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Riassunto storia del diritto

romano Valditara
Storia Del Diritto Romano
Università degli Studi di Palermo
97 pag.

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STORIA DEL DIRITTO ROMANO
Familia

Nel 754 a.C. Nasce la città di Roma. Tutto ebbe inizio


dall'incontro di popolazioni differenti: innanzitutto quelle
latino e sabine, ma anche popolazioni indoeuropee ed
italiche, che trovano comune organizzazione giuridica e da lì
costruiscono una nuova civiltà. Tali popolazioni erano
caratterizzate dalla forma di organizzazione della familia:
organismo strutturato su base parentale, con a capo il pater,
quest'ultimo deve essere obbligatoriamente un libero civis. Il
pater è considerato il depositario del potere assoluto di tutta
la familia, egli, infatti, possiede il diritto di vita e di morte su
tutto il nucleo familiare, è inoltre anche il detentore della
proprietà, ed esercita questo suo potere attraverso il manus;
chiunque cerchi di attentare un bene, appartenente ad un
pater familiarum, sarà sottoposto alla damnatio (messa a
morte). Il potere del pater era tale da vincere il potere del
figlio magistrato. Il pater si sceglieva inoltre il suo
successore, infatti, inizialmente la successione era
testamentaria, successivamente la proprietà venne
tramandata in parti uguali o per percentuali a tutti i figli.

Gens

Alla familia si affianca la gens: organismo fondato su base


parentale, che accomuna tutti i componenti da un nome
come, ma anche da usi, costumi e tradizioni comuni, oltre
che dalla memoria di un unico antenato mitico. La gens non
presenta un capo stabile, ma la tradizione ricorda dei capi
occasionali. Attorno alla gens vi erano i clientes, uomini
stranieri liberi che si affidavano alla protezione di un
patrono; essi in cambio di alcuni appezzamenti di terreno da
coltivare o in cui allevavano il bestiame, dovevano prendere
parte alle guerre della gens.

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Le legae religiose
Ultima forma di organizzazione federativa che precede la
formazione della civitas è considerata la lega religiosa:
l’unione di varie gens sotto un’ unica federazione religiosa. L’
elemento religioso appare occasione per il perseguimento di
finalità politiche.

La civitas

Lo sviluppo economico-demografico delle popolazioni latino-


sabine richiese la nascita di una nuova organizzazione, e
quindi nuove regole giuridiche più complesse. La civitas fu la
risposta a tali esigenze, intesa come insieme organica di
parti ognuna egualmente essenziale per la vitalità del tutto.
Essa presuppone un’ organizzazione politico-sociale e
militare, ciò a sua volta implica istituzioni e regole comuni ai
consociati.

La civitas primitiva era costituita da una forma di governo


monarchica, in cui tutto il potere della comunità era
concentrato nelle mani di un soggetto: il rex.

Il rex

Il rex è una figura scelta per il coordinamento del regnum. Si


trattava di un primus inter pares a cui i patres conferivano
parte dei loro poteri. Il meccanismo di nomina del rex è detto
creatio ed è suddiviso in due fasi: la dictio, ovvero la scelta
del candidato a rex da parte del consesso dei patres, che
pone fine al periodo di interegnum, in cui governavano i
patres cinque giorni a testa; la inauguratio, nonché la presa
degli augurium da parte degli auguri, necessari per indicare
se il candidato potesse divenire rex secondo volere divino.
Tutto questo procedimento doveva essere consono al
mantenimento della pax deorum, vale a dire al buon
rapporto tra civitas e divinità. Il rex rappresentava la più alta

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carica militare, quindi comandante dell’esercito. A lui
spettavano poteri di polizia (l’ arresto), inoltre doveva
emettere le sentenze delle accuse a dei crimini. Infine
svolgeva funzioni religiose, essendo il possessore degli
auspicia, veniva considerato il sacerdote più importante.

I sacerdoti

E' essenziale il ruolo del sacerdote romano per riuscire a


mantenere la pax deorum della civitas. Egli si occupa di 4
principali funzioni nel campo del diritto pubblico: la presa
degli auspicia, la nomina del rex, la produzione dello ius, la
sanzione dei reati; inoltre la religione svolge un ruolo molto
importante all'interno del diritto privato, poichè i sacerdoti
dovevano tutelare in ogni modo la pax deorum, punendo chi
avesse cercato di attentarla. Possiamo dunque dedurre che i
sacerdoti erano delle figure spirituali, che svolgevano
funzioni pubbliche. I sacerdoti più importanti erano i
pontefici, inizialmente 5, poi 9. Loro erano gli unici
conoscitori del calendario (quindi gli unici individuatori dei
giorni fasti e nefasti) e conoscitori dello ius. Un altro collegio
sacerdotale di particolare rilievo era quello degli auguri a cui
spettava il compito di indicare come dovevano essere presi
gli auspicia. Infine tra i principali collegi sacerdotali vi era il
collegio dei feziali: coloro che conoscevano la disciplina delle
relazioni internazionali arcaiche, ed avevano il compito di
dichiarare guerra.

La cittadinanza

La cittadinanza in età monarchica era strettamente connessa


ai legami di sangue. Un figlio di un matrimonio non
considerato di iustae nuptiae non poteva acquisire la
cittadinanza romana. Tuttavia spesso la cittadinanza veniva
rilasciata alle popolazioni conquistate o a degli stranieri,

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sotto volontà del rex, al fine di incrementare il numero
dell'esercito e rendere più potente l'armata.

La proprietà

Le fonti ci fanno intuire che fin dalla creazione di Roma fosse


esistita la proprietà privata. In principio la proprietà privata
era identificata dalla "manus" (tutto ciò che era appartente
al pater), successivamente si distinse in potestas (potere sul
nucleo familiare) e proprietà (intesa nel suo carattere
economico). La propietà nella Roma arcaica assumeva un
carattere sacro, e chi cercava di attentarla veniva punito
fortemente. La proprietà altro non è che il fondamento
dell'autonomia delle familiae.

Il turannos

Alla fine del VII a.C. nasce la figura del turannos etrusco, il
quale introduce a Roma una nuova tattica militare: l'
oplitismo. Questa tecnica portò nell'urbe la nascita di nuove
istituzioni e di nuovi valori di riferimento della civitas. L'
oplitismo si fonda sull'impiego della falange, blocco
compatto di soldati, legati da un forte spirito di solidarietà,
poichè ogni soldato aveva il compito di proteggere il
compagno al suo lato col proprio scudo. Si sviluppa non a
caso il principio di sodalitates.

L' ordinamento centuriato

Il reclutamento dell'esercito oplitico si fondò sull'ordine delle


centurie. Le centurie consistevano in una classificazione
dell'importanza militare dei soldati, basata su un principio
censitario. Avendo l' armatura un costo, si differenziavano i
civis che potevano permettersela da quelli che non potevano
permettersela, ed a seguire coloro che potevano
permettersela venivano classificati in base al tipo di
armatura che potevano acquistare. Questo schema avrà

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ripercussioni sulla vita politica dei civis. Secondo la
tradizione, l'accertamento censitario sarebbe avvenuto
secondo la valutazione del patrimonio del patres, ed il valore
sarebbe stato espresso in assi (barre di bronzo).

L' esercito oplitico portò la creazione di nuove istituzioni. In


primis vi era bisogno di un comandante che avesse
amministrato l' esercito oplitico, per questo nacque la figura
del magister populi, a cui venne affincata la figura del
magister equitum, capo della cavalleria. A queste 2
istituzioni ne venne aggiunta una terza: il prefectus urbi. Egli
aveva il compito di rimanere a presidiare la città durante i
periodi di guerra.

Il diritto penale nell'epoca monarchica

Con lo sviluppo della civitas la repressione criminale venne


gestita direttamente dal rex e non più dai patres. Con l'
istituto del taglione si ha la prima forma di giustizia
regolamentalizzata dal rex. Il taglione consiste nel dare una
pena equilibrata ad un determinato criminale in base al
crimine commesso. I scelera più antichi furono: la perduellio
e il parricidium, puniti dalle leages regiae.

I scelera si dividevano in inespiabili (non perdonabili che


fanno del colpevole un uomo sacer), ed espiabili (perdonabili
attraverso un sacrificio). La perduellio è il nome dell' alto
tradimento colto in flagrante, a differenza della proditio che
non era colto in flagrante. Questo crimine veniva punito
duramente, infatti, il rex nominava caso per caso degli
esecutori chiamati dunviri perdullionis, i quali avevano
l'unico compito di mettere a morte il colpevole colto in
flagrante. Un altro tra i più antichi scelera è il parricidium,
cioè l' omicidio di qualunque uomo libero. Anche la
repressione di questo crimine poteva essere molto dura,
infatti, il rex attraverso una lex iuma nominava i questores

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parricidi, che inanzitutto avevano il compito di verificare la
volontarietà dell'omicidio, se l'omicidio veniva considerato
volontario i questores o dichiaravano il colpevole homo
sacer, cioè sconsacrato dalla società, senza alcuna garanzia
di protezione, o procedevano col parricidas esto, nonchè la
messa a morte.

La res pubblica

E' il 509 a.C. la data considerata della nascita della libera res
pubblica. Furono il magister populi, il magister equitum ed il
prefectus urbi a svolgere un ruolo determinante per la
nascita della libera res pubblica, deturpando il turannos
etrusco dai suoi poteri, perchè quest' ultimo stava cercando
di instaurare una trasmissione del potere di carattere
ereditario, favorendo la nascita della tirannia. Furono queste
3 magistrature stesse a prendere il controllo del governo
della libera res pubblica. Infatti le fonti ci attestano di un
praetor maximus che altro non è che il magister populi,
successivamente chiamato dictator, capo dell'esercito; e
seguendo un filo logico è normale pensare che ad un
prefectus maximus si affiancasse un secondo praetor dal
minore valore, cioè il magister equitum. Per garantire il
buonfunzionamento della libera res pubblica le cariche di
magister populi e magister equitum avevano durata di un
anno, ed ogni 6 mesi i magister erano obbligati a scambiarsi
di carica. Infine le fonti ci testimoniano di un terzo praetor
che rimaneva a gestire la città in caso di guerra, si tratta del
praetor urbi. Alla fine del V sec a.C. i praetor maximus
divennero 2, e furono chiamati più in generale praetore,
intesi come supremi comandanti del governo.

Le magistrature

Dal nome magister derivò per estensione quello generico di


magitratus, che indica colui che detiene una sfera di potere.

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Magistratus è l'ufficio che ha il compito di esercitare una
serie di funzioni in nome della res pubblica. Col sostantivo
magistratus oltre ad indicare l'ufficio, si indica l'individuo che
esercita le determinate funzioni. I magistrati hanno durata
temporale quasi tutti di un anno, e quelli eletti vengono
chiamati designatus. Tipico di tutti i magistrati è il
possedimento della potestas. La potestas dei magistrati altro
non è che un potere inerente all'esercizio di funzioni dello
stato. Si tratta dunque di un potere che esprimne un'autorità
politica sulla civitas. La potestas permette anche di
esprimere la posizione di un magistrato nei confronti di un
altro, si parla per questo di par maiorve potestas. Alla
potestas dei magistrati si può opporre solamente
l'intercessio, un potere che ha la funzione di interrompere un
atto iniziale o preparatorio di un magistrato. Questo potere
era spesso utilizzato dai tribuni della plebe, quando i patrizi
cercavano di vessare i plebei. Simile all' intercessio era lo ius
prohibendi, utilizzato da determinati magistrati con potestas
maggiore su altri magistrati per vietargli il compimento di un
certo atto. Le fonti ci attestano di una differenza tra
magistrature maggiori e magistrature minori, dovuta in base
al tipo di auspicia che esse potevano raccogliere. Potere
superiore della potestas appartenente solamente ai
magistrati maggiori è l'imperium. L'imperium è il massimo
potere di governo, caratterizzato dalla sua unicità e
assolutezza. Esso dispone di varie prerogative, per esempio:
la coercitio, il potere di repressione criminale, la iurisdictio,
cioè il potere del magistrato. L'unico istituto che limitava
l'imperium era la provocatio ad popolum, ovvero un richiamo
al giudizio del popolo. Le magistrature romane si
caratterizzavano per una serie di elementi. Primo fra tanti la
temporaneità. A differenza del rex, che era vitalizio, i
magistrati duravano in carica un anno, diciotto mesi i
censori, sei mesi il dictator. Poi la collegialità. Il re era unico,

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i magistrati erano almeno due. La collegialità è legata alla
par potestas. Ciò significa che ciascuno poteva esprimere le
funzioni di governo connesse con quella carica. Un altro
carattere delle magistrature è la gratuità. Esse venivano
considerate honores e pertanto non venivano retribuite,
inoltre erano l' ultimo passo da compiere per poter diventare
consoli. I magistrati erano irresponsabili durante il loro anno
di carica, ma allo scadere della carica i magistrati potevano
essere perseguiti per qualsiasi illecito commesso. Erano
esclusi da questa responsabilità: il dictator, i censori ed i
tribuni. I magistrati dovevano possedere precisi requisiti per
la loro elegibbilità. I candidati dovevano essere nati liberi,
dovevano essere figli legittimi procreati all'interno di un
matrimonio considerato giusto, dovevano godere della piena
cittadinanza, dovevano possedere una certa età. Tutti questi
requisiti sono causa delle preoccupazioni dei romani, i quali
erano rigidi sul fatto che i magistrati fossere persone
moralmente degne. Vennero estesi vari divieti ai magistrati
romani. Si stabilì che un magistrato non avesse potuto
ricoprire la stessa carica se non fossero trascorsi almeno
dieci anni. Si vietò di ricoprire due magistrature
contemporaneamente. Si vietò di rivestire la carica della
censura più di una volta. Nel 180 a.C. la lex Villia annalis
stabilì un ordine di successione fra le magistrature, così
creando il cursus honorum. Si richiese inoltre che tra una
magistratura e l' altra vi fosse un intervallo di due anni. Ed i
minimi di età vennero innalzati: 30 anni per essere eletti
questori, 40 e 43 per ricoprire la pretura ed il consolato.
Infine per la censura e la dittatura si fissò il principio che
occorreva essere stati prima consoli.

I consoli

I consoli sono delle figure dotate di pari potestas e imperium.


Essi oltre ad essere supremi comandanti, spettava il

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massimo potere di governo della res pubblica. In virtù
dell'imperium la loro sfera di governo era illimitata e poteva
essere vincolata solo dalla provocatio e dall'intercessio dei
tribuni. Il consolato sino al 367 a.C. era riservato ai soli
patrizi. Per alcuni decenni pare che il potere consolare venne
attribuito ai tribuni militum, proprio per evitare che i plebei,
avendo ottenuto dei successi, potessero avere l' accesso al
consolato. Infatti nel 445 a.C. vennero riconosciuti i
matrimoni plebei, permettendgli l' accesso alla suprema
carica. E' significativo che il ricorso ai tribuni militum sia
datato 444 a.C. proprio per non riconoscere ai plebei l'
accesso conquistato l' anno precedente. Risale al 400 a.C. l'
anno in cui si evidenzia una figura plebea all' interno del
colleggio magistratuale. Ufficialmente nel 367 a.C. con il
plebiscito Licinio e Sestio, si pone fine ai constrasti tra patrizi
e plebei per l' accesso alla suprema carica. Fu così che
venne attribuità la sanzione dell' auctoritas senatoria anche
ai plebei e si stabilì che uno dei due consoli dovesse essere
plebeo. Inoltre venne istituita una riforma agraria, che
prevedeva la costituzione di un colleggio di tre uomini, i quali
si sarebbero dovuti occupare della distribuzione delle terre.
Infine il plebiscito prevedeva una rogatio deare alieno,
ovvero una riforma che prevedeva il pagamento degli
interessi considerato di doppio valore e la rateizzazione del
restante capitale.

I questori
Una figura molto importante per l' amministrazione della res
pubblica fu quella dei questori. Essi si occupavano
inanzitutto di esigenze di carattere finanziario, infatti, a loro
spettava la gestione della cassa del popolo romano. Nel 421
a.C. vennero aggiunti due nuovi questori, che si occuparono
dell'amministrazione militare. Nel 267 a.C i questori
divennero otto, poichè vennero costituiti quattro questori

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detti classici, che si occupavano dell'allestimento della flotta.
Infine i questori raggiunsero il numero di 20.

I censori

Un' altra figura molto importante per l' amministrazione della


res pubblica fu quella dei censori. A partire dal 443 pare che
i censori cominciarono a svolgere il compito
dell'accertamento del patrimonio di ogni singolo cittadino
per la creazione dell'esercito, ma è possibile che la
istituzione dei censori sia avvenuta in maniera più graduale.
Una tappa importante riguardo i censori avvenne nel 434
a.C., con l' istituzione di una lex Amelia de censura
minuenda, che stabilì in 18 mesi la durata massima delle
funzioni censorie. Ciò è potuto avvenire per il semplice fatto
che i censori non possedevano imperium, e quindi non si
presentava il rischio che questi magistrati acquisissero un
potere eccessivo. La principale funzione della censura era la
redazione delle liste dei cittadini con l' indicazione dei loro
averi. La valutazione dei censori era assolutamente
discrezionale, per questo alla fine della carica non erano
richiamati a rispondere del principio di responsabiltà. Mentre
un carattere presente era quello della collegiabilità perfetta.
In conseguenza della valutazione fatta, i cittadini venivano
inseriti in due ruoli: uno per la costituzione dell'ordinamento
centuriato, l' altro al fine del pagamento dei tributi. I censori
giudicavano anche la condotta di ogni cittadino. Sono infatti
i creatori della nota censoria che era un giudizio negativo sul
comportamento tenuto dal singolo cittadino. La nota
produceva varie forme di incapacità che coincidevano con l'
impossibilità di usufruire di determinati diritti o la
declassazione all'interno del comizio centuriato. Era inoltre
un giudizio sulla reputazione. Altra competenza dei censori
era la scelta dei senatori (lextio senatus). Questa
attribuzione era indirettamente correlata al giudizio della

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nota censoria, poichè i sentaori non potevano essere tali se
macchiati di nota censoria. I censori per scegliere i
componenti del senato dovevano rispettare il criterio di
optimus quisque, cioè del migliore. Infine si occupavano
della locazione degli appalti pubblici.

I pretori

Nel 367 a.C. si definì la figura del preator urbanus. Si


trattava della evoluzione dell'antico praefectus urbi. Esso si
occupava esclusivamente della giurisdizione, esercitando
talvolta l' iniziativa legislativa, estrinsecazione dell'imperium.
Il pretore aveva dunque il compito di organizzare i processi
tra i cittadini romani. Si limitava ad individuare il principio di
diritto che doveva essere utilizzato, a far mettere d' accordo
le parti sulla scelta del giudice, e ad attribuire il potere di
giudicare ad un cittadino. Esso svolgeva un ruolo
fondamentale all'interno del processo formulare che si
divideva in due fasi: una in iure, davanti al pretore, l' altra
apud iudicem, dinanzi al giudice. Era quest' ultimo che
doveva giudicare e pronunciare la sentenza. Nel 242 a.C.
nasce la figura del praetor peregrinus, il quale aveva il
compito di applicare la iurisdctio tra i cittadini romani e gli
stranieri. Nel 227 a.C. vennero nominati altri due pretori per
l' amministrazione della Sicilia e della Sardegna. Il pretore
una volta in carica stilava un programma di governo, svolto
a regolamentare delle determinate attività. Infine poteva
emettere dei provvedimenti chiamati decreta. L' editto......
Gli edili curuli

La nuova organizzazione dell'amministrazione del 367 a.C.


vide la nascita di due nuovi magistrati: gli edili curuli. Essi si
occupavano della cura urbis, annonae e ludorum. Con
riguardo alla prima sfera di attività a essi spettavano poteri
di polizia e di vigilanza sulle strade, sugli acquedotti, sui

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luoghi pubblici ed aperti al pubblico. Ed anche spettava l'
organizzazione dei servizi antiincendio. La cura amnonae
comportava la sorveglianza sull'approvigionamento della
città, sui mercati e in particolare la giurisdizione sulle
controversie che nascevano dalle operazioni commerciali.
Anche gli edili curuli erano dunque possessori di ius edicendi.
Infine la cura ludorum comportava la responsabilità della
organizzazione dei giochi e la relativa vigilanza.

Il dittatore

Vi era l' esistenza di magistrature straordinarie, a cui si


ricorreva solamente in periodi eccezionali. Una di queste è il
dictator. In caso di situazioni dal carattere eccezionale, era
nominata questa figura di comandante, possessore di un
imperium illimitato. Il dictator si distingueva in optima lege
creatus, ovvero comandante dal potere illimitato, e in
imminuto iure, cioè nominato per il semplice compimento di
alcuni atti religiosi e civili. Nel caso del dictator dotato del
potere illimitato poteva essere nominato rei gerundae causa,
vale a dire per fronteggiare situazioni di particolare pericolo
militare, cioè nel caso di gravi tumulti, defibrillazioni interne.
I poteri di questo supremo comandante erano illimitati,
infatti, non era sottoposto nè a provocatio, nè ad intercessio,
inoltre nei suoi confronti non si aveva distinzione fra
imperium domi e imperium militiae. Comunque il potere del
dictator aveva una limitazione temporale, poichè la sua
carica scadeva o una volta terminati i disorditi, o dopo
essere trascorsi sei mesi. La fiura del dictator esprime la
neccessità di un potere di comando non sottoposto ad alcun
vincolo costituzionale, che garantisse la difesa della res
pubblica. Si avevani più figure di dictator, come: dictatore
imminuto iure che venivano nominati in caso di specifica
competenza o particolare impedimento dei consoli; il dictator
clavi figendae causa che continuava le aniche prerogative

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del praetor maximus; il dictator feriarum latinarum causa
che doveva convocare e presiedere le festività latine; il
dictator comitiorum habendorum causa, a cui si ricorreva
nella convocazione dei comizi.

Una rivitalizzazzione della dittatura si ebbe con Lucio


Cornelio Silla.....

I comizi
Già si è detto come l' ordinamento centuriato si sia
trasformato da ordinamento militare ad assemblee politiche,
alle quali partecipavano tutti i cittadini. Con la nascita della
res pubblica le centurie acquisirono sempre più imperium,
fino ad occuparsi dell' electio dei successori dei magistrati. L'
acquisizione del carattere politico della assemblea centuriata
portò nel tempo anche a una evoluzione della sua struttura.
Quando il comizio raggiunse la sua veste definitiva si
componeva di cinque classi: la prima composta da 80
centurie, la seconda, la terza e la quarta classe composte
ciscuna da 20 centurie e infine la quinta composta da 30
centuri. A queste centurie, si aggiungevano ulteriormente
altre 5 centurie. Inizialmente la prima classe e gli equites,
affiliati alla prima classe, erano costituiti da 98 centurie che
da sole ,con un giudizio unitario, raggiungevano la
maggioranza del comizio, impedendo alle altre centurie di
esprimere il loro volere. Nella direzione di un indebolimento
del potere assoluto della prima classe va anche la
costituzione delle trenta centurie della quinta classe. Fu
questa la prima risposta ad una meggiore richiesta di
democratizzazione del comizio. Nel III sec avvenne una vera
e propria riforma del comizio centuriato che accentuò la sua
democratizzazione. Cicerone ci dice che nel 241 a.C. le 80
centurie della prima classe vennero ridotte a 70, ovvero il
doppio del numero delle tribù, pur lasciando invariato il
numero complessivo di 193 centurie. Ciò diede un taglio più

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democratico alle votazioni comiziali, poichè in questo modo
venne meno la garanzia di maggioranza della prima classe.
Inoltre nel 123 a.C. Caio Gracco impose una lex sempronia
de confusione suffragiorum, con la quale veniva sorteggiata
la classe che avrebbe dovuto votare per prima, per evitare
che le centurie a seguire della prima fossero influenzate
nella decisione del voto. I comizi centuriati svolgevano
principalmente tre funzioni: legislativa, elettorale,
giudiziaria. Il sistema romano della res pubblica era di
democrazia diretto. Il popolo romano votava per l'
approvazione delle leggi. Il procedimento legislativo
incominciava quando un magistrato dotato di imperium
convocava dei comizi in una precisa data e in un preciso
luogo. Seguiva la proposta di legge (rogatio) da parte di un
magistrato, chiamato legis lator. Per essere valida la
proposta di legge, a partire dal 339 a.C., doveva essere stata
accettata dal senato, che doveva esprimere la consueta
auctoritas. La pubblicazione della legge prendeva il nome di
promulgatio, e avveniva con la iscrizione su tavole di legno.
La proposta veniva poi disussa in pubblico per tre mercati,
ovvero per 30 giorni. Se la proposta in seguito a delle
critiche doveva essere cambiata, il procedimento ripartiva da
capo. La procedura non prevedeva la presentazione di
proposte eterogenee. La votazione avveniva nel Campo
Marzio, si apriva con la presa degli auspici e si poteva
votare solamente nei giorni fasti. Se gli auspici erano positivi
si passava alla votazione. Prima il voto veniva espresso a
voce, poi secondo una lex papiria del 131 a.C. il voto fu
scritto e segreto. Su dei cocci le centurie potevano incidere
UR nell'ipotesi dell'approvazione della proposta, A nei casi di
bocciatura. La votazione si concludeva una volta raggiunta la
maggioranza. Tutto il sistema di votazione dei comizi
centuriati è espressione di un grande passo in avanti della
democrazia che si afferma attraverso il principio

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maggioritario. Il passaggio al voto segreto fu un' altra
concquista di grande civiltà da parte dei romani, in quanto
consentì di porre fine a qualsiasi tipo di soggezione. I
risultati venivano proclamati con la cosiddetta renuntiatio. La
pubblicazione avveniva attraverso l' affissione del progetto
sulle tavole e mediante pubblica lettura al momento del
voto. E una volta pubblicata una legge era impossibile
abrogarla. Riguardo alla procedura elettorale, si presentava
la candidatura di ogni singolo cittadino al magistrato che
aveva convocato il comizio. Questo sistema elettorale
superava quella concezione di creatio del successore da
parte del magistrato in carica. Tuttavia il magistrato che
presiedeva la procedura di voto poteva riscattare riscattare il
suo decisivo ruolo svolto nella creatio, attraverso diverse
procedure: poteva interrompere le elezioni, farle ripetere,
non proclamare i risultati. Il voto veniva espresso attraverso
l' incisione del nome del candidato in una tabella, poi inserita
in un' urna, secondo una lez Gabina del 139 a.C. Anche per
la procedura elettorale il voto era segreto, proprio per
sfavorire ritorsioni o casi di clientele elettorali. Ancor più
tardi sarà formato un' apposita fattispece di reato, il crimen
ambitus, che sanzionava qualsiasi forma di corruzione
elettorale. Al risultato delle votazioni, si contrapponeva l'
auctoritas patrum, che nel corso del III sec divenne
preventiva.
Le fonti ci attestano di dei comizi tributi. Ovvero delle
riunioni di tutto il popolo per tribù. Stando sempre alle fonti,
pare che durante le riunioni dei comizi tributi venivano eletti
i questori, e gli edili curuli.

Il senato
La repubblica vede nel senato quell'organismo che doveva
garantire i valori repubblicani. La scelta dei senatori spettò ai
consoli, sino al plebiscito Ovinio del 312 a.C. che trasferì

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questa competenza ai censori. I censori nominavano i
senatori secondo il criterio del optimus quisque (del
migliore). Il criterio dell'optimus quisque venne rimpiazzato
dall'obbligo di aver già rivestito una magistratura. Proprio
perchè si presupponeva che un ex magistrato avesse
particolari capacità e fosse una persona di esperienza. A
partire dal 102 a.C. venne aperto l' acesso al senato anche ai
tribuni della plebe, a seguito dell'equiparazione del
tribunato alla magistratura. Al senato spettò il dominus
publici consilii, vale a dire l' arbitrio delle pubbliche decisioni.
Esso era dunque un organo competente che svolgeva una
funzione di indirizzio politico della res pubblica. Tra le
funzioni principali dei senatori patrizi si evidenziano: l'
interegnum e l' auctoritas.
Si ricorreva all'interegnum nel caso che fossero venuti a
mancare entrambi i consoli. Diverso è dall'interex pro
tempore, ovvero la funzione di convocare i comizi e
successivamente creare i consoli, precedentemente eletti.
Mentre per auctoritas si intende la facoltà del senato di
intervenire nell'ambito di procedimenti normativi per
confermarne la validità. Per esempio la legge Liciniae Sestie
fu un plebiscito reso forte dalla interposizione dell'auctoritas.
Dopo la lex Publilia Philonis del 339 a.C. si stbilì che l'
auctoritas senatoria dovesse essere preventiva al voto
comiziale, quindi interposta subito dopo la rogatio del
magistrato. L' auctoritas diventò una sorta di consuetudine
anche per le proposte di legge comiziali, ma comunque dopo
essere diventata preventiva, il senato perdette la sua
egemonia politica. Perciò il senato per mantere una funzione
di egemoinia politica, cominciò ad agire autonomamente,
emanando senatus consultum che avrebbero avuto funzione
di produzione normativa. Inizialmente dal punto di vista
amministrativo-giuridico possiamo definire il senatus
consultum un parere facoltativo dal contenuto non

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precettivo. Esso in altre parole era l' intervento del senato,
sotto forma di consiglio, per sciogliere determinati dubbi, o
prendere determinate decisioni. Alla fine della res pubblica
come ho detto in precedenza assunse una funzione
legislativa. Il senato ebbe la facoltà di emanare decreta. In
primo luogo ebbe la possibilità di elaborare leggi in casi
particolari. In secondo luogo tentò di recuperare quella
facoltà che possedeva con l' auctoritas di approvazione delle
leggi. Infine ebbe la capacità anche di abrogare. Una
speciale facoltà dei senatori fu il senatus consultum
ultimum: la possibilità di poter prendere tutte le misure
possibili per difendere la res pubblica. Tale facoltà prevedeva
una sezione chiamata regnum tumultus: in particolari casi di
defibrillazioni intestine, esisteva la possibilità di chiamare il
popolo alle armi, contro un determinato avversario. Il
consiglio ebbe una grande rilevanza riguardo la scelta dei
magistrati, in quanto era il valutatore dei requisiti di
eleggibilità di quest' ultimi. In materia militare al senato
spettava la decisione di dichiarare guerra. In materia di
politica estera si occupava di curare le relazioni
diplomatiche. All'assemblea spettò di attribuire ai magistrati
che avessero concluso il loro anno di carica la possibilità di
esercitare funzioni di governo in una provincia. In fine in
campo giudiziario al consesso spettò il giudizio su alcuni
reati a partire dal III sec.
Nel I sec. a.C. per superare il periodo di crisi che Roma stava
affrontando, Cicerone decise di elaborare una riforma del
senato. Egli pur essendo un difensore della sovranità
popolare, cercò di trovare un rimedio che evitasse la
degenerazione della democrazia popolare. Appare evidente
nel de legibus l' intenzione di trasformare il senato in un'
assemblea elettiva, che si affincasse ai comnizi nella
funzione legislativa. Cicerono sottolinea come il senato
sarebbe stato eletto dal popolo, proprio per garantire il

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principio di sovranità popolare. A questa assemblea Cicerone
avrebbe voluto attribuire funzioni legislative. L' ordinamento
romano dunque sarebbe stato composto dallo ius civile,
decreta del senato, e leges publicae. E sarebbe stato il
senato a nominare il dictator in caso di gravi emergenze,
fatto che conferma la volontà di attribuire al consesso,
considerato espressione della sovranità popolare, il governo
della res pubblica. Questa proposta non venne mai
accettata, ma comunque si tratta di una visione moderna di
democrazia parlamentare.

Gli organi sacerdotali


E' noto che i sacerdoti a Roma svolgessero funzioni
pubbliche. Particolarmente importanti erano quelle dei
pontefici e degli auguri. Pontefici ed auguri si
caratterizzavano per la durata vitalizia, e per la cooptazione,
ovvero una nomina discrezionale svolta da un colleggio, al
quale solamente i patrizi potevano accedervi. Un passaggio
decisivo verso la democratizzazione dei colleggi sacerdotali
avvenne nel 300 a.C. Quando con la lex Ogulnia, un
plebiscito, si stabiliva che anche i plebai avrebbero potuto
accedere al pontificato e al colleggio augurale. Nel 104 a.C.
la battagglia per una democratizzazione dei collegi
sacerdotali ebbe un' altra grande vittoria, infatti, si stabilì
che per la scelta dei pontefici e degli auguri si sarebbe
dovuto seguire il principio elettivo.

Gli organi della plebe


Si è visto come all'indomani della cacciata dei Tarquini i
patres più potenti si chiusero a difesa del proprio potere,
rivendicando solo per sè il controllo delle magistrature, l'
accesso al senato, lo sfruttamento dell'ager pubblicus (terre
pubbliche da sfruttare). I patrizi dunque non coinvolsero
minimamente i plebei alla direzione della res pubblica. Allora

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i plebei per reagire decisero di creare un' autonoma e
parallela organizzazione. La crisi economica del V sec.
ingrandì il problema dei debiti, incrementando le addictio dei
plebei nei confronti del creditore. Di conseguenza i plebei
richiesero la possibilità di lavorare gli ager pubblicus, ed
anche la messa in regola delle loro nozzi. Ma il patriziato di
fronte alle richieste plebee non diede alcun consenso,
cosicchè i plebei danno vita ad una comunità nella comunità.
Inoltre da questo momento si rifiuteranno di prestare servizio
militare e pagare i tributi. Gli organi che contribuirono in
maniera importante per la secessione dei plebei furono: due
tribuni. I tribuni della plebe furono poi portati a quattro nel
471 e a dieci nel 457. I plebei votarono delle legaes
sacratae, con cui giurarono di difendere l' inviolabilità dei
loro rappresentanti a qualsiasi costo. I patrizi cedono di
fronte all'idea di sfasciare l' unità della civitas, e sanciscono
l' accordo con un foedus. Con il foedus l' organizzazione
plebea viene formalmente riconosciuta, ma rimane soltanto
espressione della plebe. I tribuni vennero considerati i
difensori della plebe, chiunque avesse tentato di attentarli
sarebbe stato dichiarato uomo sacer. Nel 449 a.C. con una
lex Valeria Horatia il carattere sacrosanto dei tribuni venne
esteso anche agli edili della plebe. Tra i poteri riconosciuti ai
tribuni abbiamo: la auxilii latio, cioè il potere di dare aiuto al
singolo plebeo minacciato dal magistrato; l' intercessio un
potere di veto, con cui i tribuni potevano paralizzare
qualsiasi atto dei magistrati; la coercendi potestas, il potere
di arresto e di irrogazione di multe nei confronti di magistrati
che avessero commesso atti illeciti.
Oltre ai tribuni della plebe vi era un altro grande organo
plebeo, l' edilità. Gli edili erano originariamente dei sacerdoti
plebei, col compito di amministrare il tesoro plebeo. Agli edili
i tribuni delegavano i compiti di arresto nei confronti dei
soggetti accusati. A partire dal 367 a.C. gli edili ricoprirono

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un basso grado della magistratura. Infine erano ricordati
anche gli iudices che ebbero competenza su cause di libertà.
In conclusione i tribuni si occupavano delle funzioni di
governo e forse anche militari, gli edili delle funzioni
finanziarie, ed i iudices avevano funizioni giudicanti.
Accanto a questi organi ve ne era un altro, che svolgeva
funzioni di assmblea deliberati, era il concilio della plebe.
Nelle assemblee la maggioranza dei voti delle tribù
esprimeva la volontà dell'intero collegio. Le deliberazioni del
collegio venivano chiamati plebisciti ed avevano valore
solaemente sulla comunità plebea. I plebisciti dopo la lex
publia philonis del 339 a.C. vennero equiparati alle leggi,
limitando il potere di auctoritas del senato, cioè facendo
diventare l' auctoritas preventiva. Fu nel 286 a.C. con la lex
Hortensia che il plebiscito non venne più minimamente
vincolato da alcun tipo di potere di auctoritas. L'
equiparazione dei plebisciti alle leggi, diventò lo strumento
con cui i plebei avrebbero voluto stravolgere la costituzione,
sino a quando Silla non decise di ripristinare l' auctoritas
senatoria con efficacia vincolante.
Due tribuni esemplari furono TIberio e Caio Gracco. Tiberio si
rese noto sopratutto con la proposta di una riforma agraria
nel 133 a.C. La riforma prevedeva l' assegnazione delle terre
dell'ager pubblicus ai patres romani di 500 iugeri, mentre
250 iugeri per i figli maschi, con in più il vincolo di
inalienabilità. La riforma aveva lo scopo di ricostituire un
ceto medio di proprietari terrieri, e per garantire il successo
della sua opera, Tiberio previde l' istituzione di una
commissione di triumviri agris dandis, adsignandis,
iudicandis che aveva la funzione di regolare il possedimento
delle terre. Alla proposta di Tiberio si contrappose l'
intercessio del tribuno Ottavio, ma per proteggere la sua
rogatione Tiberio decide di chiamare il popolo al voto per
deporre Ottavio dalla sua carica, in quanto non stava

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rappresentando gli interessi di chi lo aveva eletto, e dopo
una votazione Ottavio venne abrogato dalla sua carica.
Comunque Tiberio non riuscì a far approvare il suo disegno,
e lo stesso anno venne ucciso. Responsabile della sua
uccisione fu il pontefice Scipione Nasica che ricorse alla
evocatio, dichiarando Tiberio nemico della res pubblica e
facendolo uccidere dal popolo in armi.
Dieci anni dopo nel 123 a.C. Caio fratello di Tiberio, eletto
tribuno, riuscì a fare approvare la riforma del fratello, e molte
altre ancora. Innanzitutto fece approvare la lex sempronia de
comitiis centuriati (il sorteggio della centuria che avrebbe
dovuto votare per prima).
Fece approvare un plebiscito de abactis che prevedeva l'
impossibilità di un ri candidatura da parte dei magistrati che
avevano tradito gli interessi degli elettori. Trasferì il potere
politico dai consoli ai tribuni, limitando la funzione di quest'
ultimi unicamente a capi dell'esercito. Fece convalidare una
lex de capite civis, con cui si impediva la creazione di
questiones extraordinariae sulla base di senatoconsulto; si
escludevano i senatori da commissioni giudicanti. Fece
promuovere la lex de provinciis consularibus, con cui viene
imposto al senato di non poter scegliere la provincia da
assegnare ai promagistrati. Fece autorizzare una lex viaria,
con cui si mirava alla costruzione di nuove strade. Il disegno
di Caio aveva lo scopo di limitare privilegi e poteri della
nobilitas. Il suo disegno come quello del fratello viene
infranto dalla morte avvenuta nel 121 a.C. dovuta alla
emanazione di senatoconsulto ultimum da parte del senato,
influenzato dal console Lucio Oplinio, per reprimere il
movimento graccano.

Fonti del diritto romano, l' ordinamento giuridico


romano

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Le dodici tavole risalgono al V sec a.C., Contengono una
raccolta normativa e sono considerate come l' origine del
diritto della civitas. Secondo le fonti, Pomponio ci testimonia
come le dodici tavole sono frutto di un' esigenza, l' esigenza
di certezza del diritto, e quindi l' esigenza di un sistema
fondato su leggi scritte. D' altro canto la certezza del diritto
era la garanzia di eguaglianza tra tutti i cittadini, valore assai
sentito dai romani della tarda repubblica. L' interpretazione
delle leggi contenute nelle dodici tavole spettava ai
pontefici. Non a caso i pontefici erano tutti di origine patrizia,
infatti, si cercarono di discriminare i ceti meno abbienti. La
creazione delle dodici tavole segue un percorso preciso:
inizialmente nel 462 a.C. un tribuno della plebe richiese l'
elaborazione di leggi, volte a precisare l' imperium dei
consoli; poi nel 454 a.C. i tribuni avrebbero richiesto l'
istituzione di una commissione di dieci uomini, a cui
avrebbero potuto accedere anche i plebei. Questa richiesta
venne accettata, cosicchè nel 451 a.C. i decenviri stipularono
dieci leggi ed infine nel 450 a.C. vennero aggiunte le ultime
due. Di questo corpo di norme abbiamo una conoscenza
frammentaria, tramite numerose citazioni di versetti. Non
risultano norme che definiscano cosa sia la patria potestas,
la mancipatio, i comizi centuriati e via dicendo. Si
presuppone l' esistenza di questi istituti, dando per scontata
la loro definizione. Per questo la raccolta normativa si
concentra su quegli aspetti che apparivano più incerti. Così
per esempio se non disciplina la patria potestas, ne regola l'
abuso, se non definisce la mancipatio, chiarisce gli effetti
giuridici. Il corpo di leggi arriva anche ad introdurre nuovi
istituti come la legis actio per iudicis arbitrive postulationem,
volta all'accertamento di situazioni giuridiche incerte. La
gran parte delle norme contenute nelle dodici tavole
riguardano il diritto privato, ma vi sono anche norme
riguardanti il diritto pubblico e il diritto penale. Le norme

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riferitesi al diritto privato si riducono alla mancipatio, in iurie
cessio (forme di trasferimento di un bene), nexum (una
forma di garanzia personale a causa di un debito), sponsio
(una forma di contratto verbale). Un esempio di emancipatio
è l' interpretatio pontificale (vedi appunti). Vennero
incontrate anche varie forme riguardanti il diritto pubblico,
per esempio: le condanne a morte potranno essere
pronunciate solamente nel comizio centuriato, per questo
viene creato l' istituto della provocatio ad populi, ovvero un
intervento svolto dal popolo, che consisteva nella limitazione
del potere di coercitio maxima dei magistrati o dei consoli;
nessun uomo neanche straniero potrà essere ucciso senza
una preventiva condanna; viene stabilito che la legge
posteriore abroga quella anteriore.

Tra le produzioni delle fonti del diritto romano possiamo


incontrare lo ius civile, una forma di diritto che si applica solo
ai cittadini. Un diritto che affonda le sue radici nei costumi
più antichi dei patres. Lo ius civile è alla base del diritto
privato romano, contiene istituti come la mancipatio, cioè il
trasferimento di una proprietà, la sponsio, cioè la prima
forma di contratto verbale. I depositari originari dello ius
civile erano i pontefici, i quali avevano il compito di
interpretarlo. Allo ius civile facevano parte le dodici tavole,
ciò ci fa dedurre che una lex poteva essere produttiva di ius
civile.
Una caratteristica dello ius civile stava nel fatto che mai si
sarebbe abrogato un costume tipico della civiltà romana,
quindi vigeva l' idea di eternità e immutabilità del diritto. Lo
ius civile quindi fu sempre concepito come un patrimonio
non modificabile di principi generali, poichè considerato
espressione naturale della civiltà romana. In altre parole era
considerato traduzione giuridica della realtà sociale. Un'
ulteriore caratteristica dello ius civile era il suo esclusivo

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riferimento ai rapporti di diritto privato. Successivamente si
allargò in altre ambiti, inserendo al suo interno lo ius
gentium e lo ius honorarium.
Lo ius honorarium o ius praetorium è il diritto di origine
magistratuale. Era un complesso di norme avente
fondamento nell'editto del pretore, degli edili curuli e dei
governatori delle province. Era dunque un insieme di norme
fondato sull'imperium magistratuale. La funzione dello ius
honorarium era subordinata all'esistenza dello ius civile. Per
esempio il fatto che non si poteva utilizzare il processo per
legis actiones per le controversie tra cittadini romani e
stranieri, fece in modo che si creasse una nuova forma di
processo appartenente allo ius honorarium. Questo processo
chiamato formulario, poichè basato su un documento scritto
dal pretore chiamato formula, riguardò la regolamentazione
di quei ambiti estranei allo ius civile. Infati venne anche
utilizzato per la compravendita consensuale, contratto
estraneo allo ius civile e dunque non azionabile nelle forme
del processo per legis actiones. Il processo formulare venne
legalizzato attorno alla metà del II sec a.C. e permise di
trattare un numero assai ampio di pretese, che comunque
dovevano essere state enunciate nell'editto del pretore.
Per capire meglio la come operava lo ius honorarium nei
confronti dello ius civile si può ricorrere ad un esempio.
Nell'ipotesi di furto anticamente si prevedeva l' addictio del
ladro derubato. Questa soluzione nel periodo della tarda res
pubblica apparve inadeguata poichè non vi era un reale
interesse economico del derubato a tener presso di sè il
ladro. Quindi il pretore previde di concedere un' actio furti,
ovvero un risarcimento economico pari al quadruplo del
valore della cosa rubata. Possiamo dunque affermare che lo
ius honorarium andava a colmare quelle lacune giuridiche
dello ius civile. Tipico strumento dei pretori sono le
cosiddette actiones in factum, che avevano il compito di

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proteggere tutta una serie di rapporti, che non avevano una
tutela nello ius civile. Dalla caratteristica delle actiones in
factum si coglie una differenza sostanziale tra lo ius civile e
lo ius honorarium: nello ius civile si modellano i rapporti
giuridici sostanziali; mentre nello ius honorarium si
prometteva l' azione sulla base dei presupposti di fatto
richiamati nella formula e dalla promessa del mezzo si
induceva l' esistenza del rapporto. A seguito della
legalizzazione del processo formulare, il pretore dovette
arricchire di formule il suo editto, in modo tale da tradurre
nei nuovi termini processuali anche le actiones fondate sullo
ius civile. In conclusione sulla base di quanto si è detto,
appare pertanto che lo ius honorarium non era mai in grado
di abrogare norme esistenti sul piano dello ius civile, nè vi è
rapporto gerarchico fra norme di ius honorarium e norme di
ius civile, si tratta di due piani che operano autonomamente.
A Roma vigeva il principio della personalità del diritto. In
virtù di questo diritto, ogni popolo seguiva il proprio diritto.
Ai peregrini, cioè agli stranieri che commerciavano che
commerciavano o vivevano a Roma, non si potevano
applicare le norme dello ius civile. Per rimediare agli
incovenienti che un simile criterio determinava, era usuale
inserire nei trattati internazionali la disciplina della
protezione giuridica dei cittadini degli stati coinvolti.
Normalmente le controversie tra cittadini stranieri e cittadini
romani erano giudicate da collegi di recuperatores.
Nell'ambito dei rapporti con i Latini il foedus cassianum
prevedeva l' organizzazione di un giudizio nella città dove
fosse stato concluso il negozio giuridico. In ogni caso, in virtù
del proprio imperium, il magistrato rimaneva libero di
emanare norme per regolare i rapporti tra stranieri e romani.
Il principio cardine a cui doveva ispirarsi il giudice era quello
della bona fide, vale a dire il principio della buona fede. Per
gestire tutte le tipologie di controversi che si presentarono

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tra cittadini romani e stranieri nel 242 a.C. venne istituita la
figura del praetor peregrinus, ovvero un praetor che aveva il
compito specifico di ius dicere inter cives et peregrinos.
Alcuni contratti nati nello ius civile, come per esempio la
stipulatio, si applicarono pure ai peregrini. In questo modo si
finiva con l' applicare per la prima volta a Roma il criterio di
territorialità del diritto. Questo complesso di norme nato
nella giurisdizione fra romani e stranieri, fu a un certo punto
definito ius gentium. Il primo a parlarcene è Cicerone. Egli lo
definisce come quel complesso di norme applicate presso
tutti i popoli in quanto fondate sulla lex naturae. Sappiamo
poi per certo che la categoria dello ius gentium venne
assunta nel linguaggio giuridico, almeno a far data della
giurisprudenza adrianea. Affiora chiaramente l' idea della
naturalis ratio, lo ius gentium appare come insieme di istituti
fondati sulla ragionevolezza, dunque in definitiva un diritto
fondato sull'ordine naturale delle cose. Secondo Ulpiano, ma
più probabilmente secondo i giustinianei, influenzati da una
visione cristiana, dallo ius gentium si distinguerebbe lo ius
naturale, che sarebbe una categoria ancora più ampia in
quanto comprenderebbe quegli istituti e quei principi che
non solo sono comuni a tutti i popoli, ma che addirittura
sono propri di tutti gli esseri umani.

La giurisprudenza
Tra le fonti del diritto incontriamo la giurisprudenza
pontificale. Per giurisprudenza pontificale si intende l'
interpretazione del mos che si svolgeva attraverso le tre
attività fondamentali dell'agere, del cavere e del respondere.
L' agere consisteva nella preparazione delle actiones da
suggerire ai privati per la presentazione delle loro pretese. Il
cavere alludeva alla predispozione degli schemi negoziali
idonei a realizzare gli scopi pratici perseguiti dai privati. Il
respondere alludeva ai pareri espressi dai pontefici in ambito

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giuridico. Pian piano la giurisprudenza pontificale andò
scomparendo, causa la democratizzazione del diritto. Le
dodici tavole e le legis actiones segnarono l' inizio della fine
della giurisprudenza pontificale.
Infatti nel IV sec a.C. alla giurisprudenza pontificale prima si
affiancò e dopo si sostituì la giurisprudenza laica.
La giurisprudenza laica fonda le sue basi su un principio di
merito, a differenza della giurisprudenza pontificale che era
strettamente legata all'istituto della chiesa. Inoltre la
differenza fra giurisprudenza pontificale e quella laica è che
i sacerdoti operavano con riservatezza senza divulgare la
loro letteratura proprio perché il segreto
rappresentava potere, mentre i giuristi laici invece
divulgavano la sapienza giuridica sia attraverso i responsa
pubblici che la letteratura, in modo tale da cercare di dare
delle soluzioni più adeguate a coloro che gli chiedevano
consiglio. Anche l’attività della giurisprudenza laica si
svolgeva secondo i tre verba del respondere, cavere e agere.
Nell'ambito del respondere la giurisprudenza laica non
prendeva la forma di fonte del diritto, poichè anche quando
la interpretatio nell'ambito del respondere allargava la
portata di certi istituti, era però il pretore ad accogliere o
meno quella interpretatio. Nell'ambito del cavere si dà vita a
nova negotia, ma anche qui la giurisprudenza non pare
affatto come fonte del diritto. I nova negotia non erano dei
veri e propri istituti nuovi, ma una conseguenza di istituti già
esistenti. Infine per quanto riguardare l’agere sappiamo che
il pretore si ispirava alla elaborazione fatta dai giuristi che gli
suggerivano rimedi processuali,anche se la responsabilità e
la scelta dell’accoglienza del rimedio era la sua.

Giuristi repubblicani
Pomponio, nel suo liber singularis Enchiridii contiene un
excursus sui giuristi romani, fornendo un' importante

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ricostruzione: la prima figura significativa è Sestio Elio edile
curule nel 200 a.C., console nel 198 a.C., e censore nel 194.
Egli è più noto per la interpretazione delle leggi delle dodici
tavole. Tale interpretazione la si può incontrare nella
Tripertita, opera più importante di Sestio, così detta perché
costituita da tre parti: una che trattava le dodici tavole, la
seconda riguardava l'interpretazione pontificale, infine la
terza parlava delle legis actiones. Le parti venivano
analizzate tutte separatamente per far mettere in rilevanza
la profonda differenza tra le XII Tavole e l'interpretatio, oltre
a parlare di come venivano regolate le legis actiones.
Quest'opera perciò si concreta come un'analisi del diritto di
quell'epoca, e grazie ad essa Sesto Elio è ritenuto il primo
vero giurista romano.
Un altro giurista citato da Pomponio è Marco Porcio Catone,
censore nel 183 a.C. 184. Egli riteneva che l’esperienza e la
tradizione sono fondamentali valori. Rifiuta l’idea delle
rivoluzioni affermando che i cambiamenti debbano essere
graduali. Emerge l' idea che uno Stato debba avere delle
radici solide, e una continuità col suo passato.
Dopo costoro vi furono Publio Mucio Scevola, Bruto e Manio
Manlio. Quest’ultimo è noto per aver scritto dei formularii per
gli atti di compravendita, e per una qualificazione del nexum.
Bruto è noto per aver scritto una raccolta in tre libri di
responsa che assumevano valore di esempi; utilizzati da
Giustiniano nel Digesto. Infine, Publio Mucio Scevola,
consigliere di Tiberio Gracco, si oppose al senato consulto
ultimo con cui il senato voleva reprimere il movimento
graccano. Egli fu noto per aver riordinato e pubblicato gli
Annales Maximi ( ossia la registrazione dei fatti redatti dai
pontefici anno per anno) e per aver scritto 10 libri su temi
specifici di ius civile. Un’evoluzione importante nella storia
della giurisprudenza repubblicana si ebbe con l’importazione
dalla Grecia del metodo dialettico, il quale comportava lo

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studio dei generi e delle specie, il primo ad importare tale
metodo fu Quinto Mucio Scevola. Stando a Pomponio, Quinto
Mucio sarebbe stato il primo a sistemare lo ius civile
generatim, vale a dire a raggrupparlo secondo le
classificazioni sistematiche. Scrisse 18 libri di commento allo
ius civile e una raccolta di regole. Le sue distinctiones furono
uniche e originali, infatti, esse furono discusse e perfezionate
dai giuristi posteriori. Quinto fu avverso alla filosofia perchè
pensava che contenesse idee inutili da divulgare alla
colletività.

LA LEGGE
Fra le fonti del diritto sia pomponio che Gaio menzionano la
legge. Lex deriva dal verbo legare che significa dare in
carico, ma qui nel senso di regolare. Lex in altri termini è
qualunque norma regolatrice di rapporti che vincoli ed
obblighi. Le leges potevano essere publicae e privatae. Tra le
leges publicae vi erano quelle rogatae che erano imposte dal
magistrato.
La lex rogata prima di tutto era costituita da una
praescriptio, che identificava la legge con il nome, l'
assemblea votante, il luogo e la data in cui si dovesse
votare. Vi era poi l' indicazione di quale centuria o tribù
estratta a sorte avrebbe dovuto votare per prima.
Seguiva la rogatio che conteneva il testo della legge.
Infine l' ultima parte era quella della sanctio, cioè la parte
composta dalle sanzioni che la lex avrebbe potuto provocare.
L' iniziativa legislativa spetta sempre al magistrato fornito di
ius agendi cum populo, ma l' approvazione della lex spetta al
popolo riunito nel comizio.
La lex per i romani è un precetto caratterizzato da
generalità, il fondamento della cui efficacia sta nella volontà
del popolo. Senza lo iussum populi la rogatio del magistrato
non ha alcun effetto.

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La generalità secondo Ulpiano sarebbe che: "le norme non
vengono statuite riguardo a singole persone, ma in via
generale". Oltre alla generalità una caratteristica della lex
rogata è la sua stabilità nel tempo: dice Gaio infatti che
legge è ciò che il popolo ordina e fissa in modo stabile. La
legge nell' età del principato era la fonte del diritto per
eccellenza, proprio perchè inizialmente era un atto del
magistrato acclamato per suffraggium dal popolo. Si pensa
anche che ci sia stato un periodo in cui la legge si
considerava già esistente prima del suffragium populi, si
parla della fase di passaggio del turannos etrusco.
Comunque a partire dal V sec a.C. la legge ebbe alla base
della su vincolatività lo iussum populi.
Le leggi vennero distinte in tre categorie:
- leges imperfectae che vietano qualcosa, ma sono esenti di
atto punitivo;
- leges minus quam perfectae che si limitano a punire il
contravventore;
- leges perfectae che dispongono l' annullamento dell'atto.
Tra le leges imperfectae incontriamo la lex Cinicia del 204
a.C. che vietava le donazioni oltre un certo limite, ma non
prevedeva alcuna senzione. Mentre un esempio di leges
minus quam perfectae è la legge Furia del II sec a.C.: essa
fissava in 1000 assi il valore massimo di ogni legato. Nell'
ipotesi di violazione della lex, il legatario veniva punito con
una pesante sanzione pecuniaria, ma il contravventore
comunque riscuoteva il credito. Infine come lex perfecta
occorre considerare la lex Poetaelia Papiria del 324 a.C. che
abroga l' istituto del nexum.
Non sembra esistere un limite all' abrogazione da parte della
lex. Le leggi perfectae e imperfectae si differiscono tra loro
soltanto in una più o meno completa manifestazione di
volontà del legislatore.

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Riguardo l'inabrogabilità dello ius civile da parte della legge
appare rilevante la funzione della clausola contenuta nella
sanctio: in primis va osservato che la clausola recita "si quid"
dunque fa riferimento a qualche aspetto soltanto
dell'ordinamento, inoltre va pensato che si volevano fare
salve determinate norme che la legge avrebbe potuto
abrogare. D' altro canto la clausola contenuta nella sanctio
era una sorta di difesa del popolo dagli abbusi di potere delle
oligarchie, infatti, la clusola più antica riguardava multe nei
contro magistrati, senatori e giudici che non avessero curato
l' applicazione della legge.
Legge ed editto del pretore appaiono dunque in età
repubblicana come i due grandi strumenti a garanzia dei
diritti soggettivi, e fonte per eccellenza del diritto: l' una dei
diritti pubblici, l' altro dei diritti privati.
La legge da sempre è stata sottoposta ad un'
interpretazione.
L' interpretatio a Roma si basò da sempre su dei principi
definiti. Il criterio di fondo era quello della voluntas del
legislatore. Vi è quindi il rifiuto di un' interpretazione
letterale. Il criterio della voluntas viene affiancato dal criterio
dell' aequitas. Cicerone per spiegarci cosa si intendesse per
aequitas ci racconta l' esempio di colui che avendo
patteggiato col nemico un tregua di trenta giorni,
saccheggiava di notte le campagne adducendo che la tregua
era stata pattuita per il giorno e non anche per la notte. L'
interpretazione del patto era contro l' aequitas e contro il
senso stesso dell'accordo. La coincidenza della voluntas legis
latoris e della ragionevolezza appare espressione del
principio di aequitas. Tuttavia una proposta del magistrato
poteva divenire efficace solamente dopo un' approvazione
da parte dell'assemblea popolare.

L' editto

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Fra le fonti del diritto viene citato esplicitamente dai giuristi
romani l' editto dei magistrati. Gli editti venivano emanati
dai pretori urbani e peregrini, dagli edili curuli e dai
promagistrati, era l' imperium che gli garantiva la possibilità
di decidere in maniera rapida su problemi concreti. La
creazione di un nuovo diritto costituito dall'editto si svolgeva
al di fuori di una supervisione della giurisprudenza. L' editto
contiene norme generali e astratte, create al fine di
regolamentare l' attività del magistrato. L' editto
regolamentalizzava una serie di rapporti fra privati,
diventando così fonte di norme di ius honorarium.

I senatoconsulti
Per ultimi tra le fonti del diritto romano troviamo i
senatoconsulti.
Secondo Pomponio l' allargamento della cittadinanza
conseguì un trasferimento al senato della cura della cosa
pubblica. Senato che usufruifva del senaconsulto per creare
delle vere e proprie norme.
Stando alla testimonianza di Gaio i senatoconsulti erano
equiparati alla legge e dunque erano senz' altro fonte del
diritto.
La dottrina distingue i senatoconsulti fra i vari settori del
diritto. Nel campo privsatistico il senatoconssulto non appare
fonte di norme vincolanti. Pare invece essere una
sollecitazione nei confronti di un magistrato, per fargli
presentare una rogatio.
Circa il diritto criminale il senatoconsulto pare che sia una
richiesta facoltativa di proposte di legge.
Diverso è il discorso per quel che riguarda il diritto pubblico.
Qui è stato affermato il valore normativo dei senatoconsulti.
Infatti in quelle materie di esclusiva competenza del senato il
senatoconsulto andava direttamente a vincolare il

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magistrato, che nell'eseguirli si limitava ad applicare delle
norme preesistenti.

L' ORGANIZZAZIONE DEI TERRITORI


I rapporti tra Roma e le comunità conquistate seguivano due
criteri: la federazione e l' annessione. Si è visto come Roma
facesse parte della Lega Latina, una federazione avente
carattere religioso che univa varie città del Lazio. Il principio
che sembra affiorare da questa federazione è quello della
reciprocità. Esso si coglie infatti nella previsione del turno nel
comando dell'esercito, nella equa divisione del bottino,
nell'aiuto reciproco che i federati dovevano prestarsi. Dopo il
340 a.C. vennero annesse alla Lega Latina alcune
popolazioni Latine. Esse avevano l' obbligo di partecipare
alle guerre di Roma, e gli era consentito il conubium e il
commercium unicamente con i romani. I loro cittadini si
distinsero in Latini prisci, che erano i cittadini della Lega
Latina; Latini coloniarii, che identificavano gli abitanti delle
colonie latine fondate a Roma; Latini iuniani, che erano gli
schiavi manomessi.
Il sistema federativo venne applicato anche nei rapporti con
altre comunità estranee all'antica Lega latina. In particolare
esso venne applicato nella penisola italica che era stata la
prima terra di conquista. Pertanto la comune condizione
giuridica di una determinata entità geografica, suggerì la
estensione del termine Italia che originariamente qualificava
la punta estrema della Calabria e successivamente la Magna
Grecia peninsulare. I socii Italici conservavano la propria
sovranità: avevano infatti propri magistrati, una propria
giurisdizione, una propria moneta, propri eserciti.
Alcune comunità Latine vennero annesse, cioè acquisirono la
cittadinanza romana, cessando di essere una civitas.
Una prassi della antica Lega Latina era quella dell'istituzione
di coloniae.

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La funzione originaria della colonia è militare e serviva
principalmente per controllare i territori sottomessi.
A partire dall'età dei Gracchi le colonie assumono anche una
finalità sociale: dare uno sfogo a quel proletariato urbano.
Le coloniae venivano date come ricompensa ai veterani che
si erano dimostrati particolarmente valorosi.
Esse potevano essere romane o latine. Chi faceva parte delle
colonie romane acquistava anche la cittadinanza romana,
mentre i coloni latini acquisivano lo status di latino
coloniario, che successivamente sarebbe potuto trasformarsi
in cittadinanza romana.
Le funzioni di governo delle coloniae venivano attribuite ai
duoviri, ad un senato e ad un' assemblea popolare. L'
istituzione di una colonia veniva decisa dal senato.
In poche parole le coloniae erano comunità indipendenti
legate a Roma con un foedus.
Riguardo i territori extraitalici, l' annessione del territorio non
comportava dei vantaggi per i suoi abitanti. Infatti quest'
ultimi rimanevano nella condizione di sudditi. I territori
extraitalici concquistati venivano considerati proprietà
romana: dunque non si riconosceva la proprietà privata delle
terre al di fuori dell' Italia. Si riconosceva il possesso del
terreno e un diritto di usufrutto, dietro pagamento di un
tributo al popolo romano.
Le particolari condizioni geografiche e la estensione delle
aree da amministrare, avevano fatto sì che venisse seguito
per questi territori extraitalici un regime differente: si diede
vita invero al sistema delle provinciae.
Provincia indicava la sfera di competenza di un magistrato.
Si trattava dunque non di un ambito territoriale, bensì del
settore specifico del magistrato, entro cui esercitava il suo
imperium militiae. Al promagistrato spettavano anche
funzioni amministrative e giurisdizionali. Provincia finì con l'

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indicare anche il territorio su cui il magistrato esercitava le
proprie prerogative.
Inizialmente il promagistrato veniva inviato in una povincia
scelta discrezionalmente dal senato. Le funzioni di
amministrazione duravano fino a quando non fosse
subentrato il successore. Una lex sempronia del 123 a.C.
limitò la discrezionalità del senato, stabilendo che la
provincia doveva essere indicata prima della nomina del
promagistrato che sarebbe dovuto andare a governarla. I
promagistrati erano accompagnati da un questore per l'
amministrazione finanziaria e da assessores e legati. Il
promagistrato aveva il compito di risolvere controversie tra
romani e peregrini nella provincia, al riguardo all'inizio della
sua carica emanava un editto simili a quello del pretore. Il
promagistrato era una carica molto redditizia, infatti, essi
godevano di una serie di indennità.

La cittadinanza
Il criterio fondamentale della civitas era basato
essenzialmente sul sangue. A parte l' ipotesi normale di
discendenza da padre cittadino a seguito di iustae nuptiae,
o da madre cittadina, in mancanza di questa condizione, e di
adoptio o manomissione, in età repubblicana la civitas
poteva essere concessa in virtù di un atto pubblico.
Ad un certo punto si affermò il principio che solamente il
popolo con una lex pubblica poteva attribuire la civitas a
stranieri.
Il criterio per la concessione della cittadinanza era quello del
valore individuale: in altre parole si perseguiva lo scopo di
accogliere i migliori tra gli stranieri, stiamo parlando del
criterio dell' utilitas rei pubblicae.
L' esigenza di non allargare troppo il corpo civico per evitare
stavolgimenti degli equilibri interni, portarono a frequenti
provvedimenti di espulsione. Infatti nel 177 a.C. una lex

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Claudia portò ad abolire la manomissione e l' adozione. Un
cambiamento di rotta si ha in epoca graccana. Fulvio Flacco
nel 125 a.C. propose di estendere la civitas a tutti gli italici,
mentre Caio Gracco poco dopo presentò una rogatio con la
quale intendeva conferire la civitas ai soli Latini, dando agli
italici solo il diritto di voto.
Lo scopo di Caio Gracco era innanzitutto di carattere politico-
clientelare, poichè aveva bisogno di una base elettorale più
ampia. Secondo Appiano vi sarebbe stata l' esigenza di dare
un accontentino agli alleati dopo le confische subite. Ma è
verosimile che si profilasse pure l' esigenza di allargare la
base demografica di una Roma chiamata a compiti sempre
più vasti sullo scacchiere del Mediterraneo. In definitiva l'
allargamento della cittadinanza agli italici pare assumere un
taglio meramente funzionale agli interessi di Roma.
Uscito di scena Caio Gracco riprendo le espulsioni di
immigrati, ma comunque rimase la voglia di cittadinanza da
parte degli italici, destinata a sfociare nella guerra sociale da
cui Roma uscì sconfitta, dovendo estendere la civitas agli
Italici.
Mario fondò il diritto di concedere la cittadinanza sulla base
dell'imperium e non più su una deliberazione popolare. Da
questo momento i problemi della cittadinanza finiscono con l'
entrare nel grande gioco degli interessi personali dei politici,
con il rischio di destabilizzare la res pubblica. La quasi
triplicazione del corpo civico comportò una forte tensione
sulle strutture costituzionali.
La vera devastante novità introdotta dai provvedimenti di
Mario stava nel fatto che la cittadinanza non si concedeva
più sulla base di un critorio meritocratico; veniva piuttosto
attribuita nell'interesse personale di singoli uomini politci.
La prevalenza di interessi particolari su un tema così delicato
avrebbe contribuito alla disgregazione dello stato.

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Un aspetto caratteristico della civitas romana fu il principio
della unicità della civitas, ovvero non si poteva appartenere
contemporaneamente a due diverse civitates.

DIRITTO E PROCEDURA PENALE IN ETA' REPUBBLICANA

La nascita della res pubblica comporta ad una sostanziale


evoluzione del sistema penale.
La punizione dei reati spetta ora ai magistrati, e non più agli
antichi rex.
Sorge la distinzione tra crimina e delicta. I primi sono quei
reati che non offendono solo il singolo soggetto, ma l' intera
civitas. I delicta sono considerati dei torti recati ad un singolo
cittadino.
Una testimonianza preziosa per quanto riguarda il diritto
penale della res publica sono le Dodici Tavole.
Esse nell' ambito della repressione privata spiegano il
crimine del furto nelle sue varie figure.
Innanzitutto è evidenziato il furto colto sul fatto. La sanzione
qui variava significativamente se il furto era commesso di
notte, a mano armata o che il ladro venisse colto in
flagrante. Nelle prime due ipotesi il derubato poteva
uccidere il ladro, dopo aver chiamato a testimonianza i vicini.
Le altre ipotesi invece comportavano la fustigazione del
ladro con la sua addictio al derubato. Qualora il ladro fosse
uno schiavo veniva frustato e gettato da una rupe. Per il
furto invece non colto sul fatto le pena era pecuniaria ed
ammontava al doppio del valore sottratto.
La pena era invece il triplo quando il bene rubato veniva
ritrovato a casa del ladro o a casa di un terzo innocente.
Il condannato che non avesse pagato la pena pecuniaria
veniva addictus in favore del creditore, il quale poteva
tenere imprigionato il debitore per 60 giorni. Entro questo
periodo il creditore poteva portare il colpevole in tre mercati,

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se durante queste fasi nessuno si fosse presentato per
riscattarlo, quest' ultimo veniva venduto come schiavo.
I colpevoli di un danno alla sicurezza pubblica non erano
soggetti alla sanzione pecuniaria, ma venivano direttamente
uccisi.

LA PROVOCATIO AD POPULUM
Instaurata la res pubblica dovette venire presto creata quella
che le fonti considerano un baluardo della libertà individuale:
la provocatio ad populum. Essa si contrappone all' esercizio
arbitrario di poteri volti a discriminare singoli individui della
comunità. La provocatio è un limite alla coercitio. Consiste
nella possibilità di far intervenire il popolo, chiedendone il
giudizio, di fronte ad un provvedimento coercitivo che
comportasse la messa a morte del cittadino. Secondo le fonti
la provocatio pare sia state intromessa inizialmente nel 509
a.C. con una lex Valeria, successivamente nel 449 a.C. venne
estromessa a causa di una lex cosiddetta Valeria Horatia,
infine riaffermata nel 300 di nuovo con una lex Valeria che
avrebbe introdotto una sanzione: il magisato che non avesse
tenuto conto della provocatio sarebbe stato sanzionato
togliendogli i diritti politici. Nel 195 a.C. tre leges Porciae
avrebbero rafforzato l' istituto della provocatio. Con la prima
infatti si sarebbe prevista la possibilità dell' uso della
provocatio anche in caso di fustigazione; con la seconda si
sarebbe estesa la provocatio anche nelle provincae; con la
terza si sarebbe contemplata la messa a morte del
magistrato che non avrebbe tenuto conto della provocatio.
In fin dei conti la provocatio è una guarentigia contro l'
eccesso di potere coercitivo del magistrato che avesse
minacciato la libertà del cittadino in modo arbitrario.

IL PROCESSO COMIZIALE

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La provocatio dovette contribuire a diffondere l' idea che al
popolo spettava l' ultima parola laddove fosse in gioco il
caput di un uomo libero, idea che è poi alla base del
principio moderno per cui la giustizia è amministrata in
nome del popolo. Da questo momento in poi le assemblee
della plebe iniziarono ad arrogarsi il potere di condannare a
morte per quei casi di attentato alle prerogative degli ordini
plebei.
Cicerone ci dà una visione chiara della funzione dei comizi
per quanto riguarda i processi in cui vi è in gioco la vita di un
libero cittadino romano. Egli cita: non si decida della vita di
qualche cittadino se non nei comizi centuriati.
Il processo comiziale ruota attorno a due organi: i quaestores
parricidii e
il popolo.
I quaestores parricidii prendevano l' iniziativa per avviare la
repressione.
Ai quaestores spettava dunque il compito di istruire il
processo, indagare sullo svolgimento dei fatti, raccogliere le
prove, e promuovere l' accusa nei confronti dell' accusato,
che aveva l' onere di difendersi.
L' accusato era invitato a comparire davanti una contio a una
data stabilita dal magistrato. Per assicurare la sua presenza
l' accusato doveva fornire dei garanti. In caso contrario
sarebbe stato sottoposto a carcerazione preventiva. Le
ragioni dell'accusa venivano esposte pubblicamente in
riunioni informali del popolo. In queste fasi il magistrato
assumeva le prove a carico. Nelle stesse udienze seguivano
le deduzioni dell'imputato che poteva anche farsi
rappresentare da difensori e che produceva a sua volta le
eventuali prove a discarico. Dopo un intervallo di tre mercati
venivano convocati i comizi centuriati che erano chiamati a
pronunciare la sentenza. Colui che fosse stato condannato
attendeva in carcere l' esecuzione della pena capitale. La

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pena di morte era quasi sempre sostituita dall' esilio
volontario.
Colui che avesse scelto l' esilio perdeva la cittadinanza
romana, la confisca dei beni e la messa a morte nell' ipotesi
di rientro a Roma.
Il processo avviato dai questori era di carattere accusatorio.
La distinzione tra processo di rito accusatorio e processo di
rito inquisitorio attiene principalmente al rapporto fra organo
dell'accusa e giudice. Nel inquisitorio pure non vi è alcuna
distinzione fra colui che assume le prove, promuove l' accusa
ed esprime poi successivamente il giudizio. Il processo
accusatorio puro vede in origine il privato stesso offeso dal
reato promuovere l' accusa. Il processo di tipo inquisitorio è
tipico dei regimi autoritari. Progressivamente accanto al
ruolo dei quaestores venne a svilupparsi anche una
competenza dei tribuni della plebe, che in particolare a
partire dal III sec a.C., risultano aver portato l' accusa per
giudizi de capite davanti ai comizi centuriati.

LE QUAESTIONAES PERPETUAE
Le quaestiones perpetuae sono un sistema di carattere
processuale che va a quasi a sostituire definitivamente il
sistema processuale del comizio.
La nascita del nuovo sistema processuale è causa di costanti
debolezze che riguardavano quello precedente.
Un primo incoveniente del processo popolare consisteva nel
rischio di paralisi della vita pubblica.
A partire dal II sec a.C. si capì che il giudizio popolare poteva
essere estramemente influenzato da fattori politici.
Infine vi erano motivazioni tecniche che rendevano superato
il processo comiziale: in primo luogo la sua eccessiva
lunghezza; in secondo luogo risultava difficile trattare
questioni complesse.

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Perciò a partire dal II sec a.C. si rese sempre più frequente la
prassi di istituire da parte del senato corti di giustizia
straordinarie, le cosiddette quaestiones extraordinariae. Tali
corti di giustizia venivano create per casi specifici, erano
presiedute da praetor o consoli, mentre le giurie erano
composte da senatori, a cui spettava il compito di emettere
la sentenza.
Le corti straordinarie vennero create sia con senatoconsulto,
che con plebiscito.
Un esempio di questio extraordinaria fu quella del 171 a.C.
istituita relativamente alle accuse di concussione mosse
dagli ispanici nei confonti del governatore della provincia.
Questa questio venne nominata de repetundis perchè si
trattava di un restituimento, quindi da repetere, tornare
indietro.
Nel 149 a.C. con una lex Calpurnia si istituì la prima questio
de repetundis perpetua. Significa una questio permanente.
In questo caso la corte era presieduta da un praetor
peregrinus che a sua volta stilava una lista annuale di giudici
scelti tra i senatori.
L' oggetto del giudizio era la veridicità del giuramento, non
la veridicità dell reato commesso dall' accusato.
Nel 122/123 a.C. una lex Acilia sostituì i senatori dalla
commissione giudicante con i cavaliri, affinchè si evitassero
favoreggiamenti per gli imputati (alte cariche pubbliche).
La condanna prevedeva il restituimento del doppio del valore
dei beni estorti.
I praetor o i consoli, presidenti della giuria avevano il
compito all' inizio della carica di compilare una lista di 450
giudici: fra questi, in occasione di ogni singolo processo, l'
accusatore ne sceglieva 100, poi l' accusato ne selezionava
50.
Il procedimento del processo per quaetiones in primis
prevedeva una fase chiamata postulatio, vale a dire la

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richiesta al pretore di poter accusare. Se gli accusatori erano
più di uno si dava vita alla divinatio, cioè una valutazione
riguardo chi desse maggiori garanzie circa la serietà
dell'accusa.
Individuato l' accusatore, si sottopponeva al giuramento di
non postulare calunniae causa, cioè con lo scopo di
diffamare.
A questo punto si procedeva con la nominis delatio, ovvero l'
accoglimento dell'accusa, a cui seguiva la insciptio inter
reos, cioè l' inserimento dei giudicabili della persona
denunciata.
Infine, dopo un dibattimento, in cui si esplicavano le prove e
si cercava di persuadere i giudicanti,si arrivava alla fase del
giudizio.
La giuria si limitava ad accertare l' innocenza o la
colpevolezza esprimendo il proprio voto con una a per
assolvere, o una c per condannare.
Nel caso di quaestio de repetundis laddove l' accusatore
avesse vinto la causa, acquisiva la cittadinanza romana e il
diritto di voto nella tribù del condannato.
Chiaro era l' intento di incoraggiare l' accusa.
Poichè la giuria in un qualche modo rappresentava tutto il
popolo non era ammessa la provocatio, né era prevista una
forma di appello.
Il verdetto era immotivato e gli organi giudicanti non
avevano alcuna responsabilità.
Per tutti questi motivi, il sistema delle quastiones appare
molto simile al sistema processuale degli Usa, della Fracia,
del Belgio dove la giuria emette un giudizio immotivato sulla
semplice colpevolezza dell'imputato, mentre si discosta
nettamente dalle corte d' assise italiane.
Le quaestiones affrontarono una forte evoluzione e dei forti
cambiamenti: nel 106 a.C. con la lex Servilia Caepionis

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vennero reintrodotti i senatori come giudici e abolì la
legittimazione della libera accusa dei provinciali.
Nel 101 a.C. con la lex Servilia Glauciae ritornarono i
cavalieri come giudici e venne resa più forte la sanzione del
crimine di repetundae.
Sotto Silla con una lex Cornelia si riattribuisce ai senatori il
compito di giudicare.
Infine una lex Aurelia del 70 a.C. risolse definitivamente il
problema della composizione della giuria, stabilendo che le
commissioni dovevano essere composte 1/3 da senatori, 1/3
da cavalieri ed 1/3 da tribuni aerarii.

LA TRANSAZIONE

Il disfacimento della res pubblica


La nascita del principato risale convenzionalmente al 27 a.C.
In realtà le premesse di una nuova forma di stato cominciano
nel 49 a.C. Anno in cui Giulio Cesare diventa unico arbitro di
Roma, oltrepassando il Rubicone.
Infatti il progetto di Cesare prevedeva proprio il superamento
della res pubblica.
Era già diffusa l' idea che le strutture repubblicane fossero
ormai inadeguate a governare la Roma del I sec.
Poco prima Cicerone nel de legibus aveva già proposto una
riforma istituzionale.
Giulio Cesare invece ritenne che quegli equilibri dovessero
essere superati e non solamente aggiustati.
Fra i tanti fattori della crisi della res publica vi era
innanzitutto la diminuizione di quel ceto di piccoli proprietari
terrieri, i quali costituivano la spina dorsale della società e di
conseguenza l' aumento di un proletariato urbano pronto ad
un eventuale cambiamento.
Un secondo fattore fu la perdita di autorevolezza da parte
del senato, causata da una scarsa efficenza.

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Le brute modalità di repressione del movimento graccano
aprirono una faida di scontri politici non più sanabile,
creando forti defibrillazioni che gravarono su tutta la res
pubblica.
All'estensione della cittadinanza agli alleati italici si capì che
le strutture della città-stato non erano più adeguate: i
magistrati venivano eletti da una piccola minoranza di
cittadini romani, e il comizio centuriato divenne
rappresentante di una minoranza dei cittadini.
E' da questi presupposti che nasce la dittatura.
Forma di stato che per Cesare avrebbe dovuto rappresentare
uno strumento capace di consentire rapidità di decisioni e
possibilità di riforme profonde.
E' il 44 a.C. che a Cesare venne attribuita la dittatura a vita.
Con Cesare si cambia forma di governo: non si parla più di
repubblica, ma di monarchia.
Con la dictatura perpetua si eliminò la possibilità di
intercessio, e la soggezione a provocatio, inoltre il dittatore
non doveva nemmeno rendere conto del proprio operato al
senato, a differenza di quella Sillana.
Non solo mutò la forma di governo, ma anche la forma di
stato: da uno stato di carattere democratico si passò a una
forma dispotica.
Cesare procedette ad uno svuotamento delle magistrature
repubblicane, dando vita ad una completa tutela su di esse.
Nel 49 a.C. si era verificato che si candidassero solo le
persone autorizzate dal dictator. Nel 47 a.C. si stabilì che le
magistrature potessero essere assegnate solo in presenza di
Cesare.
Cesare sostituì i pretori ed i questori con otto prefetti.
Successivamente un plebiscito gli affidò la nomina di tutte le
magistrature.

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Già nel 44 a.C. gli venne confermato il potere di creare i
consoli e metà degli altri magistrati. Per l' altra metà
controllò ufficiosamente le altre candidature.
Lui stesso si era fatto eleggere console quindi solamente uno
era il console che veniva eletto. La durata della permanenza
in carica dei consoli venne ridotta a 3 mesi. Il consolato era
dunque destinato a perdere ogni rilievo, l' imperium non
poteva nei fatti concretizzarsi in facoltà il cui esercizio non
fosse autorizzato dal dictator.
Pure gli incarichi promagistratuali erano ora decisi da
Cesare.
Parallelamente aumentò il numero delle magistrature, alla
fine di svalorizzare il loro prestigio. In sostanza magistrati e
promagistrati divennero delegati del dictator. Il senato subì
un forte processo di ridimensionamento. Innanzitutto Cesare
inaugurò la prassi della adlectio: nominò privati cittadini al
rango magistratuale, per far si che il senato fosse composto
da persone di sua fiducia. Espanse di gran lunga il numero
dei senatori, introducendo militari, provinciali ed anche
liberti.
Fu così che il senato perse quella rappresentatività che lo
caratterizzava, trasformandosi in un' assemblea di
fedelissimi.
Cesare tolse al senato dell'erario, assegnandolo a se stesso,
ed affidando l' amministrazione del tesoro dello stato a due
prefetti.
Inoltre tolse al senato il controllo della zecca e sulle province.
Nel 46 a.C. si arrogò anche il potere di irradiare dal senato
personaggi sgraditi. Nel 45 a.C. venne tolto al senato il
potere sull'esercito. Nel frattempo fu il senato stesso a
disincaricarsi del potere di decidere della pace e della
guerra. Dunque la politica estera e la politica militare
venivano concentrate nelle mani del dictator.

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In omaggio alla sua provenienza politica, Cesare fu attento a
riconoscere in particolare ai concili della plebe un ruolo
formalmente attivo. Comunque i comizi e i concili della plebe
altro non fecero che svolgere una funzione prettamente
passiva delle direttive di Cesare. I comizi in altre parole si
limitarono a ratificare i testi che il gabbinetto di Cesare
aveva predisposto su indicazione del dictator. Di grande
interesse appare la notizia che Cesare avrebbe avuto di
realizza una sistemazzione dello ius. Si sarebbe trattato della
prima, ver certificazione dello ius.
In questo modo si sarebbe ricondotto l' ordinamento
giuridico ad un disegno rispondente pienamente alla visione
di cesare.
Morto Cesare, tre persone si ritrovarono ai vertici della
repubblica Ottaviano, Antonio e Lepido. L' accordo politico
fra i tre condusse al triunvirato. Lepido decise di stanziarsi
tra Sicilia ed Africa, Antonio in Oriente, mentre Otaviano
consolidò la sua posizione a Roma ed in Occidente.
Uscito di scena Lepido, non tardò a mancare la rivalità tra
Antonio ed Ottaviano. Già nel 40 a.C. solamente il rifiuto di
combattere da parte di entrambi gli eserciti potè evitare il
riesplodere della guerra civile. Pochi anni dopo,
precisamente nel 32 a.C. si arrivò alla battaglia di Azio, che
vide la vittoria di Ottaviano e il suicidio di Antonio. Ottaviano
divenne il padrone incontrastato di Roma, eliminando la
repubblica per sempre.
Ottaviano portò a compimento la trasformazione della forma
di governo in senso monarchico già avviata da Cesare.
Entrando più nello specifico vanno riordate date come il 43
a.C., anno che con una apposita lex titia venne istituito il
triunvirato con durata quinquennale, finalizzato al
ricostruimento della repubblica. Succesivamente il
triunvirato venne prorogato per altri 5 anni, fino al 33 a.C.,
grazie ad un plebisito.

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Fino al 23 a.C. possiamo ancora parlare di regime
repubblicano, anche se già nel 36 a.C. Ottaviano si fece
attribuire poteri straordinari, come lo ius auxili e la
sacrasantitas. Nel frattempo ad Ottaviano venne attribuito l'
appellativo di imperator, per il semplice motivo che aveva
acquistato in modo permanente il potere sull'esercito e
sopratutto perchè esprimeva una completa supremazia su
tutti i cittadini.
Il 23 a.C. appare come l' anno della svolta, dal quale si può
datare l' inizio della monarchia. Nel medesimo anno ad
Augusto viene attribuito l' imperium proconsolare maius et
infinitum e la tribunicia potestas a vita.
Si tratta decisamente di un imperium nuovo proprio in
quanto superiore a qualsiasi altro magistrato e senza limiti di
spazio. Potere che ci fa capire la nascita di un nuovo organo,
assente nella costituzione repubblicana. L' imperator veniva
incoronato succesivamente ad una lex denominata de
impero. La traduzione di imperator allude ad una posizione di
vertice rispetto a tutta la comunità, ma soprattutto
imperator era il titolo con cui si firmeranno le costituzioni
imperiali.
In sostanza da adesso a seguire imperator altro non era che
la denominazione del monarca.
Connesse alla sfera dell'imperium vennero attribuite ad
Ottaviano altre facoltà, tra cui lo ius referendi in senato, a cui
fu poi aggiunta la facoltà di convocare il senato. All'imperium
venne anche connessa la facoltà di emanare edicta aventi
valore normativo. Così sempre all'imperium risale il potere di
coercitio e di monetazione. L' imperatore inoltre poteva
dichiarare guerra, fare trattati, convocare in ogni momento il
senato, commendare candidati alle magistrature con
efficacia vincolante. Sempre nel 23 a.C. a Ottaviano e da
quel momento a tutti i suoi successori venne attribuita la
tribunicia potestas a vita. In questo modo Ottaviano veniva

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a godere di tutte le prerogative dei tribuni, prime fra tutte l'
inviolabilità e la intercessio. E' significativa la rinuncia del
consolato da parte di Ottaviano. Il rifiuto dei titoli dimostra il
distaccamento dalle istituzioni repubblicane e dalla loro
indispensabilità.
Nel 28 a.C. ad Ottaviano venne attribuito l' appellativo di
princeps.
Già Cicerone aveva auspicato l' avvento di un princeps che
avesse riorganizzato lo stato. Il richiamo all'idea del princeps
serviva dunque a mascherare l' identità del nuovo regime e
a salvare propagandisticamente l' idea repubblicana. Nel 32
a.C. vi era stato il tentativo di utilizzare un suffraggio
universale come legittimazione del potere di governare. Si
intendeva recuperare l' idea di sovranità popolare. Alla base
della sua egemonia su tutta la comunità, Ottaviano aveva
individuato un elemento: auctoritas.
Auctoritas deriva da augere e aveva in sè l' idea della
integrazione che rafforza. L' auctoritas nell'ordinamento del
principato rappresenta la supremazia del princeps, poichè
grazie ad essa quest' ultimo aveva la facoltà di esprimere un
parere positivo o contrario su tutto.
Per simboleggiare terminologicamente questa sua posizione
nel 27 a.C. gli fu conferito il titolo di Augustus, quasi a
conferma della sua ambizione di nuovo fondatore di Roma.

La monarchia del principe


Il principe in virtù della sua posizione di vertice istituzionale
aveva il compito di svolgere tutta una serie di funzioni che
necessitavano una struttura complessa di collaboratori.
Vi erano funzioni di carattere materiale ed in alcuni casi,
anche competenze tecniche. Queste funzioni vennero
delegate a liberti che in alcuni casi era soggetti di elevata
cultura. Da questi soggetti prese avvio la categoria dei
procuratores.

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Successivamente questi incarichi si strutturarono in veri e
prorpi uffici composti da personale che svolegavano funzioni
di carattere pubblico.
Vi era per l' imperatore anche la necessità di essere
rappresentato nel compimento di atti aventi un immediato
rilievo pubblico. Così era, per esempio, per lo svolgimento di
compiti di polizia, per l' esercizio di funzioni giudicanti, ecc..
In questo caso per rappresentare al meglio tali incarichi,
venne rievocata l' antichissima figura del prefctus urbi.
Prefetto indica anche semanticamente l' essere stato
preposto per esercitare funzioni sostitutive. Proprio per la
delicatezza delle funzioni esercitate dai prefetti, si ricorse a
aequites e ad esponenti del ceto senatorio per ricoprie
queste cariche. Il fondamento di queste cariche fu ravvisato
nella cura e tutela rei pubblicae universa e nell'auctoritas del
principe. E' evidente la diversità di queste nuove cariche
rispetto alla magistratura. Mentre i magistrati
rappresentavano la res pubblica, i funzionari rappresentano
l' imperatore, e svolgono per delega funzioni sue proprie. La
durata delle loro funzioni è stabilita dalla volontà del
principe. La nomina era del tutto discrezionale, essendo
basata sulla fiducia personale che l' imperatore riponeva nei
suoi collaboratori. A riguardo si crea una vera e propria
carriera nel cui avanzamento è decisiva la discrezionalità del
principe. Da ciò lo strutturarsi di un ordine gerarchico che
sarà l' essenza stessa della burocrazia.

Il praefectus urbi
Il praefectus urbi era un funzionario nominato direttamente
dal principe con funzioni di sua rappresentanza, senza una
durata prestabilita e indipendentemente dalla presenza in
città dei consoli e dell'imperatore.
Questo funzionario veniva scelto dagli ex consoli. A esso
vennero conferite funzioni di polizia. Da queste funzioni si

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sviluppò successivamente un'attività giudiziaria nell'ambito
della cognitio extra ordinem in campo criminale ed anche
civile. Nel primo caso aveva il potere di condannare al lavoro
nelle miniere ( deportatio, relegatio, in insulam). In campo
civile la giurisdizione si svolgeva con riguardo alle attività
bancarie, alle controversie relative ai casi di reintegrazione
nel possesso di un bene e alle controversie tra schiavi e
padroni.

Il praefectus praetorio
Il prefetto al pretorio venne creato da Auguto come
comandante del cohors praetoria, carica preposta a
sorvegliare sulla sicurezza dell'imperatore. Con il passar del
tempo la carica si arricchì di sempre nuove funzioni. A essa
venne attribuito il comando di tutte le truppe stanziate in
italia dopo 100 miglia da Roma. Gli venne conferito anche il
potere di esigere l' annona militaris, un' imposta in natura.
Aveva inoltre lo ius gladii sui militari, vale a dire il potere di
giudicarli e di adattare misure repressive nei loro confronti.
Acquista la giurisdizione di primo grado per i giudizi da
promuoversi oltre le 100 miglia da Roma, mentre in ambito
civile acquisisce la competenza a giudicare in appello.
Finisce con il configurarsi come l' organo più elevato nel
campo della amministrazione della giustizia. A partire da
Alessandro Severo gli venne attribuita la facoltà di emanare
provvedimenti di carattere normativo, aventi effetti vincolati,
purchè non in contrasto con le costituzioni imperiali.

Il prefectus annonae
Il prefetto annonae va a sostituire le competenze degli edili.
Il suo campo d' azione era essenzialmente Roma. Si
occupava del controllo dell'approvigionamento del grano;
aveva poteri sui mercati; controllando l' andamento dei

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prezzi. Con il passar del tempo acquista poteri giurisdizionali
riguardo le liti ed il trasposto delle merci.

Gli uffici imperiali e l' amministrazione periferica


Le sempre più attribuzioni che il principe si diede
determinarono la costituzione di una serie di uffici
amministrativi composi di personale di sua fiducia: si
trattava cioè di scegliere collaboratori che lo aiutassero a
svolgere tutto un elenco di funzioni.
Questi collaboratori erano principalmente liberti o schiavi
della sua domus, personale di un certo livello culturale.
E' con Adriano che si ha la più importante riforma della
burocrazia centrale, con la costituzione degli uffici pubblici.
I dirigenti degli uffici erano appartenenti al ceto degli
aequites. Fra i più importanti uffici troviamo: l' ab epistulis
che si occupava della corrispondenza del principe; l' a libellis
che preparava le risposte del principe alle richieste dei
privati cittadini; vi era poi l' a cognitionibus che istruiva il
materiale per le cause decise dal principe in sede di appello;
l' ufficio a studiis forniva la documentazione per le
dichiarazioni pubbliche del principe; particolare rilievo ha l'
ufficio a rationibus, ovvero l' ufficio finanziario; l' a memoria
raccoglieva tutta la documentazione necessaria per gli atti
pubblici, preparava e conservava i discorsi del principe.
Vennero poi costituiti una serie di procuratores, destinati a
presiedere lo svolgimento di servizi pubblici; mentre altri si
occupavano di gestitre il patrimonio della corona. Questi
uffici vennero affinacati da una burocrazia imperiale. L' Italia
fu divisa in 11 regioni, e l' imperatore istituì in primis dei
curatores che avevano il compito di controllare le singole
città. Sotto Adriano vennero creati 4 consulares con poteri
giurisdizionali su ogni singola comunitas locale. Per le cause
in cui era consentito l' appello, entro 100 miglia da Roma la

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competenza era del prefectus urbi, mentre oltre le 100
miglia era del prefectus pretorio.
Dopo il 27 a.C. il princeps acconsentì la nomina dei
governatori provinciali da parte del senato, solamente là
dove non vi erano stanziati eserciti. Mentre nelle province
imperiali vennero mandati ex consoli o ex pretori, nominati
direttamente dal principe, che prendevano il nome di legatii
augusti propraetore.
La carica di queste nuove figure non era temporanea, ma
dipendeva dalla discrezionalità del principe. A tutti questi
funzionali imperiali il principe dava delle precise istruzioni
tramite dei mandata.
I legatii augusti erano dotati di imperium, infatti, dovevano
occuparsi principalmente della gestione dell'eserito della
provincia in cui risiedevano. Accanto ai legati vi erano i
procuratores, amministratori finanziari. I legati augusti
avevano anche competenze giurisdizionali, anche se in certe
province venivano stanziati i cosiddetti legati iuridici.
Tutto veniva posto sotto il controllo dell'imperatore infatti,
invalse poi l' uso che l' imperatore desse proprie istruzioni,
sempre attraverso i mandata, anche ai governatori di
nomina senatoria.

L' evoluzione degli organi repubblicani


Le magistrature
La posizione del princeps e della burocrazia imperiale
portarono ad una progressiva perdita di valore delle
magistrature.
L' imperator tende ad indentificarsi con lo stato. In questo
contesto i magistrati tendono ad apparire come delle figure
estranee al nuovo ordin politico. Innanzitutto la magistratura
venne indebolita già ai tempi di Cesare con l' introduzione
della commendatio, che aveva trasformato i magistrati in
uomini di fiducia del dittatore.

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La prassi venne mantenuta sia durante il triunvirato che
anche da Ottaviano. Nella lex de impero vespasiani si
istituzionalizza definitivamente la scelta del principe. Diventa
ordinaria anche la prassi di nominare consules suffecti,
riducendo così la durata della carica, prima a 6 mesi, dopo a
4, per poi arrivare a 2.
Ai consoli vennero attribuite alcune funzioni giurisdizionali
nell'ambito del processo cognitio extra ordinem; venivano
scelti per ricoprire le cariche di governo delle province e
come dirigenti di alcuni uffici burocratici.
La pretura mantenne la sua ufficiale funzione giurisdizionale
sia in ambito civile che criminale.
Nel 17 a.C. Augusto abol' il processo per leges actiones, e
legittimò come unica forma ordinaria di giurisdizione quella
formulare. Sempre nel 17 a.C. venne anche abolito il
processo comiziale.
Ai pretori vennero anche attribuite competenze nell'ambito
della cognitio extra ordinem. Tuttavia per screditare il
prestigio della carica, il numero dei pretori venne aumentato
sino a 18.
Domiziano abolì totalmente la censura.
Mentre gli edili sopravvivono, mantenedo funzioni
giurisdizionalisempre più ridotte,perdendo le funzioni
amministrative.I questori mantengono le funzioni di
amministrazione deII'erario e di dipendenza dei proconsoli.
I tribuni vennero invece conservati , ma eletti dal senato. Gli
vennero lasciati tutti quei poteri da loro posseduti,
comunque la presenza del princepes e della sua struttura di
potere fini con il ridurre questa carica come strumento al
servizio del princeps.

Il senato
Il senato è l'unico organo della costituzione repubblicana che
ha afferto una qualche resistenza al potere del principe.

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Il Senato rimase la roccaforte dell'aristocrazia, anche se non
ebbe la forza di opporsi a un imperator appoggiato dalle
truppe. Cambiano intanto le modalità di selezione dei
senatori. Augusto riporta il numero di senatori a 600.
Nel 18 a.C. Ottaviano inaugurò il principio della scelta da
parte del principe. La adlectio divenne quindi il metodo
ufficiale con cui venivano nominati i senatori. D'altronde
soppressa la censura, solamente il principe poteva occuparsi
di scegliere i senatori.
Entravano a far parte del senato ex magistrati, e a
condizione che si avesse un ceto superiore al milione di
sesterzi. Poteva diventare magistrato anche colui che a
discrezione dell'imperatore veniva inserito tra gli elenchi
degli ex magistrati.L'età minima per potere entrare in senato
era di 25 di anni.Il senato rimane un organo importante
anche se decisamente controllato dal principe.Era il senato
che attribuiva l'imperium al principe , anche se alcuni
imperatori venivano acclamati dall'esercito.Era sempre il
senato che si occupava delle divinizzazione del principe,
dopo la sua morte.
Il senato acquista anche una competenza legislativa grazie
all'equiparazione dei senato consulti alle leggi.Tuttavia a
partire dal d.C. Il senatoconsulto tende ad essere una
espressione della volontà del principe.
Acquista inoltre competenze giudiziarie, in particolare in
campo criminale. Mantiene la facoltà di nominare i pro-
magistrati, mentre perde il controllo sulla politica estera e
sulla finanza.
Il senato possedeva un proprio regolamento che ne
disciplinava i lavori .
In primis per una seduta essere valida dovevano partecipare
400 senatori circa, erano previste multe per coloro i quali si
sarebbero avventati sena una giustificazione. Erano previste

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due sedute al mese ordinarie; gli atti delle sedute non
potevano essere pubblicati per conservare la riservatezza.

Comizi
Con riguardo ai comizi centuriati vi è una valorizzazione della
funzione legislativa; con Augusto si ha un ricorso frequente
alla votazione di leggi comiziali (matrimonio, manomissioni,
eredità,
associazioni ecc). L utilizzo dei comizi come fonte di
produzione legislativa appare tuttavia di breve durata tanto
che con Nerva nel 98 d.C. si ha l' ultima lex votata dal
popolo.
Per i comizi centuriati, la funzione elettorale fu sempre più
limitata, causa l’introduzione degli elementi di commendatio
dell’imperatore, vale a dire una sostanziale nomina imperiale
non disattesa, e di suffragatio che rappresentava una
raccomandazione non vincolante. Augusto voleva rendere
concreta la partecipazione dei cittadini per l’elezione dei
magistrati, per questo fece votare i decurioni delle colonie
mandando il voto sigillato che sarebbe stato scrutinato il
giorno della convocazione ai comizi.
In ambito giudiziario i comizi persero tutti i loro poteri,
poichè nel 17 a.C. il processo comiziale venne
completamente abolito.

L’ordinamento giuridico romano nell’età del principato


In età repubblicana si erano sviluppati tre distinti sistemi
giuridici: ius civile, ius honorarium, ius gentium. Durante
l’età del principato comincia a manifestarsi una tendenza
all’unificazione di questi distinti sistemi giuridici in specie per
quanto riguarda ius civile e ius honorarium. Gli istituti di ius
civile e ius gentium non apparivano distinti tra loro in quanto
si trattava di istituti peculiari e propri dei cittadini romani e
comuni anche agli stranieri. A partire da Augusto iniziarono

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a svilupparsi istituti del tutto stranieri allo ius civile
nell’ambito di forme processuali extra ordinem, che si
esprimevano senza far ricorso al sistema delle formule. Si
tratta del cosiddetto ius novum
dotato di una sostanziale autonomia slegato dallo ius civile.
L’ordinamento giuridico nell’età del principato si caratterizza
per essere svincolato da tradizioni nazionali che si sposta a
tendenze nuove dando vita ad una tendenziale universalità
del diritto romano.

Le fonti del diritto nell'età del principato


L'idea di fonte del diritto risale all'epoca repubblicana.
Per Livio le 12 tavole sono la fonte di tutto il diritto pubblico
r privato.
Per Pompomio sempre le 12 tavole rappresentano la
sorgente dello ius civile .
Perciò l'intero ordinamento romano deriva dai fatti normativi
qualificati: leggi, plebisciti, senatoconsulti, costituzioni
imperiali e via dicendo.
Infine Papimiamo la provenienza dello ius civile dalla
consueta partizione delle fonti normative, escludendo da
esso gli editti dei magistrati, appartenenti allo ius
honorarium.

La lex
La lex diviene la fonte del diritto per eccellenza .
La lex è sempre ricordata per prima in tutte le elencazioni di
fonti normative.
Tutte le fonti del diritto,, vale a dire senatoconsulti ,
costituzioni imperiali e via dicendo, hanno valore di legge ,
esclusi invece sono gli editti dei magistrati.
Si mantiene la distinzione fra plebisciti e leggi, anche se la
forza di entrambi era identica. La legge è considerata un

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precetto che vincola tutti. Essa non consente privilegi
personali . Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge .
Sotto il principato il principe era l'unico cittadino escluso
dalla legge. Egli finirà con l'essere considerato egli stesso
legge vivente.
Questo principio è contenuto in un passo di Ulpiano e lo si
giustifica sulla base del fatto che sarebbe il popolo stesso a
conferirgli questo potere.
Tale definizione ci può fare pensare che l' ordinamento si
fondava sulla sovranità popolare.
Infatti lo stesso Papiniano definisce la lex come un accordo
verbale tra tutti i cittadini.
La realtà era tuttavia diversa, in quanto ormai il popolo non
votava più alcuna legge.
Sotto il profilo teorico la giurisprudenza classica sostiene
che:
- la legge ha carattere generale, ovvero non si riferisce mai
ad un singolo caso;
- la legge è astratta, ovvero disciplina situazioni modello e
non singole situazioni concrete;
- infine la legge va ben interpretata, per questo vi è bisogno
di una conoscenza dell'efficacia delle parole, in modo tale da
avvicinarsi il più possibile al valore di essa.
Già dai tempi del principato la legge non poteva essere retro
attiva.
Sempre al riguardo dell'interpretazione della legge, essa
deve essere il più possibile costante nel tempo.

Senatoconsulti

Le costituzioni imperiali
Tra le fonti del diritto ticordate da Gaio compaiono le
costituzioni imperiali.

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Gaio elenca i vari tipi di costituzioni imperiali, parlandoci di
decreta, edicta ed epistulae.
Esclude invece i mandata e i rescripta.
A differenza dei senatoconsulti non si sarebbe mai dubitato
che essi avessero valore di legge.
La giustificazione del valore vincolante delle costituzioni
imperiali è ravvisato nella lex de imperio, in virtù della quale
il popolo conferirebbe al princeps imperium ed auctoritas.
Sorge il problema se le costituzioni imperiali, come editti dei
magistrati, avessero vigore pari alla durata della carica
dell'imperatore.
Si nota dunque una differenza tra gli edicta dei magistrati e
quelli degli imperatori.
Infatti gli edicta imperiali si scoprì che avessero una durata
perpetua.
Questa differenza è correlata alla diversa posizione che essi
possedevano, ed alla diversa tipologia di imperium dei
principi rispetto ai magistrati.
Anche l' auctoritas del dittatore ci può fare capire che le
costituzioni imperiali avessero vigore perenne, a differenza
degli editti dei magistrati, poichè basti pensare alla
particolarità di questo potere, il cui obbiettivo era quello di
integrare e rafforzare l' ordinamento.
Ulpiano dunque afferma che nel dettare nuove regole si
riscontrasse il bisogno da parte del principe di distaccarsi dal
diritto passato.

Gli edicta
Gli edicta erano provvedimenti aventi carattere generale ed
astratto, emanati per disciplinare una serie indefinita di casi
concreti.
Venivano in gioco innanzitutto in campo amministrativo.
Molto diffuso appare poi l' uso in campo criminale.

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In questo campo gli edicta non creavano nuove fattispecie di
reati, ma estendevano l' interpretazione di quelli già
esistenti.
Gli edicta ebbero anche un grande rilievo per quanto
riguarda l' estensione della cittadinanza, per esempio basti
pensare all' editto di Caracalla.
Il loro utilizzo subì un declino già dal III sec d.C.

I mandata
I mandata erano istruzioni degli imperatori ai loro funzionari.
Inizialmente non acquisivano valore normativo, ma una volta
raggruppati in corpus mandatorum avevano l' efficacia di
regolamentare determinate materie.
I mandata riguardavano principalmente il campo
amministrativo fiscale e l' organizzazione delle cognitio extra
ordinem.
Talvolta essi incidono anche nel settore privato, come il
testamentum militis, che dovette attribuire il riconoscimento
di una soggettività giuridica ai figli ancora soggetti alla
potestà paterna.

I decreta
I decreta sono le sentenze emanate dall' imperatore in primo
grado o in grado d' appello.
Erano decisioni definitive per il caso concreto, che possono
essere riprese per casi simili.

I rescripta
I rescripta e le epistulae sono costituzioni imperiali che
miravano a risolvere controversie di diritto.
La differenza sta che le epistulae erano risposte date
direttamente dell'imperatore a quesiti sottopostogli da un
funzionario, da un magistrato o da un giudice.

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Il rescriptum è invece la risposta che gli uffici imperiali
davano a dei privati, relativa sempre a delle controversie di
diritto.
La risposta riguardava solamente le questioni di diritto
sottoposte, mentre spettava al giudice applicarla dopo
essersi accertato della verità dei fatti. Essi non appaiono
come un' innovazione del diritto, ma si caratterizzano per la
loro funzione interpretativa.

L' editto dei magistrati


Fra le fonti citate da Gaio possiamo incontrare l' editto dei
magistrati. E' comunque significativo come questo ius nnon
abbia forza di legge.
E' significativo anche il fatto che all'epoca del principato l'
editto non era più fonte viva di norme, ma conservava
norme introdotte in passato.
Nel 130 d.C. Adriano aveva determinato la cristallizzazione di
questa fonte, attribuendo a Giuliano il compito di effettuare
una sistemazione dell' editto del pretore, con lo scopo di
riordinarne il testo, ma anche di darne un taglio prettamente
personale. Il testo dell'editto del pretore venne riordinato e
reso perpetuo, venne approvato con senatoconsulto. L'
imperatore a questo punto riservò a sè ogni futura modifica.

I responsa prudentium
Sono i pareri e le opinioni di coloro ai quali fu consentito di
produrre diritto, pertanto pure le opere giuridiche potevano
essere fonte di diritto. Prima dell’età Augustea non veniva
concesso da parte
dei principi il diritto di dare responsa pubblicamente.
Augusto diede questa possibilità sulla base della propria
autorità, concedendola. Ma questa concessione fu data
solamente ad alcuni giuristi, gli altri non erano fonte di
diritto. Era la volontà imperiale a consentire di immettere la

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giurisprudenza fra le fonti di diritto. Adriano, secondo quanto
ci conferma Gaio, fu colui il quale stabilì con un rescritto che
se i pareri dei giuristi a cui fu concesso il iure condere sono
concordi, hanno valore di legge, se sono discordanti, il
giudice è libero di seguire fra le opinioni espresse quella che
gli sembri più convincente. Ottaviano riconosceva
autorevolezza ai giuristi a lui graditi: i responsa dei giuristi
dotati di ius respondendi erano dotati di auctoritas imperiale.
Era come se
fosse stato il principe in persona ad emetterlo. Non erano
diverse dai decreta o dai rescripta: si tratta di costituzioni
imperiali destinate a valere per il caso di specie ma avendo
tale auctoritas diventarono pure fonte di diritto con valore di
legge. Va però sottolineato che il valore dei Iresponsa
prudentium era limitato al processo formulare; nell’ambito
dei processi che si svolgevano nelle forme della cognitio
extra ordinem si ricorreva direttamente al parere
dell’imperatore che dava tale
parere solo dopo aver consultato il suo “consilium”.

La giurisprudenza classica
Il termine giurisprudenza classica risale al XIX sec, per
indicare la giurisprudenza del principato.
La giurisprudenza classica è considerata come la
giurisprudenza che ha raggiunto la perfezione delle forme,
che è arrivata alla sua piena maturità. Dopo Giuliano essa
incontra un lieve declino. Poi quasi bruscamente i giuristi si
riducono a pratici del diritto.
Questa giurisprudenza divenne il modello e la regola delle
successive generazioni, anche per questo è stata
considerata classica.
Con la redezione definitiva dell'editto i giuristi vedono
scemare il loro tradizionale termine di riferimento. Da
Adriano in poi si ha la cosiddetta burocratizzazione della

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giurisprudenza: i giuristi da uomini di stato si trasformano in
semplici funzionari dello stato. Parallelamente si sviluppa l'
attività d' insegnamento che assume una dimensione
accademica.

Le sectae dei sabiniani e dei proculiani


Pomponio nel liber de singularis enchiridii ricorda l' esistenza
di due sectae, due differenti circoli di studiosi, che avrebbero
tratto origine da Capitone e Labeone.
Secondo Pomponio, Capitone sarebbe stato sostanzialmente
un conservatore, mentre Labeone si sarebbe proiettato
sull'innovazione.
Capitone fu una figura molto vicina ad Augusto; Labeone
invece sarebbe stato legato alla libertas repubblicana.
Stando a Pomponio, a Capitone sarebbe suceduto Sabino
prima e Cassio poi. Essi sarebbero stati i veri fondatori della
scuola, per questo prende il nome di sabiniana o cassiana.
A Labeone invece sarebbe succeduto Nerva, quindi Proculo,
considerato il vero fondatore della scuola, detta dei
proculiani.
La contrapposizione delle due scuole sarebbe stata superata
dalla dottrina di Giuliano, il quale riassunse le teorie di
entrambi gli orientamenti.
Con Giuliano l' importanza delle scuole scemò. Gli
insegnamenti di diritto si riassunsero ad insegnamenti
puramente accademici.
Si è molto discusso sulla realtà di queste sectae.
Probabilmente si trattava di due distinti circoli giuridici, con
diversi maestri da cui è probabile che discendessero naturali
contrapposizioni che non dovevano peraltro mai spingersi
troppo oltre.

La letteratura giuridica

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Vi è un’attività che caratterizza la giurisprudenza classica, la
cosiddetta letteratura giuridica. Carattere particolare hanno
i libri digestorum. Chiamati anche “Digesta”, tali libri sono
delle trattazioni complete di diritto privato strutturate
secondo l’editto del pretore. Erano dei veri e propri
trattati che l’autore completava con responsi o riflessioni. A
differenza di altri libri che hanno caratterizzato la letteratura
giuridica come libri ad edictum, i digesta non si strutturano
sulla base di commenti ai singoli rimedi processuali ma
consistono in trattazioni libere. Nei libri ad edictum
prevale lo ius honorarium, nei digesta invece quello civile.
Nei libri ad edictum si commentavano le singole clausole del
testo e quindi le parole significative mostrando, pertanto,
l’impiego pratico dei singoli rimedi edittali mediante
enunciazione della relativa casistica.

Le opere istituzionali
Le opere istituzionali vengono discusse all'interno della
letteratura isagogica, cioè destinata all'insegnamento del
diritto.
Di particolare importanza appaiono le istituzioni di Gaio.
L' opera si struttura in quattro libri divisi a loro volta in tre
parti.
Dopo una breve introduzione sulle fonti del diritto,
incontriamo infatti una prima parte che riguarda il diritto
delle persone, in cui viene sottolineata la differenza relativa
agli status e alla capacità di agire delle persone.
Segue nei libri secondo e terzo la parte sul diritto delle cose,
introdotta dalla distinzione tra cose corporali, e cose
incorporali.
Vengono specificati i modi di trasferimento delle singole
cose, ed i diritti su di esse, per poi passare ad una
spiegazione del diritto ereditario. Il libro terzo si chiude con

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le obbligazioni. Termina l' opera con il quarto libro, dedicato
unicamente al processo per legis actiones e formulare.
La novità dell'opera consiste nel suo particolare sistema
espositivo. Lo stile è chiaro, proprio ad evidenziare che si
tratta di un' opera destinata alla didattica.
Sempre a Gaio sono fatte risalire le Res cottidianae, altra
opera destinata alla didattica, che contiene la tripartizione
delle fonti delle obbligazioni.

La storia delle istituzioni


L’interesse per la storia delle istituzioni si spiega affermando
che con questa si rendeva più chiara l’interpretazione dei
testi, si facilitava la lettura e ne favoriva la comprensione. La
ricostruzione
storia, dunque, è funzionale a una migliore interpretazione
del fenomeno giuridico. La comparazione fra vecchi e nuovi
istituti caratterizza la riflessione gaiana, il quale afferma che
le comparazioni servono a comprendere l’ordinamento
romano.

L' organizzazione dei territori


Un primo passo verso una riorganizzazione dei terriotori
italici avvene con Augusto, che divise il territorio italico in 11
regioni.
Le regioni erano organizzate in municipi o colonie.
I municipi erano delle città già esistenti con una propria
autonomia amministrativa, con l' obbligo di versare tributi a
Roma e fornire contingenti militari; determinati municipi non
godevano della piena cittadinanza romana, ma solamente
dei diritti civili.
Mentre le colonie erano delle città nuove dotate di un
esercito stabile. Quelle romane godevano sia dei diritti
politici che di quelli civili, mentre quelle latine solamente dei
diritti civili.

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Municipi e colonie solitamente erano amministrate da 4
magistrati, ma in alcuni casi il numero variava da 2 ad 8.
I quattorviri si distinguevano in duoviri iure dicundo e duoviri
audiles:
i duoviri iure dicundo si occupavano della leva fra i cittadini;
di esercitare il comando suglie eserciti; gli spettava un
limitato potere nel campo della giurisdizione criminale; salva
presenza dei questores amministravano la finanza.
I duoviri audiles svolgevano funzioni di polizia; potevano
infliggere multe; pignorare dei beni; ed infine avevano poteri
coercisivi.
Ogni comunità locale possedeva un senato locale, detto ordo
decurionum:
i dercurioni (senatori) avevo un' età compresa tra i 25 e i 55
anni; dovevano essere dei nati liberi; non avere condanne
penali. Essi esercitavano il potere di nomina dei magistrati e
dei sacerdoti locali, ed presentavano competenze di
carattere giudiziario in caso di appello.
Per quanto riguarda i territori extra italici sappiamo che
erano divisi in province senatorie ed imperiali:
le province senatorie erano governate dai proconsules che
potevano essere o ex consoli o ex pretori. Essi duravano in
carica per un anno o per due anni se nominati da
senatoconsulto. I proconsules disponevano di dei ausiliari
come per esempio i legati, che erano degli ufficiali di singole
unità; i queastori che si occupavano della riscossione dei
tributi e dell'amministrazione finanziaria.
Le province imperiali erano governate dai legati augusti, la
loro carica non aveva una durata prestabilita, ma dipendeva
dalla discrezionalità del principe. Anche i legati disponevano
di dei ausiliari come per esempio i comites che svolgevano
attività di amministrazione della giustizia; i procurator
caesaris che si occupavano della riscossione dei tributi e

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dell'amministrazione finanziaria; ed infine i legati legionis
che avevano compiti di comando sull'esercito.

La cittadinanza
La cittadinanza durante il principato continua ad essere
trasmessa per nascita da padre cittadino, nel caso di figli
legittimi, da madre cittadina qualora si trattasse di figli
illegittimi, per manomissione o per adozione. L' imperatore
era l' unico che poteva concedere con proprio provvedimento
la cittadinanza a singoli stranieri o ad intere comunità.
Diversa dalla cittadinanza è invece la origo che individua l'
appartenenza ad una specifica comunità. La origo serviva
per capire chi potesse assumere le cariche locali. Al fine del
I sec e ancora nel II sec vi è l' idea che la concessione della
cittadinanza debba costituire un premio. Al riguardo proprio
la legislazione augustea introdusse una serie di limiti alle
manomissioni e alla possibilità di acuistare la cittadinanza.
La perdita della cittadinanza durante il principato poteva
anche rappresentare una pena per certi reati
particolarmente gravi.
Una grande testimonianza della concezione romana di
apertura verso gli stranieri si ritrova nel discorso di Claudio
tenuto in senato e volto a concedere l' accesso in senato a
rappresentanti delle tre Gallie.
L' imperatore sottolinea come Roma fu sempre aperta agli
stranieri fin da quando accolse dalla Sabina la gens Claudia
e succesivamente anche la gens Iulia. Egli specifica che
proprio grazie a questa politica di apertura Roma toccò il
massimo della sua potenza. Dal discorso di Claudio si scorge
un meccanismo di graduale estensione della cittadinanza. L'
apice di questo meccanismo viene raggiunto nel 212 d.C.
con la costituzione di Caracalla, con questo editto l'
imperatore concedeva la cittadinanza a quasi tutti gli
abitanti dell'impero. Erano esclusi gli stranieri condannati ad

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una pena che comportava la perdita della cittadinanza e gli
schiavi manomessi che non avevano conseguito la
cittadinanza per aver tenuto un comportamento turpe. Sulla
base di un papiro contenente il testo dell'editto si è giunti
alla conclusione che la costituzione di Caracalla non operava
discriminazioni fra gli abitanti dell'impero.
Probabilmente a un impero sempre più sottoposto a spese
militari poteva essere utile la estensione della cittadinanza al
fine di far pagare più imposte ai provinciali. Quindi la
costituzione di Caracalla altro non avrebbe che ragioni
fiscali. Tuttavia l' imperatore aveva motivato il suo
provvedimento con la necessità di far partecipi dei culti
pubblici del popolo romano tutti gli abitanti dell'impero. In
ogni caso la conseguenza più drammatica fu l'
intorbidimento del diritto romano, poichè tutti i diritti locali
vennero considerati parte del diritto romano, anche se la
cancelleria imperiale si occupò di eliminare tutte quelle
norme ritenute inammissibili dall'ordinamento romano. In
secondo piano viene posto il problema dell'amministrazione
delle comunità locali, poichè l' editto al riguardo non
conteneva alcuna innovazione.

La cognitio extra ordinem in campo civile


Come è noto a partire dal 17 a.C. Augusto fece abolire il
processo per legis actiones, stabilendo come unico processo
quello formulare. Tuttavia pian piano al processo formulare
venne affiancato un nuovo tipo di processo. L' occasione fu il
riconoscimento dei fedecommessi.
Esso venne chiamato cognitio extra ordinem (procedura che
stava fuori dall'ordo iudiciorum privatorum). Tale procedura
si diffuse sempre per più cause. Il principe attribuì i poteri
giudicanti di questo nuovo processo ai suoi funzionari, nello
specifico al prefectus urbi, prefectus annonae e prefectus
vigilum. L' esigenza di una nuova procedura può collegarsi al

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fatto che bisognava conformarsi al nuovo ordinamento
giuridico, ma è anche possibile che dietro a questa realtà vi
fosse l' idea di Augusto di realizzare un percorso di
accentramento. Già nel 30 a.C. va osservato come gli era
stato conferito il potere di giudicare in grado d' appello,
proprio a testimoniare il forte interesse che l' imperatore
aveva nell'interferire nella giurisdizione.
E' opportuno chiarire quali fossero le caratteristiche del
processo extra ordinem:
-innanzitutto scompare la duplicità del processo con le
rispettive fasi in iure e apud iudicem;
-il giudice è unico dall'inizio alla fine del processo ed è
sempre un organo pubblico, non scelto dai privati;
-la citazione in giudizio viene fatta da un pubblico ufficiale;
-non è necessaria la presenza delle parti per svolgere il
processo;
-il giudice gode di larghezza di poteri nella conduzione del
procedimento, che non è più condizionato dalla presenza
delle formulae;
-il giudice ha tuttavia meno discrezionalità nell'emanare la
sentenza, poichè verrà limitato da alcuni criteri legali;
-viene introdotto l' istituto dell'appello.

La cognitio extra ordinem in campo criminale


La nascita della cognitio extra ordinem è dovuta al fatto che
le quaestiones non erano controllabili dal princeps per le
modalità di reclutamento dei giudici. Il fatto poi che a
giudicare fossero cavalieri esaltava la loro indipendenza nei
confronti della politica giudiziaria del principe. D' altro canto
la discrezionalità dei magistrati nell'esercizio dell'imperium
era in controtendenza con lo svuotamento sostanziale del
loro ruolo.
In virtù dell'auctoritas e dell'imperium maius et infinitum il
principe poteva comunque inferire nella repressione dei reati

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non previsti dalle leges pubblicae. Inoltre nel 30 a.C. a
Ottaviano sarebbe stato attribuito il potere di giudicare in
appello. Contemporanemante si era fissato il principio per
cui il principe poteva giudicare tutti i delitti commessi al di
fuori di Roma. Molto rapidamente la procedura prevista dalle
leges pubblicae venne sostituita da forme di cognitio extra
ordinem. Così a partire dal secondo secolo d.C. le questiones
appaiono una forma di processo ormai superata.
Il processo della cognitio innanzitutto si caratterizza e si
differenzia rispetto al sistema delle qaestiones per il rito
tipicamente inquisitorio. E' proprio da qui che trae origine il
procedimento inquisitorio che per secoli è stato un modello.
L' accusa infatti è mossa dallo stesso organo che istruisce
poi la causa ed emette la sentenza. Dunque si tratta di un
organo statale.
In determinati casi l' accusa però può essere mossa da un
privato attraverso una querela.
Nel processo per cognitio la pena non è rigidamente fissata
in una legge, ma vengono intromessi aggravanti e
attenuanti, che consentono una maggiore adeguatezza della
pena.
Si riduce la parte destinata al dibattimento, e le prove
vengono assunte direttamente dall'accusa.
Attraverso un rescritto di Traiano viene peraltro affermato
che non si può condannare sulla base di semplici sospetti,
ma occorre che l' accusa si fondi su prove concrete.
Con i Severi sembrerebbe introdursi anche il principio che un
processo in contumacia avrebbe potuto solo portare a
irrogare pene pecuniarie. Infine l' istituto dell'appello diventa
una regola.

La competenza processuale del senato


In età del principato, il senato acquisisce una competenza
giurisdizionale nel campo della repressione criminale. Il

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senato istituì le quaestiones extraordinarie con lo scopo di
reprimere certi reati gravi per l’ordine pubblico. Fu attribuito
ai senatori il compito di entrare a far parte delle
commissioni giudicanti destinate a reprimere stabilmente
queste serie di reati. Pertanto i senatori erano dotati di
manus iudicandi in campo criminale. Si vennero a creare
delle commissioni senatorie- con 5 senatori con compiti
giudicanti- destinate a giudicare le ipotesi di concussione
che erano competenti alle quaestio repetundarum. Le
quaestiones extraordinariae differiscono dalla cognitio in
quanto si basano sulle modalità del processo accusatorio,
infatti dopo l'apertura del processo con una relazione del
magistrato, seguono le orazioni dell'accusatore e
dell'accusato. E' evidente come le questioni extraordinariae
siano un aggiustamento del processo per quaestiones per
garantire che i membri del senato fossero giudicati da loro
pari. Riguardo la sentenza i senatori votavano in blocco e
definivano la realtà della pena.
Anche in questo genere di processo il pricipe poteva
intervenire ponendo intercessio, impedendo la formazione
della sentenza.

Il sistema delle pene e l' evoluzione delle principali


figure criminose
Il sistema delle pene subisce alcuni cambiamenti di grande
rilievo che riflettono i diversi valori della nuova forma di
governo.
Innanzitutto con il sitema della cognitio salta il principio del
seantoconsulto ultimo.
Con la cognitio il potere dei proconsoli di giudicare si
sovrappone a quello della coercitio.
Si assiste ad un rafforzamento del sistema sanzionatorio.
Si ha un ripristino della pena di morte, chiamata poena
capitis.

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La poena capitis, intesa come decapitazione era riservata
agli honestiores (membri dell'ordine senatorio, decurioni,
aequites). Agli humiliores, cioè agli appartenenti ai ceti
sociali più umili si comminavano sanzioni più atroci.
Accanto ad essa vennere previste delle leggi che erano in
qualche modo assimilabili per la gravità.
Meno grave era la condanna ai lavori forzati per la
costruzione di opere pubbliche.
La condanna all'esilio venne sostituita dalla deportazione in
un' isola deserta.
Vi erano pene che privavano il condannato della vita o della
libertà, comportavano cioè la perdita della capacità giuridica,
del matrimonio e la confisca dei beni.
Di minore gravità era la relegatio, che obbligava a lasciare
una determinata città o regione, diversa dalla deportatio che
era solo temporanea.
Esistevano le bastonature e la fustigazione.
[.......]

LA CRISI

nel III secolo dopo Cristo l’impero va incontro a un nuovo


periodi di grave instabilità. L’origine della crisi di questo
periodo è di fatto la mancanza di un sistema di regole certe
e chiare destinate a disciplinare la successione ,ma
soprattutto dalla circostanza che mancava un organo capace
di rappresentare la continuità istituzionale anche nel
momento di morte del princeps. Questo ruolo ,che fin
dall’epoca monarchica era svolto dal senato ,non poteva più
essere sostenuto da un assemblea ormai indebolita nelle
funzioni e nella rappresentanza . D’altro canto la crisi a cui si
avviava l’impero non era solo istituzionale ,ma culturale e
sociale.

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Roma aveva saputo accogliere persone le più disparate per
razza , lingua, e per cultura :aveva metabolizzato elementi
religiosi diversi . Proprio per questo motivo si avvertirono
segnali di un incipiente dissoluzione dell’identità romana .
Del resto ciò non poteva che essere naturale in un impero
diventato troppo grande e composito. La rilevanza
dell’esercito era a sua volta una conseguenza del fatto che
l’impero si trovava in una condizione di guerre permanente
di fronte alla pressione costante e sempre più grave delle
popolazioni barbariche .

Parallelamente l’impero si avvia verso una crisi economica


sempre più accentuata . Per fronteggiare le sempre crescenti
spese militari ,si dovette incrementare la pressione fiscale .
La tassazione colpì principalmente le classi medio basse ,in
particolare i piccoli proprietari terrieri.

Questo fenomeno insieme coll’aumento del prezzo degli


schiavi, conseguente alla drastica diminuzione delle guerre
di conquista, finì per impoverire la classe media, favorendo
la nascita di concentrazioni latifondistiche.

Nel contempo i grandi latifondisti accordavano protezioni ai


villaggi contro i municipi o, contro lo stato, fondando così
un’economia chiusa e autosufficiente .Si giunge a costituire
entità territoriali autonome che tendono a sottrarsi alla
soggezione nei confronti del potere centrale .

In un epoca di generale decadenza si stagliano tre figure di


imperatori che in virtù della loro forte personalità e prestigio
goduto nei confronti dell’esercito ,tentarono riforme radicali
della struttura dello stato: Diocleziano
(285/305d.C.) ,Costantino (306/337d,C.) ,e Teodosio
(379/395d.C.).

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IL CRISTIANESIMO
Mentre era imperatore Tiberio, nella Palestine si sparse per
le contrade dell’impero una rivoluzione che avrebbe
cambiato il mondo nei secoli a venire :il cristianesimo.

L’essenza del cristianesimo sta nelle parole riportate nel


Vangelo di Giovanni.

-L’amore “diventa il valore, per cui vivere, per cui ,se


necessario , morire “.

-L’idea dell’amicizia ,i cristiani furono fin dal principio


orientati verso amicizia e si sforzarono di portare aiuto ai più
bisognosi ,come alle vedove e agli orfani , Così come ai
fratelli che vivono sotto il giogo della schiavitù e di sollevare
concretamente la loro sorte, ”l’amore operoso verso il
prossimo”.

-Con il cristianesimo è tutta la vicenda umana incentrata


sulla responsabilità personale , che presuppone l piena
libertà di fare il bene o di scegliere il male e che ciò
comporta un giudizio finale.

-Alto cardine del messaggio cristiano è l’eguaglianza :


l’eguaglianza autentica tra tutti gli uomini , in quanto figli di
un unico Dio , tutti gli uomini sono fratelli e quindi hanno
uguale dignità e uguale valore.

-Il rispetto verso l’autorità è una costante del messaggio


cristiano , come il rispetto della legge e la necessità della
punizione per il malfattore. Nel Vangelo si legge infatti :
“date dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello
che è di Dio”. Il cristiano dunque non mette in discussione
l’autorità costituita. Il cristiano dunque è un buon cittadino .

Il cristiano, per la prima volta nella storia, rivendica come


diritto la libertà religiosa . Ed è proprio qui che si sostanzia la

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inconciliabilità del cristianesimo con l’ideologia del
principato.

LE PERSECUZIONI

La Roma pagana aveva ammesso ogni divinità e ogni culto


purché non fossero in contrasto con l’ordine pubblico. Nella
Roma repubblicana probabilmente il cristianesimo non
avrebbe incontrato particolari difficoltà. Nel Principato a tutti
coloro che vivevano entro i confini del impero si richiedeva
qualcosa in più : la obbedienza al potere dell’imperatore .
Tutto ciò per i cristiani era inconcepibile . Il rifiuto di
sacrificare al genio dell’imperatore e di venerare l’immagine
del priceps, proprio in quanto concepito come ribellione
all’autorità imperiale, era considerato crimen maiestatis.

Nei primi anni della diffusione del cristianesimo non si


sarebbe stata una particolare ostilità contro di esso .
Secondo la tradizione ,Tiberio avrebbe raccomandato al
senato di accogliere Cristo fra le divinità , m il senato si
sarebbe opposto .

La prima persecuzione , avvenuta nel 64 d.C. all’epoca di


Nerone , sarebbe stata legata alla necessità dell’imperatore
di trovare un capro espiatorio al terribile incendio che aveva
devastato Roma .I cristiani vennero dunque ingiustamente
accusati.

Sotto Domiziano , non sembra esserci stata una particolare


ostilità verso il cristianesimo. Con Traiano , devono essere
puniti , ma se avranno negato di essere cristiani e lo avranno
manifestato con atti concreti ,supplicando i nostri dei,
ottengono il perdono in base al pentimento. Ciò è anche
comprensibile nella logica imperiale: se di fronte a precise
denunce si fossero lasciati impuniti coloro che si rifiutano di
sacrificare agli dei ed alle statue dell’imperatore ,si sarebbe

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così affermato il convincimento che l’autorità poteva anche
non essere ubbidita. Ancora più favorevole verso questa
nuova fede fu Adriano ,in una lettera a Minucio Fondano si
precisa che se ci sarà una qualche denuncia occorrerà agire
con la finalità di evitare che si producano disordini fra la
popolazione e non offrire ai falsi accusatori campo libero
nella loro azione criminosa. A tal fine si ricorrerà al sistema
della cognitio ,evitando di agire sulla base di semplici
acclamazioni popolari .

Con Marco Aurelio i cristiani se non rinnegano la loro fede


debbano venire uccisi ,si condannano perché rifiutano
l’obbedienza dell’autorità.

Nel 250 d.C. con Decio ,si dovevano compilare un ’apposito


libello nominativo che attestasse l’avvenuto sacrificio
all’imperatore . Era lo strumento ideale per una sistematica
persecuzione nei confronti dei cristiani.

Con Galliano si ha un temporaneo cambiamento di rotta :


viene per la prima volta riconosciuta la chiesa e sono
garantite le sue strutture materiali .

Nel 284 sale al trono Diocleziano ,generale rude , vi era in lui


la forte consapevolezza della necessità di ripristinare la
dignità dell’ impero e di restaurare la romanità. Il
rafforzamento del potere imperiale passava attraverso
l’introduzione di un fasto e di un cerimoniale tipicamente
orientale .Da qui l’origine della ripresa persecuzione contro i
cristiani. Così con quattro editti , a partire da 303 e fino al
304, si sviluppa la repressione più dura contro il
cristianesimo:

Editto : vengono impedite le riunioni e fini di culto ,demoliti


gli edifici sacri e confiscati tutti i beni inerenti al culto .

Editto : vengono incarcerati preti e sacerdoti.

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Editto :si dispone che vengono liberati coloro che accettano
di sacrificare agli dei.

Editto : tutti i sudditi dell’ impero hanno l’obbligo di


sacrificare agli dei e all’imperatore .

Chi si rifiuta viene così condannato a morte o ai lavori


forzati.

Subentrato Galerio a Diocleziono, le persecuzioni


diventarono più violente e si ebbero numerosi martiri fino a
quando ,nel 311 ,l’imperatore pubblicò a Nicomedia un
’editto di tolleranza in cui , pur accusando i cristiani per aver
abbandonato la religione dei padri, si prendeva atto della
inutilità delle persecuzioni e si concedeva il perdono ai
seguaci di Cristo , purché non compissero nulla in violazione
della legge.

L’EDITTO DI MILANO

A Milano nel 313 d.C. gli imperatori Costantino e Licinio


emanavano un editto con cui , si riconoscevano a chiunque
la libertà religiosa . Non solo la libertà di credere , ma anche
di professare .

L’editto di Milano è comunque la vittoria di quei martiri che


affermano la libertà della coscienza . é il primo
riconoscimento formale della libertà religiosa in favore di
tutti , come libertà di coscienza e di culto . Si chiudeva così
l’era delle persecuzioni e se ne apriva un ‘altra in cui il poter
temporale iniziò peraltro a utilizzare la nuova religione per
garantire forza e autorevolezza all’autorità imperiale .
CESAROPAPISMO

A seguito dell’editto di Milano la chiesa può emergere


definitivamente e strutturarsi liberamente dando vita a
un’organizzazione . Riconoscerà nel vescovo di Roma il suo

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unico capo . Nei secoli successivi si fronteggeranno dunque
due strutture : la chiesa e lo stato con due compiti distinti ,la
prima quello di rispondere all’esigenza spirituale il secondo
quello di risolvere l’esigenza di un ordinata convivenza sulla
terra . Presto sarebbe tuttavia sorta la tentazione del potere
temporale di servirsi della religione come instrumentum
regni , cioè come strumento per garantire l’affermazione del
potere temporale stesso. Un primo esempio di questa
tendenza a utilizzare la religione è per finalità temporali lo si
ebbe proprio con Costantino. Questi comprese che l’impero
aveva necessità di trovare nuovi punti di riferimento ideali a
valoriali, ma ‘altro parte l’unità dell’impero poteva essere
indebolita se i cristiani si fossero divisi in correnti
dogmatiche contrapposte , embrione di lotte intestine e di
un indebolimento dello stesso messaggio religioso . Da qui la
decisione di convocare lui , imperatore dei romani, un
concilio di vescovi , a Nicea; nel 325 d.C. con la finalità di
superare l’eresia ariana. Sostituito il Dio cristiano agli dei
pagani, per l’imperatore i termini della questione
rimanevano gli stessi : se il suo potere discendeva da Dio,
negare quella divinità significava negare la legittimità e
l’autorevolezza di quel potere. Ecco dunque perché
l’imperatore scatenerà la lotta contro le eresie. Il
cristianesimo dunque diventava religione di stato.

L' organizzazione dell'impero (l' epoca del dominato)


L' imperatore
Con Diocleziano la dottrina fa iniziare un nuovo periodo della
storia istituzionale di Roma.
Mentre nel principato la divinizzazione dell'imperatore
avveniva solamente dopo la sua morte, adesso l' imperatore
viene divinizzato da vivo. Ciò significa che la sua persona è

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sacra, ed ogni attentato alla sua persona, di qualsiasi genere
esso sia, rappresenta un sacrilegio.
A partire dal III sec d.C. l' imperatore pretenderà ubbidienza
nel pensiero e della coscienza. Infatti dopo la piccola
parentesi di Costantino che riconoscerà la libertà di culto,
con Teodosio si ritorna alle persecuzioni di coloro che non
professassero la religione dello stato, che è per paradosso
quella cristiana.
Il cittadino è ormai un suddito e lo stato è un patrimonio
dell'imperatore.
La volontà dell'imperatore è legge, ora le costituzioni
imperiali sono l' unica fonte di diritto. L' imperatore è legibus
solutus, cioè non è più sottomesso a qualsiasi legge essa sia.
La fonte del potere imperiale viene spostata sul piano divino.
Questa concezione è tradotta nelle costituzioni imperiali, in
cui appunto è espresso che il potere dell'imperatore gli è
conferito direttamente da Dio. La giustificazione della
legittimità del potere è la stessa effetività.
Il potere dell'imperatore ormai tenderà ad usurpare anche le
funzioni del potere religioso, intromettendosi negli affari e
nelle questioni della chiesa. E' questa l' essenza del
cesaropapismo.
Coerentemente tutta la burocrazia, tutti gli organi
dell'aaministrazione centrale e periferica dipendono
dall'imperatore.
Il senato non è più chiamato a svolgere alcun ruolo nella
successione al trono, ma si limita ad acclamare il nuovo
imperatore.
La successione avviene ormai in base alla designazione del
predcessore, quando questa prassi non è praticabile sarà l'
esercito a decidere.

La tetrarchia

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Nell'ambito di un processo di restaurazione dell'impero,
Diocleziano si era posto il problema di come dare stabilità e
continuità all'autorità imperiale.
La instabilità istituzionale aveva favorito lo sviluppo di forze
interne che prefiguravano la creazione di unità territoriali
indipendenti.
Da qui l' idea di Diocleziano di associare al trono un collega,
nella persona del fedele generale di Massimiano, dividendo
con lui il titolo di Augustus e assegnandogli il comando su
una distinta parte dell'impero.
In questo modo un Augusto si sarebbe occupato
dell'amministrazione delle province orientali, mentre l' altro
di quelle occidentali.
Tuttavia Diocleziano avrebbe conservato funzioni di
coordinamento e di direzione suprema, infatti, egli avrebbe
assunto l' appellativo di Iovius, mentre Massimiano quello di
Herculius. La residenza dei due imperatori sarebbe stata per
Diocleziano Nicomedia, invece per Massimiano Milano.
In posizione subordinata ai due Augusti poi vi sarebbero stati
due Caesares, a cui si conferirà il governo di alcune province
all'interno del territorio attribuito al rispettivo Augusto. I
Cesari vennero quindi adottati dagli Augusti di riferimento e
ad essi sarebbe spettato di succedere in caso di morte o di
dimissioni del prorpio Augusto. Tutto questo non deve far
pensare alla divisione dell'impero in due o quattro parti. L'
impero era ancora formalmente uno e ce lo testimonia il
fatto che i dua Augusti avessero dignità diversa.
Una legera ripresa dell'impero quindi è dovuta
all'eccezionale personalità di Diocleziano. Infatti quando nel
305 d.C. egli decise di abdicare insieme anche a Massimiano,
si riaprirono le lotte intestine che portarono forti
defibrillazioni all'impero.
Nel 312 d.C. fu Costantino a prendere il controllo dell'impero.
Egli impose un principio dinastico, dividendo l' impero fra i

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suoi tre figli. Costantino trasferì la capitale dell'impero da
Roma a Bisanzio, togliendo a Roma il ruolo di centro direttivo
dell'impero. Nel 364 d.C. con Valentiniano si ritornò a una
divisione fra pars Occidentis e pars Orientis, che dopo la
momentanea riunificasione sotto Teodosio I del 395, divenne
alla sua morte la regola per gli anni a venire.

La burocrazia centrale
Nel dominato si accresce notevolmente la burocrazia
imperiale.
Muta il rapporto tra l' imperatore e i suoi funzionari, infatti, il
consilium principis si trasforma in consistorum principis.
Quello che era nato come consiglio di amici e collaboratori
del princeps, diventa in un vero e proprio gabinetto
imperiale, con competenze specifiche.
La funzione del consistorum è quella di esprimere pareri su
qualsiasi questione piacesse al principe sottoporgli.
Di norma all'interno del consistorum venivano discussi i
disegni di legge e i casi giudiziari.
I capi delle varie amministrazioni facevano periodicamente
relazioni sullo stato della rispettiva branca
dell'amministrazione, il magister officiorum riferiva sullo
stato delle forze armate.
Le sedute del consistorum erano segrete e i silentiarii
avevano il compito di mantenere l' ordine fuori dal luogo
delle riunioni.
Con riguardo ai singoli funzionari il prefectus praetorio al
tempo di Diocleziano presiede il consistorum. E' dotato di
poteri militari e civili, ed è a capo dell'amministrazione
finanziaria. In quest' ultimo compito è affincato dal rationalis
rei summae (responsabile della emissione delle monete e
della riscossione delle imposte), e dal magister rei privatae,
che ha il compito di riscuotere le rendite dei beni imperiali.

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Con Diocleziano l' amministrazione centrale tende a
sdoppiarsi in relazione allo sdoppiamento delle cariche di
Augusto.
Con Costantino invece si ha per la prima volta una netta
distinzione tra carriera civile e militare. Ciò era dovuto alla
necessità che ci fossero ufficiali dotati di esperienza e di una
formazione specifica.
Questo comporta anche il mutamento del ruolo del prefectus
praetorio, che passa alla amministrazione periferica con
perdita dei poteri militari.
A seguito della riforma di Costantino della riforma
dell'amministrazione si vengono a costituire 4 nuove cariche
civili. La prima è il quaestor sacri palatii, che è una sorte di
ministro della giustizia, che presiedeva il consistorum. La sua
altissima dignità era riflessa dalla qualifica di vir illustris.
Quasi a pari dignità con lo stesso titolo di vir illustris vi era il
magister officiorum, posto a capo di tutti gli uffici imperiali.
Dal magister officiorum dipendeva gli agentes in rebus che
erano un corpo di ispettori, con compiti di vigilanza.
Sempre sotto le dipendenza del magister officiorum vi era l'
officium admissionum, che regolava l' accesso alle udienze
imperiali. Inoltre si occupava della vigilanza dei confini ed
aveva giurisdizione penale e civile su tutto il personale
impiegato presso la corte.
Di particolare rilievo è pure il comes sacrarum largitionum. E'
una sorta di ministro delle finanze e del tesoro. A lui compete
la suprema giurisdizione in materia tributaria. Inoltre da lui
dipende la zecca di stato, e l' amministrazione della cassa
pubblica.
Di particolare rilievo era pure il comes rerum privatarum, che
si occupava dell'amministrazione dei beni della corona. Fu
poi dotato di una giurisdizione in primo e secondo grado su
tutti i suoi dipendenti e sulle cause riguardanti la confisca di
beni a vantaggio del patrimonio del principe.

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Infine un ufficio di particolare rilievo era quello di praepositus
sacri cubiculi, che era incaricato di vigilare sulla tranquillità
dell'imperatore.
Come ho già detto distinta dall'amministrazione civile era, a
partire da Costantino, l' amministrazione militare.
A capo dell'amministrazione militare vi erano i magistri
militum. Sotto di essi c' erano i duces limitum. A seguire c'
erano pure i magistri peditum e i magistri equitum, a cui
viene attribuito il comando supremo delle truppe.

L' amministrazione periferica


Diocleziano nell'ambito della sua opera di riorganizzazione
dell'impero, aveva provveduto a rivedere l' organizzazione
territoriale periferica.
Al fine di rendere più governabili le province, le aveva divise
in più parti.
Ciò aveva comportato un sostanziale raddoppiamento delle
unità amministrative provicnciali a cui aveva posto a capo i
praesides.
Per evitare d' altra parte i rischi connessi a questa
frammentazione aveva poi costituito delle unità territoriali
molto più ampie, definite diocesi, con a capo un vicario.
Con Costantino i prefetti al pretorio cessano di essere una
carica dell'amministrazione centrale venendo posti a capo di
alcune circoscrizioni denominate prefecturae che
ricomprendevano più diocesi.
I prefetti perdono il comando militare degli eserciti,
diventano piuttosto i governatori di vasti territori.
A essi sono dunque gerarchicamente subordinati i vicarii e i
praesides.
I prefetti al pretorio avevano competenze amministrative,
giurisdizionali, legislative ed anche finanziarie.
In ambito giurisdizionale si occupavano delle cause, civili e
penali in grado di appello, avverse alle sentenze emanate

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dai governatori delle province. In questi casi la giurisdizione
era vice sacra, cioè in ultima istanza. In determinati casi
avevano pure giurisdizione in primo grado.
Potevano poi emanare formae generales, vale a dire
ordinanze aventi valore di legge non contrastanti con le
costituzioni imperiali.
I vicarii erano subordinati gerarchicamente ai prefetti.
La subordinazione gerarchica era pur sempre funzionale
all'interesse dell'imperatore. I vicari avevano pure essi poteri
giurisdizionali, in grado di appello, nelle cause civili e penali,
avverso alle sentenze dei governatori delle province.
Avevano compiti riguardo la riscossione delle imposte. Infine
avevano una competenza generale giurisdizionale in tutte le
cause civili e penali di primo grado.
Una sua particolare struttura amministrativa aveva la città di
Roma.
A Roma fino ad un territorio di 100 miglia di raggio dall'urbe,
amministrava il prefectus urbi, che presiedeva il senato e
aveva pure competenze giurisdizionali sui senatori. Il
prefectus urbi vigilava sull'ordine pubblico a Roma,
utilizzando a tale fine i funzionari di rango inferiore, quali il
prefectus vigilum ed il prefectus annonae, ma anche
numerosi curatores.
I pretori persero tutte le loro funzioni originarie, e vennero
impiegati nell'organizzazione dei giochi cittadini, con qualche
residua funzione giurisdizionale in materia di tutele, di
manomissioni e di concessione.
I consoli, uno per ciascuna parte dell'impero, avevano invece
ormai solo il compito di dare il nome all'anno.

Le comunità locali
L' autonomia delle comunità locali pressochè scompare e
viene sostituita da una forte centralizzazione, con un

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complesso meccanismo di controlli, svolti al fine di
assicurare un più pervasivo potere dell'imperatore.
Dopo la Costituzione di Caracalla la distinzione fra municipi,
coloniae, e città provinciali si era attenuata, sino a
scomparire definitivamente.
Con riferimento alla organizzazione interna delle singole
comunità si nota, che il criterio censitario tornò ad essere
quel criterio essenziale per l' esercizio di poteri, per la
candidatura alle ormai poche magistrature sopravvissute, e
sopratutto per l' iscrizione alle curie.
Gli appartenenti alla curia dovevano innanzitutto formare i
ruoli per la riscossione delle imposte. Inoltre su di loro
gravavano pesanti oneri che andavano dalla costruzione di
opere pubbliche, alla fornitura dei servizi cittadini, alla
organizzazione dei giochi. Da qui dunque il frequente
tentativo di sottrarsi alla iscrizione alle curie, che diventò
così obbligatoria ed ereditaria.
L' autonomia cittadina viene sostanzialmente annientata con
la introduzione del curator civitatis e del defensor plebis.
Il curator civitatis, carica già esistente nell'epoca del
principato di nomina imperiale, ha la funzione di garantire l'
ordine pubblico e dunque è il capo della polizia cittadina,
deve procedere all'individuazione delle liste dei contribuenti
e gli spetta il compito di sovraintendere
all'approvigionamento della città. Ha infine il compito di
istruire i processi di competenza del governatore provinciale.
A partire dal 368 d.C. viene istituito pure il defensor plebis
con il compito di difendere i ceti sociali umili contro le
angherie dei potenti. Questo organo cittadino era nominato
dal prefetto al pretorio. Successivamente la nomina passò
nelle mani dei senati locali, e così il defensor plebis si
trosformò in un organo posto a difendere gli interessi dei
decurioni.

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Infine si mantengono le assemblee provinciali ed il loro
mantenimento è spiegato dal fatto che aiutavano gli
imperatori a controllare gli organi di governo periferici.

L' ordinamento giuridico


A partire dal 342 d.C. con una costituzione di Costanzo e
Costante si aboliva definitivamente il processo per formule e
si riconosceva dunque come unico processo civile quello
della cognitio.
A questo punto non vi era più possibile eseguire una
distinzione fra istituti a seconda delle loro differenti,
originarie fonti di produzione.
Proprio quando si compie definitivamente il processo di
unificazione dei sistemi giuridici, si realizza tuttavia una
separazione della entità statuale. Infatti a partire dal 429 con
Teodosio II si stabilì che il vigore di qualsiasi costituzione
nell'altra parte dell'impero era dunque subordinato a un atto
di autonomia del relativo imperatore. E' proprio da questo
momento che si deve riconoscere la nascita di due entità
statali differenti, aventi ciascuna un proprio ordinamento
giuridico.
Contestualmente l' ordinamento giuridico si arricchisce di
due distinti sistemi giuridici, uno del tutto nuovo, l' altro che
assume una sua sempre più precisa fisionomia. Si tratta del
diritto fiscale e del dirittto ecclesiastico.

Le costituzioni imperiali
Le fonti del diritto subiscono un processo di semplificazione
e di unificazione.
Le costituzioni imperiali sono ormai la fonte di diritto per
eccellenza.
Esse vengono qualificate leges.
Nell' età del dominato perdono caratteristica di fonte del
diritto i rescripta e i decreta. Vigevano ancora le costituzioni

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aventi portata generale ed astratta, quali gli edicta, ed in
certi casi le pragmatiche sanctiones. Non a caso con
riferimento a queste costituzioni si parlerà di leges
generales.
Le leges generales avevano una inscriptio, cioè erano
precisamente indirizzate a qualcuno, ed una subscriptio cioè
avevano una data ed un luogo di emanazione.
La legge una volta emanata veniva pubblicata nella Gazzetta
Ufficiale, dove stava per 15 giorni prima di entrare in vigore.
Lo scopo era quello di conservare il testo ufficiale e di
consentire a tutti di prenderne conoscenza.
I rescritti perdono, come si è detto, la loro caratteristica di
fonti del diritto. Si voleva impedire che da casi singoli si
traessero dei principi generali.
Già da Costantino però si affermò che i rescritti potevano
avere valore solo se non contrari al diritto vigente, negando
la loro funzione creatrice di diritto.
Non diversa evoluzione caratterizzò i decreta.
Perdono invece importanza i mandata a seguito del
cambiamento della concezione del sistema burocratico.
Si riscontrano in questo periodo due nuove costituzioni
imperiali: la adnotatio che differisce peraltro dal rescriptum
solo per la forma, e la pragmatica sanctio.
La pragmatica sanctio venne utilizzata per trasmettere da
una parte all'altre dell'impero le costituzioni emanate.
Le pragmaticae sanctiones vennere tuttavia utilizzate anche
per dettare disposizioni destinate a risolvere questioni
relative a singole province o gruppi di persone.
Nel 491 si fissò il principio che le pragmaticae sanctiones
non avvessero valore se contrarie alle leges generales.
In definitiva il sintagma pragmaticae sanctiones vale a dire
costituzioni provocate da enti pubblici o da autorità civili ed
ecclesistiche riguardanti gruppi di persone o determinate
determinate persone e per questo aventi valore generale.

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I codici
Alla fine del III sec d.C. si svilupparono delle raccolte di leggi
che vennero chiamate codices. Ciò accadde perchè si
presentò l' esigenza di semplificare il diritto e di avere più
certezza del diritto.
Attorno al 292-293 d.C. venne redatta da un certo Gregorio
o Gregoriano una raccolta di costituzioni imperiali contenenti
esclusivamente diritto privato.
Questo codice, detto Gregoriano, non ci è pervenuto
direttamente, ma grazie a numerose citazioni contenute in
altri testi.
Molte costituzioni contenute nel Gregoriano vennero poi
utilizzate anche per la compilazione del Codice Giustinianeo.
La raccolta era divisa in 14 libri, divisi a loro volta in titoli.
In ogni titolo le costituzioni erano raggruppate per materia e
poi a loro volta elencate per ordine cronologico.
Di pochi anni successivo è il codice Ermogeniano. Questo
codice più piccolo rispetto al Gregoriano, non era diviso in
libri, ma solamente in titoli, all'interno dei quali le
costituzioni erano raggruppate in ordine cronologico.
Una raccolta privata più recente è quella delle Costitutiones
Sirmondianae. Essa contiene 16 costituzioni riguardanti il
diritto ecclesistico.
Una evoluzione importante si ha con Teodosio II, proprio
perchè si realizza, per la prima volta dopo le dodici tavole,
una codificazione ufficiale.
Nella valutazione dell'imperatore però vi è anche l' esigenza
di controllare il sistema delle fonti del diritto.
Il codice Teodosiano venne pubblicato nel 438, entrò in
vigore in Oriente il primo Gennaio del 439, e poco dopo
anche in Occidente.
Le intenzioni di Teodosio erano in realtà molto più ambiziose.
Nel 429 egli aveva emanato una costituzione con cui veniva

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nominata una commissione di 8 membri destinata a
realizzare due differenti opere: una raccolta di tutte le leges
generales comprensiva anche delle costituzioni non più in
vigore e destinata dunque alla scienza; e una raccolta delle
sole costituzioni vigenti, tratte dai due codici privati, a cui
dovevano essere aggiunti brani della giurisprudenza
classica.
Per inadeguatezza della commissione preposta, questo
progetto andò in fumo.
Nel 435 venne cos' nominata una commissione con il
compito di realizzare una raccolta che integrasse i due codici
privati.
La commissione aveva l' autorizzazione a modificare i testi
originari delle costituzioni, qualora dovvessero essere
aggiornati, ma anche al fine di evitare contraddizioni
testuali. Peraltro proprio l' esigenza di semplificazione
dovette portare a non inserire nel codice le costituzioni nella
forma originaria bensì in una forma riassunta.
Il codice risultava diviso in 16 libri, divisi a loro volta in titoli,
entro cui le costituzioni sono raggruppate in ordine
cronologico. Il Teodosiano contiene soprattutto diritto
pubblico.
Si apre con un libro dedicato alle fonti del diritto ed alle
competenze dei funzionali imperiali. Nel libro sesto ritorna la
materia dei rapporti gerarchici fra funzionari. Grande spazio
ha il diritto fiscale (libro decimo e undicesimo), e il diritto
delle corporazioni (dal dodicesimo al quindicesimo libro); il
settimo libro è dedicato al diritto militare; il nono al diritto
criminale; il sedicesimo tratta di diritto ecclesiastico; mentre
tra il secondo e il quinto libro viene trattata la materia del
diritto privato.
Il grande rilievo del diritto pubblico ci può fare notare come
tale ordinamento giuridico sia dotato di scarsa libertà.

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Diversa fu la vigenza del codice Teodosiano nelle due partes
imperii. Ad Oriente rimase in vigore fino al 529 d.C., anno in
cui venne emanato il codice di Giustiniano; mentre in
Occidente la sua sopravvivenza fu molto più lunga.

Gli iura
Le passate opere dei giuristi, proprio in quanto avevano
valore di diritto, vennero chiamate comunemente iura.
Per tutte le materie non regolate dalla legge gli iura erano
fonti integrative. Iura erano dunque un complesso di norme
che in quanto parificate alle leges, avevano valore vincolante
ed autoritativo.
Di particolare importanza ebbe la cosiddetta “Legge delle
citazioni” emanata da Valentiniano III e Teodosio II,
indirizzata al senato di Roma per disciplinare l’uso delle fonti
giurisprudenziali- ossia gli iura- nei processi. Cinque erano i
giuristi il cui parere poteva essere
allegato: Gaio, Papiniano, Paolo, Ulpiano e Modestino. In caso
di più citazioni prevaleva la maggioranza, in caso di parità
prevaleva la citazione di Papiniano, se si fosse pronunciato
sul punto. In assenza di questa decideva il giudice come
meglio credeva. La scelta di questi giuristi si identifica per
via delle loro opere enciclopediche, compilatorie e
soprattutto semplici, ed è questo che ne spiega il loro
successo.

Le opere post-classiche
Nelle scuole e nella pratica si sviluppa una letteratura
giuridica che prende spunto innanzitutto da opere della
giurisprudenza classica per semplificarle ulteriormente.
Particolare successo hanno le opere di Gaio che vengono
riassunte e ampiamente rielaborate. Così fu con la Epitome
Gai, che è un libero riassunto delle Istituzioni di Gaio, di
origine gallica.
Sempre di origine gallica sono i Fragmenta Augustodunensia,
un commento a brani gaiani nella forma della parafrasi. L'

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autore voleva verosimilmente spiegare agli allievi i passi di
Gaio che erano stati scelti e chiarirne l' applicazione
concreta.
DI Gaio sembrano ormai essere le Res Cottidianae. A essere
risale la tripartizione delle fonti delle obbligazioni ancora
oggi adottata nel codice civile italiano.
Sempre all'epoca post classica risalgono le Pauli Sententiae,
che sono una raccolta elementare di passi scelti tratti
dall'opera paolina e di altri giuristi. Essa è strutturata su
cinque libri e conteneva anche una serie di leges.
Degni di menzione sono pure i Tituli ex corpore Ulpiani che
erano una raccolta di passi scelti di Ulpiano e di qualche
altro autore, e in particolare di passi tratti dalle Istituzioni di
Gaio. Alcuni brani della seguente opera corrispondono a
passi contenuti nella Collatio e nel Digesto di Giustiniano.
Sempre in questo periodo si hanno anche raccolte miste di
leges e iura fatte da privati.
Fra queste vi sono i Vaticana fragmenta, così chiamati
perchè scoperti nel 1821 dal Cardinale Mai in un palinsesto
contenuto nella biblioteca Vaticana.
Si tratta di una raccolta di datazione incerta. La raccolta ha
un carattere frammentario, è divisa in titoli e contiene anche
frammenti di Papiniano, Paolo, e Ulpiano, oltre a costituzioni
imperiali.
Un altro esempio di raccolte miste è costituito dalla Collatio
Mosaicarum et Romanarum legum che ci è pervenuta
attraverso tre manoscritti rinvenuti a Berlino, Vienna e
Vercelli. E' la prima opera di diritto comparato della storia,
dal momento che contiene un confronto tra leggi mosaiche
e romane con lo scopo di dimostrare la superiorità morale
delle prime.
Infine appartiene alle raccolte miste di leges e iura anche la
Consultatio veteris cuiusdam iurisconsulti. Si tratta di un
parere dato a un avvocato da un giureconsulto operante

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nella Gallia meridionale. Il giureconsulto allega a sostegno
delle proprie tesi frammenti tratti dalle Pauli Sententiae e
costituzioni ricavate dai codici Gregoriano, Ermogeniano e
Teodosiano.
L' Oriente non ha dato testimonianza particolarmente
significative di opere giuridiche. Si possono ricordare gli
Scholia Sinaitica scoperti sul Monte Sinai, contenenti scolii,
vale a dire commenti. In questa opera di carattere scolastico
sono peraltro citati anche frammenti di altri giuristi.
Destinato ai pratici del diritto era invece un Liber de
actionibus. Di qualche importanza infine incontriamo il Libro
Siro Romano del diritto. Il contenuto riguarda soprattutto
istituti di ius civile, non vi sono riferimenti allo ius
honorarium.

Le leggi romano barbariche

In Occidente dissoltosi l' impero romano, i principali regni


barbarici che vi sostituirono ricorsero pure essi al diritto
romano per regolare la vita in specie dei cittadini di origine
romana.
Una esperienza del tutto particolare accadde invece nella
parte dell' impero di Oriente, avviata in Italia da Teodorico, re
degli ostrogoti.
Egli non disconosceva la figura dell'imperatore ma voleva
amministrare i terriotori occupati dagli ostrogoti come fosse
un governatore che amministrava in nome dell'imperatore.
Si spiega dunque come la raccolta di norme da lui emanata
prende il nome di editto e non di legge.
Per la prima volta si afferma il principio della territorialità del
diritto, per cui su un unico territorio si applicava un solo
diritto.
Per le materie non normate dall'editto i popoli potevano
continuare ad usare le proprie leggi nazionali. Le norme

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contenute nell'editto di Teodorico erano romane, ed erano
costituite da 154 articoli, il cui contenuto era tratto dai codici
Germoniano, Teodosiano e Gregoriano, dalle novelle
postteodosiane, e dalle Pauli sententie.
Più complessa è la lex Romana Visigothorum, che si presenta
nella veste legislativa in quanto emanata da un sovrano di
uno stato formalmente indipendente (Alarico II re dei
Visigoti). Essa venne approvata nel 506 ed era destinata a
essere applicata in Spagna e Gallia meridionale.
La legge di Alarico andava contro il principio di personalità
della legge, per cui ogni popolazione applicava il proprio
diritto su un medesimo territorio, poichè era destinata
solamente ai romani.
L' opera si presenta funzionale alle esigenze del tempo,
grazie anche alla modernizzazione delle costituzioni più
antiche.
Appaiono utilizzati i codici Gregoriano, Ermogeniano,
Teodosiano, le Novelle postteodosiane, le pauli sententiae, e
frammenti di responsa di Papiniano.
La sua funzionalità ne determinò una lunga sopravvivenza,
venendo applicata nel regno dei Franchi fino al XII sec, in
Italia trovò diffusione fino alla riscoperta del codice di
Giustiniano, mentre in Spagna ebbe vita più breve per via
della concquista araba.
Infine va ricordata la lex Romana Burgundiorum, emanata
nel 516 dal re dei Burgundi e destinata ad essere applicata
esclusivamente dai romani che vivevano nella Gallia
orientale. Anche in questo caso si trattava di un testo
imposto da un sovrano di uno stato formalmente
indipendente. Era una raccolta abbastanza semplice,
composta da 46 titoli, con materiale tratto dai codici
Gregoriano, Ermogeniano e Teodosiano.
PROCESSO CIVILE

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Il processo civile nell’età del dominato è ormai quello della
cognitio extra ordinem. Una costituzione di Costanzo e
Costante del 342 aveva definitivamente abolito le formule
ritenute fonti di insidie per i litiganti. Con questo nuovo
processo il funzionario imperiale doveva non solo applicare il
diritto , ma anche attuare la giustizia intesa come sistema di
valori .

Costantino abolì definitivamente la possibilità per l’attore di


provvedere direttamente , tramite un atto privato, a citare in
giudizio il convenuto, senza ricorso all’autorità pubblica .

Il giudice che doveva decidere la lite diventò anzi


responsabile della notifica al convenuto dell’invito a
comparire . Successivamente e ancora all’epoca di
Giustiniano si afferma la procedura per libello , con cui
l’attore e convenuto precisavano le rispettive posizioni , ciò
serviva ad identificare la pretesa sostanziale dell’attore .
Questa presupponeva la indicazione nominativa dell’azione
che si voleva esperire . Si stabilì anche che fra il giorno della
notifica e quello della comparizione dovevano trascorrere 10
giorni , diventati poi 20 con una costituzione di Giustiniano .

Cambiano anche i principi che ispirano il sistema probatoria ,


che vede ora una netta preferenza verso le prove scritte , il
documento , e una aperta diffidenza verso le prove
testimoniali .

IL giudice poteva poi ricorrere anche a mezzi probatori


diversi da quelli delle parti , proprio perché suo obbiettivo
era quello di affermare la verità e giudicare secondo
giustizia .

A partire dal VI secolo si afferma il principio per cui la


sentenza deve essere redatta in forma scritta , che è la

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logica conseguenza della generalizzazione dell’istituto
dell’appello .

Per evitare una concentrazione di provvedimenti nel


tribunale imperiale , Giustiniano, arrivò a vietare ai giudici di
rimettere al consistorium la decisione laddove essi non
ritenessero di essere in grado di risolvere la controversia
magari per il fatto di trovarsi di fronte a una caso non ancora
disciplinato nell’ordinamento . In questa ipotesi i giudici
erano autorizzati a decidere secondo coscienza .

Si generalizza l’istituto dell’appello che dà all’imperatore un


controllo maggiore sull’esercizio della giurisdizione .

Gli appelli temerari vengono a più riprese contrastati : nelle


Pauli Sententiae , nel caso di iniusta appellatio , vale a dire di
appello rivelatosi non fondato , si ricorda che l’appellante
fosse tenuto a pagare le spese sostenute dall’avversario.

Costantino introdusse sanzioni patrimoniali assai gravi nei


confronti di coloro che avessero perso in appello la causa ,
che vennero peraltro proporzionate da Giustiniano al grado
di temerarietà della lite .

PROCESSO CRIMINALE

L’impianto processuale non registra significative variazioni,


vi sono alcuni provvedimenti specifici che testimoniano
peraltro una contraddittorietà e una scarsa efficacia della
legislazione rispetto agli obiettivi perseguiti .Così , per
esempio, L’intento di scoraggiare accuse infondate porta a
punire come reato di calumnia anche accuse semplicemente
non provate . La misura ebbe la conseguenza di scoraggiare
la denunzia di reati , tanto che fu necessario promettere
premi agli accusatori , rimanendo peraltro ben saldo il rifiuto

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di denunce anonime . Non a caso gli organi inquirenti
possono servirsi di tortura che viene spesso utilizzata per
ottenere confessione del reo. L’ accusa aperta a qualsiasi
cittadino viene conservata laddove si voglia favorire la
repressione di reati particolarmente pericolosi per l’ordine
costituito, come maiestas ,l’omicidio o la violenza . L a
condanna può essere pronunciata solo in presenza di
confessione o di prove testimoniali univoche e concordi . Con
Giustiniano si riconferma il principio classico per cui non era
possibile pronunciare sentenza di condanna nel caso in cui la
colpevolezza non fosse stata accertata in modo
incontrovertibile . Si generalizza il diritto di appello , salvo
per coloro che abbiano confessato , o per coloro che siano
stati condannati per reati di particolare gravità , fra cui , oltre
l’omicidio , anche il ratto e l’adulterio.

Particolare interesse verso il diritto penale processuale è


rilevato dalla prima legislazione Giustinianea. Si coglie al
riguardo una certa sensibilità nei confronti di quelli che oggi
definiremmo in tema delle garanzie dell’imputato ,
probabilmente in relazione dell’influenza sempre più
consapevole e matura esercitata dal cristianesimo .

La commistione fra stato e chiesa , fra diritto e religione


porta a far si che organi ecclesiastici siano riservati a
numerosi funzioni in tema di processo ed esecuzione della
pena . In particolare per reati che coinvolgono ecclesiastici.

IL DIRITTO CRIMINALE E I SUOI MUTAMENTI

Per comprendere l’evoluzione del diritto criminale nell’età


del dominato occorre partire da alcune considerazioni. Ogni
assetto di interessi ,la stessa struttura sociale, sono definiti
o consentiti dalla volontà imperiale che si esprime

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positivamente nel forma della legge : attentando a quell’
assetto di interessi o a quella struttura sociale si trasgredisce
alla volontà dell’imperatore . In questo contesto lo stato si
identifica con lo stesso imperatore .

Va peraltro aggiunto che le condizioni sociali sono ora


sensibilmente peggiorate . Un potere che con sempre minore
efficacia riesce a essere effettivo , vale a dire organizzare e
dirigere la vita sociale , è portato inevitabilmente a seguire
la strada della repressione, che in quelle condizzioni era
probabilmente lo strumento più immediatamente efficace
per evitare che la stessa società si disgregasse .

In questo contesto le pene diventano sempre più gravi, la


repressione si accentua fino a raggiungere livelli parossistici.
Si moltiplicano dunque anche le fattispecie di reato , poiché
deve contrastare con la volontà dell’imperatore . Questo
porta ad una maggiore certezza della pena .

Per non indebolire le istanze di politica criminale


dell’imperatore , le pene vengono normalmente definite in
modo tassativo con costituzione imperiale , dovendosi
limitare il giudice ad accertare la colpevolezza dell’imputato.

Per converso si tende a considerare come reato ogni


infrazione, attraendo nel campo del penale violazioni di
obblighi di natura privata nei confronti dei quali si sarebbe
potuta comminare la nullità o il risarcimento del danno.

Esemplare è ancora il caso della responsabilità per calunnia,


vale a dire per accuse infondate, anche laddove l’ accusa
fosse stata fatta comunque in buona fede.

Affiora una maggiora uguaglianza davanti al potere


repressivo, tende infatti ad attenuarsi la distinzione fra
honestiores e humiliores, in specie per alcune fattispecie di
reato, come per esempio la maiestas.

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Grazie all’ influenza del cristianesimo, l’ imperatore si
propone di cambiare la società e il sistema delle pene, che è
lo strumento privilegiato in quanto più immediato e più
efficace. Forti tendenze morali affiorano in particolare nella
legislazione di Giustiniano: il crimine si identifica con il
peccato, la pena è funzionale al pentimento. La pena assume
dunque una funzione rieducativa.

Il potere imperiale trova ora la sua stessa legittimazione


nella pretesa volontà divina. L’ imperatore non tende più ad
indentificarsi con una divinità ma è pur sempre detentore di
un potere che proviene da Dio.

La persecuzione religiosa è funzionale alla trasformazione


del cristianesimo in instrumentum regni.

Parallelamente, proprio l’ influenza del messaggio cristiano


determina anche aspetti di umanizzazione della pena, e l’
abolizione di istituti e pratiche particolarmente cruente. Così
si vietano forme detentive contrarie ai principi di umanità e
di rispetto verso i detenuti.

Viene pure abolito lo ius vitae ac necis del pater, così come
lo ius occidendi lo schiavo.Vengono soppresse la crocifissione
e la datio ad bestias, vengono aboliti i ludi gladiatori, che
violavano la dignità della persona.

Nel dominato si ha una definitiva formulazione in tema di


interpretazione delle prove, del principio in dubis proreo.

Con Giustiniano si tende fra l’ altro a recuperare in qualche


modo anche il principio espresso poi con il brocardo nulla
poena sine legae.

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