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Archeologia dell’Architettura

XVIII  2013, pp. 00-000

Gian Pietro Brogiolo


Architetture di qualità tra VI e IX secolo in Italia settentrionale1

Nell’Italia del Nord, fin dagli inizi del I secolo a.C. e carpenterie di una certa complessità, come nel cantiere
emergono differenti aree regionali, caratterizzate da tec- di Santa Maria foris portas di Castelseprio, che tradisce
niche murarie in laterizi nella bassa pianura, in pietre di una notevole perizia, pur nella semplicità della tecnica
raccolta nell’alta pianura e negli anfiteatri morenici attorno costruttiva che esclude colonnati e volte.
ai laghi, mentre si usano pietre di cava dove abbondano af- Per affrontare questi temi è necessario far dialogare le
fioramenti geologici di arenarie, marne, scisti ed altre rocce fonti scritte e i dati materiali, a cominciare dal problema
effusive, ovvero nelle Alpi e nei rilievi isolati in pianura, delle tecniche murarie di qualità, ovvero quelle in muratura
quali i Colli Euganei e i Monti Berici. Questa distinzione legata con malta, che analizzerò in questo contributo
vale, in età romana, per l’edilizia privata, mentre nelle (facendo seguito a Brogiolo 2008, 2009).
opere pubbliche anche in città della pianura si fa uso della
pietra di cava, talora importata da lontano. 1. Tecniche murarie altomedievali
Nell’altomedioevo prevale invece, come in generale
in Occidente, il riuso di materiali recuperati da edifici Le fonti scritte altomedievali distinguono le architet-
romani, pur con alcune eccezioni e variazioni anche a ture, in modo semplicistico e con una ripartizione grosso-
breve raggio. Ad esempio a Padova predomina il laterizio lana, in due distinte tecniche costruttive: l’opera romanense
di reimpiego, mentre nei vicini Colli Euganei si assiste ad e l’opera gallica. Il Memoratorio de mercede commacinorum,
una precoce lavorazione della pietra di cava. Tra Verona e probabilmente una sorta di guida ai capitolati d’appalto per
la sua pianura, il fenomeno è invece contrario, in quanto è opere eseguite da maestranze specializzate su beni fiscali
la città a trovarsi più vicina alle cave. Spostamenti a lunga (Azzara 2009, p. 24), redatta al tempo dei re longobardi
distanza si hanno solo per materiali pregiati, sia di riuso Grimoaldo (fine del VII secolo) o Liutprando (712-739),
quali fusti di colonna, capitelli ecc., sia nuovi, nel caso vi allude esplicitamente. Per Monneret de Villard (1920,
dell’arredo liturgico (come tra il Sommolago trentino e pp. 5-7) la prima corrisponderebbe all’opera quadrata, la
Brescia, tra Vicenza e il Garda). seconda al petit appareil. Secondo Aurora Cagnana (2005,
Per mettere in opera una tale varietà di materiali pp. 107-110), l’opera romanense del Memoratorium sarebbe
erano necessarie competenze supplementari, da applicare invece l’opus incertum, «l’unico tipo murario di tradizione
non solo nei diversi cantieri (le chiese pavesi in laterizi di romana, dovuto a manovalanza specializzata, che soprav-
recupero rispetto a quelle del pedemonte veneto-lombardo vive per tutti i secoli dell’altomedioevo».
dove si usa la pietra), ma anche all’interno del medesimo Cosa si intendesse per opera romanense lo spiega peral-
edificio (i perimetrali in pietra da cava superficiale del San tro con chiarezza l’autore della Vita di Desiderio, vescovo
Salvatore II di Brescia, rispetto ai laterizi di riuso delle di Cahors (città del sud della Gallia) nel secondo quarto
pareti che lo suddividono in tre navate). del VII secolo (Vita Desiderii, 16, 31). Opera romanense
La versatilità delle maestranze si manifesta: nelle è quella in quadris ac dedolatis lapidibus, pietre quadrate
differenti tecniche murarie (tra opera quadrata, petit e spianate con le quali il presule viene celebrato per la
appareil e opera incerta); nelle tecniche costruttive che costruzione di una basilica in onore di s. Pietro. L’opera
potevano richiedere la realizzazione di volte e di peculiari romanense, specifica, è ben diversa dall’opera gallicana (non
elementi architettonici e strutturali quali colonne, archi, quidem nostro Gallicoque more), perché fa uso di grandi
lesene; nelle opere di carpenteria complessa (per soffitti, pietre fino al tetto (ad summa usque fastigia). Notazione
tetti, arredo liturgico in legno); negli elementi decorativi questa interessante, perché contrappone l’opera romanense
per affreschi, stucchi e per la lavorazione del marmo negli all’opera in tecnica mista (gallicana) che, stando ai dati
arredi liturgici. archeologici, prevedeva uno zoccolo in muratura per un
Il primo problema è capire, all’interno di uno spe­ alzato in materiale deperibile (legno o pisé).
cifico cantiere, quanti artigiani specializzati fossero con- Da sottolineare il significato simbolico dell’uso
temporaneamente all’opera e come fosse coordinato il della pietra squadrata, che, secondo l’autore della Vita,
lavoro. Il secondo è stabilire quanto il lavoro specializzato
incidesse, nella percezione dei committenti e del pubblico, 1
  Questo contributo è stato elaborato nell’ambito delle attività di
sulla qualità del manufatto architettonico, rispetto ad un ricerca dell’Università di Padova in relazione ai progetti: PRIN 2010-2011
(2010H8WPKL_010) “Storia e archeologia globale dei paesaggi rurali in Italia
altro parametro fondamentale, quello della dimensione. tra Tardoantico e Medioevo. Sistemi integrati di fonti, metodi e tecnologie per
Questa, oltre ad avere una notevole incidenza nel costo uno sviluppo sostenibile”; PRAT – Ateneo di Padova 2012 (CPDA128591/12)
finale, richiedeva maestranze in grado di gestire ponteggi “Paesaggi, Architetture e identità locali nel Medioevo: nuove procedure di
catalogazione e analisi archeologica”.
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ripropone una tecnica propria delle antiche consuetudini La situazione della Spagna ha un parallelo in Sarde-
costruttive (sicut antiquorum mororum ambitus). Non gna, pure sotto il controllo bizantino, dove tra VI e VII
precisa però se le pietre squadrate fossero state cavate secolo alcune chiese reimpiegano conci squadrati con
per l’occasione o se provenissero da monumenti antichi, minore regolarità, ma pur sempre nella tradizione dell’o-
ipotesi assai probabile, considerato che per la riparazione pera quadrata. Il San Saturnino di Cagliari (attorno alla
dell’acquedotto, patrocinata dal medesimo vescovo, si era metà del VI secolo), a croce greca con transetto e cupola
dovuto ricorrere a tubazioni in legno, realizzate per di più emisferica (figg. 1-2), si conclude ad oriente con un’abside
da artigiani che il vescovo aveva richiesto al collega Cesario semicircolare (Pani Ermini 1992, pp. 55-81; Johnson
di Arverne (Epistolae S. Desiderii cadurcensis, I, 14). 2013, pp. 27-37). Sant’Antioco, nella località omonima,
Se dalle fonti scritte passiamo ai dati materiali, la è a tre navate, di cui quella centrale con volta a botte (fig.
questione si allarga al più generale tema delle tecniche 3) e transetto con tiburio (Giuntella, Pani Ermini 1989,
murarie altomedievali di qualità: opera quadrata, petit pp. 69-73; Johnson 2013, pp. 39-45). San Giovanni di
appareil, opera incerta, tutte con impiego di malta come Sinis, presso Tharros, ha pianta simile (fig. 4) (Johnson
legante. Un tema che va peraltro discusso, come si è fatto 2013, pp. 47-55).
in questo seminario padovano, in un contesto che non può Chiese in opera quadrata di reimpiego sono documen-
essere limitato all’Italia settentrionale, ma esteso all’intero tate, ma non ben studiate, anche in Italia meridionale e in
bacino mediterraneo, tenendo conto dei molteplici influssi Sicilia, mentre a Roma la medesima tecnica si riscontra nei
che da Oriente influenzarono le tecniche costruttive di rifacimenti altomedievali delle mura, nel circuito attorno
qualità in Occidente. A cominciare dall’opera quadrata al Vaticano costruito nel IX secolo e nelle domus romane
altomedievale e dalla sua evoluzione in Oriente tra mondo del VII/VIII/IX secolo recentemente scavate in vari punti
bizantino e mondo islamico e dal suo impiego in Occi- della città, dove conci di tufo e peperino di spoglio sono
dente, tra VI e X secolo. messi in opera, per lo più a secco, nelle fondazioni e nella
parte bassa degli edifici (Santangeli Valenzani 2004).
1.1 
L’opera quadrata Da notare che si tratta, in tutti i casi, di territori sog-
L’impiego dell’opera quadrata, in relazione alla getti a Bisanzio, al pari della Tuscia meridionale, dove però,
continuità o meno di modelli architettonici e costruttivi a partire dall’VIII-IX secolo (ad esempio a San Pietro di
tardoantichi, costituisce un primo nodo ineludibile della Tuscania: VIII sec.?) sono segnalate murature in blocchi di
complessa trama delle tecniche costruttive altomedievali. tufo di nuova estrazione. I blocchi sarebbero peraltro più
In questo seminario se ne è discusso in più di una rela- bassi (a Corneto 45 cm, a Cencelle 47, a Castel Sant’Elia
zione, anche in rapporto alla sua definizione. Possiamo 44 in media) rispetto a quelli classici (che misurano da 60
continuare a parlare di opera quadrata, anche quando a 65 cm). Secondo Renzo Chiovelli (2007, p. 39), queste
i conci di reimpiego vengono messi in opera con scarsa tecniche murarie imiterebbero direttamente quelle clas-
regolarità? Forse è meglio distinguere, con una classifica- siche etrusche e romane e continuerebbero poi ad essere
zione più dettagliata, tra: (a) opera quadrata con pietre di usate nelle chiese fino alla metà dell’XI secolo, pur con
cava squadrate e messe in opera con regolarità; (b) opera una riduzione (nell’XI secolo) dell’altezza dei conci (da 15
quadrata con pietre di recupero, eventualmente rilavorate, a 29 cm, per una lunghezza in media tra 40 e 65 cm, ma
messe in opera con regolarità simile alla precedente; (c) con eccezioni, ad esempio San Salvatore e Santa Maria di
opera che reimpiega conci squadrati di varia altezza e li Vasanello di XI secolo.
dispone in corsi poco o per nulla regolari. Le prime due Passando in territorio longobardo, nel nord della
tecniche richiedono l’intervento dello scalpellino, la terza Tuscia è stato ipotizzato uno sporadico utilizzo di bloc-
del solo muratore. chi squadrati a Lucca in edifici di VIII secolo (Quirós
Se in Oriente non si nota alcuna cesura né nel ciclo Castillo 2005) ed è oggetto di discussione il caso della
edilizio (dalla cava al cantiere), né nell’impiego dell’opera piccola cappella annessa alla chiesa di Sant’Antimo, in
quadrata, in Occidente la situazione appare più complessa provincia di Siena (fig. 5), che Fabio Gabbrielli (2008)
e diversificata e va studiata (dalla metà del VI secolo) in considera costruita con materiale di reimpiego e data al
rapporto alle regioni sotto il controllo bizantino, a partire IX secolo. La peculiare lavorazione dei conci, adattati a
dalla Spagna, dove l’opera che reimpiega conci squadrati è colonne e absidiole, suggerisce peraltro l’utilizzo di ma-
documentata, attorno alla metà del VI secolo (Sarabia in teriali di cava, o quantomento profondamente rilavorati,
questo volume). A Cartagena è impiegata nel grande podio mentre per quanto riguarda la cronologia l’unica certezza
in conci quadrati di riutilizzo impostato sulla gradinata è un’anteriorità rispetto alla basilica romanica degli inizi
sud-ovest del teatro, base di un edificio di ignota funzione del XII secolo, sotto la quale potrebbe trovarsi la chiesa
sul quale nel XIII secolo viene impostata la cattedrale. A Va- carolingia ricordata dalle fonti.
lencia nei due mausolei annessi alla basilica costruita a sud La presenza dell’opera quadrata in contesti altomedie-
del foro. Poco più tardi la si ritrova a Recopolis, fondata nel vali della Tuscia settentrionale mal si accorda, infine, con
578 dal re visigoto Leovigildo, e poi in innumerevoli chiese il quadro proposto per la Toscana sud-occidentale, pure a
variamente datate tra VII e IX secolo, rispetto alle quali lungo bizantina, dove non ve ne è traccia.
sono state richiamate, di volta in volta, influenze bizantine A questa presenza sporadica in alcune aree dell’Italia
o arabe. L’opera quadrata in conci di cava ricompare però centrale bizantina, fa riscontro una sua assenza a Pisa, dove
con certezza solo nella moschea di Cordova, eretta negli solo dalla fine del X secolo abbiamo attestazioni di opera
anni ’80 dell’VIII secolo da maestranze orientali. quadrata nella basilica di San Pietro a Grado, e in Italia
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fig. 1 – Cagliari, San Saturnino, facciata.

fig. 2 – Cagliari, San Saturnino,


cupola.

settentrionale, in area sia longobarda sia bizantina, dove eventualmente rilavorati come nell’ambulacro di Santo
l’ultimo edificio costruito in opera quadrata, secondo i Stefano di Verona e nei pilastri della basilica di San Lorenzo
canoni classici, è il mausoleo di Teodorico (morto nel 526), di Milano (fig. 6) (Fieni 2004, 2005), entrambi datati alla
realizzato in pietre di cava di grandi dimensioni messe in fine del X secolo. Ancora più tardo e sempre di riuso è il
opera con giunti a L, tecnica tipicamente bizantina che reimpiego di conci squadrati in edifici di XI secolo: nei
rimanda dunque a maestranze orientali, chiamate per basamenti delle torri e nella domus incastellata di via Zaba-
l’occasione (Cagnana 2008). rella a Padova (Chavarría 2011), nella torre di via Trieste
L’opera quadrata ricompare in Italia settentrionale a Brescia, di incerta cronologia, ma probabilmente non
molto più tardi, sporadica e con riuso di conci antichi, posteriore all’XI secolo, in alcune chiese del Padovano (San
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fig. 3 – Sant’Antioco, navata.

fig. 4 – San Giovanni di Sinis, cupola.

Silvestro di Saletto, la torre di Santa Maria alle Carceri, i antica e quella medievale e rimane da verificare se sia stata
campanili di San Michele di Selvazzano e di San Lorenzo importata da maestranze bizantine o sia stata adottata ad
di Abano: Brogiolo 2014b). imitazione delle tecniche dei monumenti antichi dai quali
In conclusione, quale sia l’area regionale che si con- si recuperavano i conci squadrati. Ipotesi, quest’ultima,
sidera, non risulta una continuità tra l’opera quadrata sostenuta da Renzo Chiovelli (2007), che propone anche
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altre conclusioni, a mio avviso da verificare, in particolare


che corrisponda sempre ad opere con paramenti ed emplec-
ton e che abbia una lunga “durata” che si concluderebbe
entro la metà dell’XI secolo.
1.2 Tecniche murarie in petit appareil e in bozze
Nella Toscana sud-occidentale, limitrofa alla Tuscia
bizantina, fino alla seconda metà dell’VIII secolo predomi-
nerebbe una “semplificazione tecnica”, dovuta al «relativo
disinteresse degli esponenti politici, più concentrati sulle
risorse territoriali», di cui sarebbe esempio significativo
l’abitato in legno di Montarrenti (di metà VII-seconda
metà VIII) (Bianchi 2005, p. 49). La pietra ricompari-
rebbe per opere di prestigio (chiese e cinte difensive) solo
con la conquista franca e sarebbe testimoniata, proprio a
Montarrenti, nella cinta in muratura datata tra seconda
metà VIII e prima metà IX secolo e nel castello di Do-
noratico (dove peraltro le abitazioni continuano ad essere
realizzate, in opera gallica, cioè in legno su zoccolo in
muratura). Nell’abside e in parte della navata della chiesa
di questo sito, verrebbe anche adottata una tecnica in
pietre locali di cava sommariamente squadrate (alcune
delle quali spianate con strumento a punta), messe in
opera con una certa orizzontalità e con zeppe in pietra e
laterizio. Questa tecnica coesisterebbe con altre che usano
pietre del medesimo calcare, ma semplicemente spaccate
e disposte irregolarmente. Tale alternanza di tecniche, che
fig. 5 – Sant’Antimo, facciata. a Donoratico si nota anche nella cinta difensiva, sarebbe

fig. 6 – Milano, San Lorenzo, pilastro. fig. 7 – Verona, San Zeno, parete nord.
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giustificata (solo peraltro nella chiesa) dalla previsione di tener conto, per le aree dove prevale la pietra: (a) della fase
un’intonacatura. Ipotizzando un legame con il monastero di età gota che vede la costruzione nelle vallate alpine di
di San Pietro a Monteverdi, a sua volta collegato con i numerosi castelli costruiti in pietra da cava spaccata e talora
cantieri monastici italiani e d’Oltralpe e con quelli urbani sbozzata; (b) di una fase di VIII secolo, nella quale l’opera
di Pisa, la Bianchi conclude che la sbozzatura della pietra incerta diviene talora più regolare in corrispondenza dei
in edifici dell’Italia centro-settentrionale sarebbe dovuta cantonali, delle lesene e degli stipiti, come a Santa Maria
alla «frequentazione saltuaria delle curtes da parte proprio in valle di Cividale, eretta attorno alla metà dell’VIII con
di alcuni esponenti di quei magistri portatori del saper pietre estratte da banchi superficiali, o a San Salvatore di
costruire la pietra» (p. 51). Sirmione, edificata con ciottoli, materiale di reimpiego e
In realtà, almeno per quanto riguarda l’Italia setten- pietre estratte dalla roccia in posto; (c) di una tecnica in
trionale, credo che il quadro sia più complesso e debba bozze quadrangolari di cava che ritroviamo in alcune chiese
veronesi (Brogiolo 2014b), quali la porzione orientale
del perimetrale nord di San Zeno (fig. 7), la cripta di San
Benedetto a Verona e la chiesa di San Salvatore di Mon-
tecchia (fig. 8). La datazione di questa tecnica attualmente
oscilla tra IX secolo (San Zeno, sulla base della datazione
degli affreschi dell’abside nord) e X-inizi XI secolo per le
altre due.
In conclusione, in Italia settentrionale vi sono aree
regionali dove l’uso della pietra è sempre stato prevalente
dall’età romana in poi, nelle quali sembra esservi conti-
nuità di sfruttamento delle cave e della preparazione della
materia prima, anche se l’introduzione della sbozzatura
e di corsi più regolari, non limitati alle angolate, sembra
avere inizio solo dal IX secolo.
1.3 Tecniche da muratore (opera incerta)
Come ho accennato nell’introduzione, in l’Italia
settentrionale vi è una netta distinzione, per l’età altome-
dievale, tra aree dove prevale il laterizio di reimpiego ed
aree dove si usa quasi esclusivamente la pietra. Indipenden-
temente dai materiali, i prodotti denunciano comunque
sempre tecniche da muratore: quelle in laterizio sono
più regolari, quelle in pietra possiamo più propriamente
definirle come opera incerta.
Pavia, la capitale del regno longobardo, rientra nelle
aree del laterizio. Per numero di chiese altomedievali anco-
ra conservate in alzato non ha confronti, nonostante una
pervicace opera demolitoria attuata da laici ed ecclesiastici
nel XIX e ancora nella prima metà del XX secolo. Poche,
fig. 8 – San Salvatore di Montecchia, cripta, con sullo sfondo tra le superstiti, sono inoltre quelle adeguatamente studia-
parete in conci sobozzati. te, tra le quali sono da ricordare Santa Maria alle Cacce,

fig. 9 – Pavia, Santa Maria alle Cacce, cripta.


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fig. 10 – Pavia, San Felice (già San Salvatore), cripta.

fondata prima della metà dell’VIII secolo (Vicini 1987;


Blake 1995), e San Felice (già San Salvatore), costruita
attorno al 760 (Vicini 1987; Invernizzi 1997; Lomarti-
re 2003). La prima era a tre navate divise da colonnati,
la seconda a navata unica. Entrambe sono provviste di
cripta a corridoio occidentale voltato a botte (figg. 9-10).
In Santa Maria, dove si può osservare l’esterno, si nota un
certo impaccio costruttivo, con riprese e modifiche nella
verticalità della parete (fig. 11), probabile evidenza che le
maestranze stavano sperimentando inedite soluzioni.
Dove si usa la pietra, gli edifici di VIII secolo sono
costruiti in opera incerta, come in San Salvatore di Bre-
scia, Santa Maria in Valle di Cividale e a Santa Maria
foris portas di Castelseprio, San Dalmazzo di Pedona, San
Procolo di Naturno, San Benedetto di Malles, solo per
ricordarne alcuni.

2 Tecniche costruttive
Il già citato Memoratorio accenna ad alcune specializ-
zazioni (Lomartire 2009), entrambe in rapporto a misure
stabilite in piedi che non è chiaro se siano romani (nel qual
caso un piede corrisponde a 29 cm), drusiani provinciali
(33 cm) o di Liutprando (44 cm). Se si accetta, come fa
Andreolli (2009, pp. 40-44), il piede romano, le opere
descritte nel capitolo sono così ripartite:
(a) opere da muratore per realizzare arcate di 12 piedi (3,48
m), evidentemente di porticati o loggiati, camini, forni in
pensile (Antico Gallina 2010) a tre o quattro scomparti
con volta formata da 250, 500 o 1000 caccabos (elemeni
fittili), tetti coperti da tegole per una sala o per un sola-
rium, l’imbiancatura di un muro, pozzi da 12 (3,48 m) a fig. 11 – Pavia, Santa Maria alle Cacce, sulla destra si vede l’ester-
100 piedi (29 m); no dell’abside con il paramento in laterizi piuttosto irregolare.
(b) opere da carpentiere, quali: la squadratura e messa in
opera delle travi maggiori e minori, ciascuna sostenuta
da 5 armaturae et brachiolae; la realizzazione di cancelli di Il capitolato d’appalto non specifica i tipi edilizi, ma
dodici piedi (3,48 m: la medesima misura delle arcate!) e la maggior parte delle opere che vi sono indicate sembrano
di telai da finestra stuccati; proprie dell’architettura civile di qualità. Le colonne sono
(c) opere da marmorario, per il taglio di tavole di marmo e troppo piccole per sostenere le arcate di una chiesa e le
per la realizzazione di colonne, da 4 o 5 piedi. finiture si limitano a muri intonacati e scialbati, privi di
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fig. 12 – Brescia, San Salvatore, ricostruzione 3d.

fig. 13 – Leno, San Be-


nedetto, ricostruzione 3d
(da Breda 2006).
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decorazioni. Inoltre pare significativo che non si alluda su una zoccolatura di base, espediente che permette di
alla costruzione di volte, salvo quelle dei forni, indizio rinforzare una muratura di limitato spessore con lesene
che siffatti elementi architettonici non erano nell’interes- terminanti ad arco, poste in corrispondenza delle travi
se della committenza regia, almeno nel momento in cui orizzontali della capriata. La si ritrova nelle chiese pavesi,
venne redatto il capitolato. Peraltro, è vero che chiese di nel San Salvatore di Brescia (fig. 12) e nel San Benedetto
alto livello architettonico, quali Santa Maria foris portas di Leno (Breda 2006: fig. 13).
(metà del VI o metà del IX secolo?) erano del tutto prive
sia di colonne sia di volte, che compaiono in importanti 3. Tipi dell’edilizia residenziali
chiese longobarde: a Santa Maria in Valle di Cividale della
metà dell’VIII secolo (nelle tre absidi con volte a botte e Se dalle tecniche murarie e costruttive delle chiese
nell’abside a crociera della navata che a me pare esistesse passiamo ad analizzare le tipologie edilizie residenziali,
fin dall’origine, sebbene sia poi stata quasi interamente il problema consiste, ancora una volta, nel trovare una
ricostruita dopo un crollo); nell’ambulacro di Santa Sofia corrispondenza tra le fonti scritte e quelle materiali.
di Benevento del 760 (seppur con un complicato sistema Il vescovo Desiderio di Cahors, cui si è fatto cenno a
di copertura retto da archi); nelle volte a botte delle cripte proposito dell’opera quadrata della chiesa di San Pietro,
di Santa Maria alle Cacce (prima metà dell’VIII secolo), viene celebrato anche per aver costruito, accanto alla cat-
San Felice di Pavia e San Salvatore di Sirmione (760 ca.). tedrale, due edifici affiancati (domus geminas); a due piani,
Oltre alle volte, è l’impiego di colonne e di capitelli, erano provvisti di finestre strombate (finestras obliquas),
sovente di riuso, a nobilitare le architetture di quel periodo portico e loggia su arcate (duplas arcubus libratas) e scale
e San Salvatore di Brescia documenta gli accorgimenti di accesso al piano superiore.
tecnici adottati per assicurarne la stabilità mediante co- Case a due piani dovevano essere quelle di Senatore
lature di piombo che legano i capitelli alle colonne e le a Pavia, trasformata in monastero (ancora in parte con-
rifiniture (in stucco) per nascondere le imperfezioni degli servato in alzato: informazione di Saverio Lomartire),
elementi di riuso. del vir magnificus Pertuald a Lucca nel 720, di Autconda
Una caratteristica costruttiva delle chiese longobarde e Natalia a Verona nel 745, e quelle, ricordate da Paolo
della metà dell’VIII secolo, derivata dalle murature Diacono, del duca Ago a Cividale, ancora esistente ai
tardoantiche (dalla basilica di Treviri alla chiesa di San suoi tempi (Historia Langobardorum, V, 17), e di Unulfo
Simpliciano di Milano), è l’uso di specchiature cieche a Pavia, abbastanza grande per ospitare, oltre la famiglia

fig. 14 – Maguzzano, edificio di fine VII secolo.


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del proprietario, anche servi, cavalli e suppellettili (Historia analizzare in parallelo i cantieri di Santa Maria foris portas
Langobardorum, V, 2-4). di Castelseprio, del San Salvatore II di Brescia e di Santa
Nei casi in cui si conservano resti materiali, non Maria in Valle di Cividale, edifici che sono stati spesso
sempre si può ricostruire l’alzato in base ai soli dati di messi a confronto anche per i loro cicli di affreschi.
scavo. Ad esempio, della domus del vescovo Callisto a Le recenti indagini su Santa Maria foris portas hanno
Cividale (prima metà dell’VIII secolo) si riconosce solo documentato una sequenza che separa nettamente la co-
una struttura rettangolare a due piani, con resti di un struzione (con due possibili date: metà ca. del VI secolo o,
pavimento musivo al piano terra (Brogiolo, Colussa, più probabilmente, IX secolo) dal famoso ciclo di affreschi,
Baggio 1999). Fortunatamente si conservano in alzato che analisi 14C e dendrocronologiche spostano invece, sor-
alcuni edifici, che, seppur residenze ecclesiastiche, ci prendentemente, attorno alla metà del X (Brogiolo 2013).
forniscono un’idea di come potessero essere le domus Nella costruzione sono stati impiegati cinque diversi
altomedievali. Quella fondata alla metà del VI secolo dal materiali (ciottoli messi in opera interi; scisti e graniti
vescovo Eufrasio di Parenzo è a due piani, con portico e spaccati/sbozzati nell’abside, nelle angolate e nelle lesene;
probabile loggia al piano superiore, dove era collocata l’aula tufo di colore nero, usato nella parte alta della facciata e
di rappresentanza. L’edificio di sud ovest del monastero della testata orientale; conci di tufo giallo negli archi delle
di San Salvatore di Brescia ha uno stretto portico al piano finestre e di accesso alle absidi; laterizi sesquipedali, interi
terra, scandito da arcate, e una probabile loggia al piano o in frammenti, impiegati nelle finestre dell’abside e nel
superiore, cui davano luce una serie di trifore. Entrambi timpano del muro di testata orientale). I leganti sono di
hanno soffitti piani e una scala di collegamento al piano argilla e di malta povera nelle fondazioni, di malta a ricco
superiore, a Parenzo parzialmente conservata in un angolo tenore di calce negli alzati.
del portico. Più compatto, senza portico e loggia, almeno La tecnica muraria è più regolare nei cantonali, nelle
nel prospetto conservato su via Piamarta, è l’edificio di lesene esterne e nei piedritti delle aperture, grazie all’im-
Brescia, interpretato come xenodochio dell’antistante piego di scisti e graniti; incerta nelle pareti, dove sono
monastero di San Salvatore (Zani 1992). usati i ciottoli.
Questa tipologia residenziale a due piani, con portico Il cantiere di costruzione si è sviluppato regolarmente
e loggia contraddistinte da aperture ad arco e con uno svi- attraverso più fasi (figg. 15-17). Impostato il tracciato,
luppo su due piani, è più compatta rispetto alle abitazioni sono state scavate trincee regolari, più profonde verso
romane a peristilio, di cui sopravvive un tardo esempio ovest: ne è risultata una risega di fondazione a quote
nella residenza privata di Maguzzano (Lonato-Brescia: fig. non omogenee. La fondazione è in grossi ciottoli interi,
14). Con più ambienti organizzati attorno ad un cortile disposti obliquamente e legati alla base da argilla, più in
centrale dove era collocato un pozzo, è datata, in base alla alto da malta. A partire poi dagli angoli della navata (forse
sequenza e con il 14C, tra la fine del VII e gli inizi dell’VIII iniziando da quelli contrapposti di SW e NE, caratterizzati
secolo (Brogiolo, Chavarría Arnau, Ibsen 2006-2007). da una tecnica più regolare) l’intero perimetro è stato
costruito senza ponteggio fino alle quote di 1,60 m circa.
4. Organizzazione del cantiere Solo al di sopra di questa interfaccia si notano alcuni fori
pontai, utilizzati per l’innalzamento dell’impalcatura. Dal
Il Memoratorium menziona, come si è visto, tre distin- momento che nell’edificio era prevista una sola porta, per
te specializzazioni riferite a magistri cum macinis, ovvero rendere più agevole la circolazione nel cantiere sono stati
muratori che impiegano ponteggi, abietarii (falegnami) lasciati alcuni varchi (osservabili nel lato sud dell’atrio e
e marmorarii (artigiani che sanno tagliare e lavorare la nell’abside orientale, sotto le finestre fino a 50/70 cm di
pietra). Specifiche competenze erano inoltre richieste altezza: lo si deduce dalla distribuzione delle pietre e dalla
anche per costruire forni, pozzi e, con ogni probabilità, malta leggermente diversa del successivo tamponamento).
per produrre malta e tegole di copertura. Colpisce peraltro Fin da questa fase iniziale di cantiere, sono all’opera
l’intercambiabilità dello stesso magister nel costruire sia in più squadre di magistri murarii che attingono a differenti
opera romanense, sia in opera gallica. Salvo casi eccezionali, materiali; lo si vede assai bene nella parte bassa delle
il magister era dunque in grado di assumere direttamente angolate messe in opera unitamente alle lesene esterne di
più attività. Del resto gli articoli 144 e 145 del codice di rinforzo. Le angolate contrapposte NE/SW impiegano un
Rotari (a. 643), che disciplinano il risarcimento dei dan- maggior numero di pietre spaccate, sono molto regolari e
ni provocati nel cantiere edile, spiegano come i magistri terminano con un orizzontamento perfetto. Più irregolare
potessero lavorare con personale proprio di impresa o è quella di NW, realizzata esclusivamente in ciottoli, forse
semplicemente guidare i servi del committente. In una perché quell’angolo era già rinforzato dai muri del vano
società rurale, i contadini padroneggiavano più tecniche e esterno e dell’atrio, costruiti in contemporanea. Non a
tra queste non mancavano, ancora alla metà del XX secolo, caso è anche il solo angolo della navata sprovvisto di lesene
competenze proprie dell’edilizia, dal produrre la calce al esterne di rinforzo.
costruire da sé le proprie abitazioni, i muri di cinta delle Innalzate le impalcature lungo i perimetrali, il cantiere
proprietà o di sostegno dei terrazzamenti. è proseguito con la costruzione dei bassi archi trionfali a
Possiamo dunque ipotizzare anche per l’altomedioevo fungo delle tre absidi e probabilmente del portale (con la
una versatilità di competenze e di impieghi, che si deduce centina poggiante direttamente sugli stipiti).
anche dall’analisi del procedere del cantiere di alcuni edifici Si è poi proceduto in elevazione, sempre a partire dalle
altomedievali. Da questo punto di vista risulta interessante angolate della navata rinforzate da lesene (salvo a NW,
ARCHITETTURE DI QUALITÀ TR A VI E IX SECOLO IN ITALIA SETTENTRIONALE    79

fig. 15 – Castelseprio, Santa Maria foris portas, prima fase di cantiere.

fig. 16 – Castelseprio, Santa Maria foris portas, seconda fase di cantiere.


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fig. 17 – Castelseprio, Santa Maria foris portas, sezione.

come si è detto). La muratura in graniti e scisti spaccati è


sempre messa in opera in modo regolare e si collega agli
stipiti dei due ordini di finestre (fig. 18).
Realizzati gli archi in tufo delle finestre, sono stati
completati le absidi ed i perimetrali. Questi in origine
terminavano ad una quota inferiore di una cinquantina
di centimetri, rispetto all’attuale: lo si desume da alcune
pietre piatte sporgenti a quella quota. In questa fase sono
stati probabilmente ultimati anche i perimetrali dell’atrio.
Sono state quindi messe in opera le coperture. Da
quanto si può osservare nell’abside orientale, sull’inter-
faccia superiore della muratura era stato predisposto un
assito ligneo (inglobato nella successiva sopraelevazione,
ma osservabile in tre distinte finestre stratigrafiche) al
quale era ancorata la travatura, probabilmente a ventaglio,
di sostegno del tetto, fissata poi anche al muro di testata
orientale.
Il cantiere si è concluso con l’intonacatura e la fig. 18 – Castelseprio, Santa Maria foris portas, tecnica muraria
scialbatura delle pareti di ambo i lati e la collocazione di in pietre sbozzate negli spigoli e negli stipiti delle finestre.
ARCHITETTURE DI QUALITÀ TR A VI E IX SECOLO IN ITALIA SETTENTRIONALE    81

recinzioni presbiteriali in legno in corrispondenza delle A Santa Maria in Valle di Cividale (fig. 19) e San Sal-
absidi; sulla parete dell’abside orientale, la sola conservata, vatore di Brescia (fig. 20) sono entrambe del terzo quarto
in corrispondenza dell’altare è stato sistemato un arredo dell’VIII secolo con la probabilità che i due monumenti
pure in legno. siano stati realizzati dalle medesime maestranze (Torp 1977;
Dunque una chiesa ben costruita, con un cantiere più recentemente Lomartire 2010). Nelle due chiese il
portato a termine senza interruzioni e per un prodotto progetto prevedeva fin dall’inizio non solo tutte le opere di
finale che si distingue per la qualità architettonica, esaltata muratore, ma anche quelle di marmorario e di decoratore.
anche dalle dimensioni dell’edificio, ma con un arredo Lo si ben è documentato a San Salvatore in quanto: (a)
liturgico in legno e un sobrio apparato decorativo. nella malta di connessura ancora fresca delle arcate vengo-
no inserite le grappe destinate a sostenere gli stucchi; (b)
viene poi steso un intonaco scialbato, subito martellinato
in modo da far meglio aderire l’intonachino; (c) stucchi e
affreschi vengono realizzati per campate successive, a partire
dall’alto fino alla posa degli stucchi sugli archi del colon-
nato, dopo di che si completa la decorazione a fresco dei
pinnacoli; (d) le lesioni nei capitelli antichi di reimpiego,
fissati alle colonne tramite colature di piombo, vengono
mascherate con stuccature; (e) colonne e capitelli vengono
infine colorati (Brogiolo 2014a; Gheroldi 2014).
In altre parole, nel San Salvatore di Brescia come in
Santa Maria in Valle di Cividale, le maestranze forniscono
alla committenza un prodotto “chiavi in mano”, completo
dall’architettura all’apparato decorativo. Nel caso specifico
di San Salvatore, l’arrivo di numerose reliquie richiese un
cambio di progetto in corso d’opera per l’inserimento di
una cripta, intervento non previsto nel progetto iniziale
che provocò non pochi ripensamenti e adattamenti con
fig. 19 – Cividale, Santa Maria in Valle, particolare della facciata. un certo impaccio costruttivo.

fig. 20 – Brescia, San Salvatore, interno.


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5. I costi della costruzione cializzati a fronte di abbondanza di materiali (di recupero,


o di raccolta). L’alto costo dei magistri e dei loro collabo-
Le otto rubriche del Memoratorio riportano in det- ratori poteva però essere ridotto, come si è visto sulla base
taglio i costi delle varie opere di muratore, carpentiere e dei capitoli 145 e 145 dell’editto di Rotari, dall’impiego
marmorario in rapporto a misure stabilite in piedi che dei servi del committente.
rapportati alla misura di quello romano (corrispondente Rimarchevole è poi l’equivalenza di costo tra opera
a 29 cm), forniscono i seguenti costi a misura: romanense e opera gallica (con murature almeno in parte
(a) per la costruzione di murature in opera romanense e in legno), salvo per le coperture, per le quali il costo di
gallica, indifferentemente, 1 solido per 1500 piedi (126,15 una tegola vale quello di 15 scandole di legno. Una dif-
m²), ma se con malta il costo sale a più del doppio: 1 solido ferenza significativa riguarda infine l’impiego di malta
per 600 piedi (50,6 m²) (rub. 5a). La rub. 3 precisa che come legante che fa lievitare a più del doppio il costo della
la costruzione di un muro in opera gallica, ovvero si cum costruzione di un muro.
axis clauserit, ha un costo per 1500 piedi (126,15 m²) di
1 solido vestito (ovvero con sussidio degli alimenti per il 6. Conclusioni
muratore). Le murature hanno spessore variabile da 29 cm
(1 piede) a 1,45 m (5 piedi) per una lunghezza massima A partire da questo schema, in cui si colloca l’evoluzio-
stimata di 65 m (rub. 2); ne delle tecniche murarie e costruttive tra VI e IX secolo,
(b) per la messa in opera di impalcature, 1/24 di solido si può cominciare a proporre nuove chiavi interpretative,
per ogni piede (rub. 6); da sviluppare attraverso specifiche ricerche. In particolare,
credo siano da esplorare due problemi principali:
(c) per la realizzazione di archi di 12 piedi (3,48 m), 1
solido ciascuno (rub. 3); (a) movimento di maestranze. Allo stato, nel periodo con-
(d) per la costruzione di un camino, un tremisse (rub. 6); siderato, si rimarcano distinte fasi di impulsi dall’esterno,
da Oriente ad Occidente. In età gota, per la costruzione
(e) per un forno in pensile (Antico Gallina 2010) a tre
di architetture eccezionali come il mausoleo di Teodo-
o 4 scomparti con volta di 250 caccabos, un tremisse (con
rico e dei castelli dell’arco alpino. Durante e dopo la
500 caccabos due tremisse; con 1000 quattro);
conquista bizantina dell’Italia settentrionale (540/553),
(f ) per la copertura in tegole di una sala di 67,2 m² e di con sistematiche opere fortificatorie (di città e di castelli)
un solarium di 33,6 m² (un primo piano dunque pari a e la costruzione di complessi ecclesiastici episcopali e di
metà del piano terra) (rub. 1); precisando che il costo di chiese di grande prestigio (quali quelle di Ravenna, Grado,
una tegola (nelle opere in stile romano) corrisponde a 15 Parenzo). In seguito, soprattutto dopo la fine dei conflitti
scandole (nell’opera gallica) (rub. 5a); tra Bizantini e Longobardi, con una serie di chiese che
(g) per l’imbiancatura di un muro, 1 solido per 600 m² raggiungono l’apice della qualità architettonica nel terzo
(rub. 3). quarto dell’VIII secolo, alle quali sembrano contribuire,
Le opere da carpentiere hanno invece questi costi: a Cividale e Brescia, anche maestranze orientali, forse di
origine araba, attirate dalla committenza regia dopo la fine
(a) la squadratura e messa in opera delle travi maggiori e della dinastia omeiade (Leal 2014);
minori, ciascuna sostenuta da 5 armaturae et brachiolae,
un tremisse ogni venti travi (rub. 4); (b) evoluzione delle tecniche. Ai successivi impulsi orientali
(b) la realizzazione di cancelli di dodici piedi (3,48 m: la pare imputabile anche un’evoluzione delle tecniche, dap-
medesima misura delle arcate!), un solido cadauno (rub. 6); prima nella diffusione, dalla metà del VI secolo, dell’opera
(c) e di telai da finestra stuccati al costo di un tremisse quadrata associata alle volte in alcuni territori bizantini
ogni quattro (rub. 6). (dalla Spagna alla Sardegna, all’Italia centro-meridionale),
poi, attorno alla metà dell’VIII secolo, nella riproposta delle
Le opere del marmorario costano: volte anche in Italia settentrionale (a Cividale), nella prepa-
(a) il taglio di tavole di marmo 1 solido ogni 15 piedi (se razione di malte arricchite di elementi vegetali per renderle
quadrati = 1,261 m²); più elastiche, nell’impiego del gesso, anziché della calce, per
(b) la realizzazione di colonne, un tremisse per tre da 4 gli stucchi (a Cividale come a Brescia) e forse anche nell’uso
o 5 piedi; se il piede è quello romano sono alte da 1,16 a di pietre sbozzate per gli elementi strutturali, che peraltro
1,45 m e quindi plausibilmente si tratta di colonnette per sembrerebbero diventare più comuni solo dal IX secolo.
finestre a più luci; se invece fosse quello di Liutprando
(da 1,76 a 2,20 m) si potrebbe pensare anche a supporti Bibliografia
di arcate, di porticati o logge. Andreolli B., 2009, Misure e mercedi. Costo e valutazione del lavoro nel
Infine è indicato anche il costo dell’escavazione di Memoratorium de mercede commacinorum, in I Magistri Comma-
cini. Mito e realtà del medioevo lombardo, Atti XIX congr. Internaz.
un pozzo, assai più rilevante delle opere da muratore: se di studio sull’altomedioevo (Varese 2008), Spoleto, pp. 35-51.
di 12 piedi (3,48 m) costa un solido, 100 piedi (29 m) Antico Gallina M., 2010, “Si vero furno […] cum caccabos fecerit”
costano ben 20 solidi, con un evidente aumento del costo (Mem. 7a). Spunto per la rilettura di una tecnica nella lunga durata,
al crescere della profondità. «Archeologia dell’Architettura», XV, pp. 9-30.
Da questo prezziario si evince un’alta incidenza della Azzara C., 2009, Magistri commacini, maestranze e artigiani nella
legislazione longobarda, in I Magistri Commacini. Mito e realtà del
manodopera rispetto ai materiali e all’organizzazione del medioevo lombardo, Atti XIX Congresso Internazionale di studio
cantiere. Il che dovrebbe significare scarsità di operai spe- sull’altomedioevo (Varese 2008), Spoleto, pp. 19-33.
ARCHITETTURE DI QUALITÀ TR A VI E IX SECOLO IN ITALIA SETTENTRIONALE    83

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Historia Langobardorum = Pauli Diaconi Historia Langobardorum,
MGH, Scriptores rerum langobardicarum et italicarum saec. VI-IX, Key words: xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx
a cura di G. Waitz, Hannoverae, 1878. xxxxxxxxxxxx
84    G.P. BROGIOLO

Riassunto
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xxxxxxxxxxxxxx