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Michelle Cohen

Corasanti
COME IL
VENTO TRA I
MANDORLI

Feltrinelli
Traduzione di Alice Pizzoli

© Giangiacomo Feltrinelli Editore


Milano

ISBN edizione cartacea:


9788807030758
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PARTE PRIMA
1955
1.

Mama diceva sempre che Amal era


una peste. In famiglia eravamo soliti
scherzare sul fatto che mia sorella, a soli
due anni e ancora insicura sulle sue
gambe cicciotte, dimostrava più energia
di me e mio fratello minore Abbas messi
insieme. Perciò, quando andai a
controllarla e vidi che non era nel suo
lettino, provai al cuore la stretta
insistente della paura.
Era estate, e tutta la casa sembrava in
affanno per il caldo. Rimasi solo nella
stanza, sperando che la quiete mi
dicesse che direzione avessero preso i
passi incerti di Amal. La brezza mosse
una tenda bianca. La finestra era aperta,
spalancata. Mi precipitai al davanzale,
pregando che non si fosse fatta male, di
non trovarla se avessi cercato in basso.
Avevo paura di guardare, ma lo feci lo
stesso, perché era peggio non sapere. Ti
prego Dio, ti prego, ti prego…
Sotto non c’era niente, solo il
giardino di mia madre: fiori colorati si
muovevano sincronizzati dal vento.
Al piano inferiore, l’aria era ricca di
profumi deliziosi, la grande tavola
imbandita con cibi invitanti. Baba e io
eravamo golosi di dolci, così mia madre
ne aveva sfornati in quantità per la festa
di quella sera.
“Dov’è Amal?” Mentre Mama era
distratta, m’infilai un biscotto ai datteri
in ognuna delle tasche: uno per me e uno
per Abbas.
“Dorme,” disse mentre innaffiava il
baklava con lo sciroppo.
“No, Mama, non è nel lettino.”
“E allora dov’è?” Mama mise la
pentola calda nel lavandino e la
raffreddò con acqua che si trasformò in
vapore.
“Forse si è nascosta.”
La veste nera di mia madre mi sfiorò
appena mentre lei corse verso le scale;
io la seguii subito, in silenzio, pronto a
guadagnarmi i dolci, che avevo nascosto
in tasca, come premio per aver trovato
Amal per primo.
“Mi dai una mano?” Abbas era in
cima alle scale con la camicia
sbottonata.
Lo guardai storto: dovevo fargli
capire che stavo aiutando Mama a
risolvere un grosso problema.
Abbas e io la seguimmo nella stanza
matrimoniale. Amal non era sotto il
letto. Tirai la tenda che copriva il vano
dove i nostri genitori tenevano i vestiti,
aspettandomi di trovarla accucciata con
un gran sorriso, ma lei non c’era. Mi
accorsi che mia madre stava
cominciando a preoccuparsi davvero: i
suoi occhi neri scrutavano ogni angolo,
spaventando anche me.
“Non preoccuparti, Mama,” disse
Abbas. “Ichmad e io ti aiuteremo a
trovarla.”
Mama si mise un dito sulle labbra per
farci capire di non fiatare mentre ci
avvicinavamo alla stanza dei nostri
fratelli minori, che dormivano ancora.
Entrò in punta di piedi e ci fece segno di
aspettare fuori: lei sapeva essere più
silenziosa di Abbas e me. Amal non era
neanche lì.
Abbas mi guardò con occhi impauriti
e io gli posai una mano sulla spalla.
Al piano di sotto, Mama chiamava
Amal, ripetendo il suo nome senza sosta.
Mise sottosopra il soggiorno e la sala da
pranzo, vanificando tutto il lavoro fatto
per preparare la cena con la famiglia di
zio Kamal.
Quando nostra madre corse verso la
veranda, Abbas e io eravamo dietro di
lei. La porta del cortile era aperta.
Mama sussultò.
Dalla grande finestra scorgemmo
Amal in camicia da notte, che correva
nel prato verso il campo.
Mama fu nel cortile in un attimo:
attraversò il giardino, calpestando le sue
rose, mentre le spine le strappavano la
veste. Abbas e io la seguivamo a ruota.
“Amal!” gridò mia madre. “Fermati!”
Mi faceva male la milza per lo sforzo,
ma continuai a correre. Raggiunto “il
cartello”, Mama si fermò talmente di
scatto che Abbas e io le sbattemmo
contro. Amal era nel campo. Non
riuscivo nemmeno a respirare.
“Ferma!” urlò Mama. “Non
muoverti!”
I riccioli neri della mia sorellina
ondeggiavano, mentre lei inseguiva una
grossa farfalla rossa. Si girò a
guardarci: “Io prendo!” ridacchiò
indicando la farfalla.
“No, Amal!” disse mia madre con
voce severa. “Non muoverti.”
Lei rimase immobile e Mama emise
un sospiro.
Sollevato, Abbas cadde in ginocchio.
Non dovevamo mai, mai, oltrepassare il
cartello. Quello era il campo del
diavolo.
La bella farfalla si posò circa quattro
metri davanti ad Amal.
“No!” urlò mia madre.
Abbas e io alzammo lo sguardo.
Amal fissò Mama con aria furba, poi
corse verso la farfalla.
Il resto avvenne come al rallentatore.
Fu come se qualcuno l’avesse lanciata in
aria; fumo e fuoco emersero da sotto di
lei e il suo sorriso volò via. Il suono ci
colpì, ci colpì davvero, facendoci
cadere all’indietro. E quando guardai
nel punto dove prima c’era mia sorella,
vidi che era sparita. Svanita nel nulla.
Non riuscivo a sentire niente.
Poi vennero le urla. Era la voce di
Mama, poi quella di Baba, che
proveniva da qualche parte dietro di noi.
Presto mi accorsi che Amal non era
scomparsa; vedevo qualcosa. Vedevo il
suo braccio. Era il suo braccio, ma non
era più insieme al resto del corpo. Mi
sfregai gli occhi. Amal era stata
dilaniata come la sua bambola,
squarciata per gioco dal nostro cane da
guardia. Aprii la bocca e urlai così forte
che credetti di spaccarmi in due.
Baba e zio Kamal, ansimanti, ci
raggiunsero vicino al cartello. Mama
non li guardò, ma quando arrivarono
cominciò a gemere: “La mia bambina, la
mia bambina…”.
Poi Baba vide Amal, là fuori, dopo il
cartello, il cartello che diceva Vietato
l’accesso. Si mosse verso di lei, con le
lacrime che gli solcavano il volto, ma
zio Kamal lo afferrò forte con entrambe
le mani. “No…” lo bloccò.
Baba provò a scrollarlo via, ma zio
Kamal mantenne la presa. Ribellandosi,
mio padre si rivolse a suo fratello
urlando: “Non posso abbandonarla!”.
“È troppo tardi.” La voce di zio
Kamal era ferma.
Allora dissi a Baba: “So dove hanno
nascosto le mine”.
Lui non mi guardò, disse solo:
“Dimmi dove andare, Ichmad”.
“Vuoi mettere la tua vita nelle mani di
un bambino?” chiese zio Kamal,
inorridito e incredulo allo stesso tempo.
“Non è come gli altri bambini di sette
anni,” rispose mio padre.
Feci un passo verso i due uomini,
lasciando Abbas con Mama: piangevano
entrambi. “Le hanno sotterrate con le
mani e io ho disegnato una mappa.”
“Va’ a prenderla,” mi ordinò Baba, e
disse anche qualcos’altro, ma non capii
che cosa, perché si era girato di nuovo
verso il campo del diavolo e Amal.
Corsi più veloce che potevo, presi la
mappa dal suo nascondiglio in veranda,
cercai il bastone da passeggio di Baba e
tornai in fretta dalla mia famiglia. Mama
mi diceva sempre di non correre con il
bastone di mio padre in mano, perché
potevo farmi male, ma questa era
un’emergenza.
Baba prese il bastone, picchiettandolo
per terra mentre io cercavo di
riprendere fiato.
“Parti dal cartello e vai dritto,”
cominciai. Lacrime salate mi
offuscavano la vista, facendomi bruciare
gli occhi, ma io non distolsi lo sguardo.
Mio padre tastava il terreno prima di
ogni passo e, fatti circa tre metri, si
fermò. La testa di Amal era a poco più
di un metro da lui. I riccioli erano
scomparsi. Nei punti dove era stata
bruciata, la pelle era di colore
biancastro. Accortosi che, allungando le
braccia, non riusciva a raggiungere mia
sorella, Baba si accucciò e provò
ancora. Mama trattenne il respiro. Avrei
voluto dirgli di usare il bastone, ma non
osai, perché avevo paura di mancare di
rispetto ad Amal.
“Torna indietro,” implorò zio Kamal.
“È troppo pericoloso.”
“I bambini!” urlò Mama. Baba cadde
quasi in avanti, ma riuscì a ritrovare
l’equilibrio. “Sono in casa da soli.”
“Andrò io da loro.” Zio Kamal si
allontanò e io ne fui sollevato, perché
stava solo peggiorando le cose.
“Non portarli qui!” gli gridò Baba.
“Non devono vedere Amal in questo
stato. E non permettere nemmeno a
Nadia di uscire.”
“Nadia!” fu come se mia madre
avesse sentito per la prima volta il nome
della più grande delle sue figlie
femmine. “Nadia è a casa tua, con i tuoi
figli.”
Zio Kamal annuì e si avviò.
Mama era seduta in terra vicino ad
Abbas: le lacrime le rigavano il viso.
Abbas fissava quanto era rimasto di
Amal, incapace di muoversi, come
pietrificato da un incantesimo.
“Dove vado adesso, Ichmad?” chiese
Baba.
Secondo il mio disegno, c’era una
mina a circa due metri dalla testa di
Amal. Il sole scottava, ma io sentivo
freddo. Ti prego Dio, fa’ che la mappa
sia giusta. L’unica cosa certa era che non
esisteva una logica: io ero forte nei
problemi di logica, ma le mine erano
state messe a caso, in modo che nessuno
potesse trovarle senza l’aiuto di uno
schema.
“Spostati un metro a sinistra,” dissi,
“e prova di nuovo.” Mi resi conto che
stavo trattenendo il respiro. Quando
Baba riuscì ad avvicinarsi a mia sorella,
l’aria mi uscì con un soffio. Mio padre
si tolse la kefiah per avvolgervi Amal,
straziata dall’esplosione.
Provò poi ad allungarsi verso il
braccio, ma era troppo lontano. Non si
capiva se la mano fosse ancora
attaccata.
Seguendo la mappa, vidi che c’era
un’altra mina antiuomo tra lui e il punto
da raggiungere.
Mio padre si fidava di me, e fece
esattamente ciò che gli dissi: lo condussi
abbastanza vicino per raccogliere con
delicatezza il braccio e avvolgerlo nella
kefiah. Restava solo il busto, che era
ancora più lontano.
“Fermo. Davanti a te c’è una mina.
Fa’ un passo a sinistra.”
Baba strinse Amal al petto: prima di
proseguire esaminò il terreno. Lo guidai
durante tutto il percorso; erano almeno
dodici metri. Dopo, avrei dovuto
riportarlo indietro.
“Dal cartello in avanti non ci sono
mine,” gli spiegai, “ma ce ne sono due
fra te e quella linea retta.”
Lo feci muovere in avanti, poi di lato.
Il sudore mi colava lungo il viso e,
quando lo asciugai con la mano, notai
che c’era del sangue. Sapevo che era il
sangue di Amal. Mi sfregai di nuovo, e
poi ancora, ma non riuscivo a pulirmi.
Una raffica di vento spostò alcune
ciocche di capelli dal volto di Baba. La
sua kefiah bianca, che non gli copriva
più il capo, era intrisa di sangue. Sulla
sua veste immacolata era sbocciato un
fiore rosso: mio padre teneva Amal tra
le braccia, come faceva sempre per
portarla a letto quando lei gli si
addormentava in grembo. Sembrava un
angelo uscito da una fiaba, che riportava
Amal fuori dal campo. Aveva le spalle
curve e le ciglia bagnate.
Mama era ancora per terra e
piangeva. Abbas la abbracciava, lui
senza più lacrime. Era come un piccolo
uomo, che vegliava su di lei. “Baba la
rimetterà insieme,” rassicurò Mama.
“Lui aggiusta qualsiasi cosa.”
“Baba si prenderà cura di lei.” Misi
una mano sulla spalla di Abbas.
Mio padre s’inginocchiò per terra,
vicino a mia madre, con la testa china
tra le spalle, e cullava Amal con
dolcezza. Mama si appoggiò a lui.
“Non avere paura,” disse Baba ad
Amal. “Dio ti proteggerà.” Restammo
così, a confortare Amal, a lungo.
“Cinque minuti al coprifuoco!”
annunciò un soldato con un megafono
dalla sua jeep. “Chiunque sia sorpreso
all’aperto sarà arrestato o ucciso.”
Baba ci disse che era troppo tardi per
ottenere un permesso per seppellire
Amal, così la riportammo a casa.
2.

Abbas e io sentimmo le urla prima di


Baba, impegnato a controllare le nostre
arance. Non poteva farne a meno: la
piantagione apparteneva alla sua
famiglia da generazioni, e lui diceva
sempre di averla nel sangue.
“Baba,” gli tirai la veste e interruppi i
suoi pensieri. Mio padre lasciò cadere
le arance che aveva tra le braccia e
corse verso le grida: noi due gli
eravamo subito dietro.
“Abu Ichmad!” l’eco della voce di
Mama risuonò tra gli alberi. Quando
nacqui, i miei genitori avevano cambiato
i loro nomi in Abu Ichmad e Um Ichmad
per fare onore a me, loro primogenito,
com’era tradizione presso la nostra
gente. Mama ci corse incontro, portando
in braccio la minore delle mie sorelle,
Sara. “Tornate a casa!” disse, cercando
di riprendere fiato. “Vengono a mandarci
via.”
Mi spaventai: ogni sera, negli ultimi
due anni, convinti che Abbas e io
dormissimo, i miei genitori discutevano
del fatto che “loro” sarebbero venuti a
prendere la nostra terra. La prima volta
che li sentii fu la notte in cui morì Amal:
litigavano, perché Mama voleva
seppellirla nella nostra proprietà, in
modo che fosse vicina a noi e non
avesse paura, ma mio padre non era
d’accordo, perché diceva che quando
sarebbero arrivati per toglierci la terra,
avremmo dovuto disseppellirla o
lasciarla con loro.
Baba prese la piccola Sara dalle
braccia di Mama e, tutti insieme,
tornammo indietro di corsa.
Una decina di militari, o forse più,
stavano recintando la nostra casa e la
proprietà con del filo spinato. Mia
sorella Nadia era in ginocchio sotto
l’ulivo e stringeva i miei fratelli minori
Fadi e Hani, che piangevano. Nadia era
più giovane di Abbas e me, ma più
grande degli altri. Mama le diceva
sempre che sarebbe diventata una buona
madre, perché era molto premurosa.
“Posso esserle utile?” chiese Baba,
ancora trafelato, a uno dei soldati.
“Mahmud Hamid?”
“Sono io,” rispose Baba.
Il soldato gli consegnò dei documenti.
Baba impallidì: mentre leggeva,
scuoteva la testa. Fucili alla mano,
elmetti di acciaio, uniformi mimetiche e
grossi anfibi neri, i militari lo
circondarono.
Mama attirò a sé Abbas e me:
attraverso la veste, sentivo il suo cuore
che batteva forte.
“Avete trenta minuti per radunare le
vostre cose,” dichiarò il soldato, il viso
rovinato dall’acne.
“Vi prego,” implorò mio padre,
“questa è la nostra casa.”
“Mi avete sentito,” rispose lui.
“Muovetevi!”
“Resta qui con i più piccoli,” disse
Baba a mia madre, e lei scoppiò in
lacrime.
“Silenzio, donna,” le ordinò Faccia
Butterata.
Abbas e io aiutammo Baba a portare
fuori tutti i centoquattro ritratti che
aveva disegnato negli ultimi quindici
anni, i suoi libri d’arte sui grandi
maestri, Monet, Van Gogh, Picasso,
Rembrandt, i soldi che teneva nella
federa del cuscino, l’oud che gli aveva
costruito suo padre, il servizio da tè
d’argento che mia madre aveva ricevuto
in regalo dai genitori, i piatti, le posate e
le stoviglie, gli abiti e il vestito da
sposa di Mama.
“Tempo scaduto,” esclamò il soldato.
“Vi verrà assegnata una nuova
collocazione.”
“Una nuova avventura.” Mio padre,
gli occhi umidi e lucidi, passò un
braccio sulle spalle di Mama, che
singhiozzava ancora.
Caricammo il carro con i nostri averi.
Dopo che ebbero aperto un varco nel
filo spinato per farci uscire, Baba
condusse il cavallo dietro ai soldati su
per la collina. La gente del villaggio
scompariva a mano a mano che
proseguivamo, lasciandocela alle spalle.
Guardai indietro; avevano recintato tutta
la casa e il giardino di aranci con il filo
spinato, e vidi che facevano lo stesso
anche più in là, nella proprietà di zio
Kamal. Stavano piantando un cartello:
Alt! Vietato l’accesso. Le stesse parole
al limitare del campo minato in cui era
morta la mia sorellina Amal.
Per tutto il tempo, tenni stretto Abbas,
che singhiozzava disperato, come Mama.
Anch’io piangevo. Baba non si meritava
tutto ciò, era un brav’uomo, migliore di
dieci di loro messi insieme. Anzi, cento,
mille. Tutti loro.
Ci fecero risalire la collina,
attraverso roveti che mi graffiarono le
gambe, finché arrivammo a una capanna
di mattoni di fango più piccola del
nostro pollaio. Il giardino era infestato
da erbacce, cosa che avrebbe reso
Mama ancora più triste, perché lei
odiava le erbacce. Le imposte erano
chiuse e ammuffite. Il soldato tagliò il
lucchetto con un paio di tenaglie e aprì
la lamina di metallo che faceva da porta.
C’era solo una stanza e il pavimento era
di terra battuta. Scaricammo i nostri
averi e i militari ci lasciarono soli con il
cavallo e il carro.
All’interno della casa, alcune stuoie
erano impilate nell’angolo, con sopra
delle pelli di capra piegate. C’erano un
bollitore sul fuoco, piatti nella dispensa
e vestiti nell’armadio. Il tutto era
coperto da uno spesso strato di polvere.
Appeso al muro c’era il ritratto di una
coppia, moglie e marito, con i loro sei
figli; sorridevano. Erano nel nostro
cortile, davanti al giardino di Mama.
“Sei stato tu a disegnarli,” ricordai a
Baba.
“Sono Abu Alì e la sua famiglia,”
rispose.
“Dove sono adesso?”
“Con mia madre, i miei fratelli e la
famiglia di Mama,” spiegò. “Se Dio
vorrà, un giorno torneranno a casa, ma,
fino ad allora, conserveremo le loro
cose nella nostra cassa.”
“E questo chi è?” indicai il ritratto di
un ragazzo della mia età con una grossa
cicatrice rossa che gli attraversava la
fronte.
“Quello è Alì,” mi disse. “Amava i
cavalli. La prima volta che ne cavalcò
uno, il cavallo si imbizzarrì e Alì cadde
a terra. Rimase privo di sensi per giorni,
ma quando si svegliò, volle rimontare
subito proprio su quel cavallo.”
Baba, Abbas e io sistemammo i
ritratti dei nostri compleanni in fila sulla
parete di fondo: sopra ognuno di essi
mio padre aveva scritto gli anni in cui
erano stati disegnati, a partire dal 1948
fino a quell’anno, il 1957. Io ero l’unico
ad averne uno del 1948; negli anni
seguenti, mio padre aveva continuato a
disegnare, aggiungendo ogni volta i figli
appena nati. Il mio ritratto era più in
alto, seguito da Abbas nel 1949, Nadia
nel 1950, Fadi nel 1951, Hani nel 1953,
Amal nel 1954 e Sara nel 1955. Di
Amal, però, ce n’erano solo due.
Sulle pareti laterali appendemmo i
ritratti dei membri della nostra famiglia
che sapevamo morti: il padre e i nonni
di Baba. Accanto a loro, mettemmo i
familiari in esilio: la madre di Baba, che
abbracciava i suoi dieci figli davanti a
un bellissimo giardino. L’aveva
coltivato Mama, prima di sposarsi con
Baba: i suoi genitori erano braccianti
nomadi che lavoravano nella
piantagione della famiglia di mio padre
e, quando Baba tornò dall’accademia
d’arte di Nazareth, vide Mama che
curava il giardino e decise che
l’avrebbe sposata. Baba appese i ritratti
di sé con i suoi fratelli; in uno
guardavano le loro arance che salpavano
su una nave dal porto di Haifa, in un
altro mangiavano in un ristorante di
Acri, oppure erano al mercato di
Gerusalemme, o assaggiavano le arance
di Jaffa, o passavano le vacanze in una
località costiera a Gaza.
La parete principale era riservata alla
nostra famiglia. Negli anni in cui
frequentava l’accademia, Baba aveva
fatto molti autoritratti. Poi aveva
cambiato soggetto: un pic-nic nel nostro
aranceto, il mio primo giorno di scuola,
Abbas e io nella piazza del villaggio che
guardavamo all’interno del cinetoscopio
mentre Abu Hussein muoveva le
immagini con la manovella, Mama nel
suo giardino. Quest’ultimo era colorato
con gli acquerelli, a differenza degli
altri, che invece erano disegnati a
carboncino.
Abbas esaminò la stanza.
“Dove sono le nostre camere?”
“Siamo fortunati ad avere una casa
con una vista così bella,” disse Baba.
“Ichmad, portalo fuori a vedere.” Mio
padre mi diede il telescopio che avevo
costruito con due lenti e un tubo di
cartone: era lo stesso che avevo usato
per spiare i soldati mentre seppellivano
le mine antiuomo nel campo del diavolo.
Dietro alla casa, Abbas e io ci
arrampicammo su un bellissimo
mandorlo che dominava il villaggio.
Attraverso il mio telescopio,
guardavamo a turno i nuovi arrivati,
vestiti con magliette senza maniche e
pantaloncini, che raccoglievano le
arance dai nostri alberi. Dalla finestra
della vecchia camera da letto, avevamo
osservato la loro terra espandersi, fino a
inghiottire il nostro villaggio. Avevano
portato con sé degli alberi strani, che
avevano piantato nella palude. Quegli
alberi erano diventati sempre più grossi,
bevendo le acque fetide davanti ai nostri
occhi. Poco a poco, la palude era
scomparsa e, al suo posto, era affiorato
del prezioso terriccio nero.
Vidi la loro piscina. Spostai il
telescopio a sinistra e riuscii a
spingermi oltre il confine giordano:
migliaia di tende con il logo delle
Nazioni Unite affollavano un deserto
altrimenti immacolato. Passai il
telescopio ad Abbas. Un giorno mi
sarebbe piaciuto avere una lente più
potente, così da poter scorgere le facce
dei rifugiati, ma avrei dovuto aspettare.
Negli ultimi nove anni Baba non aveva
potuto vendere le proprie arance fuori
dal villaggio, così il nostro bacino di
mercato, che prima comprendeva tutto il
Medio Oriente e l’Europa, si era
ristretto a 5024 abitanti del villaggio
ridotti in povertà. Un tempo eravamo
molto ricchi, ma ora non più. Baba
avrebbe dovuto trovare un lavoro, e ci
aspettavano tempi difficili. Mi chiedevo
se anche lui fosse preoccupato.

***

In quei due anni, vissuti nella nuova


casa con il mandorlo, Abbas e io
passammo molte ore tra i rami a
guardare il moshav. Da lì, osservavamo
cose che non avevamo mai visto prima;
ragazzi e ragazze, più grandi e più
giovani di me, che ballavano e
cantavano in cerchio tenendosi per
mano, con le braccia e le gambe
scoperte. Avevano l’elettricità e bei
prati verdi, e giardini con altalene e
scivoli. Avevano anche una piscina, in
cui nuotavano bambini e bambine,
uomini e donne di tutte le età,
indossando solo una specie di
biancheria intima.
La gente del villaggio si lamentava
perché i nuovi arrivati, con i loro pozzi
profondi, deviavano l’acqua dal nostro
villaggio. A noi non era permesso
scavare pozzi profondi come i loro;
eravamo arrabbiati perché, mentre noi
avevamo acqua appena sufficiente per
bere, loro potevano addirittura nuotarci.
Tuttavia, la loro piscina mi affascinava;
dal nostro mandorlo guardavo un tizio
che si tuffava dal bordo e consideravo
che, finché restava sul trampolino, aveva
energia solo potenziale, che si
convertiva in energia cinetica all’atto
del tuffo. Sapevo che l’energia termica e
cinetica della piscina non potevano
respingere il tuffatore di nuovo fino al
bordo, e provai a pensare quale fosse la
legge della fisica che lo impediva. Le
onde mi incuriosivano, proprio come i
ragazzi che vi sguazzavano in mezzo
incuriosivano Abbas.
Fin da piccolo avevo capito di non
essere come gli altri bambini del mio
villaggio. Abbas era un tipo socievole, e
aveva molti amici; quando si riunivano a
casa nostra parlavano del loro eroe,
Gamal Abdel Nasser, presidente
d’Egitto che, nel 1956, si era ribellato a
Israele durante la Crisi di Suez,
diventando un simbolo del nazionalismo
arabo e della causa palestinese. Il mio
eroe, invece, era Albert Einstein.
Dato che gli israeliani controllavano
la nostra educazione, ci facevano
leggere molti libri sui successi di ebrei
famosi; divoravo ogni volume
disponibile su Einstein e, dopo aver
compreso a pieno la genialità
dell’equazione E=mc2, ero rimasto a
bocca aperta scoprendo come ci era
arrivato. Mi chiedevo se avesse davvero
visto un uomo cadere da un edificio, o
se l’avesse solo immaginato, seduto
sulla sua poltrona all’ufficio brevetti
dove lavorava.

***

Quella sera avevo in programma di


misurare quanto era alto il mandorlo; il
giorno prima avevo piantato a terra un
bastone sottile e l’avevo segato
all’altezza dei miei occhi. Sdraiato al
suolo, con i piedi contro l’asta, potevo
vedere la chioma dell’albero spuntare
dall’estremità che avevo tagliato. Io e il
bastone formavamo un triangolo
rettangolo; io ero la base, il palo la
perpendicolare, e la linea dello sguardo
era l’ipotenusa. Ma, prima che potessi
calcolare le misure, sentii un rumore di
passi.
“Figlio mio,” era mio padre. “Ti senti
bene?”
Mi alzai. Baba doveva essere appena
tornato dal lavoro di muratore per i
costruttori ebrei. Nessuno degli altri
genitori lavorava nell’edilizia, da una
parte perché si rifiutavano di costruire
case per gli israeliani su villaggi
palestinesi rasi al suolo, dall’altra a
causa della politica israeliana del
“lavoro ebreo”: gli ebrei assumevano
solo ebrei.
“Vieni con me nel cortile. Oggi in
cantiere ho imparato alcune barzellette
davvero buone.” Detto ciò, si girò e
tornò verso casa.
Io mi arrampicai di nuovo sul
mandorlo e guardai la striscia di terra
arida che c’era tra il nostro villaggio e il
moshav; solo cinque anni prima era
rigogliosa, ricca di ulivi. Ora era piena
di mine antiuomo, come quella che
aveva ucciso la mia sorellina Amal.
“Ichmad, vieni giù,” mi chiamò mio
padre.
Scesi dalla mia postazione tra i rami.
Baba teneva in mano un sacchetto di
carta marrone, tutto stropicciato: ne
estrasse una ciambella. “Me l’ha data
Gadi al lavoro,” sorrise. “L’ho
conservata tutto il giorno per te.” Da un
lato, colava della gelatina rossa.
La osservai con sospetto: “Quella
cosa che esce è veleno?”.
“Perché? Perché Gadi è ebreo? È mio
amico: ci sono molti tipi di israeliani.”
Il mio stomaco brontolò: “Tutti
dicono che gli israeliani vogliono
vederci morti”.
“Quando mi sono slogato la caviglia
al lavoro, è stato Gadi a riportarmi a
casa. Ha perso mezza giornata di paga
per aiutarmi.” Allungò la ciambella
verso la mia bocca. “L’ha fatta sua
moglie.”
Incrociai le braccia. “No, grazie.”
Baba scrollò le spalle e diede un
morso. Masticava piano, a occhi chiusi.
Poi leccò i granelli di zucchero che gli
erano rimasti sul labbro superiore.
Aprendo appena un occhio, mi guardò di
sbieco: poi diede un altro morso,
assaporandolo allo stesso modo.
Il mio stomaco protestò di nuovo, e
lui rise. Mi offrì ancora la ciambella
dicendo: “Non si può vivere di rabbia,
figlio mio”.
Aprii le labbra e gli permisi di
imboccarmi: era buonissima.
Un’immagine di Amal sorse inaspettata
dalla mia mente, e, all’improvviso, fui
sopraffatto dal senso di colpa per il
gusto dolce che avevo sulla lingua. Però
continuai a masticare.
3.

Un vassoio d’ottone pieno di


bicchierini da tè colorati rifletteva la
luce del giorno, come un prisma
attraverso la finestra aperta. Un
arcobaleno di blu, oro, verde e rosso si
proiettava su un gruppo di anziani vestiti
di mantelli logori e kefiah bianche
tenute ferme con una corda nera.
Gli uomini del clan di Abu Ibrahim
sedevano a gambe incrociate sui cuscini
sistemati con cura sul pavimento attorno
al tavolino, su cui erano appoggiate le
loro bevande: un tempo, erano i
proprietari degli uliveti del nostro
villaggio. Si incontravano nel locale
ogni sabato, e solo ogni tanto
scambiavano qualche parola o si
salutavano da una parte all’altra della
stanza affollata. Venivano per ascoltare
“la Stella dell’Est”, Um Kalthoum, alla
radio della sala da tè.
Abbas e io aspettavamo tutta la
settimana di sentirla cantare. Um
Kalthoum era famosa per la sua voce da
contralto, l’abilità di produrre circa
14.000 vibrazioni al secondo con le
corde vocali, la capacità di cantare ogni
singola scala araba e l’importanza che
dava all’interpretazione dei brani e al
loro significato. Molte canzoni duravano
ore. Grazie al suo grande talento, gli
uomini si radunavano attorno all’unica
radio del villaggio per ascoltarla.
Il professor Mohammad si asciugò la
fronte: una grossa goccia di sudore gli
colava dal naso, minacciando di cadere
da un momento all’altro sulla tavola da
gioco. Sapevamo entrambi che non
avrebbe potuto vincere, ma lui non si
tirava mai indietro e io lo ammiravo per
questo. Il gruppo di uomini attorno alla
tavola da backgammon lo prendeva in
giro. “Professor Mohammad, sembra che
il tuo alunno ti abbia sconfitto di
nuovo!”. “Arrenditi! Da’ a qualcun altro
la possibilità di battere il campione del
villaggio.”
“Un uomo non si arrende mai.” Il
professor Mohammad tolse una pedina.
Io tirai un doppio sei ed eliminai la
mia ultima pedina dalla tavola: con la
coda dell’occhio vidi Abbas che mi
guardava.
Un sorriso fugace passò sulle labbra
di Baba, che portò subito alla bocca il
suo tè alla menta: non amava vantarsi.
Ad Abbas invece non importava: non
provò nemmeno a nascondere il suo
orgoglio.
Il professor Mohammad allungò verso
di me una mano sudata: “Sapevo di
essere nei guai da quando hai iniziato
con quel 5-6”. Aveva una stretta decisa.
Dopo il primo punteggio alto, avevo
approfittato del vantaggio per batterlo.
“È stato mio padre a insegnarmi
tutto.” Guardai Baba.
Il professor Mohammad sorrise.
“L’insegnante è importante, ma è la
velocità con cui reagisce il tuo cervello
che ti rende un campione a soli undici
anni.”
“Quasi dodici!” protestai. “Domani.”
“Lasciatelo riposare cinque minuti,”
disse mio padre agli uomini che si
avvicinavano nella speranza di giocare
con me. “Non ha nemmeno bevuto il suo
tè.”
Le parole di Baba mi scaldarono il
cuore: era bello sapere quanto fosse
fiero di me.
“Bella partita, Ichmad.” Abbas mi
diede una pacca sulla spalla.
Gli uomini si accomodarono sui
cuscini sparsi a terra e si sistemarono
attorno alle tavole appoggiate su dei
cavalletti che correvano lungo il
perimetro della stanza: il pavimento era
ricoperto di tappeti. La voce di Um
Kalthoum sovrastava il chiacchiericcio.
Il cameriere riemerse dal retro
portando un narghilè per mano; lunghe
cannelle colorate gli pendevano dalle
braccia e le braci illuminavano il
tabacco, mentre lui li posizionava di
fronte agli uomini del gruppo di Abu
Ibrahim che erano rimasti. L’aria si
ispessì di fumo dolce, che si mescolò a
quello delle lampade a olio che
pendevano dalle travi del soffitto. Uno
dei presenti stava raccontando che una
volta, piegandosi, aveva squarciato i
pantaloni. Abbas e io ci unimmo al coro
di risate.
Il mukhtar entrò, sollevando le mani
mentre varcava la porta, come per
abbracciare tutta la sala da tè in un unico
gesto. Anche se il governo militare non
riconosceva il mukhtar come nostro
capo eletto, di fatto lo era, e gli uomini
si rivolgevano a lui per risolvere le loro
dispute. Ogni giorno teneva udienza
nella sala da tè. Mentre avanzava per
andare a occupare il suo solito posto sul
retro, si fermò per salutare Baba: “Possa
Dio portare pace a te e ai tuoi figli”. Si
inchinò davanti a noi e strinse la mano a
nostro padre.
Baba rispose: “E possa Egli dare
pace a te. Hai saputo che Ichmad è stato
promosso a pieni voti?”.
Il mukhtar sorrise. “Un giorno porterà
onore alla nostra gente.”
A mano a mano che entravano, gli
uomini si avvicinavano a mio padre per
salutarlo e per presentarsi ad Abbas e
me. Le prime volte che avevo
accompagnato Baba mi ero sentito a
disagio, perché varcavo il territorio
degli adulti, che mi guardavano
incuriositi. Solo alcuni di loro avevano
accettato di giocare con me a
backgammon; ma quando fu chiaro che
ero all’altezza, diventai un ospite
gradito e onorato. Mi ero guadagnato la
mia posizione. Ora ero diventato una
leggenda, il campione di backgammon
più giovane nella storia del villaggio.
Venuto a sapere delle mie vittorie,
anche Abbas aveva cominciato a venire
con noi: voleva imparare a giocare
come me. Durante le partite, passava la
maggior parte del suo tempo a
socializzare con gli altri uomini. Abbas
piaceva a tutti; già da bambino
dimostrava di avere carisma.
Alla mia destra c’era un gruppo di
giovani di circa vent’anni, vestiti
all’occidentale: pantaloni con la zip e
camicie. Leggevano i giornali, fumavano
sigarette e bevevano caffè. Molti non
erano ancora sposati. Un giorno, Abbas
e io saremmo diventati come loro.
Uno di loro si sistemò gli occhiali con
il dito indice. “Come faccio a entrare a
medicina se resto qui?” si lamentava.
“Ti inventerai qualcosa,” disse il
figlio del calzolaio.
“La fai facile,” rispose quello con gli
occhiali. “Tu hai un mestiere da
imparare.”
“Almeno tu non sei il terzo figlio. Io
non posso nemmeno sposarmi,” replicò
un altro. “Mio padre non ha più terra da
darmi. Dove potremmo abitare mia
moglie e io? I miei due fratelli e le loro
famiglie vivono già con me e i miei
genitori nell’unica stanza che ci fa da
casa. Gerusalemme, invece…”
La batteria della radio si esaurì
proprio nel mezzo della canzone di Um
Kalthoum intitolata Dove potrò andare.
Si alzò un coro di voci e proteste. Il
proprietario si affrettò verso la grande
radio: girò le manopole, ma non usciva
più nemmeno un suono.
“Vi prego, perdonatemi. Bisogna
ricaricare la batteria, non c’è altro da
fare,” spiegò.
Qualcuno cominciò ad alzarsi per
andarsene.
“Aspettate, vi prego.” L’uomo si
rivolse a mio padre. “Saresti così
gentile da suonare per noi?”
Lui rispose con un piccolo inchino.
“Con piacere.”
“Signori, aspettate. Abu Ichmad ha
accettato di allietarci con la sua
bellissima musica.”
Gli uomini tornarono a sedere e Baba
suonò l’oud e cantò le canzoni di Abd
el-Halim Hafez, Mohammed Abdel
Wahab e Farid al-Atrash. Qualcuno
cantò con lui, altri ascoltavano a occhi
chiusi, mentre altri ancora continuavano
a fumare il narghilè e a bere il tè. Cantò
per più di un’ora prima di riporre l’oud.
“Non fermarti!” gli urlarono.
Baba imbracciò di nuovo lo strumento
e ricominciò; non voleva deluderli, ma,
quando arrivò l’ora di cena, fu costretto
a fermarsi.
“Mia moglie si arrabbierà molto se
faccio raffreddare la cena,” si scusò. “Vi
prego, unitevi a noi domani sera per
festeggiare il dodicesimo compleanno di
Ichmad.” Mentre uscivamo, gli abitanti
del villaggio ci ringraziavano e
stringevano la mano a Baba.
Anche se era tardo pomeriggio la
piazza brulicava di attività; al centro,
nel mercato, gli ambulanti allineavano
per terra davanti a loro ciotole di argilla
piene di pettini, specchi, amuleti per
tenere lontani gli spiriti malvagi,
bottoni, nastri, aghi e spille, stoffe di
colori accesi, mucchi di vestiti e scarpe,
nuovi e di seconda mano, pile di libri e
riviste, pentole e padelle, coltelli e
forbici, attrezzi da lavoro. I pastori
portavano con loro pecore e capre.
C’erano gabbie piene di galline.
Albicocche, arance, mele, noci di
avocado e melograni erano stesi su
alcune stuoie vicino a patate, zucche,
melanzane e cipolle. C’erano verdure
sottaceto in barattoli di vetro e ciotole
di argilla piene di olive, pistacchi e
semi di girasole. Un uomo dietro a una
grossa macchina fotografica di legno,
mezzo nascosto sotto il telo nero, scattò
una fotografia a una famiglia davanti alla
moschea.
Oltrepassammo un mercante che
vendeva la paraffina che usavamo per
riempire le nostre lanterne e per
cucinare, poi l’erborista, la cui merce
profumata nascondeva l’odore di
petrolio del suo vicino; aveva denti di
leone per il diabete, la costipazione e i
disturbi della pelle e del fegato,
camomilla per l’indigestione e le
infiammazioni, timo per i problemi
respiratori ed eucalipto per la tosse.
Lungo la strada si potevano vedere le
donne al forno pubblico che
chiacchieravano mentre cuocevano il
pane.
Arrivammo davanti al Khan, un
ostello di due sole stanze, ormai vuoto:
una volta ospitava i forestieri che
venivano a vendere la propria merce nel
nostro villaggio, o che arrivavano per le
feste, o per la stagione del raccolto, o
che erano diretti ad Amman, Beirut o al
Cairo. Baba mi aveva raccontato che,
quando l’ostello era aperto, i viaggiatori
arrivavano su cammelli e cavalli, ma era
prima che comparissero i posti di
blocco, prima del coprifuoco.
Il rombo delle jeep militari che
sfrecciavano a tutta velocità per il
villaggio mise a tacere il
chiacchiericcio. Una pioggia di sassi si
alzò per colpirle; i motori si spensero.
Un mio compagno di classe, Muhammad
Ibn Abd, ci superò di corsa,
attraversando la piazza inseguito da due
soldati con elmetti d’acciaio, il volto
protetto da visiere e mitragliette in
mano. Lo buttarono a terra su un telo di
pomodori e lo colpirono in testa con il
calcio dei loro fucili. Abbas e io
cercammo di andare a soccorrerlo, ma
Baba ci fermò.
“Non immischiatevi,” ci ordinò, e ci
spinse verso casa. Abbas stringeva i
pugni; anch’io ribollivo. Baba ci zittì
con uno sguardo. Non davanti ai soldati
e alla gente.
Riprendemmo la strada verso la
collina dove vivevamo, oltre
agglomerati di case identiche alla
nostra: era usanza che i padri
dividessero la terra tra i propri figli,
generazione dopo generazione, in modo
che le famiglie potessero vivere vicine e
restare unite. Io conoscevo il nome di
ogni clan. La mia famiglia non aveva più
la sua terra: molti dei fratelli di mio
padre erano stati obbligati ad andare nei
campi profughi oltre il confine giordano
dodici anni prima, il giorno della mia
nascita. Io, i miei fratelli e i miei cugini
non avremmo ereditato gli aranceti, né
avremmo avuto una casa da chiamare
nostra. Quando eravamo ormai
all’ultima capanna di mattoni di fango,
la testa mi pulsava per la rabbia.
“Perché mi hai fermato?” le parole mi
uscirono dalla bocca non appena
restammo da soli.
Baba fece ancora qualche passo, poi
rispose: “Sarebbe servito soltanto a
metterti nei guai”.
“Dobbiamo ribellarci. Non si
fermeranno da soli.”
“Ichmad ha ragione,” si intromise
Abbas.
Baba ci zittì con un’occhiata severa.
Passammo un cumulo di calcinacci,
ammucchiati dove prima c’era una casa;
al suo posto, adesso, c’era una tenda
bassa. Tre bambini erano attaccati alla
veste di loro madre, mentre lei cucinava
su un fuoco all’aperto. Quando la
guardai, lei abbassò la testa, sollevò la
padella, ed entrò nella tenda.
“Per dodici anni ho osservato i
soldati entrare nel nostro villaggio,”
spiegò Baba. “I loro cuori non
potrebbero essere più diversi l’uno
dall’altro, proprio come i nostri. Sono
cattivi, buoni, spaventati, avidi, morali,
immorali, gentili, meschini, sono esseri
umani anche loro. Chissà che cosa
sarebbero se non fossero soldati? È solo
politica.”
Digrignai i denti così forte da sentire
male alla mascella: Baba non vedeva le
cose come me e Abbas. La strada era
invasa da spazzatura sparsa per terra,
sterco d’asino e mosche; pagavamo le
tasse, ma non ricevevamo nessun
servizio perché eravamo considerati un
villaggio. Ci avevano portato via gran
parte della nostra terra, lasciandoci solo
mezzo chilometro quadrato per più di
seimila palestinesi.
“La gente non tratta gli altri esseri
umani come loro trattano noi,” replicai.
“Ichmad ha ragione,” aggiunse Abbas.
“È proprio questo che mi rattrista.”
Baba scosse la testa. “Nella storia i
conquistatori si sono sempre comportati
allo stesso modo con i conquistati.
Hanno bisogno di crederci inferiori per
giustificare il modo in cui ci trattano: se
solo si rendessero conto che siamo tutti
uguali…”
Non ce la facevo più ad ascoltarlo,
così corsi verso casa urlando: “Li odio.
Voglio solo che tornino da dove sono
venuti e ci lascino in pace!”. Abbas era
subito dietro di me.
Baba ci rispose: “Non è così
semplice, un giorno capirete. Bisogna
sempre preservare la propria dignità”.
Proprio non voleva capire.
Il profumo dei fiori mi raggiunse
quando ero a metà collina. Ero contento
di abitare a soli cinque minuti dalla
piazza. Io non ero come Abbas, sempre
fuori a correre e a giocare con gli amici
a tutte le ore; a me piaceva leggere,
pensare, e quel breve tratto di strada era
bastato a farmi venire il fiatone. Abbas
era in grado di correre tutto il giorno
senza nemmeno sudare; non potevo
reggere il confronto.
La buganvillea si arrampicava sui
tralicci che io, Baba e Abbas avevamo
fissato lungo le pareti della casa e
colorava i muri con sfumature di viola e
fucsia. Mama e Nadia stavano portando
alcuni vassoi di dolci nel luogo che
avevamo adibito a dispensa, sotto il
telone ai piedi del mandorlo. Era tutta la
settimana che cucinavano.
“Entrate,” disse Baba affannato.
“Oggi il coprifuoco comincia prima.”

***
Il sonno non riusciva a trovarmi: la
rabbia mi aveva reso invisibile ai suoi
occhi, e, quando venne a visitare il resto
della mia famiglia, mi saltò. Così fui
l’unico a sentire i rumori all’esterno:
passi. All’inizio avevo pensato che
fosse il vento tra i rami del mandorlo,
ma quando i suoni si fecero più forti e
vicini, capii che non era così. Nessuno
poteva stare all’aperto una volta calato
il buio: se fossimo usciti di casa per
qualsiasi motivo, avrebbero potuto
spararci. Doveva essere un soldato.
Rimasi immobile ad ascoltare, per
cercare di capire quanti piedi fossero.
Era una persona sola, e non portava gli
anfibi: forse era un ladro. Casa nostra
era talmente piccola che, per poterci
stendere tutti, dovevamo mettere le
nostre cose fuori dalla porta. Anche il
cibo per il mio compleanno era fuori, e
qualcuno ne stava approfittando. Passai
sopra alle sagome addormentate della
mia famiglia; avevo paura di essere
visto all’aperto, ma mi preoccupava
ancora di più il pensiero che qualcuno
potesse rubare i dolci che Mama e
Nadia avevano faticato tanto a
preparare, e per cui Baba aveva
risparmiato tutto un anno.
Il freddo mi colse di sorpresa: strinsi
le braccia attorno al busto e mi feci
strada, scalzo. Era una notte senza luna.
Non riuscivo a vedere l’intruso. Una
mano sudata mi tappò la bocca, del
metallo freddo mi premeva contro la
base del collo: la canna di una pistola.
“Non gridare,” mi intimò.
Parlava il nostro dialetto.
“Dimmi il tuo nome,” comandò con un
sussurro.
Chiusi gli occhi e visualizzai le lapidi
nel cimitero del villaggio.
“Ichmad Mahmud Mohammad Othman
Omar Alì Hussein Hamid,” squittii.
Volevo passare per adulto, ma, in quel
momento, la mia voce assomigliava di
più a quella di una ragazzina.
“Se scopro che mi stai mentendo ti
taglio la lingua.” Mi fece girare su me
stesso e mi diede uno spintone. “Che
cosa ci fa un marmocchio ricco come te
nella mia casa?”
La cicatrice sul suo viso era
inconfondibile: Alì.
“Gli israeliani. Hanno preso la nostra
terra.”
Mi scosse così forte che credetti di
vomitare.
“Dov’è tuo padre?” Mi spinse ancora
più indietro, sbilanciandomi. Con tutte
le mie forze gli afferrai il braccio per
non cadere e pensai alla mia famiglia
addormentata sulle stuoie dentro casa, la
casa di Alì.
“Dorme, signore,” risposi, cercando
di sembrare rispettoso, così forse non mi
avrebbe sgozzato lì, vicino ai dolci per
il mio compleanno.
Avvicinò la sua faccia alla mia: se mi
avesse chiesto che lavoro faceva mio
padre, non avrei saputo che cosa
inventare.
“In questo preciso istante i miei
compagni stanno nascondendo armi in
tutto il villaggio.”
“Ti prego, signore,” implorai.
“Riuscirei a prestarti più attenzione
potessi stare dritto.”
Prima di tirarmi su, mi schiacciò
ancora di più verso il basso. Vidi la
sacca aperta che era ai suoi piedi: era
piena di armi. Distolsi lo sguardo, ma
era troppo tardi.
“La vedi questa?” chiese
sventolandomi la pistola in faccia. “Se
succede qualunque cosa a me o a queste
armi, i miei compagni faranno a pezzi la
tua famiglia.”
Annuii, ammutolito da quell’immagine
orribile.
“Qual è il posto più sicuro per
nasconderle?” guardò verso la casa. “E
ricorda, c’è in gioco la vita della tua
famiglia. Non devi dire niente a nessuno,
nemmeno a tuo padre.”
“Non gli dirò niente,” risposi. “Lui
non capisce: non abbiamo scelta.
Nascondile sottoterra, dietro il
mandorlo.”
Mi fece camminare davanti a lui,
tenendomi sempre la pistola puntata alla
nuca.
“Non c’è bisogno della pistola.”
Alzai le mani. “Voglio aiutarti. Vogliamo
entrambi la libertà per noi e per i nostri
fratelli nei campi.”
“Che cosa c’è sotto il telo?” chiese.
“Cibo per la festa.”
“Quale festa?”
“Il mio dodicesimo compleanno.”
Non sentivo più la canna di metallo
contro la pelle.
“Hai un badile?”
Mi seguì.

***

Quando finimmo di scavare, Alì saltò


nella buca e distese la sacca di armi al
suolo, come una madre metterebbe il
proprio bambino nella culla. In silenzio,
la coprimmo con la terra che avevamo
accumulato.
Alì prese una manciata di biscotti ai
datteri da sotto il telo e se li infilò in
tasca e in bocca. “Verranno dei
palestinesi addestrati a usare queste
armi.” Mentre parlava sputava briciole
bianche. “Tu le proteggerai finché
arriverà il momento, o uccideremo la tua
famiglia.”
“Conta su di me.” Non potevo credere
a quella fortuna: sarei diventato un eroe
tra la mia gente.
Feci per tornare alla mia stuoia dentro
casa, ma Alì mi afferrò per una spalla:
“Se lo dici a qualcuno, vi uccido tutti”.
Mi voltai verso di lui: “Tu non
capisci, io voglio aiutarvi”.
“Israele ha costruito un castello di
vetro, e noi lo manderemo in frantumi.”
Lanciò un pugno per aria e mi diede il
badile.
Tornando in casa mi sentivo leggero:
mi sdraiai al buio accanto ad Abbas, il
corpo e la mente in preda all’eccitazione
per ciò a cui avevo preso parte. Finché
fui assalito da un pensiero: se gli
israeliani lo avessero scoperto, mi
avrebbero portato in prigione.
Avrebbero raso al suolo la casa e la mia
famiglia avrebbe dovuto vivere in una
tenda. O forse ci avrebbero esiliato.
Volevo parlarne con Baba, o anche
Abbas, ma se lo avessi fatto Alì e i suoi
commilitoni ci avrebbero uccisi. Non
avevo altra scelta: dovevo spostare le
armi. Avrei detto ad Alì che non erano al
sicuro. Però non potevo dissotterrarle
subito, non sapevo dove altro
nasconderle. Inoltre, di giorno, qualcuno
avrebbe potuto vedermi; dovevo
aspettare il coprifuoco. Ma quella sera
tutto il villaggio sarebbe stato a casa
nostra. Avevo paura che potessero
arrivare i soldati. O che qualcuno della
mia famiglia o dei presenti alla festa si
accorgesse di tutto. Il cimitero del
villaggio: ogni giorno si scavavano
fosse nuove. Dopo la scuola, sarei
andato a cercare il posto adatto.
4.

Dovevo uscire a controllare che tutto


sembrasse normale; stavo per alzarmi,
quando Mama appoggiò la torta per
terra, davanti a me. Mi costrinse a
restare sdraiato e mi baciò le guance.
“Perché hai gli occhi così rossi?”
domandò.
Feci spallucce e non risposi.
I miei fratelli mi si fecero attorno.
“Con te, sono stata in travaglio
quindici ore…” cominciò Mama.
“Puoi raccontarla più tardi?” chiesi, e
pensai: Potremmo morire tutti tra poco
e lei vuole raccontare la storia della
mia nascita?
Mama indicò il disegno di Baba che
la ritraeva incinta, sdraiata tra gli alberi
della nostra piantagione: casse
stracolme di arance la circondavano.
Mi asciugai il sudore dalla fronte.
“Mentre ti stavo mettendo al mondo,
gli israeliani entrarono nel nostro
villaggio, portando la morte con il loro
fuoco.” Gli occhi di Mama erano fissi su
di me. “Separarono gli uomini dalle
donne e poi i soldati puntarono le armi
alla testa degli uomini e li fecero
marciare verso il Giordano. Le donne
dissotterrarono i vasi con i soldi,
radunarono l’oro e i vestiti. Con i fagotti
dei loro beni sulla testa, le chiavi di
casa al collo e i bambini per mano,
anche le donne si misero in marcia.
Quando tu nascesti, i soldati se n’erano
andati.” Mama mi sorrise. “Grazie a te
non siamo profughi.”
Fece un cenno a mia sorella Nadia:
“Porta al festeggiato il suo caffè”.
Mi mancava il respiro.
Nadia mise la tazza bianca piena di
caffè di fronte a me. Lo bevvi tutto d’un
colpo, lasciando indietro solo un goccio.
Mia madre mi guardò. “Così ti
strozzi.”
Le passai la tazza; lei la fece girare
tre volte, la coprì con un piattino, la
ribaltò e la rivolse verso di me,
lasciando che i fondi del caffè
colassero. Poi scrutò attentamente la
tazza in cerca di segnali che avrebbero
predetto il mio futuro.
Si fece scura in viso e s’irrigidì.
Prese la brocca di terracotta e rovesciò
un po’ d’acqua sui fondi di caffè. Baba
rise. Abbas si coprì la bocca con una
mano.
“Che cosa vedi?” chiesi.
“Niente, tesoro mio. Non è un buon
giorno per leggere il tuo futuro.”
Mi assalì un’ondata di paura. Di
sicuro era per le armi. Forse stavo per
morire…
Mia madre avrebbe passato il resto
della giornata a preparare i dolci per il
compleanno: dovevo fare in modo che
non si accorgesse di niente.
Mi alzai. “Ho voglia di un biscotto ai
datteri.”
Mama mi spinse a terra. “Nadia, porta
un biscotto a Ichmad.”
All’improvviso, mi ricordai di tutti
dolci che aveva mangiato Alì.
“Non fa niente,” la fermai.
Mama mi fissò con gli occhi
socchiusi, come per cercare di capire
perché mi comportassi in modo tanto
strano. “Sei sicuro?”
“Ne ho mangiati un sacco ieri sera.”
Baba mise una mano in tasca, estrasse
un sacchetto marrone e me lo diede. Era
felice: quando gli presi il regalo dalle
mani, i nostri occhi si incontrarono.
“Sono le lenti d’ingrandimento che
desideravi. Per il tuo telescopio.”
“Dove hai preso i soldi?” chiesi.
Sorrise: “Le pago a rate dall’anno
scorso”.
Gli baciai la mano: lui mi attirò a sé e
mi abbracciò.
“Che cosa aspetti?” mi chiese Abbas.
Baba mi diede un libro: Einstein e la
fisica.
Lo aprii e misi la lente da 3 cm
davanti alla pagina. Poi, con l’altra
mano, collocai la lente da 2,5 cm più
vicino agli occhi, sopra a quella da 3.
“Perché ti tremano le mani?” chiese
mia madre.
“È l’emozione.” Mossi le lenti fino a
mettere a fuoco le pagine stampate.
Abbas mi passò un righello.
“Tre centimetri,” dichiarai.
Mi sentivo osservato.
“Tieni.” Abbas mi passò il vecchio
telescopio, che mi ero costruito da solo,
e un coltello.
Presi con cura le misure e feci due
tagli nel tubo di cartone, inserii le lenti e
le fissai con un nastro di stoffa: visto
attraverso il telescopio, il libro era
enorme. “È due volte più potente.”
Abbracciai ancora mio padre e fui
preso dal senso di colpa per ciò che
avevo fatto la notte prima.
La campanella della scuola suonò.
“Non voglio fare tardi.” Prima di
andare a scuola, volevo sgattaiolare sul
retro a controllare la terra sotto il
mandorlo.
“Ti accompagno,” disse Baba. “Ho
preso un giorno libero dal lavoro per
aiutare tua madre con i preparativi.”

***

Finite le lezioni, mi fermai al


cimitero, trovai il posto adatto per
nascondere le armi e mi diressi al mio
mandorlo: il terreno sembrava uguale a
prima.
Baba comparve accanto a me. “Vieni,
sediamoci. Conosco un paio di
barzellette nuove.”
Il cuore mi batteva a tal punto che non
riuscivo a pensare: gli mostrai il
telescopio. “Non vedo l’ora di
provarlo.”
“Allora non posso competere,”
rispose Baba.
Mi arrampicai sul mandorlo: Abbas e
io l’avevamo chiamato Shahida,
“testimone”, perché passavamo
moltissimo tempo tra i suoi rami a
guardare gli arabi e gli ebrei, tanto che
ormai era diventato un compagno di
giochi, e si meritava un nome. Avevamo
battezzato l’ulivo a sinistra di Shahida
Amal, “speranza”, e quello a destra era
Sa’dah, “felicità”.
Baba si appoggiò contro il muro di
fango della nostra casa per guardarmi.
Puntai le lenti del nuovo telescopio sulla
piscina di Moshav Dan.
“Mi domando se anche Einstein si
fosse costruito da solo il suo telescopio.
Faresti bene a seguire il suo esempio,”
disse Baba.
“Abu Ichmad!” chiamò Mama. “Vieni
dentro ad aiutarmi.”
Mio padre si allontanò per entrare in
casa.
Puntai le lenti sulla zona ovest del
villaggio. Casa nostra era sul punto più
alto della collina: ormai erano rimasti
solo edifici a forma di cubo, di una sola
stanza, fatti di mattoni di fango, con tetti
piatti e quadrati. Il sudore mi colava
negli occhi: quel giorno mi sembrava
interminabile.
Baba ricomparve: “È pronta la cena”.
Un libro colpì il mandorlo e cadde al
suolo. Con un salto, scesi dal ramo.
“Odio la matematica.” Abbas diede
un calcio alla terra. “Non ci riuscirò
mai.”
“Un uomo che ha bisogno del fuoco,
troverà il modo di tenerlo in mano,” lo
riprese Baba.
“Ci provo, ma continuo a bruciarmi.”
“Ti aiuterà Ichmad.” Mio padre mi
mise un braccio intorno alle spalle. “Dio
ti ha donato una straordinaria mente
matematica per uno scopo preciso.”
Abbas sollevò gli occhi al cielo.
“Come se non lo sapessimo.”
Baba alzò le sopracciglia e gli
appoggiò una mano sulla testa.
“Forse, se passassi meno tempo fuori
con gli amici e più sui libri come fa tuo
fratello, avresti meno problemi con la
matematica.”
“La cena.” La voce di Mama era
dolce, per ricordare a mio padre il
compito che gli aveva dato.
“Veniamo subito, Um Ichmad,” le
rispose lui. “Andiamo, ragazzi.” Ci
avviammo verso casa: Baba, in mezzo,
abbracciava Abbas e me.
Una volta dentro mia sorella Sara gli
corse incontro, facendolo quasi cadere a
terra. Gli occhi dei miei genitori si
incontrarono e Mama sorrise.
“Lascia respirare tuo padre,” la
ammonì mia madre.
“Ecco qui.” Baba indicò il mio
ritratto di quell’anno, appeso alla parete
dei compleanni.
“Sei tutto tuo padre.” Mama mi
afferrò per le guance. “Occhi verdi,
capelli folti e ciglia lunghe e nere.” Alzò
le sopracciglia. “Sei il mio
capolavoro.”
Abbas e gli altri miei fratelli
somigliavano a Mama, la pelle del
colore della cannella bruciata, capelli
neri e selvaggi e braccia lunghe.
“Tieni, Nadia.” Mama le passò
piccoli piatti di hummus e tabbouleh,
che lei appoggiò a terra.
“Venite, Mama ha preparato un vero
banchetto,” Baba chiamò Abbas e me.
Sedeva a gambe incrociate vicino ai
piatti. “Sono pronto a giurare che è la
cuoca migliore del circondario.”
Guardò Mama: lei accennò un sorriso
e chinò la testa.
Come a ogni pasto, Abbas e io ci
sedemmo uno accanto all’altro: il resto
dei nostri fratelli si unì a noi sul
pavimento, attorno ai piatti.
“È il tuo preferito,” disse Mama
“Sheik el Mahshi.”
Non avevo il coraggio di sostenere i
suoi occhi. “No, grazie.”
“Qualcosa non va?” guardò mio
padre.
“Sono nervoso per la festa.”
Mia madre mi sorrise, poi si rivolse a
Baba.
“Quelle sono per te.” Indicò un piatto
di piccole melanzane ripiene solo di
riso e pinoli. Baba era vegetariano;
nessuno doveva morire per lui,
nemmeno un animale che sarebbe servito
a nutrirlo.

***

Baba sedeva con il suo oud sul muro


di pietra vicino ad Abu Sayeed, il
violinista.
Stavo andando di nuovo verso il
mandorlo, quando sentii la sua mano
sulla spalla.
“Mettiti vicino al ritratto,” disse.
Abbas si diresse verso il giardino
posteriore con un gruppetto di amici;
avevo il cuore in gola. Mi misi accanto
a Baba, vicino al cavalletto che
sosteneva il mio ritratto.
Gli uomini formarono una fila, uno di
fianco all’altro, ognuno con le braccia
sulle spalle del vicino, e cominciarono a
ballare la dabka in mezzo al cortile.
Altri si spostarono verso il retro:
iniziavo a sentirmi sudato. Gli ospiti
indossavano i loro vestiti della festa,
mentre gli anziani portavano gli abiti
tradizionali.
I bambini urlavano, i neonati
piangevano e tutti ridevano mentre Baba
cantava a squarciagola. Abu Sayeed
richiamò a sé l’attenzione, picchiettando
con fare autorevole il corpo del violino.
Si sistemò lo strumento con cura sotto il
mento e fece volteggiare l’archetto per
aria con un movimento elaborato:
sembrava che avesse in mano una
bacchetta magica. Sempre più bambini
andavano nel giardino dietro alla casa.
“Vieni!” Abbas era tornato a
prendermi. Guardai Baba e lui annuì.
Superai mio fratello di corsa e mi
diressi sul retro, dove alcuni ragazzi
erano seduti a terra.
Abbas mi diede una manciata di
sabbia e io la misi in un secchio
d’acqua. Gli altri si avvicinarono.
Mescolai forte l’acqua ed estrassi la
sabbia ancora asciutta.
Il pubblico applaudì entusiasta. Vidi
Fadi e Hani che camminavano verso il
punto dove erano nascoste le armi,
tenendo in mano dei bastoncini:
passavano le loro giornate alla ricerca
di indizi per risolvere misteri
inesistenti.
Un velo di sudore mi copriva il volto.
“Fratelli, venite qui con noi.”
“Ancora!” mi incitavano gli altri.
“No grazie,” rispose Fadi.
“Siamo sulle tracce di qualcosa di
grosso.” Hani rispondeva così ogni
volta che Abbas e io gli chiedevamo che
cosa stessero facendo.
Mentre li osservavo giocare con la
terra che copriva le armi, sfregai le
setole di una spazzola lungo una giacca
di lana. Poi la avvicinai alla testa di
Abbas: i suoi capelli si rizzarono
immediatamente, seguendone il
movimento.
“Per ordine del governo militare,
questa sera il coprifuoco inizierà tra
quindici minuti. Chiunque sia sorpreso
all’aperto, sarà arrestato o ucciso,”
dichiarò la voce amplificata: parlava in
arabo, ma con un evidente accento
straniero.
I soldati invasero la mia festa di
compleanno come locuste. Fissarono i
capelli di Abbas. Quella sera il
coprifuoco cominciava un’ora prima,
senza motivo.
“La festa è finita,” dichiarò uno di
loro. “Tutti a casa.”
Ci mostrarono le loro armi; io mi
voltai per cercare Fadi e Hani.
“Muoviti,” mi ordinarono: mi
precipitai verso casa, ma i militari
rimasero vicino al mio mandorlo. Mi
mancava l’aria. Gli ospiti andarono via
e Baba offrì dei dolci ai soldati.
“Non fare quella faccia,” cercò di
consolarmi. “Ci siamo divertiti; lo
rifaremo anche l’anno prossimo.”
“Sbrigatevi.” Mama chiamò le mie
sorelle. “Aiutatemi a stendere le stuoie.”
Nadia e Sara sistemarono dieci stuoie
sul pavimento di terra, dove prima
avevamo cenato. I militari se ne
andarono e Mama spense le lanterne.
Al buio, sdraiato al mio posto, cercai
di scacciare le paure ripassando il
problema che avevo trovato nel libro di
fisica che stavo leggendo. Tuttavia, non
potevo fare a meno di ascoltare i rumori
all’esterno, per capire se i soldati
avessero scoperto il nascondiglio.

Un sasso, sospinto da una catapulta,


accelera per una distanza di 2 m. Al
termine di tale accelerazione, lascia la
catapulta alla velocità di 200 m al
secondo. Qual è la velocità media
impartita al sasso?

Il sasso subisce accelerazione da


una posizione di riposo. La sua
velocità finale è di 200 m/s.
L’intervallo di accelerazione è nota: 2
metri, quindi v2=2ad; (200
m/s)2=2a(2m); allora
a=40.000/4=10.000 m/s2.

Stavo per cominciare un nuovo


problema, quando sentii del trambusto
provenire da fuori. Mi misi a sedere e
strizzai gli occhi nel buio, cercando di
decidere cosa fare. Erano i combattenti
per la liberazione? O i soldati?
5.

Bum! La porta di lamiera cadde al


suolo. Mama urlò. Lampi di luce
esplosero come petardi. I miei fratelli
scapparono contro la parete più lontana
della stanza. Mia madre prese in braccio
Sara, di cinque anni, che strillava, e li
seguì. Baba mi spinse nell’angolo; ci
rannicchiammo così vicini che
sembravamo uno.
Sette soldati armati di mitragliette,
tesi in viso e con il respiro affannoso,
bloccavano la porta.
“Che cosa volete?” la voce di Mama
tremava.
Una luce violenta illuminò Baba e me,
in trappola contro il muro: ero
terrorizzato. Uno di loro, con il collo
abbastanza grosso da portare un mulo,
fece un passo verso di noi, tenendo il
calcio del fucile contro la spalla: con il
dito sul grilletto, mirò dritto contro mio
padre.
“Abbiamo catturato il tuo complice.
Ha confessato. Mostraci dove sono le
armi.”
“Vi prego,” balbettò lui. “Non so di
cosa state parlando.”
Provai ad aprire la bocca per
intervenire, ma non riuscii a emettere
alcun suono. Sembrava che il cuore
volesse uscirmi dal petto.
“Brutta feccia bugiarda.” Il soldato
tremava di rabbia. “Ti schiaccerò al
muro come uno scarafaggio.”
I miei fratelli si aggrapparono a Baba.
Vedendo che l’uomo si avvicinava con
fare minaccioso, nostro padre ci spinse
via, costringendoci a stare dietro di lui,
allargando le braccia per proteggerci.
Anche Mama ci si mise davanti con le
braccia spalancate, facendo da secondo
ostacolo tra noi e loro.
“Non sappiamo niente.” La voce di
Mama era stridula e tremava tanto che
non sembrava neanche la sua:
assomigliava di più a quella di una
vecchia del nostro villaggio che tutti
credevano pazza.
“Silenzio!” ringhiò il militare.
Non riuscivo a riprendere fiato; mi
sentivo svenire.
“Pensavi di poter aiutare un terrorista
a portare armi nel paese e farla franca?”
chiese a mio padre in un arabo stentato.
“Lo giuro su Dio.” Gli tremava la
voce. “Non so niente.”
“Sei stato un pazzo a pensare che non
ti avremmo scoperto.” L’uomo afferrò
Baba per la camicia da notte, come si
afferra una gallina per il collo, e lo fece
volare al centro della stanza. La pelle
olivastra di mio padre diventò bianca
sotto la luce violenta degli israeliani.
“Lascialo stare!” urlai, e corsi verso
il soldato.
Lui mi colpì, buttandomi a terra, e mi
diede un calcio con la punta di ferro
degli anfibi.
“Resta nell’angolo!” Baba parlò in un
tono che non gli avevo mai sentito usare
prima; con un’occhiata, mi ordinò di
allontanarmi. Mi sentii obbligato a
ubbidire.
“Non è venuto un terrorista a casa tua
l’altra notte?” Il militare sollevò in aria
il fucile, per poi calare il calcio sul bel
volto di mio padre. Il sangue schizzò
dappertutto; Baba si rannicchiò al suolo,
boccheggiando.
Mama mormorò una preghiera.
Abbas afferrò il braccio muscoloso
del soldato. “Non fare male a Baba!”
Lui lo scacciò come fosse una mosca;
Abbas cadde, e Mama lo riportò
nell’angolo.
Mentre mio padre era a terra in
posizione fetale, un altro lo colpì nel
fianco con la sua arma.
“Smettetela!” gridò mia madre. “Così
lo uccidete!”
“Stai zitta!” Il soldato si girò per
guardare Mama negli occhi. “O tu sarai
la prossima.”
Lei si coprì la bocca con le mani.
“Ti darò un’ultima possibilità,
terrorista bastardo. Il tuo destino
dipende da me.”
Ancora una volta, l’uomo colpì Baba
con il fucile.
“Gli fate male!” Abbas fece per
gettarsi di nuovo su di lui; Mama lo
afferrò per i vestiti e gli tappò la bocca.
Un altro soldato parlò a voce bassa e
incerta: “Credo che basti, comandante”.
“Lo dico io quando basta!”
Baba giaceva inerte: gli fissai il petto,
pregando che riprendesse a muoversi. Il
comandante alzò l’arma e colpì di nuovo
mio padre sulla schiena molle. L’aria
smise di circolare. Ero come
paralizzato.
Pensai a Baba che sedeva in cortile,
che beveva il tè e rideva con gli amici.
Ero stato uno stupido. Avrei dovuto
dargli retta e non immischiarmi nella
politica. Avevo ucciso mio padre. Sentii
il corpo scosso da un tremore violento.
Da fuori, qualcuno chiamò:
“Comandante, abbiamo trovato fucili e
granate nascoste sul retro della casa”.
Ogni parola mi perforava il cuore come
un proiettile.
“Trascinate fuori questo rifiuto umano
e buttatelo giù dalla collina. I terroristi
non meritano di essere trasportati.”
“Non portatelo via!” Abbas cercò di
aggrapparsi a uno di loro, mentre Mama
lo tratteneva per il collo.
Hani riuscì a sgattaiolare dalle
braccia di mia madre e corse contro il
soldato, che lo afferrò e gli torse le
piccole mani da bambino dietro alla
schiena. Qualcuno dei commilitoni rise.
“Il tuo messia è arrivato.” Lo schernì
uno di loro. “A difesa dell’onore di suo
padre.”
Hani provò a divincolarsi, ma non ci
riuscì. Fadi lo prese per le gambe e
provò a trascinarlo verso di sé.
Mama era in preda a conati di vomito.
Un soldato le sputò addosso.
Baba era ancora a terra, le labbra
aperte appena in un’espressione
innocente, gli occhi chiusi: sembrava
che dormisse, fatta eccezione per il
sangue che gli colava dal naso e da sotto
la testa. Con gli occhi non lo abbandonai
un istante mentre due soldati portarono il
suo corpo privo di sensi fuori,
nell’oscurità.
“Tieni duro, Baba!” urlò Abbas.
“Tieni duro!”
All’esterno, sentii tre colpi di pistola
sparati in sequenza. Il mio cuore si
contrasse. Guardai Mama: era per terra,
con le braccia attorno alle ginocchia, e
si dondolava avanti e indietro. Nessuno
avrebbe potuto salvarci. Il corpo mi si
irrigidì, consapevole che non avremmo
potuto sopravvivere senza mio padre.
Quando la mia famiglia si strinse
assieme, i suoi lamenti mi penetrarono
nelle ossa. Avrei voluto essere morto al
posto di Baba e sapevo, con la
semplicità e la certezza con cui un
ragazzino di dodici anni conosce il
mondo, che non sarei mai più stato
felice.
6.

Quando il frastuono dei carri armati e


delle jeep militari si fece più intenso,
sentii un’ondata di nausea salirmi dalla
gola. Non riuscivo a inghiottire il
formaggio di capra che avevo in bocca.
Mama sorseggiava il suo tè accanto alla
stufa, assente. In quelle ultime due
settimane, da quando avevano portato
via Baba, i suoi occhi erano vuoti;
sembrava che ogni giorno che passava la
allontanasse sempre di più da noi.
Adesso i soldati sarebbero venuti a
prendere me. Mi si torsero le budella.
Pensai a Marwan Ibn Sayyid. Aveva
dodici anni quando vide un soldato
picchiare suo padre per strada: Marwan
gli saltò addosso. Lo trattennero per due
anni in carcere con i criminali israeliani,
prima che il suo caso arrivasse anche
solo al tribunale militare. Marwan tentò
il suicidio due volte in cella. Alla fine,
lo condannarono a sei mesi di
reclusione. Un giorno, dopo essere stato
rilasciato, corse puntando una pistola
giocattolo contro i soldati: lo uccisero
sul posto.
Abbas sedeva con me e i miei fratelli
sul pavimento attorno a piatti di pita,
zattar, olio d’oliva, laban e formaggio
di capra. Continuavano a mangiare,
ignari del mio destino. La finestra era
aperta, ma io provavo con tutte le forze
a resistere all’impulso di guardare fuori.
Volevo lasciare alla mia famiglia questi
ultimi momenti di pace.
Dai piedi della collina arrivò un
rumore stridulo di pneumatici, che mi
riportò alla realtà. Mama e i miei fratelli
si immobilizzarono. Sapevo che non
avrei potuto proteggerli. Abbas mi
afferrò una mano.
Studiai la stanza, forse per l’ultima
volta. Le stuoie e le coperte di pelle di
pecora impilate in un angolo; la mensola
su cui erano riposti i miei libri di
chimica, fisica, matematica e storia.
Sopra, c’erano i volumi d’arte che Baba
amava tanto. Le ciotole d’argilla piene
di riso, lenticchie, fagioli e farina. La
teiera d’argento di Mama sulla stufa. I
ritratti disegnati da Baba appesi al muro,
e il suo adorato oud, costruito per lui da
suo padre e che, da quando l’avevano
portato via, non era stato più toccato da
nessuno.
Le suole degli stivali rimbombavano
per la collina, facendo scricchiolare i
sassi: “Uscite tutti!”. La voce senza
volto dell’esercito ci chiamò attraverso
il megafono dal nostro cortile.
Mi avrebbero picchiato di fronte alla
mia famiglia e ai vicini. Avrebbero fatto
di me un esempio su cui ognuno potesse
riflettere, mentre il mio sangue si
seccava sulla terra arida. Il mio
momento era arrivato. Ero così
spaventato che provai quasi sollievo:
presto sarebbe finito tutto.
Mama spalancò gli occhi terrorizzata.
Io andai ad aprire la porta di lamiera
che avevo appena riparato: una decina
di soldati muniti di maschere antigas
occupavano il cortile, come uno sciame
di insetti giganti.
Uno di loro sollevò la maschera.
“Fuori! Adesso!” Era un ragazzo dal
volto paffuto, una grottesca bambola
vivente. Un altro puntò il fucile in
direzione della porta aperta e sparò in
casa un candelotto di gas lacrimogeno,
che mi mancò di un paio di centimetri e
rimbalzò sul muro dietro di me.
“Svelti!” gridò Mama al sibilo del
gas che cominciava a uscire.
Mi bruciavano gli occhi: il gas vola
verso l’alto, bisogna tenersi bassi. Mi
gettai a terra, strisciando verso l’oud di
Baba, mentre gli altri spingevano per
uscire.
Non potevo trattenere il respiro un
secondo di più, ma l’oud era ancora
lontano.
“Ichmad, Sara!” mi urlò Mama.
Sara? Non era con gli altri.
Allungando un braccio, cominciai a
cercarla, muovendomi più in fretta che
potevo attraverso la nube di fumo. Non
riuscivo a trovarla. Non potevo
andarmene senza di lei, ma non resistevo
più, dovevo respirare. Le mia dita si
impigliarono in qualcosa: i suoi capelli
lunghi. Sara aveva il viso caldo e
sudato. Sempre in apnea, la presi in
braccio, mentre i miei occhi
lacrimavano per il dolore; stava per
esplodermi il petto. Mi feci strada alla
cieca, trasportando il corpo privo di
sensi di mia sorella. Appena fuori,
cercai l’aria fresca, divorandola
avidamente.
Il fumo si riversava all’esterno
attraverso la porta; eravamo tutti in
pigiama, a piedi scalzi. Gli occhi di
Nadia erano due fessure arrossate.
Mama sussultò per lo spavento: Sara
aveva il volto coperto di sangue, che
scorreva da una grossa ferita sulla
fronte. Nella confusione doveva essere
caduta. Distesi a terra il suo corpo
addormentato, ignorando il bruciore agli
occhi, e le soffiai aria nella bocca. Con
la mano le davo delle sberle leggere sul
viso, implorando: “Svegliati. Svegliati,
Sara”. Un altro soffio: “Dai, respira!”.
Mama singhiozzava. Io continuai a
soffiare nella bocca di Sara per un
tempo interminabile.
“Prendete dell’acqua!” gridai agli
altri.
Mama era isterica. “La brocca è
andata distrutta!” Guardò i soldati, che
sembravano non notare il movimento
attorno a mia sorella: non vedevano la
bambina di cinque anni che stava
perdendo colore davanti ai loro occhi. E
la casa più vicina alla nostra era troppo
lontana.
Abbas le prese la mano, e la strofinò
con forza, come per svegliarla.
Mama si appoggiò alla mia spalla.
“Salvala, Ichmad.”
Sara non si muoveva, i suoi occhi non
si aprivano. Continuai a soffiarle nella
bocca e a scuoterle il viso. Niente
sembrava funzionare: era cianotica,
immobile. La mia bellissima, piccola,
sorellina. Avrei voluto piangere, ma non
avevo più lacrime: sentii un dolore
oscuro posarsi su di me come un
mantello, che mi avvolgeva nelle sue
pieghe pesanti.
“Ti prego, Ichmad,” implorò Mama.
La sollevai e me la appoggiai sulla
spalla, dondolando, mentre le davo
piccole pacche sulla schiena; forse
aveva ingoiato qualcosa durante
l’attacco e stava soffocando. Insistevo e
insistevo. “Svegliati, ti prego, svegliati,
Sara.” Niente.
Alla fine Mama disse: “Se n’è andata,
figlio mio”.
Piangendo disperata, Nadia la prese
dalle mie braccia e la strinse forte.
“Avete ucciso mia sorella!” urlò
Abbas. “Siete soddisfatti?”
In tutta risposta, i soldati puntarono le
mitragliette verso casa nostra.
“Siete tutti fuori?” chiese Mama in
preda al panico.
Mentre i militari crivellavano la casa
di proiettili, setacciai il cortile con lo
sguardo. Abbas. Nadia. Fadi. Hani. Il
corpo minuto di Sara. C’erano tutti.
“Allontanatevi dalla casa!” ordinò il
soldato con la faccia da bambino.
Eravamo già fuori; non capivo che
cos’altro volessero.
Mi ero lasciato ingannare
dall’assenza dei bulldozer. I militari
entrarono nella stanza con alcuni
candelotti di dinamite: noi aspettammo
all’esterno mentre loro disponevano le
cariche.
“Mio padre è innocente,” dissi.
I soldati mi fissarono e io abbassai lo
sguardo. “Ma certo che è innocente,” mi
prese in giro il Pupo.
Volevo raccontare la verità, che era
notte fonda, che non c’avevo pensato
bene, non volevo che succedesse niente
di tutto ciò.
“Dite addio alla vostra casa,
terroristi!” esclamò uno di loro.
Avevo le gambe molli. “Dove
vivremo? Vi prego!” supplicai; i miei
erano i lamenti di un bambino, e non
quelli dell’uomo che cercavo di essere.
“Silenzio,” mi fu ordinato.
Abbas era al mio fianco. “Arrestate
me, invece,” continuai a implorare.
“Non punite i bambini.”
“Noi non vogliamo te,” rispose il
Pupo.
Abbas fissava i soldati con uno
sguardo carico d’odio. Nadia stringeva
ancora forte il corpo di Sara, come se
potesse proteggerla. Io abbracciai Hani,
che piangeva. Fadi prese un sasso e
portò la mano all’indietro, pronto a
lanciare: io lo afferrai per il braccio, e
lo attirai a me insieme a Hani.
Ricordi vividi mi affollarono la
mente: il prezioso servizio da tè di
Mama, regalo di nozze dei suoi genitori.
I ritratti di Baba: suo padre, ormai
defunto, suo fratello Kamal su una scala
mentre raccoglieva le arance e le
metteva in ceste che avevamo intrecciato
con rami di melograno. Baba con i suoi
fratelli, mentre facevano il bagno nel
Mar Morto, con l’asino attaccato al
carro di arance che li aspettava a riva, o
che sorridevano sulla spiaggia a Haifa,
con le onde che si infrangevano alle loro
spalle, l’immancabile carro di arance a
fianco. E il ritratto che amava di più:
quello dei suoi genitori che facevano un
pic-nic davanti a un campo di girasoli. I
ritratti dei familiari di Mama e Baba in
esilio, delle mie sorelle, Amal e Sara,
entrambe morte, e di mio padre, adesso
in carcere, sarebbero andati persi.
Distrutto anche il vestito da sposa di
Mama, ricamato a mano dai beduini, che
lei conservava per la mia futura moglie.
L’oud di Baba. Ma, soprattutto, Sara,
solo una bambina, che non aveva mai
fatto del male a nessuno.
Mama crollò ai piedi del soldato e gli
afferrò le caviglie: “Abbiate pietà, non
abbiamo un altro posto dove andare”.
La sua disperazione mi spezzò il
cuore. Non avevamo dove vivere, e la
colpa era solo mia. Per un istante lasciai
andare i bambini e mi avvicinai a lei,
provando a sollevarla di peso. “Mama,
ti prego, alzati.” Scottava. “Non fare
così, troveremo un altro posto per
vivere.” Serrai i denti, per impedirmi di
gridare. “Non dobbiamo supplicare.” Mi
sentivo come se una coperta spessa mi
soffocasse, trascinandomi nell’oscurità
più buia. Nessuno poteva salvarci;
nessuno zio, fratello o padre sarebbe
arrivato ad aiutarci. Toccava a me
proteggere la mia famiglia.
Tremando, Mama alzò gli occhi al
cielo.
Quattro soldati uscirono da casa
nostra.
“Siamo pronti,” disse l’ultimo,
correndo fuori. La terra tremò sotto i
miei piedi; l’aria si riempì di fumo e dei
minuscoli frantumi di quelle che erano
state generazioni di ritratti, la veste
bianca che Mama aveva cucito per il
mio compleanno, le sue rose, la menta e
il prezzemolo, le piante di pomodori, la
tavola da backgammon, i vestiti, le
stuoie e le stoviglie. Tossimmo tutti,
tranne i soldati.
Le fiamme si levarono alte,
carbonizzando le pareti, che si
trasformarono in cenere davanti ai nostri
occhi. La casa era distrutta: al suo posto
c’era un cumulo di braci bollenti.
Mentre quell’inferno si spegneva, vidi
che anche Amal e Sa’dah, i nostri due
ulivi, avevano preso fuoco. Le ginocchia
mi cedettero per la disperazione, ma poi
vidi il mandorlo, intatto; solo i fiori
erano spariti.
I soldati si tolsero le maschere
antigas. “I terroristi non meritano una
casa,” sentenziò il Pupo.

***

Attesi cinque ore sotto il sole, ancora


in pigiama, davanti all’avamposto
militare per ottenere il permesso per
seppellire Sara, ma non riuscii a farmi
ricevere. Non avevo idea di che cosa
avremmo fatto del corpo di mia sorella:
se l’avessimo sepolta senza un
permesso, l’esercito avrebbe potuto
esumarla.
Tornato al mandorlo, vidi che Nadia
era seduta a terra, e cullava dolcemente
Sara. Mama aveva in braccio Hani e
Fadi. Abbas e io cominciammo a
cercare a mani nude tra le macerie
incandescenti, per vedere se qualcosa
era sopravvissuto all’esplosione.
Quella notte, Nadia avvolse Sara
nella mia kefiah: “Non voglio che gli
insetti le si avvicinino”.
Per tutta la notte Mama e Nadia
tennero in braccio a turno il suo corpo
senza vita, perché non si sentisse sola.
Quando, alla fine, anche Abbas si
addormentò, digrignò i denti a tal punto
da scheggiare uno degli incisivi. Io
rimasi sveglio. Appena finì il
coprifuoco mi precipitai all’avamposto,
e aspettai sei ore sotto un sole
impietoso, prima di ottenere il permesso
per seppellire mia sorella.

***

Abbas e io andammo al cimitero e


scavammo una fossa accanto alla tomba
di Amal. Il sole bruciava come fuoco
sulle nostre schiene, ma non ci
fermammo finché la buca non fu
profonda almeno due metri. Faticammo a
tal punto che non ci rimase in corpo
nemmeno una goccia di sudore.
“Gli israeliani pagheranno per
questo,” mormorava Abbas in
continuazione. “Il loro linguaggio è la
violenza, l’unico che riescano a capire.”
Smise di scavare. “Occhio per occhio.”
Mama portò il piccolo corpo di Sara
fino alla tomba: Nadia non le lasciò mai
la mano. Le baciammo le guance. Fadi e
Hani stringevano i pugni, gli occhi di
Abbas erano duri come la pietra. Mia
madre posò la mia sorellina a terra, ma
si rifiutò di lasciarla andare. Nadia
piangeva.
“No,” si lamentò Mama. “Non può
essere vero.”
Alla fine, presi Sara dalle sue
braccia, e la stesi nella fossa. Mi morsi
il labbro per non piangere: quando uscii,
Abbas e io la coprimmo con la terra.
Mentre riempivo la tomba, immaginavo
Baba sul fondo di una buca come quella,
mentre un bulldozer israeliano chiudeva
lo scavo. Non avevamo più speranza.
Mi chiedevo dove avremmo vissuto, o
come avremmo fatto a sfamarci.
Avevamo bisogno di una casa per
proteggerci dal caldo crudele dell’estate
e dalle piogge torrenziali dell’inverno.
Non avevamo il permesso di costruire.
Non avevamo nemmeno abbastanza
denaro per acquistare una tenda.
7.

Zio Kamal ci comprò una tenda al


mercato del villaggio: nelle ultime due
settimane avevamo dormito all’aperto,
sotto Shahida, con indosso i vestiti
sformati che Mama aveva cucito dagli
stracci che ci aveva portato zio Kamal.
Abbas e io avevamo usato delle pietre
per piantare alcuni rami di cedro ai
piedi del mandorlo e, quando iniziava il
coprifuoco, ci infilavamo tutti e sei in
quel recinto minuscolo e ci stendevamo
ammassati, i più piccoli sopra ai più
grandi. Le alte temperature, il calore dei
corpi, il sudore, la mancanza di aria e di
spazio per muoversi rendevano
impossibile il sonno.

***

Appena terminato il coprifuoco, corsi


di nuovo all’avamposto militare,
determinato a scoprire che cosa fosse
successo a mio padre. Nelle ultime
quattro settimane avevo aspettato in fila
ogni giorno, insieme a centinaia di
persone che chiedevano permessi per
sposarsi, seppellire i propri cari, o
costruire una casa; altri avevano bisogno
dell’autorizzazione a lasciare il
villaggio per andare all’ospedale, al
lavoro, o a scuola. Qualcuno di loro, tra
cui io, cercava di ottenere notizie dei
familiari che erano stati arrestati o
portati via dalle loro dimore verso
destinazioni sconosciute. Ogni sera
tornavo a casa senza sapere se Baba
fosse vivo. Oggi sarebbe stato diverso,
mi dissi quando arrivai sul posto.
Abu Yossef si mise in fila dietro di
me. “Non sei venuto a chiedere un
permesso per ricostruire, vero?”
Il caldo era soffocante. L’aria era
spessa, irrespirabile per l’odore delle
fogne a cielo aperto, sterco d’asino e
spazzatura abbandonata.
“Non sono così stupido,” risposi.
Lui scosse il capo. “Ancora niente su
tuo padre?”
“È innocente.”
“Dicono che lo abbiano picchiato.”
Guardai le trenta persone che avevo
davanti; di sicuro vivevano più vicino di
me all’avamposto. Se non ci fosse stato
il coprifuoco, avrei dormito lì. “E tu
cosa sei venuto a fare?” chiesi.
“Mi serve il permesso per comprare
le albicocche e le arance dei miei stessi
alberi, quelli che ha piantato mio nonno
e che io ho curato e mantenuto durante la
siccità e la guerra.”
“Spero che mio padre stia bene.”
Guardai per terra.
“Se la caverà,” disse Abu Yossef.
“Non è un uomo forte.”
“Non sottovalutare tuo padre.
Potrebbe rivelarsi più tenace di quanto
immagini.”
“Ichmad!” mi chiamò Abbas. “Vieni
qui, devo parlarti.”
“Ti tengo il posto.” Abu Yossef mi
fece segno di andare.
Il sudore colava dalla fronte e dal
mento di mio fratello. “Ieri notte hanno
arrestato zio Kamal.”
“Per cosa?”
“Per aver aiutato un terrorista.”
Forse Alì era andato anche a casa sua.
“Quale terrorista?” chiesi.
“Baba,” rispose Abbas. I suoi occhi
erano iniettati di sangue.
Eravamo soli.

***

Cinque minuti prima che iniziasse il


coprifuoco, tornai alla tenda esausto,
senza essere riuscito a sapere niente
della sorte di Baba. Per le sei settimane
successive continuai ad aspettare in fila
tutto il giorno, ogni giorno, senza
fortuna. Non andavo neanche più a
scuola.

***

Stavo cucinando riso e mandorle su


un fuoco che avevo avviato vicino al
nostro albero, quando comparve il figlio
del barbiere. Ci salutammo in modo
sbrigativo.
“Mio padre è stato rilasciato ieri,”
esordì. “Tu sai dove si trova il tuo?”
“Non ci dicono niente,” risposi.
“Ormai sono passati due mesi.”
“Mio padre vorrebbe incontrarti.”
Non mi guardava negli occhi. “Per
parlarti di tuo padre.”
Avevo paura: se fossi stato sorpreso
con un prigioniero politico appena
rilasciato, sarei diventato anch’io un
bersaglio. Ma si trattava di Baba: non
potevo tirarmi indietro.

***
Il barbiere sedeva in un angolo della
tenda, con una benda sull’occhio
sinistro. Aveva le mani ricoperte di
bruciature di sigarette.
Quando parlò, mi accorsi che gli
tremava la voce. “Ti prego di
perdonarmi: non posso alzarmi.”
“Hai notizie di mio padre?”
“È al Centro di detenzione di Dror,”
disse il barbiere. “Nel deserto del
Negev.”
La gioia mi scorse nelle vene. “È
vivo?”
“A malapena.” Il barbiere abbassò gli
occhi. “Vuole che tu vada a trovarlo.
Devi tirarlo fuori.”
Per la prima volta, mi sorpresi a
chiedermi che cosa fosse peggio: che
Baba fosse giustiziato o che fosse
sottoposto a lunghi periodi di tortura. Se
gli israeliani non uccidevano Baba, era
probabile che lo avrebbero fatto gli
scorpioni e i serpenti del deserto.
Mi recai ogni giorno all’avamposto
del governo militare per chiedere un
permesso per andare al Centro di
detenzione di Dror. Dopo un mese,
riuscii a ottenerlo.
Sapevo che una volta là avrei dovuto
confessare a Baba la verità: avrei
insistito per prendere il suo posto. Non
sopportavo l’idea di saperlo in prigione
per il mio crimine.
Con il poco denaro che Abbas e io
avevamo racimolato vendendo le
mandorle del nostro albero, comprai i
sei biglietti che mi servivano per il
viaggio. Abbas non chiese nemmeno di
venire. Sapeva che i soldi non erano
abbastanza.
8.

Non sapevo nulla di quel posto, se


non ciò che avevo sentito in giro: si
diceva che fosse così arido che niente
poteva sopravvivere. Il Negev. Sabbia
dura entrava violenta dal finestrino
aperto, colpendomi la pelle e gli occhi,
incrostandomi gli angoli secchi della
bocca.
Finalmente ci fermammo vicino a un
alto recinto di filo spinato, sorvegliato
da quattro torrette di guardia, una per
ogni angolo. Credevo di desiderare solo
di scendere da quell’autobus dove il
caldo era soffocante e l’odore
insopportabile, ma, quando vidi ciò che
mi aspettava, mi chiesi se quello non
fosse l’ingresso dell’inferno. Sul filo
spinato, un cartello con sopra un teschio
nero metteva in guardia in arabo e in
ebraico: Attenzione! Pericolo di morte.
La scritta in ebraico era solo per fare
scena: nessun prigioniero politico era
detenuto lì. Dopo tanto tempo trascorso
sul sedile di vinile, le mie gambe
facevano resistenza, ma io le costrinsi a
muoversi: camminai con la testa bassa,
per superare in fretta le sentinelle di
guardia, con fucili e cani lupo, che ci
fissavano con odio.
I prigionieri, vestiti con una tuta nera,
stavano lavorando nel cortile, caldo
come una fornace; sembravano più di
mille. Nessuno alzò lo sguardo quando
l’autobus arrivò. Io invece sì: dovevo
guardare. Tra loro, poteva esserci Baba.
Avevo paura di non riconoscerlo.
Studiai ogni uomo in fretta, cercando di
indovinarne l’altezza confrontandola con
una mediana immaginaria, e scartai
quelli che risultavano più alti di due
deviazioni standard dal valore atteso:
solo gli uomini di statura media
potevano essere mio padre. Alcuni di
loro riempivano dei grossi sacchi con la
sabbia, altri trascinavano blocchi di
cemento verso un’imponente struttura a
tre piani in costruzione, mentre le tute
nere che indossavano attiravano su di
loro il flagello del sole. Cercai Baba
sulle impalcature, forse mescolava del
cemento, o portava blocchi di
calcestruzzo.
Un prigioniero troppo magro, quasi
scheletrico, affondò il suo badile nel
mucchio di sabbia, ma, quando provò
poi a sollevarlo, il suo corpo cominciò a
tremare, la sabbia si rovesciò fuori dalla
carriola e lui collassò. Rimase lì a terra,
ignorato da tutti, come un uccellino
caduto dal nido.
Vicino all’area di lavoro all’interno
del filo spinato c’era un altro recinto che
circondava grosse tende aperte sui lati,
che poggiavano su pavimenti di tavole
di legno disseminate di tappeti.
In fretta mi spostai fuori dal cancello,
dove centinaia di altri palestinesi
sedevano a terra e ascoltavano un
soldato che elencava i nomi dei detenuti.
C’erano donne e bambini, vecchi e altri
figli come me, soli. Stavano chiamando i
nomi di ogni prigioniero, in ordine,
mentre tutti aspettavano. Non c’era
ombra. Né acqua.
Due ore dopo, il soldato gridò.
“Mahmud Hamid”. Appena entrai nel
Centro di detenzione, le guardie mi
circondarono. Uno di loro chiese: “Chi
sei venuto a trovare?”.
“Mio padre, Mahmud Hamid.” Cercai
di farmi più alto di quanto mi
permettessero i miei dodici anni di vita
su questa terra. Volevo comportarmi da
uomo, senza mostrare paura.
La guardia si rivolse in ebraico a
qualcuno dietro di me. “È tutto tuo.” E
mi fece segno di passare attraverso il
metaldetector.
Un altro, mitraglietta alla mano, mi
scortò oltre una porta: appena i miei
occhi si abituarono alla debole luce, la
paura mi attanagliò le gambe. Dentro la
stanza, alcuni uomini erano in piedi
contro il muro, nudi, mentre le guardie li
perquisivano.
“Spogliati,” disse il soldato che mi
aveva accompagnato.
Tremavo a tal punto che il mio corpo
si rifiutava di obbedire.
“Spogliati.”
Costrinsi le braccia a muoversi: con
gesti meccanici tolsi la camicia che
Mama mi aveva fatto il giorno prima con
un lenzuolo usato. Aveva cercato per ore
nei vasi sulla piazza del villaggio,
finché era riuscita a trovare dei bottoni
uguali. Per tutto il resto del giorno aveva
cucito a mano per confezionarla, usando
del filo scuro per fare ogni asola. La
guardia allungò una mano avvolta in un
guanto di lattice, afferrò la camicia,
strappandomela, e la buttò sul pavimento
sporco.
“Anche il resto.”
Mi sfilai i sandali, i pantaloni e la
biancheria intima, li appoggiai vicino
alla camicia e rimasi nudo di fronte a
quell’uomo, gli occhi incollati al
pavimento.
“Faccia al muro.”
Tremante, ubbidii.
“Scuoti la testa.”
Scossi la testa.
La guardia mi passò le dita protette
dal guanto tra i capelli, mentre l’alito
puzzolente di sigaretta mi graffiava lo
stomaco. Mi tirò indietro la testa e mi
esaminò il naso e la bocca con una
torcia. Chiusi gli occhi. Subito dopo, mi
infilò una sonda nel naso e nelle
orecchie: sentii il sapore del sangue.
Non riuscivo a capire che cosa stesse
cercando.
Ero deciso a non urlare, piangere o
implorare. I guanti di lattice
continuarono a scendere lungo il mio
corpo fino alle natiche e alle gambe, che
la guardia mi obbligò ad allargare con
un calcio. Chiusi forte gli occhi e pensai
a Baba: Baba rinchiuso lì per colpa mia.
Avrei sopportato qualsiasi cosa per
rivederlo, per dirgli quanto fossi pentito.
“Piegati.”
La guardia mi allargò le natiche: non
appena la sonda mi entrò nel retto,
sussultai di dolore. Trattenni il respiro.
Mentre mi perquisivano anche le
budella, i miei occhi si riempirono di
lacrime. Stavo facendo tutto il possibile
per non piangere. Sentii spingere ancora
più a fondo. Quando, finalmente, il
soldato estrasse lo strumento, mi si
stapparono le orecchie.
Umiliato e nudo, rimasi in piedi di
fronte a lui, un ragazzo poco più grande
di me, mentre esaminava ogni millimetro
dei miei abiti.
“Rivestiti.” Li lanciò ai miei piedi.
Nella sala d’attesa con gli altri
visitatori, non più larga di dieci metri
quadrati, nessuno aveva il coraggio di
incontrare lo sguardo degli altri:
sapevamo tutti che cosa avevamo
passato per arrivare fino a lì e ci
vergognavamo. I veli coprivano i volti
sciupati delle donne, accucciate sul
pavimento di cemento. Gli uomini, in
vesti e copricapi logori, si
appoggiavano alle pareti. I genitori
cercavano invano di intrattenere i propri
figli, che piangevano, urlavano e si
spingevano l’un l’altro. Io rimasi
nell’angolo, contando le persone:
duecentoventiquattro. Calcolai che
quarantaquattro avevano meno di cinque
anni, sessantotto erano tra i sei e diciotto
anni, sessanta tra i diciannove e i
cinquantanove, e cinquantadue avevano
più di sessant’anni. Eravamo nel
deserto; faceva caldo e la stanza era
troppo affollata. Mancava l’aria.
Dopo ore di attesa, una guardia mi
condusse a una cabina di vetro con un
telefono: altri due accompagnarono nella
stanza un uomo incatenato vestito con
una tuta nera. Mi sentii morire. Baba
zoppicò verso di me. Quando i militari
avevano fatto irruzione in casa nostra e
lo avevano picchiato, avevo sentito un
vuoto formarsi nel mio stomaco: adesso
quel vuoto si faceva sempre più grande.
Aveva il naso gonfio e storto. Il
sopracciglio e lo zigomo a sinistra erano
più grossi di quelli a destra. Avrei
voluto scappare, credevo di svenire. Ma
quando Baba si sedette sulla sedia
dall’altra parte del vetro e prese in
mano il telefono, io feci lo stesso. Non
sollevò mai gli occhi da terra. Aveva la
testa coperta di croste: i suoi bei capelli
luminosi erano spariti.
“Non fa male,” disse.
“Come stai?” Il groppo che avevo in
gola mi rendeva impossibile parlare.
Continuavo a guardarmi intorno,
osservando le altre famiglie riunite
davanti alle finestre di vetro.
“Ilhamdillah,” rispose Baba con un
filo di voce. Sia lode ad Allah.
Non sapevo che cosa dire.
“Come sta tua madre?” Mio padre
continuava a tenere la testa bassa.
“Voleva venire, ma costa troppo.”
“Sono contento che non debba
vedermi così.”
Mi sfregai gli occhi.
“Siete riusciti a scoprire che cosa è
successo? Te lo giuro sulla vita di Allah,
io non ho fatto niente.” Gli si spezzò la
voce: fece un respiro profondo. “È tutto
un grosso sbaglio,” si sforzò di
continuare. “Ma temo che gli israeliani
non abbiano fretta di scoprire la verità.
Il mio compagno di cella è dentro da
quattro anni, e ancora non gli è stata
mossa nessuna accusa. Tu e tua madre
potreste dover provvedere alla famiglia
per un anno, o anche di più. Se Dio
vuole, mi lasceranno andare prima, ma
dobbiamo prepararci al peggio.”
Faticava a respirare.
“Un anno?”
“Non hanno bisogno che io sia
accusato di qualcosa, possono
trattenermi a lungo, anche se non sono
colpevole.”
La cornetta mi scivolò dalla mano
sudata: quando la riportai all’orecchio
Baba disse: “Io…”.
Alla mia sinistra, una donna scoppiò a
piangere, mentre cinque bambini le
stavano attaccati alle gambe. A destra,
un uomo anziano si portava le mani al
volto.
“È tutta colpa mia,” lo interruppi, la
voce poco più di un sussurro.
Mio padre alzò lo sguardo per la
prima volta. “Non capisco.”
Singhiozzando, cominciai a
raccontare la storia per cui avevo fatto
tanta strada: mentre parlavo, la vergogna
mi impediva di guardare mio padre.
Lui si fece più vicino al vetro. Mi
mancò il respiro.
“Ichmad, figlio mio, hai solo dodici
anni. Promettimi che non dirai ad anima
viva che cosa hai fatto. Nemmeno a tua
madre.”
I nostri occhi s’incontrarono per la
prima volta da quando avevo cominciato
a confessare. Baba era bianco come un
cencio.
“Perché devi pagare tu per un crimine
che ho commesso io?”
“Ti metterebbero in carcere.” Si
indurì in viso. “Se non lo facessero, altri
manderebbero i loro figli ancora
minorenni a commettere atti per la
liberazione. Non sono stupidi. Per me
sarebbe una punizione peggiore se ci
fossi tu qua dentro.”
“Baba, devo assumermi le mie
responsabilità.”
“Il mio dovere di padre è
proteggerti.” Si portò le mani al petto:
erano segnate da bruciature di sigarette.
“Un uomo non è nessuno se non
combatte per la propria famiglia.
Promettimi che farai qualcosa della tua
vita. Non farti risucchiare da questa
lotta. Rendimi fiero di te, non lasciare
che la mia prigionia ti rovini l’esistenza.
Devi trovare il modo migliore per
aiutare tua madre: non è in grado di
cavarsela da sola. Adesso sei tu il
capofamiglia.”
“Ti prego, non dire così. Presto
tornerai a casa.” Mi sembrava di cadere
dentro a un pozzo, senza niente a cui
potermi aggrappare.
“No, invece.” Mi guardò dritto negli
occhi. “Promettimi che prenderai il mio
posto a casa.”
“Non so se ci riesco.”
“Quando anche tu avrai un figlio,
capirai che cosa vuol dire amare
qualcuno più di te stesso,” disse con
voce rotta. “Preferirei farmi conficcare
una spada nel cuore, piuttosto che
vederti soffrire. Chissà che cosa
sarebbero capaci di farti i soldati.” Si
schiarì la gola. “Non sprecare denaro
per venire a trovarmi, avrai bisogno di
tutto quello che riesci a guadagnare per
mantenere la famiglia. Di’ a tutti che io
voglio così: possiamo scriverci, io me
la caverò. Non permettere al senso di
colpa di entrarti nel cuore, perché è una
malattia, è come il cancro, e ti divorerà
finché di te non resterà più niente.”
“Che cosa faremo senza di te?”
“Tua madre e i tuoi fratelli hanno
bisogno di te. Promettimi solo che farai
qualcosa della tua vita: ci sono tante
cose che vorrei dirti.” Singhiozzò. “E ci
restano solo pochi momenti,” parlò in
fretta. “Va’ alla tomba di mio padre.
Devi innaffiare le piante ogni venerdì.”
Il telefono divenne muto: alzai una
mano al vetro e Baba fece lo stesso. Ci
guardammo per un istante, finché arrivò
una guardia che lo sollevò dalla sedia.
Era magrissimo; sembrava che
quell’uomo stesse scuotendo
un’uniforme vuota. Mi salutò con la
mano, e la guardia lo spinse via. Senza
voltarsi, scomparì attraverso la porta.
Rimasi lì, nella speranza che
accadesse qualcosa, che il soldato lo
riportasse indietro, dicendo che c’era
stato un errore, che lo lasciavano
andare. Attorno a me, piangevano tutti. I
cinque bambini in lacrime alla mia
sinistra salutarono loro padre; avevano i
vestiti logori e le pance gonfie per la
fame.
Avevo promesso a Mama di non dire
a Baba di Sara o della casa finché non
l’avessero liberato.
“Non può fare niente finché è in
carcere.” Era stata irremovibile.
Ora mi rendevo conto che aveva
ragione; non avrebbe potuto sopportare
di sapere che Sara era morta.
Il coraggio, capii, non era la
mancanza di paura: era l’assenza di
egoismo, era mettere il bene di qualcun
altro prima del proprio. Mi ero
sbagliato: Baba non era un codardo. Non
riuscivo a immaginare come avremmo
fatto a sopravvivere senza di lui.
9.

Dopo la scuola, Abbas e io andammo


al villaggio a sbrigare alcune
commissioni per Mama. C’erano carri
tirati da asini e donne che portavano le
loro ceste sulla testa, ma quando la gente
ci vedeva arrivare si allontanava, come
faceva con i soldati che pattugliavano il
villaggio.
Nella piazza, albicocche e mele
fresche splendevano illuminate dal sole:
le pecore belavano, imitate dai loro
agnelli. Due bambini sbirciavano nella
scatola del cinetoscopio.
Ci dirigemmo verso la sala da tè e io
ripensai al giorno in cui avevo vinto il
torneo di backgammon del villaggio.
Baba aveva offerto da bere a tutti, anche
se poi ci aveva messo un anno a pagare
il conto. La radio trasmetteva le ultime
notizie dal Giordano, ma non mi fermai
per ascoltarle.
Dentro al negozio di alimentari,
passammo in rassegna gli scaffali di
legno dietro al bancone della cassa:
caffè, tè, barattoli di sardine, bottiglie di
olio d’oliva. Sul pavimento, sotto le
mensole, c’erano grandi vasi d’argilla
che contenevano bulgur, semolino e
riso. Tre soldati entrarono nella bottega
dopo di noi.
“Vorrei un sacco di riso, signore,”
dissi. “Da mettere sul conto di mio
padre.”
“Il vostro conto è stato cancellato,”
rispose il proprietario del negozio,
tenendo d’occhio i militari. Poi si piegò
verso Abbas e me: “Mi dispiace”. Non
osai discutere con lui, ma non potevo
essere un capofamiglia se non riuscivo a
procurarmi nemmeno un po’ di riso.
Ce ne andammo a mani vuote sapendo
che, la sera prima, avevamo mangiato
gli ultimi chicchi di riso che ci erano
rimasti. Non avevamo nient’altro.
Ovunque guardassi, vedevo padri con
i propri figli: nel tentativo di non
lasciare che i miei pensieri mi
riportassero al ricordo di Baba, giocavo
con problemi matematici. Calcolai il
numero di abitanti che ogni giorno
venivano in piazza: considerai i fattori
che influenzavano l’equazione, come la
gente diretta alla moschea, gli orari di
apertura della sala da tè e dei negozi, il
numero di volte che le persone venivano
per usare il pozzo del villaggio.

***
La tenda, per me, era il simbolo della
rovina: era sempre piena di mosche,
zanzare, formiche e topi. Gli insetti si
infilavano nelle nostre bocche mentre
dormivamo. Aprii un lembo del telo per
intrufolarmi dentro, ma Mama mi
anticipò e mi spinse fuori. Stringeva una
lettera. “Che cosa c’è scritto?” Me la
allungò. Anche Abbas, che era accanto a
me, cominciò a leggerla.
Le parole scaturivano dalla carta
come ondate di calore. Chiusi gli occhi:
ci doveva essere un errore. La rilessi.
Per la prima volta nella mia vita, fui
grato del fatto che mia madre fosse
analfabeta. Era una lettera ufficiale,
scritta a mano in arabo, con un’unica
frase. Il detenuto Mahmud Hamid è
stato condannato a quattordici anni di
reclusione. Guardai Abbas incredulo.
Era bianco come un lenzuolo.
Appallottolai il foglio e la strinsi
nella mano sinistra. Le pieghe della
carta mi premevano sulla pelle.
“Dice qualcosa di tuo padre?”
“Sì.”
“Gli hanno fatto del male?”
“No.” Strinsi nel pugno la lettera
accartocciata, e me la portai al petto.
“Dice quando torna a casa?”
“No.”
Abbas e io ci scambiammo
un’occhiata: anche lui sapeva che non
doveva fiatare.
“È la sua condanna?”
Mi pulsava la testa.
“Ho ragione, è la sua condanna,
vero?” Vedendo che non rispondevo
subito, Mama prese la lettera, la aprì e
la fissò, come se potesse obbligarsi a
leggerla.
Guardò Abbas negli occhi: “Dimmi
che cosa dice”.
Lui restò in silenzio.
Quattordici anni. Voleva dire circa
730 settimane. 5113 giorni, 122.712 ore,
7.363.720 minuti, 441.824.200 secondi.
Provai a pensare quale di questi numeri
faceva sembrare più breve l’attesa.
Presi un respiro lungo e profondo e
cercai di parlare con voce ferma.
“Quattordici anni.”
“Quattordici anni?” ripeté Mama,
pallida.
“Sì.”
“Come ha potuto farci questo? Si è
dimenticato di avere una famiglia? Tutto
quel predicare di non farsi coinvolgere
dalla politica, e poi mette a repentaglio
le nostre vite?”
“Tu non capisci.” Le parole
faticavano a uscirmi dalla gola.
“Possono condannarlo anche se non è
colpevole.”
Mia madre fece un grosso respiro. “E
le armi si sono sotterrate da sole?”
“Possono averle messe loro,” replicò
Abbas.
Mi asciugai il sudore dalla fronte con
il dorso della mano: le immagini di
Baba nella tuta nera dei carcerati,
incatenato come un animale, mi
affollarono la mente. Lo vidi nel recinto,
costretto a spostare sabbia sotto il sole
cocente. Temevo che non sarebbe
sopravvissuto. Non era come se fosse
morto, cercai di convincermi, erano solo
quattordici anni. La mia mente cominciò
a evocare pensieri orribili: Baba appeso
a testa in giù mentre lo bruciavano con
le sigarette, o piegato in due, incatenato
a una sedia, fino a farlo restare storpio.
Tutte storie che sapevo essere vere.
“Avete ragione.” Mama scosse la
testa. “Vostro padre non farebbe mai una
cosa del genere.” Poi le gambe non la
sostennero più: la afferrammo e la
aiutammo a sedersi. Piangendo, nostra
madre nascose il viso segnato tra le
braccia forti. Il suo dolore mi spaventò.
“Che cosa faremo? Ditemi!”
“Penserò io a noi,” risposi.
“E come? Che cosa farai?” La sua
voce era attutita dalle mani che le
coprivano il volto.
Avevo il cuore sempre più pesante.
“Costruirò case per gli ebrei.” Non
sapevo che cos’altro fare. Di nuovo, mi
trovavo tra due fuochi.
“Come posso permetterlo?” chiese.
“Sei solo un bambino.”
“Nella prosperità la scelta è difficile.
Nelle avversità non si può scegliere,”
risposi con le stesse parole che aveva
usato Baba quando gli avevo chiesto
perché lavorava per gli ebrei. “Vedrai.
Imparerò a prendere l’oro dalla bocca
del leone.”
Gli occhi di Mama si riempirono di
lacrime. “Che Allah benedica ogni tuo
respiro e ogni tuo passo.”
“Lavorerò anch’io,” dichiarò Abbas.
Mama scosse la testa. “Sei troppo
giovane.”
“Sarà più facile se siamo insieme.”
Abbas mi sorrise.
“Domani comincerò a lavorare,” dissi
risoluto. Mi resi conto che non le avevo
ancora detto del riso: quella sera non
avremmo mangiato. Essere un uomo era
molto più difficile di quanto sembrasse.
“Anch’io,” aggiunse Abbas.
“Hai solo undici anni,” gli ricordò
Mama.
“Nella prosperità la scelta è difficile.
Nelle avversità non si può scegliere,”
ripeté Abbas con un lieve sorriso.

***

La mattina seguente, Mama uscì


all’aperto per bollire un po’ di acqua e
trovò un sacco di riso vicino alla tenda.
Abu Khalil, il proprietario del negozio
di alimentari, doveva aver corso il
rischio di portarcelo mentre dormivamo.
Mama preparò il tè con l’acqua del
pozzo, con le stesse foglie che aveva
usato per tutta la settimana. Presi la
brocca e versai acqua fredda nella mia
tazza e in quella di Abbas, in modo da
non dover aspettare che il tè si
raffreddasse prima di poterlo bere. Lo
trangugiammo in un colpo e scappammo
giù per la collina.
Eravamo gli unici alle porte del
villaggio. Mi ricordai che Baba mi
aveva raccontato di aver iniziato per
caso a lavorare per gli ebrei. Una
mattina si era svegliato presto per
andare al lavoro al moshav, dove
raccoglieva arance. Era stato il primo ad
arrivare, quando un furgone di operai
ebrei gli era passato accanto. Lui aveva
fatto cenno con il braccio, pensando che
fosse il furgone che stava aspettando.
Quando questo si era fermato, il
conducente gli aveva detto che erano
operai in un cantiere edile e che poteva
fargli comodo un lavorante arabo, che
fosse forte e costasse poco. Baba aveva
deciso di provare.
Appena sentimmo il rumore del
motore, Abbas e io ci mettemmo in
mezzo alla strada. Il furgone stava
venendo dritto verso di noi, ma non mi
importava, avrei fatto qualunque cosa
per fermarlo. Ormai a pochi metri da
me, l’autista inchiodò, sbandando verso
il lato della strada. Mi precipitai al
finestrino del conducente, mentre Abbas
si parava davanti al furgone con le
braccia aperte.
“La prego, ci faccia lavorare.” Avevo
passato tutta la notte a provare nella mia
testa quello che avrei dovuto dire in
ebraico.
“Siete solo dei bambini.” L’uomo ci
squadrò dall’alto in basso.
“Siamo forti.”
“Levatevi di mezzo,” ci ordinò
suonando il clacson.
“Oggi lavoreremo gratis. Se non
andiamo bene, non deve pagarci. La
prego, ci dia una possibilità.”
“Gratis?” chiese aggrottando la
fronte. “Dov’è il trucco?”
“Mio padre non può lavorare. Siamo
una famiglia numerosa.” Feci un respiro
profondo. “Ci servono i soldi.”
“Se lavorate male, dovrete tornare
indietro a piedi.”
“Non se ne pentirà.”
“Sono già pentito.” Ci fece segno di
salire nel retro con gli altri operai.
Ci arrampicammo sul cassone. I
lavoranti con la carnagione olivastra
sedevano a sinistra, quelli bianchi a
destra.
“Che cosa credete di fare?” un
operaio di quelli a sinistra si rivolse a
noi in ebraico, con un forte accento
arabo.
“Andiamo a lavorare,” risposi in
arabo.
“In questo paese si parla ebraico,”
disse. “Gli arabi e la loro lingua non
sono i benvenuti.”
Abbas aprì la bocca per replicare.
Non aveva paura di difendersi, cosa che,
a scuola, lo aveva portato a restare
coinvolto in più di una rissa. Gli strizzai
la mano più forte che potevo e lo
guardai negli occhi.
Ci sistemammo nell’angolo, mentre il
furgone si allontanava a tutta velocità
dal villaggio. Tutti gli sguardi erano
puntati su di noi e ci fissavano come se
fossimo vermi. Appena fummo soli, feci
giurare ad Abbas che non avrebbe mai
reagito, in nessun caso. Sapevo quanto
sarebbe stato difficile per lui, ma
sapevo anche che il bene della nostra
famiglia dipendeva da noi: mi diede la
sua parola, e io fui sicuro che non mi
avrebbe deluso.
10.

Al lavoro, durante la pausa, gli ebrei


ashkenaziti, che venivano dalla Russia,
dalla Polonia, dalla Romania, dalla
Transilvania e dalla Lituania, sedevano
insieme sotto un gruppo di ulivi,
parlando una lingua che io non capivo.
Era diversa dall’ebraico che ci
insegnavano a scuola. Avevano quasi
tutti gli occhi chiari ed erano costretti a
tenerli socchiusi per proteggersi dal
sole, mentre la loro pelle bianca
diventava rossa. Erano loro i capi:
impartivano ordini restando all’ombra
sotto gli alberi, o dentro alle strutture
che stavamo costruendo.
Sotto un altro gruppo di ulivi
sedevano gli ebrei sefarditi, provenienti
da Iraq, Yemen, Algeria, Libia e
Marocco: bevevano tè e caffè e, tra loro,
parlavano in arabo. Un iracheno spiegò
a uno yemenita che gli ashkenaziti
parlavano in yiddish: secondo me, i
sefarditi parlavano arabo solo quando
non volevano farsi intendere dagli
ashkenaziti.
Questi ultimi ridevano dei sefarditi e
delle loro bevande bollenti. “Avete
freddo per caso?” scherzavano i russi
indicando il caffè. Era evidente che gli
ashkenaziti non sapevano nulla del
caldo.
Abbas e io lavoravamo anche durante
la pausa.
“Fratelli Robot!” Il nostro capo,
Yossi, un ebreo polacco, ci fece segno
di raggiungerlo. Ci aveva
soprannominato in quel modo quando si
era accorto che non ci fermavamo per
riposare.
Abbas mi guardò: dai suoi occhi
traspariva diffidenza. “È tutto a posto,”
lo rassicurai. Yossi ci raggiunse a metà
strada: noi due eravamo così piccoli che
potevamo ripararci alla sua ombra.
“Ho cambiato idea: vi meritate la
paga intera di un arabo, ma sappiate che
posso ripensarci, se vedo che battete la
fiacca.”
Mi domandai a quanto ammontasse la
paga intera di un arabo: fino a quel
momento non prendevamo nemmeno un
decimo di quello che guadagnava Baba.
“Non ti deluderemo,” risposi.
Abbas e io riempivamo carriola dopo
carriola di blocchi di calcestruzzo dal
camion sulla strada e le portavano fino
al cantiere, dove le scaricavamo.
Dovevamo spingerle insieme, perché
eravamo la metà di tutti gli altri
lavoratori. Mi faceva male la schiena. I
miei abiti erano zuppi di sudore e
coperti di polvere. Costruivamo ville a
partire dalle fondamenta. Nella
settimana in cui Abbas e io avevamo
cominciato a lavorare, avevamo già
innalzato il primo piano, e il secondo
era a buon punto.
Il sole batteva feroce: mentre
caricavamo i calcestruzzi nella carriola,
Abbas si portò le mani alla schiena con
un lamento.
“Va tutto bene?” Potevo vedere la
smorfia di dolore sul suo volto:
sembrava un vecchio, e non un ragazzino
di undici anni.
“Mi fa male la schiena a forza di stare
piegato.”
“Tirati su. Io ti passo i blocchi, e tu li
metti nella carriola.” Mi piegai e
cominciai a passare i calcestruzzi ad
Abbas. Quando la carriola fu piena, la
portammo verso la villa. Mentre la
spingevamo oltre i sefarditi, i miei occhi
incontrarono quelli dell’iracheno.
“Che hai da guardare?” mi chiese in
un ebraico dal forte accento arabo.
Troppi anni di caffè avevano lasciato il
loro segno sui suoi denti. Sebbene fosse
a molti metri da me, allungò il braccio,
come se volesse prendermi per il collo:
io abbassai lo sguardo e continuai a
spingere la carriola.
“Ben Zonah!” Figlio di puttana. Mi
insultò in ebraico, anche se gli israeliani
imprecavano quasi sempre in arabo.
All’ora di pranzo, prendemmo tutti i
nostri sacchetti di carta dal furgone, e ci
ritirammo ognuno al proprio posto.
Abbas e io stavamo per conto nostro.
Prima di mangiare il riso, l’iracheno e
lo yemenita lo schiacciavano con le dita
formando delle palline. Gli ashkenaziti
usavano forchetta, coltello e cucchiaio.
Mama ci aveva preparato un pezzo di
pita e un sacchetto di riso e mandorle.
“Tieni.” Diedi la pita ad Abbas e lui
la spezzò in due, restituendomi la metà
più grossa. “No, prendila tu.” Gliela
misi davanti alla bocca, ma lui non
voleva accettarla. “Ti prego, Abbas. Se
non la mangi tu, la butterò via.” La
sollevai, come per gettarla a terra; lui la
afferrò all’ultimo. Io presi il pezzo più
piccolo e sistemai il sacchetto per terra,
in mezzo a noi, in modo da poter
raccogliere il riso con i pezzi di pita.
Quando terminammo di mangiare, gli
ashkenaziti e i sefarditi buttarono i loro
sacchetti nella spazzatura. Io piegai i
nostri e me li misi in tasca, in modo che
Mama potesse riutilizzarli il giorno
seguente.
Ogni sera, prima di andarcene,
passavamo dalla discarica del cantiere.
Il giorno prima avevamo trovato una
vecchia camicia e la batteria di una
radio. Un’altra volta, un’automobilina di
plastica. Ci sentivamo come gli
scarafaggi che si nutrono delle olive
cadute a terra dopo un’invasione di
locuste, ma continuavamo a cercare.
Non ci importava se, durante il viaggio
di ritorno, gli ebrei ridevano di noi
perché tenevamo in mano i loro rifiuti.
L’iracheno era il peggiore. Non so
perché. Quando ci fermavamo a casa sua
per farlo scendere, comparivano almeno
quindici bambini di tutte le età che
correvano dappertutto, sporchi e
trascurati. Sua moglie, incinta, usciva
dalla casa con i bigodini nei capelli: le
mancava un dente davanti. Vivevano in
una villa araba che, in origine, era stata
tinteggiata di bianco, ma che adesso era
del colore del fango. File di biancheria
erano appese nel cortile, disseminato di
spazzatura, i giardini erano infestati da
erbacce.
Il sole si era ormai abbassato a ovest
sull’orizzonte, quando Yossi si fermò
sulla strada fuori dal villaggio, per far
scendere Abbas e me. Doloranti,
camminammo fino alla nostra tenda.
Avevo i muscoli della schiena e del
collo talmente rigidi che barcollavo
come se fossi stato in catene.
Mama mi fece scrivere una lettera a
Baba per raccontargli che Abbas e io
avevamo trovato lavoro. Disse che era
importante che lui pensasse che stessimo
bene. Baba rispose che avrebbe
preferito che continuassimo ad andare a
scuola: con grande tristezza, gli scrissi
che non era possibile.
11.

Non riuscivo a togliermi il catrame


dalle mani: da quando eravamo rimasti
senz’acqua avevo cominciato a usare la
sabbia, un trucco che mi aveva insegnato
Baba. Cominciavo a credere che, a furia
di sfregare, mi sarei scorticato la pelle.
In quel momento, sentii dei passi risalire
la collina.
“Ichmad.” Era il professor
Mohammad.
Vergognandomi delle mie condizioni,
nascosi le mani dietro la schiena.
“Le tue assenze da scuola sono
ingiustificabili.”
Non potevo farci niente.
Mi raggiunse e si fermò a un metro di
distanza. “Non voltare le spalle alle tue
doti. Lascia che ti illuminino nel
percorso della vita. Quando incontri
degli ostacoli, guarda alla tua luce.” Mi
toccò il mento, costringendomi ad alzare
il viso verso il suo. “Sei destinato a fare
grandi cose.”
Non potevo sottrarmi ai suoi occhi.
“Non ho scelta.”
“C’è sempre una scelta.”
“Devo lavorare tutto il giorno.” Mi
voltai quanto bastava per evitare
quell’insopportabile sguardo di
compassione.
Ricordai il giorno in cui fui promosso
dalla terza elementare: durante la
piccola cerimonia che si svolse nella
nostra classe, il professor Mohammad
aveva consegnato a ogni alunno la
propria pagella. Dopo che ebbe finito,
mi aveva chiamato di nuovo.
“Questo attestato va allo studente
migliore della classe.” Mi aveva stretto
la mano e mi aveva baciato su entrambe
le guance. “Tenete d’occhio questo
bambino, diventerà l’orgoglio della
nostra gente.” Dal fondo, Baba mi aveva
fatto il segno della vittoria con le dita.

***

“Vorrei darti lezioni private,” mi


disse. “Ogni giorno, dopo il lavoro.
Cominceremo questa sera: hai già
mangiato?”
“Sì,” mentii. Morivo di fame.
“Vieni a casa mia. Abbiamo ancora
due ore prima che inizi il coprifuoco.”
A ogni passo che mi avvicinava a
casa sua, sentivo il dolore pungente
delle vesciche nuove sui piedi. Ci
sedemmo al tavolo della cucina.
“Posso darti qualcosa da mangiare?”
chiese.
“No, grazie.” Non volevo diventare
un peso per lui. Il mio stomaco cominciò
a brontolare, e io lo schiacciai con il
pugno.
Il mio insegnante scrisse un problema
di matematica su una lavagnetta che poi
mi passò. Avevo la mano debole e
bruciata da tutto il catrame bollente che
avevo portato sulle impalcature, ma non
mi importava. Se un uomo come il
professor Mohammad credeva in me,
avrei fatto di tutto per riuscire.
12.

Un’ombra mi sovrastò. Doveva essere


un soldato: ormai nessuno veniva più a
trovarci. Abbas, accanto a me, si fece
piccolo piccolo. Mi girai lentamente.
“È zio Kamal,” lo rassicurai. Era
stato rilasciato: aveva le guance scavate
e le spalle curve. Zoppicava.
“Che cosa ti è successo?” chiese
Abbas allibito.
“Sono caduto.”
Solo in quel momento notai che si
sosteneva con un bastone.
“Mi sono slogato la caviglia.”
I polsi erano fasciati.
Fadi e Hani erano seduti in terra fuori
dalla tenda e confrontavano alcuni
bossoli di proiettili.
“Che cosa ci fai qui?” gli chiesi.
“Potrebbero riportarti dentro.”
“Dovevo vedervi.”
Né io né Abbas avevamo mai parlato
da uomo a uomo con mio zio. Prima,
veniva a casa nostra almeno tre volte
alla settimana, per giocare a
backgammon o fumare il narghilè con
Baba: insieme, ricordavano i giorni in
cui lo Stato d’Israele non si era ancora
formato, e loro viaggiavano per tutta la
Palestina.
Parlavano delle grandi distese di
sabbia che si fondevano con il Mar
Mediterraneo, circondate da terre
rigogliose, raccontavano di catene
montuose, delle colline di Galilea, verdi
tutto l’anno grazie ai fiumi e alle piogge
abbondanti, e di quelle della
Cisgiordania, dalle cime rocciose e
circondate da valli fertili.
Abbas e io tenevamo il conto dei loro
viaggi su una mappa che avevamo
disegnato, divisa nei diversi distretti
della Palestina. Acri, Haifa, Jaffa, Gaza,
Tiberiade, Baysa, Nazareth, Jenin,
Nablus, Ramallah, Gerusalemme,
Hebron, Be’er Sheva, Tulkaram, Ramla
e Safed. Ogni volta che Baba e zio
Kamal nominavano uno degli oltre
seicento tra villaggi e città della
Palestina, noi lo segnavamo sulla
mappa.
Jaffa, la sposa di Palestina, era il
soggetto principale dei loro discorsi.
Ascoltandoli, Abbas e io avevamo
appreso come, a metà del
diciannovesimo secolo, i palestinesi
avessero iniziato a coltivare l’arancia
Shamouti, nota anche come arancia di
Jaffa. Già nel 1870 Jaffa, la maggiore
città portuale, esportava trentotto milioni
di quella qualità di arance all’interno
dell’impero e all’estero, insieme ad altri
beni. Baba raccontava anche di Tel
Aviv, la città che gli ebrei avevano
costruito tra le dune di sabbia vicino a
Jaffa. L’unico posto di cui mio padre non
parlava volentieri era il Negev, che,
purtroppo, era ancora un deserto.
L’uomo in piedi davanti a noi non
somigliava affatto a nostro zio Kamal,
che rideva sempre e amava raccontare le
sue grandi avventure: era triste vederlo
in quello stato. Essendo ormai il
capofamiglia, mi comportai come
avrebbe fatto Baba: “Ti siamo grati per
quanto hai fatto per noi”, versai un po’
d’acqua del pozzo in una pentola, che
Abbas mise sul fuoco, “ma anche tu hai
una famiglia numerosa”.
“Voglio aiutarvi,” rispose.
Cercai di sembrare adulto: “Ti
rimanderanno indietro”.
Zio Kamal si guardava intorno,
ansioso. Abbassò la voce: “Che cosa è
successo a vostro padre?”.
“Nelle sue lettere dice di stare bene.
Ci ha scritto che una delle guardie lo ha
sentito cantare: gli hanno procurato un
oud e lo fanno suonare per loro.”
L’acqua cominciò a bollire, e Abbas
buttò il riso.
“Ah sì, sono sicuro che è dura per le
povere guardie. E voi come state?”
“Abbas, porta dentro Hani e Fadi.”
Indicai la tenda e Abbas si mosse
immediatamente: eravamo una squadra
perfetta.
“Che Allah abbia pietà di te, zio
Kamal,” disse Hani, prima di
scomparire nella tenda.
Fadi, invece, rimase fermo a fissarlo.
“Sbrigati!” Abbas lo spinse dentro e
poi tornò al mio fianco.
“Come state, ragazzi?” ci chiese
nostro zio.
“Bene,” rispondemmo all’unisono.
“È tutto così ingiusto,” mormorò.
“Sono in pensiero per la vita di vostro
padre. La prigione…”
Mi portai un dito alle labbra. Non
volevo che Mama o uno dei miei fratelli
sentissero quei discorsi. “Parleremo
dopo.”
“Non hanno nessun rispetto per i
diritti umani.” Si piegò in avanti,
sussurrando. “Come posso aiutarvi?”
“Hai la tua famiglia a cui pensare,”
gli ricordai.
“Anche voi vivete in una tenda,”
aggiunse Abbas.
“Non rilasceranno vostro padre. Di
chi erano quelle armi? E se le avessero
nascoste loro per prendersi anche questa
collina? Come se non avessero piazzato
già abbastanza cecchini.” Mentre
parlava, Zio Kamal scuoteva la testa.
Tolsi il riso dal fuoco. “Ne
discuteremo più tardi.”
“Possono fare ciò che vogliono,”
disse.
“Ti prego, non adesso.” Con la testa
indicai la tenda, esasperando il gesto
più che potevo.
“Quattordici anni,” continuò lui,
sconsolato.
Mama uscì all’aperto con in mano gli
stracci bagnati che stava usando per
cercare di abbassare la temperatura a
Nadia: mia sorella aveva passato tutta la
notte in uno stato di semi incoscienza, e
bruciava di febbre. Avevo paura che
potesse contagiare anche Fadi e Hani o,
peggio, Abbas e me. Non potevamo
permetterci di ammalarci.
Abbas diede a Mama una ciotola di
riso.
“Il coprifuoco inizia tra pochi
minuti,” tagliai corto.
Zio Kamal abbassò gli occhi a terra:
“Dev’essere terribile per voi”.
Mi alzai, come per farmi scudo dalla
sua compassione: “Ce la caveremo”.
“Vostro padre ha detto cosa gli hanno
fatto?” chiese senza alzare lo sguardo.
Non voleva capire che non avevo
intenzione di parlarne. “Devo dare una
mano a mia madre…”
“Come ti è sembrato?”
Le immagini di Baba incatenato come
un animale ebbero la meglio su di me.
Zio Kamal si coprì il volto con le mani.
“Voglio aiutarvi.” I suoi lineamenti si
indurirono, mentre il corpo era scosso
dai singhiozzi. “Vi prego, perdonatemi,
davvero. Sono così sconvolto, mi
dispiace.” Con gli occhi pieni di lacrime
si girò e si avviò giù per la collina.
“Vedrai che staremo bene,” gli gridai.
Non stavamo bene: non avevo i soldi
nemmeno per comprare le scarpe per
Hani. Ormai i suoi sandali erano
diventati troppo piccoli, la fibbia era
scadente e si era rotta: erano già due
settimane che camminava scalzo.
Nessuno di noi aveva più mangiato
abbastanza da sentirsi sazio da quando
casa nostra era stata distrutta; la fame ci
accompagnava sempre.
C’erano dei pomeriggi in cui arrivavo
a pensare di intrufolarmi a Moshav Dan
e rubare un po’ di frutta; ma poi mi
ricordavo del filo spinato, delle guardie
armate, delle botte. Non riuscivo a
prendermi cura della mia famiglia.
Ogni sera, dopo cena, andavo a casa
del professor Mohammad; per poche ore
potevo uscire dal mio purgatorio.
Aspettavo con ansia il momento in cui
avrei potuto studiare: dentro di me,
sapevo che il mio insegnante aveva la
chiave per esaudire il desiderio di
Baba.
Quando ero con lui non mi sentivo più
solo a portare il mio fardello, ma mi
sembrava di essere parte di una squadra.
In sua compagnia scorgevo un raggio di
luce. Se la cattura di Baba era stata in
qualche modo una prova di fede, ero
convinto che la scienza lo avrebbe
aiutato a uscirne. Quando tornavo alla
tenda, prima del coprifuoco, continuavo
a studiare illuminato dalla luna e dalle
luci di Moshav Dan: facevo studiare
anche Abbas, ma, spesso, lui diceva di
essere troppo stanco.
Prima di andare a letto, mi lavavo
dietro a un telo che avevo appeso a
Shahida, il mandorlo. Mi ero procurato
un piccolo catino di metallo con cui, di
giorno, Mama portava l’acqua su per la
collina. Ogni sera ero l’ultimo a
utilizzarla per lavarmi.
Sapevo che l’unico modo che avevo
per migliorare la nostra situazione era
lavorare di più.
13.

La bile mi saliva nell’esofago per lo


sforzo di spingere una carriola piena di
blocchi di calcestruzzo fino allo
scheletro della casa: all’interno della
struttura, Abbas inchiodava delle travi.
Avevo insistito perché fosse lui a
occuparsene: lavorare fuori, al caldo,
durante il Ramadan era molto pesante. Il
sole scottava, ma io avevo i brividi: la
mia pelle era coperta da uno strato di
sudore freddo.
Stavo morendo di sete, ma mi ero
ripromesso di non bere nemmeno un
goccio di acqua: secondo l’imam, se
avessi osservato alla lettera il digiuno,
oltre a perdonare i peccati che avevo
commesso in passato, Allah avrebbe
anche ascoltato le mie preghiere. Il sole
picchiava forte, e i miei vestiti logori
fornivano una misera protezione.
Sperai che quella notte sarebbe
spuntata la prima luna crescente, che
avrebbe messo fine a quel periodo di
sacrificio, ma me ne pentii subito. Era il
mese più sacro dell’anno, il mese in cui
il Corano era stato rivelato. Nei
ventinove giorni precedenti, avevo
mangiato solo una piccola porzione di
riso e bevuto un po’ di acqua al sorgere
di ogni alba: per il resto della giornata
non toccavo cibo. Avevamo iniziato a
lavorare alle sei del mattino e,
finalmente, il cielo stava cominciando a
imbrunire.
Avevo i palmi delle mani ruvidi, pieni
di vesciche, e i blocchi di calcestruzzo
premevano sulle piaghe facendole
sanguinare, ma io continuai a caricarli
sul furgone. Nonostante fosse quasi sera,
l’aria era ancora infuocata. Ormai non
sudavo più e avevo la vista annebbiata.
Quel giorno sembrava non finire mai, ma
io ero deciso ad andare avanti.
Continuavo a ripetermi le parole
dell’imam: “Se digiuni per un mese, i
tuoi peccati saranno assolti”.
Scaricavo la carriola più in fretta che
potevo, alzando la testa solo quando
l’avevo svuotata del tutto, per
risparmiare energia. La polvere che si
sollevava dava l’impressione che ci
fosse la nebbia, ma sapevo che era
impossibile.
All’improvviso l’iracheno mi afferrò
per la camicia e mi diede una sberla in
testa. D’istinto, alzai le braccia al volto,
per proteggermi. Colto di sorpresa, mi
rannicchiai.
“Avee!” gridò il russo. “Lascialo
andare.”
“È troppo lento,” replicò l’iracheno.
“Devo dargli una lezione.”
Il russo avanzò di un paio di passi
verso di lui. “Lascialo in pace.”
“Ti avverto,” rispose l’altro. “Non
sminuire la mia autorità di fronte
all’arabo. Lui e quel bastardo di suo
fratello non mi obbediranno più se non li
faccio rigare dritto.”
Per fortuna Abbas era troppo lontano
per sentire.
“La gentilezza genera lealtà,” ribatté
il russo.
La faccia dell’iracheno assunse una
minacciosa sfumatura di rosso. “Già che
ci sei, dagli anche il resto della giornata
libero.” Aveva le vene del collo gonfie
per la rabbia. “La casa si costruirà da
sola.”
L’ultima cosa che ricordo è che stavo
vomitando accanto alla carriola, poi
divenne tutto nero. Un getto di acqua
fredda mi colpì in testa, un viso sfocato
mi guardava: era Abbas.
“Grazie a Dio,” disse con voce
strozzata. “Sei svenuto.”
“Ho bevuto dell’acqua?”
“No, vuoi che te ne porti un po’?”
“No.”
Mi tese una mano e mi tirò su.
“Il furgone è qui,” disse Abbas.
Mi alzai con cautela e mi scossi la
terra dai capelli e dai vestiti:
camminavo appoggiato a mio fratello. Ci
stringemmo nel retro con gli altri. La
puzza di sudore mi dava il voltastomaco.

***

Alle porte del villaggio c’era un


gruppetto di bambini che, quando un
furgone proveniente dal moshav si
accostò dietro di noi, corsero dai loro
padri, abbracciandoli e baciandoli.
Guardai Abbas: non riuscivo a capire se
l’espressione sul suo volto fosse di
tristezza o di rabbia.
Mentre risalivamo la collina
sentivamo gli aromi della cena
provenire dalle case: agnello alla brace,
aglio e verdure stufate. Abbas
camminava a testa bassa. Erano i
profumi dei preparativi per la festa che
sarebbe cominciata con la colazione del
mattino seguente.

“Secondo te Mama ha cucinato


qualcosa di speciale?” chiese
speranzoso.
Pregai che fosse così, per vedere mio
fratello contento. Da tempo vivevamo di
pane alle mandorle, burro di mandorle,
mandorle crude, mandorle arrosto, riso e
mandorle e zuppa di mandorle. Il
mandorlo era una benedizione, ma
quello era un giorno sacro. Ogni anno,
per la festa, ci riunivamo e mangiavamo
katayif in onore di Amal: era il suo
dolce preferito. Temevo che questa volta
non avremmo potuto rispettare la
tradizione.
“Come faceva Baba a mantenerci
tutti?” domandò Abbas.
“Vivevamo dei risparmi che aveva
accumulato quando possedeva la
piantagione,” spiegai. “Inoltre, al
cantiere, Baba prendeva il doppio di noi
due messi insieme. Noi siamo troppo
piccoli per svolgere il lavoro di un
adulto. E poi adesso abbiamo più spese,
non dimenticare che tutto ciò che
avevamo è andato distrutto.”
Avevo più fame del solito: il mio
stomaco si contorceva come se stesse
cercando di mangiarsi da solo. Lo
schiacciai con le mani, nel tentativo di
mettere a tacere il dolore.
Cominciai a calcolare il numero di
mandorle che crescevano sul nostro
albero ogni anno. Innanzitutto, contai i
rami…
“Ichmad,” mi chiamò Abbas. “Va’ a
lavarti.”
“Non ho ancora sentito il muezzin
chiamare per la preghiera.”
“Dormivi. È spuntata la luna
crescente. Inizia tu, sei il più grande.”
Mama mi passò la brocca e io mi
versai l’acqua sulle mani prima di
lavarmi la bocca, la faccia, le braccia e
i piedi. Temevo di essere stato troppo
superficiale: l’imam diceva che
dovevamo essere puri per la preghiera.
Era importante che eseguissi tutto alla
perfezione, se poteva aiutare Baba, così,
quando Nadia finì il suo turno, mi lavai
le mani un’altra volta.
“Che cosa fai?” chiese Abbas.
“Ho dimenticato un punto.”
“Muoviti!” mi sgridò. “Muoio di
fame.” Notai le occhiaie scure che gli
segnavano il volto.
Abbas, Fadi, Hani e io ci mettemmo
in fila, spalla a spalla, rivolti alla
Mecca: Mama e Nadia si sistemarono
dietro di noi. Restammo tutti in piedi, la
testa china e le braccia lungo i fianchi.
“Allahu Akbar,” intonammo. Dio è
grande.
A occhi chiusi, immaginai di gustare
lo stufato, le verdure saltate e la carne
halal che mangiavamo sempre per
rompere il digiuno. Le portate mi
apparirono come visioni: falafel caldi e
croccanti, baklava per dessert.
Tutto ciò che avevamo era una ciotola
di riso a testa. Dopo aver mangiato,
Abbas e io ci sedemmo in un angolo e
leggemmo il Corano alla luce di una
lanterna. I nostri vestiti erano troppo
malandati per indossarli nella moschea.
Dentro di me, pregai perché i
combattenti per la liberazione
palestinesi catturassero un israeliano, e
che Baba fosse rilasciato in uno scambio
di prigionieri.
Quella notte, al buio, sentii il pianto
sommesso di Mama: doveva aver
pensato che stessi dormendo. Il mio
stomaco brontolò per la fame. E poi
ebbi un’idea: potevo fabbricare armi per
andare a caccia.
***

Il venerdì pomeriggio non andavamo


al lavoro perché era il giorno di riposo
degli ebrei, così Abbas e io ci
dirigemmo fuori, verso quanto era
rimasto dei pascoli attorno al villaggio,
per mettere trappole per uccelli e
conigli. Camminavamo guardandoci
intorno, per trovare tane, zone dove gli
animali andavano a nutrirsi o pozze di
acqua. La fortuna era con noi, e
incappammo nella buca di un coniglio.
Ci stendemmo a terra, ognuno a un
lato della tana, tenendo sospeso il
cappio che avevo costruito con un’asta e
un filo che avevo trovato nella
spazzatura al lavoro. Con il laccio in
posizione, aspettammo che il coniglio
uscisse.
Eravamo sdraiati, pronti alla caccia,
quando scorsi un gregge di pecore che
veniva nella mia direzione: da dove mi
trovavo, potevo vederle perfettamente
spuntare al di sopra dell’erba alta. Con i
piccoli zoccoli sollevavano la polvere,
e i loro belati mi sembravano le note di
uno strumento musicale: avanzavano
dondolando a destra e a sinistra, come
giocando a scontrarsi tra loro.
Dal mezzo della confusione, emerse
una pastorella: era una ragazza delicata
e minuta, con capelli ricci e neri lunghi
fino alla vita, e occhi verdi e brillanti.
Sembrava così fragile che mi chiesi
come facesse a condurre il gregge da
sola. Con un gesto deciso del bastone
che aveva in mano, richiamava
all’ordine ogni pecora che tentasse di
allontanarsi. I nostri occhi si
incontrarono: era la creatura più bella
che avessi mai visto. Le sorrisi, e lei
ricambiò ma, prima che potessi
rendermene conto, era scomparsa
insieme alle sue pecore.

***

Quel sabato mattina, tornai alla tana


del coniglio con un arpione, una piccola
asse, due bastoncini biforcuti e un
cappio. Avevo detto ad Abbas che non
c’era bisogno che venisse anche lui,
potevo sistemare la trappola anche da
solo. Dentro di me, speravo di rivedere
la pastorella. Piantai i bastoncini
biforcuti ai due lati dell’uscita della tana
e ne incastrai sopra altri due, in modo
che si incrociassero. Presi il cappio e lo
legai, facendolo pendere dal centro: poi
aspettai.
Il vento portò alle mie orecchie la
voce di una ragazza che gridava:
“Aiuto!”.
Con l’arpione e l’asse ancora in
mano, corsi verso il punto da cui
proveniva il suono. Vidi la pastorella
con la schiena contro un albero, mentre
uno sciacallo macilento le andava
incontro. Mi piantai davanti a lei,
muovendo le braccia per scacciare la
belva, ma quella non si mosse. Poi vidi
la bava che colava dalla bocca.
Continuava a venire verso di noi:
sembrava in trance.
Allora, corsi verso lo sciacallo e lo
infilzai nel collo con il mio arpione. Con
l’altra mano, lo colpii, spaccandogli
l’asse in testa: l’animale cadde a terra in
preda alle convulsioni. Lo bastonai più
e più volte, finché non smise di
muoversi.
Dovevo essere in stato di shock,
perché rimasi lì, davanti al corpo della
bestia, incapace di credere a quanto
avevo appena fatto senza pensarci due
volte e senza paura. La ragazza mi
raggiunse e mi gettò le braccia al collo:
poi dovette rendersi conto
dell’inappropriatezza del suo
comportamento perché, in un istante, mi
lasciò andare e fece un passo indietro.
“Ti ha morso?” chiesi nel tentativo di
rompere quel silenzio imbarazzante.
“No, grazie a te.” Avvampò in volto.
“E la pecora?”
“Mi sembra di no,” rispose. “Di
solito gli sciacalli scappano, ma questo
era diverso.” Sorrise, e cominciò a far
muovere la pecora: un istante dopo se
n’era andata.
Un fruscio proveniente dal cespuglio
dietro di me mi fece trasalire;
spaventato, pensai che si trattasse di un
altro sciacallo. Mi girai, ma non vidi
niente. Poi mi ricordai della trappola.
Preso nel cappio c’era un grosso
coniglio bianco: lo afferrai per le
orecchie e lo portai a casa. Forse la
fortuna stava girando.

***

Il giorno seguente gli ebrei proibirono


l’accesso alla zona dove avevo
incontrato la pastorella, impendendoci
di entrare. La notizia della mia vittoria
sullo sciacallo con la rabbia aveva fatto
il giro del villaggio. Per strada, la gente
si congratulava, guardandomi ammirata.
Abbas mi chiedeva in continuazione di
ripetere ogni dettaglio della storia. I
miei fratelli mi consideravano un eroe,
ma io mi sentivo vuoto: non capivo che
cosa ci fosse di eroico nell’atto di
uccidere. Quel povero animale era
malato. Avevo agito per difendermi, per
sopravvivere, ma non ne ero orgoglioso.
L’unica persona a cui confidai i miei
pensieri era Baba. Nella sua lettera, mi
rispose che anche lui si sarebbe sentito
come me.
14.

Il camion con il pianale si fermò


vicino alla casa che stavamo costruendo
per consegnare le piante. “Dove credete
di andare voi due?” ci fermò lo
yemenita.
“A comprare un alberello,” risposi.
Abbas scosse la testa: “Che cosa?”.
“Dal Fondo nazionale ebraico?” il
tono dello yemenita era sospettoso.
Il conducente mi mostrò la merce
disponibile quel giorno: cipressi, pini,
mandorli, fichi, carrubi e ulivi. Abbas si
teneva a un metro da me.
Indicai un getto di ulivo: “Prendo
quello”.
L’uomo mi guardò perplesso: ero
disposto a pagare l’intero stipendio di
quel giorno per il germoglio e un po’ di
sabbia.
“Sei impazzito?” Abbas aveva il
volto tirato.
“Lo pianteremo in onore di Baba.”
“Un albero del Fondo nazionale
ebraico? Ci hanno rubato tutto
portandoci via l’unica fonte di guadagno
che avevamo. Non gli servono i nostri
soldi. Controllano più del novanta per
cento della terra.”
Scrollai le spalle: “E dove altro
potrei comprarlo?”.

***

Quella sera, tornati dal lavoro, Abbas


e io radunammo la nostra famiglia
attorno al mandorlo e io sollevai
l’alberello. “Ogni anno, pianteremo un
ulivo in onore di Baba, finché non sarà
rilasciato,” dichiarai.
Scavammo una buca abbastanza
grande da contenere il piccolo fusto,
utilizzando le stesse pale che avevo
usato insieme ad Alì e poi per seppellire
Sara. Quindi piantammo l’ulivo. Sempre
insieme, lo cospargemmo con concime
d’asino ben macerato, preparato per
l’occasione da nostra madre. Quando
finimmo, Mama sparse la sabbia.
La mia famiglia si sedette in cerchio
attorno all’albero e io lessi la parte più
importante della lettera di Baba:

La vostra idea di piantare un ulivo in


mio onore mi ha commosso. Non mi
importa se comprate l’albero dal
Fondo nazionale ebraico: io prego
perché la nostra gente e gli ebrei
possano un giorno lavorare uniti per
costruire il nostro paese, anziché
distruggerlo.

Misi via la lettera: i miei occhi


incontrarono quelli di Fadi.
“Siete tutti e due pazzi.” Provò ad
alzarsi, ma Mama lo trattenne a terra.
“Pensate al ricordo più bello che
avete di Baba,” dissi.
“Nessuno sa costruire qualcosa come
Baba,” cominciò Abbas. “Vi ricordate il
carretto?” Abbas e io lo avevamo
aiutato a costruirne uno con alcune assi
di legno: io avevo avuto l’idea di
fabbricare le ruote usando delle lattine.
Poi nostro padre ci aveva spinto fino al
centro del villaggio; mentre passavamo,
la gente lo guardava ammirata.
“Per non parlare del lanciamissili,”
intervenne Fadi: Baba l’aveva messo
insieme con dei vecchi tubi e una
bottiglia d’acqua ormai vuota. Il missile
poteva raggiungere perfino i rami più
alti del mandorlo.
“E la corda per saltare?” disse Nadia:
per farla, Baba aveva raccolto pezzi di
fune al lavoro.
“Non dimenticate gli archi e le
frecce,” continuò Abbas. “E il bersaglio
di cartone.” Abbas, Baba e io avevamo
spezzato alcuni rami dal mandorlo per
costruire le frecce. Poi, per il bersaglio,
avevamo disegnato un grosso punto nero
con dei cerchi sempre più grandi che gli
giravano attorno e lo avevamo appeso
all’albero. Abbas e io passavamo le
giornate a cercare di colpire il centro.
“La tavola da backgammon le batte
tutte,” dichiarai. “Aveva perfino
pitturato i sassi per fare le pedine.”
Baba aveva giocato con me per ore,
finché ero diventato imbattibile.
“Andiamo al cimitero a visitare la
tomba del nonno,” proposi. Ogni
venerdì, prima di andare alla moschea,
Baba si fermava al cimitero per
innaffiare i fiori sulla tomba di suo
padre. Quando lo avevano portato in
prigione, io avevo preso il suo posto.
“Dopo andiamo alla moschea,
allora,” continuò Mama. “Vostro padre
ci andava sempre il venerdì.” Capii che
ci teneva.
Arrivati alla moschea, Abbas, Fadi,
Hani e io prendemmo posto sulle stuoie
che erano stese sul pavimento di
mosaico, insieme agli altri padri e figli.
Mama e Nadia si fermarono in fondo,
con le donne. C’erano anche zio Kamal
e i suoi figli. Non potevo fare a meno di
sentire su di me la pietà della gente, e
ciò mi rattristava. Guardai il mihrab che
puntava alla Mecca: mi ricordai di
quando Baba mi mostrò il punto in cui il
pascià Mohammad, governatore durante
l’Impero ottomano, aveva inciso il suo
nome seguito dalla data: 1663. Le
guance di Abbas erano rigate dalle
lacrime. Era molto doloroso per me
guardare tutti gli altri padri con i loro
figli, vedere zio Kamal, sapendo che
Baba era in prigione e che Sara e Amal
non c’erano più.
Ci sedemmo sui tappeti per la
preghiera e l’imam, in piedi dietro al
minbar di marmo bianco, cominciò il
suo sermone sull’importanza del
rapporto tra padri e figli: esortava gli
adulti a godere di ogni minuto che fosse
dato loro di passare con i propri figli,
dato che i bambini restano tali per un
breve periodo. Nell’angolo, vidi il
barbiere con suo figlio e ricordai a me
stesso che anche Baba sarebbe tornato. I
blocchi di pietra calcarea e le volte a
crociera del soffitto della moschea, che
mi avevano sempre affascinato, adesso
mi davano un senso di oppressione: per
colpa mia, Baba non poteva ammirare la
loro bellezza insieme a noi.
Tornando alla nostra tenda, passammo
accanto all’edificio quadrato di mattoni
di fango che era stato la nostra casa.
Ricordavo ogni singolo ritratto che Baba
aveva disegnato, soprattutto quello in
cui mi teneva in braccio il giorno in cui
ero nato. Sembrava l’uomo più felice
della Terra: se solo avesse saputo che
avrei portato tutta quella sofferenza alla
nostra famiglia.
Ci sedemmo attorno al fuoco e io
raccontai ai miei fratelli della
piantagione di aranci e di come Baba
fosse caritatevole con la gente del
villaggio, e suonasse per tutti a ogni
occasione di festa. Volevo che sapessero
di avere un padre, che conoscessero
com’era, che lo ricordassero. Per Abbas
e me era più facile, avevamo trascorso
molto tempo con lui, ma Hani era troppo
piccolo.

***

Il tempo passava, allontanandoci


sempre più dai giorni in cui la mia
famiglia era stata unita e felice. Quando
la pioggia dell’inverno si abbatteva
sulla nostra tenda, con la mente tornavo
al giorno del matrimonio di mio cugino
Ibrahim. Ricordavo mio padre mentre
assaporava il baklava e ballava la
dabka insieme agli altri uomini. Pensavo
a tutti i matrimoni in cui aveva suonato il
suo oud e desideravo che potesse
suonarmi una delle sue allegre melodie.
Baba adorava la pioggia: “Fa bene alla
terra”, diceva, “gli alberi ne hanno
bisogno”. Era sempre felice quando
pioveva, anche se ci avevano portato via
la terra ormai da cinque anni.
Adesso invece l’acqua s’infiltrava
nella tenda fredda e umida. Il terreno
sotto di noi si era trasformato in fango:
cercavo di immaginare di vivere ancora
nella nostra casa, e di ascoltare la
pioggia invernale che batteva sul tetto
mentre mi scaldavo avvolto in una
coperta di pelle di capra. Il freddo,
però, continuava a pungermi fino alle
ossa.

***

“Non vi lavate mai?” ci chiese


l’iracheno.
“Sono macchiati,” risposi,
guardandomi i pantaloni. Anche se
Mama e Nadia lavavano i nostri vestiti
ogni giorno sull’asse, non riuscivano
mai a togliere le macchie.
“Avete i piedi tutti sporchi di fango,”
rincarò lo yemenita. “Si può sapere che
razza di scarpe sono quelle?”
Abbas e io ritirammo i piedi,
nascondendo i sandali che Mama ci
aveva fatto usando la gomma usata di
uno pneumatico.
Quella sera portammo a casa un
grosso scatolone che era servito per
trasportare un frigorifero per gli ebrei e
lo coprimmo con della plastica. Di
notte, Mama ci dormì dentro, fuori dalla
tenda, e si svegliò asciutta. Ogni giorno
portammo a casa uno scatolone, finché
ognuno di noi ne ebbe uno per sé.
Ogni volta che portavamo a casa la
spazzatura degli ebrei, Abbas e io
dovevamo subire le battute degli altri:
non sapevo quanto mio fratello sarebbe
riuscito a resistere senza reagire.
15.

Il freddo di gennaio mi era entrato


nelle ossa: Mama mi aveva fatto un
maglione, ma la pioggia incessante lo
aveva impregnato di umidità. Abbas e io
stavamo legando l’ultimo pezzo di
tondino di ferro prima di versare la
gettata per il quinto piano di un
condominio. Per fortuna, lo scheletro del
piano di sopra ci proteggeva dal diluvio.
“Abbas?” Batteva i denti e gli
tremavano le dita. Se solo avessi potuto
procurargli un vero cappotto. “Fai
portare qui il cemento.” Io volevo finire
di preparare il pavimento.
Mi fissò per un attimo, poi si diresse
verso l’impalcatura. Camminava curvo,
come se stesse cercando di risparmiare
il calore del proprio corpo facendosi
più piccolo. Raggiunto il ponteggio, fece
segno alla gru di avvicinare il grosso
contenitore.
“Figlio di un cane!” gridò l’iracheno.
Strinse la cazzuola che aveva in mano a
tal punto che le nocche gli diventarono
bianche. Poco prima, mi aveva sputato
sul piede: la sua saliva era calda e
appiccicosa. Quando mi ero piegato per
pulirmi, aveva esclamato: “Sei finito!”.
Yossi ci aveva spiegato che quel
giorno era il primo anniversario della
morte del figlio dell’iracheno, e che
avremmo fatto meglio a ignorarlo perché
era fuori di sé.
Sentii la cazzuola che cadeva a terra e
mi girai per vedere l’iracheno che
correva verso Abbas. Saltai in piedi e
attraversai in un lampo le assi che
facevano da pavimento, ma era troppo
tardi. L’iracheno spinse Abbas giù
dall’impalcatura. Lui cadde all’indietro,
agitando le braccia e le gambe. Un grido
di terrore squarciò l’aria. Poi, un tonfo
lugubre.
“Abbas!” In pochi secondi raggiunsi
il suolo e corsi verso di lui. Il suo corpo
giaceva scomposto nel fango. Sotto la
nuca si stava formando una pozza di
sangue. La pioggia lo bersagliava.
“Abbas!” Mi piegai in ginocchio
vicino alla sua testa, in preda al panico.
“Alzati!”
Yossi gli sollevò un braccio che
ricadde molle: mi lanciai su di lui, e lo
feci sbilanciare all’indietro. “Non
toccarlo!” Le mie lacrime si
mescolavano alla pioggia mentre lo
spingevo a terra con forza.
Yossi non reagì: “Voglio controllare
se c’è polso”, spiegò.
Gli altri operai mi allontanarono da
lui, trattenendomi. Era il mio fratellino.
Il mio migliore amico. Era sotto la mia
responsabilità e la sua morte ricadeva su
di me. La pioggia mi appannava la vista.
Yossi gli tastò il polso. “È vivo.” Gli
israeliani si misero all’opera. “Prendete
quell’asse! Lo porto io all’ospedale, non
c’è tempo di aspettare l’ambulanza.”
“Resisti, Abbas. Resisti,” continuavo
a gridare.
Non si muoveva.
“Andrà tutto bene, Abbas,” mormorai.
Gli altri mi lasciarono andare.
I lituani e i russi stesero l’asse per
terra accanto a lui. Insieme, la facemmo
scivolare sotto il corpo di mio fratello e
lo sollevammo, sistemandolo sul retro
del furgone di Yossi. Io saltai dentro al
cassone, e mi misi accanto a lui,
piegandomi sulla sua testa per ripararlo
dalla pioggia. Con una mano, mi tenevo
aggrappato al bordo, mentre Yossi
correva a tutta velocità sulle strade
prima sterrate, poi di asfalto. Nella mia
mente continuavo a rivedere la scena
sulle impalcature. Avrei fatto qualsiasi
cosa per tornare indietro e impedire che
accadesse.
Yossi volava, ma il viaggio sembrava
interminabile: con il corpo dondolavo
avanti e indietro, come se anch’io
facessi parte del furgone. Passammo
accanto a gru, edifici quasi finiti e case
nuove. Vicino a queste, c’erano case più
vecchie di mattoni di fango e pietra.
Rimasi sempre accanto ad Abbas, ma,
nonostante i miei sforzi per proteggerlo
dalla pioggia, si bagnò lo stesso.
“Sono qui,” gli dissi. “Non
permetterò che ti accada più niente.”

***

Ci fermammo nel vialetto del pronto


soccorso. Yossi entrò di corsa e tornò
con uno sciame di persone vestite di blu
con una barella. Trasferirono Abbas
dall’asse su cui era steso e lo portarono
dentro in fretta. Rimasi al suo fianco
finché non lo spinsero oltre delle porte a
vento. Quando provai a seguirlo,
un’infermiera mi fermò.
“Ci servono alcune informazioni.”
“Arrivo subito, Abbas,” gridai. “La
prego,” mi rivolsi all’infermiera, “mio
fratello ha solo dodici anni.”
“Lo lasci passare,” intervenne Yossi.
“Suo fratello ha bisogno di lui.”
L’infermiera mi seguì, facendomi
domande sulla storia medica di Abbas e
sull’assicurazione sanitaria. “Soffre di
qualche allergia? È mai stato sottoposto
ad anestesia?” Io mi misi a correre,
cercando in ogni corridoio, finché lo
vidi.
“Dove lo portate?” chiesi a un uomo
dalla faccia tonda come la luna, che
spingeva la barella.
“In sala operatoria,” rispose senza
fermarsi. “Lì a sinistra c’è la sala
d’aspetto. Chiama i tuoi genitori, quando
l’intervento sarà finito, il dottore verrà a
parlare con loro.”
Mi avvicinai e afferrai la mano di
Abbas. “Non posso lasciarlo da solo.”
“Non puoi entrare,” mi disse. “Va’ a
chiamare i tuoi.”
Un’infermiera spuntò dal nulla. “Vieni
a sederti: stanno facendo tutto il
possibile. Lasciali lavorare.” Strinsi la
mano inerte di mio fratello e sussurrai:
“Tieni duro, Abbas, tieni duro”. Poi lo
portarono in sala operatoria.
L’infermiera mi condusse in una sala
d’aspetto piena di persone in attesa su
sedie di plastica. Una giovane coppia
piangeva nell’angolo: la donna teneva il
volto appoggiato al petto dell’uomo,
lamentandosi sommessamente. Una
vecchia con il viso coperto di rughe e la
schiena gobba era in piedi davanti alla
porta, con la bocca aperta come se fosse
in trance. Un uomo, impassibile in volto,
camminava avanti e indietro per la
stanza con le spalle curve: gli bastavano
cinque passi. I bambini si spingevano
l’un l’altro, annoiati. Trovai una sedia
vuota nell’angolo: Yossi si sistemò
accanto a me.
“Non sei obbligato ad aspettare con
me,” dissi: mi vergognavo di averlo
aggredito.
“Voglio sapere come sta. Mi dispiace
davvero tanto.” Scosse la testa: “Oggi
Avee non era in sé”.
“Chi?”
“L’israeliano iracheno.”
“Non è stato mio fratello a uccidere
suo figlio.”
“Non voglio giustificare ciò che ha
fatto. Avee è prigioniero del proprio
odio.” Alzò le sopracciglia. “La gente
deve imparare a cambiare.”
Avrei dato ad Avee una lezione che
non avrebbe dimenticato: gli avrei fatto
del male, come lui aveva fatto del male
ad Abbas. Serrai i pugni lungo i fianchi
e immaginai come gli avrei causato
dolore per quello che aveva fatto. Poi
vidi l’uomo preoccupato che camminava
avanti e indietro e pensai a Baba, in
catene come un animale. Pensai a Mama,
ai miei fratelli e a Nadia, l’unica sorella
che mi restava, soli, mentre io marcivo
in prigione. No, mi dissi, non potevo
deludere la mia famiglia. Dovevo essere
superiore.
16.

“Dove sono i tuoi genitori?” mi


chiese il medico quando finalmente
riemerse dalla sala operatoria.
“Non sono riusciti a venire,” risposi.
“Può parlare con me.”
Aprì la bocca per ribattere, ma poi
sembrò ripensarci e si fermò. “Posso
contattarli in qualche modo?”
Non riuscii a nascondere la
preoccupazione nella mia voce. “No. La
prego, mi dica solo come sta.”
Il dottore era alto e dalla carnagione
chiara: parlava con accento russo.
Dall’orecchio gli pendeva una
mascherina di carta.
“D’accordo. Io sono il dottor Cohen;
in questo momento tuo fratello è in
coma. Dobbiamo aspettare e vedere se
riprende conoscenza.”
“Se?”
“Più lungo è il coma, meno sono le
possibilità che si risvegli. Ho dovuto
saldare due vertebre fratturate ad altre
sane: la milza era rotta, ed è stato
necessario asportarla. Aveva una grossa
emorragia interna, ma credo che siamo
riusciti a fermarla. Adesso puoi andare
da lui, è nella stanza per il risveglio
postoperatorio.” Mi indicò la direzione.
Abbas era nel terzo letto dalla porta.
Nel primo, c’era un bambino più o meno
dell’età di Hani fasciato con della garza
bianca: una donna coperta da un velo
sedeva accanto a lui. Nel secondo letto
c’era un ragazzo dell’età di Abbas che,
al posto delle gambe, aveva due
monconi avvolti in bende. Un uomo e
una donna, anche questa con il volto
coperto, erano con lui. Mi trovavo
nell’ala per gli arabi.
In quel grande letto d’ospedale, il
corpo di Abbas sembrava più piccolo.
Monitor e tubi spuntavano da ogni parte.
Mi sporsi più che potevo sulle sponde
del letto, la punta dei piedi che toccava
terra a malapena, e gli sussurrai
all’orecchio: “Sono qui per te, Abbas,
sono qui per te”. Gli presi la mano, a cui
era incerottata la cannula della flebo.
Era fredda. Facendo attenzione a non
toccare i tubi, gli tirai la coperta fino
alle spalle. Mio fratello aveva gli occhi
chiusi e le labbra aperte. Se solo avessi
corso più veloce, se mi fossi alzato più
in fretta, se fossi andato io a chiedere il
cemento.
La pelle scura contrastava con le
lenzuola bianche. “Va meglio così?” gli
chiesi: non mi aspettavo che mi
rispondesse, ma speravo che da qualche
parte nella sua testa riuscisse a sentirmi,
che sapesse che ero con lui. Resistetti
all’impulso di scuoterlo piano, per
provare a svegliarlo.
I ricordi mi invasero la mente: Abbas
che si aggrappava alla mia gamba con
tutte le sue forze il mio primo giorno di
scuola. Baba aveva dovuto convincerlo
a lasciare la presa: “Non preoccuparti,
presto andrai a scuola anche tu”, gli
aveva detto.
Pensai a tutte le volte che ci eravamo
arrampicati insieme sul mandorlo per
guardare gli israeliani del moshav che
lavoravano la terra: il rombo del trattore
che solcava i campi tracciando righe
perfette. L’aratro che rivoltava zolle
nere di terra fertile. Dopo le prime
piogge, guardavamo gli israeliani
durante la semina. Con il telescopio,
osservavamo i primi germogli
trasformarsi in zucchine, fagioli e
melanzane. Luglio era il mese del
raccolto: gli ebrei lavoravano dall’alba
al tramonto, vestiti di colori allegri e
magliette senza maniche. La cosa più
triste per noi era guardarli raccogliere le
nostre arance Shamouti. Erano le nostre
preferite: la buccia spessa, senza semi e
ricche di succo. Quando il vento
soffiava forte, il profumo dei fiori in
primavera, e dei frutti in estate, arrivava
fino a noi.
Rividi mio fratello saltellare
sorridente, con due dita alzate in segno
di vittoria, la prima volta che aveva
vinto a backgammon alla sala da tè.
Baba era raggiante. Baba. Non avrei mai
potuto dirgli che cos’era successo. No,
decisi, non glielo avrei detto. Almeno
fino a quando non avessi saputo che
cosa sarebbe stato di Abbas: non poteva
fare niente per lui. Però avrei dovuto
dirlo a Mama.
Mi sistemai con la sedia il più vicino
possibile al letto di Abbas, mi appoggiai
alle spondine fredde, in modo che
riuscisse a sentire il mio respiro.
“Abbas, lo so che ti sembra bello
riposare qui al caldo e all’asciutto. Hai
faticato tanto al lavoro, ma adesso è ora
di andare a casa. Ti prego, Abbas, apri
gli occhi. Mama ci sta aspettando.” Gli
strizzai le dita e gli soffiai sulla faccia.
Niente. “Mi senti? Ti sei addormentato.
Lo so che le cose non vanno bene
adesso, ma miglioreranno. Tra non molto
anche Fadi verrà a lavorare.”
Aprii la sacca che mi aveva dato
l’infermiera e che conteneva i sandali e i
vestiti sporchi di sangue di Abbas. Tirai
fuori il sandalo sinistro, gli scoprii il
piede, gli infilai la scarpa e la allacciai.
Mi accorsi che la donna alla mia destra
mi guardava da sotto il velo. Feci lo
stesso con l’altro piede: volevo
assicurarmi che fosse pronto ad alzarsi e
andarsene non appena si fosse svegliato.
Yossi entrò nella stanza. La sua
presenza mi infastidì: volevo restare da
solo con mio fratello.
“Ci hai fatto prendere un bello
spavento, oggi,” disse ad Abbas.
Temevo che la presenza di Yossi lo
avrebbe spaventato.
“Usciamo, andiamo nell’ingresso,”
proposi. “Non voglio che Abbas ci
senta.” Insieme, percorremmo il
corridoio.
“Lascia che ti porti a casa,” mi disse.
“I tuoi genitori saranno preoccupati.”
Mi appoggiai al muro. “Devo restare
qui,” risposi. “Se si sveglia e scopre di
essere solo si spaventerà.”
“Non si sveglierà oggi. Ti riporto qui
domani mattina, appena finisce il
coprifuoco.”
“No, non posso lasciarlo.”
“Ma i tuoi si preoccuperanno.”
“Dammi un minuto.”
Tornai indietro, e mi sedetti accanto
al letto di Abbas. “Ti ricordi di quella
volta che io e Mohammad volevamo
andare in piazza e tu ci hai chiesto di
venire con noi?” gli sussurrai
all’orecchio. “Ti avevo nascosto le
scarpe, così Mama non poteva
obbligarmi a portarti con me.” Chiusi gli
occhi. “E la trottola rossa che ti aveva
fatto Baba? Non la trovavi più perché te
l’ho rubata io.” Riaprii gli occhi e
rimasi a fissargli il petto che si alzava e
si abbassava. “E quando non riuscivi a
risolvere un problema di matematica,
avrei dovuto fermarmi e spiegarti la
soluzione, invece di farlo al posto tuo.
Ti chiedo scusa. Ma questi errori non
sono niente in confronto ad altri che ho
commesso.”
Mi costrinsi a pronunciare quelle
parole: “È colpa mia se ti trovi in un
ospedale, invece di essere a scuola. Se
quella notte non mi fossi alzato dal letto,
tu saresti a casa ad arrampicarti sul
mandorlo per spiare gli ebrei, o a
esercitarti a tirare con l’arco”.
Abbas, che non stava mai fermo,
giaceva immobile. Poteva non svegliarsi
mai più. “Non volevo che ti accadesse
tutto questo. Credimi, prenderei
volentieri il tuo posto. Vorrei poter
tornare indietro, fino ai giorni in cui
facevamo a gara con le macchinine che
ci aveva costruito Baba. Se muori, se
non ti svegli, non ci riprenderemo mai
più. Moriremo tutti con te.” Mi allungai
sulle sponde del letto e lo baciai su
entrambe le guance. “Torno domani
mattina presto.” Gli strinsi la mano
sinistra e studiai il suo volto: si vedeva
ancora la cicatrice in mezzo al
sopracciglio che gli avevo fatto quando
lo avevo spinto giù dai gradini della
scuola. Non potevo portarlo a casa e non
potevo lasciarlo lì. Non avevo una
scelta valida.
Camminai per il corridoio. Yossi mi
aspettava fuori dalla porta.
“Mi farò dare i permessi per te e i
tuoi genitori,” promise.
“Siamo solo io e mia madre.”
Mentre Yossi mi conduceva al
furgone, mi voltai per guardare ancora la
porta di Abbas.
17.

La pioggia mi colpiva incessante


mentre mi facevo strada tra i miei
pensieri e il fango. Il sentiero
risucchiava i sandali, mettendone alla
prova le cinghie a ogni passo. Quando
arrivai, vidi il lenzuolo appeso al
mandorlo: Fadi si stava facendo la
doccia con l’acqua piovana. Mi
affacciai dentro alla tenda.
“Dove siete stati?” Mama era isterica.
“Dov’è il riso?”
Mi aveva chiesto di comprare un po’
di riso con la mia paga. Mi sedetti,
rivolto all’esterno, mi tolsi i sandali e
tenni i piedi alzati, sotto la pioggia.
Quando furono puliti, gattonai nella
tenda, e mi sistemai di fronte a lei.
“Dov’è Abbas?” Mama era assorta
nel suo lavoro: stava facendo dei
cappelli di lana. “Ho finito il suo, e sto
facendo quello per te.” Mi mostrò il
cappello di Abbas. “Vi terranno le
orecchie calde mentre siete al lavoro.”
Nell’angolo, Nadia imboccava Hani
con del riso.
“Si sta lavando?” mi chiese.
I nostri occhi si incontrarono.
Posò i ferri da maglia. “È successo
qualcosa?”
Abbassai lo sguardo.
“Ti prego, Ichmad, dimmelo.”
Nadia si voltò.
“C’è stato un incidente al lavoro.”
Mi afferrò per le braccia. “Dimmelo.”
“È caduto.” Deglutii.
“Dall’impalcatura.”
Mia madre deglutì a sua volta: “È
morto?”.
Pensai ad Abbas che giaceva
scomposto a terra; sotto la testa una
pozza di sangue.
La presa di Mama sul mio braccio si
fece più forte.
Le parole non potevano esprimere il
mio senso di colpa: non doveva
succedere niente di tutto ciò.
“È in coma,” mormorai, fissandomi le
mani. “È vivo, ma non sono sicuri che si
risveglierà.” Alzai gli occhi per
guardarla.
Le sue mani avvolsero la testa, la
bocca era aperta come per urlare, ma
non emerse alcun suono. “Devo andare
da lui,” riuscì a dire alla fine.
“Domani ci accompagna il mio capo.”
“Guarirà se vado da lui,” affermò con
assoluta certezza, come se, dicendolo,
avrebbe potuto farlo avverare.
“I dottori non ne sono sicuri.”
“Tuo fratello sorprenderà tutti. Tu
devi lavorare.”
“Devo stare con Abbas.”
Poco a poco, mia madre era passata
dalla paura al terrore, e adesso parlava
con convinzione.
“Non possiamo vivere se tu non
lavori: adesso dovremo pagare anche le
cure per Abbas.”
“Non puoi andare da sola con Yossi.”
“Andrò con Um Sayyid. Anche suo
marito è in coma. Suo figlio la
accompagna ogni giorno.” Detto ciò,
Mama riprese a lavorare a maglia.
Il mondo avrebbe dovuto fermarsi,
invece continuava a girare.

***
Non appena finì il coprifuoco,
accompagnai Mama fino alla tenda di
Um Sayyid, che sedeva sul retro di un
carretto attaccato a un asino, mentre suo
figlio era davanti e teneva le redini.
“Um Sayyid!” agitai le braccia in
aria.
Lei guardò verso di noi.
“Come stai?” chiese a Mama.
“Abbas è all’ospedale, posso venire
con te?”
“Il mio carretto è il tuo carretto,”
rispose.
Diedi la mano a Mama e la aiutai ad
arrampicarsi per sedersi vicino a Um
Sayyid. Si sistemarono sul bordo, con le
gambe a penzoloni.
***

Yossi mi aspettava all’ingresso del


villaggio.
“Dov’è tua madre?” mi chiese.
“Sta andando a trovare Abbas.”
Yossi mi diede il permesso per
andare all’ospedale: Sayyid si accostò a
noi con l’asino e io passai a Mama il
foglio.

***

Quel giorno, l’iracheno non venne al


lavoro. Il russo mi avvicinò non appena
arrivai.
“Come sta Abbas?”
“È in coma.” Abbassai gli occhi e mi
affrettai verso i blocchi di calcestruzzo:
riempii carriola dopo carriola, per poi
svuotare il carico nel grande container
che la gru avrebbe sollevato fino al
quinto piano. La pioggia aveva lavato
via il sangue di Abbas.
A pranzo, mangiai la mia pita e le
mandorle da solo. Cominciai a calcolare
quanto fosse pesante la casa che
avevamo costruito il mese prima. Il peso
di una casa era un buon indicatore
dell’energia usata per costruirla: per
avere il risultato, avrei dovuto
analizzare i materiali da costruzione.
Sapevo che il cemento era un
composto di pietra calcarea e cenere.
Per ottenere il cemento, la pietra
calcarea doveva essere scaldata in una
fornace a carbone, che rilascia CO2. Per
ogni 1000 kg di cemento prodotto, si
emettono 900 kg di CO2.
Poi c’era l’acciaio, che si ottiene dal
minerale di ferro, e che noi usavamo
molto, per esempio per i tondini che
rinforzavano le fondamenta di cemento o
le assi per pavimenti e soffitti. Per
produrre una sola tonnellata di acciaio
dal minerale grezzo, servivano circa
3000 kWh di energia. Poi analizzai il
resto dei materiali da costruzione: dai
miei calcoli, stimai che la casa pesava
circa 100 tonnellate.
Tornai alla mia carriola prima che
finisse la pausa pranzo: lavoravo più
duramente di quanto avessi mai fatto.
Sollevavo i pesi per me, Abbas e Baba,
spostavo i calcestruzzi, mescolavo la
malta e trasportavo le assi. Per tutto il
tempo, continuai a calcolare quanti
blocchi servivano per costruire il resto
del condominio, il numero per ogni area,
e di quanto cemento avrei avuto bisogno
per costruire una piccola casa per la mia
famiglia, completa di una stanza per
ognuno di noi, lavandini nuovi, vasche
da bagno bianche, acqua corrente ed
elettricità.
Mi faceva male la schiena, e mi
sentivo come se fossi immerso in acque
profonde: ogni movimento mi costava
più energia rispetto a quando lavoravo
con Abbas, prima che il suo corpo fosse
spezzato in due. Tuttavia, le mie
orecchie erano al caldo, perché Mama
mi aveva dato il suo cappello da
indossare al lavoro.

***

Quando tornai alla tenda, trovai mia


madre che mi aspettava. “L’ematoma
deve riassorbirsi,” mi informò.
“Potrebbe restare paralizzato, sempre
che si svegli.”
Mentre cullava Hani, Nadia mi
guardava con occhi carichi di dolore.
Uscii e mi arrampicai su Shahida, il
mio mandorlo. Bisognoso di confidarmi
con qualcuno, mi rivolsi a lui: “Farò
qualunque cosa. Ti darò in cambio i miei
occhi, le braccia, le gambe, se fai in
modo che Abbas stia bene”. Imploravo
il mandorlo come se avesse il potere di
guarirlo. “Lavorerò più sodo di
chiunque altro. Farò qualcosa di utile
della mia vita.” Si alzò un vento che
scosse le foglie dell’albero. “Ti prego,
non farlo morire. Abbas è buono. Non
faceva nemmeno la pausa al lavoro.
Avrebbe dovuto andare a scuola. Ho
mandato lui a chiedere il cemento
perché io sapevo legare i tondini più in
fretta, lui non era veloce come me. Mi
dispiace, perdonami. Avrei dovuto
andarci io.”
Per tutta la notte, rimasi sveglio a
calcolare distanze, pesi, qualunque cosa.
Se non altro, Yossi aveva ottenuto un
permesso in modo che Mama potesse
andare da Abbas finché non fosse uscito
dall’ospedale.
Il giorno e la notte si confondevano
l’uno nell’altro: nella mia testa,
risolvevo problemi di logica e
matematica, inventavo nuovi modi per
costruire una batteria termoelettrica, un
motore elettrico, una radio senza fili.
Calcolavo la velocità di un missile
lanciato da un aeroplano e la forza di un
proiettile sparato da un fucile.
Mia madre pregava tutta notte.
Dopo il terzo giorno di visita
all’ospedale, Mama tornò a casa
sorridente. “Abbas è sveglio.” Mai tre
parole mi avevano reso così felice. “Ha
aperto gli occhi e mi ha guardata subito.
Va’ a procurarti il materiale per un’altra
tenda, Abbas avrà bisogno di stare da
solo con me.”
Mi precipitai in piazza.

***

Una settimana dopo, Mama lo portò a


casa. Fadi, Hani e io lo aspettammo ai
piedi della collina. Abbas era sdraiato
sul carretto di legno in mezzo a Mama e
Um Sayyid. Sayyid tirò le redini
dell’asino e il carro si fermò. Mi resi
subito conto che il fatto che si fosse
svegliato non voleva dire che stesse
bene.
Portare a casa Abbas non era stata
una buona idea: non c’erano medici o
infermiere nel villaggio. Se ci fosse
stata un’emergenza, avremmo dovuto
farci dare il permesso dall’esercito per
portarlo di nuovo all’ospedale. E anche
se avessimo avuto abbastanza fortuna da
ottenerlo, era probabile che non
saremmo riusciti a passare i posti di
blocco. Tuttavia non avevamo scelta:
non potevamo permetterci di pagare
l’ospedale un giorno di più.
“Siamo arrivati,” disse Mama.
Abbas aprì gli occhi.
Saltai sul retro del carretto, mi
accucciai e gli baciai le guance e la
fronte. “Grazie a Dio,” dissi.
“La schiena mi fa male da morire.”
Abbas strizzò gli occhi: parlava
lentamente e in modo confuso.
Al suono della sua voce, mi portai le
mani alla bocca.
“Che Allah possa migliorare la tua
salute e darti una pronta guarigione,”
disse Hani.
Fadi serrò i denti. I miei fratelli e io
spostammo Abbas sull’asse che si usava
nel villaggio per trasportare i cadaveri
fino alle tombe. Un gemito di dolore gli
uscì quando lo sollevammo e ce lo
caricammo in spalla per risalire la
collina e sistemarlo nella sua nuova
tenda. Una volta arrivati, Mama si
inginocchiò accanto a lui.
Abbas non era in grado di compiere
nessun movimento: nostra madre si
prendeva cura di lui come se fosse stato
un neonato. Gli faceva il bagno con una
spugna e lo imboccava con un cucchiaio
per fargli mangiare il riso. Avevamo
meno soldi che mai. Avevo sempre
fame. Fadi, che ormai aveva dieci anni,
smise di andare a scuola per venire con
me al lavoro. A sera tardi, quando
tornavo da casa del professor
Mohammad, provavo a farlo studiare,
ma lui era troppo stanco, e Abbas stava
troppo male.
Ogni giorno, Mama spostava Abbas in
posizioni diverse: lo aiutava a sedersi e
gli faceva sollevare pesi usando dei
sassi. Ogni sera, io e lei ci mettevamo
accanto a lui, da entrambi i lati, e lo
facevamo alzare in piedi. All’inizio, ci
limitavamo a sostenerlo, poi Mama lo
costrinse a cominciare a mettere un
piede davanti all’altro, mentre lui si
appoggiava pesantemente a noi. Dopo
qualche settimana riprese a camminare.
Era sempre arrabbiato e si lamentava
per il dolore, ma Mama non voleva
sentire ragioni. All’inizio riusciva a fare
solo qualche passo, ma, ogni giorno, mia
madre lo spingeva sempre un po’ più in
là. Abbas camminava piegato, come se
stesse portando un carico enorme.
Attorno agli occhi aveva due cerchi neri
permanenti e gli tremavano le mani:
però migliorava.
Nonostante ciò, i suoi pianti e lamenti
per il dolore mi tenevano sveglio la
notte.
18.

Mi spruzzai un po’ di acqua sul viso


per togliermi la polvere del cemento
dagli occhi.
“Al moshav stanno costruendo un
macello,” mi avvertì Mama, uscendo
dalla tenda.
Mi girai e notai le ciocche grigie di
capelli, che una volta erano neri.
“Dove?”
“Dove tu andavi a caccia di conigli.”
“Ma il moshav è a sud,” risposi
asciugandomi le mani. “Perché lo
costruiscono a nord?”
Mama scrollò le spalle. “Stanno
espropriando terra anche a est. Hanno
bisogno di pascoli per il bestiame. Vai
là a cercare lavoro.”
Abbas gridò dalla sua tenda. “Ci
rubano la terra e noi li aiutiamo!”

***

Fadi e io trovammo lavoro al


cantiere. Avevo sedici anni, e Fadi
tredici. Anche se il macello sorgeva nel
territorio del nostro villaggio, a causa
del recinto di filo spinato che lo
circondava dovevamo presentarci a un
piccolo cancello, il solo ingresso che
c’era e unica via d’uscita, e aspettare
insieme agli altri che le guardie ci
facessero passare. Ogni settimana il
numero di persone che cercavano lavoro
presso gli israeliani cresceva sempre di
più; all’interno del perimetro che ci
avevano lasciato non c’era più
abbastanza terra da coltivare, e quella
che era rimasta era ormai troppo
sfruttata.
In un anno il macello e il labirinto di
fabbriche di cemento che lo
circondavano erano già operativi. Ci
furono offerti gli impieghi che gli ebrei
non volevano svolgere e noi eravamo
contenti di avere lavoro.
Mentre aspettavamo di essere
accompagnati alle nostre occupazioni,
ascoltavo il verso del bestiame. Il
muggito costante arrivava fino all’altro
capo del villaggio. Spesso Mama non
riusciva a sentire il muezzin chiamare
alla preghiera a causa del rumore.
Guardavo gli israeliani a cavallo, che
galoppavano da un recinto all’altro con
lunghe fruste che non esitavano a far
schioccare, mentre conducevano gli
animali alla loro fine.
All’interno del macello, per poter
iniziare il mio lavoro, dovevo aspettare
che uccidessero la prima vacca. Ogni
animale era costretto a entrare in un
piccolo recinto, da solo. Tre israeliani
gli legavano una corda attorno alle
zampe e, a suon di bastonate, lo
facevano cadere. Una volta a terra, uno
di loro si sedeva sulle zampe, mentre
altri, compreso un uomo che teneva
ferma la testa con un palo affilato di
metallo, lo legavano. Un altro faceva
passare una catena attorno a una delle
zampe posteriori. Il macellaio kosher, lo
shoket, entrava e recitava una preghiera
prima di recidere la vena giugulare e la
carotide.
Dopo che lo shoket aveva tagliato la
gola alla vacca, la sollevavano in aria
per la zampa incatenata, perché si
dissanguasse. Da quella posizione,
l’animale si dibatteva, muggendo forte
per molti minuti, mentre fiotti di sangue
si riversavano come secchiate. Il mio
compito era quello di far scorrere il
sangue, con una pala, fino a degli
scarichi sul pavimento, in modo che si
riversasse nei contenitori posizionati al
di sotto. Al termine della giornata ero
nel sangue fino alle caviglie, nonostante
gli scarichi.
Mentre spalavo, guardavo i
capireparto decapitare la mucca: ci
volevano sempre tre colpi. Poi, altri
tagliavano la pelle, arrotolandola per
portarla via. Quelli erano i bei lavori. I
lavori degli israeliani.
Gli abitanti del nostro villaggio
trasportavano la carne e la appendevano
nelle celle frigorifere. Il sangue e le
interiora delle vacche, che io avevo
spinto negli scarichi del pavimento,
erano utilizzati nel reparto di conserva,
inscatolamento e imballaggio dove
erano impiegati Fadi e gli altri bambini,
che avevano le dita piccole. C’era anche
un altro edificio, dove si lavorava il
grasso per farne sapone. Con le teste e i
piedi si fabbricava la colla, e le ossa
diventavano fertilizzante. Non si buttava
niente.
Gli animali urlavano, scalciavano e si
dimenavano. Adesso capivo come mai
Baba e Albert Einstein erano
vegetariani. Dopo l’esperienza al
macello, nessuno nella nostra famiglia
mangiò più carne.
Moshav Dan aveva le sue ragioni per
non volere il macello vicino: d’estate, il
posto si riempiva di sangue bollente e si
impregnava di un odore opprimente. In
inverno, il sangue e le interiora mi
gelavano le mani e i piedi. Andavo al
lavoro tremando, e tornavo a casa
battendo i denti. Ora dopo ora, giorno
dopo giorno, camminavo in mezzo alle
interiora dalle sei del mattino fino alle
cinque della sera, con solo mezz’ora di
pausa per pranzare.
I camini del macello e delle sue
fabbriche rilasciavano un fumo nero,
spesso e oleoso, che si spandeva per
tutto il villaggio.
Dato che non c’era un sistema di
scarico, lo sporco, il grasso e i
componenti chimici che provenivano dal
macello venivano assorbiti dal terreno.
Sulla superficie spuntavano bolle di
acido carbonico, mentre il grasso e lo
sporco ricoprivano il suolo di uno strato
gelatinoso. Ogni tanto scoppiava un
incendio, e l’intero villaggio accorreva
con secchi d’acqua del pozzo per
estinguerlo.
19.

Le scatole di cartone erano andate


distrutte da tempo e la pioggia filtrava
all’interno della tela, gocciolandomi
sulla faccia. Le stuoie che usavamo per
dormire erano bagnate e infangate. Il
freddo non ci dava tregua. Dopo quattro
anni vivevamo ancora nella tenda: era
più grande di quella che avevamo
all’inizio, ma ugualmente invivibile.
“Aiutatemi,” si lamentò Abbas. “Non
riesco ad alzarmi.”
“Sei solo un po’ indolenzito.” Mama
lo aiutò a mettersi in piedi. “È colpa
della pioggia.”
“Ci serve una casa,” dissi.
“Stiamo ancora finendo di pagare le
cure di tuo fratello,” mi ricordò Mama.
“E poi non abbiamo il permesso.”
“Non ce lo daranno mai, almeno non
finché Baba è in prigione,” risposi.
“Guarda Abbas, non abbiamo scelta.”

***
Per i due mesi successivi, Fadi e io
fabbricammo mattoni di fango.
Sfruttavamo ogni momento libero: la
sera dopo il lavoro, il venerdì
pomeriggio e il sabato. Quando tornava
da scuola, ci aiutava anche Hani.
Accanto alla tenda, costruimmo una casa
con un’unica stanza: Mama e Nadia
fecero il pavimento con le stuoie che
usavamo per dormire. Non la
arredammo con le nostre cose;
sapevamo che quello che avevamo fatto
era illegale, così lasciammo ciò che
ritenevamo più prezioso nella tenda, in
modo da non rischiare di perdere tutto in
nessun caso.
La prima notte che passammo nella
nuova casa, sdraiato sulla mia stuoia,
rimasi ad ascoltare la pioggia che
batteva sul tetto avvolto in una coperta:
la mattina seguente mi svegliai asciutto e
riposato.
“Sono riuscito a dormire per un paio
d’ore,” disse Abbas. Di solito soffriva
di dolori tanto forti che non riusciva a
dormire per più di venti minuti di
seguito. Ero orgoglioso del fatto che io e
i miei fratelli fossimo riusciti ad
alleviare il suo dolore con il nostro
lavoro. Forse le cose stavano per
cambiare.

***

Ma la sera successiva, tornando dal


lavoro, Fadi e io vedemmo una colonna
di fumo che si levava in direzione di
casa nostra. Risalimmo la collina di
corsa, e trovammo Hani in lacrime,
Abbas che malediceva gli ebrei e Mama
e Nadia che cercavano di soffocare le
ultime fiamme ricoprendo di terra ciò
che era rimasto della nostra nuova casa.
Quando ci vide arrivare, Mama cadde in
ginocchio e cominciò a pregare:
invocava Allah, Maometto e chiunque
pensasse che avrebbe potuto aiutarci.
Casa nostra era diventata un cumulo di
macerie.
“I coloni israeliani hanno sentito che
avevamo costruito,” spiegò Mama.
“Hanno mandato i soldati a controllare.”
Nadia scuoteva la testa: aveva gli
occhi gonfi e arrossati. “Ci hanno
chiesto di vedere il permesso e, dato che
non ce l’avevamo, hanno cosparso la
casa con la paraffina e poi hanno dato
fuoco.”
“Abbiamo cercato di salvare i
tappeti, le coperte, qualsiasi cosa,”
Mama era sconsolata. “Ma era troppo
tardi.”
“I muri mandavano fiammate enormi.”
Nadia portò le mani al cielo: erano
avvolte in stracci. “Grazie a Dio,
quando sono arrivati i soldati, Abbas e
Hani erano nella tenda e non in casa.
Però le fiamme erano così alte che
hanno attaccato subito anche la tenda.”
Mama vide l’espressione sconvolta
sul mio viso. “Siamo riusciti a spostare
Abbas appena in tempo,” raccontò.
“Abbiamo usato tutta l’acqua della
brocca, non c’era tempo per andare al
pozzo.”
Fadi prese una grossa pietra e si
precipitò giù per la collina. Volevo
corrergli dietro, ma non me la sentivo di
lasciare Nadia e Mama da sole prima
che il fuoco fosse estinto del tutto.
Quando fu spento, mi affrettai verso la
piazza del villaggio. Avevamo bisogno
di una tenda nuova; stavo contrattando il
prezzo della tela, quando vidi due
soldati, elmetti e visiere, che avevano
ammanettato mio fratello e lo
trascinavano verso la loro jeep. Lasciai
cadere la stoffa e corsi verso di lui.
“Che cosa è successo?” chiesi a Fadi
in arabo.
“Hanno distrutto la nostra casa,”
rispose. “Ho dovuto farlo.”
I militari che lo stavano portando via
erano poco più che diciottenni: erano
dei bambini. Ma non bambini quanto
Fadi: aveva solo tredici anni.
Uno di loro lo colpì sul volto. “Ti ho
per caso dato il permesso di parlare?”
urlò scuotendolo con forza.
Sentivo la rabbia che montava dentro
di me, ma non reagii. “Dove lo portate?”
Parlai con calma.
“Dove portiamo tutti i lanciasassi che
prendiamo,” rispose. “In prigione.”
L’altro soldato spinse Fadi a faccia in
giù nel retro della jeep, entrò con lui e
pestò con i suoi anfibi neri le braccia di
mio fratello, che erano ammanettate
dietro alla schiena. La fitta di dolore
colpì anche me, facendomi trasalire.
“Ti tirerò fuori,” gridai a Fadi, mentre
si allontanavano. “Non avere paura.”
Mancava solo un quarto d’ora al
coprifuoco. Non potevo aiutare mio
fratello, così spesi tutti i soldi che avevo
per la tela della tenda, pali di cedro e
corde e tornai al mandorlo: la mia
famiglia era riunita ai suoi piedi.
Ormai, riferire cattive notizie non mi
faceva più alcun effetto. “Hanno preso
Fadi,” dissi.
Mama mi guardò incredula. “Perché?”
“Ha tirato un sasso,” risposi. “Contro
i soldati.”
Mia madre stese le braccia al cielo, i
palmi rivolti verso l’alto. “Ti prego,
Allah, abbi pietà di noi.” Non riuscivo a
comprendere la sua fede di fronte a tante
tragedie.
Abbas tremava di rabbia. “Gli ebrei
capiscono solo la violenza.”
Nadia abbracciò Hani: piangevano
entrambi.
“Mama,” dissi. “Domani devi andare
tu all’avamposto militare, io devo
lavorare. Se manco anche solo un
giorno, perdo il posto.”
Nella settimana che seguì, Mama andò
tutti i giorni all’avamposto senza
successo. Poi ricevemmo una lettera di
Baba. Fadi era in prigione con lui al
Centro di detenzione di Dror. Per
rilasciarlo, gli israeliani richiedevano
l’equivalente di tre settimane della mia
paga. Risposi a Baba che sarei andato al
carcere non appena avessi racimolato i
soldi.

***

Quattro settimane dopo, andai a


prendere Fadi in autobus. Non potevo
vedere Baba perché le visite erano
concesse solo il primo martedì del
mese, cioè tre settimane più tardi. Mama
rivoleva suo figlio a casa prima
possibile.
Il Fadi che riemerse dalla prigione
non era lo stesso ragazzo che vi era
entrato. Il colore della pelle intorno agli
occhi era giallo, come quello di un
livido che sta guarendo. Attorno ai polsi
aveva delle evidenti cicatrici rosse.
Sembrava più calmo, ma non in senso
buono, come se i soldati gli avessero
portato via l’anima.
“Ho visto Baba,” borbottò durante il
viaggio di ritorno. “Non farò mai più
niente di simile.”
Mi sporsi verso di lui e lo abbracciai.
“Tutti commettiamo degli errori.”
“Baba è un uomo forte,” disse con una
nota di ammirazione nella voce.
Sapevo esattamente che cosa voleva
dire.
20.

Quando le guardie ci fecero entrare di


nuovo al villaggio, il sole si stava ormai
abbassando nel cielo. Il professor
Mohammad, che aspettava vicino al
cancello, ci venne incontro. Pensai
subito che fosse successo qualcosa a
Mama. O a Baba. Forse si trattava di
Abbas. Non vedendo nessun membro
della mia famiglia, credetti con terrore
che fossero tutti morti. Attorno a me i
lavoratori chiacchieravano, ma io
riuscivo a sentire solo il rumore
incalzante dei passi del mio insegnante,
che si faceva sempre più forte.
“Gli israeliani hanno indetto un
concorso di matematica per gli studenti
all’ultimo anno. In palio c’è una borsa di
studio all’Università ebraica di
Gerusalemme. Potresti vincere.”
Per un attimo mi sentii euforico. Poi,
di colpo, ricordai. “Non ho tempo.”
“Hai un dono. Non puoi gettarlo via,”
continuò lui. “So che adesso ti sembra
che non ci sia via d’uscita, ma la tua vita
può essere migliore di così.”
Se solo avessi potuto credergli, ma mi
stava chiedendo l’impossibile. Non
avevo altra scelta, se non continuare a
fare ciò che stavo facendo. Erano
passati cinque anni da quando Abbas era
rimasto ferito, e stavo ancora pagando il
conto dell’ospedale. Mio fratello stava
migliorando, ma non poteva lavorare:
gli unici impieghi concessi agli arabi
prevedevano pesanti sforzi fisici, che
Abbas non sarebbe mai stato in grado di
sostenere. Soffriva di dolori costanti: i
suoi amici venivano a trovarlo alla
tenda, oppure lui andava a casa loro o li
incontrava alla sala da tè, ma, a parte
quello, non riusciva a fare molto altro.
“I miei fratelli non guadagnano
abbastanza senza di me.”
“Se vinci, troverò un lavoro per i tuoi
fratelli nella ditta di traslochi di mio
cugino.”
“Devo prendermi cura di loro.”
“Se ti laurei, guadagnerai di più.
Intanto partecipa, e se vincerai,
vedremo.”
“Non posso.”
Il suo sorriso si spense. “Non sono
tuo padre, Ichmad, ma non credo che lui
desideri questa vita per un figlio dotato
come te.”
Scrissi a Baba del concorso, dicendo
che avevo deciso di non partecipare. La
sua risposta arrivò quasi subito.
Mio carissimo Ichmad,

Devi partecipare al concorso e fare


del tuo meglio: io sarò orgoglioso di te,
che tu vinca o perda, ma resterò molto
deluso se non ci provi. So che il resto
della famiglia ne farà le spese, almeno
all’inizio, ma, a lungo andare, la
situazione migliorerà se tu prenderai
una laurea. Sarai in grado di trovare
un lavoro più sicuro e più interessante.
Quando ami quello che fai, il denaro
viene da sé.

Con affetto,
Baba

Quando comunicai al professor


Mohammad la mia decisione di prendere
parte al concorso, lui mi abbracciò con
le lacrime agli occhi.

***

Quando scendemmo dall’autobus alla


stazione centrale, non c’erano militari ad
aspettarci, nessuna perquisizione, né ci
vennero chiesti i permessi per viaggiare.
Dal finestrino avevamo visto Tel Aviv,
una città così pulita e moderna che era
difficile credere che si trovasse nello
stesso paese del mio villaggio. Herzliya,
anche se più piccola, brulicava di vita,
bar, musica e libertà.
“Qui non c’è il governo militare,” mi
spiegò il professor Mohammad.
Un autista israeliano si accostò a noi
con la sua Mercedes. “Serve un taxi?”
“Ci porti alla scuola superiore.” Il
professore mi fece segno di
accomodarmi sul sedile posteriore.
“C’è abbastanza fresco là dietro?
Vuole che accenda l’aria condizionata?”
Mi guardai intorno per capire con chi
stesse parlando.
“Grazie,” rispose il professor
Mohammad. “Siamo abituati al caldo.”
Non riuscivo ad assimilare tutto
abbastanza in fretta. Passammo davanti a
case bianche che sembravano castelli, i
muri ornati da buganvillee dai fiori
rossi, viola e rosa, e giardini illuminati
da un’esplosione di colori. Se solo
Mama avesse potuto vederli, ne sarebbe
rimasta incantata. In quasi tutti i vialetti
c’erano parcheggiate Mercedes o Bmw.
“È questo il paradiso?” chiesi.
Il professor Mohammad mi diede una
piccola pacca sul ginocchio. “Possiamo
solo sperarlo.”
Le onde si infrangevano su spiagge di
sabbia, mentre il taxi raggiunse la
scuola, un edificio di pietra bianca
coperta da buganvillee rosse: provai a
immaginare Baba e suo fratello che
nuotavano in quell’oceano. Nella scuola
c’erano una palestra, un teatro, la
caffetteria, la biblioteca, un laboratorio
di arte, uno di musica con un pianoforte
e aule immense.
“Non ce la farò mai.” Pensai alla
scuola del villaggio, talmente piccola
che dovevamo frequentarla a turno,
dividendoci i libri: studiavamo su
banchi rotti, leggevamo da lavagne
crepate e avevamo il gesso contato.
Il professor Mohammad camminava
con fare determinato. “Il genio è innato,
non si insegna.”
“Anche la preparazione è
importante.” Desideravo solo tornare al
villaggio prima possibile.
“Molti grandi uomini devono il loro
successo al fatto che sono partiti in
svantaggio rispetto agli altri.”
L’auditorium, dove si sarebbe tenuta
la prova scritta del concorso, era grande
come la mia scuola. Quando passavo, la
gente si girava a guardarmi. Ero sotto
l’esame di molti occhi. I miei vestiti,
sbiaditi dal sole, erano troppo larghi,
mentre i concorrenti israeliani
indossavano abiti lunghi o giacca e
cravatta. Mi sentivo fuori posto e mi
chiesi di nuovo perché mi fossi lasciato
convincere a partecipare. La segretaria
mi squadrò attraverso gli occhiali da
vista, che teneva in bilico sul naso
adunco. “Mi serve un documento.”
Le diedi la carta d’identità: la mia
mano era coperta di calli. La parola
ARABO era scritta a caratteri cubitali,
ma la donna non aveva bisogno di
leggerla per saperlo. Eravamo molto
riconoscibili.
“Sei l’unico arabo presente.” Mi
indicò una sedia vicino a lei. Forse
pensava che avrei barato, o aveva paura
che avrei ucciso qualcuno. Il ragazzo
alla mia sinistra mordicchiava la gomma
della sua matita. La ragazza dietro di me
era tanto nervosa che non riusciva a
respirare. Contai 523 studenti. La stanza
si riempì di agitazione. L’esaminatore
distribuì i compiti.
“Avete due ore per completare il
test,” disse.

***

Quaranta minuti più tardi, mentre le


teste degli altri erano ancora piegate sui
fogli, le matite e le gomme si
muovevano frenetiche, io consegnai il
compito finito.
“Era troppo facile,” raccontai al
professor Mohammad, che mi aspettava
fuori dall’auditorium. “Non sono
convinto.”
“Il tuo cervello è in grado di rendere
semplice ciò che è complicato.” Mi
appoggiò una mano sulla spalla e, per un
istante, sorrisi.

***

Mama mi aspettava fuori dalla tenda


con le braccia conserte sul petto. “Dove
sei stato?”
Non le avevo detto niente perché non
avrebbe approvato. “A un concorso di
matematica.” Mi costrinsi a sorridere,
nella speranza di contagiarla. “C’è in
palio una borsa di studio all’università.”
Lei rimase impassibile: trattenendo il
respiro, mi misi in attesa di una risposta.
“Non pensarci neanche.” La sua voce
traboccava di rabbia: non riuscivo a
ricordare l’ultima volta che l’avevo
vista così alterata. “Chi troppo vuole,
nulla stringe.”
“È importante per me.”
“Non. Abbiamo. Soldi.” Scandì ogni
parola. “Però abbiamo molte spese. Non
sappiamo nemmeno se Abbas potrà mai
lavorare di nuovo. E Nadia deve stare a
casa, altrimenti nessuno vorrà più
sposarla.”
“Il professor Mohammad si è offerto
di aiutarci.”
Il viso di Mama divenne colore del
sangue: non sarei mai riuscito a
convincerla. Ma Baba aveva ragione:
avevo più possibilità di farmi strada se
fossi andato all’università. Per il
momento lasciai perdere: tanto non avrei
vinto. Ero il figlio di un detenuto arabo:
gli israeliani non lo avrebbero mai
permesso.
Scrissi a Baba, raccontandogli che
avevo finito il compito per primo e che
avevo paura di aver sbagliato qualcosa.
Lui rispose che una mente agile si
muove in fretta, proprio come un
proiettile.
21.

Il professor Mohammad mi consegnò


la lettera. Stringendola forte, feci
passare il dito indice, sporco per il
lavoro, sotto l’angolo del lembo
sigillato, strappai il bordo superiore e
sfilai il foglio di pergamena.

Gentile sig. Hamid,

A nome della facoltà di matematica


dell’Università ebraica di
Gerusalemme, siamo lieti di
comunicarLe che Lei si è classificato
tra i dieci finalisti. La invitiamo,
pertanto, a partecipare alla gara
aperta al pubblico che avrà luogo il 5
novembre 1965, alle ore 17.00, al
Golda Meir Auditorium della scuola
superiore di Herzliya.

Cordialmente,
Professor Yitzhak Schulman

“Allora?” Il professor Mohammad era


elettrizzato e ansioso.
Il cuore mi rimbombava dietro agli
occhi e nelle orecchie. Il mondo sembrò
fermarsi. Dovevo scrivere subito a
Baba.
“Avere successo non vuol dire non
sbagliare mai, ma piuttosto rialzarsi
dopo ogni caduta.” Gli occhi del mio
insegnante si velarono di lacrime: stava
cercando di consolarmi.
“Sono tra i dieci finalisti.”
Sul suo volto esplose il sorriso. “Non
puoi tornare indietro e cambiare ciò che
è stato, ma adesso puoi iniziare a
cambiare le cose per decidere il finale.”
Scrissi a Baba non appena arrivai alla
tenda: era felicissimo. Comunque
fossero andate le cose, mi rispose,
avevo il suo sostegno al cento per cento.
La notte precedente al concorso, non
riuscii a prendere sonno. Pioggia fredda
si abbatteva sulla tenda e filtrava
attraverso i buchi, bagnando la mia
coperta. Il vento soffiava abbastanza
forte da sollevarla da terra. Andai al
lavoro esausto.
Al pomeriggio, faticavo a tenere gli
occhi aperti, almeno finché io e il
professor Mohammad arrivammo alla
scuola. La strada era intasata da una
processione di auto di lusso che si
fermavano davanti all’ingresso per
lasciar scendere i ragazzi prodigio,
agghindati come se stessero per essere
giudicati dall’aspetto.
Con i miei vestiti di sempre, una
camicia e un paio di pantaloni chiusi con
un cordino, macchiati di sangue dal
lavoro, spiccavo come un asino alla
partenza di una gara tra puledri di razza.
Avrei voluto scomparire, ma poi pensai
a Baba, costretto a spalare sabbia nel
caldo del Negev, e decisi che sarei
rimasto.
Insieme agli altri concorrenti mi
sedetti al centro di un ampio palco di
legno, dove le sedie erano state
sistemate a ferro di cavallo di fronte alla
lavagna. Ero solo un povero palestinese
in mezzo agli israeliani più brillanti del
paese. Nessuno di loro mi rivolse la
parola.
Il pesante sipario di velluto si aprì,
rivelando gli spettatori. Sguardi curiosi
si spostavano da concorrente a
concorrente, come se l’intelligenza
potesse essere vista a occhio nudo da
una poltrona tra il pubblico. Mi sentivo
osservato: desiderai avere dei vestiti di
ricambio. A Mama sarebbe venuto un
colpo, se avesse saputo che mi ero
presentato con gli abiti del lavoro,
coperto di sangue e sudore. In realtà,
non voleva neanche che partecipassi.
Forse aveva ragione.
“Buongiorno, io sono il professor
Yitzhak Schulman, capo del dipartimento
di matematica all’Università ebraica di
Gerusalemme. Benvenuti alla prima
edizione del concorso di stato di
matematica.”
Applausi.
“Sul palco ci sono i dieci finalisti.
Ognuno di loro ha dimostrato di avere
un talento fuori dal comune.”
Il professor Schulman spiegò le
regole: ogni studente aveva a
disposizione tre minuti per risolvere il
proprio problema. In caso di errore, il
concorrente doveva lasciare il palco.
Gli ultimi cinque finalisti si sarebbero
aggiudicati una borsa di studio presso
l’Università ebraica di Gerusalemme,
che prevedeva anche uno stipendio
mensile. Il primo classificato,
ovviamente, avrebbe vinto il premio più
alto.
Il concorrente numero uno si
dondolava avanti e indietro; la kippah,
fissata ai ricci neri con una forcina,
rimbalzava a ogni movimento.
L’esaminatore si avvicinò al
microfono. “C è la circonferenza
unitaria x2+y2=1. Un punto ‘p’ è scelto a
caso sulla circonferenza di C, e un altro
punto ‘q’ è scelto a caso nell’area di C.
Questi punti sono scelti in modo
indipendente e uniforme rispetto ai loro
domini. R è un rettangolo, i cui lati sono
paralleli alle assi della x e della y,
avendo come diagonale ‘pq’. Qual è la
probabilità che nessun punto di R si
trovi fuori da C?”
Nel tempo che il concorrente numero
uno impiegò per prendere il gesso e
iniziare a scrivere, io avevo già risolto
il problema sulla lavagna immaginaria
della mia mente. Potevo vincere. Non
importava se non avevo avuto le stesse
opportunità degli altri, io avevo un
dono. Tuttavia, avevo paura che gli
israeliani mi avrebbero assegnato dei
problemi impossibili. Nessuno mi
avrebbe difeso.
“La probabilità è 4π2.”
“È esatto,” confermò il moderatore.
La sala esplose in un applauso.
Quando la concorrente numero due si
alzò, mi accorsi che aveva la spalla
sinistra più alta di quella destra.
“Trova, e spiega, il valore massimo
di f(x)=x3–3x sulla base di tutti i numeri
reali x che soddisfino la disequazione
x4+36≤13x2.”
Mentre fissava la lavagna vuota, il
sudore le imperlava la fronte: il suono
della campanella vibrò dagli
altoparlanti. Il pubblico trattenne il
respiro. La concorrente numero due
chinò il capo e lasciò il palco.
Io ero il numero tre.
Mentre mi dirigevo alla lavagna,
sentivo il sangue pulsarmi nelle vene: lo
scherno negli occhi della gente era
evidente. Presi il gesso.
“K sia il minore dei numeri interi
positivi che ha questa proprietà: dati
numeri interi diversi m1, m2, m3, m4,
m5 tali che il polinomio p(x)=(x–m1)(x–
m2)(x–m3)(x–m4)(x–m5) abbia
coefficienti k interi, trova, spiegando la
dimostrazione, un gruppo di numeri
interi m1, m2, m3, m4, m5 che
soddisfino il minimo k.”
“Il minimo è k=3, e si ottiene da {m1,
m2, m3, m4, m5}={–2, –1, 0, 1, 2}”,
spiegai mentre scrivevo. Mi girai e mi
rivolsi direttamente al pubblico. Gli
israeliani seduti al centro della prima
fila mi fissavano a bocca aperta.
Il moderatore mi guardava incredulo.
“È esatto.”
Turno dopo turno, riuscii a mantenere
la concentrazione, risolvendo ogni
problema che mi veniva sottoposto.
Quando anche il sesto concorrente fu
eliminato, sentii il cuore fermarsi per un
secondo: avevo vinto una borsa di
studio. Adesso ero in gara per
aggiudicarmi il primo premio. Dieci
turni dopo, eravamo rimasti solo io e il
concorrente numero otto.
Toccava a lui andare alla lavagna.
“Una freccia, tirata in modo casuale,
colpisce un bersaglio quadrato.
Supponendo che ognuna delle due parti
del bersaglio di uguale area abbia la
stessa probabilità di essere colpita,
trova la probabilità che il punto colpito
sia più vicino al centro rispetto ai lati.
Esprimi la risposta con la formula
(a√b+c)/d, dove a, b, c e d sono numeri
interi positivi.”
Il concorrente numero otto chiuse gli
occhi, si dondolò avanti e indietro,
fermandosi solo per asciugarsi le mani
sui pantaloni neri. Cominciò a scrivere.
Suonò la campanella: la sala
ammutolì. Il concorrente numero otto
non fu invitato a lasciare il palco
perché, se anch’io non avessi risolto il
problema correttamente, la gara sarebbe
continuata.
Il professor Mohammad era sul ciglio
della sedia e stringeva i braccioli con le
mani.
“Calcola il polinomio:
7x3y3+21x2y2–10x3y2–30x2y.”
Feci un respiro profondo e cominciai
a scrivere alla lavagna, spiegando la
risposta ad alta voce. “x2y(7y–10)
(xy+3).”
Quando terminai, guardai
l’esaminatore. Aveva la bocca aperta.
“È esatto,” dichiarò il moderatore.
I pugni del professor Mohammad
scattarono in aria. Il concorrente numero
otto si avvicinò a me e mi tese la mano.
“La mente più brillante che abbia mai
incontrato,” commentò.
Mi tremavano le labbra e gli occhi mi
si riempirono di lacrime.
All’improvviso, non eravamo più un
israeliano e un palestinese, eravamo due
matematici. Il concorrente numero otto
mi diede una pacca sulla spalla. “Mi
chiamo Zoher. Non vedo l’ora di
incontrarti all’università.” Avevo un
groppo in gola per l’emozione e riuscii
solo ad annuire.
Il moderatore mi mise una medaglia
intorno al collo e un giornalista dello
“Yediot Ahronot” mi scattò una
fotografia.
Avevo le farfalle nello stomaco: gli
altri concorrenti si avvicinarono per
stringermi la mano. Mi sentivo travolto
da un vortice di emozioni: la stanza si
riempì di un’energia straordinaria. Gli
ebrei, le stesse persone che tenevano
Baba prigioniero, mi applaudivano.
Il giorno seguente, sulla prima pagina
del giornale israeliano, apparve una
grossa fotografia che mi ritraeva con una
medaglia al collo. Il titolo recitava
Ragazzo arabo calcola la strada verso
la vittoria. Spedii l’articolo a Baba; lui
mi rispose inviandomi una caricatura di
se stesso, con un grosso sorriso che gli
copriva tre quarti della faccia.
La notte che precedeva la mia
partenza per l’università, non riuscii a
chiudere occhio. Sapevo che lo
stipendio che avrei ricevuto doveva
servire a coprire le mie spese personali,
ma non potevo dimenticare la mia
famiglia. Non li avrei lasciati soli. Negli
ultimi sei anni ero stato l’uomo di casa e
non ero sicuro che sarebbero riusciti ad
andare avanti senza di me. Sarei stato
lontano da loro per almeno tre anni.
La mattina che segnava l’inizio dei
miei studi trovai Mama seduta
all’ingresso della tenda. “Non lascerò
che tu vada a vivere in mezzo agli
israeliani,” mi ammonì agitandomi il
dito in faccia. “Potrebbero ucciderti.”
“Non sono tutto cattivi,” risposi.
“Yossi ci ha aiutato.”
“Aiutato? Solo dopo che non erano
riusciti a uccidermi.” Abbas scuoteva la
testa. “Gli ho già dato una possibilità
una volta, non lo farò di nuovo.”
I miei fratelli sedevano per terra, con
l’aria triste e gli occhi pieni di lacrime.
“Studierò matematica e scienze,”
ribadii per la centesima volta.
“Un uomo non ha bisogno di sapere
niente di più di ciò che gli serve per la
sua vita quotidiana.” Le braccia di
Mama erano serrate, incrociate sul petto.
“Conosco già troppo bene il lavoro al
macello per esserne soddisfatto, Mama.
Voglio scoprire l’ignoto. Voglio
guadagnarmi da vivere con la
matematica e la scienza.”
Alzò gli occhi al cielo, come se fossi
la persona più stupida del mondo. “Se ci
abbandoni adesso, non disturbarti a
tornare indietro.”
“I miei studi sono la soluzione ai
nostri problemi. Se avrò successo avrò
soldi abbastanza da provvedere a tutta la
famiglia.”
“Non hai capito niente di come
funziona il mondo!” le parole le
esplosero dalla bocca. “I tuoi sogni non
sono altro che sogni! Sono gli israeliani
a comandare, e loro ti vedranno sempre
come il nemico e niente di più; un
palestinese. È ora che tu te ne renda
conto e impari come vanno le cose.”
“Un giorno riuscirò a farmi
perdonare.” Abbassai lo sguardo a terra.
“Non guadagneremo mai abbastanza
per mantenerci,” mi disse. “Non farci
questo.”
“Devo andare.”
“Ti prego…” cominciò, ma poi si
mise a piangere. Mama cadde in
ginocchio e si coprì il volto.
“Tieni.” Le diedi gran parte del mio
stipendio. “Compra una capra e una
gallina. Pianta delle verdure. Non hai
molta terra a disposizione, ma almeno
così saprò che avete da mangiare.”
“Hai abbastanza soldi per te?” mi
chiese.
“Se le cose vanno troppo male,
interromperò gli studi e tornerò indietro.
Concedimi solo un mese, ti prego.”
Trattenni il respiro in attesa della sua
risposta.
Alla fine, annuì. La abbracciai forte e
lei mi sussurrò all’orecchio: “Stai
lontano dagli israeliani”.
Salutai la mia famiglia con la mano.
“Stai mettendo a rischio la tua vita,”
mi criticò Abbas.
“È un rischio che sono disposto a
correre.”
Mentre mi dirigevo alla fermata
dell’autobus, sentivo una brezza leggera
che mi sospingeva nella schiena. Sapevo
da dove veniva.
Grazie, Baba.
PARTE SECONDA
1966
22.

La disposizione simmetrica degli


edifici mi calmò. Imboccai il terzo
viale, percorsi il marciapiede di
cemento, superai undici palazzi del
dormitorio Shikouney Elef, finché
raggiunsi il dodicesimo.
Tirai i miei pantaloni fatti in casa,
cercando di fare in modo che mi
coprissero le caviglie, ma non ci riuscii.
Mama me li aveva cuciti tre anni prima,
quando ero più basso di almeno una
testa. Quei vestiti, che una volta erano
stati lenzuola usate, e le poche cose che
avevo infilato in una borsa logora che
tenevo sottobraccio, erano tutto ciò che
avevo.
Il profumo del sugo al pomodoro
proveniente dalla prima stanza a sinistra
mi diede il benvenuto. Era una cucina
comune, dove una ragazza con una
maglietta rossa e un paio di jeans, le
mani protette da guanti da forno, reggeva
una padella di verdure stufate. I capelli
le arrivavano alle spalle e ondeggiavano
a ogni suo movimento. “Ciao,” mi salutò
in arabo.
Non riuscii a trovare la voce per
rispondere, così annuii.
“Scusami.” Mi superò e sparì nel
corridoio, sempre con la padella in
mano.
Dall’ingresso giunsero delle parole in
ebraico. Erano nel nostro edificio:
dovevano essere soldati. Volevo
nascondermi, ma non sapevo dove. Alle
finestre c’erano le inferriate e la porta
della cucina si apriva verso l’esterno.
Non c’era via d’uscita. L’ultima cosa
che volevo era avere problemi. Pensavo
di essere preparato a vivere circondato
dagli ebrei, ma, adesso che mi trovavo a
confronto con la realtà, mi resi conto che
mi ero sbagliato di grosso.
Quando entrarono nella stanza, sentii
un vuoto nello stomaco: poi vidi che non
indossavano l’uniforme.
“Shalom. Mah neshmah?” Come va?
Zoher mi salutò in ebraico e mi tese la
mano.
Portava una maglietta bianca e un
paio di jeans: faticai a riconoscerlo.
“Tov, todah.” Bene, grazie, risposi,
sempre in ebraico; per poco dimenticai
di respirare. Sulla soglia c’era un altro
ragazzo.
“Ti presento il mago della matematica
di cui ti parlavo,” gli spiegò Zoher.
“Io sono Rafael, come l’angelo, ma
tutti mi chiamano Rafi.” Il ragazzo con la
pelle brufolosa mi diede la mano. “Devi
essere orgoglioso, pochi riescono a
impressionare Zoher.”
Ricambiai la stretta.
“Stiamo organizzando un gruppo di
studio,” continuò Zoher. “Mio fratello è
sopravvissuto ai corsi e io ho ereditato i
suoi appunti. Ti va di unirti a noi?”
Doveva essere una specie di piano
per farmi bocciare: oppure volevano
accerchiarmi e picchiarmi. Di sicuro,
Zoher ce l’aveva con me perché l’avevo
battuto. Era una trappola: non esisteva al
mondo che un israeliano invitasse un
palestinese a partecipare a un gruppo,
qualunque esso fosse. Non volevo
provocarli. Zoher aveva un’acuta mente
matematica, e gli appunti: non avevo
scelta.
Mi sforzai di sorridere. “Perché no?”
“Allora ci vediamo domenica alle sei.
Stanza quattro.”
Rafi e Zoher abitavano nella camera
accanto alla mia: non avrei mai
immaginato che avrei dovuto vivere
nello stesso edificio con dei ragazzi
ebrei. Forse anche il mio compagno di
stanza era ebreo: avrei dovuto dormire
con gli occhi aperti.
“Dov’è il bagno?” chiesi.
“Dietro di te,” rispose Rafi.
Li salutai ed entrai nei servizi.
C’erano tre cabine fisse, tre lavandini
bianchi che splendevano e tre specchi
rettangolari in cui potevo vedere il mio
riflesso. Mi sentivo in colpa sapendo
che la mia famiglia viveva all’aperto e
si lavava in una vasca di metallo, con
l’acqua che riuscivano a trasportare dal
centro del villaggio. Dallo specchio, il
volto di Baba mi fissava.
Pensai a come lui avrebbe gestito la
situazione. Quando gli chiedevo come
faceva a essere così allegro nelle sue
lettere, lui rispondeva che non avrebbe
permesso a nessuno di portargli via
l’anima. Scriveva che, quando si
trovava a contatto con qualcuno, cercava
sempre di trovare un interesse comune.
Se Baba era riuscito a guadagnarsi il
rispetto dei suoi carcerieri con la
musica, il canto e il disegno, io avrei
provato a fare lo stesso con le mie
capacità. Sì, mi dissi, forse era una
buona idea frequentare il gruppo di
studio.
Uscii dal bagno e percorsi un
corridoio luminoso. Allora è questa
l’elettricità, pensai. Girai la chiave e
aprii la porta della mia nuova stanza.
Avrei vissuto, insieme a un solo altro
coinquilino, in una stanza che era tre
volte la tenda dove abitava tutta la mia
famiglia. Avrei dormito in un letto vero,
mentre loro passavano la notte su stuoie
stese a terra. Avevo a disposizione una
scrivania, un lavandino e un armadio
tutto per me.
“Benvenuto, io sono Jameel,” un
ragazzo dai lineamenti affilati e
simmetrici si presentò in arabo. Era
seduto in mezzo alla camera. Una
versione più vecchia di Jameel e una
donna, che doveva essere sua madre,
erano di fronte a lui. In mezzo,
appoggiati su una tovaglia bianca
c’erano le verdure stufate e tabbouleh,
hummus, baba ghanouj e pita.
Per un attimo, rimasi a bocca aperta.
Tre ragazze, vestite come gli ebrei,
mangiavano sedute sul letto. La voce di
Fairouz risuonava dalla radio dietro di
loro.
“Io sono Ichmad.”
“Da che pianeta vieni, Ahmad?”
Jameel pronunciò il mio nome senza
l’accento del villaggio. Le ragazze
buttarono la testa all’indietro e risero.
“Non dargli retta,” disse una di loro,
alzandosi. “È l’unico maschio.” Gli
diede un buffetto leggero sulla nuca.
“Non dare ascolto alle mie sorelle.”
Jameel mi indicò il cibo davanti a lui
con un gesto della mano. “Prego, serviti
pure.”
Sua madre mi riempì subito un piatto
di verdure stufate. Rimasi a fissarlo per
un momento. Avrei voluto conservarlo
per la mia famiglia.
“Mangia,” mi esortò Um Jameel.
Mi sedetti accanto a Jameel e divorai
lo stufato. Il volto di Um Jameel si
illuminò, mentre mi passava una seconda
porzione. Divorai anche quella. Di
nuovo, mi riempì il piatto.
“È buonissimo.” Non mangiavo niente
di simile da quando Baba era andato in
prigione: erano passati sei anni. Ero
consapevole del fatto che molte paia di
occhi erano puntate su di me, tuttavia
continuai a mangiare.
Um Jameel sorrise. “Finalmente
qualcuno che apprezza la mia cucina.”
“Dov’è la tua valigia?” Jameel si
sporse per guardare attorno a me.
“Mi piace viaggiare leggero.” Nella
mia borsa c’erano solo i pantaloni e la
camicia di ricambio del lavoro, il libro
che mi aveva regalato il professor
Mohammad, e nient’altro.
Um Jameel radunò le loro cose e la
famiglia del mio compagno si preparò a
partire.
“Ci vediamo il sedici. Anche tu,
Ichmad.”
“Nessuno va a casa ogni due
settimane.” Jameel parlò in tono dolce,
ma fermo.
“Non ricominciare. Non ho intenzione
di passare le mie giornate a
preoccuparmi perché non so che cosa
mangi o se hai vestiti puliti. Se non vieni
tu, verremo a prenderti.”
Lui arrossì. “D’accordo, vengo.”
“Aspettiamo anche te, Ahmad.” Anche
Um Jameel pronunciava il mio nome in
modo corretto. “Mio figlio avrà bisogno
di aiuto a trasportare il cibo.” La donna
si avvicinò a Jameel, ma si rivolgeva
direttamente a me. “E non pensare che ti
lasci tornare indietro affamato.”
Jameel accompagnò la sua famiglia
alla fermata dell’autobus. Dopo aver
sistemato il mio unico ricambio di
vestiti nell’armadio, sbirciai in quello
del mio compagno di stanza. Appesi in
ordine, ognuno sulla sua gruccia,
c’erano camicie e pantaloni di ogni
colore. Sulle mensole sopra la barra
erano piegate felpe più o meno pesanti,
magliette e qualche pigiama. Sul fondo
c’erano un paio di sandali di cuoio,
stivali neri e lucidi con la suola spessa e
delle scarpe da ginnastica bianche,
immacolate. La sua famiglia doveva
essere molto ricca.
Jameel rientrò in camera e chiuse la
porta.
“Credo che mia madre non dorma da
una settimana. Ansia da separazione.”
Con un gesto delle spalle, chiuse
l’argomento; si avvicinò alla radio e
cercò un canale di musica occidentale.
Dal taschino della camicia estrasse un
pacchetto di sigarette Time e lo allungò
verso di me.
“Fumi?”
“No, mai fumato,” risposi.
“Prova.” Ne tirò fuori una, l’accese e
me la offrì.
Mi stesi sul letto; era morbidissimo.
“Forse dopo. Tu fa’ pure.”
Jameel si mise la sigaretta in bocca e
cominciò a dondolare la testa,
ancheggiando per tutta la stanza come un
sufi in estasi mistica. Con il dito
picchiettò la sigaretta sul posacenere e
crollò sul letto. Con gli occhi fissi al
soffitto sbuffava il fumo pigramente.
“Andiamo a vedere il campus.”
“Devo procurarmi i libri.” Il
professor Mohammad mi aveva
consigliato di andare subito in
biblioteca a prendere i libri in prestito,
perché comprarli mi sarebbe costato
troppo.
Attraversammo dei prati verdi e
rigogliosi. Jameel mi bloccò mettendomi
una mano sul petto.
“Guarda un po’ quel bocconcino.”
Seguii il suo sguardo fino a scorgere
una ragazza israeliana seduta su una
panchina di fronte alla libreria: aveva
lasciato slacciati i primi bottoni della
maglietta, e la scollatura era tanto
profonda che si intravedeva la rotondità
del seno. Teneva le gambe accavallate e
indossava un paio di pantaloncini che
coprivano appena la biancheria intima.
“Vorrei tanto posare la testa su quei
cuscini.” Jameel scoprì i denti e ringhiò
piano scuotendo il capo, come un
predatore che ha fiutato la preda. “E
cavalcare tra quelle montagne.”
“Ti prego, smettila,” mi guardai
intorno, passando in rassegna il campus
con lo sguardo alla ricerca di soldati. “E
se ti sente qualcuno?”
Lui scoppiò a ridere, mi diede una
pacca sulle spalle e continuammo a
camminare.
23.

Entrai alla mia prima lezione,


Introduzione al Calcolo, e dovetti
fermarmi per assimilare tutto: pareti
fresche di pittura, file di banchi, una
grande cattedra per il professore, una
poltrona di cuoio con le rotelle e
lavagne così lustre che sembravano
nuove. La stanza si stava riempiendo in
fretta: gli studenti chiacchieravano tra
loro in ebraico. Io evitai di incrociare il
loro sguardo e cercai un banco in fondo
all’aula.
Riuscii ad aggiudicarmi l’unico posto
rimasto in ultima fila e ringraziai Allah,
dato che poi rimanevano solo quelli di
fronte al docente. C’erano israeliani
dappertutto. Quello alla mia sinistra
disse “yiksah”, si alzò e andò a sedersi
davanti.
I miei occhi incontrarono quelli del
professore, che si sporgeva dalla
cattedra, accarezzandosi la barba lunga.
Dopo qualche minuto, si alzò e si
sistemò la kippah. “Sono il professor
Mizrahi.” Delle corde bianche gli
pendevano da sotto la camicia, indice
del fatto che era religioso. Apparteneva
a quel gruppo di ebrei che credeva che
Dio avesse promesso a loro la terra
d’Israele.
Il nome e l’accento del professor
Mizrahi mi fecero capire che era
sefardita. La solita fortuna: il mio primo
insegnante mi avrebbe di sicuro odiato.
Il sudore mi imperlava la fronte.
“Quando chiamo il vostro nome,
andrete a sedervi nel banco che vi
assegnerò, che sarà il vostro posto per
l’intero semestre.” Il professor Mizrahi
guardò la cartelletta che teneva in mano.
“Aaron Levi, Boaz Cohen, Yossi
Levine…” Elencò un nome ebreo dopo
l’altro, riempiendo la classe a partire
dal fondo. Poi indicò il banco di fronte
alla cattedra e chiamò: “Ahmad Hamid”,
con una pronuncia perfetta.
Mi sentivo come un insetto sotto la
lente di un microscopio, seduto tra due
ebrei sefarditi, l’unico arabo non ebreo
della classe. Mi avrebbero mangiato
vivo.
“Bene, cominciamo.” Il professor
Mizrahi prese il gesso e scrisse alla
lavagna 3x–(x–7)=4x–5.
“Signor Hamid?” puntò il gessetto
dritto verso di me.
“X uguale 6,” risposi dal posto.
“Come dice?” chiese, inclinando
appena la testa di lato.
Il mio cuore rimbombava come un
tamburo. “X è uguale a 6”.
Il professor Mizrahi mi fissò
perplesso per un attimo, poi lesse il
secondo problema.
“Signor Hamid, può trovare la
velocità istantanea, o il tasso istantaneo
di cambio di direzione, in rapporto al
tempo per t=5 di un oggetto che cade
secondo la formula s=16t2+96t?”
“Il limite è 256, che corrisponde alla
velocità istantanea alla fine dei cinque
secondi della caduta.”
Il ticchettio dell’orologio appeso alla
parete dell’aula era assordante.
“Grazie, signor Hamid,” mi disse.
“Davvero notevole.”
***

Quel giorno avevo lezione di


matematica e scienze dalle otto del
mattino fino alle quattro del pomeriggio.
Stavo andando in biblioteca a studiare,
ma deviai il mio percorso fino al
giardino botanico, che si trovava tra gli
uffici dell’amministrazione nell’ala nord
e la Biblioteca nazionale, nell’ala sud.
Le piante di Sequoia sempervivens e di
Sequoiadendron erano così alte che si
elevavano al di sopra degli edifici che
le circondavano. Avrei voluto che Mama
potesse venire a vedere il giardino:
Baba le avrebbe fatto un ritratto davanti
agli alberi.
Arrivato alla biblioteca, allungai il
collo più che potevo per osservare le
immense vetrate, illuminate dall’interno,
come se tutto il sapere racchiuso tra
quelle pareti fosse la luce che le
rischiarava. Spinsi la porta ed entrai con
la stessa devozione con cui si entra in un
luogo sacro: l’alone luminoso si riversò
anche su di me.
“Borsa sul tavolo.” Le parole della
guardia armata mi colpirono come una
secchiata di acqua fredda. Ubbidii. Con
gesti bruschi, il soldato tirò fuori il mio
quaderno e la matita. “Contro il muro,”
indicò. “Togliti le scarpe.”
Mi sentii avvampare: non volevo
attirare l’attenzione sui sandali che
Mama mi aveva fatto usando il
copertone di una bicicletta, ma non
avevo scelta. Lentamente, sciolsi i lacci
di gomma. Infilando la sua matita
nell’asola sul tallone, la guardia ne
sollevò uno e lo esaminò da ogni
angolazione.
“Mettiti qua,” mi ordinò. “Gambe
aperte e braccia in fuori.”
Mentre mi perquisiva la gamba
sinistra, in biblioteca entrò un ragazzo
ebreo con una mitraglietta in mano e uno
zaino in spalla. A Gerusalemme, tutti i
soldati e i riservisti israeliani dovevano
avere le proprie mitragliette sempre
cariche.
“Motie, credevo che fossi a Nord,” la
guardia chiamò l’uomo armato mentre
mi tastava la gamba destra. “Sei
scappato?”
“Trasferito,” rispose Motie. “Per mia
fortuna qui è pieno di arabi: non ci sono
mai abbastanza soldati. È già una
seccatura il fatto di dover ripetere
l’anno, non volevo anche perdermi la
prima settimana.”
Per una frazione di secondo desiderai
essere ebreo, così potevo entrare in
biblioteca senza subire quel trattamento.
Quattro israeliani, di quelli che
sembravano in grado di spaccare le noci
a mani nude, fecero segno a Motie di
raggiungerlo all’ampio tavolo dove si
trovavano.
C’erano molti posti vuoti, ma io
volevo un banco singolo. Ne individuai
uno con la coda dell’occhio e, cercando
di ostentare una certa noncuranza, lo
raggiunsi in fretta e tirai fuori le mie
dispense.
Alcune voci troppo alte e sguaiate
catturarono la mia attenzione, facendomi
guardare nella direzione da cui
provenivano. I miei occhi incontrarono
quelli di Motie. Mi girai subito
dall’altra parte, ma era troppo tardi. Mi
aveva visto.
Non riuscivo a concentrarmi sulla
dispensa di Introduzione al Calcolo:
quelle voci gutturali si facevano sempre
più forti.
“Va’ tu,” disse Motie a qualcuno.
“Sei tu che hai la pistola,” rispose una
voce profonda. Scoppi di risa
risuonarono nella stanza.
Con gli occhi incollati alle pagine,
osservai la carta diventare umida al
contatto con le dita.
Un rumore stridulo, come quello di
una sedia spinta via dal tavolo. Passi di
stivali che si avvicinavano. Respira,
ricordai a me stesso. Alzai lo sguardo:
veniva verso di me, mitraglietta alla
mano.
“Chiedo scusa, lei è Motie Moaz,
vero?” la bibliotecaria lo intercettò.
“Sì.”
“Deve ancora restituire dei libri
dall’anno scorso.”
“Sono lento a leggere,” sorrise. Era
evidente che era abituato a dettare legge.
La donna non si fece intimidire.
“Venga con me, le darò la lista.”
Gli stivali si allontanarono, per il
momento. Dovevo trovare Calcolo di
W.L. Wilks prima che Motie tornasse. La
sezione di Calcolo si trovava proprio
dietro al suo tavolo. Ero indeciso: forse
era meglio aspettare che anche i suoi
amici se ne fossero andati, ma non
potevo sapere quanto sarebbero rimasti,
forse tutta la sera. In tal caso, qualcun
altro avrebbe potuto consultare il libro
prima di me. Se ci avessero dato la lista
dei libri prima dell’inizio delle lezioni,
non mi sarei trovato in quella situazione.
Feci un respiro profondo, attraversai la
stanza buia, tenendomi sempre rasente al
perimetro, mi intrufolai tra le campate di
libri passando da dietro e mi fiondai
alla sezione dedicata al Calcolo.
Le voci profonde di quel gruppetto si
spensero a mano a mano che mi
avvicinavo al mio obiettivo. Con gli
occhi passai in rassegna lo scaffale.
Afferrai il libro. Le pagine erano
incollate. Non trovavo l’indice. Nella
mia visione periferica comparvero due
figure che parlottavano tra di loro.
Cercavo furiosamente. Tempo scaduto.
Chiusi il libro.
Con il volume sotto braccio, la testa
bassa, mi avviai per la navata, stretta e
lunga. Prima che riuscissi a uscirne,
Motie apparve, sbarrandomi la strada.
Girai su me stesso per prendere la
direzione opposta: due israeliani
occupavano la corsia, bloccandomi il
passaggio.
Non avrei dovuto rispondere alle
domande in classe. Motie mi colpì nello
stomaco con la canna della sua
mitraglietta.
“Che cosa combini qua dietro?” Mi
colpì di nuovo.
“Un libro. Per il corso.” Non riuscivo
a respirare. “Scusami, devo passare.”
Gli spuntavano le vene dal collo.
“Scusami, ti prego. Fammi passare.”
“Vieni con me,” ordinò Motie.
“Adesso?”
“Se ti comporti bene, non dovrò farti
male.” Con la canna, mi indicò il suo
tavolo.
Mi fece muovere tenendomi l’arma
premuta contro le reni. “Siediti qui.”
Indicò una sedia. Vi sprofondai. La
canna spinse un foglio verso di me.
“Risolvi il primo problema.”
Cominciai a leggere. Se
c(a)=2000+8,6a+0,5a2, allora
c1(300)=?”
“308,6.” Mi tremava la voce.
Alzò il sopracciglio sinistro. “Qual è
il tuo segreto?”
“Nessun segreto.” Dovevo sputare le
parole. Motie indicò con l’arma il
secondo problema.
“Non mi importa come fai, basta che
ci dai le soluzioni.”
“Come sai che le risposte sono quelle
giuste?” chiese uno dei suoi amici.
Motie strappò una pagina dal suo
quaderno. “Fai anche i tuoi compiti,” mi
intimò.
Un bibliotecario con la barba e l’aria
arcigna venne verso di noi, le braccia
incrociate sul petto. Aveva un volto
familiare. Ci guardammo negli occhi.
Era il concorrente numero sei. Si stava
mettendo male.
“Vi sta dando problemi?” chiese.
“Va tutto bene, Daaveed,” rispose
Motie. “Abbiamo organizzato un gruppo
di studio, vero Mohammad?”
“Sì,” mormorai.
“Parla più forte, Mohammad,” mi
incalzò Motie.
“Sì, un gruppo di studio.” Riuscii a
parlare appena un po’ più forte di prima.
Daaveed sbuffò nella mia direzione,
poi se ne andò.
Scrutai il mio “gruppo di studio”.
Forse anche quello di domenica sera con
Zoher e Rafi avrebbe compreso l’uso di
armi. Guardai l’orologio. Erano solo le
16.45. Avrebbero potuto trattenermi a
lungo. Non avrei avuto tempo per fare il
resto degli esercizi, ma potevo studiare
di notte, non avevo bisogno di dormire.
Speravo che, alla lunga, Motie si
sarebbe stancato di torturarmi.
Lui prese un libro dallo zaino e lo
sbatté sul tavolo. Sulla copertina c’era
una scritta in ebraico a pennarello nero:
Fisica. Sotto, una nota: martedì e
giovedì 9-10. Prof. Sharon. Mi si gelò il
sangue nelle vene: un corso insieme a lui
mi bastava.
“Nu.” Forza. Motie indicò il secondo
problema.
Ormai la biblioteca si era riempita.
Tutti i tavoli più grandi erano occupati
da studenti immersi nei propri libri.
Guardai l’orologio. Le 16.46. Almeno
mi lasciava fare anche i miei compiti. La
luce filtrava dalla finestra. Mi sembrava
che il giorno non volesse finire mai.
Se Baba fosse stato con me, pensai,
mi avrebbe detto di insegnare a Motie a
risolvere i problemi, e di non limitarmi
a dargli le soluzioni. A mano a mano che
procedevo con il resto delle domande,
spiegavo i vari passaggi di ogni quesito.
Arrivati alla fine del compito, Motie
affrontava i problemi da solo, e mi
chiedeva solo di verificare le sue
risposte. Alla fine, parlava senza più
l’ausilio della mitraglietta.
“Vado a mangiare, ma dopo torno.”
Motie mi guardò con un mezzo sorriso.
“Mi sei stato utile.”
Non avevo intenzione di aspettarlo.
Con sottobraccio gli undici libri che
avevo preso in prestito, tornai al
dormitorio. Speravo che non avrei avuto
bisogno di tornare in biblioteca per un
bel po’.
“Aprimi la porta,” urlai a Jameel dal
corridoio. Gli spigoli dei libri mi
premevano contro i palmi e gli
avambracci. La pila mi arrivava oltre la
testa. Jameel non rispose: quando provai
a estrarre la chiave dal sacchetto di
carta che usavo come borsa, i libri si
sbilanciarono e caddero a terra.
Disperato, li esaminai uno a uno. Avevo
paura di averli rovinati. Non potevo
ripagarli: avevo dato il mio stipendio a
Mama. Mi restavano soldi appena
sufficienti per il viaggio in autobus fino
al villaggio e sei pagnotte.
Con il cuore in gola, aprii la porta,
spolverai ogni libro e li appoggiai sulla
mia scrivania.
24.

Era passata l’una di notte, quando


sentii la chiave di Jameel nella toppa.
“Hai deciso di aprire una biblioteca
privata?”
“Perché? Tu non hai iniziato a
studiare?” chiesi.
“Sto perfezionando il mio inglese per
le feste della scuola del sabato sera.”
Sorrise. “Dovresti vedere le americane.
Arrr.” Scosse la testa. “Vieni con me,
domani sera.”
Non potevo, ero lì per studiare. Lui
non aveva idea dei sacrifici che la mia
famiglia era costretta a fare per me.
“E poi devi andare a comprarti
qualcosa.” Jameel si lisciò i baveri.
“Devo insegnarti come ci si veste.”
Non avevo intenzione di comprarmi
un nuovo paio di pantaloni, quando mia
madre non aveva nemmeno un maglione
pesante per proteggersi dal vento.
“Puoi prendere in prestito quello che
vuoi dal mio armadio,” propose Jameel.
“So che sei un taccagno.” Rise.

***

La mattina seguente mi svegliai


pensando con timore alla lezione di
fisica. Jameel mi aveva detto che il
nostro docente era famoso per la sua
brillante mente scientifica e il disprezzo
per gli arabi. Fisica era sempre stata la
mia materia preferita, ma in quel
momento desiderai che non fosse un
corso obbligatorio.
“Quei vestiti ti stanno così stretti che
sembri una mummia,” mi disse Jameel
mentre andavamo a lezione. Con un
dolcevita e pantaloni neri, una cartella
di cuoio buttata sulle spalle, sembrava
un professore. Mentre camminavo
accanto a lui con indosso i capi che mi
aveva fatto Mama, sentivo gli sguardi
degli altri fissi su di me. Jameel e io
entrammo in classe e ci fiondammo dritti
in fondo all’aula.
A differenza degli altri professori, che
portavano blue jeans e magliette di
cotone, il professor Sharon si presentò a
lezione con abito gessato e farfallino.
Gli occhiali spessi, la barba incolta e i
baffi folti stonavano con il resto
dell’aspetto.
“Ichmad Hamid?” chiamò il professor
Sharon. La sua voce mi fece tremare il
labbro superiore.
“Presente.”
“Da dove viene, signor Hamid?”
chiese.
“Dal villaggio di El-Kouriyah.”
Potevo sentire il timore nella mia stessa
voce.
Quando il professor Sharon ebbe
finito l’appello, guardò dritto verso
Jameel e me, fissandoci come se si
trovasse di fronte alla più inferiore delle
specie.
“Viviamo in tempi ostili.” Parlava in
tono serio. “Ogni cittadino israeliano
deve stare in allerta: se doveste avere
sospetti, vi prego di venire subito a
riferirmeli. Nessun dettaglio è
insignificante.” Poi si schiarì la voce.
“Se un fucile d’assalto con elevata
potenza di fuoco, la cui massa
corrisponde a cinque chilogrammi, spara
un proiettile da quindici grammi con una
velocità iniziale di 300 m, qual è la
velocità di rinculo, signor Abu
Hussein?”
Tutti gli occhi erano su Jameel.
“Non sono preparato.”
“Siamo ai rudimenti, signor Abu
Hussein: sta forse cercando di essere
uno zero accademico? La testa non serve
a niente se è piena solo di sabbia. Lei e
la sua specie siete solo uno spreco di
spazio.”
Gli occhi del professor Sharon
incontrarono i miei. “Signor Hamid, lei
è in grado di darci la soluzione?”
“Meno novanta centimetri al
secondo,” risposi.
Il professor Sharon mi guardò
incredulo. “Com’è arrivato a tale
conclusione?”
“La quantità di moto del sistema dopo
lo sparo deve essere uguale alla quantità
di moto prima dell’esplosione. In
origine, la quantità di movimento del
proiettile e del fucile era uguale a zero,
dato che erano a riposo. Se usiamo
l’equazione della conservazione della
quantità di moto
(m1+m2)v0=m1v1+m2v2,m1v1=–
m2v2,v1=–m2v2, m1=(15g)x(300
m/sec)=–90 cm/sec.”
“Si tratta di una velocità di rinculo
ragguardevole, Motie?” chiese il
professor Sharon.
“Sì,” rispose lui.
“E che cosa accadrebbe se il fucile
non fosse sostenuto in modo saldo
contro la spalla di chi lo utilizza?” Il
professor Sharon si sporse dalla
cattedra.
“Questi riceverebbe una forte spinta,”
spiegò Motie.
“E se, invece, il tiratore tenesse il
fucile saldamente contro il corpo, che
cosa accadrebbe?”
“Allora il corpo del tiratore
assorbirebbe la quantità di movimento.”
“Eccellente, Motie.” Il professor
Sharon guardò di nuovo verso di me.
“Se la massa del tiratore è di 100 kg,
allora quanto sarà la velocità di rinculo
dello sparo, signor Hamid?”
“4,3 cm/sec,” risposi.
“Vuole spiegarsi?” Il suo tono di voce
fece intendere che si aspettava che
sbagliassi.
“Ho utilizzato come m1 la massa del
tiratore, 100 kg, più quella del fucile, 5
kg, per un totale di 105 kg. Poi ho
calcolato la velocità di rinculo, che
possiamo chiamare v1. Quindi v1=
(15)x(30.000 cm/sec)/5000 x
100.000=4,3 cm/sec.”
Lo sguardo del professor Sharon
tornò su Motie. “Qual è l’entità del
rinculo?”
“Direi sostenibile,” rispose lui.
“Ottimo lavoro, Motie.” Il professor
Sharon sorrise.
Al suono della campanella, Jameel fu
il primo a uscire dalla porta. Mi stavo
affrettando a seguirlo, quando sentii un
tocco sulla spalla.
“Molto bravo.” Motie alzò le
sopracciglia. “Andiamo a studiare per il
professor Sharon. Siamo una bella
squadra.”
Volevo inventarmi qualcosa, per
esempio che avevo lezione, ma lui
avrebbe controllato. E se mi avesse
scoperto a mentire, chissà cosa mi
avrebbe fatto. Avrei parlato a Jameel
appena tornato in stanza.
Mentre andavo in biblioteca con
Motie, pensai che i condannati che
andavano al patibolo dovevano sentirsi
più o meno come me in quel momento.
“Borsa sul tavolo,” ordinò la guardia.
“Tira fuori tutto.”
“È con me e non abbiamo molto
tempo,” lo interruppe Motie.
Superai il soldato e seguii il mio
compagno nella biblioteca. Dopo solo
mezz’ora avevamo finito i compiti; come
avevo fatto l’ultima volta, gli spiegai
come risolvere i problemi. Motie
propose di fare insieme i compiti per il
professor Sharon ogni settimana.
Accettai. Tanto dovevo studiare in ogni
caso.

***

Jameel era seduto sul letto con una


sigaretta in bocca.
“Siamo stati noi arabi a inventare lo
zero,” disse Jameel. “Mohammad Ibn
Ahmad l’ha introdotto per la prima volta
nel 967 a.C. Gli occidentali ci hanno
messo fino al tredicesimo secolo per
comprenderlo. Abbiamo inventato
l’algebra. Abbiamo insegnato al mondo
come distinguere la trigonometria
dall’astronomia. Abbiamo dato il via
alla geometria non euclidea. Gli europei
vivevano ancora nelle caverne, quando
noi abbiamo inventato la fisica e la
medicina. Si sono dimenticati che, un
tempo, dominavamo dalla Spagna alla
Cina?” Mentre parlava, sbuffava forte e
agitava i pugni.
“Studieremo insieme.”
“Che Allah porti oscurità sull’anima
del professor Sharon!” Jameel quasi
sputava il fumo della sua sigaretta.
***

Ogni giorno, dopo la lezione del


professor Sharon, Motie, Jameel e io
andavamo in biblioteca insieme. Quando
Motie era con noi, Jameel e io non
dovevamo subire la perquisizione. Io
spiegavo gli esercizi, e loro li capivano
in fretta. Alla fine del mese, anche se ci
sedevamo ancora insieme, riuscivano a
svolgere le consegne da soli.
In qualche occasione Motie veniva
nella nostra stanza per farsi aiutare in
un’altra materia. Una volta passò per
portarci una torta russa che aveva fatto
sua madre. Era buonissima, e mi fece
ricordare la ciambella alla marmellata
che avevo mangiato con Baba molti anni
prima.
Un mese più tardi, il professor Sharon
restituì a ognuno il proprio compito,
tranne a me. “I compiti sono parte
integrante della vostra valutazione.”
Parlava in tono severo. “Non tollero il
fatto che non vengano svolti.” Mi fissò.
“Lei, signor Hamid, si sta prendendo
gioco di me.”
Mi aveva spiazzato, non capivo di
cosa stesse parlando. Lo guardai, senza
riuscire a dire niente.
“Lei non ha svolto gli esercizi per
oggi.”
“Li ho consegnati ieri.” Strinsi le
mani una nell’altra per nascondere il
tremore.
Le vene del professor Sharon
sporgevano dal collo. “Lei mente, signor
Hamid!”
Motie intervenne. “Professor Sharon.”
L’insegnante si voltò verso di lui.
“Che cosa c’è?”
“Ichmad ha studiato insieme a me
ieri.”
“Ma il signor Hamid non ha
consegnato niente.”
“Impossibile.” Motie scosse la testa.
“L’ho visto io.”
“Dovrò ricontrollare, allora.”
La campanella suonò.
25.

Jameel fissava la sua immagine nello


specchio: con il solito dolcevita nero e i
jeans a zampa d’elefante, avrebbe potuto
passare per un ebreo.
“Le feste sono piene di bellissime
ragazze americane. Vieni anche tu. Ti
cedo volentieri i miei scarti.”
“Voglio finire di esaminare alcuni
calcoli.”
“Tu studi e basta. Guarda come ti
vesti, perché vuoi fare la parte del
martire?” chiese. “In nome di Dio, ti
prego, usa i miei vestiti. Mi vergogno a
farmi vedere in giro con te, sembri un
profugo, non uno studente.”
Dopo che se ne andò al ballo, non
riuscivo più a concentrarmi, quindi aprii
il suo armadio, sfilai i miei vestiti fatti a
mano e indossai anch’io un dolcevita
nero e un paio di jeans a zampa.
Nello specchio, studiai me stesso.
Chiusi gli occhi e immaginai di essere
alla festa. Il gruppo suonava, ragazzi e
ragazze ballavano insieme come
facevano nel moshav.
I colpi alla porta mi fecero trasalire.
“C’è nessuno?” La maniglia girò ed
entrò Zoher.
Mi maledissi per non aver chiuso a
chiave.
“La dinamica delle particelle mi sta
facendo impazzire.” Si sedette sul mio
letto e mi squadrò dall’alto in basso.
“Stavi uscendo?”
“Sì.” La bugia mi scappò di bocca
prima che riuscissi a fermarla. Ora ero
costretto ad andare alla festa: avrei
dovuto dare spiegazioni a Jameel.
“Puoi venire da me domani? Devo
chiederti un paio di cose.”
“Nessun problema.”
***

Il ballo era nell’auditorium che si


trovava dall’altra parte del campus,
vicino all’ingresso principale. Ci avrei
messo almeno mezz’ora a raggiungerlo.
Quando passai davanti alla bandiera
israeliana, che sventolava da un’asta
altissima, e ai lussuosi dormitori
Kiriyah, rimpiansi di non fare parte di
quel mondo, di aver aiutato Alì molti
anni prima e di non essere nato negli
Stati Uniti o in Canada.
Ripensai a un episodio successo in
quinta elementare, quando il maestro
Fouad aveva alzato in aria una copia del
libro israeliano di storia che eravamo
costretti a usare. “Gli ebrei vogliono che
io vi insegni da questo libro.” Lo agitò.
“Qui dentro hanno cancellato la nostra
storia. Chiamano la Palestina prima del
1948 Eretz Yisrael, Terra d’Israele, e
noi gli arabi della Terra d’Israele. Ma,
nonostante i loro sforzi, la storia del
nostro popolo non può essere cancellata.
Noi siamo palestinesi, e questa è la
nostra terra.”
Intonammo “Filistine!” Palestina!
Il maestro Fouad disse che, se non ci
fosse stata l’ondata di antisemitismo in
Europa alla fine del diciannovesimo
secolo, gli ebrei non avrebbero cercato
una patria, e che la Gran Bretagna, che
aveva messo gli ebrei e gli arabi gli uni
contro gli altri, dopo aver capito che
nessuno poteva prevalere, aveva passato
la questione palestinese alle Nazioni
Unite. Nessuno restò sorpreso quando,
appena terminato l’Olocausto, le
Nazioni Unite ripartirono la Palestina,
assegnando la maggior parte della terra
alla minoranza ebrea. Avrei voluto che
la mia gente avesse accettato quella
divisione, ma la Palestina fu cancellata
dalle mappe prima della mia nascita.
Le ragazze, minigonna, calze e tacchi
alti, dondolavano e ancheggiavano al
ritmo di un gruppo israeliano che
suonava musica occidentale. Jameel non
aveva esagerato: era al centro della
stanza buia, sicuro di sé, e parlava con
una ragazza minuta che aveva i capelli
del colore dei petali di girasole.
Mi notò mentre mi avvicinavo. “In
nome del cielo, che cosa…?”
“Con chi parli?” lo interruppi.
“Ti presento Deborah.”
La luce stroboscopica fece
risplendere la stella di Davide
incastonata di diamanti che portava
allacciata con una catenina d’oro.
Luccicava come se fosse stata magica.
Anche gli ebrei sefarditi che lavoravano
con me al macello portavano le stelle, in
modo da non essere confusi con gli
arabi.
“Puoi scusarci un momento?” mi
rivolsi a lei in ebraico.
Afferrai Jameel per un braccio e lo
tirai verso la porta.
“Vuoi slogarmi una spalla?”
Una volta fuori, mi guardai intorno:
nei paraggi non c’era nessuno.
“Ti ha dato di volta il cervello?”
Si liberò dalla mia presa con uno
strattone. “Si può sapere che cosa ti
prende?”
Mi rivolsi al cielo. “Perché non vuole
capire?”
“Che cosa devo capire?”
“Ma da dove vieni?” Volevo
scuoterlo per bene. “Lei è ebrea e tu sei
palestinese.”
“Quindi?”
“Comincio a credere che il tuo
quoziente intellettivo sia meno di 60.”
“Non sarebbe la prima volta che esco
con un’ebrea israeliana. E comunque, lei
è americana, e mi sta aspettando. Devo
tornare dentro.”
Lo guardai incredulo avviarsi verso
la porta. Sulla soglia, si girò.
“Finalmente ti sei deciso a prendere i
miei vestiti. Stai benissimo.” Sorrise.
“Andiamo.” Aprì la porta, ma io, invece
di seguirlo, tornai nella nostra stanza.

***

Zoher mi aprì. Su una scrivania di


plastica troneggiava una tavola da
backgammon. Notò che la fissavo.
“Sai giocare?” chiese.
“Una volta.”
“Io sono il campione nazionale.”
“Non hai giocato contro ogni
avversario sulla piazza,” risposi.
“È una sfida?” sorrise.
Non volevo sembrare presuntuoso,
come strategia non vale niente. “È
passato tanto tempo.”
“Dammi una possibilità.”
Prima che potessi provare a rifiutare
di nuovo, lui tirò il tavolo vicino al letto
e spinse una sedia sotto l’altro lato. Si
sistemò sul materasso e mi fece segno di
sedermi. La sua camicia era
impeccabile.
Era la cosa che mi piaceva di più: una
battaglia uno contro uno con un valido
avversario. Come sentivo dire spesso ai
ragazzi israeliani del campus, pensai:
fatti sotto.
A turno lanciammo i dadi: le sue mani
erano morbide come quelle di un
bambino in confronto alle mie, callose e
rovinate dal lavoro. Zoher ottenne un
cinque e io un sei. Cercai di
avvantaggiarmi subito. In fretta, spostai
le mie pedine dalla sua casa verso
l’esterno; il mio piano era quello di
sistemarle in modo da poterle utilizzare
per costruire un’offensiva efficace.
Era il gioco che faceva sempre Baba:
l’unica guerra che amasse combattere.
Avevamo giocato spesso insieme. Zoher
prese un dado. Aveva un ampio sorriso
sul volto e la fronte coperta di gocce
brillanti di sudore. Tirò il fatidico
cinque-tre. Mi raddrizzai sulla schiena,
fissai per un attimo i suoi occhi colore
del caffè, poi distolsi lo sguardo. Lui
raccolse le sue pedine nere, ma non
sfruttò al massimo il punteggio. Sapevo
di averlo battuto. Baba mi aveva
spiegato quella mossa: lasciava le tre
pedine di sinistra scoperte, perché erano
le sole a occupare ognuna una punta,
dando all’avversario la possibilità di
portarsi in vantaggio, mangiandole e
facendo perdere quei tre punti all’altro.
Zoher tirò fuori il fazzoletto dalla tasca.
Iniziai a muovere le mie pedine, senza
lasciare intervalli tra loro, proprio di
fronte alle sue, così da costituire un
blocco insuperabile. Una volta sistemate
sei pedine di seguito in un’unica punta,
le sue erano in trappola. Non appena
riuscii a portare le mie pedine dalla mia
parte della tavola, presi il largo.
Sulla camicia immacolata di Zoher
comparvero alcune macchie di sudore.
Quando finii la mia mossa, lui mi
fissò a bocca aperta. “Bella partita,”
commentò. “Quando posso avere la
rivincita?”
“Tra una settimana.”
Sorrise. “Alla prossima.”
Ci stringemmo la mano e io tornai
nella mia stanza. Per il resto dell’anno
scolastico, ogni sabato sera, Zoher e io
ci incontravamo per giocare a
backgammon. Non riuscì mai a battermi.
26.

Jameel e io eravamo in stanza a


preparare i libri per il solito fine
settimana che passavamo ad Acri ogni
quindici giorni, quando sentii bussare
alla porta: Deborah entrò.
“Shalom,” la salutò Jameel. “Sei
pronta?” Sulla spalla destra teneva una
sacca un po’ più grande di una borsa.
“Adoro Acri.” Parlava un buon
ebraico, anche se si sentiva molto
l’accento americano.
Jameel mi guardò e sorrise. Fissai la
sua stella di Davide. Jameel era
impazzito: i soldati avrebbero potuto
vederci. Chissà cosa avrebbe pensato la
gente.
“Pronto?” mi chiese in ebraico.
“Se ti siedi vicino a lei,” gli dissi in
arabo. “Fingerò di non conoscerti.”
Lui mi rispose nella stessa lingua.
“Fa’ come credi. Andiamo.”
Deborah mi sorrise e io mi costrinsi a
ricambiare.
Alla stazione centrale degli autobus,
Deborah si allontanò per andare in un
negozio. Jameel fece spallucce. “Vuole
le noccioline per il viaggio.”
“Nemmeno il Profeta potrebbe
salvarti!”
“Dalle una possibilità.”
Deborah tornò con un sacchetto di
noccioline calde e me le offrì.
“No, grazie.”
I suoi occhi blu splendevano come i
riflessi dell’oceano al sole. Era senza
ombra di dubbio la ragazza più bella che
avessi mai visto.
Jameel e Deborah si sedettero
insieme a metà dell’autobus, mentre io
andai in fondo, da solo, a studiare
chimica organica. Quando arrivammo, li
lasciai andare avanti, perché si
allontanassero da me, e poi li seguii.
Deborah si girò verso di me.
“Sbrigati.” Si fermarono per aspettarmi.
Temevo la reazione dei genitori di
Jameel: potevo solo immaginare cosa
avrebbe fatto Mama se avessi portato a
casa una ragazza che aveva la stella di
Davide al collo. Immaginavo la scena:
Mama sarebbe uscita dalla tenda e
avrebbe visto la stella in bella mostra
che pendeva dalla catenina.
“Ho portato un’amica,” le avrei detto.
Mama sarebbe rimasta paralizzata, a
bocca aperta, gli occhi spalancati per il
terrore. Avrebbe iniziato a recitare il
Corano con urla stridule, invocando
Allah, il profeta Maometto e chiunque,
secondo lei, avrebbe potuto salvarmi.
Poi sarebbe intervenuto Abbas. “L’hai
portata per fornicare nella nostra
tenda?”
Mama mi avrebbe ripreso: “Il mio
cuore arde per te, mentre il tuo è di
pietra per me”. A quel punto la
situazione sarebbe degenerata.
Um Jameel ci accolse sorridente, con
tè fumante e un vassoio di stuzzichini
che aveva sistemato su alcuni piattini sul
tavolo della cucina: tabbouleh,
hummus, olive, formaggio halloumi
fritto, falafel, foglie di vite ripiene
calde, laban, baba ghanouj, e lubia bi
zeit.
“Benvenuti nella nostra umile casa,”
ci disse in un ebraico stentato. “Vi
prego, servitevi. Vorrei aver cucinato di
più.”
Deborah, Jameel e Um Jameel si
avvicinarono al tavolo. Io rimasi
immobile.
“Vieni,” mi chiamò Um Jameel.
Li seguii.
Abu Jameel comparve nella stanza
con un piatto di spiedini di carne
grigliata: pollo, agnello e kafta, tutto
preparato al momento sul fuoco che
avevano nel cortile. Ci alzammo: Jameel
lo baciò sulle guance e gli strinse la
mano.
“Questa è Deborah, una mia amica,”
la presentò Jameel.
Abu Jameel strinse la mano a
Deborah.
“La nostra casa è la tua casa,” la
accolse lui.
Dopo pranzo, Deborah, Jameel e io ci
recammo al bazar. I negozietti
straripavano di scacchiere in legno
intarsiato, narghilè, stoffe ricamate,
amuleti contro lo sguardo del demonio,
collane d’argento dei beduini, tappeti
orientali, abiti e copricapi arabi, appesi
insieme a magliette, cappellini e
salviette con la scritta Israele.
Stavo bevendo una spremuta fresca
d’arancia che avevo comprato a un
carretto per strada, quando sentii la voce
di un uomo che chiamava Jameel da uno
dei negozi. Oltrepassammo abiti dai
colori brillanti e braccialetti d’oro e
d’argento, catenine e anelli, finché
arrivammo sul retro.
Jameel e l’uomo si abbracciarono:
aveva la barba grigia e un copricapo a
quadretti rossi. Ci fece segno di sederci
su un divano basso. Una donna entrò,
portando un elaborato vassoio d’ottone
con delle tazzine piene di caffè nero, che
bevemmo prima di attraversare il
mercato fino ai banchi dei dolci
orientali.
Rabbrividii vedendo il macellaio che
aveva un pezzo di carne cruda appesa
all’unico gancio della bottega. Ripensai
al macello ebraico. Non potevamo
competere: la mia gente non si
avvicinava nemmeno al livello di
efficienza degli israeliani ebrei. Era
probabile che quel macellaio lavorasse
non più di una vacca al mese.
I venditori di spezie pesavano piccole
borse piene di zafferano, curcuma,
cumino e cannella.
Quando, da una vetrina, individuai un
grande vassoio tondo pieno di kanafi,
capii che eravamo arrivati al negozio di
dolci preferito di Jameel. Un uomo ci
servì tre pezzi di torta, versò tre
bicchieri d’acqua da una brocca e,
insieme, mangiammo: Jameel, la ragazza
ebrea e io.

***

Mentre tornavamo a casa di Jameel,


da lontano, vidi un gruppo di soldati che
correva verso di noi: mi misi davanti a
Deborah finché non ci superarono.
Jameel mi diede una sberla leggera
sulla testa.
“Sai che cosa ci farebbero se si
accorgessero che lei è ebrea?” Provai a
non alzare la voce, per non attirare
l’attenzione. “Potrebbero anche
ucciderti. Sto parlando abbastanza
chiaro? Capisci cosa sto dicendo?”
“Forse nei villaggi sperduti come il
tuo, ma la situazione in città è molto
diversa. Viviamo in pace con gli ebrei.”
“Devi essere cieco, se pensi che sia
così.”
Jameel e io bisticciavamo da qualche
minuto, quando mi accorsi che Deborah
era scomparsa.
“Dov’è andata?” Jameel era in preda
al panico.
“Non avremmo dovuto portarla.”
“Dobbiamo trovarla!”
“Lo sai cosa ci fanno se le succede
qualcosa?” chiesi.
Attraversammo di corsa i negozi del
mercato chiamando Deborah per nome.
Il posto brulicava di gente. Bambini
dentro i passeggini, anziani con il
bastone. Francesi, inglesi, arabi, ebrei,
russi. Ma niente Deborah: se le fosse
successo qualcosa, saremmo finiti in
prigione.
Passai al setaccio ogni bottega, e alla
fine la trovai in un negozio di strumenti
musicali, seduta su una sedia, che
strimpellava un oud. Non si era resa
conto di quanto fossimo agitati, o forse
si prendeva gioco di noi. Non riuscivo a
credere che le cose andassero in modo
diverso in America.
Jameel interruppe il venditore che le
stava insegnando a suonare l’oud.
“Dov’eri?” Aveva il fiatone.
“Ho suonato la chitarra per anni, e
volevo provare l’oud. L’ho sentito a un
concerto a scuola e me ne sono
innamorata.” Si rivolse al proprietario:
“Prendo questo”. Gli pagò una somma
pari a due mesi di lavoro al macello.

***

A casa, quella sera, Jameel, i suoi


genitori e io, attorno al tavolino da
caffè, aspettavamo di sentire Deborah
suonare il suo nuovo oud.
Provò a fare qualche nota restando in
piedi, ma non ci riuscì.
“L’oud si deve suonare da seduti,”
spiegai.
Si sistemò su una sedia di fronte a me
e provò di nuovo, ma lo strumento le
scivolò dalle mani.
“Devo imparare a tenerlo nel modo
giusto.” Scosse la testa e mi guardò.
“Continua a scivolarmi: si gira verso
l’alto, invece che verso il pubblico.”
“Tienilo contro il petto, non sulla
pancia,” la guidai. “Così eviterai che
ruoti ancora.” Non era giusto: non
sapeva nemmeno suonarlo, il suo nuovo,
costosissimo oud. Di sicuro si sarebbe
stancata dopo un giorno o due e non
l’avrebbe mai più usato.
“Così?” Se lo sistemò sulle gambe.
“Sì, ma tieni il manico più verso
l’alto.”
Provò a suonare e, questa volta, l’oud
non si mosse.
“È difficile, non sono abituata a uno
strumento senza tasti. Con la chitarra so
sempre dove premere le corde per
ottenere il tono giusto.” Si lamentava
come se fosse un problema
insormontabile. Strimpellò ancora un
paio di volte.
“Perché non inizi con il Maqam
Hijaz?” proposi, cercando di essere più
accomodante. Forse le piaceva davvero
la nostra musica; forse meritava una
possibilità.
“Il cosa?”
Ovvio, non lo conosceva. “Un maqam
è un concetto simile all’idea occidentale
di scala e tonalità.” La guardai. “Il
Maqam Hijaz ha in chiave il Mi♭, il
Si♭ e il Fa♯, mentre la tonica è il Re.”
Suonò le note.
Mi guardò con i suoi bellissimi occhi.
“Com’era?”
“Devi imparare a pizzicare.”
Sembravo Baba. “Il movimento
dovrebbe venire più dal polso, mentre tu
usi l’avambraccio. Tieni il plettro come
se fosse un prolungamento della tua
mano.”
“Così?” Toccò le corde.
“Piega il polso il meno possibile,
quasi fino al punto di non riuscire più a
suonare.”
Seguì il mio consiglio e provò di
nuovo.
“Sì, così,” dissi. “Non permettere al
polso e al gomito di comandare.”
Suonò un Maqam Hijaz perfetto:
sorrisi come faceva sempre Baba
quando riusciva a insegnarmi una
melodia.
Quando finì, applaudimmo tutti.
“Vorrei non dover tornare a casa
settimana prossima,” disse.
“Casa?” Ero convinto che tutti gli
ebrei credessero che Israele era la loro
casa, quella che Dio aveva promesso.
“Sì, a casa, in California,” rispose.

***
Il giorno prima della sua partenza
Deborah passò dalla nostra stanza con
una scatola.
“Ho pensato che potevamo cenare
insieme per l’ultima volta, in stile
americano, però.” Sorrise. “Pizza,
Coca-Cola e Sonny e Cher.”
Appoggiò la scatola sulla scrivania di
Jameel e attaccò il registratore alla
presa. La voce di Cher che cantava I’ve
Got You Babe esplose dalle casse.
Deborah distribuì le fette di pizza.
Avevamo appena iniziato a mangiare,
quando sentii bussare alla porta.
Era mio fratello Abbas. Guardò nella
stanza. I suoi occhi si fermarono sulla
stella di Davide di Deborah e impallidì.
Lo spinsi fuori e socchiusi la porta. Lui
si portò le mani alle orecchie.
Abbas era inferocito, sembrava un
leone. “Fai festa con il nemico.” Agitò i
pugni e prese a respirare profondamente.
“Quello è il mio compagno di stanza,
Jameel. È palestinese anche lui.”
“E la bionda con la stella di Davide
al collo?” Abbas sputò le parole una a
una. “Vuoi farmi credere che anche lei è
palestinese?” Mi mise in mano una
lettera. “È arrivata ieri.”
Non riconobbi il nome del mittente,
Aboud Aziz, ma riconobbi l’indirizzo: il
Centro di detenzione di Dror. Estrassi il
foglio dalla busta aperta.

Caro Ichmad,
Tu non mi conosci: sono in carcere
insieme a tuo padre. È caduto. Il giorno
di visita è il primo martedì di ogni
mese, da mezzogiorno alle 14.00.

Cordialmente,
Aboud Aziz

Avevo promesso a Baba che non sarei


andato a trovarlo, ma, dentro di me,
sapevo che stavo solo cercando una
scusa. Avevo paura che, in prigione,
venisse sottoposto a torture e che lui
facesse solo finta di stare bene.
“Dovrei andare?” chiesi ad Abbas.
“Hai ancora una coscienza?”
Baba amava le storie e le barzellette,
non la politica: non poteva sopravvivere
in prigione. Gli altri detenuti avrebbero
potuto picchiarlo perché era troppo
docile con gli israeliani.
“Mi ha detto di non andare,” obiettai.
Il senso di vuoto nello stomaco si fece
più forte quando mi resi conto che era il
primo lunedì del mese. “Parto domani
mattina,” decisi. Dopo diciotto anni, gli
arabi non erano più costretti a chiedere
agli ebrei un permesso per viaggiare.
“Mama vuole che gli porti questo.”
Abbas mi passò una busta di carta piena
di mandorle. “Devo andare.”
“Fermati per questa notte,” proposi.
“Dormi nel mio letto.”
“Non ci penso neanche. Mi rifiuto di
fraternizzare con il nemico.”
“Aspetta.” Lo portai in cucina e gli
diedi una scorta di cibo che avevo
messo via per la mia famiglia. “Ti
prego, resta.” Gli diedi il pacchetto di
cibo congelato e se ne andò.
“Che cosa succede?” chiese Jameel
quando rientrai.
“Mio padre ha avuto un incidente.
Devo andare a trovarlo.”
“Chi era quello?” Si infilò in bocca
l’ultima crosta di pizza.
“Mio fratello.”
“Non lo fai entrare?” Andò verso la
porta.
“No,” dissi più forte di quanto avessi
voluto. “È tornato a casa. Mia madre ha
bisogno di lui.”
“E tu non vai?”
“Domani.” Sì, il giorno dopo sarei
partito. Abbas mi aveva dato anche i
soldi.
Mentre Jameel dormiva, io lavai la
maglietta e i pantaloni nel lavandino e li
stesi fuori ad asciugare. Avrei voluto
chiedergli di prestarmi qualcosa, ma non
volevo attirare l’attenzione su di me.
Con uno straccio umido, pulii i sandali.

***

Quando sentii il muezzin chiamare


alla preghiera, feci una doccia e mi
lavai i capelli. Al cancello del campus
presi il primo dei cinque autobus che mi
avrebbero portato da Baba. Al mio
ritorno mi sarei fatto dare gli appunti e i
compiti da Motie, Zoher, Rafi e Jameel.
Durante il viaggio mi chiesi che cosa
sarebbe accaduto se gli altri detenuti
avessero scoperto che Baba costruiva
case per gli ebrei. Poteva succedere, se
qualcun altro del nostro villaggio fosse
stato arrestato. Gli israeliani avrebbero
di sicuro fatto in modo di spargere la
voce. Immagini di Baba picchiato sia
dai detenuti palestinesi, sia dalle
guardie israeliane mi affollarono la
mente, e la presa attorno al sacchetto di
mandorle che aveva mandato Mama si
strinse.
Ero debole e avevo sete, a causa del
sole implacabile e del caldo soffocante
dell’autobus. Mi ricordai della prima
volta che avevo fatto quel viaggio, anni
addietro, mentre andavo alla deriva, del
tutto impreparato, lontano
dall’innocenza dell’infanzia.
Studiai matematica, scienze e fisica,
qualsiasi cosa che mi aiutasse a tenere
occupata la mente. Ma, nonostante i miei
sforzi, quando arrivai alla prigione ero
nervoso e avevo un forte senso di
nausea. Mentre barcollavo verso il
recinto, mi dissi che Baba doveva
essere molto grave, se un altro
prigioniero si era sentito in dovere di
scrivermi. Non sapevo nemmeno se
l’avrei riconosciuto.
Dimenticai il mio disagio non appena
sentii un urlo terribile provenire dal
recinto: d’istinto, mi precipitai a vedere.
Una guardia picchiava la sua mitraglietta
nelle costole di un prigioniero, che era
steso a terra, rannicchiato in posizione
fetale. Poteva essere Baba. Non volevo
guardare, ma i lamenti mi costrinsero a
farlo. L’uomo non si muoveva più. Forse
era morto.
Corsi all’ingresso, e attesi con
impazienza, mentre la guardia elencava
nome dopo nome. Se Baba era morto,
era probabile che non lo avrebbero
chiamato. Immaginai il soldato ripetere
il suo nome ogni mese, senza che
nessuno si presentasse per andare a
trovarlo.
Il sole era un tizzone incandescente.
Molti erano seduti sulla sabbia: un uomo
anziano, che si sosteneva con un
bastone, svenne e la sua famiglia si riunì
attorno a lui, bagnandogli la faccia e la
testa con l’acqua di una bottiglia. Non
avevano costruito nemmeno una piccola
tettoia per farci ombra, anche se la
manodopera non mancava. I bambini,
alcuni ancora neonati, piangevano, e io
continuai ad aspettare. Avevo la bocca
secca e mi bruciava la pelle.
Finalmente, dopo due ore, la guardia
chiamò il nome di Baba.
“Chi sei venuto a trovare?” mi chiese
il soldato all’ingresso.
“Mahmud Hamid, mio padre,” dissi,
gli occhi fissi a terra.
“Sei il figlio di Mahmud? Una grande
voce, mi ha insegnato a suonare l’oud.”
Lo guardai in faccia e gli diedi il
sacchetto di mandorle. Lo esaminò.
“Non puoi portare niente dentro, ma, se
vuoi, glielo do io dopo.”
“Grazie,” dissi.
“Bene, qui abbiamo finito,” disse la
guardia. “Mi dispiace, ma tutti i
visitatori devono essere perquisiti.” Si
girò. “Ehi, Bo’az, questo è il figlio di
Mahmud Hamid; occupati di lui.” Tornò
a guardarmi. “Piacere di averti
conosciuto.”
“Anche per me,” risposi, e mi diressi
verso Bo’az.
Entrai nella stanza con una fila di altri
uomini. Bo’az tastò il mio corpo
dall’alto in basso, lasciandomi addosso
i vestiti, e mi fece passare.
Baba comparve alla finestra. La pelle
del viso sembrava cuoio, ed era segnata
da rughe profonde, righe verticali gli
solcavano la fronte. Mi sentii
sprofondare: nelle sue lettere, aveva
mentito. Baba mi sorrise, e riuscii a
scorgere un lampo del padre che
ricordavo.
“È successo qualcosa a Mama o a uno
dei tuoi fratelli?”
“Mi hanno detto che sei caduto.”
Baba scosse il capo. “Sono scivolato,
solo una piccola commozione. Adesso
sto bene.”
“Ho pensato al peggio.”
Sorrise. “Sono molto fiero di te. Uno
studente universitario. Hai saltato delle
lezioni per venire qui?”
“Mi metterò in pari. Voglio tornare
ogni mese,” dissi.
“Nemmeno per sogno. Non devi
perdere una sola lezione. Nella vita, se
si vuole fare qualcosa di grande,
bisogna accettare di fare sacrifici, e di
chiederli anche a chi ci ama.”
Quando fu il momento di andarmene,
Baba mi guardò negli occhi: “Mi hai
reso orgoglioso”, appoggiò la mano al
vetro, e io feci lo stesso. Guardai i
soldati scortarlo fuori dalla porta, e
piansi come un bambino.
27.

Il professor Sharon non era in classe:


al suo posto, la cattedra era occupata da
un uomo lentigginoso, con dei rasta
biondi, jeans strappati e una maglietta
che portava fuori dai pantaloni.
“Sostituirò il professor Sharon mentre
lui è via per svolgere il suo periodo di
servizio militare.”
Pregai che l’assenza del professore
durasse almeno ancora venti giorni, fino
al termine del semestre.
Finita la lezione, mentre passavo
vicino al suo ufficio, vidi, con la coda
dell’occhio, un soldato in uniforme, il
viso pulito e in ordine, che parlava con
il supplente del professor Sharon: rimasi
pietrificato. Ricordai Baba rannicchiato
a terra in posizione fetale, sul pavimento
di casa nostra, mentre il soldato lo
colpiva con il fucile nelle costole.
Pensai a quel comandante crudele e
sprezzante, che assomigliava molto al
militare che si trovava nell’ufficio del
professor Sharon.
Il mondo attorno a me cominciò a
vorticare. Quegli occhi, le labbra: era il
professor Sharon, perfettamente rasato.
Lo fissai. Quando si accorse di me,
abbassai lo sguardo in fretta e mi
allontanai barcollando.
Erano passati molti anni, e la stanza
era buia, fatta eccezione per la luce
violenta puntata sulla mia famiglia. Non
potevo esserne certo. Ripensai ancora
una volta al comandante pieno di odio
che aveva ringhiato, sputato e colpito il
corpo di Baba con la sua mitraglietta.
Quel soldato era il professor Sharon.
Scossi la testa. No, invece. Non poteva
essere lui.
Forse.
***

Due settimane più tardi, entrai in


classe e mi paralizzai sulla soglia.
Appoggiato allo schienale della sedia,
con le mani dietro alla nuca, il professor
Sharon incrociò il mio sguardo. Se non
fosse stato per gli altri studenti che
spingevano per entrare, avrei girato i
tacchi e me ne sarei andato. Mi batteva
forte il cuore. Mancavano solo pochi
giorni alla fine del semestre, mi dissi.
Il professor Sharon distribuì a tutti un
test da fare per compito, che, ci informò,
avremmo corretto insieme in classe.
“Volevo correggerli io.” La sua voce
era seria. “Ma a causa della crescente
ostilità araba, ho spostato la data del
vostro esame a dopodomani.”
Negli ultimi anni, la tensione tra
Israele, Giordania, Siria ed Egitto per
l’acqua e i diritti sulla terra aveva
continuato ad aumentare. Ne era derivata
una interminabile catena di violenze
lungo i confini.

***

Jameel e io eravamo alla scrivania


della nostra stanza, assaporando già
l’aroma delle verdure stufate che
proveniva dalla cucina, quando sentii
Motie bussare alla porta, come solo lui
faceva, con tre colpetti veloci.
“Avanti,” risposi in ebraico.
“Portate i test in cucina,” ci propose.
“Togliamoci il pensiero. Dobbiamo
iniziare a studiare per il vero esame.”
Sul tavolo della cucina c’erano
cinque piatti e una grossa ciotola di
granellini bianchi e soffici.
Rafi e Zoher erano già seduti.
“Mai mangiato couscous?” chiese
Zoher.
Feci di no con la testa.
“Studieremo alla marocchina,” disse,
riempiendo ciascun piatto con un po’ di
couscous che Rafi condì con una
mestolata di verdura stufata. “Il
couscous di mia madre era il migliore di
tutta Casablanca.”
Mentre mangiavamo, risolvemmo
insieme le domande del test.
***

Il giorno dell’esame entrai nel grande


auditorium e mi sedetti in fondo alla
stanza. Fissavo il mio banco, nel
tentativo di sgomberare la mente,
quando sentii una voce che non
conoscevo che ci informava che il
professor Sharon non sarebbe stato
presente. Il mio cuore si alleggerì.
Girai il foglio, lessi la prima
domanda, poi la seconda e la terza.
Doveva esserci un errore. Anche
l’israeliano alla mia sinistra stava
guardando la prima pagina del suo
compito. L’esame era identico al test che
avevamo fatto come esercitazione.
***

Il parcheggio all’ingresso dei


dormitori brulicava di attività. I genitori
caricavano le valigie nei bagagliai.
Studenti, zaini e borse in spalla, si
radunavano attorno alla fermata
dell’autobus, nei corridoi e sulla strada.
La scuola era finita.

***

La mattina seguente sentii bussare alla


mia porta: non era possibile, i dormitori
erano vuoti. Jameel era già partito e,
presto, anch’io sarei tornato al villaggio
per l’estate.
Uno studente ebreo israeliano era
sulla soglia, con le mani sui fianchi. “Il
professor Sharon vuole vederti nel suo
ufficio. Subito!”
Un brivido di paura mi percorse da
capo a piedi: ero incapace di reagire.
“Cosa diavolo ti prende?” sibilò lo
studente.
Il mio primo istinto fu quello di
scappare, e tornare al villaggio. Di
sicuro, il professor Sharon aveva
aspettato che il semestre finisse per
affrontarmi faccia a faccia. Ma poi
cominciai a riflettere. Forse voleva
complimentarsi per il punteggio che
avevo ottenuto all’esame. Ero sicuro di
aver risposto in modo corretto a tutte le
domande. E se avesse avuto notizie di
Baba, non avrebbe di certo aspettato
fino alla fine del corso.
Considerai ancora per un attimo
l’idea di finire di preparare la borsa e
tornare al villaggio, invece che andare
da lui, ma poi ricordai la mia promessa.
Non poteva essere per Baba, continuavo
a ripetermi mentre mi dirigevo nel suo
ufficio, non sapeva neanche chi fosse
Baba. Bussai alla porta: mi tremavano le
mani.
“Avanti,” rispose il professor Sharon.
Appesa al muro, dietro alla scrivania,
c’era una fotografia di Einstein con
l’equazione E=mc2 scritta sotto. Non
poteva essere cattivo, se anche lui
ammirava Einstein.
“Pensava che non l’avrei scoperto?”
Il professor Sharon si sporse dal tavolo
con un’espressione minacciosa.
Non sapevo a cosa si riferisse.
“All’esame, lei ha copiato.”
Non credevo alle mie orecchie. In
ogni caso, non mi aveva convocato per
parlarmi di Baba.
“Questo è stato trovato sul pavimento
sotto la sua sedia.” Sventolò in aria un
foglio molto simile a quello del mio test
di esercitazione.
“Il mio compito è in camera mia.”
“Vada a prenderlo. Ho già informato
il capo del dipartimento. A meno che lei
non sia in grado di fornire una
spiegazione, sarà espulso. In questa
università i furbi non sono tollerati.”
Scosse la testa. “Lei è esattamente come
quel terrorista di suo padre.”
Non volevo che la conversazione
proseguisse su quella strada: sapevo che
chiunque in Israele fosse accusato di
sostenere l’Organizzazione per la
liberazione della Palestina, sarebbe
stato deportato, incarcerato o ucciso. Il
professore aveva il potere di decidere
del mio destino. Ogni millimetro del mio
corpo voleva protestare che eravamo
noi a doverci difendere dal terrorismo
israeliano.
“Perché voi palestinesi non vi
arrendete? Nessuno vi vuole.”
“Come avrebbero dovuto arrendersi
gli ebrei nei campi di concentramento?”
“Lei non ha la minima idea di che
cosa sta parlando.” Il volto del
professor Sharon era rosso come il
sangue.
“Perché? A Hitler e ai nazisti
piacevano gli ebrei? Chi voleva gli
ebrei?”
“Stia zitto!” La voce non sembrava
più la sua.
“A nessuno piacevano gli ebrei, ma
voi avete reagito, anche quando il
mondo stava cercando di sterminarvi.
Noi palestinesi siamo come voi ebrei.”
“Come osa fare un simile paragone?”
Tagliò l’aria con un dito. “Fuori di qui!”
Avevo permesso a me stesso di
perdere il controllo. Parlargli in quel
modo era stato un grosso errore: adesso
avrebbe detto a tutti di Baba. Aprii la
porta e corsi fuori.
Stavo cercando freneticamente il mio
test, quando sentii bussare. I miei
muscoli si irrigidirono. La porta si aprì.
“Il professor Sharon è diventato
pigro,” commentò Zoher. “Chissà che
cosa gli è preso. Darci lo stesso esame
due volte…”
Continuai a cercare senza prestargli
attenzione.
“Tieni. Cartone nero e nastro
adesivo,” disse. “Bisogna coprire i
vetri.”
Non riuscivo a seguirlo. “Che cosa?”
“Per oscurare le finestre in caso di
guerra,” spiegò.
Negli ultimi mesi, con il crescere
della tensione, si parlava molto della
possibilità che scoppiasse una guerra,
ma io non l’avevo mai presa sul serio.
Mi sedetti sul bordo del letto e mi
coprii gli occhi con le mani.
“Che cosa ti prende?”
“Il professor Sharon mi ha accusato di
aver copiato.”
“Sei il migliore della classe.”
“E chi mi crederà? Sono arabo.”
“In effetti, sembra improbabile.” La
sua voce era calma.
Il professore avrebbe raccontato a
tutti che Baba era un terrorista. Volevo
andarmene prima che si spargesse la
voce.
“Scusa, devo preparare le mie cose.”
Infilai di fretta i libri in un sacchetto di
carta e corsi fuori, lasciando Zoher
seduto sul mio letto. Avevo bisogno di
pensare, da solo.
“Aspetta,” cercò di trattenermi Zoher,
ma io ero già in fondo al corridoio.
Durante il viaggio di ritorno al
villaggio, vedevo militari ovunque. La
polizia aveva messo posti di blocco
sulla strada tra Tel Aviv e Gerusalemme
per fermare i veicoli e pitturare i fari di
blu scuro, in modo che, se fosse
scoppiata la guerra, i nemici non
sarebbero riusciti a vedere le luci.
Quando, ormai a sera, arrivai al
villaggio, vidi Mama che scendeva per
la collina.
“Si combatte a Gerusalemme?”
chiese.
Chinai il capo. “Mi hanno buttato
fuori dall’università.”
“Bene. Dobbiamo comprare riso,
lenticchie e patate,” disse, “e bisogna
riempire le brocche di acqua.”
La seguii lungo il sentiero sterrato che
si estendeva tra le case e l’ampio
terreno in pianura che portava alla
piazza. Il posto pulsava di nervosismo:
le donne si affrettavano da un angolo
all’altro, le ceste con i loro acquisti in
equilibrio sulla testa. La coda per
entrare nel negozio di alimentari
arrivava fino alla sala da tè.
“È meglio fare scorta,” mi disse senza
girarsi a guardarmi. “La capra, le galline
e le verdure che abbiamo non
basteranno, soprattutto se rimarremo
bloccati lassù.”
Mi resi conto che la guerra stava
arrivando davvero.
La mattina seguente mi recai in piazza
per aspettare gli israeliani per farmi
assumere da uno di loro, ma non ne
arrivò nessuno. Allora andai alla sala da
tè con altri uomini, per ascoltare le
notizie trasmesse dall’Egitto.
“Tornate da dove siete venuti. Non
avete nessuna possibilità.” Esordì alla
radio una voce araba in un ebraico
stentato. Non riuscii a sopprimere un
sorriso: se gli arabi avessero vinto,
quell’incubo poteva finire presto, e
Baba sarebbe stato rilasciato.
Divoravamo le pagine del quotidiano
israeliano “Haaretz”. La prima pagina
titolava Gli arabi minacciano di
spingerci in mare. Il peso che portavo
con me da sette anni fu di colpo
alleggerito dalla speranza.
***

Il 16 maggio 1967, quando l’Egitto


espulse le Forze di emergenza delle
Nazioni Unite dal Sinai, ballammo la
dabka in piazza, davanti alla sala da tè.
Il mukhtar, che faceva volteggiare un
filo di perline, guidava me e gli altri
uomini che, con le braccia intrecciate a
quelle del vicino, battevamo i piedi,
scalciavamo e saltavamo seguendo il
ritmo vivace. Ogni passo enfatizzava il
nostro legame con quella terra.
Un’esplosione, fiamme e fumo, si
espanse per la piazza come un vento di
fuoco improvviso. Io fui spinto
all’indietro e picchiai la testa contro lo
spigolo di un tavolo. Il tè bollente mi
finì negli occhi, bruciandomi la pelle. I
bicchieri andarono in frantumi. Abu
Hassan cadde sopra di me, e altri
caddero sopra di lui. Le urla erano
terrificanti. Mi tastai la nuca: niente
sangue.
“Abdul Karim Alwali è stato
colpito.”
Mi sfilai a forza da sotto la montagna
di uomini e mi misi in piedi per
guardare: di lui non era rimasto altro che
sangue, brandelli di pelle e pezzi di
ossa. Suo fratello Ziad, che si trovava
accanto a lui, era a terra. Dove, pochi
secondi prima, c’erano le sue mani,
erano rimasti solo fili rossi, di carne e
sangue. Alcuni frammenti di proiettile
gli erano penetrati nella pelle del viso:
l’occhio sinistro era chiuso per il
gonfiore e le sue urla dilaniavano
l’anima.
Il furgone del mukhtar squarciò la
strada e si fermò stridendo davanti a noi.
Gli uomini sollevarono Ziad e lo stesero
nel cassone. Sua madre corse verso la
macchina, guardò per un istante suo
figlio, urlò e scoppiò in lacrime. Si
arrampicò sul retro accanto a lui e il
mukhtar partì a tutta velocità. Alcuni
bambini arrivarono dalle loro case
portando contenitori di plastica e
cominciarono a raccogliere i resti di
Abdul Karim.
Abbas era rimasto bloccato nella
tenda. Faceva fatica a scendere la
collina e gli era impossibile correre.
Non c’era ragione che vedesse tutto ciò
e io fui grato che gli fosse risparmiato
quello spettacolo. Mi domandai che
cosa stessero facendo Rafi, Zoher e
Motie.

***

Il 22 maggio mi trovavo nella sala da


tè, quando l’Egitto annunciò che avrebbe
chiuso il passaggio degli Stretti di Tiran
a tutte le navi di bandiera israeliana.
Con i pugni in aria, andammo in parata,
intonando Nel sangue e nello spirito,
libereremo la Palestina. Altra gente si
unì a noi mentre percorrevamo tutto il
villaggio.

***
Il 5 giugno, alle 7.45, suonarono le
sirene della difesa civile. Mi sentii
rinascere. Corsi subito alla sala da tè,
ormai mezza distrutta. Cantammo inni,
alzando in aria le dita nel segno di
vittoria. Le lacrime mi riempivano gli
occhi. La Palestina sarebbe tornata agli
arabi.
“Caccia israeliani hanno attraversato
lo spazio aereo egiziano,” la voce degli
arabi trasmetteva le notizie dal Cairo.
“Il fuoco degli aeroplani egiziani ha
abbattuto tre quarti dei jet israeliani che
stavano portando l’offensiva.”
Inchiodato alla radio, bevevo una
tazza di caffè dietro l’altra.
“La forza aerea egiziana ha lanciato
un contrattacco contro Israele. Le forze
israeliane sono arrivate al Sinai, ma le
truppe egiziane hanno affrontato il
nemico e sono riuscite a prevalere.”
Picchiammo i pugni sui tavoli. Gli arabi
stavano vincendo. Baba sarebbe stato
liberato. La vittoria era nelle nostre
mani.
“Il Cairo è invasa dai festeggiamenti.
Centinaia di migliaia di cittadini
egiziani si sono riversati nelle strade
intonando ‘Abbasso Israele! Vinceremo
la guerra!’.” La radio continuava a
trasmettere buone notizie. “Abbiamo
abbattuto otto aerei nemici.” Pregai
perché ci fossero dei sopravvissuti, per
uno scambio di prigionieri.
“In questo preciso istante, i missili
dei nostri aeroplani stanno bombardando
tutte le città e i villaggi di Israele.
Vendicheremo la dignità che ci è stata
rubata nel 1948.” Avevo la sensazione
che la mia sorte stesse finalmente
cambiando. Andai a gioire delle buone
notizie con la mia famiglia.

***

Il cielo risuonò del frastuono di un


elicottero in avvicinamento. Si fermò
sopra al nostro villaggio. Poi,
un’esplosione assordante fece tremare la
terra. L’elicottero aveva sparato un
missile sulla moschea. Mi paralizzai. Il
muezzin aveva chiamato la gente alla
preghiera solo pochi minuti prima. Corsi
sul posto.
I corpi erano disseminati a terra, il
sangue usciva dalle ferite delle schegge.
Mani emergevano da sotto le macerie. Il
piombo era in ogni braccio, gamba,
torso e testa, sparsi per tutta la piazza.
Vidi Um Tariq stesa a faccia in giù, muta
e immobile, mentre il sangue le usciva
da sotto il cranio, impregnando il
terreno attorno a lei. Grumi di materia
grigia le sporcavano i capelli. Quattro
bambini, i suoi figli, le tiravano la veste,
urlandole di alzarsi. Rimasi pietrificato:
avevano bombardato un villaggio
indifeso.
La gente, in preda al panico, correva
dappertutto, gridando, spingendosi e
urtandosi gli uni con gli altri. L’aria si
riempì delle voci di uomini e donne
terrorizzati che chiamavano i nomi dei
loro cari che mancavano all’appello. Si
levò un fumo spesso, che mi impediva di
vedere e mi faceva lacrimare gli occhi.
Tenendo la testa bassa, scavai nelle
macerie fino a farmi sanguinare le mani,
e poi scavai ancora. Forse c’erano delle
persone sepolte vive. Altri scavavano
vicino a me. Il cielo divenne buio. Non
riuscivo più a vedere niente. Dovevo
tornare dalla mia famiglia. Trovai Mama
e Nadia che piangevano abbracciate.
“Gli israeliani devono pagare per
questo,” disse Abbas a Fadi. Era così
arrabbiato che tremava.
Mama, Abbas, Nadia, Fadi, Hani e io
restammo stretti gli uni agli altri tutta la
notte. Sapevamo che ognuno di noi
poteva morire in qualsiasi momento.
Nel bisogno disperato di ricevere
buone notizie, tornai alla sala da tè. Alle
undici, la radio annunciò che le forze
giordane avevano cominciato a
utilizzare artiglieria pesante contro i
quartieri israeliani vicino a Tel Aviv.
Dopo solo un’ora, la radio riportò la
notizia che jet da combattimento delle
forze giordane, siriane e irachene
avevano fatto un’incursione nello spazio
aereo israeliano.
“Le caserme sioniste della Palestina
stanno per essere distrutte,” dichiarò la
radio egiziana.
Esplosioni e il suono amico dei jet da
combattimento risuonarono nell’aria. I
nostri fratelli arabi erano partiti.
“La forza aerea siriana ha dato il via
ai bombardamenti sulle città israeliane,
distruggendone le postazioni principali,”
annunciò Radio Damasco.
“Stiamo vivendo l’ora più sacra della
nostra vita; insieme a tutti gli altri
eserciti della nazione araba,
combattiamo una guerra di eroismo
contro il nostro nemico comune,”
dichiarò alla radio il primo ministro
Juna. “Per anni abbiamo atteso che
questa battaglia cancellasse la macchia
del nostro passato. Imbracciate le vostre
armi e riprendetevi la patria che gli
ebrei vi hanno rubato.”
All’improvviso, sentii degli spari
provenire dall’esterno della sala da tè.
Uscimmo di corsa. I militari israeliani
erano ovunque. Un pugno di soldati
giordani, scalzi, erano penetrati nel
villaggio con delle armi rudimentali. Un
carro armato israeliano sparò un
missile. I soldati giordani correvano in
circolo, le uniformi e i corpi in fiamme.
Si buttarono a terra, rotolandosi nel
tentativo disperato di spegnere il fuoco,
ma le fiamme li stavano divorando.
Tredici corpi giordani carbonizzati
erano a terra nella piazza, le braccia e le
gambe in posizioni innaturali, la carne, i
muscoli e i tessuti bruciati. Di loro
restavano solo tizzoni di ossa.
Quella notte nessuno di noi riuscì a
dormire. Ascoltammo le esplosioni dei
mortai e dei missili in lontananza. Dopo
qualche ora di bombardamenti, tornò la
quiete. Poi, un mortaio esplose vicino
alla nostra tenda, squarciando il cielo
come un fulmine. Un altro scoppiò
vicino a noi.
“Uscite, svelti!” strillò Mama.
Il retro della tenda era in fiamme.
Spingendosi a vicenda, i miei fratelli
scapparono nella notte. Eravamo senza
un riparo. Fumo nero si addensava
nell’aria. Nadia aveva il volto coperto
di sangue. Abbas si teneva il braccio
sinistro. Hani piangeva. Mi passai le
mani sul viso, e scoprii che si erano
bagnate di sangue caldo. Le schegge del
proiettile avevano attraversato la tenda,
penetrando nella nostra pelle.
Ci riunimmo sotto il mandorlo e,
ancora una volta, guardammo il fuoco
che distruggeva quel poco che avevamo.
Le fiamme che si innalzavano dalla
tenda illuminavano il volto angosciato di
Mama. Il frastuono degli elicotteri sopra
di noi sovrastava i miei pensieri.
Dormimmo all’aperto. Nel mezzo
della notte un’altra esplosione illuminò
il cielo. Gli aeroplani stavano sparando
missili contro il nostro villaggio. Le
fiamme divoravano le case. Sognai che
il professor Sharon mi aveva chiamato
alla lavagna a risolvere un’equazione,
ma io non riuscivo a vedere i numeri.
Lui sogghignava, mentre gli israeliani
ridevano e si prendevano gioco di me. In
lontananza, mortai e missili
continuavano a esplodere.
La mattina seguente mi svegliai al
fischio stridulo dell’ennesimo missile.
Nadia consolava Hani, che piangeva.
Sentii alcuni spari seguiti da urla e mi
precipitai giù dalla collina.
Piangendo, la gente si aggirava
sconvolta: ovunque erano solo macerie
incandescenti. L’odore di carne umana
bruciata era insostenibile. La strada
aveva assunto un colore rossastro nei
punti dove era stato versato il sangue
palestinese.
Tutto ciò che restava della moschea
era la guglia più alta del minareto, con
la sua cupola a punta che gli faceva da
corona.
La sala da tè era affollata di abitanti
del villaggio che cantavano inni.
“Filistine! Filistine!” Unendomi al
coro, anch’io cominciai a ripetere quel
mantra all’infinito. Con il corpo,
dondolavo avanti e indietro. Due carri
armati israeliani entrarono nella piazza.
“Andate al confine giordano, o vi
uccideremo! Questo non è il vostro
posto!” ci gridarono i soldati
dall’altoparlante del primo carro
armato. “Questa volta non lasceremo
superstiti!” I carri armati cominciarono
a sparare alle persone. Nel panico,
scappammo dalla porta sul retro. Di
corsa, mi arrampicai per la strada che
mi avrebbe riportato al mandorlo.
Mama stava cucinando del riso su un
piccolo fuoco vicino a Shahida. Decisi
di non dirle che cosa ci avevano
ordinato i soldati. Avremmo affrontato la
situazione se fossero arrivati anche da
noi per costringerci ad attraversare il
confine. Ci restava talmente poco, che
non ci avremmo messo molto a fare i
bagagli.
“Voglio sentire le notizie.” Abbas si
tirò su da terra. “Dammi una mano a
scendere in piazza.”
“È troppo pericoloso.” Non sarebbe
mai stato in grado di scappare di fronte
a una situazione di pericolo, e, nel
villaggio, non era rimasto altro che
pericolo. Gli avrei costruito una radio
tutta per lui. Aprii il contenitore di
plastica che tenevo sotto il mandorlo.
Separando i fili di un telefono, ne
avvolsi uno attorno a un ramo, e un altro
attorno a una graffetta che avevo infilato
in un pezzo di cartone. Collegai il terzo
a un pezzo di metallo di una vecchia
tubatura, che conficcai a terra. Feci
passare il quarto filo attraverso un
rotolo finito di carta igienica, e collegai
entrambe le estremità del filo a una
graffetta.
Poi attaccai il cavo della cornetta alla
prima graffetta, riscaldando il rame con
un accendino e, una volta raffreddato,
passandolo sotto alla graffetta. Piegai un
pezzo di filo fino a formare una V e
montai l’estremità arrotondata sulla
graffetta: quella con la punta, invece, la
schiacciai nel rame, e collegai l’altro
cavo della cornetta all’altra graffetta.
Con le cuffie sulle orecchie, mossi piano
la punta del cavo a forma di V lungo la
superficie del rame, finché riuscii a
sentire delle parole in arabo. Abbas
ascoltò le notizie tutta la notte.

***

Alle 18.30 del 10 giugno la radio


israeliana ci informò che la guerra era
finita. Le Nazioni Unite avevano
imposto il cessate il fuoco. Gli
israeliani avevano distrutto la forza
aerea egiziana ancora prima che questa
riuscisse a decollare. Avevano occupato
la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, la
penisola egiziana del Sinai, le Alture del
Golan siriane, Gerusalemme Est e la
Città Vecchia, compresi i luoghi sacri.
Gli abitanti del villaggio piangevano e
si abbracciavano tra loro. Le radio
arabe avevano riportato solo bugie.
“È iniziata alle 7.10 del mattino,” ci
informò la stazione radio israeliana Kol
HaShalom. “Duecento dei nostri
aeroplani hanno sorvolato l’Egitto raso
terra, in modo che nessuna delle
ottantadue postazioni radar egiziane
potesse individuarli. I nostri piloti erano
talmente ben addestrati da riuscire a
volare in completo silenzio radio.”
Mi tappai le orecchie con le mani, ma
riuscivo ancora a sentire.
“Sapevamo in anticipo quali erano i
nostri obiettivi: avevamo individuato la
posizione di ogni singolo jet egiziano, e
conoscevamo il nome e perfino la voce
dei relativi piloti. Gli egiziani avevano
radunato i propri aerei per tipo: MiG,
Ilyushin, Topolor, ognuno aveva la
propria base, cosa che ci ha permesso di
agire secondo la priorità dei nostri
obiettivi.
“I jet egiziani erano parcheggiati in
piazzali all’aperto. Quasi tutti gli aerei
erano a terra, i piloti stavano facendo
colazione. Le condizioni per l’attacco
non avrebbero potuto essere migliori: la
visibilità era eccellente, e il gradiente
termico dell’aria era quasi pari a zero. I
piloti egiziani non hanno nemmeno avuto
il tempo di raggiungere i propri aerei.”
Non era giusto.
“Non solo siamo stati in grado di
distruggere tutti gli apparecchi egiziani,
abbiamo anche reso impraticabili le
piste per il decollo con bombe
Durandal, che hanno lasciato crateri di 5
metri di diametro e 1,6 metri di
profondità. Gli aeroplani egiziani sono
rimasti intrappolati, diventando una
facile preda per i cannoni da trenta
millimetri e missili termoguidati, che
sono intervenuti in seguito. Alle nostre
otto del mattino erano state completate
trentacinque sortite. Sono stati distrutti
quattro campi d’aviazione nel Sinai e
due in Egitto. La linea principale di
comunicazione tra le forze egiziane e il
loro quartier generale è stata
danneggiata. In meno di un’ora, la nostra
forza aerea aveva distrutto 204
aeroplani. Non sono stati solo i nostri
carri armati, l’artiglieria e l’aviazione a
determinare la superiorità sul nemico;
sapevamo come utilizzarli nel modo più
efficace possibile.”
Israele aveva deciso di annettere solo
Gerusalemme Est e l’area circostante,
mentre aveva lasciato la Cisgiordania e
la Striscia di Gaza sotto l’occupazione
militare, considerando la possibilità di
poterle utilizzare, un giorno, per
restituirle in cambio della pace.
Il territorio israeliano si era
triplicato, considerando anche circa un
milione di palestinesi sottoposti al
controllo diretto di Israele. Mi sentii
come se mi avessero preso a calci nello
stomaco. Israele aveva dimostrato agli
arabi di avere la capacità e la volontà di
dare il via ad attacchi strategici che
potevano modificare l’equilibrio
regionale. Adesso Israele aveva una
moneta di scambio: la terra per la pace.
La guerra era finita.
28.

Fadi e io lavorammo al macello tutta


la settimana prima di poterci permettere
di comprare il necessario per costruire
la nuova tenda. Una volta finita, ci
riunimmo tutti al suo interno e
mangiammo riso e mandorle.
“Ichmad Hamid. Vieni fuori,” tuonò
una voce attraverso un megafono. La mia
famiglia si paralizzò. I soldati
ordinavano alla gente di uscire quando
stavano per far saltare in aria una casa,
ma non li avevo mai sentiti chiamare per
nome. Quando cercavano qualcuno in
particolare, si muovevano sempre di
notte, in modo da poterlo prendere
mentre dormiva. Doveva essere stato il
professor Sharon. Forse aveva detto
all’esercito di arrestarmi. Non potevo
aspettare che entrassero, avrebbero
potuto fare del male alla mia famiglia,
quindi cominciai ad alzarmi. Mama mi
afferrò per le spalle.
“No, ti prego, Ichmad, non andare,”
mi sussurrò all’orecchio, tirandomi
verso di lei.
Fadi, Nadia e Hani sembravano statue
di sale. Fadi teneva un pezzo di pita
sospeso a mezz’aria sul piatto. Abbas
malediceva i militari più forte di quanto
intendesse fare, dato che aveva le cuffie
per sentire le notizie alla radio. Da
quando l’avevo costruita, la ascoltava in
continuazione. Nadia abbracciò Hani.
“Ichmad Hamid, vieni fuori!”
Mi liberai dalla stretta di Mama. Lei
si coprì la bocca con le mani. “Ichmad!”
sussurrò con una disperazione che non le
avevo mai sentito prima. Mi voltai a
guardarla: aveva le braccia tese verso di
me.
Alzai una mano. “Andrà tutto bene.”
Uscii e chiusi il lembo di telo.
“Sei Ichmad Hamid?” Il soldato
parlava attraverso il megafono, anche se
ero in piedi proprio di fronte a lui.
“Identificati.”
“Sì, sono Ichmad Hamid.”
Il soldato alzò il megafono e parlò di
nuovo, questa volta in direzione del
villaggio. “Abbiamo Ichmad Hamid.
Portatelo su.”
“Che cosa volete da me?” chiesi in
ebraico.
“C’è qualcuno che vuole vederti.”
Riuscii a distinguere la sagoma di un
civile che risaliva la collina scortato da
altri militari. In mezzo a mimetiche
verdi, elmetti d’acciaio e M16, incrociai
gli occhi iniettati di sangue di Rafi e gli
corsi incontro.
“Zoher è morto,” mi disse. “È rimasto
ucciso nel Sinai: il suo carro armato è
esploso.”
Ero confuso. Non riuscivo a capire
che cosa facesse Rafi nel mio villaggio
scortato dall’esercito. Forse si era
messo d’accordo con il professor
Sharon per farmi espellere. Non potevo
crederci, dopo tutte le volte che lo
avevo aiutato. Lo avevo considerato un
amico, e adesso mi rendevo conto di
essermi illuso. Forse il professor Sharon
aveva raccontato a Rafi di Baba.
“Le sue ceneri sono state sparse in
mare.”
Era venuto per incolpare me. Non
vedevo altra ragione: dopotutto aveva
viaggiato cinque ore per raggiungere un
villaggio palestinese sotto scorta
militare.
Chinai il capo: ormai ne ero sicuro,
sapeva di Baba.
“Aveva capito cos’era successo. È
andato a parlare con il preside della
facoltà. Sei stato scagionato.”
Alzai lo sguardo e lo fissai. Aveva gli
occhi pieni di lacrime.
“Adesso, il destino del professor
Sharon è nelle tue mani.”
Un milione di pensieri mi affollarono
la mente. Era difficile credere che Zoher
mi avesse difeso contro la sua stessa
gente, e che Rafi fosse venuto fino al
mio villaggio a prendermi.
All’improvviso, mi resi conto che non
avrei più rivisto Zoher. Sentii un vuoto
farsi strada dentro di me.
“Dov’è la tua casa?”
Indicai la tenda.
Sembrò sorpreso. “Cerchi di tornare
alle tue origini beduine?”
“Non abbiamo un permesso.”
Il ruggito distante di un elicottero si
fece più vicino. Fui scosso da un
tremito, e mi costrinsi a non correre
dalla mia famiglia per proteggerli.
Rafi si rivolse al soldato accanto a
lui, incredulo. “Ma la guerra non è
finita?”
“Non è mai finita,” rispose l’altro.
Rafi indicò con la testa la base della
collina. “Allora, vieni?”
“Ichmad,” urlò Mama: dietro di lei,
vidi Abbas che usciva zoppicando dalla
tenda.
“Torno all’università,” le gridai, in
modo che potesse sentire la mia voce
nonostante l’elicottero.
Aveva una brocca in mano.
“Dobbiamo parlare.”
“Adesso?”
Abbas era pallido. Si tolse le cuffie.
“Vuoi andare con loro?”
Rafi era già in fondo alla collina.
“Vieni?”
“Dammi un minuto.”
Guardò l’elicottero.
Mama tirò la brocca a terra. Si ruppe
in mille pezzi. “Tu non vai da nessuna
parte.” Incrociò le braccia sul petto.
Avanzai di un paio di passi verso di
lei. “Devo andare.”
“Non puoi farmi questo,” mi implorò,
quasi in lacrime.
Sapevo che non potevo vincere con
lei. “Lo faccio per noi.”
“Ti uccideranno.”
“Ichmad,” mi chiamò Rafi.
“Dobbiamo andare.”
“Un secondo,” gli urlai in ebraico.
Mama mi afferrò per un braccio e mi
strattonò.
“Non andare con loro,” mi pregò
Abbas.
“Non è per sempre.”
L’elicottero incombeva sopra di noi.
Cominciai ad allontanarmi. “Mi
dispiace.”
“Ichmad!” mi chiamò ancora Mama.
Mi voltai a guardarla. Aveva le
braccia tese verso di me; tornai da lei.
Mi abbracciò forte.
“Che cosa ti ho fatto per meritarmi
questo?” mi sussurrò all’orecchio.
Provai a districarmi dal suo
abbraccio, ma lei strinse ancora più
forte.
“Lo faccio per noi.”
“Che cosa?” chiese. “Ucciderci?”
“Ichmad, si sta facendo buio,” mi fece
fretta Rafi.
Non voleva lasciarmi andare. “Voglio
che ti sposi e che abbia una famiglia
tua.”
“Devo andare.”
“Ti prego, non lasciarmi.”
Mi liberai dalla sua presa e mi
allontanai. Dovevo tornare
all’università, per Baba. Non mi
importava se gli altri mi avrebbero
odiato perché pensavano che fosse un
terrorista. Zoher mi aveva difeso, Rafi
era venuto a prendermi e Baba credeva
in me. Se avessi incontrato ostilità, avrei
sopportato. Non vedevo l’ora di
scrivere a Baba. Avevo molte cose da
dirgli.
29.

Il preside di facoltà mi informò che


l’eventuale licenziamento del professor
Sharon dipendeva da me. Gli chiesi di
lasciarmi tempo fino al primo martedì
del mese successivo per decidere e lui
me lo concesse. Quel giorno andai al
Centro di detenzione di Dror per
discutere la situazione con Baba.
Vicino al solito recinto di filo spinato,
ne era spuntato un altro provvisorio,
grande più o meno come un campo da
calcio: era talmente affollato di
prigionieri che restava a mala pena lo
spazio per camminare. Sembrava
un’enorme scatola di sardine. Sotto i
teloni del nuovo recinto non c’era il
pavimento, solo terra. Le guardie erano
ovunque. Uomini, donne, ragazzi e
ragazze ammassati gli uni sugli altri
aspettavano di sentire i nomi dei loro
cari.
Baba comparve. “Devi dire al preside
che non desideri che il professor Sharon
sia licenziato, ma che vuoi che ti assuma
come suo assistente di ricerca.”
Lo guardai attraverso il vetro, con la
cornetta ancora in mano. Non potevo
credere che mi suggerisse una cosa
simile. I suoi occhi erano così stanchi
che avrei fatto qualunque cosa mi avesse
chiesto.
“E se poi mi mette i bastoni fra le
ruote?”
“In quel caso, il preside dovrà
licenziarlo. La gente odia perché ha
paura di ciò che non conosce: se solo le
persone avessero l’occasione di
conoscere coloro che odiano, di trovare
degli interessi comuni, potrebbero
superare l’avversione.”
“Sei troppo ottimista. Il professor
Sharon è cattivo.”
“Scopri che cosa lo spinge a odiarti, e
prova a capirlo,” mi rispose Baba.
Ripensai a quando Einstein aveva
detto a Chaim Weizmann che se i sionisti
non fossero stati in grado di stipulare un
patto per costruire una cooperazione
onesta con gli arabi, allora non avevano
imparato niente negli ultimi duemila anni
di sofferenza. Einstein l’aveva messo in
guardia, sostenendo che, se gli ebrei non
fossero riusciti a fare in modo che
entrambe le parti vivessero in armonia,
la lotta li avrebbe perseguitati per
decenni. Era convinto che i due grandi
popoli semitici potevano costruire un
comune futuro glorioso. Forse Baba
aveva ragione.
***

“Il preside ha minacciato di


licenziarmi se non la assumo come mio
assistente ricercatore,” mi comunicò il
professor Sharon. “A essere onesto, ero
pronto ad andarmene. Se non fosse stato
per il padre di Zoher avrei trovato
lavoro da un’altra parte. Sia chiaro, lo
faccio solo per Zoher, non per lei.”
E io l’avrei fatto per Baba. “La
ringrazio per l’opportunità. Posso
iniziare già domani.”
“Sì, lo so. Il preside mi ha informato
che desidera che lei inizi subito. Non ci
sarà bisogno di incontrarsi. La mia
ricerca è tesa a migliorare il silicone
come semiconduttore.” Mi guardò con
un sorriso beffardo. “Non torni da me
finché non avrà capito come fare.” Di
sicuro pensava di avermi assegnato un
compito impossibile, e quando fossi
tornato a mani vuote avrebbe riferito al
preside che non valevo niente. Gli avrei
dimostrato che si sbagliava. Uscito dal
suo ufficio, andai dritto in biblioteca.
30.

Il professor Sharon alzò gli occhi


dalla sua lettura.
“Buonasera,” lo salutai.
Nel vedermi allungò in fretta una
mano verso il cassetto e ne estrasse
qualcosa che appoggiò sulle ginocchia.
Aveva gli occhi neri, come la morte. “Le
avevo detto di non disturbarmi.”
“Ho avuto un’idea.” Avevo preso
spunto da due articoli che avevo letto in
quei giorni. Il primo era una conferenza
tenuta dal fisico Richard Feynman alla
Caltech, in California, nel 1959 che si
intitolava C’è un sacco di spazio giù in
fondo, in cui considerava la possibilità
di manipolare in modo diretto un singolo
atomo. Ero dell’idea che la sua teoria
potesse tornarci utile per la nostra
ricerca. Il secondo era un articolo del
1965 di Gordon F. Moore comparso
sulla rivista “Electronics” in cui lo
studioso prevedeva che la capacità dei
transistor inseriti in circuiti integrati
sarebbe raddoppiata ogni due anni.
“Incredibile.” Picchiò le mani sulla
scrivania. “Dirò al preside che questa
collaborazione non funziona.”
“Non vorrei dover dire al preside che
non ha nemmeno ascoltato la mia idea.”
Tamburellò con le dita sul tavolo,
come se gli stessi facendo perdere
tempo. “Sentiamo la sua stupida idea,
allora.”
“So che lei mi ha chiesto di
concentrarmi sul miglioramento del
silicone come semiconduttore, ma
ritengo che il silicone abbia dei limiti
nel lungo periodo; problemi con la
generazione di calore, difetti a livello di
fisica di base.” Mi tremava la voce.
Mi zittì con un gesto della mano. “Il
silicone è la scelta migliore.”
“La tecnologia del silicone ha reso
possibile lo sviluppo di applicazioni
rivoluzionarie del microchip
nell’elaborazione dei dati, nella
comunicazione, nell’elettronica e nella
medicina.”
“Non capisco dove voglia arrivare.”
“La legge di Moore.”
“Che cos’è la legge di Moore?” Alzò
gli occhi al cielo.
“La prima legge di Moore dice che la
quantità di spazio necessaria per
installare un transistor su un chip si
riduce di circa la metà ogni diciotto
mesi.”
“È proprio per questo che è
necessario migliorare il silicone.”
“La seconda legge di Moore
stabilisce che il costo della
fabbricazione dei chip raddoppia
all’incirca ogni trentasei mesi. Alla fine,
quando il chip raggiungerà le misure
della nanoscala, non solo i prezzi
andranno alle stelle, ma, dato che le
proprietà cambiano in rapporto alla
dimensione della nanoscala, sarà anche
necessaria una nuova metodologia di
design. Quando si passerà dal microchip
al nanochip, tutti i principi base per la
fabbricazione dei chip dovranno essere
riconsiderati.”
“Che cosa sta cercando di dire?”
“Che l’alternativa migliore deve
ancora essere inventata.”
“Ha intenzione di rivoluzionare il
mondo dei chip da solo?”
“Non dovremmo affrontare
l’argomento dal generale al particolare,
partendo dalla materia nel senso più
ampio del termine, per poi tagliare,
sminuzzare, sciogliere e rimodellare o,
per dirla in altre parole, costringerla a
prendere la forma a noi utile. Dovremmo
provare a costruire qualcosa dal nulla,
mettendo insieme i concetti di base.”
“Lei è un ragazzo ambizioso, vero? Sa
come appare ai miei occhi, con i suoi
vestiti logori? Lei è il figlio di un
terrorista, signor Hamid. Lei è cresciuto
in una tenda senza acqua o elettricità e
adesso viene qui con la pretesa di
rivoluzionare la scienza. Come osa
contestare il mio approccio?”
Lo guardai negli occhi. “Lei vede
molte cose, professor Sharon. Non
negherò quanto ha appena detto, ma il
fatto che io sia cresciuto in una tenda
non ha niente a che vedere con l’idea
che sto cercando di proporle.”
“Arrivederci, signor Hamid.”
“Non vuole ascoltarmi perché sono
arabo. Preferirebbe un approccio meno
valido, piuttosto che considerare quello
che le sto dicendo. Mi ignori pure. Tra
qualche anno si renderà conto che avevo
ragione e che lei avrebbe potuto essere
un pioniere. L’avrei aiutata a precorrere
i tempi.”
“Ma davvero?”
“È fondamentale dominare la
nanoscala, se si vuole comprendere
appieno come si costituisce la materia e
come le proprietà dei materiali
riflettono i propri componenti, le
composizioni atomiche, le forme e le
dimensioni. Le caratteristiche uniche
della nanoscala fanno in modo che il
nanodesign possa portare a risultati
rivoluzionari che non possono essere
ottenuti in altro modo. È necessario
capire a fondo la struttura del singolo
atomo per essere in grado di manipolare
al meglio le sue proprietà, in modo da
poter costruire nuovi materiali
combinandoli già a livello atomico.”
“Ciò che lei propone richiede
un’ambizione fuori misura, una vita di
dedizione alla causa.”
“Ne sono consapevole.”
“Che cosa succederebbe se non
ottenessimo risultati?”
Risposi con le parole che Baba mi
aveva ripetuto molte volte. “Solo
rischiando di fallire si può raggiungere
la grandezza.”
“Che cosa propone?”
“Calcolare l’equazione generale
secondo cui due corpi isolati si
muovono sotto l’influenza gravitazionale
l’uno dell’altro è abbastanza semplice,
ma diventa impossibile se si aggiunge
anche solo un corpo gravitazionale al
sistema.”
“E come pensa di aggirare il
problema?”
“Possiamo registrare i numeri relativi
a posizione, velocità e forza in un dato
istante, e calcolare come questi cambino
in un intervallo breve di tempo. Poi,
possiamo fare lo stesso partendo dalle
nuove condizioni, e così via. Se
ripetiamo l’operazione un numero di
volte significativo per intervalli
abbastanza brevi di tempo, potremo
ottenere una descrizione molto accurata
di come si comporta il sistema.”
“Più brevi saranno gli intervalli, più
accurata sarà la descrizione. Saranno
necessari molti calcoli.” Corrugò la
fronte.
“I computer possono aiutarci con i
numeri,” risposi.
“È anche esperto di computer,
adesso?”
“Ogni sera e nei fine settimana posso
incaricarmi di inserire i dati nella
perforatrice e nell’interprete. Possiamo
usare la macchina per simulare
configurazioni chimiche per capire quali
siano le forze che agiscono fra tutti gli
atomi in una combinazione particolare.
Una volta scoperto ciò, possiamo
determinare quali combinazioni e
disposizioni saranno stabili, e quali
saranno le loro proprietà.”
I lineamenti del professore si erano
rilassati abbastanza da farmi capire che
era passato dall’odio alla curiosità
scientifica. Potevo farcela.
“Perché non approfitta dell’estate per
sviluppare la sua idea? Non c’è bisogno
che ci incontriamo. A settembre,
esaminerò i suoi risultati. Se non
saranno soddisfacenti, riferirò al preside
che non lavoreremo più insieme. Se
invece saranno incoraggianti, la terrò
con me tutto l’anno.”
“D’accordo,” accettai.
Il professor Sharon sorrise. Sapevo
che sperava di trovare una via d’uscita
dal suo accordo con il preside, ma io
non mi sarei lasciato sconfiggere tanto
facilmente.

***

Quell’estate, il laboratorio
informatico diventò la mia casa:
inserivo i numeri, concentrandomi sulle
formule più semplici. All’inizio
dell’autunno, cominciai a notare degli
schemi che si ripetevano. Organizzai le
mie schede perforate, trascrissi i dati
per il professor Sharon e attesi che
calasse il buio per infilare il materiale
sotto la porta. Sperai che il suo amore
per la scienza fosse più grande dell’odio
verso la mia gente.
Il giorno successivo ero come sempre
nel laboratorio a lavorare sui numeri,
quando comparve il professore.
“Ho esaminato i suoi calcoli
preliminari.” Prese le ultime schede
perforate che avevo elaborato e le
guardò. “Com’è arrivato a questi
risultati?” Si sedette accanto a me e io
gli mostrai il mio metodo: da alcuni
numeri di partenza, registravo il
cambiamento di condizioni in un primo
segmento, poi utilizzavo i numeri
d’arrivo come nuovo punto di inizio.
“Le concederò di lavorare per me
ancora per un po’, poi valuterò di nuovo
il suo lavoro. Perché non mi mostra i
suoi progressi alla fine di ogni
settimana?” Cercava di sembrare
indifferente, ma io sapevo che aveva
compreso il potenziale della mia
ricerca.

***

All’inizio del secondo anno, tornò


anche Jameel: dividevamo ancora la
stanza. Rafi, che invece quell’anno
avrebbe abitato da solo, spostò la
vecchia scrivania di Zoher in camera
nostra, dove passava la maggior parte
del suo tempo libero. Durante l’estate
Motie si era sposato con la sua
fidanzata, che aveva conosciuto alle
superiori, e si trasferì nel dormitorio per
le coppie sposate. Io, però, vedevo poco
i miei compagni, dato che passavo la
maggior parte del tempo libero nel
laboratorio di informatica.
Qualche giorno dopo il ritorno degli
studenti, il professor Sharon mi chiamò
nel suo ufficio. Era seduto dietro alla
scrivania in noce, verniciata a lucido,
circondato da scaffali di libri di
matematica e scienze. Guardai
l’immagine di Einstein. Mi allungò
l’unico oggetto che occupava il tavolo:
una fotografia racchiusa in una cornice
d’oro.
“La mia famiglia,” spiegò.
“Oh.” Forse cercava di dirmi che
temeva per la loro incolumità, perché
avevano rubato la nostra terra e aveva
paura che saremmo andati a
riprendercela. “Vivono a
Gerusalemme?”
“Sono morti.” Mi guardò.
Aprii la bocca, ma non uscì alcun
suono. Non potevo credere che mi
avrebbe incolpato della morte dei suoi.
“Sterminati dai nazisti.”
Mi passò un’altra fotografia. Era
senza cornice, i bordi stropicciati.
“Sono io, appena arrivato al porto di
Haifa.” Si tolse gli occhiali dalla
montatura sottile e li pulì con un
fazzoletto che estrasse dalla giacca di
tweed marrone, con le toppe sui gomiti.
L’uomo nella fotografia sembrava più
morto che vivo.
“Mi dispiace.” Erano stati i nazisti, e
non la mia gente, a sterminare la sua
famiglia: non poteva essere una
giustificazione per ciò che ci avevano
fatto gli israeliani.
“No, non è vero.” Infilò di nuovo gli
occhiali. “Lei non può capire. Israele
non ha mandato alle camere a gas
persone innocenti, buttando via i loro
corpi come fossero spazzatura.”
Avevo promesso a me stesso e a Baba
che non mi sarei lasciato provocare con
discorsi di politica, ma non potevo
subire in silenzio.
“Israele ha causato molte sofferenze
al mio popolo.” Distolsi lo sguardo,
incapace di sostenere il suo. Non siamo
noi i responsabili delle camere a gas
nella Seconda guerra mondiale, pensai.
“Sofferenze?” Scosse il capo. “Lei
non ha idea di che cosa sia la sofferenza.
Che cosa avevano fatto i miei genitori ai
nazisti? Niente. E come sono stati
trattati? Ricordo mio padre, nel vagone
del bestiame, che teneva stretta una
borsa con dentro tre collane d’oro,
l’anello di fidanzamento di mia nonna e
dei candelabri d’argento, le uniche cose
che ci erano rimaste.” Si fermò e fece un
respiro profondo prima di continuare.
“Voleva comprare la nostra libertà.”
Incrociai le braccia sul petto, ma poi
le lasciai ricadere lungo i fianchi.
“Appena arrivammo ad Auschwitz, i
nazisti separarono gli uomini dalle
donne.” Tolse di nuovo gli occhiali e si
premette gli occhi con il pollice e
l’indice. “Bishanah habaah bieretz
Yisrael furono le ultime parole di mia
madre. L’anno prossimo nella terra
d’Israele.” Rimise gli occhiali.
Provai a seguire il consiglio di Baba:
prima di giudicare una persona, prova a
immaginare come ti sentiresti se anche tu
avessi vissuto le stesse cose.
“Un soldato delle SS squadrò per un
istante mio fratello minore Avraham, e
lo mandò in direzione della morte:
aveva sei anni.” Il professore chiuse a
pugno la mano sinistra. “Mio fratello si
era aggrappato alla gamba di nostro
padre e urlava implorando di non
lasciarlo solo.”
“Suo padre è vivo?” chiesi. Nella mia
mente, volevo ancora ribattere. La
sofferenza della sua famiglia non gli
dava il diritto di infliggerne agli altri.
“Mio padre riuscì a sussurrarmi: ‘Fa’
qualunque cosa per sopravvivere.
Combatti per la tua vita con tutte le tue
forze e, quando ti senti sconfitto, pensa a
me, e ricomincia a lottare’. E poi corse
da mio fratello.”
Forse il professor Sharon pensava che
tutto ciò giustificasse quello che aveva
fatto a me. No, mi risposi, era il punto di
vista sbagliato. Baba voleva che
provassi a mettermi nei panni del
professor Sharon. “Perché non è andato
con loro?”
I suoi lineamenti si indurirono.
“Avevo promesso a mio padre che avrei
combattuto con tutto me stesso.”
Era una promessa che capivo bene.
“Che cosa è successo a sua madre e a
sua sorella?”
“Quando la guerra finì, chiesi a
chiunque incontrassi se avessero notizie
di mia madre e mia sorella, Leah, ma
nessuno sapeva niente.” Guardò fuori
dalla finestra, verso il giardino. “Furono
distribuite le liste con i nomi dei
sopravvissuti: le lessi una a una, ma di
loro non c’era traccia.” Scosse la testa.
“Poi, un giorno, riconobbi una donna che
avevo visto sul carro bestiame anni
prima. La implorai di dirmi quello che
sapeva. Le dissi che non avrei smesso di
cercare finché non avessi scoperto che
cosa fosse successo.”
“Sapeva qualcosa?”
Annuì. “Aveva visto uno delle SS
mandare Leah alla morte.” Smise di
parlare e allentò il nodo alla cravatta.
“Quando mia madre le era corsa dietro,
un soldato le aveva sparato nella nuca.”
Per un attimo, tra noi calò il silenzio.
“Non è stato il mio popolo a commettere
quei crimini.” Parlai più forte di quanto
avessi voluto. Abbassai lo sguardo sul
pavimento lucido di linoleum bianco.
“No, ma siete una minaccia.”
“Non abbiamo niente.”
Il professor Sharon si alzò. “Il vostro
popolo ha una rivendicazione legittima
su questa terra.” Alzai gli occhi e lo
fissai a bocca aperta. “Non creda che io
sia così stupido.” Andò alla finestra.
“Non avevamo scelta. L’Olocausto è
stata la prova che gli ebrei non potevano
più esistere come una minoranza
all’interno di altre nazioni. Avevamo
bisogno di una patria nostra.”
“Non siamo stati noi a causare
l’Olocausto.” Scandii le parole
lentamente.
“Un uomo che muore di fame ha il
diritto di prendere un po’ dell’unico
cibo rimasto, anche se questo significa
che qualcun altro ne avrà di meno, a
patto che ne resti abbastanza per
entrambi.”
“Perché si dovrebbe costringere
qualcuno a rinunciare a ciò che è suo?”
“È l’obbligo morale dell’uomo che
possiede il cibo.”
“I vincitori fanno quello che
vogliono.”
“Io lotto per la vita e la libertà, non
per diritti ancestrali,” replicò.
“E la promessa di Dio agli ebrei?”
chiesi.
Picchiò il pugno sulla scrivania. “Dio
non esiste.” Poi fissò per un attimo
qualcosa a me invisibile. La sua voce
cambiò, si fece più gentile. “Lei non ha
idea della fatica che ho fatto per
arrivare fino a qui.” Allungò una mano:
la guardai, era una mano possente. Non
avrei permesso al mio odio di
impedirmi di mantenere la promessa
fatta a Baba. Io allungai la mia e lui la
strinse piano.
“Queste sono per lei.” Mi diede un
pacco di schede perforate. “Credo che
abbia scoperto qualcosa.”
In quel momento, mi resi conto che se
mi fossi ostinato nel mio rancore, avrei
sofferto. Questa era la mia occasione e
dovevo dedicarmi a essa con tutto me
stesso. Ogni settimana, infilavo i miei
risultati sotto la porta dell’ufficio del
professor Sharon. Lui passava ogni tanto
nel laboratorio informatico per
guardarmi portare avanti le simulazioni.
Ogni settimana, il potenziale della mia
ricerca cresceva. Dopo poco tempo, il
professor Sharon stesso iniziò a
lavorare sui numeri in laboratorio. Gli
schemi cominciarono a farsi più chiari e
fummo in grado di capire meglio il
comportamento dell’atomo: ogni volta
che entravo nel laboratorio, trovavo il
mio docente già al lavoro.
Prendemmo l’abitudine di incontrarci
nel suo ufficio ogni settimana e, a mano
a mano che i risultati si facevano più
consistenti, gli incontri divennero
quotidiani. Alla fine, lavoravo con lui
così spesso che il professore fece
portare una scrivania tutta per me. Se
non ero in classe o a studiare, ero al
lavoro per analizzare i vari sistemi per
capire come si comportassero.
Era il 23 ottobre 1967: gli avevo
appena consegnato l’ultima simulazione,
quando sentii bussare alla porta.
“È aperto,” disse il professore, senza
distogliere gli occhi dai miei risultati.
Sulla soglia comparve Abbas.
31.

Ancora prima che Abbas aprisse


bocca, sapevo che era successo
qualcosa di terribile.
“Possa Allah proteggere Baba,”
mormorò.
“È vivo?”
“Dobbiamo andare subito
all’ospedale.”
Il professor Sharon alzò lo sguardo.
“Che cosa succede?”
Mi voltai verso di lui. “Devo andare
da mio padre.”
“Non può andarsene adesso. Abbiamo
appena iniziato a ottenere dei risultati.”
“Se si trattasse di suo padre, lei
aspetterebbe?”
Il professor Sharon rifletté un attimo,
poi scosse la testa. “Vada.”
Mi appoggiò la mano sulla spalla e mi
diede una stretta gentile. “Vada.”
Abbas ci guardava a bocca aperta,
con gli occhi spalancati.
Il mio docente allungò una mano
verso Abbas. “Sono il professor Sharon,
suo fratello è il mio assistente
ricercatore.”
Girando la testa di lato, solo per un
istante, Abbas infilò la mano in quella
che gli veniva porta.
Mio fratello e io percorremmo il
corridoio, uscimmo dall’edificio e ci
dirigemmo alla fermata dell’autobus,
attraversando il cortile. Abbas aveva
l’andatura di uno storpio.
“Chi è il tuo nuovo amico?” mi chiese
non appena fummo fuori dal complesso.
“Il mio professore.”
“Eri da solo con lui a lavorare?”
Abbas riusciva a controllare la voce a
stento. “Pensavo che ci fossero classi
separate per gli arabi. Come nelle nostre
scuole.” Rise, ma non c’era ironia nelle
sue parole. “E adesso ti trovo da solo
con un israeliano.”
Ero troppo sorpreso per rispondere.
“Sei un arabo,” continuò Abbas. “Non
sei ebreo. Solo gli ebrei sono i
benvenuti in questo paese. Prima te ne
rendi conto, migliore sarà la tua vita.
Non riempirti la testa di stupidaggini
come l’uguaglianza e l’amicizia.”
“Vuole lavorare con me.”
“Sono nostri nemici, non lo capisci?”
“Com’è la nuova casa?” cambiai
argomento.
“Il padre di Zoher deve sentirsi molto
in colpa per la morte di suo figlio,”
rispose Abbas. “Se no, perché un ebreo
dovrebbe prendersi la briga di costruire
una casa per noi?”
“Zoher era mio amico. Come te,
anch’io avevo il sospetto che non fosse
un sentimento genuino, ma lui mi ha
dimostrato il contrario. Anche se tra
loro non correva buon sangue, lui ha
voluto fare lo stesso qualcosa per noi, in
nome di suo figlio.” Cercai di parlare
con calma, come avrebbe fatto Baba.
“Suo padre non era costretto a costruirci
una casa, ma l’ha fatto.”
“Non ci avrà messo più di due
secondi a ottenere il permesso,” replicò
Abbas. “Dopotutto, è ebreo. È
proprietario di una compagnia di
costruzioni: sono sicuro che non gli è
costato molto.”
“Ci sono tre camere da letto, un bagno
vero e una cucina grande. Ha fatto
mettere una stufa a legna, vetri alle
finestre, una porta d’ingresso e una sul
retro. È una bella casa,” gli feci notare.
Camminammo in silenzio per qualche
minuto, il mio passo più lento per
aspettare il suo. Dopo un po’, gli posai
una mano sulla spalla. “Sono felice che
tu sia venuto.”
Non rispose, e le parole che non
pronunciò pesarono su di me come
mattoni. Deglutii: non sapevo come
allentare la tensione. “Come stai?”
chiesi quando raggiungemmo la fermata
dell’autobus.
“Baba è all’ospedale e non so che
cosa gli sia successo. Ho diciotto anni e
sono storpio. Amal e Sara sono morte.
Mio fratello si allea con chi le ha
uccise. Come pensi che stia?” Fissò su
di me gli occhi gonfi. “Sono felice che ti
abbia lasciato venire.”
“Non è cattivo come sembra.”
“Che Dio perdoni la tua stupidità.” Si
allontanò da me di un passo. “Sei stato
sedotto dal diavolo.”
“Che cosa otterremo odiandoli?”
Sporse le mani verso di me, con i
palmi verso l’alto. “Dovresti ascoltare
cosa dice Habash.”
Mi guardai intorno: se un israeliano
avesse sentito che Abbas era un seguace
di Habash, avrebbe potuto farlo
arrestare, esiliare o uccidere. Sostenere
un partito che si opponeva al fatto che lo
stato di Israele fosse ebraico era contro
la legge.
“Attento a quello che dici,” lo
ammonii.
“Non vuoi che io ammetta che credo
in uno stato laico, democratico, non
confessionale?”
“Predica la violenza.”
“E in che modo, se no, pensi che
potremmo liberare la Palestina?
Dovremmo chiedere per piacere che la
rendano uno stato laico?”
“Solo il perdono può renderti libero.”
Usai le parole di Baba. “Che cosa è
meglio? Perdonare e dimenticare, o
portare rancore e ricordare?”
“Tu tradisci Baba, me e le nostre
sorelle, che sono morte, se diventi
amico di chi ci ha perseguitato. Devono
pagare per ciò che ci hanno fatto. Non
passa giorno in cui io non provi dolore.
Non posso lavorare. Baba è ancora in
prigione. Prego che arrivi l’ora in cui li
sbricioleremo come biscotti secchi.”
“Se ci vendichiamo delle loro azioni,
saremo come loro, ma se li perdoniamo,
allora saremo migliori.” Di nuovo, citai
Baba.
“Li odio.”
“Odiare è come autopunirsi. Pensi che
loro siano tristi perché tu li odi?”
“Se dimentico il mio odio, loro
libereranno Baba? Allevieranno il mio
dolore? Ci restituiranno Amal e Sara?”
“E ostinarsi farà avverare tutte queste
cose?”
Mi fissò, gli occhi socchiusi pieni di
furia. “Non ti riconosco più.”
Sospirai. Lui non si ricordava di
Baba. Parlare con lui degli israeliani era
come provare a riempire un secchio
bucato. Il timore che mio fratello e io
non saremmo mai più stati vicini come
una volta si impadronì di me: il mondo
era ingiusto.
Durante il tragitto verso l’ospedale di
Be’er Sheva, Abbas quasi non aprì
bocca. Cominciai a pensare al professor
Sharon e al mio nuovo approccio alla
ricerca. A mente, analizzai i dati, per
cercare di trovare un modo per
migliorare la prevedibilità.
Avvicinandoci all’ospedale,
sentimmo le sirene suonare. L’odore
della morte era nell’aria. Entrai in preda
al terrore.
Il soldato di guardia alla porta volle
vedere i nostri documenti, e noi glieli
mostrammo.
“Chi siete venuti a trovare?” ci fermò.
“Nostro padre, Mahmud Hamid,”
risposi.
La guardia scorse la sua lista, poi
aggrottò la fronte.
“Il detenuto?” chiese.
“Sì,” ammisi.
L’uomo prese la trasmittente dalla
cintura e chiamò una scorta militare che
ci portasse fino all’ala riservata ai
detenuti. Comparvero due soldati, con
tanto di elmetti e visiere, mitraglietta in
mano, granate, manganello e manette
attorno alla vita e ci condussero in una
stanza.
“Spogliatevi,” ci ordinò uno di loro.
Io mi tolsi i pantaloni.
Gli occhi di Abbas erano spalancati,
come se avesse appena assistito a un
omicidio. “Che cosa fai?”
“Togliti i vestiti.”
“No.”
“Fa’ come vuoi. Dirò a Baba che sei
venuto anche tu.”
“Ho tante cose da dirgli.”
Cercò di sfilarsi la veste da sopra la
testa, ma non riusciva a sollevare
abbastanza le braccia. Di solito, era
Mama che lo spogliava. I soldati ci
fissavano, mentre io tiravo il vestito di
Abbas verso l’alto. Restammo in
biancheria intima, uno accanto all’altro.
“Togliete tutto!” comandò il soldato.
Mio fratello abbassò gli occhi a terra
e si tolse la biancheria, imprecando tra i
denti.
“Silenzio!” Il militare alzò l’arma
sopra la sua testa.
“La prego!” implorai. “Ha la schiena
rotta, e deve ancora guarire.” Guardai
mio fratello e lo scongiurai in arabo.
“Per l’amor del cielo, Abbas, smettila di
brontolare.”
Rimase zitto.
Le guardie ci portarono nel
sotterraneo. Seduti fuori dalla porta
c’erano altri due militari: nella stanza,
ne vidi altri tre. Baba era incatenato a
una barella.
Con un groppo in gola, gli presi una
mano, incapace di parlare. Abbas prese
l’altra.
“Sei così cresciuto,” disse Baba ad
Abbas. “Non ti vedo da sette anni.”
Guardando nostro padre, gli occhi di
Abbas si riempirono di terrore.
“Non preoccuparti,” lo rassicurò
Baba. “Guarirò.” Steso lì, ammanettato
al letto, sembrava un vecchio. Lessi in
fretta la sua cartella: aveva tre costole
rotte e due forti contusioni.
“Chi ti ha ridotto così?” chiese Abbas
digrignando i denti.
“C’è un nuovo comandante.” Baba
scosse la testa. “È avvelenato dall’odio.
Ha perso le staffe. Le altre guardie si
sentono in colpa.”
Abbas era rosso in volto.
“Le altre guardie lo hanno allontanato
da me. Ho la pelle dura.” Baba cercò di
sorridere, ma non ci riuscì.
Ci parlò dei ritratti che aveva
disegnato e raccontò che aveva
cominciato a comporre della nuova
musica. Ci chiese di Mama e del resto
della famiglia. Ci rassicurò: disse che
stava bene e, in qualche modo, riuscì a
tirarmi su il morale.
Il suono di una campanella avvertì i
visitatori che era arrivato il momento
dei saluti.
“Torneremo presto,” cominciai a dire.
“No,” mi interruppe Baba. “Tu devi
concentrarti sui tuoi studi e risparmiare.
Le tue lettere mi bastano.”
“Tempo scaduto.” Il soldato ci indicò
la porta con la mitraglietta. Abbas e io
ce ne andammo a testa bassa.

***

L’autobus si fermò davanti al cancello


d’ingresso del campus Givat Ram, ormai
avvolto nel buio. Abbas faticava a
rivolgermi la parola. La luce dell’ufficio
del professor Sharon era ancora accesa:
forse era rimasto al lavoro fino a tardi.
Entrai nell’edificio e stavo percorrendo
il corridoio buio, quando sentii delle
voci provenire dalla stanza.
“Non sono nemmeno umani.”
Riconobbi subito la voce della donna:
era Aliyah o, almeno, quello era il nome
che aveva adottato quando era emigrata
in Israele dal Sudafrica. Era la moglie
del professor Sharon.
Evidentemente Aliyah non approvava
il fatto che suo marito collaborasse con
un arabo. Solo poche settimane prima il
professor Sharon si era assentato
qualche giorno a causa di un’influenza.
Mi aveva chiesto di portargli gli ultimi
dati a casa, una vecchia villa araba
vicino alla stazione centrale degli
autobus. Sua moglie aveva aperto la
porta lasciando allacciata la catena:
dovetti passarle i dati da quello
spiraglio.
“Fallo entrare,” le aveva detto il
professore dall’interno.
“Che cosa penseranno i vicini?” e mi
aveva sbattuto la porta in faccia. Poi
avevo sentito delle urla. Qualche minuto
dopo, era comparso il professor Sharon
e mi aveva fatto entrare. Aliyah era
rimasta al piano di sopra.

***

“Quel ragazzo è un genio,” replicò il


professor Sharon. “La sua idea è
valida.”
I problemi nel matrimonio del
professor Sharon erano altri: l’avevo
sentito mentre raccontava a qualcuno che
Aliyah si lamentava sempre del fatto che
lui lavorava troppo, che non guadagnava
abbastanza, che gli importava solo della
scienza e che non voleva mai fare niente
con lei. Lui sosteneva che sua moglie
sapeva solo pretendere: non aveva mai
lavorato in vita sua e passava le sue
giornate a fare shopping. Voleva che lui
cercasse un impiego nell’industria. Una
volta avevo perfino sentito dire al mio
docente che desiderava non averla mai
sposata.
“Inventare da zero?” Aliyah parlava
come se fosse un’esperta del settore. “È
ridicolo.”
“Tu non hai preso nemmeno il
diploma superiore. Ha ragione: ormai è
necessario pensare in piccolo per fare
qualcosa di grande. La scienza sta
prendendo quella direzione.”
“Come puoi lavorare con lui?” Dalla
sua voce trapelava il disgusto. “Questo
incarico dovrebbe andare a un ebreo.”
“Il progresso dell’umanità viene
prima.”
Non riuscivo a crederci: il professor
Sharon stava difendendo la mia idea.
“E dov’è adesso il tuo assistente
terrorista?”
Volevo tornare di corsa alla mia
stanza, ma le gambe si rifiutarono di
muoversi. Non avrei più avuto
l’occasione di sentire il professor
Sharon prendere le mie parti, anche solo
contro i malumori della moglie.
“Il padre di Ichmad è in ospedale,”
rispose il professore.
“Vogliono sterminarci.”
“Noi abbiamo qualcosa che loro
vogliono: la terra per la pace. Che cosa
faremo con la Cisgiordania e Gaza? Ci
abitano un milione di arabi: con il loro
tasso di natalità, un giorno saranno più
numerosi di noi.”
“Gli arabi non sono umani. Sono tutti
terroristi. Ce l’hanno nel sangue.”
“Parli come un nazista. Io penso che,
alla lunga, se collaboriamo, vinceremo
tutti.”
“Quegli scarafaggi non saranno
contenti finché non si riprenderanno tutta
Israele.”
Una sedia stridette contro il
pavimento. Mi precipitai fuori.

***

La mattina seguente mi presentai in


anticipo. Il professor Sharon era già nel
suo ufficio: notai una valigia nell’angolo
e un cuscino e una coperta sul divano.
Da quel giorno, cominciammo a
lavorare insieme senza sosta. Mi abituai
alla sua presenza ed ero desideroso di
incontrarlo anche la sera per discutere i
risultati del giorno. Aspettavo con ansia
la tazza di caffè che bevevamo insieme
ogni mattina. Mi aveva offerto
l’opportunità che mi avrebbe cambiato
la vita, o io l’avevo offerta a lui. Forse
entrambe le cose.
32.

Il 1969 iniziò con un miracolo.


Quando la bibliotecaria ci annunciò che
stava nevicando, corremmo tutti fuori.
Rimasi lì, con la camicia a maniche
corte e i pantaloncini, a guardare a
bocca aperta quei fiocchi di neve
perfetti che cadevano dal cielo, i primi
che avessi mai visto in vita mia.
Quando tornai nella mia stanza, non
riuscivo a piegare le dita. Mi battevano i
denti. Accesi la stufa a paraffina che ci
veniva fornita per le notti fredde e la
sistemai al centro della stanza. Avvolto
nella coperta dell’università, continuai a
studiare. Jameel entrò, con indosso un
cappotto invernale, guanti, cappello e
sciarpa. In mano, teneva un grosso
sacchetto.
“Devi andare a comprarti qualcosa,”
commentò.
“La neve non durerà molto.”
“C’è sempre la pioggia dell’inverno.”
Scosse il capo. “Devi spendere un po’
dei soldi che hai: è incredibile il modo
in cui vivi.”
Jameel andò a dormire, ma io rimasi
sveglio immerso nei libri. Era passata la
mezzanotte, quando sentii odore di fumo.
Uscii, la coperta ancora sulle spalle.
Da una stufa che si trovava in
corridoio salivano delle fiamme che si
stavano facendo strada sulla porta della
stanza numero cinque, dove vivevano
due israeliani. Dovevano aver esagerato
a riscaldare la stanza e avevano messo
la stufa fuori, troppo vicina al loro
ingresso.
“Al fuoco!” gridai più forte che
potevo. “Yonatan, Shamouel. Uscite
dalla finestra!” Proteggendomi la mano
con la coperta, usai il pugno per
rompere il vetro dell’estintore.
Continuando a urlare per svegliarli,
puntai alle fiamme. Una schiuma bianca
coprì la porta e il pavimento. Jameel
apparve in camicia da notte, i capelli
spettinati. Altre porte si aprirono, e gli
israeliani si riversarono nel corridoio
indossando pigiami, biancheria o
accappatoi. Alcuni erano a piedi nudi;
altri portavano ciabatte, anfibi o scarpe
da ginnastica. Jameel prese un altro
estintore e mi aiutò a spegnere le
fiamme. Altri usarono le coperte.
La porta principale del dormitorio si
spalancò e Yonatan e Shamouel fecero il
loro ingresso. Sentendomi gridare, erano
usciti dalla finestra. La schiuma bianca
era ovunque e il corridoio era pieno di
fumo spesso. Aprimmo gli accessi alle
due estremità per lasciar entrare l’aria
gelida. Al freddo, Jameel, gli israeliani
e io impiegammo ore per lavare via la
schiuma. Tremando, tolsi la loro porta
dai cardini, e la cambiai con quella di
una stanza vuota.
Quando finii, tutti mi applaudirono.
“Sei un eroe.” Yonatan mi diede una
pacca sulla schiena. “Tutti in cucina:
brindiamo alla salute di Ichmad.”
Ci riunimmo in cucina insieme, ebrei
e arabi, e bevemmo salep con cannella,
farina di cocco e pistacchi sminuzzati.

***

Mi laureai in Fisica, Chimica e


Matematica con i voti migliori della
classe. Oltre a continuare con lui la
ricerca, il professor Sharon mi propose
di diventare suo assistente, abilitato
all’insegnamento e con tanto di
stipendio. Grazie alla gestione di Mama,
avrei guadagnato molto di più di quanto
le servisse per nutrire e vestire tutta la
famiglia.
Il professor Sharon insistette per
farmi da relatore per la
specializzazione. Insieme avevamo
pubblicato cinque articoli sul
prestigioso “Journal of Physics”. Prima
della nostra ricerca, in tutta la sua
carriera, lui aveva pubblicato sul
“Journal” solo tre volte. Jameel e io
continuammo ad abitare insieme, dato
che lui stava frequentando la
specializzazione in matematica.
La stessa settimana in cui cominciai a
lavorare come assistente del professor
Sharon, mi innamorai.
“Amani,” disse lei quando venne il
suo turno di presentarsi alla classe.
Incontrai i suoi occhi grandi, colore del
miele, e i nostri sguardi si incrociarono
per un attimo. In tutti gli anni passati
all’università, non avevo mai conosciuto
una ragazza araba attraente, fino a che
arrivò Amani. Le ragazze carine si
sposavano prima dei diciotto anni.
Durante quel semestre, anche il
professor Sharon si innamorò.
L’Associazione per la pace nel mondo
aveva mandato la sua giornalista, Justice
Levy, un’americana, per intervistarci sul
nostro lavoro. Justice aveva selvaggi
capelli rossi, che continuava a scostare
dal viso mentre era seduta nell’ufficio
del professore. Gli occhi vivaci
osservavano le mensole cariche di libri.
Con una gonna leggera lunga fino ai
piedi, una maglietta tinta a nodi e un
gilet di macramè, gli orecchini e un
medaglione grosso come un pugno con il
simbolo della pace, era l’esatto opposto
di Aliyah, la sua ex moglie.
Durante l’intervista il professor
Sharon non le tolse mai gli occhi di
dosso. Lei fece le sue lodi per avermi
accettato come suo assistente
ricercatore. Cominciarono a uscire
insieme. Dopo poco tempo lui si traferì
nel suo appartamento. Justice insisteva
perché il professore mi invitasse a cena
almeno una volta a settimana. La mia
relazione con Amani, invece, restava
confinata nella mia immaginazione.
Poche settimane dopo il giorno in cui la
notai, raccontai a Jameel che era nella
mia classe: lui mi disse che veniva da
Acri.
“Perché non è sposata?”
“Ha avuto molte proposte,” spiegò
Jameel, “ma le ha rifiutate tutte. Quando
suo padre voleva obbligarla a sposare
suo cugino, lei ha fatto lo sciopero della
fame. Lo sai che alle superiori era la
migliore della classe?”
Volevo fargli un milione di domande,
ma non sarebbe stato appropriato.
Durante la settimana, aspettavo il
martedì e il giovedì mattina, dalle nove
alle dieci, per poter scambiare uno
sguardo con lei.
Alla fine del primo semestre raccolsi
gli esami finali e andai dritto nel mio
ufficio. Il professor Sharon aveva fatto
in modo che avessi una stanza con una
scrivania, una lampada e tre sedie di
plastica dove ricevere gli studenti.
Scorsi i fascicoli blu degli esami finché
trovai quello di Amani. Aveva raggiunto
il sessantaquattro per cento. Rimasi
deluso. Avevo sperato che, oltre a
essere bellissima, fosse anche una mente
brillante; ma sapevo anche che potevo
aiutarla.
Dopo che ebbi riconsegnato i compiti,
annunciai che sarei stato a disposizione
nel mio ufficio, dopo le lezioni, per
aiutare gli studenti che avessero
intenzione di sostenere il Moed Bet, il
secondo appello concesso a chi volesse
provare a migliorare il proprio voto.
Ero nel mio ufficio a leggere un libro
sulla meccanica quantistica, quando
sentii bussare. “Avanti,” risposi in
ebraico.
Amani fece la sua comparsa:
indossava un paio di jeans a zampa e
una maglietta rossa. I capelli corvini le
incorniciavano il viso di porcellana.
Feci un respiro profondo. Era venuta
con un’amica, una ragazza sovrappeso e
con l’acne, che aveva il compito di
controllare che non succedesse nulla di
sconveniente.
“Come posso esserle utile?” chiesi in
arabo, sorpreso di riuscire a formulare
una frase di senso compiuto. Era una
situazione molto disdicevole: uno
scapolo che aiutava una ragazza non
sposata. Le ragazze per bene non
parlavano con un uomo che non fosse
loro marito, ma noi non eravamo al
villaggio. L’unica regola di cui ero
sicuro era che quella porta doveva
rimanere aperta.
“Può aiutarmi?” chiese Amani.
“È disposta a impegnarsi?”
“Farò qualunque cosa.” Mentre
parlava, mi fissava dritto negli occhi.
“La scienza è la mia vita.”
“Perché?”
“Le leggi della natura.” Sorrise. “Mi
affascinano.”
Con la mano, indicai le due sedie di
fronte alla mia scrivania.
“Accomodatevi.” Le ragazze si
sedettero. “Ha portato il suo esame?”
Amani mise lo zaino nero sul tavolo e
sfilò il foglio del suo compito. Mentre lo
appoggiava davanti a me, piegò appena
la testa di lato e si allontanò dal volto i
capelli lisci come la seta, mentre
continuava a tenere gli occhi legati ai
miei.
Provai a non guardarla.
“Cominciamo dalla prima domanda.
Un motore elettrico, la cui potenza è di
0,25 cv, è utilizzato per sollevare una
cassa alla velocità di 5,0 cm/sec. Di che
dimensioni è la cassa che può essere
sollevata tenendo costante tale
velocità?” Mi schiarii la voce.
“Ipotizziamo che la potenza del motore
sia 0,25 cv=186,5 W. In 1,0 sec la cassa
viene sollevata per un tratto di 0,050
m.” Aprii la bocca per continuare, ma
Amani mi interruppe.
“Quindi, il lavoro svolto in 1,0 sec=
(peso)(variazione d’altezza in 1,0 sec)=
(mg)(0,050 m). Per definizione,
potenza=lavoro/tempo, quindi 186,5W=
(mg)(0,00 m)1,0 sec. Se usiamo g=9,81
m/sec2, troviamo che m=381 kg. A
questa velocità costante, il motore può
sollevare una cassa di circa 0,38x103
kg.”
La fissai.
Lei mi fece l’occhiolino.
Guardai l’orologio. Cinque minuti
dopo avrei dovuto tenere la lezione di
Fisica avanzata. Fissai un altro
colloquio con Amani per il mattino
seguente nel mio ufficio, anche se
cominciavo a sospettare che non le
servisse davvero il mio aiuto. Mi chiesi
come mai fosse andata così male nel
compito.
Mi sentivo potente quando ero di
fronte a una classe, anche se indossavo i
vestiti fatti a mano da Mama.
L’equilibrio era cambiato: nelle mie
lezioni, avevo io l’autorità.
L’insegnamento mi dava sicurezza,
soprattutto con Amani.
Tutti, israeliani e arabi, mi dicevano
che assomigliavo all’attore Omar Sharif.
Vidi una sua fotografia su un giornale
israeliano. Il governo Nasser gli aveva
quasi revocato la cittadinanza egiziana
quando la sua relazione con Barbra
Streisand, sostenitrice d’Israele, fu resa
pubblica dalla stampa. In alcune
occasioni avevo notato che le ragazze
israeliane mi guardavano, ma non mi ero
davvero sentito sicuro di me finché non
avevo iniziato a insegnare.
Per una settimana Amani venne nel
mio ufficio tutte le mattine, sempre con
l’amica al suo fianco, finché, un giorno,
si presentò da sola. Quando le aprii la
porta, lei non entrò.
“Oggi Silwah è malata.” Sorrise e
aggrottò la fronte.
Feci spallucce. “Lascerò la porta
aperta.”
Con un ampio sorriso, entrò e si
sistemò sulla sua solita sedia. Io mi misi
vicino a lei. Girò la testa verso di me e i
nostri occhi si incontrarono ancora.
Nessuno di noi due se ne accorse allora,
ma ero sicuro che fu in quel momento
che ci innamorammo.

***

Amani superò il Moed Bet a pieni


voti. Avrei voluto credere che il merito
fosse delle mie ripetizioni, ma
cominciavo a sospettare che, la prima
volta, avesse preso un brutto voto
apposta, per avere l’occasione di
conoscermi meglio.
Mia sorella minore, Nadia, si era
sposata il mese prima con un vedovo di
nome Ziad che aveva già sette figli. Mia
madre era al settimo cielo. La prima
moglie dello sposo era appena deceduta
e né la sua famiglia né la nostra
potevano permettersi di pagare una
cerimonia. Mama aveva portato il
contratto di matrimonio a casa perché
Nadia lo firmasse.
Mia sorella incontrò suo marito dopo
averlo sposato, quando si trasferì nella
casa dei suoceri, in una stanza che era la
metà della mia al dormitorio, dove
abitava con lui e i suoi sette figli. Mi era
dispiaciuto che Baba non avesse potuto
vedere sua figlia entrare nella famiglia
di suo marito, così promisi a me stesso
che io avrei aspettato che lo
rilasciassero. Fu felicissimo di sapere
di Amani: gli dissi che non mi sarei
sposato prima che lui fosse uscito di
prigione. Mia madre era impaziente,
voleva che iniziassi la mia famiglia, ma
anche lei voleva che Baba fosse
presente. Lui mi scrisse che non dovevo
aspettarlo, ma io lo convinsi che
sarebbe stato meglio per i miei studi se
prima mi fossi specializzato, e su questo
anche lui si disse d’accordo.

***

Alla fine della specializzazione, il


professor Sharon e io eravamo appena
riusciti a farci un’idea più chiara su
come procedere per costruire nuovi
materiali. Lui suggerì che usassi
l’argomento per la mia tesi, ma io
obiettai che era prematuro. Il potenziale
era molto alto, ma avrebbero potuto
volerci decenni e io avevo bisogno di
qualcosa di noto, consolidato e veloce,
per il bene di Baba.
“Se vuole il frutto, deve allungarsi a
prenderlo.” Mi spiegò che si trattava di
un investimento a lungo termine.
“Possiamo farcela se lavoriamo
insieme.”
“Ma la mia famiglia…”
“Preferisce la strada sicura e facile, o
quella che porta alla grandezza?”
“Mio padre…”
“Vuole che suo figlio si accontenti di
meno di quello che può ottenere, o un
figlio che esprima tutto il suo
potenziale?”
“Va bene, mi ha convinto.”

***

Il professor Sharon e Justice si erano


sposati a metà del mio corso di
specializzazione. Amani e io avevamo
una relazione platonica e continuavamo
a incontrarci per discutere dei suoi
compiti di fisica. Non avevamo bisogno
di parlare dell’intesa che c’era fra noi.
Sapevo anche che non ci sarebbe stato
niente di intimo, nemmeno un bacio,
finché non ci fossimo sposati. In ogni
caso, era ormai chiaro a tutti che
eravamo una coppia, perché Amani
continuò a venire da me anche dopo aver
superato l’esame del corso, semestre
dopo semestre, per i due anni e mezzo
successivi. Si sarebbe laureata il primo
anno del mio dottorato. Ogni semestre
usciva con i voti più alti della classe, e
rientrava nella lista degli studenti
migliori.
Due settimane prima che Amani si
laureasse e tornasse al suo villaggio, ci
incontrammo nel mio ufficio. Si stava
preparando per l’esame finale in
Astrofisica, quando la guardai negli
occhi colore del miele. Desideravo
passare le dita nei suoi capelli lisci e
neri e slacciarle il vestito color crema,
ma sapevo che non potevo nemmeno
baciarla.
“Mi faresti il grandissimo onore di
diventare mia moglie?” Avrei dovuto
chiederlo prima a suo padre, ma quelle
regole valevano solo per il villaggio.
Lei sorrise.
“Mio padre è in carcere.” Avevo
paura della sua reazione, così abbassai
gli occhi sulla scrivania. Ogni volta che
saltava fuori l’argomento, avevo trovato
un modo per aggirarlo. La nostra
relazione si limitava alle sue visite nel
mio ufficio: ogni altro tipo di incontro
avrebbe potuto metterla nei guai con la
sua famiglia.
“Non lo sapevo,” disse lei.
“Lo rilasceranno alla fine di questo
anno scolastico.” Non volevo dirle per
quanto tempo era stato detenuto. “Vorrei
sposarti allora.”
“Mio padre.” Dalla sua espressione,
sembrava che avesse appena bevuto del
latte rancido. “Non lascerà che io ti
sposi a meno che non rispettiamo la
tradizione.”
“Dove vorresti celebrare il
matrimonio?” chiesi.
“Ovunque, ma non ad Acri.” Sorrise.
“E dove vivremo?”
Alzò le spalle.
“Ti amo.” La guardai negli occhi.
Avrei voluto prenderle la mano e
stringerla nella mia.
Amani si sporse verso di me e mi
baciò. Il suo bacio mi colse di sorpresa.
Volevo che mi toccasse ancora; tutto il
mio corpo lo voleva. Chiusi gli occhi
per un attimo. Profumava di brezza
fresca.
“Amani,” dissi e le presi il volto tra
le mani. Lei sorrise e mi baciò di nuovo.
Sapevo che era l’unica opportunità che
avevo per baciarla, così la trattenni a me
più a lungo che riuscii. Lei sbatté le
sopracciglia. Insieme, piegammo le
nostre teste.
“Jameel è in camera?” chiese.
Dovevo aver sentito male: non
potevamo andare oltre. Se qualcuno
l’avesse scoperto, non sarebbe stata
solo la reputazione di Amani a uscirne
distrutta, ma anche quella della sua
famiglia. Nessuno avrebbe sposato le
sue sorelle ancora nubili, e la gente
avrebbe parlato male dei suoi genitori.
Se la famiglia di Amani era davvero
conservatrice, lei avrebbe anche potuto
essere picchiata o uccisa. Le aveva dato
di volta il cervello.
33.

Abbas e io aspettavamo fuori dal


cancello del Centro di detenzione di
Dror. Ripensai a che cosa sarebbe
successo se Jameel non fosse stato in
camera. No, mi dissi, presto saremmo
stati sposati. Mama e Nadia erano a casa
a cucinare per la festa di bentornato di
Baba. Hani era nervoso, dato che non
aveva ricordi di nostro padre. Fadi
avrebbe voluto venire con noi, ma gli
israeliani non permettevano che ogni
detenuto fosse ricevuto da più di due
persone, per evitare che la sua
liberazione diventasse una festa.
Avevo voluto che fosse Abbas a
venire con me: speravo che Baba
riuscisse a fargli cambiare idea, a
convincerlo che la violenza non era la
soluzione. Abbas era ossessionato da
George Habash e il Fronte popolare per
la liberazione della Palestina.
A mezzogiorno cinque soldati
israeliani aprirono il cancello, tenendo
le mitragliette cariche puntate verso di
me, Abbas e tutti gli altri palestinesi,
decine di persone, che aspettavano
trepidanti che i loro cari fossero
rilasciati.
Mentre prendevamo parte a questo
strano balletto, il vento si fece più forte.
I granelli di sabbia cominciarono a
vibrare, poi a saltare. Il movimento
della sabbia produsse un campo di
elettricità statica provocato dalla
frizione. La sabbia che si sollevava da
terra acquistò carica negativa rispetto al
suolo, che rilasciava sempre più
granelli. Prima che potessi
accorgermene, la sabbia ci investì. Non
riuscivo a vedere niente. Mi era entrata
nella bocca, nelle orecchie, negli occhi.
I bambini urlarono. Gli uomini si
avvolsero la kefiah intorno al viso, le
donne fecero lo stesso con i veli. Abbas
alzò le braccia per proteggersi il volto,
ma quel movimento troppo veloce lo
fece gemere di dolore. Quando la
tempesta si placò, mi scossi la sabbia
dal corpo e poi provai a pulire la faccia
di Abbas, in modo che non dovesse
muovere le braccia, ma lui mi ordinò di
fermarmi. La tensione tra noi era
palpabile. Era incredibile quanto ci
fossimo allontanati crescendo.
Desideravo con tutto me stesso trovare
un terreno d’intesa, ma lui sabotava ogni
mio tentativo. Non riusciva a
perdonarmi il fatto che lavorassi con il
professor Sharon.
I detenuti erano seduti a terra, coperti
di sabbia. Un soldato cominciò a
elencare dei numeri.
“Uno, due, tre, quattro…” contò, per
finire con il numero 2023.
Quando un prigioniero sentiva il suo
numero, si girava con la faccia rivolta
alla prigione. Nella folla, riuscii a
distinguere Baba.
Il soldato in capo fece mettere in fila i
ventotto detenuti che dovevano essere
rilasciati. Quando Baba si unì al gruppo,
alcuni prigionieri gli strinsero la mano,
altri gli diedero il cinque. Perfino le
guardie vicino a lui gli gridarono i loro
saluti, augurandogli buona fortuna. Ogni
parola colpiva Abbas come una frustata.
Due soldati perquisirono i prigionieri
uno a uno mentre questi avanzavano,
sempre in fila, attraverso il cancello
dove noi li aspettavamo. Alcune guardie
armate li accompagnavano.
I carcerati, vestiti di nero, erano di
tutte le età. Alcuni non dovevano avere
più di dodici o tredici anni; altri
dovevano essere sulla settantina. I
militari trascinarono cinque prigionieri
che non sembravano in grado di
camminare da soli. Baba finì per essere
l’ultimo, perché tutti lo fermavano per
salutarlo; perfino i soldati di guardia al
cancello gli diedero una pacca sulla
schiena.
Incapace di aspettare, gli corsi
incontro. Gli mancavano i due denti
davanti e il suo viso era stropicciato
come un sacchetto di carta. Abbas e io
gli baciammo la mano destra. Zio Kamal
aspettava dietro l’angolo, nella
macchina che usava come taxi. Erano
passati molti anni dall’arresto di Baba e
gli israeliani non sorvegliavano più i
nostri amici o la nostra famiglia.
Mama e Nadia avevano decorato la
macchina incollando dei fiori di plastica
e l’avevano riempita di biscotti ai
datteri e alle mandorle, pistacchi e
mandorle, fichi, albicocche, arance, uva
e bottiglie d’acqua. Baba si sedette
vicino a zio Kamal, ma continuava a
guardare me ripetendo: “Non posso
credere che vai all’università”.
Abbas era piegato in avanti e si
teneva le braccia attorno alle costole,
guardando fuori dal finestrino. Né io né
Baba sapevamo che cosa dire per tirarlo
su di morale.

***

Quando arrivammo, il cortile della


casa nuova della mia famiglia brulicava
di gente del villaggio. Ero felice che
Baba non avesse dovuto vedere le tende
luride in cui eravamo stati costretti a
vivere per tanti anni. Non era ancora
uscito dall’automobile che Mama, Nadia
e Fadi corsero ad abbracciarlo e
baciarlo. Con le lacrime agli occhi, lui
disse: “Se solo Amal e Sara fossero
ancora con noi”.
Hani si tenne un po’ in disparte. Lo
feci avvicinare a Baba e lui gli tese la
mano: Baba la strinse nella sua. Era
strano vederli così, ma speravo che si
sarebbero presto abituati l’uno all’altro.
Familiari e amici gli si affollarono
attorno.
Abu Sayeed aveva portato il suo
violino e Mama regalò a mio padre un
oud di seconda mano. In un istante, come
se quei quattordici lunghi anni non
fossero mai passati, Baba e Abu Sayeed
cominciarono a suonare insieme. Mio
padre suonava e cantava a squarciagola.
Ridemmo e ballammo fino all’alba.
L’occupazione militare del nostro
villaggio era terminata nel 1966, quindi
non dovevamo più rispettare il
coprifuoco. Adesso l’esercito
controllava la Cisgiordania e Gaza. Le
tende del campo profughi in
Cisgiordania stavano diventando poco a
poco un dedalo di muri di cemento e tetti
di lamiera. Durante il giorno, si sentiva
il rumore dei bulldozer e degli spari. Le
notti erano tranquille, dato che la gente
viveva rinchiusa per il coprifuoco.
Il giorno seguente portai Baba sul
retro della casa e gli mostrai i
quattordici ulivi che avevamo piantato
in suo ricordo. Amal e Sa’dah, i due
ulivi originari, erano ricresciuti alti e
forti. Mi ricordavano la mia gente.
Avevo passato ore a guardare gli
israeliani raccogliere le olive dagli
alberi che avevano confiscato al nostro
villaggio: per farlo, picchiavano con
violenza i rami con dei bastoni, per far
cadere i frutti. Era incredibile come,
nonostante dovessero sopportare le
botte, il terreno arido e il caldo feroce,
gli alberi sopravvivessero e dessero
sempre nuove olive, anno dopo anno,
secolo dopo secolo.
Sapevo che la loro forza era nelle
radici, così profonde che anche se il
tronco veniva tagliato continuavano a
vivere e a mettere nuovi germogli per
creare nuove generazioni. Avevo sempre
creduto che, come per gli ulivi, anche la
forza del nostro popolo risiedesse nelle
radici.
Sotto il mandorlo parlai ancora a
Baba del mio desiderio di sposare
Amani. Lui mi diede la sua benedizione.
Quella notte, mentre ero seduto fuori con
Mama e i miei fratelli a bere il tè,
annunciai a tutti le mie intenzioni.
“Finalmente!” esplose Mama.
Sarei andato a casa di Amani e
l’avrei chiesta in sposa.
34.

Sull’autobus che mi avrebbe portato a


casa di Amani preparai le parole da dire
a suo padre e pensai alla nostra vita
insieme. Ci saremmo sposati nel mio
villaggio. Il nostro primo maschio si
sarebbe chiamato Mahmud. Non vedevo
l’ora di baciarla, di poterla toccare.
Dopo aver completato il dottorato, avrei
fatto un post dottorato all’estero, forse in
America. Forse sarei diventato
professore in un’università americana.
Amani desiderava andare in America.
Nell’istante in cui bussai alla porta,
cominciai a preoccuparmi del mio alito.
Avevo la gola secca. Non potevo certo
chiedere la sua mano con l’alito cattivo.
Un uomo venne ad aprire.
“Buonasera, mi chiamo Ichmad
Hamid.”
L’uomo, che sembrava sulla
cinquantina, aveva gli stessi zigomi e la
stessa linea del viso di Amani. Attesi,
ma suo padre rimase in silenzio. Non mi
aveva nemmeno invitato a entrare.
“Sono dottorando in fisica
all’Università ebraica di Gerusalemme.
Vorrei parlarle.”
Senza lasciar trasparire nessuna
emozione, mi fece cenno di passare. Poi
guardò fuori come se volesse controllare
che nessuno mi avesse visto entrare. Una
volta dentro, rimasi in piedi, perché suo
padre non mi aveva dato il permesso di
sedermi sui cuscini per terra. Ero ancora
preoccupato per il mio alito.
“Ho incontrato sua figlia Amani
all’università.” Non riuscivo a credere
che non mi avesse nemmeno offerto un
po’ d’acqua. Mi fissò. Il silenzio nella
stanza era assordante. Ogni minuto
sembrava lungo un mese.
“Vengo dal Triangolo.” Mi ero
dimenticato quello che volevo dire.
Quel silenzio imbarazzante continuava a
riempire la stanza. Suo padre aveva di
sicuro capito che cosa volevo, non
avevo altre ragioni per presentarmi a
lui. Ero un dottorando in fisica: mi ero
guadagnato il rispetto dei professori e
degli studenti, ebrei e arabi.
Amani aveva già ventun anni: dalle
mie parti, la maggior parte delle ragazze
arabe alla sua età erano già sposate e
avevano molti figli.
Ripensai a come Mama era saltata di
gioia quando Ziad aveva chiesto in
sposa mia sorella offrendole niente di
più che una camera nella casa dei suoi
genitori. Nadia e Ziad avevano avuto
altri due figli, e mia sorella era incinta
del terzo. Erano già in undici ad abitare
quella stanza.
Il padre di Amani, le mani sui fianchi,
si comportava come se gli stessi facendo
perdere tempo.
“Sono venuto per chiederle in sposa
sua figlia Amani.”
“No.” Il suo rifiuto fu immediato.
Era come aver preso uno schiaffo
dritto in faccia. Rimasi lì, in piedi,
pietrificato per qualche secondo. Non
avevo mai considerato la possibilità che
suo padre potesse negarmi il permesso.
Forse sapeva che Baba era appena
uscito di prigione. Poteva averlo sentito
dagli israeliani. Provai a pensare alla
mia prossima mossa.
“Perché no?” chiesi.
“È già sposata con il figlio di mio
fratello.”
Un coltello nel cuore mi avrebbe fatto
meno male.
“Dov’è?” chiesi. “Voglio parlarle.”
“Vive con suo marito.”
Riuscii solo a borbottare: “Grazie.
Grazie per il suo tempo, signore,” e mi
precipitai fuori. Una volta in strada,
maledissi la mia cultura, che negava alle
donne la possibilità di scegliersi il
marito. Avevo dato per scontato che
Amani avrebbe aspettato che io andassi
a farle la proposta di matrimonio. Come
se Baba non avesse già sofferto
abbastanza, avrei anche dovuto dirgli
che ero stato rifiutato. Anch’io soffrivo:
l’idea di vivere senza di lei era
insopportabile. Mi chiesi se sapeva già
che avrebbe dovuto sposare suo cugino
e se era a causa sua che aveva fatto lo
sciopero della fame. Cominciai a
sospettare che fosse quello il motivo per
cui aveva iniziato a frequentare me, per
rendersi indesiderabile ai suoi occhi. Se
fosse venuta a letto con me, e poi fosse
stata costretta a sposare suo cugino, lui
l’avrebbe rimandata alla sua famiglia
perché non era vergine.
Mi diressi a casa di Jameel. Lui
sapeva che avevo intenzione di chiedere
la mano di Amani, avrebbe anche potuto
avvertirmi che era promessa a suo
cugino.
Abu Jameel, baffi sempre curati e una
veste bianca, mi aprì la porta. “Che
onore,” mi accolse. “Entra, ti prego. Fa’
come se fossi a casa tua. Um Jameel,
portaci del tè, abbiamo un ospite
importante. È venuto a trovarci Ichmad.”
Um Jameel entrò con dei bicchieri di
tè e alcuni biscotti. “Vado a preparare un
vassoio dei miei dolci migliori, in onore
della tua visita.” Sorrise.
“Jameel mi ha detto che stai
preparando il dottorato. Sono molto
felice che voi due continuiate a vivere
insieme,” mi disse Abu Jameel.
Um Jameel tornò nella stanza con
biscotti ai datteri ancora caldi e un
piatto di baklava. Parlavamo già da
un’ora dei miei successi accademici, di
fisica, chimica e dell’università, quando
Jameel fece il suo ingresso nella sala.
Mi salutò. “Quale onore. Vieni,
voglio mostrarti una cosa.” E mi
condusse in camera sua.
Fui sollevato di potergli parlare in
privato, anche se il fatto che Abu
Jameel, il preside della scuola superiore
araba di Acri, mi avesse trattato con
tanto rispetto, soprattutto dopo il rifiuto
del padre di Amani, mi aveva fatto
sentire bene.
“Devo dedurre che hai saputo di
Amani?” mi disse Jameel non appena
entrammo in camera sua.
“E tu lo sapevi?”
“Si è sposata ieri.”
Ieri. Proprio mentre io festeggiavo
con la mia famiglia l’idea che l’avrei
chiesta in sposa, come se il nostro
matrimonio fosse cosa certa.
“È degno di lei?”
“Non è riuscito a finire l’università di
Haifa. Credo che Amani dovrà
mantenere tutti e due.”
“E la mia amicizia con lei?”
“I pettegolezzi sono come una
tempesta di sabbia.”
Fissai triste la porta. “Sapeva che
avrebbe dovuto sposarlo?”
“Penso di sì.”
Faticavo a respirare. Mi aveva usato.

***

Sull’autobus che mi avrebbe riportato


a casa, pensai ad Amani pieno di rabbia:
all’improvviso mi resi conto che la mia
famiglia mi stava aspettando per avere
notizie della mia futura moglie.
Quando raggiunsi la cima della
collina, Mama e Nadia mi corsero
incontro ululando. Dietro di loro, riuscii
a scorgere Baba: sorrideva. Non sapevo
che cosa raccontare.
“Finalmente delle buone notizie,”
esclamò mia madre.
Mama e una Nadia molto incinta,
accerchiata dai suoi due figli e sette
figliastri, mi seguirono in casa, ancora
agitati. Il profumo dei biscotti alle
mandorle riempiva l’aria: come minimo,
avevano cucinato tutto il giorno per
festeggiare il mio fidanzamento.
“Congratulazioni, figlio mio.” Baba
allungò le braccia per stringermi, poi si
fermò. “Lasciatemi un minuto da solo
con Ichmad.” Insieme ci dirigemmo ai
piedi del mandorlo.
Io fissavo per terra.
Baba mi mise una mano sulla spalla.
“Che cosa è successo?”
“Il matrimonio non ci sarà.”
“Non era destino.” Baba mi
abbracciò.
Lo allontanai. “Che cosa devo fare?”
“Nella vita, il successo non si misura
con il numero delle volte che abbiamo
fallito, ma in base a come abbiamo
reagito a tali fallimenti. Tutto accade per
uno scopo: vuol dire che devi ancora
incontrare la donna per te, devi solo
trovarla.” Mi diede una pacca leggera
sulla schiena. I miei sogni infranti
pesavano su di me come un macigno;
tornando in casa, Baba dovette
sostenermi di forza. “Concentrati sui
tuoi studi e sii paziente. Quando meno te
lo aspetti, la troverai.”

***

Per i tre anni successivi continuai a


lavorare al dottorato con la supervisione
del professor Sharon. La mia tesi
sull’invenzione di un materiale diverso
dal silicone attirò l’interesse
internazionale, e mi fu riconosciuto il
Premio Israele per la Fisica. Il professor
Smart, del Massachusetts Institute of
Technology e vincitore di un Premio
Nobel, contattò il professor Sharon per
un’eventuale collaborazione e lo invitò a
sfruttare l’imminente anno sabbatico
dall’insegnamento per lavorare nel suo
istituto. Il professor Sharon rispose che
non sarebbe partito senza di me.
“Non posso venire,” dissi al
professore. “La mia famiglia ha bisogno
di me.”
Mi fissò dalla sua scrivania. “Io ho
bisogno di te.”
“Non posso abbandonarli,” risposi.
Anche se ero uno studente a tempo
pieno, riuscivo a mantenere la mia
famiglia con lo stipendio da assistente.
Se fossi partito, i miei avrebbero dovuto
vivere solo della misera paga che Fadi
prendeva lavorando al macello. Il
professor Sharon era al corrente della
situazione.
“Ho già parlato con il professor
Smart.” Un sorriso si fece strada sul suo
volto. “Puoi lavorare come post
dottorando. Riceveresti uno stipendio di
10.000 dollari all’anno. Se resti qui, non
guadagnerai mai una cifra simile.”
Aveva ragione. In Israele non c’erano
posizioni accademiche disponibili e
ogni lavoro adeguato alla mia qualifica
richiedeva il servizio militare.
“Mi lasci qualche giorno per
pensarci.” Nel fine settimana sarei
andato a casa e ne avrei parlato con
Baba. Dopo essere stati separati per
quattordici anni, non volevo andare a
vivere così lontano da lui.
***

Tornato a casa, raccontai a Baba


dell’offerta di post dottorato. Lui mi
disse che dovevo andare e rifiutò di
ascoltare ogni mia obiezione.

***

Quando ebbi finito il dottorato, il


professor Sharon, Justice e io ci
imbarcammo su un aereo diretto verso
gli Stati Uniti. Avevo intenzione di
vivere nel modo più spartano possibile,
così da mandare a casa ogni centesimo
che mi fosse avanzato. Mentre
prendevamo velocità, guardai dal
finestrino il ronzio dell’aeroporto. La
quantità di moto aumentò e, prima che
potessi accorgermene, ci sollevammo da
terra.
“Grazie, professor Sharon,”
mormorai.
“Chiamami Menachem,” ripose
sorridendo.
PARTE TERZA
1974
35.

Dalle immense finestre di Baker


House, il dormitorio storico
dell’istituto, riuscivo a vedere la riva
del fiume Charles. Menachem e io ci
aggiravamo tra gli edifici, i colonnati e
le volte del Mit. Al pianoterra era
possibile passare da un palazzo all’altro
senza mai uscire: era una caratteristica
che apprezzavo molto, perché nel New
England conobbi il freddo come non
l’avevo mai provato.
“Vieni nel mio ufficio, ho qualcosa
per te,” mi disse Menachem. Justice ci
stava aspettando. Da sotto la scrivania
estrasse un pacchetto regalo, tenendolo
per un grosso fiocco dorato. Erano
sedici anni che non ricevevo un regalo,
da quando Baba mi aveva dato le lenti
del telescopio per il mio dodicesimo
compleanno.
“Per ringraziarti di aver accettato di
aiutare Nora,” spiegò Justice. “Solo un
pensiero da parte mia e di Menachem.”
Nora era la presidentessa del gruppo
pacifista di Justice, Ebrei per la
giustizia: era una delle donne che
avrebbe portato a Gaza quell’agosto.
Justice mi aveva chiesto di insegnarle
l’arabo: anche se non le avrei mai
rifiutato un favore, avevo paura di
togliere tempo alla mia ricerca.
Sciolsi con cura il nastro d’oro,
cercando di non strappare la carta
bianca decorata con il simbolo della
pace, sempre d’oro. All’interno, trovai
una giacca di tweed, con le toppe
scamosciate sui gomiti, un dolcevita,
pantaloni di lana neri e un lungo
cappotto invernale coordinato. La giacca
era in tutto e per tutto simile a quelle che
portava sempre Menachem; aveva anche
lo stesso dolcevita e il cappotto.
“È troppo,” protestai.
“Non è abbastanza.” Justice allargò le
braccia e mi abbracciò. “Provali.”
Andai nel bagno per togliermi i jeans.
“Adesso sembri davvero un post
dottorando del Mit,” commentò
Menachem.

***

Avevamo appuntamento con l’amica


di Justice, e mia futura allieva, al
ristorante Habibi. Fuori dall’edificio, la
bandiera americana sventolava nella
fredda brezza autunnale. Di solito non
amavo passeggiare all’aperto perché
soffrivo per il freddo, ma i miei vestiti
nuovi mi tenevano al caldo e la
sensazione della brezza che mi
rinfrescava la faccia era piacevole.
Già a inizio novembre il clima
cominciava a farsi rigido, e Menachem
doveva aver notato che spesso tremavo.
Anche se avevo abbastanza soldi, non
avevo voluto comprarmi un cappotto.
Risparmiavo più che potevo per la mia
famiglia; nessuno voleva assumere
Baba, perché era stato in carcere.
L’unico modo che aveva di guadagnare
qualcosa era suonando ai matrimoni, ma,
il più delle volte, offriva la sua musica
come regalo di nozze. Abbas non poteva
lavorare e Fadi, al macello, veniva
pagato pochissimo.
La luce delle candele illuminava i
mosaici e i tavoli di legno scuro di
Habibi. Indossavo il mio completo
nuovo. La musica di Fairouz si
diffondeva da altoparlanti nascosti,
quando nel ristorante entrò la ragazza
più bella che avessi mai visto in vita
mia. Le teste si giravano al suo
passaggio: la sua figura irradiava luce.
Una cascata di riccioli d’oro le ricadeva
sulla schiena. La pelle era luminosa,
come la luna.
A mano a mano che avanzava verso di
noi, sentivo il sangue salirmi al viso.
Sembrava che la stanza si fosse aperta
come il Mar Rosso. Ci alzammo.
“Questa è Nora,” la presentò Justice.
Fissai la ragazza con i capelli d’oro. Il
suo vestito mi ricordò la stoffa con il
ricamo tradizionale della mia gente.
Justice presentò Menachem e poi
disse: “E questo è Ichmad, il tuo nuovo
insegnante di arabo”.
E pensare che avevano dovuto
convincermi ad accettare.
“Tasharafna.” Piacere di conoscerti,
disse Nora nell’arabo più sensuale che
avessi mai sentito. “Inta takoun
moualami?” Sarai tu il mio insegnante?
Per lei, mi sarei reso disponibile
giorno e notte. Sarei diventato il suo
schiavo.
Ci sedemmo, e Justice alzò il
bicchiere pieno d’acqua.
“Facciamo un brindisi,” propose.
“Alle nuove amicizie.”
Imitandola, anche noi alzammo i
bicchieri.
“Alla vittoria di Jimmy Carter,”
aggiunse. “E alla pace nel Medio
Oriente.” I bicchieri tintinnarono al
contatto. Nora avrebbe potuto fare la
modella, invece, raccontò Justice, era al
primo anno della facoltà di legge a
Harvard.
“Due giorni alla settimana fa
volontariato a Dorchester, dove aiuta le
donne che hanno subito abusi a ottenere
ordinanze restrittive. Durante i fine
settimana lavora alla mensa dei poveri.
L’estate scorsa Nora ha insegnato
inglese in un campo profughi palestinese
in Giordania,” ci spiegò Justice.
Nora arrossì e abbassò gli occhi.
“Non ho fatto niente di speciale.”
“Ho letto degli articoli su quel
campo,” continuò Justice. “Le
condizioni di vita sono atroci.” Scosse il
capo e mi fissò. “Nora fa una vita molto
affascinante.” La guardò, aspettando che
intervenisse, ma lei restò in silenzio. “È
un’attivista da sempre. Lei e i suoi
genitori sono andati in Sudafrica per
protestare contro l’apartheid. È
un’ispirazione per tutti.”
“Quello che faccio non è abbastanza,”
si schermì Nora.
“Sapevi che Ichmad è uno scienziato
brillante?” continuò Justice.
I miei occhi incontrarono quelli di
Nora, che avevano il colore del cielo di
primavera dopo un temporale. Era
arrossita e abbassò lo sguardo. Forse
non era solo bella e intelligente, forse
era anche modesta e riservata. Sorrisi al
pensiero che potesse avere qualcosa in
comune con le donne del mio villaggio,
dove si faceva della modestia quasi una
forma d’arte.
Nora si sporse verso di me. Sapeva di
fiori freschi. “Questa settimana, al
campus, c’è una conferenza sulla poesia
di Mahmud Darwish,” disse piano.
“Forse può interessarti.”
Prima che potessi pensare a come
rispondere, mi sorpresi a chiederle:
“Posso chiamarti?”.
“Dammi una penna. Ti scrivo il mio
numero.”
“Basta che me lo dici: sono bravo con
i numeri.”
La cena era finita, ma io avevo il
numero di telefono di Nora e ottenni un
altro sorriso radioso prima che
scomparisse nella notte. Era bellissima,
caritatevole, dolce. Studiava legge a
Harvard. Poteva avere qualunque cosa,
vivere ovunque avesse voluto; invece
voleva andare a Gaza.
36.

I suoi capelli biondi la facevano


spiccare come un’arancia in un cesto di
mele. Nora era seduta in prima fila e
indossava una camicia rossa costellata
di specchietti minuscoli. Mi salutò con
la mano e mi invitò a raggiungerla: i
braccialetti d’argento tintinnarono. Il suo
sorriso la illuminava.
“Mi sono appena iscritta a un corso
sui poeti arabi. Mahmud Darwish è così
coinvolgente.” Spostò il taccuino che
aveva usato per occupare il posto
accanto a lei e mi fece segno di sedermi.
Non avevo la minima idea di chi
fosse Mahmud Darwish.
Il professor Elsamooudi, un docente
che veniva dall’Università di Birzet, salì
sul palco. Gli studenti applaudirono.
Il volantino che trovai sulla mia sedia
mi informò che Mahmud Darwish era
nato in Palestina, da dove scappò nel
1948 per tornare da clandestino un anno
più tardi. Non era presente il giorno che
gli israeliani censirono i palestinesi che
erano rimasti nel territorio che sarebbe
diventato Israele, così lo schedarono
come profugo interno e gli assegnarono
lo status di presente-assente. Incarcerato
in varie occasioni per essere stato
sorpreso a viaggiare senza permesso, e
perseguitato per la sua poesia, lasciò
definitivamente il paese nel 1970.
“Neanche quando hanno cancellato il
suo villaggio dalla faccia della Terra,
gli israeliani sono riusciti a mitigare la
nostalgia per la sua patria, la Palestina,”
spiegò il professor Elsamooudi. “Vi
leggerò il brano intitolato Carta
d’identità. Questa poesia in particolare
è diventata un inno per il popolo
palestinese. Per averla scritta Darwish è
stato perfino arrestato.”
Quando il professor Elsamooudi ebbe
finito di leggere, applaudii con tutto il
mio entusiasmo. Mahmud Darwish
aveva trascritto in parole ogni mio
sentimento. Non sapevo nemmeno che
fosse possibile. Mi voltai verso Nora
con gratitudine.
“È così intenso.” Lei si asciugò gli
occhi con un fazzoletto. “Che vergogna,
sto piangendo… è stato così
commovente.”
Non avevo idea che le parole
potessero racchiudere tanto potere e
tanta bellezza. Avrei voluto che anche
mio fratello Abbas potesse leggerle;
forse poteva usare la poesia per sfogare
la sua rabbia, invece di continuare a
citare Habash. Tuttavia, non osavo fargli
avere una copia dell’opera che avevo
appena ascoltato: di sicuro in Israele era
illegale.
“‘Identità’ e ‘Carta d’identità’
divennero due termini molto inflazionati
nel mondo arabo degli anni sessanta,”
spiegò il professor Elsamooudi. “In
particolare tra i palestinesi, che
dovevano combattere per preservare la
propria identità nazionale. Ancora oggi
gli israeliani usano il sistema della
classificazione dei palestinesi attraverso
le diverse carte d’identità.”
“Ichmad!” Mi sentii chiamare con un
sussurro. Mi voltai e vidi Justice.
Menachem era seduto accanto a lei: li
salutai e loro ricambiarono il gesto.
Finita la conferenza, Menachem,
Justice, Nora e io andammo in un bar
chiamato Casablanca: Justice e Nora
parlavano della situazione in Israele e
della resistenza palestinese e di cosa
potevano fare per portare la pace.
Menachem e io discutevamo, cercando
nuovi modi per controllare e manipolare
meglio gli atomi in modo da raggiungere
il nostro scopo. Le nostre vite
appartenevano a mondi separati, eppure
Justice e Menachem sembravano felici
insieme. Forse non parlavano mai.
Justice e Menachem ci lasciarono
dopo il primo giro di tè, ma Nora e io ci
fermammo nel bar fino alla chiusura. Io
continuavo ad aggiungere acqua calda;
alla fine della serata, la mia bustina di tè
non sapeva più di niente.
Nora mi raccontò della sua
incredibile vita; di come, quando aveva
dodici anni, lei e i suoi genitori avevano
vissuto in una tenda con i nomadi del
Sahara per un mese. Ogni volta che si
spostavano, le donne smontavano le
tende, fatte di pali di legno, foglie di
palma e grosse strisce di cotone, e
caricavano i cammelli in meno di
un’ora.
“Ti è piaciuto vivere in una tenda?”
chiesi.
“Era emozionante,” rispose Nora.
“Una vera avventura.”
Non volevo contraddirla
raccontandole delle mosche e zanzare
che si infilavano nelle nostre bocche
mentre dormivamo, o delle piogge
torrenziali e delle estati torride. Nora
era sincera, ma non aveva mai
conosciuto la sofferenza: il suo era il
punto di vista di una turista, una
testimone dell’agonia altrui, che poi
ripartiva con un aeroplano o una jeep
per un’altra escursione. Aveva ancora
tanto da imparare, non solo in arabo, ma
anche riguardo alla vita. E io volevo
essere il suo insegnante.
Secondo Nora c’erano due cose che
dovevo fare: ridere di più e mangiare
una pizza. Decidemmo di incontrarci la
domenica successiva.
Quella notte, sognai di essere su un
autobus che attraversava il deserto e mi
portava al confine del mondo; a un certo
punto apparve Nora su un cammello, con
indosso una veste bianca leggera, che mi
rapì e mi portò a un’oasi vicina.
La mattina seguente, mentre andavo in
ufficio, notai i colori delle foglie
d’autunno, le melodie allegre degli
uccelli, le risate e le chiacchiere degli
studenti nei corridoi, felici di essere
vivi. Prima, non mi ero mai accorto di
quanta bellezza ci fosse attorno a me.

***

Ci incontravamo la domenica per la


lezione di arabo seguita da una tazza di
tè e, ogni volta, ci davamo appuntamento
al fine settimana successivo. I giorni
infrasettimanali erano un’agonia.
Cominciammo a vederci più spesso;
Nora mi portò a sentire altre conferenze.
Ogni tanto, passeggiavamo per
Cambridge.
Io la aspettavo alla casa
d’accoglienza dove faceva volontariato.
Mi sedevo su una panchina fuori dal
vecchio palazzo, che era stato convertito
in una residenza per donne e bambini
che scappavano da mariti e padri
violenti. Nora non ne parlava molto,
diceva solo di essere preoccupata per i
figli che si trovavano in mezzo a una
situazione di violenza, e che
scivolavano tra le crepe di un sistema
che riusciva a mala pena a occuparsi
delle madri.
Dietro la panchina c’era un piccolo
parco con un’area giochi e alcune
altalene. Quattro bambini correvano in
tondo, giocando. Mentre attendevo di
vederla uscire dalla porta principale,
dal parco, sentii scoppiare una lite: due
bambini stavano urlando tra loro. Uno
colpì l’altro al petto, facendolo
piangere. Mi voltai.
Poi sentii la sua voce.
“Siete al sicuro qui.” Mi girai e vidi
Nora in ginocchio, che abbracciava da
una parte il bambino che era stato
colpito, che piangeva appoggiato alla
sua spalla, e, dall’altra, quello che
aveva dato il pugno. Mi sarei aspettato
che lo punisse, ma lei non lo fece.
“Lo so che avete paura,” disse con
dolcezza.
“Io non ho paura; io questo qui lo
odio.” Il bambino che aveva tirato il
pungo cercò di spingere via Nora, ma lei
lo trattenne con gentilezza.
“Anch’io ti odio. Sei un buono a
nulla.” Dopo il pianto, il piccolo aveva
ritrovato il suo coraggio.
“Sapete, non c’è da vergognarsi di
avere paura. Anch’io spesso ho paura.”
Incredulo, quello che aveva fatto il
prepotente chiese: “E perché hai
paura?”.
“A volte mi manca casa mia, e mio
padre. A volte non so che cosa mi
succederà. Sono preoccupata per molte
cose.”
Entrambi la fissavano. “È normale
sentire la mancanza del vostro papà e
dei vostri amici.”
Da arrabbiato che era, il bambino si
fece malinconico. “Non voglio stare qui.
Voglio andare a casa.”
Nora si lasciò andare all’indietro e si
mise a gambe incrociate per terra. I
bambini sedettero sulle sue ginocchia, e
si rifugiarono nel suo calore. “Vi
capisco. A volte le cose sono difficili da
affrontare. Ma quando siete arrabbiati,
voglio che ne parliate. Ditelo a
qualcuno. Non vi metteranno in
punizione. Non è sbagliato sentirsi così,
ma non serve picchiarsi. D’accordo?”
Annuirono.
“È più facile se restate uniti, perché
non sarete soli.” Alzò una mano tra i
due. “Giurin giuretto?”
I bambini ridacchiarono e
agganciarono i loro mignoli alle sue
dita. Pochi istanti dopo, erano nella
sabbionaia che giocavano con dei
camion gialli. Mi voltai di nuovo prima
che Nora si accorgesse che la stavo
spiando. Un giorno, sarebbe stata una
madre bravissima.
Ne ero innamorato e lo sapevo.
Sapevo anche, però, che una relazione
tra noi due era impossibile. Non potevo
sposare una ragazza ebrea. Eppure non
riuscivo a starle lontano.
Ogni volta che Harvard organizzava
un evento sul Medio Oriente, noi
partecipavamo: una cena da Habibi, la
proiezione di un film su tre profughi
palestinesi che cercavano di attraversare
il confine con il Kuwait nascosti nella
cisterna di un camion, una conferenza di
re Hussein di Giordania alla facoltà di
Scienze politiche, un dibattito sulla
violazione dei diritti umani in atto in
Cisgiordania e a Gaza, lo spettacolo di
un gruppo di una scuola superiore di
ballerini di dabka provenienti dal
campo profughi di Deisha, una serata
dedicata alla musica araba. Spesso si
univano a noi anche Menachem e Justice
e, almeno una volta a settimana, Nora e
io andavamo a cena da loro. A volte
Nora portava la pizza nel mio ufficio o
mi invitava da un amico per un
barbecue, al cinema a vedere American
Graffiti o a un concerto di Bob Dylan al
Boston Garden. Quando le spiegai che
non avevo la possibilità di spendere un
soldo di più per accompagnarla, perché
dovevo mantenere la mia famiglia, lei
rimase così commossa che le si
riempirono gli occhi di lacrime. Avevo
pensato che le mie parole avrebbero
messo distanza tra noi, invece sortirono
l’effetto opposto. Ogni volta, giurava di
aver avuto i biglietti in omaggio. Mi
divertivo moltissimo. Cominciai a
capire che c’è molto altro da conoscere
nel mondo, oltre alla scienza.

***

Quattro mesi dopo il nostro primo


incontro andammo a bere il tè alla
Algiers Coffee House, uno dei nostri
posti preferiti. Nora sedeva di fronte a
me, dall’altra parte del tavolo, e mi
teneva la mano.
“Non voglio essere solo un’amica per
te,” mi disse. “Andiamo in camera mia.”
Sorrise e alzò le sopracciglia.
Fino a quel momento, non avevamo
fatto niente di più che tenerci per mano.
Sapevo che quel giorno sarebbe
arrivato, e forse una parte di me lo
voleva, ma non avevo mai ceduto a quel
desiderio. Sapevo qual era il mio
dovere: prendere in moglie una ragazza
del villaggio con cui avere dei figli,
tornare dalla mia famiglia. Non avrei
mai sposato Nora, e il rispetto che
avevo per lei mi impediva di continuare
per quella strada. Però non riuscivo a
dirle la verità.
Mi alzai troppo in fretta e rovesciai il
tè. “No,” esclamai. “Non è possibile.
Devo lavorare.”
I suoi occhi si riempirono di lacrime.

***

Provai a pensare a Nora solo come


una mia studentessa, e nient’altro, ma
ogni notte la vedevo in sogno. Il mio
cuore era lacerato in due: non potevo
pensare a un matrimonio con lei, e non
potevo stare con nessun’altra. Nora era
intelligente e bella. Stava studiando
l’arabo. Più la conoscevo, più mi
rendevo conto che volevo sposarmi per
amore. Volevo una moglie di cui poter
essere fiero, una moglie che fosse prima
di tutto una donna realizzata, ma, dentro
di me, sapevo che non poteva essere
Nora. Non potevo fare questo ai miei
genitori.
Ogni volta che mi invitava ad andare
con lei in camera sua, trovavo un motivo
per rifiutare. “Ho troppo lavoro.”
“Credo di avere l’influenza.” “Ho mal
di testa.” Quell’ultima frase la fece
ridere. “Non lo sai che quella è la scusa
delle donne?” mi prese in giro.
Una sera stavamo cenando insieme al
Casablanca: eravamo seduti accanto al
fuoco in una stanza in penombra, e la
luce delle candele le danzava sul viso.
All’improvviso, lei smise di mangiare,
appoggiò la pita sul tavolo e si
raddrizzò sulla sedia. Avevo intinto la
mia pita nell’hummus e stavo per dare
un morso, quando Nora parlò.
“Voglio stare con te, Ichmad,” mi
disse.
La mia mano restò sospesa a
mezz’aria: non avevo il coraggio di
dirle che non la volevo perché era
ebrea. Lavorare con un ebreo era una
cosa, ma sposarne una e avere figli con
lei era un’altra. In Israele i nostri figli
sarebbero stati considerati ebrei e
avrebbero dovuto servire nell’esercito
israeliano. Il pezzo di pita che tenevo in
mano a gocciolare. Lo misi in bocca e
iniziai a masticare, cercando di
guadagnare tempo. Dopo aver mandato
giù il boccone, mi schiarii la voce. “Ho
promesso a mia madre che avrei sposato
una ragazza del villaggio.”
“Non possiamo andare avanti così,”
rispose lei. “Non lo sopporto. Non puoi
dire a tua madre che hai conosciuto una
ragazza che ti piace?”
“Non capirebbe.”
“Perché no?”
“Non vuole che io sposi
un’occidentale.”
“Io ti amo.” Aspettò una mia reazione,
gli occhi che si riempivano di lacrime.
“Tu pensi che io sia pazza, che non
capisca. Capisco bene, invece, ma ho
scelto di credere nell’amore.” Si alzò e
corse fuori dalla porta.
Non provai a fermarla; il mio cuore si
spezzò.
***

Nora smise di venire a lezione di


arabo. Ogni volta che il telefono del mio
ufficio suonava, rispondevo in fretta, ma
non era mai lei dall’altra parte. Quando
Justice mi chiese che cos’era successo,
risposi solo che non era la donna per
me. Lavoravo senza sosta: se mi tenevo
occupato, riuscivo a non pensarla. Non
avevo bisogno di lei.
Menachem ricevette una donazione di
ventimila dollari dall’Istituto per la
ricerca in nanotecnologie, così andammo
da Habibi a festeggiare. Stavamo
discutendo di che cosa volesse fare di
quel denaro, quando, sedute a un altro
tavolo, vidi Nora con Justice e il loro
gruppo di pacifisti.
“Non mi sento bene,” dissi.
Menachem guardò in direzione di
Justice e Nora. “È stata un’idea di
Justice,” spiegò. “Crede che siate fatti
l’uno per l’altra.”
“Non è possibile.” Afferrai il
cappotto che mi aveva regalato Justice e
camminai nella tempesta di neve verso il
parco di Harvard, finché arrivai alla
panchina dove mi sedevo sempre con
Nora. Per terra c’erano diversi
centimetri di neve. Si gelava, ma io non
avevo ancora messo il cappotto. Mi
sedetti sulla panchina e lasciai che l’aria
fredda mi punisse.
Più cercavo di tenere Nora lontana,
più la desideravo. Dovevo riprendere il
controllo di me stesso. Me ne stavo lì,
seduto nella tormenta, quando Nora
apparve. Mi alzai. Prima che potessi
pensare a cosa fare, lei mi abbracciò
piangendo. Mi strinse forte.
“Non ce la faccio più a starti
lontana,” disse in preda ai singhiozzi.
“Non piangere.”
“Mi dispiace, non so che cosa fare.” I
suoi capelli profumavano di mela verde
e cannella. “Ti amo.”
“Ti prego, Nora, non fare così.”
“Non sono forte come te.”
“Invece sono debole,” risposi. “Non
capisci?”
“Non mi desideri neanche un po’?”
Continuavo a tenere le braccia lungo i
fianchi. “Certo che ti desidero.”
“Allora perché?”
“Dovere. Verso la mia famiglia.”
“Ti prego, non dirmi che non valgo
abbastanza.” Le lacrime le solcavano il
viso. “Mostra loro che si può amare una
ragazza ebrea. Dai l’esempio.”
Nora mi baciò sulle labbra e io
ricambiai il bacio. Solo per un istante
mi concessi quel piacere, le sue labbra
dolci, morbide e invitanti come le avevo
sempre immaginate, poi la allontanai da
me e la accompagnai alla macchina.
Quando lei mise in moto, cominciai a
pensare che forse potevo sposarla: avrei
chiesto a Baba la sua benedizione.
Con i soldi che avevo guadagnato
avevo fatto installare in casa dei miei un
telefono: andai in ufficio e chiamai.
“Baba,” esordii, senza curarmi dei
soliti convenevoli. “Ti prego, ascoltami.
Ho incontrato la donna che voglio
sposare. È bellissima, intelligente,
gentile. Parla arabo e vuole diventare
avvocato per la difesa dei diritti umani.
C’è solo un problema.” Persi un respiro
profondo. “È ebrea.”
Silenzio.
Alla fine, Baba disse: “Gli ebrei non
sono nostri nemici”. Scelse con cura le
parole, scandendole lentamente. “Prima
che fosse decisa la creazione di uno
stato ebraico, ebrei e arabi vivevano in
pace. Sei felice con questa ragazza? Ti
ama? E tu ami lei? Avete gli stessi
valori e gli stessi obiettivi nella vita?”
“Sì. Sì a tutto,” risposi in fretta.
“Allora hai la mia benedizione,”
acconsentì Baba. “Hai sofferto molto.
Ormai sei un uomo adulto, non è giusto
che io ti imponga chi sposare. È una tua
decisione.”
Mama prese il telefono. “Per l’amor
del cielo, stai cercando di strapparmi il
cuore a mani nude?”
“Si è alleato con il nemico!” le urla di
Abbas facevano da sottofondo.
Sentii un po’ di concitazione e
sembrava che la cornetta fosse caduta
per terra. “Richiama più tardi,” mi disse
Baba. La voce di Abbas arrivava dal
fondo: “È fuori di testa!”. Con un clic
leggero, la linea si ammutolì.

***
Aspettai Nora fuori dalla biblioteca
della facoltà di Legge. Quando mi vide,
fu come se una spessa coltre di nuvole si
fosse aperta, lasciando che la luce del
sole si riflettesse sul suo viso; solo che
era buio. Camminammo insieme per il
parco di Harvard. Le stelle brillavano.
Fiocchi di neve cadevano dal cielo e si
appoggiavano sul suo cappellino blu.
Era una notte perfetta. La accompagnai
al dormitorio.
“Posso salire?” chiesi.
Spalancò gli occhi. “Certo.”
La seguii su per le scale fino alla sua
stanza. Girò la chiave per aprire la porta
e, quando entrai, rimasi a bocca aperta:
Nora aveva tappezzato le pareti con le
fotografie dei suoi viaggi.
Ce n’era una che la ritraeva a otto o
nove anni insieme a una ragazza dai
capelli scuri: sulle spalle avevano dei
lunghi bastoni, dalle cui estremità
pendevano secchi d’acqua.
“Guardati!” esclamai, meravigliato
alla vista della piccola Nora.
“Quello era il Laos. L’acqua non era
potabile, ma era tutto ciò che il villaggio
aveva. Per tre mesi all’anno il ruscello
restava secco e i bambini dovevano
camminare quasi nove chilometri ogni
giorno per prendere l’acqua e portarla al
villaggio; dovevano attraversare le
colline e un ponte pericolante. I miei
genitori fecero installare una pompa al
centro del villaggio e misero i soldi per
costruire un nuovo ponte.”
C’era un’altra fotografia di Nora
inginocchiata in un orto di cavoli con tre
ragazze nere magrissime.
“Lì ero in Ruanda. Lo sapevi che il
quattordici per cento della popolazione
mondiale va a letto affamata ogni sera? I
miei genitori facevano parte di
un’organizzazione che inviava volontari
in diverse zone povere del mondo per
fornire agli abitanti aiuto e consigli per
coltivare la terra.”
Nessuno, però, era mai venuto al mio
villaggio. Adesso che eravamo soli in
camera sua, Nora non cercava di
baciarmi.
“Lo sapevi che, mentre quasi il cento
per cento dei bambini americani ed
europei va a scuola, nei paesi più poveri
solo il quarantacinque per cento delle
bambine e il cinquantacinque per cento
dei bambini arrivano a frequentare le
medie? Cinquecentocinquanta milioni di
donne e trecentoventi milioni di uomini
nel mondo non sanno leggere e
scrivere.”
Pensai a Mama, che non aveva mai
avuto l’opportunità di studiare. Pensai
ad Amal e Sara, che erano morte. Pensai
a Nadia, Abbas e Fadi, che avevano
lasciato la scuola. Solo Hani aveva
continuato. Avrebbe dovuto prendere il
diploma alla fine di quell’anno.
Feci voltare Nora verso di me, le misi
un dito sulle labbra e la guardai negli
occhi. “Mi faresti l’onore di diventare
mia moglie?”
“Ichmad.” Era rimasta di stucco. “Sì.”
Mi sporsi su di lei e, per la seconda
volta, ci baciammo. Avrei voluto
baciarla per sempre. “Andiamo nel mio
ufficio. Devo chiamare i miei genitori.”
“Puoi chiamare da qui.”
“Costa troppo.”
“Chiama da qui. La tua famiglia ha
bisogno dei tuoi risparmi. Noi possiamo
mantenerci con il mio fondo fiduciario.
Ti prego, non protestare. Solo così sono
disposta ad accettare: non potrei vivere
sapendo che tolgo soldi ai tuoi.” Mi
passò la cornetta e io composi il
numero.
“Ha accettato,” dissi a Baba. “Ci
sposiamo.”
“Possa Dio concedervi molti anni
felici insieme. Posso parlare con la tua
fidanzata?”
Diedi il telefono a Nora.
“Mi prenderò cura di suo figlio,”
esordì in arabo: il suo sorriso era
immenso come il mare. Poi mi consegnò
di nuovo la cornetta.
Ci sedemmo sul letto.
“Voglio sposarti il prima possibile.”
“Anch’io.” Si sporse e mi baciò.
“Aspetta.” Mi allontanai. “Dovremmo
aspettare fino alle nozze.” Volevo
aspettare per Baba.
Nora rise. “Dici sul serio?”
“Sì.”
Si alzò con le mani sui fianchi.
“Allora sposiamoci subito.”
“E i tuoi genitori?” Mi aveva già
detto che i suoi erano molto liberali, ma
erano anche ebrei.
“Per tutta la vita mi hanno insegnato
che tutti gli uomini sono uguali, che le
differenze sono una ricchezza per le
relazioni umane. Lo vedrai con i tuoi
occhi. Ti piaceranno subito.”
“Voglio sposarti quest’estate, nel mio
villaggio.”
“Non voglio aspettare tanto.”
“Voglio che ci sia la mia famiglia.”
“Faremo lì la cerimonia,” propose
Nora. “Ma firmeremo qui il contratto
civile. Sarà più facile così. In Israele
non sono permessi i matrimoni
interreligiosi. I tuoi genitori non lo
sapranno. Se preferisci, possiamo
firmare un contratto musulmano qui, così
potrai subito fare richiesta per la
cittadinanza americana. Me ne occuperò
io.”
Accettai; dopotutto, avevo ventotto
anni ed ero vergine. Non facemmo
l’amore quella notte, ma, prima di
andarmene dalla stanza, baciai Nora
ancora una volta. Eravamo fidanzati.
37.

“I fiori d’arancio rappresentano


l’amore eterno,” mi accolse Nora,
aprendomi la porta con i fiori nei
capelli. Poi mi diede una scatola.
“Vestiti nuovi per la tua nuova vita.” Mi
cambiai nel bagno degli uomini del
tribunale e riemersi con un dolcevita di
cotone e pantaloni bianchi.
“Ichmad,” mi disse il giudice di pace.
“Comincia pure.”
Abbassai gli occhi sul foglio che
avevo tra le mani. “Mi hai insegnato che
l’amore è un sentimento che non si può
controllare.” Guardai Nora per un
istante e lei mi sorrise. “Non avevo
intenzione di innamorarmi di te, ma non
ho avuto scelta. Dio ti ha creata apposta
per me.” Mi prese la mano libera e la
strinse. Tornai con gli occhi sul foglio.
“Hai illuminato l’oscurità che mi
circondava. Non riesco a immaginare
una vita senza di te: sei la mia luce.”
Lasciai cadere il foglio e presi le sue
mani nelle mie: la fissai negli occhi. “Ci
aspettano i giorni migliori: non vedo
l’ora di iniziare una famiglia e
invecchiare con te. A te va il mio amore
eterno.”
Il giudice si rivolse a lei. “Nora.”
Lei estrasse a sua volta un foglio
dall’abito di seta bianca, che faceva
sembrare i suoi capelli d’oro del colore
della luna. “Che il nostro matrimonio sia
il primo passo verso l’incontro di due
popoli.” Nora si fermò per guardare il
foglio e mi rese partecipe dei suoi
desideri fissandomi con decisione negli
occhi. “Il nostro amore ci ha confermato
ciò che già sapevamo. L’amore
trascende le barriere che gli uomini
costruiscono. Sei l’unico uomo per me.”
Lesse ancora. “Credo che un matrimonio
felice non dipenda solo dal trovare la
persona giusta, ma anche dall’essere la
persona giusta. Spero che, alla fine dei
tuoi giorni, tu possa guardare indietro a
questo momento come a quello in cui mi
hai amato di meno.” Appoggiò il foglio
sulla scrivania del giudice di pace e mi
prese le mani. “Possa il mio amore
liberarti. A te va il mio amore eterno.”
Il giudice consegnò a Nora la brocca
a due beccucci piena dell’acqua che lei
aveva portato per la cerimonia:
prendendola tra le mani, bevve un sorso.
“Quest’acqua simboleggia la santità
della vostra unione.” Lesse ciò che Nora
aveva scritto e poi passò a me la brocca.
Bevvi dall’altro beccuccio. “L’acqua è
un elemento fondamentale, senza il quale
non può esserci vita.” Poi il giudice
appoggiò la brocca sulla sua scrivania e
mi guardò. “Signor Ichmad Hamid,
intendi prendere in moglie la qui
presente Nora Gold?”
Le presi le mani. “Sì.”
Gli occhi di Nora erano lucidi di
lacrime.
“Vuoi amarla, rispettarla e onorarla
finché morte non vi separi?”
“Sì.”
“Prometti di amarla e onorarla in
ricchezza e in povertà, in salute e in
malattia, nella buona e nella cattiva
sorte, non curandoti delle altre donne, e
di dedicarti solo a lei, finché morte non
vi separi?”
“Sì.” Sorrisi a Nora, lei mi strinse
appena la mano e ridemmo piano,
insieme.
“La fede nuziale, senza inizio né fine,
significa amore eterno.” Consegnò a
ognuno di noi l’anello dell’altro e ci
suggerì le parole finali della cerimonia.
“Ripetete dopo di me,” ci disse: “Con
questo anello, io ti sposo”.
Appena indossammo entrambi il
semplice anello d’oro, il giudice di pace
ci dichiarò marito e moglie.
Più tardi, al dormitorio, in camera di
Nora, lei si avvicinò al letto e allungò la
mano verso di me. Mi mossi verso di lei
come se mi avesse ipnotizzato. Le nostre
labbra si incontrarono. Lei mi tolse la
giacca nuova e la piegò sulla sedia
scozzese che c’era vicino al letto. La
camicia, invece, rimase sul pavimento
dov’era caduta.
Avevo paura di non sapere che cosa
fare, ma quando lei si appoggiò a me
sentii il calore del suo corpo e mi
rilassai. Ci baciammo. Con la lingua
convinse le mie labbra ad aprirsi. Nora
mi guidò verso un piacere che credevo
impossibile. Nelle vene mi scorreva
adrenalina pura.
Le mie mani le cinsero la vita e le
accarezzarono la schiena. Le si
allontanò un poco e abbassò la cerniera
del vestito. Mentre usciva dalle pieghe
del suo abito bianco, ormai a terra,
fissai per un attimo lo smalto rosa delle
unghie dei piedi. Perfino le sue dita
erano bellissime, pensai. Guardai con
stupore la meraviglia che avevo davanti,
mentre i miei occhi bevevano ogni curva
e angolo della sua pelle di seta, ormai
coperta solo da biancheria intima di
pizzo bianco che si adattava
perfettamente alla rotondità piena dei
suoi seni. L’esistenza di capi
d’abbigliamento simili era per me
motivo di ulteriore stupore. Poi, anche
quelli scivolarono sul pavimento.
Nora si stese sul letto come un nudo
di marmo di uno dei libri d’arte di Baba.
Mi avvicinai incerto; non ci stavamo in
due, avevo paura di farle male.
Mi sorrise maliziosa e mi afferrò la
zip dei pantaloni: provò a slacciarla, ma
era bloccata. “Aiutami,” mi sussurrò.
Un pezzo di stoffa si era incastrato.
Con uno strattone liberai la cerniera.
“Togliti tutto, marito mio.”
Sentii il sangue salirmi al volto. Non
sarei mai riuscito a spogliarmi davanti a
lei.
Come se mi avesse letto nel pensiero,
Nora si mise sotto le coperte e le
sollevò perché vi entrassi anch’io. Mi
sfilai in fretta i pantaloni e la biancheria
e la raggiunsi con un balzo tanto goffo
che il materasso rimbalzò. Ridemmo e
io ne fui felice.
Con le mani, mi accarezzò il petto.
“Mio marito è proprio un bell’uomo.” Il
suo arabo era come musica.
Feci un respiro profondo. “Ma non
sono bello come te, moglie adorata.”
Guardai gli occhi lucenti di Nora. Lei
intrecciò le sue dita candide nei miei
capelli neri. Avremmo fatto l’amore.
Prima di lei, non c’era stata nessun’altra
donna. Per ironia della sorte, questa
ragazza ebrea mi ricordava casa mia.
Tenere Nora fra le braccia mi faceva
sentire completo, sicuro, amato.
Nemmeno nei miei sogni più arditi avrei
pensato che una donna ebrea potesse
suscitare in me tali sentimenti.
Quando finimmo restammo sdraiati,
ansimanti, nel tentativo di riprendere
fiato, le coperte sul pavimento e il mio
pudore scomparso. Cominciai a ridere,
senza riuscire a fermarmi.
38.

Trovammo un appartamento in affitto


a Sommerville: come da tradizione,
portai Nora in braccio oltre la soglia,
ma lo sforzo quasi mi uccise, dato che
casa nostra era al terzo piano di un
palazzo senza ascensore. Nora aveva
insistito perché pagassimo l’affitto con
il denaro del suo fondo fiduciario:
sapevo che, essendo l’uomo, avrei
dovuto provvedere io a mia moglie, e
non il contrario, ma la mia famiglia era
così importante per me che preferii
ingoiare il rospo.
La stanza principale era piccolissima,
solo nove metri quadrati, però era
nostra. Sulla sinistra c’era l’angolo
cottura, con gli elettrodomestici verde
avocado e finestre su entrambi i lati. La
moquette color terra bruciata continuava
fino al bagno e si interrompeva ai piedi
di una tenda da doccia a fiori arancioni
e verdi.
“È bellissimo!” L’entusiasmo di Nora
era genuino. “Un appartamento tutto
nostro.”
Avevo la sensazione che la mia vita
stesse finalmente iniziando.
Con i soldi di Nora comprammo un
materasso, un copriletto verde avocado
con grossi fiori arancioni, due tavolini,
due sedie pieghevoli, un tavolo da
cucina di formica arancione, un
divanetto di vinile nero, una tenda ornata
di perline che Nora appese all’ingresso
del vano che avevamo adibito a camera
da letto, una lampada da atmosfera
arancione e un poster, anch’esso
arancione, con al centro un simbolo
della pace e la frase “Fate l’amore, non
fate la guerra”. Sistemammo il divano
contro il muro vicino all’angolo cottura
e il materasso nella piccola stanza
laterale. I tavolini e le sedie pieghevoli
andarono al centro della sala principale
e il tavolo di formica davanti all’angolo
cottura, in modo da poterlo usare per
cucinare.
Come aveva fatto nella sua stanza al
dormitorio, Nora ricoprì le pareti con le
sue fotografie, proprio come Baba
faceva con i ritratti. Tra queste, aveva
appeso anche i souvenir dei suoi viaggi:
un retablo degli Ayacucho del Perù, una
cornice di legno dipinto che conteneva
la raffigurazione su cartapesta di una
processione della domenica delle
Palme, un corno di Kudu dei Masai, una
cintura di perline Zulu e un arco, con
tanto di frecce, dei Boscimani del
Kalahari.
Sul davanzale della finestra della
nostra camera da letto sistemai la
brocca. Accanto misi il cucchiaio
d’argento con incisi i nostri nomi che ci
avevano regalato Menachem e Justice.
“Perché non abbiate mai fame,” aveva
spiegato Justice.
Sul muro sopra al divano appesi i due
ritratti che Baba mi aveva dato come
regali per la mia partenza. Nel primo
eravamo tutti insieme, con anche Amal e
Sara: Baba le aveva disegnate entrambe
come se le ricordava l’ultima volta che
le aveva viste, prima che fossero uccise.
Vicino a quel ritratto appesi il disegno
che mi aveva fatto la settimana prima
che io partissi, in cui comparivano i
membri restanti della mia famiglia.
Vederli uno accanto all’altro mi
rattristava, così spostai il più recente
accanto al letto.
Quella era la prima casa che potessi
chiamare mia, e la amavo in ogni suo
elemento: il gusto eclettico di Nora, le
fotografie che ritraevano la mia
bellissima moglie, i mobili e la lampada
d’atmosfera.

***

“Ci siamo quasi,” disse Nora


rimbalzando sul sedile e stringendomi la
mano. Il taxi ci condusse, isolato dopo
isolato, lungo un’ordinatissima strada a
tre corsie, dove le case erano grandi
come castelli. Nei vialetti erano
parcheggiate Ferrari, Lamborghini e
Rolls Royce. Alla fine l’autista si fermò
in uno di essi. Il cancello di ferro si aprì
e noi ci avventurammo lungo il vialetto
dei genitori di Nora.
“Non sapevo che fossi così ricca.”
“Per me non è importante,” si schermì
Nora. “Mio padre ha avuto quasi tutto in
eredità. I miei usano la casa per eventi
di beneficenza.” Era evidente che
l’argomento la metteva a disagio. “Le
raccolte fondi che organizzano sono
incredibili.” Il divario tra le nostre
origini si fece più grande: sentivo
l’agitazione crescere ogni secondo di
più.
Nora suonò il campanello di
un’immensa porta d’ingresso.
Un uomo comparve sulla soglia. “Sua
madre è nella loggia,” disse con accento
spagnolo.
Avevo l’impressione che Nora si
sentisse in dovere di dare spiegazioni
ogni volta che la loro infinita ricchezza
si rivelava. “I miei genitori cercano di
dare un lavoro a quante più persone sia
loro possibile.” Nora mi indicò una
donna africana con un caftano vivace,
colorato di rosso, giallo e arancione,
che stava sistemando alcuni fiori in un
vaso. “Hanno tutti una famiglia da
mantenere.”
Entrammo in una galleria a pianta
rotonda alta dieci metri, con una
scalinata che seguiva il movimento delle
pareti. Mia moglie mi condusse lungo un
ampio corridoio. Prima di arrivare alla
loggia, qualunque cosa fosse,
oltrepassammo un salotto con il
caminetto più grande che avessi mai
visto, una sala da pranzo, una biblioteca
tutta in ciliegio con un caminetto di
marmo e quella che Nora mi indicò
come “la stanza del prescuola”.
Mi sudavano le mani.
“Chiunque lavori qui porta con sé i
figli che ancora non vanno a scuola,”
spiegò. I suoi genitori avevano assunto
tre insegnanti. C’erano tre stanze
diverse: piccoli, mezzani e grandi. I
bambini ricevevano tre pasti al giorno,
vestiti e letti per il sonnellino.
Fuori c’era una piscina circondata da
giardini.
“Mamma!” chiamò Nora. Una donna,
di sicuro sua madre, sedeva sotto un
ombrellone giallo, in un patio col
pavimento in cotto. Alcuni fogli erano
sparsi ovunque. La donna posò la penna
che aveva in mano.
“Che sorpresa!” Si alzò. “Come
stai?”
“Bene, benissimo.” Nora sorrise. “Ti
presento Ichmad.”
“Il tuo insegnante di arabo?”
“Proprio lui.”
La madre di Nora mi tese la mano. “È
un piacere conoscerti.” Portava una
camicia etnica e una gonna lunga fino ai
piedi dai colori vivaci, del tutto simili a
quelle che Nora aveva portato dal
Ghana. Al collo aveva una catenina con
il simbolo della pace. “Nora parla molto
bene di te.”
“Dov’è papà?” chiese Nora
impaziente, saltellando sulle punte dei
piedi.
“Dovrebbe rientrare a minuti.”
“Allora lo aspetteremo.” Mi prese la
mano. Sua madre inclinò leggermente la
testa.
“Aspettarlo per cosa?” chiese.
“Ci siamo sposati,” disse Nora d’un
fiato. “Sono felicissima. Non sei felice
per me?”
La madre di Nora ci fissò per un
secondo prima di lasciarsi cadere sulla
sua sedia. “Voi cosa?” Sembrava che
avesse avuto un infarto. Avevo detto a
Nora che avremmo dovuto avvertirli
prima, ma lei era convinta che i suoi
genitori sarebbero stati felici per noi.
Voleva che fosse una sorpresa.
Nora si precipitò ad abbracciare sua
madre, ma questa non rispose al gesto.
In quel momento arrivò anche suo
padre; lei gli corse incontro e gli gettò le
braccia al collo: “Mi sono sposata!”.
Suo padre guardò verso di me. Forse
credeva che fossi uno dei domestici e
che avevo portato le valigie di Nora fino
alla piscina.
“E con chi?” chiese.
“Con Ichmad, è ovvio.” Nora fece un
piccolo balzo in aria. “Volevamo farvi
una sorpresa.”
I suoi genitori si scambiarono uno
sguardo: sua madre non aveva un
bell’aspetto.
“Che cosa?” esplose suo padre quasi
gridando.
“Ci amiamo.” Il sorriso sul viso di
Nora si spense lentamente. “Non siete
felici per noi?”
I suoi genitori si guardarono di nuovo.
“Potete scusarci un momento?” Il padre
di Nora prese la mano di sua moglie e la
guidò in casa.
“Non so perché abbiano reagito in
questo modo.” Nora cominciò a
camminare avanti e indietro,
mangiandosi le unghie. Cercava di non
farsi vedere da me, ma io mi accorsi
delle lacrime che le solcavano il viso.
“Non è da loro comportarsi così.”
Guardai la piscina. Avrei voluto che
li avesse preparati a quella notizia,
come io avevo fatto con i miei. Nora
sembrava esperta e sicura di sé, ma per
certi versi era ancora una bambina
ingenua, non riusciva a capire quanto
potesse essere profondo l’odio e i molti
stereotipi dietro cui si nascondeva. Con
un braccio, le cinsi le spalle.

***

Andammo a sederci tutti in salotto. Il


padre di Nora appoggiò il suo bicchiere
di scotch su un sottobicchiere sul
tavolino di marmo. “Dovevate proprio
sposarvi?”
“Sì,” rispose Nora. Non era più di
buonumore come quando era arrivata.
“Quando hai il termine?” chiese sua
madre. “Ci sono molte opzioni che puoi
valutare.” Suo padre cinse la moglie con
un braccio con fare protettivo.
“Non sono incinta,” chiarì Nora.
“Perché hai fatto tutto così in fretta?”
Suo padre era seduto sul ciglio del
divano. “Devi ancora finire di studiare.”
“Volevamo stare insieme. Ci
amiamo.” La franchezza di Nora mi
lasciò senza parole.
“Avreste potuto convivere,”
intervenne sua madre. “Perché
sposarvi?”
A quelle parole mi sentii avvampare.
“Non avrei potuto, io non sono così,”
risposi. “Ho grande rispetto per vostra
figlia.”
“Possiamo chiedere l’annullamento.”
Il padre di Nora bevve un grosso sorso
di scotch. “Nessuno verrà a saperlo.”
“Neanche per sogno!” Nora si alzò.
“Andiamo, Ichmad.” Mi prese la mano e
ci dirigemmo verso la porta: a un tratto
lei si fermò e si girò. “Siete due ipocriti.
Falsi,” sbottò Nora. “E pensare che
credevo davvero al vostro impegno
umanitario. Non vi piace perché è
palestinese, ammettetelo.”
Il padre di Nora alzò le mani in gesto
di resa. “Hai ragione. È troppo per noi.”
“Non provate a chiamarmi finché non
sarete pronti ad accettare Ichmad.”
Lasciammo la casa.
Passarono i mesi, e i suoi genitori non
chiamarono mai. Tuttavia non chiusero il
fondo fiduciario di Nora, così lei
continuò a studiare e portò avanti i piani
per il viaggio a Gaza dopo il matrimonio
al mio villaggio. Riuscivamo ancora a
mandare il mio intero stipendio alla
famiglia.
“Non ho bisogno che vengano al
matrimonio.” Nora prese il suo cassetto
della biancheria e lo svuotò nella
valigia.
Il telefono squillò e io andai a
rispondere. “Sei davvero deciso a
farlo?” chiese Abbas.
“A fare cosa?”
“A sposare l’ebrea.” La sua voce era
carica di rabbia.
“Non è la persona che credi tu,”
risposi. “Si batte per i diritti umani.”
“Certo,” replicò Abbas. “Come tutti
gli altri. Se la sposi, per me sei morto.”
“Prova almeno a conoscerla prima di
giudicare,” implorai. “Cambierai idea.”
Nora mi fece segno di passarle il
telefono, ma io la allontanai con un
gesto, non sapeva come prendere Abbas.
“O lei o me,” dichiarò. “Non portarla
qui.” Con un rumore forte, il telefono si
ammutolì.
Gli avrei parlato l’indomani, al nostro
arrivo.
39.

Quattro soldati armati di mitraglietta


seguirono me e Nora, tenendoci
d’occhio attraverso il mirino.
“Ti si riconosce subito,” mi prese in
giro lei quando arrivammo sulla pista
d’atterraggio.
“Abbassa la voce,” le dissi
all’orecchio. Non capiva che non
doveva attirare l’attenzione. Mia moglie,
così impulsiva, era brava a provocare,
ma questi erano militari israeliani.
Con gli altri passeggeri salimmo
sull’autobus che ci avrebbe portato al
terminal. Due soldati si incollarono a
noi: sentivo il loro fiato sulla nuca. Nora
si voltò verso di loro. “Dovreste
proprio smettere di fumare.” Finse un
sorriso e si girò di nuovo.
Le aveva dato di volta il cervello: a
lei non avrebbero torto un capello, ma
non si sarebbero fatti scrupoli a sbattere
me in prigione per il resto dei miei
giorni.
I militari ci seguirono all’interno del
terminal e ci affiancarono mentre
aspettavamo in fila: ci scortarono anche
al controllo passaporti.
L’uomo in uniforme esaminò i nostri
documenti senza guardarci in faccia. Sul
tavolo aveva una piccola bandiera
israeliana. Guardò la mia fotografia
troppo a lungo. Accanto a noi, gli ebrei
continuavano a passare: io ero l’unico
palestinese sul volo.
Nora si rivolse ai soldati. “Abbiamo
beccato la fila lenta.”
Altri tre militari fecero la loro
comparsa, avvicinandosi a me.
“Torno subito,” dissi a Nora.
“Vengo con te.” Fece un passo verso
di me.
“Non sarà necessario, signora,” la
fermò un soldato.
“Insisto.” Nora mi prese la mano.
Raccogliemmo le nostre borse e
fummo condotti a un tavolo laterale.
“Per favore, aprite le valigie,” disse il
soldato. Poi, con tutta calma, estrasse
ogni singola cosa: la biancheria intima
di Nora, il suo spazzolino, una scatola di
preservativi.
Mia moglie lo fissava senza battere
ciglio. Lui tirò fuori la mia rivista
“Atomic Physics” e scorse le pagine.
“Hai intenzione di costruire una
bomba?”
“Sta facendo un post dottorato in
fisica all’Istituto del Massachusetts,”
spiegò Nora, orgogliosa.
Il militare rimise la rivista nella mia
valigia. “Grazie per la collaborazione.”
Spinse le borse verso di noi attraverso il
tavolo. Forse l’ingenuo ero io. Non mi
capacitavo del fatto che, sebbene Nora
lo avesse provocato più volte, il soldato
non avesse mai reagito.
Fadi ci portò a casa con una piccola
Nissan scassata, che aveva dei fiori di
plastica incollati alla carrozzeria.
Superammo tralicci della corrente,
nuove costruzioni, traffico, macchine
straniere moderne, manifesti di donne
seminude in costume da bagno, cartelli
scritti in ebraico e inglese e veicoli
militari che si facevano largo
nell’ingorgo. Nora aveva bisogno di
andare in bagno, così ci fermammo a un
distributore. Non appena si fu
allontanata abbastanza, Fadi si sporse
verso di me. “Abbas se n’è andato,” mi
disse.
“E dove?”
“Ha lasciato un biglietto.” Mio
fratello mi passò il foglio.

Ichmad,

non mi lasci altra scelta. Abbandono


il paese per aiutare il nostro popolo.
Non provare a cercarmi, perché non sei
più mio fratello. Per me sei morto.

Abbas

La portiera si aprì e Nora tornò a


sedersi nel retro della macchina. Mi
sentivo come se mi avessero appena
dato un calcio in faccia con uno stivale
con la punta di ferro.
Nora chiacchierò per tutto il tragitto.
Per fortuna Fadi le rispose volentieri; io
non riuscivo a concentrarmi.
“Quello è il nostro villaggio,” indicò
Fadi.
“È proprio in cima alla collina.” Nora
si sporse e piegò il collo tra i due sedili
anteriori.
“La maggior parte dei villaggi arabi
si trova sulle colline,” spiegò.
“Per la vista migliore?”
“Sì, del nemico,” rispose Fadi. “In
molti hanno provato a conquistarci, i
romani, i turchi, gli inglesi, solo per
dirne alcuni, ma, alla fine, li abbiamo
rimandati tutti a casa.” Girò ed entrò nel
nostro villaggio, procedendo piano per
la strada in salita.
Era rimasto tutto come prima: gruppi
di piccole case di mattoni di fango,
sentieri sterrati, bambini a piedi nudi
che giocavano in strada, donne che
facevano il bucato sulle assi dentro a
vasche di metallo, file di vestiti stesi ad
asciugare, capre e galline che correvano
ovunque.
“Ogni famiglia costruisce la propria
casa,” spiegò mio fratello. “Per fare i
mattoni usiamo uno stampo particolare.”
Ovunque guardassi, vedevo mosche,
miseria e macerie. Il puzzo pungente
delle fogne a cielo aperto e dello sterco
d’asino era più forte di quanto
ricordassi.
Mentre con la macchina ci
avvicinavamo alla casa, Fadi suonò il
clacson. Le persone uscirono dalle
proprie abitazioni per venire a vederci:
tutti sapevano che ero tornato a casa e
che portavo con me la mia sposa. Mama
mi corse incontro piangendo. Mi
abbracciò forte e mi sussurrò
all’orecchio: “Devi riportarlo indietro.
Non sposarla, altrimenti non tornerà mai
a casa”.
Nora non era ancora scesa dall’auto.
Mia madre mi lasciò andare e io mi
avvicinai a Nadia, che mi abbracciò a
sua volta. “Se n’è andato,” mormorò.
Dietro di lei, apparvero in modo
disordinato suo marito, i loro tre figli e i
sette figliastri di mia sorella. Sentii
Nora che mi afferrava la mano e mi
voltai, costringendomi a sorridere.
Baba sembrava soddisfatto: era
seduto sul muretto di pietra e suonava
l’oud, cantando una canzone di
benvenuto, mentre Abu Sayyid lo
accompagnava con il violino. I ballerini
di dabka del villaggio, vestiti con la
loro uniforme di seta, pantaloni neri,
camicia bianca e una fascia rossa in
vita, battevano i piedi per terra e
saltavano in aria.
La gente si radunò attorno al tavolo
dei dolci, mentre altri ballavano.
Nel suo vestito nero ricamato con
forme geometriche sul davanti, mia
madre si era rifiutata di guardare Nora.
“Mama? Questa è Nora.”
Mama la guardò dritta negli occhi.
“Non puoi trovarti un uomo ebreo?”
“Adesso basta, Mama.” Mi girai
verso Nora e dissi in inglese: “È solo un
po’ brusca. Le cose cambieranno quando
ti conoscerà meglio”.
Nora sorrise. “Non preoccuparti,” mi
disse.
Baba finì la canzone, si avvicinò, mi
abbracciò e, senza esitare, abbracciò
anche Nora. “Benvenuta! Benvenuta,
figlia mia. Siamo molto felici di averti
nella nostra famiglia. La canzone che
abbiamo appena suonato l’ho scritta io,
apposta per te e Ichmad.”
I figli e i figliastri di Nadia
circondarono Nora. La abbracciarono e
la baciarono sulle guance e le
accarezzarono i capelli. Nora si
inginocchiò e distribuì alcuni lecca
lecca. Rideva e sorrideva. Io avevo un
groppo in gola.
Dopo le presentazioni e i saluti,
Mama entrò in casa.
“Dov’è Abbas?” chiese Nora.
“Non è qui al momento,” le risposi.
Seguimmo Nadia nel cortile. I
bambini presero Nora per mano e
ballarono in cerchio.
“Onorati ospiti, posso avere la vostra
attenzione?” Baba usò le mani come un
megafono. “Siete tutti invitati al
matrimonio di mio figlio Ichmad, che si
terrà questo venerdì. Vi prego, fatevi
avanti e date il benvenuto nella nostra
famiglia alla sua bellissima fidanzata
Nora e partecipate alla nostra gioia.” Le
donne ulularono in risposta e Nora
sorrise.
Nora si sistemò in una stanza nella
casa dei miei genitori e io dormii da zio
Kamal.

***

Dopo colazione, Nora e io ci


arrampicammo sul quel mandorlo di cui
le avevo tanto parlato. Voleva guardare
attraverso il telescopio che avevo
costruito tanti anni prima: lo puntò su
Moshav Dan.
“È incredibile, voi siete ammassati in
un pezzo di terra impregnata di sporco e
grasso,” commentò. “L’acido carbonico
riaffiora dal suolo, mentre il moshav ha
terra fertile in abbondanza: come se non
bastasse vi hanno accerchiato su tre lati,
in modo che il vostro villaggio non
possa espandersi. Quante persone
vivono all’interno del villaggio?”
“Più di diecimila,” risposi.
“E quanta terra vi è rimasta?”
“Non lo so esattamente.” Deglutii.
“Non mentirmi,” replicò.
“Meno di ventimila metri quadrati.”
“Faranno lo stesso anche con i
territori occupati,” commentò Nora.
“Stanno confiscando la terra fertile
lungo il perimetro e vi costruiscono
sopra, così soffocano i villaggi arabi.”
Se solo Abbas si fosse concesso il
tempo di conoscere Nora, l’avrebbe
adorata; invece se n’era andato
all’improvviso.
Mia moglie puntò il telescopio verso
il macello. “Guarda quel fumo nero che
soffia verso il villaggio. Sono coperta di
fuliggine.” Poi spostò le lenti verso il
corridoio per il bestiame. “Povere
bestie. Sento le urla fino a qua.”
“Perché non entriamo?” proposi. “Ho
fame.”
“Dopo tutto quello che ti sei mangiato
a colazione?” Puntò in direzione della
Cisgiordania.
Avevo la fronte madida di sudore.
“Per favore, Nora, ho molta sete.”
“Tu va’ pure,” rispose senza
allontanare gli occhi dal telescopio. “Ci
sono soldati ovunque. Hanno fatto
mettere in fila la gente a un posto di
blocco. È normale che tengano i
palestinesi chiusi in recinti?”
Dal campo partirono degli spari e si
alzò del fumo.
“Faremmo meglio a scendere,” dissi.
“La gente vorrà venire a conoscerti.”
Le presi il telescopio dalle mani e
scendemmo dall’albero.

***

La casa si riempì di familiari e amici.


Nora fu educata e rispettosa e piacque a
tutti. Quando fece a Um Osammah i
complimenti per la sua collana, lei la
tolse e volle a tutti i costi che Nora la
prendesse. I bambini di Nadia le
regalarono dei disegni, Baba le fece un
ritratto che poi appese al muro, mentre
Mama la evitò per tutto il tempo.

***

“Questo è per lei.” Nora diede una


scatola a Mama.
Mia madre la prese e la guardò con
sospetto. “Che cos’è?”
“Un regalo,” rispose Nora.
Non avevo idea di che cosa fosse.
Mama aprì il pacchetto e ne estrasse un
vestito ricamato con giardini di fiori
geometrici.
Il viso di Mama, che ormai era una
ragnatela di rughe, contrastava con il
motivo giovanile del tessuto. Mia madre
tenne il vestito sospeso in aria,
fissandolo come se i suoi occhi non
riuscissero a credere a tutta quella
bellezza.
“Questo è il motivo tradizionale della
mia gente,” ci spiegò. “Come hai fatto a
scoprirlo?”
“Ho descritto a una sarta palestinese
il luogo dove lei è nata, e lei ha creato il
vestito,” disse Nora. “L’ho fatto fare
apposta per lei.”
Mama la ringraziò con freddezza.
Nora si rivolse a Baba. “E questo è
per lei.” Gli allungò un regalo ben
impacchettato.
“Grazie, figlia mia,” sorrise Baba.
Era un enorme volume d’arte, scritto
in arabo, sui principali maestri: Monet,
Van Gogh, Gauguin e Picasso. Baba
sfogliò le pagine con attenzione e poi
strinse il libro al petto. “Mille volte
grazie,” disse. “Questo è il libro più
prezioso che ho.” Andò a sedersi al
tavolo della cucina e scorse le pagine:
alla Notte stellata di Van Gogh si fermò,
ammirando l’immagine.
Mama si avvicinò portando un abito
da sposa. “Questo è per te, da indossare
il giorno delle nozze. Non sporcarlo, che
è in affitto. E non devi dire a nessuno
che sei ebrea.” Era un abito da sposa
tradizionale, con molti strati ricamati di
oro, decorati e ornati con una gran
varietà di monili e gioielli.
***

Dopo la preghiera del mattino Nadia


e un gruppetto di altre donne, fatta
eccezione per Mama, si riunirono sul
retro della casa, sotto il mandorlo, e
cominciarono i preparativi per il
banchetto. Si erano radunate attorno a
grandi padelle piatte e tonde e
trituravano prezzemolo, affettavano
pomodori e preparavano il ripieno di
datteri, formaggio e noci. Nadia
lavorava l’impasto, mescolando gli
ingredienti, schiacciandolo e
dividendolo in porzioni tonde di circa
trentasei centimetri di diametro; altre
erano vicino ai cinque fuochi e
cuocevano il riso, preparavano lo yogurt
di latte di capra e avviavano le braci del
caminetto all’esterno. Legna e sterco
arroventavano una piastra di metallo su
cui erano state sistemate alcune pietre
piatte per cuocere il pane. Nora sedeva
nel gruppo e impastava.
Sotto il mandorlo c’erano ceste di
pomodori, cetrioli e arance. Nel
vedermi, le donne cominciarono a
ululare. Mama lavorava da sola, in casa.
Davanti all’ingresso, Fadi e Hani
stavano trasportando un divanetto di
finto velluto, e lo spostarono sul fondo
del cortile, vicino alla postazione della
banda, che si stava preparando. Il resto
dello spazio era stato lasciato libero per
le danze, fatta eccezione per il
perimetro, dove alcune lenzuola bianche
erano state stese a terra al posto dei
tavoli. Ai piedi della collina gli uomini
misero in fila lunghe panchine di legno
che costeggiavano il ciglio della strada.
Mentre tutti si davano un gran da fare,
Baba e io ci allontanammo per andare
alla sala da tè a bere caffè e giocare a
backgammon. Era l’unico momento in
cui potevamo stare da soli prima che io
diventassi un uomo sposato.
A metà strada Baba si fermò e si
guardò intorno. “Figlio mio, sono
preoccupato per tuo fratello Abbas: è
così pieno d’odio che è impossibile
farlo ragionare.” Baba mi sussurrava le
parole all’orecchio: “Ho paura di ciò
che potrebbe fare”.
“È tutta colpa mia,” dissi. “Crede che
io stia dalla parte del nemico. Il mio
matrimonio è stato troppo per lui.”
“È molto confuso. Non penso che lui
creda che tu stia con il nemico; crede
che tu sia il nemico. È stata dura per lui
crescere nella tua ombra.”
“Mama dà la colpa a Nora,” mi
lamentai.
Baba scosse la testa rassegnato.
“Parlerò io con lei.”
Sentimmo dei passi alle nostre spalle,
così proseguimmo per la sala da tè.
Quella sera, gli ospiti arrivarono
portando i doni più vari: alcuni erano
incartati, altri erano pecore e capre. La
persona incaricata di riceverli
esprimeva i ringraziamenti, mentre mio
cugino Tareq segnava chi aveva regalato
cosa.

***

A casa di zio Kamal ero in piedi,


nudo, in mezzo alla stanza, dentro a una
vasca da bagno piena di acqua e sapone.
Gli uomini cantavano, battevano le mani
e danzavano attorno a me, mentre mi
versavano bicchieri e brocche di acqua
e sapone in testa. Fadi mi cosparse il
viso di schiuma da barba per radermi,
mentre i miei cugini mi lavavano con
delle spugne. Baba era fuori ad
accogliere gli ospiti e io fui felice del
fatto che sarebbe stato lui a dare il
benvenuto a Menachem, Justice, Rafi e
Motie. Il mio cuore era pesante come un
mattone.
Una volta che fui pulito, gli uomini mi
asciugarono e indossai un abito bianco.
Mama entrò nella stanza con in mano
dell’incenso acceso, che riempì l’aria
della sua fragranza, e benedì me e il mio
matrimonio. Baba doveva averle
parlato.
“Il cavallo è arrivato,” annunciò zio
Kamal, e gli uomini mi seguirono fuori,
applaudendo in modo gioioso.
“Lo sposo è montato sulla giumenta,”
intonarono mentre io mi issavo sul
cavallo bianco, che era stato agghindato
con collane di calle appena raccolte.
Baba, Fadi e Hani erano subito dietro di
me. Ci dirigemmo verso la casa della
mia famiglia, mentre gli uomini
continuavano a cantare: “Un cavallo dal
sangue arabo. Il viso dello sposo è
soffice come un fiore”. Mentre risalivo
il sentiero sterrato fino a casa dei miei,
uomini vestiti in abiti bianchi, marroni e
grigi, con giacche e fasce annodate in
vita, e altri con pantaloni a zampa e
camicie di seta, affollavano la strada,
facendosi da parte per lasciarmi il
passo, tenendo il ritmo con le mani e
cantando. Mi voltai, e vidi Mama e
Nadia in abiti neri con delle forme
geometriche rosse sul davanti. Le donne
battevano le mani e cantavano dietro
agli uomini. Bambini di tutte le età
correvano e ridevano e si tenevano per
mano con i loro amici. I ragazzi
indossavano i loro vestiti migliori,
cuciti dalle loro madri; camicie di
cotone bianco e pantaloni con l’elastico
in vita. Le ragazze portavano abiti dai
colori brillanti a balze e pizzi.
Quando arrivammo, mentre smontavo
da cavallo, gli uomini mi circondarono.
Menachem e Justice mi salutarono con la
mano dalla folla. Nora era seduta su un
divanetto, il viso coperto da un velo
dorato ricamato a mano e ornato con
medagliette d’oro. Mama era alla sua
sinistra, Nadia alla sua destra. Dietro di
loro, c’era un lenzuolo bianco su cui
erano stati cuciti dei fiori di plastica.
Baba mi diede una spada e io mi
avvicinai a Nora. Con la punta, le
sollevai il velo.
Le donne ulularono così forte che non
riuscivo nemmeno a sentire i miei
pensieri.
“Sei bellissima,” le sussurrai: lei mi
guardò felice. Mi chiesi se avevo
preferito lei a mio fratello. Con la coda
dell’occhio vidi Mama e Baba.
Menachem era nell’angolo con Justice,
Rafi, Motie e le loro mogli. Nora e io ci
dirigemmo al divanetto di velluto con lo
schienale di mogano lavorato che era
stato portato nel cortile. Gli ospiti ci
seguirono, battendo le mani e cantando a
due voci: la prima voce recitava: “La
nostra sposa è la giovane più bella”. E
la seconda voce rispondeva: “È davvero
la più bella di tutte”.
Nora e io ci sedemmo e gli ospiti
ballavano davanti a noi. Mama e Baba si
avvicinarono e mi baciarono sulle
guance. Poi presero Nora per mano e, in
tre, cominciarono a danzare insieme.
Menachem, Justice, Motie, Rafi e le loro
mogli erano a braccetto con la gente del
villaggio, nel tentativo di imparare la
dabka. All’improvviso fui colpito
dall’idea che, forse, la pace era
possibile. Desiderai che Abbas potesse
vedere le cose con i miei occhi.

***

Baba suonò l’oud e cantò le nostre


lodi al ritmo del violino, del tamburo e
del tamburello. I nostri vicini ci
circondarono, mentre noi eravamo seduti
sul divanetto, in fondo al cortile, uno
accanto all’altra, come un re e la sua
regina. La gente ballava di fronte a noi.
Mama, Justice e Nadia si presero per
mano ed eseguirono una vivace danza in
cerchio. Nonostante i sorrisi e le risate,
sapevo che l’assenza di Abbas gravava
molto sulla mia famiglia.
Tutti gli abitanti del villaggio si
diressero ai piedi della collina. Nora
era stata fatta accomodare su una sedia
di plastica, preparata apposta per lei sul
ciglio della strada. Gli uomini
formarono un lungo ovale in mezzo alla
strada e ballarono davanti a Nora,
saltando e muovendo il bacino, facendo
giravolte, battendo le mani e cantando.
Le donne sedevano sulle lunghe
panchine ai due lati della strada. Ogni
volta che qualcuno si avvicinava per
offrire il proprio dono, il maestro di
cerimonia urlava una benedizione di
ringraziamento. “Possa Allah benedirti e
concederti la pace!” “Che la pace sia
sempre con te!” “Possa il Divino
riversare su di te la sua benedizione!”
“Salta su,” mi disse Fadi. Mi
arrampicai sulle sue spalle e lui
cominciò a ballare in mezzo agli uomini.
“Basta così,” lo interruppi. “Peso, ti
sto schiacciando.”
“Non riesco a fermarmi.” Era come se
stesse portando quel carico anche per
Abbas. Continuò a danzare senza sosta,
il suo fisico magro da ventiquattrenne
era più forte di quanto avessi creduto.
Nora e io arrivammo davanti
all’ingresso della casa dei miei non
prima di mezzanotte. Dietro di noi, sulla
collina e sulla strada, la gente teneva in
mano delle candele. Mia madre diede a
Nora un pezzo di impasto.
“Appiccicalo alla trave.” Indicò un
punto vicino alla porta.
Nora mi guardò.
“Coraggio,” la incitai.
“Vi porterà salute e figli,” spiegò
Mama.
Gli abitanti del villaggio
cominciarono a cantare:

Vi invitiamo a entrare nella vostra


casa
Mentre le rose e i gelsomini e i fiori
sbocciano
Preghiamo che l’Onnipotente
Sconfigga i vostri nemici e vi
benedica con figli maschi
Che ciò che abbiamo fatto per voi
sia una benedizione
Che la terra arida diventi fertile ai
vostri piedi
Se non mi vergognassi davanti ad
amici e parenti
Mi metterei in ginocchio e bacerei la
terra ai vostri piedi.

Mama si piegò e, con ago e filo, cucì


con due punti leggeri l’orlo dell’abito di
Nora alla mia veste. “Per proteggerti
dagli spiriti malvagi,” disse, e mi baciò
sulla guancia; poi si rivolse a Nora e
fece lo stesso. La guardavano tutti. Le
donne ci circondarono ululando e
battendo le mani, mentre Nora e io
entrammo nella casa dei miei, legati dal
filo.

***

Il giorno seguente Nora e io


passeggiammo per il villaggio e io le
mostrai tutti i luoghi che avevano un
significato nella mia vita, a partire dalla
piazza.
Nora si fermò in mezzo alla strada
polverosa e si girò verso di me. “Dov’è
Abbas in realtà?”
Non riuscivo a guardarla negli occhi.
“È in viaggio.”
“Certo, sono sicura che è facile per un
palestinese partire per un giro turistico
in Israele, nel giorno del matrimonio di
suo fratello, quando riesce a malapena a
camminare.”
“Sono cose che non ti riguardano,
moglie mia.” Lì, in pubblico, mi sentivo
a disagio, anche se nessuno poteva
sentire la nostra conversazione.
“Se n’è andato a causa mia. Perché mi
hai sposata, vero?”
“Che cosa ti ha detto mia madre?”
Nora sembrava mortificata. “Allora
ho ragione.” Alzò gli occhi e mi guardò
in faccia. “Devi andare subito a
cercarlo.”
Ripresi il cammino verso casa dei
miei. “Non posso; non è così semplice.”
Si fermò. “Devi farlo.”
Continuai a camminare, arrancando su
per la collina. “Nessuno può seguire
Abbas nel posto dov’è andato. Vive
nell’ombra, ormai.”

***

Alla fine della settimana presi il


pullman per Gerusalemme. Menachem e
io eravamo stati invitati a tenere un ciclo
di conferenze sul nostro lavoro, e
saremmo stati via tre giorni. Nora non
voleva lasciare il villaggio, così Justice
aveva deciso di rimanere con lei a casa
dei miei genitori. Volevano esercitarsi
con l’arabo prima di partire per Gaza,
alla fine del mese. Provai a convincere
mia moglie a cancellare il viaggio: le
dissi che era troppo pericoloso, e che
sarebbe dovuta rimanere al villaggio,
ma lei si rifiutò di darmi ascolto.
“Sai bene che cosa stiano facendo gli
israeliani agli abitanti di Gaza. Tutto il
mondo li ha abbandonati. Ti avevo detto
che cosa avevo intenzione di fare con la
mia vita ancora prima di sposarci.”
“Puoi aiutare in altri modi,” continuai.
“Sfrutta la tua laurea in legge. Raccogli
fondi. Non andare là.”
“Non potrei vivere con me stessa se
non ci andassi. Non posso starmene al
sicuro negli Stati Uniti, fra tutte le
comodità, mentre loro soffrono e
muoiono.”
Non sapevo come ribattere. L’avevo
sposata ben consapevole della persona
che era, ma avevo sempre pensato che
sarei riuscito a farla ragionare. Se non
altro, mi rimanevano ancora tre
settimane per convincerla a non andare a
Gaza. Non appena fossi rientrato da
Gerusalemme, sarei tornato
sull’argomento.
40.

Appena misi piede nella stazione


centrale degli autobus di Gerusalemme
sentii gridare: “Pitzizah!”. Bomba!
La gente cominciò a correre in tutte le
direzioni, allontanandosi dalla minaccia
di uno zaino blu lasciato incustodito
sulla panchina della fermata
dell’autobus per Haifa.
Per scappare le persone superavano
le ringhiere, oltrepassandole con un
salto. Una bambina piccola, vestitino e
cuffietta rosa, cadde. Sua madre la tirò
su in fretta.
Un vecchio con un bastone fu spinto a
terra dalla folla nel panico. Due soldati
sbucarono dal nulla e lo portarono al
sicuro. I civili furono fatti evacuare. I
militari si riversarono sul posto. Io
scappai con tutti gli altri dietro al nastro
che delimitava la distanza di sicurezza.
Una squadra di soldati fece esplodere
lo zaino. L’aria si riempì di coriandoli.
***
Ero assorto in un articolo del “Journal
of Physics” sullo sviluppo di un nuovo
microscopio che avrebbe provato la
densità degli stati della materia
attraverso l’effetto tunnel. Volevo capire
come i ricercatori della Ibm stessero
tentando di sviluppare questo
microscopio, in grado di visualizzare le
superfici a livello atomico. Guardai
l’orologio nell’ufficio di Menachem.
Erano solo le dieci del mattino. La
prossima conferenza non sarebbe
iniziata prima di mezzogiorno; avevo
abbastanza tempo per finire la mia
lettura. La relazione che avevamo tenuto
la sera precedente era stata un grande
successo.
“Ne vuoi ancora?” Menachem alzò la
teiera.
“No, grazie, ne ho ancora un po’ nella
tazza.”
Il telefono squillò. Menachem prese
la cornetta e io lo ignorai. Avevo sempre
troppo lavoro, e mai abbastanza tempo
per farlo.
“Sì,” rispose.
Qualcosa nel modo in cui pronunciò
quella parola mi fece alzare lo sguardo.
Le mani di Menachem cominciarono a
tremare. La tazza piena di tè rischiò di
scivolargli dalle dita, ma lui la afferrò
giusto in tempo. Mi guardò, e capii che
quella non era una telefonata di lavoro.
Le lacrime gli solcavano le guance.
“Mi dispiace tanto,” disse, e mi passò
il telefono.
Lo presi, temendo che fosse successo
qualcosa ad Abbas.
Mi portai la cornetta all’orecchio.
Justice non riusciva a pronunciare le
parole. Piangeva.
“Ichmad, devo darti la notizia
peggiore che tu possa ricevere.” Aveva
la voce rotta. “Stavamo proteggendo la
casa dei tuoi. Sono arrivati i soldati.
Hanno detto che tuo fratello è coinvolto
in un’organizzazione terroristica. I
bulldozer hanno schiacciato Nora. È
morta mentre la portavamo all’ospedale.
Mi dispiace, mi dispiace tantissimo.”
Riattaccai. Non potevo sentire altro.
Guardai Menachem.
“Niente nella mia vita avrà più
senso,” dissi.
41.

Più tardi venni a conoscenza dei


dettagli. Nora e Justice si erano messe
tra i bulldozer e la casa dei miei
genitori. Indossavano i giubbotti
arancione fosforescente con strisce
catarifrangenti che le identificavano in
modo inequivocabile come civili
disarmate, Justice li teneva sempre in
macchina. La mia famiglia le aveva
implorate di non mettere la propria vita
in pericolo, ma loro avevano insistito,
dicendo che gli israeliani non avrebbero
fatto del male a due donne ebree
americane. Convinsero i miei del fatto
che erano immuni a qualunque pericolo.
Baba provò a farle ragionare, ma loro si
rifiutarono di ascoltare.
Parlando nel megafono, Justice urlò in
ebraico al conducente del bulldozer di
fermarsi. Era sempre pronta a battersi
contro l’ingiustizia. Nora agitava le
braccia in aria, tenendole più in alto che
poteva. Sul veicolo c’erano un autista e
un operaio. Nora e Justice mantennero
per tutto il tempo il contatto visivo con
l’uomo che guidava il bulldozer. Sul
posto c’era anche un comandante delle
operazioni che assisteva da un veicolo
blindato.
Il bulldozer continuava ad
avvicinarsi: spingeva la terra in avanti e
Justice e Nora si arrampicarono in cima
al mucchio. Erano abbastanza in alto da
riuscire a vedere direttamente nella
cabina di comando. Il bulldozer
avanzava. Justice riuscì a togliersi di
mezzo. Nora perse l’equilibrio e fu
trascinata sotto la pala. Il bulldozer non
si fermò. La mia famiglia e Justice
cominciarono a battere i pugni sul
finestrino della cabina. La macchina
venne avanti inesorabile, fino a che la
pala investì del tutto Nora e, solo dopo,
si sollevò da terra. I miei e Justice
corsero da lei: era ancora viva. Disse
qualcosa riguardo a una promessa. Non
so che cosa fosse. Forse era una
promessa fatta a me. O forse al popolo
palestinese che lei voleva aiutare in
modo così disperato. Non lo scoprii
mai. Nora fu dichiarata morta mentre era
ancora nell’ambulanza. Aveva salvato la
casa della mia famiglia. La demolizione
fu cancellata.
I suoi genitori arrivarono con il primo
aereo. Volevano riportare il corpo di
Nora negli Stati Uniti, ma io li convinsi
a seppellirla nel mio villaggio, sotto il
mandorlo. La sua morte non poteva
restare senza significato. Una folla di
migliaia di persone, palestinesi e
israeliani insieme, marciarono per il
villaggio tenendosi per mano, e urlando:
“Shalom Acshav!”, Pace, adesso! Il
corpo di Nora era troppo sfigurato per
essere trasportato su una tavola, come si
faceva con gli altri martiri. In una bara
di pino, la seppellimmo sotto il
mandorlo.
Mi dissero che raccontai i dettagli
dell’accaduto a ogni persona che me lo
chiedeva, amici, familiari, studenti,
descrivendo come il bulldozer avesse
schiacciato il suo piccolo corpo
perfetto. Dopo il funerale di Nora, mi
misi a letto, senza uscire mai dalla casa
dei miei. Scelsi di stare nel letto che era
appartenuto ad Abbas, l’unico letto vero
della casa, che mi ricordava in ogni
momento che avevo preferito Nora a
mio fratello, e adesso non avevo con me
nessuno dei due. Ai suoi piedi misi il
ritratto che Baba ci aveva fatto mentre
eravamo seduti sul divanetto.
Il cibo non aveva sapore. Mama mi
portava ogni pasto, preparando i miei
piatti preferiti, ma io non avevo fame. A
volte si sedeva sul letto accanto a me
tenendo un biscotto ai datteri o un pezzo
di pita davanti alla mia bocca, nel
tentativo di convincermi a mangiare,
come aveva fatto con Abbas dopo
l’incidente.
“Mama, ti prego. Lasciami in pace.
Non sono più un bambino.”
“Un figlio resta sempre un figlio,
anche se ha costruito una città.” Mi
strinse piano il viso tra le sue dita. “Non
puoi andare da Nora, figlio mio. Il tuo
posto è qui. Devi mangiare.” Nel
tentativo di guadagnarmi un po’ di pace,
davo un morso o due.
Nemmeno Baba riusciva a portarmi
conforto. Sapevo che non ero stato un
buon marito per Nora. Era mio dovere
proteggerla, era mia moglie. E tuttavia
era lei, Nora, che non voleva protezione.
Non avrei potuto fare niente.
Baba mi ascoltò e disse: “Puoi
colpire l’acqua, ma alla fine resta
sempre acqua”.
I genitori di Nora pretesero l’autopsia
e fecero aprire un caso, ma non fu mossa
alcuna accusa. Il governo israeliano
stabilì che si era trattato di morte
accidentale. Justice aveva assistito
all’accaduto: raccontò a tutti che non era
stato un incidente. La mia famiglia
dichiarò la stessa cosa. Mia moglie era
stata uccisa a sangue freddo.
Il giorno in cui eravamo arrivati al
villaggio, Nora mi aveva fatto
promettere che, prima o poi, avrei
scritto la mia storia. Avevo cercato di
spiegarle che nessuno sarebbe stato
interessato a leggerla, ma lei era
convinta del contrario. Forse era quella
la promessa a cui si riferiva.
Volevo morire anch’io. Non mi
importava più di niente, ma sapevo che
non potevo fare una cosa simile a mio
padre. Aveva già sofferto abbastanza.
Alla fine del mese, Menachem si
presentò alla nostra porta. Chiesi a Baba
di dirgli che stavo dormendo, invece lui
lo fece entrare nella piccola stanza.
“Quando la moglie di Einstein stava
morendo, lui scrisse a un amico che il
lavoro intellettuale lo avrebbe aiutato a
superare tutti i problemi della vita,” mi
disse Menachem. “Dovresti seguire il
suo consiglio.”
Lentamente mi misi a sedere.
“Credimi, l’unico modo per superare
le complessità delle emozioni umane è
immergersi nella scienza e provare e
spiegare ciò che ancora non è stato
spiegato,” continuò.
Avrei voluto ignorarlo, ma sapevo che
le sue parole erano vere. Non potevo
restare cieco davanti all’esempio di
Einstein. Era un grande scienziato. Il più
grande.
“Non me ne vado da qui senza di te.”
Menachem sedeva ai piedi del mio letto
come se fosse disposto a mettere radici.
Preparai la valigia e partimmo quella
notte.
42.

Tornato a Somerville, imballai le


cose di Nora in alcuni scatoloni: la
fotografia di lei in Sudafrica che
sventolava un cartello che diceva
Fermiamo l’apartheid adesso!, Nora a
sette anni che marciava su Washington
mentre portava uno striscione pacifista
insieme ai suoi genitori; Nora a Los
Angeles che indossava la maglietta con
la P, formando la scritta vogliamo la
pace con i suoi amici.
Riempii due scatole di fotografie del
periodo precedente al nostro incontro.
Appartenevano ai suoi genitori, così le
spedii in California. Tenni quelle in cui
eravamo insieme; mentre firmavamo il
contratto di matrimonio nell’ufficio del
giudice di pace, noi nella sua stanza al
dormitorio, su una panchina al parco di
Harvard, e tutte le fotografie del nostro
matrimonio al villaggio. Le racchiusi in
una busta che infilai nella mia cartella:
in quel modo, lei sarebbe stata sempre
con me. Tenni anche il cucchiaio e la
brocca.
Il 17 settembre 1978, un anno dopo la
morte di Nora, Israele ed Egitto
firmarono gli Accordi di Camp David.
Molti mesi dopo, stavo guardando al
notiziario un servizio sull’incontro al
vertice della Lega araba a Baghdad, in
cui si condannavano gli Accordi, quando
riconobbi Abbas. Mio fratello era sulle
scale fuori dal palazzo. Non potevo
credere ai miei occhi. Nessuno in
famiglia aveva avuto sue notizie da più
di un anno: le comunicazioni con gli
arabi al di fuori di Israele erano contro
la legge, soprattutto con quelli che
lavoravano per Habash. I membri della
mia famiglia avrebbero potuto essere
esiliati, torturati o incarcerati per anni.
In ogni caso, anche se avessimo voluto
contattarlo, non sapevamo come
trovarlo. Ormai si muoveva nell’ombra
del mondo arabo, che noi non avremmo
mai potuto raggiungere. Almeno
sapevamo che era a Baghdad, e che era
vivo.
Nel febbraio 1979 ebbe luogo la
Rivoluzione islamica in Iran, durante la
quale lo scià fu spodestato; in seguito, il
26 marzo 1979, Israele ed Egitto
firmarono un trattato di pace alla Casa
Bianca. Pensai ad Abbas, alla rabbia
che doveva aver provato alla notizia che
l’Egitto aveva firmato la pace con
Israele, soprattutto per il fatto che
nell’accordo aveva accettato senza però
risolvere la questione palestinese. Nora
ne sarebbe stata indignata. Perfino io
pensai che l’Egitto avesse tradito il mio
popolo.
Ogni mattina mi alzavo, andavo in
bagno, mi lavavo i denti, facevo la
doccia, mi vestivo e uscivo di casa. Poi
lavoravo. Era l’unica cosa che dava
spessore alla mia esistenza. All’inizio
ogni tentativo di concentrarmi fu vano.
Tuttavia, avevo già conosciuto il dolore
nella mia vita; il lavoro sarebbe stato la
mia unica salvezza. Così mi buttai anima
e corpo nella ricerca, senza lasciarmi
spazio per pensare ad altro.
Lessi ogni articolo che riuscii a
trovare sull’effetto tunnel. Insieme a
Menachem, lavoravo tutto il giorno nel
tentativo di osservare il movimento di
spin per determinare l’orientamento e la
forza di anisotropia di singoli atomi di
ferro sul rame.
L’effetto tunnel mi affascinava. Era
come se lanciando una palla da baseball
contro un muro di mattoni alto un
chilometro, questa, invece di rimbalzare,
passasse attraverso il muro.
Prima di poter applicare in qualunque
modo la nostra teoria, dovevamo
comprendere come funzionava la
materia a livello atomico. Una volta
capito come manipolare l’atomo, le
possibilità sarebbero state incredibili.
Il dolore ritornava a ondate ma, come
un soldato esperto, ero preparato.
Cominciava sempre con una sensazione
di vuoto nello stomaco.

***

Menachem e Justice si assicuravano


che mangiassi abbastanza. Justice mi
mandava in ufficio un panino o alcuni
muffin per colazione. Preparava il
pranzo sia per suo marito, sia per me, e
Menachem lo riscaldava. Justice
cercava sempre di preparare cibo
mediorientale; riso con fagioli e
lenticchie o piselli, ma la sua cucina non
era all’altezza del suo grande cuore.
Mi ero sempre chiesto come avesse
fatto Menachem a perdere tutti quei chili
e a mantenersi magro dopo il
matrimonio con Justice. Ora avevo la
risposta.
Nel pomeriggio Menachem preparava
il tè alla menta, che bevevamo mentre
lavoravamo. Mi vergognavo all’idea di
lasciarmi aiutare, ma non potevo
rifiutare la loro gentilezza. Non ero in
grado di badare a me stesso, ma
Menachem era contento: facevamo
progressi enormi. Nora, ne ero sicuro,
sarebbe stata orgogliosa.

***

L’Università di New York offrì a


entrambi una cattedra. Finalmente sarei
stato un professore.
“Accetto solo se vieni anche tu,”
dichiarò Menachem.
Non ero pronto, ma sapevo che avevo
bisogno di cambiare aria, lasciare
l’appartamento che avevo diviso con
Nora.
“Sarai un docente,” disse. “Insieme
potremo chiedere fondi per la ricerca.”
“Che cosa ne pensa Justice?”
“Lei vuole solo il meglio per te,”
rispose.
Justice si sentiva responsabile per la
morte di Nora. Non era colpa sua.
Continuavo a ripeterglielo, ma lei non la
vedeva così. Insieme al nuovo incarico,
ci offrirono uno stipendio che era
quattro volte quello che prendevamo al
Mit. Non era una scelta difficile. Avrei
mandato quei soldi a casa. Fadi aveva
smesso di lavorare, perché io avevo
assunto il professor Mohammad per
istruirlo: adesso era uno studente a
tempo pieno. Quell’anno avrebbe preso
il diploma superiore e aveva dimostrato
di essere molto interessato alla scienza.
Voleva studiare medicina in Italia e io
ero deciso a fare in modo di
accontentarlo. Hani frequentava la
facoltà di studi del Medio Oriente
all’Università ebraica di Gerusalemme.
Due settimane dopo il nostro arrivo
un uomo, con un gessato nero e una
Cadillac nera tirata a lucido, venne al
polo scientifico dell’Università di New
York a prendere me, Menachem e
Justice. Era l’agente immobiliare che
l’università aveva ingaggiato per
aiutarmi a scegliere un appartamento.
Justice e Menachem avevano già trovato
il loro.
Sebbene la facoltà avesse a
disposizione molte soluzioni prestigiose,
io volevo un affitto economico. Non mi
serviva molto. Volevo mandare a casa
quanto più denaro mi fosse possibile,
così presi un piccolo monolocale simile
a quello dove avevo vissuto con Nora.
La vista dalla finestra dava su un
parcheggio. L’università pagò una ditta
di traslochi che portò nella nuova casa il
divano in vinile nero, il tavolo di
formica, il materasso, i tavolini e le due
sedie insieme al resto delle mie cose. Io
mi trasferii nell’ufficio accanto a quello
di Menachem, e continuammo il nostro
lavoro.
Vivevo a New York, una città che
Nora amava. Lei mi avrebbe portato a
vedere dei film o ad ascoltare
conferenze, a visitare musei e a teatro a
Broadway. Avrebbe preso parte a marce
di protesta, e poi saremmo andati a
mangiare al ristorante, o a leggere un
libro al parco in Washington Square. Le
sarebbe piaciuto moltissimo vivere a
New York.
A me non importava.
43.

Pezzi di equipaggiamento militare


israeliano e bottiglie vuote di whisky si
mescolavano a corpi di bambini
palestinesi trucidati, ammucchiati in
cumuli di rifiuti. Gli edifici del campo
profughi palestinese di Shatila erano
stati rasi al suolo con la dinamite. La
telecamera strinse l’inquadratura sui
candelotti israeliani esplosi disseminati
per terra, tutti ancora legati al proprio
paracadute.
Donne senza vita erano stese sopra un
ammasso di rottami. La telecamera si
soffermò su una di loro, che giaceva
sulla schiena, il vestito squarciato e una
bambina bloccata sotto di lei. La piccola
aveva lunghi capelli ricci e scuri: gli
occhi erano aperti, ma lei era morta.
Un’altra bambina era accanto a lei come
una bambola gettata via, il vestitino
bianco sporco di sangue e terra.
Justice cacciò un urlo: Menachem e io
fissavamo lo schermo, incapaci di
parlare.
Due mesi prima, novantamila soldati
israeliani avevano invaso il Libano per
stanare i seimila membri
dell’Organizzazione per la liberazione
della Palestina. All’inizio di agosto il
Libano era stato devastato, le
infrastrutture distrutte.
centosettantacinquemila civili furono
uccisi, quarantamila feriti e
quattrocentomila erano rimasti senza
casa.
“Gli israeliani hanno commesso un
genocidio,” commentò Justice, e scoppiò
in lacrime.
Gli Stati Uniti avevano negoziato un
accordo per il cessate il fuoco. I
combattenti dell’Olp erano stati evacuati
e Israele aveva accettato di garantire la
sicurezza dei civili palestinesi rimasti
nei campi profughi, compresi quelli di
Sabra e Shatila.
“Il responsabile è Sharon,” disse
Menachem.
Gli israeliani, sotto il comando del
loro ministro della Difesa, Ariel Sharon,
avevano montato la guardia fuori dai
campi di Sabra e Shatila, per accertarsi
che nessun palestinese riuscisse a
scappare mentre la milizia della Falange
libanese massacrava migliaia di donne e
bambini. Israele era ben consapevole
del desiderio della Falange di liberare il
Libano dalla presenza palestinese.
Io riuscivo solo a pensare ad Abbas;
non avevo idea di dove fosse o se fosse
ancora vivo. Una volta ottenuta la
cittadinanza americana, avevo
ingaggiato degli investigatori privati, ma
nessuno era riuscito a trovare
informazioni su di lui. Avevo il terribile
sospetto che si trovasse in Libano. Era
storpio. Sarebbe stato sacrificato
insieme alle donne, i bambini e gli
anziani. Gli uomini nelle sue condizioni
erano stati fatti mettere in riga e uccisi:
un’esecuzione in piena regola.
Quella sera tornai al mio
appartamento in taxi. Una volta arrivato
sedetti sul divano nero, circondato dalle
mie cose; volumi e manuali di scienze,
riviste di fisica, libri di testo sulla
meccanica quantistica, nanotecnologia e
matematica per fisici, il cucchiaio
d’argento e la brocca.
Mentre aspettavo che i miei genitori
rispondessero al telefono, decisi che non
avrei accennato al fatto che temevo che
Abbas fosse morto. Dopotutto, era solo
una sensazione.
“Ti ho trovato una moglie,” esordì
Mama. “È perfetta per te.”
“Ho già una moglie.” Non hanno
sentito del massacro, mi dissi. Sperai
che non lo venissero mai a sapere.
Baba prese il telefono. “Ichmad, ti
prego, per amore mio e di tua madre,
pensaci. Nora non c’è più. Non vuol
dire che devi smettere di amarla, il tuo
cuore è abbastanza grande da far spazio
a un’altra donna. Ti prego, figlio mio,
hai ancora tutta la vita davanti. Non
sprecarla.”
Non potevo ribattere. I miei genitori
volevano dei nipoti da me. Glielo
dovevo.
“Il matrimonio combinato fa parte
della nostra cultura,” sentenziò Mama.
“Non vivo più nell’Est.” Accesi la
televisione e tolsi l’audio. Uomini
anziani giacevano uno sopra l’altro, i
corpi intrecciati e coperti di mosche.
Cercai di distinguerne i volti. Forse tra
loro c’era anche Abbas.
“Non importa dove vivi,” continuò
mia madre. “È la nostra tradizione,
tramandata di generazione in
generazione.”
“Baba ti ha sposato per amore.”
Spensi il televisore. Non volevo più
avere niente a che fare con il Medio
Oriente.
“È la figlia di Mohammad Abu
Mohammad, il guaritore del villaggio.”
“Mohammad, quello che era tre classi
avanti a me a scuola?”
“È rispettato da tutti per la sua opera.
La gente viene anche da altri villaggi per
bere le sue pozioni e farsi benedire da
lui. Ha accettato di darti sua figlia in
sposa.”
“Quanti anni ha?”
“Deve diplomarsi alla fine di
quest’anno.”
“E che cosa penserà la gente? Ho
trentaquattro anni.” Era un’assurdità.
Non avevamo niente in comune. Questa
ragazza non poteva reggere il confronto
con Nora, che aveva studiato, era nata in
Occidente e pensava con la propria
testa.
“Ti prego, figlio mio,” mi implorò
Baba. “Fallo per me.”
Ripensai a mio padre sotto i colpi del
calcio del fucile: l’avevano picchiato
finché aveva perso i sensi. Era marcito
per anni in quella prigione infernale.
Avrei sposato quella ragazza per lui.
Non avevo scelta. Era il prezzo che
dovevo pagare per l’assoluzione dalle
mie colpe.
“Fate i preparativi,” risposi. “La
sposerò non appena si sarà diplomata.”
Con quelle parole avevo appena
ammesso a me stesso che Nora non
sarebbe tornata.
“Grazie, figlio mio,” disse Mama.
“Mi rendi molto felice. Vuoi che ti
mandi una sua fotografia?”
“Se tu pensi che sia bella, per me va
bene.”
Almeno, se avessero sentito del
massacro in Libano, il mio matrimonio
imminente li avrebbe consolati.
44.

Fadi, tornato per le vacanze estive


dall’Italia, dove studiava medicina,
venne a prendermi all’aeroporto e mi
portò al villaggio nella Nissan cinque
porte dei miei genitori. Mama, Baba,
Hani, Nadia e Ziad con i loro figli mi
aspettavano nel cortile. Ogni volta che
tornavo a casa, e la trovavo ancora in
piedi, provavo un senso di sollievo. Ero
orgoglioso del fatto che la mia famiglia
potesse vivere bene grazie al denaro che
guadagnavo.
Baba fu il primo ad abbracciarmi,
Mama venne subito dopo. Le donne
cominciarono a ululare.
“Vieni,” mi invitò Baba e mi
accompagnò dentro. Anche se non erano
riusciti a ottenere un permesso per
allargare la casa, avevano fatto in modo
di cambiare arredamento. In sala c’era
un divano color mogano decorato a
mano, con dei cuscini rossi e sedie e
poltrone in coordinato. Mia madre
aveva elettrodomestici nuovi: un
frigorifero e una lavastoviglie, una
lavatrice e un’asciugatrice. I pavimenti
erano in marmo e il lavello di ceramica;
il bagno era bellissimo, con un
lavandino, doccia e vasca nuovi. Mama
fece scorrere lo sciacquone: era
orgogliosa e felice.
Ci sedemmo in cucina, intorno a un
tavolo di legno scuro circondato da
undici piccoli sgabelli. Prima si
sedettero i membri veri e propri della
famiglia.
Quando finimmo di mangiare, Mama e
Baba mi portarono a visitare la tomba di
Nora ai piedi del mandorlo. Avevano
costruito una panchina sotto un arco di
graticci, su cui una buganvillea aveva
intrecciato i suoi rami, fino a coprirlo
del tutto. Attorno alla tomba erano stati
piantati dei nontiscordardime bianchi,
insieme a grandi girasoli e rose di ogni
colore.
Mama mi baciò su una guancia e io
abbracciai Baba.
Il giorno seguente, i miei genitori e io
andammo a casa della famiglia di
Yasmine. Somigliava molto alla nostra
vecchia casa, quella che gli israeliani
avevano fatto saltare in aria. Era una
piccola struttura di mattoni di fango con
un’unica finestra con gli scuri, una porta
di lamiera e un cortile minuscolo
all’ingresso. Mohammad aprì la porta,
accogliendoci con un sorriso di
benvenuto. Baba lo guardava con
un’espressione di riverenza.
“Vi prego, entrate.” Il padre della mia
futura moglie portava una lunga veste
bianca e un copricapo arabo. La madre
della mia sposa ci raggiunse; un velo
nero le copriva i capelli. Indossava un
lungo vestito ricamato che la faceva
sembrare una tenda; mi allungò una
mano ruvida e callosa e mi dedicò un
sorriso in parte sdentato. Una peluria
nera le copriva il volto come una barba
sottile. Cominciai a rimpiangere di aver
acconsentito a quel matrimonio: avrei
dovuto chiedere una fotografia.
“Benvenuto, benvenuto,” disse ancora
Mohammad, mentre mi baciava su
entrambe le guance.
“Entrate, vi prego,” ci invitò la mia
futura suocera. “Accomodatevi.”
All’improvviso mi sentii male: era
probabile che la mia sposa somigliasse
a sua madre. Cominciai a pensare a una
via d’uscita. Ero confuso da quella mia
reazione: in fondo, non mi importava.
Con i miei genitori, entrai in casa e mi
sedetti sul pavimento di terra. La mia
futura suocera, insieme a quelle che
sarebbero diventate le mie cognate, tutte
coperte dal velo, mise davanti a ognuno
di noi piccoli piatti di cibo.
“Che lavoro fai?” chiese Mohammad.
Era solo una formalità: la famiglia
della mia promessa sapeva già tutto di
me, altrimenti non mi sarei trovato in
casa loro in quel momento. “Insegno
all’Università di New York, negli Stati
Uniti.”
“Dove vivrà mia figlia?”
“Ho un monolocale con un bagno ben
attrezzato, un angolo cottura, lavatrice,
asciugatrice e lavapiatti.”
“A quanto ammontano i tuoi
risparmi?”
Avevo dimenticato quanto potesse
essere sfacciata la mia gente: fornii una
cifra che li ammutolì per un attimo.
“Ogni quanto tornerà a casa?”
“Ogni estate e ogni dicembre per tre
settimane.” Risposi come Mama mi
aveva preparato a fare. Ricordai a me
stesso che mi stavo impegnando in quel
matrimonio per amore dei miei genitori.
“Vorrei chiedere la mano di vostra
figlia.”
Il corpo di Mohammad si irrigidì.
Probabilmente, voleva farmi un altro
centinaio di domande, ma io non avevo
la pazienza di aspettare. Guardai Baba e
sorrisi.
“Acconsento,” rispose Mohammad.
Emisi un sospiro di sollievo.
Le donne cominciarono con il rito
degli ululati e del tè.
“Vai da tua nonna a prendere tua
sorella,” ordinò Mohammad al fratello
della mia sposa.
Tutto della mia futura moglie urlava
ignoranza. Il velo, le sopracciglia spesse
e incolte, l’abito tradizionale. Fui subito
preso dal desiderio di rimangiarmi la
parola. La mia sposa, Yasmine, non era
alta come Nora. I lineamenti non erano
delicati come quelli di Nora, anzi, erano
nascosti ancora dal grasso infantile.
Aveva i denti gialli e scheggiati ed era
piuttosto in carne, caratteristica che
nella mia cultura era segno di bellezza,
ma io avevo imparato ad apprezzare un
fisico più magro. Non riuscii a vederle i
capelli, perché erano coperti da un velo,
ma immaginai che fossero neri come le
sopracciglia. Era giovanissima. Non
vedevo come si sarebbe potuta adattare
a vivere negli Stati Uniti; non avrei
potuto portarla ai ricevimenti della
facoltà. Chissà cosa avrebbe pensato
Menachem.
Avevo ancora Nora nel cuore.
Yasmine mi sorrise con gli occhi, e
poi abbassò la testa per rubare solo
un’immagine veloce di me. Capii subito
che, con quello sguardo, voleva cercare
di sembrare sensuale e sottomessa:
desiderai con tutto me stesso di provare
attrazione per lei.
“Ecco la tua sposa,” disse il mio
futuro suocero. Sorrisi, ricacciando
indietro il ricordo di Nora, i suoi capelli
d’oro, e mi sentii stringere il cuore.
“È carina, vero?” mi chiese Mama
davanti a tutti.
Mi sforzai di sorridere. “Molto.”
Yasmine e io firmammo il contratto di
matrimonio e, all’improvviso, eravamo
legalmente sposati. Mi sentii invadere
dalla tristezza. La cerimonia era stata
programmata per il giorno successivo.
Ci sedemmo tutti per terra, proprio
come aveva fatto anche la mia famiglia
prima che cominciassi a inviare a casa
denaro. Yasmine e sua madre portarono
altri piatti di tabbouleh e un vassoio di
insalate; pomodori, fagiolini, fagioli
dall’occhio nero e fagioli di Lima, baba
ghanouj e hummus. Non mi sarei
sorpreso se, per l’occasione, avessero
cominciato a cucinare all’alba.
Nessuno di noi mangiò molto: la
famiglia di Yasmine per la grande gioia
e io per lo shock di trovarmi d’un tratto
risposato. Speravo, per il bene di
Yasmine, e per quello di Mama e Baba,
che sarei riuscito a trovare un modo per
amarla. Sapevo che il desiderio di
accontentare i miei genitori non avrebbe
dovuto lasciare spazio a distrazioni
egoiste, ma non potevo fare a meno di
chiedermi come accidenti avrei fatto a
passare il resto della mia vita sposato a
quella ragazzina, che, con il fisico
grassottello e i capelli neri, mi avrebbe
ricordato in continuazione la magrezza
bionda di Nora. Mi odiai per quei
pensieri.

***

Il mattino seguente, Mama venne a


prendermi per il lavaggio di rito.
“È ora,” mi esortò.
Sentii un fischio acuto nelle orecchie,
forse era un avvertimento. Quel
matrimonio avrebbe reso felici Baba e
Mama, ed era l’unica cosa importante:
era mio dovere, in qualità di
primogenito. Entrai nella vasca mentre
gli uomini della mia famiglia e gli amici
danzavano attorno a me, mi lavavano e
mi facevano la barba. Ero lì con il
corpo, ma la mia mente era altrove.
Pensavo alla notte in cui avevo
incontrato Nora, a come sembrava che
fluttuasse mentre attraversava la stanza.
Non potevo credere di aver accettato.
Chissà che cosa avrebbe pensato Nora.
Non avrebbe voluto che sposassi
Yasmine, piuttosto, mi avrebbe detto di
istruirla. Scossi la testa. Era il giorno
del mio matrimonio, non avrei permesso
a me stesso di rovinarlo ricordando
Nora: non era giusto nei confronti di
Yasmine. Per distrarmi, cominciai a
pensare alle piccole oscillazioni che
alteravano le variabili della
termodinamica che potevano portare a
cambiamenti significativi nella struttura
e compromettere il mio lavoro.
Quando decisero che ero pulito,
infilai una veste bianca e andai, scortato
dagli altri uomini, verso casa di
Yasmine. Se non avesse indossato
l’abito da sposa, non l’avrei
riconosciuta, a causa del trucco pesante
e dell’acconciatura esagerata.

***

Dopo la cerimonia presi Yasmine,


mia moglie, e la condussi nella stanza
che era stata preparata per noi a casa dei
miei genitori: la stessa stanza che, una
volta, avevo diviso con Nora. Fui grato
del fatto che qualcuno avesse tolto il
ritratto del giorno delle nostre nozze.
L’ultima cosa che volevo era vedere
Nora che mi fissava mentre consumavo
il mio nuovo matrimonio. Fuori la gente
del villaggio aspettava che io
riemergessi per mostrare loro il
lenzuolo.
I ricordi della prima volta che Nora e
io avevamo fatto l’amore mi colpirono
con forza, cogliendomi impreparato.
Rividi il modo in cui mi aveva
accarezzato i capelli e mi aveva baciato.
Mi aveva sussurrato in arabo il suo
desiderio. Il resto del mondo era
scomparso. Quella notte, l’avevo tenuta
tra le mie braccia, desiderando che quel
momento durasse per sempre. Il suo
tocco era come una scossa elettrica su di
me, mi aveva sedotto con il suo arabo,
la sua bellezza mi aveva ammaliato e il
suo corpo mi aveva eccitato. Era stata la
mia prima volta.
Guardai la mia sposa e mi accorsi che
stava tremando. “Non preoccuparti,” la
rassicurai. “Andrà tutto bene.”
Presi la mano di Yasmine e la
condussi a letto. Fallo per Baba, mi
dissi.
“Togli il vestito.”
Era in carne, con qualche rotolino di
grasso, ma non era brutta. Con gli occhi
chiusi, la attirai a me e la baciai, e
pensai alla prima volta che Nora mi
aveva baciato. Cercai di costringermi a
cancellare quei ricordi dalla mente.
Tuttavia, non potevo farne a meno. Pur
sapendo che era una cosa sbagliata, feci
finta di fare l’amore con Nora, e non con
Yasmine.
Il pianto della mia sposa mi riportò
alla realtà. Era vergine, e, per lei, era
doloroso. Aprii gli occhi e vidi il suo
volto giovane e rotondo. Era una
situazione assurda. Questa era la mia
nuova vita. Yasmine giaceva sul letto
immobile, come un pezzo di legno. Non
conosceva nessuno dei trucchi delle
donne più esperte. Era così timida che,
quando le chiesi di muovere i fianchi,
arrossì e scoppiò in lacrime. Quando
finimmo, portai fuori il lenzuolo sporco
di sangue, perché la gente del villaggio
si rallegrasse.

***

Quella notte sognai di essere un


uccello rimasto prigioniero in una
trappola, che cercava di scappare dalla
gabbia in cui era stato messo. Mi
dispiaceva molto per Yasmine: meritava
un marito che l’amasse.
Nei giorni che seguirono trascorsi il
mio tempo con gli uomini, e Yasmine
rimase con le donne. Ci incontravamo
per i pasti. La notte ci ritiravamo nella
nostra stanza, facevamo sesso, e poi
andavamo a dormire come due estranei.
La mattina, ci univamo alla mia famiglia
per la preghiera e la colazione.
Parlavamo poco, dato che avevamo
poco in comune. Lei non pronunciava
parola se non era interpellata, e di rado
io avevo qualcosa da dirle.
Due settimane dopo il nostro
matrimonio, Yasmine e io ci
imbarcammo su un aereo diretto a New
York.
45.

Per la maggior parte del volo


sedemmo in silenzio. Yasmine si teneva
aggrappata ai braccioli della sua
poltrona, come se avesse paura di essere
risucchiata fuori dall’aereo. Dopo otto
ore di viaggio prese l’iniziativa e mi
rivolse la parola.
“Com’è New York?”
“È tutto l’opposto del villaggio.”
“Sei mai stato a Times Square?”
La guardai sorpreso. “E tu che cosa
ne sai di Times Square?”
Fece spallucce, imbarazzata.
“Hai mai visto la Statua della
Libertà?”
Feci di no con la testa. “Non ho tempo
per fare il turista, Yasmine. Sono troppo
occupato con il lavoro.”
“Hai molti amici?”
“I miei amici più cari, Menachem e
sua moglie Justice, vivono lì. Sembra
che tu sia eccitata all’idea di vivere a
New York, è così?”
“Sono nervosa. Mi mancherà molto la
mia famiglia.” Scoppiò a piangere.
Avrei voluto consolarla, ma non
sapevo come. Non parlammo più, finché
non arrivammo all’appartamento.
“Eccoci qua.” Aprii la porta.
In tutti gli anni che avevo vissuto lì,
non avevo fatto nessun miglioramento.
Justice mi aveva suggerito di comprare
dei mobili nuovi per la mia sposa, ma io
non volevo sprecare denaro. Per lei, ero
il marito ricco di New York, ma non
avevo nemmeno un letto vero. A me
bastava, ed era più di quanto lei avesse
mai avuto, pensai. Yasmine si fermò
sulla porta per osservare il tappeto
color malva, il tavolo di formica davanti
alla cucina, il forno, il lavello, il
frigorifero e il divano di vinile nero
contro il muro, rivolto verso la
televisione: l’unica aggiunta che avevo
fatto.
Restò a bocca aperta. “È bellissimo,”
commentò, e io sapevo che era sincera.
Era abituata a un pavimento di terra e al
gabinetto esterno. Abbassò gli occhi.
“Mai nella vita avrei sognato di vivere
così.”
Il mio stomaco si contrasse: mi ero
cacciato in una situazione assurda.
Smisi di restare in ufficio di notte,
anche se lavoravo ancora moltissimo, e
portai una scrivania a casa. Yasmine
sedeva accanto a me, sul pavimento,
come una serva obbediente, e lavorava a
maglia per fare coperte per bambini di
cui non restava incinta. Ci parlavamo di
rado. Lei non lasciava mai
l’appartamento, a meno che io non
l’accompagnassi. Aspettava da sola tutto
il giorno che tornassi e poi mi seguiva
ovunque, come se sentisse il disperato
bisogno di contatto umano.
“In nome di Dio,” esplosi. “Fai un
corso di inglese. Devi uscire da questa
casa, non è sano restare chiusa qui. Una
moglie deve andare a fare la spesa da
sola. Non posso occuparmi anche di
quello, ho del lavoro da fare.”
Yasmine aveva una sfilza di scuse
pronte. “Ho paura”, “Ho nostalgia di
casa”, “Non ho bisogno di imparare
l’inglese.”
Era come se si aspettasse che io la
intrattenessi. Ogni giorno che passava,
la rispettavo sempre di meno. Cominciai
a chiedermi se il velo le servisse per
nascondere la sua testa dura. Ogni suo
pensiero era per me, era soffocante.
La notte, aspettava con pazienza che
io la fecondassi con il mio seme, ma,
mese dopo mese, continuava ad avere il
ciclo. Avere un figlio era diventata
un’incombenza temuta. Odiavo la nostra
vita sessuale. Spegnevo la luce e mi
giravo sul fianco, trovando scuse per
essere esonerato dai miei compiti. “Ho
mal di testa”, “Mi fa male la schiena”,
“Ho un crampo alla gamba”.
“Sei impotente?” chiese lei alla fine.
Cominciai a provare di nuovo. Ci
mancava solo che lei riferisse a suo
padre che non ero all’altezza dei miei
doveri di marito e che fosse coinvolta
tutta la famiglia.
La prima volta che Yasmine mi disse
che credeva che le pozioni e le
preghiere di suo padre l’avrebbero resa
fertile, la guardai incredulo. Non poteva
essere così stupida.
“Come puoi prendere per vere quelle
superstizioni?” Dalla mia voce
traboccava il disgusto. “Dobbiamo
andare da uno specialista.”
“Mio padre è uno specialista,” ribatté
lei.
“Tuo padre è un ignorante. Non ha
nemmeno preso il diploma.” Mi odiai
per quella cattiveria, ma non sapevo
come altro farmi capire.
“Molte persone credono nel potere e
nelle benedizioni di mio padre. Ha
curato molta gente e io credo nei suoi
miracoli.”
“I miracoli non esistono.”
A quelle parole, nell’appartamento
calò un silenzio familiare.
“Tu non credi.” Yasmine si coprì il
volto con le mani: non solo aveva fede
nei rituali di suo padre, ma pregava lei
stessa e mi istruiva sulle preghiere che
anch’io avrei dovuto recitare. Ero certo
che Nora e io avremmo avuto dei figli
bellissimi.
“Io credo nella scienza.” Avevo le
guance in fiamme. Mi sembrava di
essere un uomo moderno catapultato nel
periodo preislamico, quando era
costume seppellire vive le neonate.
“Nella scienza?” Yasmine spostò le
mani dal suo viso e mi guardò con
commiserazione.
“Dobbiamo andare da un esperto in
fertilità.” Ero nervoso; non mi stavo
comportando come l’uomo
compassionevole che volevo essere.
“Vedrai, il dottore ci aiuterà a risolvere
il problema.”
“Come vuoi,” rispose Yasmine.
Sapevo che lei non aveva fiducia
nella medicina moderna, ma, almeno,
era felice di essere l’oggetto delle mie
attenzioni. Durante il giorno non
uscivamo mai. Io andavo in ufficio,
mentre lei restava a casa a pulire e a
cucinare.
Fissai un appuntamento con il dottor
David Levy, uno specialista in fertilità a
Manhattan.
Yasmine e io sedevamo sulle poltrone
di pelle imbottite dello studio, di fronte
alla scrivania di mogano. Una quantità
di attestati tappezzava la parete. Un
diploma di Yale, summa cum laude. La
laurea in medicina presa a Harvard,
anche quella summa cum laude.
L’attestato di specializzazione in
endocrinologia riproduttiva e sterilità.
C’erano diversi riconoscimenti per la
ricerca, l’insegnamento e la cura dei
pazienti; la sua tesi era sullo sviluppo
dell’embrione allo stato iniziale.
Il dottore entrò: aveva i capelli
pettinati indietro con il gel, una stretta di
mano ferma, e la voce da presentatore
radiofonico. “Ho esaminato i risultati
delle sue analisi, dottor Hamid. Il suo
spermiogramma risulta nella norma.”
Cercai di reprimere un sorriso.
Guardai Yasmine, che indossava il velo
e l’abito nero tradizionale, dato che si
era rifiutata di mettere i vestiti nuovi che
le avevo comprato, e le tradussi le
parole del medico.
“Che cos’è lo sperma?” mi chiese lei.
“Devo visitare sua moglie,” dichiarò
il dottor Levy.
L’infermiera le passò una veste
bianca. “Torno tra qualche minuto,”
disse.
La luce al neon non era clemente nei
confronti del corpo rotondo di Yasmine.
Lei si spogliò con attenzione,
accertandosi che il velo restasse al suo
posto in ogni istante. Le mutande erano
grandi e bianche, e il reggiseno la
copriva completamente. Nora non aveva
mai portato il reggiseno.
Yasmine indossò il camice.

***

Sul taxi verso casa, mia moglie


sedette rannicchiata accanto a me, quasi
in posizione fetale.
“Il tuo muco cervicale è a posto,”
dissi, pur sapendo che non avrebbe
capito che cosa volevo dire. Non
credevo di poter sopportare ancora a
lungo quella situazione. Avrei voluto che
andasse da sola al prossimo
appuntamento, dato che il dottore
doveva verificare che non ci fossero
ostruzioni alle tube di Falloppio, ma
Yasmine si rifiutava di lasciare
l’appartamento senza di me. Mi odiai
per i miei pensieri.

***

Il dottor Levy non trovò niente di


anomalo nelle tube di Yasmine. Tutte le
analisi risultarono nella norma ma, tre
mesi più tardi, mia moglie non era
ancora rimasta incinta. Si sottopose a
due sessioni di inseminazione
intrauterina, ma senza risultato. Il passo
successivo sarebbe stata
l’inseminazione in vitro, che sarebbe
costata diecimila dollari, cifra che la
mia assicurazione non copriva, così
decisi che avevamo bisogno di una
pausa.
Non volevo tornare al villaggio, ma
Baba mi aveva chiesto di andare per il
matrimonio di Fadi. Si era laureato in
medicina in Italia e aveva passato
l’esame per esercitare in Israele. Come
primo medico del nostro villaggio,
allestì il suo studio in piazza e chiese in
matrimonio Mayadah, la figlia di zio
Kamal. Hani era all’ultimo anno di
dottorato.
Baba era anche sicuro del fatto che il
padre di Yasmine poteva risolvere il
nostro problema di sterilità. Mio padre
era un uomo saggio ma, almeno riguardo
a ciò, si sbagliava. Ogni volta che Mama
telefonava, esordiva sempre chiedendo:
“Yasmine è già incinta?”.

***

Il padre di Yasmine ci aspettava a


casa dei miei, e tutti insistettero perché
ci trasferissimo subito da lui. Non
potevo credere di trovarmi in quella
situazione. Ancora prima che entrassimo
a casa sua, avvertii l’odore
dell’incenso; una volta dentro, mio
suocero ne accese altro. Preparato il tè,
si voltò e prese le nostre mani nelle sue.
“Ti prego, concedi loro la grazia di un
figlio,” cantilenò a lungo.
Yasmine si unì a lui. “Ichmad, devi
pregare anche tu,” mi riprese.
“Ti prego, concedici la grazia di un
figlio,” intonai con loro, sperando che,
assecondandoli, sarei uscito da lì più in
fretta.

***

Un mese più tardi tornammo a New


York. Yasmine era in ritardo con il
ciclo, così andai in farmacia a
comprarle un test di gravidanza e le
spiegai come usarlo. Quando uscì dal
bagno, sul bastoncino c’erano due
lineette rosa. Era incinta.
Incinta.
Ricordai le parole di Einstein: “La
scienza senza la religione è zoppa”.
Mia moglie mi sorrise e io ricambiai.
Aspettavamo un bambino.

***

Justice e Menachem ci avevano


invitato a cena moltissime volte, ma io
avevo sempre trovato una scusa. “È
stanca dal viaggio”, “Ha l’influenza”,
“Ha mal di testa”.
Era passato più di anno dall’arrivo di
Yasmine quando Justice entrò nel mio
ufficio. Stavo correggendo dei compiti.
Lei si sedette dall’altra parte della
scrivania e spostò i suoi capelli rossi e
selvaggi dal viso.
Per tutto quel periodo l’avevo evitata.
Sapevo che voleva incontrare mia
moglie, ma io avevo intenzione di
rimandare l’inevitabile il più possibile.
“C’è una ragione precisa per cui non
vuoi che conosciamo Yasmine?” Inclinò
la testa.
“Non è come Nora.”
“Non mi aspettavo che lo fosse.”
Rimasi in silenzio per un istante e
cercai di organizzare i pensieri. “È
giovane e inesperta.” Avrebbe potuto
essere mia figlia, non ci sarebbero stati
argomenti di conversazione tra loro.
“Sei il nostro amico più caro.” Justice
sorrise. “Sono sicura che tua moglie ci
piacerà. Questa sera venite a cena da
noi.”
Justice si alzò e mi guardò. “Vietato
rifiutare.” Se ne andò prima che
riuscissi a reagire. Avrei voluto tirarmi
indietro, ma sapevo che non potevo
farlo.
Tornando a casa, ancora prima che
potessi prendere le chiavi, Yasmine
spalancò la porta. Indossava una veste
nera con un motivo geometrico di colore
rosso sul davanti, come quella di Mama.
Mi chiesi se fosse rimasta in attesa di
sentirmi arrivare. Tuttavia, non era stata
tutto il giorno con le mani in mano: il
profumo della pita appena fatta che
stava cuocendo nel forno che le avevo
comprato riempiva l’aria. La tavola era
apparecchiata per due e imbandita con il
mezze, un antipasto composto da una
moltitudine di piattini di baba ghanouj,
hummus, tabbouleh, formaggio di capra
e falafel. Sul fuoco, stava cuocendo la
moussaka, uno stufato di melanzane,
pomodoro e ceci.
“Puoi cambiarti, per favore?” le
chiesi. “Menachem e Justice ci hanno
invitato a cena.” Avrei chiamato per
avvertirla, ma lei non rispondeva al
telefono.
“E tutto il cibo che ho preparato?” Ci
era rimasta male.
“Mettilo in frigo.”
Le lacrime le riempirono gli angoli
degli occhi. Abbassò la testa, si voltò e
si diresse verso il tavolo. Era incinta di
due mesi ed era diventata molto
emotiva.
“Aspetta.” Chiamai Justice, spiegando
la situazione, e li invitai a venire loro a
cena da noi. “Ti prego, Yasmine,” feci
del mio meglio per essere gentile, “puoi
indossare i vestiti occidentali che ti ho
comprato? E non mettere il velo, per
favore.”
“Che cosa c’è che non va con quello
che ho addosso?”
“Viviamo in Occidente adesso. Ti
prego, cerca di adeguarti.”
Yasmine scelse una gonna a fiori
lunga fino ai piedi e una camicia larga.
Voleva raccogliere i capelli in una
treccia, ma io le feci notare che
l’avrebbe fatta sembrare troppo giovane.
Li tenne sciolti, e io rimasi colpito da
quanto fosse bella.
Quando Menachem e Justice
arrivarono, Yasmine si nascose dietro di
me come una bambina. Justice si rivolse
subito a lei, come se fossero amiche da
anni, le consegnò un mazzo di girasoli,
la prese per mano e la portò sul divano.
Chiacchierava a raffica, senza tenere
conto del fatto che mia moglie non
conosceva una parola di inglese.
“Bellissima moglie.” Menachem
annusò l’aria. “È pane appena fatto?”
Quando Menachem e Justice finirono
la pita per divorare gli antipasti,
Yasmine ne preparò altra davanti ai loro
occhi. Cucinava sempre tutto dal niente,
e passava i giorni a sminuzzare
prezzemolo, a schiacciare ceci e a
impastare.
“Devi darmi la ricetta di questo
pane,” disse Justice.
Menachem estrasse il taccuino che
teneva sempre con sé nella tasca della
giacca e scrisse qualcosa. “Ti prenderò
la macchina del pane; forse potresti
prendere lezioni da Yasmine.” Non
riuscii a non sorridere, comprendevo
bene il suo entusiasmo per qualsiasi
miglioramento culinario.
Quando i piatti del mezze furono
vuoti, Yasmine li tolse dalla tavola, poi
servì con un mestolo la moussaka e mise
le porzioni davanti a ognuno di noi.
Justice la assaggiò, assaporandola, e
chiuse gli occhi. “È la ratatouille
migliore che abbia mai mangiato.”
Non avevo idea di che cosa fosse una
ratatouille, ma sapevo che Justice
voleva fare un complimento. Yasmine
arrossì.
“Ichmad, mi sorprende il fatto che tu
non abbia voglia di uscire di casa,”
commentò Menachem. “Con una moglie
così brava in cucina.”
Chiacchierammo un po’, ma, per la
maggior parte del tempo, eravamo
impegnati a mangiare. Yasmine concluse
la cena con il baklava fatto in casa.
Perfino io non avevo mai assaggiato
niente di tanto buono.
“Devi insegnare a Justice a
prepararlo,” disse Menachem
prendendone per la terza volta.
“Mi piacerebbe imparare,” disse
Justice. “Potrei farlo per settimana
prossima. Ho invitato a cena il gruppo
di pacifisti.”
“Tua moglie è fantastica,” mi sussurrò
Menachem all’orecchio prima di andare
via, e io sapevo che era sincero.
Justice fu di parola. Una volta a
settimana, Yasmine le mostrava come
cucinare, e lei ricambiava insegnandole
come vestirsi, a parlare inglese e a
vivere in modo più indipendente.
A marzo, mia moglie partorì nostro
figlio, Mahmud Hamid. Quando lo vidi,
fin dal primo istante, compresi i
sacrifici che Baba aveva fatto per me.
Ora sapevo che cosa voleva dire amare
qualcuno più di me stesso. Avrei fatto
qualunque cosa per proteggerlo da ogni
pericolo.
Se Yasmine non era una donna esperta
del mondo, era però una madre nata.
Faceva il bagno a nostro figlio, lo
allattava, si svegliava nel cuore della
notte, cantava per lui quando piangeva e
inventava storie elaborate. Qualcosa nel
cambiamento che avvenne in lei, la
madre di mio figlio, risvegliò in me una
passione genuina. Adesso avevamo un
legame che ci teneva uniti. La vita di
Yasmine era piena della presenza di
nostro figlio e della mia. Cominciai a
guardarla con occhi diversi, la vidi
nello stesso modo in cui Mama e Baba
l’avevano vista quando l’avevano scelta
perché diventasse mia moglie: una
ragazza semplice del mio villaggio. Lei
e io eravamo fatti della stessa stoffa.
PARTE QUARTA
2009
46.

Il 2009 non iniziò bene. Da una


settimana Israele aveva mosso guerra a
Gaza. Quel pomeriggio Yasmine e io
eravamo stati a una festa di capodanno:
appena rientrati, afferrai il telecomando
e accesi il televisore, ansioso di
conoscere le notizie dell’ultim’ora. Mia
moglie venne a raggomitolarsi sul
divano, accanto a me.
“Oggi, un F-16 da combattimento ha
sganciato una bomba da duemila libbre
sulla casa di Nizar Rayan,” annunciò
l’inviato. “L’uomo era uno dei leader
principali del movimento di Hamas, e
faceva da collegamento tra i capi del
movimento politico e la sua milizia.
Insieme a Rayan, la bomba ha ucciso
anche le sue quattro mogli e undici dei
suoi figli, che avevano un’età compresa
tra uno e dodici anni.”
Il telegiornale fece scorrere delle
immagini di Rayan prima della sua
esecuzione extragiudiziale e dopo.
L’edificio a cinque piani in cui vivevano
Rayan e la sua famiglia era stato raso al
suolo. Alcuni uomini, che indossavano
giubbotti gialli, estraevano i morti dal
luogo dell’esplosione. Corpi, fuoco,
fumo, feriti, bambini ricoperti di sangue;
tutto veniva ripreso dall’inquadratura
instabile della videocamera. Molti
cercavano le vittime tra le macerie. Una
seconda esplosione scatenò il panico, e
la gente che viveva nei paraggi si
disperse in cerca di un luogo sicuro.
“Secondo le fonti, Rayan era
diventato un sostenitore delle bombe
suicide da quando, nel 1994, un ebreo
americano immigrato in Israele, Baruch
Goldstein, entrò in una moschea di
Hebron durante il Ramadan, e aprì il
fuoco sulla folla disarmata di fedeli
palestinesi,” riferì l’inviato. “Prima di
finire le munizioni, Goldstein uccise
ventinove palestinesi e ne ferì 125.
“Nel 2001, Rayan aveva inviato in
missione suicida suo figlio, di soli
ventidue anni: il ragazzo si fece saltare
in aria, uccidendo anche due israeliani.”
Il notiziario mandò un servizio di
immagini di Rayan, un uomo imponente,
con la barba, circondato da combattenti
con il volto coperto da un
passamontagna nero con delle fasce
verdi legate intorno alla fronte. Erano i
militanti delle Brigate Ezzedin al-
Qassam.
Stavo per spegnere il televisore,
quando riconobbi un uomo storpio e
curvo che si avvicinava a un gruppo di
microfoni. Erano passati anni
dall’ultima volta che avevo visto mio
fratello, ma la sua camminata era
inconfondibile. Ormai aveva sessantuno
anni, era calvo e la pelle pendeva dal
viso come una maschera troppo grande.
Abbas si sporse in avanti e disse:
“Vendicheremo l’assassinio del nostro
grande leader, Nizar Rayan”.
Mi drizzai con la schiena. “Quello è
mio fratello Abbas.”
Yasmine si sporse in avanti. “Con tutti
gli investigatori privati che hai
ingaggiato senza risultati, lui si fa
vedere in tv?”
Mio fratello membro delle Brigate
Ezzedin al-Qassam: era rimasto
nell’ombra per tutto quel tempo. Non era
possibile: era storpio, non poteva certo
essere a servizio nell’esercito.
“Tuo fratello desidera morire?”
chiese Yasmine.
Non mi capacitavo del fatto che fosse
andato a vivere a Gaza, il luogo più
povero e pericoloso della Terra. Non
avrebbe mai dovuto lasciare il villaggio.
Magari non avevamo molti diritti, ma
vivevamo in condizioni migliori rispetto
alla gente di Gaza.
“Che cosa pensi che faranno gli
israeliani alla mia famiglia?” Mi tolsi
gli occhiali e mi strofinai gli occhi.
“Perché Abbas si è fatto coinvolgere
nella politica?” Gaza non aveva nessuna
possibilità contro Israele, uno degli
eserciti più potenti del mondo e l’unica
superpotenza nucleare del Medio
Oriente. “Devo andare ad aiutarlo.”
“Adesso sappiamo dov’è, cerchiamo
di metterci in contatto con lui,” propose
mia moglie.
Nel mio studio Yasmine cercò il
numero di Abbas su internet. A Gaza
c’erano cinque Abbas Hamid e io
telefonai a tutti. Tuttavia, nessuno di
questi Abbas sapeva dirmi come trovare
mio fratello.
Chiamai vari uffici governativi,
compreso quello del presidente. Lasciai
messaggi ovunque, implorando Abbas di
farsi vivo.
Per il resto dei ventitré giorni di
guerra in Israele passavo le mie giornate
incollato alla televisione, controllando
le notizie in internet e leggendo i
giornali. Dopo aver visto su YouTube un
video in cui un esperto del fosforo
bianco spiegava come questo era stato
utilizzato a Gaza dagli israeliani,
divenni più determinato che mai a
portare via mio fratello da quel luogo.
L’esercito aveva fatto esplodere in
aria i bossoli di fosforo bianco,
ufficialmente per creare una barriera di
fumo vicino al campo di Jabaliyah, il
posto con la densità di popolazione più
alta in tutto il pianeta. Ma, spiegava
l’esperto, quel giorno il vento era
talmente forte che non era possibile
creare una barriera di fumo. Infatti, i
proiettili in fiamme caddero come
pioggia su quell’area affollata, abitata
solo da civili. Era una situazione molto
pericolosa perché il fosforo poteva
essere assorbito dalle aree ustionate
della pelle, provocando danni a fegato,
cuore e reni e, in alcuni casi, portando a
un collasso generale degli organi interni.
Inoltre, il fosforo bianco continua a
bruciare fino alla totale assenza di
ossigeno, o finché non si consuma del
tutto.
Non potevo lasciare mio fratello lì.
Rischiava di restare ustionato dal
fosforo: il dolore sarebbe stato
insopportabile. Ripensai a quando una
pentola di zuppa bollente era caduta sul
braccio di mio figlio Amir,
provocandogli una brutta scottatura.
Quella era un’inezia in confronto a
un’ustione da fosforo bianco. Ricordai
Abbas in coma in quel letto d’ospedale,
molti anni prima, e la sensazione di
impotenza che avevo provato.
Passavo ogni minuto delle mie
giornate a cercare un modo per
contattarlo, ma senza successo. Poi, una
settimana dopo il cessate il fuoco, la mia
fortuna cambiò. Ricevetti una misteriosa
telefonata da una donna. “Se vuoi vedere
tuo fratello Abbas, vieni a Gaza.”
Sarei partito per salvarlo.
“Ti senti bene?” Yasmine era in
accappatoio sulla soglia del mio studio.
“Ho sentito suonare il telefono, chi
era?”
L’albero fuori dalla finestra di casa
nostra mi ricordava di quando Abbas e
io ci arrampicavamo sul mandorlo per
guardare gli ebrei con il mio telescopio.
“Devo andare a Gaza,” dissi.
Yasmine spalancò gli occhi. “Non
dici sul serio.”
“Abbas è in pericolo. Devo
parlargli.”
“Sarai in pericolo anche tu.”
“È mio fratello.”
“Non puoi andare.” Scandì ogni
parola.
“È la mia occasione per fare
ammenda.” Ripensai a Baba
ammanettato alla barella, ad Abbas, che
giaceva a terra scomposto mentre una
pozza di sangue si formava sotto la sua
testa. “Voglio offrirgli le possibilità che
la vita non gli ha mai dato.”
Mia moglie incrociò le braccia sul
petto. “Perché tu? Perché non puoi
mandare qualcuno a prenderlo?”
“È una cosa che devo fare io.”
“Tu hai una moglie, due figli e una
carriera. Gaza è pericolosa. E se Israele
attacca ancora Gaza mentre ti trovi lì?
Non pensi alle nostre famiglie? E se gli
israeliani si vendicano con loro? Sei
disposto a rischiare tutto per tuo
fratello?”
“Sì.” Finalmente, sentivo che stavo
facendo tutto il possibile.
Yasmine fece un respiro profondo:
sapeva che avevo preso una decisione.
“Vengo con te.”
E io sapevo che anche lei aveva preso
la sua.

***

Fadi venne a prenderci all’aeroporto


e ci accompagnò a casa dei miei
genitori. In macchina, non parlammo di
Abbas, per timore che fossero state
messe delle cimici per ascoltare la
conversazione. Dopo quel primo
servizio in televisione nessuno sapeva
chi fosse Abbas, ma, nei giorni
successivi, era stato identificato come
Abbas Hamid, un arabo israeliano. Fu
anche reso noto che lavorava per i
servizi segreti delle Brigate Ezzedin al-
Qassam e che era rimasto nell’ombra,
insieme agli altri membri della milizia,
fino alla morte di Nizar Rayan.
Fadi continuava a guardare nello
specchietto retrovisore. Ogni volta che
cambiavamo di corsia, la jeep militare
dietro di noi ci imitava. Ci stava
incollata al paraurti. Attraversammo Tel
Aviv; forse Fadi voleva cercare di
seminare i soldati in quel modo. Rimasi
sbalordito nel vedere tutti quei nuovi
grattacieli di vetro e acciaio, i
condomini, gli uffici e le strade e
superstrade a quattro corsie, i viali e le
autostrade. Passammo vicino alla
spiaggia di sabbia, costeggiata da locali
alla moda, bar e negozi e da viali di
palme. Era chiaro che nella città era
stato investito molto denaro. Ci
immettemmo sulla nuova autostrada, la
Kvish 6, con i suoi ponti e sottopassi
intricati. In tempo record raggiungemmo
il villaggio, la jeep militare sempre in
scia. Ci seguì fino alla cima della nostra
collina.
Due soldati erano di guardia fuori da
casa nostra. Questa volta Fadi non suonò
il clacson per avvertire del nostro
arrivo, e nessuno ci aspettava
all’ingresso per accoglierci.
“Baba.” Andai ad abbracciarlo, ma
lui non si spostò dal divano, la sua
attenzione concentrata sul telegiornale.
Alzò lo sguardo: aveva gli occhi rossi.
Con gesti lenti, si alzò e ci abbracciò.
Sembrava invecchiato di cento anni.
“Che cosa possiamo fare?” mi sussurrò
all’orecchio.
“Yasmine e io andremo a Gaza.
Vogliamo portarlo in America con noi,”
risposi, sempre a bassa voce. Restammo
in mezzo alla stanza, Yasmine accanto a
me.
“È troppo pericoloso,” mi disse Baba
all’orecchio. “Non posso lasciarti
andare.”
“Nella prosperità la scelta è difficile.
Nelle avversità non si può scegliere,”
sussurrai. “Come sta Mama?”
Baba scosse la testa. “Non la
capisco.” Mi attirò più vicino a lui.
“Dice di essere fiera di Abbas.”
Non riuscivo a credere che mia madre
fosse fiera del fatto che suo figlio
militasse in un partito che sosteneva che
la violenza fosse necessaria per la
liberazione. Prima aveva ostacolato i
miei studi in ogni modo, e adesso
questo.
“Dov’è?” Non è una donna istruita, mi
dissi.
Baba si diresse in cucina. Mama era
lì, che sminuzzava il prezzemolo
canticchiando. Due soldati la
guardavano lavorare dalla finestra. Lei
li salutò con la mano e rise.
“Mama,” la chiamai. “Che cosa fai?”
“Hai la faccia di uno che ha appena
dato un morso a un limone.” Ridacchiò.
“Quando siete arrivati? Venite ad
abbracciarmi.” Mi strinse a sé, poi fece
lo stesso con Yasmine. “Sono così
orgogliosa di tuo fratello,” sussurrò.
“Hai visto dove è arrivato? E pensare
che l’avevano quasi ucciso.”
Fadi entrò in casa con sua moglie e i
due figli.
“Com’è Roma?” chiesi ad Abdullah,
il primogenito di mio fratello. Era al
terzo anno di medicina e studiava in
Italia, nella stessa università che aveva
frequentato suo padre.
Mi abbracciò forte. “Grazie zio
Ichmad,” mi disse. “La macchina è
bellissima!”
“Sei un Hamid!” scherzai. “Devi
viaggiare con stile. Ti piace
l’appartamento?”
“Sì, ancora grazie,” rispose lui.
“E che cosa mi dici di Parigi?” chiesi
all’altro figlio di Fadi, Hamza.
“È il sogno di ogni artista.”
“Hai già insegnato qualcosa di nuovo
a tuo nonno?” Sorrisi in direzione di
Baba.
“Mi ha sorpassato da tempo,” si
schermì lui.
Nadia, che si era trasferita lì vicino,
alla fine della strada, era negli Stati
Uniti da Hani. Avevo pagato volentieri
le rette dell’università per i suoi dieci
figli e sette figliastri. Solo due delle mie
nipoti femmine avevano deciso di
sposarsi subito dopo il diploma. Tra i
laureati, c’erano due cardiochirurghi, un
chirurgo ortopedico, un radiologo, un
ingegnere meccanico, un architetto, un
insegnante di scrittura creativa, un
avvocato per i diritti umani, una maestra
delle elementari, due infermiere e un
bibliotecario. Dei miei fratelli, solo
Abbas e Nadia non avevano completato
gli studi.
Hani, che aveva ottenuto una cattedra
all’Università della California, viveva lì
con sua moglie. Si erano conosciuti
all’Università ebraica di Gerusalemme.
Dopo che mio fratello ebbe terminato il
dottorato in studi del Medio Oriente, e
lei si era laureata alla stessa facoltà, si
erano traferiti negli Stati Uniti.
La mattina seguente ci dirigemmo
all’ambasciata americana a
Gerusalemme, a fare richiesta del visto
di Israele per recarci a Gaza.
Arrivato il nostro turno, la segretaria
non fu affatto accogliente. “Non sapete
che è zona di guerra?” La donna squadrò
Yasmine e me come se le avessi appena
rivelato che eravamo in missione
suicida.
“Mio fratello si trova là,” spiegai.
“Devo andare da lui.”
“Sarò sincera,” rispose. “State
sprecando il vostro tempo. Israele non
concede questo genere di visto.”
“È un’emergenza,” insistetti.
“Tornate in America. È il mio
consiglio.” Guardò oltre le nostre
spalle. “Il prossimo.” La fila era lunga,
e lei era l’unica impiegata.
“Possiamo almeno compilare la
richiesta?” chiese Yasmine.
“No, non si può fare,” ribatté la
segretaria. “È contro la politica di
viaggio del nostro governo.”
Delusi, ma comunque determinati,
Yasmine e io tornammo negli Stati Uniti.
47.

Yasmine portò in tavola un vassoio di


kallaj.
“Questo non l’ho mai assaggiato.”
Menachem ne mise uno nel piatto.
“È la specialità della settimana,”
spiegò Justice. “Non riusciamo a stare
dietro alle vendite.”
Dieci anni prima, Justice e Yasmine
avevano aperto una pasticceria
mediorientale chiamata “Paste di Pace”.
Ora ne avevano ventitré in tutti gli Stati
Uniti. I profitti erano destinati a un
programma, nato da un loro progetto,
che garantiva microcrediti alle donne
palestinesi che volevano iniziare
un’attività.
Guardai il volto di Abbas nel ritratto
che Baba mi aveva dato quando ero
partito per l’America, quello senza le
mie sorelle defunte.
“Come sapete, mio fratello minore
Abbas milita con Hamas,” spiegai. “Ha
avuto una vita difficile. Un israeliano
l’ha spinto giù da un’impalcatura quando
aveva solo undici anni: si è rotto la
schiena e, da allora, è rimasto storpio.
Mio padre è stato detenuto per anni e noi
abbiamo vissuto in una tenda. Potete
aiutarmi?” Non somigliava per niente al
discorso che mi ero preparato nella
testa.
Gli occhi di Justice si spalancavano
sempre più a ogni parola, ma Menachem
rimase impassibile.
Sollevai gli occhiali e mi premetti le
dita sugli occhi. Yasmine versò il caffè,
si sedette accanto a me e mi prese la
mano che avevo libera. Dovevo essere
forte. Per Abbas. Sarei stato disposto a
implorare, se fosse servito.
Menachem rimase in silenzio per un
attimo: poi mi guardò come se mi
ammirasse per quanto avevo appena
rivelato. “Che cosa posso fare?”
Mi alzai e andai alla finestra. Misi le
mani in tasca e mi voltai verso di lui.
“Conosci qualcuno che possa far entrare
Yasmine e me a Gaza?”
“Potresti restare ucciso,” protestò.
Alzai le spalle.
Avevo sessantadue anni, ma Abbas
era ancora il mio fratellino.
48.

Sei mesi più tardi, Yasmine e io


eravamo sul sedile posteriore di un taxi
che ci avrebbe portati da Gerusalemme
a Gaza. Oltrepassammo uliveti,
mandorli e poi aranceti. Quando vidi i
campi di grano, il mio stomaco si
contrasse.
Nelle ultime tre settimane avevamo
cercato in tutti i modi di attraversare i
cancelli di Gaza. Ogni giorno
trascorrevamo ore al Valico di Erez nel
tentativo di convincere i funzionari
israeliani a lasciarci passare. Menachem
aveva mosso mari e monti per fare in
modo che Israele ci accordasse il
permesso di entrare, ma a loro non
importava. Ogni giorno sostenevamo la
nostra causa con gli ufficiali di frontiera
israeliani, e, ogni giorno, ci sentivamo
rispondere che ci serviva un pezzo di
carta diverso da quello che avevamo.
Ogni giorno ci alzavamo alle cinque per
affrontare il nostro viaggio, con
documenti nuovi.
Avevo portato lettere di Menachem e
di due Premi Nobel ebrei che avevano
lavorato con me in Massachusetts. Sia io
sia Yasmine avevamo scritto e firmato
una dichiarazione personale in cui
riconoscevamo Gaza come zona di
guerra e ci assumevamo il rischio di
quanto ci sarebbe potuto accadere,
sollevando il governo israeliano da ogni
responsabilità. Non era servito a niente.
Ogni giorno, arrivati al cancello,
ricevevamo la stessa risposta: “Tornate
domani, con altri documenti”.
Il nostro autista arabo fumava una
sigaretta dopo l’altra con i finestrini
alzati, creando una nebbia tossica.
Nonostante fossimo in macchina, con i
vetri chiusi, e avessi indosso un
maglione e l’impermeabile pesante,
stavo gelando. Yasmine tremava in modo
evidente. Ormai ero abituato al clima
invernale, ma quel freddo umido era
tutta un’altra cosa.
“Puoi accendere l’aria calda?” chiesi
al tassista.
“È rotta.” Si girò per guardarmi. “Per
aggiustarla mi ci vogliono mille shekel.
Non ce li ho mica tutti quei soldi.”
Misi una mano in tasca ed estrassi gli
shekel: ne contai mille. “Ecco,” dissi, e
gli allungai il denaro.
“Che cosa vuoi da me?” Mi scrutò
con gli occhi socchiusi. “Sono già finito
in prigione quattro volte. Non ci torno di
nuovo.”
“Devi solo portarci al Valico di
Erez.”
“Perché andate a Gaza?”
“A trovare mio fratello.”
“Buona fortuna.” Diede un altro tiro
alla sigaretta, poi, girandosi verso il
sedile posteriore, mi soffiò il fumo in
faccia. “Gli israeliani non vi lasceranno
mai passare. Nel 2005 se ne sono andati,
hanno chiuso la gente dentro Gaza e
hanno buttato via la chiave. Sapete
quante volte ho portato qualcuno fino al
Valico di Erez? Non è mai entrato
nessuno: chi vi credete di essere per
riuscirci?”
“Noi abbiamo i documenti,”
intervenne Yasmine. Cercava sempre di
essere ottimista.
“Prima che Israele murasse Gaza, i
palestinesi attraversavano di continuo il
Valico di Erez; cercavano un lavoro,
sapete. Israele l’ha fatta diventare una
miniera di manodopera a basso costo.
Quella povera gente non aveva scelta,
non potevano certo sviluppare
un’economia per conto loro.” Un altro
lungo tiro alla sigaretta. “E appena sono
diventati del tutto dipendenti, Israele li
ha tagliati fuori dal mondo.”
“Lo so,” risposi. “Capisco.” Faticavo
a respirare. L’ultima cosa che volevo
era discutere di politica.
Yasmine e io uscimmo dal taxi e ci
trovammo di fronte a un edificio
splendente. Il Valico di Erez era una
fortezza. Quando, finalmente, venne il
nostro turno, ci avvicinammo al soldato
israeliano nel gabbiotto e gli
consegnammo i documenti. Ero
abbastanza vecchio da poter essere suo
nonno. Lui esaminò i permessi.
“Aspettate qui che vi chiami.” Ci fece
segno di spostarci di lato.
“Venite,” ci disse un uomo. Era
insieme a un’altra persona. “Jake
Crawford. Sono del Crs, i servizi
umanitari cattolici. E lui è il mio
collega, Ron King.”
“Ichmad Hamid,” risposi, “e questa è
mia moglie Yasmine.”
La pioggia cadeva battente: il freddo
ci penetrava nelle ossa.
“Non fate quelle facce,” disse Jake.
“Poteva andarci peggio. Potevamo
essere al Valico di Karni.”
“Perché? Che cosa succede laggiù?”
chiesi.
“C’è un ingorgo pazzesco,” spiegò
Jake. “Uno dei nostri sta provando da
mesi a entrare con un camion di acqua.”
“Le persone si ammalano.” Ron
scuoteva la testa. “Il sistema idrico e
quello fognario stanno collassando.
Israele non permette di far entrare i
pezzi di ricambio per ripararli. La gente
di Gaza non può bere l’acqua, e gli
israeliani non lasciano passare il camion
con l’acqua potabile.”
“Dovreste vedere quanti camion sono
fuori in attesa,” sospirò Jake. “Molti
degli autisti aspettano da mesi.”
***

Trascorsero ore prima che ci


informassero che i nostri documenti
erano pronti: li consegnammo
all’israeliano che stava dietro allo
sportello. Ci perquisirono e ci presero
le borse: passarono al setaccio ogni
tasca e ogni oggetto all’interno. La tappa
successiva era lo splendente edificio
d’acciaio che sembrava un incrocio tra
una prigione e un aeroporto. Doveva
essere costato un capitale, con gli
scanner a raggi x, videocamere, sistemi
di sorveglianza e altri marchingegni del
genere. C’erano sette cabine, ma solo
una era presidiata. Passammo attraverso
quel labirinto di cancelli, sale d’attesa e
tornelli. Entrare al Centro di detenzione
di Dror non era niente in confronto a
questo. Alla fine, la telefonata che
Menachem aveva fatto la sera prima al
capo di stato maggiore doveva aver
funzionato.
Quando cominciammo a vedere i
cartelli che indicavano Gaza, era ormai
buio: passammo attraverso una lunga
galleria di cemento che mi ricordava il
percorso che dovevano seguire le
mucche al macello. Eravamo stati
costretti a portare le nostre valigie per
quasi due chilometri di rocce, terra,
sabbia e ghiaia che ci condussero
dall’altra parte del confine, a Gaza.
Quando riemergemmo, tassisti disperati
si abbatterono su di noi come uno
stormo di corvi su una carcassa.
“Vi porto io!”gridavano tutti uno
sopra l’altro.
Bagnati fradici e tremanti, ci
sistemammo sul rivestimento strappato
del sedile posteriore di un taxi.
Lungo la strada, incontrammo qualche
ostacolo.
“Un posto di blocco di Hamas,”
spiegò il tassista. “Solo una formalità.”
“Buona sera,” ci salutò l’ufficiale di
Hamas. Gli consegnammo i nostri
passaporti, lui li esaminò e ce li restituì.
“Benvenuti a Gaza.” Sorrise.
Era troppo tardi per cercare Abbas,
così ci dirigemmo dritti all’albergo.
Oltrepassammo strutture di
calcestruzzo mai intonacate, deturpate da
enormi crateri. La maggior parte delle
finestre era tappata con fogli di
cellophane. Sotto la pioggia, le strade
brulicavano di persone di tutte le età,
macchine che cadevano a pezzi e carri
tirati da asini. Televisori rotti, caldaie,
cavi e tondini di acciaio piegati
spuntavano da pile di rifiuti. Schiere di
condomini ormai inabitabili correvano
lungo le strade strette. In ogni angolo
c’erano postazioni di cecchini
abbandonate. Bambini scalzi correvano
nel fango. La spazzatura era
ammucchiata ovunque. Passammo
accanto a file e file di tende. Da quello
che stavo vedendo, chiunque a Gaza
viveva in condizioni disperate. Gli
occhi di Yasmine erano spalancati in
un’espressione di orrore.
“Perché non ci sono alberi?” chiesi al
nostro autista. Baba mi aveva ripetuto
sempre che i molti aranceti di Gaza
riempivano l’aria del loro profumo
dolce. Le nostre arance non potevano
competere con quelle succose e senza
semi di Gaza. Me l’aveva sempre
descritta come una località di mare,
dove il commercio era florido, grazie
alla sua posizione strategica.
“Gli israeliani hanno sradicato tutti
gli alberi di questa zona,” spiegò il
tassista. “Potete immaginare quale
minaccia fossero per la loro sicurezza:
dev’essere caduta un’arancia, colpendo
uno dei loro carri armati.”
Girammo l’angolo e ci trovammo in
un quartiere pieno di condomini di
pietra e cemento, che, per la maggior
parte, erano ancora intatti: qua e là,
qualche edificio era deturpato da travi
contorte in posizioni assurde. L’autista
svoltò di nuovo e percorse una strada
asfaltata che portava a un palazzo bianco
con degli archi all’ingresso.
Il portiere ci diede un caloroso
benvenuto. Quell’edificio era stato
costruito per accogliere dignitari e
giornalisti, e, perfino adesso, emanava
un’atmosfera di privilegio. All’interno
c’erano cupole e alti soffitti a volta da
cui pendevano candelieri di ferro. La
sala d’ingresso era bianca, pulita e
spaziosa: ero sollevato di quella
sistemazione comoda e di lusso. Anche
la nostra stanza era ad arcate, arredata
con fotografie in bianco e nero della
Gaza di altri tempi. Dalla finestra,
Yasmine e io restammo ad ascoltare il
frangersi delle onde. Una leggera brezza
marina si mescolava con l’aroma di
sandalo dell’albergo.
“Senti come sono arrabbiate le onde,”
disse Yasmine. “Perfino tu non ci
nuoteresti.”
Avevo imparato a nuotare nel
Mediterraneo, quando avevo assistito a
una conferenza di fisica a Barcellona;
era stato durante le vacanze estive e
Yasmine e i ragazzi erano venuti con me.
Terminato il seminario, eravamo andati
sulla Costa Brava, dove alloggiavamo in
un albergo in riva al mare. Mahmud
aveva nove anni e Amir doveva
compiere gli otto. Tutte le mattine ci
alzavamo presto per andare a nuotare
nella spiaggia che ci era stata riservata.
“Non sono come le onde di Long
Island, poco ma sicuro,” commentai.
Quando abitavamo a New York, i miei
figli mi avevano insegnato a fare
bodysurf.
“Quest’acqua è avvelenata,” disse
Yasmine.
49.

Eravamo nella sala da pranzo, da soli,


e bevevamo succo di fragola fresco,
quando un uomo con un abito gessato si
avvicinò al nostro tavolo. “Benvenuti,
benvenuti,” ci disse. “Sono Sayeed El-
Sayeed, il proprietario dell’albergo.”
“La prego,” indicai la sedia di fronte
a me, “si unisca a noi. Sono Ichmad
Hamid e questa è mia moglie Yasmine. Il
suo albergo è bellissimo.”
“Avevo grandi speranze per questo
posto,” raccontò sconsolato. “Ho
lavorato come architetto in Arabia
Saudita per vent’anni. Con i miei
risparmi, sono tornato a Gaza e ho
costruito l’hotel.”
“Lei è di Gaza?” chiesi.
“No, sono nato a Jaffa, ma sono
emigrato qui nel 1948, prima della
guerra, quando gli ebrei hanno invaso la
mia città.”
“Non si vedono molti turisti di questi
tempi.” Guardai il ristorante vuoto
attorno a me.
“Solo voi,” rispose. “Almeno, prima,
i giornalisti e gli operatori dei servizi
umanitari potevano passare.”
“Dove si procura il cibo fresco e le
provviste?” domandai.

Indicò verso il basso. “Le gallerie.


Sapete, il mercato nero.”
“Deve comprare tutto il cibo dalle
gallerie?”
“No, no. Gli israeliani mi permettono
di procurarmi gli alimenti di base, quelli
che servono per mettere insieme un
menu da hotel.”
“Che cosa pensa di fare?” chiesi
ancora.
Scosse il capo. “Conosce qualcuno
interessato a rilevare un albergo a
cinque stelle in una prigione?”
50.

Guardai fuori dal finestrino.


“Dov’è il palazzo presidenziale?”
chiesi all’autista.
“Era qui.” Indicò un cumulo di
macerie di cemento. “Ora è quello
accanto.” Mi mostrò un edificio mezzo
distrutto con fogli di cellophane che
pendevano per coprire i punti
bombardati.
“Stiamo cercando Abbas Hamid,”
dissi alla portinaia.
“Il suo nome?” Aveva una benda
sull’occhio. Le mancavano due dita alla
mano destra. L’abito nero e il velo dello
stesso colore le davano un’aria lugubre.
“Ichmad Hamid, suo fratello, e questa
è mia moglie, Yasmine Hamid.” Le
mostrai i nostri passaporti americani.
Guardò Yasmine con disprezzo: mia
moglie indossava l’impermeabile giallo
con il collo a pieghe che aveva
comprato a Parigi e pantaloni neri
aderenti. Amava tenersi in forma, e
praticava regolarmente pilates e yoga.
La donna cercò nella sua cartelletta.
Alzò il telefono e compose un
numero.
“Uscite,” ci ordinò. “Non è ancora
tornato.”
All’aperto, il clima era umido,
piovigginoso e freddo. Non avevamo
l’ombrello. Dall’altra parte della strada
c’era una moschea distrutta. Un gruppo
di ragazze venivano verso di noi, alcune
indossavano un’uniforme, altre dei
vestiti logori e sformati. Un paio
avevano degli zaini, mentre le altre
portavano dei sacchi della spazzatura.
Quando ci superarono, cominciarono a
bisbigliare e ridacchiare tra loro.
Scorsi l’andatura zoppa di Abbas
mentre si avvicinava lentamente, aiutato
da un ragazzo.
“Fratello.” Gli andai incontro.
“Finalmente.” Lo abbracciai, ma lui non
ricambiò.
Ebbi l’impressione che volesse dirmi
di andarmene, ma guardò il ragazzo al
suo fianco e rimase in silenzio.
“È sicuro restare all’aperto?” gli
chiesi. Avevo letto che i membri delle
Brigate Ezzedin al-Qassam si
muovevano in incognito.
“Sono un vecchio storpio,” rispose.
“Anch’io vorrei morire combattendo per
la mia patria, come Nizar. Lui non aveva
paura di mostrare il proprio volto. Mi
rifiuto di nascondermi ancora, che il
mondo guardi mentre Israele mi uccide.”
“Ti prego, non mettere la tua vita in
pericolo,” lo implorai.
“Troppo tardi,” disse. “Ora devo
andare a una riunione.”
“Dove?” chiesi.
Indicò l’edificio mezzo distrutto.
“Puoi liberarti dai tuoi impegni?”
domandai. “Ho viaggiato fino a qui per
vederti.”
“Ti chiedo scusa se non lascio tutto
per bere un tè con voi, ma ho una
riunione importante.” Mi guardò con
disgusto. “Tra poco mio nipote Majid
deve andare a scuola. Andate con lui, vi
farà fare un giro nei dintorni, prima.
Parleremo al suo rientro.”
“Tutto il giorno?”
“A Gaza la scuola è a turni di quattro
ore.” Abbas si rivolse al ragazzo che era
con lui. “Questo è mio fratello, tuo zio
Ichmad: viene dall’America.”
“Io sono Yasmine, la moglie di
Ichmad.” Mentre si presentava, Yasmine
sorrise.
Abbas la salutò con un cenno del capo
e poi parlò di nuovo a suo nipote.
“Portali un po’ in giro, presentali ai tuoi
amici e poi falli venire a scuola con te.”
Prima che potessi dire un’altra parola,
Majid lo stava aiutando a salire le scale.
Yasmine e io aspettammo che il
ragazzo tornasse: se non altro, Abbas
aveva detto che ci saremmo visti finita
la scuola.
“Che classe fai?” gli chiese Yasmine
mentre camminavamo. “La prima
media.” Mi guardò negli occhi. “È vero
che vivete in America?”
“Sì.” Gli sorrisi.
Si fermò, aprì lo zaino, estrasse il
guscio di una granata fumogena e me lo
passò. “Questo è un regalo del tuo
paese.” Majid sorrideva.
Presi la bomba dalle sue mani. Sul
lato, c’era scritto Fabbricato a
Saltsburg, Pennsylvania.
“Ringrazia i tuoi amici. Abbiamo
ricevuto le loro granate.” La rimise
nello zaino ed estrasse un altro
frammento. “Questa era in una scuola. È
un frammento di un’arma al fosforo
bianco.” Majid mi mostrò il marchio sul
suo tesoro. Pine Bluff Arsenal.
“Ci sono anche dei libri lì dentro?”
chiesi.
“No, sono andati distrutti nella
guerra,” rispose.
Aggrottai la fronte. “Allora perché
porti lo zaino?”
“Ci scambiamo i pezzi di bomba,”
spiegò. “Il mio amico Bassam ne ha uno
fortissimo, è di una Mark 82 da 500
libbre, e io lo voglio.”
Ricordai i miei fratelli, fuori dalla
tenda, che confrontavano i bossoli delle
munizioni; se li scambiavano come i
miei figli scambiavano le figurine.
Majid indicò un gruppo di tende
vicino alla scuola, che era stata rasa al
suolo. “Quella era la mia scuola, l’anno
scorso.” Alcuni nonni o genitori
parlavano ai loro figli fuori dalle tende,
mentre altri entravano. “Ehi, Fadi,”
Majid chiamò un ragazzo della sua età.
La manica sinistra della sua felpa blu,
lisa e sbiadita, era vuota. Il ragazzo si
avvicinò e Majid gli passò un braccio
sulle spalle. “Questi sono i miei zii,
dall’America.”
“Piacere.” Yasmine parlava a fatica.
“Un missile di un F-16 gli ha fatto
saltare il braccio,” spiegò Majid con
naturalezza.
“Se mi date uno shekel vi faccio
vedere il moncone,” propose Fadi.
“Non ce n’è bisogno.” Presi uno
shekel dalla tasca e glielo diedi.
“Perché non mi hai detto che tuo zio è
un pollo?” Con la mano sana, Fadi diede
un buffetto scherzoso in testa a Majid.
“Gli chiedevo di più!” Scoppiarono a
ridere, ma poi mio nipote fece un colpo
di tosse e cercò di darsi di nuovo un
contegno. Guardò le tende e individuò
un bambino di sei o sette anni.
“Amir!” chiamò Majid: lui si
avvicinò. “Questo è mio zio,” gli disse.
“Viene dall’America.”
Il suo occhio sinistro esaminò
Yasmine e me. Quello destro non si
mosse.
“Fagli vedere il tuo occhio,” lo esortò
Majid.
Il bambino tirò fuori l’occhio
dall’orbita. Yasmine sussultò e i ragazzi
risero. La cavità era rosa e umida.
“Sei impazzito?” Fadi alzò il braccio
nel gesto universale di incredulità. “Gli
devi chiedere dei soldi, prima! Devi
imparare a essere un uomo d’affari,
come me.” Fadi provò a colpire di
nuovo Majid sulla testa, ma lui si
scansò.

***

Ci avvicinammo a un edificio quasi


completamente distrutto dai
bombardamenti. Alcune parti erano
incenerite. La pioggia cominciò a cadere
sul tetto di lamina metallica. Quella era
la scuola.
L’aula di Majid non aveva porte o
finestre. Quarantasei ragazzi seduti per
terra affollavano la stanza. Era buia e
fredda, ma non c’erano lampadine da
accendere, né riscaldamento. Alcuni di
loro erano segnati in viso da cicatrici;
molti avevano occhiaie scure. Appesa
alla lavagna crepata, c’era la fotografia
di un ragazzino sorridente; doveva
essere un martire. I ragazzi
chiacchieravano tra loro.
Un uomo su una sedia a rotelle entrò
nella classe e ci diede il benvenuto.
Majid andò a parlargli. “Questi sono
mio zio e mia zia. Vogliono assistere
alla lezione.” Majid si rivolse a noi.
“Questo è il mio insegnante, Halim.”
“Vi prego di scusarci,” disse il
professore. “Vi offrirei una sedia, ma
abbiamo dovuto bruciarle per
riscaldarci.”
“Io sono un professore di fisica,”
dissi, a disagio.
“Allora inizieremo da scienze.”
Mi passò un foglio di carta costellato
da fori ruvidi.
“Che cosa è successo?” indicai un
buco.
“Gomma. Dobbiamo far arrivare la
carta sottobanco dalle gallerie. La
qualità è pessima.”
Lessi il foglio scritto a mano.

Movimento del calore


solidi liquidi e gas spazio
↓ ↓ ↓
conduzione convezione radiazione

“Non è un po’ troppo semplice per dei


ragazzi di undici anni?” Guardai
l’insegnante.
“Le circostanze.” Abbassò la voce.
Non era possibile. Nelle comunità di
profughi palestinesi l’istruzione era
tenuta in grande considerazione. Nel
corso degli anni avevo incontrato molti
profughi che stavano studiando per il
post dottorato nelle migliori università.
“Ne hanno tutti una copia?” chiesi.
Fece di no con la testa. “No. Sa, il
blocco.”
“Capisco.” Yasmine e io restammo in
piedi accanto a lui. Non riuscivo a
credere a quanto stavo osservando.
“Oggi abbiamo degli ospiti,” disse
l’insegnante alla sua classe. “Gli zii di
Majid: lui è un professore di fisica.”
Il rumore dei jet che sorvolavano
l’edificio paralizzò i ragazzi. Uno di
loro, che era vicino a noi, tremò in modo
evidente. Appena si allontanarono,
l’insegnante chiese: “Chi di voi sa dirmi
qualcosa sul movimento del calore?”.
Alcune mani scattarono verso l’alto:
lui indicò il ragazzino di fronte a me.
“Ahmad.”
“N-n-o-n l-o-o s-s-o-o,” rispose.
Quando la lezione di scienze terminò,
l’insegnante passò a matematica. I
ragazzi erano ancora fermi alla tabellina
del due e del tre.
“Dov’è il bagno?” chiesi. Avevo
bevuto troppo succo di fragole a
colazione.
“C’è un secchio fuori, dietro alla
tenda,” mi indicò il professore.
Una volta fuori, cercai tra le macerie
e mi riempii di sassi le tasche dei
pantaloni.
Quando rientrai, l’insegnante stava
ancora cercando di spiegare matematica
a una schiera di facce perplesse.
“Le dispiace se provo io?” chiesi.
Yasmine e io ci sedemmo sul
pavimento, circondati dai bambini. Misi
due pietre per terra.
“Un gruppo di due fa due.” Usai un
altro sasso per scrivere sul pavimento di
terra 1×2=2. Accanto, misi altre due
coppie di pietre sul pavimento. “Due
gruppi di due fa uno, due, tre, quattro.”
Scrissi 2×2=4. Di seguito, posai tre
coppie e continuai fino ad arrivare a
dieci. I loro occhi si accesero. “Quando
andate a casa, voglio che usiate i sassi e
la terra come se fossero carta e penna e
che vi esercitiate con le tabelline.”
Yasmine insegnò loro qualche frase in
inglese, come le aveva imparate anche
lei molto tempo prima, e volle che i
ragazzi le usassero per fare un po’ di
conversazione. Quando i nostri figli
erano ancora piccoli, Yasmine aveva
frequentato l’università fino a
conseguire un master in educazione
primaria. Sebbene avesse scelto di
entrare in affari con Justice, se avessi
saputo prima che aveva un vero talento
in classe l’avrei incoraggiata a diventare
un’insegnante.

***
Majid lasciò me e Yasmine fuori
dall’ufficio di fortuna di Abbas: mio
fratello ci invitò a casa sua.
“Dove hai parcheggiato?” gli chiesi.
Non poteva essere molto vicino,
altrimenti non l’avrei visto arrivare a
piedi.
“Vivo qui nei dintorni.” Parlava in
tono freddo. “Il dottore dice che devo
camminare, altrimenti finirò su una sedia
a rotelle.”
Procedevamo lentamente, il viso di
Abbas contratto dal dolore. Da
cinquant’anni, aveva la stessa
espressione quando camminava. In
silenzio oltrepassammo le macerie
carbonizzate degli edifici. Cominciò a
cadere una pioggia fredda. I bambini si
dirigevano verso il proprio turno di
quattro ore a scuola. Nessuno aveva
ombrelli o impermeabili, e a nessuno
importava.
Mio fratello aprì la porta di lamiera
della sua casa di mattoni di fango. “L’ho
costruita come facevamo al villaggio,”
spiegò. “Ho anche insegnato come fare
alle famiglie che vivevano nelle tende.”
Due donne erano sedute per terra con
in braccio due neonati che piangevano,
mentre tre bambini piccoli, vestiti di
stracci, lanciavano una palla a una figura
girata di schiena, che sembrava un
ragazzo più grande. Si voltò, e mi si
fermò il respiro. Non era un ragazzo, era
giovane, ma era un uomo, in tutto uguale
a me quando avevo la sua età. Aveva i
miei capelli folti, una leggera barba e, in
generale, un aspetto trascurato. Baciò la
mano di Abbas.
“Oddio,” esclamai. “Mi sembra di
essere tornato ragazzo.”
“Sì,” disse Abbas. “Questo è il mio
figlio più giovane, Khaled. Non solo ti
somiglia molto, ma ha anche ereditato il
tuo dono con la matematica e le scienze.
Ma ha dei principi diversi dai tuoi.”
“Sei mio zio Ichmad?” chiese Khaled:
sembrava stupito.
Se mi conosceva, voleva dire che
Abbas gli aveva parlato di me. Guardai
mio fratello, ma i muscoli del suo volto
erano tesi.
Abbas era rimasto sorpreso. “Come
fai a sapere chi è?”
Khaled deglutì. “Ho letto tutti i suoi
articoli che sono riuscito a procurarmi.
È stato lui a spiegare come calcolare
l’anisotropia magnetica dell’atomo.”
“È il lavoro che hai fatto con
quell’israeliano?” Abbas mi lanciò
un’occhiataccia, poi si rivolse a Khaled.
“Sai che tuo zio ha passato gli ultimi
quarant’anni a collaborare con un
israeliano? Ecco come ha raggiunto quei
risultati.”
Khaled chinò il capo.
“Che università frequenti?” chiesi.
“Studiavo fisica all’Università
islamica…”
Abbas lo interruppe. “Gli israeliani
hanno fatto saltare in aria i laboratori di
scienze con la loro offensiva, e anche gli
archivi.”
“Ho letto da qualche parte che Hamas
li usava come magazzino di armi,”
risposi.
“Quella è propaganda israeliana. È
stato il tuo collega ebreo a darti
l’articolo?”
“No, l’ho letto sul giornale,” replicai.
“Avresti dovuto leggere il rapporto
delle Nazioni Unite,” disse Abbas.
“Quelli erano edifici per l’istruzione dei
civili. Non hanno trovato nessuna prova
del fatto che fossero stati usati come
stabilimento militare che potesse
renderli un obiettivo legittimo per gli
israeliani.”
“Studiavi nanotecnologie
all’università?” chiesi a Khaled.
“Magari.” Rispose lui sconsolato.
“Non insegnano nanotecnologie a Gaza.”
“Non hai mai pensato di andare
all’estero?” continuai.
“Il Mit mi ha offerto una borsa di
studio, ma gli israeliani non mi lasciano
partire,” rispose lui. “Ho compilato la
richiesta per il visto molte volte.”
“Com’è possibile che ti impediscano
di accettare una borsa di studio? È nel
loro interesse che la popolazione sia
istruita: sono l’ignoranza e la
superstizione che alimentano la
violenza.”
Khaled aprì la bocca per rispondere,
ma il padre intervenne al suo posto.
“No, sono la povertà, la tirannia e la
disperazione: e il fatto di negare ai
ragazzi un’istruzione e un futuro dà
origine a tutto questo.”
“Forse posso fare qualcosa,”
commentai. “Conosco delle persone.”
Avrei fatto in modo di aiutarlo a partire.
Mio nipote sorrise, ma Abbas si
intromise. “Khaled non vuole sporcarsi
le mani collaborando con il nemico.”
Gli diede una pacca sulle spalle.
Guardai il ragazzo. “Fammi almeno
chiedere se c’è una possibilità.”
“Ci sono più di ottocento studenti che
hanno vinto una borsa di studio
all’estero che non possono andarsene,”
commentò Abbas. “Perfino le tue
conoscenze non potrebbero aiutare
Khaled a lasciare Gaza. Gli israeliani
non vogliono palestinesi istruiti: fa parte
della loro politica scolasticida.
Vogliono che siamo disperati, che non
abbiamo niente per cui vivere. Vogliono
che diventiamo terroristi, così non
dovranno accettare la pace con noi e
restituirci la nostra terra.”
Abbas era paranoico, ma io gli avrei
dimostrato che si sbagliava. Avrei
mosso mari e monti per ottenere un visto
per Khaled. Avrei ottenuto visti per tutti.
Dopotutto, ero perfino riuscito a entrare
a Gaza.
Stavo cercando il modo di cambiare
argomento e vidi quattro fotografie
incorniciate: una giovane donna
bellissima con il khol sugli occhi, due
bambini e una ragazza. Le cornici erano
decorate con fiori di plastica e capii che
si trattava di martiri.
Abbas notò che le stavo guardando.
“Quelli erano i miei figli, Riyad e
Zakariyah.”
Mi ricordavano Abbas e i miei
fratelli alla loro età.
“Riyad aveva sette anni e Zakariyah
solo sei.” Mio fratello indicò la donna
accanto a loro. “Questa era loro madre,
mia moglie, Malaikah. Vivevano ancora
a Shatila. Hai sentito dei massacri nei
campi profughi di Sabra e Shatila, in
Libano?”
“Sì, Abbas,” risposi. “Quando ho
sentito la notizia, avevo paura che tu
fossi rimasto ucciso.”
“No, per mia sfortuna non sono morto,
ma i miei poveri bambini e mia moglie
sì. Che Allah abbia pietà di loro.” Fece
un respiro profondo. “Poco prima,
quello stesso mese, io ero stato costretto
a evacuare il campo.”
Il giorno che mio fratello aveva perso
sua moglie, io avevo accettato di
sposare Yasmine. “Che i loro spiriti
restino nella tua vita,” pregai. “Che
Allah benedica le loro tombe.”
“Quella era mia nipote, Amal. È stata
colpita da un missile israeliano mentre
tornava a casa da scuola pochi mesi
dopo che Israele aveva detto al mondo
che aveva lasciato Gaza. È stato Khaled
a trovare i suoi resti.”
Khaled girò il capo e si asciugò gli
occhi, molto imbarazzato di mostrare le
sue emozioni davanti a noi.
Una donna dall’aspetto malconcio, gli
abiti logori e il velo che le copriva la
testa, comparve con un vassoio e tre
bicchieri di tè. Passando vicino a
Khaled, gli diede una leggera stretta sul
collo e disse: “Erano molto uniti,
Khaled e Amal; è stata molto dura per
lui”.
“Questa è mia moglie, Mayada.”
Abbas prese un bicchiere e la ringraziò.
Yasmine e io lo imitammo.
Abbas ci presentò le sue nuore e i
suoi nipoti. Gli altri suoi due figli erano
fuori a cercare lavoro. Mio fratello, la
sua seconda moglie Mayada, i loro tre
figli e otto nipoti, vivevano tutti insieme
in quella casa di due stanze.
Decisi che li avrei portati con me in
America e avrei cambiato le loro vite.
51.

Yasmine, Khaled e io entrammo nella


fatiscente macchina blu con una portiera
gialla insieme ad Abbas. Yasmine e
Khaled si sedettero dietro. Non credevo
che si sarebbe accesa, ma mio fratello
riuscì a farla partire.
“Come stai?” gli chiesi.
“Sono molto impegnato.” La sua voce
era fredda. “Svolgo un lavoro molto
importante per il bene della mia gente.”
Due bambini piccoli giocavano su un
cumulo di macerie. Una donna emerse
da una tenda improvvisata accanto a una
casa crollata e li fece rientrare con un
gesto della mano.
“Ti pagano?” domandai.
“Perché me lo chiedi?” Distolse gli
occhi dalla strada e guardò verso di me.
Mi scrollai la terra dai pantaloni.
“Vivi nello squallore.”
“Preferisco donare i miei soldi a chi
ha davvero bisogno.” Abbas scosse il
capo. “Non potrei godermelo sapendo
che altri soffrono.”
Ogni edificio a cui passavamo
accanto era danneggiato o distrutto.
Avevo visto zone di Gaza che erano
ancora intatte e forse Abbas voleva
darmi un’idea distorta della realtà.
“Che cosa hai fatto in tutti questi
anni?”
“Ho trovato lavoro con
l’organizzazione di Habash.”
“E che cosa fai?” Non aveva
competenze precise e non riusciva
nemmeno a camminare.
“Servizi segreti.” Sorrise. “Traduco i
giornali israeliani e le notizie in arabo.
Ti ricordi la radio che mi hai costruito?
La usavo per ascoltare i notiziari
ebraici.”
“Ho provato a rintracciarti.”
L’inquinamento mi fece starnutire. “Era
come se fossi scomparso dalla faccia
della Terra.”
Abbas guidava piano, per evitare gli
enormi crateri che interrompevano la
strada. “Ero in incognito,” rispose. “Il
Mossad mi stava cercando. Avevano già
ucciso molti dei miei colleghi.”
Non riuscivo a credere che si
vantasse di lavorare per una nota
organizzazione terroristica di fronte a
suo figlio. Dovevo spiegargli il motivo
della mia visita. Lui e la sua famiglia
non avrebbero più dovuto sopportare
nemmeno un altro giorno in
quell’inferno. Speravo solo che Abbas
riuscisse a guardare oltre la sua rabbia
nei miei confronti e fare la cosa giusta.
“Siamo venuti a invitarvi a venire con
noi negli Stati Uniti. Possiamo offrire
una vita migliore a te e alla tua
famiglia.” Guardai Khaled, era seduto
sul bordo del sedile.
Yasmine rimase in silenzio, gli occhi
fissi sui poster dei martiri che
costeggiavano le strade tristi.
“Sì, sono sicuro che ti piacerebbe che
io abbandonassi il mio lavoro.” La voce
di Abbas era piena di livore. “Disertare
per andare in America, dove posso
restare vittima di un incidente mortale.”
“Abbas, sei mio fratello…”
“Ho seguito la tua carriera. So che
collabori ancora con quell’israeliano. È
stato lui a farti venire qui?”
Non potevo credere alle mie
orecchie. “Nessuno mi ha fatto venire.
L’odio ti ha reso cieco verso il bene che
è rimasto nel mondo; voglio solo
condividere la mia buona sorte con te e
la tua famiglia.”
“Non ti è mai importato niente di me o
della nostra gente. Ti sei alleato con gli
israeliani molto tempo fa.”
“Mi sono preso cura da solo della
nostra famiglia. Mama e Baba hanno una
bella casa, tutte le comodità moderne e
ho pagato la scuola e l’università per
Fadi, per i suoi figli e per quelli di
Nadia. E adesso sono qui per te e per la
tua famiglia. Non mi sono alleato con
nessuno.”
“Come dice l’arcivescovo Desmond
Tutu: ‘Se resti neutrale in situazioni di
ingiustizia, allora hai scelto la parte
dell’oppressore’.”
Le parole di Abbas mi colpirono
come uno schiaffo: non riuscivo a farlo
ragionare.
“Ho provato a costruire la pace a
modo mio.”
“Hai fatto ciò che conveniva a te. Ti
sei dimenticato del tuo popolo. Sei un
collaborazionista. Non hai mai pensato
al fatto che non tutti possediamo
capacità che gli israeliani possono
sfruttare?”
Non avevo intenzione di alzare la
voce, ma non riuscii a controllarmi.
“Non lavoro per Israele; non l’ho mai
fatto. Sono americano. Lavoro per la
scienza, per il mondo.” Lui non rispose,
così riportai l’argomento su di lui. “Stai
mettendo a rischio la tua vita.”
“Il bene della mia gente è la mia
vita.”
“Pensa a te stesso, Abbas, pensa alla
tua famiglia,” continuai. “Posso aiutarvi
ad avere una bella vita, una vita sicura,
senza più sofferenza. Un futuro per la tua
famiglia. I tuoi figli e nipoti potranno
avere l’istruzione che meritano.”
Sembrava così vecchio che avrebbe
potuto passare per mio padre. Io avevo
qualche ruga, ma mi ero mantenuto in
forma con anni di corsa.
“Tu sei diverso da me,” rispose
Abbas. “Io voglio fare qualcosa per il
mio popolo, ma tu sai bene quanto me
che Israele vuole uno stato ebraico solo
per ebrei, in tutta la Palestina. E nella
tua nuova patria gli ebrei controllano la
politica mediorientale. Israele sa che
può fare ciò che vuole, perché gli ebrei
americani sono dalla sua parte.”
Alzai gli occhi al cielo. “Tu
sopravvaluti gli ebrei in America. Ci
sono anche i cristiani. Loro credono che
gli ebrei debbano stare qui per la
seconda venuta di Gesù, o qualcosa del
genere.”
“È per questo che dovrei abbandonare
la mia gente e venire negli Stati Uniti?
Perché lì tutti vogliono distruggerci?”
“Abbas, non stai pensando in modo
lucido,” dissi. “Hamas convince le
persone a farsi saltare in aria con le
bombe.”
“Invece Israele non ne ha bisogno.” Si
fece duro in viso. “Ha i carri armati e
gli aerei. Le missioni suicide sono
l’arma dei disperati. Gli israeliani
hanno assassinato moltissimi dei nostri,
più di quanti noi ne abbiamo uccisi dei
loro. Provano a sradicarci dalla
Palestina fin dagli anni quaranta.”
“Non andrei tanto indietro nel tempo.”
Guardai la macchia di terra sulla manica
della mia camicia di lino bianco.
“Perché fissarsi sul passato se si può
pensare al futuro?”
“Quale futuro? Guardati intorno.
Israele vuole la stessa cosa che voleva
allora,” esclamò Abbas. “La nostra
terra, senza di noi.”
“Senti, neanche a me piace Israele,
ma non credo che sia così. Israele vuole
che la situazione sia sicura, prima di
firmare la pace.”
“È la pace a rendere una situazione
sicura. Non il contrario.”
Ripensai alle parole del Dalai Lama
che Justice aveva appeso all’ingresso di
casa sua. Dicevano più o meno: “Se
vuoi un’esperienza di pace, fa’ che
l’altro sia in pace, e se vuoi sentirti al
sicuro, fa’ che l’altro si senta al sicuro”.
Abbas continuò: “Israele ha
dichiarato che non avrebbe negoziato la
pace con noi finché non avesse ottenuto
la sicurezza. Abbiamo fermato gli
attacchi: dove sono i negoziati?
Dovunque ci sia oppressione, ci sarà
anche resistenza”.
“Dimentica tutto questo odio, Abbas;
vieni con noi. Puoi aiutare la gente da là,
dove sarai al sicuro. Farò in modo che
possa venire tutta la tua famiglia.”
“Anche se lo volessi,” Abbas si
fermò a un semaforo, per lasciar passare
un gruppo di bambini, “Israele non
lascerebbe mai partire me e la mia
famiglia. Sarebbe più facile arrivare
sulla Luna, che uscire da Gaza.”
Scattò il verde e Abbas ripartì.
“Dove stiamo andando?”
“Non ci capita tutti i giorni di avere
dei turisti americani, qui a Gaza.” Abbas
mi guardò. “Ho pensato di portarti un
po’ in giro.”
“Noi siamo palestinesi come te.”
“Ci avete voltato le spalle.” Guardò
nello specchietto retrovisore. “Tutti e
due.”
“Come ti permetti?” Yasmine ne
aveva avuto abbastanza
dell’atteggiamento da paladino di
Abbas. “Tu non sai niente di me, o di
quello che ho fatto per la nostra gente.”
Mi rivolsi a mio fratello. “Come hai
fatto a restare coinvolto con Hamas?
Non sei mai stato religioso.”
“Durante gli Accordi di Oslo, la
nostra organizzazione si è unita a Hamas
con il resto del fronte che li rifiutava.”
“Perché li avete rifiutati?” chiesi.
“Non volete la pace?”
“Non ci hanno offerto la pace,”
replicò Abbas. “Israele voleva
governare la nostra terra, il mare e lo
spazio aereo, creare una prigione a cielo
aperto e lasciare le loro guardie a
controllarla. Habash se n’è accorto. Era
un cristiano, ma non importava, eravamo
tutti palestinesi prima di tutto.” Abbas
mi fece segno di guardarmi intorno.
“Pensi che siamo liberi?”
“No, certo,” risposi. “Ma Hamas ha
forzato la mano: hanno sparato missili
contro Israele.”
“Sei un ingenuo. Ti sei bevuto la
propaganda israeliana. Questa barricata,
questa prigione in cui ci hanno
intrappolato, pensi che l’abbiano
costruita solo per fermare un paio di
missili rudimentali? Vogliono soffocare i
nostri sogni e le nostre speranze,
distruggere la nostra umanità. La
maggior parte di noi sopravvive solo
grazie alle donazioni; ci hanno
trasformato in una nazione di
mendicanti. Eravamo un popolo di
lavoratori, fiero e pieno di risorse; ora
non abbiamo lavoro per i nostri uomini,
né istruzione per i nostri figli, nessuna
speranza di costruirci un futuro migliore
con il nostro sudore. Stanno facendo
qualcosa di peggio che ucciderci nel
corpo: vogliono piegare il nostro
spirito, prenderci l’anima. Preferisco
che i miei ragazzi diventino mendicanti
o che muoiano di fame? È una decisione
degna di Salomone.”
Guardai Abbas. “Non è possibile che
si arrivi a tanto. Tutto il mondo vi
osserva.”
“Israele sta infrangendo ogni
possibile legge sui diritti umani e
nessuno lo ferma. Ci dipingono come
fanatici spietati, malvagi e assetati di
sangue. È molto più facile uccidere
degli estremisti, o chiudere un occhio
sulla loro sofferenza infinita.”
“Quindi sei convinto che Israele vi
ucciderà tutti?”
“La sua politica è ben calcolata e
sistematica.”
“Allora perché Hamas ha preso tutti
quei voti? La sua è un’organizzazione
terroristica. Se vuol dire fare il loro
gioco, perché votarlo?”
“Che cosa pensi che sia successo nel
2005, quando Israele ha detto al mondo
di aver lasciato Gaza? Ci hanno forse
restituito la nostra patria? No, hanno
portato via le loro infrastrutture in modo
da poterci strangolare in un altro modo.
Non avevamo alcuna possibilità. Fatah
non ci ha liberato: la nostra economia è
crollata. Israele non ha mai permesso a
Fatah di sviluppare le basi di cui aveva
bisogno, ma hanno permesso ai Fratelli
Musulmani, che poi sono diventati
l’organizzazione di Hamas, di
sviluppare negli anni delle infrastrutture
valide. A chi ti rivolgi, quando non sei
in grado di dare da mangiare ai tuoi
figli? Hamas ci ha dato cibo, scuole,
ospedali e i mezzi per migliorare le
nostre vite. Quando Fatah non è stato in
grado di aiutarci, la massa si è rivolta al
partito che invece poteva farlo. Si
chiama sopravvivenza. E il mio lavoro è
quello di rappresentare la massa.”
“Ma il metodo di Hamas è sparare
missili contro Israele,” replicai. “Non
vedi che è controproducente?”
“Che cosa faresti se tu e la tua
famiglia foste bloccati in una prigione,
morti di fame, mentre d’inverno congeli
perché vivi in una tenda, senza acqua
pulita, senza alcun mezzo per
guadagnare un po’ di soldi, e il mondo ti
ha voltato le spalle? In che modo
attireresti l’attenzione, se non così?”
“Non è il giusto tipo di attenzione,
Abbas. Vorrei che lo capissi.”
Mio fratello parcheggiò davanti
all’ospedale. Le finestre dell’ala sud
erano tappate dai teli di plastica.
“Gli israeliani non ci permettono di
importare i materiali che ci servono per
la ricostruzione. Non ingannarti. La
distruzione operata con l’Operazione
Piombo Fuso è stata tutt’altro che
casuale. Gli israeliani volevano che
Gaza retrocedesse di decenni.”
I pazienti arrivavano in ambulanza, in
taxi o accompagnati dai parenti. Una
volta entrati, ci muovemmo in mezzo a
gente con vari gradi di ferite o malattie e
i loro familiari: tutti sgomitavano per
richiamare attenzione. Abbas ci
condusse nell’ala pediatrica.
Dieci letti erano accatastati in una
stanza che avrebbe dovuto contenerne
solo due. Non c’erano infermiere nei
paraggi. Il bambino nel primo letto
aveva delle bende bianche dove una
volta c’erano state le sue gambe. Le
fasce gli coprivano anche le braccia e il
lato sinistro del volto. Anche tutti gli
altri avevano subito amputazioni.
Yasmine impallidì.
“Questo è Salih,” disse Abbas. “Ha
cinque anni. Era solo uscito a prendere
dell’acqua. È stato colpito da un
missile.”
“Come va, piccolo?” gli chiese
Khaled.
“Hai portato il libro oggi? Non vedo
l’ora di scoprire che cosa succede a
Gulliver.”
“Domani, promesso.” Khaled lo
salutò e ce ne andammo.
Passammo di stanza in stanza.
Saltò la corrente. Le luci si spensero
e le macchine si fermarono. La gente si
adattò come se non fosse successo niente
di particolare. Poi Abbas ci portò
all’obitorio.
Un uomo ci mostrò bambino dopo
bambino, il bagliore pallido di una
torcia elettrica illuminava un piccolo
viso dopo l’altro. “Sono tutti morti
cianotici,” spiegò mio fratello. “Per
avvelenamento da nitrato.”
Il volto di Yasmine era bianco come
la mia camicia. Non volevo sapere dove
ci avrebbe portati dopo.
52.

Abbas si avvicinò il più possibile


alle mura che Israele aveva eretto
attorno a Gaza: andare oltre non sarebbe
stato sicuro.
Dai segni lasciati dalla distruzione
era chiaro che avevano bombardato in
modo metodico ogni edificio che si
trovava entro cinquecento metri dal
confine. Interi quartieri erano stati rasi
al suolo. Più ci si allontanava da quella
zona devastata, più si trovavano palazzi
ancora intatti.
Visitammo il campo di Shati, un
labirinto di capanne di cemento e fogne
vicino a una spiaggia di sabbia. Una
nave militare israeliana stava sparando
contro un peschereccio.
“Che cosa succede?” chiesi.
“Israele non ci permette di riparare il
sistema fognario, che perde e inquina
l’oceano. I nostri pescatori sono
costretti a restare all’interno dell’acqua
contaminata. Una volta qui la pesca era
florida, ma adesso dobbiamo comprare
pesce surgelato al mercato nero o
rischiare di saltare in aria in mezzo al
mare.”
Nessuno poteva scappare da Gaza.
Andammo a Jabaliyah, il luogo dove
sarebbero dovute andare Justice e Nora.
Lo attraversammo in macchina mentre
tornavamo in albergo. Più di centomila
persone erano ammucchiate in un
quartiere di meno di due chilometri
quadrati. Macerie, tende, muri crivellati
di proiettili, bambini sporchi e scalzi
ovunque. Per me, quella era l’immagine
dell’inferno.
L’auto di Abbas cominciò a emettere
uno strano rumore, ma lui sembrò non
farci caso.
“Israele non ha bisogno di fare pace
con noi se gli Stati Uniti continuano a
mandare i loro aiuti,” disse Abbas.
Parcheggiò davanti a un immenso
mucchio di macerie, aprì il cassetto del
cruscotto e ci mostrò le fotografie degli
insediamenti israeliani a Gaza: case di
lusso, parchi giochi e piscine. Lui e io,
anni prima, li avevamo aiutati a
costruire case molto simili a quelle.
“Vivevano così prima di essere
ricollocati,” spiegò Abbas. “I dollari
delle tasse americane hanno permesso di
costruire questi insediamenti.” Abbas
indicò fuori dal finestrino, verso il
panorama distrutto. “Hanno fatto saltare
tutto in aria prima di andarsene.”
Pensai a quante famiglie avrebbero
potuto trovare una sistemazione in quelle
ville e allontanarsi dalle zone di confine
che gli israeliani avevano raso al suolo.
Non sarebbe costato niente.
Abbas mise di nuovo in marcia, la sua
attenzione fissa sulla strada danneggiata.
“So che ti dimenticherai di tutto questo
quando domani tornerai alla tua vita
comoda in America.”
“Non parto domani.” Mi rivolsi a
Khaled. “Se vuoi, puoi venire in
albergo, così ti spiego la mia ricerca.”
Gli si illuminarono gli occhi. “Mi
piacerebbe moltissimo.”
Abbas lasciò Yasmine e me al nostro
bellissimo hotel. Esausti, ci ritirammo
nella nostra suite. Circondati dal lusso
che negli ultimi tempi avevamo imparato
ad amare, eravamo incapaci perfino di
parlare. Abbas aveva ragione: ero
egoista. Tutto ciò di cui mi importava
era il mio lavoro. Avevo comprato ai
miei nipoti Mercedes decappottabili,
mentre c’erano al mondo bambini che
non avevano cibo o acqua potabile.
Avevo pensato che mandare soldi alla
mia famiglia fosse abbastanza, ma la mia
famiglia e i miei figli erano anche qui.
Avevo perso di vista le vere priorità. Mi
ero messo il cuore in pace,
dimenticando la mia gente. Sapevo che
stavano soffrendo, e avevo deciso di
ignorarli.
Rimasi sveglio fino a mezzanotte per
poter chiamare Menachem. A Boston,
erano le sette del mattino. Gli spiegai la
situazione di Khaled e lui promise che
gli avrebbe procurato un visto.
53.

Avevo dato appuntamento a Khaled


nel ristorante per la mattina seguente.
Davanti a una colazione abbondante, gli
spiegai il mio lavoro, mentre
guardavamo le onde infrangersi a riva.
Lui beveva ogni mia parola: mi
ricordava moltissimo me stesso.
“Se ti procurassi un visto, verresti a
studiare in America?” gli chiesi.
“Stai scherzando?” I suoi occhi
brillavano di speranza. “È il mio
sogno.” E poi abbassò le spalle per lo
sconforto. “Non riuscirai mai a farmi
uscire da qui.”
“E se ti dicessi che posso farlo?”
“Diventerei il tuo schiavo,” rispose
con entusiasmo.
“E se tuo padre dovesse fare delle
obiezioni?” Non volevo sembrare
negativo, ma dovevo essere realista. “Lo
sai che non vuole che tu lasci Gaza.”
“Se tu riuscissi a farmi avere un
visto…” Sorrise. “Posso convincerlo a
lasciarmi partire.”
“Continueremo a discuterne dopo,”
dissi. “Voglio portare i tuoi nipoti allo
zoo. Il portiere me l’ha consigliato
caldamente.”
Il noleggio di auto ci consegnò un
furgone con cui andammo a prendere i
bambini. Ero deciso a mostrare loro che
esisteva una vita migliore.

***

Majid scorse il suo amico Fadi fuori


dallo zoo e lo chiamò. Stava parlando
con un gruppo di bambini. Quando mi
vide, corse verso di noi.
“Dovete visitare il nostro bellissimo
zoo,” mi disse. “Dato che sei stato così
generoso con me ieri mattina, vi farò
entrare tutti al prezzo speciale di dieci
shekel a testa. Vedrete, è una meraviglia.
Abbiamo due zebre uniche nel loro
genere. Sono zebre di Gaza.”
“Non esistono le zebre di Gaza,”
obiettai.
Yasmine gli diede i soldi.
“Prego, seguitemi.” Fadi agitò il suo
unico braccio. Si fermò a una
biglietteria vuota e, dandoci la schiena,
disse in tono serio: “Entrate. Ora devo
lavorare.” Poi si voltò a guardarci da
sopra la spalla. “Ma per altri dieci
shekel posso farvi da guida”. Majid
scoppiò a ridere.
Yasmine gli diede il denaro e Fadi
sorrise e fece un inchino, indicandoci di
passare oltre il tornello. Lo guardai
estrarre dall’altra tasca i soldi per
pagare il bigliettaio e poi entrammo.
Un campo di erba circondato da un
anello di cemento e gabbie di fortuna
brulicava di bambini. Un paio di loro
erano al centro e cavalcavano due zebre
molto particolari. Ridevano a
crepapelle. Non avevo mai visto niente
del genere, prima.
“Le due zebre dello zoo sono morte di
fame durante gli attacchi.” Fadi parlava
in tono autorevole, come se fosse
davvero lui il guardiano. Khaled e
Yasmine si misero in fila con i nipoti di
Abbas, che ridacchiavano e indicavano
il centro del campo. Erano decisi a
cavalcare le zebre anche loro. Fadi e io
continuammo fino alla gabbia dei leoni.
“O forse una l’aveva mangiata un leone
che era scappato.” Me ne indicò uno
nella sua gabbia. “Per tre settimane è
stato pericolosissimo per noi venire a
dare da mangiare agli animali, o
prenderci cura di quelli che erano stati
feriti dalle bombe: potevamo morire.
Così ne sono sopravvissuti solo dieci,
gli altri sono morti.” Fece un gesto
ampio, verso i grossi recinti vuoti. Il più
vicino era contrassegnato con un cartello
danneggiato che diceva “Cammelli”.
Fadi continuò a raccontare, mentre
tornavamo al campo delle zebre.
“Rimpiazzare anche solo una zebra
costerebbe centomila shekel. Dovremmo
farla arrivare dalle gallerie. Se ti viene
voglia di comprarcene due nuove, parla
pure con me. Sono incaricato degli
acquisti.”
“Ne terrò conto,” risposi.
Un gruppo di bambini seguiva Fadi
per vedere che cosa faceva.
“Lo sai che queste non sono davvero
zebre,” mi sussurrò lui. “Ma non dirlo ai
bambini.”
“Che cosa sono, allora?” gli risposi
sempre all’orecchio.
“Ho detto a due degli operai di rasare
due muli bianchi e pitturare delle strisce
nere con la tintura dei capelli.” Era
orgoglioso di essere stato la mente che
aveva concepito quell’idea geniale.
Le finte zebre erano scheletriche sulle
loro zampe fragili, ma ai bambini non
importava. Mi sembrava di essere
entrato in un universo parallelo.
Bambini e genitori sembravano
spensierati: alcuni ragazzi correvano da
una gabbia all’altra, ridendo in preda
all’eccitazione. I più piccoli erano in
spalle ai loro padri e indicavano felici
gli animali.
Molte gabbie ospitavano cani e gatti
domestici e i bambini vi si accalcavano
davanti sventolando le braccia e ridendo
di gusto. Ero contento di vedere che la
vita poteva ancora essere bella, anche a
Gaza.
“Sono felice che si divertano,” dissi a
Khaled non appena mi raggiunse con i
bambini.
Khaled scosse il capo, stupito.
“Avresti dovuto vedere la carcassa
bruciata del cammello incinta. Aveva la
bocca aperta in una smorfia: nella
schiena, c’era il buco grosso come un
piede nel punto in cui il missile l’ha
attraversata da parte a parte.”
“Devo dire che i guardiani hanno fatto
un ottimo lavoro per riparare questo
posto,” osservai.
Yasmine si voltò, guardandosi
intorno. “I bambini si stanno divertendo
moltissimo.”
Usciti dallo zoo, Khaled chiese se,
andando a casa, potevamo fermarci in un
paio di posti. Il furgone si rivelò molto
utile per quella gita. Fuori dal cancello,
alcuni ambulanti avevano allestito un
mercato del quartiere. Uno di loro
vendeva un vassoio di germogli di
piante in vasi di torba. Molti dei loro
prodotti erano come quelli che anche
Yasmine amava coltivare, ottenendo una
fiumana di ortaggi che poi eravamo
costretti a regalare ad amici e colleghi.
Khaled estrasse un portafogli malandato
dal suo zaino.
Lo fermai con una mano. “I tuoi soldi
non servono qui. Che cosa vuoi
comprare?”
“Pomodori, zucchine, melanzane,
melone, menta e salvia, per favore.”

***

Tornati in macchina, chiesi a mio


nipote dove dovevamo andare e lui
rispose che il mercato era stata la prima
tappa. Le verdure non erano per la sua
famiglia.
Ci fermammo davanti a un edificio
nella periferia della città. Lo stucco
delle pareti era danneggiato da grossi
buchi.
“Durante l’invasione, i soldati hanno
occupato la casa di questa famiglia,
hanno distrutto i mobili e hanno scavato
nel muro le fessure per i cecchini.”
Khaled aprì lo sportello posteriore del
furgone. “Quando se ne sono andati,
hanno lasciato scatole di proiettili e
sacchi di spazzatura puzzolente: le
latrine portatili delle truppe.”
Abbas aveva cresciuto davvero un
bravo ragazzo. Perfino con tutta la sua
rabbia, doveva essere un buon padre per
avere un figlio così generoso. Entrammo
in ciò che era rimasto della casa. Era
stata ripulita dalle macerie, ma i graffiti
restavano. Alcuni erano in ebraico, ma
la maggior parte era in inglese. Un muro
gridava: Gli arabi devono morire, un
altro diceva, Meno 1, 999.999 restanti.
Su un’altra parete c’era lo scarabocchio
di una lapide con incise le parole Arabi
1948-2009.
Cinque bambini vivevano in quel
posto, da soli, a quanto vedevo. Khaled
e Yasmine misero le piante vicino alla
porta d’ingresso, nel punto indicato dal
più grande, che doveva avere dodici o
tredici anni.
***

Al ritorno, restammo in silenzio.


Volevo invitare la famiglia di Abbas a
cena in albergo. Speravo di fargli capire
che nella vita c’era molto altro oltre alla
sofferenza, ma in quel momento, dentro
di me, sentivo che non era del tutto vero.
Così non parlai.
54.

Quella notte mi chiamò Menachem.


“Non riesco a farlo uscire,” mi disse.
“Ho parlato perfino con il primo
ministro.”
“Perché?” Mi sembrava di aver preso
un pugno nello stomaco.
“Perché suo padre lavora per
Hamas,” spiegò Menachem. “Credimi.
Non riuscirai mai a portarlo via da
Gaza.”

***

La mattina seguente, Khaled mi stava


aspettando al ristorante. Portava un
cappellino dei Red Sox di Boston e un
paio di jeans. Mentre si toglieva le
cuffie del walkman dalle orecchie,
pensai che avrebbe potuto essere un
ragazzo qualsiasi, di qualunque parte del
mondo.
“Che cosa ascolti?” chiesi.
“Eminem,” rispose. “Adoro il rap.
Spero che non ti dispiaccia se sono
venuto: volevo saperne di più della tua
ricerca. Ho fatto un sogno in cui tu eri il
mio tutor all’università.”
Yasmine e io ci sedemmo al tavolo
con lui. I suoi occhi erano carichi di
speranza. Dovevo dirglielo. “Purtroppo
ho delle brutte notizie,” cominciai. “Non
sono riuscito a farti avere un visto. Mi
dispiace moltissimo.”
Si sgonfiò davanti a me come un
pallone. Le lacrime gli riempirono gli
occhi e scesero lungo le guance.
“Forse tra un po’, in futuro, quando si
calmeranno le acque…” Io per primo
non credevo a quanto stavo dicendo. Lui
nemmeno.
Yasmine gli andò vicino, e gli
accarezzò i capelli. La mia impotenza mi
paralizzò. Lo avevo riempito di false
speranze. Ero stato arrogante. Avevo
pensato di essere migliore dei miei
parenti che ancora abitavano qui, che
avrei potuto risolvere i loro problemi
come per magia. Invece, avevo solo
causato sofferenza: dovevo rimediare.
“Facciamo il punto della situazione,”
proposi. “Forse c’è una soluzione.
Voglio dire, cibo e provviste vengono
fatte entrare a Gaza di nascosto; forse
possiamo farti uscire.” Non appena le
parole lasciarono la mia bocca,
desiderai poterle ricacciare indietro.
Khaled si asciugò gli occhi e alzò lo
sguardo su di me. “Vuoi dire dalle
gallerie?”
“Portano fuori le persone?” chiesi.
“Un mio vicino le percorre tutte le
settimane. Ha un tumore che è ancora
curabile, ma non c’è chemioterapia a
Gaza.”
“Perché non proviamo a scoprire
qualcosa di più?” dissi. “Ma prima
dobbiamo parlarne con tuo padre.”
Khaled scosse la testa. “Prima
scopriamo se è fattibile e poi, se è così,
gliene parleremo.”
Ripensai a quando avevo aspettato di
aver concluso l’esame di matematica per
la borsa di studio, prima di dirlo a
Mama. Se le avessi chiesto il permesso
prima, non mi avrebbe lasciato
partecipare. “Mi sembra ragionevole,”
risposi.
“Possiamo andarci ora?” chiese.
“Alle gallerie, intendo.”
Yasmine, Khaled e io salimmo sul
furgone a noleggio e guidai fino a Rafah.

***

I negozi di Rafah erano pieni di merce


di contrabbando, esposta a prezzi
esorbitanti: cibo per neonati, medicinali,
computer, bottiglie d’acqua. Nelle
vetrine dei locali erano appese le
fotografie dei martiri delle gallerie che
tenevano in mano pale e trapani.
Sembrava tutto molto pericoloso.
Diedi un’occhiata ai prezzi. “Come fa
la gente a premettersi queste cose?”
“Non hanno scelta.” Il proprietario
del negozio fece spallucce. “Portare la
merce costa moltissimo. Devono pagare
gli egiziani, e poi c’è il prezzo della
galleria.”
“Andiamo a vedere con i nostri
occhi,” propose Khaled.
Accettai, ma avevo già preso una
decisione. Tutti quei morti… non potevo
permettere che Khaled rischiasse la vita.
Oltrepassammo piazza Nijma, al
centro di Rafah. Ovunque erano esposti
televisori, ventilatori, frullatori,
frigoriferi e altri elettrodomestici.
Spostandosi a ovest, verso il confine, si
potevano trovare scatole di sigarette e
sacchetti enormi di patatine. Prima di
raggiungere l’entrata, passammo davanti
al magazzino che vendeva gli attrezzi
per costruire i tunnel: badili, corde, cavi
elettrici, picconi, martelli, dadi e viti di
ogni dimensione. C’erano persone che
vendevano carriole di articoli,
richiamando la nostra attenzione ogni
volta che ci avvicinavamo.
Da sotto un labirinto di tende e
baracche costruite alla rinfusa lungo il
confine tra Gaza e Egitto spuntava la
spina dorsale di Gaza, una rete di
gallerie.
Un uomo mi presentò al suo capo, che
mi mostrò i diversi tipi di tunnel. Si
distinguevano per dimensione, forma e
scopo, ed erano costruiti in modo più o
meno sofisticato. Quella visita confermò
ciò che avevo già deciso: per nulla al
mondo avrei rischiato la vita di mio
nipote. C’erano gallerie precarie,
sorrette da colonne di terra ed entrate
strette, e passaggi ampi rinforzati con il
legno. Anche se era meno probabile che
questi ultimi crollassero, erano
comunque a rischio di bombardamento.
“Perché in quella c’è una rampa?”
indicò Yasmine.
“È per il bestiame,” spiegò il
guardiano della galleria. “Così è più
facile far passare le mucche e gli asini.
Altrimenti dovremmo tirarli su con un
montacarichi elettrico.”
Khaled rise. “Potrei travestirmi da
asino e passare da questo! Mia madre
dice sempre che sono testardo come un
mulo.”
Quando non rispondemmo alla sua
battuta, lui capì che qualcosa non
andava. Gli dissi che era troppo
rischioso e che mi rifiutavo di
permettergli di tentare di scappare
attraverso le gallerie. La luce nei suoi
occhi si spense.
“Non posso mettere in pericolo la tua
vita,” cercai di convincerlo.
“Quale vita?” protestò. “Sono già
morto.” Mi scrutò in viso, alla ricerca di
un po’ di pietà. “Come pensi che
sarebbe stata la tua vita se non ti fosse
stato permesso di studiare?”
Ripensai a quando ero stato espulso
dall’Università ebraica: mi ero sentito
morto dentro, in trappola.
“Yasmine e io possiamo fermarci più
a lungo.” Cercai di sembrare allegro.
“Posso farti studiare io.”
Camminò fino al muro tetro davanti a
noi, su cui erano appese le fotografie dei
martiri. Non disse una parola, appoggiò
solo la mano contro l’immagine di un
ragazzo sorridente che sembrava pieno
di vita. Poteva essere un ritratto di
compleanno. Sapevamo bene che era
morto, altrimenti la sua fotografia non
sarebbe stata lì. In un certo senso, era
ancora peggio vederlo com’era stato
quando era vivo, perché aveva ancora la
speranza.
“Portami a casa.” Khaled si allontanò
di scatto dal poster. Rimasi
impressionato nel vedere quanto
assomigliava al ragazzo nella fotografia.
“Tanto non ha importanza. A volte
vorrei… vorrei essere coraggioso come
loro.”
“Come chi?” chiese Yasmine.
“Come i martiri,” rispose. “I martiri
si rifiutano di permettere a Israele di
rendere la loro morte insignificante
come la loro vita.”
“Ci sono molti modi non violenti di
combattere,” replicò mia moglie.
“Tuo padre è finito in carcere perché
aveva aiutato un combattente per la
liberazione.” Khaled mi fissò negli
occhi. Si allontanò dal muro e
riprendemmo ad avanzare tutti insieme:
si girò, camminando all’indietro mentre
mi parlava. “Sono sicuro che sei stato
fiero di lui.”
“Mio padre sarebbe il primo a dirti
che ci sono altri modi di combattere per
la causa,” risposi. “Ti direbbe di
concentrarti sugli studi e di lasciar
perdere la politica.”
“Sono prigioniero nella mia stessa
città, e non posso farci niente. Quello
che mi serve è la libertà.”
“Il mondo cambia in continuazione e
solo Dio sa che cosa succederà,”
intervenne Yasmine.
“Dio non esiste,” ringhiò Khaled.
“Sono gli israeliani a controllare il
nostro futuro.”
55.

La mattina seguente, Khaled mi


chiamò.
“Mi chiedevo se posso portare la mia
famiglia a pranzare in albergo. Voglio
festeggiare,” disse. “Penso di aver
trovato un modo per andarmene da Gaza.
Ho un colloquio questo pomeriggio.
Credo che farebbe bene a tutti vedere
che c’è ancora speranza, io mi sono
sentito così quando sono venuto lì in
albergo.”
“Certo, portali pure,” risposi.
“Yasmine e io ne saremmo felicissimi.
Con chi hai il colloquio?”
“Voglio che sia una sorpresa,” spiegò.
“Festeggeremo quando sarò del tutto
sicuro. Ti dispiace se io vengo un po’
prima degli altri? Voglio saperne di più
della tua ricerca, potrebbe tornarmi utile
per il colloquio.”
“Vieni subito,” lo invitai.
“Ancora una cosa. Ti prego, non dirlo
a mio padre. Non voglio agitarlo finché
non sarà ufficiale. Lui crede che io vada
a un matrimonio.”
“Non dirò una parola,” promisi.
Sentii che il mio corpo si rilassava.
Dopo la visita alle gallerie, Yasmine e
io ci eravamo molto preoccupati.
Finalmente succedeva qualcosa di
buono.

***

Abbas, sua moglie, Yasmine, io,


Khaled e quattro nipoti ci sedemmo
attorno al tavolo più grande che c’era
nel ristorante e dalla finestra
guardavamo le onde che si infrangevano
a riva. Era strano vedere Abbas e la sua
famiglia, vestiti di stracci, mangiare in
piatti di porcellana, con l’argenteria e
calici di cristallo. Solo Khaled
sembrava nel posto giusto. Si era
ripulito per il colloquio: indossava un
abito nero con una camicia bianca e la
cravatta. Si era pettinato i capelli, si era
fatto la barba e doveva anche essersi
fatto il bagno. Dava davvero
l’impressione che si fosse tolto un peso
dallo stomaco. Sperai che il suo
colloquio andasse bene.
Terminammo il pranzo con una torta
di mandorle e con il caffè.
“Fammi vedere la tua tazza,” dissi a
Khaled. Volevo leggergli il futuro come
faceva sempre Mama con noi. Guardai
sul fondo, ma tutti i segni che mia madre
mi aveva insegnato a riconoscere
dicevano che il suo futuro era nero.
“Vedo un futuro brillante,” mentii.
Lui sorrise e io sentii subito che c’era
speranza. Ero un uomo di scienza, non
credevo nella superstizione. Khaled
guardò Abbas con occhi colmi di amore.

***

La videocassetta ci fu consegnata nel


cuore della notte. Abbas e sua moglie si
precipitarono in albergo, perché loro
non avevano un videoregistratore.
Stavamo lì, di fronte al televisore,
consapevoli del fatto che stavamo per
ricevere la peggiore notizia possibile e,
tuttavia, in qualche modo speravamo
tutti in silenzio che non fosse così.
Sullo schermo comparve l’immagine
di Khaled. Portava una kefiah bianca e
nera avvolta attorno al collo. In una
mano aveva un fucile e nell’altra un
copione. Tremava.
Yasmine crollò sulla sedia più vicina,
in preda allo shock. Mayada fu scossa
da un pianto sommesso.
“Non faccio questo per entrare in
paradiso o essere circondato da vergini.
Lo faccio perché gli israeliani non mi
hanno lasciato altra scelta.”
Mayada e Yasmine ormai si
lamentavano disperate. Mia moglie si
spostò accanto alla madre in lutto e la
abbracciò. Piangevano insieme.
“Lo faccio per la causa palestinese.
Lo faccio per aiutare la resistenza.
Preferisco morire con la speranza,
anziché vivere una vita di prigionia.
Preferisco morire per una giusta causa,
anziché restare intrappolato in questo
inferno in terra. È la mia unica via
d’uscita. Non può esserci libertà senza
lotta. È ora che gli israeliani capiscano:
se ci mettono in gabbia, ne pagheranno il
prezzo. Posso solo decidere come
morire. I crimini di Israele contro la mia
gente sono infiniti. Non si limitano a
opprimerci, ma hanno convinto il mondo
che sono loro le vittime. Israele è una
delle maggiori potenze militari nel
mondo, mentre noi abbiamo qualche
misero missile e, nonostante ciò, sono
riusciti a far credere al mondo che hanno
bisogno di proteggersi da noi. Non solo
tutti credono alle loro menzogne, ma li
sostengono. Mi hanno negato la
possibilità di usare la mia mente, quindi
sono costretto a usare il mio corpo,
l’unica arma che mi sia rimasta.”
Il video divenne confuso, e credetti
che fosse saltata l’immagine, ma, dopo
pochi secondi, questa riapparve sullo
schermo.
“Mi rivolgo ai miei amati genitori: mi
dispiace salutarvi così. So quanto avete
sofferto e spero che sarete fieri di me.”
Abbassò l’arma.
“Baba, ti prego, da’ a zio Ichmad il
mio quaderno. È nell’ultimo cassetto del
mio mobile, sotto i pantaloni. Fino al
giorno in cui ci incontreremo di nuovo,
vi dico addio.” Il video divenne nero.
“Che cosa ho fatto?” Abbas
sprofondò il viso tra le mani,
singhiozzando. “È tutta colpa mia. Gli ho
fatto credere che volessi che diventasse
un martire.”
“No, invece,” risposi. “Lui sapeva
quanto lo amavi. Nessuno potrebbe mai
dubitare che tu avresti preferito farti
trafiggere il cuore piuttosto che fosse
fatto del male a lui.” Abbracciai mio
fratello. Per la prima volta dopo
cinquant’anni, lui ricambiò. Povero
Abbas. Si incolpava, ma io sapevo che
la responsabilità era mia. Avevo dato a
Khaled la speranza nella disperazione e
gli avevo reso la vita insopportabile.
Ero stato un ingenuo a credere che avrei
potuto aiutarlo con le mie conoscenze.
Avevo ucciso il figlio di mio fratello.
56.

Il suono del cellulare mi svegliò di


soprassalto: il cuore mi batteva
all’impazzata contro il petto. Nella
stanza era buio pesto, fatta eccezione per
la sveglia sul mio comodino: le 3:32.
Afferrai il telefono: mi scivolò e cadde
a terra.
Doveva essere morto qualcun altro.
Era passata solo una settimana dal
funerale di Khaled. Aveva fatto
esplodere il giubbotto in anticipo:
avevano detto che doveva essere stato
un malfunzionamento, ma noi sapevamo
che il vero motivo era che non aveva
avuto la forza di togliere la vita a
persone che non avevano colpa.
Nonostante ciò, con il suo gesto, aveva
comunque spezzato delle vite: tutta la
sua famiglia innocente era in lutto.
Da quel giorno, ogni telefonata in
piena notte era motivo di allarme.
“Svelto, rispondi!” La voce di
Yasmine sfiorava il panico. Nessuno di
noi era più riuscito a dormire da quando
Khaled era morto.
Presi il telefono. Abbas era morto, ne
ero sicuro. Mama avrebbe sofferto
moltissimo.
“Pronto,” risposi a voce un po’ troppo
alta. “Che cosa è successo?”
Yasmine accese la luce. Si era messa
a sedere, gli occhi spalancati, specchio
delle mie paure.
“Parlo con il professor Ichmad
Hamid?” chiese un uomo in tono
educato. Non riconoscevo l’accento.
“Sì,” risposi, con la paura in gola.
“Chi parla?”
“Sono Alfred Edlund.”
Il cuore mi sprofondò. Mi sembrava
di aver sentito quel nome da qualche
parte. Doveva essere un compagno di
Yale di mio figlio Mahmud. Non
potevano essere buone notizie, non a
quell’ora tarda della notte.
“Chi è?” mi chiese Yasmine.
“È successo qualcosa a Mahmud?”
Trattenni il respiro.
Yasmine sussultò e cominciò a
dondolare avanti e indietro.
“Non credo di capire,” rispose
l’uomo.
“Si tratta di mio figlio, giusto?”
“No, sono il segretario generale
dell’Accademia reale svedese delle
scienze.”
Guardai Yasmine e alzai una mano.
“Non è successo niente,” sussurrai.
“Professor Hamid, è ancora lì?”
“Come mi ha trovato?”
“Mi ha dato il numero il professor
Sharon.”
Mi raddrizzai a sedere, mentre
l’importanza di quella telefonata
cominciava a fare presa.
“La chiamo a nome dell’Accademia
reale svedese delle scienze.”
Ogni anno nell’ultimo decennio,
Menachem e io avevamo ricevuto la
candidatura al Nobel. Ancora non
capivo perché chiamare a quell’ora.
“Le ho telefonato per informarla…”
fece una pausa. “…a nome
dell’Accademia reale svedese delle
Scienze, siamo lieti di annunciarle che
lei e il professor Sharon sarete insigniti
del Premio Nobel per la Fisica di
quest’anno.”
Ero senza parole.
“Il vostro lavoro di squadra per
determinare la misurazione
dell’anisotropia magnetica nei singoli
atomi ha portato a un grande
avanzamento per la scienza. Ha condotto
alla scoperta di nuove strutture e
dispositivi che avranno un ruolo
fondamentale nello sviluppo della nuova
generazione dell’elettronica, dei
computer e dei satelliti.”
“La ringrazio,” risposi. “Sono
onorato, naturalmente.” Mi accorsi del
tono piatto della mia voce.
“Che cosa succede?” Yasmine mi
afferrò il braccio. “Con chi parli?”
“Il Nobel vi sarà consegnato il 10
dicembre in Svezia, alla Stockholm
Concert Hall.”
“Al momento mi trovo a Gaza,”
risposi. “Sono onorato, ma non riuscirò
a partecipare.” Non potevo andarmene,
non dopo così poco tempo dalla morte
di Khaled.
“Dato che la premiazione non avrà
luogo prima di dicembre, possiamo
restare in contatto fino ad allora e
accordarci sul da farsi.”
“Di che cosa si tratta?” Yasmine mi
tirava il braccio. “Chi è?”
“Ho esaminato i vostri lunghi anni di
ricerca, e sono rimasto molto
impressionato. Avete contribuito in
modo molto significativo
all’avanzamento della razza umana.”
“Ichmad, dimmelo!” Mi riprese
Yasmine. “Voglio sapere.”
Riattaccai.
“Ho vinto il Nobel.” Nella mia voce
non c’era entusiasmo.
Un altro squillo del telefono mi fece
trasalire.
“Che cosa succede? Chi è adesso?”
chiese Yasmine.
“È per il premio,” risposi. Sapevo
che il telefono non avrebbe smesso di
suonare finché non avessi risposto. Lo
afferrai.
“Mi ricordo ancora di quando mi hai
detto che avevi una soluzione migliore
della mia. E pensare che ti ho quasi
ignorato.” La voce di Menachem era
rotta dall’emozione.
Avevamo lavorato duramente per
questo. Non volevo che il mio dolore
personale gli rovinasse il momento. Mi
aveva chiamato ogni giorno per sapere
come stavo.
“Se penso a quanto ti odiavo…”
“Hai mai dei rimpianti?”
“Solo di non aver capito la verità fin
dal principio.”
Non appena riattaccai, il telefono
suonò di nuovo.
“Pronto, posso parlare con il
professor Hamid?” chiese un uomo con
l’accento spagnolo.
“Sono io,” risposi.
“Sono Jorge Delon, da ‘El Mundo’ di
Madrid, in Spagna.”
“Non sono nemmeno le quattro del
mattino.”
“Mi dispiace, professor Hamid, ma
dobbiamo andare in stampa.”
Per il resto della mattina risposi alle
domande di giornalisti europei e del
Medio Oriente.
Chiamai in video la mia famiglia nel
Triangolo con l’impianto che avevo fatto
venire dalle gallerie. Da quando avevo
dodici anni, avevo atteso il giorno in cui
avrei potuto dire a mio padre che avevo
fatto qualcosa della mia vita. Ora avevo
vinto il premio più prestigioso al
mondo. La mia voce fu trasportata dalla
rete e arrivò fino al telefono dei miei
genitori. Mama mi apparve nella finestra
dello schermo.
“Vai a chiamare Baba,” le ordinai.
“Che cosa è successo?” chiese. “ Ci
sono cattive notizie?”
“No, tutto il contrario, Mama. Buone
notizie: le migliori.”
“Dimmelo, non posso aspettare.”
“Porta pazienza, ti prego.”
Mama uscì dalla cucina e tornò con
Baba.
“Devo fare un annuncio.” Mi sforzai
di sorridere.
La mano di Mama si posò sul suo
cuore. Baba aspettava paziente.
“Mi hanno appena chiamato dalla
Svezia. Ho vinto il Premio Nobel per la
Fisica di quest’anno, insieme a
Menachem.”
I miei genitori rimasero in silenzio. Si
guardarono e alzarono le spalle.
“Cos’è un Premio Nobel?” chiese
Baba alla fine.
“Il Premio Nobel viene assegnato a
coloro che portano il maggior vantaggio
possibile al genere umano e che hanno
fatto le scoperte o invenzioni più
importanti nel campo della fisica.” In
una situazione normale, non mi sarei
vantato del premio in quel modo, ma
volevo essere sicuro che mio padre
capisse che avevo fatto qualcosa della
mia vita.
Baba guardò Mama. “Ichmad ha vinto
un premio.” Di nuovo, alzarono le
spalle, come se non potessi vederli.
“Nel tardo diciassettesimo secolo, un
chimico svedese ha inventato la
dinamite,” spiegai. “Era molto
interessato a come la scienza potesse
avere impatto sulla vita dell’umanità.”
“Lo sapeva che hanno usato la
dinamite per far saltare la nostra casa?”
si intromise Mama. “Intendeva quel tipo
di impatto?”
Non riuscivo a spiegare a Baba che
ero riuscito a mantenere la promessa che
gli avevo fatto molti anni prima. Provai
a fargli capire ancora di che cosa si
trattava. “Ha usato i suoi guadagni per
istituire il Premio Nobel. Dal 1901, ogni
anno una commissione seleziona gli
uomini e donne che hanno ottenuto i
maggiori risultati in varie discipline, e
la fisica è una di queste. È il
riconoscimento più grande che un fisico
possa ricevere.”
Baba sorrise. Mama non sembrava
colpita.
“Mi sono dimenticata di dirti che la
nostra cavalla è incinta,” mi informò
Mama.
I miei cellulari suonavano senza
sosta.
“Facciamo così: aspettate di vederlo
alla televisione. Capirete meglio. Farò
un discorso.”
57.

“Grazie a tutti per essere qui questa


sera,” disse il presentatore.
“L’Accademia reale svedese è
orgogliosa di conferire il Premio Nobel
per la Fisica di quest’anno al professor
Menachem Sharon e al professor Ichmad
Hamid per la ricerca che portano avanti
da più di quarant’anni.
“In passato, l’archiviazione dei dati
era limitata dalla dimensione. Finché
non siamo stati in grado di misurare
l’anisotropia magnetica di un singolo
atomo, la tecnologia non poteva farsi più
piccola. L’anisotropia magnetica è di
grande importanza, perché determina la
capacità di un atomo di immagazzinare
informazioni. Il professor Sharon e il
professor Hamid sono riusciti a
individuare il modo per calcolare
l’anisotropia magnetica di un singolo
atomo.
“Oltre alle maggiori capacità di
archiviazione dei dati e al
miglioramento dei chip, la loro scoperta
può portare a nuovi sviluppi per quanto
riguarda i sensori, i satelliti e molto
altro. Hanno aperto la porta a nuove
tipologie di impianti e dispositivi che
possono essere costruiti dai singoli
atomi. La capacità di spazio che loro
sono riusciti a individuare per ogni
singolo atomo ci permette di archiviare
oltre cinquantamila lungometraggi, in
altre parole, mille trilioni di bit di dati,
in un dispositivo delle dimensioni di un
iPod.
“Il professor Menachem Sharon e il
professor Ichmad Hamid sono partiti da
un’idea le cui applicazioni erano
sconosciute, a quei tempi. Sono state
necessarie forza e lungimiranza per fare
quello che era un vero salto nel buio. È
con grande onore che porgo le
congratulazioni a nome di tutta
l’Accademia al professor Menachem
Sharon e al professor Ichmad Hamid.
Attraverso il loro impegno comune,
hanno fatto la storia.”
Ci fu uno scroscio di applausi.
Quando quella folla, composta dalle più
brillanti menti del mondo, rivolse
l’attenzione su Menachem e me, in sala
calò il silenzio. Vestiti identici, frac
nero e cravatta bianca, camminammo
fino al palco perfettamente sincronizzati:
avevamo provato ogni passo la sera
precedente. Ci fermammo di fronte a Sua
Maestà il Re di Svezia e al resto della
famiglia reale. Menachem andò per
primo. Allungò la mano e Sua Maestà la
strinse, gli mise al collo una medaglia e
gli consegnò un diploma. Lui fece un
passo indietro e io mi feci avanti per
ricevere il mio premio.
La Filarmonica reale di Stoccolma
suonava, mentre Menachem e io ci
avvicinavamo al podio nel centro della
sala fastosa. Menachem si sporse in
avanti e cominciò a parlare nel
microfono.
“L’impulso maggiore al nostro lavoro
è venuto dal professor Hamid. Avevo
notato il suo genio per la prima volta nel
1966, quando era un mio studente. Non
senza vergogna, devo ammettere che, in
principio, vedevo il suo acume come
una minaccia. Fu solo quando rischiai di
perdere tutto, che mi trovai costretto a
dargli una possibilità. Ricordo ancora il
giorno in cui venne nel mio ufficio, un
ragazzo vestito di stracci che portava
sandali fatti con un vecchio pneumatico.
Mi disse che aveva una soluzione
migliore della mia. Lo mandai via, ma
non perché la sua idea non mi sembrasse
valida: in realtà, non riuscivo a
concepire il fatto che quel ragazzo
palestinese avesse qualcosa da offrirmi.
Lui ha provato il contrario. Mi ha fornito
un’occasione unica nella vita. Ci sono
voluti quarant’anni, ma, lavorando
insieme, il professor Hamid e io siamo
riusciti a realizzare più di quanto
avessimo mai sognato. È anche uno dei
miei amici più cari. Spero che questo
possa essere motivo di riflessione per
Israele, per i palestinesi, per gli Stati
Uniti e per il resto del mondo.”
Menachem piangeva. Anch’io sentivo
le lacrime che mi riempivano gli occhi.
Dopo di lui, toccava a me. Mi
avvicinai al microfono e cominciai. “In
primo luogo, vorrei ringraziare mio
padre, che ha fatto per me più di quanto
si possa immaginare.” Guardai il teatro
gremito e la moltitudine di telecamere.
“Lui mi ha insegnato il significato del
sacrificio. Lo devo a lui se oggi sono
l’uomo che sono diventato. Vorrei
ringraziare mia madre, che mi ha
cresciuto e mi ha insegnato la
perseveranza, e il mio primo insegnante,
il professor Mohammad, che ha creduto
in me. Vorrei ringraziare il professor
Sharon, mio caro amico e stimato
collega, per avermi giudicato non
secondo la razza o la religione, ma in
base alle mie capacità, per aver avuto il
genio di vedere ciò che era invisibile
agli altri e per avermi presentato al
professor Smart. Vorrei ringraziare la
mia famiglia, per aver sopportato con
me il tempo che ho impiegato ad
apprendere, e mia moglie e i miei figli
per avermi mostrato che cos’è l’amore.”
Feci una pausa. “Dico sempre ai miei
ragazzi di seguire le proprie passioni.
La mia infanzia mi ha insegnato che una
goccia insistente può bucare la roccia.
Ho imparato che la vita non si compone
solo di ciò che ci accade, ma anche
delle reazioni che scegliamo di avere.
L’istruzione è stata la mia ancora di
salvezza; e, grazie a essa, sono stato in
grado di elevarmi al di sopra delle
circostanze in cui ero costretto a vivere.
Ma adesso mi rendo conto che, così
facendo, ho trascurato molte persone. Di
recente, sono giunto alla conclusione che
quando anche uno solo soffre, tutti
soffriamo con lui. Fino a questo
momento ho dedicato la mia vita alla
mia famiglia, alla mia istruzione e alla
ricerca; questa sera spero di rendervi
più consapevoli di quanto sta accadendo
a Gaza, dove mi trovavo quando mi è
stato comunicato che avrei ricevuto il
grande onore di questo premio.
“L’istruzione è un diritto fondamentale
di ogni bambino. In questo momento,
Gaza è terreno fertile per futuri
terroristi. Le loro speranze e i loro sogni
sono stati mandati in frantumi.
L’istruzione, ancora di salvezza per gli
oppressi, è stata resa praticamente
impossibile. Gli israeliani a guardia del
confine hanno negato a centinaia di
ragazzi che hanno ottenuto delle borse di
studio in Occidente di lasciare Gaza per
iscriversi all’università. Non permettono
l’ingresso di libri, materiale scolastico
o da costruzione. Se fossi nato lì, non
avrei potuto compiere ciò che ho fatto.
Non possiamo lasciare che questo
scolasticidio continui. Non possiamo
vivere in pace quando altri sono
immersi nella povertà e nell’iniquità.
Se, una volta, ho sognato di poter
manipolare l’atomo, adesso sogno un
mondo in cui ci si elevi al di sopra delle
divisioni razziali e religiose, e di ogni
altro motivo di discordia, per trovare un
obiettivo più alto. Come Martin Luther
King Jr prima di me, anch’io ho l’ardire
di sognare la pace.”
Il pubblico si alzò in piedi per
applaudire. Sollevai una fotografia di
Khaled; le camere zoomarono per un
primo piano.
“Vorrei dedicare questo premio a mio
nipote Khaled, che ha scelto la morte al
posto di una vita priva di sogni e
speranze. In suo nome, abbiamo istituito
una fondazione che fornirà materiale
scolastico, libri e opportunità. I docenti
del Mit, di Harvard, Yale e Columbia
hanno accettato di condividere
l’impegno per fare pressione su Israele,
in modo che gli studenti meritevoli
possano prendere il posto che spetta
loro di diritto nelle scuole di tutto il
mondo e dare il loro contributo, come io
ho dato il mio. Vi invito a unirvi alla
nostra causa.”
Con un passo in avanti, Menachem si
avvicinò, mettendosi spalla a spalla con
me. Prese di nuovo la parola. “Vorrei
donare la mia metà del premio di
cinquecentomila dollari al Fondo
Khaled Hamid per le Borse di studio in
Scienze ai ragazzi palestinesi.
“La cooperazione tra palestinesi e
israeliani è l’unica vera speranza per la
pace,” continuò Menachem. “La storia
ha dato prova del fatto che un popolo
non può raggiungere la sicurezza a
scapito di un altro. Uno stato secolare e
democratico in tutto il territorio
palestinese, in cui ci siano uguali diritti
per tutti i cittadini a prescindere dal loro
credo religioso, è l’unico modo per
costruire la vera pace. Una persona, un
voto. Dobbiamo smettere di lottare e
cominciare a costruire.”
Il boato della folla che applaudiva
coprì la mia risposta, ma il nostro
abbraccio diceva già tutto.
58.

Al villaggio, misi la medaglia del


Premio Nobel sulla mensola nella sala
da pranzo dei miei genitori e guardai
fuori dalla nuova finestra che i miei
avevano fatto montare, e che si
affacciava sul panorama che preferivo al
mondo: il mandorlo. Non avrebbe
dovuto fiorire per almeno un altro mese,
ma era pieno di boccioli. Dietro di lui,
Amal e Sa’dah, che erano stati testimoni
delle nostre sofferenze e ci avevano
protetto dalla fame e dagli elementi, si
ergevano forti e fieri.
Ero passato a prendere la mia
famiglia e, insieme, saremmo andati a
Gaza a trovare Abbas.
La morte di Khaled aveva cambiato
mio fratello.
Quando gli avevo detto della mia idea
della fondazione, si era commosso. Mi
aveva risposto che sperava che, un
giorno, i suoi nipoti avrebbero avuto la
possibilità di studiare negli Stati Uniti.
Adesso, si sarebbe riunito con la sua
famiglia: insieme, stavamo curando le
ferite. Era ancora impossibile farli
uscire da Gaza, ma non era impossibile
per noi entrare per una settimana,
sfruttando la mia nuova notorietà e
l’influenza politica. Era l’ultimo
desiderio dei miei genitori in questa
vita, e io l’avrei fatto avverare.
Uscii e mi sedetti sulla panchina
vicino al mandorlo. Era un vero
miracolo che quest’albero fosse ancora
in piedi. Ricordai i giorni in cui avevo
trovato riparo tra i suoi rami quando
avevo dodici anni, un ragazzo pieno di
sogni, ignaro di tutto ciò che sarebbe
stato. Pensai a Nora, la mia bellissima
moglie, il mio angelo ebreo con i capelli
d’oro, e a come ci eravamo baciati sotto
quei rami, nello stesso punto dove
adesso era sepolta.
Dalla finestra della cucina, vedevo i
miei figli, Mahmud e Amir, le loro mogli
e i miei nipoti, seduti al tavolo con i
miei genitori, Yasmine, Fadi, Nadia e
Hani. Potevo sentire le voci profonde
dei miei ragazzi, e la risata delicata di
Yasmine che, come avevano predetto i
miei, avevo imparato ad amare
profondamente.
“Sono deciso,” dissi a Nora. Ricordai
la promessa che le avevo fatto, una
promessa che, adesso, ero pronto a
mantenere.
Avrei raccontato la mia storia al
mondo.
I semi di questa storia furono piantati
più di vent’anni fa.
Quando ancora frequentavo le
superiori, mi sono trasferita all’estero in
cerca di divertimento, avventura e
libertà dai miei genitori. All’inizio
volevo andare a Parigi, ma i miei
rifiutarono e, invece, mi mandarono con
la figlia del rabbino a passare l’estate in
Israele. Del tutto disinformata di quale
fosse la situazione a quei tempi, credevo
che palestinese fosse sinonimo di
israeliano. Sette anni dopo feci ritorno
negli Stati Uniti, più consapevole di
quanto avessi voluto.
Da brava idealista, volevo aiutare a
portare la pace nel Medio Oriente. Dopo
qualche anno alla facoltà di Legge negli
Stati Uniti, decisi che preferivo
difendere me stessa da quanto avevo
visto. Poi, quando incontrai mio marito,
gli confidai la mia esperienza. Lui mi
disse che avevo una storia. Non ero
pronta, così la dimenticai. Ma il passato,
con i suoi artigli, riesce sempre a farsi
strada verso il presente. Mi piace
pensare che, per scrivere questa storia,
mi serviva la prospettiva di quei
vent’anni.
Vorrei ringraziare mio marito Joe, per
avermi aiutata nella ricerca e nella
stesura di questo libro, e i miei figli,
Jon-Robert e Sarah, perché mi spingono
a desiderare di rendere questo mondo un
posto migliore. Vorrei citare anche i
miei editor, persone meravigliose, che
mi hanno insegnato come tradurre in
parole la mia storia: Mark Spencer,
preciso e accurato, Masha Hamilton,
informatissima, Marcy Dermansky, di
gran competenza, mia suocera Connie,
che ha corretto ogni versione, Teresa
Merritt, con la sua efficienza, e Pamela
Lane, di evidente talento.
Un ringraziamento speciale al mio
editor Les Edgerton, che ha fatto in
modo che questo libro diventasse realtà.
La mia gratitudine va a Caitlin Dosch e
Christopher Greco per il loro aiuto con i
problemi di matematica e scienze. Un
riconoscimento speciale anche a Nathan
Stock, del Carter Center, per il suo aiuto
e la consulenza, soprattutto riguardo a
Gaza. Grazie infinite alla mia agente
Marina Penalva, alla Pontas Literary &
Film Agency e alla Garnet Publishing,
per aver creduto in me, in particolar
modo a Sam e Stepen, che hanno reso
tutto più facile, e agli editor Felicity
Radford e Nick Fawcett, per il lavoro
minuzioso sul manoscritto. Grazie anche
a Paddy O’ Callaghan, Abdullah Khan e
Yawar Khan per il loro sostegno
costante. Infine il mio ringraziamento va
al genio di Moe Diab, che ha dato vita al
mio personaggio. Vorrei anche
ringraziare Ricciarda Barbieri e la
meravigliosa squadra di Feltrinelli per
la loro passione e dedizione.
Glossario

Baba ghanouj: salsa di melanzane e


spezie, nota anche come “caviale di
melanzane”.
Baklava: dolce a sfoglie, a base di
zucchero, frutta secca e miele.
Bulgur: alimento base derivato dal
grano duro, usato per insalate e
antipasti.
Dabka: danza maschile di gruppo
molto popolare il cui nome deriva
dall’arabo yadbuk , “battere i piedi per
terra”. La danza è spesso preceduta da
poesie, mawwal, caratterizzate da rime e
parole con doppio o triplo senso.
Falafel: polpettine fritte a base di
fave, ceci o fagioli, insaporite con
sommacco, cipolla, aglio, cumino e
coriandolo.
Halal: letteralmente “lecito”. In
Occidente si riferisce principalmente al
cibo preparato nel rispetto della legge
islamica. In arabo la parola intende tutto
ciò che è permesso secondo l’Islam.
Halloumi: formaggio salato di latte di
capra e di pecora.
Hummus: salsa di ceci e tahina (pasta
di semi di sesamo), insaporita con olio
di oliva, aglio, succo di limone, paprica,
semi di cumino in polvere e prezzemolo
tritato.
Kallaj: dolce alla crema ricoperto di
sciroppo di zucchero, offerto durante il
Ramadan.

Kanafi: prelibato dessert di katayfi,


spaghetti dolci molto fini, ripieno di
formaggio e ricoperto di sciroppo di
zucchero.
Kefiah: copricapo tradizionale arabo
di lana o cotone, a scacchi neri e
bianchi, o rossi e bianchi.
Khol: polvere nera o grigia usata sin
dall’antichità per truccare gli occhi.
Kippah: zucchetto. Copricapo tipico
degli ebrei, indossato nei luoghi sacri e
portato costantemente dagli osservanti.
Laban: formaggio cremoso a base di
yogurt magro.
Lubia bi zeit: antipasto di fagioli
verdi lunghi in salsa di pomodoro.
Maqam: sistema di intervalli e modi
musicali tipici della tradizione melodica
araba.
Mezze: misto di antipasti serviti
prima della portata principale, composto
per lo più da olive, formaggi, noci e
sottaceti.
Mihrab: nicchia semicircolare situata
all’interno della moschea, indica la
direzione della Mecca verso la quale
deve rivolgersi il fedele durante la
preghiera.
Minbar: Pulpito o cattedra situato
all’interno della moschea.
Moussaka: Sformato a base di
melanzane, carne trita e spezie.
Moshav: comunità agricola
cooperativa.
Mukhtar: letteralmente “colui che è
scelto”, si riferisce al capo di un
villaggio o di un distretto.
Oud: strumento musicale a corda
simile al liuto.
Pita: pane lievitato, piatto e di forma
tondeggiante.
Salep: farina usata per la produzione
di gelati e bevande.
Sheik el Mahshi: piatto preparato al
forno con verdure (melanzane o
zucchine) ripiene di carne e spezie.
Shekel: valuta ufficiale dello Stato di
Israele.
Sufi: i “puri”, gli asceti che praticano
il sufismo, dottrina ispirata al Corano.
Tabbouleh: antipasto a base di bulgur
con verdure, condito con limone e olio.
Yiksah: espressione gergale che
significa: “puah, che schifo”.
Zattar: miscela di spezie.
Parte prima – 1955
Parte seconda – 1966
Parte terza – 1974
Parte quarta – 2009

Ringraziamenti

Glossario
INDICE
PARTE PRIMA
1955
1.
2.
3.
4.
5.
6.
7.
8.
9.
10.
11.
12.
13.
14.
15.
16.
17.
18.
19.
20.
21.
PARTE SECONDA
1966
22.
23.
24.
25.
26.
27.
28.
29.
30.
31.
32.
33.
34.
PARTE TERZA
1974
35.
36.
37.
38.
39.
40.
41.
42.
43.
44.
45.
PARTE QUARTA
2009
46.
47.
48.
49.
50.
51.
52.
53.
54.
55.
56.
57.
58.
Ringraziamenti
Glossario