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Quaderni del Circolo Filologico Linguistico Padovano

- 28 -
fondati da Gianfranco Folena
Lingue testi culture
L’eredità di Folena vent’anni dopo
Atti del XL Convegno Interuniversitario
(Bressanone, 12-15 luglio 2012)

a cura di Ivano Paccagnella e Elisa Gregori


Questo volume è stato stampato con il contributo
del Dipartimento di Studi linguistici e letterari
dell’Università degli Studi di Padova

ISBN 88-6058-047-1
© 2014 Esedra editrice s.r.l.
via Palestro, 8 - 35138 Padova
Tel e fax 049/723602
e-mail: esedraeditrice@fastwebnet.it
www.esedraeditrice.com
INDICE

Furio Brugnolo, Ivano Paccagnella, Gianfelice Peron


Premessa IX

Pier Vincenzo Mengaldo


Per Gianfranco Folena, vent’anni dopo 1

Lorenzo Renzi
Folena noto e meno noto 5

Sandra Covino
I maestri di Folena e la storia della lingua italiana oggi 27

Daniela Goldin Folena


Il testo come mediatore tra lingue e culture. La traduzione 49

Fabiana Fusco
Una riflessione sulla storia e la terminologia della traduzione 73

Elisa Guadagnini, Giulio Vaccaro


Un contributo allo studio del «volgarizzare e tradurre»: il progetto DIVO 91

Sonia Barillari
Dal volgarizzamento al rifacimento. Un Purgatorio veneto 107

Margherita Lecco
“Tradurre” nella letteratura anglo-normanna. Il prologo del
Roman de Waldef 131

Martina Di Febo
Traduzione e tradizione. Le traduzioni degli Otia Imperialia di
Gervasio di Tilbury 145

Patrizio Tucci
«Baillier en françois les arts et les sciences est un labeur moult profittable».
Nicole Oresme traduttore dell’Etica Nicomachea (1370) 159

Michael Ryzhik
La traduzione delle poesie antiche per la Festa delle Capanne (Hosh’anot)
nei volgarizzamenti del libro di preghiere ebraico in giudeo italiano 173
Marco Bianchi
Sul Lucrezio di Alessandro Marchetti. Contesto europeo e analisi
interna di una traduzione 185

Irene Fantappiè
«Il solve et coagula della storia». Traduzione e tradizione
in Fortini e Folena 209

Rachele Fassanelli
«Oliverius filius domini Rolandi». La diffusione dell’’onomastica
letteraria romanza nella Padova dei secoli XII e XIII 231

Luciano Morbiato
Eroi e «pamòi». La doppia traccia onomastica fogazzariana 249

Stefano Saino
Metastasio e la lezione di Rinuccini 261

Bruno Capaci
L’impostore malinconico. Epiloghi non lieti nei drammi giocosi di Goldoni 277

Edoardo Buroni
Lingua e stile «all’ombra amena del Giglio d’or». Il viaggio a Reims
di Rossini e Balochi 295

Alessandro Bampa
I trovatori in Liguria e Piemonte 313

Michela Scattolini
L’imitazione dantesca nell’ Huon d’Auvergne 331

Kazuaki Ura
Giovanni Quirini, lettore “sintagmatico” di Dante, Rime, LVII e LXVIII 349

Andrea Cecchinato
La varietà linguistica nella produzione volgare a Padova 371

Andrea Comboni
Testi in pavano e in veronese rustico nelle antologie di Felice Feliciano.
Proposte per una nuova edizione 385

Helmut Meter
«Immediatezza» e «naturalità» nel Novellino di Masuccio.
La misoginia come esempio 395
Ivano Paccagnella
La commedia “cittadina” da Ruzante alla Veniexiana 413

Mirka Zogović
«Le lingue della commedia e la commedia delle lingue». Il plurilinguismo
delle commedie ragusee 435

Andrea Battistini
L’analisi retorica applicata a testi scientifici e filosofici 449

Elisa Gregori
Floridea e le altre. Poeti di Francia in italiano 463

Gaia Guidolin
Lettere tra un italiano in Europa e un europeo in Italia 487

Rossana Melis
«Eh via, ci mancherebb’altro». Goldoni nella ricezione ottocentesca 515

Mariarosa Giacon
La lingua del viator. Altre note per Italy/Itaca 539

Wolfram Krömer
Una possibilità dell’autocommento 561

Angelo Pagliardini
Esilio e ritorno nella letteratura “nazionale”. Luigi Meneghello
dall’Europa a Malo 569

Antonio Daniele
Realtà e finzione in Luigi Meneghello 587

Furio Brugnolo
Primi appunti sulla lingua e lo stile di Folena 601

Gianfelice Peron
Folena nel Duecento. Osservazioni sui temi e lo stile 625

Indice dei nomi 651


Angelo Pagliardini

ESILIO E RITORNO NELLA LETTERATURA “NAZIONALE”


LUIGI MENEGHELLO DALL’EUROPA A MALO

1. Premessa
Dalla multiforme e complessa eredità ideale e filologica di Folena, gran-
de maestro anche per chi non ha avuto in sorte la fortuna e l’onore di
essere annoverato fra i suoi allievi e discepoli, vorremmo in particolare in
questo contributo ricordare la capacità di aver colto magistralmente il nu-
cleo più vitale dell’identità culturale. Si tratta di una sorta di arco voltaico
generatore dell’identità culturale e letteraria italiana, che si pone al discri-
mine fra le spinte centrifughe, o meglio pluricentriche, dei dialetti e delle
identità cultura locali, a più livelli, italiane, e la spinta ideale verso un più
ampio orizzonte che potremmo chiamare europeo, o anche occidentale, a
seconda delle epoche di cui parliamo si fa globalizzato, se applichiamo per
estrapolazione ai dati della cultura italiana di questi ultimi due decenni le
basi poste da Folena. In particolare ci sembra di un’attualità sconvolgente
l’incipit del suo volume L’italiano in Europa:

Come tanti della mia generazione anch’io ho creduto, negli anni intorno alla
guerra e dopo, in un’Europa unita politicamente nella ragione e nella parità
delle lingue e delle culture. E ci credo ancora, anche se quest’Europa, della cui
idea, come di quella insieme parallela e antagonistica di azione, Federico Cha-
bod ha tratteggiato suggestivamente la storia, non è poi nata, e sembra anzi, da
quando ha avuto le sue prime istituzioni, piú lontana che mai. Eppure nell’uso
quotidiano della nostra lingua ne portiamo fino dal Settecento la matrice razio-
nale e l’immagine, anche se spesso distorta o addirittura capovolta.1

Si tratta di una prospettiva di lungo periodo che Folena identificava,


in particolare, per quanto riguarda lo sviluppo della lingua e della cultura
italiana, nel Settecento, e in cui giocava un ruolo centrale l’esperienza di
Carlo Goldoni, e la sua capacità di passaggio e migrazione dal dialetto (dai
dialetti) alla lingua italiana (toscana), un bilinguismo diventato poi trilin-
guismo con il trasferimento in Francia e la produzione degli ultimi anni in

1
G. Folena, L’italiano in Europa, Torino, Einaudi, 1983, p. 2.
570 ANGELO PAGLIARDINI

veneziano, in italiano e in francese. A questo proposito riprendiamo ancora


le parole di Folena, nello stesso volume, dove commenta i versi dedicati da
Goldoni all’incontro con l’ultimo gondoliere, il Mazzagatti, che doveva far
funzionare il gioco della Piccola Venezia, un artificio costruito nel parco di
Versailles per divertire la corte:

Questo è tra i più singolari testi autobiografici del Goldoni, e la Piccola Venezia
gli offre il destro per una evocazione lontana della grande Venezia, evocazione
carica di nostalgia, ma insieme collocata in una prospettiva europea:
– Come, Venezia piccola? Sappiè
che mi son de la Granda
E poi la passeggiata verso la casa del Mazzagatti, con l’illusione del ritorno e un
viaggio nella memoria:
Vago con ansietà drio quel putelo,
Tra casete, orteseli e zardineti:
Come a San Nicolò, come a Castelo,
Vedo dai balconcei cusini e leti.
E vedo. come a Chioza, al banconcelo
Le donne su la porta a far merleti...
Qui il dialetto ha il colore sommesso della memoria di Venezia la Granda, non
dei palazzi ma dei quartieri popolari dove non c’è differenza fra esterno e in-
terno, tutto vive all’aria aperta con la piccola gente artigiana. E molto felice
è il ritratto che, nella descrizione della visita alla famiglia veneto-francese dei
gondolieri, legati al vecchio mondo e ai loro costumi tradizionali, ma isolati e
déracinés nella loro funzione cortigiana e folcloristica, e poi nella rappresenta-
zione dell’ambiente italianizzante di Parigi, il Goldoni offre di se stesso, con la
solita bonomia un po’ chiacchierona dietro la quale si disegna la sua nettezza
di giudizio e la sua moralità.2

Ci sembra di poter lecitamente applicare le categorie foleniane all’ana-


lisi del dispatrio, quel tipo particolare di allontanamento-avvicinamento al
proprio nucleo identitario linguistico e culturale, praticato da Luigi Mene-
ghello, che proprio con questo termine ha definito il suo tipo di apparte-
nenza identitaria alla cultura italiana. In particolare possiamo accostare alle
parole di Folena citate in apertura, il brano tratto dal romanzo sull’infanzia
Libera nos a malo, in cui si descrive il gioco dei due bambini di fronte ad una
carta geografica:

«Vedi come si fa?» spiegavo a Bruno, «Prima si prende la Jugoslavia, questa qua
a destra, color bromba; poi si passa dall’altra parte e si prende la Francia. La
vedi questa, color figà? È la Francia. Bene: noi la prendiamo». Bruno si entusia-
smava. «Davvero prendiamo anche la Francia?» chiedeva. [...]
Chi ha s’ciopo ha pane. Io e Bruno curvi sulla carta dell’Eugropa non ci ren-

2
Ivi, p. 193.
LUIGI MENEGHELLO DALL’EUROPA A MALO 571

devamo conto allora quanto vicini fossimo arrivati allo spirito e ai metodi della
lotta politica e militare a cui più tardi assistemmo. Sotto sotto noi credevamo
allora – di giocare: invece per prendere la Francia e la Croazia, la Grecia e la
Polonia si fa effettivamente così.3

In questo testo l’io narrante professore italiano esprime la sua visione


disillusa della storia, e in particolare della storia europea fra il fascismo e la
fine della seconda guerra mondiale, esprimendo tutta la sua intima speran-
za che sia possibile un esito diverso per l’Europa, ma al tempo stesso mo-
strando la forza della violenza stupida e bruta dei rapporti internazionali.
Tutto questo viene espresso prendendo in punto di vista dell’io personag-
gio bambino, intimamente dialettofono, anche dal punto di vista antropo-
logico-culturale, una visione che però si integra sia con la prospettiva ita-
liana che con quella europea nella creazione straordinaria dell’espressione
«carta dell’Eugropa», in cui alla visione italiana dell’Europa si sovrappone
la pronuncia dialettale, e in cui i colori che differenziano gli stati vengono
ritradotti con sineddoche dialettale, in quanto la Jugoslavia è in violaceo
e la Francia in rosso-marrone (color bromba, prugna, la prima, color figà,
fegato, la seconda, come spiega Meneghello stesso nelle note).4
All’incontro di Goldoni con il gondoliere della Piccola Venezia di Ver-
sailles, corrisponde, in qualche misura, l’incontro fra l’io professore a Re-
ading e l’io dialettofono, il Meneghello bambino, poi giovane, poi adulto
prima della partenza, quell’incontro da cui nasce la maggior parte delle
opere dello scrittore. Vorremmo citare a questo proposito quanto scrive
Massimo Lollini:

(...) Vittorini, Pavese, Meneghello e Satta. Per questi scrittori il mito di Ulisse
raccontato nell’Odissea diventa un modello letterario di un «romanzo del ri-
torno» in cui il protagonista dopo aver vissuto un’infanzia paesana a contatto
con una cultura contadina arcaica, e dopo aver vissuto la sua giovinezza nella
città industriale moderna, ritorna alla propria patria di origine. In realtà questi
ulissidi finiscono per rifiutare la patria agognata con il suo arcaismo e decidono
di tornare alla città e al mondo moderno.5

3
L. Meneghello, Il dispatrio, Milano, Rizzoli, 2007 [prima ediz. 1993].
4
Per il concetto di dispatrio si veda innanzitutto l’informativo saggio di J. Scott, Il di-
spatrio, ossia i fiori inglesi di Luigi Meneghello, in Per «Libera nos a malo». A 40 anni dal libro di
Luigi Meneghello. Atti del Convegno internazionale di studi «In un semplice ghiribizzo», Malo - Museo
Casabianca, 4-6 settembre 2003, a c. di G. Barbieri, F. Caputo, Vicenza, Terra Ferma 2005,
pp. 201-207.
5
M. Lollini, La testimonianza di Vincenzo Consolo, moderno Odisseo, in «Italica», vol. 82,
n° 1, Spring 2005, p. 41, nota.
572 ANGELO PAGLIARDINI

2. Coordinate teoriche
Il paradigma dell’esilio, con tutte le sue possibili declinazioni (rappre-
sentazione dell’esilio, produzione letteraria dall’esilio, condizione di esule
vissuta dallo scrittore, rappresentazione dell’Italia come terra dell’esilio),
costituisce un elemento potente dello specifico identitario della letteratu-
ra italiana. Uno spunto assai stimolante in questa direzione era già stato
offerto da Asor Rosa nel saggio La fondazione del laico, con cui si apre il
volume tematico dedicato alle Questioni nella Letteratura italiana da lui diret-
ta. In particolare Asor Rosa, risalendo agli assi esistenziali e biografici che
accumunano le cosiddette tre corone, gli autori fondanti della tradizione
letteraria italiana, Dante, Petrarca e Boccaccio, arriva a individuare la con-
dizione «di esule, di apolide, di refoulé» come parametro comune di una
situazione culturale ed intellettuale che è stata alla base della loro produ-
zione letteraria da «padri fondatori» di una nuova letteratura.6
Partendo da questa felice intuizione storiografica, il tema è stato ripre-
so a più di venti anni di distanza in un denso numero monografico del
«Bollettino di italianistica», coordinato dallo stesso Asor Rosa, dal titolo:
La letteratura italiana e l’esilio.7 Il discorso storiografico-culturale ha una sua
estrema coerenza e lucidità in quanto non può non avere un legame forte
con l’esilio l’identificazione di una letteratura come quella italiana, per il
suo carattere colto e la sua non corrispondenza, per secoli, con una comu-
nità di parlanti e con la lingua cui si potesse attribuire una distribuzione
areale geografica determinata: un radicamento territoriale che di fatto si
sarebbe realizzato solo dopo 1861, a partire dalla proclamazione del Regno
d’Italia.8
L’attenzione al significato della categoria dell’esilio e della migrazione
all’interno della letteratura, e più in generale degli studi culturali, serve si-
curamente per la lettura del connettivo letterario italiano contemporaneo,
in cui la cultura italiana, al pari di altre tradizioni letterarie, è arrivata al
punto di confrontarsi con la presenza di autori che provengono da culture
e lingue diverse, e con un contesto di riferimento in cui saltano le tradizio-
nali frontiere culturali, in quanto la presenza di persone con background

6
A questo proposito ci sembrano significative le affermazioni di Alberto Asor Rosa: «Non
si può fare a meno di notare, infatti, che l’immensa mole di scoperte concettuali e letterarie
dei nostri tre grandi autori venne realizzata in circostanze biografiche che non possono non
essere definite “eccezionali”. Nessuno dei tre, infatti, ebbe – per non andare al di là di queste
piú generali considerazioni – un rapporto stabile e compiuto con il proprio luogo natale, la
propria città, il proprio ambiente» (A. Asor Rosa, La fondazione del laico, in Letteratura italia-
na, V, Le Questioni, a c. di A. Asor Rosa, Torino, Einaudi, 1986, p. 90).
7
A. Asor Rosa, La letteratura italiana e l’esilio, in «Bollettino di italianistica. La letteratura
italiana e l’esilio», a c. di A. Asor Rosa, n. s., anno VIII, n. 2, 2011 – Speciale, 7-14.
8
Al concetto dedica acute indicazioni storico-culturali F. Bruni, Italia. Storia e avventura
di un’idea, Bologna, il Mulino, 2010.
LUIGI MENEGHELLO DALL’EUROPA A MALO 573

migratorio comincia a caratterizzare visibilmente anche la società italiana.


Nel caso di Meneghello, la categoria del dispatrio, introdotta dall’autore
stesso, ci pare particolarmente vicina all’etimologia isidoriana di esilio,9 in
quanto sottrazione fisica di una base concreta, una base concreta su cui
Meneghello ritorna e che ricostruisce nei suoi romanzi per via letteraria.

3. La categoria del dispatrio nell’opera di Meneghello


3.1. Il significato di dispatrio
La prima categoria da analizzare nell’opera di Meneghello è proprio il
dispatrio, termine che ha avuto una sua fortuna critica per definire da un
lato la situazione di chi appartiene a una cultura, ma la guarda con occhio
estraniato e dal di fuori, dall’altro chi introduce nella propria elementi di
altre culture che lo aiutano ad autodefinirsi.10 Dal titolo di Meneghello è
stato tratto il concetto base di un convegno, i cui atti sono stati pubblicati
in volume.11 Con dispatrio siamo di fronte a quella complessa costellazione
terminologica coniata da Meneghello per catalogare e definire gli elemen-
ti della sua «autoenciclopedia» linguistica, biografica e culturale, al pari
di «Paese degli Angeli» / «Paese dei Balocchi» (Dispatrio), «lo scimmiotto
Meneghello» (Pomo Pero), «i Piccoli maestri», «sgherri mitrati» (Piccoli mae-
stri). Nel saggio dedicato da Franca Sinopoli a Meneghello nel volume già
citato, lo scrittore viene analizzato in parallelo con Thomas Bernardt e si

9
L’etimologia fittizia di exilium, risalente alle Etymologiae di Isidoro di Siviglia, fa riferi-
mento proprio alla mancanza di territorialità (quasi extra solum), come si riferisce in Asor
Rosa, op. cit., p. 9.
10
Nell’articolo di Franco Marcoaldi Fiori inglesi, uscito su «Repubblica» il 23/11/1993,
in occasione della pubblicazione de Il dispatrio, si riferisce di un’intervista in cui Meneghello
stesso attribuisce l’invenzione del termine ad una recensione di Paolo Milano al suo primo
libro: «A proposito. Perché questo titolo, azzeccatissimo, ma ignoto al Devoto-Oli e alla lin-
gua italiana? “È una strana storia. Una parola venuta fuori dalle viscere chissà come. Un titolo
provvisorio che poi mi è piaciuto, ed è diventato definitivo. Solo allora mi sono ricordato
dove l’avevo letto. In una benevolissima recensione che Paolo Milano scrisse per il mio primo
libro. È una situazione di dispatrio, diceva. Parola più forte di espatrio perché contrassegna
una vera e propria trasformazione della forma mentis. E continuava. È una parola che dovreb-
be piacere a Meneghello, perché tanto cara a Henry James. Inutile dire che da allora l’ho
cercata dappertutto questa parola dispatrio. Ma non l’ho ancora trovata”. Jamesiani di tutto
il mondo, unitevi. E se sapete dov’è, fate un fischio, Meneghello ne sarebbe contento» (l’ar-
ticolo è disponibile all’indirizzo Internet http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/
repubblica/1993/11/23/fiori-inglesi.html); della vicenda si parla anche in A. Gialloreto,
L’esilio e l’attesa. Scritture del dispatrio da Fausta Cialente a Luigi Meneghello, Lanciano, Carabba,
2011, pp. 301-302. La parola dispatrio, nel significato di “partenza dalla patria”, si trova in un
testo storico della metà dell’Ottocento, tradotto dal francese in italiano: C. Gouraud, L’Ita-
lia. Sue ultime rivoluzioni e suo stato presente. Versione con annotazioni critiche e documenti di
M. Carletti, Firenze, Mariani, 1852, p. 73.
11
I confini della scrittura. Il dispatrio nei testi letterari, a c. di F. Sinopoli e S. Tatti, Isernia,
Cosmo Iannone, 2005.
574 ANGELO PAGLIARDINI

introduce il concetto di “complesso” dell’origine di cui secondo la Sinopoli il


dispatrio sarebbe una sorta di terapia, in quanto non vero e proprio distacco
dal paese di origine, ma costruzione di un’esperienza a doppia polarità, che
comprende sia la partenza che il ritorno, in qualche misura a coincidenti.12
Oltre alle risonanze estrinseche suscitate dal termine negli studi più re-
centi sulla letteratura dell’esilio e della migrazione, e oltre alla sua origine
intertestuale, sarà interessante qui andare alla ricerca del possibile conte-
nuto intrinseco conferito da Meneghello all’espressione. Dal punto di vi-
sta formale si tratta di un prefissato e di un derivato di patria, attraverso il
passaggio dal sostantivo, al verbo, al deverbale. Si tratta però di una trafila
incompleta, dato che non esiste il verbo corrispondente, ma ne esistono
altri, in rapporto di contiguità semantica o di antonimia, e cioè espatriare e
rimpatriare. È naturale che il termine istituisca un rapporto con entrambi,
esprimendo qualcosa di attiguo, ma non coincidente con espatrio, e qualco-
sa di opposto a rimpatrio.

3.2. Dispatrio ed espatrio


Per quanto riguarda il rapporto con il quasi-sinonimo espatrio, si noterà
che il prefisso scelto da Meneghello esprime in primo luogo rottura e al-
lontanamento centrifugo (si pensi a composti come dis-fare, dis-perdere, dis-
seppellire),13 rispetto a quello presente nel più corrente es-patrio, che esprime
piuttosto allontanamento ed esclusione. A questo proposito si è parlato di
un valore accentuativo, enfatico, rispetto a espatrio, in quanto dispatrio è un
termine «che rispecchia il processo di allontanamento dalla cultura domi-
nante nell’Italia fascista».14 Su questa linea Meneghello prende le distanze
non solo dal regime fascista, per cui aveva in qualche misura simpatizzato,
ma anche dall’Italia conformista e democristiana del Dopoguerra, da cui
parte per l’Inghilterra, per non fare più ritorno. Ci sembra ancor più inte-
ressante avvicinare il termine a dispersione, cioè a perdita totale di un luogo
geografico circoscritto su cui insistere, risiedere, cui appartenere, quindi
una sorta di decomposizione del concetto stesso di patria, che costituisce la
base del composto. Il concetto di patria, in riferimento alla cultura italiana
del Novecento, prima della cosiddetta epoca della globalizzazione, poggia
essenzialmente su tre assi: il riferimento a miti e stereotipi risorgimentali,
in qualche modo ripresi e riapplicati alla Resistenza e alla guerra partigia-
na, la costruzione culturale e letteraria dell’identità italiana, in cui rientra
anche il forte legame fra cultura italiana e religiosità cattolica, la retorica

12
F. Sinopoli, Il “complesso” dell’origine in Luigi Meneghello e Thomas Bernhard, in I confini
della scrittura, cit., pp. 227-235.
13
Vedi la voce dedicata al prefisso dis- in Grande Dizionario di Italiano 2.0, Milano, Garzanti,
2012.
14
Scott, op. cit., p. 201.
LUIGI MENEGHELLO DALL’EUROPA A MALO 575

fascista che ha in qualche modo corrotto e rovesciato in negativo tutti i rife-


rimenti al concetto di patria.15
È assai significativo che l’incipit del Dispatrio parta dall’immagine della
morte, un’immagine che richiama il suo antifrastico, la resurrezione, intesa
come rinascita e rinnovamento, come la partenza richiama antifrasticamen-
te il ritorno:

Death qui in Inghilterra non è donna, naturalmente, non porta la veletta coi
lustrini, non va a dire ai giovanotti orfici «Je suis ta mort»: ma nel complesso non
è nemmeno un uomo, è un transvestite.
Una strage di anni, migliaia e migliaia di fogli, un enorme zibaldone. C’è den-
tro una vita, domanda Giacomo, o una lunga morte? Stralciare per vedere.16

Con questo gioco di trasposizione morfologico-semantica della perso-


nificazione della morte dalle lingue latine, simboleggiate dal francese e
dall’italiano (e dal maladense, il dialetto di Malo, potremmo aggiungere),
Meneghello ci mostra che il dispatrio è costituito da un processo essenzial-
mente linguistico, una morte/rinascita da una lingua all’altra. Non a caso
il trascorrere del tempo, «degli anni» viene assimilato allo scorrere dei fogli
della scrittura, prendendo a icona lo zibaldone di leopardiana memoria, un
tipo di testo, fra l’altro, cui si potrebbero assimilare alcune forme della
scrittura meneghelliana, come La materia di Reading 17 oppure i volumi di
Carte.18 Nel brano citato, oltre alla trasposizione nello scritto della frontiera,
abbiamo anche la figura dell’ibrido, qui personificata nella figurazione del
transvestite attribuita al vocabolo inglese Death.
L’associazione fra lingua italiana (in particolare lingua italiana lettera-
ria) e morte è stata fatta fra gli altri da Agamben in un suo recente volume
sulle categorie identitarie della letteratura italiana. Parlando della poesia
di Pascoli e pensando a una delle caratteristiche di lungo periodo della lin-
gua letteraria italiana, ma si potrebbe dire anche della lingua italiana tout
court, Agamben nota che non siamo di fronte a pieno titolo a una lingua
viva, bensì a una lingua libresca, in qualche modo trattata alla stregua delle
lingue classiche, delle lingue morte:

15
Si veda A. Banti, Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo,
Roma-Bari, Laterza, 2011.
16
Meneghello, Il dispatrio, cit., p. 7.
17
L. Meneghello, La materia di Reading e altri reperti, in Id., Opere scelte, a c. di F. Caputo,
Milano, Mondadori, 2007, pp. 1261-1580 [prima ediz. 1997].
18
L. Meneghello, Le Carte. Materiali manoscritti inediti 1963-1989 trascritti e ripuliti nei tardi
anni Novanta. Volume I: Anni Sessanta, Milano, Rizzoli, 1999; Id., Le Carte. Materiali manoscritti
inediti 1963-1989 trascritti e ripuliti nei tardi anni Novanta. Volume II: Anni Settanta, Milano, ivi,
2000; Id., Le Carte. Materiali manoscritti inediti 1963-1989 trascritti e ripuliti nei tardi anni Novan-
ta. Volume III: Anni Ottanta, ivi, 2001.
576 ANGELO PAGLIARDINI

Così La tessitrice dice la verità che Il fanciullino ancora teneva velata: che il fan-
ciullino non c’è, che la voce infantile che detta la poesia è una voce morta,
così come è una lingua morta la sola che ne raccoglie il dettato. [...] Possiamo
ascrivere questo tratto pascoliano fra quelli più profondamente scalfiti nella
fisionomia culturale italiana: la volontà e la coscienza di operare in una lingua
morta, cioè individuale e artificiosamente costruita, glossolalica nel senso che
si è visto, con o senza “preghiera di interpretazione”. [...] Tale è il difficile,
enigmatico rapporto di questo popolo con la sua madre lingua: che solo può
ritrovarsi in essa se riesce a sentirla morta, che solo discerpendola in reperti e
brani anatomici può amarla a farla sua.19

In questo volume Agamben va alla ricerca dello specifico dell’italiani-


tà nella poetica e nella letteratura, passando in rassegna momenti topici
dell’ibridismo e del plurilinguismo letterario, dalla Commedia dantesca,
all’Hypnerotomachi Poliphili, alla poesia di Pascoli, a quella di Zanzotto, fino
ad Antonio Delfini; a nostro avviso le sue osservazioni e categorie sarebbero
utili anche per la lettura del dispatrio di Meneghello e per la sua collocazio-
ne in relazione alla costruzione dell’identità letteraria e culturale italiana.
Torniamo adesso sul sostantivo «patria» che il dispatrio meneghelliano
supera, ma ricompone in altri termini. Per quanto riguarda il Risorgimen-
to, cioè il movimento culturale e politico che aveva fornito sia elementi
culturali che fatti concreti per la costruzione dell’identità nazionale, ne
troviamo proprio in Dispatrio una significativa raffigurazione. Fra i suoi
primi incontri in Inghilterra, Meneghello racconta quello con il «pastore
non-conformista», appassionato di Mazzini, che conosceva assai meglio di
Meneghello stesso:

Poi mi parlò a lungo di Giuseppe Mazzini, di cui aveva studiato appassionata-


mente sia le idee (e qui mi parve ardentissimo bensì, ma un po’ ingenuo) sia i
fatti della vita specie negli anni in Inghilterra.20

Se qui traspare già la presa di distanza di Meneghello da una delle icone


del Risorgimento, questo diventa poi esplicito e anzi abbiamo una sorta di
contrapposizione a certi elementi di identità e appartenenza locali, assai
più potenti di quelli nazionali:

Era chiaro che stravedeva per Mazzini, però in modo diverso da come a Vicenza
(diciamo) si poteva stravedere per il Palladio o lo Scamozzi. Qui si trattava di
un’ispirazione di carattere morale, legata a certi aneliti religiosi.21

19
G. Agamben, Categorie italiane. Studi di poetica e di letteratura, Roma-Bari, Laterza, 2010,
pp. 70-71.
20
Meneghello, Il dispatrio, cit., p. 21.
21
Ibidem.
LUIGI MENEGHELLO DALL’EUROPA A MALO 577

La dialettica identitaria fra nazionale e locale è sempre presente in Me-


neghello: come mostra anche la trasposizione del titolo di un’opera celebre
di Leopardi in Pomo pero. Paralipomeni di un libro di famiglia.22 La diminu-
tio del mito risorgimentale continua con il seguito della storia del pastore
protestante, che aveva confidato a Meneghello il suo programma ideale di
riunificazione ecumenica delle differenti confessioni cristiane, ma che poi
non aveva accettato che l’amico italiano venisse ad ascoltare i suoi sermoni
infuocati. Sarà la figlia che rivelerà la pena profonda del padre a Meneghel-
lo, la vera ragione per cui non lo vuole in chiesa durante le sue celebrazioni:

La sua congregation si era ridotta e ridotta, si era quasi estinta... Due vecchiette,
o forse tre... Una realtà troppo angosciosamente lontana dai suoi sogni di con-
ciliazione ecumenica, di conversione universale con la fine in tutto il mondo
degli errori, dei dolori, delle cattiverie... Era così debole ormai, così sfiduciata,
così remota la sua illusione dominante che la si sentiva appena chiocciolare
ore sì ora no dietro le sue parole, qualunque cosa dicesse: un tremulo basso
discontinuo.23

Ecco che da un lato l’epilogo sminuisce e riduce letteralmente al silen-


zio l’ammiratore e il panegirista di Mazzini, dall’altro abbiamo un tentativo
di trovare una cifra universale di lettura e di scrittura del mondo, il cui
esito è testualmente afono. L’apologo sembrerebbe uno sviluppo narrativo
della formula montaliana dell’impossibilità di prendere la parola, dell’im-
possibilità di trovare una parola viva, per riprendere il concetto espresso da
Agamben nel volume citato:

[...]
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.24

A proposito del rapporto con la poesia di Montale, che fra l’altro il gio-
vane Meneghello ebbe l’occasione di conoscere come invitato d’onore a
Reading per una conferenza, nella primavera del 1948, quando era da po-
chi mesi approdato nella cittadina inglese,25 Giulio Lepschy, che è stato
collega oltre che studioso di Meneghello, inserisce il poeta fra gli autori

22
L. Meneghello, Pomo pero. Paralipomeni di un libro di famiglia, Milano, Mondadori, 1987
[prima ediz. 1974].
23
Meneghello, Il dispatrio, cit., p. 23.
24
E. Montale, Ossi di seppia, in Id., Tutte le poesie, a c. di G. Zampa, Milano, Mondadori,
1984, p. 29.
25
La notizia si trova nella Cronologia di F. Caputo, in Meneghello, Opere scelte, cit.
p. CXXI.
578 ANGELO PAGLIARDINI

italiani più citati da Meneghello, con un uso ironico o parodistico «umori-


stico piuttosto che dissacrante».26
Nei citati versi di Montale troviamo un altro elemento dell’immagine
che Meneghello offre dell’identità culturale italiana, il fatto che questa sia
rappresentata per assenza, per definizione negativa. Questo ci potrebbe
condurre a vedere nel dispatrio una forma di identificazione per dispersione
della patria stessa, di cui troviamo ulteriori indizi.
Un altro episodio in cui ritroviamo la combinazione di lingua, morte e
identità, è quello del tarantino omicida per amore, che ha tentato di uc-
cidere a colpi di ascia la ragazzina di cui si era innamorato, ma da cui era
stato lasciato. Il tragico fatto di cronaca diventa dramma linguistico già con
i preliminari, in quanto l’amante abbandonato «le menò una gran botta
sulla testa con un’ascia di media grandezza che si era comprato al matti-
no dall’ironmonger».27 A questo punto era entrata in gioco la scrittura, in
quanto il potenziale assassino aveva scritto: «Un foglietto a quadretti, grafia
stentata: “Faccio questo mecidio [perché amo la Jenny e lei mi tradisce]”».28
Da notare come lo scrupoloso «filologo di Malo»29 riporta il documento
con rigore ecdotico, inserendo la congettura fra parentesi quadre: si tratta
dello stesso rigore con cui Meneghello annota in Libera nos a Malo con sigle
diverse, da lui puntualmente registrate in legenda, i diversi fondi linguistici
e testuali presenti nel libro.30
Meneghello è chiamato dal tribunale inglese a svolgere il ruolo di inter-
prete, quasi mediatore culturale, e si chiede come tradurre quel «mecidio»,
con tutte le conseguenze penali del caso, in quanto se lo equiparasse all’ita-
liano «omicidio», e lo traducesse con murder, allora il «tarantino» rischie-
rebbe la pena di morte. Per questo il narratore racconta di aver trovato una
via d’uscita: ha pensato a un corrispettivo di «mecidio» nel proprio dialetto
di Malo, spigasso, che in italiano si tradurrebbe «sproposito», termine che in
inglese può tradurre, salvando la vita all’imputato, outrage:

sostenendo fra me e me che, storpiando la parola, la natura giuridica profonda


della cosa (ammesso che ci sia qualcosa di profondo nel giure) cambiava. Sotto
sotto in realtà, sapevo benissimo, che il tarantino alla inglesina (che poi per
fortuna non morì) la testa la voleva omicidiare e come!31

26
G. Lepschy, Introduzione, in Meneghello, Opere scelte, cit., p. LXX; per il rapporto di
Meneghello con la poesia di Montale, ivi, pp. LXVIII-LXX.
27
Meneghello, Il dispatrio, cit., p. 74.
28
Ibidem.
29
Gialloreto, L’esilio e l’attesa, cit., p. 13.
30
Ad esempio: «F (Feo); Dialetto della campagna e del monte. DC: Dialetto corretto (nel
senso di “caffè corretto”); varianti di M usate dagli abbienti del centro», in L. Meneghello,
Libera nos a Malo, Milano, Mondadori, 1996 [prima ediz. 1963], p. 285.
31
Meneghello, Il dispatrio, cit., p. 75.
LUIGI MENEGHELLO DALL’EUROPA A MALO 579

L’epilogo porta con sé un’ulteriore creazione lessicale idiolettica, pro-


prio per sostenere la forza con cui il protagonista aveva voluto compiere il
delitto, con una violenza che per Meneghello l’italiano «uccidere» o «assas-
sinare» avrebbe solo in parte, rispetto al suo «omicidiare». Anche in questo
caso la frontiera della lingua e del confronto linguistico si presenta come
contigua alla presenza di una morte e di una rinascita, che in questo caso è
simboleggiata dalla vittima che si salva, perché per fortuna il gesto violento
era stato imperfetto come l’espressione linguistica, e anche dall’assoluzio-
ne per linguam del mancato omicida.
Un altro elemento molto forte in questo come in altri aneddoti riportati
nel libro è la costanza con cui l’identità italiana si presenta pluralistica: da
un lato abbiamo il protagonista, che non è un italiano, bensì specificamen-
te un tarantino, dall’altra il narratore e co-protagonista Meneghello, che per
cercare di tradurre in modo efficace l’italiano approssimativo del biglietto,
fa ricorso al proprio dialetto, attraverso il quale trova una soluzione ita-
liana che gli sembra opportuna. Tale decostruzione culturale e linguistica
dell’identità patria come unitaria risulta in tutta l’opera di Meneghello, e
trova riscontri precisi sia in Libera nos a Malo che in Piccoli maestri.32

3.3. Patria e Dispatrio


Per quanto riguarda il rapporto identitario con il concetto di patria, in
particolare nella declinazione retorico-nazionalistica del fascismo, potrem-
mo qui citare da uno dei primi capitoli del primo romanzo la ripresa da
parte dei bambini, di un inno fascista:

Vibralani! Mane al petto!


Si defonda di vertù:
Freni Italia al gagliardetto
e nei freni ti sei tu
La forma poetica ti sei tu per ci sei tu non bastava a confonderci, né l’arcaismo di
mane per mani. L’ordine era di portarle al petto, orizzontalmente, in una forma
sconosciuta ma austera di saluto: come un segno di riconoscimento in uso tra
i vibralani a cui ci sentivamo in qualche modo, cantando, di appartenere ad
honorem anche noi.
I freni tra cui era impigliata l’Italia erano per Bruno quelli della nostra Fiat
Tipo-due, esterni, sulla pedana destra dietro l’asta del gagliardetto a triangolo:
e lì era l’Italia con la corona turrita e la vestaglia bianca.33

L’esegesi del brano non può essere completa senza la versione originale
dell’inno fascista, fornita puntualmente da Meneghello nelle note filologi-

32
L. Meneghello, I piccoli maestri, Milano, Mondadori, 1995 [prima ediz. Feltrinelli
1964].
33
Meneghello, Libera nos a Malo, cit., pp. 4-5.
580 ANGELO PAGLIARDINI

che in appendice al libro:

Vibra l’anima nel petto


sitibonda di virtù
freme, o Italia, il gagliardetto
e nei fremiti sei tu.34

Si tratta di una strofa della canzone fascista dal titolo Fischia il sasso, il
nome squilla, che narra la storia del genovese Balilla, uno dei simboli del
Risorgimento italiano, ma anche l’icona del giovanotto ripresa da Mus-
solini per indicare bambini e adolescenti già inquadrati nel fascismo. Si
noterà come il testo aulico e retoricamente intonato della strofa sia stato
completamente riformulato, tanto da diventare del tutto incomprensibile
e bisognoso di una nuova paraetimologica esegesi, che riesce addirittura
a trasformare fremi Italia nel concetto antonimico freni Italia. Si tratta di
un procedimento stilistico che imita letterariamente il meccanismo delle
analogie popolari, di cui si trovano esempi in due scrittori, entrambi cari a
Meneghello, il poeta Giuseppe Gioachino Belli e il romanziere Alessandro
Manzoni. Nel caso di Belli il meccanismo in questione opera soprattutto
in riferimento al latino delle liturgie o delle preghiere popolari, una lin-
gua del tutto incomprensibile alla «plebe romana» di cui Belli riproduce
il parlato nei suoi versi.35 Ad esempio nel sonetto «Tutti l’ingresi de Piazza
de Spaggna» si racconta l’impressione suscitata nei popolani di Roma dal
canto di un verso del Miserere a nove voci di Gregorio Allegri:

1834 [1799]. Er miserere de la Sittimana Santa. (1°)


[...]
Miserere mei Deo sicunnum magnna?

Oggi sur mmagna sce sò stati un’ora;


e ccantata accussí, ssangue dell’ua!,
quer maggna è una parola che innamora.
[...]
31 marzo 1836 36

In particolare possiamo osservare le modifiche fono-morfologiche che


portano da secundum magnam misericordiam tuam a sicunnum magna... mise-
ricordiam tua, con l’introduzione di un tratto tipico per l’italiano, la cadu-
ta della consonante finale dell’accusativo in magnam e tuam e di un tratto

Ivi, p. 296.
34

Cfr. G. G. Belli, Introduzione, in Id., Tutti i sonetti romaneschi, a c. di M. Teodonio, Roma,


35

Newton Compton, 2005, vol. I, p. 3.


36
Belli, Tutti i sonetti romaneschi, cit., vol II, p. 596.
LUIGI MENEGHELLO DALL’EUROPA A MALO 581

tipico del romanesco, l’assimilazione progressiva che possiamo rilevare in


secundum che diventa sicunnum. Il pastiche linguistico belliano è condotto in
modo molto mirato: nei suoi versi si coglie la centralità che assume la for-
ma magna, che suona particolarmente gradita alle orecchie del parlante, in
quanto interpretata non con il significato dell’aggettivo latino, bensì come
forma del verbo magnà, corrispondente romanesco dell’italiano mangiare.
A questo livello la liturgia-spettacolo si fa preghiera concreta e autentica37
incentrandosi su quella parola che esprime l’esigenza primordiale della
“plebe romana” cui Belli dedica il suo “monumento”.38
Lo stesso procedimento era stato utilizzato nel romanzo di Manzoni, ad
esempio nell’espressione matrimonio gran destino, usata da Agnese che così
ha compreso e riformulato in termini paretimologici il termine giuridico
matrimonio clandestino.39

3.4. Dispatrio e rimpatrio


Il rapporto fra i due termini si può inquandrare seguendo il punto di vi-
sta che il personaggio costituito dal giovane Meneghello, laureato e uscito
dall’esperienza della guerra, aveva al momento della partenza per l’Inghilterra:

Sui venticinque anni, quando incomincia il fiore della gioventù a perdere, ma


nel mio caso non pareva che perdesse ancora, mi sono trasferito dall’Italia in
Inghilterra con l’idea di starci dieci mesi: periodo smisuratamente lungo per
me allora, un tratto di tempo confinante con l’eterno. Partivo col vago intento
di imparare un po’ di civiltà moderna e poi tornare e farne parte ai miei amici
e ad altri italiani.40

Il ritorno risulta insito nell’atto stesso della partenza, che definisce qui
il suo “dispatrio” come strettamente legato all’imminente ritorno. Un ri-

37
Vigolo definisce la poesia di Belli religiosa e in particolare cattolica proprio in virtù della
sua costante concretezza (cfr. G. Vigolo, Il genio del Belli, Milano, Il Saggiatore, 1963, II,
p. 217).
38
Cfr. G. Vigolo, Saggio sul Belli, in G. G. Belli, I sonetti, a c. di G. Vigolo, Milano, Mon-
dadori, 1952, I, p. XXIII. Sulla posizione della “plebe” rispetto al latino belliano possiamo
citare G. Ferroni, Divagazioni sulla citazione, in Letture belliane, Roma, Bulzoni, 1981, vol. 2°,
pp. 21-49, p. 43: «L’ uso e la deformazione del latino è un caso limite tra la citazione di testi
familiari al popolo, di testi letterari cólti e di frammenti da lingue straniere: nel linguaggio
belliano il latino ha un singolare statuto di frontiera, collocandosi al confine tra ciò che ap-
pare familiare alla plebe (le formule religiose che essa ascolta e usa quotidianamente, senza
intenderle e quindi sottoponendole ad ampia deformazione) e ciò che ad essa è totalmente
estraneo (la lingua della cultura, tutto sommato una lingua straniera)».
39
Un’analisi dell’episodio si trova in C. Annoni, La notte degli imbrogli e dei sotterfugi (capitoli
VII-VIII), in «Questo matrimonio non s’ha da fare…». Lettura de «I promessi sposi», a c. di P. Fandel-
la, G. Langella, P. Frare, Milano, Vita e Pensiero, 2005, pp. 29-34; vedi anche G. Nencioni,
La lingua di Manzoni, Bologna, il Mulino, 1993.
40
Meneghello, Il dispatrio, cit., p. 8.
582 ANGELO PAGLIARDINI

torno che però non si verificherà nelle modalità previste, ma secondo altre
modalità. Da notare in questo brano anche il forte richiamo a un poeta
del canone classico italiano, Giacomo Leopardi, già incontrato nella prima
pagina del Dispatrio, di cui si cita in questa sede, dai Pensieri, una delle tante
espressioni sul tema del trascorrere della vita umana e dalla caducità della
giovinezza.41 Ultimo elemento da notare nel testo di Meneghello è il riferi-
mento indiretto al mito di Prometeo che ruba il fuoco agli dei e lo riporta
agli uomini, che nel caso di Meneghello sarebbe costituito dalla «civiltà
moderna» che il giovane studioso va a cercare nel suo soggiorno inglese.
Per quanto riguarda il ritorno (il rimpatrio), nel caso di Meneghello sarà di
natura soprattutto letteraria e inizierà concretamente negli anni 1961-62,
con la scrittura del suo primo romanzo, Libera nos a malo, in cui ritorna in
modo fisico e incisivo agli anni dell’infanzia nel suo paese di origine, Malo:

Libera nos amaluàmen. Non sono molti anni che il mio amico Nino s’è reso con-
to che non si scrive così. Gli pareva una preghiera fondamentale e incredibil-
mente appropriata: è raro che una preghiera centri così un problema.
Liberaci dal luàme, dalle perigliose cadute nei luamári, così frequenti per i tuoi
figliuoli, e così spiacevoli: liberaci da ciò che il luàme significa, i negri spruzzi
della morte, la bocca del leone, il profondo lago!42

In questo brano si ricostruisce la genesi del titolo del libro, una vicenda
in cui appare tutto il significato profondo del ritorno dell’esule, effettua-
to da Meneghello come un vero e proprio ritorno alle radici antropologi-
che profonde, sia linguisticamente sia tematicamente. Il titolo richiama,
tramite la formula finale del Pater noster, quel rapporto di allontanamento
attrazione, proprio della tentazione, da cui si chiede la liberazione, ma da
cui non si vuole fino in fondo essere separati. Quindi l’imperativo libera,
invocazione e preghiera cui è seguita la partenza da Malo e dall’Italia, vie-
ne negato nel momento stesso in cui viene pronunciato. Abbiamo poi in
secondo luogo la paraetimologia Malo/male (o malum), per cui il Malo
presente nel titolo, potrebbe essere una concrezione Malo/male, una sorta
di patria riconosciuta e negata.
Meneghello introduce in questo nucleo concettuale un altro elemento,
il luame, il letame, in quella stessa sequenza fonica formulare, rendendo
ancora più forte il vincolo con la propria terra che viene qui espresso. A
proposito dell’ambiguità di segno positivo/negativo, al filologo Meneghel-

41
Si tratta del testo leopardiano da Pensieri, XLII, in cui Leopardi riflette su come dopo i
25 anni ci siano vari indizi per cui si passa dalla giovinezza ad un’altra età della vita (G. Leo-
pardi, Pensieri, in Id., Tutte le poesie e tutte le prose, a c. di L. Felici e E. Trevi, Roma, Newton
Compton, 1997, p. 638).
42
Meneghello, Libera nos a Malo, cit., p. 101.
LUIGI MENEGHELLO DALL’EUROPA A MALO 583

lo certo non poteva sfuggire il rapporto etimologico letame/laetus, che


pone all’interno di quel letame l’origine della vita e la fertilità della terra.
Questo ritorno alle proprie origini, si svolge secondo una modalità me-
todologica più volte espressa da Meneghello, che ha esplicitamente dichia-
rato che non avrebbe avuto questa visione della propria patria se non avesse
guardato all’Italia da Reading:

Volendomene fare una storia, sarebbero due storie incrociate: come da un lato
l’esperienza inglese (EN) ha stravolto la mia percezione dell’Italia (IT), e d’al-
tro lato come IT ha stravolto EN.43

A conferma del rapporto decomposizione/rigenerazione insito nel


rapporto etimologico letame/laetus, possiamo leggere un brano in cui
l’espressione di una patologia fastidiosa, repellente, talora anche grave, la
dissenteria, diventa un giocoso non-senso linguistico, quasi un’espressione
identitaria in dialetto. L’espressione dialettale in questione viene addirit-
tura nobilitata filosoficamente con un riferimento ad Heidegger e alla sua
filosofia:

KOS SAKA...?
Il male oscuro, benché oscuro, aveva il suo nome; ma cosa c’è in un nome?
Questo si chiedeva l’anonimo compaesano con la domanda trasmessa dalle
generazioni.
KOS SAKA GAIKA...?
in cui egli nell’atto stesso di dire che male aveva, diceva anche di non sapere
che cosa avesse – l’emblematico lamento di Malo,
KOS SAKA GAIKA GOLKA GOTO?
Così, con angoscia dignitosa, quasi bonaria, si esprimeva presso di noi l’equivo-
co esistenziale che s’annida nel cuore di quel disturbo, la tensione tra il Sein e
il Dasein del Kagotto.44

4. Conclusioni
Una volta che il ritorno dell’esule è realizzato attraverso questa disce-
sa nel luame per scrivere, allora è possibile anche il recupero progressivo
dell’identità culturale italiana, mediata dalla realtà italiana plurale e pluri-
culturale (plurilinguistica). Vorremmo qui ricordare l’interesse di Folena
per questo tipo di luame linguistico, con le parole di Ivano Paccagnella, nel
suo contributo sugli studi di Gianfranco Folena sul plurilinguismo lettera-

43
Meneghello, Il dispatrio, cit., p. 28. Si veda sull’argomento anche il saggio di P. De
Marchi, La “scoperta dell’Italia” nella narrativa di Luigi Meneghello, in Bilder und Zerrbilder Ita-
liens, a c. di A. Locher, J. Nydegger, S. Bellofatto, Zürich, LIT Verlag, 2010, pp. 253-275.
44
Meneghello, Pomo pero, cit., p. 13.
584 ANGELO PAGLIARDINI

rio, in occasione del colloquio tenutosi in questa sede nel 2000:

Dialetto, lingua delle radici, della gente, del paese abbandonato per emigrare
in America, lingua primaria di un impasto fatto appunto di vernacolo, italiano
appreso a scuola, dimenticato e riacquisito negli anni [...] questo colpiva Fole-
na nel diario dello scarsamente alfabetizzato Tommaso Sbordonaro.45

Questi elementi individuati da Folena si ritrovano nel testo di Meneghel-


lo in cui fa capolino il primo ostacolo italiano per il dialettofono di Malo,
l’articolo il, che sostituisce il dialettale e più famigliare el, ma non del tutto,
operando una sovrapposizione delle due forme. Così, con buona pace del
padre Dante, non abbiamo più lingua del sì, da contrapporre alle lingue
d’oc, d’oïl:

Imparavamo alla svelta la linga di jel; che in principio era duro da attaccare al
gatto, al maestro, ma presto saltellava disinvolto dappertutto, jel passarotto, jel
supiaoro, jel minestro-sbuso. Ora sapevamo fare per iscritto i pensierini sulla
gneve, anzi uno solo, jel pensierino, sulla sua bianchezza specchiata in sé stessa
(“la gneve è bianca come la gneve”).46

Alla luce di Folena, abbiamo così seguito nei testi di Meneghello la trac-
cia di un esilio e di un ritorno con ridefinizione profonda dell’identità cul-
turale e linguistica italiana, nel segno di quello che Meneghello definisce il
dispatrio. Nel primo dei Quaderni del circolo filologico linguistico padovano, de-
dicato alla poesia italiana contemporanea e in particolare a Rebora, Saba,
Ungaretti, Montale e Pavese, Folena legava fortemente la poesia italiana al
suo radicamento territoriale:

In un panorama tanto differenziato, nel quale anche in esperienze a tale livello


si manifestano ancora forti i caratteri di una «geografia poetica» regionale, in
senso certo non naturalistico-impressionistico, ma espressivo (non sarà forse
superfluo annotare che nessuno di questi poeti viene idealmente e geografica-
mente dal centro), si disegnano così linee comuni di rilievo.47

Questa immagine pluricentrica della poesia italiana ci sembra la rappre-

45
I. Paccagnella, Gli studi di Gianfranco Folena sul plurilinguismo letterario, in Eteroglossia e
plurilinguismo letterario. II. Plurilinguismo e letteratura, a c. di F. Brugnolo, V. Orioles, Roma, Il
Calamo, 2002, p. 23. Cfr. anche sul medesimo concetto G. Folena, Il linguaggio del caos. Studi
sul plurilinguismo rinascimentale, Torino, Bollati Boringhieri 1991.
46
Meneghello, Pomo pero, cit., p. 37; cfr. A. Daniele, Appunti su Luigi Meneghello e la vol-
gare eloquenza vicentina, in Omaggio a Luigi Meneghello, a c. di A. Daniele, Cosenza, Università
degli Studi della Calabria, 1994. pp. 9-23.
47
G. Folena, Presentazione, in Ricerche sulla lingua poetica contemporanea, Padova, Liviana
1972, p. XV.
LUIGI MENEGHELLO DALL’EUROPA A MALO 585

sentazione migliore dell’ars poetica di Meneghello, e vorremmo concludere


questo contributo mostrando la corrispondenza fra il passo appena citato
di Folena e una definizione che della propria opera letteraria dà lo stesso
Meneghello:

[...]
Ho vissuto con l’idea che tutto ciò che avveniva lassù era anche (per me) roba
di qui. Mi accorgo che il punto di vista continua a oscillare. L’Inghilterra è
insieme “lassù” e “quassù”, e altrettanto l’Italia. Qui, là: corrente alternata. [...]
[...]
Ciò che vorrei fare in questo libretto è raccogliere dalle spiagge lontane dove
sono dispersi alcuni frammenti di ciò che chiamo il mio dispatrio.48

48
Meneghello, Il dispatrio, cit., pp. 28-29.

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