suo popolo.
Via Stabiana
Lungo questa via troviamo le Terme Stabiane, il più antico e
completo impianto termale di Pompei, con annessa una palestra,
che occupavano l’area di un’intera insula, insieme ad una serie di
botteghe. Di fronte alle terme si trova il Pistrinum di Modesto, nel
quale sono state rinvenute le macine in pietra lavica. Più avanti si
affaccia il Tempio di Giove Melichio, il più piccolo della città, nel
quale sono state rinvenute due grandi statue di Giove e Giunone e un busto di
Minerva. La Via Stabiana termina alla Porta di Stabia, una delle più antiche di
Pompei.

Porta Stabia
Fiancheggiata da mura in opera quadrata di pietra calcarea, è
considerata una delle più antiche della città. Nell’androne c’è
un’iscrizione viaria in lingua osca; all’esterno, una lapide romana
ricorda il lavoro di pavimentazione stradale fatto dai duoviri L.
Avianius e Q. Spedius.
Regio II

Casa di Loreius Tiburtinus


La casa, con l’ingresso su Via dell’Abbondanza, viene attribuita a Loreius Tiburtinus
o a Decimo Ottavio Quartione, del quale si è rinvenuto il sigillo.

Un elegante ambiente sul giardino è decorato con fregi che illustrano le spedizioni
contro Troia: nel fregio più grande è raffigurata la spedizione
mitica di Eracle contro Laomedonte; nel fregio piccolo quella
storica dei Greci contro Priamo. Il proprietario si fece ritrarre
su di una parete della casa come un sacerdote di Iside ovvero
calvo e con una lunga tunica di lino (linigerus calvus). Inoltre
fece costruire nel giardino una lunga piscina (50 m.) a forma di fiume (eurípus),
decorandola con statue egizie (ibis, bes, sfinge, leoni). Si è supposto che gli iniziati
ai misteri isiaci si riunissero per assistere ad inondazioni artificiali del giardino che
simulavano quelle sacre e fertili del Nilo.
Casa di
Venere in Conchiglia
La casa si sviluppa essenzialmente intorno al giardino. Sulla parete di fondo è
dipinta la nascita di Venere da una conchiglia in compagnia di amorini.

La capigliatura della dea è quella alla moda in età neroniana.


Sono inoltre dipinti la statua di Marte e dei bacini marmorei
con colombe. L’edificio era ancora in corso di restauro per i
danni subiti dal terremoto, come dimostra un ambiente
intonacato ma non ancora dipinto.
Villa e Terme di
Giulia Felice
La dimora fu scavata nel secolo XVIII e riportata alla luce negli anni 1952 – 1953. E’
munita di un vasto ed elegante giardino con portico retto da pilastri di marmo.

Al centro si apriva il triclinium estivo con letti di marmo ed una fontana


a cascata. Per un secondo ingresso si accedeva al bagno (balneum)
che, come si apprende da un annuncio alla porta, era dato in affitto
assieme ad una parte dell’abitazione: “Da Giulia Felice, figlia di
Spurio, si fittano a gente perbene un bagno elegante, degno di Venere,
botteghe con abitazioni soprastanti ed ammezzati dal primo
agosto prossimo.

Alla fine del quinquennio la locazione scadrà”. Evidentemente Giulia, di nobile e


ricca famiglia, non esitò a subaffittare parte della casa per rifarsi delle spese
compiute per i restauri dell’edificio dopo il terremoto del 62 d.C. Un dipinto con
Apollo e le Muse è esposto oggi al Louvre, mentre gli altri dipinti sono al Museo
Archeologico Nazionale di Napoli.
Anfiteatro
L’anfiteatro di Pompei è il più antico di quelli che conosciamo nel
mondo romano. Venne costruito dopo la fondazione della colonia
(80 a.C.) per iniziativa dei duoviri Caio Quinzio Valgo e Marco
Porcio, gli stessi che fecero costruire l’Odéion. Dopo il terremoto
fu restaurato su commissione dei duoviri Caio e Cuspio Pansa, padre e figlio.
L’edificio fu eretto in un’area periferica per evitare l’intasamento del traffico cittadino
in occasione degli spettacoli.

Le grandi scale all’esterno servivano di accesso alla cavea con i sedili per gli
spettatori. Poteva accogliere fino a 20.000 spettatori. Si conserva ancora gran parte
della gradinata e della galleria superiore, riservata alle donne. Il livello dell’arena è
inferiore a quello dell’area esterna, segno che, come il Colosseo, l’edificio fu in parte
edificato in alzato e in parte incassato nel terreno.

Nell’arena si svolgevano le lotte dei gladiatori. Una solenne sfilata apriva i giochi; i
lottatori indossavano pesanti armature da parata decorate, con
elmi, daghe, scudi e gambali. Nel 59 d.C. il tifo degli spettatori
sfociò in una sanguinosa rissa fra Pompeiani e Nucerini e
l’avvenimento fu riportato in un famoso dipinto pompeiano. A
seguito dei disordini il Senato di Roma decretò la chiusura
dell’arena di Pompei per dieci anni, ma il provvedimento venne
ritirato nel 62 d.C., a seguito del terremoto che colpì la città. La
maggioranza delle armi gladiatorie, oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli,
fu rinvenuta invece nel foyer dei teatri, adibito negli ultimi anni di vita della città a
Caserma dei Gladiatori.
Palestra Grande
E’ detta Palestra Grande per distinguerla da quella Sannitica. E’ costituita da un
piazzale quadrato scoperto, di circa m.140 x 140, circondato da portici. Qui erano
piantati dei filari di platani dei quali restano i calchi.

Al centro è posta una piscina di m. 23 x 35 (natatio). Il muro esterno era coronato


da merli. Fu costruita presso l’Anfiteatro in età augustea sia per le esercitazioni dei
gladiatori sia come luogo di riunione per le
associazioni di giovani (Juventus Pompeiana), per
educarle all’ideologia imperiale. Vi si compivano
parate a piedi e a cavallo, simulazioni di battaglie, duelli, il lancio del disco ed il salto
con i pesi. Durante il terremoto del 62 d.C. crollò l’intero muro del lato nord. Fu
scavata negli anni 1936 e 1951.
Necropoli di Porta Nocera
Pompei aveva le sue necropoli fuori le porte della città.

Quella di Porta Nocera, che si sviluppa lungo la strada che corre parallelamente
alle mura, è stata portata alla luce per circa m. 250. A cento passi dalla
porta è infisso il cippo di Suedio Clemente, prefetto imperiale, che dopo il
terremoto espropriò ai privati le costruzioni abusive edificate sui suoli
demaniali. Le tombe mostrano varietà di tipi: a basamento con sovrastante
altare, a camera sepolcrale con nicchie, a mausoleo con uno o più ordini, a
edicole su podio ed infine a sedile semicircolare (schola). Il rito funerario
era quello della incinerazione.
Regio III

Casa di Trebio Valente


Sulla facciata di questa casa sono state trovate numerose
iscrizioni murali che annunciavano gli spettacoli
dell’Anfiteatro. All’interno si presenta un grazioso peristilio con
una singolare decorazione a scacchiera dipinta sul muro di
fondo; nel giardino era presente una fontana con un gioco d’acqua a 12 zampilli.

Schola Armaturarum
L’edificio, sorto negli ultimi anni di vita della città, fungeva da
associazione militare e deposito di armature. L’ampia sala era chiusa con
un cancello di legno. Su una delle pareti appaiono gli incassi che
contenevano delle scaffalature con le armature. La decorazione dipinta
richiama al carattere militare dell’edificio: trofei di armi, foglie di palma,
vittorie alate, candelabri con aquila e globi.
Casa di Pinarius Cerialis
Questa casa è nota per il ritrovamento di 114 gemme, cammei e
pastiglie vitree. Il proprietario era, quasi sicuramente, un’artista
gemmarius, un intagliatore di pietre e gemme come quelle trovate
nella sua casa, in parte lavorate e in parte grezze. Notevole un
cubicolo del pianterreno che dà sul portico del giardino, con una bella pittura ispirata
ai prospetti della scena di un teatro (scænarum frontes) con Ifigenia in Táuride.

Casa del Moralista


E’ cosiddetta da tre massime dipinte in una scala triclinare. Si compone di due case
contigue e comunicanti delle famiglie di T. Arrius Polites e di M.
Epidius Hymenæus (detto il Moralista). Dall’atrio in comune si sale
al piano superiore, con una loggia aperta su un vasto giardino, sotto
la quale si trova la sala triclinare con tre letti e la mensa; sul fondo
nero delle pareti sono dipinti in bianco tre distici con i precetti di
morigeratezza e temperanza che si dovevano osservare a tavola.

Porta Sarno

E’ la porta posta al termine della Via dell’Abbondanza, la più lunga arteria


della città, ed è la meno conservata delle porte urbane; nel tempo, infatti,
se ne è quasi persa la conformazione originale.
Regio IV

Via di Nola
Su questa strada si trovano la Casa di Marco Lucrezio Frontone,
un’elegante dimora della prima età imperiale, la grandiosa Casa del
Centenario, così chiamata perché dissepolta nel 18° centenario
dell’eruzione, la Casa dei Gladiatori, allora destinata ad ospitare le
familiæ dei gladiatori durante gli spettacoli nell’Anfiteatro. In fondo
alla via si leva la Porta di Nola, a un unico fornice, di epoca sannitica, adorna di una
testa di Minerva.

Porta Nola
Costruita in epoca sannitica, in tufo del Sarno, è di forma molto
semplice: l’androne termina con due bastioni che si collegano con la
cinta muraria che corre intorno alla città. Sul lato che dà verso la città
è adorna di una Testa di Minerva.
Regio V

Casa di
Lucio Cecilio Giocondo

Era la dimora del banchiere Lucio Cecilio Giocondo. In un ambiente in fondo al


peristilio si è rinvenuto un archivio composto da 154 tavolette
cerate con quietanze di vendite e di tasse coloniali; tale attività di
esattoria è attestata fino al 62, anno del terremoto. In un angolo
dell’atrio è posto un altare domestico (lararium) con rilievi votivi
raffiguranti, in uno stile popolare, i danni provocati dal terremoto
nell’area del Foro e di Porta Vesuvio. Sempre nell’atrio è posta
un’erma con il ritratto in bronzo del padre del banchiere, Lucio Cecilio.
Casa delle
Nozze d’Argento
Questa abitazione monumentale, molto simile ad un palazzo, fu costruita in epoca
sannitica nel II sec. a.C. Il nome deriva dal fatto che fu scavata nel 1893, quando il
re e la regina d’Italia, Umberto e Margherita di Savoia, celebravano le nozze
d’argento.

L’atrio monumentale mostra colonne corinzie in tufo grigio,


successivamente rivestite di intonaco dipinto (circa m. 6 di
altezza). La casa è dotata di due giardini; quello nell’asse
principale è detto di tipo rodio, in quanto un lato del portico
sovrasta gli altri; il secondo giardino è dotato di un triclinio estivo
all’aperto. Tra gli ambienti signorili il più interessante è un triclinio
(oecus corinthius) sostenuto da quattro colonne rosso porfido. La casa dispone
anche di un piccolo impianto termale privato. L’ultimo proprietario fu il ricco
pompeiano L. Albucius Celsus.

Casa di
Marco Lucrezio Frontone

Il restauro effettuato ha ridato splendore a questa casa, che


presenta numerose decorazioni: Uccisione di Nottolemo per
mano di Oreste sull’altare di Apollo in Delfi, Teseo ed
Arianna, Toeletta di Venere, Pompa trionfale di Bacco,
Nozze di Marte e Venere, Narciso al fonte, Priamo e Tisbe, Bacco e Sileno, Scene
di caccia.
Casa dei Gladiatori

Adeguatamente trasformata, questa casa era destinata ad ospitare


le familiæ dei gladiatori, quando la passione per gli spettacoli
dell’Anfiteatro divenne diffusa nella vita pompeiana. Il peristilio è
decorato da scene di caccia e da figure mitologiche, mentre le
colonne conservano ancora numerosi graffiti.

Castellum aquæ
Il Castellum aquæ era un grosso serbatoio d’acqua posto sul punto più alto della
città, nei pressi di Porta Vesuvio. Era collegato all’acquedotto del Serino.

La facciata, foderata di mattoni, mostra tre archi ciechi separati da lesene.


L’ingresso, laterale all’edificio, era chiuso con una porta massiccia. Il
serbatoio all’interno è diviso in tre scomparti: uno per le fontane, uno
per gli edifici pubblici ed uno per le abitazioni private. In caso di
mancanza d’acqua, si interrompevano automaticamente le forniture
alle case ed alle terme, mentre restavano in funzione quelle per le
fontane pubbliche. L’edificio è riprodotto nel rilievo di Cecilio
Giocondo, con scene inerenti il terremoto del 62 d.C.
Via del Vesuvio
Insieme al suo proseguimento nella Via Stabiana costituisce il cardo maximus della
città e presenta il lastricato molto consumato dal passaggio dei carri.
Lungo la via troviamo la Casa degli Amorini Dorati, di epoca
neroniana, una delle case meglio conservate, la Casa di Lucio
Cecilio Giocondo, nella quale furono rinvenuti in una cassa delle
tavolette cerate che appartenevano all’archivio del proprietario, un
banchiere. Su questa strada si trova anche la Fullonica di
Stephanus, una lavanderia.

Vicolo delle
Nozze d'Argento
In fondo a questo vicolo si trova la Casa delle Nozze d'Argento,
cosiddetta perché scavata in occasione delle nozze d’argento dei
reali d’Italia, una delle abitazioni private più nobili della città.

Porta Vesuvio
Era una delle principali porte della città, già danneggiata dal
terremoto del 62 d.C. ed ancora in fase di ricostruzione al momento
dell’eruzione del 79 che seppellì Pompei. Lungo il lato orientale si
osserva un tratto di muro della fortificazione pre-sannitica della città,
del quale si sono trovate tracce anche a Porta Ercolano. Accanto
alla porta, un edificio era destinato a dividere e indirizzare le acque
che affluivano da una diramazione dell’acquedotto augusteo del
Serino.
Necropoli di Porta
Vesuvio

Alla madre del giovane edíle Caio Vestorio Prisco, morto all’età di 22
anni nel 75 d.C., la municipalità offrì il suolo per edificare la tomba ed
una somma di duemila sesterzi per i funerali. Le decorazioni dipinte
all’interno del recinto mostrano il giovane funzionario seduto
sul suggestum nell’atto di emanare le leggi, la porta degli Inferi, i giochi
gladiatori svoltisi in occasione dei suoi funerali ed uno stupendo servizio
d’argento, segno della ricchezza della sua famiglia.
Regio VI

Casa di Sallustio

La casa deve il nome ad un certo Sallustio menzionato in un’iscrizione


elettorale dipinta sulla facciata. L’ultimo proprietario fu Cosso Libanio.
L’impianto è sannitico e risale al III secolo a.C. La decorazione imita le
lastre marmoree realizzate in realtà con stucco a rilievo. La locanda
aperta a lato dell’ingresso fa supporre che con la crisi successiva al
terremoto l’abitazione fosse in parte adibita a funzioni di lucro.
Casa di Pansa

E’ uno dei più nobili esempi di abitazione preromana (periodo


sannitico). Presenta un piccolo peristilio a colonne esagonali, con
decorazioni post-agustee, con adiacenti altri ambienti (gineceo); su
una delle pareti, entro una cornice paesistica, era rappresentato il
mito di Diana e Atteone, andato distrutto nei bombardamenti
dell’ultima guerra.

Casa del Poeta Tragico


Scavata negli anni 1824 – 1825, l’abitazione rappresenta una
tipica casa pompeiana con atrio e peristilio. Nel mosaico
dell’ingresso è raffigurato il famoso Cane attaccato alla
catena con la scritta Cave canem (“attenti al cane”).

La decorazione della casa comprendeva dipinti e mosaici famosi, quasi tutti oggi nel
Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Nell’atrio erano dipinti quadri con scene
dell’Iliade, quali Achille e Briseide e Zeus ed Era. Nel tablino erano posti il mosaico
con Attori teatrali (che ha dato il nome alla casa) e un dipinto con Admeto ed Alcesti.
Nel peristilio si rinvenne il famoso Sacrificio di Ifigenia; una sala triclinare che si
apriva sul portico era decorata con soggetti mitologici: Venere con il nido di
Amorini, Arianna abbandonata e Diana.
Casa della
Fontana Grande
e della Fontana Piccola

Le fontane, a forma di nicchia, sono completamente coperte da


preziosi mosaici, composti da paste di vetro. Nella casa della
Fontana Piccola, attorno alla nicchia, c’è un bellissimo paesaggio
che rappresenta il mare e delle case sulla riva. Nella casa della
Fontana Grande ci sono delle copie di alcune statue bronzee,
rappresentanti un putto con un delfino ed un pescatore.

Casa dell’Ancora Nera


Prende il nome da un’ancora a mosaico visibile nel pavimento
dell’ingresso. E’ notevole anche il giardino, posto ad un livello
inferiore, con nicchie ad abside in basso e terminate in alto da un
elegante colonnato.
Casa del Fauno
La Casa del Fauno ricopre un intero isolato della città (3.000 mq.). Per
grandezza ed eleganza esula dal mediocre ambiente pompeiano ed è
piuttosto paragonabile alle dimore principesche di Pella, in Macedonia.
Risale al II secolo a.C: il nome deriva dalla scoperta nell’atrio di una
piccola statua in bronzo rappresentante un fauno. Nel 1831 sul
pavimento dell’esedra nel primo peristilio si rinvenne un enorme mosaico (m. 5,12 x
2,77) raffigurante la battaglia di Issos (333 a.C.) fra Alessandro Magno e Dario III di
Persia. Si tratta probabilmente della copia a mosaico di un famoso dipinto del pittore
greco Filosseno (IV secolo a.C). Per eseguirla occorsero un milione e mezzo di
tesseræ.

Il mosaico originale si trova presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ed è


stato recentemente riprodotto con pietre scelte tra quelle analoghe alle originali
(tagliate prima con una macchina di precisione e poi lavorate a mano fino a ridurle a
tessere quadrate di un millimetro e mezzo di lato) e riposizionato nell'esedra della
casa.
Casa degli Amorini Dorati
In questa casa è avvenuto il rinvenimento, in uno dei cubicoli, di dischetti di vetro
con amorini incisi su foglia di oro e inseriti nella parete dipinta. I proprietari
appartenevano alla famiglia di Poppea, seconda moglie di Nerone.

L’ambiente più caratteristico é il giardino, originariamente decorato


con sculture di marmo, dischi penduli (oscilla), erme e maschere
teatrali. Il sacello domestico (lararium) era dedicato a divinità
orientali, dipinte sulla parete: Iside, Serapide ed Arpocrate.
Particolarmente elegante la decorazione del salone nero, restaurata
dopo il terremoto del 62 d.C., con quadri raffiguranti Achille e
Breseide, Giasone che si presenta a Pelia prima di fuggire con Medea e Tetide nella
fucina di Efesto.
Casa dei Vettii
La Casa dei Vettii mostra la raffinatezza raggiunta dalla ricca borghesia
pompeiana nel I secolo d.C. Dall’ingresso, dove è dipinto un Priapo, si
passa nell’atrio tuscanico, dove erano esposte le arche di legno con il
tesoro di famiglia. Tre ampie stanze si aprono sul giardino: la Stanza di
Issione mostra quadri di amori infelici, come quello di Pasife per il toro
di legno scolpito da Dedalo, unione dalla quale nascerà il Minotauro; la Stanza di
Penteo mostra Eracle che strozza i serpenti, il Supplizio di Penteo e il Supplizio di
Dirce; la grande sala triclinare è la più raffinata di tutte: mostra lunghi fregi a fondo
nero con amorini intenti in attività di profumieri, di orafi, di vinai etc. Sul lato nord
della casa vi è, in corrispondenza dell’atrio, una cucina con gabinetto erotico.
Casa del Labirinto
Questa nobile casa risale all’epoca sannitica, ed ha un duplice
atrio ed un ampio peristilio. La denominazione deriva da un
mosaico con la Lotta fra Teseo e il Minotauro nel Labirinto. La
sontuosa stanza di rappresentanza è di tipo oecus corinthius;
mostra dieci colonne in muratura addossate alle pareti, che
accentuano l’effetto spaziale delle pitture architettoniche. La casa era dotata anche
di terme private e di un panificio con tre macine.

Casa di Meleagro
Presenta un grandioso peristilio, con un’ampia vasca di giardino.
Su di un lato si apre una vasta sala con colonnato interno di tipo
ellenistico del cosiddetto oecus corinthius. In un’altra grande sala
ci sono resti di una fastosa decorazione.

Casa di Apollo
Ha la facciata ancora di aspetto italico, ma internamente è
decorata secondo il gusto e la moda dell’ultimo periodo
pompeiano. Alle spalle del tablino c’è una fontana con alle
spalle un cubicolo, sulla cui parete esterna un mosaico
rappresenta Achille e Sciro, mentre all’interno un altro
rappresenta scene figurate della Gara musicale fra Apollo e Marsia.
Torre di Mercurio
La Torre di Mercurio (o Torre XI) si erge in fondo alla Via di
Mercurio, laddove prima della Guerra Sociale si apriva una porta.
La costruzione mostra ancora i colpi inferti dalle catapulte di Silla
durante l’assedio dell’89 a.C. La torre è a due piani ed è munita
all’interno di una scala. Da essa si accedeva in basso ad una
postierla ed in alto ad un cammino di ronda merlato che correva
sopra le mura

Casa del Chirurgo


La casa, costruita di calcare del Sarno risale al IV secolo
a.C. E’ stata così denominata per il rinvenimento di circa 40
strumenti chirurgici di bronzo e di ferro, tra i quali pinze,
bisturi e forcipi. Gli strumenti sono esposti nel Museo Archeologico Nazionale di
Napoli.
Via di Mercurio
Alla fine di questa ampia via, proseguimento di Via del Foro, si trova la
Torre di Mercurio (o Torre XI), parte della cinta di fortificazione costruita
nell’89 a.C., prima della conquista di Silla. Lungo questa strada sorge la
Casa dell’Ancora Nera, cosiddetta da un’ancora a mosaico rinvenuta sul
pavimento d’ingresso, la Casa della Fontana Grande e della Fontana
Piccola, con una bellissima fontana anch’essa a mosaico e la Casa di
Apollo, decorata nel gusto dell’ultimo periodo pompeiano.

Vicolo Mercurio
Vi si trova l’ingresso della Casa del Labirinto, di epoca sannitica, che
prende il nome da un quadro inserito nel pavimento di una stanza,
che rappresenta il mito del Minotauro nel Labirinto.

Via Consolare
Lungo questa via troviamo la Casa di Sallustio, la Casa del
Chirurgo, così chiamata per il ritrovamento di vari strumenti
chirurgici, un pistrinum e un edificio che fungeva da sede per la
corporazione degli operai addetti alle saline. La via termina alla Porta Ercolano, la
più importante di Pompei.

Vicolo Vettii
Vi si affaccia la Casa dei Vettii, una delle più lussuose di Pompei, che
apparteneva a ricchi mercanti. E’ adorna di bellissimi affreschi, tutti
posteriori al terremoto del 62, che rappresentano uno degli esempi
meglio conservati di pitture dell’antichità giunti fino ai nostri giorni. Il
vicolo termina a Porta Vesuvio.
Porta Ercolano
Forse questa è la parte più interessante delle fortificazioni di Pompei. La porta deve
il suo nome al fatto che è rivolta verso la città di Ercolano. Era
dotata di tre fornici, uno maggiore per i carri e due minori per i
pedoni. La tecnica di costruzione è stata definita mista, in
quanto furono usate rocce e tufo per la sua edificazione.
Nell’ultima fase non aveva funzioni difensive.

Necropoli di Porta
Ercolano

Oltre l’omonima porta si apriva la Necropoli di Porta Ercolano con belle


tombe a sedile (schola), a mausoleo ed a camera. Come le altre
necropoli di Pompei si trova oltre le mura della città, in una parte dove, tra
l'altro, si trova anche una strada costeggiata da più sepolcri.
Regio VII

Terme Suburbane
Le Terme Suburbane furono costruite alla fine del I secolo a.C. a ridosso della cinta
muraria a nord di Porta Marina.

Dopo il terremoto del 62 d.C. furono ristrutturate ed in quella occasione se ne


rinnovò anche la decorazione. L’impianto è unico e non appare
suddiviso in settori maschile e femminile. L’ingresso è costituito
da un lungo corridoio per il quale si accede allo spogliatoio
(apodyterium), poi al tepidario (tepidarium), con soffitto a volta,
ed infine all’ambiente caldo (calidarium) con piscina. Nello
spogliatoio appaiono pitture con un repertorio di posizioni
erotiche. Portato alla luce già negli anni cinquanta, il complesso è stato di recente
restaurato.
Tempio di Apollo
Si tratta di uno dei templi più antichi della città. Alcuni indizi fanno risalire il culto sin
dal VI secolo a.C.. La sistemazione attuale avvenne in epoca sannitica, ma vi
furono numerosi rifacimenti in età romana imperiale.

Il santuario era circondato su tre lati da un portico con colonne


ioniche di tufo, stuccate e trasformate in corinzie dopo il terremoto
del 62 d.C. Il tempio, di tipo italico, si innalza su di un alto podio.
La cella, decorata con un mosaico pavimentale a cubi prospettici
(scutulatum), conteneva la statua del dio e un omphalos in pietra,
simbolo dell’ombelico del mondo venerato nel santuario di Apollo
a Delfi. Dinanzi al tempio si ergono un altare di età repubblicana ed una colonna con
una meridiana, ovvero un orologio solare. Contrapposte dinanzi al portico, invece, le
statue bronzee di Apollo arciere e della sorella Artemide.
Mensa Ponderaria
La Mensa Ponderaria, ovvero la Pesa Pubblica, è posta negli immediati paraggi del
mercato di frutta e verdure. Essa contiene una tavola con le misure legali di peso e
di capacità.

Fu creata dalla municipalità per impedire gli arbitri dei


commercianti. Nel grosso lastrone di calcare vi sono 9 cavità
circolari, ciascuna corrispondente ad una misura. Un foro sul
fondo consentiva la fuoriuscita della merce pesata. La mensa è
anteriore alla fondazione della colonia e, poiché le misure
osche non corrispondevano a quelle romane, nel 20 a.C. una
commissione conformò le cavità alle nuove unità di misura.

Forum Olitorium
Il portico con otto pilastri in facciata sul lato occidentale del
Foro è comunemente noto come i Granai. Si trattava in
realtà di un Forum Olitorium, ovvero di un mercato per i
cereali ed i legumi.

L’edificio presenta nella facciata otto aperture. I muri interni non hanno traccia di
decorazione, segno che non era stato ancora completato nel 79 d.C

.. Attualmente è utilizzato come deposito archeologico. Fra i reperti esposti


sono da segnalare i vari tipi di anfore, i calchi di morti, di alberi e di cassoni, le
sculture in tufo, come il Rilievo di Issione, il frontone con Dioniso e Arianna
dal Santuario di Sant’Abbondio e la raffigurazione di un gladiatore trace.
Tempio di Giove Capitolium
Il Capitolium o Tempio di Giove si erge in mezzo al lato settentrionale
del Foro, sullo sfondo del Vesuvio. Era il maggior tempio della colonia.
Consacrato alla Triade Capitolina, composta da Giove, Giunone e
Minerva, l’edificio sorge su di un alto podio munito di ripostigli dove era
forse custodito il tesoro della città. La facciata era rivestita di stucco
bianco, ad imitazione del marmo. Ai lati del tempio una scenografia
monumentale ad archi chiudeva la piazza del Foro.

Macellum
Il Macellum era il grande mercato alimentare. Fu costruito agli inizi
del I secolo d.C.. La denominazione deriva dalla parola semitica
makello, che significa “macellare la carne”. L’edificio era
preceduto da un sontuoso portico, adorno di statue. Il grande
cortile all’interno era scoperto e tutto intorno vi si allineavano le
botteghe; al centro si ergeva un edificio circolare (thólos). Sul muro
di fondo del piazzale erano esposte, in un’edicola, la statua dell’imperatore e quelle
di personaggi della famiglia imperiale, oggi tutte al Museo Archeologico Nazionale di
Napoli.
Sacello Larum
Pubblicorum
Il Sacello Larum pubblicorum serviva al culto delle divinità tutelari della città. Lo
spazioso edificio, oggi completamente spoglio, doveva essere completamente
rivestito di marmi e adorno di statue. La vicinanza al Tempio
di Vespasiano consentiva, durante le festività, di celebrare
contemporaneamente sia gli dei protettori sia l’imperatore
come benefattori della città.

Tempio di Vespasiano
L’edificio fu costruito dopo il terremoto del 62 d.C. ed era destinato al culto
imperiale.

Nella cella di fondo, su un alto podio, era posta la statua


dell’imperatore. Nella piazza, sotto i portici si adunava la folla. Al
centro, presenta un altare di marmo per i sacrifici con la
rappresentazione di un sacerdote che si accinge a sacrificare un
toro durante l’inaugurazione dell’edificio. Sulle altre facciate sono
scolpite in rilievo la corona civica e alcuni strumenti liturgici (la
brocca, la mappa, la patera ed il lituo).
Edificio di Eumachia

L’Edificio di Eumachia fungeva da mercato per le stoffe. Sulla


facciata erano esposte le statue di Enea, Romolo, Cesare e Augusto.
Il vestibolo appariva come una galleria di statue onorarie, il portale
d’ingresso è decorato con una cornice in marmo con tralci di acanto
popolati da uccelli, insetti, ed animaletti vari. A destra dell’ingresso, in
un piccolo ambiente, un orcio era usato per la raccolta dell’urina,
utilizzata per sbiancare le stoffe.

Le stoffe venivano vendute su bancarelle allineate ai margini della piazza


centrale, mentre il corridoio posteriore fungeva da deposito. Nell’abside di
fondo era posta una statua della Concordia Augusta. L’edificio fu fatto
costruire poco dopo il 22 d.C. da Eumachia, sacerdotessa di Venere, che
ereditò alla morte del marito la gestione di un’industria per la lana. La
corporazione dei fullones la elesse a protettrice della categoria e le dedicò
una statua.
Terme Stabiane
Le Terme Stabiane sono le più antiche di Pompei. La denominazione deriva dalla
loro disposizione all’incrocio della Via dell’Abbondanza con la Via Stabiana. Furono
costruite nel II secolo a.C., ampliate con l’insediamento della colonia
romana, ristrutturate in età imperiale e restaurate in seguito
al terremoto del 62 d.C. Al momento dell’eruzione i lavori di restauro
erano ancora in corso e quindi l’edificio non era agibile. Dall’ingresso
principale si accedeva direttamente alla palestra, circondata da un
portico colonnato; qui è presente una piscina scoperta (natatio) e
un vasto ambiente adibito a spogliatoio e sala per detergersi (destrictarium).

L’impianto è suddiviso in sezione maschile e sezione femminile,


con la tipica successione di frigidarium, tepidarium,
e calidarium. Lo stato di rovina, dovuto al terremoto del 62 d.C.,
consente di comprendere bene come il calore circolasse
nell’intercapedine delle pareti (concameratio), realizzata con
distanziatori (tegulæ mammatæ e tubuli), mentre quella del
pavimento era rialzata da quest’ultimo su pilastrini
(suspensuræ).
Casa di Sirico
E’ costituita da due abitazioni comunicanti, che dimostrano la notevole
agiatezza dei proprietari, Sirico e Nummiano, forse fratelli o soci della
stessa azienda commerciale. Sul pavimento del salone d’ingresso è
stata trovata un’iscrizione che inneggiava al guadagno (Salve lucru).
L’atrio è di tipo tuscanico, con impluvio marmoreo, fontana e mensa;
l’oecus presenta quadretti raffiguranti Oreste e Pilade, Marte e Venere,
Diana e Endimione.
Lupanare
Il Lupanare (il cui nome deriva da “lupa”, che in latino vuol dire prostituta) di Pompei
è un piccolo edificio a due piani: presenta cinque piccoli ambienti al piano terra, in
pratica cinque celle con letti in pietra e piccole finestre, in cui avvenivano gli incontri,
cinque ambienti un po’ più spaziosi al piano superiore, collegati da un balcone
pensile, e due latrine, una per piano. All’esterno, due porte in legno proteggevano
da sguardi indiscreti.

Le pareti del piano inferiore sono ornate da una alcuni affreschi, raffiguranti diverse
posizioni erotiche (le diverse “prestazioni” che si potevano
chiedere, ognuna col suo prezzo), e da una serie di graffiti: tra
questi ultimi, circa duecento, sono stati identificati ottanta nomi di
prostitute e di clienti. Le camere del piano superiore non
presentano né affreschi erotici né graffiti; forse la destinazione
d’uso era differente.

Si tratta dell’unico Lupanare di Pompei, sebbene occorre tenere presente che sono
stati finora recuperati soltanto due terzi dell’antica città. Questo non vuol dire che
fosse l’unico luogo in cui si esercitava il commercio sessuale. Era però l’unico luogo
in cui si praticava la prostituzione come viene definita dal diritto romano: in maniera
“notoria e indiscriminata”, cioè senza possibilità di scegliersi i clienti. Nella stessa
Pompei erano infatti in uso altre forme di quella che oggi viene definita prostituzione,
ma che secondo il diritto romano non lo era: per il personale, maschile e femminile,
delle terme e delle osterie era pratica comune avere commercio sessuale con i
clienti. Ma per la legge questa non era prostituzione, in quanto non era, insieme,
“notoria e indiscriminata”.
Pistrinum di Modesto
I mulini sono composti da due macine di pietra vulcanica e una base di roccia per
sostenerle. La pietra in basso (meta) è conica, mentre quella superiore (catillus) è
vuota e di forma biconica.

In cima a quest’ultima sorgeva l’asse di rotazione, il quale, costretto da un’armatura


di assi e azionata da due timoni sporgenti, frantumava il grano,
versato lentamente dal di sopra. La farina si raccoglieva intorno alla
pietra circolare alla base, su un’apposita lamina di piombo con i
bordi rialzati. La mola era azionata a mano dagli schiavi o con
l’aiuto di muli. La presenza di forni e botteghe per la vendita mostra
come l’industria del pane fosse una delle attività fiorenti dell’epoca.

Tempio della Fortuna


Augusta
L’edificio risale al I secolo d.C. e fu gravemente danneggiato dal terremoto del 62
d.C.. La gradinata, interrotta in basso da un altare, era recintata con una cancellata.

La cella, preceduta da un ampio pronao con colonne corinzie


di marmo, mostra sul fondo un’edicola con quattro nicchie per
statue, fra le quali quella di Augusto, e l’iscrizione con la
dedica del fondatore, Marco Tullio. Il tempio fu dedicato ad
Augusto, proclamato pater patriæ nell'anno 3 d.C.. Come ci
attestano alcune iscrizioni, i sacerdoti del tempio formavano il Collegio dei Ministri
Fortunæ Augusti ed avevano l’obbligo di porre ogni anno una piccola statua nel
sacello. Sul quadrivio a nord del tempio, all’inizio della Via di Mercurio, si ergeva un
arco onorario sormontato da una statua di bronzo, della quale si sono rinvenuti solo
molti frammenti.
Terme del Foro
Sono le uniche ad essere state rimesse in funzione dopo il terremoto del 62 d.C.
Sono fornite di un impianto di riscaldamento (præfurnium) e due sezioni, maschile e
femminile. La distribuzione dell’aria calda avveniva attraverso un’intercapedine nella
parete e un duplice pavimento su pilastrini (suspensuræ).

La sezione maschile era munita di spogliatoio (apodyterium).


Da qui si passava all’ambiente per il bagno freddo
(frigidarium), poi ad un ambiente tiepido (tepidarium) ed infine
all’ambiente caldo (caldarium). Il tepidario presenta delle
nicchie sorrette da Telamoni ed un braciere in bronzo, dono di M. Nigidio Vaccula. Il
caldario è munito di una vasca per il bagno caldo e di un bacino in marmo per le
abluzioni di acqua fresca; un’iscrizione a lettere di bronzo riferisce che fu fatto
collocare a pubbliche spese dai duoviri e costò 5250 sesterzi.

Via delle Terme

Vi si trovano le Terme del Foro, risalenti all’80 a.C., molto ben


conservate, la Casa del Poeta Tragico, con il famoso mosaico del cane
da guardia con l’iscrizione “cave canem”, la Casa di Pansa, di
costruzione sannitica, una delle più grandi della città, con un giardino che
copre l’intera insula.
Via della Fortuna
All’angolo con la Via del Foro si trova il Tempio della Fortuna Augusta,
eretto da Marco Tullio nell’anno 3 a.C. in onore dell’imperatore Augusto.
Più avanti si trova la Casa del Fauno, una delle abitazioni più vaste e
nobili di Pompei, eretta nel II sec. a.C., ma ricca di elementi italici ed
ellenistici. Dai suoi ambienti proviene una gran parte dei bellissimi
mosaici ora esposti al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Vicolo del Lupanare

Situato sulla sinistra delle Terme Stabiane, sul vicolo si affaccia la


Casa di Sirico, agiata abitazione di due fratelli o soci, che mostra
un saluto al denaro (Salve lucru) sul pavimento dell’ingresso. Più
avanti vi si trova anche il Lupanare, a due piani: come rivelano la
disposizione delle stanze e le pitture e i graffiti erotici, si trattava di
un bordello.
Regio VIII

Porta Marina

E’ la porta più recente e fu edificata forse nel II secolo a.C.. Fu


costruita in calcare del Sarno e successivamente riparata. La
porta presenta due passaggi a volta, chiusi con porte di legno:
quello minore era riservato ai pedoni, l’altro ai veicoli. La forte
pendenza e l’assenza dei caratteristici solchi lasciati dai carri
nel selciato, fanno supporre che i trasporti di merci avvenissero
da questo lato soprattutto con muli. A destra, vi era in origine una torre, inglobata
successivamente nelle strutture della Villa Imperiale.
Villa Imperiale

La Villa Imperiale fu costruita alla fine del I secolo a.C.


nell’area sottostante la terrazza del Tempio di Venere ed a
ridosso delle mura presso Porta Marina. Era preceduta da un
lungo portico di circa m. 90 e disponeva del salone più
grande e sontuoso di Pompei (m. 6 x 7,50; alt. m. 8). Fu
abbandonata a seguito del terremoto del 62 d.C..

Antiquarium
Ricostruito e riordinato nel 1948, sulle rovine del vecchio museo distrutto dai
bombardamenti del 1943, presenta il quadro dello sviluppo storico di Pompei.

C’è una sezione dedicata alla città pre-sannitica, che raccoglie il materiale più antico
della civiltà osco – campana della Valle del Sarno. Altre
sezioni sono dedicate all’iconografia pompeiana e alla
Pompei romana, con reperti che illustrano la vita economica
e mercantile della città, strumenti di lavoro, materiale di officine e strumenti
chirurgici.
Tempio di Venere
Pompeiana
Venere era la divinità protettrice di Pompei e il suo santuario, dal quale si
godeva il panorama del Golfo di Napoli, dominava la pianura sottostante. Il
terremoto del 62 d.C. abbatté l'edificio, la cui ricostruzione non era stata
ancora ultimata nel 79 d.C.. L’area era circondata da portici. Resta nel
mezzo il podio del tempio (m. 29,15 x 15,5).

Basilica
La Basilica è un gigantesco edificio a tre navate (m. 55 x 24) con ingresso
monumentale sul Foro. Quella di Pompei, che risale al II secolo a.C., costituisce
l’esempio più antico di questo tipo architettonico, molto diffuso nel mondo romano.

Nel largo vestibolo di ingresso (chalcidicum) è probabile che avvenissero le


pubbliche affissioni. L’interno è costituito da un’enorme piazza coperta il cui tetto era
sorretto da 28 colonne in laterizio alte almeno 11 metri. Da ciò
si intuisce come l’edificio fosse usato con funzione anche di
foro coperto. La decorazione alle pareti era a lastroni di
stucco dipinto ad imitazione di grossi blocchi di marmo
policromo. All’interno, sul fondo, si erge l’imponente facciata del tribunal, ovvero il
seggio dei giudici per l’amministrazione della giustizia, posto su di un podio alto
circa 2 metri. L’edificio aveva pertanto anche la funzione di tribunale.
Curie

Sul lato meridionale del Foro si aprono gli edifici municipali. La funzione dei singoli
ambienti resta incerta. Si suppone che al centro vi fosse la
Curia, il luogo di riunione dei decurioni, che componevano il
Senato. Ai lati della Curia erano poste la sede dei duumviri,
ovvero i due sindaci che detenevano il potere giurisdizionale,
e la sede degli ædili, ovvero gli assessori addetti al
funzionamento della città.

Comitium
Il Comitium, ovvero il seggio elettorale è stato identificato con l’edificio posto sul lato
meridionale del Foro, ad angolo con la Via dell’Abbondanza. L’edificio era chiuso
con una cancellata fissata alle colonne poste sul lato della piazza.

Il cortile centrale era scoperto. Gli elettori entravano dal lato del Foro e procedevano
verso il podio, a destra dopo l’ingresso; qui sedevano i magistrati che presiedevano
il seggio e verificavano se i votanti avessero o meno il
diritto di voto. Espletati gli accertamenti, gli elettori
uscivano su Via dell’Abbondanza, dove deponevano
nell’urna elettorale la tavoletta cerata sulla quale avevano inciso la loro preferenza.
Si votava per gli assessori (ædiles) e per i sindaci (duóviri iúre dicundo); questi
ultimi, a loro volta, avrebbero scelto i membri dell’assemblea comunale
(decuriónes).
Tempio Dorico
Fu costruito nel VI sec. a.C., quando Pompei, pur non essendo città di fondazione
greca, era indubbiamente sottoposta all’egemonia marittima e all’influenza di Cumæ
e Neápolis.

Infatti, le fondazioni dell’area del tempio evidenziano importanti resti della


decorazione architettonica in terracotta delle parti superiori dell’edificio. Al culto di
Ercole, cui fu dedicato il tempio in origine, si associò in seguito
anche quello di Minerva. Il basamento misura m. 28 x 21, e si
notano le tracce di vari rifacimenti subiti nel periodo sannitico,
diventando, in età romana, un sacello. Nel tempio c’era un’exedra
con orologio solare, collocato dagli stessi duoviri che eressero
l’orologio solare nel Tempio di Apollo.

Caserma dei Gladiatori


La vasta piazza quadrata con portici dietro la scena del teatro serviva
originariamente da foyer per il pubblico durante le pause degli spettacoli.

Dopo il terremoto del 62 d.C. la mancanza di edifici costrinse a trasformarla in


palestra ed albergo per i gladiatori e le loro famiglie e per
questo è denominata Caserma dei Gladiatori. Durante lo
scavo fu trovato il corpo di uno schiavo legato ai ceppi e
quello di una matrona piena di gioielli che era andata a far visita ad un giovane
gladiatore.
Teatro Piccolo
L’Odéion è un piccolo teatro coperto utilizzato per concerti musicali e recitazioni di
poesie. Venne costruito dopo la fondazione della colonia (80 a.C.) per iniziativa dei
duoviri Caio Quinzio Valgo e Marco Porcio, gli stessi che fecero costruire anche
l’Anfiteatro. Accoglieva un pubblico ristretto e raffinato di circa 1.300 persone.

Per sostenere il tetto, che era a quattro spioventi, l’edificio era a pianta semicircolare
iscritta in un quadrato. La cávea era divisa in due ordini di posti, separati da una
spalliera. I primi cinque gradini della scalinata sono più
larghi ed erano riservati ai sedili (bisellia) dei personaggi di
riguardo. I parapetti delle gradinate sono caratterizzati alle
estremità da due giganti inginocchiati in tufo grigio (Telamoni) che reggono le
mensole, una soluzione estetica che si ritrova nelle Terme del Foro. L’orchestra è
pavimentata in marmo.
Teatro Grande
Il Teatro Grande (o Scoperto) poteva accogliere circa 5.000 spettatori. Costruito già
in età sannitica, nel II secolo a.C., subì numerosi rifacimenti.

La sua forma attuale risale essenzialmente alla


ristrutturazione di età augustea ad opera dell’architetto Marco
Artorio Primo grazie alla munificenza di Marco Olconio Rufo e
Marco Olconio Celere, come ci attestano le iscrizioni. La
costruzione su di un pendio collinare è ancora tipica dell’architettura greca. I sedili
per gli spettatori erano posti nella cávea, quelli più larghi in basso accoglievano
delle comode sedie (biséllia) per le personalità, mentre i due palchi laterali
(tribunália), al disopra degli ingressi dell’orchestra (vomitória), erano riservati a
personaggi di spicco.

Lo sfondo della scena era costituito da una facciata architettonica con tre porte, ad
imitazione di un palazzo.

Nell’orchestra danzava e cantava il coro. All’interno, sotto la cornice curva


dell’edificio, appaiono dei blocchi forati; qui si infilavano i pali che
reggevano il tendone (velárium), azionato con corde e carrucole. Nel
teatro si rappresentavano le tragedie (Euripide, Seneca, Livio
Andronico), le commedie (Menandro, Plauto) nonché farse (atellane) e
pantomimi. Nelle pause il pubblico si adunava nel grande portico
quadrato posto dietro la scena, denominato Caserma dei Gladiatori,
perché negli ultimi anni della città fu destinato ad ospitare i gladiatori e le loro
famiglie.
Palestra Sannitica
Questa palestra viene detta Sannitica dall’epoca della sua costruzione (II sec. a.C.).
Essa è costituita da un piccolo cortile rettangolare circondato da un peristilio.

Il quarto lato fu abolito quando, dopo il terremoto del 62 d.C.,


venne ampliato l’edificio del Tempio di Iside. La base contro
una colonna del lato meridionale sosteneva una copia romana
in marmo del Doriforo (portatore di lancia), celebre
capolavoro dello scultore greco Policleto. I gradini dietro la base sono una
testimonianza della consuetudine da parte dei giovani atleti di salire a deporre
corone sul capo della statua, che è oggi esposta nel Museo Archeologico Nazionale
di Napoli.

Tempio di Iside
Il Tempio di Iside è costituito da una cella posta su di un alto podio con una
scalinata sul fronte. Davanti si erge l’altare per i sacrifici. A lato dell’altare si apre
l’ingresso di una cisterna, a forma di tempietto, dove si custodiva l’acqua sacra del
Nilo.

Un grande ambiente dietro il tempio serviva da sala di riunione per gli iniziati.
Danneggiato dal terremoto del 62 d.C., il santuario fu fatto
restaurare da Popidio Celsino Ampliato che ne ottenne in cambio
il titolo di decurione per il figlio Numerio che allora aveva solo
sei anni. Il Tempio di Iside fu uno dei primi edifici di Pompei ad
essere portato alla luce nel XVIII secolo. Fu così visitato anche
da Mozart, che allora aveva solo 14 anni, e ne poté prendere
ispirazione per il “Flauto Magico”.
Tempio di Giove Melichio
L’identificazione tradizionale si deve ad una iscrizione in osco posta presso la Porta
di Stabia, dove viene citato il santuario di Giove Melichio, “dolce come il miele”
ovvero “benevolo”. Il culto, di tipo greco e attestato in Sicilia, risale all’epoca in cui
Pompei faceva parte culturalmente della Magna Grecia.

Il piccolo santuario è costituito da un portico sul cui fondo è posta una cella su di un
podio, di tipo italico, con una scalinata. Dinanzi è posto un grande altare di tufo. La
cella presenta quattro colonne corinzie sul fronte. Vi si rinvennero
tre statue in terracotta ed un busto nelle quali si riconoscono
Giove, Giunone e Minerva. Si suppose pertanto che vi fosse stato
trasferito anche il culto della Triade Capitolina, in attesa della fine
dei restauri del Tempio di Giove sul Foro, danneggiato dal
terremoto del 62 d.C.. Recentemente vi si è riconosciuto un Tempio di Asclepio ed
Igea. In tal caso l’iscrizione osca farebbe riferimento ad un santuario di Giove
Melichio posto oltre la Porta di Stabia, alla periferia della città.

Tempio di Mefite
Un tempio dedicato ad una divinità femminile, del III secolo a.C., è venuto alla luce
durante gli ultimi scavi del fronte sud occidentale di Pompei.

Il tempio, con portici e cisterne, è un inaspettato edificio religioso di età


sannita e rivela una società pompeiana preromana corrispondente non
al modello di piccolo villaggio bensì di vera e propria città. Nel tempio,
che si ipotizza essere dedicato all'antica Mefite, versione sannita di
Venere, è stato rinvenuto materiale votivo.
Casa di Cornelio Rufo
In questa casa sono notevoli l’impluvio marmoreo e un bellissimo ritratto
del proprietario (poi trasportato nell’Antiquarium). Dietro il tablinium è
presente anche il peristilio con una fontana e due puteali.

Via dell'Abbondanza
La Via dell’Abbondanza è il Decumano Inferiore di Pompei. Il
nome deriva da un bassorilievo che orna una fontana posta nel
tratto iniziale, in prossimità del Foro.

La via collega nel suo lungo tracciato i maggiori nuclei della


città compresi fra il Foro e la Porta Sarno, quali appunto il
Foro, le Terme Stabiane, i Teatri, il Tempio di Iside e
l’Anfiteatro.

Portata alla luce agli inizi di questo secolo è ancora ricca delle sue decorazioni,
motivo per cui costituisce il percorso più vivace nella visita agli scavi.
Lungo di essa si dispongono molte fra le case più belle, alcune a due
piani; si tratta di dimore della ricca borghesia pompeiana, quali la
Casa del Criptoportico, la Casa di Paquio Proculo, la Casa dei Casti
Amanti, la Casa di Giulio Polibio, la Casa di Loreius Tiburtinus, la
Casa della Venere in Conchiglia e la Villa di Giulia Felice.
Via Marina
Inizia a Porta Marina e presenta subito il Tempio di Venere Pompeiana, la
dea protettrice della città, seguito dal Tempio di Apollo, con un portico di
48 colonne e le copie delle statue in bronzo di Apollo e Diana (gli originali
sono conservati al Museo Archeologico Nazionale di Napoli). Di fronte al
Tempio di Apollo si trova la Basilica, luogo destinato all’amministrazione
della giustizia e alla trattazione degli affari. La via si conclude nel Foro.

Via dei Teatri


Conduce all’area occupata dal Foro Triangolare, cosiddetto per la
sua forma e limitato da un complesso di edifici pubblici del periodo
ellenistico, dal Teatro Grande, che poteva contenere fino a 5000
spettatori ed era usato per la rappresentazione di commedie e
tragedie, dal Teatro Piccolo, con una capienza di 1000 spettatori e
adibito ad audizioni musicali, e dalla Palestra Sannitica, dove si svolgevano le
competizioni agonistiche della gioventù nobile e ricca di Pompei.

Via del Tempio di Iside


Vi si trova il Tempio di Iside, con decorazioni pittoriche, sculture e
suppellettili sacre rivenute in perfetto stato di conservazione; il tempio è,
infatti, uno dei santuari isiaci meglio conservati del mondo antico.
Regio IX

Terme Centrali
Le Terme Centrali, poste sull’intero isolato (insula) all’incrocio tra
la Via di Nola e la Via di Stabia, furono edificate nell’ambito del
risanamento della città a seguito del terremoto del 62 d.C.

Esse riflettono le più moderne concezioni architettoniche e mostrano pertanto


maggiore ampiezza e organicità nella distribuzione delle sale. Costruite interamente
in mattoni, sono dotate di un unico impianto termale, non suddiviso in
sezione maschile e femminile. Dall’ingresso si accede alla palestra,
per poi passare allo spogliatoio (apodyterium) con piscina circolare per
il bagno freddo, al tepidario (tepidarium) ed infine al caldario
(calidarium). Un elemento nuovo è costituito dalla sauna, che si
compiva in un ambiente circolare a quattro nicchie (laconicum). Gli
ambienti prendevano luce da grandi finestre con vetrate. Al momento dell’eruzione
la costruzione del complesso termale era ancora in corso.
Casa di Marco Lucrezio
Il proprietario di questa bellissima casa era un sacerdote di Marte e uno
dei decurioni della città. Non ci sono tracce dell’impluvium nell’atrio, ma
sulla destra è presente un larario. Dietro il tablinium c’è un piccolo e
grazioso giardino, dove, nella nicchia con la fontana, ci sono delle statue
di marmo: dei satiri, Cupido a cavallo di un delfino e altri animali. Nelle
stanze disposte intorno all’atrio ci sono piccoli affreschi che
rappresentano soggetti mitologici, dei e cupidi; sulla destra del tablinium
c’è un grande affresco che mostra il Trionfo di Bacco, dove il dio è
rappresentato con un arma ed è seguito dalla dea Vittoria.

Casa di M. Epidio Rufo

Ha un atrio corinzio a 16 colonne, grandioso esempio di atrio


polistilo, con un larario per il culto domestico con un’iscrizione di
due liberti dedicata al genio del signore della casa: Genio Marci
Nostri et Laribus, duo Diadumeni liberti. Nell’ingresso, un cubicolo
conserva il taglio e la decorazione di una finestrella di età
sannitica.
Officina di Verecundus
Era la fabbrica di M. Vecilius Verecundus posta sulla Via dell’Abbondanza. Sulla
facciata sono raffigurati il dio Mercurio, protettore dei mercanti, che esce da un
tempio con la borsa piena di danaro e Venere, protettrice della città, su una
quadriga di elefanti tra amorini e lari.

Sull’insegna della bottega, sono illustrate le attività della fabbrica, come la tessitura
e bollitura delle stoffe eseguite da lanaioli e feltrai (coactiliarii) e la
vendita al banco. Sull’architrave di uno degli ingressi sono dipinti i busti
di Apollo, Giove, Mercurio e Diana; ai lati, Venere con amorini ed una
processione popolare con una divinità su portantina (ferculum). Alcune
raffigurazioni sono state imbrattate nell’antichità con propagande
elettorali. Presso uno degli ingressi è posto un calderone di bronzo con
fallo alato in un tempietto.

Thermopolium delle
Aselline
E’ la locanda (thermopolium) più completa scoperta a Pompei.
Vi si è rinvenuta tutta la suppellettile, in parte di terracotta e in
parte di bronzo. Il bollitoio di bronzo nel bancone era, al
momento dello scavo, ancora ermeticamente chiuso e
probabilmente conteneva dell’acqua. Si notano tre banchi di vendita e un larario in
stucco nel quale sono dipinti Mercurio, dio del commercio, e Bacco, dio del vino. Gli
orci murati nel bancone servivano a tenere in caldo bevande e cibarie. In uno di
essi si rinvenne la cassa della giornata: 683 sesterzi, poco più del prezzo di un mulo
che costava 520 sesterzi.

Una scala interna conduceva al piano superiore. L’insegna dipinta all’esterno mostra
tre brocche e un imbuto. Al disopra, un’iscrizione elettorale a
lettere rosse dice che le “aselline” Maria (ebrea), Egle (greca) e
Smiryna (asiatica) caldeggiano l’elezione di Lollio Fusco.
Probabilmente Asellina era il nome della proprietaria della locanda.
Casa di Caio Giulio Polibio
La Casa di Caio Giulio Polibio è dotata di due atri, uno interamente coperto, l’altro
con compluvio e privo di colonne (tuscanico).

Particolarmente elegante è la decorazione del salone nero sul fondo del


giardino con la raffigurazione della Punizione di Dirce. La casa era in
corso di restauro per i danni subiti dal terremoto. Ciò spiega la presenza
di un mucchio di calce nel primo atrio. In un ambiente era custodita una
collezione di bronzi, fra i quali una statua di efebo portalampade
(lampadophoros) del tipo dell’Apollo di Piombino ed un cratere laconico
con iscrizione greca sull’orlo.

Casa di Obellio Firmo


La casa mostra murature in calcare e colonne di tufo grigio che ne fanno risalire
l’impianto all’età sannitica.

E’ dotata di duplice atrio, uno rappresentativo con colonne corinzie


(tetrastilo) e l’altro di servizio e privo di colonne (tuscanico). Nell’atrio
di rappresentanza è esposta la cassa con il tesoro della famiglia. Sul
giardino si apre un salone con delle belle pitture. Al momento
dell’eruzione era in corso di restauro per i danni causati dal terremoto
del 62 d.C..
Casa del Centenario
E’ così chiamata perché fu scavata nel 18° centenario dell’eruzione
(1879). Di proprietà di Aulus Rustius Verus, è un edificio molto
complesso, probabilmente risultato dalla fusione di tre abitazioni
indipendenti. Presenta due atri che formavano la parte anteriore della
casa, cui segue un vasto peristilio con il portico anteriore ad ordine
sovrapposto. Nel giardino c’era una piscina adorna di una statua in
bronzo (ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli) di Satiro con
l’otre, oltre ad una fontana ed una statua marmorea di Ermafrodito. Sono notevoli le
decorazioni a fondo bianco della stanza (oecus) che si apre sotto il portico anteriore
del peristilio e la decorazione, a fondo nero, della stanza attigua.

Galleria immagini

Via dell'Abbondanza

La rissa scoppiata tra pompeiani e


Un giardino pompeiano
nucerini nell'Anfiteatro
La statua di Apollo Un vaso decorato

Alcune pitture, arte in cui i pompeiani eccellevano

Un pane carbonizzato Un mosaico


La Zona dei Teatri

L'Anfiteatro

La moglie di Paquio
Un elmo da gladiatore
Proculo
Un graffito erotico nel
Il Themopolium delle Aselline
Lupanare

L'ingresso dell'Edificio di Eumachia Una fontana a mosaico

La statua della Casa del Fauno Un calco ricavato nello strato di cenere
Il colonnato della Palestra Grande

La Villa di Giulia Felice Un impluvio

Un giardino con colonnato

Il Tempio di Iside Il giardino di Loreius Tiburtinus


Una fontana pubblica nei pressi del Foro Un carrettino ritrovato nella Casa
del Menandro

Una pittura erotica del Lupanare L'ingresso del Macellum

La parete dipinta della Villa dei Misteri

Il colonnato della Palestra Sannitica


L'esterno della Villa dei Misteri Una moneta che raffigura Cesare

Uno scorcio del Foro L'interno di una casa

La battaglia fra Alessandro Magno Il busto di Giove Capitolium

e Dario III di Persia


L'interno del Macellum

Una vasca termale Un calco ricavato con il metodo del Fiorelli

Una foto delle attività di scavo Il giardino delle Terme


all'inizio degli anni '40 Centrali

Il calidarium delle
Uno scorcio di Via Consolare
Terme Stabiane
L'ima cavea del Teatro Grande

Il famoso dipinto della Venere in Conchiglia

L'altare del Tempio di Vespasiano Un particolare della Casa dei Vettii

Il bancone di mescita del Thermopolium Un busto marmoreo


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Via Provinciale Villa dei Misteri, 2 - 80045 - Pompei (NA)
Telefono 081.8575317
Fax 081.8613183
Specializzazioni
Pitture e mosaici pompeiani - Archeologia
Patrimonio 12.000 volumi e opuscoli, 342 periodici
Orari
Lunedì, mercoledì e venerdì dalle 8.30 alle 14.30 (accesso libero nei giorni indicati,
con permesso del Soprintendente in giorni diversi)
Riproduzioni
Fotocopie
Prestito Non ammesso

Biblioteca del Santuario di Pompei


Piazza Bartolo Longo, 1 - 80045 - Pompei (NA)
Telefono 081.8577336
Fax 081.8503357
E-mail santpompei@uniserv.uniplant.it
Specializzazioni
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Patrimonio 40.000 volumi, manoscritti, edizioni del Cinquecento, Seicento,
Settecento, Ottocento
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- Museo Narrante di Paestum
- Scavi di Velia
Padula
- Certosa di Padula
- Grotte dell’Angelo (Pertosa)

Dove si acquista
All’aeroporto di Napoli Capodichino, nelle stazioni ferroviarie di Napoli Centrale,
Napoli Mergellina, Salerno e Pozzuoli, nei porti di Napoli (Molo Beverello) e Salerno
(piazza della Concordia), nei principali alberghi cittadini, nei parcheggi ANM di via
Brin e Colli Aminei (Napoli), nelle agenzie di viaggi, nelle principali edicole, nei
musei e siti archeologici del circuito, a Sorrento, a Ravello e d’estate nei principali
luoghi balneari campani.

Info
www.campaniartecard.it
Numero verde 800 600601
Da cellulare 06 39967650

Virtual Pompei
3Dimensional Pompei Archeopark

In una sala di proiezione con tecnologia 3D stereoscopica da 75 posti, lo spettatore,


dotato di occhiali polarizzati, “tocca con mano” il passato e partecipa in prima
persona all’eruzione del 24 agosto del 79 d.C., rimanendo coinvolto nella tragica
esperienza, ma scampando alla distruzione della città ed alla pioggia di massi
roventi e lapilli che “escono dallo schermo” rischiando di travolgerlo.
Il film digitale stereo 3D “Pompei 79 A.D.”, proiettato in Virtual Pompei (l’unico
realizzato in Italia con questa sofisticata tecnologia) dura 16 minuti ed è realizzato in
sette lingue.

Orario di apertura
Da novembre a febbraio – dalle 11.30 alle 17.00
Da marzo ad ottobre – dalle 10.30 alle 18.00

Prezzo
€ 6,00 a persona
Virtual Pompei
3Dimensional Pompei Archeopark
Via Plinio, 105 (a 100 metri dall’ingresso agli scavi)
Pompei
Tel. 081 861 0500 (dalle 11.00 alle 17.00)
www.virtualpompei.it

Link utili

Soprintendenza Archeologica di Pompei

Azienda Autonoma di Cura Soggiorno e Turismo

Aeroporto di Capodichino

Autostrade

Circumvesuviana

CSTP

Metrò del Mare

Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Osservatorio Vesuviano

SITA

Trenitalia
Poggiomarino
il porto di Pompei
Una straordinaria scoperta, un insediamento risalente al II millennio a.C., è venuto
alla luce in località Longola di Poggiomarino, a pochi chilometri a nord-est di
Pompei: un arcipelago formato da isolotti e canali artificiali che farebbe pensare
all’esistenza di un porto fluviale sul Sarno di significativa rilevanza.
Lo scavo, effettuato dalla Soprintendenza Archeologica di Pompei per lo studio del
territorio in relazione alla costruzione del depuratore del fiume Sarno, sta
progressivamente mettendo in luce una serie di abitati, sovrapposti l'uno all'altro,
databili dal II millennio a.C. fino a tutto il VII secolo a.C..

E' la prima volta che in Campania si rileva una


continuità di insediamento dal 1500 a.C. sino al 700
a.C. con la presenza di palafitte, finora rinvenute
soltanto nel Nord Italia. Scoperte che aprono nuovi
scenari e interpretazioni della storia di tutta l'Italia
meridionale.
Il luogo è caratterizzato da piccoli isolotti delimitati da
canali, i bordi dei quali sono stati rafforzati con tronchi d'albero infitti verticalmente,
poi sostituiti da travi squadrate. La superficie degli isolotti, bonificata e rialzata con
varie tecniche nel corso dei secoli d'insediamento, conserva i resti delle capanne e
varie suppellettili che confermano la presenza di una comunità rivolta anche alla
lavorazione del bronzo e dell'ambra.

La località, secondo una prima ricostruzione degli


studiosi, venne poi abbandonato, a causa di una
alluvione, all'inizio del VI secolo a.C.; ed è proprio
dalla migrazione di questi abitanti e di quelli della
valle superiore del Sarno che potrebbe essere nata
l'antica Pompei.
Il sito, che si estende su una superficie di almeno 7 ettari, appare una delle scoperte
di maggiore rilievo degli ultimi 50 anni. E’ attestata infatti una continuità abitativa di
quasi un millennio (XV – VI secolo a.C.) che non trova confronti nel panorama della
storia campana e che risulta un caso eccezionale nell’ambito della storia europea.
Per la prima volta si individua e si scava, infatti, un’area insediativa coeva alle
tombe dell’età del ferro della valle del Sarno (IX – VII secolo a.C.) e che colma la
lacuna conoscitiva tra le fasi iniziali dell’età del bronzo, rinvenute in gran parte della
piana campana e testimoniate tra l’altro in questa zona dai villaggi di Nola, Palma
Campania e Sarno, e la fondazione di Pompei (inizi VI secolo a.C.).

La tipologia insediativa appare di estremo interesse con occupazione di aree


rilevate, veri e propri isolotti, ricavati a seguito della realizzazione di opere di
canalizzazione e bonifica che attestano una elevata conoscenza di cognizioni di
ingegneria idraulica e un’attenta selezione dei materiali adoperati per la
realizzazione di strutture abitative.
L’eccezionale stato di conservazione dei legni trova confronti solo con alcuni siti
lacustri e fluviali dell’Italia settentrionale e dell’Europa continentale e ha permesso
tra l’altro il rinvenimento di una canoa monossile. La quantità e la qualità dei reperti,
inoltre, unita al rinvenimento di numerosi oggetti semilavorati e di scarti di
lavorazione (di bronzo, ferro, ambra e pasta vitrea) fanno di Poggiomarino un
importantissimo centro di produzione e scambio di beni di prestigio.
Di particolare interesse appaiono altresì i dati che permettono di ricostruire l’antico
quadro ambientale caratterizzato dalla presenza di fitti boschi di querce e di
abbondantissima fauna anche selvatica (cinghiali, orsi, caprioli, cervi).

I Reperti della Città più


Antica
Nel mese di settembre 2003, durante una campagna di scavo in corso al Regio VI,
nell’area nord della città sepolta, sono tornati alla luce alcuni reperti della Pompei
più antica. E’ stato ritrovato un insediamento abitativo ben conservato del III secolo
a.C., con pitture tra le più antiche ritrovate in Italia, e tracce di mura e fondamenta
databili al VI secolo a.C..

I ritrovamenti, tra cui sono ben visibili i tre livelli di pavimentazione degli edifici
portati alla luce, costituiscono un quadro inedito della città, nel periodo compreso tra
le guerre sannitiche e le guerre puniche: una fase storica importantissima, finora
assai poco documentata.

Dalle indicazioni fornite da questo ritrovamento si desume


come Pompei fosse un grande centro anche in epoca
antica, quando era sotto l’influenza degli etruschi. Benché
costituisca l’esempio per eccellenza della città romana
imperiale, in realtà, si tratta sostanzialmente di una città
ellenistico – repubblicana, rimodellata durante il primo
secolo dell’impero; infatti, l’impianto urbanistico, le mura e
gran parte degli edifici pubblici risalgono ad un periodo
compreso tra il III e il I secolo a.C..

La distruzione dovuta all’eruzione del Vesuvio, nel 79 d.C., impedì che a tale
struttura si apportassero le trasformazioni che subirono le altre città dell’Italia antica,
come la stessa Roma.

Dai risultati di queste campagne, dunque, è dimostrato che la struttura urbanistica


ed edilizia di Pompei, che rimase praticamente la stessa fino alla tragica fine della
città, è quella realizzata intorno al 300 a.C., quando la Campania meridionale entrò
definitivamente nell’orbita di Roma.

Suggestioni al Foro
Una visita multimediale negli scavi di Pompei con immagini, suoni, luci, racconti e le
musiche firmate da Ennio Morricone per far rivivere ai visitatori le atmosfere di 2000
anni fa.

Il percorso “Suggestioni al Foro”, con testi recitati in italiano (su richiesta in inglese e
in giapponese) della durata di circa un’ora, condurrà gruppi di 80 visitatori dalle
Terme Suburbane al Foro.

Una passeggiata notturna che si addentra tra le domus, i templi, i giardini svelando
particolari ed esaltando i monumenti del sito archeologico, grazie ad una voce
narrante e alle luci ad effetto che si accendono progressivamente; infine, nella
Basilica, su un grande schermo di 24 metri per 6, circondati dal suono in surround,
gli spettatori assisteranno ai momenti drammatici dell'eruzione in un collage di
immagini.
I percorsi si svolgeranno il mercoledì, giovedì, venerdì e
sabato da Porta Marina, in due turni di visita nei seguenti
orari: 21.30 e 22.20 (il mercoledì alle 21.30 anche in
inglese).

Dall’1 settembre i turni saranno anticipati di un’ora.


Le biglietterie di Porta Marina saranno aperte 45 minuti prima dell'inizio del primo
spettacolo. I biglietti prenotati dovranno essere ritirati con 20 minuti di anticipo.

Il costo del biglietto è di 24,00 Euro a persona (21,00 Euro per i possessori di
Campania ArteCard).

Per i minori di 18 anni, facenti parte di uno stesso nucleo familiare, l'ingresso è
gratuito.

Per informazioni: 081 861 6405 - 347 346 0346 (da martedì a sabato dalle 10.00
alle 14.00)

Prenotazioni su www.arethusa.net

Una Proposta per


"rilanciare" Pompei”
Girovagando tra le rovine di Pompei, ci si rende conto di quanto sia poco o per nulla
“sfruttata” (turisticamente) una delle città antiche più visitate al
mondo. A pochi metri dal Foro di Pompei vi sono degli ambienti
dove, tenuti sotto chiave, si trovano centinaia di reperti: anfore,
statue, calchi, ecc. (foto in fondo all’articolo).

A qualche chilometro da Pompei si trova il Museo Archeologico


di Boscoreale dove potrebbero essere catalogati ed esposti
questi reperti; così facendo, si valorizzerebbe il museo stesso,
creando un altro piccolo polo di attrazione turistica, in un’area
che ne ha di sicuro bisogno.

Questa soluzione potrebbe avere anche una ricaduta in termini economici: infatti,
visitare i due siti turistici (Pompei e Boscoreale) in un solo giorno sarebbe poco
esauriente, per cui i visitatori potrebbero essere invogliati a pernottare a Pompei (ci
sono decine di alberghi), cosa che solitamente non avviene, in quanto Pompei viene
considerato come località di passaggio (per la visita agli scavi), facendo base per il
soggiorno a Sorrento oppure a Napoli.

Inoltre, da diversi anni, è stato chiuso l’Hotel Rosario, gestito dal clero, proprio a
fianco della Basilica di Pompei; si potrebbe destinare e riadattare questa imponente
struttura (chiusa e sbarrata da travi di legno) a museo in grado di ospitare tutti questi
reperti che giacciono abbandonati e accatastati in anonime celle.
La nostra è una proposta seria ed onesta, che facciamo in tutta sincerità e nella
quale crediamo: potrebbe servire a creare nuovi posti di lavoro (considerando la
situazione critica, da questo punto di vista, della Campania) e nel frattempo offrire
queste meraviglie alle migliaia di visitatori che ogni giorno affollano gli scavi,
rilanciando (sempre che ce ne fosse bisogno) l’offerta turistica di Pompei.

Speriamo che politici e clero della Campania ci ascoltino.


Villa dei Misteri IGT rosso
Nel 2001 si è avuto il primo raccolto significativo, la prima vinificazione e
l’affinamento in legno del primo vino dell’antica Pompei, prodotto in appena 1.721
bottiglie.

Il progetto nasce nel 1996, quando la Soprintendenza Archeologica di Pompei


conferisce all’azienda Mastroberardino, una delle più prestigiose e antiche cantine
italiane, l’incarico di ripristinare la viticoltura nell’antica città di Pompei.

Il vino, infatti, aveva un ruolo importante nella vita delle popolazioni vesuviane. Le
indagini archeologiche, gli studi botanici e il rilevamento dei calchi delle radici delle
viti e dei relativi paletti di sostegno (che la grande eruzione del 79 d.C. ha
“immortalato” per sempre) hanno confermato tale coltura anche all’interno della
cinta muraria della città, nei giardini e negli orti che ornavano le case, ma soprattutto
in quei quartieri periferici nei pressi dell’Anfiteatro.

Qui, con le stesse tecniche di coltivazione precedenti alla grande eruzione


sono stati impiantati i vitigni autoctoni Piedirosso e Sciascinoso, scelti sulla
scorta di ritrovamenti archeologici, studi botanici, bibliografici e iconografici
condotti anche sugli antichi affreschi pompeiani.

Dentro al vigneto del Foro Boario, il più grande, davanti alle rovine
dell’Anfiteatro e vicino alla Palestra Grande, si trova l’antica cella vinaria:
piccolo edificio con 10 doli interrati, grandi contenitori in terracotta dove
avveniva il processo della vinificazione.

Da classificazione ufficiale, Villa dei Misteri è un Pompeiano IGT rosso.


L’uvaggio è costituito da Piedirosso al 90% e Sciascinoso al 10%. La
vendemmia è avvenuta nella seconda metà di ottobre del 2001. E’ stato
affinato per dodici mesi in barrique e per altri 6 mesi in bottiglia. Il profumo è
complesso, ampio, intenso e persistente, con note speziate e di frutti di bosco. Il
sapore avvolgente, equilibrato, strutturato.

Il 29 aprile 2003 è stata organizzata all’Hotel Cavalieri Hilton di Roma una serata di
presentazione del progetto e di degustazione del vino, condotta dall’Associazione
Italiana Sommelier (Ais).In quell’occasione è stata bandita un’asta condotta da un
esperto battitore di Finarte-Semenzato i cui proventi saranno reinvestiti per il
restauro dell’antica cella vinaria nel vigneto del Foro Boario.

Per maggiori informazioni: www.villadeimisteri.com


Una Pentola sulla Cenere
Oltre alle grandi case, ricche di affreschi, statue e decori, dagli scavi emerge anche
una realtà più modesta, ma non meno importante per il recupero di tutto il tessuto
sociale della città.

Questo emergere della quotidianità è impressionante. In una casa della Regio I è


stata trovata la cucina come se fosse stata lasciata pochi minuti prima: la pentola di
terracotta scura è ancora appoggiata sulla cenere nella parte superiore del focolare,
mentre in quello inferiore, sotto l’arco a mattoni, altre stoviglie tenevano in caldo dei
cibi. Alcune anfore, che forse servivano per l’acqua, sono appoggiate di lato, contro
il muro.

In una stanza vicina, altre anfore sono ancora allineate a


testa in giù, per farle scolare, prima di imbottigliarvi il vino
della vendemmia. Molte famiglie avevano appezzamenti di
terreno coltivati a vite, per uso domestico o per un piccolo
commercio.

La rusticità, lo stato grezzo delle pareti, il pavimento di terra battuta non devono
stupire. Anche nelle case più eleganti gli ambienti di servizio erano privi di ogni
comfort: infatti, essi erano frequentati dagli schiavi e vi si svolgeva un lavoro duro
che nessuno si curava di alleviare.

E’ noto che i Romani, così bravi nel risolvere questioni tecniche quando si trattava di
costruire opere di grande impegno, non cercarono mai di risolvere le piccole
difficoltà domestiche. Era la conseguenza del lavoro schiavistico, non pagato e
quindi senza un valore economico in sé.
L’anfora del Garum
I risultati delle opere di scavo ampliano la conoscenza di una serie di fatti quotidiani
e ci restituiscono la vita di Pompei come nessuna opera d’arte e nessun testo antico
possono fare.

Nella Regio I, quartiere di artigiani e piccoli commercianti, è stata rinvenuta in una


casa una piccola anfora ancora sigillata, che conteneva il garum, la famosa salsa di
pesce tanto gradita ai Romani.

Questa salsa veniva preparata facendo macerare, al sole, interiora e filetti di pesci
crudi, messi a strati in un recipiente, con sale e erbe aromatiche, ed eliminando in
parte il liquido prodotto da quella elaborazione. Nonostante
l’odore e l’aspetto repellente del composto, il garum veniva usato
in quasi tutte le vivande.

Una volta esaminato il contenuto della piccola anfora ritrovata


nella casa, è risultato che questo garum, vecchio di duemila anni,
era stato confezionato non con lo sgombro, come al solito, ma
con un altro pesce azzurro, la vopa. Forse, per la ricetta fatta in
casa, ciascuno usava il tipo di pesce che aveva a disposizione e
certamente vi erano diversi tipi di garum forniti dai laboratori, uno
dei quali è stato ritrovato proprio a Pompei.
La Ricostruzione dei
Giardini
Attualmente nella zona archeologica di Pompei si sta attuando una ricerca
focalizzata sullo studio del tipo di vegetazione usato allora per gli spazi verdi, grazie
ad un metodo che si avvale di nuove tecnologie e della presenza sul luogo di
specialisti in biologia e botanica.

L’architettura del giardino era particolarmente curata in


ambiente romano. La casa aveva larghi spazi aperti, sui
quali si affacciavano le stanze, circondati da un peristilio,
che venivano abbelliti con fiori e piante. Questi spazi, detti
viridarium, oltre ad essere un luogo in cui trascorrere
momenti gradevoli, avevano significati religiosi connessi
con la natura e i suoi profondi legami con le divinità delle
stagioni; servivano a coltivare i fiori destinati alle corone
delle offerte agli dei; producevano le piante medicinali per
quotidiane necessità; infine, rendevano più piacevole la vita con la vista dei fiori
nelle varie stagioni e con l’odore penetrante della flora mediterranea.

Del resto ogni pianta aveva il proprio significato allegorico e in base a questo veniva
utilizzata nelle cerimonie religiose: l’alloro era sinonimo di sapienza e virtù eroica;
l’oleandro, simbolo di morte; il corbezzolo, rappresentava l’eternità; il viburno, la
pianta dei trionfi; la rosa già allora simboleggiava l’amore; il platano, che non a caso
a Pompei ornava la Palestra Grande, era metafora della robustezza e della
resistenza alle traversie della vita; la viola era il fiore nuziale per eccellenza; le cisti
bianche a cinque petali, simbolo della caducità umana.

Tutte queste specie, e molte altre ancora come il giglio, il garofano, i fiori d’arancio,
la pervinca, la palma da dattero, l’edera, sono accuratamente riprodotte nelle pitture
di giardino, i cui vividi colori ricoprivano le stanze interne delle case, dilatando gli
spazi chiusi e ricreando, così, l’amenità degli spazi aperti.
Lo studio condotto sulle specie vegetali ha permesso di riconoscere ogni pianta,
ogni arbusto, ogni fiore. Questo ha dato luogo ad una vera e propria rinascita dei
giardini come parte essenziale del restauro delle case,
rispettando il più possibile le antiche coltivazioni. Ciò è
stato reso attuabile dal fatto che il terreno di Pompei non
ha subito sostanziali rivolgimenti dall’epoca dell’eruzione;
inoltre, le moderne tecnologie di recupero dei pollini dal
terreno, attraverso i quali si è risaliti alle piante,
consentono non solo di conoscere la vegetazione antica ma anche di recuperare la
disposizione stessa delle piante ornamentali all’interno dei singoli giardini.

In questo modo si ampliano i campi di indagine scientifica e si attua quella


correlazione tra i diversi metodi di lavoro che è oggi il più moderno sistema di fare
archeologia; migliorando, nel contempo, la comprensione da parte dei visitatori di
quella meravigliosa realtà che è una città come Pompei, in grado di offrire emozioni
uniche.

Casa degli Amorini Dorati


Il Lupanare Restaurato
torna al suo Antico
Splendore
Il Lupanare di Pompei venne scoperto nel 1862 e fu subito oggetto di un importante
restauro; un secondo intervento risale al 1949, per mettere riparo ai danni della
Seconda Guerra Mondiale. Nel 2000, però, le infiltrazioni provocate dalle
intemperie, i problemi strutturali causati dalla massiccia affluenza di pubblico, i danni
agli affreschi, fanno apparire gravi le condizioni dell’intero edificio. All’inizio del 2001
venne varato un progetto che ne prevedeva il restauro e che si è concluso solo da
poco.

Il progetto ha interessato sia la struttura esterna che quella interna con i vari
affreschi e, ovviamente, non ha modificato l’aspetto complessivo dell’edificio, ma ha
solo posto riparo alle offese del tempo. Le parti degradate sono state sostituite
utilizzando di volta in volta i materiali già in opera e impiegando tecniche artigianali
del tutto simili a quelle dell’epoca romana.

Si è cercato di fare il minimo indispensabile per mantenere il


monumento nel suo stato originario (o, per meglio dire, nello
stato in cui è giunto a noi dopo tanti anni), in modo da
tramandarlo così com’è alle future generazioni. Gli affreschi
all’interno sono stati tutti esaminati in laboratorio, poi
restaurati e consolidati, perché uno dei problemi delle pitture
è il distacco dalle pareti per l’umidità. Le lastre protettive
all’interno dell’edificio sono state applicate per evitarne l’usura causata dalla
quantità di visitatori che involontariamente graffiano con borse e zaini le pareti;
queste lastre non sono state applicate a diretto contatto con la pittura perché questa
deve traspirare altrimenti se ne compromette la conservazione.
Nuove Tecniche di
Monitoraggio Contro il
Degrado
All’interno del Lupanare di Pompei recentemente restaurato è stato installato un
sistema con sensori a raggi infrarossi per il rilevamento delle persone. Le
apparecchiature prevedono due livelli di monitoraggio: quello delle superfici
affrescate e quello per l’afflusso di visitatori.

Il primo consente di eseguire una serie di indagini utili alla


valutazione dello stato di degrado degli affreschi e delle cause
che lo determinano, attraverso sensori che rilevano la
temperatura ed umidità dell’ambiente, delle pareti e delle
superfici affrescate, oltre alla percentuale di anidride
carbonica all’interno dell’ambiente. I sensori inviano
continuamente via radio i dati ad una centralina che, una volta
impostato un campo di valori da rispettare, fa scattare un
segnale di allarme ogni volta che questi vengono superati.

Il secondo sistema, quello del monitoraggio dell’afflusso


dei visitatori, è invece composto da due cellule ad
infrarossi posizionate all’ingresso e all’uscita
dell’ambiente, che emettono un segnale di allarme se
viene superato il numero massimo prestabilito di nove
visitatori per volta
Un'eruzione devastante
4000 anni prima di Pompei
Finora si credeva che l’eruzione più violenta del Vesuvio fosse stata quella che
distrusse Pompei, nel 79 d.C., ma una ricerca dell’Osservatorio Vesuviano – Istituto
Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) indica un evento ben più grave
accaduto nell’Antica Età del Bronzo, nel 3780 a.C.: un’eruzione molto più violenta e
devastante di quella che fece scomparire Pompei ed Ercolano.

Il Vesuvio provocò allora una catastrofe di proporzioni difficilmente immaginabili,


sprigionando una potenza maggiore di quella finora conosciuta.

L’eruzione ebbe effetti devastanti in un’area che si estende


fino a 15 chilometri dal vulcano e in tutti i siti considerati
nello studio sono rimaste le testimonianze di una
drammatica fuga: stoviglie abbandonate a terra nelle
capanne e impronte di uomini e animali che cercavano di
lasciare i villaggi non appena dal Vesuvio avevano
cominciato a innalzarsi colonne di gas e cenere. Gli unici corpi dei quali sono rimasti
i resti sono quelli di un uomo e di una donna, sepolti dalla cenere in una zona che si
trova a circa 17 chilometri dal vulcano. Molti altri sono morti quando la
concentrazione di ceneri nell’aria è aumentata al punto di penetrare nei bronchi e
dare soffocamento.

In quella zona, secondo le stime dei ricercatori, vivevano da 10.000 a 20.000


persone; la maggior parte di esse sono riuscite ad allontanarsi dal vulcano, ma
l’eruzione deve avere comunque provocato migliaia di morti. Quando i sopravvissuti
tornarono ai villaggi, provarono a ricostruirli, come testimoniano i resti dei pali delle
capanne trovati dagli studiosi. Ma i campi sommersi dalla cenere erano ormai
impossibili da coltivare. Di colpo l’intera struttura sociale e agricola dei villaggi venne
cancellata e l’intera zona rimase disabitata.
I Romani era già stati in
America?
Entrando nella Casa dell’Efebo, sul larario a destra, è raffigurata una scena di
sacrificio: il Genio sacrificatore è rappresentato nell’atto di fare un’inconsueta
offerta, quella di un frutto di ananas. In un dipinto conservato al Museo Archeologico
Nazionale di Napoli sono rappresentati alcuni rametti fogliati con frutti di mango e, in
un altro dipinto, è riconoscibile un frutto ovoide di anona squamosa. Occorre
ricordare che il mango è originario dell’Asia meridionale, mentre l’ananas e l’anona
sono originari dell’America tropicale.

Come spiegare la presenza di questi frutti nei dipinti pompeiani?


Plinio ci riferisce che i mercanti romani, spinti da lauti guadagni,
avevano trovato una via molto breve per l’India attraverso il Nilo, il
Mar Rosso e il Deserto Arabico; l’intero percorso veniva compiuto
in novantaquattro giorni. Ma tale spiegazione può valere per il
mango. Come spiegare la presenza dell’ananas e dell’anona,
frutti originari dell’America, nei dipinti di Pompei?
E’ forte la tentazione di ammettere delle relazioni
intercontinentali, in epoca classica, magari attraverso le isole
dell’Atlantico tra Brasile e Africa. Tra l’altro, come non rimanere
impressionati da alcune singolari analogie tra gli antichi monumenti egiziani e quelli
che le popolazioni d’America dell’epoca precolombiana hanno lasciato sparsi nei
paesi andini dal Messico al Perù?
Un archeologo statunitense ritiene che la civiltà preincaica fu promossa da
colonizzatori fenici giunti in America intorno al 2000 a.C.. La sua affermazione si
basa su antiche iscrizioni con segni grafici molto affini a quelli della scrittura
sumerica arcaica e su numerosi altri indizi, tra i quali la rappresentazione su antichi
vasi peruviani di un uomo barbuto fornito di un robusto naso aquilino di tipo hittita.
Secondo uno studioso tedesco, che si riferisce ad un famoso passo di Diodoro
Siculo, i Fenici avrebbero scoperto e colonizzato la costa del Brasile verso il 1100
a.C.. La dominazione fenicia sarebbe durata molto a lungo; nel 331 Alessandro
Magno avrebbe inviato nel Sudamerica una flotta per impadronirsi dell’impero
coloniale fenicio, ma senza riuscirci. Dopo la distruzione di Cartagine, i rapporti tra
Africa ed America si sarebbero allentati fino a cessare del tutto verso la fine del I
secolo d.C..
Fino a qual punto sono attendibili tali ricostruzioni storiche? E’ difficile dirlo. Intanto,
le rappresentazioni di ananas e di anona restano là, innegabili e sconcertanti
documenti, nei dipinti della dissepolta Pompei.
Scoperta La Villa Dove
Morì Augusto
I ricchi patrizi romani avevano scelto questa regione, la Campania Felix, per
costruirvi le ville più sontuose e trascorrervi momenti di tranquillità, lontani dal
clamore della vita politica e dalla folla della brulicante Roma.

Tale era la bellezza e la quiete di questi luoghi che Tacito e Svetonio affermano che
l’imperatore Augusto morì proprio in una di queste magnifiche ville presso Nola
(“apud Nolæ”), dove c’erano molti possedimenti terrieri di nobili e influenti
personaggi del mondo senatorio romano.

Nel 1932 Matteo Della Corte, allora ispettore della Soprintendenza di Napoli,
quando ancora non esisteva la Soprintendenza di Pompei e Ercolano, attuò uno
scavo nell’area di Somma Vesuviana, in seguito alle sollecitazioni di un contadino
che aveva notato qualcosa di strano già nel 1929. Il ritrovamento, seppure piccolo e
parziale (un’area di 5 x 5 m), fece intuire che si trattava di un qualcosa di molto
importante.

Gli scavi, situati nella località di Starza della Regina, nel comune di Somma
Vesuviana, sono ripresi nel 2001, grazie all’iniziativa dell’Università di Tokyo, in
partenariato con l’Università Federico II e l’Istituto Universitario Suor Orsola
Benincasa, e sotto la supervisione della Soprintendenza Archeologica di Napoli.

Il sito archeologico si trova alle pendici del Monte Somma,


sul versante settentrionale del Vesuvio, in un’area più volte
soggetta ai danni provocati dalle ripetute eruzioni
vulcaniche; una zona dove comunque la successione degli
eventi naturali e delle vicissitudini umane ha avuto un
impatto secondario, rispetto a quanto verificatosi nella zona
costiera, dove scavi e ricerche archeologiche furono iniziate precedentemente, a
partire dalla prima decade del XVIII secolo.

Oggi il progetto, che dovrebbe ricoprire un arco di lavoro di sette anni, si trova al suo
quarto anno e i risultati stanno superando le aspettative visto che sono venuti alla
luce resti architettonici che hanno tutti i caratteri dell’eccezionalità.
Dopo il primo anno dedicato esclusivamente ad una ricognizione e a prove
geotecniche sul territorio, senza nessuna indagine di tipo invasivo per circoscrivere
e delimitare l’area di partenza, dal 2002 si è proceduto allo scavo vero e proprio che
ha riportato, in un’area di dieci metri per dieci, la buca scavata dal Della Corte.

Nel 2004, quindi, è stata riportata alla luce un’opera quadrata con i pilastri che
sostengono gli archi, realizzati non con mattoni e malta, ma con grandi blocchi di
pietra grigia vesuviana, profilati con cornici di calcare bianco. Una struttura che
risale, nel suo impianto originario, al periodo tardo
repubblicano e che deve essere vissuta fino al V-VI secolo,
seppellita da un’eruzione.

L’area di scavo è stata portata ad una superficie di 25 metri


per 30, per un totale di settecento metri quadrati di area
scavata. Al suo interno è stato osservato un cortile il cui
pavimento ha una profondità di circa otto metri e mezzo, e
le strutture all’interno sono conservate per un’altezza di sei metri.

L’aspetto di eccezionalità è costituito proprio da queste strutture ad archi non di tipo


funzionale ma di apparato, che uniscono due muri paralleli a quindici metri di
distanza l’uno dall’altro. Già sono state segnalate, collegate a questo cortile, altre
stanze di quella che se non è la Villa di Augusto, deve certamente essere la dimora
di un personaggio molto importante, forse un senatore o un ricco patrizio.

La fabbrica, secondo le prospezioni effettuate con i georadar, si estende su una


superficie di migliaia di metri quadrati.
Altri Ritrovamenti nella
Villa di Augusto
Gli archeologi della missione scientifica giapponese, coordinata dal professor
Masanori Aoyagi dell’Università di Tokio che su concessione della Soprintendenza
Archeologica di Napoli dal 2001 sta affrontando la campagna di scavi per riportare
alla luce una grandiosa villa del I secolo a.C. nell’area di Somma Vesuviana, hanno
intercettato negli ultimi anni una serie di interessanti scoperte.

Gli scavi hanno riportato alla luce il timpano di una grande


Basilica dedicata a un dio (ancora da identificare), visto che
al centro dell’architettura, in stucco, si nota una corona a
rilievo, e un grande peristilio con un colonnato. Quest’ultimo,
stimato alto circa sette metri, ha le singole colonne
sormontate da capitelli corinzi, ottenute lavorando un unico blocco di materiale
proveniente da una cava africana fatta aprire da Settimio Severo nel II secolo a.C..
Inoltre, è stata ritrovata la strada in basoli vesuviani che girava attorno alla villa e
recuperato il mosaico che ornava il calpestio dell’ambiente posto tra il peristilio e
l’ingresso ad archi della costruzione. L’impianto musivo, a tessere quadrate, bianche
e nere, di circa due centimetri di lato, risale al III secolo a.C..

Un busto, di ottima fattura, di quella che potrebbe essere la


raffigurazione in marmo di un atleta di duemila anni fa (secondo
le prime ipotesi sarebbe la copia di un originale del IV secolo
a.C.) sarebbe appartenuto a una delle statue che arricchivano le
nicchie laterali del portico della Villa di Augusto; manca della
testa e delle braccia e ha le gambe spezzate poco sopra le ginocchia. La statua era
nascosta sotto un cumulo di terreno e quasi al centro dell’area che si estende
all’interno del maestoso portico. Quasi certamente, secondo gli specialisti, il marmo
sarebbe stato sbalzato dalla nicchia che l’ospitava, a cinque metri d’altezza, dalle
violenti scosse di un terremoto d’origine vulcanica. Il sisma avrebbe sconvolto
l’intera struttura, sotterrata, poi, dalle ceneri espulse dal Vesuvio durante l’eruzione
di Pollena, datata alla seconda metà del IV secolo d.C..
Infine, il recupero di due ulteriori pezzi, una peplofora (portatrice di
peplo, un mantello caratteristico) la cui veste conserva ancora tracce
di colore amaranto e un Dioniso di marmo assolutamente unico. Nel
primo caso, la figura femminile dovette in antico essere impreziosita
con orecchini e con un diadema, attraverso l’uso di fibule, poste sul
marmo, all’estremità dell’abito e sulle spalle. Per quel che riguarda il
Dioniso, invece, si tratta di una figura unica perché presenta la
caratteristica inusuale di un dio che accoglie un cucciolo di pantera tra le braccia
invece di averlo, come al solito, accosciato ai piedi.

Ma tu vulive ’a pizza … ca’


pummarola ’ncoppa!

Anche in epoca romana si consumava la pizza; se ne trovano tracce in un poemetto


latino di 123 versi, il Moretum, attribuito a Virgilio, ma opera, probabilmente, di
Settimio Severo (o Sereno).

Il componimento poetico si limita a descrivere l’alba in casa di un vecchio contadino:


egli si alza, macina il grano, affida la farina ad una schiava che la trasforma in
focaccia, che cuocerà sotto la cenere calda (non al forno), mentre lui va nell’orto a
raccogliere le erbe buone con cui arricchirà, una volta cotta, la schiacciata. Il
Moretum ci apparirebbe come un’insalata messa su una pizza bianca, naturalmente
senza pomodoro, introdotto in Europa dopo la scoperta dell’America.

Il pomodoro, considerato fino al Settecento un frutto


insignificante o addirittura velenoso, solo in seguito divenne un
elemento essenziale della cucina, in particolare di quella
mediterranea, ma lo hanno adottato sia la cucina tipica sia
quella internazionale, rielaborandolo in centinaia di ricette.

Se conosciamo il Moretum nel testo italiano, il merito è di


Giacomo Leopardi che, nel 1816, si “divertì” a tradurre il poemetto, tanto distante,
per il suo contenuto gastronomico, dalla malinconia di “Silvia” e dal “Passero
solitario”. La versione della pizza con il pomodoro, invece, viene descritta per la
prima volta da Alexander Dumas nella sua opera Il corricolo, in cui raccolse le
esperienze di un viaggio a Napoli del 1835.
http://www.fondazioneitalia.it/2004/NOTIZIARIO/Sezione_ARTE/Storie_di_un_e
ruzione.htm

STORIE DA UN'ERUZIONE. POMPEI, ERCOLANO, OPLONTIS

STORIE DA UN'ERUZIONE. POMPEI, ERCOLANO,


OPLONTIS. L'apocalisse pompeiana in mostra a Trieste alle
Scuderie del Castello di Miramare, dal 25 luglio al 31 ottobre,con
nuovi reperti provenienti dagli scavi vesuviani

Dopo il grande successo ottenuto a Napoli e


Bruxelles, approda dal 25 luglio alle Scuderie del
Castello di Miramare di Trieste, "coinvolgendo"
coloro i quali decideranno di visitarla sino al 31
ottobre.La rassegna, curata da Pier Giovanni
Guzzo, Antonio d'Ambrosio e Marisa
Mastroroberto, è giunta alla terza edizione,
edizione arricchita da molti inediti, che
"raccontano le loro storie" accanto ai calchi delle
figure umane.
La mostra raccoglie gli ultimi eccezionali
ritrovamenti che comprendono sculture,monili
preziosi,oggetti di uso comune, affreschi, e calchi
umani. Tutti reperti che ci riconducono alla
tragedia dell'eruzione del Vesuvio che distrusse
Pompei ed Ercolano. La preziosa descrizione
analitica di quei drammatici fatti, giunta a noi è di
Plinio il Giovane, che così descrive i drammatici
eventi: - "Poco dopo quella nube calo' sulla terra e
ricopri' il mare… Mi volto indietro: una fitta
oscurita' ci incombeva alle spalle e, riversandosi
sulla terra, ci veniva dietro come un torrente… Si
fece notte, non pero' come quando c'e' la luna e il
cielo e' ricoperto a nubi, ma come a luce spenta in
ambienti chiusi. Avresti potuto sentire i cupi pianti
disperati delle donne, le invocazioni dei bambini,
le urla degli uomini…taluni, per paura della morte,
si auguravano la morte; molti innalzavano le mani
agli dei, nella maggioranza pero' si formava la
convinzione che ormai gli dei non esistessero piu'
e che quella notte sarebbe stata eterna e l'ultima
del mondo".

La mostra che è stata realizzata dalla


Sovrintendenza archeologica di Pompei, con la
collaborazione dei Beni culturali della
Campania,consente di ammirare oltre ai reperti
custoditi nel museo napoletano, anche quelli mai
esposti prima. La mostra di grande suggestione, si
articola in un impianto di grande rigore
scientifico,con oltre 700 reperti, selezionati da un
comitato di esperti, presieduto da Pietro Giovanni
Guzzo.

Ed è un ampio e suggestivo
spaccato della quotidianità di
Pompei 2000 anni fa, fissata
come da una macchina
fotografica, che ci mostra con
cruda realtà la tragedia che nel 79
d.C. colpì Pompei seppellendola
sotto una pioggia di lapilli
incandescenti e nubi ardenti e
tossiche.

Sono integrati nella mostra i cicli pittorici delle ville di Moregine.Pitture


parietali,ritrovate in un edificio nel suburbio di Pompei,e che decoravano tre triclini.
Le pitture rappresentano Dioscuri, Venere,Apollo,il ciclo delle Muse,la
personificazione della Palude e Roma Amazzone. E ancora,dalla villa 6 di Terzigno
pittture pregevolissime che rimandano alla villa dei Misteri. Si aggiungono inoltre,
alla mostra, calchi di persone morte in un estremo e vano tentativo di salvezza,tra
queste una donna che aveva tentato di salvare anche i suoi preziosi gioielli.

La mostra comprende affreschi,


sculture, monili, oggetti d'uso
comune, legni, una cassaforte in
bronzo e calchi umani.
http://www.ideacittaweb.com/?p=484

La Maledizione di Pompei
pochi progetti, soldi restituiti

Pompei, la Schola arma


dell'Abbondanza crollata il 6 nove

POMPEI, 7
novembre 2010 –
Crolla Pompei, e il
Paese si accorge che
il proprio patrimonio
archeologico è al
collasso. Due fattori
appaiono più di altri il
segno del dramma
che si vive ai piedi del
Vesuvio: da un lato 90 milioni di euro non spesi dalla Soprintendenza di Pompei e
restituiti all’erario (la denuncia fu di Marcello Fiori il 6 ottobre scorso alla conferenza
stampa presso la sede del MiBAC a Roma), dall’altro una sfilza di studiosi di
primissimo piano che va in pensione (Guzzo, Proietti, De Caro, solo per citare i più
vicini all’archeologia vesuviana) senza che il ministero da anni investa sui giovani
archeologi e sui restauratori. Ecco, se il MiBAC invecchia, i soldi non si spendono, i
giovani non arrivano, siamo di fronte a una fase storica che forse si è chiusa. Il
problema è sapere se davvero il ministro Bondi si è reso conto di quanto stia
accadendo al Collegio romano. E allora, forse, più che di qualche manager per la
valorizzazione, servirebbe semplicemente mettere in campo un grande progetto
internazionale per fare manutenzione ordinaria a Pompei e chiamare anche la
comunità locale ad assumersi le proprie responsabilità. Lo stesso sindaco di Pompei
farebbe bene, oltre che a denunciare, a dire come pensa di salvare Pompei, magari
iniziando a destinare ogni anno una somma del bilancio comunale per restaurare
Pompei, magari rinunciando a qualche evento effimero. Ma quello che serve
davvero è una capacità di fare progetti e realizzare lavori di restauro e di
manutenzione. Il resto, davvero, potrebbero essere solo chiacchiere al vento. (afe)
Calco in gesso realizzato su uno scheletro di cane durante lo scavo della domus di Vesonius
Primus a Pompei nell’Ottocento. Il cane conserva il collare con il quale era legato ad una catena,
che gli impedì la fuga durante l’eruzione del 79 d.C.

http://www.difossombrone.it/storiaeorigine/main03cane_pompei.htm

L'eruzione del Vesuvio


del 79 d.C.
La ricostruzione di un'eruzione avvenuta prima della nascita della moderna
vulcanologia si basa su informazioni ricavate dalle cronache dell'epoca, quando ci
sono, dallo studio dei prodotti eruttati e dal confronto con altri eventi eruttivi.
L'eruzione del Vesuvio che nel 79 d.C. distrusse intere città, tra le quali Pompei ed
Ercolano, presenta questa terna di fonti al completo. La cronaca consiste in un
documento di Plinio il Giovane in cui, per la prima volta, viene descritta un'eruzione
esplosiva.
I prodotti eruttati dal Vesuvio ricoprono i campi, riempiono le vie, le case e i templi
delle città. Gli scavi archeologici continuano a mettere in mostra i grossi strati di
pomici e ceneri che furono la causa e che conservano al loro interno le tracce
dell'improvvisa tragedia.
Infine, il confronto con altre eruzioni sia del Vesuvio che di altri vulcani ha permesso,
attraverso una serie di analogie, ulteriori controlli nella ricostruzione di quanto
successe in quel tragico agosto di quasi duemila anni fa.
Il racconto di Plinio a confronto con le cronache di altre eruzioni

FENOMENI PRECURSORI
Dopo secoli di completo riposo, durante i quali le pendici del vulcano si erano
ricoperte di fitta vegetazione, il risveglio del Vesuvio è annunciato da un terremoto
avvenuto nel 62 o nel 63 d.C. che colse lo stesso imperatore Nerone mentre era
impegnato a cantare in un teatro di Napoli.

Secondo Seneca, le scosse si ripeterono per diversi giorni, fino a che si fecero
meno intense, ma ancora in grado di causare danni. Le città maggiormente
danneggiate furono Pompei e Ercolano e, in misura minore, Napoli e Nocera.
Dall'estensione dell'area in cui le scosse hanno provocato danni, limitata alle
vicinanze del vulcano, si ritiene che i terremoti non fossero molto profondi.
La terra deve essersi mossa di frequente anche nei 17 anni successivi, se Plinio il
Giovane riferisce che immediatamente prima dell'eruzione del 79
per molti giorni si erano succeduti terremoti, ma non temevamo perché essi sono
comuni in Campania.
Anche Dione Cassio (150-235 d.C.) riferisce che prima dell'eruzione vi erano stati
terremoti e brontolii sotterranei e che i giganti erano stati visti vagare nella zona. Fin
dalle mitologie più antiche, la visione dei giganti viene spesso associata agli eventi
catastrofici della natura. In molte case distrutte dall'eruzione e riportate alla luce
dagli scavi archeologici sono state trovate tracce di lavori di riparazione provvisori,
segno evidente di danni subiti in periodi di poco precedenti l'eruzione.
I terremoti sono i precursori più comuni che segnalano il risveglio imminente di un
vulcano quiescente. Al Vesuvio, la stessa cosa si è verificata prima dell'eruzione del
1631, anche questa avvenuta dopo un lungo periodo di inattività. Nel descrivere
l'eruzione del 1631, l'abate Braccini (1632) dice che la zona intorno al vulcano:
"tremava quasi nel continuo".
I terremoti che precedono l'eruzione del 1631 sono avvertiti fino a Napoli solo la
notte prima dell'eruzione: "Terremoti particolarmente forti avvennero in quella notte
(...) con tanta forza che ritenemmo che la stessa città fosse divelta dalle
fondamenta". Recupito (1632).
In alcune eruzioni recenti avvenute su vulcani quiescenti da tempo, come il St.
Helens negli Stati Uniti nel 1980 e il Pinatubo nelle Filippine nel 1991, si sono
registrati terremoti limitati all'area del vulcano e con profondità non superiori a
qualche chilometro, a partire da due mesi prima dell'eruzione.
PRIMA FASE ERUTTIVA: colonna pliniana
L'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. inizia con la formazione di un'alta colonna di gas,
cenere e lapilli, così descritta da Plinio:
La nube (...) a forma di pino, si sollevava alta nel cielo e si dilatava come emettendo
rami
Plinio, da Miseno (21 km dal vulcano), può osservare la colonna eruttiva in tutto il
suo sviluppo. La sua descrizione è tanto efficace che il termine pliniano viene
utilizzato nella vulcanologia moderna per indicare una fase eruttiva durante la quale
si forma una colonna sostenuta, formata da una miscela di cenere, pomici e gas.
Una fase pliniana è descritta anche nell'eruzione del 1631. La colonna deve essere
tanto simile a quella del 79 che l'abate Braccini sente il bisogno di cercare le lettere
di Plinio per confrontare quello che vedeva direttamente con quanto era stato
descritto tanto tempo prima.
Analogamente, durante un'altra eruzione del Vesuvio, nel 1906, l'americano Frank
Perret osserva che "i getti di fuoco si elevavano sempre di più".
Le pomici ricadute dalla colonna eruttiva pliniana dell'eruzione del 79 d.C. si vedono
a Pompei, dove formano un deposito con spessore di circa 4 metri.
Dalla stima del volume totale delle pomici e dei valori di flusso tipici di fasi eruttive
pliniane di eruzioni recenti, la colonna dovrebbe essere rimasta alta nel cielo fra le 2
e le 20 ore (Sigurdsson et al., 1985).
Le dimensioni medie delle pomici aumentano verso l'alto del deposito e questo
indica che, al procedere dell'eruzione, l'energia andava crescendo e che la colonna
veniva spinta ad altezze sempre maggiori.
Le pomici della fase pliniana presentano, approssimativamente a metà altezza, una
brusca variazione di colore, da bianco a grigio. Questo cambiamento corrisponde a
una differente composizione chimica: le pomici bianche contengono più silice di
quelle grige.
Questo permette di ipotizzare che il magma eruttato fosse come suddiviso in due
strati, di cui quello più siliceo e più leggero era migrato verso il tetto della camera
magmatica ed era stato eruttato per primo.
La porzione di magma da cui derivano le pomici grige è stato espulso in seguito, in
quanto ha una composizione chimica che comprende minerali più pesanti e,
pertanto, doveva trovarsi sotto quello siliceo. Tra le pomici grige si trovano numerosi
frammenti litici.
Secondo Sigurdsson et al. (1985), durante la fase delle pomici bianche la colonna
raggiunse un'altezza di circa 26 Km e venne emesso un volume di magma di circa 1
Km3.
Successivamente, la colonna si innalzò fino a circa 32 Km, provocando una più
ampia dispersione delle pomici grige. La stima del volume di magma emesso in
questa fase è di circa 2,6 Km3.
L'incremento di energia nel corso della fase pliniana può essere la conseguenza di
processi che fanno crescere la pressione all'interno della camera magmatica.
Una volta iniziata l'eruzione, il rapido svuotamento di parte del serbatoio di magma
favorisce il processo di essoluzione, cioè la liberazione delle fasi gassose contenute
nel magma.
Il gas esce dal condotto vulcanico trascinando i brandelli di magma e formando la
colonna eruttiva che si alza sopra il vulcano. Se cresce la quantità di gas essolto,
cresce la pressione all'interno della camera magmatica e insieme la spinta del
magma verso l'esterno.
A questo incremento di pressione corrisponde la maggiore altezza raggiunta dalla
colonna nella fase delle pomici grige. In uno stesso punto ricadono al suolo pomici
più grandi e l'allargamento del condotto per erosione provoca l'abbondanza di litici
che si trovano insieme alle pomici.
La forte pressione all'interno della camera magmatica preme sulle rocce circostanti
e le frattura, dando luogo al tremore che accompagna la fase pliniana. Queste
scosse hanno un'origine abbastanza profonda, in quanto sono avvertite non solo
sulle pendici del vulcano ma fino a notevole distanza, come testimonia Plinio da
Miseno:
I carri (..) sebbene fossero in terreno piano, si muovevano di qui e di là e non
potevano essere fermati nemmeno se puntellati con pietre.
La stessa evoluzione è testimoniata nel corso dell'eruzione del 1631: "Cominciò
anco in Napoli a sentirsi con li continui tremori per li quali crollavano talmente le
case e ballavano i tetti". (Braccini) E ancora nel 1631: "Erasi (...) cominciato a
sentire in Napoli un picciolo, benché continuo, tremar delle case. Crebbe in maniera
e l'uno, e l'altro, che a tutti parve dover quivi in quel punto infallibilmente morire".
(Giuliani)

SECONDA FASE ERUTTIVA: colonna pulsante


Il flusso di magma può diventare così abbondante da formare una colonna eruttiva
tanto densa e pesante da non riuscire più innalzarsi sopra il vulcano.
Il collasso, che può interessare anche solo le parti più esterne della colonna, spinge
la miscela eruttiva verso il basso. Si formano in questo modo delle correnti che
scorrono al suolo e scendono veloci lungo le falde del vulcano.
Queste miscele di gas e particelle solide vengono chiamate in vulcanologia surge
quando la fase gassosa è molto abbondante e flussi piroclastici quando la miscela è
più densa.
Durante l'emissione delle pomici grigie le condizioni devono essersi mantenute
vicine al limite tra colonna sostenuta e collassante, dal momento che queste pomici
sono intervallate verso l'alto da numerosi strati di cenere.
Le caratteristiche di questi sottili depositi di ceneri fanno ritenere che le particelle
non siano cadute da una colonna sostenuta, ma che siano state trasportate e
sedimentate da un flusso molto ricco in gas.
Sei strati di cenere si alternano a strati di pomici da caduta e questo significa che la
colonna era a tratti sostenuta e a tratti, o in parte, ricadeva lungo le pendici del
vulcano.
La fase a colonna pulsante viene riconosciuta nella descrizione di Plinio quando
questi dice che la nube veniva prima spinta verso l'alto da un soffio d'aria e poi,
improvvisamente, come vinta dal proprio peso, ricadeva e si espandeva
lateralmente.
Dal momento che la sua osservazione inizia quando l'eruzione è già in corso da un
certo tempo, è probabile che Plinio non veda tutta la fase pliniana, ma colga proprio
il passaggio da colonna sostenuta a colonna collassata.

TERZA FASE ERUTTIVA: i flussi piroclastici


Dopo la fase a colonna pulsante, lo stile eruttivo cambia completamente e si
formano correnti piroclastiche, dense di cenere e pomici, che scivolano veloci dalla
cima del Vesuvio e travolgono come violenti fiumi tutto quello che incontrano.
Il cambiamento di stile eruttivo viene ricollegato al variare delle condizioni di
equilibrio tra pressione interna al serbatoio magmatico e pressione esterna.
La pressione interna diminuisce al momento dell'apertura del condotto, ma risale
rapidamente e si incrementa perché la depressione ha innescato nel magma il
processo di essoluzione dei gas. A queste condizioni corrisponde il crescendo di
violenza della fase pliniana.
Ad un certo punto, il magma non è più in grado di essolvere gas in quantità
sufficiente a controbilanciare la pressione delle rocce che formano le pareti del
serbatoio.
Queste, già in parte fratturate nel corso della fase pliniana, cominciano a cedere
verso l'interno, trascinando probabilmente anche acqua di falda. Il contatto tra
rocce, acqua e magma innesca violente reazioni e esplosioni.
Una volta in superficie, la miscela eruttiva è troppo densa per potersi innalzare
sopra il bordo del cratere e scivola per gravità lungo i fianchi del vulcano, formando i
flussi piroclastici che rappresentano il momento di maggiore distruzione.
Il crollo delle pareti e del tetto di una camera magmatica provoca terremoti profondi.
Nelle eruzioni esplosive controllate strumentalmente (ad esempio al St. Helens nel
1980 e al Pinatubo nel 1991), è stato registrato uno sciame di terremoti profondi in
coincidenza delle fasi finali.
Dalla lettera di Plinio, sembra che anche i terremoti finali dell'eruzione del 79 siano
stati più profondi, in quanto avvertiti nitidamente fino a Miseno: La terra continuava
a tremare.
La stessa cosa, secondo la testimonianza del Giuliani, succede durante l'eruzione
del 1631: "Si annoverarono di quando in quando presso a cento gagliardissimi
tremuoti."
Plinio descrive con un crescendo di tensione la fase più disastrosa dell'eruzione,
preceduta da una forte scossa e dal ritiro del mare: Vedevamo il mare ritirarsi quasi
ricacciato dal terremoto.
Nel corso dell'eruzione del 1631, Braccini nota lo stesso fenomeno: " Essendosi
sentito un grandissimo terremoto (...) anco il mare (...) si ritirò per lungo spatio."
I flussi piroclastici che si abbatterono su Ercolano, Stabia, Oplonti e Pompei nel 79
d.C. devono essere stati numerosi. Almeno due, probabilmente i maggiori, sono
osservati da Plinio in successione verso la fine dell'eruzione: Una densa tenebra ci
minacciava alle spalle. Di nuovo le tenebre, di nuovo la cenere, densa e pesante.
Analoga è la sequenza di eventi descritta nel 1631: "Fece prima sopra Ottaviano un
così grande e rapido torrente (...) diviso in tre profondissimi canali (...). Da questi
torrenti è nato il maggior danno" (Braccini). "Crescendo il rumore un torrente di
fuoco uscì dal vertice del monte" (Recupito).
I depositi dei flussi piroclastici dell'eruzione del 79 consistono in grossi strati di
ceneri miste a pomici e a litici derivanti dal condotto e dalle pareti della camera
magmatica. Gran parte dei cadaveri ritrovati nel disseppellimento delle città si
trovano all'interno di questi prodotti. I danni provocati dall'eruzione del 79 d.C.
Le eruzioni esplosive sono eventi devastanti. Le pomici e le ceneri che ricadono
dalla colonna pliniana possono causare gravi danni materiali, come il crollo dei tetti
e la perdita di raccolti e animali, ma possono non essere mortali se chi ne è colpito
non si trova proprio sotto il vulcano e se ha l'accortezza di fuggire immediatamente.
I flussi piroclastici e i surge, al contrario, non lasciano praticamente scampo anche a
notevoli distanze, sia per la loro velocità di propagazione che per la temperatura.
Anche le persone non direttamente investite dal flusso possono subire gravi danni o
morire per soffocamento o ustioni. L'eruzione del 79 d.C. ha cancellato nel giro di un
giorno intere città e le ha sepolte sotto una spessa coltre di pomici e ceneri. Gli
scavi che durano ormai da due secoli scoprono in continuazione pezzi di vita
quotidiana improvvisamente bloccati dalla catastrofe. Negli ultimi anni gli archeologi
hanno rivolto maggiore attenzione all'aspetto vulcanologico dei siti e si è così potuto
notare che gran parte dei cadaveri si trovano all'interno delle ceneri eruttate nelle
fasi finali dell'eruzione.
Questo ed altri particolari fanno pensare che, in molti casi, le persone allontanatesi
durante la fase di caduta di pomici siano successivamente tornate sui loro passi per
cercare di recuperare qualche cosa e siano state sorprese dall'arrivo dei flussi di
cenere.
Probabilmente tra la fase pliniana e quella dei flussi, l'eruzione ha avuto una tregua
che ha tratto in inganno e ha causato la morte di molte persone.
Dopo l'eruzione, Marziale (40-104 d.C.) descrive il Vesuvio "poc'anzi verdeggiante di
vigneti ombrosi (...) Ora tutto giace sommerso in fiamme e in tristo lapillo"..
Le morti e i danni materiali causati dal Vesuvio furono tanto gravi che l'Imperatore
Tito incaricò due ex-consuli (Curatores Restituendae Campaniae) di sovrintendere
ai lavori di ricostruzione e di risolvere le questioni legali sorte per la scomparsa di
così tante persone.
L'economia della regione ne uscì compromessa e la produzione di vino subì una
drastica riduzione. Pompei era famosa anche per la produzione di una salsa di
pesce detta "garum" che esportava in grande quantità.
Dopo l'eruzione, Roma comincia a importare vino e altri prodotti dalla Gallia, come
testimoniato dal ritrovamento di numerose anfore di tipo gallico, mentre scompaiono
completamente quelle provenienti dalla Campania.
I prodotti dell'eruzione si sono dispersi in gran parte in direzione Sud-Sud-Est, ma
anche le zone a Nord e a Ovest, pur essendo state risparmiate da morti e
distruzione, devono aver avuto gravi conseguenze economiche.
Pochi centimetri di ceneri o di pomici possono compromettere il raccolto per anni ed
è possibile che le colture dell'intera Campania siano state distrutte con conseguenti
carestie, perdita di bestiame per mancanza di foraggio e malattie.
Marco Aurelio (121-180 d.C.) e Dione Cassio (150-235 d.C.) parlano dei gravi danni
riportati a Pompei e a Ercolano e riferiscono anche che le ceneri dell'eruzione
raggiunsero l'Africa, la Siria e l'Egitto, dove causarono pestilenze.
Non si hanno notizie precise sulle conseguenze dell'eruzione a Napoli o nelle zone
non direttamente investite dall'eruzione. Nelle sue lettere, Plinio il Giovane riferisce
solo i danni subiti da se stesso e della morte dello zio.
Papinio Stazio (40- 96 d.C.) nella sua opera"Silvae" parla dei danni a Napoli e
dovrebbe trattarsi di una testimonianza diretta, dal momento che il poeta visse nella
città e probabilmente vi si trovava durante l'eruzione (ritirò un premio di poesia nella
città nel 78 o nell'80).
Allontanatosi dopo l'eruzione, Stazio torna a Napoli nel 92 e scrive alla moglie
Claudia cercando di convincerla a tornare a vivere in Campania. A Stazio Napoli
appare come una città viva e brulicante di gente. Promette alla moglie di farle
visitare i templi e il porto di Pozzuoli con le sue belle spiagge. Vuole che torni nei
luoghi dove " l'inverno è mite e l'estate fresca, dove il mare lambisce la terra con
pigre onde".
Il ricordo dell'eruzione sembra ormai svanito, probabilmente perché sia Napoli che la
zona dei Campi Flegrei sono state risparmiate dai danni più gravi.
Nello stesso periodo, le condizioni delle zone più vicine al vulcano dovevano essere
molto diverse e solo Stabia era in via di ripresa. Un'importante via di comunicazione
tra Nocera e Stabia, coperta dai depositi dell'eruzione, viene ricostruita nel 121.
La zona di Portici e Torre del Greco viene rioccupata tra il II e IV-V secolo d.C. e
quella di Pompei e Ercolano solo tra il III e V secolo.
La memoria delle città sepolte perdurò per secoli. In ogni lavoro di scavo e nella
coltivazione dei campi emergevano continue vestige di una città che veniva
chiamata "La Civita". Gli scavi sistematici iniziarono a Pompei nel XVIII secolo, per
volere di Carlo II, re delle Due Sicilie.

ITINERARI
ITINERARIO 1 – Durata circa 2 ore –

Anfiteatro - Teatro grande e piccolo - Terme del Foro -


Edifici della pubblica amministrazione - Basilica - Templi
di Iside, Giove e Apollo - Santuario dei Lari Pubblici - Macellum - Lupanare -
Casa del Fauno - Casa della Caccia antica.

ITINERARIO 2 – Durata circa 4 ore –

Anfiteatri - Necropoli - Orto dei fuggiaschi - Casa del


giardino di Ercole - Teatro Grande e Piccolo - Terme
Stabiane - Edificio di Eumachia - Edifici della pubblica
amministrazione - Templi di Giove, Iside, Vespasiano.

ITINERARIO 3 – Durata circa 6 ore –

Tutti i luoghi di cui sopra - Foro triangolare - Tempio


dorico - Tempio della fortuna Augusta - La casa dei
Dioscuri - La Casa di Meleagro - La Casa della nave Europa - La casa del
Larario di Achille - La Casa della fontana piccola - La Casa di Sallustio - Il
Panificio - Villa dei misteri.
L' Arte a Pompei
- Un viaggio tra le bellezze artistiche della città

L' arte a Pompei è un aspetto importante della città sepolta. Le case pompeiane
infatti sono caratterizzate da meravigliosi dipinti sulle pareti, che denotano una
varietà di stili dipinti a carattere figurativo di Pompei sono quasi sempre copie di
capolavori celebri dell'arte greca. che purtroppo sono andati perduti.
Nel tempo si è parlato di quattro stili diversi, definiti "primo, secondo, terzo e quarto
stile pompeiano", anche se oggi si pensa che tale suddivisione sia ampiamente
inadeguata.

Tra i maggiori esempi dell' arte pompeiano sono da annoverare gli affreschi della
Casa dei Vettii, tra cui spiccano gli Amorini che documentano le varie attività
artigianali; dalla splendida Venere in conchiglia della Casa di Venere o dal
misterioso ciclo di affreschi della Villa dei Misteri, dedicato al culto di Dionisio, di 3 m
. x 17, che costituisce una delle più grandiose raffigurazioni pittoriche dell'antichità.
E poi che dire dell'arte della scultura in bronzo che ha un suo celebre esempio nel
Fauno danzante dell'omonima Casa, dell'amore per il vasellame e dell'argenteria
confermata dal ritrovamento di ben 115 pezzi d'argento nella Casa di Menandro
Pompei - La Storia
La Storia di Pompei ha inizio intorno all'VIII secolo a.C. quando fu fondata dagli Osci
che si insediarono in questo territorio che si presentava come un luogo ideale per
l'insediamento sia perché era facilmente difendibile sia perché era molto fertile.
Nel VI secolo a. C., fu costruito un muro di fortificazione ed i templi più antichi della
città: il tempio di Apollo e il tempio dorico.Pompei, in quell'epoca, era un florido
centro commerciale ed entrò nelle mire espansionistiche dei Greci e degli Etruschi
prima, dei Sanniti poi. Sotto il domino dei Sanniti la città di Pompei conobbe un forte
spinta urbanistica.Un fortissimo sviluppò ci fu quando Roma consolidò il suo potere
sulle città campane. Pompei si abbellì con edifici, sia pubblici sia privati, simili a
quelli che si trovavano nelle città latine e a Roma stessa.Nell' 80 a . C. il dittatore
romano Silla conquistò militarmente Pompei dopo un lungo assedio e vi fondò una
colonia.Nel 62 d. C. un disastroso terremoto si abbatté sulle città del Golfo di Napoli
danneggiando gravemente anche Pompei. Nerone, allora imperatore, si impegnò
personalmente nella ricostruzione delle città colpite dal sisma. Tuttavia a causa
della tremenda eruzione del 79.d.c Pompei fu sepolta da un manto lavico spesso
fino a tre metri che cementificò gli abitanti e distrusse ogni sorta di vita.
L'eruzione del 79 d.C. è ricordata anche come eruzione pliniana perché il naturalista
Plinio il Vecchio fu la più illustre vittima dell'eruzione.
Pompei - Gli Scavi
Gli scavi di Pompei offrono ai turisti di immergersi totalmente in una civiltà scomparsa, quella
romana, i rivivere ed ammirare le grandezze delle ricche ville patrizie, ma anche di camminare tra
antiche botteghe e le case popolari della gente comune.
Tutti i turisti che visitano gli scavi di Pompei restano sicuramente impressionati dai calchi in gesso,
che mostrano il dolore e la sofferenza a cui furono sottoposti i pompeiani al momento dell'
eruzione del Vesuvio.
L' ingresso principale degli Scavi di Pompei è da Porta Marina,prima di iniziare il viaggio
consigliamo ai turisti di fermarsi a sorseggiare la famosa limonata dello Chalet Portamarina. All'
interno degli Scavi di Pompei da non perdere è la zona del Foro che rappresenta il punto ideale di
partenza per una visita della città, in cui si accede da Porta Marina, e si sviluppa attorno alla
gloriosa Piazza del Foro , un tempo cuore pulsante della vita di Pompei. Nelle vicinanze si trovano
il Tempio di Apollo , il Tempio di Giove , l' Edificio di Eumachia e le Terme del Foro . Oltre a questi
luoghi sono da ammirare anche le Terme Stabiane , che durante il periodo d'oro di Pompei erano
uno dei luoghi più "in" della città, le numerose case private, come la casa del Fauno , la casa degli
Amorini e la casa del Centenario , e il maestoso Anfiteatro .
Ricette Antiche

Una delizia per il palato dei pompeiani era una salsa di pesce molto concentrata e
dal sapore aspro. Si preparava con le interiora delle sardine, che venivano
mescolare con pezzi di pesce sminuzzati, uova di pesce e uova di gallina. Il
miscuglio, pestato e mescolato a lungo, veniva lasciato al sole o in un locale
riscaldato e poi nuovamente pestato per trasformarlo in una poltiglia omogenea.
Dopo sei settimane di fermentazione, il prodotto ottenuto, detto liquamen, veniva
posato in un cesto dal fondo bucato. Così, mentre un residuo, considerato
commestibile e noto col nome di hallec o faex, colava dal cesto, vi rimaneva il
prodotto finito detto garum dal nome greco gáron, specie di pesce usato dagli
orientali per questa salsa. Esisteva comunque un gran numero di salse di pesce
diverse. Le migliori erano il garum excellens e il gari flos flos, estratte dalla
ventresca del tonno, dallo sgombro e dalla murena (flos murae). L’hallec, ritenuta la
salsa dei poveri, si preparava anche con le acciughe. Il garum veniva a volte
allungato con acqua o aromatizzato con erbe, forse a motivo del suo cattivo odore.
La salsa era anche un ingrediente importante nella preparazione delle polpette
pompeiane a base di carne di maiale e pan bagnato nel vino cotto misto a garum.
Le polpette si cuocevano infine in vino cotto insieme a foglie d’alloro.

Recenti studi, hanno dimostrato che gli antichi abitanti di Pompei solevano fare uso
di erbe e spezie per la conservazione del cibo. Altri metodi di conservazione
venivano utilizzati per conservare frutti di vario tipo, immergendoli nel miele che
aveva un’azione isolante e protettiva per ciliege, fichi e uva. Per gli alimenti salati,
quali formaggi e carni il metodo di conservazione risultava molto più difficile. Spesso
venivano usati grassi animali per proteggere alcuni tipi di formaggio di capra.
RINGRAZIAMENTI
Il sito ufficiale
http://www.scavidipompei.it/

Mah! Il meno interessante di quelli visitati….

Portale di Pompei
http://www.pompei.it/

Informazioni turistiche

Soprintendenza
archeologica di Pompei
http://www.pompeiisites.org/

Pompei Viva
http://www.pompeiviva.it/pv/it/pompei.htm

Collezione di Foto
http://www.archart.it/archart/italia/campania/Pompei/index.html

Pompei: foto e immagini

fotografie e immagini su Pompei realizzate da Giovanni Lattanzi

Gallerie di foto su: Pompei

Una bellissima collezione! Talmente bella che ho scaricato le foto e ne ho fatto un


file compresso .cbr, da sfogliare come un album!
POMPEI SEPOLTA
www.pompeisepolta.com

Ottimo sito, ben costruito e ricco di informazioni: peccato che la pubblicità lo renda
lentissimo da navigare! Ecco perché ho scelto di scaricare i contenuti e renderli
facilmente e agevolmente fruibili!

NAVI DI POMPEI
http://www.romaeterna.org/galleria/esternec.html

Per gli appassionati di storia navale

Vedere anche: http://marine.antique.free.fr/

In particolare: http://marine.antique.free.fr/navitgr01.php

E tutti i Blog da cui ho tratto gli articoli presenti in questa raccolta.

Chissà se in Italia riavremo un Ministro a capo dei “Beni culturali” che sappia anche
che cosa è la cultura….

14 dicembre 2010

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