Sei sulla pagina 1di 14

2.

CENNI DI STORIA DELL’URBANISTICA

A) URBANISTICA ANTICA: dalla Preistoria al Medioevo.

• Grecia = Ippodamo da Mileto (IV sec. a.C.) grande urbanista.


Le sue città, a piano ortogonale con l’agorà al centro e strade distinte a seconda
dell’importanza, influenzano l’urbanistica etrusca e romana.
In sintesi, gli agglomerati urbani greci e preromani sono caratterizzati da un nu-
cleo politico-religioso (l’acropoli) intorno al quale si sviluppa la città, rachiusa al-
l’interno di un anello fortificato composto da mura, torri, bastioni.

• Roma = Vitruvio (I sec. a.C.) Trattato di dieci Libri “De Architettura”, ove viene
esplicitata tutta la problematica architettonica, dalla struttura della città ai materiali
da costruzione.
Per i romani la forma della città deriva dall’accampamento militare (castrum). Gli
isolati, di forma quadrata o rettangolare si creano attraverso un sistema di vie orto-
gonali alle due principali: il Cardo, orientato secondo il meridiano, e il Decumano,
orientato secondo il parallelo. (Il loro incontro genera normalmente il foro ove i
cittadini trattano gli affari e il culto).
Oltre questo, và ricordato, a livello territoriale, che la realizzazione di imponenti
opere infrastrutturali(strade, ponti, porti, acquedotti, etc.) creò i presupposti di un
accentuato controllo delle varie provincie facenti parte l’impero.

• Il Medioevo caratterizzato da castelli, monasteri, abbazie.


Dalla caduta dell’impero romano alla fine del I millennio si verifica un massiccio
spostamento della popolazione dalla città alla campagna, con la conseguente
nascita di centri minori e la relativa perdita d’identità delle città: la campagna
assume un ruolo dominante in quanto produttrice di beni di sostegno. Solo al-
l’inizio del nuovo millennio, con il passaggio dal sistema feudale a quello comu-
nale, vi è una ripresa dell’attività urbana ed edilizia a livello europeo. Lo sviluppo
della forma urbana nel Medioevo è caratterizzato da vari elementi derivanti da
caratteristiche topografiche dei luoghi, o condizioni storiche, politiche, economi-
che del momento.
E furono proprio gli aspetti economici, e la conseguente crescita demografica ed
edilizia, a rendere necessari interventi di riorganizzazione nelle vecchie città: ven-
gono fissate dimensioni minime per la larghezza delle strade, per l’altezza degli
edifici privati e per le torri; si suddivide il territorio comunale in quartieri e la piazza
diviene il luogo più importante della vita della comunità, ove si affacciano il palaz-
zo pubblico, la cattedrale, e si svolge il mercato.
Queste trasformazioni, proseguite per tutto il Rinascimento, le possiamo ancor
oggi vedere nei centri storici.
2

B) URBANISTICA PREMODERNA: dalla fine del XIV al XVII secolo.

Il Rinascimento è caratterizzato dalla teorizzazione e successiva applicazione delle


teorie geometriche sulla città ideale (nuovi agglomerati urbani), mentre, nello svilup-
po delle città già esistenti oltre a quanto detto in precedenza, la realizzazione di sin-
goli importanti edifici e la razionalizzazione di visuali prospettiche utilizzando vecchi
tracciati viari, come ad esempio con il piano di Sisto V a Roma, sono le caratteristiche
principali.
Da un punto di vista costruttivo, il ‘400 è caratterizzato dall’utilizzo, nella realizzazione
di importanti edifici(chiese, palazzi), di materiali ricchi, o provenienti dalla spoliazione
dei monumenti romani (Roma), o di derivazione di cava, poiché la fioritura dei traffici
commerciali aveva creato i presupposti di una rinnovata ricchezza economica, che
permetteva notevoli investimenti economici.

• Leon Battista Alberti – De Edificatoria (1452)


Tenta di conciliare la tradizione classica con quella medioevale, traendo da en-
trambe esempi e ispirazioni. Alla base vi è il “sito”, le strade principali sono grandi
e rettilinee, quelle secondarie a percorso ondulato, per sembrare più lunghe, per
offrire corretta ventilazione e soleggiamento e per impedire l’ accesso ai nemici.

• Antonio Averlino detto il Filarete


Città ideale di Sforzinda con struttura radiocentrale e schema stellare a otto punte.
Questo tema (città ideale) viene ripreso da Leonardo e da altri come modello.

• Francesco Di Giorgio Martini (1439-1501)


Trattato di architettura, ingegneria ed arte militare. Studia diversi tipi di città ispirate
a criteri geometrici e per difesa militare.

L’urbanistica del ‘500 tende ad abbandonare il modello della città ideale per adattarsi a
caratteristiche di tipo militare e di rappresentanza del potere. Più precisamente preve-
de una piazza centrale, una maglia varia ortogonale ma con perimetro di forma poligo-
nale anche irregolare, con angoli ottusi, per rispondere meglio alle esigenze difensive.
Esempi di città cinquecentesche:
Palmanova (arch. Savorgnan) con schema radiocentrico, piazza esagonale e stella a
nove punte come impianto esterno; Sabbioneta (Gonzaga).

Nel ‘600, a seguito dell’aumento demografico, si ampliano le città esistenti creando


spazi monumentali, tracciando strade, curando non tanto l’aspetto geometrico quan-
to il senso delle proporzioni e l’effetto scenografico. L’urbanistica barocca, attraverso
la “stupefazione” delle masse, con il sapiente uso di superfici curve, probabilmente
contribuì a creare i presupposti per la successiva ascesa al potere della borghesia.
Da un punto di vista costruttivo, ai materiali ricchi, in pietra, si sostituiscono paramenti
murari in mattone, coperti di stucchi sapientemente lavorati e tinteggiati, che nel-
l’aspetto finale, replicano l’aspetto del marmo, travertino etc..

Nel ’700 ulteriori effetti scenografici caratterizzano l’attività urbanistica: esempi ne


sono la Scalinata di Trinità dei Monti e la Fontana di Trevi.
3

Siamo però agli albori dell’Illuminismo e all’avvio dell’industrializzazione, alla base di


quelle istanze cui cercherà di dare risposta l’urbanistica moderna.

C) URBANISTICA MODERNA: dal XIX secolo (Rivoluzione Francese).

I conflitti sociali e le ingiustizie prodotte dalla città industriale (che si era sostituita
progressivamente alla città antica senza ordine né struttura) sono alla base di quello
schieramento di opposizioni al modello capitalistico di sviluppo della città (Owen,
Fourier, Godin, Dickens, Ruskin, Engels).
L’aver dato voce a movimenti d’opinione volti ad un miglioramento dell’organizza-
zione politica, economica e sociale, è alla base del diffondersi della cultura urbani-
stica moderna.
Si tenga presente che la situazione urbana venutasi a creare nel periodo di prima
industrializzazione era caratterizzata da situazioni igieniche spaventose, causa le
speculazioni selvagge nella realizzazione di abitazioni per operai, e il notevole au-
mento di popolazione nelle città.
Le figure principali che cercano di opporsi a queste situazioni di disagio sono:

• Robert Owen (1771-1858), scrittore inglese che si fece interprete del malessere so-
ciale prodotto dallo sviluppo industriale la cui cattiva organizzazione ne era la causa
principale.
Come direttore e comproprietario di una fabbrica, mise in pratica una serie di rifor-
me rivoluzionarie: la riduzione dell’orario di lavoro, l’incoraggiamento all’istruzio-
ne, la corretta organizzazione del territorio (modello di villaggio ideale per comuni-
tà autosufficienti, dedita in parte all’agricoltura, in parte all’industria).
Analoga iniziativa ripresa a Saltaire (Francia) dall’industria Titus Salt e a Liverpool,
quartiere Lever, ad opera dell’industria William Lever.

• Charles Fourier (1772-1837), scrittore francese.


Alla base della storia dell’architettura e urbanistica moderna per la proposta del
“falansterio”: imponente unità d’abitazione destinata ad accogliere fino a 1600 per-
sone, costituita da più edifici dotati dei principali servizi e di impianti di interesse
collettivo, in cui coabitavano persone di diversa estrazione sociale, dedite sia al-
l’attività agricola che a quella industriale.
Antesignano della Unità d’abitazione di Le Corbusier, si caratterizzava per lo spiri-
to di cooperazione che legava i suoi abitanti. Idea utopistica mai realmente realiz-
zata malgrado altri tentativi successivi quali il “familsterio” di Godin in Francia (Gui-
se), simile al falansterio ma modificato per due aspetti essenziali: 1) la gestione
economica sorretta da un’ industria sita nelle vicinanze; 2) ogni famiglia aveva
assegnato un appartamento in un grande edificio residenziale.

LO SVILUPPO URBANISTICO DEL XIX SECOLO

Nel corso dell’800 vengono fondate in tutto l’Occidente industrializzato nuove città e
si ampliano a dismisura quelle antiche con diffusa speculazione sulle aree fabbricabi-
4

li, insufficienza di servizi pubblici e carenze igienico – sanitarie, fonte, ovviamente, di


gravi disagi per le classi più povere.
A seguito di ciò e su pressione di alcune associazioni, vengono varate le prime leggi
sanitarie che saranno alla base delle successive legislazione urbanistiche. Ulteriore
spinta all’esigenza di una regolamentazione urbanistica fu l’avvento della ferrovia.
Da un punto di vista teorico e pratico tra l’ ’800 e il ’900 si delineano in Europa due
indirizzi diversi: quello di Haussmann per Parigi e quello di Howard per Londra.

Il primo era caratterizzato da:


– strade e piazze tracciate con rigorosa assialità;
– uno stile architettonico comune tra gli edifici prospicienti strade e piazze principali;
– la strada (boulevard) è considerata come il tramite per l’accesso agli edifici a qual-
siasi destinazione e la piazza, punto focale di incrocio tra i traffici e gli affari.

Il secondo pone le basi della città giardino, rendendosi conto dell’inattuabilità dei
piani filantropici dei villaggi industriali e del falansterio che, di fatto, rendeva più pove-
ri e meno liberi i propri abitanti.
Howard, notando il sovraffollamento delle città industriali ed il contemporaneo spo-
polamento della campagna, propose al Governo inglese di realizzare città totalmente
nuove, di interesse regionale, unendo i vantaggi igienico – sanitari e ambientali della
vita in campagna a quelli socio – culturali della città (città e campagne si uniscono e
danno vita ad una nuova civiltà).

Le linee guida della città-giardino furono essenzialmente tre:


a) il territorio destinato a ciascuna città – giardino (400 ha per il suolo urbano, 200 ha
per la fascia agricola) non è frazionabile e rimane di proprietà della comunità che
lo ha promosso;
b) numero di abitanti massimo pari a 32.000 per evitare fenomeni di sovraffollamen-
to; in caso di aumento della popolazione, fondazione di una nuova città giardino,
da realizzarsi secondo gli stessi principi;
c) la città – giardino deve svolgere un ruolo equilibrante al suo interno, tra abitazioni,
attività produttive e terziarie e tra funzioni politiche, sociali e ricreative, e rispetto
all’esterno, tra città e campagna.

Il modello spaziale proposto da Howard è costituito da anelli concentrici: quello più


centrale è costituito da un vasto parco circolare su cui affacciano gli edifici pubblici
principali, negli anelli che si dipartono dalla fascia centrale sono previsti le residenze
con relative attrezzature, circondate da una corona di industrie, da una cinta ferrovia-
ria e da una fascia agricola.
Howard costruì la prima città – giardino nel 1904, Letchworth, e Welwyn Garden City
nel 1919; quest’ultima posta a 33 Km da Londra non si sviluppò, purtroppo, secondo
i principi di Howard.

Ulteriore intervento di trasformazione della città, realizzato nella seconda metà del XIX
secolo, è quello del Ring di Vienna. Esso avvenne con la sistemazione dell’area non
edificata che circondava le mura della vecchia città, oltre le quali si erano sviluppati i nuovi
quartieri: attraverso l’abbattimento delle fortificazioni venne realizzata una circonvallazio-
5

ne (detta Ring = anello) su cui si affacciavano i principali edifici pubblici (Parlamento,


università, teatro, biblioteche, musei, mercati, ecc) intervallati da ampi spazi verdi.
Tra i meriti che ebbe l’intervento si deve ricordare:
– l’innesto del centro storico nel sistema vario della città moderna senza distruggere
il vecchio tessuto, al contrario di quanto avvenuto a Parigi;
– la netta separazione del centro storico dal traffico esterno causato dall’amplia-
mento della città;
– la formazione di un vero e proprio centro di servizi funzionale sia per la città antica
che per quella nuova.

Questo intervento fu da esempio per le sistemazioni di altre città del Nord Europa
quali Lipsia, Lubecca, Copenhaghen, in cui i centri storici furono mantenuti intatti e
circondati da un anello verde che sostituiva le fortificazioni.

• La città lineare di Arturo Soria Y Mata (Spagna) 1844-1940


Concepita come insediamento organizzato secondo una linea preferenziale del siste-
ma di traffico stradale, ferroviario e fluviale, con il compito di orientare lo sviluppo,
teoricamente indefinito, di una città.
Secondo Soria il tipo di città quasi perfetta è quello organizzato lungo una sola via
larga 500 metri ma di estensione indefinita (anche da Pechino a Bruxelles).
Il vantaggio di questo tipo di sviluppo è che offre ai cittadini la possibilità di utilizzare
mezzi di trasporto urbano che percorrono tutti un unico asse lungo il quale sono
organizzate le principali funzioni urbane, quali la residenza, l’industria, i servizi, il ver-
de, ecc. Un esempio fu quello a forma di ferro di cavallo realizzato attorno a Madrid,
tra il 1882 e il 1920, lungo 58 Km.

• Olanda: H.P. Berlage (1856-1934)


A lui si deve lo studio per l’espansione Sud di Amsterdam (1902 – 1917): l’amplia-
mento urbanistico più consistente in Europa del primo ‘900.
Fu agevolato, nella sua attività di urbanista, dagli ottimi rapporti con l’amministrazione e
dall’esistenza di una legge urbanistica (1901) completa e unitaria i cui principi erano:
– limitazione temporale di validità dei piani regolatori (massimo 10 anni)
– la distinzione tra P.R.G. e P.P..
– l’esproprio per pubblica utilità e relativo indennizzo a basso costo.

Le caratteristiche dell’ampliamento di Amsterdam furono: lo sviluppo dei concetti di


destinazione e densità edilizia, la tipologia stradale, la tipologia edilizia e gli isolati
(insieme di fabbricati di quattro piani fuori terra con giardino interno inseriti in perime-
tri larghi 50 metri e lunghi tra i 100 e i 200 metri).

• Francia: Tony Garnier (1869-1948)


Studio per la “Citè industrielle” presentata al Gran Prix de Rome del 1901.
Città per 35.000 persone posta su un terreno in parte montuoso ed in parte pianeg-
giante, percorso possibilmente da torrenti e da un fiume.
Gli impianti industriali sono posti in pianura in prossimità della confluenza di fiumi e
torrenti; la residenza è collocata su un altopiano; tra i due vi è il passaggio della
6

ferrovia. Oltre alla residenza erano previsti i servizi sanitari, esposti a Sud, su terraz-
zamenti verso il fiume.

Il terreno edificabile era ripartito in isolati (porzioni di 150 m nel senso Est-Ovest e 30
m Nord-Sud) a loro volta composti da lotti quadrati (15×15 metri) con un lato su
strada; di ogni lotto poteva esserne costruita la metà.
La restante parte era destinata a giardino pubblico con la funzione di facilitare gli
spostamenti all’interno della città. Sono evidenti alcuni punti di contatto con la città –
giardino di Howard.
L’amministrazione pubblica poteva disporre liberamente del suolo ed essere in gra-
do di fornire i servizi di prima necessità.

IL MOVIMENTO MODERNO

Alla base del movimento moderno (XX secolo) c’è l’esigenza di porre rimedio agli
irresponsabili e dequalificanti accrescimenti delle metropoli, attraverso le grandi po-
tenzialità espresse dallo sviluppo scientifico e tecnologico.
Da un punto di vista urbanistico importanti figure sono: negli Stati Uniti il sociologo L.
Mumford e Frank Lioyd Wright; in Europa lo storico S. Giedion, W. Gropius, Le Corbu-
sier e Mies Van Der Rohe.
Gli interventi urbanistici più importanti all’estero furono: il Piano regolatore di Amster-
dam di K. Von Eesteren; il Piano regolatore di Londra di Abercrombie; il Karl Marx Hof
di Vienna di C. Ehn, il piano di Francoforte di E. May.
In Italia fondamentali furono il futurismo (A. Sant’Elia) e il fascismo con G. Paga-
no, M. Terragni, E. Persico (movimento razionalista in Italia), Marcello Piacentini
(sistemazione del centro di Bergamo, Via della Conciliazione a Roma, Via Roma a
Torino), BBPR (Belgiogioso, Banfi, Peressutti, Rogers) con il Piano regolatore ge-
nerale di Aosta, primo P.R.G. italiano, approvato nel 1936 su interessamento di
Adriano Olivetti.

Filone principale del movimento moderno fu il razionalismo che si è espresso secon-


do alcuni principi generali:
a) priorità della pianificazione urbanistica sulla progettazione architettonica;
b) massima economia di impiego del suolo per risolvere il problema abitativo, anche
se a livello “minimo di esistenza”;
c) forme architettoniche semplici, razionali, ”deduzioni logiche effetto di esigenze obiet-
tive”;
d) uso sistematico della tecnologia industriale, tramite la standardizzazione e la pre-
fabbricazione;
e) architettura e produzione industriali fattori condizionanti del progresso sociale.
Ciò e molto altro si diffuse attraverso l’attività dei C.I.A.M. (Congressi Internazionali di
Architettura Moderna). Nel primo C.I.A.M. (1928) venne dato al termine “urbanistica”
la seguente definizione: è la pianificazione dei luoghi che devono ospitare lo sviluppo
della vita materiale, sentimentale e spirituale, sia a livello individuale che collettivo e
comprende gli insediamenti urbani e quelli rurali.
7

Inoltre in questo Congresso vennero fissati dei punti cardine dell’urbanistica moder-
na:
– destinazione del suolo;
– organizzazione dei trasporti;
– legislazione.
Nel quarto C.I.A.M. venne stesa la “Carta di Atene”. In essa si afferma che le quattro
funzioni fondamentali umane, “abitare, lavorare, ricrearsi, circolare”, devono trovare
nelle città ben organizzate il luogo più idoneo per un favorevole svolgimento. Per
questo ogni città deve dotarsi di un proprio programma di sviluppo costituito sulla
base di analisi rigorose condotte da specialisti e su una serie di norme che ne con-
sentano l’attuazione. Ovviamente questo programma deve essere esteso alla Regio-
ne cui la città appartiene, disciplinandone collegamenti e circolazione, separando i
luoghi di lavoro dalla residenza e salvaguardando valori storici, architettonici e am-
bientali della città e del territorio circostante, sempre subordinando l’interesse pubbli-
co a quello privato. Questi principi ispirano i Piani regolatori di Algeri, Rio de Janeiro,
Buenos Aires (31-36-38) di Le Corbusier.
Contrapposta alla visione razionalista è, negli anni ‘30-‘40, la corrente organica, ten-
dente alla valorizzazione dei rapporti tra uomo e natura.
Le due correnti si contrappongono e se ne possono cogliere le sostanziali differenze
analizzando la visione di città secondo Le Corbusier (razionalismo) e Wright (organi-
cismo).
Il primo vede la città come una grande concentrazione umana contenuta in una limi-
tata serie di grattacieli altissimi e molto distaccati tra loro, immersi nel verde e con una
struttura varia che prevede una netta separazione, anche su più livelli , tra percorsi
automobilistici e pedonali, (antitesi della città – giardino di Howard).
Per Wright la città ideale (Broadracre City), è composta invece da nuclei separati da
strade gigantesche, ove sia possibile vivere a contatto diretto con la natura.
Comunque, a prescindere da apporti teorici, in Europa vanno ricordati due importanti
interventi di tipo urbanistico:
Il P.R.G. di Amsterdam (1928-1935) caratterizzato da:
• proiezione temporale del piano fino al 2000;
• accurate indagini preliminari;
• progettazione che interessa tutti gli elementi costitutivi della città;
• attuazione del P.R. attraverso operazioni successive, coordinate nel tempo e nello
spazio.
Il P.R.G. di Londra di Abercrombie (1944) alla cui base è l’esigenza di non trasfigurare
troppo la città ma di decongestionarla attraverso provvedimenti, a scala regionale,
creando una serie di comprensori concentrici formati da:
• una zona centrale comprendente tutta l’area metropolitana di Londra ma decon-
gestionata trasferendo altrove 400.000 persone;
• un comprensorio suburbano in cui, mantenendo inalterata la densità, si fornisca-
no i servizi mancanti;
• un comprensorio circolare di campagna da vincolare esclusivamente ad uso agricolo;
• un vasto comprensorio esterno, esteso fino ai margini della regione, ove promuo-
vere la realizzazione di un certo numero di New Towns, autosufficienti economica-
mente, perché poste nelle vicinanze di insediamenti industriali.
8

Sotto il profilo della circolazione il piano prevede una serie di strade radiali e due
anelli concentrici di raccolta, uno ai margini della città interna, l’altro esterno alla
fascia agricola (Green Belt).

• Anni ‘50 - Secondo dopoguerra


A partire dagli anni ’50 sempre più peso ha, in urbanistica, l’utilizzo di studi scientifici
su città e territorio, che si pongono l’obiettivo di un utilizzazione ottimale delle risorse
urbane e territoriali.
Nel contempo, la ricostruzione è sempre di impostazione razionalista, ma senza più
schemi troppo rigidi.
Esempio: Piano di Chandigarh, in India, dove Le Corbusier prevede, al posto dei
grattacieli uso ufficio, un centro amministrativo, mentre per i quartieri residenziali ritor-
nano temi propri delle città-giardino.
Rimane comunque non del tutto ascoltata l’esigenza delle previsioni urbanistiche,
forse anche a causa delle necessità derivanti dalle ricostruzioni.

• Anni ‘60
A partire dagli anni ‘60 (P.R.G. di Amburgo) si ritorna ai principi del P.R.G. di Amster-
dam, con rigorose indagini economiche e demografiche e definizione degli obiettivi e
dei tempi di attrazione.
Da un punto di vista spaziale emerge il concetto di città – regione (pianificazione a
vasto raggio); inoltre con piani a lungo, medio e breve periodo la pianificazione di-
venta continua.
La Teoria della soglia (Polonia – Prof. Boleslaw Malisz) si basa sul fatto che le città,
espandendosi, incontrano ostacoli rappresentati dalle caratteristiche del suolo (limiti
fisici), dallo stato delle infrastrutture (limiti tecnologici) e dagli usi del territorio (limiti
strutturali). Questi impedimenti non sono assoluti ma possono essere superati con
investimenti aggiuntivi (costi di soglia) che determinano l’elevato costo unitario per
abitante nel processo di espansione della città. Operando un confronto tra soluzioni
alternative l’analisi di soglia tende ad individuare, per lo sviluppo urbanistico, quali
aree presentino costi di soglia minore.

Rapporto tra interventi urbanistici e architettonici e ambienti antichi


Architetto Giovanni Astengo (1915-1991) – Carta di Gubbio (1960).
“Il problema del centro storico trova soluzione solo nell’ambito dell’intero contesto
territoriale e la salvaguardia della città antica è vista come premessa allo sviluppo
della città moderna”.
Vedere il P.R.G. di Assisi (1966) – P.P. del Centro Storico di Bologna (1973) trasformato
in Piano di recupero nel 1978.

• Anni ‘70
Caratterizzati dal rinnovo urbano, dalla realizzazione di attrezzature e servizi sociali,
dal recupero del patrimonio edilizio esistente per cui dalla logica dell’ampliamento
della città si passa alla riorganizzazione delle città esistente.
9

Esempio: Piano regolatore di Pavia (1976-1989) progettato da G. Astengo e G. Cam-


pos Venuti, definito il Piano delle cinque salvaguardie; esse sono:
• salvaguardia pubblicista: uso pubblico dei suoli non ancora edificati all’interno
della città e loro destinazione a servizi pubblici;
• salvaguardia sociale: permanenza dei ceti sociali meno abbienti nei luoghi origina-
li di residenza, specie nel centro storico;
• salvaguardia produttiva: rifiuto di allontanare le attività produttive presenti eccetto
quelle incompatibili;
• salvaguardia ambientale: difesa del suolo, del verde, delle acque e uso della cam-
pagna per attività agricola. Inoltre cura e attenzione al problema del traffico: pedo-
nalizzazione del centro storico, contenimento del traffico privato, riassetto dei tra-
sporti pubblici, eliminazione della grande viabilità nell’ attraversamento urbano,
ma che al contrario colleghi i diversi quartieri con le strade esterne;
• salvaguardia programmatica: individuazione degli strumenti che consentano la
concreta attuazione degli interventi previsti; tra questi la convenzione tra Comuni e
privati per tutte le concessioni edilizie e il programma pluriennale d’attuazione,
che fissa le priorità degli interventi e il loro coordinamento temporale.

Un altro importante tema sviscerato negli ultimi decenni è il rapporto tra urbanistica e
architettura; indispensabile un giusto equilibrio tra i due settori: né piani troppo o
troppo poco dettagliati, né architetture che ignorino il contesto ambientale.
L’urbanistica del secondo dopoguerra
A cura dell’arch. Valentina Borchia

Anni '50-'70

L'immediato dopoguerra segna una forte ripresa dei temi della pianificazione sui quali, nelle nazioni colpite dalla guerra,
pesano i problemi della ricostruzione fisica ed economica.
Il raggio d'azione dell'urbanistica sembra ampliarsi, aprendo la strada in molti paesi a prospettive di pianificazione ai vari
livelli amministrativi e nei vari settori, che si intrecciano a forme di pianificazione economica ai livelli regionale e
nazionale.
A Coventry, in Inghilterra, per esempio, la ricostruzione è stata occasione per l'applicazione di un rigoroso modello di
centralità controllata, con la creazione di un nucleo di servizi e attrezzature di livello urbano, pedonalizzato, ma con alto
grado di accessibilità mediante una ristrutturazione del sistema della viabilità radiale. A Rotterdam il piano per la
ricostruzione è stato avviato già sotto l'occupazione tedesca e realizzato attraverso l'esproprio di tutta la zona centrale,
utilizzando forme di rigorosa perequazione dei diritti dei proprietari privati con cessione di nuovi terreni anche
diversamente ubicati. Un punto di vista quasi antitetico e stato seguito a Varsavia, con una puntualissima “resurrezione
in pristino” dell'intero centro distrutto, quasi un modello in scala reale dell'organismo precedente. In Germania la
ricostruzione filologica dei centri distrutti si limita in genere a qualche elemento monumentale (un'eccezione è costituita
da una serie di case sul lungofiume di Colonia), mentre prevalgono ricostruzioni superficialmente moderne, che ripetono,
dilatandolo, l'impianto precedente. In Francia l'episodio di maggior evidenza e la ricostruzione della parte distrutta di Le
Havre, su progetto di Gustave Perret concepito come un'architettura a grande scala impostata sulla normalizzazione e
prefabbricazione degli elementi costruttivi.
Nell'Italia della ricostruzione, più propriamente il periodo che intercorre tra la promulgazione della "Legge urbanistica" ( L.
1150/42) ed il 1967 con la cosiddetta "Legge Ponte" (L. 765/67), sarà un periodo fondamentale anche per gli interventi
sui centri storici dove si concentra la maggior parte delle distruzioni belliche, insieme a stazioni e porti, e dove si assiste
alla ricostruzione di nuovi massicci edifici insieme all'aumento di densità e carico urbanistico.
Con la "Legge urbanistica" si instituiscono tre livelli di pianificazione: territoriale, comunale, particolareggiata. Il PRG, il
cui strumento fondamentale è la zonizzazione, diviene atto ordinario ed in mancanza di questo, al Regolamento Edilizio
è demandato il compito di regolamentare l'attività edilizia.
Il linguaggio dei primi piani regolatori era costituito essenzialmente dal disegno di massima della rete infrastrutturale
(linee ferroviarie e viabilità carrabile) e la suddivisione del territorio in "zone" (sulla base dei principi della Carta d'Atene -
1943- che considerava la città un organismo in grado di assolvere ai bisogni dell'uomo: abitare, lavorare, circolare,
ricrearsi), che, nella concezione razionalista, giunge alle estreme conseguenze con l'individuazione di aree ciascuna
distinta da specifiche caratteristiche funzionali e fisiche sulla base di parametri ed indici.
La maggioranza dei centri italiani, però, non si dota del nuovo strumento; solo con la Legge 176/62 "Disposizioni per
favorire l'acquisizione di aree per l'edilizia economica e popolare", una serie stimata di comuni dovrà obbligatoriamente
dotarsi dello strumento urbanistico e della definizione delle zone per il proprio territorio, prevedendo una pratica
normativa restrittiva per le zone A corrispondenti ai centri storici con edilizia di importanza storica. Astengo, sulla
questione dei centri storici, nella voce "Urbanistica" dell'Enciclopedia Universale dell'Arte, esprime l'esigenza di studi
storico-critici e sociologici, preventivi, insieme ad un attento rilievo stratigrafico dello stato di fatto, da attuarsi
precedentemente a quelle operazioni richieste dalle esigenze di recupero (consolidamento, eliminazione delle
sovrastrutture o superfetazioni recenti, adattamento degli interni, sistemazione degli esterni,...), non per casi singoli ma
attraverso piani particolareggiati, inseriti a loro volta in piani urbanistici d'assieme.
Dalla metà degli anni Cinquanta a oggi, hanno trovato un comune punto di riferimento tutti quegli apporti che, muovendo
da diverse ottiche parziali, si sono riconosciuti nell'istanza di contrapporre una più ricca idea di città alla
burocratizzazione della pratica urbanistica e agli stereotipi tecnico-formali derivati dalle premesse del razionalismo.
Il crescente distacco della disciplina dai processi di costruzione formale della città veniva sostanziandosi, secondo un
condiviso atteggiamento critico, nello zoning come strumento che, incasellando le singole attività in un proprio spazio, ne
irrigidisce e impoverisce i rapporti, e in ogni caso sanziona l'indifferenza della crescita rispetto a una forma complessiva
della città; nella lottizzazione (complementare allo zoning), come dispositivo che rende parcellare e autonoma ogni
costruzione edilizia, non congruente in un tessuto continuo e collettivo; ed infine, nell'articolazione legislativa e giuridica,
che controlla soprattutto i contenuti quantitativi del suolo e agli aspetti funzionali o igienico-sanitari, prescindendo
dall'intenzionalità formale. L'espansione edilizia e il fermento che si registrarono alle soglie del cosiddetto boom
economico, avevano favorito il dibattito tra gli architetti sul problema del'inserimento delle nuove costruzioni in contesti
con preesistenze edilizie, mettendo in luce il fallimento del modello di pianificazione allora vigente. Nel 1961 all'interno
dell'INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) un gruppo guidato da Astengo, Piccinato, Samonà promuove un progetto di
riforma, il cosiddetto "Codice dell'urbanistica" auspicando l'istituzione delle Regioni e ponendo la questione del rapporto
fra pianificazione urbanistica e programmazione economica. Malgrado tali proposte, le grandi immobiliari non trovano
particolari opposizioni agli interventi volti alla costruzione di immobili per i ceti meno agiati, nonostante le campagne di
sensibilizzazione per la salvaguardia e rivitalizzazione dei centri storici e, verso le Istituzioni, per un concetto più
equilibrato di prassi pianificatoria.
La crisi edilizia, a partire dalla fine degli anni ‘60, porta il problema urbanistico in secondo piano; ciò favorì la
speculazione immobiliare, il consumo del territorio disorganico, e, in maniera rilevante, l'aggressione dal punto di vista
qualitativo dei certi storici con edilizia di interesse storico che subirono consistenti demolizioni di edifici considerati
testimonianza storica e sostituzione con edilizia spesso di scarso pregio.
Alcune direzioni aperte alla ricerca di nuovi sistemi di valori, si svilupparono proprio all'interno del Movimento Moderno,
con la fondazione nel corso del X CIAM, del gruppo Team X (J. B. Bakema, G. Candilis, A. e P. Smithson, A. Van Eyck e
G. De Carlo), portavoce, di concetti come "recupero del luogo", di "identità" e di "cluster", già nel 1956.
Negli anni Settanta, le critiche che si sviluppano, individuano nello statuto stesso del Movimento Moderno l'espressione
di un ragionamento tecnocratico e totalizzante, che deriva il suo ordine dall'inflessibilità logica della razionalità
industriale, e il suo mandato ideologico dalla presunzione di trasformare il dato sociale attraverso l'intervento spaziale.
Denunce, queste, espresse anche nei saggi della Jacobs e del Mitscherlich che godono di amplificate risonanze.
In ambito di architettura consolidata di interesse storico, dagli anni Sessanta e Settanta cresce l'attenzione e la necessità
di prevedere la salvaguardia dei centri storici e dei centri antichi all'interno della pianificazione territoriale. Dal dibattito
tenutosi a Gubbio nel 1970 promosso dal ANCSA -Associazione Nazionale per il Centro Storico- (" Per una revisione
critica del problema dei centri storici"), il patrimonio architettonico non è più concepito solo come "bene culturale" ma
anche come "bene economico". Eugenio Vassallo riflette nel suo scritto "Centri antichi 1861-1974, note sull'evoluzione
del dibattito" come gli obbiettivi proposti a Gubbio portino a valutare economicamente più conveniente e socialmente
ristrutturante il patrimonio edilizio dei centri storici, che costruire nuove residenze. Per questa via si giungerà al concetto
di "conservazione integrata", principio portante della Carta di Amsterdam del 1975.
Pier Luigi Cervellati, nello stesso periodo scrive in tema, e traduce tali indicazioni nella pratica operativa con il Piano di
Bologna. La metodologia di intervento è rappresentata dal rinnovo urbano, ovvero dal riuso definito come insieme di
interventi che evitando la demolizione e la sostituzione delle strutture obsolete riportino ad un uso - contemporaneo- le
stesse. Per Cervellati il rinnovo urbano è condizione necessaria per modificare le regole dell'espansione urbana, quindi il
programma di conservazione del centro (rinnovare nel senso di rendere migliore il costruito), deve essere concepito
come il complessivo rinnovo della città con l'assetto del territorio comunale.
A livello urbanistico, nel decennio successivo si assiste a una serie di studi e proposte che, delineando un percorso a
ritroso, rispetto alla pianificazione urbana all'epoca in atto, sconfessano il dettato funzionalista (dello zoning) e
reintroducono nella composizione urbana elementi più tradizionali tali da non ingenerare fratture con la città antica -
come l'isolato a corte, la strada definita da cortine edilizie, la reintegrazione e commistione nel tessuto di tutte le attività e
funzioni della vita urbana, e la salvaguardia delle differenze dei luoghi.
Una serie di studi analitici hanno cercato di svelare la logica della città antica, di quella ottocentesca e di quella di statuto
modernista, registrando gli effetti urbani e i comportamenti sociali indotti dalle scelte tecniche e metodologiche. Le
proposte spaziano su piani diversi: dal riuso, in senso lato, di tutte le espressioni della città storica - da organizzare per
frammenti che si costituiscono in relazioni dinamiche con l'insieme (O. Ungers), oppure da comporre in un vero e proprio
collage di ‟pezzi urbani trovati" (C. Rowe), fino alla ricerca di un omogeneo disegno di insieme, a misura d'uomo, che
calibra le differenze urbane riassorbendole nella continuità di un tessuto in grado di ‟rispecchiare la disciplina culturale"
dell'architettura (L. Krier).

Anni 70'

Mentre nel centro diminuiscono i residenti, aumentano gli uffici e i bar, le periferie aspettano la "riqualificazione" con la
costruzione di nuovi edifici. Ci si allontana sempre più dalla politica "crescita zero", dal riequilibrio tra la città ed il suo
intorno, dalla fiducia nelle pratiche di riuso sul costruito.
In ambito nazionale, per due decenni, gli interventi sui centri storici, le aree che il PRG individuava come zona A, furono
demandati agli strumenti urbanistici attuativi, con il compito di analizzarne le criticità e problematiche, e restituirgli
fisionomia e dimensioni. Si osserva quindi, come il tema dei centri storici sia stato assorbito nella "questione urbana" ed
i centri storici siano diventati un importante laboratorio per indagare le problematiche fondamentali dell'urbanistica. I
nuovi insediamenti che crescevano addossati ai quartieri già costruiti fecero emergere nel campo della tutela, la
necessità di considerare nella città esistente il costruito di più recente trasformazione; quindi richiamare all'attenzione
degli studiosi della città l'importanza di indagare la stratigrafia della città e preservarla per quanto fosse possibile.
I fenomeni di speco, edilizio e di suolo, portati alla luce dalle analisi dei processi di urbanizzazione, avevano introdotto
per lo studio dei centri storici una componente innovativa, legata alla considerazione del centro storico stesso, non più
solo come bene culturale ma anche come bene economico da sottrarre alla tendenza di terziarizzazione e sostituzione
edilizia, e riaffermare, invece, la mixitè che caratterizzava gli antichi centri urbani.
Il mutamento di destinazione d'uso del tessuto della città antica visto come appropriazione del patrimonio collettivo da
parte di attività più remunerative, fu certamente il segno più evidente di trasformazione e sostituzione del costruito.
Negli anni '70, secondo l'interpretazione data alla Legge 865/71 (Riforma della casa) nelle aree della residenza, da
considerasi come pubblico servizio, l'applicazione dell'esproprio per pubblica utilità al fine del risanamento, sta alla base
della tendenza che si prefigge di risolvere il problema degli alloggi per i ceti sociali più deboli; molti tra gli edifici della città
storica, infatti, potevano essere compresi nella categoria dell'edilizia economica e popolare, pertanto veniva richiesta una
parte dei finanziamenti destinati alla realizzazione dei PEEP proprio per gli interventi da attuarsi nei quartieri popolari dei
centri storici.
L'analisi degli squilibri territoriali determinati in Italia dalle politiche di sviluppo degli anni 50'-60', costituisce un indirizzo di
ricerca negli anni '70, che evidenzia come nelle grandi aree metropolitane siano intervenuti consistenti interventi di
rinnovo; nelle aree urbane le dinamiche di sviluppo sembrano rallentare l'esodo dalla città, mentre nelle aree a "sviluppo
zero" l'esodo ne ha determinato il quasi totale abbandono. Le politiche allora in atto non furono indirizzate a bloccare il
meccanismo di degrado che stava sempre più avanzando, e che si ripercuoteva sui nuclei urbani di antica formazione
determinando la perdita di una parte crescente di patrimonio edificato.
Le prime applicazioni dei piani elaborati per i centri storici negli anni '70, differiscono per metodo e nel rapporto che
sviluppano tra tessuto esistente e nuova architettura.
Nel confronto tra due piani tra i più emblematici dell'epoca, il PEEP di Bologna e il PP per il centro della città di Pesaro;
quest'ultimo, affidato al Gruppo di Architettura guidato da Carlo Aymonino, auspica al progetto di nuova architettura nel
processo di ridisegno della forma urbana mediante la costruzione di "parti" nuove di città interne al centro storico,
sostituite a quelle più deboli dal punto di vista formale e funzionale, con l'obiettivo di consolidarne e rinnovarne le
strutture. Sia nel caso di Pesaro, sia per il "restauro integrale" per il centro di Bologna, le esperienze restano interrotte,
evidenziando le molteplici difficoltà - sul piano giuridico, finanziario e amministrativo- che il governo pubblico,
nell'intervento sul patrimonio esistente, comporta.

Anni '80

Negli anni '80 riprende il processo di terziarizzazione delle aree centrali, investendo anche le zone industriali dismesse,
favorendo nuovamente la migrazione della popolazione verso l'esterno della città. Allo svuotamento delle città capoluogo
è corrisposta una crescita dei comuni della cintura dell'hinterland, risultando, così, circondate da una corona di comunità
sempre più affollate.
Nel 1989, Benevolo, Cervellati e Insolera, con il Piano Particolareggiato per il centro storico di Palermo, si pongono
l'obiettivo di rivitalizzare l'esistente senza costruire nulla di nuovo, intendendo in questa veste il "restauro urbano". Essi
utilizzeranno l'analisi tipologica per definire un orientamento per le operazioni di intervento, ricorrendo alle categorie del
ripristino filologico (ricostruzione filologica su base documentaria), e il ripristino tipologico (per quegli edifici in gran parte
distrutti e privi di documentazione riguardante il loro assetto originario), al fine di ricomporre la forma urbana così come
sarebbe potuta apparire prima degli anni '30. Questa fu la politica che venne adottata e subito abbandonata a Palermo
per il cui centro storico si provò ad applicare un modello esecutivo basato sulla classificazione tipologia del tessuto
urbano.
Il Piano di Siena di Bernardo Secchi, chiude idealmente gli anni '80, tentando di affrontare la questione del recupero dei
centri storici in chiave critica e di confronto tra analisi e progetto, partendo dalla riflessione sulla città "fisica" in un
confronto tra la città consolidata e quella contemporanea. Alla serie di obiettivi enunciati tipicamente da ogni piano, si
sostituiscono una serie di tematiche progettuali come il "centro storico", la "città diffusa", il "progetto di suolo", lo "spazio
pubblico e collettivo", all'insegna di un nuovo rapporto, aperto e partecipato, tra la Pubblica Amministrazione e i privati.
Anche per Siena però, tra l'affidamento dell'incarico e l'approvazione del piano trascorsero degli anni, ed alcuni progetti
essenziali per il piano stesso si rivelarono, a distanza, non più attuabili. Il Piano di Siena si mostrò, come molti altri, a
pochi mesi dall'approvazione, in tutta la sua vetustà.

Piani del colore e Manuali del Recupero

Allo scadere degli anni '70 era cogente la questione delle pratiche manutentive dei fronti, in particolare la ricoloritura nei
centri storici. Ecco che Giovanni Brino, nel 1978 propone per Torino il primo Piano del Colore. Si trattava di una serie di
indicazioni tecnico-operative che guidassero gli operatori del settore nelle scelte cromatiche e materiche cercando di
limitare le problematiche che potevano insorgere nell'accostare materiali originali con quelli di concezione
contemporanea. La "tavolozza dei colori" da impiegarsi, che nasce dalla sistematica raccolta di documenti di archivio,
propone due strade per l'attribuzione del colore ad un edificio: il "ripristino" del colore trovato sul bozzetto in archivio o, in
assenza di questo, la scelta del colore in "analogia" rispetto agli altri edifici ad esso assimilabili.
Il Piano del colore si dimostrò certamente uno strumento utile alle Pubbliche Amministrazioni per controllare la
trasformazione dell'immagine della città e ricondurla al momento di massimo splendore, dall'altra, però manifestavano
una nota anacronistica in quanto l'intervento era figlio di una progettazione contemporanea che fondava le proprie scelte
nei rapporti intercorrenti tra l'edificio ed il suo ambito, sul ruolo delle componenti architettoniche della fabbrica in rapporto
al contesto.
Un'altra esperienza nel capo del restauro che Carlo Aymonino avviò dal 1983 furono i cosiddetti Manuali del Recupero;
sulla scia del Manuale dell'Architetto di Mario Ridolfi che, secondo Aymonino, bastò a perfezionare la preparazione degli
architetti italiani laureati nel dopoguerra, così il Manuale avrebbe dovuto completare la formazione degli architetti laureati
nel '68-'70 in vista dell'avvio della fase del Recupero.
La prima edizione, romana, contiene essenzialmente disegni di dettagli costruttivi di edifici antichi ma senza alcuna
indicazione metodologia sulle modalità di intervento; solo con il tempo nacquero i successivi Manuali del recupero di
Città di Castello, Palermo e la riedizione romana, trasformando il Manuale in una sorta di catalogo contenente molti
esempi di interventi di ripristino.
I Piani del colore e i Manuali del recupero possono essere individuali come i precursori di tendenze più recenti di
intervento sui centri storici, ponendosi parallelamente al tradizionale Piano, strumento generale, ed intendendo la tutela
dei centri storici come macro tema da sviluppare intervenendo per ambiti (il colore, l'arredo,...), come si riscontra negli
interventi sui centri storici di Pinerolo e Saluzzo, in Piemonte.
Tra la necessità di conservare il tessuto esistente come eredità e restituirgli un nuovo significato all'interno della città, e
la convinzione che il recupero dei centri storici debba condurli all'immagine di antico splendore, è sempre più cogente la
necessità di messa a punto di strumenti efficaci nella guida delle trasformazioni che non sacrifichino la stratificazione
storca e materica del costruito.

Anni '90-oggi: programmi complessi e riqualificazione urbana

La città italiana degli anni ’90 è una città che ha definitivamente smesso di crescere, pur riscontrando una residua attività
di nuova urbanizzazione di aree, ma non nel senso stretto di “crescita urbana” così come si è storicizzata dal secondo
dopoguerra.
La delocalizzazione delle industrie libera grandi contenitori di attività dismesse, a suo tempo collocati ai margini delle
città e poi inglobati da queste: complessi industriali, caserme, mattatoi, aree ferroviarie, ospedali, grandi depositi e
magazzini costituiscono, perciò, da un lato un fattore di degrado per il progressivo abbandono, dall’altro sono
potenzialmente appetibili dal mercato per le condizioni di posizione e accessibilità, più delle aree libere periferiche.
Ciò pone il problema del "conferimento di nuove funzioni" – quindi, della "riqualificazione" - di interi brani di città e non
solo delle aree su cui insistono i contenitori dismessi; l’intero organismo urbano ha bisogno di essere aggiornato alle
nuove esigenze di una città che non cresce quantitativamente, che ha mutato il proprio modo di produrre di lavorare e di
impiegare il tempo libero, che vede nuovi attori socio-economici e nuovi motori di trasformazione.
Nell'Italia degli anni Novanta e, prima, nel contesto internazionale dell'UE si fronteggiano due questioni: da un lato la
necessità di dare risposta alla crisi urbanistica e, dall'altro, la mutazione di nuovi temi; matura così l'esperienza dei
programmi (o piani) complessi espressa dapprima a livello comunitario con i Ppu e gli Urban e successivamente recepita
anche in Italia.
L'esperienza dei programmi complessi si contrappone al Piano Regolatore Generale ed ai suoi meccanismi attuativi,
dettati dalla Legge n. 1150/42, che risultano inadeguati ad affrontare operazioni complesse di trasformazione urbana.
I programmi che emergono nella prima metà degli anni Novanta (Piani Integrati d'Intervento, Programmi di Recupero
Urbano, Programmi di Riqualificazione Urbana, etc.), apportano modifiche riguardanti i soggetti partecipanti ai
programmi complessi, soggetti pubblici e privati; essi, inoltre, prevedono la possibilità di utilizzare l'Accordo di
Programma (introdotto dalla L.142/90) e sperimentare procedure più snelle, portando allo stesso tavolo negoziale tutti i
soggetti interessati.
Inoltre, questi programmi propongono una concezione allargata di recupero tale per cui si conferisce al programma una
dimensione tale da incidere sulla riorganizzazione urbana.
All'interno del dibattito, si vanno a delineare due differenti concezioni del termine "recupero" a seconda dell'ambito di
intervento. Da una parte al “recupero”, propriamente detto, viene associata una connotazione più conservativa, mentre
alla "riqualificazione" si pone più direttamente il problema dello sviluppo della città nella sua nuova fase storica, anche a
mezzo di nuove infrastrutturazioni; tant'è vero che l’antinomia tornerà in fase di rassegna di piani e programmi, quando si
distinguerà fra PRU (Programmi di Recupero Urbano) e PRiU (Programmi di Riqualificazione Urbana).
Le operazioni di riqualificazione urbana possono avere caratteristiche diverse rispetto all’oggetto dell’azione stessa: su
un tessuto urbano esistente, centri storici e periferie, può prevedere l’integrazione delle funzioni esistenti con altre,
rispettandone sostanzialmente la fisionomia e l’identità di partenza. In questi casi si è in presenza di tessuti a prevalenza
di funzioni residenziali, che oltre a necessitare di azioni di recupero e arresto del degrado fisico, edilizio e ambientale,
possono essere integrati con funzioni commerciali o terziarie più qualificate; è il caso degli interventi sui centri storici nei
cui contenitori storici dismessi – castelli, rocche, palazzi ducali o chiese sconsacrate – vengono collocate funzioni legate
alla cultura e allo spettacolo come sale per concerti, per convegni e musei.
Unitamente al rinnovo degli spazi pubblici come piazze, viali e giardini, si innesca un aumento dei valori immobiliari che,
unitamente a una politica di incentivazione e defiscalizzazione, accelera le ristrutturazioni sul patrimonio edilizio diffuso
da parte dei privati; a sua volta, richiamando nel centro storico un nuovo tipo di utenza.
La riqualificazione condotta su tessuti esistenti, ma con un completo "rinnovo" di funzioni si verifica nel caso di aree
dismesse, spesso occupate da grandi complessi, anche esempi di archeologia industriale, che possono essere
mantenuti e ristrutturati; oppure di aree precedentemente adibite a stoccaggio, deposito, aeroporti, poligoni di tiro,
che si prestano ad essere occupare con nuove realizzazioni e parchi. In queste aree trovano posto centri per uffici, aree
di residenza qualificata, aree per la ricerca, università, musei, distretti commerciali; funzioni che aumentano la capacità
della città di attirare investimenti.

Esempi di riqualificazione delle aree industriali in Europa e in Italia

A partire dagli anni ‘60, in Europa, si avviano una serie di processi che conducono al riuso delle arre industriali dismesse,
adottando tre tipologie di intervento: il rinnovo, la rivitalizzazione, il recupero. Solo dalla metà degli anni ‘80, il patrimonio
industriale assume valenza culturale da conservare e promuovere. A favore delle aree industriali dismesse è la vicinanza
delle principali opere di urbanizzazione, come impianti ferroviari o importanti tratte della rete stradale, determinandone
una buona accessibilità, oltre che essere occasione per il ridisegno del tessuto urbano.
Tra i progetti più riusciti sull’archeologia industriale è quello che si sviluppa sul bacino della Ruhr. Situato nella Renania
settentrionale, è stato uno dei più grandi centri urbano-industriali d’Europa ma, negli anni Settanta, la crisi del carbone,
ne ha determinato all'abbandono. Nel decennio successivo è stato elaborato un programma di rivitalizzazione del bacino
carbonifero della Ruhr, integrato ad altri interventi relativi sia al settore della pianificazione ambientale sia a quello della
programmazione economica. In circa due decenni l'area è diventata una metropoli policentrica in cui sono stati
trasformati centinaia di ettari di superficie in un parco multifunzionale che rappresenta la combinazione di patrimonio
industriale e culturale.
Anche Manchester, un'altra area industriale depressa, ha rinnovato la sua immagine rivelandosi come manifesto
postindustriale dell’Inghilterra settentrionale. La zona di Castelfield, in particolare, caratterizzata da una rete di canali che
durante il periodo produttivo permettevano il trasporto delle merci prodotte, oggi è stata completamente trasformata nel
Lowry, un imponente complesso per il divertimento, punto d'incontro per i residenti.
Quando la scala diviene più ampia, si passa al recupero di intere città. Nel nord in Europa, città come Norrköpping
(Svezia) e Tampere (Finlandia), sono risorte dalle polveri nere da cui erano ricoperte, rappresentando un caso
esemplare in cui pubblico e privato abbiano interagito creando nuovi modelli di governance.
Anche Bilbao, che ha saputo riemergere dalle acque inquinate del fiume Nervion, è diventata uno dei motori
dell'economia spagnola, grazie anche ad architetture come il museo Guggenheim, nato nel 1997, che ogni anno attira
milioni di visitatori e sulla stessa lunghezza d’onda della città basca sta basando la sua rinascita anche Metz.
Per Barcellona le Olimpiadi tenutesi nel 1992 rappresentano il “grande evento” come occasione per convogliare risorse e
innescare processi di rigenerazione urbana di grande portata, divenendo uno dei luoghi comuni delle politiche urbane
alle soglie del 2000. Processi di rinnovamento e trasformazione urbana a Berlino, come l’IBA organizzata nel 1987,
ragionano intorno al “progetto urbano”, al ruolo degli spazi pubblici, al rapporto tra morfologie della città storica (il
confronto è soprattutto con la città ottocentesca) e i linguaggi dell’architettura contemporanea, coinvolgendo numerosi
protagonisti dell’avanguardia architettonica internazionale; ciò potrebbe essere visto come una tappa del processo di
formazione di uno star system dell’architettura che risponde a logiche, scale e meccanismi peculiari della
globalizzazione.
In Italia esempi di ristrutturazione di successo non mancano, eppure fatichiamo a trovare opere rivoluzionarie che
somiglino alle esperienze estere. A Torino teatri, videoteche hanno riempito il vuoto lasciato da fabbriche di tram,
distillerie e stabilimenti delle Officine Grandi Magazzini. Gli edifici Pirelli a Milano, oggi ospitano l’Università Bicocca.
Musei sono sorti nelle ex miniere di zolfo di Perticara Nuovafeltria (RN). Sono, però, episodi rari, poiché si preferisce
utilizzare ancora quel poco di territorio libero che è rimasto nel nostro Paese.
Vi sono, oltre ai casi positivi, anche storie di fallimento, come il caso di Bagnoli (NA). Al posto della grande industria
siderurgica del mezzogiorno, che ospitava fabbriche come l’Ilva, l’industria chimica dell’ Eternit e fabbriche per la
lavorazione di coloranti, sarebbero dovuti sorgere parchi, poli museali, ma ad anni di distanza i 2 milioni di metri quadrati
a disposizione sono rimasti inermi. A casi come questi si oppongono vicende come quella che la Città della Scienza
rappresenta: creata dal fisico Vittorio Silvestrini, ospitava un museo scientifico interattivo, in cui la sua comunità, dal
1993, viveva e lavorava nella vecchia fabbrica chimica, è stato il primo esempio di riconversione perfettamente
riuscita...oggi andato distrutto...