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Riassunti degli articoli di Storia romana

1. Gianfranco PURPURA
Si parla del Papiro Giss. 40 che contiene la CONSTITUTIO ANTONINIANA (editto di
Caracalla) del 212 d.C., con cui viene concessa la cittadinanza a tutti i sudditi dell'Impero.
Ci sono mille dubbi: paternità del documento, se davvero concede la cittadinanza, portata e
conseguenze del documento, sulle cause di un provvedimento preso all'inizio di un regno
partito con una serie di omicidi (madre, fratello Geta, giurista Papiniano), tema della
globalizzazione,...
Agli inizi del Novecento è stato rinvenuto il papiro, ma le fonti che ce ne parlano sono
scarsissime. Il giurista contemporaneo Ulpiano e il senatore greco Dione Cassio (visse nella
prima metà del III secolo e svolse ruoli durante il regno di Macrino) lo attribuiscono a
Caracalla, ma Dione addirittura lo critica, nonostante fosse egli stesso un provinciale. Nelle
Historia Augusta durante le Vite di Settimio e Caracalla non se ne parla, in più coloro che ne
parlano nei secoli successivi non concordano nemmeno sull'attribuzione:
1) Aurelio Vittore (360 d.C.) → Marco Aurelio;
2) Giovanni Crisostomo (IV d.C.) → Adriano;
3) Sant'Agostino (413-426) → nessuno in particolare, ma lo elogia;
4) Sidonio Apollinare (460) → nessuno in particolare, lo critica.
Il frammento del papiro originario viene rinvenuto nel 1902 a Heptacomia (sud di Licopoli,
Egitto), pubblicato nel 1910-12 da Paul M. Meyer. Il papiro contiene tre provvedimenti di
Carcalla emanati in momenti diversi e trascritti in ordine cronologico in un volume che
sembra redatto da un'unica mano, dopo il 215 d.C., data dell'ultimo provvedimento. Presenta
il tipico incipit imperiale delle costituzioni. Le tre costituzioni sono:
1) editto sulle cariche imperiali dell'11 luglio 212;
2) espistula sull'espulsione degli egizi da Alessandria del 215;
3) editto sulla cittadinanza.
Dunque in Egitto circolavano già raccolte di costituzioni imperiali, sono di fatto i primi
codici di diritto del mondo occidentale.
Alcuni passi fanno sorgere molti dubbi, anche se lo stile oscuro e involuto del testo oltre che
la portata universalista portano a Caracalla, il quale si ispirava ad Alessandro Magno.
Alcuni dicono che la prima delle tre fosse solo una novella con cui l'imperatore nel 213
diede la civitas ad alcuni barbari, forse a seguito della vittoria sui Germani in quell'anno (c'è
il termine nike). Altri si accodano ad Aurelio Vittore il quale dice che il termine “vittoria” si
riferisce all'uccisione del fratello Geta, crimine che il giurista Papiniano si rifiutò di
giustificare (pagando con la morte) e che fu presentato come la repressione di una
rivoluzione (infatti all'inizio del testo si allude a un pericolo, inoltre pare che la spada del
delitto sia stata consacrata nel tempio del dio Serapide). Altri ancora dicono che l'imperatore
abbia voluto immettere i culti stranieri (SACRA PEREGRINA) tra i culti ufficiali, premessa
della cittadinanza. Ora però l'ipotesi secondo cui si tratta effettivamente della concessione di
cittadinanza è forte, anche perchè sembra che la cancelleria imperiale abbia usato uno
schema identico a quello che si usava per concedere la cittadinanza ai singoli. Infatti le
concessioni di cittadinanza attribuivano lo status di cittadino romano che permetteva di
utilizzare lo ius civile, ossia il diritto proprio di ogni cittadino romano che esentava da tante
tasse che gravavano sui provinciali e concedeva numerosi privilegi. Soprattutto lo ius civile
esentava dal TRIBUTUM SOLI (imposta fondiaria diretta) e dal TRIBUTUM CAPITIS
(imposta personale diretta). I cittadini romani erano soggetti solo ad imposte indirette (1%
sulle vendite, 5% sulle eredità), all'AURUM CORONARIUM (omaggio per il nuovo
imperatore) e dazi vari.
Un servo liberato diventava subito cittadino. Si vede la differenza con i greci:
1) Politeia greca → relazione tra eguali, nati nella medesima polis, che partecipano alla
vita politica, stranieri esclusi. Ateniesi si nasce, non si diventa;
2) Civitas romana → conferimento di una patria comune a tutti i cittadini che risiedono
in un determinato territorio. Porta con sé diritti (matrimonio, negozi,...). È un'apertura
controllata, non totale. Cittadino romano potevi nascere (da padre cittadino sotto
matrimonio legittimo o da madre cittadina anche se nati fuori da IUSTAE NUPTIAE)
o diventarlo (schiavo liberato, concessione).
Prima di Caracalla c'era stata la grande concessione di cittadinanza agli italici tra il 90 e l'89
a.C. (LEX PLAUTIA PAPIRIA), ma in generale gli imperatori la concedevano poco
(Augusto addirittura fece leggi per limitare la liberazione degli schiavi).
I militari stranieri che combattevano nei reparti ausiliari la ottenevano con l'HONESTA
MISSIO, quando, dopo 25 anni di servizio, venivano congedati. Potevano registrare pure
moglie e parenti. È chiaro che gli imperatori provinciali (gli spagnoli Flavi o gli africani
Severi) furono più generosi.
Però fino alla fine dell'età repubblicana ottenere la cittadinanza romana non era considerato
un privilegio, anzi quasi una punizione perchè chi riceveva il privilegio veniva mal visto dal
resto della comunità (traditore) e in più c'era il problema del tipo di diritto da usare (romano
o provinciale), quindi per un po' la doppia cittadinanza fu preclusa, per poi essere ammessa
accettando però la sopravvivenza delle pratiche locali che rimanevano con lo status di
consuetudini. Molti militari fino alla fine della repubblica preferivano un compenso in
denaro piuttosto che la cittadinanza, ma poi man mano che la romanizzazione si fa più
forte e con essa i privilegi annessi alla cittadinanza, cresce ovviamente il desiderio di
ottenerla. Anzi, furono i provinciali a credere più dei romani nell'universalismo dell'Impero,
non è vero che tutti gli stranieri fossero preoccupati dal conflitto tra diritto romano e diritto
locali. Questio dualismo fu spesso risolto con l'integrazione in cui il diritto romano era
riconosciuto come ufficiale, ma venivano ampiamente tollerate le abitudini locali (si
potevano avere due patrie, quella romana e quella d'origine). Ciò lo vediamo in atto quando
Settimio severo applica ad una semita il diritto romano. Siamo prima dell'editto di Carcalla,
ma significa che il diritto romano era ormai consuetudine nell'orizzonte mentale anche dei
provinciali, i quali anzi lo ambivano come segno di appartenenza ad uno status simbol
maggiore (la donna semita non avvertiva infatti la pratica come una forzatura o un sopruso).
Elio Aristide nell'Encomio di Roma dice che l'Urbe si confonde con l'Orbe, la Terra è patria
comune, “una sola casa e famiglia”. Non sono solo metafore vuote, esprimono una sentita
concezione giuridica (se anche sei lontano dalla tua città d'origine, finchè sei entro i confini
dell'impero sei sempre a casa, ubiquità giuridica). Altra prova della simbiosi tra cittadinanza
romana e provinciale è che a chi era negata la propria patria era anche proibito l'accesso o il
soggiorno a Roma. Ancora, i privilegi e le immunità concessi ai retori nelle loro città
d'origine valevano anche a Roma.
A Roma vigeva la personalità della legge (a ogni soggetto viene applicato il suo diritto
personale/nazionale, a prescindere da dove si trovi), differentemente dagli stati moderni in
cui vige la territorialità della legge (in Italia si viene giudicati dalla legge italiana). Alcuni
però dicono che dalle fonti non si trovano esempi di tentativi di accertarsi riguardo alla zona
di provenienza di una persona prima di giudicarla e che a Roma vigesse dunque la
territorialità (anche perchè le norme con cui si risolvevano controversie tra romani e
stranieri erano sempre romane). Però è anche vero che ai romani, quando conquistavano un
territorio, interessava il gettito fiscale e il mantenimento dell'ordine, e se per farlo occorreva
appoggiarsi interamente alle leggi e consuetudini locali lo facevano.
Per tutti questi motivo la cittadinanza locale era considerata la premessa per ottenere quella
romana, si sovrappongono (se sei lontano dalla tua città non sei comunque uno straniero, si
attiva la cittadinanza romana). ROMA COMMUNIS PATRIA, infatti anche i barbari non si
considerarono mai regni estranei, ma sempre organi dell'impero. Nel regno dei goti esiste
una LEX VISIGOTHORUM e una LEX ROMANA VISIGOTHORUM. Non valevano una per
i goti e l'altra per i romani, ma la seconda ha l'intento di accostare le etnie e non di dividerle
in base al principio di personalità della legge. Infatti abbiamo barbari romanizzati che non si
reputavano barbari, non vi erano esclusioni razziali, insomma ci si riteneva tutti partecipi di
un'unica grande cittadinanza di un'impero ormai crollato.
Settimio Severo riforma lo statuto delle metropoli egiziane e diffonde tra le varie civitates
l'ordinamento decurionale italico, per molti è un preludio all'editto di suo figlio. Forse
Caracalla, per ingraziarsi le elites cittadine dopo il fratricidio, riesumò un progetto che era
stato del padre.
E la datazione del papiro?
Prima metà del 212 d.C., forse 24 aprile. Tutt'al più inizio 213.
Che portata ebbe la concessione?
Si è parlato molto dei DEDITICII (stranieri, barbai immigrati, Aeliani, Iuniani) che
sarebbero stati esclusi. Forse non erano esclusi dalla civitas, ma dalla clausola di
salvaguardia. Le fonti antiche non dicono nulla riguardo a qualche limitazione della
concessione o sulla situazione delle classi più umili soprattutto in egitto, sottoposte a
imposte personali sia prima che dopo il 212. Gli egizi erano i dediticii esclusi? Egizi e
cappadoci non avevano lo status di peregrini che invece era concesso a tutti i popoli che,
dopo essersi arresi (=dediticii) e dopo essere stati costituiti in provincia diventavano
peregrini. Forse la riforma di Severo aveva cambiato la condizione giuridica degli egizi,
permettendo loro di ottenere la civitas. Gli egizi non erano quindi dediticii (categoria
riservata agli Aeliani), ma comunque il dediticius era una condizione che non doveva durare
nel tempo. Forse i dediticii erano esclusi solo dai benefici fiscali e così nessuno sarebbe
stato escluso dalla concessione di cittadinanza (ad eccezione delle masse contadine non
inserite negli ordinamenti cittadini e non romanizzate), ma privilegi ed immunità sarebbero
comunque stati salvaguardati e non diffusi a tutti. Le masse rurali coincidevano con i
provinciali indigeni, distinti dai provinciali romani, ossia lo strato superiore romanizzato
della popolazione provinciale e integrato con ufficiali e funzionari romani, come ci dice la
stele della Cirenaica risalente al 500, tempo dell'imperatore Anastasio. Dunque le classi
subalterne non cittadine non vennero parificate dal punto di vista giuridico e l'editto ebbe un
valore relativo, poiché fu solo una presa d'atto di un fenomeno di integrazione già avvenuto.
Infine nel papiro non viene detto nulla riguardo alla concessione di cittadinanza ai nuovi
immigrati entro i confini dell'impero.
Se si interpreta l'editto come certificazione di un fenomeno di integrazione della
popolazione cittadina nella grande famiglia dell'impero, ecco che si pone la questione del
ruolo delle masse contadine non romanizzate (e dei nuovi immigrati) nella crisi del III
secolo. In tal modo viene limitato il cosmopolitismo romano e la sua capacità di raggiungere
i ceti più umili, esclusi dalla civitas, fondata sulla città e sul diritto romano. Dunque
romanità = ceti dirigenti cittadini. Rimane comunque forte il fascino che la cittadinanza
romana esercitava su popolazioni e governanti stranieri.
2. Laura SOLIDORO
“La condizione giuridica dello straniero a Roma”.
Alle origini i diritti spettavano solo ai patrizi (membri delle gentes), finchè nel III secolo
a.C. i plebei ottennero l'equiparazione. Questo esclusivismo giuridico si riflette dunque sullo
straniero (colui che è estraneo alla comunità romana), anche se non in modo così assoluto
come si potrebbe pensare.
Da cosa deriva l'irrilevanza giuridica dello straniero?
1) Theodor Mommsen: stato di natura di guerra totale tra uomini, dunque
condizione di naturale e perenne inimicizia che porta ad identificare lo straniero con
il nemico → HOSTIS. L'unica eccezione poteva derivare dalla tregua a termine, con
qui lo straniero godeva di specifiche tutele;
2) Teoria dell'amicizia naturale tra uomini (XX secolo): il contrario della precedente,
non vi è differenza tra amico e nemico, quindi non serve particolare attenzione
giuridica;
3) Illuminismo: indifferenza naturale tra gli uomini (ne pace ne guerra).
Nessuna di queste teoria ha solida base testuale.
Già agli albori della società romana si nota il carattere aperto delle strutture socio-politiche,
ciò è dettato dalla mobilità delle genti in area laziale, ma anche da esigenze commerciali.
Quindi i romani hanno bisogno di regolare i rapporti privati con gli stranieri a scopi
commerciali. Un esempio di ciò è il foedus Cassianum (493 a.C.), patto contratto con le
città latine che prevedeva libertà di circolazione fra le città e libero commercio (IUS
CONNUBII e IUS COMMERCII, non era invece previsto lo ius migrandi, cioè il diritto alla
cittadinanza). Anche i tre trattati di Cartagine (508, 348, 306) rispondono a questa esigenza.
Alcuni dicono che prima ancora vi fosse un nucleo di norme emanate unilateralmente da
Roma. A conferma di ciò vi sono le Leggi delle XII Tavole in cui ci sono due norme
consuetudinarie (cioè applicate prima dell'emanazione della legge) che riguardavano il
rapproto tra cives e e hostes apppartenenti a comunità con cui Roma intratteneva dei
rapporti. Vi erano regole nei processi che coinvolgevano romani e stranieri (norma 1) e
diritto dello straniero di esigere la perenne garanzia (aeterna auctoritas adversus hostem)
dal cittadino romano per la cosa venduta, nonostante gli fosse preclusa l'usucapione
(possesso totale stabilito per i soli cittadini romani dal dominium ex iure Quiritium) (norma
2).
Dunque nel V secolo hostis è ancora lo straniero con cui si possono instaurare relazioni
giuridiche, il nemico è invece chiamato PERDUELLIS. Hostis verrà poi sostituito da
PEREGRINUS (= straniero non ostile).
Che nesso c'è tra queste norme e i ben più antichi trattati internazionali?
Influenza greca (Roma è dall'VIII secolo che si ispira alla consuetudine mercantile
mediterranea), si vuole disciplinare in via preventiva l'inadempimento contrattuale, le
compravendite hanno bisogno di tutela giuridica.
Lo Stato romano ha sempre avuto la volontà di proteggere lo straniero entro i suoi confini
isporandosi a delle pratiche greche. L'HOSPITIUM (ospitalità) è un chiaro esempio di
cooptazione dello straniero entro l'ordinamento giuridico romano. L'ospitalità nasceva per
volontà di entrambe le parti (se uno dei due contraenti era lo Stato romano serviva la
delibera senatoria), inizialmente per via orale, era un atto collettivo (se lo decide il capo ti
adegui) che poteva legare privati, ma anche privati e Stato o due comunità. L'hospitium era
un rapporto perenne che nemmeno la guerra estingueva (solo la rinuncia da parte di uno dei
contraenti) e che dava diritto di risiedere in suolo romano, di ricevere assistenza, cure, onori,
protezione e sepoltura. L'ospitato poteva compiere gli atti giuridici come un cittadino
romano. Roma è solita fare trattati a tempo determinato con le comunità con cui ha rapporti
commerciali e grazie ad essi lo straniero godeva dell'hospitium. La differenza con i greci è
che l'ordinamento romano prevede per i cives l'accesso alla sfera negoziale (ius commercii),
dato quindi anche all'ospitato. Il rapporto tra hospitium e commercium è ambiguo:
1) Concessione dello ius commercii è presupposto per commerciare con Roma e
scaturisce da accordi internazionali (es. foedus Cassianum);
2) L'attuazione di negozi informali è possibile a tutti gli ospitati, anche se privi di ius
commercii;
3) Il possesso dello ius commercii permette allo straniero di concludere con il cives sia
negozi informali che atti librali (necessari per traferire i diritti di possesso sulle res
mancipi, i beni di maggior valore).
Importante è anche il vincolo di AMICITIA. Forse aveva natura contrattuale (amicitia tra
Roma e Cartagine del 348) per garantire neutralità tra popoli e alcuni riconoscimenti: libertà
e proprietà dello straniero, liberare i prigionieri di guerra dello Stato amico, non collaborare
con il nemico del tuo amico. Però ci sono testimonianze di amicizie non regolate da trattati.
Comunque l'amicizia è diversa dalla SOCIETAS MILITARE (alleanza militare) che
prevedeva l'obbligo di fornire truppe all'alleato. Però è vero che la maggior parte delle
amicizie diventava alleanza militare.
Quindi in linea di principio lo straniero era totalmente escluso dall'ordinamento
giuridico romano, ma nella pratica molte popolazioni (soprattutto i latini) ottenevano
equiparazioni parziali. Vediamo alcuni casi di equiparazione:
1) Latini prisci: i più antichi equiparati, appartenenti a quelle comunità che stipulano il
foedus Cassianum. Essi potevanon concludere con i cives negozi solenni e sposarsi
con romani, ma non fare testamento o avere patria potestas.;
2) Latini coloniarii: venivano inviati nelle colonie latine istituite da Roma;
3) Latini Iuniani: non erano di etnia latina, ma schiavi affrancati in modo non solenne
che godevano dello ius commercii, ma non del potere di trasmetter i beni ai figli,
quindi alla loro morte i beni tornavano al vecchio padrone;
4) Latini Aeliani: non latini di etnia, servi liberati prima di aver compiuto trent'anni o
liberati da un padrone non ancora ventenne. Avevano la stessa situazione degli
Iuniani.
Lo strumento tipico della pattuazione con gli stranieri era il FOEDUS (fides, patto di
fedeltà) che trasformava un rapporto consuetudinario in un legame volontario conferendo
unità politica. È chiaro che i primi rapporti di questo tipo si sono sviluppati in area laziale e
poi italica. Curioso è il procedimento della RECIPERATIO (arbitrato internazionale) che
permetteva ai singoli o agli stati il recupero di ciò che veniva loro sottratto illegalmente. A
giudicare era un tribunale composto da giudici di diversa nazionalità (RECUPERATORES),
i quali dovevano intervenire in ogni controversia tra romani e stranieri. Non si sa quando
nacque né come funzionava davvero, ma aveva poco potere effettivo.
L'impero si espande velocemente e con lui il volume degli affari nel mediterraneo (infatti il
trattato con Cartagine del 348 prevede libertà di navigazione e di commercio per tutte e
due), dopo aver vinto Cartagine servono nuovi mezzi giuridici per rispondere alla domanda
di giustizia. Un primo espediente è la FICTIO CIVITATIS con cui il magistrato invitava il
giudice a formulare la sentenza contro lo straniero facendo finta che fosse un cittadino
romano. Un altro espediente era la STIPULATIO IURIS GENTIUM con cui si estendeva
anche allo sttraniero l'istituto della STIPULATIO nei negozi, purchè non si usasse il verbo
“spondere”, da riservarsi solo ai romani (Cicerone conferma ciò dicendo che vi erano multa
iura communia tra romani e cartaginesi). Ad ogni modo la mole crescente dei traffici
commerciali non poteva avvalersi del vetusto ius civile che si fondava sul principio della
personalità del diritto che escludeva a priori lo straniero dal diritto romano.
I Romani conoscenvano un diritto internazionale privato? Permettevano agli stranieri di
avvalersi del loro diritto invece di quello romano?
Risulta che i romani furono propensi ad estendere agli stranieri gli statuti giuridici romani e
quando ciò era impossibile si romanizzavano le norme straniere presenti a Roma e si creava
un nuovo sistema giuridico romano e ispirato alle norme mediterranee parallelo al vecchio
ius civile.
Nel 242 a.C viene introdotto il PRAETOR PEREGRINUS che sviluppa lo IUS GENTIUM,
un complesso di norme accessibile sia a romani che a stranieri e fondato sulla fides. Da
questa nuova giurisdizione tra romani e stranieri derivò una maggiore tutela delle varie
pratiche negoziali, ma anche delle nuove figure negoziali e i quattro contratti consensuali
prima assenti (società, mandato, locazione, compravendita con effetti obbligatori).
Nel 90 a.C. viene concessa la cittadinanza a tutti gli italici (pienezza di diritti sulla terra,
parziale partecipazione politica) fino all'Arno e all'Esino. Ora solo nelle province vi sono
città non-romane.
Con l'imperialismo i territori soggiogati vengono trasformati in province, ciascuna con le
proprie norme e con popolazioni che cercarono di combattere il più possibile le ingerenze
romane a difesa dei propri ordinamenti. In generale i romani rispettavano le tradizioni
giuridiche dei territori conquistati, anche se la LEX PROVINCIAE (statuto con norme di
base) la imponevano loro. Quindi vista la varietà di ordinamenti nei vari territori non si può
parlare di condizione dei sudditi dell'impero in modo unitario. Viene preservata una
differenza:
1) Città federate: i suoi abitanti sono peregrini che riconoscono la supremazia di Roma,
è un accordo internazionale;
2) Città autonome: sono sempre peregrini assoggettati a Roma in modo meno diretto;
3) Citta libere: peregrini che godono di una quasi totale autonomia da Roma.
Poi vi erano i sudditi diretti che erano PEREGRINI SINE CIVITATE (apolidi) o
PEREGRINI DEDITICII (coloro che si erano arresi a Roma). Queste persone erano
ammesse solo ai negozi iuris gentium.
Probabilmente Roma accettava la doppia cittadinanza in età imperiale (Cicerone lo nega, ma
è vissuto prima). Forse è prevalsa la concezione greca secondo cui prendere una nuova
cittadinanza non significava perdere la prima (Paolo era romano e di Tarso, Erode Attico
greco e romano). Plinio aveva chiesto a Traiano di concedere al medico egizio Harpokras la
cittadinanza alessandrina che era presupposto di quella romana. Notare come spettasse
all'imperatore concedere anche la cittadinanza di città straniere. La doppia cittadinanza
permetteva di sceglere il diritto.
In generale, l'integrazione tra romani e straniere determina una parziale equiparazione
commerciale e un'osmosi tra il diritto romano e quello provinciale.
In materia contrattuale ha grande influenza la pratica greca. Viene meno la contestualità
delle dichiarazioni delle parti (basta il pieno consenso dei contraenti), prevale il ricorso alla
forma scritta. Nel corso del IV secolo perde di importanza la tradizionale divisione tra
DOMINIUM e POSSESSIO per via di influssi provinciali in cui era ignota questa differenza.
Il possesso viene identificato con uno stato di fatto conforme al diritto e quindi assimilato
alla proprietà. L'equiparazione amministrativa e fiscale dell'Italia voluta da Aureliano e
Diocleziano sfuma la distinzione tra DOMINIUM EX IURE QUIRITIUM (proprietà di fondi
su suolo italico) e POSSESSIO VEL USUFRUCTUS (potere sul suolo provinciale).
In età imperiale si procede con una più netta integrazione e universalizzazione, ma si
delinaea in maniera più chiara il profilo dello straniero. Peregrinus diventa sinonimo di non-
cittadino e questo testimonia che comunque il pluralismo giurisdizionale e amministrativo
sopravvive. Questo fenomeno non viene superato nemmeno quando nel 212 d.C. Antonino
Caracalla con la CONSTITUTIO ANTONINIANA estende la cittadinanza a tutti i
sudditi dell'Impero. Con ciò lo statuto di peregrinus viene formalmente a cessare. Le fonti
letterarie e giudiziarie ci mostrano una grande indifferenza allo statuto, segno che il
provvedimento non faceva che certificare una pratica già ben diffusa di integrazione sociale.
Sembra che il ceto dirigente guardasse con favore a questo provvedimento che comunque
apppariva ovvio e scontato, non innovativo.
Quali erano gli scopi dell'editto?
1) Caracalla dice che è un atto di ringraziamento agli dei che lo hanno protetto;
2) Cassio Dione dice che è dettato dall'avidità fiscale dell'impero;
3) Assoggettare i grandi proprietari dell'est ai doveri fiscali.
Però per sottoporre i sudditi a nuove tasse non serviva dar loro la cittadinanza, quindi forse
il provvedimento rispondeva al progetto di dare un assetto giuridico definitivo all'Impero.
Chi erano i destinatari precisi del provvedimento?
Esclusi i dediticii che forse non significano più i vinti che si sono arresi, ma i disertori
passati con i romani oppure gli strati inferiori delle classi contadine, infine potevano anche
coincidere con gli Iuniani o gli Aeliani.
Quali furono gli effetti dell'editto?
Nel diritto privato esso viene esteso a tutti i sudditi, quindi vi è osmosi tra diritto romano e
diritti provinciali. Ma si trattava di un'imposizione del diritto romano che obbligava i
provinciali ad abbandonare (almeno formalmente) le loro tradizioni? Però sembra che i
costumi delle varie regioni (MORES REGIONUM) venissero applicati ancora in tante arree
dell'impero, almeno in questioni come famiglia e successione. Dunque non si capisce se i
romani abbiano applicato la territorialità del diritto, oppure se la cittadinanza romana si
aggiungeva a quella originaria, mantendendo quindi in vita la validità dei vari ordinamenti
locali accanto al diritto romano, permettendo ai sudditi di avvalersi del diritto romano senza
rinunciare al loro. Si può parlare quindi di personalità del diritto, con le varie popolazioni
che possono ancora vivere secondo le loro leggi? Una ricostruzione attendibile emerge dal
De divisione generi demonstrativi di Menandro di Laodicea (fine III secolo d.C.), il quale
dice che sono scomparsi i vari ordinamenti delle singole cittàe che i sudditi sono governati
tutti da una sola costituzione.
3. David NOY (da pag. 53 a pag. 85)
“Chi si muoveva verso Roma?”
Le 4 categorie di Tilly indicano 4 tipi di migrazione:
1) Locale → persone si spostano verso aree contigue per lavoro o matrimonio.
Migrazione dal territorio italiano verso Roma;
2) Circolare → persone che tornano al paese d'origine dopo un periodo più o mneo
lungo di lavoro. O tornano dopo aver accumulato capitale, oppure perchè il lavoro
stagionale è finito. Questa migrazione può essere incoraggiata dalla comunità
ospitante che però rende difficile acquisire la piena cittadinanza ai migranti. La
distanza o i costi del viaggio non erano deterrenti per il ritorno e nemmeno la
percezione di povertà del paese d'origine (somiglianze con i ritorni degli europei
dagli USA negli anni '20). Alcuni andavano a Roma per studiare e poi tornavano. Di
quelli che rimasero a Roma per tanto tempo ce ne parlano solo gli epitaffi o la
letteratura (Marziale torna in Spagna dopo 35 anni con l'aiuto finanziario di alcuni
amici). Il ritorno non era sempre programmato, a volte anche i senatori che avevano
terminato il loro mandato tornavano a casa, invece non era fattore di ritorno la pratica
tutta moderna di inviare soldi alle famiglie perchè lo spostamento di beni da aree
lontane poteva avvenire solo per patrimoni enormi o con visita fisica;
3) Catena → persone che già abitano in un luogo e che aiutano la migrazione di nuovi
soggetti provenienti dal loro stesso luogo d'origine. È un sistema che permette
periodi di prova e anche eventuali ritorni. Si vengono a formare villaggi urbani di
migranti, i viaggi potevano anche essere organizzati da imprenditori che portavano
lavoratori dalle loro terre d'origine, oppure si migrava solo per unirsi alla comunità
anche perchè si sapeva di ricevere assitenza e facile inserimento. A Roma era un
sistema diffuso, anche se non abbiamo testimonianze chiare se non quella del futuro
papa Vittorio, che arrivò a Roma dall'Africa per amministrare gli africani che già
vivevano nell'Urbe;
4) Carriera → persone che si spostano per seguire opportunità di lavoro o di carriera.
Favorita dall'unità imperiale (pax romana) che permetteva gli spostamenti da aree
molto lontane. A Roma si faceva fortuna con certe carriere (soprattutto
amministrative, medicina, insegnamento).
Non vi era un solo spostamento, spesso la gente si spostava per gradi: rurali → piccole città
→ città più grandi → metropoli (Roma). Quasi mai si passava da villaggio rurale a
metropoli. Questi passaggi però non compaiono negli epitaffi che nominano solo il luogo
d'origine. Zeno di Afrodite è uno scultore che nella sua tomba si descrive come “passeggero
di molte città”. Spesso comunque i percorsi di migrazione si concludevano a Roma.
Esempio è Plotino: Alessandria per studiare filosofia → Persia al seguito dell'armata
Gordiana → Antiochia → Roma dove insegnò e visse per 26 anni. Più rari i casi di persone
che da Roma si muovevano ancora. Alcune persone tornavano a Roma tante volte come il
medico Galeno (arriva per la prima volta nel 162, va via per via dell'ostilità di altri medici e
per via di un'epidemia di lebbra, torna nel 166 su richiesta di Marco Aurelio).
Quali erano le condizioni socio-economiche dei migranti?
Poche informazioni sull'origine dei migranti, per lo più di persone in posizioni eminenti che
non avevano problemi a mostrare le loro origini e che avano già ricevuto un'istruzione nella
loro terra d'origine. Spesso infatti venivano a Roma gli alti gradi delle società provinciali
(molti senatori). Gli umili che vennero a Roma quasi mai ebbero fortuna.
Da dove provenivano mi migranti?
La distanza non è il parametro primario di influenza. Nello studio dei dati vengono separate
le iscrizioni pagane (risalenti al III secolo) e quelle Ebraiche e Cristiane (IV e V secolo).
L'IMpero può essere diviso in 3 aree di migrazione a cui corrispondono diverse categorie di
migranti:
1) Britannia – Germania – Tracia → soldati, dopo il IV secolo con la rimozione delle
armate dalle città vi è un decremento dei flussi in quelle zone;
2) Asia – Gallia – Spagna → più migranti civili che soldati, più pagani che ebrei e
cristiani;
3) zone costiere di sud ed est Mediterraneo – Asia Minore → più civili, pagani ed
abrei/cristiani proporzionati.
Emerge il fatto che Roma rimase meta attraente anche durante il suo declino, soprattutto per
gli uomini di cultura.
Cosa possiamo dire sul genere dei migranti?
A Roma prevale di molto la migrazione maschile e dipende dalla disponibilità di lavoro. Le
donne non migravano da sole per svolgere lavori indipendenti, al massimo venivano insieme
alle loro famiglie e facevano le casalinghe. La preponderanza dei maschi è maggiore per
ebrei e cristiani, anche se tra loro erano minori i soldati rispetto ai pagani. Alcuni hanno
detto che era minore la pratica di dichiarare il luogo di nascita delle donne, ma ci si chiede
per quale motivo ciò dovesse accadere in una società civile.
Cosa si può dire sull'età dei migranti?
Più facile indicare numeri per i militari, visto che l'età della morte veniva sempre indicata,
oltre al luogo e data di nascita e alla lunghezza del servizio. Ciò veniva scritto sugli epitaffi
da parte soprattutto dei compagni d'armi che commemoravano i loro amici. La maggior
parte die militari veniva arruolata tra i 17 e i 20 anni e stava in servizio per 29 anni per poi
ritirarsi spesso fuori Roma. Non veniva specificato negli epitaffi s equesti uomini avevano
precedentemente servito in legioni della loro terra d'origine, ma ciò è probabile. La
percentuale più alta di soldati è nella fascia tra i 30 e i 39 anni. I dati della tabella potrebbero
essere falsati dal fatto che le commemorazionoi potevano diminuire quando venivano meno
i contatti giornalieri (quindi vi sono meno epitaffi di soldati congedati perchè pian piano ci
si dimentica). La fascia di mortalità più alta per i soldati è 30 – 39 anni.
Per i civili è più difficile fornire delle età perchè la loro data di morte non veniva quasi mai
specificata. La combinazione data di nascita – data di morte era riservata agli epitaffi dei
soldati. La mortalità dei civili tanto pagani quanto cristiani ed ebrei era concentrata nella
fascia 20 – 29 anni. È chiaro che i dati potrebbero essere sfasati da mancate registrazioni del
decesso.
Ovviamente l'età del decesso non fornisce dati certi sull'età di arrivo a Roma dei migranti.
L'unico modo per confermare l'età di arrivo di un migrante è prendere il dato dalle epigrafi
che mostrano l'età di morte. Si nota che il 23% dei soldati viste le età di decesso sono
arrivati a Roma prima dei 30 anni e il 72% prima dei 40 visto che a quell'età erano già
morti. Per quanto riguarda i civili pagani, il 60% arrivarono prima dei 30 l'81% prima dei
40. I militari arrivavano a Roma intorno ai 25 anni, i civili tra i 17 e i 20, ed erano
soprattutto maschi (simile ad ora poiché il picco è sempre di ragazzotti robusti tra i 17 e i
30).
Per quanto riguarda i bambini sappiamo poco, forse non era comune registrare il loro luogo
di nascita, in più i migranti di solito facevano figli dopo essersi stabiliti a Roma, non prima.
Poi c'è qualche epigrafe di bambini migranti e ci sono esempi in letteratura tipo il poeta
Lucano che fu portato a Roma dalla Spagna all'età di 8 mesi.
Migrazioni individuali o migrazioni familiari?
Ci sono poche testimonianze riguardo migrazioni di coppie o nuclei familiari. Solo 6 casi in
cui si può parlare di una coppia in cui entrambi sono definiti migranti:
1) Coppia egizia con marito gladiatore che commemora il figlio di 4 anni;
2) Coppia proveniente dalla Gallia che commemora un amico;
3) Coppia di ostaggi provenienti dalla Partia costruisce una tomba per sé e per i figli;
4) Donna che morì a 19 anni commemorata dal marito, entrambi dalla Spagna;
5) Un uomo commemora il fratello e la moglie, tutti della Frigia;
6) Coppia proveniente dalla Siria che rimane sposata 50 anni.
Più frequente era il marito che migrava a Roma e la moglie stava a casa (casi di uomini
morti a Roma commemorati dalla moglie che era rimasta a casa).
Raro che vi fosse un intero nucleo familiare di migranti. Ci sono solo due coppie con due
figli e tre coppie con un figlio. Più facile trovare un solo genitore e un figlio indicati come
immigrati nelle commemorazioni di un genitore verso il figlio, ma l'altro genitore non viene
specificato. Gli esempi:
1) 8 casi di padre e figlio (età del ragazzo dai 9 ai 24 anni). In un caso il figlio è definito
EQUES SINGULARIS, cioè ambasciatore del Bosforo inviato a Roma e
accompagnato dal padre;
2) Un solo esempio di padre con figlia di 12 anni proveniente dall'Asia;
3) Due esempi di madre con due figli. Nel primo caso i ragazzi erano un pretoriano e un
urbanicianus provenienti dalla Gallia, nel secondo caso la madre è donna libera, ma
almeno uno dei due figli è uno schiavo imperiale africano;
4) Sei esempi di madre con un solo figlio, quasi sempre soldato, una volta diacono;
5) Un esempio di nonna che commemora un soldato proveniente dalla Dacia;
6) 3 esempi di madre e figlia.
Probabilmente sono casi in cui vengono ricordati solo i membri sopravvissuti di un nucleo
che era emigrato insieme. Il caso del figlio soldato è particolare, poiché il ragazzo doveva
essere accompagnato o raggiunto a Roma dalla madre, soprattutto se vedova.
Gli stranieri a Roma erano spesso commemorati dai fratelli, più che da figli o coniugi e
questo perchè in linea di massima i fratelli o sorelle erano anche loro migranti, mentre i
coniugi e i figli erano romani.
Alcune considerazioni riguardo le commemorazioni dei soldati:
1) Non vi sono commemorazioni da parte degli ascendenti e ciò perchè i soldati
morivano lontano da casa;
2) La maggior parte delle commemorazioni proviene dai commilitoni e ciò è ovvio visto
che i soldati erano separati dalle famiglie e tra soldati nascevano legami di amicizia
dettati dall'aver servito nella stessa unità o dal provenire dai medesimi luoghi. Ad
essere commemorati quasi solo dai commilitoni erano soprattutto i più giovani, visto
che per gli anziani subentrava anche la moglie;
3) I fratelli commemoravano molto i soldati. Magari fratellastri, uno legittimo e uno no,
spesso i fratelli commemoratori erano a loro volta soldati;
4) Vi sono 5 esempi di sorelle che commemorano. Forse alcuni soldati hanno portato le
sorelle a Roma (al posto della madre), anche se più facile è che la sorella fosse la
moglie di un altro soldato (spesso i soldati provenivano da stesse aree quindi era
chiaro l'intreccio con le sorelle);
5) Molti erano commemorati dalle mogli, soprattutto dopo che Settimio Severo
legalizzò il matrimonio dei soldati, alcune erano precedenti e con matrimonio
intendevano relazioni non riconosciute. Non si sa se le donne avessero raggiunto i
soldati a Roma, o se li avessero incontrati nell'Urbe, ma visto che i soldati venivano
arrruolati giovanissimi è più facile che trovassero moglie a Roma. Poi negli epitaffi si
indicava solo il luogo d'origine del defunto, non anche quello del commemorante. Tra
i nomi delle moglie dei soldati ci sono tanti nomi greci e ciò indica che forse erano
donne libere provenienti da famiglie servili, oppure che avevano grecizzato (o
latinizzato) il loro nome per nascondere le origini barbariche. A volte le mogli del
defunto indicavano il nome del villaggio di provenienza del soldato (soprattutto se
anche loro provenivano da li). Si nota che i soldati che si maritavano a Roma spesso
prendevano donne che provenivano dal loro stesso luogo.
Nel corso del III secolo i soldati iniziano a portarsi dietro le famiglie e ciò fa aumentare il
numero di migranti civili.
Nel caso dei civili vi sono più casi di commemorazione da parte di membri del nucleo
familiare perchè i civili migravano come membri del gruppo quindi erano minori i casi di
commemorazione da parte di estranei. Ad accomunare civili e militari è la grande presenza
di famiglie estese (due fratelli che commemorano una sola persona), fratelli che
raggiungevano fratelli emigrati prima a Roma, ricongiungimenti di famiglie (causa
importante di migrazione, facile raggiungere un membro della famiglia che ha già sicurezza
economica).
Ci sono anche delle differenze tra le commemorazioni di uomo e donna. L'uomo viene
commemorato dai genitori, la donna no. La donna è commemorata tanto dal coniuge, l'uomo
meno (ciò può dipendere dal fatto che al momento della commemorazione le donne erano
già sposate, gli uomini no). Gli uomini erano spesso commemorati da non consanguinei, le
donne quasi mai e ciò era comune per chi era emigrato da solo e quindi aveva solo amici e
non familiari. Alcuni infine venivano commemorati dai familiari che però risiedevano
ancora nella terra d'origine.
Rari casi in cui un emigrato sposa un emigrato che proviene da un luogo diverso dal suo
(solo se hanno condiviso comune servitù), di solito le famiglie con filgi piccoli si
spostavano solo dopo che i figli erano cresciuti.
Quale era lo stato legale degli immigrati?
I soldati erano cittadini romani, mentre i migranti civili potevano avere diversi stati legali
(indicato vicino al nome per i pagani, ebrei e cristiani non lo indicano):
1) Schiavi → o lo dimostrano chiaramente, oppure usano parole simili tipo SERVUS,
oppure usano il nome del padrone al genitivo;
2) Ex schiavi → LIBERTUS, oppure facendo precedere al nome l'abbreviativo del
prenome del padrone seguito da un abbreviativo di liberto;
3) Nati liberi → cittadino con nome e cognome (anche prenomen se maschio) che
dimostra lo stato sociale per filiazione o con il nome di famiglia, oppure dichiarando
la fratellanza con un uomo libero, oppure dimostrando un rango permesso solo agli
uomini liberi;
4) Peregrinus → libero, ma non cittadino. Nome seguito da nome del padre al genitivo,
oppure nome seguito da cittadinanza della città diversa da Roma;
5) Nome singolo → schiavo, peregrinus, oppure cittadino il cui nomen era stato omesso
perchè irrilevante alla causa;
6) Duo/tria nomina → cittadino libero, ma non si sa se nato libero;
7) Sconosciuto → non ascrivibile a nessuna delle precedenti per via della pietra
danneggiata o perchè l'iscrizione è anonima.
Nel I secolo era normale indicare lo stato di filiazione o lo stato libertino, poi la pratica
scompare, Poi dopo il 212 d.C. con la Constitutio sparisce anche lo status di peregrinus,
anchese nelle provincie dell'est l'editto si diffonde con lentezza e infatti tanti abitanti
continuano a rimanere peregrinus. Ciò indica anche che l'Asia era un'importante bacino di
immigrati, ma anche Gallia e Spagna. Pochi migranti arrivavano a Roma ancora come
schiavi (anche se la letteratura parla tanto di schiavi egizi), molti però erano ex schiavi.
Infatti in quasi tutte le iscrizioni in cui viene specificata la professione si tratta di ex schiavi
i quali ci tenevano a ostentare il loro affrancamento. Emerge però che per queste persone il
luogo d'origine non aveva tanta importanza quanto il loro lavoro anche perchè gli ex schiavi
erano quasi sempre di origine straniera e preferivano occultarla perchè indicarla significava
specificare un passato da servo. Provenire da un luogo diverso dall'Italia era motivo di
vergogna, vi era la forte volontà di divenire romani al 100% e di occultare per sempre le
umili origini. Invece i soldati ci tenevano ad indicare sulle iscrizioni la loro etnicità.