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ISSN 0391-819X

BIBLIOTECA

STORICA
BIBLIOTECA STORICA TOSCANA
TOSCANA
A CURA DELLA DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA TOSCANA
LIX
LIX

PASSIGNANO
IN VAL DI PESA
UN MONASTERO
E LA SUA STORIA

PASSIGNANO IN VAL DI PESA – I


I
Una signoria sulle anime, sugli uomini, sulle comunità
(dalle origini al sec. XIV)
a cura di
PAOLO PIRILLO

OLSCHKI

2009

ISBN 978 88 222 5902 8

ESTRATTO
Tutti i diritti riservati

CASA EDITRICE LEO S. OLSCHKI


Viuzzo del Pozzetto, 8
50126 Firenze
www.olschki.it

Volume pubblicato col contributo di

Il volume contiene i risultati di indagini storico-documentarie finanziate


dal Comune di Tavarnelle Val di Pesa per gli anni 2007-2008

ISBN 978 88 222 5902 8


MARIA ELENA CORTESE

IL MONASTERO E LA NOBILTÀ.
RAPPORTI CON L’ARISTOCRAZIA LAICA,
FORMAZIONE DEL PATRIMONIO ABBAZIALE
E TRADIZIONE DOCUMENTARIA (SECC. X-XII)*

Tutti i filoni superstiti di scritture documentarie per il periodo anteriore al


XII secolo ci sono stati tramandati da enti ecclesiastici. Di conseguenza, come
è ben noto, l’unica possibilità che abbiamo per ricostruire almeno alcuni tratti
della società laica attiva in un determinato ambito geografico risiede nel fatto
che singoli individui o interi gruppi familiari abbiano stabilito qualche tipo di
relazione con una chiesa, il cui archivio sia poi giunto fino ai nostri giorni.1 Il
fondo pergamenaceo dell’abbazia di S. Michele a Passignano, custodito pres-
so l’Archivio di Stato di Firenze e completamente inedito, ci offre una di que-
ste opportunità; e si tratta di un’opportunità eccezionale.2 In primo luogo per

* Nelle note al testo saranno utilizzate le seguenti abbreviazioni: Bullettone = Archivio di Stato
di Firenze, Manoscritti 48 bis (raccolta trecentesca di regesti delle carte del perduto archivio episco-
pale fiorentino); Canonica = Le carte della canonica della cattedrale di Firenze (723-1149), a cura di
R. Piattoli (Regesta Chartarum Italiae, 23), Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 1938;
Carta Rationes = carta allegata a Rationes Decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV, Tuscia, 2 voll., a
cura di M. Giusti e P. Guidi (Studi e Testi, 58), Modena, Foto-Lito Dini, 1976; Coltibuono = Regesto
di Coltibuono, a cura di L. Pagliai (Regesta Chartarum Italiae, 4), Roma, Istituto Storico Italiano per
il Medio Evo, 1909; Diplomatico = Archivio di Stato di Firenze, Diplomatico; Montescalari = Le carte
del monastero vallombrosano di S. Cassiano a Montescalari, a cura di G. Camerani Marri, «Archivio
Storico Italiano», CXX (1962), pp. 47-75, 185-221, 379-418, 480-520, CXXI (1963), pp. 76-121;
Passignano = Diplomatico, Passignano; Placiti = I Placiti del Regnum Italiae, a cura di C. Manaresi,
3 voll., Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 1955-1960; REPETTI = E. REPETTI, Diziona-
rio geografico fisico storico della Toscana, 5 voll. e Appendice, Firenze, Repetti, 1833-1846, ristampa
anast. Firenze, Sansoni, 1972; S. Felicita = Le carte del monastero di S. Felicita di Firenze, a cura di
L. Mosiici («Fonti di Storia toscana», 1), Firenze, Olschki, 1969; S. Miniato = Le carte del monastero
di S. Miniato al Monte (secoli IX-XII), a cura di L. Mosiici («Documenti di Storia italiana», s. II, IV),
Firenze, Olschki, 1990.
1 Su questi aspetti si veda: P. CAMMAROSANO , Italia medievale. Struttura e geografia delle fonti

scritte, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1991, cap. 1.


2 Per alcuni dati quantitativi ed un rapido quadro delle principali caratteristiche del fondo pas-

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MARIA ELENA CORTESE

copia concessa per esclusivo uso nell’ambito della VQR 2004-2010 operata dall’ANVUR - ogni riproduzione o distribuzione è vietata
l’enorme ricchezza dell’archivio monastico, che ha conservato circa un terzo
di tutta la documentazione disponibile per il territorio fiorentino nel periodo
qui preso in considerazione (oltre duemila carte fino all’anno 1200). In secon-
do luogo perché i documenti coprono un ambito territoriale piuttosto ampio:
infatti, se è vero che per la maggior parte si riferiscono all’area più vicina al

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cenobio (grosso modo i pivieri di S. Pietro a Sillano e S. Stefano a Campoli),
consistenti gruppi di documenti illuminano anche zone più periferiche, entro

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una larga fascia orizzontale che si estende dal segmento centrale della Valdelsa
fino al tratto del Valdarno tra Incisa e San Giovanni.
Ma ancora una terza caratteristica del fondo passignanese si rivela estre-
mamente favorevole alle nostre ricerche, ovverosia il notevole disordine che
lo contraddistinse; poiché è grazie al fatto che gli archivisti dell’abbazia non
furono particolarmente zelanti se si sono conservate numerose minute e dop-
pioni e soprattutto non sono stati eliminati, una volta divenuti inutili, centi-
naia di documenti che attestavano il possesso di beni e diritti, provenienti
da archivi di famiglie laiche e confluiti come monimina al momento dell’alie-
nazione al monastero di parti del loro patrimonio. Sono appunto questi atti
che hanno restituito una notevole mole d’informazioni, sulle quali è stato pos-
sibile impostare lo studio prosopografico di un nutrito gruppo di stirpi appar-
tenenti all’aristocrazia intermedia attive nella porzione meridionale del comi-
tatus fiorentino a partire dalla fine del X secolo.3
È su questo segmento dell’élite laica ruotante intorno al monastero che
concentrerò la mia attenzione, perché proprio riguardo alla fitta schiera di
compagini signorili di media e piccola levatura la documentazione ha fornito
la messe di dati più ricca, mentre i rapporti tra l’alta aristocrazia regionale ed il
cenobio, ubicato in un’area piuttosto marginale rispetto ai principali nuclei di
potere delle casate maggiori, furono nel complesso limitati; 4 con la sola par-

signanese si può fare riferimento a W. KURZE, Il monastero di Passignano: il materiale archivistico – Le


origini – Il collegamento con Giovanni Gualberto, in Passignano e i Vallombrosani nel Chianti, Atti
della giornata di studio (Badia a Passignano 3 ottobre 1998), a cura di I. Moretti, «Il Chianti. Storia,
arte, cultura, territorio», 23, 2004, pp. 11-28.
3 Quanto di seguito esposto fa parte di una ricerca più ampia sulle signorie rurali e l’evoluzione

delle compagini aristocratiche nel comitatus fiorentino tra la fine del X e la metà XII secolo, alla qua-
le mi permetto di rimandare per un inquadramento più generale dei temi qui trattati: M.E. CORTESE,
Signori, castelli, città. L’aristocrazia del territorio fiorentino tra X e XII secolo, Firenze, Olschki, 2007.
4 Nel 1019 il marchese di Tuscia Raineri e sua moglie Gualdrada donarono al monastero una

sors nel piviere di S. Pancrazio a Lucardo: Passignano, 10 gennaio 1019. I conti Aldobrandeschi ave-
vano alcune proprietà in Val di Pesa in località Pisignaulo (nel piviere di Sillano: ivi, agosto 989), nel
castello di Fabbrica (nel piviere di Campoli cfr. REPETTI, II, p. 79: Passignano, novembre 1059 e Bul-
lettone, c. 72), nel castello di Callebona e nella corte di Matraio, nel piviere di Sillano, che prima del
1113 avevano ceduto agli Alberti (Passignano, 1113; per l’esatta ubicazione di queste due località cfr.

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IL MONASTERO E LA NOBILTÀ

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ziale eccezione dei conti Alberti, che nel corso dell’XI secolo espansero la loro
influenza in Val di Pesa e di conseguenza entrarono in contatto con le com-
pagini aristocratiche più legate a Passignano ed in qualche occasione diretta-
mente con il monastero stesso.5
Nelle centinaia di carte dell’archivio passignanese vediamo muoversi una

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moltitudine di persone nelle vesti di donatori al cenobio, venditori e compra-
tori, concessionari di livelli, confinanti, testimoni. La maggior parte di esse,

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naturalmente, non apparteneva al livello più eminente della società, bensı̀
era costituita da piccoli e medi proprietari o semplici lavoratori della terra,
che andavano a formare un tessuto sociale complessivo piuttosto articolato.6
In mezzo a questa folla è però possibile riconoscere la presenza di numerose
figure di rango aristocratico, vale a dire personaggi appartenenti all’élite mili-
tare che controllava i castelli del nostro territorio. Molte di queste presenze
consistono spesso soltanto in nomi non collegabili gli uni agli altri, o che s’in-
contrano una sola volta, il che rende difficile ricostruire con certezza sequenze
genealogiche e vincoli parentali. Il tutto è poi ulteriormente complicato dalla
tendenza ad un notevole frazionamento dei patrimoni aristocratici ed alla
compresenza, all’interno dei medesimi castelli, di titolari diversi e di più nuclei
parentali che si spartivano il dominio sui centri fortificati in quote anche pic-
colissime. Tuttavia, all’interno di questa galassia aristocratica si stagliano alcu-
ne famiglie a cui il monastero fu legato con continuità e che, grazie a questo
legame, ci hanno tramandato una memoria meno sfuocata e frammentaria del-
la loro struttura familiare, dell’assetto ed evoluzione del loro patrimonio, del-
l’ambito in cui si svolse la loro azione politica.

infra, nota 45); prima del 1070 Ildebrando V entrò in contenzioso con il monastero a proposito delle
vessazioni e prelievi arbitrari imposti ad alcuni villaggi dipendenti dall’abbazia: ivi, 3 novembre 1070.
Per quanto riguarda i Cadolingi, sappiamo che nel 1096 i conti Ugo e Raineri figli di Uguccione re-
futarono al monastero una quota di una sorte nel luogo Valle (piviere di Sillano) che in precedenza il
suddetto conte Uguccione ed i suoi fideles avevano conteso al cenobio: ivi, 20 maggio 1096.
5 Agli anni ’40 dell’XI secolo risalgono le prime attestazioni di possedimenti della casata nelle

vicinanze del castello di Ripa, in Val di Pesa, nel piviere di S. Pancrazio a Lucignano, al confine con
S. Giovanni in Sugana (REPETTI, IV, p. 764). Sempre in Val di Pesa, ma più a sud, nell’area limitrofa
al monastero, proprietà degli Alberti saranno documentate a partire dalla seconda metà dell’XI se-
colo nel castello di Callebona e nella contigua curtis di Matraio; sulla presenza degli Alberti in Val di
Pesa e Valdelsa cfr. più ampiamente M.E. CORTESE, Assetti insediativi ed equilibri di potere: Semifon-
te nel contesto delle fondazioni signorili in Toscana, in Semifonte in Valdelsa e i centri di nuova fon-
dazione dell’Italia medievale, Atti del convegno nazionale organizzato dal Comune di Barberino Val
d’Elsa (Barberino Val d’Elsa 12-13 ottobre 2002), a cura di P. Pirillo, Firenze, Olschki, 2004,
pp. 197-211, alle pp. 204-207.
6 Si vedano a questo proposito le fondamentali pagine di E. CONTI , La formazione della strut-

tura agraria moderna nel contado fiorentino. I, Le campagne nell’età precomunale, Roma, Istituto Sto-
rico Italiano per il Medio Evo, 1965, pp. 149-192, 246-261.

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MARIA ELENA CORTESE

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In teoria avrebbe potuto essere questo il caso della famiglia che promos-
se la nascita del cenobio; invece dei fondatori di Passignano sappiamo po-
chissimo e nell’archivio monastico non si è neppure conservato l’atto di fon-
dazione, del quale ci sono giunte solo le citazioni inserite da Fedele Soldani
nella sua storia del monastero, tratte dalla trascrizione fatta da un erudito

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cinquecentesco.7 Secondo la ricostruzione di Wilhelm Kurze, che ha analiz-
zato questi passi giuntici per tradizione indiretta, appare molto plausibile

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che uno dei fondatori sia stato il poco noto vescovo di Fiesole Zenobio, at-
tivo nel penultimo decennio del IX secolo, il quale avrebbe affiancato il
proprio fratello Sichelmo nell’istituzione dell’abbazia, appoggiandolo con
il prestigio che derivava dal suo ufficio ecclesiastico. I due fratelli, figli di
un Benedetto, fondarono il cenobio probabilmente nell’anno 890, donando
in tale occasione due servi, alcuni beni ubicati in Val di Pesa nelle località di
Passignano, Sillano, Martignano e Rovenzano, ed i non meglio identificabili
oratori di S. Lorenzo in Montagnano (nel piviere di S. Pietro) e di S. Minia-
to (nel piviere di S. Lazzaro). In seguito questi personaggi non sono rintrac-
ciabili nella documentazione conservata nell’archivio passignanese, peraltro
scarsa per quasi tutto il primo secolo di vita dell’abbazia: solo 12 atti fino al
980 (cui si aggiungono altre 24 carte tra 980 e 990 ed altrettante nell’ultimo
decennio prima del Mille).8
A questo proposito Kurze, istituendo un parallelo con il caso della Badia
Berardenga, faceva notare che per la prima fase di vita delle abbazie private
istituite in anticipo rispetto al periodo del grande sviluppo delle fondazioni
familiari in Toscana (tra gli ultimi decenni del X e gli anni 30/40 dell’XI
sec.) si è conservato pochissimo materiale, in quanto «l’economia di queste
istituzioni si fondava quasi solo sullo sfruttamento dei beni regalati con l’atto
di fondazione».9 A differenza che per la famiglia fondatrice della Badia Berar-
denga, però, i cui discendenti riemergono con forza nella documentazione po-
steriore al Mille,10 non è da escludere che la linea di sangue dei fondatori di
Passignano si sia estinta e si rivelano comunque privi di basi solide, perché
impostati solo su parziali corrispondenze onomastiche, i tentativi di ricollegar-
li con stirpi meglio conosciute, gravitanti intorno al monastero nel periodo
successivo. Ad esempio, con lo Zenobio fondatore dell’abbazia potrebbe es-

7 KURZE, Il monastero di Passignano, pp. 13-19.


8 Per la consistenza della documentazione si veda ivi, tabella a p. 25.
9 Ivi, pp. 18-19.

10 P. CAMMAROSANO , La famiglia dei Berardenghi. Contributo alla storia della società senese nei

secoli XI-XIII, Spoleto, Centro Italiano di Studi sull’alto Medioevo, 1974.

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IL MONASTERO E LA NOBILTÀ

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sere messo in relazione quello Zenobio comes, citato come defunto in alcuni
documenti passignanesi degli ultimi decenni del X secolo, il cui figlio Guinil-
do tra il 982 ed il 990 era attivo in Firenze e nell’area più vicina a Passignano,
ma anche ai margini opposti del comitatus, e che in altra sede ho ipotizzato
essere il capostipite dei Guineldi/Figuineldi, famiglia in seguito legata a Pas-

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signano.11 L’ipotesi è certamente plausibile, ma purtroppo non suffragabile
con prove certe. Del resto, se vogliamo proseguire in questo gioco di fragili

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congetture, si può notare che il nome Zenobio compare anche nella genealo-
gia degli Attingi, altra famiglia che come vedremo ebbe strette relazioni con il
monastero nel corso dell’XI secolo e fu al contempo molto legata ai suddetti
Figuineldi; ed allo stesso modo dobbiamo osservare che il nome Sichelmo ap-
pare caratteristico delle più antiche generazioni dei da Montebuoni, stirpe im-
piantata proprio in Val di Pesa a partire dalla fine del X secolo, che alienò
parte del suo patrimonio al nostro cenobio.
Uscire da questa incertezza appare al momento impossibile e per spostarci
su un terreno più sicuro dobbiamo dunque arrivare agli ultimi decenni del X
secolo, momento a partire dal quale il numero delle carte confluite nell’archi-
vio claustrale si fa consistente a sufficienza da permetterci di riconoscere con
certezza alcuni ‘punti forti’ nella società che gravitava intorno a Passignano,
alcune famiglie eminenti che spiccano in forza del portato documentario di
memoria che le relazioni da esse stabilite con l’abbazia implicarono.
La prima compagine aristocratica ad entrare in contatto diretto con il mo-
nastero ed a stabilire con esso legami duraturi fu quella dei signori del castello
di Vicchio (in seguito detto Vicchio de’ Longobardi o Vicchiomaggio), che è il
più antico centro fortificato attestato nel territorio fiorentino.12 Il castello fu
quasi certamente fondato nella prima metà del secolo X dalla famiglia stessa,
radicata principalmente nel piviere di S. Pietro a Sillano ed in quello contiguo
di S. Stefano a Campoli, i cui esponenti risiedevano sia nel suddetto castello
che nella curtis di Campoli (anch’essa per breve tempo incastellata tra la fine
del X e gli inizi dell’XI secolo) ed a partire dalla seconda metà dell’XI secolo
saranno spesso indicati nelle fonti come de Vicclo.13

11 CORTESE , Signori, castelli, città, pp. 306-307. I documenti riguardanti questi personaggi sono:

Passignano, 30 aprile 982; ivi, giugno 986; ivi, agosto 990; ivi, settembre 1009.
12 Ivi, settembre 957. Si tratta di Vicchio, ubicato in Val di Greve, nella diocesi di Fiesole (RE-

PETTI, V, p. 752) da non confondersi con il vicino Vicchio dell’Abate, anch’esso in Val di Greve, ma
in diocesi di Firenze.
13 Documenti relativi ai più antichi possessi della famiglia: Passignano, agosto 991; ivi, 30 ago-

sto 994; ivi, novembre 999; ivi, 2 giugno 993; ivi, sec. X; ivi, giugno 1012. Per maggiori dettagli sulla
prosopografia familiare si veda CORTESE, Signori, castelli, città, pp. 370-375.

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I legami con l’abbazia di Passignano, e di conseguenza le attestazioni do-
cumentarie degli esponenti di questa famiglia nel fondo monastico, non ap-
paiono correlate con il trasferimento di rilevanti quote del loro patrimonio
al cenobio: le alienazioni, infatti, tutto sommato non furono molte, risultano
di entità piuttosto modesta 14 e soprattutto non riguardarono il castello di fa-

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miglia, che piuttosto passò in parte sotto il controllo del monastero di Monte-
scalari a partire dagli inizi del XII secolo.15 Le frequenti apparizioni dei da
Vicchio nella documentazione, invece, paiono connesse principalmente con

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il notevole prestigio di cui questi personaggi godevano nell’area più vicina
al castello di famiglia ed anche al di fuori di essa: infatti compaiono spesso
in posizione di rilievo come testimoni di atti di una certa importanza riguar-
danti sia il nostro monastero,16 che altri enti ecclesiastici (Abbadia a Isola),17
che stirpi aristocratiche del loro stesso livello (quali i da Callebona, i da Mon-
tebuoni e i da Cintoia); 18 senza contare il fatto che almeno uno dei membri
della famiglia presenziò ad un placito marchionale in Firenze nel 1061.19
Dopo il 1140, però, essi praticamente sembrano scomparire dalle carte di
Passignano, se si eccettua l’intervento a fine secolo – ancora una volta indice
di autorevolezza – di Ubaldino de Vickio come arbitro in una lite in corso tra il
monastero e Bernardo da Montecorboli.20 Probabilmente questa eclissi docu-
mentaria fu dovuta semplicemente all’interruzione dei rapporti col nostro mo-
nastero – per motivi che ignoriamo – e non alla mancanza di continuità dina-
stica. A quanto sembra, infatti, i da Vicchio continuarono a mantenere il
controllo sul castello eponimo, probabilmente in condominio con l’abbazia
di Montescalari, nella cui documentazione una linea familiare, con ogni pro-
babilità derivata dai più antichi signori del luogo, riemergerà nel corso del
Duecento.21

14 Passignano, febbraio 1045; ivi, agosto 1088; ivi, novembre 1101; ivi, marzo 1102; ivi, feb-

braio 1139.
15 Montescalari, 140, 8 novembre 1100; Diplomatico, S. Vigilio di Siena, luglio 1105.

16 Passignano, dicembre 1033 (tre pergamene); ivi, agosto 1062.

17 P. CAMMAROSANO , Abbadia a Isola. Un monastero toscano nell’età romanica. Con una edizione

dei documenti (953-1215), Castelfiorentino, Società storica della Valdelsa, 1993, n. 46, 24 settem-
bre 1109-24 marzo 1110; ivi, n. 49, 1 settembre 1123.
18 Passignano, dicembre 1072; ivi, 11 aprile 1093; ivi, luglio 1101; ivi, luglio 1105; ivi, 18 di-

cembre 1119; Diplomatico, Bonifazio, 1114; Diplomatico, Ripoli, 105...


19 Placiti, 413, 1 dicembre 1061: Ugo di Guinildo.

20 Passignano, 29 novembre 1193.

21 Paiono discendere dai da Vicchio i signori di Vicchio de’ Lambardi documentati nel corso

del ’200 nelle carte di Montescalari, e sicuramente inurbatisi, anch’essi caratterizzati dall’alternarsi
dei nomi Ubaldino/Guinildo: cfr. ad es. Diplomatico, S. Marco, 7 marzo 1256; Diplomatico, S. Vigilio
di Siena, 20 settembre 1284; ivi, 8 dicembre 1284.

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IL MONASTERO E LA NOBILTÀ

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Di tipo molto diverso si presenta invece la vicenda patrimoniale di un’altra
famiglia entrata precocemente in rapporto con Passignano, quella che desi-
gneremo convenzionalmente come Ghisolfi, riprendendo il nome più caratte-
ristico dello stock familiare.22 Questo gruppo parentale, documentato a parti-
re dal penultimo decennio del X secolo e certamente inserito nella clientela

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dei conti Cadolingi, era dotato di consistenti possedimenti in un’area compre-
sa tra la Val di Pesa e la Valdelsa e risiedeva principalmente nel castello di

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Montepaldi in Val di Pesa,23 nella corte di Luiano, ubicata nel versante vol-
terrano della Valdelsa,24 e nella località di Montespertoli, che i Ghisolfi stessi
incastellarono negli ultimi decenni del secolo XI.25 I Ghisolfi, inoltre, avevano
alcuni possedimenti anche nella zona più vicina a Passignano, che in parte do-
narono al monastero: in questo modo anche una serie di carte dell’archivio
familiare passò nell’archivio monastico.26 Inoltre un secondo canale di relazio-
ni con la nostra abbazia fu costituito dal fatto che i Ghisolfi ebbero frequenti
contatti con i signori del castello di Callebona, che come vedremo in seguito
erano i maggiori proprietari nell’area più vicina al cenobio stesso. Le due fa-
miglie, infatti, avevano nuclei fondiari contigui nel piviere di Sillano 27 ed era-
no imparentate per via femminile (Raineri/Pagano di Ghisolfo aveva sposato
Ghisla di Teuderico dei da Callebona, tramite la quale alcuni nuclei fondiari
della famiglia d’origine passarono nel patrimonio dei Ghisolfi).
Ma nel loro caso il fattore decisivo per i destini di una fetta cospicua del
patrimonio familiare fu di natura prettamente dinastica: infatti, l’unico figlio
superstite dei suddetti Raineri e Ghisla, Ildebrandino, non sembra aver avu-
to una discendenza, cosicché buona parte dei suoi beni furono incamerati
proprio dal monastero di Passignano. Egli stesso nel 1098 investı̀ l’abate del-
la sua intera quota della corte, castello e chiesa di Montepaldi e delle corti di
Bignola, Montespertoli e Luiano. Con un altro atto rogato nella stessa data,

22 Per maggiori informazioni su questa stirpe e i suoi nuclei di possesso fondiario, si veda COR-
TESE, Signori, castelli, città, pp. 321-324.
23 Montepaldi, nel piviere di S. Giovanni in Sugana (REPETTI , III, p. 455).

24 Luiano, nel piviere di S. Maria a Chianni (ivi, sub voce S. Maria a Chianni).

25 Montespertoli (tra la Val di Pesa e la Valdelsa, attualmente capoluogo di comune: ivi, III,

p. 532): Passignano, aprile 1000; ivi, marzo 1057; ivi, giugno 1083; ivi, luglio 1093.
26 Ivi, agosto 981; ivi, aprile 1000; ivi, 14 agosto 1037; ivi, febbraio 1056; ivi, giugno 1083; ivi,

4 luglio 1097.
27 Si vedano, ad esempio, alcune transazioni tramite le quali esponenti dei Ghisolfi cedettero ai

signori di Callebona case e terre ubicate nel piviere di Sillano, nella curtis di Matraio, ed alcune quote
del poggio un tempo fortificato di Castelvecchio, anch’esso ubicato nella corte di Matraio: ivi, 11
marzo 1057; ivi, 27 ottobre 1075 (due atti). Per la localizzazione di questo castellare: CONTI, La for-
mazione, pp. 87 e 110.

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inoltre, insieme alla madre Ghisla donò pro anima la metà della quota che la
donna possedeva nella corte di Matraio e la propria parte della medesima
corte.28 Che Ildebrandino non avesse avuto figli sembra dimostrato anche
dal fatto che parte del patrimonio avito passò a suo nipote, nato da una
sua sorella. Infatti nel 1101 Teuderico di Gualando, personaggio di spicco

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in area valdarnese, donò per la salvezza dell’anima della propria nonna Ghi-
sla di Teuderico, del marito di lei Raineri/Pagano e delle loro figlie, la corte

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di Luiano con la chiesa di S. Cristoforo, due quote della corte di Montepaldi
eccettuato il castello, i mansi di Lignano e Matraio e la corte di Trivili con la
chiesa di S. Miniato a Fonterutoli (anche questa proveniente dal patrimonio
dei da Callebona), specificando che tutti questi beni erano stati a lui donati
dalla stessa Ghisla.29 Il definitivo passaggio di queste proprietà sotto il con-
trollo dell’abbazia è confermato da documenti successivi, con i quali sia al-
cuni personaggi inseriti nella clientela dei Ghisolfi, sia uno degli ultimi espo-
nenti a me noti del gruppo familiare, rinunciarono ai loro diritti sull’eredità
di Ildebrandino di Ghisolfo.30
Tratti ancora diversi presenta la storia delle relazioni tra Passignano e la
stirpe dei da Montebuoni, gruppo familiare documentato a partire dall’ultimo
decennio del X secolo, che nell’XI e XII fu la più cospicua compagine signo-
rile del piviere di Impruneta, dove si trovava il castello eponimo e dove il ra-
mo principale della famiglia rimase stabilmente radicato fino al terzo decennio
del 1100, quando si inurbò probabilmente in seguito alla distruzione di questo
centro fortificato ad opera dei Fiorentini.31 L’area di origine della stirpe sem-
bra però essere stata la Val di Pesa, dove essa controllava un nucleo di beni
nel piviere di Campoli, che comprendeva il castello di Montemacerata, la con-
tigua curtis di Paterno, probabilmente il vicino castello di Fabbrica, oltre ad
altri beni sparsi.
Di qui gli stretti contatti con la nostra abbazia, alla quale questi aristocratici
scelsero di alienare una larga fetta del patrimonio familiare in Val di Pesa, con-
testualmente avvicinandosi ai centri di potere urbani – in particolare l’episco-
pio – e spostando la loro area di gravitazione verso Firenze e l’area immedia-

28 Passignano, agosto 1098 (due pergamene). Su Montepaldi, Montespertoli, Luiano, Matraio:

cfr. le note precedenti. Bignola: in Val di Pesa, nel piviere di S. Pancrazio a Lucignano (REPETTI, I,
p. 327).
29 Passignano, 20 maggio 1101. Trivili è quasi certamente da identificare con Tregole (cfr. Carta

Rationes), vicino a Fonterutoli, al confine tra le diocesi di Fiesole e Siena nel piviere di S. Leolino in
Conio. Lignano era una località del piviere di Sillano (CONTI, La formazione, p. 118).
30 Passignano, gennaio 1103; ivi, novembre 1107.

31 In dettaglio cfr. CORTESE , Signori, castelli, città, pp. 334-340.

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IL MONASTERO E LA NOBILTÀ

copia concessa per esclusivo uso nell’ambito della VQR 2004-2010 operata dall’ANVUR - ogni riproduzione o distribuzione è vietata
tamente a sud lungo la Val di Greve. Nel 1015, infatti, il capostipite Sichelmo
di Giovanni donò pro anima al nostro monastero la sua quota della corte e ca-
stello di S. Maria sito Macerata, della curtis donicata di Paterno e di beni a Tiz-
zana, Cerreto e S. Cristina 32 e nel 1022 suo fratello Azzo donò a sua volta
quanto possedeva a Paterno.33 I figli di Sichelmo, inoltre, (Raineri detto Paga-

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no/Paganello, Sichelmo e Giovanni) tra il 1023 ed il 1043 appaiono impegnati
in alcune complicate transazioni con Passignano, riguardanti una casa e sorte

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posta nel piviere di Sillano in località Camugnano (vendite ed acquisti, dietro i
quali probabilmente si celavano prestiti su pegno fondiario), che si conclusero
con una permuta in base alla quale i beni di Camugnano passarono definitiva-
mente al cenobio. Gli atti in questione sono degni di nota in quanto documen-
tano proprio lo spostamento dell’ambito d’attività della famiglia dalla zona di
Campoli/Sillano all’area in cui sorgeva il castello di Montebuoni, che sarà da
ora in poi il nucleo centrale dei possedimenti per un ramo della nostra stirpe
e sua residenza prediletta.34 Appare dunque plausibile pensare che alcune delle
alienazioni effettuate in precedenza fossero solo in apparenza delle donazioni
ed avessero avuto, almeno in parte, anche lo scopo di procurare i mezzi finan-
ziari necessari per sostenere l’ampliamento della base fondiaria suburbana ed il
salto di qualità della famiglia verso lo status di vassalli vescovili.35
A questo punto, però, i destini dei tre rami familiari derivati dai figli di
Sichelmo di Giovanni sembrano divergere: dei figli del primo (che si chiamava
Sichelmo come suo padre) sappiamo soltanto che probabilmente rimasero ra-
dicati in Val di Pesa, in quanto nel 1058 ottennero a livello dall’abate di Pas-
signano i beni un tempo donati da loro nonno e da suo fratello Azzo nelle lo-
calità di Montemacerata e Paterno.36 Lo stesso dicasi dei figli di Giovanni
(Raineri/Pagano e Giovanni/Pagano): il primo, quasi certamente privo di di-
scendenza, pur essendo presente più volte in città 37 mantenne possedimenti

32 Passignano, maggio 1015. S. Maria a Montemacerata, nel piviere di Campoli (REPETTI , III,

p. 7); Paterno, vicino a Montemacerata (CONTI, La formazione, pp. 46-47, n. 147); Tizzano, in Val
d’Ema vicino a Rubbiana (REPETTI, IV, pp. 839-40); Cerreto, situato 4 km a nord di Paterno (CONTI,
La formazione, pp. 46-47, n. 147); S. Cristina a Montefiridolfi, poco distante da Montemacerata (RE-
PETTI, III, p. 391).
33 Passignano, gennaio 1021: un quinto di due case e sorti.

34 Ivi, 17 febbraio 1022, rogato a Pozzolatico (località vicinissima a Montebuoni); ivi, ottobre

1041, rogato «in loco Monteboni»; ivi, novembre 1041; ivi, 3 febbraio 1042, rogato nel castello di
Montebuoni. Su Montebuoni: REPETTI, III, pp. 327-328. Per Camugnano: CONTI, La formazione,
pp. 59, 122.
35 Si veda infra.

36 Passignano, dicembre 1058.

37 Ivi, 16 marzo 1055; ivi, 17 agosto 1059.

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MARIA ELENA CORTESE

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nell’area di Campoli-Sillano, in parte donati al monastero dalla sua vedova nel
1082; 38 l’attività del secondo e dei suoi 5 figli è documentatissima tra il 1043
ed il 1096 ed appare quasi esclusivamente concentrata intorno ad alcune lo-
calità dei pivieri di Sillano e S. Cresci, dove essi effettuarono numerosi acquisti
di piccoli appezzamenti e presero terre a livello da altri proprietari e dal mo-

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nastero di Passignano.39 Di questo ramo, le cui proprietà appaiono estrema-
mente frazionate già prima della fine del secolo XI, si perdono in seguito le

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tracce.
La linea familiare della quale si può continuare a seguire la genealogia è
invece quella derivante da Raineri/Pagano figlio di Sichelmo, che più delle al-
tre si allontanò dall’area di provenienza: già lo stesso Raineri, infatti, sicura-
mente si inserı̀ nell’entourage dei vescovi fiorentini nei primi decenni dell’XI
secolo; 40 inoltre, allargò i suoi possedimenti nell’area di Montebuoni,41 pur
mantenendo dei contatti con la zona d’originario radicamento della famiglia.42
Con le generazioni seguenti i possedimenti in quest’area vennero – forse de-
finitivamente – liquidati in favore del nostro monastero,43 mentre al contempo
risaltano con sempre maggiore evidenza gli stretti legami instaurati con l’epi-
scopio fiorentino e la proiezione degli esponenti di questa compagine familia-
re verso la città, dove essi diedero origine alla ben nota stirpe fiorentina dei
Buondelmonti.44
Anche se le loro relazioni dirette con il monastero risultano più tarde ri-
spetto a quelle stabilite dai gruppi aristocratici fin qui descritti, tra le famiglie
la cui fisionomia possiamo ricostruire attraverso le carte provenienti dall’ar-
chivio di Passignano spiccano in assoluto, grazie alla quantità di documenta-
zione conservatasi, due stirpi radicate almeno dagli ultimi decenni del X seco-
lo nel castello di Callebona e nella contigua curtis di Matraio, già parzialmente

38 Ivi, giugno 1082.


39 Su Giovanni ed i suoi figli: ivi, aprile 1043; ivi, gennaio 1043; ivi, 6 febbraio 1046; ivi, giugno
1049; ivi, 8 febbraio 1053; ivi, marzo 1058; ivi, 2 marzo 1065; ivi, 29 giugno 1067; ivi, 30 aprile 1068;
ivi, giugno 1070; ivi, 21 maggio 1073; ivi, 2 novembre 1075; ivi, dicembre 1080; ivi, giugno 1083; ivi,
ottobre 1084; ivi, maggio 1085; ivi, marzo 1095.
40 Presenzia a due atti vescovili del 1009 e 1026 (S. Miniato, 4 e 8) entrambi redatti a Firenze.

41 Canonica, 47, 1 luglio 1042: acquistò una casa e sorte a Bagnolo, località nel piviere di Im-

pruneta, vicinissima a questo castello (REPETTI, I, p. 248).


42 Passignano, agosto 1036: compare nel castello di Fabbrica, per primo dopo i giudici, nell’e-

lenco dei boni homines testimoni ad una refuta al monastero di Passignano fatta da membri di una
famiglia che in parte controllava tale castello. Fabbrica: supra, nota 4.
43 Passignano, 13 aprile 1059; ivi, 7 giugno 1100; ivi, ottobre 1118, ivi, 18 dicembre 1119; ivi,

maggio 1122.
44 Sui rapporti tra i da Montebuoni e l’episcopio fiorentino si veda CORTESE , Signori, castelli,

città, pp. 219-222.

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IL MONASTERO E LA NOBILTÀ

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studiate da Elio Conti per l’area campione di Poggialvento e da lui designate
convenzionalmente come «signori del castello I» e «signori del castello II».45
Non è possibile stabilire se le due famiglie discendessero da un ceppo comu-
ne, poiché le carte in nostro possesso non consentono di ricostruire eventuali
legami genealogici. Tuttavia esse appaiono strettamente connesse, non solo

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per quanto riguarda i rapporti intrattenuti con il monastero, ma soprattutto
per via della distribuzione dei loro possessi nei medesimi luoghi, del condo-

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minio sugli stessi castelli, delle numerosissime transazioni di terre tra loro in-
tercorse e della costante reciproca presenza alla stipulazione dei medesimi atti;
al punto che talvolta i nessi di tipo patrimoniale tra le due schiatte appaiono
addirittura più stretti delle relazioni individuabili tra le diverse linee di sangue
della stessa famiglia.
Alcuni esponenti di entrambi i gruppi parentali vengono talvolta indicati
nelle fonti con il toponimico de Calebona ed in effetti il complesso di proprie-
tà ubicato intorno al suddetto castello e nel territorio dipendente era proba-
bilmente il più compatto – ed è comunque il più conosciuto, in quanto mag-
giormente rischiarato dalla documentazione della vicina abbazia, che ne entrò
progressivamente in possesso.46 Va tuttavia sottolineato che le due famiglie,
viste nel loro insieme, presentano un assetto patrimoniale piuttosto ampio,
cioè articolato non su uno-due castelli ma su un complesso di tipo ‘zonale’:
infatti controllarono diverse curtes, castra e chiese distribuiti tra la Val di Pesa
e la Valdelsa, che probabilmente costituivano centri di possesso fondiario e di

45 CONTI , La formazione, pp. 153-154, 247-248. Per maggiori dettagli sulla prosopografia di

queste famiglie, si rimanda a CORTESE, Signori, castelli, città, pp. 274-293. Il castello di Callebona,
oggi del tutto scomparso, è forse identificabile con i ruderi presenti presso l’attuale podere «Campo
a Sole», ubicato a breve distanza da Poggialvento; il nucleo centrale della curtis di Matraio si trovava
nelle immediate vicinanze del suddetto castello, più o meno in corrispondenza dell’attuale podere
«San Brizzi», che ricorda nel nome l’intitolazione dell’antica chiesa curtense: CONTI, La formazione,
pp. 87-88.
46 Ad esempio i documenti riguardanti la prima generazione del gruppo familiare disceso da un

capostipite di nome Guido (filii Guidi) sono quasi tutti redatti a Callebona e mostrano che i suoi figli
ebbero casa e corte in questo centro (definito «curte et castello meo de Callebona» da Tedaldo di
Guido già nel 1009), terre intorno al castello, mansi e sortes in varie località comprese nel territorio
da esso dipendente: Passignano, 984; ivi, febbraio 1009; ivi, gennaio 1009; ivi, 12 giugno 1010. An-
che i due figli di Tedaldo, Raineri e Guglielmo, avevano come base principale Callebona (definito
«curte et castello nostro in loco Callebona» nel 1031); sono poi ulteriormente documentati loro pos-
sedimenti nei pressi del castello, in località che facevano parte della sua curtis e di quella contigua di
Matraio, o anche in altri luoghi compresi nel piviere di Sillano: ivi, febbraio 1024; ivi, maggio 1031;
ivi, 29 settembre 1044; ivi, maggio 1058; ivi, 2 marzo 1065; ivi, 23 marzo 1068; ivi, giugno 1072.
Anche i primi esponenti noti del gruppo familiare disceso da un Ildebrando di Teuderico (filii Ilde-
brandi) ebbero casa e corte nel castello di Callebona e furono in possesso almeno in parte della corte
di Matraio con la chiesa di S. Brizio: ivi, maggio 995; ivi, marzo 1013; ivi, aprile 1014; ivi, 20 gennaio
1042; ivi, 13 ottobre 1049; ivi, febbraio 1056.

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MARIA ELENA CORTESE

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potere altrettanto rilevanti (in particolare le corti e castelli di Voltigiano, Ripa
e Fabbrica), pur se meno illuminati dalle fonti superstiti.
Per quanto riguarda i filii Guidi (che per maggiore chiarezza indicherò di
seguito come ‘da Callebona I’), di particolare interesse è un atto del 1056
con il quale Guglielmo figlio di Tedaldo di Guido vendette al proprio fratello

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Raineri l’intera quota di tutte le terre, beni, castelli e chiese in suo possesso. La
transazione, infatti, ci offre per la prima volta un quadro complessivo dell’inse-
diamento fondiario di questi aristocratici a tale altezza cronologica, che com-

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prendeva il castello e corte di Voltigiano con la cappella di S. Cristoforo, il ca-
stello e corte di Ripa Vultunaria con la cappella di S. Pietro, la corte di Bignola
con la cappella di S. Maria, il castello e corte di Fabbrica, beni in località Vallari
con la cappella di S. Margherita, beni in località Paterno ed in località S. Go-
denzo con la chiesa di S. Godenzo, il castello e corte di Coniolo, il castello e
corte di Fundagnano, la corte di Matraio con la chiesa di S. Brizio, la corte e
castello di Callebona con la chiesa di S. Andrea.47 Si trattava di un patrimonio
notevole che, a parte un nucleo di proprietà piuttosto eccentrico (S. Genesio),
risulta distribuito lungo la Val di Pesa, in una striscia allungata da nord a sud
che, come specifica lo stesso documento, interessava i territori plebani di S. Pie-
tro a Sillano, S. Pietro in Bossolo, S. Stefano a Campoli, S. Pietro in Mercato,
S. Pancrazio a Lucignano, S. Giovanni in Sugana, S. Cecilia a Decimo.
Sarà in effetti questo l’ambito territoriale entro il quale anche in seguito è
documentata l’attività della famiglia, che dopo la metà dell’XI secolo appare
suddivisa in tre rami. I discendenti del suddetto Guglielmo, nel cui patrimo-
nio dopo il 1056 non appaiono più proprietà di rilievo ma solo possedimenti
molto frammentati, fino al terzo decennio del XII secolo si mossero tra Ma-
traio, Callebona, Fabbrica e Voltigiano, incontrando però sempre maggiori
difficoltà economiche e progressivamente alienando i loro beni.48 Ranieri di
Tedaldo ed i suoi figli, che in seguito alla transazione del 1056 riunirono

47 Ivi, 2 dicembre 1056. Voltigiano: in Valdelsa, nel piviere di S. Pietro in Mercato (REPETTI , V,

p. 836); Ripa Vultunaria: da identificarsi con Ripa in Val di Pesa, cfr. supra, nota 5); Bignola: in Val di
Pesa, nel piviere di S. Pancrazio a Lucignano (ivi, I, p. 327); Fabbrica: supra, nota 4; Vallari: quasi
certamente da identificarsi con Vico Vallari, più tardi Borgo S. Genesio, presso S. Miniato in provin-
cia di Pisa; Paterno: supra, nota 32; S. Godenzo, quasi certamente S. Godenzo a Coniolo, in seguito
detto a Campoli, in Val di Pesa (REPETTI, I, pp. 431 e 793); Coniolo, in Val di Pesa, castello scom-
parso ubicato presso la suddetta chiesa di S. Godenzo a Coniolo (ivi, I, p. 793); Fundagnano: castello
scomparso, nel piviere di S. Pancrazio in Val di Pesa (ivi, II, p. 363).
48 I tre figli di Guglielmo furono autori di alcune piccole donazioni al monastero di terre nel

piviere di Campoli, poi riottenute a livello (Passignano, gennaio 1059; ivi, ottobre 1060; ivi, agosto
1062; ivi, gennaio 1067; ivi, febbraio 1122) e di alcune vendite, soprattutto ai membri del loro ramo
familiare o ad Ildebrando di Tegrimo, il personaggio di maggior spicco del gruppo familiare dei da
Callebona II: ivi, 1 agosto 1067; ivi, 20 gennaio 1067; ivi, 30 aprile 1068; ivi, 2 novembre 1075; ivi,
18 aprile 1076; ivi, aprile 1085; ivi, aprile 1112.

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IL MONASTERO E LA NOBILTÀ

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una buona fetta dei possedimenti familiari, risiedevano rispettivamente nei ca-
stelli di Fabbrica 49 e Callebona 50 ed ebbero proprietà anche nelle corti di
Mucciana e Bignola,51 che nel complesso rimasero sotto il loro controllo fino
alla fine dell’XI secolo, mentre solo in seguito presero il via importanti aliena-
zioni in favore del monastero. Gli esponenti del ramo disceso da Ildebrando

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di Guido, infine, oltre a porzioni del castello e corte di Callebona e della corte
di Matraio,52 controllarono anche quote della corte di Bignola e dei castelli di

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Voltigiano (dove essi risiedevano di preferenza) 53 e Bagnolo (probabilmente
una fondazione di questo stesso ramo familiare).54 Anch’essi già a partire dagli
anni ’60 del secolo XI cominciarono ad alienare terreni e quote di mansi,55
nonché porzioni dei loro castelli di Callebona e Voltigiano, cedendole princi-
palmente ai loro condomini, cioè al gruppo familiare dei filii Ildebrandi (‘da
Callebona II’).56
Anche questi ultimi presentano una fisionomia tipicamente ‘zonale’: infat-
ti, già con la prima e seconda generazione di uno dei due rami discesi dal ca-
postipite Ildebrando di Teuderico, quello di suo figlio Tegrimo, appare chiaro
che l’assise patrimoniale andava ben oltre il nucleo costituito dal castello di
Callebona e dalla curtis di Matraio,57 in quanto comprendeva mansi e sorti
nei pivieri di Campoli, S. Giusto in Salcio e S. Leonino in Conio (qui si tro-
vava una loro curtis presso Fonterutoli),58 S. Pancrazio a Lucignano, S. Gio-

49 Ivi, 1053; ivi, novembre 1059; ivi, 3 febbraio 1064; ivi, giugno 1065; ivi, 23 marzo 1068.
50 I tre figli di Raineri di Tedaldo (Benno, Rolando ed Alberto) risiedevano di preferenza nel
castello di Callebona mentre, a differenza del padre, sono più raramente presenti in quello di Fab-
brica. Atti redatti a Callebona: ivi, 29 aprile 1074; ivi, 26 ottobre 1074; ivi, 2 novembre 1075; ivi, 18
aprile 1076; ivi, aprile 1085; ivi, marzo 1086. Atti redatti nel castello di Fabbrica: ivi, aprile 1085; ivi,
settembre 1098.
51 Ivi, 3 febbraio 1064; ivi, 19 novembre 1064. Mucciana: a poca distanza da S. Casciano Val di

Pesa (REPETTI, III, p. 625).


52 Callebona: Passignano, 27 aprile 1054; ivi, 8 maggio 1054; ivi, 26 maggio 1054; ivi, 30 marzo

1055; ivi, 20 febbraio 1054; ivi, 22 dicembre 1059. Corti di Callebona e Matraio e piviere di Sillano:
ivi, 2 giugno 1022; ivi, luglio 1055; ivi, 23 febbraio 1041.
53 Ivi, 2 giugno 1022; ivi, 23 febbraio 1041; ivi, 30 marzo 1055; ivi, 12 marzo 1056; ivi, 22 di-

cembre 1059.
54 Ivi, 20 febbraio 1054; ivi, 8 maggio 1054; ivi, 5 febbraio 1066. Bagnolo in Valdelsa, non lon-

tano da Voltigiano, nei pressi dell’attuale Castelfiorentino (cfr. Carta Rationes).


55 Passignano, 8 maggio 1054; ivi, 26 maggio 1054; ivi, 30 marzo 1055; ivi, luglio 1055; ivi, 12

marzo 1056; ivi, dicembre 1061; ivi, febbraio 1063; ivi, 22 agosto 1066; ivi, 9 ottobre 1069; ivi, 27
gennaio 1073; ivi, 18 ottobre 1073; ivi, 26 ottobre 1074; ivi, dicembre 1087; ivi, marzo 1089; ivi,
gennaio 1091; ivi, 31 gennaio 1092; ivi, maggio 1093.
56 Ivi, 5 febbraio 1066; ivi, 17 ottobre 1068 (2 pergamene); ivi, 21 maggio 1073.

57 Riguardo ai quali supra, nota 46.

58 Passignano, settembre 1009; Coltibuono, 7 ottobre 1003. Per l’ubicazione di Trivili cfr. supra,

nota 29.

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vanni in Sugana, S. Cecilia a Decimo 59 e soprattutto una parte del castello di
Ripa 60 e del castello di Voltigiano, che era certamente uno dei centri più im-
portanti sotto il controllo di questo ramo familiare: infatti Ildebrando di Te-
grimo – che in una carta del 1075 viene esplicitamente definito de Vultegiano –
ed i suoi figli vi risiedevano regolarmente.61 Le transazioni patrimoniali effet-

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tuate dagli esponenti di questa linea, inoltre, paiono corrispondere ad un pre-
ciso disegno di allargamento e compattamento dei propri possedimenti fon-

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diari all’interno del castello di Callebona e nel suo territorio dipendente,
nella contigua curtis di Matraio e nel castello di Voltigiano; 62 operazione lunga
e difficoltosa – visto il complesso intreccio delle proprietà in quest’area tra fa-
miglie aristocratiche ed altri liberi allodieri 63 – e che di fatto non approdò ad
una presa di possesso completa. Il patrimonio di questo ramo, comunque, si
accrebbe a compattò almeno fino ai primi anni del XII secolo, mentre solo da
quel momento presero il via importanti alienazioni in favore del monastero di
Passignano.
La struttura disseminata del patrimonio fondiario di questi aristocratici ri-
sulta ancor più evidente nella documentazione concernente i discendenti di
Teuderico di Ildebrando. Infatti questi ultimi, pur insediati anch’essi nel ca-
stello di Callebona,64 non risiedevano stabilmente nell’area più vicina a Passi-
gnano e risultano attivi anche in zone più lontane, muovendosi da un punto
all’altro di possedimenti decentrati rispetto al nucleo principale. Molto signi-

59 Passignano, 12 marzo 1056; ivi, 8 dicembre 1076; ivi, dicembre 1079.


60 Ivi, aprile 1042, tre pergamene, si tratta di un patto di difesa riguardante il suddetto castello,
per la cui ubicazione cfr. supra, nota 5.
61 Passignano, 30 marzo 1055; ivi, 12 marzo 1056; ivi, 22 dicembre 1059; ivi, 5 maggio 1060;

ivi, 2 settembre 1062; ivi, 17 ottobre 1068; ivi, 27 ottobre 1075; ivi, dicembre 1086; ivi, 11 febbraio
1088.
62 Ivi, marzo 1046; ivi, 2 settembre 1062; ivi, 1 marzo 1063; ivi, novembre 1064; ivi, 20 gennaio

1067; ivi, 31 gennaio 1067; ivi, febbraio 1068; ivi, 2 febbraio 1072; ivi, 16 aprile 1076; ivi, ottobre
1078; ivi, 29 aprile 1085; ivi, novembre 1086; ivi, novembre 1093. In particolare acquisirono vari
appezzamenti presso il castello di Callebona come pegni di prestiti concessi a Rodolfo di Ildebrando
ed ai suoi figli, esponenti dei da Callebona I (ivi, 8 maggio 1054; ivi, 26 maggio 1054; ivi, 30 marzo
1055; ivi, luglio 1055; ivi, 12 marzo 1056; ivi, 27 gennaio 1073; ivi, dicembre 1087; ivi, 31 gennaio
1092; ivi, maggio 1093) ed anche appezzamenti con case e una torre dentro il castello sempre da
Rodolfo di Ildebrando e dai suoi figli: ivi, 5 febbraio 1066; ivi, 17 ottobre 1068; ivi, 21 maggio
1073. Entro il territorio di Callebona-Matraio Ildebrando acquistò anche alcune quote del poggio
di Castelvecclo, già castellare nel 1075, suddiviso in piccole porzioni in parte spettanti ai Ghisolfi:
supra, nota 27.
63 Si veda CONTI , La formazione, pp. 149-174, 246-259.

64 Cfr. ad es. Passignano, 26 giugno 1100 (patto di difesa reciproca del castello stipulato tra

Teuderico di Ildebrando e Enrico di Teuderico); ivi, 17 ottobre 1098: donazione di beni nella corte
di Matraio, escluso però il poggio (qui definito per l’unica volta castello) e la chiesa di S. Brizio con le
sue pertinenze.

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ficativi a questo proposito sono due atti dei quali furono autori Ugo di Ilde-
brando e la di lui moglie Imilda di Rodolfo: nel settembre del 1097 Ugo, vi-
cino alla morte, trovandosi nel castello mugellano di Scopeto, cedette (sotto
forma di donazione, ma dietro versamento di un launechild di 100 lire) al cau-
sidicus Uberto di Benzo – che sarà in seguito definito de Florentia – tutti i beni

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che possedeva nel contado fiorentino e fiesolano e che comprendevano le cor-
ti e castelli di Montespertoli, Manzano, Monte Tedaldi e Scopeto. Circa dieci

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giorni dopo Imilda, ormai vedova di Ugo, che si trovava in Firenze sotto il
mundio del suddetto Uberto di Benzo, cedette a sua volta al fratello di que-
st’ultimo, Ildebrando, dietro pagamento di un analogo launechild, tutti i beni
a lei pervenuti per morgincap dal marito nelle corti e castelli di Manzano,
Montedaldi, Scopeto, Matroia, Bignola e Turre Rozi.65
Inoltre, anche se i possedimenti principali dei da Callebona II erano ubi-
cati in un’area che, come sottolineava Conti, presenta tutto sommato deboli
legami con Firenze,66 essi ebbero certamente contatti non trascurabili con
l’ambiente cittadino. Esponenti di questo gruppo parentale, innanzitutto,
nel corso del secolo XI furono talvolta presenti in città per effettuare transa-
zioni riguardanti i loro nuclei patrimoniali comitatini 67 e per presenziare ai
placiti marchionali.68 Un ramo familiare, inoltre, fu certamente in relazione
con il monastero cittadino di S. Felicita ed ebbe terre ubicate nel suburbio
di Firenze, nella zona di S. Donato e Colombaia.69 Le relazioni tra i da Cal-
lebona II e la città sono poi ulteriormente testimoniate dai sopra citati atti
del 1097, tramite i quali Ugo di Ildebrando e sua moglie furono coinvolti
in un complesso passaggio di proprietà insieme a due fratelli fiorentini, che
Enrico Faini ha ipotizzato essere i primi membri conosciuti della ben nota
stirpe cittadina degli Uberti.70

65 Passignano, 22 settembre 1097: entrambi gli atti sono stati scritti di seguito in un’unica per-

gamena; il secondo è però datato 1 ottobre ed è redatto presso il monastero di S. Miniato di Firenze.
Montespertoli: supra, nota 25; Manzano: in Valdelsa nel piviere di S. Pietro a Mercato (REPETTI, III,
p. 50); Monte Tedaldi: supra, nota 23; Scopeto: in Mugello, nel piviere di Scopeto/Viminiccio (RE-
PETTI, V, p. 232); Matroia: probabilmente da leggersi Matraio; Bignola: supra, nota 28; Turre Rozi:
non identificabile. Ma si considerino anche i possessi di questo ramo nella corte di Trivili (ivi, 24
marzo 1114; per la localizzazione supra, nota 29).
66 CONTI , La formazione, p. 170.

67 Coltibuono, 7 ottobre 1003; Passignano, dicembre 1079; ivi, 22 settembre 1097.

68 Teuderico di Ildebrando: Placiti, 413, 1 dicembre 1061; ivi, 424, 25 maggio 1070; S. Felicita,

11, 26 febbraio 1073 (in quest’ultima occasione è presente anche il suo congiunto Ildebrando di Teu-
derico).
69 S. Felicita, 7... 1068; ivi, 8, 2 giugno 1068; ivi, 9, agosto 1070; ivi, 10, gennaio 1071; ivi, 20,

1082.
70 Supra, nota 65; si vedano inoltre Passignano, 17 luglio 1098; ivi, 17 ottobre 1098. Sui da

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MARIA ELENA CORTESE

copia concessa per esclusivo uso nell’ambito della VQR 2004-2010 operata dall’ANVUR - ogni riproduzione o distribuzione è vietata
Alla fine di questa rapida panoramica possiamo senza dubbio concludere
che, se l’ambito entro il quale si mossero le due famiglie dei signori di Callebona
era per lo più compreso nell’ampia zona di principale radicamento patrimonia-
le, esse non solo intrecciarono parentele con altre famiglie della media e piccola
aristocrazia, con le quali condivisero il dominio su un’ulteriore serie di località e

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castelli, ma ebbero anche contatti con l’ambiente cittadino e collegamenti con i
vertici del potere politico regionale: certamente con i marchesi di Tuscia ed an-

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che con una delle più importanti famiglie comitali della Toscana, gli Alberti,
nella cui clientela vassallatica le nostre stirpi appaiono certamente inserite.71
La dimensione ed articolazione dell’insediamento fondiario di questi ari-
stocratici, le loro relazioni politiche a livello comitatino, le loro alleanze e vin-
coli di parentela con altre compagini di eguale rango ci sono note, spesso nei
dettagli, grazie al fatto che essi conservarono nei propri archivi familiari qual-
che centinaio di documenti a partire dal penultimo decennio prima del Mille.
Questo fiume di carte per la stragrande maggioranza confluı̀ nell’archivio del
monastero di Passignano solo a partire dagli ultimissimi anni dell’XI secolo,
accompagnando, con funzione di monimina, gli atti di progressiva alienazione
dei patrimoni familiari. Infatti si deve sottolineare che, se senza ombra di dub-
bio queste compagini aristocratiche furono in contatto con il cenobio fin dalle
sue origini – per via della stretta contiguità geografica –, esse per oltre un se-
colo, a differenza di altre considerate in precedenza, furono decisamente re-
stie a trasferire all’abbazia nuclei fondiari cospicui, evitando in particolare
di cedere quote dei propri castelli. Infatti, tra le decine e decine di transazioni
effettuate dagli esponenti di queste famiglie, compaiono solo una quindicina
di modeste donazioni pro anima di piccoli appezzamenti e frazioni di mansi, in
parte riottenute a livello.72 Solo dal 1098, in coincidenza con momenti di crisi
dinastica ed incertezza per quanto riguardava la successione, ma sicuramente
anche di difficoltà finanziarie, prese il via una serie di donazioni o vendite più
cospicue, che avevano per oggetto soprattutto quote del castello eponimo e
della sua corte.

Montespertoli e sui rapporti con gli Uberti, cfr. R. DAVIDSOHN, Storia di Firenze, 8 voll., Firenze,
Sansoni, 1977-1978 (ed. orig. Berlin 1896-1927), I, pp. 822, 888 e E. FAINI, Il gruppo dirigente fio-
rentino in età protocomunale (fine XI-inizio XIII secolo), tesi di laurea in Istituzioni Medievali, Uni-
versità degli studi di Firenze, anno accademico 1999-2000, pp. 52-53, 264.
71 Sulla presenza degli Alberti in Val di Pesa cfr. supra, nota 5; sui rapporti tra la casata comitale

ed i signori di Callebona: CORTESE, Assetti insediativi.


72 Da Callebona I: Passignano, febbraio 1024; ivi, 1053; ivi, gennaio 1059; ivi, ottobre 1060; ivi,

dicembre 1061; ivi, agosto 1062; ivi, 22 agosto 1066; ivi, gennaio 1067; ivi, 9 ottobre 1069; ivi, gen-
naio 1091; ivi, settembre 1096; ivi, 1 agosto 1098. Da Callebona II: ivi, febbraio 1084; ivi, aprile
1085; ivi, maggio 1085; ivi, marzo 1086.

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IL MONASTERO E LA NOBILTÀ

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Per quanto riguarda i da Callebona I, nel 1098 Alberto di Raineri (del
quale non è nota una discendenza e che con tutta probabilità si trovava in
punto di morte) e la moglie Ghisla di Ugo donarono al monastero la loro por-
zione del castello di Ripa e di tutti i beni che possedevano nelle corti di Ripa e
Bignola e nelle località di Mucciana e Fezzana. Contestualmente il solo Alber-

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to, senza la partecipazione della moglie, donò la metà della sua parte della cor-
te di Callebona e Matraio, con la sua intera quota della selva ubicata presso il

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monastero, escludendo però il castello e la chiesa di Callebona, che con atto
contemporaneo aveva ceduto a suo zio materno Sichelmo di Rodolfo.73 La
quota della corte di Callebona e Matraio spettante a Ghisla, moglie di Alber-
to, passò comunque al monastero dopo la morte di lei.74 Nel 1100, inoltre, la
vedova di un nipote di Alberto completò il trasferimento a Passignano di nu-
clei patrimoniali situati in alcune delle suddette località: infatti donò l’intera
quota spettante al suo defunto marito del castello di Ripa, della corte di Bi-
gnola e della corte di Mucciana.75 Dopodiché gli esponenti della famiglia
compariranno solo sporadicamente nella documentazione passignanese, per
poi scomparire dal terzo decennio del secolo: la maggior parte dei beni spet-
tanti a questa linea, infatti, erano ormai passati all’abbazia oppure erano stati
in precedenza alienati ai da Callebona II, che a loro volta li cedettero al mo-
nastero insieme alle quote provenienti dal patrimonio avito.
Infatti tra il 1098 ed il 1101, come abbiamo visto in precedenza, alcune
quote della corte di Matraio e della corte di Trivili con la sua chiesa, che erano
confluite nel patrimonio dei Ghisolfi tramite il matrimonio di Ghisla di Teu-
derico, furono donate al cenobio 76 e nello stesso 1098 un’altra parte della cor-
te di Matraio fu donata dalla vedova di un nipote di Ghisla,77 mentre il fra-
tello di quest’ultima, Enrico, nel 1114 completò il trasferimento al monaste-
ro (in parte oneroso) della corte di Trivili.78 Una cronologia analoga si riscon-
tra per l’altro ramo familiare: nel 1103 Teuderico di Ildebrando, che fino a
quel momento aveva avuto pochi rapporti con Passignano, promise all’abate
Ugo che da allora in avanti suo figlio Ildebrando non avrebbe avuto facoltà di
assegnare a sua moglie né in alcun modo alienare la sua quota della corte e
castello di Callebona se non al monastero e, se fosse morto senza figli legittimi,

73 Ivi, settembre 1098 (due pergamene). Fezzana, in Val di Pesa nel piviere di S. Pancrazio (RE-
PETTI, II, p. 104). Per le altre località cfr. le note precedenti.
74 Passignano, giugno 1116.

75 Ivi, marzo 1100.

76 Supra, note 28-30.

77 Passignano, 17 ottobre 1098.

78 Ivi, 24 marzo 1114.

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MARIA ELENA CORTESE

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quest’ultima sarebbe passata in piena proprietà al cenobio.79 La promessa
probabilmente fu fatta in un momento di difficoltà economiche (si noti il ver-
samento di un meritum di 20 lire) e soprattutto di incertezza riguardo alla suc-
cessione, forse a causa di una malattia di Teuderico e della mancanza di eredi
di Ildebrando. Effettivamente Teuderico deve essere morto di lı̀ a poco ed Il-

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debrando qualche anno dopo, ancora senza eredi, visto che i beni oggetto del-
la promessa del 1103 passarono sicuramente nel patrimonio del monastero.80
In seguito, anche le frazioni residue del castello e corte di Callebona ancora in

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mano a questa linea familiare passarono nelle mani dell’abbazia grazie ad alie-
nazioni di cui furono autrici Adalasia, sorella del defunto Ildebrando, e la di
lui vedova.81
In questo modo già entro i primi decenni del 1100 Passignano riuscı̀ ad
incamerare la maggior parte dei beni e centri incastellati un tempo apparte-
nenti a questa complessa compagine aristocratica nell’area più vicina all’abba-
zia, mentre degli altri nuclei di proprietà sparsi tra Valdelsa e Val di Pesa, che
non entrarono sotto il controllo di Passignano ma di altre schiatte signorili,
non sappiamo più niente. Sembra dunque che l’attrazione del monastero si
sia fatta irresistibile al momento in cui, dietro la spinta demografica, la coesio-
ne familiare si andava disgregando ed i patrimoni si polverizzavano, in seguito
alla suddivisione in rami che agivano sempre più autonomamente, ed all’estin-
zione di alcuni di essi. Ma niente affatto estranee a questi trasferimenti all’ab-
bazia appaiono anche le evidenti difficoltà economiche da cui erano afflitte le
nostre stirpi a cavallo tra XI e XII secolo, ben testimoniate dal fatto che alcu-
ne delle alienazioni sopra citate erano delle, più o meno esplicite, vendite al
monastero, con il cui erario queste schiatte si trovavano probabilmente inde-
bitate. Ad analogo destino non sfuggirono neppure i rami che ebbero una cer-
ta continuità dinastica, come dimostra bene l’esempio dei discendenti di
Uberto di Teuderico de Calebona, che fino alla fine del XII secolo rimasero
radicati in due castelli posti a breve distanza dal monastero, Poppiano e Sam-
buco: le loro transazioni (solo vendite e concessioni su pegno al cenobio o a
personaggi ad esso collegati) indicano che una cronica scarsità di denaro atta-
nagliava questi domini locali: buona parte del loro patrimonio passò quindi
nelle mani del monastero prima del 1200, dopodiché anch’essi spariscono dal-
la nostra documentazione.82

79 Ivi, agosto 1103.


80 Ivi, marzo 1110.
81 Ivi, aprile 1111; ivi, giugno 1116; ivi, marzo 1123.

82 Ivi, giugno 1123 (3 pergamene); ivi, marzo 1136; ivi, 25 settembre 1138; ivi, 7 dicembre

1138; ivi, 3 ottobre 1146; ivi, 10 ottobre 1152; ivi, 11 settembre 1166; ivi, 27 ottobre 1169; ivi,

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IL MONASTERO E LA NOBILTÀ

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Un andamento simile a quello riscontrato per i da Callebona configura la
tradizione documentaria relativa ad un altro importante gruppo aristocratico
del territorio fiorentino, gli Attingi, il cui archivio familiare è confluito in parte
in quello di Passignano a partire dalla metà dell’XI secolo, quando le proprie-
tà e gli interessi del monastero cominciarono ad espandersi massicciamente

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verso il Valdarno di Sopra ed in particolare l’area di Figline.83 Qui, infatti,
si incentrava uno dei principali nuclei patrimoniali della famiglia, della quale

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si ha notizia a partire dal primo decennio dopo il Mille, grazie a due documen-
ti riguardanti Teuderico e Rodolfo, figli del capostipite Azzo, i quali, stando in
Firenze, vendettero alcuni beni ubicati proprio a Figline.84 In modo ancor più
accentuato rispetto ai da Callebona, però, gli Attingi nella prima metà dell’XI
secolo non appaiono stabilmente impiantati in una sola località, ma anzi con-
stavano di un patrimonio vasto e disperso (almeno 13 curtes di cui 7 incastel-
late), distribuito in varie aree del comitatus fiorentino: in Mugello, Val di Sie-
ve, Val di Pesa e Valdarno, oltre che nella città e nei suoi dintorni. Un quadro
complessivo della consistenza del patrimonio familiare, infatti, ci è dato da un
documento del 1042 con il quale Gualdrada di Uberto, moglie di uno dei figli
del succitato Rodolfo, trovandosi nella sua casa nel castello di Cercina (poco a
nord di Firenze), cedette al proprio figlio Rodolfo tutti i beni che a lei erano
venuti dal suo precedente marito, dal proprio suocero e dall’attuale marito. Si
trattava di un notevole complesso di proprietà fondiarie, che comprendeva ca-
se, terre ed una curtis in Firenze, le corti non fortificate di Sesto, Marine, Fab-
brica, Monteloro, Montefanni, e le corti incastellate di Petriolo, Cercina, Cer-
reto, Mozanello, Casole, Figline, Riofino.85

29 ottobre 1179; ivi, 9 aprile 1182; ivi, 29 novembre 1190: Poppiano, nel piviere di Campoli: REPET-
TI, IV, p. 577; Sambuca, nel piviere di S. Pietro in Bossolo: ivi, V, p. 13.
83 Sulla famiglia si vedano C. WICKHAM , Dispute ecclesiastiche e comunità laiche. Il caso di Fi-

gline Valdarno (XII secolo), Firenze, Comune di Figline Valdarno-Opus Libri, 1998 e CORTESE, Si-
gnori, castelli, città, pp. 266-273. Sulla presenza di Passignano nell’area di Figline, oltre al saggio
di Wickham, si vedano M. RONZANI, L’organizzazione della cura d’anime e la nascita della pieve di
Figline, in Lontano dalle città. Il Valdarno di Sopra nei secoli XII-XIII, Atti del convegno (Montevar-
chi-Figline Valdarno 9-11 novembre 2001), a cura di G. Pinto e P. Pirillo, Roma, Viella, 2005,
pp. 213-277 e F. SALVESTRINI, Influenza monastica vallombrosana nel territorio di Figline. Antagoni-
smi, scontri e mediazioni durante il secolo XII, in Storie di una pieve del Valdarno. San Romolo a Ga-
ville in età medievale, a cura di P. Pirillo e M. Ronzani, Roma, Viella, 2008, pp. 29-54.
84 Passignano, novembre 1008; ivi, marzo 1008.

85 Ivi, 24 aprile 1042. Le località citate sono Sesto nel Valdarno a nord ovest di Firenze, nel-

l’omonimo piviere (REPETTI, V, p. 282); Marine, probabilmente una località nel piviere di S. Donato
in Val di Marina/Calenzano (ivi, I, p. 39); Fabbrica, in Val di Pesa (supra, nota 4); Monteloro ad est
di Firenze, nell’omonimo piviere (REPETTI, III, pp. 410-411); Montefanni, identificabile con Monte
Fanna, toponimo che attualmente designa un’altura prossima a Monteloro; Petriolo, tra la Val di Pe-
sa e la Val di Greve, nel piviere di Decimo (ivi, IV, pp. 149-150); Cercina, a nord di Firenze, nel-

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MARIA ELENA CORTESE

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Possiamo poi ricordare che esponenti degli Attingi, oltre a comparire in
almeno un’occasione nell’entourage marchionale,86 furono presenti regolar-
mente in città per stipulare contratti che riguardavano i loro beni comitati-
ni,87 ed ebbero importanti legami con la Canonica 88 ed il vescovo fiorentino
(al quale cedettero a varie riprese, tra il 1047 ed il 1074, uno dei loro castelli

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più importanti: Cercina),89 imparentandosi con altre famiglie aristocratiche
che facevano parte della cerchia vescovile (Suavizi, Figuineldi). Questo grup-

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po familiare, tuttavia, intorno agli anni ’70 del secolo sembra in parte aver già
perso il suo impianto multizonale ed il possesso di alcuni castelli, in seguito
ad una serie di cospicue donazioni ad enti religiosi: la Canonica e l’episcopio
cittadino, come abbiamo già accennato, ma anche il monastero di Passigna-
no. Quest’ultimo fu beneficiato in primo luogo dal ramo disceso da Rodolfo
di Azzo, che quasi certamente si estinse prima della fine dell’XI secolo. Al
1043 risale la prima consistente donazione: Zenobio detto Saracino figlio
di Rodolfo, trovandosi in Firenze, donò per la salvezza della sua anima l’in-
tera corte di Riofino con il castello, la chiesa e tutte le terre dominicali ed i
beni da essa dipendenti; riservò però l’usufrutto vitalizio per sé e per un
eventuale suo figlio maschio, mentre in caso di mancanza di eredi i beni in
questione sarebbero passati in piena proprietà al monastero.90 Egli però qua-
si certamente non ebbe figli poiché nel 1052, stando nel castello di Cercina,
confermò la cessione della corte di Riofino al monastero, questa volta senza
più clausole di riserva relative a suoi eventuali eredi.91 Egli risulta morto po-
chi anni dopo, nel 1056, quando la sua vedova si era già risposata con un
esponente dei Suavizi: in tale anno la donna donò al monastero tutte le terre
della corte di Riofino, oltre ad altre proprietà ubicate nella stessa zona, che a
lei erano pervenute da Zenobio.92

l’omonimo piviere (ivi, I, pp. 655-656); Cerreto, che Repetti identifica con Cerreto in Val di Sieve,
circa mezzo miglio a nord ovest di Barberino di Mugello (ivi, I, p. 659); Mozanello, in Val di Sieve, in
passato nel piviere di S. Gavino Adimari, circa tre miglia a nord ovest di Barberino (ivi, III, p. 624);
Casole, probabilmente Casole in Val di Sieve, nel piviere di S. Cassiano in Padule (ivi, I, p. 521);
Riofino, non più localizzabile, nel settore valdarnese del piviere di Cavriglia (ivi, IV, p. 763).
86 Rodolfo di Bulgaro: Placiti, 430, 27 febbraio 1073.

87 Oltre ai due atti citati nella nota 84, cfr. Passignano, 3 ottobre 1043; ivi, 16 marzo 1055; ivi,

22 ottobre 1099; Canonica, 52, 28 marzo 1050; ivi, 61, 20 settembre 1058.
88 Canonica, 52, 28 marzo 1050; ivi, 61, 20 settembre 1058; ivi, 112, aprile 1084; ivi, 159, 28

aprile 1113.
89 Bullettone, cc. 316 (anni 1047 e 1074), 311 (1072).

90 Passignano, 3 ottobre 1043.

91 Ivi, 12 ottobre 1052.

92 Ivi, 16 marzo 1055.

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IL MONASTERO E LA NOBILTÀ

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Il ramo disceso da Teuderico di Azzo, invece, ebbe continuità: risulta in
seguito stabilmente basato sull’area di Figline e la zona subito a sud (mentre
la presenza nel castello di Cercina, in Firenze e nei suoi dintorni non è atte-
stata oltre la fine dell’XI secolo) 93 e continuò a mantenere strette relazioni
con il monastero di Passignano, tanto più che con buona sicurezza va ricono-

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sciuto come esponente degli Attingi quell’Ubaldo «inter seculares valde nobi-
lis», celebre (gloriosus) nel castello di Figline ed in molti altri, che nella Vita

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S. Iohannis Gualberti di Andrea da Strumi – in un episodio attribuibile agli
anni ’60 dell’XI secolo – viene citato come amico personale del santo e com-
patronus del monastero di Passignano.94 Donazioni al monastero – ed all’o-
spedale che da esso dipendeva, fondato (forse proprio dagli Attingi) nelle vi-
cinanze di Figline, presso il torrente Cesto – cominciarono negli anni ’70
dell’XI secolo per iniziativa di Rolando di Teuderico e dei suoi figli.95 In par-
ticolare Azzo di Rolando nel 1080 donò tutto ciò che possedeva «infra virtute
de le Fighine», la metà della sua quota della curtis di Firenze (eccettuando pe-
rò la casa di abitazione) e la metà dei beni ubicati in vari luoghi dei pivieri di
Gaville, Incisa e S. Reparata di Firenze; inoltre suo fratello Ubertino, nel 1110
donò la sua quota di Castel d’Azzi (ubicato nell’area di Figline) ed i suoi beni
nei pivieri di Gaville, Schergnano e S. Reparata.96
Con le generazioni successive le donazioni al monastero continuaro-
no,97 in parte rivelando alcune difficoltà economiche di questi aristocratici:
ad esempio nel 1099 Ubaldo di Ugo dava in pegno ad un prestanome di
Passignano la metà del castello e della corte «qui vocatur Acecalfolle ubi
Rufino dicitur» in cambio di un prestito di 20 lire, che egli evidentemente
non fu in grado di restituire, visto che la pergamena è rimasta nell’archivio
passignanese.98 Gli Attingi si muovevano ora su un raggio d’azione che,
tranne poche eccezioni, appare circoscritto al tratto di Valdarno compreso
tra Figline ed il castello di Pianalberti, molto probabilmente da loro fonda-
to e dove paiono risiedere di preferenza nella seconda metà del XII seco-
lo.99 Tuttavia essi rimanevano di gran lunga la famiglia locale più importan-

93 Ivi, 24 febbraio 1070; ivi, marzo 1079; ivi, 22 ottobre 1099.


94 Su questo episodio e per l’identificazione con uno degli Attingi: CH. WICKHAM, Figline: no-
bili, milites e masnadieri, in Lontano dalle città, pp. 379-394: 379-380.
95 Passignano, 24 febbraio 1070; ivi, 25 marzo 1077; ivi, 30 settembre 1084.

96 Ivi, 1 marzo 1109.

97 Ivi, dicembre 1089.

98 Ivi, 22 ottobre 1099: si tratta evidentemente di Riofino, più volte documentato come posse-

dimento familiare.
99 Prima attestazione del castello nel 1131: ivi, 1131.

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MARIA ELENA CORTESE

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te, con legami politici di primo piano (in primo luogo con i conti Guidi): in
particolare tra il 1120 ed il 1185 è documentata l’attività di Rolandino di
Ubaldo de Figine, che fu certamente una delle figure centrali della vita po-
litica del Valdarno nel XII secolo.100 Quest’ultimo, in linea con la politica
dei suoi antenati, fece diverse donazioni a Passignano, tra le quali nel 1160

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la sua parte dei diritti di patronato sulle chiese di S. Maria e di S. Lorenzo
di Figline e di S. Tommaso a Castelvecchio.101 Inoltre i suoi figli, insieme
ad alcuni esponenti dei Figuineldi ed alcuni membri di famiglie aristocra-

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tiche mugellane (signori di Combiate, Latera, Guinizzingo, Rezzano) com-
paiono come patroni dell’abbazia in un singolare documento redatto intor-
no al 1169. In tale occasione essi vendettero per 100 lire all’abate Ugo una
serie di chiese e xenodochi, ubicati sia nell’area di Figline che nell’alta Val
di Sieve, con tutte le prerogative signorili relative e tutti i diritti di patro-
nato, eccettuati quelli sul monastero medesimo, che si impegnavano però a
non vendere né alienare.102
Certamente l’atto si pone in traiettoria con la documentazione più risalen-
te, che mostra un forte allineamento politico tra la famiglia figlinese ed il mo-
nastero, il che secondo Chris Wickham spiega di per sé la generosità verso il
cenobio e la facilità con cui si espanse l’influenza monastica nella zona nel se-
colo precedente il 1170.103 Tuttavia proprio questo documento, come è stato
di recente sottolineato, indica anche una stretta dipendenza economica della
casata (e delle altre ivi citate) dal monastero e pare celare una probabile forma
di indebitamento; alcuni elementi interni, infatti, indicano che esso va proba-
bilmente letto come un risarcimento tramite cessione di pegni immobiliari, in
precedenza alienati ai monaci in cambio dell’anticipo di somme di denaro.104
Confortano questa lettura altri riscontri documentari, che mostrano un inde-
bitamento di questa schiatta nei confronti dell’erario abbaziale a partire già
dalla fine dell’XI secolo.105 In ogni caso, rimane molto difficile capire il reale

100 CORTESE, Signori, castelli, città, pp. 271-272.


101 Passignano, 11 febbraio 1159. Altre donazioni di Rolandino: ivi, 1131; ivi, 18 settembre
1138; ivi, maggio 1145; ivi, 8 gennaio 1153; ivi, 26 aprile 1163; ivi, dicembre 1182; ivi, 17 aprile
1185.
102 Ivi, 1170, carta mancante di data, assegnata al 1170 in base all’ordinamento interno dell’ar-

chivio del monastero; a partire dal 1169, tuttavia, era abate Lamberto e l’indicazione dell’abate Ugo
fa sı̀ che la carta sia databile tra il 1165 ed il 1169. I beni ceduti comprendevano lo xenodochio di
Rufine (cioè Riofino) nella curia di Pianalberti; lo xenodochio di Combiate (in Mugello); una chiesa e
cappella posta nel distretto di Combiate; la canonica e chiesa di S. Maria di Vigesimo (in Mugello); la
canonica e chiesa di S. Bartolomeo di Figline.
103 WICKHAM , Dispute, pp. 18-19.

104 SALVESTRINI , Influenza monastica, p. 36.

105 Oltre alla cessione in pegno effettuata da Ubaldo di Ugo nel 1099 (supra, nota 98) si vedano

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IL MONASTERO E LA NOBILTÀ

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significato del ruolo di patronato di queste famiglie nei confronti del nostro
monastero e valutare la reale influenza che esse potevano esercitare sul ceno-
bio, poiché i patroni di Passignano raramente compaiono in seguito nei docu-
menti e perché ormai la ricchezza e la potenza dell’abbazia erano di gran lun-
ga superiori a quelle di queste compagini aristocratiche, già molto indebolite

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dal punto di vista del possesso fondiario. In effetti, una volta travasati nel pa-
trimonio claustrale gran parte degli antichi averi dislocati nella zona di Figline

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(e con essi i documenti relativi) anche gli ultimi discendenti degli Attingi
scompaiono dalle carte passignanesi.
Una vicenda simile è stato possibile ricostruire per i Figuineldi, la cui area di
influenza nel XII secolo appare limitata alla zona di Figline, ma che in prece-
denza dovevano avere un impianto molto più articolato (anche se forse su scala
minore che per gli Attingi).106 Infatti facevano parte dell’entourage marchiona-
le,107 intrattenevano importanti relazioni con i vescovi di Firenze e contavano
anche su un nucleo patrimoniale ubicato nella zona a nord della città: il già ci-
tato castello di Cercina, che i Figuineldi controllavano in condominio con gli
Attingi e che anch’essi cedettero all’episcopio nel 1072.108 Le due stirpi, in ef-
fetti, appaiono costantemente associate nella documentazione e, anche se non è
dimostrabile che discendessero da un unico ceppo, ebbero comunque legami
strettissimi, soprattutto per quanto riguarda la signoria su Cercina e nella zona
di Figline, dove essi controllavano dagli ultimi decenni dell’XI secolo il ‘‘ca-
strum qui dicitur Guinildi’’.109
Gli esponenti di questo gruppo familiare cominciarono con certezza a fare
donazioni al monastero di Passignano a partire dagli anni ’70 dell’XI secolo e
continuarono fino alla metà del XII,110 momento a partire dal quale la loro
attività appare sempre più limitata alla zona di Figline. Infatti, dopo una serie
di contenziosi con i presuli riguardanti i castelli di Vico (in Val di Sieve) e

alcune altre cessioni in pegno effettuate da Ubaldo, da sua moglie e dai suoi figli (in particolare il ben
noto Rolandino): ivi, 10 novembre 1124; ivi, 18 settembre 1140; ivi, 4 novembre 1155.
106 Sulla famiglia si vedano WICKHAM , Dispute e CORTESE, Signori, castelli, città, pp. 306-307.

107 Sichelmo di Guido: Placiti, 424, 25 maggio 1070; Bernardo di Albertino da Cercina: Die

Urkunden und Briefe der Markgräfin Mathilde aus Tuszien, a cura di E. Goez, W. Goez («Monumen-
ta Germaniae Historica, Diplomata: Laienfürsten-und Dynasten-Urkunden der Kaiserzeit», II),
Hannover, Hahn, 1998, 91, 7 ottobre 1105.
108 Sui rapporti tra i Figuineldi e l’episcopio fiorentino: CORTESE , Signori, castelli, città, pp. 224-

225.
109 Passignano, 27 maggio 1085.

110 Ivi, 24 febbraio 1070; ivi, aprile 1079; ivi, agosto 1114; ivi, 30 dicembre 1148. Inoltre prima

del 1153 essi avevano ceduto al monastero la chiesa di S. Pietro a Castel Guineldi (WICKHAM, Dispu-
te, p. 13 e nota 21).

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MARIA ELENA CORTESE

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Montebuiano (in Mugello) – che probabilmente erano delle fortificazioni ve-
scovili in precedenza date in concessione alla famiglia per via dei suoi legami
clientelari con la cattedra fiorentina – non si hanno più tracce di relazioni con
gli enti ecclesiastici cittadini e la famiglia assume un profilo decisamente più
locale, avvicinandosi piuttosto ai conti Guidi ed alla sede episcopale fiesolana.

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Agli anni ’60 del 1100 risalgono anche le ultime relazioni dirette dei Figui-
neldi con Passignano: sono documentate alcune donazioni e refute in favore

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del cenobio 111 e soprattutto va notata la partecipazione di Teuderico e Gui-
nildo figli di Raineri, al fianco degli Attingi e di altri aristocratici mugellani,
tutti designati come patroni dell’abbazia, alla già citata vendita al cenobio di
una serie di chiese e xenodochi, ubicati sia nell’area di Figline che nell’alta
Val di Sieve.112 Di lı̀ a pochi decenni, però, i Figuineldi scompariranno del
tutto dalla documentazione di Passignano e dai primi anni del Duecento se
ne perderanno le tracce.

Le vicende patrimoniali dei più importanti gruppi parentali rintracciabili


nelle pergamene di Passignano durante il periodo più antico di vita dell’abba-
zia illuminano in modo particolarmente chiaro e dettagliato uno degli aspetti
fondamentali dei rapporti tra le famiglie aristocratiche ed i monasteri, sia di
loro diretta fondazione che non: l’ampliamento del patrimonio di questi enti
in modo direttamente proporzionale all’affievolirsi dei complessi fondiari e
delle giurisdizioni signorili di matrice laica, nonché gli effetti sulla conserva-
zione della memoria documentaria relativa a queste schiatte che tale travaso
di beni e diritti determinò.113
I legami tra gli strati più eminenti della società ed il monastero di Passi-
gnano, come abbiamo visto, si manifestarono in concreto innanzitutto attra-

111 Passignano, 18 settembre 1138; ivi, 26 giugno 1145; ivi, 23 aprile 1168; ivi, 1172.
112 Supra, nota 102.
113 Sui rapporti tra le famiglie aristocratiche e gli enti monastici in Toscana si vedano soprattut-

to: CAMMAROSANO, La famiglia dei Berardenghi; ID., Abbadia a Isola; W. KURZE, Monasteri e nobiltà
nel senese e nella Toscana medievale. Studi diplomatici, archeologici, genealogici, giuridici e sociali, Sie-
na, Accademia senese degli Intronati-Ente Provinciale per il Turismo, 1989; G. MICCOLI, Aspetti del
monachesimo toscano nel secolo XI, in ID., Chiesa gregoriana, Firenze, La Nuova Italia, 1966, pp. 47-
73; M. RONZANI, Il monachesimo toscano del secolo XI: note storiografiche e proposte di ricerca, in Gui-
do d’Arezzo monaco pomposiano, Atti del convegno di studio (Codigoro, Abbazia di Pomposa 3 otto-
bre 1997; Arezzo, Biblioteca Città di Arezzo 29-30 maggio 1998), a cura di A. Rusconi, Firenze,
Olschki, 2000, pp. 21-53. Per altri esempi di ambito fiorentino: CORTESE, Signori, castelli, città,
pp. 86-112; G. FRANCESCONI, La signoria monastica: ipotesi e modelli di funzionamento. Il monastero
di Santa Maria di Rosano (secoli XI-XIII), in Lontano dalle città, pp. 29-65; F. SALVESTRINI, S. Maria di
Vallombrosa. Patrimonio e vita economica di un grande monastero medievale, Firenze, Olschki, 1998,
cap. II. Come testo di riferimento generale: G. SERGI, L’aristocrazia della preghiera. Politica e scelte
religiose nel Medioevo italiano, Roma, Donzelli, 1994.

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IL MONASTERO E LA NOBILTÀ

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verso i cicli di donazioni, che talvolta si concentrarono in pochi anni e talaltra
si protrassero per secoli, ma che spesso implicarono il trasferimento al ceno-
bio di ampie quote dei patrimoni familiari, compresi nuclei strategici quali
corti, castelli e chiese private.114 È probabile che una parte di questi beni
in una prima fase restasse sotto il controllo delle suddette casate, venendo re-

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stituiti subito indietro sotto forma di livelli – come più volte attestato – o feudi
– dei quali invece non si dava documentazione scritta. Tuttavia le proprietà

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donate al monastero, a maggior ragione in quanto cedute ad un ente sul quale
non si disponeva di una forma di patronato o di controllo dinastico, sfuggiro-
no nel volgere di poco tempo alla gestione familiare e le donazioni costituiro-
no in definitiva un pesante fattore d’indebolimento patrimoniale.
Proprio quest’ultima osservazione introduce lo spinoso problema della rea-
le natura delle donazioni alle chiese da parte dei laici, assolutamente predomi-
nanti sulle compravendite nell’XI secolo. Si è spesso rimarcato, infatti, che mol-
te cartule offersionis in apparenza dettate da motivi pii, potevano nascondere in
realtà dei prestiti su pegno fondiario o sottacere delle vendite vere e proprie, in
una sorta di ‘adeguamento formale’ di qualunque trasferimento di beni diretti
alle chiese alla veste della pia donazione.115 Le attestazioni di launechild o me-
rita molto remunerativi ovviamente permettono, dove presenti, una chiara di-
stinzione tra le semplici chiusure simboliche delle transazioni e le corresponsio-
ni di quello che diventava un vero e proprio prezzo, trasformando l’apparente
donazione in un’effettiva vendita. Tuttavia, questo tipo di documenti rappre-
senta solo una piccola percentuale sul totale delle alienazioni conservatesi: la
questione è dunque difficile da risolvere e rimane sostanzialmente aperta.
Di fronte alla crescente presenza di compravendite nel corso XII secolo, si
ha però l’impressione che ci troviamo in presenza di un cambiamento nella
pratica notarile: ciò induce a pensare che realmente i monasteri avessero di
fatto pagato almeno una parte delle donazioni anche nel secolo precedente
– forse soprattutto quelle in cui non si specificava che la transazione avveniva
pro anima – spesso approfittando delle difficoltà economiche in cui versavano

114 In generale sui cicli di donazioni: C. WICKHAM , Vendite di terra e mercato della terra in To-

scana nel secolo XI, «Quaderni storici», LXV, 1997, pp. 355-377; ID., La montagna e la città. L’Ap-
pennino toscano nell’alto Medioevo, Torino, Paravia, 1997, pp. 208-211.
115 CAMMAROSANO , La famiglia dei Berardenghi, pp. 111-123; ID ., Abbadia a Isola, pp. 71-72 e

nota 29 e, proprio per Passignano, CONTI, La formazione, pp. 161-162. Sui prestiti dissimulati:
C. VIOLANTE, Per lo studio dei prestiti dissimulati in territorio milanese (secoli X-XI), in Studi in onore
di O. Fanfani, 6 voll., Milano, Giuffrè, 1962, I, pp. 643-735; G. ROSSETTI, Motivi economico-sociali e
religiosi in atti di cessione di beni a chiese nel territorio milanese per i secoli XI-XII, in Contributi del-
l’Istituto di Storia Medioevale 1: Raccolta di studi in memoria di G. Soranzo, Milano, Vita e Pensiero,
1968, pp. 349-410.

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MARIA ELENA CORTESE

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molte famiglie aristocratiche locali. Il caso di Callebona e Matraio può essere
esemplare in questo senso: dopo le prime donazioni di quote del castello e
della corte, fatte probabilmente in punto di morte o in caso di malattie che
mettevano in discussione i destini del patrimonio familiare, le successive alie-
nazioni, riguardanti sistematicamente le altre quote del castello e delle due

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corti con le rispettive chiese, sembrano effettivamente pilotate dal monastero
di Passignano, che poté cosı̀ ricomporre in un complesso relativamente unita-

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rio le frazioni disperse tra i vari rami delle due famiglie che in origine control-
lavano questo centro. È probabile, dunque, che soprattutto le alienazioni di
quote residuali di beni sui quali il nostro cenobio aveva ormai esteso il proprio
dominio non siano state sempre spontaneamente dettate dalla pietas religiosa,
bensı̀ sollecitate dai monaci, che erano in grado di pagare per esse. Tanto più
che, come abbiamo messo in evidenza, appaiono innegabili le difficoltà eco-
nomiche in cui molte famiglie aristocratiche si dibattevano – soprattutto
per l’estrema proliferazione delle linee familiari e la conseguente frantumazio-
ne dei patrimoni – e sono più volte esplicitamente documentate situa-
zioni di indebitamento da parte di queste schiatte con l’erario abbaziale.
Tutto ciò non mette però minimamente in dubbio il fatto che i cicli di do-
nazioni, anche quando una parte di esse erano ricompensate in denaro, non
esaurissero la loro funzione in uno scambio meramente economico, ma fossero
comunque veicolo di legami molto più complessi – politici, di appoggio e pro-
tezione, latamente clientelari – che univano Passignano ai segmenti più eminenti
della società laica.116 Un cenobio di tale prestigio (sia per il suo ruolo spirituale,
sia per il patrimonio di cui era titolare), infatti, si prestava come imprescindibile
punto di riferimento per un’aristocrazia in piena ascesa sociale, cosicché il be-
neficiarlo, il proteggerlo o l’entrare nella sua clientela potevano servire per dare
manifestazione visibile della potenza raggiunta e per favorire il tentativo di
emergere come forza egemonica nella zona in cui l’abbazia sorgeva.
Tali cicli di donazione si esaurirono sostanzialmente entro la metà del XII
secolo; in seguito lo slancio espansivo delle proprietà monastiche rallentò, per-
ché si erano ormai estenuati i patrimoni delle maggiori famiglie della vecchia
aristocrazia locale. Queste ultime, quando non si estinsero, risprofondarono
nell’oscurità una volta interrottosi il flusso documentario verso l’archivio ab-
baziale legato all’alienazione delle loro proprietà avite.
I rapporti del monastero con l’aristocrazia laica negli ultimi decenni del
1100 furono piuttosto improntati ad un’estenuante ‘guerra di posizione’

116 Sul valore «sociale» e non meramente economico delle donazioni ai monasteri: WICKHAM,

Vendite di terra.

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IL MONASTERO E LA NOBILTÀ

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con i signori di alcuni castelli circostanti (Monteficalle, Roffiano, Montecorbo-
li), appartenenti a schiatte ancora molto agguerrite (in particolare i Firidolfi) e
che in precedenza non comparivano nella documentazione passignanese, forse
perché i loro dominii si erano estesi a quest’area solo di recente: sembrerebbe
proprio questo il caso dei Firidolfi e dai da Cintoia nel castello di Montefical-

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le, che nell’XI secolo era invece controllato da altri gruppi familiari.117
Il XII secolo dunque si chiuse con una complicata serie di vertenze e di
scontri violenti tra abbazia e signori laici, entrambi impegnati nel faticoso ten-

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tativo di costruire territori signorili coerenti e compatti in un’area caratteriz-
zata da un inestricabile viluppo di proprietà e diritti, le cui radici in gran parte
affondavano nella frammentazione dei patrimoni fondiari aristocratici dei se-
coli precedenti.118

117 Sui da Cintoia ed i Firidolfi fino alla metà del XII sec.: CORTESE , Signori, castelli, città,

pp. 294-305, 312-320.


118 Su queste dispute e sulla frammentazione e sovrapposizione dei diritti signorili in questa zo-

na centrale del Chianti si veda C. WICKHAM, La signoria rurale in Toscana, in Strutture e trasforma-
zioni della signoria rurale nei secoli X-XIII, a cura di G. Dilcher e C. Violante (Annali dell’Istituto
storico italo-germanico, 44), Bologna, Il Mulino, 1996, pp. 343-409, pp. 379-383 e ID., Legge, prati-
che e conflitti. Tribunali e risoluzione delle dispute nella Toscana del XII secolo, Roma, Viella, 2000,
pp. 327-342. Per la signoria monastica a Poggialvento nel XIII sec. si veda il classico J. PLESNER, L’e-
migrazione dalla campagna alla città libera di Firenze nel XIII secolo, Firenze, Papafava, 1979 (ed.
orig., Copenhagen 1934).

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INDICE

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Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. V

Presentazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » VII

Premessa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » IX

PASSIGNANO NELLA STORIOGRAFIA

GIOVANNI CHERUBINI, Johan Plesner ed Elio Conti: la vicenda di


Passignano come paradigma di fenomeni generali . . . . . . . . . . » 3

PRIMA DEL MONASTERO

IGOR SANTOS SALAZAR, Il territorio prima del monastero. La media


Val di Pesa nei secoli VI-IX . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 15

PASSIGNANO, VALLOMBROSA E FIRENZE

ANNA BENVENUTI, San Michele aveva un gallo... Spunti di riflessioni


sulla dedicazione all’angelo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 43
FRANCESCO SALVESTRINI, San Michele Arcangelo a Passignano nel-
l’Ordo Vallisumbrosae tra XI e XII secolo . . . . . . . . . . . . . . » 59
ENRICO FAINI, Passignano e i Fiorentini (1000-1266): indizi per una
lettura politica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 129

— 317 —
INDICE

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IL MONASTERO, GLI UOMINI, LE COMUNITÀ

MARIA ELENA CORTESE, Il monastero e la nobiltà. Rapporti con l’a-


ristocrazia laica, formazione del patrimonio abbaziale e tradizio-
ne documentaria (secc. X-XII) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 155

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SIMONE M. COLLAVINI, I poteri signorili nell’area di San Michele di
Passignano (secc. XI-XII) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 183

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TOMMASO CASINI, L’abate e gli homines di Poggialvento (secc. XII e
XIII) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 205
PAOLO PIRILLO, L’abate, il Comune e i pesci del fossato: mezzo se-
colo di dispute a Passignano (secc. XIII-XIV) . . . . . . . . . . . . » 223

TESTIMONIANZE MATERIALI

ITALO MORETTI , La badia a Passignano: le origini e l’architettura


medievale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 255
GLORIA PAPACCIO, I mulini dell’abate. Il monastero e l’uso delle ac-
que . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 275

INDICI
Indice dei nomi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 295
Indice delle località . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 303
Indice degli autori e curatori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 311

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CITTÀ DI CASTELLO . PG
FINITO DI STAMPARE NEL MESE DI APRILE 2009
ISSN 0391-819X

BIBLIOTECA

STORICA
BIBLIOTECA STORICA TOSCANA
TOSCANA
A CURA DELLA DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA PER LA TOSCANA
LIX
LIX

PASSIGNANO
IN VAL DI PESA
UN MONASTERO
E LA SUA STORIA

PASSIGNANO IN VAL DI PESA – I


I
Una signoria sulle anime, sugli uomini, sulle comunità
(dalle origini al sec. XIV)
a cura di
PAOLO PIRILLO

OLSCHKI

2009

ISBN 978 88 222 5902 8